LETTERA APERTA A FRA RICCARDO DR. PAMPURI – Angelo Nocent

AL Rev. Fra Riccardo Dr. Pampuri

S E D E

Caro Fra Riccardo,

ti trasmetto in allegato la lettera che mi sono permesso di inviare alla ragazza che ti aveva chiesto di sposarla e che hai liquidato con molta cortesia ma altrettanta determinazione.

Non sono sicuro che condividerai i miei punti di vista; solo che questo e nient’altro mi è venuto in mente a giustificazione del tuo atteggiamento.  (LETTERA APERTA A LUCIA)

Noi, terra terra, faremmo meglio ad astenerci da valutazioni che riguardano la tua coscienza soltanto, ma cosa vuoi, ora che sei diventato un personaggio pubblico, se non diciamo la nostra su di te, non siamo soddisfatti.

Attirato da altri ideali, Dio finalmente ti ha indicato la strada del convento e noi ora siamo rispettosamente tenuti a darti del “Reverendo”. Se io poi mi permetto di darti del tu è per via di certi legami spirituali. Naturalmente, stando alla tradizione, pur in tono confidenziale, dovrei darti del “Voi”. Ma, per questa volta, ti prego di soprasedere.

Sai, la tua vita di frate, vista a distanza di ottant’ anni dalla tua professione religiosa (24 Ottobre 1928, festa di San Raffaele Arcangelo), assomiglia a una bella nevicata. Quando è in corso, la terra sembra inerte, gli alberi spogli, nessun segno rivelatore della vita che sotto la coltre invernale prepara una nuova primavera.

Trascorso il periodo di prova del noviziato, ti sei trovato votato a Dio ed utilizzato per tappare i buchi dell’organico dell’Ospedale Sant’Orsola di Brescia. Indubbiamente i superiori si saranno chiesti:

Cosa dobbiamo fargli fare a questo dottore, medico chirurgo, specializzato in ostetricia e ginecologia, ex medico condotto?”

Ed ecco sbucare d’incanto l’idea geniale: “ affidiamogli l’ambulatorio dentistico che non può più essere gestito se non da un laureato in medicina e chirurgia!”

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Premesso che nello stesso ambulatorio dove hai esercitato, un venticinque anni dopo la tua morte mi hanno estratto due bei molari e so come si stesse in veste di paziente in quella sala d’attesa, il bravo Camilleri, brillante e documentato, va raccontando questa tua esperienza premettendo che eri bravo e scrupolosissimo, “tanto scrupoloso da sfiorare involontariamente il ridicolo”. Meglio perciò lasciare a lui la parola:

Se si trattava di qualcosa di delicato, un’estrazione, un intervento in profondità, prima di procedere si faceva il segno della croce. Solo che quest’eccesso di devozione, questo chiamare il Signore all’assistenza, metteva paura e chi doveva tenere la bocca aperta per farci entrare i ferri. In particolare i più sempliciotti prendevano quel gesto come una specie di scongiuro e ne cavavano l’impressione che il dentista stesse accingendosi a qualcosa che poteva mettere a repentaglio la loro vita.

Qualcuno se ne lamentò coi superiori e questi pregarono fra Riccardo di smetterla. Povero fra Riccardo; nel suo fervore non aveva fatto caso alle conseguenze di quel gesto per lui così naturale. Ma su quello che passa nella testa della gente non si finisce mai d’imparare”.

E di stupire, dico io, perché aveva intuito esattamente quello che tu già sapevi a priori: che non era il tuo mestiere. All’università avevi certamente dato un esame e lo si evince da una lettera con la quale chiedevi a tuo fratello Ferdinando di farti avere il volume che avrebbe trovato in un certo posto della libreria. Qualche estrazione in condotta medica l’avrai anche fatta, ma, di lì a dover svolgere il mestiere a tempo pieno, secondo me, altro che una ripassatina del manuale era necessaria…Nonostante l’ottimismo che pervade la tua del 17 dicembre ’28: “ Carissimo Ferdinando, grazie del libro di odontoiatria mandatomi che va ottimamente per i miei bisogni”.

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D’altra parte, cosa avresti potuto fare? In precedenza avevi esposto al Superiore le tue perplessità e proprio il tuo confratello fra Cesare Gnocchi così ha testimoniato a tal proposito: “Nominato direttore dell’ambulatorio dentistico, data la sua gracile salute faceva notare al suo superiore con semplicità che con le sue forze non avrebbe potuto estirpare qualche dente, ma che confidava nell’aiuto divino”.

Stuzzicato sull’obbedienza, che ti restava da fare? Il Provinciale Padre Zaccaria Castelletti dopo la tua morte ha lasciato scritto proprio la tua reazione: “Quand’è così, accetterò come la croce che son tenuto a portare con allegrezza ed il Signore mi aiuterà nella fatica: da parte mia cercherò di farmi forza…di vincermi”.

Qui naturalmente tutti leggono che ti veniva chiesta una grossa fatica fisica ed è vero. Ma non era questa che ti spingeva a battere in ritirata. Il tuo traballare sulle gambe derivava dalla consapevolezza di non essere all’altezza di quel compito e dalla responsabilità che ti assumevi.

Come faccio a saperlo? Sempre per via del mio informatore, il P. Dalmazio Puja, tuo Priore a Brescia, che ti ha risparmiato tanti sudori freddi quando estirpava ganasce al tuo posto e sotto la tua responsabilità di medico: lui, una stazza di bersagliere aquileiese, tu, “un morto ambulante”, com’eri stato definito dal Prof. Ronzoni, dopo un consulto. D’altra parte, non è vero che l’obbedienza fa miracoli?

E’ certo che, se fosse dipeso da te, quel posto non l’avresti mai occupato. Adesso noi, quando leggiamo che prima di iniziare un’estrazione ti facevi il segno della croce e chiamavi in aiuto tutti i santi del paradiso, soprattutto quando non avevi a portata di mano qualche confratello esperto e robusto perché intervenisse al tuo posto, più che edificati restiamo sbalorditi.

Nessuno ieri come oggi pensa alla fifa maledetta che hai provato in certe situazioni quando nel braccio che impugnava la tenaglia occorreva disporre di una buona dose di forza e risolutezza che tu non avevi. Nessuno osa porsi la domanda se era legittimo chiederti tanto e se i pazienti, per quanto poveri e bisognosi, si meritassero un santo al posto di un vero dentista. Ma così vanno le cose del mondo. E, siccome i santi aiutano, qualche santo, a cominciare da San Giovanni di Dio, ha aiutato pure te.

Tra un intervallo ambulatoriale e l’altro, i superiori hanno pensato bene di affidarti la preparazione dei quattro gatti di confratelli che dovevano ottenere il diploma d’infermiere. Tu hai svolto l’incombenza con la stessa serietà e impegno che avresti usato se fossi stato chiamato ad insegnare all’Università di Pavia.

Non so bene da quale superiore, ogni tanto ricevevi l’ordine di andare in Seminario Arcivescovile, non molto distante, per visitare qualche seminarista. La tua presenza era molto gradita ed altrettanto apprezzata la tua competenza. Epperò, quando tornavi, c’era puntualmente il Maestro dei Novizi, Padre Innocente (o Padre Norbero ?), che aveva da ridire su queste tue uscite.

Naturalmente tu tacevi e finiva lì. Fino alla prossima volta. Quello degl’ordini e contr’ordini è il destino dei comuni mortali in ogni paese del mondo, sia in convento che fuori. Che cosa ci distingue da te? Che noi siamo subito proti a giustificarci ed a far valere le nostre buone ragioni, mentre tu incassavi il colpo e te ne stavi zitto.

Tra l’ambulatorio, le lezioni, le pratiche di pietà, la pausa per il pranzo con la Comunità, quando non eri costretto a letto dalla tua tisi in evoluzione, in questa routine quotidiana trovavi o ti facevano trovare il tempo anche per spazzare con la segatura il lungo porticato che un tempo dalla portineria conduceva alla chiesa. Per un giovanotto in piena forma, non proprio uno scherzo. Ma per te, così messo male di polmoni, più che una fatica, uno strapazzo. Poi qualcuno ti vedeva dalla finestra e diceva: “Suor Cherubina, ma non è mica dottore quello lì? Senta, per me quello lì è matto!…”.

Prendi e porta a casa. E tu a spiegare che scopa o bisturi sono uguali se si fa la volontà di Dio… Oppure a magnificare le proprietà della scopa, efficacissimo antidoto contro la superbia. Sai, sono sicuro che a quei tempi, se tu avessi baciato un lebbroso, avresti fatto meno impressione.

Soprattutto durante il periodo del Noviziato, caratterizzato dallo svolgimento dei mestieri più umili allo scopo di temprare lo spirito e misurarsi con se stessi prima di votarsi all’ospitalità, voto che chiede una disponibilità al malato fino all’eroismo, gli strumenti di lavoro erano principalmente: pitali da svuotare, sputacchiere dei malati da pulire, allora molto in uso per via della TBC, urina, feci, biancheria sporca, scopa, segatura bagnata e molto olio di gomito…

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Dopo la Professione Religiosa, tra il periodo che hai trascorso a letto e le ripetute convalescenze ( Gorizia, Torrino dalla zia Maria…) il tempo è volato così in fretta che non è stato possibile vedere l’erompere del seme sepolto nel buio del terreno e sprigionare la sua vitalità. Tra la durata della tua silenziosa incubazione nel mistero di Dio e quello della efflorescenza, non t’è stato concesso di vivere la tua primavera di frate. Il tuo Signore s’è affrettato a coglierti come una rosa ancora in bocciolo al primo sole della nuova stagione.

Lì per lì, in convento è sembrato a tutti che la tua vicenda umana, in quel primo di maggio 1930, fosse chiusa per sempre. Ma l’occhio vigile ed il cuore attento sanno che sotto l’immobilità, Dio prepara nuove fioriture, primavere ed estati che mi sembra di notare tutt’ora in corso. A tener viva la tua memoria, più che i confratelli, forse sono stati all’inizio i tuoi compaesani che non avevano dimenticato il loro medico condotto sempre disponibile, pio, buono, bravo, generoso e caritatevole con tutti.

Dai segnali che emanano dalla tua tomba, visto che sei figlio del nostro tempo, sembra che ti sia stato affidato un triplice incarico importante:

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Rinvigorire il tuo Ordine Religioso che, nella società dell’incertezza, va affannosamente cercando il suo ruolo nell’attuale sanità occidentale.

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Ai giovani che

  • si entusiasmano facilmente,
  • abbracciano i movimenti,
  • sembrano scoppiare di vitalità fisica
  • ma che si rivelano anche spiritualmente gracilissimi,
  • facile preda della depressione,
  • impreparati ad imporsi una disciplina del cuore, una temperanza di vita,
  • incapaci di compiere scelte audaci e durature…
  • l’incombenza di indicare la strada dell’ascolto, dell’interiorità profonda.

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La terza incombenza che hai è quella di continuare la tua attività ambulatoriale di medico che propone la giusta terapie per il corpo e lo spirito a coloro che si aspettano il miracolo di guarire.

Da te non arrivano indicazioni sul come ricreare gli ospedali, sulla “nuova ospitalità” di cui tanti parlano ed alcuni perfino provano a scrivere, non sempre con risultati eccellenti o intuizioni profetiche.

A scrutarti attentamente sembra che ogni rinnovamento, non possa passare che attraverso quello strano meccanismo di insignificanza e debolezza che è stata umanamente la tua vita religiosa. Altre apparenti scorciatoie, nonostante l’enfasi posta in alcuni slogan messi in circolazione e dibattuti dalle Commissioni, dai gruppi di lavoro, dalle tavole rotonde, rischiano di non portare da nessuna parte.

La Via della Croce non è stata percorsa al tavolino ma passo dopo passo, con le rispettive ripetute cadute. Forse dovremmo evitare di illuderci ed intestardirci in certe nostre visioni, perché “quel che nasce da carne è carne, e quel che nasce dallo Spirito, è Spirito” (Gv 3,6). La carne non sa generare Spirito, né lo Spirito produce carne. O per dirla con la prima ai Corinti, 2,13, alla psiche non si può chiedere di essere “pneuma”, né si può adattare il linguaggio psichico, forzandolo a esprimere realtà spirituali.

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Devo confessarti che, quando ti osserviamo attentamente con l’intenzione di imitarti — e questo mi è successo anche quand’ero più giovane — non so perché, ma mi scappa subito la voglia.

Invece lo so benissimo: è che sei vissuto in una tale comunione con Dio che ti ha condotto su una strada, neanche a farlo apposta, tutta in discesa. Solo che era quella della kenosis: un annientamento progressivo, uno svuotarti di ogni ricchezza umana della tua personalità, fino a ridurti a un cencio di ragazzo in balia della tisi. E, guarda caso, tutto il contrario della tua precedente vita di laico seriamente impegnato nella Chiesa locale, professionalmente ineccepibile, considerato ed apprezzato da tutti, non credenti compresi.

Nei tre anni di convento assistiamo a una tua riuscitissima parabola discendente invece che alla esplosione della tua poliedrica personalità e delle tue risorse umane. Il lavorio della Grazie è tutto interiore. Da fuori, a noi è dato di cogliere principalmente i tuoi limiti: gracile, malaticcio, inadatto alla fatica che t’imponi con sacrificio per non essere da meno degli altri. Sei medico ma ti fanno fare il cavadenti, senza un’esperienza maturata sul campo o, meglio, nelle fauci della gente. Il mio confidente ha insinuato persino che eri un po’ svaporato, assente…

Tra letto e convalescenza, tra febbri e brevi ingannevoli riprese, percepisci senza illusioni che la tua vita è segnata, come un giorno quella del Maestro. L’unica consolazione che ti viene offerta è di morire a trentatre anni come Lui.

Da confidenze di quel tempo, si viene a sapere che i religiosi tuoi confratelli si dividevano fondamentalmente in due grosse categorie: quelli che lavoravano tutta la vita e quelli che tutta la vita comandavano, indubbio lavoro anche questo. Solo che i secondi, smessa una carica, nel rispetto dei sacri canoni, ne assumevano un’altra, in attesa magari di riprendersi la precedente, animati sempre dallo spirito della rotazione.

Ricordo di aver letto tanti anni fa un libro scritto da un gesuita titolato ” La croce del comando”. Per carità, nulla da eccepire. Solo che a crederci che il comando fosse una croce, non ne ho trovati molti. Vogliamo sostenere che il comando è martirio? Bene: gli aspiranti c’erano, eccome! Per la “carriera” si sgomitava anche allora, si mettevano in atto fraterne congiure, si ingeneravano benevole rivalità, schieramenti, tendenze…un po’ com’è d’uso fare in politica. D’altra parte, colui che riusciva a salire sul treno aveva buone probabilità di non scendere più e di restare nel numero degli “eletti” per tanta parte della sua vita.

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Ho capito: stai dicendo che le mie sono esagerazioni. Siccome ai tuoi tempi non c’ero, riferisco per sentito dire. Ma se credi di farmi sputare anche nomi e cognomi, ti sbagli. Comunque, se a te questa smania non è passata neanche momentaneamente per il cervello, devi ritenerti uno fortunato.

Ma… non credere che la tua laurea ti avrebbe spalancato automaticamente le porte della carriera (volevo dire del servizio). No, no, avresti avuto il tuo bel da fare…Certamente qualcuno, più avveduto di te, avrebbe messo in circolazione dei validissimi e condivisibilissimi argomenti per emarginarti e toglierti dalla concorrenza. Sarebbe bastato insinuare: “Perché mai distogliere un medico dalla sua nobilissima arte e costringerlo per obbedienza a caricarsi di una croce pesante, fatta di amarezze, che può benissimo essere posta su altre spalle?!”. Dio che talvolta si fa prendere la mano dal nostro buon senso, ti ha evitato di entrare in lizza con la categoria. E noi, con te, gliene siamo grati.

Il tuo vivere in comunione con Dio ti ha portato al convento. Avresti voluto fare il prete, il gesuita, il francescano e, dopo ripetuti rifiuti, ti hanno accolto i Fatebenefratelli. Anche se dicevi e scrivevi sui tuoi taccuini che volevi fare solo la volontà di Dio, è deduzione logica però che avevi in animo anche di realizzare una vita d’impegno dichiaratamente apostolico.

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Però la tua strada ha preso un’altra piega. Il progetto di Dio è molto diverso dal tuo:

  • sei medico e devi farti curare,
  • sei infermiere per servire e devi essere servito…

Caro ragazzo, più che un intrepido giovane, pervaso dal sacro furore di servire il prossimo come il tuo fondatore S. Giovanni di Dio, mi sembri un agnello mansueto condotto al macello, segno evidente che Dio non ti voleva in Africa per dare il tuo sangue da missionario, come talvolta hai desiderato, ma ti chiedeva il “silenzioso martirio del cuore”, umanamente frustrato in ogni sua anche più nobile aspirazione.

Ti è costato assai, Riccardo, dimmi la verità. E’ che adesso noi passiamo sopra a questi aspetti che fatichiamo a percepire, portati come siamo a cogliere la serenità che promana dal tuo sguardo. Così, tutto ciò che ti è successo, per noi è ovvio, facile, naturale: cosa vuoi mai che sia saper di dover morire a trent’anni!

Ho chiacchierato tanto ma non ti ho ancora espresso il vero motivo di questa mia lettera. Per rendere credibile la tua santità in questi anni sei stato sottoposto a tanti processi canonici e hai dovuto fare miracoli. Ma io sono convinto che quel martirio del cuore solo ora comincerà a dare i suoi frutti e tu sarai l’ispiratore ed il direttore dei “restauri” in atto nella tua grande famiglia religiosa ospedaliera e nella Chiesa. In fondo, sei l’unico medico-religioso-santo della sua storia secolare.

Oggi tu, il più inesperto di vita conventuale, (tre anni, ma se se togliamo la malattia e le convalescenze, si scende ulteriormente), sei chiamato a parlarci del convento, prima che dell’ospedale moderno e umanizzato che sognano tutti; a chiarirci punti che sembrerebbero scontati ma che, disattesi, mettono in crisi tutto il meccanismo.

Prometti di fare questo pezzo di strada con noi?

Grazie, Fra Riccardo, per aver accettato l’invito. Dunque, senza tanti preamboli, con la mia relazione introduttiva, apro subito i lavori sul tema all’ordine del giorno: ” Il Convento e la Comunità terapeutica”. A te affiderò la sintesi finale.

Il tuo amico di sempre.

SAN RICCARDO PAMPURI – SARO’ LA TUA INFERMIERA – Anglo Nocent

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SARÒ LA TUA INFERMIERA

Di Angelo Nocent

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LA LETTERA SCRITTA DA “LUCIA“  A FRA RICCARDO  DOPO IL SUO FUNERALE E MAI GIUNTA IN CIELO. O FORSE SI’ 

Carissimo Erminio,

                            dopo l’esperienza odierna, così struggente e carica di mistero, permettimi di aprirti  la mia anima profondamente addolorata.

Questa sera in casa mia, a cena, non s’è parlato altro che di te, del funerale così imponente riservato al Dr. Pampuri, l’amato da ogni ceto sociale.

Papà che vede le cose a modo suo, non ha risparmiato la battutina: “Faceva meglio a starsene qui. Che, se voleva far del bene, le occasioni  non gli mancavano…Cosa gli è saltato in mente  di andare in convento…per finire cosi!” Povero papà. Come lo capisco! In fondo, sono le stesse cose che ho sempre pensato io per prima, mia madre e tutta la gente di qui.

La mamma ascoltava in silenzio, intervenendo a monosillabi e con qualche domanda posta per sviare il discorso, attenta com’era a evitare che si riaprissero nel mio cuore ferite mai del tutto rimarginate. 

Non so dove sei stato esattamente in questi ultimi tre anni. Me lo sono chiesto tante volte ma da chi avrei potuto avere tue notizie, senza il timore che mi si leggesse in faccia il segreto inconfessabile?  La voce è subito girata quando sei sparito dalla circolazione per andare in convento. Lo immagino un luogo punteggiato di solitudine, di umiliazioni e rinunce. A guardare dal risultato, anche di agonia, di morte. 

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Un brivido mi percorre la schiena in questo momento. Non oso immaginare come avrai trascorso le tue ultime ore. Ho saputo che eri stato trasferito e ricoverato a Milano. Dio sa cos’avrei pagato per esserti vicino, rendermi utile, asciugarti la fronte, inumidirti le labbra, girarti il cuscino… 

A guardar bene, Erminio, qualcosa ci accomuna: entrambi abbiamo assaporato la tribolazione, conosciuto l’amarezza di certi abbandoni, anche se i miei diversi dai tuoi. Non sono proprio tanto sicura che il tuo Amato nelle giornate di sofferenza e di pena, sia rimasto accanto al tuo letto notte e giorno a coprirti di attenzioni come avrei fatto io. 

In questa mia pretesa competizione con Lui , non so come mi giudicherai. Forse mi prenderai per una donna  che non sa cosa dice, pervasa da “debolezze femminili”. Oh, se avessi almeno potuto avvicinarmi a te, questa mattina, chinarmi sulle tue spoglie, afferrare per la prima volta la tua mano gelida e gridarti “Talità Kum”! Sarebbe stato sbalorditivo vederti riaprire gl’occhi, riavere il tuo amabile sorriso. 

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Interno della chiesa di Trivolzio dove furono eseguite le esequie.

Durante la Messa ho avuto per un attimo la certezza che il giorno del riscatto verrà e sarai proprio tu a organizzarmi una festa in Paradiso, dove tutti sapranno del mio amore che non hai corrisposto, per via di un Altro, Indicibile Amore. La tua piccola Lucia solo allora potrà finalmente capire, perdonare, abbracciarti e baciarti, amore mio caro, il più innamorato di Dio di tutto il Pavese. 

Tu non  hai giocato a fare l’uomo, lo sei stato fino in fondo. Fatico a comprendere che l’ora della tua apoteosi coincida con la tua morte. E’ difficile accettare la logica di Dio. Eppure questa tua sconfitta sembra includere un segreto affascinante, appena intuibile ma che io non so esprimere in parole. E’ la percezione avvertita da tutta la gente venuta per l’ultimo saluto. 

Spero ti sia accorto che nell’interminabile corteo  che da Torrino si muoveva in direzione della Parrocchiale di Trivulzio c’ero anch’io. Sì, c’ ero. E non sarei potuta mancare per nessuna ragione al mondo. Avevo sognato l’abito bianco da sposa e mi sono ritrovata vestita di lutto, con un nodo soffocante alla gola.

Tu non sai che in questi anni, dopo la tua che mi mandava a dire della scelta irrevocabile di voler cercare Dio, Lui solo desiderare, Lui solo amare, ero stata incapace di rivelare i sentimenti repressi nella mia anima.

Non ho mai pianto come oggi in vita mia. Esaurite le lacrime e la commozione, se questa sera ho deciso di scriverti, è per alleggerire il mio spirito che fatica doppiamente a rassegnarsi, ora che non sei più tra noi. Almeno fossi segregato in un qualche convento del mondo! No. Morto. 

Oggi la mia vita è stata profondamente sconvolta da mille interrogativi. 

xiistazioneviacrucis.jpgEro lì, presso la bara, confusa tra la gente, sul lato destro della navata, sotto la dodicesima stazione della Via Crucis. Coperto dal velo nero di pizzo, il più bello che avevo, il mio viso di giovane donna innamorata era solcato da lacrime che si riservano soltanto agli affetti perduti, agli amori venuti meno. Sui volti della gente, mestizia. Sul mio, i segni di un tragico destino.

Tutti avevano lo sguardo puntato sulla tua bara. Solo il mio era perso nel vuoto.

Spero nessuno se ne sia accorto, perché io ho l’impressione di aver parlato ad alta voce lungamente con te mentre le melodie gregoriane si fondevano con il fumo dell’incenso, avvolgendo l’assemblea orante che passava dal  Requiem al Dies Irae, dal Libera me, Domine, al Sub venite sancti Dei, all’ In Paradisum, al Requiescat in pace. Amen… 

No, io non cantavo in latino, piangevo nella lingua materna, con parole strazianti che solo l’amore fa pronunciare in certi momenti. 

Ti dicevo: “Erminio mio, ti sei almeno accorto che sono qui, fra la gente? Mi vedi? Mi senti? E non mi dici nulla?” 

Poi mi rivolgevo a Dio: “perché, perché, Signore? Non ti accorgi che ce lo stiamo chiedendo tutti? Ma da Te la risposta non viene. E fai bene a stare in silenzio. Che giustificazioni vorresti portare?”

Sentivo l’impotenza della mia protesta e mi pesava. Mentre il cuore ti diceva : “addio, fra Riccardo, riposa in pace”, con le labbra gridavo: “Non è giusto però…”.

Non chiedo a Dio di farmi comprendere la Sua logica perché noi guardiamo alla vita da altezze diverse e io non potrei mai raggiungere le Sue. Però mi verrebbe voglia di chiederGli un grande favore: di mettermi almeno nel cuore tanta nostalgia di futuro e di accogliere le mie proteste come tentativo di dialogare con Lui, prima di accettare le Sue posizioni.

Come vedi, la mia mente in ebollizione è piena di contraddizioni.

Ho capito giusto? Stai dicendomi di piangere perché è umano ma di guardare a Cristo che è risurrezione e vita? Tu non cambierai mai. La tua fede è incrollabile.

Davanti alla burrasca delle sicurezze che si sfaldano, al turbine degli ideali che si spengono, davanti ad una morte così assurda, inutile, come la tua, che cosa fa Lui? Dorme.

Non Gl’importa che tu sia morto? Non sente le nostre grida di aiuto?

So di parlare il linguaggio degli egoisti. T’avesse lasciato qui tra noi, a fare il bene in convento, avrei ancora potuto capire, accettare. Ma stroncarti così! Che senso ha? Che significato può avere questa morte disumana che non sa rispettare neanche  la regola così nota in natura di falciare il grano quando è maturo?

Scusami, Riccardo. Forse il mio parlare insensato ti ferisce. Ma non resistevo più dal cantarGliele in faccia. Almeno una volta. Sì, proprio lì, davanti al Sacramento.

Sai, mentre mi sfogavo, girando la testa, m’è caduto l’occhio sul quadro appeso alla mia destra. Dodicesima stazione: Gesù muore in croce. Trentatre anni anche Lui come te. E sua Madre lì, sotto la croce. Colei che ha rivestito di umanità il suo Creatore, non ha parole di rimprovero come me, verso l’Eterno. Piange anche lei, scossa, impietrita dal dolore per un Figlio brutalmente ucciso.

Avessi anch’io uno scampolo della sua fede, della sua materna tenerezza!

Quel giorno non era lì a rimproverare il Cielo, ma a sostenere il Figlio nella prova atroce. Vuol dire avere una fede grande come il mondo. Ne avessi un briciolo di quella sua, non starei qui a piangerti sconsolata e, ciò che fa maggiormente pena, senza alcun diritto su di te. Infatti, che cosa rappresento io  per te? Nulla, so bene. E allora…?

Allora, Riccardo, aiutami. E, se puoi, dammi il coraggio di non volgermi indietro alla ricerca di certezze perdute per strada. Erminio, ora che posso osare senza timore alcuno, ti dico qui, davanti al quadro della Madonna: amami, perché ti amo.

E se Dio s’incontrasse nel niente, ossia là dove non ci sono più cose cui aggrapparsi?

Anche a me, ora che è scomparso l’oggetto amato, resta soltanto il “niente”.

Che non possa anch’io trovare finalmente Dio?

E se il Lui fosse racchiusa la bellezza di tutte le donne, il sapore di tutte le frutta e l’ebbrezza di tutti i vini, la dolcezza e l’amarezza di tutti gli amori della terra?

Se così fosse, provare una goccia soltanto di Dio, vorrebbe dire impazzire. Per sempre, come il mio Erminio. 

A te è successo proprio così: forse avevi provato una goccia soltanto di questa felicità. Da quel momento non hai potuto continuare la stessa vita di sempre. Per Lui hai cominciato a fare pazzie. Amarlo è stata l’unica ragione della tua esistenza. 

Se è così, fra Riccardo, ti prego, insegnami ad amare come hai amato tu.

Quelle parole latine che risuonavano nella chiesa mentre veniva incensata la tua bara, continuano a riecheggiarmi: “Qui vivit et credit in me non morietur in aeternum”. 

Perché dicono con ostinazione che non sei morto? Che il vero morto non sia proprio io stessa quando nutro per te soltanto lacrime prive di speranza?

sanriccardopampurinellalucedidio1.jpgRicordati di me ora che sei nel Suo Regno, affinché la mia anima trovi finalmente in te la Sua pace, nel tuo esempio il coraggio di essere donna.

Mi stai sorridendo?

Sei proprio tu?

E’ il tuo primo miracolo?

Mi vuoi donna di fede, vero?

E allora no, non prego perché tu riposi in pace. Prego perché tu resti sveglio, attivo come ha promesso di esserlo dal Cielo la tua ammirata Teresa di Gesù Bambino.

Di te noi abbiamo ancora bisogno. Ti prometto di non singhiozzare più se ti impegni ad assecondare una richiesta che non è soltanto mia ma di tutta la tua gente: devi riaprire l’ambulatorio. Dimmi di sì, almeno una volta.  

Dove? Ma proprio qui a Trivolzio è il luogo ideale. Vedrai che afflusso di gente!

Cos’hai capito? Non l’ambulatorio dentistico, per carità! Un ambulatorio polispecialistico per ogni patologia del corpo e dello spirito, per problemi di cuore, di soldi, di vita…

No, non hai capito male.  Medico, frate e per giunta anche santo, come tutti sostengono, queste nostre miserie fisiche e morali, tutte le nostre vere o presunte paure, ti riguardano in prima persona. Anzi, più ancora di prima.

Non devi preoccuparti. Sai che puoi contare su di me. Sì, perché io sarò finalmente la tua infermiera che si occuperà del front office, di evadere le richieste telefoniche, sbrigare la corrispondenza, gestire le prenotazioni, movimentare i pazienti che chiedono grazie, guarigioni, assistenza…

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Come al solito, anche questa volta Riccardo non ha risposto direttamente. Del resto, proprio per via dell’incerto indirizzo, la lettera non è mai stata spedita. Egli ha preferito che Lucia lo raggiungesse in Cielo e che maturassero i tempi. Ma non ha respinto la proposta che gli era giunta lo stesso per le vie misteriose dell’etere. Anzi, insieme hanno brigato con il “Principale” per ottenere il benestare  che, finalmente è stato concesso.

Ora l’Ambulatorio della Speranza, in quel di Trivolzio è attivo e perfino superaffollato per via dell’assistenza gratuita, assicurata agli afflitti ed angosciati di ogni provenienza e ceto sociale. E Lucia, la cui preghiera è stata esaudita, è collaboratrice attiva e molto discreta.

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Corriere della Sera

La «piccola Lourdes» del frate medico

 

L’ ultimo miracolo di san Riccardo: portare migliaia di pellegrini aTrivolzio, nel Pavese. Fu respinto da Francescani e Gesuiti. « Aiutami tu » e i malati guarirono

 

TRIVOLZIO (Pavia) – Un paesino fra le risaie e i campi di grano. Poco più di mille anime in due file di case che iniziano con la chiesa e finiscono col cimitero. Anime sempre più vecchie, l’ ultima volta il vescovo ha cresimato solo tre bambini. Anime spaventate e trincerate dietro porte sbarrate che si riaprono dopo il tramonto, quando ciò che è rimasto della gioventù di Trivolzio torna da Milano e Pavia, dove è andato a lavorare. Il municipio, la posta, la scuola elementare, la chiesa, l’ oratorio, un bar, un fornaio, un negozio di alimentari; ma neanche una banca o una trattoria.

Collegamenti, disordinati e sparuti: «Se abbiamo bisogno di spostarci, andiamo tutti in macchina»; e per beccare un pullman, un chilometro a piedi fino al bivio della provinciale Bereguardo-Milano. Come sfondo, l’ ininterrotto rombo dell’ autostrada per Genova; e quella sempiterna foschia che lascia intuire la presenza del Ticino, al di là delle barriere di pioppi di un verde scuro e compatto. A

metà della via principale, fra l’ insegna «Eleonora e Laura acconciature unisex» e una casa con due piani di tapparelle sbarrate, sopra il negozio di abiti «Gazebo», una targa di marmo ricorda che il 2 agosto 1897 qui venne al mondo Erminio Filippo Pampuri: medico, frate dell’ ordine ospedaliero Fatebenefratelli col nome di fra Riccardo, dal 1989 diventato santo. «Il Pampuri che a Trivolzio non ha mai fatto miracoli, però ci fa tanti favori», racconta l’ accorata insegnante elementare in pensione che vive al «bivio» per Bereguardo dove, dopo la morte del fratello, fin quando ha potuto ha fatto anche la benzinaia. E per «favori» intende la soluzione degli inevitabili e quotidiani inconvenienti che possono sconvolgere e avvelenare la vita: problemi di salute, malintesi familiari, dissidi coniugali, figli ingrati.

E intanto, quasi di malumore, Trivolzio vive l’ invasione dei pullman e delle auto che di sabato e domenica accorrono alla chiesa parrocchiale dei santi Cornelio e Cipriano per pregare e chieder grazie davanti all’ urna contenente il corpo mummificato del fraticello in sandali e saio di cui, neanche a scavare con tutta la buona volontà, a parte i miracoli, si troverebbe alcunché di clamoroso: «Una vita qualunque, una vita come tante altre» dice il parroco don Angelo Beretta. «La mia mamma l’ ha tenuto tante volte sulle ginocchia, era un bambino come tutti gli altri» afferma anche la maestra in pensione.

Anche un po’ birichino, a guardare le pagelle di quando frequentava il ginnasio Manzoni a Milano: rimandato a ottobre con 5 in latino e italiano, 4 in geografia e matematica a causa, secondo le testimonianze, delle distrazioni che incontrava lungo la strada. Chi se lo sarebbe aspettato.

Invece, «io devo seguire la chiamata di Dio, io devo farmi santo», aveva detto alla zia Maria Campari, che lo supplicava di rinunciare a farsi frate: «Un così bravo dottore nella condotta di Morimondo, e di salute così fragile». Infatti, il medico frate muore di tisi a 33 anni, in una stanzetta dell’ ospedale san Giuseppe di Milano: una mano stretta intorno al crocefisso; l’ altra fra quelle della zia che, dopo la morte della madre, lo aveva cresciuto come un figlio nella sua ricca casa nella campagna di Torrino.

Sono le dieci e mezzo di sera del 29 aprile 1930, e nonostante la «santa morte» i confratelli lo seppelliscono di corsa nel cimitero di Trivolzio: «Avevano paura che infettasse l’ ospedale, gli hanno bruciato persino i vestiti» racconta don Angelo. Il medico condotto che si era fatto frate in età già adulta rimane sepolto nel suo paese fino al 1951.

Intanto, il custode del cimitero va a lamentarsi col parroco don Mario Gandolfi perché la gente si porta a casa la terra della sua tomba: spalmata su una piaga o una parte dolente del corpo, quando non guarisce, almeno lenisce; in una donna, svanisce come per incanto la sterilità; il neonato, dato per moribondo, torna alla vita; la moglie si riappacifica col marito; il ragazzo timido trova la morosa che diventerà sua sposa.

Basta questo per fare, del caritatevole frate, un santo ufficiale? «I primi a muovere le acque sono stati « i Fatebenefratelli » – racconta don Angelo -: dopo Giovanni di Dio, non avevano un santo». Nel 1949, l’ arcivescovo di Milano, il cardinale Ildefonso Schuster, avvia il processo di canonizzazione.

Nel 1981, Pampuri entra nella schiera dei Beati. Il primo giorno di novembre del 1989, Papa Giovanni Paolo II lo proclama santo.

Trivolzio è in festa. È andata in massa in Piazza San Pietro e accende candele alle spoglie di fra Riccardo, trasportato nella chiesa del paese dopo che, per testardaggine dell’ allora arciprete don Mario Gandolfi, è stato sottratto ai Fatebenefratelli, che vorrebbero portarselo a Milano.

Fra i parrocchiani, una devozione saltuaria, discreta, ma niente di più. Poi, all’ improvviso, cominciano ad arrivare i pellegrinaggi organizzati; dalla provincia, dalla Lombardia, da ogni parte d’ Italia; e poi dalla Spagna, persino dall’ America. Arrivano sempre più numerosi. In pullman, in auto.

Il sabato e la domenica, assistono alla messa solenne, fanno la comunione, ricevono la benedizione con la reliquia (un frammento osseo), chiedendo di toccarla e baciarla. Prima di ripartire lasciano, ai piedi dell’ urna, un loro pensiero, la richiesta della grazia che sperano di ottenere, il ringraziamento per averla ricevuta. Dice il parroco: «Se, fino a poco fa, un registro mi durava un anno, ora ne riempio anche 30 o 40».

I pellegrini chiedono al santo Pampuri il suo intervento per malattie gravi, affidano la famiglia alla sua protezione, lo implorano perché illumini soprattutto i figli. E poi ringraziano, per infiniti motivi: «Grazie perché adesso ho una casa», è una delle testimonianze di ottobre. «L’ arrivo sempre più numeroso dei pellegrini in un paesello sperduto, privo di un qualsiasi posto dove rifocillarsi dopo un viaggio a digiuno e sterminate preghiere, è il « terzo miracolo »» dice il parroco tutto contento. Nella trasmissione televisiva «Miracoli», un giornalista racconta alcuni prodigi compiuti da san Riccardo. Don Giussani, padre fondatore di Comunione e liberazione, arriva qui con un gruppo di giovani.

Sono affascinati da questa breve vita condotta nella preghiera, nella carità, nella dedizione al prossimo. Ne parlano e ne scrivono, al meeting di Rimini raccontano le loro esperienze, lo scelgono perché protegga i loro studi e li aiuti a trovare la sposa e lo sposo «giusti».

Molti vengono a sposarsi qui. Portandosi dietro vagonate di giovani, parenti, insegnanti. «Quasi tutte le domeniche arrivano i pullman di quelli di Comunione e liberazione», racconta infastidita la maestra elementare in pensione. Non le va bene che Cl si sia praticamente appropriata del loro santo: «Frate Riccardo è di tutti, ma soprattutto di quelli che ne hanno più bisogno». «Neanch’ io sono di Cl – afferma con un mezzo sorriso don Beretta -: ma non posso dimenticare che sono stati loro a passare la parola; è grazie a loro che Trivolzio è diventata « la piccola Lourdes »». I

ntanto, con le offerte, ha comprato la grande e malandata cascina di fianco alla chiesa per farne un luogo d’ accoglienza per i pellegrini e un negozio per i ricordi: «Per il momento, non vendo niente. In chiesa ci sono candele, alcuni piccoli oggetti, i libri delle biografie e dei miracoli, i santini: non c’ è scritto il prezzo, i devoti possono dare ciò che possono. Ieri, è venuta una donna per ringraziare fra Riccardo di averle tirato fuori di prigione il marito, aveva solo un euro».

I meridionali si portano via per ricordo soprattutto un piccolo busto del santo in gesso o metallo brunito. Quelli del Nord preferiscono un rosario con l’ effigie incisa su una medaglietta accanto a quella della Madonna. In tempo di messa, sabato e domenica, i pellegrini sono tanti che occorre un altoparlante sul sagrato.

Almeno per il momento, Trivolzio non specula, non fa mercato, non ha aperto neanche un’ osteria. Nella terra del riso, non ha ancora pensato a confezionarne sacchetti col ritratto del medico santo, come è stato fatto sulle candele. Solo da poco è arrivato un contadino che, la domenica, si mette di fianco al sagrato e vende il miele. Il parroco: fino a poco tempo fa un registro mi durava un anno, ora ne riempio anche 30 o 40

Morto nel 1930 a soli 33 anni, è stato santificato da Giovanni Paolo II nel 1989

Nato nel 1897 a Trivolzio (nella foto, la chiesa), decimo di 11 fratelli, figlio di un oste, orfano di madre, Erminio Filippo Pampuri è allevato dalla zia materna e da suo marito Carlo Campari, medico condotto di Trivolzio. Pessimo studente a Milano, frequenta invece con profitto il liceo Foscolo di Pavia. I

scritto alla facoltà di Medicina, nel 1917 parte per la guerra. Al ritorno, diventa punto di riferimento per gli studenti cattolici. Il 6 luglio 1921 si laurea col massimo dei voti e diventa terziario francescano, poi medico condotto a Morimondo. Amato per la dedizione ai malati, in pieno regime fascista fonda il circolo di Azione cattolica Pio X, sottraendo i giovani del paese ai circoli mussoliniani che, per non lasciarlo dormire, aprono una sala da ballo sopra la sua casa.

Dopo sei anni di lavoro, la vocazione lo porta a farsi frate. Respinto da Francescani e Gesuiti per la sua fragile salute, entra nell’ ordine ospedaliero dei Fatebenefratelli con il nome di frate Riccardo. «Aiutami tu», e i malati guariron.

Nel 1959, l’ architetto milanese Ferdinando Michelini, reduce dal lager di Ravensbruck e da allora sofferente di gravi disturbi gastrici, è colpito da occlusione intestinale. Ricoverato all’ ospedale San Giuseppe, dove aveva dipinto alcuni quadri raffiguranti frate Riccardo, è operato d’ urgenza e dato per spacciato. Il moribondo si affida al frate. La mattina dopo si sveglia gridando: «Ho fame».

Da quel momento, per grazia ricevuta, si trasferisce in Africa, dove si dedica al bene degli altri.

Il 4 gennaio 1982 Manolo Cifuentes Rodenas, 10 anni, mentre sposta il ramo di un mandorlo ad Alcadozo, in Spagna, si ferisce all’ occhio sinistro. In ospedale la ferita è giudicata gravissima. Il padre applica sull’ occhio una placchetta di metallo con la scritta «dai vestiti di fra Riccardo Pampuri, servo di Dio». Padre e figlio pregano lo sconosciuto italiano: lo credono già santo. Il mattino dopo, Manolo si sveglia guarito (nella foto, il santino che ricorda il miracolo).

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LA PAROLA NEL CUORE LA BIBBIA NELLO ZAINO – Angelo Nocent

LA PAROLA NEL CUORE

LA BIBBIA NELLO ZAINO

 

SAN RICCARDO PAMPURI

 Medico Chirurgo dei Fatebenefratelli 

UNA  GIOVANE VITA IN ASCOLTO

PIENAMENTE SOTTOMESSA ALLA PAROLA

LAMPADA DEL SUO CAMMINO

« …Conservo nel mio cuore le tue istruzioni ».

(Sal 119, 11)

« Maria, da parte sua,  custodiva quelle sue parole e se le ripeteva dentro ». 

(Lc 2,19).

Di Angelo Nocent

PREFAZIONE  

Oggi, 24 ottobre 2003, festa di San Raffaele Arcangelo, se fosse ancora in vita, San Riccardo Pampuri festeggerebbe il 75° anniversario di professione religiosa. E’ certamente un  traguardo difficilmente raggiungibile dai comuni mortali ma noi, trattandosi di un santo, abbiamo tutto il diritto di festeggiare. Farne memoria è come fermarsi ad una sorgente di montagna e dissetarsi: aiuta a riprendere fiato e più  speditamente il cammino. 

Il Prof. Fernando Michelini, reduce dal campo di concentramento nell’ultima guerra,  e il bambino di fiaco, sono i miracolati da San Riccardo Pampuri. Con Giovanni Paolo II nel giorno della canonizzazione. Pittore e architetto, ha costruito ed affrescato chiese e ospedali in Africa e in Terra Santa, sempre gratuitamente. E’ deceduto a 91 anni.  FERNANDO MICHELINI

SAN RICCARDO PAMPURI MEDICO INTERCESSORE – PRONTO SOCCORSO

Se per i credenti la sua è ancora una presenza operosa nella Comunione dei Santi, oltre che fulgida nella gloria degli altari, per tutti egli è una testimonianza di fede, giovane, stimolante e singolare, vissuta in un’epoca storica assai controversa. 

Devo ammettere che il motivo di questa fatica va oltre la ricorrenza: deriva da una certa delusione provata leggendo alcune  agiografie in circolazione. Purtroppo, c’è una tendenza  a non  staccarsi mai dalla riva, ossia dall’ esaltare aspetti della sua vita che, proprio perché non sono né clamorosi né enfatizzabili, portano logicamente a chiedersi come abbia potuto raggiungere la gloria degli altari, a domandarsi in che cosa consista la sua vera santità. 

Pesco casualmente in internet: 

  • La vita di san Pampuri è esemplare in tal senso. Visse in assoluta semplicità, in un modo senza dubbio paragonabile a quello di un contadino o di un medico di campagna, che nessuno conosceva, noto solo per la bontà e la generosità con cui trattava gli ammalati.

  • Trascorse gli ultimi tre anni della sua vita ritirato in un convento nascosto agli occhi del mondo. Lo spettacolo di san Pampuri è questo dimostrarsi della potenza di Dio nella semplicità più assoluta.

  • «Il santo semplice» è il titolo di un saggio di Laura Cioni su fra’ Riccardo;

  • L’eroica semplicità di san Pampuri traspare anche da un altro bel saggio, quello di Rino Cammilleri.

  • Nella vita di san Pampuri, per l’appartenenza a Cristo, il quotidiano diventava eroico e l’eroico quotidiano. Per questo egli è specialmente indicato ad essere spettacolo e forma di vita cristiana per l’oggi”

Proprio perché queste conclusioni mi sembravano semplificatrici, anch’io mi sono posto la domanda: chi è Erminio Filippo Riccardo Pampuri?

Deciso a trovare una risposta più soddisfacente, ho iniziato la  ricerca, scoprendo subito che  Riccardo nasce proprio  nello stesso anno in cui muore Teresa di Lisieu (1897).

Coincidenza? Forse. O magari la continuità, al maschile, della spiritualità della santa. La lettera che scrive durante il noviziato alla sorella suor Longina, missionaria al Cairo me lo fa presagire: 

“Mia carissima Sorella,  grazie della tua ultima lettera e delle tue fervide esortazioni: far sempre la volontà del Signore nell’esatto adempimento dei propri doveri, e in una lotta perseverante, generosa contro le proprie cattive inclinazioni con gli occhi fissi in Dio, nostra ultima meta e Bene supremo, in Gesù nostro modello Divino, sempre più avanzare nella via della perfezione: crescere sotto l’occhio di Dio, questo dovrebbe veramente essere il mio programma, ed in esso dovrei trovare indubbiamente il più grande contento dell’anima e la più grande pace dello spirito. Quando infatti ho perso il bene di tale gaudio e di tale pace, se non forse quando nella mia vita ho perso di vista tale suprema meta e mi sono allontanato da così sicura via? 

Gesù Bambino mi insegnerà e mi aiuterà ad accettare e portare almeno con serena rassegnazione, se non con gioia, quelle croci che Egli vorrà permettere o mandare e mi aiuterà pure ad avere sempre viscere di fraterna carità per coloro che nelle Sue mani potranno essere direttamente o indirettamente di tali croci lo strumento provvidenziale. 

Il Signore non mancherà di compiere l’opera sua, e di mano in mano che riuscirò a diventare un sempre più buon frate vedrò anche sempre più risplendere in me quella gioia, quel gaudio e quella pace che con tanto amore mi auguri e che di tutto cuore auguro a te pure nella sovrabbondanza delle benedizioni di Dio, soprattutto in queste feste del Santo Natale in cui tutta la Chiesa, anzi tutto il mondo, esulta di riconoscenza e d’amore per il Verbo Divino fattosi per noi uomo come noi, e si è caricato di tutte le nostre iniquità, per fare noi tutti simili a Lui, come Lui figli di Dio qui nella Grazia e nella fede viva, e poi per sempre nel godimento perfetto della sua infinita carità.  

Sempre a te unito nel Cuore Sacratissimo di Gesù Bambino coi miei migliori auguri ti saluto.

Brescia, 9 dicembre 1928

Aff.mo fratello  Fra Riccardo                  

 Non meno significativa è la seguente:  

Per qualsiasi prova o croce non dovremo però mai perdere quella santa pace e tranquillità che ci viene dalla grazia di Dio e dal nostro pieno e filiale abbandono a Lui, e possibilmente non dovremo perdere nemmeno quella sana allegria che rende più leggero il peso dei quotidiani doveri, e più gradita e giovevole la compagnia nostra agli altri. Quale grave torto faremo a Nostro Signore se dovessimo servirlo con una spanna di broncio!” (al nipote — 27 Ottobre 1928)  

La ricorrenza è un buon pretesto per ricordare questo “contemporaneo” dal fascino particolare. La sua è una breve esistenza ma “donata” a Dio e al prossimo. La gente non ha dimenticato e le nuove generazioni si rivolgono alla sua intercessione sempre più numerose. Lo dimostra la sua tomba visitata  da sempre nuovi pellegrini provenienti dall’Italia e dall’estero. E’ come se il santo medico a Trivolzio continuasse la sua attività ambulatoriale. Senza appuntamento ed esenti da ticket, i suoi pazienti si presentano per ottenere cure e guarigione. E’ un passaparola continuo di grazie ricevute che lui ogni giorno strappa al cuore di Dio. 

Entrambi, su fronti opposti —  la clausura, la gente, l’ospedale -  e con psicologie diverse, senza muovere un dito per sollecitare riforme ed aggiornamenti, hanno silenziosamente messo in discussione un certo tipo di vita religiosa, sia monastica che ecclesiale. Entrambi sono passati sulla scena del mondo inosservati e sottovalutati. Ma i risultati non si sono fatti attendere:    

  • lei, che solo dal 1915 al 1916 ha riempito la terra di quattro milioni di copie della sua autobiografia, canonizzata nel 1925, sarà considerata durante gli anni delle due guerre come amica e conforto di tanti devoti anche tra gli orrori delle trincee e dei campi di concentramento e verrà definita “la fanciulla più amata della terra”;  
  • lui, che muore a soli 33 anni e pur non avendo scritto un’autobiografia come Teresa, promette leale concorrenza alla giovane  carmelitana. Canonizzato nel 1989,  la sua fama è in quotidiano crescendo, su vasta scala, nazionale e internazionale. 

Che cosa sia l’ “eroica semplicità” io non lo so di preciso.  Temendo però le eroiche semplificazioni, me ne starò in guardia. Anche nella santità esiste il rischio di limitarsi a voler annusare il profumo che si espande per l’aria senza sollevare il coperchio per vedere cosa bolle in pentola. Gesù, il Maestro, non insegna a  procedere solo con l’olfatto; dice piuttosto: “Venite e vedete”, oppure: “Tommaso, metti il dito, tocca…” 

Don Giussani, a proposito del Pampuri, è intervenuto al meeting di Rimini in questi termini: “…Il santo è un uomo vero. Il santo è un vero uomo perché aderisce a Dio e quindi all’ideale per cui è stato costruito il suo cuore e di cui è costituito il suo destino. Eticamente tutto ciò significa “fare la volontà di Dio” dentro una umanità che rimane tale e pur diventa diversa» .  

Nella santità dell’ultimo secolo mi sembra sia accaduto  lo stesso fenomeno che si è verificato nel mondo della pittura. Renoir e company, tanto per citarne uno, hanno  un’intuizione nuova ed antica di vedere la realtà: essi la producono con  piccoli tratti di  colore, di chiaro-scuri accostati, di ombre e di luci, che provocano in definitiva una grande suggestione. La prima impressione è che si tratti di una pittura facile, di una strada accessibile a tutti. Solo chi ha provato a cimentarsi sa che non è vero.  

Come Teresa, pure Riccardo ha i suoi detrattori. Non mancano, anche nelle sfere della teologia, coloro che si domandano, perplessi,  se presentare la santità  in un modo che sembra facile, sorridente, familiare, così lontano dalla santità eroica, impossibile alla massa dei fedeli,  improvvisamente a portata di mano di tutti, nel quotidiano,  costituita di cose piccole, talvolta banali,  fatta di pazienza, di sopportazione,  vissuta in aridità interiore congiunta a fede illimitata,  non sia santità basata su un equivoco.   

Cosa dire? C’è modo e modo di presentare i fatti. Comunque, quando c’è il sospetto che certi comportamenti siano stati travisati e trasformati in pie sdolcinature,  le critiche e le ricostruzioni storiche ben vengano a rimettere ordine. 

Giova a tutti  comprendere meglio la profondità di certe esperienze  ed insegnamenti. Vale la pena però di ricordare ciò che un giorno scrisse Bernanos a proposito di insinuazioni su  Teresa:  

 “Il messaggio che questa santa porta al mondo è uno dei più misteriosi e dei più pressanti che esso abbia mai ricevuti. Il mondo sta morendo per mancanza di infanzia ed è proprio contro di essa che i semidei totalitari puntano i loro cannoni e i loro carri armati”.  

Riccardo  mi sembra la sperimentazione visibile e riuscita di questa preziosa eredità dell’ infanzia spirituale che non è sinonimo di immaturità. Il desiderio di Gesù non lascia dubbi: “Se non diventerete come questi bambini, non entrerete nel regno dei cileli. Teresa e Riccardo, fisicamente e spiritualmente giovani, sono portatori di un messaggio da  tramandare senza esitazioni  alle nuove generazioni, sofferenti dello stesso male denunciato dallo scrittore francese.

In una religione di segni, quale è la nostra, essi, più o meno consapevoli hanno fatto proprio il monito deigli antichi profeti d’Israele che, normalmente, sono molto chiari: prima viene il cuore e poi viene il segno della carne. Teresa e Riccardo sanno di essere nella Nuova Alleanza. Ma la novità in che cosa consiste?

Un passo indietro nei secoli con un esperto di Sacra Scrittura, il gesuita  Francesco Rossi De Gasperis: “Il tempio è distrutto, non c’è più! Non ci sono più i sacrifici, non ci sono più i segni, il popolo è portato in esilio. Se prendiamo Geremia ed Ezechiele che sono sacerdoti, essi non hanno mai esercitato l’ufficio sacerdotale perché sono in situazioni di estromissione o in esilio, sui fiumi di Babilonia. E ’ accaduta come una fine del mondo. Ma, proprio quando sembra che non resti più niente, c’è una presa di coscienza: resto io. E allora si scopre che è avvenuta semplicemente la fine di un mondo. Ora c’è un segno molto più eloquente: il luogo del culto è l’essere stesso dell’uomo e della donna, cioè l’essere umano”.

E’ davvero curioso: Teresa e Riccardo faticano tanto per raggiungere il traguardo della “vocazione religiosa”. Per poi rendersi conto che non è questione di essere carmelitano, gesuita o francescano. La vocazione vera è un’altra: io sono chiamato a essere me stesso come partner di Dio.

Qualcuno può storcere il naso. Non sto negando la validità della consacrazione, anzi!  Ma proviamo a riflettere: se uno fosse in grado di togliermi tutto, cosa mi resterebbe? Io credo che, se anche mi si togliesse tutto, io ci sarei; ci sarebbe il mio corpo. Ecco la grande scoperta, essenziale nel culto di Dio: il mio corpo!

Ma non perché è pulito, degno, ma perché è il segno, il sacramento della mia fede. Il colmo dei colmi sta proprio qui: sia il giovane corpo di Teresa che il giovane corpo di Riccardo, fanno acqua da tutte le parti. Una donna e un uomo, giovani, con grandi aspirazioni, esiliati nello squallore di una fragile carcassa in preda al medesimo morbo, la tisi, destinati a misurarsi con una progressiva impotenza. Ed in questo contesto nasce il loro sacerdozio. Non ministeriale, s’intende.

Eresia? No, no, nulla di eretico. Solo una constatazione analogica  con il sacerdozio di Cristo. Per capire è opportuno aprie una parentesi per una  breve riflessione biblica  che meriterebbe più spazio ma già così permetterà di leggere con un diverso spirito i capitoli successivi.

Il p.De Gasperis dice che è proprio “da qui che nasce il sacerdozio di Gesù, perché Gesù si è trovato esattamente in una situazione di esilio. Lo dice la lettera agli Ebrei:

  • Gesù non era sacerdote e nemmeno poteva esserlo, perché apparteneva alla tribù di Giuda; poteva essere un re deposto, caduto in miseria;

  • Giuseppe non lo era, era infatti un artigiano, non un miserabile certamente e suo figlio era un artigiano, forse un falegname o un fabbro. Quindi un re decaduto, ma certamente non un sacerdote.

  • Gesù non è mai entrato nell’atrio del sacerdote nel tempio di Gerusalemme; non ha mai offerto un sacrificio nel tempio di Gerusalemme. Forse ha portato degli animali, dei piccioni con i genitori o con i discepoli, ma certamente non ha mai esercitato l’ufficio sacerdotale nel suo tempio!

Perché? Gesù che cosa ha  voluto  dire?  Ce lo spiega la lettera agli Ebrei al capitolo  decimo!

Per mezzo di quei sacrifici  si rinnovano di anno in anno il ricordo dei peccati con il sangue di tori e di capri. Per questo, entrando nel mondo, Cristo dice:

Tu non hai voluto nè sacrificio né offerta,

un corpo invece mi hai preparato.

Non hai gradito

né olocausti né sacrifici per il peccato.

Allora ho detto: Ecco, io vengo

- poiché di me sta scritto nel rotolo del libro -

per fare, o Dio, la tua volontà.

(Ebr 10, 5-7)

Dovremmo apprezzare veramente e profondamente questa lezione e chiderci a che cosa pensiamo quando pensiamo a Gesù, Sommo Sacerdote?

Certo l’Apocalisse ce ne ha ridato un’icona tipicamente sacerdotale e legale insieme, il grande vestito, la cintura d’oro…ma la lettera agli Ebrei ci dice: Proprio per questo nei giorni della sua vita egli offrì preghiere e suppliche con forti grida e lacrime a colui che poteva liberarlo da morte e fu esaudito per la sua pietà.8 Pur essendo Figlio, imparò l`obbedienza dalle cose che patì9 e,reso perfetto, divenne causa di salvezza eterna per tutti coloro che gli obbediscono, essendo stato proclamato sommo sacerdote alla maniera di Melchisedek (Ebr 5,7-10).

Reso perfetto (teleiothèis)” = questo è il verbo che nell’A.T. serve per la consacrazione sacerdotale.

L’ordinazione sacerdotale di Gesù è quando imparò l’obbedienza dalle cose che patì. Il giorno dell’ordinazione sacerdotale di Gesù non è la Cena, ma sulla croce, nudo sulla croce: lì è stato reso perfetto! Lì è stato consacrato sacerdote!

Questo è anche il nostro sacerdozio!

Ricordo bene una trasmissione della radio della comunità ebraica di Roma, molti anni fa, era la festa dei tabernacoli. E nella festa dei tabernacoli, il giudeo osservate deve portare in mano una palma, un cedro, della mirra. C’era la preghiera di uno nei campi di concentramento che dice:

  • Signore, oggi è la festa dei tabernacoli;
  • dovrei portarti questi frutti, ma non ho niente.
  • Sì, ho qualche cosa, c’è la mia spina dorsale; questa è la palma!
  • C’ho il mio fegato; questo è il cedro!
  • C’ho il mio cuore; qui ti porto la mirra.
  • Ecco, vengo io!

Questo è esattamente il sacerdozio di Gesù. Quel giudeo pregava perfettamente nella linea della Nuova Alleanza! Non c’è più tempio, non c’è più luogo, non c’è più altare, non c’è più sacrificio, non ci sono più gli animali, non ci sono più vesti sacerdotali, non c’è incenso, non c’è organo, non c’è niente!  Ci sono io!

Cosa è stato necessario per scoprire la realtà? Che spariscano tutti questi segni esterni, anche se santi; spariscano le immagini, perché l’uomo si è ridotto alla sua nudità davanti a Dio.

Così si riscopre la radice del culto, si riscopre che si può essere membra del popolo di Dio anche fuori di Gerusalemme, anche senza il tempio, anche senza il sacerdozio. Si riscopre il culto esistenziale che è assolutamente primario, proprio perché viene dal mio corpo.

Ora voi capite da dove Paolo tira fuori quell’esortazione della lettera ai Romani, che noi leggiamo in tutte le Lodi delle feste dei santi e delle sante.

Vi esorto dunque, fratelli, per la misericordia di Dio, ad offrire i vostri corpi come sacrificio vivente, santo e gradito a Dio; è questo il vostro culto spirituale. Non conformatevi alla mentalità di questo secolo, ma trasformatevi rinnovando la vostra mente, per poter discernere la volontà di Dio, ciò che è buono, a lui gradito e perfetto (Rom 12,1-2).

  • Offrire, presentare”,
  • Sacrifico vivente, santo e gradito a Dio”:
  • questi sono aggettivi e sostantivi propri del culto del tempio di Gerusalemme.
  • E’ questo il vostro culto spirituale” (Loghikèn latrèian imòn) = Questo e il culto “logico”, non spirituale, se no sarebbe “pneumatiche”.

Questo è il culto secondo la Parola: vivere secondo parola di Dio, questo è dare culto a Dio.

Certo poi sarà lo Spirito che ci rende capaci di questo.

  • Non conformatevi alla mentalità di questo secolo”: ecco la circoncisione,
  •  ma trasformatevi rinnovando la vostra mente… (metamorfouste) da “metamorfosis” che vuol dire trasfigurazione.

“Buono, gradito e perfetto” sono aggettivi del culto del tempio di Gerusalemme. Le vittime devono essere maschio, intero, senza difetti, come dice Malachia.

Il coltello che uccide queste vittime è il discernimento spirituale tra ciò che è mondano e ciò che è secondo la parola di Dio. Questa è la santità cristiana. La Chiesa non ha trovato un testo migliore di questo per metterlo nelle Lodi dei santi e delle sante! Vuol dire che riconosce in esso l’essenza della santità cristiana.

  • Il culto secondo la vita,
  • secondo la parola di Dio,
  • che non sia però una lectio divina fatta così all’assemblea,
  • ma sia una lectio che produce un discernimento,
  • la circoncisione del cuore,
  • la circoncisione delle orecchie,
  • il sacrificio delle labbra,
  • la lode di Dio
  • e soprattutto il rimuovere tutto ciò che è mondano per conformarsi alla volontà di Dio.

Ma questo viene dall’esilio, questa è l’applicazione di quello che abbiamo letto di Gesù nella lettera agli Ebrei, e quello che sta scritto nella lettera agli Ebrei viene dal salmo 40, dalla spiritualità dell’esilio; questa è la nostra liturgia!

Allora vedete che la liturgia, la morale, la teologia sono una cosa sola se si va all’osso. La liturgia è l’esistenza umana secondo la Parola di Dio. Che poi questo si faccia rivestendosi di paramenti o quando uno è messo nudo davanti al forno crematorio, come Edith Stein.

  • Quella nudità di Auschwitz è una profezia!
  • Questo è il culto di Dio: vengo io!
  • Questa è la Nuova Alleanza!

La Nuova Alleanza non è iscrizione a un registro; e chi vive questo, vive nella Nuova Alleanza, anche se non è battezzato; vuol dire che ha la fede e la fede viene prima del battesimo. Mentre si può essere battezzati cento volte, ma se uno non ha la fede, non ha proprio niente!

Questa è la prima caratteristica essenziale della Nuova Alleanza, dove il Signore forza il suo popolo a questo. Il Signore è capace di questo: ci può anche togliere tutto perché noi riscopriamo che cosa c’è nel fondo di noi. E allora non pensiamo soltanto come si fa un po’ troppo alla difesa della vita di qui.

Noi siamo preoccupati delle cellule staminali, dell’aborto, dell’embrione, dell’eutanasia, della difesa della vita, dove la vita è soltanto la vita qui su questa terra. Sembra che questa sia oggi la grande battaglia della chiesa, ma la vita è ben altro; continua oltre più in là della morte.

La vita è Dio; è Dio il vivente!

E’ nella pagina della prima creazione, al quinto giorno, quando Dio crea le piante, gli animali e altri viventi, allora dice: E Dio li benedisse!

E così entra la benedizione nella creazione! E la benedizione è ciò che dà il Benedetto, cioè il Signore.

Difendiamo la vita, ma allora confessiamo veramente qual è la vita che portiamo in noi e a quale vita siamo destinati nella pienezza della rivelazione della parola, altrimenti non viviamo secondo la parola di Dio, ma secondo le prescrizioni dei medici!

E chi può parlare al mondo di questa pienezza di vita se non la Chiesa? Perché la Chiesa ce l’ha dal Cristo risorto:

  • è lui il Vivente!
  • E’ lui la misura della nostra vitalità!
  • E’ lui la promessa della nostra longevità!

Ma senza la risurrezione di Gesù, non si saprebbe niente della nostra vita, qual è la stazione finale della nostra esistenza. C’è una preghiera nel libro di Daniele. Il libro di Daniele è scritto nel tempo della persecuzione di Antioco IV (2° sec. a. C.), ma come spesso si fa, anche nelle opere liriche, si rappresenta una situazione presente ricordando una situazione passata, allora Daniele fa una preghiera dopo il cantico di Azaria nella fornace e poi ci illustra questa situazione del popolo dell’esilio. Celebra le benedizioni del Signore, di Israele, tutto quello che hai fatto per noi, per i nostri padri, e poi:

  • Ora invece, Signore, noi siamo diventati più piccoli di qualunque altra nazione, ora siamo umiliati per tutta la terra a causa dei nostri peccati.
  • Ora non abbiamo più né principe, né capo, né profeta, né olocausto, né sacrificio, né oblazione, né incenso, né luogo per presentarti le primizie e trovar misericordia.
  • Potessimo esser accolti con il cuore contrito e con lo spirito umiliato,(ecco il culto: il cuore contrito e lo spirito umiliato) come olocausti di montoni e di tori, come migliaia di grassi agnelli.
  • Tale sia oggi il nostro sacrificio davanti a te e ti sia gradito,perché non c’è confusione per coloro che confidano in te.
  • Ora ti seguiamo con tutto il cuore, ti temiamo e cerchiamo il tuo volto. Fa’ con noi secondo la tua clemenza, trattaci secondo la tua benevolenza, secondo la grandezza della tua misericordia.
  • Salvaci con i tuoi prodigi, dà gloria, Signore, al tuo nome”. (Dan 3,37-43).

Questa è la Nuova Alleanza. Per carità, dopo l’esilio si ritorna. Neemia comincerà a ricostruire l’altare, ci sarà il tempio ricostruito. Zorobabele e il sacerdote Giosuè stabiliranno i sacrifici; questo è giusto, si deve tornare al culto dei segni, ma provenendo dal culto dell’esistenza.

Deve essere chiaro che prima di tutto ci vuole l’io e poi ci vorranno le vesti, l’incenso, le musiche, i segni, le benedizioni…

E’ stata una rieducazione di Dio al suo popolo; è stata una grande lezione per riscoprire che cosa viene prima e che cosa viene dopo, che cosa è essenziale, senza del quale tutto il resto è vano oppure invece che cosa è accessorio, anche se sommamente conveniente, perché il popolo esprima il suo culto pubblicamente.

Il miserere:

Crea in me un cuore pure, rinnova in me uno spirito saldo! Apri le mie labbra e la mia bocca proclami la tua lode! Poiché non gradisci il sacrificio e se offro olocausti non li accetti; uno spirito contrito è sacrificio a Dio, un cuore affranto e umiliato tu, o Dio, non disprezzi”.

Il timore del Signore è il sacrificio vero!

Nel tuo amore fa’ grazia a Sion; rialza le mura di Gerusalemme; allora gradirai i sacrifici prescritti, l’olocausto e l’intera oblazione, allora immoleranno vittime sopra il tuo altare”.

Ricostruiamo la città, il tempio, forse più modestamente di quello di Salomone; allora ti saranno graditi i sacrifici. Il profeta non è contro il sacerdote, è lui stesso il sacerdote.

Il profeta è contro il culto vuoto dei segni senza sostanza, dei sacramenti senza fede, speranza e carità e questo è il nostro sacerdozio, non quello di Aronne e dei leviti e in questo essere sacerdote che è essere un uomo devoto del Signore.

Questo è il sacerdozio radicale, il sacerdozio dei fedeli che viene prima del sacerdozio ministeriale. Il sacerdozio ministeriale è al servizio del sacerdozio dei fedeli, che è il sacerdozio del popolo di Dio e il sacerdote-ministro non è dispensato dall’essere sacerdote nella sua esistenza, nel suo corpo.

Per questo: gli esercizi spirituali sono prima di tutto del ministro poi verrà anche il ministero. La dedizione, la presentazione al tempio, l’Amen dentro il sì che Dio ci dice: questo è il punto essenziale che riannoda la relazione tra l’uomo e Dio” . (Ai sacerdoti della Diocesi di Roma).

Una premessa che ci voleva. Un dono dello Spirito l’avermi messo su questa pista. In tali considerazioni è già sintetizzata tutta la santità di Erminio Riccardo Pampuri.

Nelle pagine successive si vorrebbe provare a scavare, a prendere il largo nel mare della sua umanità “che rimane tale e pur diventa diversa”.

La pesunzione di voler ribaltare una certa ottica, mi fa correre un rischio elevato: quello di deludere l’attesa. Ma è l’unica via praticabile. Le antenne, purtroppo, sono quello che ho. Epperò lo Spirito di Dio che invoco e l’intercessione dell’interessato, sono l’unica garanzia a disposizione della penna che ardisce cimentarsi nell’impresa. Il solo antidoto agli abusi retorici. 

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ERMINIO PAMPURI E LA PROPOSTA DI MATRIMONIO – LETTERA APERTA ALLA SIGNORINA LUCIA…– Angelo Nocent

Per chi non lo sapesse, il Dr. Erminio Pampuri, proprio mentre era medico condotto a Morimondo, ricevette una proposta di matrimonio. Gli arrivò indirettamente, attraverso la mediazione di Luigina Peretti, un’amica che faceva parte dell’Azione Cattolica come lui e che da un’amica aveva ricevuto questa incombenza. La ragazza in questione, secondo le indiscrezioni della stessa Peretti, era la figlia del Direttore Generale dell’Ospedale “Cantù” di Abbiate grasso, dove spesso il Pampuri si recava per accompagnarvi i suoi malati. Infermiera in questo ospedale, ottima ragazza, buon partito, fervente cattolica, lo aveva adocchiato, squadrato, studiato, incrociato per farsi notare. Invano. Poi finalmente la decisione di chiedere formalmente la sua mano.

Che fine abbia fatto questa lettera nessuno lo può sapere. Magari è finita sul fuoco. La replica invece è stata rinvenuta ed appartiene all’epistolario,cui farò riferimento in seguito.

Abbiategrasso

Erminio declinò l’invito con parole molto garbate e affettuose. Naturalmente, dal suo punto di vista. Epperò non sono piaciute né alla destinataria, né all’ambasciatrice che tanto ci contava, né, forse, a nessun altro che abbia avuto modo di leggerle. Ho provato a mettermi nei panni delle due ragazze: delusione totale. Per un motivo o per l’altro, quel suo argomentare è rimasto sul gozzo un po’ a tutti. Avrebbe potuto spiegarsi meglio, che ne so, usare una strategia diversa. Ma non l’ha fatto per le sue buone ragioni che ho cercato di indovinare. Vorrà dire che, se mi fossi sbagliato, avrò un peccato in più da farmi perdonare, quello di presunzione.

La mia decisione di scrivere all’interessata, è nata dopo ponderata riflessione. Vedevo da un lato una ragazza profondamente amareggiata e dall’altra un ragazzo molto sulle sue ma che mi sembrava di capire e anche di poter giustificare un poco. Così ho stilato le mie impressioni, nella speranza che aiutino a evidenziare aspetti a prima vista non emergenti. D’altra parte, i santi sono santi e son fatti a loro modo. Dunque, meritevoli anch’essi di pazienza e comprensione. Percorrendo la strada statale tra Vigevano e Milano, con una deviazione a pochi chilometri, arriviamo all’Abbazia di Morimondo, edificata dai monaci seguaci di San Bernardo, appartenenti all’ordine dei cisyercensi, nel XII secolo. La sua costruzione attraversò vicissitudini non indifferenti: controversa, sospesa, ed in fine saccheggiata, in pratica durò più di cento anni. Il risultato finale, nonostante tutto, fu comunque ammirevole. Lo stile gotico-borgognone dell’Abbazia  è uno dei migliori esempi di architettura cistercense. Qui il Dr. Pampuri risiedeva dopo il concorso di medico condotto.

Ma veniamo alla lettera.

“Cara la mia ragazza sognatrice,

non conosco il tuo nome e perciò da questo momento ti chiamerò Lucia, come la promessa sposa di manzoniana memoria.

Da indiscrezioni, sfuggite proprio dalla bocca della tua ambasciatrice Luigina Peretti, siamo venuti a sapere che tu eri la figlia del Direttore Generale dell’Ospedale di Cantù, dove spesso il Dr. Erminio Pampuri si recava per accompagnare i suoi malati. Non so com’è nato il tuo interesse per questo ragazzo. So invece che ti eri così follemente invaghita di lui che ad un certo momento, non trovando corrispondenza d’amorosi sensi ed in difficoltà anche per un approccio diretto, ti sei vista costretta ad affidare alla tua amica l’incarico di fargli pervenire una seria proposta matrimoniale.

Ho sotto gl’occhi la lettera di risposta che non so quante volte ho riletto, nel tentativo di farmene una ragione. Eccola:

«Stim.ma Sig.ra Peretti Luigina, La ringrazio di cuore del suo atto di grande bontà, mentre devo riconoscere più che mai la mia grande nullità, poiché essa non si vede mai così bene come quando ci si trova oggetto di immeritata stima. Non posso però accogliere la sua tanto onorevo­le e lusinghiera proposta, poiché non sentendomi chiama­to allo stato matrimoniale, vi ho rinunciato definitivamen­te. A questo mi sono sentito confortare (…). Non deve perciò angustiarsi di questa mia risposta, quella buona giovane da lei accennata, poiché se il Signore che tutto dispone in numero, peso e misura per la maggior gloria sua, ed il nostro massimo bene, se il Signore vorrà proprio chiamarla allo stato matrimoniale, non mancherà di mandarle un più degno e santo sposo, come gia mandò a Sara il figliolo del Santo Tobia [...]».

Non so com’è finita la tua storia. Spero serenamente, come quella di Sara. Però, che mazzata! Un duro colpo inferto con grande cortesia e tanto di citazioni bibliche.

Non è difficile immaginare che tu, pur con opportunità diverse in ambito ospedaliero, sia rimasta colpita ed affascinata da questo saltuario visitatore di cui, probabilmente ti ha parlato assai bene lo stesso tuo padre. E’ che il suo modo di fare il medico era ormai sulla bocca di tutti. La stima e la venerazione avevano già varcato i ristretti confini della sua condotta, al punto da sollevare una non celata irritazione nei colleghi.

Guardando le foto che ci sono rimaste, non è difficile indovinare che t’incantavano i suoi puri e dolci occhi rimasti bambini, innocenti, in quel pallido viso. Ti attraeva quello sguardo buono, intelligente ma anche riservato e misterioso, tipico di chi cela nell’anima recondite armonie.

Sempre ordinato nel vestire, elegante nel portamento, si vedeva che dedicava molta attenzione ai baffetti, coltivati con un po’ di civetteria per darsi il tono più che di persona colta, di uomo maturo, consapevole di essere tradito da un fisico esile e da un viso dolce, fresco e sereno di bravo ragazzo. E forse per questo ancor più ti piaceva.

Non sapremo mai che cosa hai provato nel leggerla quando la Luigina è corsa a portarti la risposta. Certamente una profonda delusione pari alle attese del tuo cuore che da tempo aveva iniziato a sognare e patire per quel bel ragazzo, così diverso da tutti.

Lucia, so che ti sei soffermata a lungo allo specchio a guardare i tuoi occhi lucidi di pianto e a cercare sul volto i motivi del fermo rifiuto. Ti vedevi attraente, carina, che cosa mai non andava? E poi eri stata oggetto di altre attenzioni, marcate, insistenti, perfino di sguardi talvolta lascivi. E allora perché quel rifiuto?

Dio sa quanto hai pensato, penato, riflettuto, tramato, prima di prendere l’ardita decisione di comunicargli molto apertamente i tuoi propositi. Lo incontravi, lo vedevi, hai cercato anche di farti notare, ma lui, niente. Un assente, un ragazzo lontano, distante dai sogni gioiosi dell’amore, dalle complicità che sa creare, dalle provocazioni più ardite. Niente. E dire che stavi bene di famiglia, eri iscritta anche tu come lui all’Azione Cattolica, condividevi gli stessi ideali cristiani…

Tuo padre ne avrà certamente parlato tanto e bene a tua madre che, forse, ti ha suggerito le modalità dell’approccio, convinta che quella sarebbe stata la persona giusta al tuo fianco. Solo Dio sa la delusione provata quando le avete messo sotto gl’occhi la sua risposta. Anche lei, come te, è sbiancata, rimasta di sasso. Lei così prodiga di parole e consigli, ha improvvisamente perso la favella, limitandosi a soffrire con te, ad annaspare nel buio. Poi la folgorazione: “Tesoro mio, dimentichiamo…quello lì si farà prete, vedrai! Quello li si farà prete, lascialo perdere….” E giù una lacrima e un nodo in gola.

Parole sante ma anche parole inutili le sue. Non digerivi quel tono indisponente, quel “mandare a dire” a una sua timida,coetanea , sincera spasimante… Ti martellavano e ti ferivano a morte quelle pesanti e definitive parole:

…non posso però accogliere la sua tanto onorevole e lusinghiera proposta poiché, non sentendomi chiamato allo stato matrimoniale, vi ho rinunciato definitivamente. Non deve perciò angustiarsi di questa mia risposta, quella buona giovane da lei accennata…”

Che rabbia! Nemmeno nomina il tuo nome. Si limita ad apostrofarti così: “quella buona giovane da lei accennata”.

Dimmi la verità, cos’hai pensato? Posso indovinarlo. Tra un singhiozzo e l’altro ti dicevi: “Va bene tutto, ma proprio tanta formale cortesia?…Gli costava davvero cercarmi, dirmi in faccia le sue intenzioni?” E giù a sfogare anche tu, come tua madre, la grande delusione!

Non so come saresti stata giudicata se si fosse venuto a sapere della tua iniziativa di proporti in sposa, di chiedere tu, di offrirti, ruolo fortemente riservato all’uomo, “cacciatore” per definizione. Forse sarebbero volati giudizi pesanti sulla tua onorabilità; o avrebbero detto che lo facevi per interesse, per il rango di appartenenza alla categoria dei possidenti, ecc. Fortunatamente di questa mancata relazione abbiamo saputo solo ora e noi siamo benevoli nei giudizi e comprensivi. Anzi, scusami se mi sono permesso di mettere il naso in cose riservate. E’ che leggendo quella risposta ci sono rimasto male anch’io: “…non posso però accogliere la sua tanto onorevole e lusinghiera proposta perché, non sentendomi chiamato allo stato matrimoniale, vi ho rinunciato definitivamente”.

Occorreva proprio usare questo tono, tagliare corto così? Temeva di restare invischiato in questa storia? Lui, talmente cristiano e sensibile, non poteva darti ragione della sua fede, aiutarti ad accettare un diverso destino che avrebbe potuto invocare gioiosamente da Dio, visto che era tanto in confidenza con Lui?

Invece niente. Solo un bel no alla “ onorevole e lusinghiera proposta “.

Un momento. Ho capito bene? Prendi nota: “ lu-sin-ghie-ra proposta “ E ancora: “…Non deve perciò angustiarsi di questa mia risposta, quella buona giovane da lei accennata…”.

Ma ti rendi conto, Lucia? Abbiamo trovato la chiave per superare quell’ assurda fissazione che ti distrugge e ti fa detestare ai tuoi stessi occhi. Ora puoi tornare allo specchio disinvolta, senza complessi e lasciarlo parlare. Corri ad ascoltare la sua sincera e infallibile voce: ”Càspita, ragazza mia, sei proprio bella! Che amore quel viso dolce di madonna, con quelle guance di porcellana e labbra di rosa vellutata…e quei begl’occhi accattivanti… Ma perché piangi? Non credi forse al mio verdetto? Non stare in ansia, per favore. Fra qualche tempo mi darai ragione”.

Ragazza cara, stammi a sentire: sai come la vede questo vecchio che ti scrive?

Erminio deve aver letto e riletto attentamente la tua lettera, non senza soddisfazione e compiacimento. Un uomo, oggetto di attenzioni femminili, non è mai insensibile, anzi! Le tue parole lo hanno colpito, sono entrate nell’anima. Per lui è un’improvvisa provocazione che genera un tumulto interiore. C’è il cuore che batte e Dio che se ne sta discretamente in disparte.

Senza che tu te ne sia resa conto, hai fatto un ottimo servizio proprio a Lui che aveva bisogno di chiedere ad Erminio di fare una scelta importante, ma nel massimo della libertà. Mi spiego. Uno che si consacra a Dio è persona generosa, appassionata, che ama, che sente pullulare nelle vene il richiamo della paternità o maternità, il desiderio di “conoscere” un uomo, una donna, di realizzarsi nella sua complementarietà, perché questo è il disegno del Creatore che ci ha voluti maschio e femmina.

Sono sicuro che la tua lettera ha ridestato in lui il sentimento dell’amore coniugale, della paternità; ha immaginato per un attimo il meraviglioso mondo dei bambini, di bambini suoi che girano per casa, che lo tirano e coinvolgono nei loro giochi. Ha ripensato alla sua fanciullezza, alla mamma, sbiadita nel ricordo, al papà offuscato nella memoria, all’affetto dei suoi genitori, immaginato e rimpianto nel segreto del cuore, sostituito da quello degli zii, di un sapore naturalmente diverso. Per un attimo sono riaffiorati in lui sia questo tragico momento sia il tersissimo cielo che gli fabbrica la fantasia mentre attraversa la campagna in calesse per le visite ai malati. I sapori sono di favola, di sogno i personaggi che vede nel suggestivo incantesimo.

A sera, quando si corica, esausto più per il turbinio interiore che per la fatica dell’ambulatorio e delle visite a domicilio, pensa e ripensa alla risposta più conveniente da darti. Il sonno è disturbato. Come il ritornello di una canzone, gli tornano in mente le parole evangeliche ruminate a lungo: “…vi sono alcuni che si sono fatti eunuchi per il regno dei cieli: chi può capire, capisca”. E lui capisce che deve reagire per fare la scelta che da tempo ha in animo. Teme che il gioco si faccia più ardito, pericoloso. Sente e non sottovaluta l’amabile forza del tuo fascino con il quale lui, così riservato e pudico ma anche consapevole di possedere un cuore debole e sensibile, non intende misurarsi. Ad un certo momento, decide che bisogna tagliare corto. Occorre una risoluzione decisa, pronta, irreversibile: “Non posso!”.

In vena di confidenze come sono, potrei spiegarti anche come ha pregato quella notte quel bravo ragazzo. Spenta la luce, appoggiato sul fianco, ha cominciato a sussurrare così:

  • Signore che mi scruti e mi conosci, tu lo sai che il mio cuore oggi è rimasto molto turbato da una lettera inaspettata.
  • E’ da una vita che cerco il tuo volto, che pongo in te ogni aspirazione.
  • Cosa vuoi dirmi con questa richiesta, che non sono fatto per salire il tuo santo monte? Lo so che sono richieste mani innocenti e cuore puro e riconosco per primo di non esserne degno, ma Tu lo sai che ti amo (Domine, tu scis quia amo te!).
  • Tu sai anche Signore che la sollecitazione di Lucia mi ha sconvolto.
  • E’ tutto il giorno che mi tornano in mente i suoi occhi che ho avuto modo d’incrociare più d’una volta.
  • E’ bella, dolce, simpatica. Mentirei a me e a te se non ammettessi che mi piace.
  • Ma io ho già scelto di essere solo tuo. Nei miei pensieri ci sei solo Tu perché mi sento rapito dal tuo amabilissimo Cuore, fonte di ogni mia consolazione.
  • Gesù, questa giornata è stata popolata da immagini, voci e ombre.
  • Tu sai che anche nel mio cuore, nelle mie mani c’è fuoco.
  • Indirizza questa energia secondo i tuoi imperscrutabili disegni.
  • Gesù, mia unica gioia, ti chiedo con tutte le forze di essermi vicino quando cammino,
  • di parlarmi quando lavoro,
  • di rivelarmi la tua presenza quando mangio,
  • di rendere sereno il mio sonno
  • e di vegliare il tuo servo perché non si turbi il suo cuore.
  • Domani non so come rispondere a Lucia.
  • Ispirami parole di saggezza e apri i suoi orizzonti.
  • Madonna Santa, stammi vicino. Così sia.

Forse ora, Lucia, ti sarà più facile capire cosa stesse succedendo nel suo cuore. Egli era già stato sedotto da un altro grande Amore. E con Lui tu non potevi competere.

Con il senno di poi, ora che ti sei resa conto di avere avuto un ruolo determinante nella vita del Dr. Erminio Pampuri, devi ringraziare Dio che t’ è andata così. Ma ci pensi? Quel bel giovanotto, senza volerlo, ha suscitato in te calde emozioni, ti ha fatta sognare e perfino osare di chiedergli la mano. Meno male che s’è tirato subito indietro! Ti rendi conto che ti ha evitato di restare vedova a soli trent’anni?

A questo punto, visto il tuo forzato coinvolgimento in questa singolare storia d’amore, è utile che cerchi di spiegarti anche la dimensione profetica della verginità e del celibato. Sono certo che capirai e dal tuo palato scomparirà l’amarezza di questi giorni.

Il Vangelo è molto esplicito: “Vi sono alcuni che non si sposano per il regno dei cieli”. Costoro in realtà non aspettano qualcosa che verrà ma stabiliscono già da ora un rapporto di relazione diverso: si tratta di un’unione anticipata con Cristo, che stabilisce già prima ciò che verrà nell’al di là, dove i resuscitati “non prendono moglie né marito e nessuno può più morire, perché sono uguali agl’angeli”.

La risposta di Gesù agli apostoli che chiedevano spiegazioni è questa: “ Non tutti possono capirlo, ma solo coloro ai quali è stato concesso. Vi sono infatti eunuchi che sono nati così dal ventre della madre; ve ne sono alcuni che sono stati resi eunuchi dagli uomini; e vi sono alcuni che si sono fatti eunuchi per il regno dei cieli: chi può capire, capisca” (Mt 19,10-12).

P.S.

Cara Lucia,

quando ho cominciato a scriverti, non ero stato informato che la lettera del Dr. Pampuri era molto più lunga. Le mie considerazioni non mutano. Ora mi accorgo però che Erminio ha cercato di motivare la sua rinuncia definitiva chiamando in aiuto l’Apostolo Paolo:

“…A questo mi sono sentito confortare anche da quanto dice s. Paolo in una lettera a quelli di Corinto: “Se tu sei libero, dice egli, non ammogliarti”. E ne spiega la ragione poco più innanzi: “Colui che è senza moglie, ha sollecitudine della casa del Signore, del come piacere a Dio. Chi invece è ammogliato, ha sollecitudine delle cose del mondo, del come piacere alla moglie, ed è come diviso”.

Lo stesso dice anche alle figliuole, a riguardo delle quali dice anzi ai genitori nella stessa lettera: “Chi unisce in matrimonio la propria figliuola fa bene, e chi non la lega fa meglio” . Non deve perciò angustiarsi di questa mia risposta, quella buona giovane da Lei accennata, poiché se il Signore che tutto dispone in numero, peso e misura per la maggior gloria sua, ed il nostro massimo bene, se il Signore vorrà proprio chiamarla allo stato matrimoniale, non mancherà di mandarLe un più degno e santo sposo, come già mandò a Sara il figliuolo del santo Tobia.

Che se invece volesse legare più intimamente a Se la di Lei anima buona con una dedizione più completa, e con un sacrificio più generoso della propria vita, in un fecondissimo apostolato di bene, di cui ha tanto bisogno questa nostra povera disgraziata società, ne ringrazi infinitamente il Signore poiché non potrebbe indicarLe via più sicura, per sé e per i propri genitori (dove infatti potremo sentirci più sicuri che in un perfetto e completo abbandono in Dio?), né più atta a soddisfare le nobili e sante aspirazioni di un’anima nobile, poiché dice s. Agostino:” Tu hai creato l’anima nostra per Te, o Signore, e l’animo nostro, il nostro cuore è sempre inquieto finché non riposi in Te”.

La prego quindi, o buona Signorina Luigina, di volermi scusare per la mia risposta negativa, mentre vivamente mi raccomando alle sue orazioni”.

Lucia cara, bella come Erminio ti vedeva, di dentro e di fuori, egli ha provato a invaghirti. Ma per il suo Signore. Tu gli hai proposto una buona opportunità e lui ti ha sfoderato una lusinghiera controproposta: da umile moglie di medico condotto, quale saresti stata, avrebbe voluto fare di te una regina ed introdurti nel talamo nuziale dell’Altissimo. Te ne rendi conto ?

Ho rimarcato di proposito alcuni termini perché tu possa cogliere tutta l’intensità della sua anima così protesa verso altri lidi.

Mia cara Lucia, sono certo che lo Spirito Santo illuminerà la tua mente e ti farà capire quel gesto di Erminio che ti ha soltanto fatto soffrire. In fondo, anche la tua è stata una collaborazione al piano di Dio su di lui. Il risultato della tua disponibilità a metterti in gioco è un dono fatto alla Chiesa universale che oggi onora quel santo che tu, da lontano, hai amato per prima e sofferto con lui il martirio del cuore.

Vorrei dirti un’ultima cosa: il nostro non è un Dio triste, né un Dio che ci vuole tristi. Anzi, è così preoccupato della nostra felicità che ci indica un cammino o ci chiama a realizzare un progetto, grazie al quale condividiamo la Sua stessa gioia, e al di fuori del quale c’è per noi solo inquietudine. Credimi, una parte di questa eredità sarà anche tua. E proprio Erminio si farà per te, Lucia, premuroso procuratore.

LETTERA APERTA A FRA RICCARDO DR. PAMPURI – Angelo Nocent

AL Rev. Fra Riccardo Dr. Pampuri 

S E D E 

Caro Fra Riccardo,

ti trasmetto in allegato la lettera che mi sono permesso di inviare alla ragazza che ti aveva chiesto di sposarla e che hai liquidato con molta cortesia ma altrettanta determinazione.

Non sono sicuro che condividerai i miei punti di vista; solo che questo e nient’altro mi è venuto in mente a giustificazione del tuo atteggiamento.

Noi, terra terra, faremmo meglio ad astenerci da valutazioni che riguardano la tua coscienza soltanto, ma cosa vuoi, ora che sei diventato un personaggio pubblico, se non diciamo la nostra su di te, non siamo soddisfatti.

Attirato da altri ideali, Dio finalmente ti ha indicato la strada del convento e noi ora siamo rispettosamente tenuti a darti del “Reverendo”. Se io poi mi permetto di darti del tu è per via di certi legami spirituali. Naturalmente, stando alla tradizione, pur in tono confidenziale, dovrei darti del “Voi”. Ma, per questa volta, ti prego di soprasedere.

Sai, la tua vita di frate, vista a distanza di ottant’ anni dalla tua professione religiosa (24 Ottobre 1928, festa di San Raffaele Arcangelo), assomiglia a una bella nevicata. Quando è in corso, la terra sembra inerte, gli alberi spogli, nessun segno rivelatore della vita che sotto la coltre invernale prepara una nuova primavera.

Trascorso il periodo di prova del noviziato, ti sei trovato votato a Dio ed utilizzato per tappare i buchi dell’organico dell’Ospedale Sant’Orsola di Brescia. Indubbiamente i superiori si saranno chiesti:

Cosa dobbiamo fargli fare a questo dottore, medico chirurgo, specializzato in ostetricia e ginecologia, ex medico condotto?”

 Ed ecco sbucare d’incanto l’idea geniale: “ affidiamogli l’ambulatorio dentistico che non può più essere gestito se non da un laureato in medicina e chirurgia!”

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Premesso che nello stesso ambulatorio dove hai esercitato, un venticinque anni dopo la tua morte mi hanno estratto due bei molari e so come si stesse in veste di paziente in quella sala d’attesa, il bravo Camilleri, brillante e documentato, va raccontando questa tua esperienza premettendo che eri bravo e scrupolosissimo, “tanto scrupoloso da sfiorare involontariamente il ridicolo”. Meglio perciò lasciare a lui la parola:

Se si trattava di qualcosa di delicato, un’estrazione, un intervento in profondità, prima di procedere si faceva il segno della croce. Solo che quest’eccesso di devozione, questo chiamare il Signore all’assistenza, metteva paura e chi doveva tenere la bocca aperta per farci entrare i ferri. In particolare i più sempliciotti prendevano quel gesto come una specie di scongiuro e ne cavavano l’impressione che il dentista stesse accingendosi a qualcosa che poteva mettere a repentaglio la loro vita. Qualcuno se ne lamentò coi superiori e questi pregarono fra Riccardo di smetterla. Povero fra Riccardo; nel suo fervore non aveva fatto caso alle conseguenze di quel gesto per lui così naturale. Ma su quello che passa nella testa della gente non si finisce mai d’imparare”.

E di stupire, dico io, perché aveva intuito esattamente quello che tu già sapevi a priori: che non era il tuo mestiere. All’università avevi certamente dato un esame e lo si evince da una lettera con la quale chiedevi a tuo fratello Ferdinando di farti avere il volume che avrebbe trovato in un certo posto della libreria. Qualche estrazione in condotta medica l’avrai anche fatta, ma, di lì a dover svolgere il mestiere a tempo pieno, secondo me, altro che una ripassatina del manuale era necessaria…Nonostante l’ottimismo che pervade la tua del 17 dicembre ’28: “ Carissimo Ferdinando, grazie del libro di odontoiatria mandatomi che va ottimamente per i miei bisogni”.

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D’altra parte, cosa avresti potuto fare? In precedenza avevi esposto al Superiore le tue perplessità e proprio il tuo confratello fra Cesare Gnocchi così ha testimoniato a tal proposito: “Nominato direttore dell’ambulatorio dentistico, data la sua gracile salute faceva notare al suo superiore con semplicità che con le sue forze non avrebbe potuto estirpare qualche dente, ma che confidava nell’aiuto divino”.

Stuzzicato sull’obbedienza, che ti restava da fare? Il Provinciale Padre Zaccaria Castelletti dopo la tua morte ha lasciato scritto proprio la tua reazione: “Quand’è così, accetterò come la croce che son tenuto a portare con allegrezza ed il Signore mi aiuterà nella fatica: da parte mia cercherò di farmi forza…di vincermi”.

Qui naturalmente tutti leggono che ti veniva chiesta una grossa fatica fisica ed è vero. Ma non era questa che ti spingeva a battere in ritirata. Il tuo traballare sulle gambe derivava dalla consapevolezza di non essere all’altezza di quel compito e dalla responsabilità che ti assumevi.

Come faccio a saperlo? Sempre per via del mio informatore, il P. Dalmazio Puja, tuo Priore a Brescia, che ti ha risparmiato tanti sudori freddi quando estirpava ganasce al tuo posto e sotto la tua responsabilità di medico: lui, una stazza di bersagliere aquileiese, tu, “un morto ambulante”, com’eri stato definito dal Prof. Ronzoni, dopo un consulto. D’altra parte, non è vero che l’obbedienza fa miracoli?

E’ certo che, se fosse dipeso da te, quel posto non l’avresti mai occupato. Adesso noi, quando leggiamo che prima di iniziare un’estrazione ti facevi il segno della croce e chiamavi in aiuto tutti i santi del paradiso, soprattutto quando non avevi a portata di mano qualche confratello esperto e robusto perché intervenisse al tuo posto, più che edificati restiamo sbalorditi.

Nessuno ieri come oggi pensa alla fifa maledetta che hai provato in certe situazioni quando nel braccio che impugnava la tenaglia occorreva disporre di una buona dose di forza e risolutezza che tu non avevi. Nessuno osa porsi la domanda se era legittimo chiederti tanto e se i pazienti, per quanto poveri e bisognosi, si meritassero un santo al posto di un vero dentista. Ma così vanno le cose del mondo. E, siccome i santi aiutano, qualche santo, a cominciare da San Giovanni di Dio, ha aiutato pure te.

Tra un intervallo ambulatoriale e l’altro, i superiori hanno pensato bene di affidarti la preparazione dei quattro gatti di confratelli che dovevano ottenere il diploma d’infermiere. Tu hai svolto l’incombenza con la stessa serietà e impegno che avresti usato se fossi stato chiamato ad insegnare all’Università di Pavia.

Non so bene da quale superiore, ogni tanto ricevevi l’ordine di andare in Seminario Arcivescovile, non molto distante, per visitare qualche seminarista. La tua presenza era molto gradita ed altrettanto apprezzata la tua competenza. Epperò, quando tornavi, c’era puntualmente il Maestro dei Novizi, Padre Innocente, che aveva da ridire su queste tue uscite.

Naturalmente tu tacevi e finiva lì. Fino alla prossima volta. Quello degl’ordini e contr’ordini è il destino dei comuni mortali in ogni paese del mondo, sia in convento che fuori. Che cosa ci distingue da te? Che noi siamo subito proti a giustificarci ed a far valere le nostre buone ragioni, mentre tu incassavi il colpo e te ne stavi zitto.

Tra l’ambulatorio, le lezioni, le pratiche di pietà, la pausa per il pranzo con la Comunità, quando non eri costretto a letto dalla tua tisi in evoluzione, in questa routine quotidiana trovavi o ti facevano trovare il tempo anche per spazzare con la segatura il lungo porticato che un tempo dalla portineria conduceva alla chiesa. Per un giovanotto in piena forma, uno scherzo. Ma per te, così messo male di polmoni, non credo proprio. Poi qualcuno ti vedeva dalla finestra e diceva: “Suor Cherubina, ma non è mica dottore quello lì? Senta, per me quello lì è matto!…”.

Prendi e porta a casa. E tu a spiegare che scopa o bisturi sono uguali se si fa la volontà di Dio… Oppure a magnificare le proprietà della scopa, efficacissimo antidoto contro la superbia. Sai, sono sicuro che a quei tempi, se tu avessi baciato un lebbroso, avresti fatto meno impressione.

Soprattutto durante il periodo del Noviziato, caratterizzato dallo svolgimento dei mestieri più umili allo scopo di temprare lo spirito e misurarsi con se stessi prima di votarsi all’ospitalità, voto che chiede una disponibilità al malato fino all’eroismo, gli strumenti di lavoro erano principalmente: pitali da svuotare, sputacchiere dei malati da pulire, allora molto in uso per via della TBC, urina, feci, biancheria sporca, scopa, segatura bagnata e molto olio di gomito…

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Dopo la Professione Religiosa, tra il periodo che hai trascorso a letto e le ripetute convalescenze ( Gorizia, Torrino dalla zia Maria…) il tempo è volato così in fretta che non è stato possibile vedere l’erompere del seme sepolto nel buio del terreno e sprigionare la sua vitalità. Tra la durata della tua silenziosa incubazione nel mistero di Dio e quello della efflorescenza, non t’è stato concesso di vivere la tua primavera di frate. Il tuo Signore s’è affrettato a coglierti come una rosa ancora in bocciolo al primo sole della nuova stagione.

Lì per lì, in convento è sembrato a tutti che la tua vicenda umana, in quel primo di maggio 1930, fosse chiusa per sempre. Ma l’occhio vigile ed il cuore attento sanno che sotto l’immobilità, Dio prepara nuove fioriture, primavere ed estati che mi sembra di notare tutt’ora in corso. A tener viva la tua memoria, più che i confratelli, forse sono stati all’inizio i tuoi compaesani che non avevano dimenticato il loro medico condotto sempre disponibile, pio, buono, bravo, generoso e caritatevole con tutti.

Dai segnali che emanano dalla tua tomba, visto che sei figlio del nostro tempo, sembra che ti sia stato affidato un triplice incarico importante:

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Rinvigorire il tuo Ordine Religioso che, nella società dell’incertezza, va affannosamente cercando il suo ruolo nell’attuale sanità occidentale.

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Ai giovani che

  • si entusiasmano facilmente,
  • abbracciano i movimenti,
  • sembrano scoppiare di vitalità fisica
  • ma che si rivelano anche spiritualmente gracilissimi,
  • facile preda della depressione,
  • impreparati ad imporsi una disciplina del cuore, una temperanza di vita,
  • incapaci di compiere scelte audaci e durature…
  • l’incombenza di indicare la strada dell’ascolto, dell’interiorità profonda.

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La terza incombenza che hai è quella di continuare la tua attività ambulatoriale di medico che propone la giusta terapie per il corpo e lo spirito a coloro che si aspettano il miracolo di guarire.

Da te non arrivano indicazioni sul come ricreare gli ospedali, sulla “nuova ospitalità” di cui tanti parlano ed alcuni perfino provano a scrivere, non sempre con risultati eccellenti o intuizioni profetiche.

A scrutarti attentamente sembra che ogni rinnovamento, non possa passare che attraverso quello strano meccanismo di insignificanza e debolezza che è stata umanamente la tua vita religiosa. Altre apparenti scorciatoie, nonostante l’enfasi posta in alcuni slogan messi in circolazione e dibattuti dalle Commissioni, dai gruppi di lavoro, dalle tavole rotonde, rischiano di non portare da nessuna parte.

La Via della Croce non è stata percorsa al tavolino ma passo dopo passo, con le rispettive ripetute cadute. Forse dovremmo evitare di illuderci ed intestardirci in certe nostre visioni, perché “quel che nasce da carne è carne, e quel che nasce dallo Spirito, è Spirito” (Gv 3,6). La carne non sa generare Spirito, né lo Spirito produce carne. O per dirla con la prima ai Corinti, 2,13, alla psiche non si può chiedere di essere “pneuma”, né si può adattare il linguaggio psichico, forzandolo a esprimere realtà spirituali.

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Devo confessarti che, quando ti osserviamo attentamente con l’intenzione di imitarti — e questo mi è successo anche quand’ero più giovane — non so perché, ma mi scappa subito la voglia.

Invece lo so benissimo: è che sei vissuto in una tale comunione con Dio che ti ha condotto su una strada, neanche a farlo apposta, tutta in discesa. Solo che era quella della kenosis: un annientamento progressivo, uno svuotarti di ogni ricchezza umana della tua personalità, fino a ridurti a un cencio di ragazzo in balia della tisi. E, guarda caso, tutto il contrario della tua precedente vita di laico seriamente impegnato nella Chiesa locale, professionalmente ineccepibile, considerato ed apprezzato da tutti, non credenti compresi.

Nei tre anni di convento assistiamo a una tua riuscitissima parabola discendente invece che alla esplosione della tua poliedrica personalità e delle tue risorse umane. Il lavorio della Grazie è tutto interiore. Da fuori, a noi è dato di cogliere principalmente i tuoi limiti: gracile, malaticcio, inadatto alla fatica che t’imponi con sacrificio per non essere da meno degli altri. Sei medico ma ti fanno fare il cavadenti, senza un’esperienza maturata sul campo o, meglio, nelle fauci della gente. Il mio confidente ha insinuato persino che eri un po’ svaporato, assente…

Tra letto e convalescenza, tra febbri e brevi ingannevoli riprese, percepisci senza illusioni che la tua vita è segnata, come un giorno quella del Maestro. L’unica consolazione che ti viene offerta è di morire a trentatre anni come Lui.

Da confidenze di quel tempo, si viene a sapere che i religiosi tuoi confratelli si dividevano fondamentalmente in due grosse categorie: quelli che lavoravano tutta la vita e quelli che tutta la vita comandavano, indubbio lavoro anche questo. Solo che i secondi, smessa una carica, nel rispetto dei sacri canoni, ne assumevano un’altra, in attesa magari di riprendersi la precedente, animati sempre dallo spirito della rotazione.

Ricordo di aver letto tanti anni fa un libro scritto da un gesuita titolato ” La croce del comando”. Per carità, nulla da eccepire. Solo che a crederci che il comando fosse una croce, non ne ho trovati molti. Vogliamo sostenere che il comando è martirio? Bene: gli aspiranti c’erano, eccome! Per la “carriera” si sgomitava anche allora, si mettevano in atto fraterne congiure, si ingeneravano benevole rivalità, schieramenti, tendenze…un po’ com’è d’uso fare in politica. D’altra parte, colui che riusciva a salire sul treno aveva buone probabilità di non scendere più e di restare nel numero degli “eletti” per tanta parte della sua vita.

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Ho capito: stai dicendo che le mie sono esagerazioni. Siccome ai tuoi tempi non c’ero, riferisco per sentito dire. Ma se credi di farmi sputare anche nomi e cognomi, ti sbagli. Comunque, se a te questa smania non è passata neanche momentaneamente per il cervello, devi ritenerti uno fortunato.

Ma… non credere che la tua laurea ti avrebbe spalancato automaticamente le porte della carriera (volevo dire del servizio). No, no, avresti avuto il tuo bel da fare…Certamente qualcuno, più avveduto di te, avrebbe messo in circolazione dei validissimi e condivisibilissimi argomenti per emarginarti e toglierti dalla concorrenza. Sarebbe bastato insinuare: “Perché mai distogliere un medico dalla sua nobilissima arte e costringerlo per obbedienza a caricarsi di una croce pesante, fatta di amarezze, che può benissimo essere posta su altre spalle?!”. Dio che talvolta si fa prendere la mano dal nostro buon senso, ti ha evitato di entrare in lizza con la categoria. E noi, con te, gliene siamo grati.

Il tuo vivere in comunione con Dio ti ha portato al convento. Avresti voluto fare il prete, il gesuita, il francescano e, dopo ripetuti rifiuti, ti hanno accolto i Fatebenefratelli. Anche se dicevi e scrivevi sui tuoi taccuini che volevi fare solo la volontà di Dio, è deduzione logica però che avevi in animo anche di realizzare una vita d’impegno dichiaratamente apostolico.

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Però la tua strada ha preso un’altra piega. Il progetto di Dio è molto diverso dal tuo:

  • sei medico e devi farti curare,
  • sei infermiere per servire e devi essere servito…

Caro ragazzo, più che un intrepido giovane, pervaso dal sacro furore di servire il prossimo come il tuo fondatore S. Giovanni di Dio, mi sembri un agnello mansueto condotto al macello, segno evidente che Dio non ti voleva in Africa per dare il tuo sangue da missionario, come talvolta hai desiderato, ma ti chiedeva il “silenzioso martirio del cuore”, umanamente frustrato in ogni sua anche più nobile aspirazione.

Ti è costato assai, Riccardo, dimmi la verità. E’ che adesso noi passiamo sopra a questi aspetti che fatichiamo a percepire, portati come siamo a cogliere la serenità che promana dal tuo sguardo. Così, tutto ciò che ti è successo, per noi è ovvio, facile, naturale: cosa vuoi mai che sia saper di dover morire a trent’anni!

Ho chiacchierato tanto ma non ti ho ancora espresso il vero motivo di questa mia lettera. Per rendere credibile la tua santità in questi anni sei stato sottoposto a tanti processi canonici e hai dovuto fare miracoli. Ma io sono convinto che quel martirio del cuore solo ora comincerà a dare i suoi frutti e tu sarai l’ispiratore ed il direttore dei “restauri” in atto nella tua grande famiglia religiosa ospedaliera e nella Chiesa. In fondo, sei l’unico medico-religioso-santo della sua storia secolare.

Oggi tu, il più inesperto di vita conventuale, (tre anni, ma se se togliamo la malattia e le convalescenze, si scende ulteriormente), sei chiamato a parlarci del convento, prima che dell’ospedale moderno e umanizzato che sognano tutti; a chiarirci punti che sembrerebbero scontati ma che, disattesi, mettono in crisi tutto il meccanismo.

Prometti di fare questo pezzo di strada con noi?

Grazie, Fra Riccardo, per aver accettato l’invito. Dunque, senza tanti preamboli, con la mia relazione introduttiva, apro subito i lavori sul tema all’ordine del giorno: ” Il Convento e la Comunità terapeutica”. A te affiderò la sintesi finale.

Il tuo amico di sempre.

All.  LETTERA APERTA A LUCIA…

TRIVOLZIO A DON GIUSSANI – San Riccardo Pampuri

Trivolzio. Nei pressi del Santuario di san Riccardo Pampuri, inaugurato il piazzale dedicato a don Giussani

 01/05/2007

La gratitudine di Trivolzio
Martedì 1 maggio 2007, monsignor Giudici, vescovo di Pavia, ha inaugurato a Trivolzio, nei pressi del santuario di san Riccardo, il piazzale dedicato a don Giussani.

Da Trivolzio a tutto il mondo Monsignor Giussani è stato l’artefice della diffusione, non solo in Italia, ma in tutto il mondo, della conoscenza e della devozione a san Riccardo Pampuri. Da dodici anni, il sabato sera, centinaia di giovani provenienti da ogni parte, anche da molto lontano, vengono qui in chiesa, a Trivolzio, per chiedere tante Grazie a san Riccardo. E la domenica giungono tantissime famiglie con tanti bambini. In un piccolo paese sconosciuto c’è un giovane medico santo, ed ecco che improvvisamente basta un invito perché la sua conoscenza con un passaparola si diffonda ovunque.

Trivolzio vuole dire «grazie» a monsignor Giussani per avere indicato e valorizzato la figura di san Riccardo. (di Don Angelo Beretta, parroco della chiesa dei SS. Cornelio e Cipriano di Trivolzio).

Un uomo vero

Avete voluto dedicare questa piazza a don Luigi Giussani perché è un uomo vero. Lo possiamo testimoniare noi che abbiamo avuto il dono di conoscerlo e vivere con lui; ma lo possono riconoscere tutti, anche quelli che non lo hanno mai incontrato, attraverso il prolungarsi della sua opera, l’umanità di chi è stato affascinato dalla sua umanità e lo ha seguito.

Don Luigi Giussani seppe cogliere da piccoli avvenimenti l’opera dello Spirito attraverso San Riccardo Pampuri e la indicò. Così divenne anche in questa vicenda strumento dello Spirito per attuare le grandi opere di Dio che stanno davanti ai nostri occhi quasi quotidianamente qui a Trivolzio, come ci testimonia commoventemente, ogni volta che veniamo qui, don Angelo. (di Mauro Ceroni, responsabile di CL a Pavia).

Nel gennaio del 1995 Cristina Bologna, su invito di don Giussani che era rimasto molto colpito dalle vicende che lei gli aveva raccontato, scrisse una lettera alla nostra rivista nella quale descriveva una guarigione inspiegabile accaduta dopo che a una persona gravemente malata era stata data un’immaginetta di san Riccardo Pampuri (cfr. Tracce, febbraio 1995, p. 51). In quella circostanza don Giussani iniziò a suggerire di invocare quotidianamente il Santo medico: «Dite qualche Gloria a san Riccardo Pampuri: dobbiamo valorizzare i Santi che Dio ha creato tra noi, nella nostra epoca e nella nostra terra. Bisogna invocarlo: un Gloria a Pampuri tutti i giorni».

Le parole del vescovo: All’inaugurazione del piazzale il vescovo di Pavia, monsignor Giovanni Giudici, ha detto di don Giussani: «Un cristiano tipico della nostra terra: mite, intraprendente e deciso nel bene da compiere, ma che vive ciò nel nascondimento e senza troppo clamore. Questo stile caratteristico della nostra gente, ci porta a comprendere che vita cristiana è dono gratuito agli altri», ricordando che «oggi con la benedizione di questo piazzale noi ricordiamo anche i sacerdoti che si sono spesi con gratuità per gli altri, sacerdoti a cui l’Amministrazione di Trivolzio ha dedicato nel passato vie del paese».
[da Tracce, giugno 2007, p. 71 ss.]

>>>>  DON GIUSSANI – BIOGRAFIA E ALTRO

San Pampuri, noto nel mondo e senza statua nella sua Pavia – Spatola Giuseppe

Un busto a New York ma resta nel cassetto il progetto di un monumento davanti al San Matteo di pavia

Ama et fac quod vis - scultore angelo grilli

             

Un busto a New York ma resta nel cassetto il progetto di un monumento davanti al San Matteo San Pampuri, noto nel mondo e senza statua nella sua Pavia PAVIA.

San Riccardo Pampuri ha devoti in tutto il mondo. Una statua davanti all’ingresso del General Hospital di New York. Ma neppure un monumento che lo ricordi nella sua terra.   

Non trattiene la rabbia e lo stupore don Angelo Beretta, parroco di Trivolzio, il paese in cui sono custodite le reliquie del medico diventato santo nel 1989 per volere di Giovanni Paolo II: “I pavesi sembrano essersi dimenticati del loro santo. Le istituzioni non sono riuscite a mettersi d’ accordo neppure sulla statua che doveva essere posta all’ ingresso del Policlinico San Matteo di Pavia”.

 E aggiunge: “Evidentemente la devozione per il frate di Trivolzio è più  sentita all’estero che nel Pavese. Così non avremo mai una statua in suo ricordo”.   

Per il centenario della nascita il presidente dell’ Azienda di promozione turistica del Pavese, Pio Marcato, aveva proposto di collocare davanti all’ ingresso del Policlinico di Pavia una statua del santo, nato a Trivolzio nel 1897 e morto a 33 dopo essersi fatto frate e aver prestato servizio come medico all’ ordine ospedaliero di San Giovanni di Dio Fatebenefratelli di Milano.   

Spiega Marcato: “Avevamo pensato ad una statua in bronzo che ritraeva San Pampuri con il camice da medico. Il bozzetto era stato preparato dall’ artista pavese Angelo Grilli, presentato alla stampa e alle istituzioni in occasione dei 100 anni della morte e poi dimenticato in un cassetto per il disinteresse generale delle istituzioni”.

Eppure i devoti che ogni domenica arrivano a Trivolzio da ogni parte del mondo per pregare il santo e chiedere un miracolo, dovrebbero avere un riconoscimento ufficiale. Forse serve un miracolo di San Pampuri per realizzare la statua di fronte al San Matteo?   

La speranza di Don Angelo Beretta è quella che qualche pavese si ricordi del santo, rispolverando così il vecchio progetto della statua. E’ assurdo che una statua in bronzo di San Pampuri sia stata collocata, negli anni scorsi, di fronte all’ingresso del General Hospital di New York e qui a Pavia, invece, si continui a far finta di nulla, privilegiando altre figure, come Padre Pio.

Ogni domenica la piccola chiesa di Trivolzio è presa da assalto da fedeli provenienti da tutto il mondo. Queste persone, che magari hanno percorso migliaia di chilometri per arrivare in provincia di Pavia, pregano sulle reliquie del santo, ne chiedono la grazia e spesso vengono miracolati.   

E ricorda: “L’ ultimo miracolo accertato è quello di una giovane di Bologna che, dopo un incidente stradale, era entrata in coma. Alcune sue amiche sono arrivate fino a Trivolzio per chiedere la grazia al santo e la loro amica, forse destinata a rimanere in coma, si Š miracolosamente svegliata e ora sta bene.

Una statua di San Pampuri al Policlinico San Matteo potrebbe dar coraggio agli ammalati e riavvicinare i pavesi al Santo. Per ora, però, ci dobbiamo accontentare di ammirare i progetti commissionati dall’ Apt e rimasti purtroppo solo sulla carta.   

Giuseppe Spatola

 

Spatola Giuseppe

Pagina 49 (4 maggio 2001) – Corriere della Sera

Il Signore salva senza porre nessuna condizione – A cura di Ermes Ronchi

Il Signore salva senza porre nessuna condizione

A cura di Ermes Ronchi 

VII Domenica Tempo ordinario – Anno B.

Gesù entrò di nuovo a Cafàrnao, dopo alcuni giorni. Si seppe che era in casa e si radunarono tante persone che non vi era più posto neanche davanti alla porta; ed egli annunciava loro la Parola.

Si recarono da lui portando un paralitico, sorretto da quattro persone. Non potendo però portarglielo innanzi, a causa della folla, scoperchiarono il tetto nel punto dove egli si trovava e, fatta un’apertura, calarono la barella su cui era adagiato il paralitico.

Gesù, vedendo la loro fede, disse al paralitico: «Figlio, ti sono perdonati i peccati». Erano seduti là alcuni scribi e pensavano in cuor loro: «Perché costui parla così? Bestemmia! Chi può perdonare i peccati, se non Dio solo?».

E subito Gesù, conoscendo nel suo spirito che così pensavano tra sé, disse loro: «Perché pensate queste cose nel vostro cuore? Che cosa è più facile: dire al paralitico “Ti sono perdonati i peccati”, oppure dire “Àlzati, prendi la tua barella e cammina”? Ora, perché sappiate che il Figlio dell’uomo ha il potere di perdonare i peccati sulla terra, dico a te – disse al paralitico –:« alzati, prendi la tua barella e va’ a casa tua».

Quello si alzò e subito prese la sua barella e sotto gli occhi di tutti se ne andò, e tutti si meravigliarono e lodavano Dio, dicendo: «Non abbiamo mai visto nulla di simile!».

Il paralitico di Cafàrnao. Lo invidio. Perché ha grandi amici: forti, fantasiosi, tenaci, creativi. Sono il suo magnifico ascensore, strappano l’ammirazione del Maestro: Gesù vista la loro fede… la loro, quella dei quattro portatori, non del paralitico.

Gesù vede e ammira una fede che si fa carico, con intelligenza operosa, del dolore e della speranza di un altro. I quattro barellieri ci insegnano a essere come loro, con questo peso di umanità sul cuore e sulle mani.

  • Una fede che non prende su di sé i problemi d’altri non è vera fede.
  • Non si è cristiani solo per se stessi;
  • siamo chiamati a portare uomini e speranze.
  • A credere anche se altri non credono;
  • a essere leali anche se altri non lo sono,
  • a sognare anche per chi non sa più farlo.

«Sei perdonato». Immagino la sorpresa, forse la delusione del paralitico. Sente parole che non si aspettava.

  • Lui, come tutti i malati, domanda la guarigione, un corpo che non lo tradisca più.
  • Invece: figlio, ti sono perdonati i peccati.

Perdonare è nel Vangelo è un verbo di moto: si usa per la nave che salpa, la carovana che si rimette in marcia, l’uccello che spicca il volo, la freccia liberata nell’aria.

Il perdono di Cristo non è un colpo di spugna sul passato, è molto di più:

  • un colpo di remo, un colpo di vento nelle vele, per il mare futuro;
  • è un colpo di verticalità, se si può dire così, per ogni uomo immobile nella sua barella.

Il peccato invece blocca la vita, come per Adamo che dopo il frutto proibito si rintana dietro un cespuglio, paralizzato dalla paura. Finita l’andatura eretta, finiti i sentieri nel sole!

Il peccato è come una paralisi nelle relazioni, una contrazione, un irrigidimento, una riduzione del vivere. Sei perdonato. Senza merito, senza espiazione, senza condizioni. Una doppia bestemmia, secondo i farisei. Essi dicono: Dio solo può perdonare. E poi: Dio non perdona a questo modo, non così, non senza condizioni, non senza espiare la colpa!

 E Gesù interviene: Cosa è più facile? Dire: i tuoi peccati ti sono perdonati, o: alzati e cammina?

  • Gesù per l’unica volta nel Vangelo dice apertamente il perché del suo miracolo: lega insieme perdono e guarigione, unisce corporale e spirituale, mostra che l’uomo biblico è un’anima-corpo, un corpo-anima, un tutt’uno, senza separazioni.
  • E rivela che Dio salva senza porre condizione alcuna, per la pura gioia di vedere un figlio camminare libero nel sole, perché la grazia è grazia e non merito o calcolo.

Tutti si meravigliarono e lodavano Dio. Attingere alla meraviglia, sapersi incantare per questa divina forza ascensionale che ci risana dal male che contrae e inaridisce la vita, forza che la rende verticale e la incammina verso casa. Per sentieri nel sole.

(Letture: Isaia 43, 18-19. 21-22. 24b-25; Salmo 40; 2 Corinzi 1, 18-22; Marco 2, 1-12)

Avvenire 16/02/2012

 

Riccardo Pampuri, il dottor carità – Angelo Montonati

Il Dr. Erminio Pampuri medico chirurgo
Angelo Montonati 
IL DOTTOR CARITA’
Riccardo Pampuri dei Fatebenefratelli
Ed. Fatebenefratelli, Milano 1989
Beatificato da Giovanni Paolo II il 4 ottobre 1981, Riccardo Pampuri è stato proclamato santo dallo stesso Pontefice il primo novembre 1989. 
La sua breve esistenza, fin dagli anni della fanciullezza, è sempre orientata verso la santità, in un cammino caratterizzato non certo da avvenimenti straordinari, ma da intensa spiritualità, profonda e serena umiltà, infaticabile dedizione apostolica e instancabile spirito di servizio. Per lui l’essere medico non è mai uno strumento per la ricerca di ricchezza, potere o prestigio, ma un modo per vivere ogni giorno la carità verso i malati ed i bisognosi con professionalità unita a grande umanità, ad estrema disponibilità e a straordinaria generosità.
Fin da giovanissimo coltiva l’aspirazione a dedicarsi alla vita religiosa, aspirazione che riesce a realizzare solo negli ultimi anni della vita nell’Ordine ospedaliero dei Fatebenefratelli. Tuttavia, la sua intera esistenza è pervasa dal primato dello spirituale, che infonde alla feriale semplicità del suo essere e del suo agire da cristiano una forte credibilità e incisività.
Gli anni della formazione
Erminio Filippo (prenderà il nome di Riccardo da religioso dei Fatebenefratelli) Pampuri, penultimo di undici figli, nasce da Innocenzo Pampuri e da Angela Campari a Trivolzio, non lontano da Pavia il 2 agosto 1897.
L’ambiente familiare è certamente importante nella sua formazione cristiana. Della mamma tutti dicono che è «Angela di nome e di fatto». Del padre le biografie non forniscono molti particolari, se non che è dedito all’alcol e che, di conseguenza, a volte maltratta la moglie. Ben presto però Erminio Filippo rimane orfano della mamma, stroncata a 44 anni dalla tubercolosi; qualche anno più tardi perde anche il padre. Dopo la morte della mamma Erminio Filippo viene accolto a Torrino nella casa del nonno materno, Giovanni Campari. Nella stessa casa vivono, entrambi non sposati, la zia Maria, che gli farà da mamma e da guida nella fede cristiana, e lo zio medico Carlo, un credente tutto d’un pezzo come il nonno Giovanni. Accanto a loro ci sono i prozii Pietro e Carlo e la fedele domestica Caterina Bersan.
Pampuri riceve specialmente dagli zii Carlo e Maria una profonda educazione cristiana e, fin da ragazzo, vive la propria fede in modo esemplare. Allontanarsi da Torrino gli costa sacrificio e gli provoca disagio allorché è costretto a trasferirsi a Milano, in casa del fratello maggiore Ferdinando, per frequentare il ginnasio. Gli zii colgono le sue difficoltà e lo sistemano nel collegio Sant’Agostino di Pavia, più vicino a loro. Nel ricordo dei suoi compagni Erminio Filippo è così descritto: «…normale, dominatore di sé stesso e quindi anche degli altri. Non è stato mai possibile con lui avere una rivincita o fare una baruffa. Quando aveva giudicato di aver finito il necessario con noi, sapeva ritirarsi o per pregare o per studiare. Conservava il gusto per le cose semplici e fra tutte egli amava trattenersi coi compagni più timidi e con quelli di condizioni modeste…».
Mentre si dedica con assiduità agli studi, impegna il tempo libero in parrocchia dedicandosi alla catechesi, all’attività missionaria, all’animazione culturale e alle opere di carità. Fin da ragazzo collabora strettamente col parroco e con quest’ultimo fonda a Morimondo un Circolo della Gioventù di Azione Cattolica, di cui è anche il primo presidente. In quegli anni fonda anche un Circolo intitolato a Don Bosco. Lo zio Carlo, medico stimato, lo avvia alla sua stessa professione e così nel 1915 Pampuri si iscrive alla facoltà di medicina presso l’Università degli Studi di Pavia, anche se, come confida alla sorella suor Longina Maria missionaria in Egitto, avrebbe voluto farsi prete o religioso.
A Pavia il giovane Pampuri sta in pensione presso la casa di una signora amica di famiglia. Nel periodo degli studi universitari frequenta la Conferenza di San Vincenzo de’ Paoli e il Circolo Universitario «Severino Boezio» fondato nel 1898 dal vescovo mons. A. Riboldi per la formazione spirituale e morale dei giovani universitari.
Il primo aprile 1917 è arruolato nell’esercito e, in quanto studente di medicina, è assegnato all’86 Sezione di Sanità e mandato in zona di guerra col grado di caporale. In una lettera inviata il primo settembre 1917 alla sorella suora Pampuri descrive la sua profonda sofferenza interiore per il triste spettacolo delle atrocità belliche:«Da due settimane faccio servizio in un ospedaletto da campo, in sala di medicazione. Quale scempio della povera carne umana, che ferite, che squarci, quante membra fracassate! Speriamo che per la misericordia divina questo flagello abbia a terminare molto presto!».
«Ebbe sempre grande carità – sono parole di un commilitone – verso i soldati infermi e particolarmente verso i più gravi. Era pronto a confortarli nei loro mali e specialmente nel far ricevere loro i santi sacramenti quando erano gravi. Si compiaceva di radunare i semplici soldati per far loro un po’ di morale e la sua assennata parola era sempre tenuta in grande considerazione». Nel suo corredo militare non mancano il Vangelo, le Lettere di S. Paolo e l’Imitazione di Cristo.
In guerra Pampuri si merita anche una medaglia di bronzo perché il 24 ottobre 1917, per impedire che il materiale sanitario dell’ospedaletto della sua compagnia vada perduto, essendosi i suoi commilitoni ritirati, carica tutto su un carro trainato da una mucca e, da solo, sfidando il fuoco dell’artiglieria austriaca, cammina nel fango per 24 ore, riuscendo in fine a raggiungere i compagni che ormai lo davano per disperso. Quella eroica marcia sotto la pioggia gli costa però una pleurite, che minerà in modo grave la sua salute. In seguito rifiuterà la pensione di guerra con la motivazione di avere già lo stipendio da medico condotto.
Terminata la guerra, riprende gli studi universitari non senza attraversare qualche momento di crisi, come testimoniano alcune sue confidenze espresse in una lettera alla sorella suor Longina un anno prima della laurea:«…in questo anno, che dovrebbe essere l’ultimo dei miei studi ed il primo della mia vita professionale, prega molto, affinché io possa attingere tanta forza dalla nostra Fede, così bella e così santa, da poter finalmente uscire da una vita di sterili desideri e di vane aspirazioni per cominciarne una veramente feconda di opere che, rendendo a Dio la dovuta lode e ringraziamento, abbia a farmi più lieto e più felice nella pace serena della Sua santa amicizia…».
Nel 1921 consegue a pieni voti la laurea in medicina e chirurgia con una tesi su «La determinazione della pressione arteriosa con un nuovo sfigmomanometro». Qualche mese prima della laurea si fa Terziario francescano, continuando a nutrire una speciale attrazione per la vita religiosa, come si evince da quanto egli scrive alla sorella suor Longina: «…Ora sono divenuto un po’ tuo fratello anche nell’ordine spirituale, poiché, quantunque indegno, nella speranza di diventare un po’ migliore mi sono messo io pure sotto la protezione del Serafico padre francescano, iscrivendomi nel suo terz’ordine».
La carità nella professione medica
Conseguita la laurea, dopo un breve tirocinio presso lo zio Carlo e una breve supplenza nella condotta medica di Vernate, ottiene la condotta di Morimondo, un paese a circa 27 chilometri da Milano e a 15 chilometri da Torrino, il paese degli zii. Lì esercita la professione medica dal 1921 al 1927, conquistandosi l’ammirazione, la stima e l’affetto di tutti per l’infaticabile disponibilità, la grande generosità, la non comune spiritualità e le eccezionali doti di umanità. Sempre discreto, paziente, cordiale, è sempre disponibile, a qualsiasi ora del giorno e della notte.
Scrive Gornati:«Vi era lì l’abitudine di ricorrere al medico preferibilmente di notte, ed a volte siffatte chiamate s’incrociavano in modo da occuparlo fino al mattino. Tornando poi a casa non era raro che trovasse in cortile una o due carrozzelle con persone che l’attendevano per accompagnarlo presso altri infermi. “Ma dottore — osservava colui che gli slegava il suo cavallo — riposi un po’; lei ancora non ha chiuso un occhio!”. “E così? — rispondeva il dottore — importante è badare alla vita dell’ammalato”. E sceso dalla sua carrozzella, saliva immediatamente sull’altra e via».
Tutte le volte che ha a che fare con malati bisognosi accanto alla ricetta mette di nascosto i soldi necessari per l’acquisto delle medicine. Alla domanda di quale sia il suo onorario risponde: «…domani, domani…». Spesso si reca egli stesso a comprare i farmaci; oltre al denaro, dona agli infermi alimenti, indumenti e coperte. Quel che resta del suo stipendio lo dona alle missioni. Capita che a metà mese egli rimanga senza una lira. Talvolta torna a casa con scarpe rotte e scalcagnate che ha preso da qualche povero in cambio delle sue. «Io viaggio sul biroccio — è il suo commento scherzoso a chi gli chiede spiegazioni — gli altri vanno a piedi, di suole ne consumano più di me…».
Ha testimoniato Giuseppina Pedretti che abitava proprio sotto il suo appartamento a Morimondo: «…era un’istituzione di carità, più che un medico. Ci siamo immediatamente accorti che era diverso dagli altri».
Quando ha a che fare con pazienti per i quali la medicina può poco, sollecita il malato e i familiari alla chiamata del sacerdote. Egli per primo usa inginocchiarsi accanto al capezzale dei morenti invitando i presenti a pregare. Insieme alla borsa con la consueta attrezzatura medica porta sempre con sé la corona del rosario, che usa recitare ogni giorno con fervore, mentre va a piedi o in bicicletta o col calessino. La gente del paese rimane ammirata, non solo dalla sua estrema generosità, ma anche dalla grandissima devozione con cui prega e con cui quotidianamente partecipa alla celebrazione eucaristica.
Nel tempo libero si dedica alla preghiera, allo studio e all’apostolato. Lavora moltissimo in parrocchia come catechista, preparatore dei piccoli alla prima comunione, conferenziere. Organizza, inoltre, turni di esercizi spirituali presso la «Villa del Sacro Cuore» dei Padri Gesuiti in Triuggio per i giovani del Circolo, per i lavoratori della campagna e per gli operai. Vi invita pure colleghi ed amici ed interviene personalmente nel sostenere le spese.
Troviamo quello che si potrebbe definire il suo programma nell’esercizio della professione medica in una lettera scritta alla sorella suora:
«Prega affinché la superbia, l’egoismo o qualsiasi altra mala passione non abbiano ad impedirmi di vedere Gesù sofferente nei miei ammalati. Lui curare, Lui confortare…Con questo pensiero sempre vivo nella mente, quanto soave e quanto fecondo dovrebbe apparire l’esercizio della professione!».
Ha detto di lui il nipote Alessandro, anch’egli medico: «Zio Erminio era qualcosa di più che un medico; lo vedevo persino lavare i piedi dei pazienti anziani, medicarli con estrema cura e trattarli sempre con grande umiltà».
Alla sua salute pensa poco preoccupato com’è di donarsi senza limiti agli altri. Inizia la sua giornata di buon mattino e, dopo avere partecipato alla messa, inizia il giro della condotta. Al ritorno, verso mezzogiorno, prima del pranzo si ferma in preghiera davanti al tabernacolo. Nel pomeriggio, dopo aver dedicato circa un’ora allo studio o alla lettura, riprende le visite. Alla sera torna in chiesa per pregare, recitare il rosario e assistere alla benedizione eucaristica. Dopo cena ci sono spesso le adunanze dei gruppi giovanili o le prove della banda musicale; altrimenti si immerge nella lettura di libri di medicina o di spiritualità. Legge spesso i quaderni della Civiltà Cattolica e l’Osservatore Romano ed alimenta la sua vita spirituale specie con la lettura del Vangelo, dell’Imitazione di Cristo e dell’Ufficio della Beata Vergine.
La vocazione religiosa
Nel periodo in cui è medico condotto a Morimondo matura la vocazione religiosa che Pampuri ha nutrito fin dalla fanciullezza. Cerca di entrare nei Francescani e nei Gesuiti, ma riceve risposta negativa per le sue insoddisfacenti condizioni di salute. Di fronte alle sue insistenze, gli viene consigliato di entrare nei Fatebenefratelli, dove, oltre tutto, potrà mettere a servizio degli infermi la sua competenza professionale. Nel 1927, nell’aprirgli le porte Fra Zaccaria Castelletti, allora Superiore della Provincia Lombardo Veneta dei Fatebenefratelli, pronuncia una frase che ben presto suonerà profetica: «…dovesse rimanere anche un solo giorno membro effettivo dell’Ordine nostro, sia egli il benvenuto. In cielo sarà per noi un Angelo di protezione».
Pampuri accetta di buon grado di entrare nell’Ordine ospedaliero fondato da san Giovanni di Dio e decide di fare una breve prova della vita comunitaria nella casa dei Fatebenefratelli a Solbiate Comasco. Dopo il periodo di noviziato, il 24 ottobre 1928 entra nell’Ordine dei Fatebenefratelli e chiede ai superiori di potersi chiamare Riccardo in segno di gratitudine nei confronti del sacerdote suo consigliere don Riccardo Beretta. La notizia fa scalpore, tanto che persino sul «Corriere della Sera», a firma di Giovanni Cenzato, compare un articolo intitolato «Un medico che si fa frate».
Entrato nella comunità religiosa a Brescia, riceve il compito di istruire i giovani confratelli che devono conseguire il diploma infermieristico. Gli viene anche affidata la responsabilità dell’ambulatorio dentistico annesso all’ospedale S. Orsola. La sua vita da religioso è spesa senza risparmio a servizio degli infermi e vissuta all’insegna della semplicità, della modestia, della riservatezza, dell’austerità e dell’umiltà. Fra Riccardo sceglie per sé i compiti più umili, non disdegnando i lavori che qualche confratello rifugge per ripugnanza o per malavoglia.
Dice di lui il Priore di allora, padre Gabriele Monfrini:«Era sempre il primo e l’ultimo; primo nella diligenza, anzi scrupolosità con cui adempiva i doveri del religioso ospedaliero, assistendo anche e supplendo i medici sia nella cura dei malati che in sala operatoria. Sempre l’ultimo perché, sebbene laureato e come tale avrebbe potuto esimersi da certi uffici umili e bassi, cercava… di essere in tutto e per tutto al servizio degli infermi».
Conferma don Cesare Gnocchi, compagno di noviziato di fra Riccardo: «Quando si accorgeva che qualche confratello sfuggiva a lavori che destavano ripugnanza o comunque capiva che li facevano di malavoglia, egli correva in aiuto o li faceva direttamente. All’occasione, poi, diventando rosso in viso, con tutta carità ci diceva: «Sono le piccole umiliazioni, sono le cose che ripugnano che dobbiamo cercare noi religiosi: se non facciamo queste cose, quando esercitiamo un po’ di umiltà? Le fanno i borghesi queste cose, tanto più le dobbiamo fare noi!…». Durante il lavoro, egli pregava con salmi e giaculatorie…».
A Brescia il suo ambulatorio dentistico è frequentatissimo da gente di ogni età, ceto sociale e credo religioso e tutti sono conquistati da quel frate sempre sorridente e disponibile, che tratta tutti con garbo e con la massima carità.
In una lettera alla sorella suor Longina, scritta un anno prima della morte, Fra Riccardo tratteggia il programma della sua vita religiosa: «Abbi grandi desideri, cioè desiderio di grande santità, di fare opere grandi; mira sempre più in alto che puoi per riuscire a colpire giusto; ma poiché non sempre sarai chiamato ad azioni gloriose, fa anche le cose piccole, minime, con grande amore… far sempre la volontà del Signore nell’esatto compimento dei propri doveri e in una lotta perseverante… questo dovrebbe essere il mio programma».
Nel 1929 presenta un episodio di emottisi causato dalla riaccensione della tubercolosi polmonare contratta in guerra. Un soggiorno di alcune settimane nella casa di cura dei Fatebenefratelli a Gorizia procura un temporaneo miglioramento delle sue condizioni di salute, tanto che egli torna alla sua attività medica presso l’ambulatorio odontoiatrico di Brescia. Qualche mese più tardi, però, presenta un nuovo e più grave episodio di emottisi e le sue condizioni cliniche peggiorano. Gli viene allora consentito di trascorrere un mese di convalescenza a Torrino, a casa degli zii, ma senza risultato. Il 18 aprile 1930 si ricovera nell’ospedale «San Giuseppe» di Milano in preda a febbre elevata. Nei giorni successivi si verifica un ulteriore aggravamento della sua malattia che lo porterà a morte il primo maggio dello stesso anno, mentre stringe nelle mani il suo crocifisso.
La salma di fra Riccardo rimane nel cimitero di Trivolzio fino al 16 maggio del 1951, quando viene traslata in una cappella della chiesa parrocchiale, a lato del fonte battesimale presso il quale egli era stato battezzato. A beatificazione avvenuta le sue spoglie mortali vengono spostate nella cappella di Sant’Antonio della stessa chiesa. Il 29 gennaio 1997, in occasione del centenario dalla nascita, il corpo di San Riccardo, dopo la ricognizione, è stato collocato in un’urna di cristallo per facilitare la devozione dei fedeli. A Trivolzio, suo paese natale, è stata inaugurata nel 1993 una residenza protetta per anziani non autosufficienti a lui intitolata, realizzata per volere dei suoi concittadini e della Provincia Lombardo Veneta dei Fatebenefratelli.
Annotazioni conclusive
Anche per Riccardo Pampuri, come per Giuseppe Moscati, si può dire che nella sua esistenza non vi è nulla di «straordinario», nel senso che egli si è fatto santo in modo per nulla clamoroso, ma vivendo fino in fondo l’essere cristiano nella quotidianità. La sua è stata una santità «semplice», maturata in una personalità umile e quasi «invisibile» attraverso l’eroismo quotidiano dell’abbandono fiducioso alla volontà di Dio. «In lui — ha scritto Giovanno Paolo II — rifulgono i tratti della spiritualità laicale delineata dal Concilio Ecumenico Vaticano II».
«…La vita breve ma intensa di Fra Riccardo Pampuri — sono sempre parole del Santo Padre — è uno sprone per tutto il popolo di Dio, ma specialmente per i giovani, per i medici, per i religiosi…
Ai giovani contemporanei egli rivolge l’invito a vivere gioiosamente e coraggiosamente la fede cristiana, in continuo ascolto della Parola di Dio, in generosa coerenza con le esigenze del messaggio di Cristo, nella donazione verso i fratelli.
Ai medici, suoi colleghi, egli rivolge l’appello perché svolgano con impegno la loro delicata arte, animandola con gli ideali cristiani, umani e professionali, perché sia un’autentica missione di servizio sociale, di carità fraterna, di vera promozione umana.
Ai religiosi e alle religiose, specialmente a quelli e quelle che, nell’umiltà e nel nascondimento, realizzano la loro consacrazione fra le corsie degli ospedali e nelle case di cura, Fra Riccardo raccomanda di vivere lo spirito originario del loro Istituto, nell’amore di Dio e dei fratelli bisognosi».
E importante che, nella sua mirabile e lineare semplicità, l’insegnamento spirituale di questo nuovo santo contemporaneo sia raccolto e tradotto in scelte esistenziali dai suoi ideali destinatari, che sono non un’élite o una ristretta cerchia di persone, ma tutti i battezzati, chiamati allo stesso cammino di santità attraverso la scelta di appartenere totalmente a Cristo in ogni momento della vita.
Bibliografia
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  • Cammilleri R., Fra Riccardo Pampuri, Arnoldo Mondadori Editore, 1997, pp. 205.
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  • Chiminelli P., Fra Riccardo Pampuri, giovane d’Azione Cattolica, medico, religioso dei Fatebenefratelli, Roma, IV ed., 1974.
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  • Giovanni Paolo II, Lettera a fra Pascual Piles Ferrando Priore Generale dell’Ordine Ospedaliero di San Giovanni di Dio, Città del Vaticano, 22 ottobre 1997.
  • Gornati G., Camice e tonaca. Fra Riccardo Pampuri dei Fatebenefratelli, Ed. Paoline, II ed., Fatebenefratelli, Milano, 1961.
  • Mondrone D., Riccardo Pampuri. Dal camice di medico alla tonaca di frate, in: I santi ci sono ancora, Ed. Pro Sanctitate, Roma, Sesto Volume, 1981, pp. 297-315.
  • Montonati A., 33 anni con Dio, Ed. Paoline, Cinisello Balsamo, 1982.
  • Montonati A., Il dottor carità Riccardo Pampuri dei Fatebenefratelli, Ed. Fatebenefratelli, Milano 1989.
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  • Postulazione Generale dei Fatebenefratelli, Il beato Riccardo Pampuri dei Fatebenefratelli, Arti Grafiche Scalia, Roma, 1981.
  • Russotto G., Pensieri ascetici di un medico, Daverio, Milano, 1951.
  • Russotto G., Riflessi di un’anima. Lettere al Servo di Dio fra Riccardo Pampuri dei Fatebenefratelli, medico-chirurgo, Marietti, Torino, 1955.
  • Scarlattini I., La formazione di Erminio Pampuri e il suo impegno laicale a Morimondo, Ed. Fatebenefratelli, Milano, 1997, pp. 96.

SAN RICCARDO PAMPURI VISTO DA MONS. GIUSSANI

  

l miracolo della familiarità di Dio

IL CUORE DI GESÙ 

«Sia che l’animo nostro si trovi oppresso dal dolore o dalla delusione, sia che sovrabbondi di santo gaudio, nel Cuore santissimo di Gesù egli trova quello che gli occorre, tutto quello che potrebbe desiderare, la medicina per le sue ferite ed il conforto alle sue pene, la conferma delle sue speranze, la forza per perseverare, il più efficace impulso ad una sempre maggior perfezione e la gioia ineffabile della sensazione viva della figliolanza ed amicizia di Dio e della fraterna unione con Gesù Cristo» (san Riccardo Pampuri)         

     La chiesa parrocchiale dei Santi martiri Cornelio e Cipriano<br /><br /><br />
in Trivolzio, dove è conservato e venerato<br /><br /><br />
il corpo di san Riccardo Pampuri
La chiesa parrocchiale dei Santi martiri Cornelio e Cipriano in Trivolzio,
 dove è conservato e venerato  il corpo di san Riccardo Pampuri
di Lorenzo Cappelletti 
A partire dal 1993 e poi con intensità crescente soprattutto     fra il 1995 e il 1996, don Giussani ha fatto riferimento a san Riccardo Pampuri in molte  conversazioni pubbliche e private, molte delle quali sono state ormai edite. Ne avevamo già scritto (cfr. n. 9 di 30Giorni del settembre 2006).
La nostra intenzione ora è     di ripercorrere in forma più sistematica, e proprio grazie ai testi     pubblicati, l’evocazione che del santo di Trivolzio, canonizzato da     Giovanni Paolo II il 1° novembre 1989, ha fatto don Giussani.
Il primo ricordo pubblicato che ci resta, dal punto di vista cronologico (si riferisce infatti a una conversazione del 6 maggio 1993), trae spunto dall’ironia con la quale chi era stata incaricata  di trascrivere le conversazioni con don Giussani – da cui sarebbero  nati i “Quasi Tischreden” all’interno della collana dei Libri dello spirito cristiano della Rizzoli – gli assicura che, vista la sua preoccupazione che la sbobinatura fosse «assolutamente  integrale», è stato trascritto tutto: «C’è     anche la frase finale: “Diciamo un Gloria a san Pampuri”». Al che don Giussani, cogliendo     evidentemente in queste ultime parole un’intenzione riduttiva, prende la palla al balzo:
«Ma scusate», dice, «la devozione ai     santi ha un significato speciale per il fatto che essi sono contemporanei: ci richiamano che il mistero di Cristo è presente a noi. E la vita di san Pampuri è impressionante nella sua semplicità assoluta, come quella di un contadino, di un medico di campagna che nessuno     conosceva, eccetto che per la bontà con cui trattava gli ammalati. E poi se n’è andato in convento, dove non è stato  riconosciuto per quello che era, ed è morto dopo tre anni  così. Ma questo è il miracolo più grande di questi decenni che io conosca, perché il miracolo è il dimostrarsi della potenza con cui Iddio “mena per il naso” tutti, facendo cose grandi senza il concorso di nessuno! Perciò guardatevi dal prendere in giro i nomi dei santi e invece siatene devoti. La prima  devozione deve essere ai santi contemporanei nostri. Se la Chiesa fa santo   Riccardo Pampuri adesso o fa santo Giuseppe Moscati adesso è  perché, attraverso di essi, vuole insegnare quello che è importante per la Chiesa oggi» (L’attrattiva  Gesù, Bur, pp. 11-12). 
Lungi da noi voler interpretare don Giussani, memori     del suo fastidio e della sua pazienza, d’altra parte, per questa     attitudine diffusa, ma ci sembra di poter dire che già in questo suo     primo intervento siano presenti i temi che ritorneranno costantemente nel     suo richiamo a san Riccardo Pampuri: la devozione ai santi e la fiducia     nella loro intercessione, l’umile fatica quotidiana, la presenza     familiare di Dio e la potenza con cui opera miracoli. 
Cominciamo col dire che san Riccardo Pampuri non     è mai evocato da don Giussani come il superfluo coronamento di un     ragionamento. San Riccardo ritorna sempre a mostrare, con la concreta     bontà espressa nel suo lavoro di medico che prosegue nei suoi     miracoli, la potenza presente con cui Iddio agisce, “menando per il     naso” tutti, o, come don Giussani dice altrove, “giocando tiri     furbeschi”: «Dite qualche Gloria a san Pampuri – dobbiam valorizzare i santi che Dio ha     creato tra di noi nella nostra epoca e nella nostra terra –.
 
Bisogna     invocarlo: un Gloria     a san Pampuri tutti i giorni. Specialmente dopo l’ultimo miracolo che     ha fatto. La parente di una nostra amica di Coazzano si ammala     gravissimamente al midollo spinale: trapianto o autotrapianto, una delle     cose più gravi che ci sia. E Laura dice a questa sua compagna:     “Facciamo un pellegrinaggio qui vicino, da san Pampuri”.
Notate     che ha scelto san Pampuri perché era più vicino, e questo non     dà nessuno scandalo: se fosse stata più vicina la Madonna di     Caravaggio, sarebbero andate a Caravaggio. E vanno là, prendono la     figura del santo e Laura dice all’altra, Cristina: “Noi abbiam     bisogno del concreto, perciò fa toccare dall’immagine i     vestiti di san Pampuri”. E quella con l’immagine tocca il     cappello della sua divisa della banda musicale.
Vanno in ospedale e la     danno alla donna. Mentre è lì ancora che legge la preghiera,     arriva il medico con l’esito dell’ultimo esame: “Devo     aver sbagliato”, dice stralunato, “rifacciamo     l’esame”. Dopo mezz’ora arrivano i risultati: come quelli     di prima! Allora il medico dice: “Guardate, avete il diritto di     parlare pure di miracolo. Lei vada a casa”. “Come?”.     “Lei vada a casa, è guarita!”. Non duemila anni fa per     la vedova di Nain, ma adesso. Sotto tutto questo si cela lo svolgimento del     tiro più “furbesco” che Dio fa all’uomo.
Col     passar del tempo, coll’esperienza che si moltiplica o matura, si     sviluppa, diventa più evidente – dapprima non ci si accorge!     – che uno è veramente dentro questa descrizione di miracolo     molto più che nei sentimenti che aveva prima di sé stesso, o     nei sentimenti in cui si formano i film o i romanzi» (dalla     conversazione del 19 gennaio 1995 riportata in «Tu»     (o dell’amicizia), Bur, pp. 287-288).     Quest’ultima fondamentale osservazione, che bisogna cioè     concepire la propria esistenza come definita da ciò che opera il     Signore, accompagnerà costantemente, come vedremo,     l’evocazione dei miracoli di san Riccardo.
San Riccardo Pampuri

San Riccardo Pampuri
Negli stessi primi mesi del 1995, ancora sotto     l’impressione di quella guarigione, il riferimento a san Riccardo     Pampuri lo ritroviamo al termine di un dialogo con la comunità degli     universitari di Medicina della Statale di Milano. Proprio per la fedele     trascrizione che ne è fatta (in Avvenimento di libertà, Marietti, pp. 61-85), quel     dialogo rivela quanto sia stato faticoso e mostra quanto poco le parole     – anche le più vere, e dette con la vivacità e la  pazienza con cui don Giussani era capace di valorizzare ogni frammento di     autenticità – abbiano potuto far breccia. Cosicché il riferimento alla guarigione di cui sopra attribuita a san Riccardo,  unitamente all’ancor più clamoroso risanamento di una gamba  che toccò nel 1875 in Belgio a Pietro De Rudder per l’invocazione della Vergine di Lourdes, sembra intervenga quasi come un’invocazione fatta da don Giussani stesso perché la potenza del miracolo possa attraversare lo spessore di formalismo altrimenti  invincibile.
D’altronde, è dello stesso febbraio del 1995 quella frase di don Giussani tante volte citata e sempre più attuale: «Noi siamo in un tale degrado universale che non esiste più     niente di ricettivo del cristianesimo se non la bruta realtà creaturale. Perciò è il momento degli inizi del     cristianesimo, è il momento in cui il cristianesimo sorge, è     il momento della resurrezione del cristianesimo. E la resurrezione del     cristianesimo ha un grande unico strumento. Che cosa? Il miracolo. È il tempo del miracolo. Bisogna dire alla gente di invocare i santi     perché sono fatti per questo».
Posto ancora di fronte agli universitari per gli     Esercizi spirituali del dicembre 1995, don Giussani evoca di nuovo la     figura di san Riccardo Pampuri. Essa fa da ponte fra quelle gigantesche di     san Paolo e di Madre Teresa. Nella sua esposizione, don Giussani da una     parte rileva come «la misura dei nostri desideri di uomini»     trovi corrispondenza anche nella figura semplice «di questo     giovanissimo e silenzioso medico della mutua». E dall’altra     ricorda i suoi miracoli, di cui gli arrivano così frequenti notizie,     proprio per far avvertire, a giovani ovviamente immersi in un clima     dominante di diverso sentire, quanto Dio si sia reso familiare     all’uomo. «Dio entra nella fattispecie breve, quasi     impercettibile, tanto è piccola, di ciò che ci accade. Dio si     è reso familiare all’uomo.
Che Dio sia diventato un uomo,     Gesù Cristo, vuol dire che Dio si è reso familiare     all’uomo; il suo modo di rapportarsi alla mia vita, a quel desiderio     di felicità che creandomi mi ha dato, si esprime in una     familiarità sperimentabile: io vengo condotto, illuminato,     sostenuto, richiamato, perdonato, sono oggetto di misericordia, abbracciato     come da un padre e da una madre, come da una sposa o da uno sposo, come un     amico abbraccia l’amico del cuore.
Il rapporto dell’uomo con     Dio è il contrario di quello che tutta la mentalità moderna     immagina: grandi lavori e grandi schemi per operazioni di scandaglio     stellari, tentativi di ricognizione nei bassifondi (o altifondi)     dell’essere. No! Tu sei mio padre! Disse Gesù: “Amico,     con un bacio mi tradisci!”.
Oppure strinse il bambino al proprio     grembo e disse: “Guai a chi torce un capello al più piccolo di     questi bambini, guai a chi dà loro scandalo”, ché     nessuno ha riguardo per i bambini. Dio si è reso familiare. Il     miracolo è un metodo familiare di rapporto quotidiano di Dio con noi     – il miracolo nel suo senso più personale, privato, o nel suo     senso più pubblico e grandioso. Perché è tutto     eccezionale il nostro rapporto con Dio.
Se Egli è il creatore lo     è di ogni istante: in ogni istante mi costruisce, sono fatto di Lui.     Perciò che questo appaia, che tenda ad apparire familiarmente     – come il gesto d’amore della madre tende ad essere realizzato     ogni giorno tante volte: uno sguardo, una carezza, un bacio, un  “ciao” –, questo è il metodo di rapporto di Dio con noi» (in Litterae communionis-Tracce, n. 1, gennaio 1996, p. X).
Questa stessa idea, chiamiamola così, sit venia verbo, della sollecitudine premurosa con cui Dio continua a farsi presente attraverso il     cambiamento che Egli opera, ritorna nel breve accenno a san Pampuri in Si può (veramente?!) vivere così? (un libro sempre della Bur dell’agosto 1996 che riporta però dialoghi dei due anni precedenti).
«Cristo  è presente, talmente presente che opera il cambiamento di una cosa  presenteche è lei [la persona a cui don Giussani si rivolge in quel momento] – e perciò la memoria è riconoscere,     come presente in un cambiamento, Cristo, che è incominciato duemila     anni fa, ma rimane fino alla fine dei secoli. Anzi specifica: “Io sarò con voi tutti i giorni” – e pensando a san Pampuri che in questi ultimi mesi quasi tutte le settimane ci ha fatto miracoli, uno capisce che è proprio così –, “Io sarò  con voi, tutti i giorni, fino alla fine dei secoli”» (p. 122).
Don Luigi Giussani

Don Luigi Giussani
In un incontro della fine di gennaio 1996, con il Direttivo dell’Associazione Famiglie per l’accoglienza, don  Giussani, proprio in quanto fondate entrambe sul cambiamento che Dio opera,     identifica ora l’idea di miracolo con quella di testimonianza,  innanzitutto in riferimento agli apostoli, e poi a san Riccardo.
«Il metodo che hanno usato per arrivare ai confini della terra – come aveva detto loro Gesù– è stato la testimonianza. Cosa vuol dire testimonianza? La testimonianza è una realtà umana nel senso totale e banale del termine – qualcosa che si vede, si ode,  si tocca – contenuto di un’esperienza normale, ma che veicola, porta dentro di sé qualcosa che non è più normale […].
Questa eccezionalità in un comportamento normale coincide  con quello che cristianamente si chiama miracolo. Il miracolo è una cosa che nei suoi aspetti immediati può essere normalissima, eppure ha dentro qualche cosa che mi richiama per forza a Dio. […]
Gli avvenimenti di san Pampuri sono, per esempio, una grazia eccezionale. Ma di che grazia si tratta? Della grazia di Dio che ci costringe a capire che Lui è familiare! Perciò il miracolo non è una cosa strana: è una cosa normale! E non c’è niente che possa farci sentire investiti da un sentimento originalmente e tendenzialmente unitario, niente che possa farci sentire fratelli,  fraternamente, come il fatto di questo Mistero che è tra noi, che, come tale, porta tra noi ogni giorno una sovrabbondante testimonianza di  Sé, un sovrabbondante conforto di miracolo.
[…] San Pampuri     è simile a pochi nella sua umiltà! Sì, perché,  cosa faceva? Con grande meraviglia degli ammalati della clinica San Giuseppe, dava lui, medico, il “pappagallo” all’ammalato,  al quale non ricordava di darlo neanche l’infermiere. Tutti erano  colpiti da un medico che era più bravo, più buono, più  umile, più servizievole di un infermiere».
L’evocazione di san Riccardo ritorna ancora alla fine degli Esercizi della Fraternità di Comunione e liberazione, la domenica 5 maggio del 1996. Il leitmotiv degli Esercizi era stata l’amicizia, di cui le parole conclusive di don Giussani lamentano drammaticamente la mancanza: «L’amicizia non è proprio tra noi: possiamo essere compagni, compagni “feroci”, nel senso di attaccatissimi, ma  non amici. Speriamo che quest’anno avanzi la vostra conoscenza: dobbiamo conoscere bene cosa vuol dire “amicizia”: ieri e oggi sono stati il primo accenno.
Che il nostro amico nuovo, san Riccardo Pampuri (dico “amico nostro nuovo” perché è invocato da tanti fra noi, e a tantissimi fra noi ha fatto miracoli nel  senso vero della parolane conosco anch’io a centinaia! –; ma il Signore ce l’ha mandato sulla nostra strada perché ci sia amico in questi tempi tristi, ci sostenga nel nostro     cammino» (Supplemento a Litterae  communionis-Tracce, n. 7, luglio/agosto 1996, p. 54).
Naturalmente è presente, nella devozione a san Riccardo, anche questo aspetto, così consono anch’esso a don  Giussani, di prossimità territoriale (si percepisce che don Giussani  era felice che «l’amico nostro nuovo» mandato dal Signore  «sulla nostra strada perché ci sia amico in questi tempi tristi» fosse proprio un santo medico/contadino lombardo).
Una prossimità rafforzata dalla sofferenza che, negli anni della sua malattia – ci sia permesso questo volo –, era diventata  l’espressione manifesta di quella ferita del cuore di cui parla la preghiera di padre Grandmaison, da lui più volte citata, ferita che ora in cielo confidiamo si sia finalmente rimarginata. «San Riccardo Pampuri è nato nella nostra campagna, figlio della terra lombarda e della sua concretezza, nascosto agli occhi del mondo prima negli anni della sua formazione, poi in quelli del suo lavoro come medico condotto, infine tra i Fatebenefratelli, nella cui congregazione ha trovato la forma definitiva della sua vocazione battesimale alla santità.
[…] Ci sia egli intercessore di tante grazie e ci ottenga il dono di un cuore  come il suo “tormentato dalla gloria di Cristo, ferito dal suo amore, con una piaga che non si rimargini se non in cielo”» (dalla prefazione al libro di Laura Cioni, Il santo semplice. Vita di san Riccardo Pampuri, Marietti, p. 7).

FABELLO & GIUSSANI: due paternità a confronto – Angelo Nocent


La visione profetica: comunione dei doni. Il punto di convergenza: l’ospitalità.

  • Non ostacolate l’azione dello Spirito Santo.
  • Non disprezzate chi profetizza: esaminate ogni cosa e tenete ciò che è buono. (1Tess 5,19-20)
Fra Raimondo Fabello o.h. priore provinciale

Ripristinare la verità, nella carità, per un avvenimento di collaborazione tra Fatebenefratelli e Comunione e Liberazione, prima che un obbligo morale, dovrebbe essere una necessità, benefica per entrambe le parti.Ad un certo momento storico, due che non si conoscono, un frate silenzioso e nascosto, Fra Raimondo Fabello ed un prete che fa tanto parlare di sè, Don Luigi Giussani, s’incontrano, si parlano, ragionano, s’intendono e decidono per una collaborazione.

Entrambi possiedono una paternità spirituale: Il frate è Priore Provinciale del Lombardo-Veneto, padre di una benemerita e plurisecolare famiglia religiosa, i Fatebenefratelli; il prete è padre di una realtà in movimento ed espansione che ha un nome atipico, Comunione e Liberazione, CL per comodità. Ad un certo momento del loro percorso, entrambi si accorgono di avere bisogno l’uno dell’altro. In mezzo c’è una figura emergente nella Chiesa. E’ un giovane medico della mutua che, dopo tre anni di convento, il tempo di irrobustire la sua santità, muore da santo e finisce sugli altari: San Riccardo Pampuri.

Nell’Ospedale “Sant’Orsola” di Brescia, dove il santo aveva fatto il noviziato e la professione religiosa, tra il 1971 e il ’74, è mandato come priore proprio il nostro Fra Raimondo. Ha solo 29 anni e deve prendere in mano un prestigioso istituto e guidare la comunità religiosa.

Nel 1983 tornerà a Brescia a maturare nuove esperienze ma questa volta nell’altro Ospedale FBF, quello psichiatrico “Sacro Cuore di Gesù”. Vi resterà fino al 1986, quando verrà eletto Provinciale fino al 1988, carica che dovrà lasciare per insediarsi a Roma, eletto al Capitolo Generale IV Consigliere Generale dell’Ordine.

A fine mandato, tornerà ad assumere la carica di Provinciale tra il 1995 ed il 2001.

Le date sono importanti se si vuole scoprire, a posteriori, la logica di Dio con i suoi progetti, i suoi tempi, le sue vie.

Nell’Ottobre 1984, la Jaca Book pubblica un libro di quel prete che fa tanto parlare di sé, dal titolo suggestivo: “Alla ricerca del volto umano – Contributo ad una antropologia”.

Per uno che vive da sempre in mezzo a volti sofferenti, educato a vedere Dio in ogni volto – “l’avete fatto a me” – questa ricerca del “volto umano” lo mette sull’attenti.

Entrambi sono vigili e sensibili ad ogni segnale proveniente dalla terra ma hanno anche le antenne svettanti nei Cieli da dove captano indicazioni per l’esercizio della loro paternità spirituale.

A scrivere la prefazione del libro è chiamato nientemeno che il grande teologo Hans Urs Von Balthasar, il quale si fa garante della originale riflessione di Giussani. Egli così scrive:

“Il padre e fondatore del grande movimento cristiano Comunione e Liberazione offre in quest’opera ai suoi figli e alle sue figlie ma anche a tutti i cattolici una testimonianza, straordinaria per profondità e chiarezza, della sua meditazione e della sua matura esperienza con il movimento”.

Far comprendere a chi non ha letto il libro e non lo ha a disposizione, non è impresa facile. Perciò proverò a riportare altri passaggi salienti del teologo. Essi, dopo vent’anni, mantengono l’originale freschezza ed aiutano a ri-pensare l’oggi.

Egli ritiene che la presa di posizione dell’autore si era resa necessaria, proprio perché la fondazione era cresciuta, le attività si erano diversificate e bisognava incrementare l’auto-coscienza negli aderenti. Nelle sue parole noi riusciamo ad intravedere una svolta determinante del movimento, chiamato a non isolarsi chiudendosi in se stesso:

“Chi conosce un po’ il movimento, si meraviglierà forse dei toni decisi in apparente contrasto con il suo nome. “Comunione” non va intesa anzitutto come un legame sociale tra i membri o anche tra tutti i cristiani, ma – pienamente in linea con S. Agostino – come comunione del singolo con Cristo sempre presente, che è la sintesi di tutte le vie di Dio con la sua creazione e la sua chiesa”.

Si può non essere d’accordo su questo punto? Poteva fra Raimondo lasciarsi sfuggire questa formidabile sottolineatura, importabile anche nella sua famiglia religiosa?

Ma ascoltiamo Von Balthasar che ci introduce ulteriormente nella meditazione di Giussani:

“Già l’analisi dell’antica alleanza introduce a questa riflessione centrale: Dio sceglie sempre un individuo ben preciso – Abramo, questo singolo popolo, questo profeta – per divenire, tramite lui, concreto per tutti. Le divinità dei popoli sono astrazioni, solo Jahvé è vivo, l’unico Dio e questa concretezza di Dio culmina nell’incarnazione del suo figlio Gesù Cristo, che in questo modo diventa anche il senso di tutto il mondo.

L’uomo è creato in vista di Cristo, quindi per l’ALTRO, nel quale solamente il suo io, la sua persona, la sua libertà trovano adempimento nella donazione, nell’obbedienza e nella disponibilità. Se manca questa trascendenza che sola garantisce la “Liberazione”, l’uomo resta chiuso in se stesso, annega nel moralismo e nel fariseismo”.

Si può non essere d’accordo su un punto così essenziale che riguarda tutta la Chiesa e, quindi, anche la vita religiosa ? Fra Raimondo ha assimilato questa lezione. E lo si comprende maggiormente ora che non è più. Ma non si è fermato qui; il Provinciale Fabello cerca di scoprire l’oltre.

Prima riflessione:”In Dio stesso “Persona” è sempre relazione all’Altro: il Padre è tale solo in quanto genera eternemente il Figlio. Anche Cristo, in quanto uomo, è persona divina unicamente nella sua relazione al Padre.
Seconda riflessione fondamentale: “L’uomo approda alla vera libertà solo quando la libertà divina, l’Amore di Dio infuso nella sua anima, lo Spirito Santo gli dona la comunione con l’assoluta libertà di Dio”.
Ne risulta il paradosso mai sufficiente meditato: “L’uomo è tanto più libero quanto più perfettamente obbedisce a Dio e alla sua volontà.
Raimondo, come tutti noi, ha studiato a scuola la tesi di Platone. Secondo il filosofo greco l’uomo diventa migliore nella misura in cui partecipa alla bontà assoluta. Qui avviene il ribaltone: “Il cristiano, invece, sa che questa bontà assoluta è il Dio libero e trino apparso a noi in Cristo e comprende così anche il paradosso secondo cui chi più partecipa alla libertà di Dio è nello stesso tempo il più obbediente e più libero”.
L’autore Giussani che non si avvale solo di un consolidato impianto teologico, ma anche dell’esperienza ricca e sapiente di grande educatore, ritiene che sottolineare questo principio metodologico non può fare che bene. A questo punto è interessante andare alla fonte e leggere le indicazioni di “metodo con cui il movimento cerca di ottenere il suo scopo”. Egli scrive: “Il principio metodologico che anima l’esperienza di Comunione e Liberazione è l’obbedienza, vale a dire quella dinamica umana che è stata storicamente alle origini dell’esperienza cristiana. “Seguitemi”, diceva Gesù a coloro che volevano essere suoi discepoli, ed essi hanno vissuto con lui, camminato con lui, mangiato con lui e ascoltato le sue parole nuove e sconvolgenti.
E’ questo un atteggiamento dinamico ed attivo, un’adesione totale, consapevole, ricercata e continuamente ripresa ad un progetto di salvezza per noi, che preesiste a noi stessi.
Il nostro naturalismo istintivo tende a vivere un’aggregazione di fedeli, una comunità, un movimento come un ambito ricco di spunti e di provocazioni che permettano alla nostra personalità di perseguire quegli scopi che via via una socialità può far balenare all più diverse ambizioni e desideri”.
Ed ecco il passaggio giustificativo del metodo: “Sottolineare invece questo principio metodologico ha il pregio di riportare una comunità di cristiani al suo valore ultimo che può essere solo quello di mettersi insieme per vivere la memoria di Cristo. Ogni volta che ci si discosta da questo valore ultimo, la “forma” di una aggregazione di cristiani, anche se fossero frati o suore, prevale, prevarica su ciò che dà forma e l’esperienza si svuota diventando appunto formale.
E’ la signoria di Dio che siamo chiamati a servire, perché uomini siamo chiamati a diventare. E’ a questa obbedienza che si cerca di maturare nella amicizia del nostro movimento”.
Giussani rinforza la sua tesi citando una lettera di Pietro da dove emerge che la rigenerazione avviene mediante la Parola (1, 22-24) :”22Ubbidendo alla verità, vi siete purificati e ora potete amarvi sinceramente come fratelli. Amatevi dunque davvero, intensamente: 23perché voi avete ricevuto la nuova vita non da un seme che muore, ma da quel seme immortale che è la parola di Dio, viva ed eterna.
24Così dice la Bibbia:
Tutti sono come erba,
e tutta la loro gloria è come un fiore di campo.
Secca l’erba, appassisce il fiore;
25ma la parola del Signore dura in eterno.
E questa è la parola del Vangelo che vi è stato annunziato.”
La riflessione di Giussani si fa ancora più acuta, scava, sgretola le resistenze del cuore di pietra: “Questa obbedienza, che ha senso solo se è obbedienza alla verità, è il punto genetico di ogni conseguenza in ogni aggregazione di cristiani, Perché allora obbedire, o seguire, è come crescere, crescere per penetrazione osmotica della ricchezza che Dio ci ha fatto incontrare e che ci ha commossi, con cui ci ha chiamati, con cui ci ha meravigliati, con cui ci ha fatto rinascere la speranza, “Ripetimi, Signore, la parola con cui ci hai ridato la speranza”.

Poi citerà la lettera di Paolo agli Ebrei 5,8: “8pur essendo Figlio, imparò tuttavia l’obbedienza dalle cose che patì 9e, reso perfetto, divenne causa di salvezza eterna per tutti coloro che gli obbediscono, 10essendo stato proclamato da Dio sommo sacerdote alla maniera di Melchìsedek.”

1995- Fra Raimondo viene rieletto Provinciale. Sempre nello stesso anno, per la Rizzoli esce nuovamente “Alla riceca del volto umano”. Questa volta l’introduzione è di Don Giussani e porta la data del 22 febbraio. L’autore descrive la confusione che regna dietro la fragile maschera del nostro io. A provocarlo, in parte, è un influsso esterno alla persona, quello che il vangelo chiama “il mondo”, nemico del formarsi stabile, dignitoso e consistente di una personalità. Riporta un’affermazione di Giovanni Paolo I: “Il vero dramma della Chiesa che ama definirsi moderna è il tentativo di correggere lo stupore dell’evento di Cristo con delle regole”. Giussani, che possiede l’ottimismo cristiano, scrive: “Lo Spirito, che è l’energia con cui Dio opera nel mondo, non smette di suscitare in uomini e donne lo stesso identico stupore di Giovanni e Andrea di fronte all’avvenimento cristiano. In luoghi lontani, nelle più sperdute terre, rivive l’avvenimento cristiano – e anche nei luoghi soliti del lavoro e della famiglia, così spesso tragicamente “deserti” d’umanità. Ancora, come e forse più che nell’epoca del grande movimento benedettino, i cristiani comunicano al mondo una positività di esperienza, un impeto di carità che serve a tutto il popolo”. Poi la zampata conclusiva: “Ciò accade dove il cristianesimo non è ridotto a “discorso”, a “Parola” e al conseguente soggettivismo, ma esiste come esperienza di un avvenimento nel presente. Quel che non esiste come esperienza presenre non esiste: essere contemporanei a CRisto è l’unica condizione perché inizi realmente la conoscenza di Lui come consistenza di tutte le cose (Col 1,17).

Il Provinciale Fra Raimondo sente il bisogno di portare la sua grande famiglia ospedaliera, fatta di religiosi, professionisti laici e di donne e uomini dal volto sfigurato dalla sofferenza, alla scoperta o ri-scoperta dell’avvenimento cristiano. Le riforme istituzionali sono possibili solo se gli uomini sono colti da un grande stupore. Gli scoraggiati, gli avviliti, i depressi, non solo faticano ma rallentano la marcia dell’intera carrovana. Egli non ama tenere discorsi. Lascia ai suoi confratelli sacerdoti di fare buon uso del servizio della Parola. Lui si ritaglia lo spazio che gli appartiene: creare per tutti le condizioni affinché giunga a quanti più possibile di fare nel presente l’esperienza dell’Avvenimento cristiano.

Oggi, più che un tempo, il Priore Provinciale di un Ordine Religioso come quello dei Fatebenefratelli, da un certo punto di vista, assume una responsabilità che è superiore a quella del Priore Generale, chiamato a dare gli “orientamenti generali”. Il compito di concretizzarli è demandato al Priore Provinciale con il suo Consiglio, giacchè i contesti socio-politici sono diversi in ogni Stato dove i religiosi operano.

Egli, dunque, conosce la realtà che lo circonda e non si fa illusioni: non bastano le riunioni, le tavole rotonde, il viaggi, le pubblicazioni. Dalla tradizione ha sempre ha sentito dire che l’esempio trascina. Realisticamente crede nel miracolo del “contagio”. E lo provoca. Il tentativivo che pone in atto con Don Giussani è di immettere nel circuito surriscaldato, l’olio lubrificante: è l’energia nuove di donne e uomini “appassionati” di Cristo e del Vangelo ma anche validi professionisti. Entrambi credono che il portare una ventata di freschezza giovanile, di ardore missionario in contesti stagnanti, la partecipazione ai nuovi carismi che lo Spirito suscita nei Movimenti che si moltiplicano, possa rinverdire l’albero secolare che patisce per la siccità.

Oggi tanti si chiedono: era opportuno, necessario? Non so a quali altre alternative avrebbe potuto aggrapparsi. Egli, non avendo la stoffa del “fondatore”, non ha pensato di assumersi l’iniziativa di dare vita alla creazione di un movimento Juandiano laicale con il medesimo DNA dell’Ordine, come è, ad esempio, nei movimenti francescani. Stimola certamente i collaboratori laici a partecipare attivamente allo spirito dell’ istituzione, incoraggia le iniziative locali ma si rende anche conto dei limi e delle difficoltà reali di attuazione che s’ incontrano nell’applicare le sollecitazioni del Capitolo Generale sulla promozione dei laici. Chi non lo sa che nella nostra Penisola essi faticano a trovare il loro spazio anche nella Chiesa locale che, a sua volta denuncia la scarsa partecipazione e l’arretratezza culturale in campo biblico-teologico? Nulla s’improvvisa; tutto richiede tempi di maturazione.

“Anche il Giussani è realista: “Andare a Cristo per avere la vita non è costruire ragionamenti, ma seguirlo attraverso ciò con cui egli ci chiama…

Cercare di fare da sé, tentare di convocare le proposte di Dio al tribunale dei propri criteri sarebbe la vanità più grossa: sarebbe il peccato di Lucifero, che pretese il significato della sua persona ds sé…

La vita è una strada e occorre seguire un altro che guida…

Seguire non vuol dire copiare in modo meccanico. Esso è un fenomeno umano, proprio della persona, che quindi richiede l’impegno delle energie più caratterizzanti la personalità, cioè l’intelligenza e la volontà, e che perciò senza un profondo e libero impegno non troverà la sua realizzazione…

Seguire non è un atteggiamento passivo, quasi un agire in stato di suggestione senza sapere quel che si fa…

Seguendo con gli occhi spalancati, con attenzione viva, si capisce e si impara, ciè s’ingrandisce nello spirito…

Seguire non può essere un gesto automatico, un essere trasportati una volta per tuttw, in modo irreversibile, da una corrente, ma è una decisione personale che diventa un gesto continuo della propria libertà…

Seguire è insomma amare, poiché è proprio affermare un altro come se stessi…

Il cammino del Signore è semplice come quello di Giovanni e Andrea, di Simone e Filippo, che hanno cominciato ad andare dietro a Cristo: per curiosità e desiderio. Non c’è altra strada, al fondo, oltre questa curiosità desiderosa destata dal presentimento del vero.” Partivano da questi presupposti, i due, convinti che “l’avvenimento cristiano ha come inevitabile conseguenza l’inaugurarsi di un nuovo tipo di “moralità”, che avviene secondo la dinamica ben compresa da Romano Guardini: “Nell’esperienza di un grande amore tutto ciò che accade diventa un avvenimento nel suo ambito”.

Mi convinco sempre più: parole così efficaci che circolano in questi giorni di lutto, non possono venire che dal cielo. Le intendo come il “regalo di nozze” che ci fa il nuovo intercessore Fra Raimondo. Sono quelle espressioni che ogni religioso vorrebbe sentir proferire dal suo superiore, condivise in comunita, all’ordine del giorno in ogni Comunità Teraputica. E lui, che conserva la paternita conferitagli, adeguandosi ai tempi, ce le fa pervenire via internet. L’operatore è solo uno strumento: le capta, le digita, le fissa. Perché non vederci il miracolo dela tecnologia moderna a disposizione anche del cielo?

Non potendo moltiplicare le citazioni, mi limiterò a questa: “Ogni obbedienza ad una qualsiasi aggregazione , se non è un ripercorrere e percorrere quella strada per rintracciare ogni più piccolo segnale, se non è ricerca attiva della memoria di Cristo, è assurda e alienante; rende preda comunque di meschine soggezioni alle proprie e altrui piccolezze. Diceva S:Ambrogio: “Quanti padroni finiscono per avere coloro che rifiutano l’unico Signore!” E’ la scintilla di questa coscienza che il movimento di Comunione e Liberazione vuole accendere in coloro che si sentono mossi a parteciparvi“.

Il teologo Balthasar mette sull’avviso sia CL che le famiglie religiose che i movimenti ecclesiali: “Se il movimento dovesse chiudersi in sé, contento di se stesso e dei suoi successi, si allontanerebbe dal suo programma, perderebbe anche ogni drammaticità che risulta proprio dal continuo, nostalgico sforzo di andare oltre se stesso. Accontentarsi significherebbe essere arrivati, significherebbe riposo; ma questo riposo equivarrebbe alla morte“.

Anche questi sono petali di rosa che ci piovono addosso. E’ ancora lui, il perenne sconcontento, sempre desideroso di andare oltre se stesso e di portarci anche gli altri, confratelli e collaboratori. Ma questa si chiama “ascesi”. Non so se la sua serietà ascensionale è stata recepita e apprezzata. Comunque, se desta ammirazione il Raimondo frate, austero, autorevole ma dialettico, è perché lo si scopre camminare su questa line d’obbedienza. E’ la stessa sulla quale si va muovendo anche il prete di Desio. E’ su questo binario che matureranno i punti d’incontro e d’intesa tra i due. Il Fabello viene da un’esperienza consolidata. Ma il don Gius è alla ricerca del volto umano.
Il punto in comune è questo: “l’accoglienza e la condivisione sono l’unica modalità di un rapporto umanamente degno, perché solo in esse la persona è esattamente persona, vale a dire rapporto con l’infinito”;”E’ per questo che nell’accoglienza di un povero e in quella della persona più amata ultimamente deve vivere la stessa gratuità“.

Balthasar ci aiuta a carpire il senso. Si tratta di “quella “mortificatio” paolina senza la quale non si dà vera “vivificatio” in Cristo. Poichè il Cristo è il fondamento della creazione (Ap. 9,14) e della redenzione (Col 1,19s) non può esserci per il cristiano una vera tensione tra spiritualità e lavoro culturale. Questo è autentico solo se svolto con lo sguardo rivolto alla Totalità di Cristo in cui converge (Ef 1,10) anche tutto quanto vien fatto sulla terra. Dal canto suo la spiritualità non è avulsa dal mondo, ma consiste nell’autentica sequela di Cristo fin dentro al mondo, fino alla morte in croce”.
Balthasar cita Francesco d’Assisi come miglior esempio di unità dei due aspetti .
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Ma avrebbe potuto benissimo citare San Giovanni di Dio o il nostro giovane Pampuri, sul quale, ad un certo momento, si poseranno gli occhi di Giussani: ” Proprio lui che ha ricevuto le stigmate può amare autenticamente la creazione di Dio. Nel lavoro culturale del cristiano diviene attuale la sua liberazione, raggiunta tramite la comunione con Dio: la sua obbedienza non è legata alla lettera, ma è mediata dalla sua libertà e quindi dalla sua responsabilità. Dio prende sul serio la libertà umana, in tutta la creazione essa è il dono supremo che può essere concesso alla creatura. Non si deve tuttavia pensare che Dio abbandoni l’uomo nel vuoto; lo accompagna invece costantemente con la sua presenza, di modo che l’uomo, anche quando è impegnato nel lavoro culturale, può e deve rivolgergli costantemente lo sguardo“.

Mi chiedo ancora una volta se si i può essere in disaccordo con questa riflessione così critica e che riguarda ognuno da vicino. Da queste considerazioni il ritratto di Fra Raimondo ne esce esaltato e pienamente riabilitate certe sue scelte da tanti non condivise. Che, se, nonostante tutto, alcuni componenti delle due famiglie parlano bene e razzolano male, i padri possono rammaricarsi, soffrire ma non sostituirsi ai figli. Epperò, se si preferisce leggere fatti ed avvenimenti solo in chiave utilitaristica, ossia nei termini di “perdite e profitti”, in tal caso, cade tutto il discorso.

L’illustre teologo conclude le sue osservazioni con un augurio che vale per tutti: “E’ mia convinzione che il padre di Comunione e Liberazione ha donato al movimento con queste sue cristalline dissertazioni un definitivo radicamento nella sapienza cristiana e quindi anche garanzia della sua autentica fecondità.

Possa egli essere ascoltato, compreso e seguito! Solo in questo caso il movimento, secondo la sua intenzione, potrà divenire un modello di cattolicità in tutto ed evitare quel settario chiudersi in se stessi che sta diventando esiziale per alcuni nuovi movimenti”.

A conclusione di queste riflessioni verrebbe spontanea una battuta: “Chi può capire, capisca !”
Non so quanti hanno letto il libro di Don Giussani, edito da PIEMMEReligio, “Il miracolo dell’ospitalità – Conversaioni con le Famiglie dell’accoglienza”. La prima edizione è del 2003. Ma il Primo capitolo, “La ragione della carità”, riporta l’intervento di monsignor Luigi Giussani intitolato Fondamenti antropologici e metodologici della condivisione, in Accoglienza, volto del gratuito, Atti del Convegno organizzato dall’Associazione Famiglie per l’Accoglienza, Milano 8 Giugno 1985, EDIT Editoriale Italiana, Milano 1985, pp.1-9.

Questa lunga citazione è necessaria sempre per una comparazione di date che vengono a coincidere con un “movimento dello Spirito” in entrambe le direzioni. Così, dire “FABELLO & GIUSSANI due paternità – La visione profetica: comunione dei doni. – Punto di convergenza: l’ospitalità, non è un titolo azzardato perché ci sono buoni e fondanti motivi per ritenere che entrambi non si sono mossi di propria iniziativa.

Don Giussani arriva al “Miracolo dell’ospitalità” quasi condotto per mano dagli avvenimenti sui quali poi si posa la sua riflessione, ricavandone le parole da trasmettere al movimento perché le incarni. Sono circostanze contingenti in cui si vengono a trovare singoli membri che poi si aggregano, convinti che un’amicizia stabile “costituisce un luogo di confronto e di dilatazione della propria umanità che le istituzioni non possono dare”.

Egli si accorge dell’ evolversi del movimento dal quale, date le premesse, vede sorgere il carisma e moltiplicarsi quasi naturalmente, come una necessità vitale del cuore trasformato dall’ Evento Gesù. E’ un carisma in divenire che potrebbe benissimo integrarsi con quello dei Fatebenefratelli, i “fratelli ospedalieri” che da sempre privilegiano l’attenzione su alcuni settori della comunità umana: la malattia fisica e psichica. Potrebbe essere il connubio religiosi-laici auspicato dalla Chiesa, dove i primi vivono nella realtà temporale ma come segno escatologico, ed i secondi vivono nella carne a tutto tondo.

Il Fabello si è formato alla scuola di San Giovanni di Dio e all’ospitalità ha persino legato la sua vita con un voto solenne davanti alla Chiesa. Ma non si è fermato lì. Ha respirato l’aria che circola, ha recepito ciò che il prete va sussurrando all’orecchio di tanti giovani: “Il modo per fare crescere la fede è “rischiarla, confrontarla con ciò che accade”… con le circostanze tutte, piccole o grandi; perché la vita è questa trama di circostanze che, assediandoti, ti toccano e ti provocano… perché Cristo è la risposta… è la forma, è il significato del vivere”. I presupposti ci sono ed entrambi ci provano perché non temono il rischio ed hanno una comune visione della realtà che trovo ben sintetizzate sulla copertina del volume:

“In una società dove spesso si invoca una diversa qualità della vita, raramente si evidenzia quell’elemento fondamentale che consente alla vita d’essere vissuta: l’ospitalità.

Essa è l’imitazione più grande che l’uomo possa vivere dell’amore stesso che costituisce la vita di Dio: una totalità di disponibilità di fronte ad una totalità di presenza.

Supremo esempio dell’accoglienza è Dio, che ha avuto una tale pietà per l’uomo da diventare uno fra noi e da morire per noi.

L’accoglienza è perciò la realizzazione in sommo grado della carità, vale a dire del riconoscimento di Cristo, di Dio che ci ha amati.

Accogliamo, infatti, perché siamo accolti; amiamo, perché siamo amati.

La parola sopitalità, di cui l’adozione è un concreto sinonimo, è significativamente espressiva di tutto il fenomeno dell’accoglienza: non esiste oggettivamente atto più grande.

Ospitare una persona è implicarla nei confini stessi della propria vita.

A differenza di tutte le altre forme di caritò, l’ospitalità riguarda la persona intera, non un aspetto o un bisogno particolare di essa.

Nel gesto di accoglienza e di ospitalità rivive allora la persona e si rende sensibile l’amore di Cristo all’umano.

Dice san Paolo: “Non dimenticate l’ospitalità; alcuni, praticandola, hanno accolto degl’angeli senza saperlo” (Ebrei 13,2)

Nell’omelia per il trigesimo della morte, P. Luca Beato lo ha paragonato al Battista: “Fu capace di andare controcorrente. Come il Battista è stato spesso un precursore, anticipando le linee strategiche di ciò che altri avrebbero poi realizzato.” Trovo significativa la convergenza di vedute. Infatti, in altra parte, appunti non ancora in circolazione, a me è parso di vedere in lui alcune sembianze del profeta Elia. Il suo ruolo nell’Ordine, per chi lo ha conosciuto, già intuibile nel Fabello ragazzo, non sarà quel del fondatore. Egli è chiamato a “camminare innanzi con lo spirito di Elia, per ricondurre il cuore dei padri verso i figli e i ribelli alla saggezza dei giusti e preparare al Signore un popolo [la Fraternità] ben disposto” (Lc 1,15-17) E cosa dice testualmente il Vangelo? Questo: “molti si rallegreranno. 15Egli infatti sarà grande nei progetti di Dio. Egli non berrà mai vino né bevande inebrianti ma Dio lo colmerà di Spirito Santo fin dalla nascita. 16Questo tuo figlio riporterà molti Israeliti al Signore loro Dio: 17forte e potente come il profeta Elia, verrà prima del Signore, per riconciliare i padri con i figli, per ricondurre i ribelli a pensare come i giusti. Così egli preparerà al Signore un popolo ben disposto.” (Lc 1,15-17)

Cos’è questo “spirito e forza di Elia” ? Ce o spiega Sant’Ambrogio commentando il passo evangelico: “Elia ebbe una grande virtù e grazia: la virtù di convertire gli animi dalla incredulità alla fede, la virtù di una vita mortificata e paziente e lo spirito della profezia”.

Raimondo non si sente profeta, né un dottore della legge o un maestro della Parola, non assume atteggiamenti da convertitore carismatico. E’ uno che sta semplicemente davanti a Jahvé: “Per la vita del Signore Dio d’Israele alla cui presenza io sto” (1 Re 17,1). Questo è il segreto della sua forza: “Oggi si sappia che tu sei Dio in Israele e che io sono tuo servo” (1 Re 18,36).

 E’ stato un servitore fedele che conosce i pensieri del Re, che ascolta dalla viva voce i suoi comandi e li esegue prontamente.

Come vive Fra Raimondo la ricerca del Dio solo, lo stare alla sua presenza, il regolarsi soltanto sulla parola del Signore? Come Elia:

· Egli non ha paura di nessuna autorità umana;
· Egli non ha paura del giudizio della gente
· Egli è pieno di zelo per il Signore
· Egli vive la solitudine spirituale, senza temerla

Sono atteggiamenti che andrebbero esplicitati ma già sufficientemente indicativi di una dimenticanza di se stesso, nella povertà di spirito, nella riverenza adorante.
Il 28 gennaio 1996, Fabello povinciale, Giussani al Direttivo Nazionale delle “FAMIGLIE PER L’ACCOGLIENZA” così esordisce: “ In questi tempi mi ha sorpreso il fatto che capisco , a settantatre anni, cose che ho sempre dette: a settantatre anni capisco che le capisco ora”.

Il 22 giugno 1991, in analoga circostanza aveva esordito così: “Quando si diventa vecchi, si diventa saggi e il pensiero di Dio diventa abituale, si capisce che sarebbe inutile fare qualsiasi cosa, se non ci fosse Iddio. Diciamo perciò una preghiera alla Madonna, la prima che ha accolto in sè il “grande diverso”, ha accolto in sé Dio”.

E’ il periodo in cui quel germe timidamente e confusamente sbocciato, quello delle Famiglie per l’accoglienza, di cui non era promotore diretto ma di cui atto nel 1985, va sviluppandosi fino a farsi quercia e dalla sua penna escono parole sull’ospitalità meritevoli di grande attenzione e memorizzazione. Il suo atteggiamento è sempre di grande stupore; non si vede all’altezza, si sente soltanto graziato: “ Ho visto una giovane mamma che imboccava il figlio spastico con un cucchiaio che si perdeva sulla faccia: è divino, è grande come Dio! Per questo io avevo vergogna a vinire da voi”.

Fra Raimondo, l’uomo di Dio per la sua Provincia, scruta gli orizzonti, annusa l’espandersi di un carisma che da San Giovanni di Dio è ormai nella Chiesa e per la Chiesa, proprietà di nessuno, pilotato solo dallo Spirito. Memorizza, fa sue parole che sono care a Don Giussani e rivelatrici del carisma a lui affidato:
· l’amicizia
· la dimora
· l’amore a Cristo
· la memoria
· l’offerta
· il senso del destino
· il compito della vita
· la moralità
· il sacrificio
· il carisma
· la verginità
· il popolo
· la compagnia
· la libertà…

Egli, perfettamente consapevole della situazione dell’Ordine in casa e nel mondo, (vedi 20 servo e profeta – o.donnell ) le condivide perché sono chiavi che possono aprire compatimenti a stagno, sbloccare situazioni arrugginite. Sono sentieri, itinerari, o, meglio, binari sui quali può transitare a velocità sostenuta il treno della sua ospitalità che rischia ritardi storici sulla tabella di marcia. Egli è solo davanti a Dio e con le mani legate ad una realtà mastodontica, una struttura plurisecolare, un apparato istituzionale che, per forza di cose, non può essere che strutturato, radicato, stabile. E’ realistico pensare che un ospedale, un centro, non possono avere le ruote, non sono realtà mobili; sono fisse, rigide per natura.

Ma i tempi mutano e le situazioni devono adeguarsi profeticamente al mutamento. Così egli, con lo spirito e il coraggio di Elia, “Per la vita del Signore Dio d’Israele alla cui presenza io sto” (1 Re 17,1), forte dell’intuizione ispirata che quel movimento agile, dinamico, capace di penetrazione nel tessuto sociale, carismatico e additato dalla Chiesa, sempre
più sensibile all’ABBRACCIO DEL DIVERSO, incoraggiato dal fondatore a volare sulle ali dell’ospitalità, prova, come abbiamo detto, a gettare un ponte tra l’Ordine e Comunione e Liberazione. Egli è convinto che, attraverso questo aggancio, il carisma si dinamizzerà, potrà uscire dall’istituzione, sconfinare, dilatarsi, penetrare nel tessuto sociale, coinvolgere il territorio, farsi Chiesa locale che accoglie “ ogni diversità”.

Ora che Fra Raimondo non c’è più, è doveroso tenere in vita la visione profetica e porre attenzione ai segnali che lo Spirito non mancherà di ripetere. Come non rendersi conto che, se Benedetto XVI nella sua enciclica Deus Caritas Est pone all’attenzione della Chiesa universale San Giovanni di Dio, accanto a un San Francesco d’Assisi, è segno che è scoccata l’ora della rinascita. Abbiamo soltanto bisogno di imboccare coraggiosamente sentieri che lo Spirito non cessa di additare a coloro che si pongono nell’atteggiamento di Elia: “Per la vita del Signore Dio d’Israele alla cui presenza io sto” (1 Re 17,1)

“Non ostacolate l’azione dello Spirito Santo.
Non disprezzate chi profetizza: esaminate ogni cosa e tenete ciò che è buono”. (1Tess 5,19-20)

Quando ho saputo da Fra Raimondo che avrebbe dovuto sottoporsi a trapianto di fegato, mi sono permesso di dirgli: “Ma è proprio necessario? E se ricorressimo a San Riccardo Pampuri ? “

La risposta è stata: “Sarebbe bello. Solo che fra Riccardo non fa miracoli ai frati! “. Mi sembrava strano questo ragionamento perché i miracoli determinanti li ha fatti proprio a Gorizia, “Villa San Giusto” e alla “San Giuseppe” di Milano, grazie ai frati che lo avevano invocato.

Poi l’ho assicurato che, nel giro delle persone di mia conoscenza, compresi alcuni di CL, avrei sollecitato preghiere affinché alla fine si rivelasse inutile l’intervento. E lui di ciò era molto contento.

Poi un giorno, sempre tornando sull’argomento mi ha detto al telefono: “Io san Riccardo lo prego…Ma ho più fiducia in Don Giussani. Anzi: mi piacerebbe tanto che il suo primo miracolo lo facesse a me, a uno dei Fatebenefratelli, perché noi lo abbiamo trattato male. Abbiamo trattato male un santo…Capisci?” Poi naturalmente non è entrato in particolari e non ha fatto nomi, com’era suo solito, per non colpire o anche soltanto sfiorare qualcuno.

In quale modo stiano esattamente le cose non lo so. Nè mi compete indagare. Ma testimoniare, questo sì; posso e devo farlo, in omaggio ad un caro amico, compagno di cordata sulle pareti rocciose dell’ hospitalitas.

L’11 Giugno 2007 ho diffuso la mail che mi ha inviato:
Sono stato inserito in lista d’attesa. Ora resta ancora la possibilità di pregare il Signore (fiduciosi nella intercesione del nostro Medico) perché la mano del chirurgo vada sicura e il pezzo di ricambio sia di buona qualità.
Il Signore vede e provvede. Saluti e se vuoi collaborare……………..
fra Raimondo Fabello o.h. IRCCS “Centro San giovanni di Dio-Fatebenefratelli” – Brescia
 
“Caro Fra Raimondo,
 siamo memori delle parole dell’Apostolo :
Chi tra voi è nel dolore, preghi.Pregate gli uni per gli altri per essere guariti. Molto vale la preghiera del giusto fatta con insistenza. (Giacomo 5, 13.16)Unisciti a noi che ci uniamo ai tuoi confratelli per pregare CON SAN RICCARDO per la tua richiesta di fiducioso abbandono.
Noi preghiamo per lo staff chirurgico che ti prenderà in cura e per il povero donatore per il quale invochiamo che venga compensato con il Regno dei Cieli…Ma chiediamo, fiduciosi, che il tuo intervento, all’ultimo momento, sia cancellato perché non serve più e che il fegato a te destinato, passi al successivo in lista d’attesa.
Se osiamo chiedere il miracolo è perché non ci appoggiamo ai nostri meriti ma alla fede della Chiesa. Chiediamo che il tuo fegato si rigeneri per la Potenza che viene dall’Alto, cui nulla è impossibile.
Chiediamo che questo “segno” giovi ad aumentare la fede della comunità.Chiediamo che tu possa ritornare nella Comunità Ecclesiale con rinnovate energie a proclamare le Sue misericordie e a realizzare la tua vocazione di frate-sostegno per chi è nella sofferenza, dopo esserci passato in prima persona ed aver vissuto l’ansia delle interminabili e logoranti attese.
 E tu, San Riccardo Pampuri, non dimenticare che stiamo parlando di un tuo confratello. Prega con noi per lui, tu che ormai conosci il “punto debole” di Dio.”

PAMPURI: Medico esemplare e amico dei sofferenti nel segno dell’umiltà e della completa dedizione

Autore:Russomanno, Eugenio  Fonte: Osservatore Romano

Medico esemplare e amico dei sofferenti nel segno dell’umiltà e della completa dedizione.

San Riccardo Pampuri è stato canonizzato da Giovanni Paolo II nel 1989 con queste parole: “È una figura vicina a noi nel tempo, ma più ancora ai nostri problemi ed alla nostra sensibilità. La sua vita breve, ma intensa, è uno sprone per tutto il popolo di Dio, ma specialmente per i giovani, per i medici, per i religiosi”.

Nasce a Trivolzio, alle porte di Milano, il 2 agosto 1897, battezzato con il nome di Erminio. A tre anni muore la madre, Erminio viene affidato agli zii che diventano per lui madre e padre e che danno al bambino una educazione cristiana: fin da piccolo orizzonte e dimensione fondamentale della sua vita è la fede cristiana. Nel 1915 si iscrive alla facoltà di Medicina dell’Università Pavese. Durante la Prima Guerra Mondiale viene arruolato ed assegnato agli ospedali di campo. Nel 1921 consegue brillantemente la Laurea in Medicina e Chirurgia. Nel 1922 ottiene di diventare Terziario Francescano. In lui fede cristiana e professione del medico convivono indissolubilmente.

Dal 1922 al 1927 è medico condotto a Morimondo: un medico esemplare, un vero medico cristiano. Il dottor Pampuri non si dava un attimo di sosta: lo chiamavano a qualsiasi ora del giorno o della notte e lui era sempre disponibile. Era “una istituzione di carità più che un medico”. Divenne ben presto il centro del paese: fonda il circolo dell’Azione cattolica; organizza gli esercizi spirituali per la preparazione al Giubileo del 1925. Ma, soprattutto, era cristiano.

Ogni giorno la preghiera, ogni giorno la Messa, ogni giorno il suo cuore amava Cristo. La fede gli faceva incontrare Gesù sui volti degli ammalati. In una lettera alla sorella Longina, suora missionaria al Cairo, con la quale intrattiene per tutta la vita un rapporto epistolare speciale, scrive: “Prega affinché la superbia, l’egoismo o qualsiasi altra mala passione non abbiano ad impedirmi di vedere sempre Gesù nei miei ammalati, Lui curare, Lui confortare”. Trattava ogni ammalato come fosse Cristo, lo chiamavano il “dottorino santo”. Ma il dottor Pampuri sentiva più congeniale la vocazione ad una vita consacrata totalmente a Cristo. Finalmente nel 1927 riesce ad entrare nell’Ordine Ospedaliero di s. Giovanni di Dio (Fatebenefratelli); gli danno il nome di fra Riccardo, a ricordo di don Riccardo Beretta, suo padre spirituale degli anni di Morimondo.

Padre Zaccaria Castelletti, allora provinciale dell’Ordine, ricorda che, quanto al voto dell’ospitalità e all’assistenza degli infermi, frate Riccardo era il primo a mostrarsi disponibile, nei lavori umili e in quelli dignitosi: il primo a maneggiare la scopa, il primo a vuotare i vasi e le sputacchiere, il primo che, mancando il direttore medico o il primario, all’invito del superiore, indossava la vestaglia bianca ed iniziava la visita medica. Ma lo stato della sua salute è precario. Muore, dopo terribili sofferenze, il primo maggio 1930. Nel 1981 Giovanni Paolo II lo proclama Beato, nel 1989 lo proclama Santo.

“Il santo è un uomo vero. Il santo è un vero uomo perché aderisce a Dio e quindi all’ideale per cui è stato costruito il suo cuore e di cui è costituito il suo destino. Eticamente tutto ciò significa “fare la volontà di Dio” dentro una umanità che rimane tale e pur diventa diversa” (Giussani).

La vita di san Pampuri è esemplare in tal senso. Visse in assoluta semplicità, in un modo senza dubbio paragonabile a quello di un contadino o di un medico di campagna, che nessuno conosceva, noto solo per la bontà e la generosità con cui trattava gli ammalati. Trascorse gli ultimi tre anni della sua vita ritirato in un convento nascosto agli occhi del mondo. Lo spettacolo di san Pampuri è questo dimostrarsi della potenza di Dio nella semplicità più assoluta.

“Il santo semplice” è il titolo di un saggio di Laura Cioni su fra’ Riccardo; e l’eroica semplicità di san Pampuri traspare anche da un altro bel saggio, quello di Rino Cammilleri. Nella vita di san Pampuri, per l’appartenenza a Cristo, il quotidiano diventava eroico e l’eroico quotidiano. Per questo egli è specialmente indicato ad essere spettacolo e forma di vita cristiana per l’oggi.

Egli è per noi “un fratello maggiore”, che indica alla nostra vita il “porro unum necessarium”: l’appartenenza a Cristo, l’amore a Cristo, l’imitazione di Cristo, presente nella Chiesa e nel mistero della sofferenza. In una delle lettere che il santo scrive alla sorella, suor Longina, si legge: “Far sempre la volontà del Signore, nell’esatto adempimento dei propri doveri, e in una lotta perseverante, generosa contro le proprie cattive inclinazioni con gli occhi fissi in Dio, nostra ultima meta e bene supremo, in Gesù nostro modello Divino, sempre più avanzare nella via della perfezione: crescere sotto l’occhio di Dio, questo dovrebbe veramente essere il mio programma, ed in esso dovrei trovare indubbiamente il più grande contento dell’anima e la più invidiabile pace dello spirito”.

Nel tempo della Solennità di Nostra Signora di Lourdes e nei giorni del Giubileo degli Ammalati e degli Operatori sanitari, vorremmo concludere questo contributo alla devozione di san Pampuri con lo sguardo rivolto ai miracoli ed alle grazie che ancora oggi egli compie, amico degli ammalati, per la salute fisica e la pace spirituale di numerosi devoti. Don Angelo Beretta, il parroco di Trivolzio, ha più volte testimoniato, soprattutto negli ultimi anni, dell’aumento costante di pellegrini presso la chiesa parrocchiale di Trivolzio dove si custodisce e venera il corpo di san Pampuri. Si tratta di adolescenti, giovani soprattutto, e famiglie, che provengono da ogni parte d’Italia: Milano e dintorni, Roma, Lugano, Torino, Rovigo, Bologna, Trento, Fossombrone, Pesaro, Padova, Reggio Emilia, perfino da Benevento e da Napoli.

Riprendiamo dalla rivista “Tracce” alcune testimonianze relative a recenti inspiegabili guarigioni legate al santo di Trivolzio. Roberta: qualche tempo fa diagnosticarono a sua madre un grave tumore osseo. Il giorno dopo alcuni amici accompagnarono la ragazza nella chiesa ove giacciono le spoglie di san Pampuri per chiedere la guarigione della malattia (ma soprattutto la conversione della mamma, non credente). Pochi giorni dopo la signora si reca in ospedale per alcune lastre.

L’esito risulta “inspiegabile” ai medici: il male si era quasi totalmente riassorbito. Damiano verso la fine di maggio del 1995 riceve l’esito di alcuni esami clinici: linfoma nonhogkin. Il medico gli spiega di cosa si tratta e gli prospetta un duro calvario per le cure alle quali doveva sottoporsi. Damiano all’inizio di agosto si reca con alcuni amici sulla tomba di san Pampuri. Ci ritorna la settimana dopo. Alla fine di agosto, dopo gli ennesimi controlli, i medici gli dissero che non capivano se era guarito o se il male non era stato ancora debellato. Damiano torna da san Pampuri, il 17 settembre, questa volta con gli amici del Politecnico. Il giorno dopo i dottori gli comunicarono che era guarito.

Cristina: uno degli ultimi giorni di dicembre del 1994 viene a sapere che una sua amica era stata ricoverata in ospedale per una aplasia midollare. Con alcune sue amiche si reca da san Pampuri. Dopo la Messa entrano nella stanza attigua alla cappella dove sono custodite le reliquie del santo. A questo punto una delle sue amiche le dice di appoggiare l’immaginetta di san Riccardo su una reliquia: per sottolineare la fisicità della domanda. Non si trattava di un gesto da fanatici, ma di concretezza.

Cristina strofina l’immaginetta sulla divisa della banda musicale appartenuta al santo. Qualche giorno dopo vanno a trovare la parente e durante la conversazione raccontano della visita al Santuario e danno l’immaginetta alla signora. Il giorno successivo il medico fa un prelievo e dopo mezz’ora ritorna perché crede di aver sbagliato. Tutto si stava risolvendo e l’indomani la donna viene dimessa. Lo stesso medico dice: “Questo lo consideri un miracolo”.

SAN RICCARDO PAMPURI – a cura di Patrizia Solari

SAN RICCARDO PAMPURI

A cura di Patrizia Solari 

In questo numero della rivista resteremo nel nostro secolo, per incontrare san Riccardo Pampuri, del quale il 2 agosto si ricorderà il centenario della nascita. Dice don Angelo Beretta, parroco di Trivolzio, un paese in provincia di Pavia: “A Trivolzio stanno succedendo cose inimmaginabili (…) Da tutta Italia, e non solo dall’Italia, arrivano pellegrini per incontrarsi con S. Riccardo. (…) Alcuni che capitano per caso a Trivolzio, al sabato e alla domenica, vedendo tanta gente, domandano: ‘Che festa è oggi?’ e noi non possiamo che rispondere: ‘Qui è sempre festa, perché abbiamo nella nostra Chiesa un Santo, un Santo che vuole bene alla gente e che intercede per noi e per tutti quelli che lo invocano presso il Signore’. Dio ha scelto S.Riccardo per incontrarsi con tanta gente.”

1) Riprendiamo le parole di Giovanni Paolo II in occasione della beatificazione di Riccardo Pampuri, il 4 ottobre 1981 (la canonizzazione avvenne il 1. novembre del 1989): “è una figura straordinaria, vicina a noi nel tempo, ma più vicina ancora ai nostri problemi ed alla nostra sensibilità. Noi ammiriamo in Erminio Filippo, diventato nell’ordine Fra Riccardo Pampuri, il giovane laico cristiano, impegnato a rendere testimonianza nell’ambiente studentesco (…); il dinamico medico, animato da una intensa e concreta carità verso i malati e i poveri, nei quali scorge il volto del Cristo sofferente. Egli ha realizzato letteralmente le parole, scritte alla sorella suora, quando era medico condotto:’Prega affinché la superbia, l’egoismo e qualsiasi mala passione non abbiano ad impedirmi di vedere sempre Gesù sofferente nei miei malati, Lui curare, Lui confortare.”

Erminio nacque il 2 agosto del 1897 a Trivolzio, ultimo di undici figli. I genitori, Angiolina e Antonio, gestivano una modesta osteria di paese. “All’età di appena tre anni Erminio rimase orfano della mamma e venne condotto nella contrada di Torrino, dove, sotto la vigilante cura della zia materna Maria Campari, da lui considerata sempre come una madre, crebbe e ricevette l’educazione cristiana.” La famiglia Campari, dove Erminio fu accolto, era composta dal nonno, da un prozio, e dagli zii Carlo e Maria. Lo zio era medico e terziario francescano ed ebbe un ruolo molto importante nell’affermarsi della vocazione umana e professionale di Erminio. A undici anni il ragazzo si trasferisce a Milano, presso la famiglia paterna, per frequentare il Ginnasio Manzoni, ma “non è nel suo ambiente di raccoglimento: è stordito e, uccellino tremebondo, nella frastornata città e nella numerosa e rumorosa famiglia paterna, riesce a stento a superare la classe.” Così ritorna presso gli zii di Torrino e frequenta il Collegio S. Agostino a Pavia. Terminato il liceo, inizia gli studi di medicina, sostenuto dallo zio Carlo e, entrando nel mondo universitario, inizia la sua esperienza e il suo impegno nel “Circolo universitario Severino Boezio”, fondato nel 1884 e precursore dell’Azione Cattolica. Dopo aver frequentato regolarmente il primo anno di medicina “non poté concludere il secondo anno perché il primo aprile 1917 fu arruolato, dapprima soldato semplice e, dopo sei mesi col grado di sergente maggiore, aiutante medico in zona di guerra, all’ospedaletto da campo a Ruda Villa Vicentina.”

È di questo periodo l’episodio che gli frutterà una medaglia di bronzo, la nomina a sergente, una licenza premio e una modesta pensione, ma anche una pleurite che segnerà la sua salute per il resto della sua breve vita. Con la disfatta di Caporetto l’esercito italiano si era ritirato caoticamente fino al Piave e gli ufficiali medici della compagnia di Pampuri avevano levato il campo, abbandonando tutto il materiale sanitario. Erminio, rischiando la vita, carica tutte le preziose attrezzature ancora utili per la cura dei malati su un carretto, facendolo trainare da una mucca, e sotto la pioggia battente e il fuoco dell’artiglieria nemica, dopo una marcia di due giorni riesce a raggiungere i compagni che già lo davano per disperso. Chi condivise con lui la vita militare testimonia la sua grande carità verso i soldati infermi e in particolare quelli più gravemente colpiti. D’altra parte si distingueva per la sua dignitosa riservatezza, ma anche per le parole che sapeva rivolgere ai commilitoni, i quali lo tenevano in grande considerazione. Alla fine della guerra termina gli studi e contemporaneamente entra nel Terz’Ordine francescano. Questo fatto indica una sua caratteristica costante: la ricerca di un ambito che lo sostenesse nel compito della fedeltà a Cristo e alla Chiesa. La sua fedeltà ai gesti quotidiani di preghiera suscitava la meraviglia di chi gli stava vicino. E lui rispondeva: “La mia lampada è piccola! bisogna che l’alimenti continuamente se non voglio restare al buio. Non servirebbe neanche un bel lampadario, se non vi arrivasse la corrente.”

Dal 1921 al 1927 è medico nella condotta di Morimondo, a quindici chilometri da Torrino. E qui citiamo un altro testo che ci presenta la vita di questo Santo 2) : “Secondo la loro testimonianza, gli abitanti di Morimondo si accorgono subito della diversità del nuovo dottore rispetto ai precedenti: innanzitutto va in chiesa, mentre all’epoca è forte nella classe medica la componente anticlericale o comunque di indifferenza alla religione. In secondo luogo, colpisce la modestia della vita del giovane medico: è un’autorità del posto, potrebbe vantarsi della sua cultura superiore, della sua professione; invece non tiene le distanze con la gente del luogo, parla anche in dialetto, accorre a tutte le chiamate, ha grande attenzione verso tutti i suoi pazienti, non facendo differenza se sono ricchi o poveri, spesso non si fa pagare e in qualche caso provvede personalmente alle spese per la farmacia. Giuseppina Pedretti, che abita sotto il suo appartamento, riassume in modo conciso e quasi umoristico l’impressione della gente: “Insomma era una istituzione di carità, più che un medico.” Innumerevoli sono gli episodi che raccontano il suo atteggiamento di fronte ai malati e ai bisognosi. Quando periodicamente torna dagli zii a Torrino, essi lo riforniscono di frutta, farina, vino, uova e la zia raccomanda: “Non lasciategli mancar niente, tanto è roba che va ai poveri”. E lo stesso succedeva con le copertine/coperte, la biancheria, i vestiti, le scarpe. Se arrivava con delle scarpe scalcagnate, perché le aveva scambiate con qualcuno, Erminio diceva: “lo viaggio in biroccio, gli altri vanno a piedi e di suole ne consumano più di me.” “Era giovane: perciò i primi a circondarlo furono i giovani, per i quali fondò un eccellente Circolo di Azione Cattolica. (…) E gli uomini, attratti dal miglioramento che vedevano operarsi nei loro figli, accorrevano a pregare il dottore che si interessasse anche di loro: sorsero così giornate di Ritiro, convegni di preghiera, gruppi di Vangelo, Conferenze di S. Vincenzo, Commissione Missionaria e perfino un fiorente Corpo bandistico.” La religiosità di Erminio non aveva nulla di intimistico: la sua era una presenza attiva, costantemente protesa verso opere di educazione e di carità. Ma questa vita mina la salute di Erminio, già intaccata dalla pleurite contratta durante la guerra. Attorno al 1927 si sente troppo debole per continuare a svolgere la sua missione e, grazie ad una profonda amicizia sviluppata in quegli anni con don Riccardo Beretta, segretario dell’Ufficio Missionario di Milano, può trascorrere un periodo di riposo in una Casa tenuta dai Fatebenefratelli e conoscere così quest’Ordine Ospedaliero 3). La sua vocazione definitiva si va sempre più delineando. E quando, malgrado la salute precaria viene accettato nell’Ordine, il padre provinciale “bandendo ogni perplessità esclama: “Dovesse il giovane Pampuri rimanere anche un sol giorno membro effettivo del nostro Ordine, sia il benvenuto: dopo esserci stato in terra, motivo di edificazione, ci sarà in cielo anche angelo di protezione.” (…) il 24 ottobre 1928 emise i sacri voti. Tre giorni prima dei voti, ricevette l’abito dei novizi col nome di Frà Riccardo’, in ricordo affettuoso e riconoscente per don Riccardo Beretta.” Erminio Frà Riccardo aveva 30 anni. Resterà nell’ordine solo tre anni, perché morirà il 1 maggio del 1930.

Ma attingiamo ancora al bel testo di Laura Cioni, di cui suggeriamola lettura: “Il giovane studente di Pavia che si dedica all’apostolato tra i compagni e all’assistenza dei poveri, il laureando che cerca un sostegno spirituale nell’appartenenza al Terz’Ordine francescano, il medico che, mentre svolge con cura attenta la sua professione, non cessa mai di chiedere a Dio una più profonda partecipazione alla sua opera di salvezza, tutto questo confluisce in modo inatteso e intenso nell’adesione al Carisma dei Fatebenefratelli. Qui Erminio trova la stabilità spirituale nell’obbedienza, nella castità, nella povertà abbracciate per amore di Cristo. Ma il quarto voto, tipico dell’Ordine fondato da san Giovanni di Dio nel XVI secolo, quello dell’ospitalità, cioè dell’assistenza e della cura dei malati, appare tagliato su misura per il “santo dottorino”. L’ospitalità data all’altra persona, bisognosa di aiuto fisico o spirituale, è il tratto comune alle varie tappe della vita di Erminio e si condensa, per così dire, nella concretezza della vita comunitaria dei Fatebenefratelli.”

Una testimonianza di quel periodo: “egli stava scopertine/copando sotto il portico del cortile dinanzi alla chiesa. Da una finestra dei corridoio interno, vicino alla direzione, uno dei medici della Casa mi fermò e mi disse: “Suor Cherubina, ma quello è matto? Ha la laurea di dottore ed è lì con in mano la scopertine/copa a scopertine/copare!?. lo gli risposi: ‘Sarà pazzo di amor di Dio.” Ed egli: “Ma io dico che è pazzo! Non capisco”. Siccome il medico parlava a voce alta, fra Riccardo sentì le sue parole, e, rivolto a lui, gli disse con voce calma: “Tutto quello che si fa per Iddio, è tutto grande, sia colla scopertine/copa, che colla laurea di medico!”

Gli orari di assistenza ai malati, anche a causa della povertà materiale, vanno dalle cinque del mattino alle nove di sera, con turni faticosissimi, ma fra Riccardo osserva la regola senza nessuna eccezione, cosciente che nella volontà dei Superiori si rivela la volontà del Signore. Gli vengono poi affidati vari incarichi: quello di preparare gli altri novizi all’esame per ottenere il certificato di infermiere e quello dell’ambulatorio dentistico annesso all’ospedale di S.Orsola. “Le sue lezioni di anatomia si tramutano spesso, tra lo stupore dei suoi giovani discepoli, in lezioni di più ampio respiro, perché fra Riccardo non parla mai del corpo umano se non come creatura che reca in sé l’impronta della perfezione di Dio. Non sono solo informazioni tecniche quelle che egli fornisce.” L’incarico dell’ambulatorio gli costerà una grossa prova di obbedienza, perché è costretto a restare a contatto con il pubblico, cosa che lui avrebbe voluto evitare nel suo nuovo stato religioso. A partire dalla primavera del 1929 la sua salute comincia a declinare e attraversa anche un periodo di buio interiore, dove lo scoraggiamento e la malinconia lo tentano. Dopo un breve soggiorno a Gorizia, riprende il suo incarico a Brescia, ma ai primi di novembre ha una seconda emottisi. Passa allora un mese a Torrino, dagli zii, poi torna a Brescia nel gennaio del 1930, ma non riesce più a impegnarsi, se non saltuariamente e con grandi sacrifici. Il 27 aprile viene trasportato a Milano, in una casa dell’Ordine, in modo che la zia possa stargli vicino, insieme ai parenti più stretti. Riceve varie visite, anche dai suoi pazienti di Morimondo. Lui stesso fa chiamare i suoi antichi compagni di Università, in particolare quelli che sapeva lontani da Dio. Trascorre tranquillo le ultime ore della sua vita, tenendo in ciascuna mano un crocifisso: uno donatogli dalla sorella suor Longina, con la quale aveva intrattenuto un lungo e intenso scambio epistolare, l’altro dal suo padre Provinciale.

La sua morte segna l’inizio di un progressivo movimento di simpatia, di ammirazione e di devozione che prelude a un culto poi ratificato dalla Chiesa. San Riccardo viene pregato per chiedere protezione, grazie, guarigioni. E molte avvengono. Vogliamo concludere con alcune osservazioni tratte da un testo di don Luigi Giussani, che ci permette di riflettere in maniera adeguata su quest’ultimo tema 4). “Si può definire il miracolo come un avvenimento, quindi un fatto sperimentabile, attraverso cui Dio costringe l’uomo a badare a Lui, ai valori di cui vuole renderlo partecipe; attraverso cui Dio richiama l’uomo perché questo si accorga della Sua Realtà. È, cioè, un modo con cui Egli impone la sua Presenza. Da questo punto di vista tutte le cose sono miracolo: noi non ce ne accorgiamo perché viviamo come fuori dalla trama originale che ci costituisce, tendiamo a estromettere noi stessi dal nesso originario con la realtà oggettiva. (…) Quanto più un uomo è consapevole e vivido nella sensibilità del suo nesso con l’Altro che continuamente lo crea, tanto più tutto tende a diventare miracolo per lui. (…) Vi sono poi momenti particolari in cui Dio straordinariamente richiama il singolo ad attendere alla sua presenza, a togliersi dalla distrazione. (…) come un accento particolare degli avvenimenti che richiama inesorabilmente a Dio. Può essere un’improvvisa buona notizia, o un dolore imprevisto, a costituire un miracolo per il singolo: è un potente richiamo per l’individuo, mentre per gli altri è interpretabile come casualità!” E c’è poi un terzo tipo di miracolo. “Là dove Dio interviene sulla sua creazione con un fatto oggettivamente inspiegabile a qualunque disanima, a qualunque procedimento indagativo della ragione. È il caso in cui Dio vuole richiamare non solo il singolo, ma la collettività alla Sua presenza, offrendo all’edificazione della comunità religiosa fattori oggettivi documentabili per tutti.”

TRIVOLZIO LA PICCOLA LOURDES PADANA

DIstrazione

Trivolzio

Trivolzio – Tramonto

TEMPO DEL MIRACOLO            

Febbraio 1995-febbraio 2005: la devozione di don Giussani e le sorprese del Signore. Testimonianza di don Angelo Beretta, parroco della parrocchia dei santi martiri Cornelio e Cipriano in Trivolzio, dove è conservato e venerato il corpo di san Riccardo Pampuri .

di Angelo Beretta             

Se all’inizio del 1995 mi avessero detto che in pochi anni il paese di Trivolzio, paese allora poco noto, sarebbe stato conosciuto in tante parti dell’Italia ed anche del mondo, certamente non sarei riuscito a crederlo.

Trivolzio è un piccolo paese (poco più di 1000 abitanti), situato tra Milano e Pavia. La Parrocchia ha un campanile imponente (che si vede passando sull’autostrada Milano-Genova) e una bella Chiesa costruita nel 1500 dai Francescani che sono poi stati scacciati da Napoleone.
Nella Chiesa c’è il corpo di un Santo, nato qui: Riccardo Pampuri e fino al 1995 era considerato uno dei tanti santi proclamati da questo Papa.
San Riccardo Pampuri è nato a Trivolzio, ha fatto il medico condotto per 7 anni a Morimondo, a 30 anni è entrato nell’ordine dei Fatebenefratelli ed è morto giovane a 33 anni. E’ stato sepolto (1930) nel cimitero di Trivolzio e portato poi nel 1951 nella Chiesa parrocchiale e da subito ha donato grazie e miracoli a quelli che lo invocavano, ma era conosciuto solo nella nostra zona e dai Fatebenefratelli (è stato il loro primo Santo dopo il fondatore San Giovani di Dio).
Attraverso San Riccardo qui a Trivolzio in questi ultimi 10 anni sono capitate cose umanamente impensabili di cui io sono stato il testimone, cose non pensate o programmate da me: io mi sono limitato a non ostacolare ciò che il Signore voleva ed attuava. Vorrei tentare di dire alcune cose di tutto quello che è successo in questi 10 anni.

Incomincio con il presentarmi 

Sono nato nel 1938 a Pavia e sono vissuto sempre qui     nel Pavese. All’età di dodici anni sono entrato in     seminario e dopo tredici anni, il 28 giugno del 1963, sono diventato prete.  Sono diventato prete per annunciare Gesù Cristo. Avendo, come dice san Giovanni, creduto all’Amore di Dio, sono diventato prete per   annunciare e diffondere questo Amore. I miei primi cinque anni da prete     sono stati vissuti con tanto entusiasmo in un oratorio alla periferia di Pavia; poi ho insegnato religione a scuola e sono stato parroco prima in un piccolo paese dove la frequenza alle funzioni era molto alta e poi in un  paese più grande, molto legato allora a un certo tipo di ideologia, dove la gente veniva poco in chiesa (è stato andando a Lourdes che ho incominciato a constatare che tanta gente frequenta ancora la chiesa, cosa che oggi a Trivolzio riscontro ogni giorno). 
         

 Nel 1988 sono andato in pensione dalla scuola e il     vescovo mi ha inviato a Trivolzio dicendomi che avrei trovato un grande e     bell’oratorio e un beato: Riccardo Pampuri. A essere sincero devo     dire che mi sentivo molto attratto dall’oratorio nel quale con i     ragazzi e giovani pensavo di riuscire a fare grandi cose, mentre san     Riccardo lo conoscevo poco. E subito ho iniziato a rinnovare     l’oratorio, anche se, non sviluppandosi il paese, le famiglie     invecchiano e diminuiscono i ragazzi. A un anno e mezzo dal mio arrivo a     Trivolzio (1° novembre 1989), Riccardo Pampuri è stato     proclamato santo. E io ho avuto la fortuna di concelebrare la santa messa     della canonizzazione con il Papa. È stato un evento commovente,     attorno all’altare c’erano quasi tutti gli abitanti di     Trivolzio.

Io ero là con il Papa, cardinali, vescovi… Io, povero prete, che però avevo la fortuna di essere parroco di Trivolzio, la patria del santo. Al ritorno abbiamo organizzato grandi festeggiamenti cui hanno partecipato in tanti, e anche tanti spagnoli, poiché il miracolo riconosciuto per la canonizzazione di Riccardo Pampuri riguardava     un ragazzo spagnolo. 

Fedeli durante il bacio della reliquia di san<br /><br />
Riccardo

Fedeli durante il bacio della reliquia di san Riccardo

Ritorno alla normalità 

Passano i mesi e qui a Trivolzio tutto torna normale. Di santi, papa Wojtyla ne ha fatti tanti… e Trivolzio è una     parrocchia come tante altre, a messa alla Dmenica siamo praticamente solo  noi, ogni tanto c’è qualche forestiero. Certo, ci  sono persone     che vengono a pregare san Riccardo, ma sono poche e della nostra zona. Solo     al 1° maggio, giorno della morte e perciò data della festa     liturgica di san Riccardo, arriva per tutto il giorno tanta gente. Vicino     all’altare di san Riccardo ho messo un registro ove poter mettere una     firma o una preghiera, un’invocazione, una domanda al santo: dal 1989 al 1995, ne furono riempiti solo tre. Ed ecco che mentre stavamo pensando se era possibile organizzare qualche manifestazione per il 1997, centenario della nascita di san Riccardo, un sabato mattina del febbraio 1995 vengo chiamato in chiesa e la trovo piena di gente. «San Riccardo ha fatto un miracolo», mi si dice. Certo, san Riccardo di miracoli ne ha fatti certamente, altrimenti non sarebbe santo. La gente che è in chiesa appartiene a Comunione e liberazione e mi mostrano una copia di Tracce dove c’è il racconto della vita del nostro santo e il racconto di un miracolo appena fatto da san Riccardo. Da quel momento è iniziato il pellegrinaggio     di tantissima gente qui a Trivolzio. Al sabato sera ci sono molti giovani e alla domenica ci sono famiglie con tanti bambini. (Alcuni di CL conoscevano già san Riccardo: qui vicino, a Coazzano, c’è una casa dei Memores Domini da tanto tempo dedicata al beato Riccardo Pampuri, e Lorenzo Frugiuele, che ha scritto una vita in versi di san Riccardo, veniva già prima del 1995 a pregarlo  per avere aiuto nella sua malattia). 

Il mese dopo (marzo 1995) Tracce pubblica la vita e i miracoli di un altro santo medico     contemporaneo di san Riccardo, Giuseppe Moscati di Napoli, ma la gente di     Napoli arriva a Trivolzio. Da allora, dal febbraio 1995,  tutti i     sabati sera e tutte le domeniche la chiesa è piena. Solo il giorno     di Natale non c’è quasi nessun forestiero al mattino, ci siamo     solo noi di Trivolzio. 

A volte, specialmente nei primi mesi del 1995, la     domenica mattina mi chiedevo: ma oggi verrà ancora tantissima gente?     E poi la chiesa si riempiva. Eppure a Trivolzio non c’è un     ristorante, non c’è nulla di particolare: c’è     solo un santo e la gente viene solo per questo. Quando non fa freddo, in     oratorio, all’aperto, ci sono anche trecento persone a mangiare al     sacco… D’inverno c’è solo un salone in cui non stanno     più di cento persone. E la gente viene da ogni parte d’Italia     e, possiamo dire, anche da tutto il mondo. Ormai ci sono gruppi che da     varie parti d’Italia – non solo da Milano, Torino, Bologna,     Genova, ma anche da Palermo, Bari, Verona, Cagliari, Venezia –  organizzano periodicamente pellegrinaggi a Trivolzio. È bello vedere     gruppi numerosi di giovani, di famiglie, di amici venire qui tutti insieme a chiedere guarigioni, grazie o anche soltanto aiuto per la vita quotidiana. 

Incontro con monsignor Giussani 

Colui che ha indicato san Riccardo a CL è stato monsignor Giussani. Io non appartengo a CL; ne avevo sentito parlare da don Giulio Bosco, un mio compagno di seminario che, diventato prete, era andato  a Milano a studiare e ha iniziato CL a Pavia. Purtroppo don Giulio è  morto giovane in un incidente in montagna e io non ho avuto più modo di incontrare CL. Il nostro rettore di seminario, divenuto poi vescovo, monsignor Luigi Maverna, ci diceva che dobbiamo essere preti di Gesù Cristo. Oggi, anche senza essere di CL, mi trovo in mezzo a persone di  Comunione e Liberazione, e ormai ci conosciamo bene. Le prime volte il popolo di Cl veniva con un certo timore qui in chiesa, ma poi, vedendosi     accettati, sono venuti sempre più volentieri. Io sono convinto che dobbiamo essere attenti a ciò che il Signore compie in mezzo a noi e  favorire il bene anche se non lo abbiamo organizzato noi.  

Ritorniamo a monsignor Giussani. L’ho incontrato quando è venuto la prima volta a celebrare la santa messa da  san Riccardo. Mi avevano telefonato che alle ore 11 sarebbe venuto un prete     a celebrare la santa messa. Mentre stavo preparando l’altare, vedo un     sacerdote in chiesa e gli chiedo se deve celebrare. Poco dopo gli domando     ancora se è lui che aveva telefonato. Alla sua risposta negativa, lo     invito ad aspettare, vado nella piazza della chiesa e vedo arrivare     monsignor Giussani. Era la prima volta che lo incontravo, eppure dopo poche     parole sembrava che mi conoscesse da sempre. Ha celebrato la santa messa,     poi è venuto all’oratorio a prendere un caffè, non con     il latte, ma con un grappino. Abbiamo parlato e mi sentivo veramente a mio     agio. A un certo punto mi chiede perché non comperiamo la cascina     che c’è a lato della piazza della chiesa e che era appena     rimasta disabitata, per creare un luogo di accoglienza. Io ero perplesso,     ma lui mi ha incoraggiato dicendomi: «Ti mando io i soldi per la     caparra», lasciando meravigliati quelli che lo accompagnavano.     È stato questo l’inizio del progetto per un luogo di     accoglienza, di ristoro e centro di spiritualità che, dopo dieci     anni di peripezie, speriamo presto di inaugurare. Tutto ciò è     nato per l’incoraggiamento, l’aiuto, l’entusiasmo che     monsignor Giussani mi ha trasmesso nelle sue visite a san Riccardo qui a     Trivolzio. 

I registri posti vicino all’urna di san<br /><br />
Riccardo

I registri posti vicino all’urna di san Riccardo

         I miracoli
         Oggi Trivolzio viene chiamata “la piccola     Lourdes” per i numerosi miracoli e grazie che san Riccardo ottiene     dal Signore per tutti quelli che lo invocano. Molti li troviamo raccontati     sui registri vicino all’urna di san Riccardo (alcuni sono stati     riportati da Gabriella Meroni nel libro A san     Riccardo, Piemme). Sono tante grazie e miracoli     non pubblicizzati, ma fatti conoscere solo agli amici, per i quali si     ringrazia san Riccardo lì sul registro. Accanto all’urna di     san Riccardo ci sono oggi non più uno, ma quattro registri e se dal     1989 al 1995 ne erano stati compilati solo tre, dal 1995 a oggi ne sono     stati riempiti ben 143, con una media di più di uno al mese. Notizie     di miracoli giungono non solo da ogni parte d’Italia, ma anche     dall’America del Nord e del Sud, dall’Africa, dall’Asia.     Nella chiesa di Saint John, nel Minnesota, c’è una statua di     san Riccardo, regalata da monsignor Giussani, davanti a cui i malati della     Mayo Clinic vanno a pregare e chiedere aiuto. Dobbiamo sottolineare che i     miracoli non sono solo guarigioni, ma anche conversioni, aiuto ad accettare     la volontà di Dio nei momenti di difficoltà. Ci sono poi     coppie che ottengono la nascita di figli, ci sono giovani e ragazze che non     solo ottengono aiuto per gli esami o per il lavoro, ma anche per trovare il     compagno o la compagna giusta per tutta la vita. In particolare moltissimi     vengono a chiedere aiuto per capire il piano che Dio ha su di loro e     corrispondere al suo disegno.

         Come si diffonde questa devozione
         La devozione a san Riccardo ha cominciato a diffondersi     in mezzo al popolo di Cl in particolare attraverso le parole di monsignor     Giussani. Ma la devozione al nostro santo si espande sempre di più,     anche oltre  i confini di Cl, soprattutto con il passaparola.     C’è stata poi anche la trasmissione televisiva     “Miracoli” in cui è stato presentato san Riccardo. Dopo     la trasmissione sono arrivate centinaia di telefonate e lettere per     chiedere notizie e immagini del santo. Piero Vigorelli, autore della     trasmissione, ha pubblicato anche il libro Miracoli, attualmente distribuito in edizione economica, in cui     è segnalato anche il mio numero di telefono: non passa settimana che     non riceva telefonate da gente di tutta Italia con richieste di     informazioni. Attualmente abbiamo anche un sito internet, in cui ci sono le     preghiere in varie lingue e le notizie di ciò che avviene qui a     Trivolzio. Speriamo di poterlo migliorare sempre di più.

Il centro di accoglienza nei pressi </p><br />
<p>della parrocchia di Trivolzio ed alcune immagini di san Riccardo

Il centro di accoglienza nei pressi della parrocchia di Trivolzio ed alcune immagini di san Riccardo

        

Senza nostro merito
         Tutto quello che è successo dal febbraio 1995     non è avvenuto per un piano prestabilito o per un nostro disegno: da     parte mia c’è stato solo l’impegno di dire di sì     coll’accettare e favorire quello che il Signore ci indicava. Tutto     è nato spontaneamente. 
         All’inizio la gente di Trivolzio si è     trovata anche sconcertata: non aveva più quel posto che da sempre     prima occupava in chiesa. Ma poi ha accettato i pellegrini. Io ho cercato     di capire il piano di Dio e di accettarlo e favorirlo e questa nostra     chiesa è diventata la “casa” di tutti quelli che vengono     a cercare un aiuto, un sostegno, una grazia da san Riccardo.
         Nessuno ha cercato di approfittare del flusso della     gente, c’è solo uno – non di Trivolzio – che in     alcune domeniche viene a vendere il miele. Mi sono trovato, io che mi     sentivo più a mio agio in oratorio, a far nascere, a creare un     santuario con tutto quello che comporta: oggetti, immagini, ricordi… La     gente chiedeva qualche cosa per sentire vicino il santo. 
         All’inizio qualcuno aveva pronosticato che il     tutto non sarebbe durato più di sei mesi. Dal febbraio 1995 sono     passati dieci anni e siamo ancora qui, anzi stiamo per realizzare un Centro     di spiritualità attorno a san Riccardo. Per me è stato     bellissimo conoscere sempre di più e meglio san Riccardo, leggendo     le sue lettere e le testimonianze di chi lo ha conosciuto. È il     santo della quotidianità: fare tutto ogni giorno con amore e mettere     Dio, che per lui era “tutto”, al centro della vita. In questi     anni ho capito che bisogna lasciar fare al Signore, affidarsi a lui. I suoi     tempi e modi sono imprevedibili e non sono come pensiamo e vorremmo noi. 

         Un santo popolare
         Nella Chiesa ci sono tantissimi santi, ma alcuni sono     più conosciuti e invocati dalla gente come sant’Antonio, santa     Rita, padre Pio. Anche san Riccardo sta diventando un santo sempre     più conosciuto e popolare. Colpisce la sua normalità: un     medico della mutua, diremmo oggi, che è stato in mezzo alla gente,     vivendo una vita normale, ma nell’amore («fare tutto, anche le     piccole cose, con amore grande»), un amore costante e quotidiano che     diventa eroico. Colpisce come Riccardo riesca a entrare nell’animo     dei giovani che lo sentono uno di loro. A lui chiedono aiuto nei vari     momenti della loro vita: studio, lavoro, problemi sentimentali e, in     futuro, per la vita familiare. San Riccardo ha vissuto in mezzo ai giovani     e ha cercato di trasmettere loro entusiasmo e amore per Cristo Gesù.     Colpisce anche l’entusiasmo con cui i bambini vengono a baciare la     sua reliquia e come le famiglie lo invocano come medico dei corpi e delle     anime.

Il campanile e il timpano della chiesa di<br /><br />
Trivolzio
Il campanile e il timpano della chiesa di Trivolzio

        

Come si prega san Riccardo qui nella chiesa di  Trivolzio 

Qui da san Riccardo non si fanno funzioni particolari.     Si cerca di vivere bene la liturgia, in modo particolare la santa messa,      e al termine della messa, il sabato sera e la domenica,     c’è il bacio alla reliquia del santo. Questo bacio (chi non     desidera baciare, ma normalmente lo fanno tutti, può anche solo     toccare la reliquia), vuole essere un segno di vicinanza, come la gente in     Palestina toccava le vesti a Gesù, vuole essere un atto     d’amore verso un amico cui chiediamo aiuto. E poi cerchiamo di     favorire le confessioni. Chi viene a chiedere una grazia capisce che san     Riccardo, perché lo ascolti, vuole che sia in amicizia con il     Signore e questo avviene solo se siamo in grazia di Dio. Ed ecco allora che     arriva gente che da dieci, venti, o anche cinquant’anni, non si era     più confessata e che sente il bisogno di avere la grazia di Dio nel     cuore. Durante tutte le sante messe diciamo una preghiera per tutte le     intenzioni di quelli che vengono a chiedere aiuto a san Riccardo. Alla     domenica, alle ore 16.00, celebriamo la santa messa per le intenzioni di     tutti quelli che in settimana sono venuti da san Riccardo ad affidarsi a     lui presentandogli tutte le loro necessità e i loro problemi.

         La piccola Lourdes padana
         Dio sceglie luoghi dove far sentire in modo particolare     la sua presenza. In questi anni ha voluto scegliere anche la chiesa di     Trivolzio per distribuire, attraverso l’intercessione di san     Riccardo, aiuto e grazie. È lui, il Signore, che ha scelto. Noi abbiamo cercato di non impedire questa sua scelta e di essere accoglienti verso tutti quelli che vengono qui. San Riccardo continui a intercedere presso il Signore e a donarci il suo aiuto e le sue grazie.

(Questa testimonianza è stata scritta nel 2005     dopo la morte di donGiussani 
         avvenuta il 22 febbraio 2005)

MANUEL CIFUENTES il miracolato da San Riccardo

Era una mattina di trent’anni fa, in un paesino della sierra spagnola di Albacete, Alcadozo, un ragazzino di dieci anni, Manuel Cifuentes, stava aiutando suo padre a lavorare nell’orto di casa. Inavvertitamente andò a sbattere contro un ramo di mandorlo, che si conficcò nell’occhio sinistro. La ferita sembrava lieve, ma il padre decise di portare il ragazzo dal medico condotto, che, a sua volta, dopo aver bendato l’occhio ferito, lo inviò da uno specialista nel capoluogo Albacete. Il dottor Juan Ramon Perez confermò la gravità della ferita prescrisse medicinali, prospettando un delicato intervento chirurgico. Tornato a casa, il dolore aumentò a tal punto da impedire l’uso della pomata prescritta.  Fu allora che il padre di Manuel, Cecilio, si ricordò di avere un’immaginetta di un santo italiano, un certo Riccardo Pampuri, del quale la famiglia Cifuentes non conosceva la storia, ed era ignara del fatto che, all’epoca, Pampuri non fosse stato ancora proclamato santo, ma solo beato da Giovanni Paolo II, qualche mese prima, il 4 ottobre 1981. Seguendo la propria fede, con la quale invitava spesso il figlio a pregare perché «Gesù ascolta chi lo invoca attraverso i suoi santi», papà Cecilio decise di inserire l’immaginetta tra l’occhio e la benda.  Dopo una notte tribolata arrivò il sonno. Fu solo la mattina presto, all’ora del risveglio che Cecilio si accorse del “milagro”: l’occhio di Manuel non presentava più segni di ferite.

Il 1° novembre 1989, la famiglia Cifuentes era in ginocchio davanti a papa Wojtyla in piazza San Pietro, nel giorno della proclamazione alla santità di Riccardo Pampuri. Naturalmente il “milagro” della guarigione dell’occhio era stato confermato nell’aprile 1988, dalla Consulta Medica presso la Congregazione per le cause dei Santi, con questa conclusione: «Guarigione estremamente rapida, completa e duratura, non spiegabile in base alle conoscenze mediche».  Un altro miracolo del dottor Erminio Pampuri, fra Riccardo dei Benefratelli, un uomo nato in terra lombarda, a Trivolzio, a pochi chilometri da Pavia, il 2 agosto 1897, un periodo giovanile pieno di interessi, legati da un grande sentimento di umanità e di carità cristiana, che lo pervasero per tutta la sua vita: nel laurearsi in Medicina, nel compiere un atto di eroismo durante la Prima Guerra Mondiale, quando, medico nell’esercito, trasportò sotto una pioggia incessante, nella disfatta di Caporetto, i soldati feriti, minando per sempre la sua salute, con una pleurite che lo condizionò per il resto della sua esistenza.  Una storia densa di amore per i malati che lo rese testimone della fede cristiana nella Bassa milanese; la testimonianza di chi si spende, attraverso la concretezza della professione medica, accogliendo i malati, non solo curando il corpo, ma sostenendo lo spirito, con l’autorevolezza della sua vocazione francescana. Pamupri morì per le complicazioni della pleurite, che non l’abbandonò mai, il 1° maggio 1930.

Già pochi anni dopo la sua morte, si ebbero notizie di guarigioni dovute alle intercessioni rivoltegli, tanto che il 1° aprile 1949 fu aperto dall’arcivescovo di Milano, il cardinale Ildefonso Schuster, il processo di canonizzazione. E mentre si facevano sempre più frequenti i pellegrinaggi alla sua tomba, nel piccolo cimitero del paese natale di Trivolzio avvenivano le due guarigioni più significative: a Gorizia, nel 1952, e a Milano nel 1959, entrambe mentre i malati erano degenti negli ospedali gestiti dai Benefratelli.  Oggi san Riccardo Pampuri è custodito e venerato nella chiesa parrocchiale di Cornelio e Cipriano a Trivolzio; è meta incessante di pellegrini ed è uno dei santi più invocati da chi vive l’esperienza educativa del movimento ecclesiale di Comunione e Liberazione. Infatti, don Luigi Giussani non smise mai di invitare alla sua intercessione, chiedendo ai tanti amici del movimento di pregare ogni giorno con un “Gloria” il santo di Trivolzio. A San Riccardo Pampuri è intitolata la clinica per malati terminali ad Asuncion, in Paraguay, che Padre Aldo Trento gestisce dal 2004.

Da qualche tempo, sul web è presente una pagina Facebook intitolata agli “Amici di San Riccardo”, e proprio il responsabile di questa iniziativa ha voluto incontrare, nell’estate scorsa, Manuel Cifuentes, raggiungendolo nella sua casa di Alcadozo. Ha trovato una famiglia ancora piena di stupore per ciò che è accaduto loro:

  • Manuel lavora in una casa di riposo,
  • il padre è stato nominato da poco diacono della piccola chiesa del paese.
  • Da questa chiesa, ogni 1° maggio, parte una processione molto curata, con la statua di san Riccardo e una reliquia donata dai Fatebenefratelli.

Proprio sulla pagina Facebook, in occasione dei trent’anni esatti dal “milagro”, Manuel ha spedito un saluto, che il responsabile della stessa pagina web ha autorizzato a pubblicare sul sito tempi.it:

«Cari amici di san Riccardo, sono Manuel, di Alcadoz. Vorrei mandare un saluto, prima di tutto, per augurarvi un felice e prospero 2012, pieno di pace, benessere e salute. Grazie al nostro amico Ste posso comunicare con voi e unirmi al vostro cammino di fede, assieme al nostro caro amico san Riccardo Pampuri. È il nostro riferimento nel cammino che ci conduce a Gesù, e alla region dei cieli. Questa è la nostra meta di cristiani, e Gesù non avrebbe voluto che camminassimo da soli, per conto nostro.

Invece dobbiamo marciare in comunione, come un popolo unito, e quale miglior popolo di uno fatto da fratelli e amici?

Essere cristiano vuol dire essere amici di Gesù. E questo credo che sia per tutti una certezza. Spero che la nostra amicizia serva a unire fili che possano resistere alla distanza, per mantenerci uniti, come cristiani. Potete contare su di me, e scrivermi quando lo desideriate. Un saluto e un forte abbraccio, dal vostro amico e fratello Manuel».

di Carlo Candiani, tratto da [Tempi.it]  5 gennaio 2012

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LA MADONNA DEL LAGO E IL PITTORE FERDINANDO MICHELINI

PREMESSA

8 MARZO 2012 –

  • La Chiesa fa memoria di San Giovanni di Dio, patrono universale dei Malati,
  • degli Operatori Socio-assistenziali,
  • dei Librai
  • ed in alcuni posti come la Spagna, anche dei Vigili del Fuoco.

La  società invece celebra la festa della donna e gli uomini provano a sdebitarsi verso mamme, sorelle, mogli, compagne, colleghe… per tutte le sopraffazioni,  grandi o piccole, spesso invisibili ma percepibili e dolorose, che dai tempi dei tempi e in tutte le latitudini, ogni giorno sono costrette a subire per distorsioni culturali, forse in via di superamento, ma che stentano a morire.

Oggi, per festeggiare ENTRAMBI, non trovo di meglio che agganciarmi al pennello dell’indimenticabile Prof. FERDINANDO MICHELINI, il miracolato da San Riccardo Pampuri che ha speso la vita per gli altri, un vero missionario laico di grande talento, che, aggregato all’Ordine dei Fatebenefratelli, ha saputo farsi imitatore sia del “Mendicante di Granada” che del suo discepolo santo di Trivolzio, Fra Riccardo.  

Perché con la “DONNA” per eccellenza, la Vergine Maria, l’architetto-pittore ha sempre avuto uno specialissimo rapporto molto riservato ma confidenziale.

Nessuno è in grado di dire quante volte l’abbia dipinta in tutte le pose, con la fede dei monaci che dipingono le icone russe ma con lo slancio e la fretta di chi ha sempre i minuti contati per il Regno di Dio.

E il Cielo lo ha voluto in vita fino ai 91 anni.

Originalissima questa icona, incastonata in una spalliera di letto, in abiti di broccato. Per non parlare della MADONNA DEL LAGO di Togoville,  di cui si parlerà in seguito.  

Dopo aver messo insieme tutte queste notizie, mi sto rendendo csempre più conto di una cosa singolare:  che San Riccardo Pampuri è ancora tutto da scoprire. Un insieme di cose, di avvenimenti, mi danno l’impressione che ciò che non ha potuto fare in vita lo stia attualizzando ora. Ma non da solo. Perchè siamo Chiesa, ossia Comunione. Così si serve dell’uno o dell’altro, donne e uomini disposti a mettersi a disposizione, come fosse ancora ad animare la piccola parrocchia di Morimondo:

  •  ambulatorio (per i problemi fisici, morali e non venga a mancare il pane necessario)
  •  e attività parrochiale perché il Regno di Dio vada a compimento.

 E’ in atto quella che il beato Giovanni Paolo II chiamava LA FANTASIA DELLA CARITA’, dove l’ispiratore è lo Spirito Santo.

Auguri !

AFRICA NERA: DEVOZIONE ALLA MADONNA

La devozione alla Madonna è molto  radicata tra i cattolici africani.  Apparizioni? Non sempre. Ma di certo  anche in terra d’Africa abbondano santuari mariani. Un teologo  domenicano francese che ha vissuto a lungo  nel continente,ce ne parla.                  
    

Libera di essere nera

di René Luneau

 

Di recente sono stato a Lourdes per il 150° anniversario delle  apparizioni della Madonna a Bernadette e mi sono chiesto: «La Vergine  eviterebbe i sentieri che portano in Africa?». La risposta che mi sono  dato è stata che, da alcuni decenni, sembrerebbe non essere più così.

 

Le prime apparizioni della Madonna in terra africana riconosciute  dalla chiesa si registrano a Kibeho, un paese nel sud del Rwanda. Il 28  novembre 1981 la Vergine appare, per la prima volta, ad Alphonsine  Mumureke, presentandosi come Nyina wa Jambo (Madre del Verbo). Alcuni mesi dopo si mostra anche ad alcuni compagni di scuola.  L’avvenimento provoca in Rwanda un’intensa emozione. Le folle, anche da molto lontano, si riversano a Kibeho, mosse dalla curiosità e  dall’aspettativa di miracoli e si radunano attorno al podio sul quale è seduta la veggente, per accogliere dalle sue labbra il messaggio celeste  e dalle sue mani l’acqua che la Vergine, dietro sua richiesta, benedice.
Per anni, una commissione teologica e una medica studiano  attentamente la personalità dei veggenti (sei ragazze e un ragazzo di 15  anni, Segetashya, che non è neppure catecumeno quando Gesù in persona  gli appare; sarà poi battezzato con il nome di Emmanuel), senza notare  in loro alcunché di anormale. Anche i messaggi che i veggenti sono  incaricati di trasmettere non esulano dall’ordinaria vita di un  cristiano: parlano di penitenza, conversione del cuore, spirito di fede,   preghiera, carità fraterna, disponibilità, umiltà, fiducia in Dio,  vanità del mondo e dignità della persona umana.
L’apparizione del 19 agosto 1982 ha un tono singolare. I veggenti  raccontano di aver visto immagini terrificanti: fiumi di sangue, persone   che si ammazzavano tra di loro, cadaveri abbandonati insepolti, un  albero in fiamme, un abisso spalancato, un mostro spaventoso e tante  teste decapitate. Le 20 mila persone presenti sono prese da un senso di paura, se non di panico e tristezza.
Dodici anni dopo, avviene il genocidio. Anche a Kibeho, migliaia di  persone sono assassinate. I molti che cercano rifugio nella chiesa  vengono massacrati; l’edificio è incendiato. Nel 1996, un campo di  rifugiati, installato nei pressi di Kibeho, è attaccato dall’esercito  del Fronte patriottico rwandese, al potere a Kigali: migliaia i morti.

Nel 2001, la chiesa del Rwanda, uscita indebolita e divisa dalla  terribile prova del genocidio, riconosce l’autenticità delle  apparizioni. Mons. Augustin Misago, vescovo di Gikongoro, l’inquisitore dei primi anni, precisa che il riconoscimento delle apparizioni non è  articolo di fede; il credente è libero di crederci o meno. Il santuario,   consacrato nel 2003 dal card. Crescenzio Sepe, è dedicato alla Madonna   del dolore.
Santuario di Togoville – I dipinti sono di Fernando Michelini

 

Icona miracolosa

Nel 1973, per iniziativa del comboniano Francesco Grotto, la chiesa  parrocchiale di Togoville (Togo) è trasformata in santuario, dedicato a Nostra Signora del Lago, Madre della misericordia.
L’architetto italiano  FERDINANDO MICHELINI  (miracolato da san Riccardo Pampuri, medico e  religioso dei Fatebenefratelli) dona all’amico comboniano un’icona  miracolosa della Madonna, che l’arcivescovo di Lamé “intronizza”  solennemente a nome di tutta la chiesa togolese. Da subito, l’icona  comincia a compiere meraviglie.
Padre Francesco Grotto
Si racconta che un gruppo di pellegrini, in grave difficoltà mentre  attraversava il Lago Togo per recarsi al santuario, si sia trovato  misteriosamente sulla riva, sebbene il guidatore della piroga avesse  perso la pertica. Nel villaggio circola un altro aneddoto che assicura  di un fatto avvenuta molti anni prima dell’arrivo dell’icona: durante un   lavacro purificatorio presso un sacerdote del vodù locale, una donna  consacrata al feticcio e impossibilitata ad avere figli ebbe la visione di una dama bianca, con un bimbo tra le braccia; qualche tempo dopo, la   donna concepì.
Si racconta anche che, nel novembre 1983, in occasione dei  festeggiamenti per il decimo anniversario dell’intronizzazione  dell’icona, uno sciame d’api, “in forma di ostia, bianca e rotonda”, si sia posato proprio sopra la Madonna. Nella tradizione togolose, le api sono segno di benedizione. Parlare di miracolo farebbe sorridere noi  occidentali. Eppure, anche i grandi sacerdoti del vodù di Togoville si  sono recati più volte a venerare l’immagine della Vergine, forse perché assimilano la devozione alla Madonna alla venerazione per la dea del  lago, Mama Kponu.
Sempre in Togo, 1998: corre voce che la Vergine appaia nella piazza  della chiesa parrocchiale di Tsévié, a 30 km da Lamé. I veggenti sono  giovani, tra cui una rifugiata rwandese. La notizia travalica subito le frontiere e i pellegrini arrivano da Costa d’Avorio, Benin e Ghana. Le apparizioni si sono ripetute, ma la chiesa non le ha mai riconosciute. I   fedeli, però, continuano a recarsi a Tsévié per pregare la Vergine.

All’africana
Il 13 maggio 1986, a Nsimalen, a 25 km da Yaoundé (Camerun), alcuni  ragazzini stanno giocando nel cortile di una scuola. A un certo punto,  sulla cima di un albero vedono una “forma bianca” che richiama  fortemente la figura della Madonna venerata nella chiesa parrocchiale.  La vedono anche alcuni adulti, che la “identificano” subito:  si tratta senz’altro della Vergine Maria! La voce si sparge fino alla capitale e oltre. La gente accorre: per cinque intere giornate questa strana forma   bianca resterà perfettamente visibile. E subito si parla di miracoli. Una bambina di 9 anni, muta dalla nascita, riacquista improvvisamente la  parola e si mette a gridare: «Maria, Maria!». Un catechista di Nsimalen  ricupera la vista.

Una notte, il villaggio è invaso da una luce  ininterrotta che consente di leggere un libro e ricamare un vestito  senza bisogno di lampada. C’è chi vede il sole trasformato in una  lucente palla verde dai bordi trasparenti, e chi giura di aver visto la  luna ovale e, su di essa, una donna seduta con il bimba in braccia.
Il clero scuote la testa. Suor Marie-Praxéde, una suora che vive da  anni a Nsimalen, non comprende la mancanza di entusiasmo dei  responsabili della chiesa. Il parroco le dice che a Lourdes la Madonna è   apparsa solo a Bernadette. E lei: «Ma qui siamo in Africa, e la Vergine  comprende la nostra mentalità. Perché pretendere che appaia sempre allo  stesso modo? Perché noi africani non potremmo avere la nostra Vergine?  Voi preti, compreso l’arcivescovo, siete troppo europei e non capite».

 

  •  L’indignazione della suora è interessante. Bisognerà sempre rifarsi  all’autorità del clero – occidentale o formato all’occidentale – per  giudicare avvenimenti che avvengono in terra africana e riguardano  innanzitutto la gente che vi vive?
  • E la Madonna, per essere  riconosciuta, deve per forza attenersi alle norme del diritto canonico?
  • Non può apparire dove e come vuole, foss’anche in cima a un albero?  Troppe le grotte di Lourdes replicate nel mondo, quasi che la Vergine  non potesse “apparire” che in un antro!
Ragioni di una visita
Il gesuita camerunese Meinrad Hebga ha argomentato: «Non si deve   esigere dai cristiani dell’Africa nera di essere i soli a credere senza  aver visto. Sarebbe un inganno! È forse un caso che i paesi più  favoriti dal “fascinoso” sono i più ricchi materialmente?
Fieri dei loro molti santi, tutti operatori di prodigi (almeno in vista della  canonizzazione) e di essere originari di “paesi dei miracoli”,  verrebbero qui a dirci che l’essenziale non è questo, ma la  “fede-beata-di-chi-non-vede” e la carità? Grazie mille! Sono discorsi  che hanno l’amaro sapore di quelli che pasciuti ecclesiastici  sciorinavano al proletariato dell’Ottocento. Noi ne faremmo volentieri a   meno».
Sembrerebbe arrivato il tempo per il “fascinoso” di indigenizzarsi e  per la Madonna di essere libera di fare anche in Africa le sue “visite a   domicilio“, fin qui riservate ai più ricchi. Anche se la sua immagine nel continente non potrà più assomigliare in tutto e per tutto a quella   di Lourdes o di Fatima.
Le apparizioni di Kiheho sarebbero, dunque, una  “buona notizia” per l’Africa e la sua chiesa: la religiosità cristiana  si starebbe africanizzando. Questo riequilibra le  deviazioni causate dall’Occidente, che con la secolarizzazione  sistematica e la dimenticanza dell’essenziale (valgono solo la scienza e  la tecnica) ha spesso sedotto l’Africa.
Perché  meravigliarsi se, dopo un secolo di cristianesimo, le  devozioni cristiane assumessero in Africa carne africana e cominciassero  a segnare profondamente la psicologia dei credenti? Gli africani hanno  sempre avuto visioni di spiriti e di antenati. Per tanti fedeli, la  Madonna o un altro santo sono diventati personaggi familiari, che fanno parte del loro universo quotidiano. Almeno su questo punto, si è operata  una reale inculturazione.
Per provarlo, non sono necessarie le apparizioni. Bastano i santuari. Ce ne sono in ogni angolo del  continente: Poponguine (Senegal), Kita (Mali), Lagos e Kona (Nigeria),  Yagma (Burkina Faso), Dassa-Zoumé (Benin), Yamoussoukro (Costa  d’Avorio), Nairobi e Subukia (Kenya), Kampala (Uganda), Soweto  (Sudafrica), Namacha (Mozambico)…

 

A partite dal 1970, l’avvenimento del rinnovamento carismatico ha  segnato un cambiamento importante nella vita delle comunità africane,  ridando diritto di cittadinanza a espressioni religiose radicate nella  tradizione e da essa valorizzate, ma che il cristianesimo ha sempre  tenute con cura da parte (la trance, ad esempio, considerata  “estasi” in Europa, è stata giudicata “possessione demoniaca” in  Africa).
Oggi, se uno partecipa a un incontro di preghiera degli amanti del Rinnovamento netto Spirito, vede tante persone che cadono in trance durante  la processione del SS.mo Sacramento. Simili fenomeni non potrebbero  rappresentare, tra l’altro, una protesta contro una liturgia che non da  spazio all’ispirazione a all’emozione collettiva? Ernest Kombo, vescovo  di Owando (Congo) deceduto l’ottobre scorso [2008], diceva: «Il giorno  in cui non ci sarà più trance, sarà grave: vorrà dire che qualcosa è venuto a mancare».
I santi “abitano”, anche solo per un momento, i loro devoti, proprio  come il vodù “abita” i suoi adepti. La gente ci crede, e non serve dire che Cristo ci ha promesso il suo Spirito, non sua madre o l’angelo  Michele. Radicare il Vangelo nella cultura africana è un compito  impegnativo e di lunga durata. E Maria di Nazareth, figlia di Israele e serva del Signore, diventa il paradigma anche del fedele cristiano  africano. E non dubita che saprà, anche in Africa, situare bene il posto   che lei occupa nella storia della salvezza.
(da Nigrizia, dicembre 2008, pp. 60-63)
UN’ICONA MIRACOLOSA NEL TOGO

 

Nel 1973, per iniziativa del comboniano Francesco Grotto, la chiesa parrocchiale di Togoville (Togo) è trasformata in santuario, dedicato a Nostra Signora del Lago, Madre della misericordia. L’architetto italiano Ferdinando Michelini (miracolato da san Riccardo, Pampuri, medico e religioso dei Fatebenefratelli) dona all’amico comboniano un’icona miracolosa della Madonna, che l’arcivescovo di Lomé “intronizza” solennemente a nome di tutta la chiesa togolese. Da subito, l’icona comincia a compiere meraviglie.

Si racconta che un gruppo di pellegrini, in grave difficoltà mentre attraversava il Lago Togo per recarsi al santuario, si sia trovato misteriosamente sulla riva, sebbene il guidatore della piroga avesse perso la pertica.

Nel villaggio circola un altro aneddoto che assicura di un fatto avvenuto molti anni prima dell’arrivo dell’icona: durante un lavacro purificatorio presso un sacerdote del vodù locale, una donna consacrata al feticcio e impossibilitata ad avere figli ebbe la visione di una dama bianca, con un bimbo tra le braccia; qualche tempo dopo, la donna concepì.

Si racconta anche che, nel novembre 1983, in occasione dei festeggiamenti per il decimo anniversario dell’intronizzazione dell’icona, uno sciame d’api, “in forma di ostia, bianca e rotonda“, si sia posato proprio sopra la Madonna. Nella tradizione togolose, le api sono segno di benedizione.

Parlare di miracolo farebbe sorridere noi occidentali. Eppure, anche i grandi sacerdoti del vodù di Togoville si sono recati più volte a venerare l’immagine della Vergine, forse perché assimilano la devozione alla Madonna alla venerazione per la dea del lago, Mama Kponu.

Sempre in Togo, 1998: corre voce che la Vergine appaia nella piazza della chiesa parrocchiale di Tsévié, a 30 km da Lomé. I veggenti sono giovani, tra cui una rifugiata rwandese. La notizia travalica subito le frontiere e i pellegrini arrivano da Costa d’Avorio, Benin e Ghana. Le apparizioni si sono ripetute, ma la chiesa non le ha mai riconosciute. I fedeli, però, continuano a recarsi a Tsévié per pregare la Vergine.

FOTO: http://www.africamania.it/ Ghana-Togo-Benin 2008/Tamberna/index.htm

ATTO DI CONSACRAZIONE ALLA VERGINE  NEL SANTUARIO DI NOSTRA SIGNORA DEL LAGO TOGO

DISCORSO DEL SANTO PADRE GIOVANNI PAOLO II

Togoville (Togo) – Venerdì, 9 agosto 1985

*  Nel testo del discorso, le foto di EMMA PIAPIA  (ingrandisci:http://www.flickr.com/photos/65820074@N02/6538567829/in/photostream)

Cari fratelli e sorelle, pellegrini di Notre-Dame del lago Togo.

1. La vostra gioia è straboccante! La mia è grande quanto la vostra! È vero che un incontro tra amici, e questo è ben uno di essi, fa crescere l’amicizia. Altrettanto certo è che un raduno di pellegrini – e questo è uno stupendo raduno – risveglia la fede cristiana. E chiaramente la presenza del successore di Pietro tra voi porta l’entusiasmo al suo culmine, un po’ come se vi ritrovaste sulle rive del lago di Galilea. Il Signore sia sempre lodato per la grazia accordata a tutti noi!

 Il nostro incontro si svolge in un contesto meraviglioso: sulle rive del lago Togo. Si svolge accanto al santuario iniziato nel 1910 dai missionari del Verbo Divino. Si svolge vicinissimo all’immagine rappresentante Notre-Dame del lago Togo, invocata col nome di Madre della misericordia. Pellegrini di tutte le età, indovino il vostro desiderio di manifestare la vostra gioia nel modo africano e togolese. Allora potete battere le mani per Notre-Dame! Per la santissima Madre di Dio!

Il Dio che adoriamo è Spirito. Per amore dell’umanità, si è reso visibile nella persona del suo unico Figlio, il quale, da sempre, è una sola cosa con lui, nell’unità dello Spirito Santo. Questo Figlio, divenuto uomo, ha compiuto l’esperienza dell’esistenza umana su un piccolo lembo dell’immenso universo, che a partire da questo avvenimento storico viene chiamato Terra santa. Sì, il Figlio di Dio ha voluto nascere da una donna scelta sin dall’inizio dei tempi. Nascere da una donna esente dal peccato! E questa Madre, benedetta tra tutte, Dio ce l’ha data alcuni istanti prima di spirare sulla croce, sulla quale offriva la sua vita per noi. Gesto misterioso e allo stesso tempo così luminoso! Il Figlio di Dio ci ha dato sua Madre. Perché? Per aiutare i cristiani, i suoi discepoli di tutti i continenti e di tutti i tempi, a capire il mistero di Gesù, il solo salvatore del mondo, il solo intermediario tra Dio e gli uomini. Per aiutarli con sollecitudine materna a seguire Gesù. Come a Cana, ella sembra dirci: “Fate quello che vi dirà” (Gv 2, 5). Ella ci aiuta a meditare sulla testimonianza unica resa al mondo da suo Figlio: disponibilità filiale verso Dio, Padre suo e Padre nostro, e allo stesso tempo apertura agli altri uomini e agli altri popoli, apertura fraterna, generosa, senza limiti né di frontiera né di razza. Non smettiamo mai di adorare questo Salvatore, traboccante d’amore misericordioso per tutti e per ciascuno! Veneriamo ugualmente e incessantemente la Madre di questa misericordia divina, incarnata nella persona di Gesù. Come suo Figlio, anch’essa è misericordia. Come avete avuto ragione, in occasione dei festeggiamenti del 1973, di completare l’appellativo “Notre-Dame del lago Togo” aggiungendovi “Madre della misericordia”.

Vi siete ispirati al Vangelo stesso e a tutta la storia della devozione mariana da duemila anni a questa parte. Non potremo andarcene da questo luogo benedetto senza esserci rifugiati in spirito tra le braccia di questa Madre, facendo nostra la consacrazione che pronuncerò in nome di tutti.

2. Ma prima vorrei rivolgermi in particolare ai giovani così come agli ammalati e agli handicappati qui presenti. Cari adolescenti e giovani, che avete la fortuna d’essere in salute: ringraziate il Signore. Rispettate questo tesoro. Imparate a padroneggiare il vostro corpo nella disciplina sportiva, con una buona igiene. Apportate alla società togolese e in particolare alla vostra famiglia le sane forze fisiche di una personalità equilibrata. La vostra dignità di uomini deriva dalla vostra rassomiglianza a Dio stesso. Sapete che le vostre capacità di riflessione, di decisione, di dono di voi stessi sono di natura spirituale, e rispecchiano una certa presenza di Dio in voi. Il vostro Battesimo è un avvenimento che segna tutta la vostra vita. Confermati nello Spirito, uniti al corpo di Cristo, siete sostenuti nella vostra dignità di uomini dalla presenza di Dio in voi. Una tale dignità si manifesta e si manifesterà ogni giorno attraverso la vostra lealtà, il vostro coraggio, la vostra disponibilità, la vostra capacità di perdono e di riconciliazione, la fedeltà alle vostre credenze religiose e alla preghiera. Le conoscenze religiose che avete ricevuto devono essere sviluppate, approfondite, molto al di là del catechismo dell’infanzia, soprattutto se seguite degli studi. Esse devono essere all’altezza della vostra cultura, devono permettervi di rispondere a domande vecchie e nuove, di dar testimonianza della speranza che è in voi. Devono soprattutto portarvi ad aver totale fiducia in Cristo, a intrattenere un dialogo con lui attraverso la preghiera, a prendere posto attivo nella Chiesa, a cercare di costruire insieme a lui un mondo nuovo.

Tra tutte le creature, Maria, con la sua fedeltà, con la sua dedizione totale al Signore e alla sua opera di salvezza, è un ammirevole esempio per tutti noi. Sì, Maria ha ricevuto molto dal Signore. Essa ha anche fatto fruttare al massimo i talenti ricevuti. Ecco perché ha dato molto all’umanità intera, e continua ad accompagnare i singoli e i popoli.

Giovani, la Chiesa in questo Paese ha bisogno di voi. La società togolese ha bisogno di voi. L’Africa ha bisogno di voi. Siate pronti, come Maria di Nazaret, a dare il meglio di voi stessi per servire Dio e i vostri fratelli.

3. E voi, cari giovani o adulti che siete segnati da un’infermità, da una malattia, da sofferenze morali, rivolgetevi sempre più alla Madre di misericordia. Penso in particolare ai ciechi che mi ascoltano. La Vergine Maria vi condurrà vicinissimo a suo Figlio. Certo, è importante che, all’interno di ciascun Paese, e tra Paesi meglio attrezzati e Paesi meno avanzati, ci si aiuti reciprocamente a fare indietreggiare la miseria sotto ogni aspetto. Servono più medici, più ospedali, più dispensari. Purtroppo esistono dappertutto, anche nei Paesi molto attrezzati, infermità e malattie difficili da guarire, perlomeno completamente. E vi è poi la sofferenza morale, più pesante talvolta della sofferenza fisica.

Fratelli e sorelle, giovani e adulti, la devozione a Gesù Cristo, la pietà verso sua Madre hanno aiutato generazioni di credenti ad accettare sempre più la propria croce. I pellegrini di santuari quali Lourdes sono stati colpiti nel constatare la pace e persino l’intimo sorriso degli ammalati sulle sedie a rotelle o distesi sulle barelle. Il male rimane un problema lancinante, che fa dire a ciascun infermo o a chi lo circonda: perché, perché proprio io? E tuttavia il signore Gesù – e solo Lui – ha dato in qualche modo un senso a questa prova, una luce. Egli ha assunto su di sé la sofferenza. Ha portato la propria croce. Abbiamo meditato questi misteri. Tuttavia in lui non vi è alcuna traccia di rivolta, né di fatalismo: questa sofferenza, l’ha offerta per amore. Ed è così che ha ottenuto la vittoria sul male.

La sofferenza, guardata in faccia, accettata a poco a poco, offerta in unione con Cristo, può essere un cammino di luce, un’ascensione spirituale. Esistono numerosi casi di cristiani, privati dell’uso parziale o totale delle forze fisiche, dei sensi – vista o udito – che illuminano e talvolta addirittura convertono i propri simili, non per ciò che fanno, ma per ciò che sono. In un certo senso, essi sono i segni evangelici d’oggi. Sì, la Vergine Maria, in tutti i santuari che le sono consacrati nel mondo intero, aiuta i pellegrini che soffrono a divenire un dono fecondo, una luce salvifica per l’umanità. Infermi e ammalati venuti a questo pellegrinaggio, credete al valore della vostra esistenza vissuta con Cristo e accanto a sua Madre! La Chiesa conta sulla vostra preghiera. E anch’io vi conto per il ministero che mi ha affidato il Signore al servizio di tutta la Chiesa.

Un istante di silenzio sarebbe utile a tutti noi, prima di unire i nostri spiriti e i nostri cuori nella preghiera di consacrazione che pronuncerò a nome di tutti.

ATTO DI CONSACRAZIONE

O Maria, Madre del Figlio di Dio,
il solo Redentore
venuto a salvare i popoli
di tutti i continenti e di tutti i tempi,
noi ti lodiamo.

Tu sei la più santa e la più umana
tra tutte le creature del Signore.
Tu sei la più grande,
“benedetta fra le donne” della terra.
Sei allo stesso tempo la più umile,
la più avvicinabile!
Sei per sempre la Madre di Dio.
Hai voluto accettare di essere
anche la misericordiosissima Madre
di tutte le generazioni umane,
che non smettono mai di dirti: Beata”.

Da venti secoli,
mentre risiedi vicino a tuo Figlio,
nella gloria del cielo,
è come se tu stessi visitando la terra!
Tendi l’orecchio
ai discepoli di tuo figlio Gesù,
ti chini sui peccatori!
Accogli tutti gli uomini
di buona volontà,
come faceva lo stesso Gesù
nei villaggi e nelle città
di Giudea e di Galilea! 

Nel tempo della Chiesa
inaugurato dalla Pentecoste,
alla quale eri presente,
non smetti di presentare
ai singoli e alle nazioni
questo Bambino,
frutto stupendo dello Spirito Santo
nella tua carne virginale,
questo Bambino
venuto, al tempo prescelto,
luce per il mondo, Figlio di Dio
che rimette la propria vita
tra le mani del Padre
per salvare molti. 

Risuscitato il mattino di Pasqua
come vincitore della morte.
O Maria, tu desideri una sola cosa
affinché la nostra gioia sia perfetta,
anche nelle prove della vita.
Tu desideri una sola cosa:
che noi accettiamo pienamente Gesù.

O Madre di misericordia,
in questo giorno, in questo luogo,
noi sentiamo il bisogno di riceverti
- ancor di più – come nostra madre.
Portarti con noi giorno per giorno,
negli anni, più profondamente nel cuore!
Affinché tu ci mantenga vicini,
sempre più vicini a Gesù salvatore,
sempre più fedeli
al servizio di tutti i suoi fratelli,
che sono anche tuoi figli,
al servizio soprattutto dei più piccoli,
di coloro che conoscono le angosce più grandi. 

Il nostro spirito, la nostra volontà,
il nostro cuore,
il tesoro della nostra fede,
i nostri limiti, i nostri insuccessi,
le nostre gioie, i nostri re-inizi,
le nostre diverse responsabilità,
i nostri rapporti umani,
i nostri sforzi
di capire l’epoca in cui viviamo,
tutta la nostra vita
fino all’ultimo respiro . . .
tutto è affidato al tuo sguardo materno,
alla tua bontà,
alla tua preghiera d’intercessione!
Tutto ciò che siamo,
tutto ciò che abbiamo
è rimesso tra le tue mani,
per la causa di Gesù
e per l’edificazione del suo regno
di verità, di santità, di giustizia,
di fraternità, di pace.

In questo giorno e in questo luogo
noi ti affidiamo questa cara patria del Togo,
le nostre famiglie, le nostre comunità cristiane,
i pastori chiamati a condurle.
Noi ti affidiamo l’Africa tutta intera e il suo futuro.
Ti affidiamo il mondo intero,
questo mondo che ami e che vuoi salvare,
accanto a tuo figlio Gesù.

O Madre,
facci sentire la sua presenza materna
così discreta ed efficace.
Fa’ di noi dei discepoli ardenti di Gesù
e degli operai generosi del suo Vangelo,
nella Chiesa che ha fondato!

Amen!

QUI TUTTE LE FOTO DEL SANTUARIO DI NOSTRA SIGNORA DEL LAGO DI TOGOVILLE (Togo) AFFRESCATA DAL PROF. FERDINANDO MICHELINI: http://www.csey.de/gh-to-bn/togov2.htm

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1 MAGGIO – SAN RICCARDO PAMPURI

1° Maggio 

SAN RICCARDO PAMPURI

Ardore Eucaristico

“Erminio, giovane tra i giovani, non aveva un lessico cattedratico e impersonale. Era chiaro e semplice, aveva la passione e l’entusiasmo tipico di chi parla con il cuore. Luigi Repossi, membro di Azione Cattolica a Mori­mondo, conserva questo ricordo di Pampuri: «Era capa­ce di parlarci di Dio senza farcelo pesare, anzi destando in noi un interesse sconosciuto per queste cose… Dico la verità, certe prediche del parroco mi stancavano, ma il Pampuri sarei rimasto a sentirlo per delle ore; trova­va parole diverse…». In una testimonianza il fratello Ferdinando conferma che quando mancava il parroco, Erminio si sostituiva a lui in ciò che poteva”.

Mons. GIUSEPPE GORNATI, Canonico del Duomo di Milano e primo biografo del Santo, dopo aver raccolto le numerose testimonianze dei suoi contemporanei ancora viventi, così ha descrive l’ARDORE EUCARISTICO del Dott. Erminio-Fra Riccardo Pampuri in un capitolo del libro:

“Si è notato come, specialmente negli uomini, la SS. Eucaristia sia la conservatrice più efficace della fede e dell’umiltà. Nel brindisi fattogli in occasione della laurea in medicina e chirurgia, il Pampuri venne definito “l’anima eucaristica”. Ed era comunemente riconosciuto come “lo studente assiduo alla Mensa eucaristica” (p. Paolo Sevesi)

La cosa non costituiva una novità e non terminò col chiudersi del periodo degli studi. La sua pietà eucaristica rimase immutabile anche in mezzo alle molteplici occupazioni della condotta medica.

Fu un privilegiato per l’esempio di casa, dove crebbe alla scuola della pietà eucaristica.

Carolina, la vecchia domestia, fu sino all’ultimo devotissima all’Eucaristia e fedele alla S. Comunione. Quelli di casa avevano notato come, ormai più che ottantenne e piena di acciacchi e disturbi al cuore, le mancasse  alla mattina il respiro e dovesse aiutarsi con qualche medicinale. Ma quando sapeva che alla frazione di Torrino sarebbe giunto dalla parrocchia il sacerdote, rimaneva digiuna, diventando per il desiderio di potersi accostare alla S. Comunione, anche ad ora tarda, padrona del suo respiro affannoso e del cuore debole.

Tutte le mattine il Nostro, da piccolo, trotterellava a fianco dello zio che si recava a Trovo durante la settimana ed a Trivolzio nelle domeniche.

Giunse poi anche per il nipote il giorno felice della Prima S. Comunione, ricevuta nella domenica di Passione.

Fattosi grandicello, s’accostavano insieme alla medesima Mensa: il piccolo portando l’innocenza nel cuore, lo zio la pietà dell’uomo provato dalla vita. Perfino il marmo della tomba Campari ricorda ai visitatori la prerogativa del dottor Carlo: “Fede – Carità – Eucaristia – lo fecero servo fedele del Signore”

Se l’esempio dello zio poté facilitare al giovanetto la frequenza alla SS. Eucaristia, fu però la piena comprensione  di questo dono inestimabile che lo decise a rimanere fedele.

La sua pietà eucaristica non fu mera abitudine, bensì tesoro consapevolmente conquistatao e divenuto in lui un’ineluttabile esigenza dell’anima.

Che fosse talmente fedele accanto allo zio medico, da giovane, e nell’ambiente del Collegio, non può stupire eccessivamente. Era, in fondo, un temperamento calmo, niente affatto emotivo. E’ sommamente ammirevole e degno di grande lode che abbia saputo farne un “Pane quotidiano” quando umanamente poteva essere una devozione difficilissima per la sua professione ed uno specchio di coerenza in un mondo tanto pericoloso. E’ soprattutto come medico che va studiato ed ammirato nella sua fame eucaristica.

Nelle giornate ordinarie era puntualissimo tutte le mattine a recarsi in chiesa molto per tempo come i buoni dovevano fare in un paese agricolo, cioè prima che si iniziasse il lavoro dei campi. Si metteva al primo posto che entrando trovava libero sulle panche; non badava a rispetto umano e si affiancava agli uomini (non molti nel corso della settimana) i quali lasciavano riguardosamente libero un posto per lui nell’ampia basilica.

Essi sapevano che durante la notte aveva dovuto interrompere il riposo perché chiamato d’urgenza presso infermi; con tutto ciò, riusciva ad essere sempre il primo a varcare la soglia del tempio, quando il dovere professionale non l’aveva chiamato altrove.

Lo stesso parroco, il quale amava quel giovane medico e molto volentieri lo vedeva in chiesa al mattino – spesso l’unico uomo presente alla Santa Messa – doveva raccomandargli prudenza per la salute delicata, in considerazione del riposo notturno frequentemente interrotto o addiritura mancato.

Aveva imparato dallo zio fermarsi nei giorni feriali agli ultimi posti della chiesa di Trovo. Il dottor Carlo s’inginocchiava ai fianchi della piccola balaustra d’un altare laterale posto all’entrata a destra dela porticina. Il nipote, invece, sul nudo terreno accanto allo zio o nel primo banco, grossolano e tarlato appoggiato alla prima lesena a destra. Conservò dovunque questa abitudine, specialmente nella chiesa di Morimondo. Il costume di rimanere agli ultimi posti o nei cantucci oscuri era da lui praticato per potersi conservare maggiormente raccolto.

Alla domenica e nelle grandi occasioni per i giovani della parrocchia e della zona circostante, metteva da parte tale preferenza e sapeva essere uno dei primi per guidarli. Era lui che a voce alta recitava la preparazione ed il ringraziamento per l’assistenza al S. Sacrifico. Stava in mezzo ai giovani  e di solito, senza leggere, quanto diceva era improvvisato riuscendo al momento così facile nel pensiero e caldo negli affetti verso Gesù Sacramentato. Tanto, variato nelle sue preghiere eucaristiche che veniva seguito anche dagli altri fedeli presenti, i quali erano ammirati della spontaneità, fecondità ed unzione del “dottorino”.


Se a quelle sante Comunioni generali fosse stato presente non soltanto un nucleo di giovani contadini ed operai, ma qualche elemento ben versato in cultura religiosa, avrebbe potuto raccogliere e tramandarci una raccolta preziosa di pensieri eucaristici per la gioventù.


La pia pratica era seguita devotamente in chiesa da tutti, diventata ormai una cara abitudine. Lo sttesso Pampuri non alveva alcuna idea ambiziosa al riguardo, poiché trovva giustissimo l’aiutare e render più solenni e fruttuose le sante comunioni, essendo il parroco l’unico sacerdote in parrocchia e trovandosi all’altare per la celebrazione della Messa.

Seguiva il metodo praticato dai Gesuiti con gli esercitandi operai; assistendo i suoi giovani e partecipando ai convegni di Triuggio, li accompagnava per incarico di qualche padre durante la santa Comunione di chiusura del corso. Intonava e sosteneva, per quanto la sua pocca voce glielo permetteva, quella invocazione che s’è poi diffusa nelle manifestazioni eucaristiche parrocchiale ed è tutt’ora rimasta tanto cara a i fedeli: “In quell’Ostia conacrata”.

[Ho voluto di proposito riportare per intero questo Inno Eucaristico della fede e pietà popolare. I nostri nonni e genitori sono cresciuti in un simile contesto ed utilizando il medesimo linguaggio, solo apparentemente dei semplici ma di vasta profondità teologica. Vorrei evidenziare che vi è stata una foritura di santi, giunti perfino alla gloria degli altari, che si faticherebbe non poco a volerne stilare l'eleco. Un ammonimento per il nostro tempo, dove fortunatamente non mancano donne e uomini che vivono di Eucaristia, pur nel frastuono  dei nostri giorni e lontano dall'occhio indiscreto delle telecamere].

In quell’Ostia consacrata
sei presente, o Gesù mio,
vero uomo e vero Dio,
nostro amabil Salvator.

O mio sommo, unico bene,
dono a te tutto il mio cuore:
tu l’accetta, e, per tuo amore,
il mio prossimo amerò.

Delle tante, e tante colpe,
il mio cuore, o Dio, si pente,
e propone fermamente
di mai più, mai più peccar.
E propone fermamente
di mai più, mai più peccar.

O Gesù, Figliuol di Dio,
umilmente io qui ti adoro:
sei mia vita, mio tesoro,
e sarai mio premio in ciel.

Sovra me, sovra i miei cari,
sovra i miei benefattori,
Gesù, spargi i tuoi favori,
e ci unisci in ciel con te.

Da te spero, o Gesù caro,
perché sei bontà infinita,
il tuo aiuto in questa vita,
e l’eterna gloria in ciel.

O Signore, dell’alma mia,
che in quest’oggi – o me beato! -
tutto a me ti sei donato,
io mi dono tutto a te.

Era in grado estremo ordinato. Il medico di una condotta, che comprende diversi comuni, deve avere un determinato turno. Non mancano le sorprese di tempo, di chiamate a distanze non lievi, e soprattutto l’incompatibilità d’orario fra i doveri professionali e quello delle pratiche giornaliere di pietà eucaristica, dipendenti dal ministero sacerdotale, cioè della S. Messa e Comunione. Le visite mattutine agli ammalati si estendevano nel territorio di tre parrocchie. Ma egli seppe distribuiere gli impegni della professione in modo da non essere mai privo della gioia eucaristica del mattino. Per non mancare a tale dovere, s’era fatto un prontuario di orari in modo che se fosse stato chiamato dagli ammalati verso il mattinoin paese lontano, sapeva a quale ora poteva ascoltare la Messa e trovare il sacerdote per la Comunione.

Era anche al corrente delle occupazioni settimanali o straordinarie dei parroci della sua condotta, registrate sopra una specie di piano topografico. Da parte sua stava sempre digiuno, anche ad ora tarda, e con salute non sempre buona. Ma la fame del Pane eucaristico gli dava un desiderio tale da vincere ogni stanchezza: in tanti anni e con impegni molto complessi per orari e per luoghi, mai omise la S. Comunione quotidiana, e soltanto poche volte non potè assistere alla Messa nei diversi paesi dov’era stato chiamato dal dovere.

Era anche al corrente delle occupazioni settimanali o straordinarie dei parroci della sua condotta, registrate sopra una specie di piano topografico. Da parte sua stava sempre digiuno, anche ad ora tarda, e con salute non sempre buona. Ma la fame del Pane eucaristico gli dava un desiderio tale da vincere ogni stanchezza: in tanti anni e con impegni molto complessi per orari e per luoghi, mai omise la S. Comunione quotidiana, e soltanto poche volte non potè assistere alla Messa nei diversi paesi dov’era stato chiamato dal dovere.

La sua pietà eucaristica era totale o completa com’è voluta dalla Chiesa. Non come nelle grandi città, dove riveste forma soggettiva di gusti personali o anche di comodi spirituali, separando la Comunione dalla Mesa per il sacrificio di levarsi presto al mattino.

La Messa al centro della sua partecpazione giornaliera; la S.Comunione per quanto posibile non disgiunta dal suo vero posto, cioè dal S:Sacrificio; la visita al SS.Sacramento come continuazione e convegno fra amici. Le due forme di partecipazione non dipendevano sempre dalle sue possibilità nell’orario e nella durata, ma la visita, o meglio le visite dipendevano dal suo buon volere, non richiedendo questa devotissima pratica né sacerdoti né tempo fisso, ma solo amore al S. Tabernacolo e chiesa aperta. Per l’indipendenza e facilità, essa esercitava su di lui una speciale attrativa e costituiva un momento straordinario nella sua giornata.

Né si può dire che la “visita” fosse qualche cosa di separato, terminata la quale si era compiuto uno, se non l’ultimo dovere esterno verso l’Eucaristia. Pel Pampuri invece, oltre ad essere un prolungamento della mattinata eucaristica, voleva dire riallacciarsi, ritrarsi, dopo una parentesi imposta dal dovere della professione, in una delle tre chiese parrocchiali che incontrava di passaggio o di ritorno dal lavoro.

Abbazia di Morimondo- Sul lato destro la casa dove il Dott. Erminio Pampuri aveva anche l’ambulatorio. 

Naturalmente la chiesa preferita, perché a due passi dall’abitazione, era quella di Morimondo, vi s’appoggiava un lato della sua casa. La preferenza era spiegabile in lui, così perfetto nelle cose di Dio e generoso nella pietà. Se aveva un breve respiro di tempo dalle occupazioni o fra l’una e l’altra visita agli infermi, si recava in chiesa, tanto che non si poteva dire quale orario avessero le sue devozioni eucaristiche. Veniva quasi invitato ad entrarvi perché uscendo o rientrando dall’abitazione doveva passarvi davanti.

Tale attrattiva particolare per la chiesa era così nota che serviva alle persone come punto di riferimento per trovarlo nei casi urgenti pomeridiani. Tornando dal giro degl’infermi nei cascinali vicini, lasciava, appoggiata al gradino inferiore, la bicicletta, ponendo sul manubrio cappello e guanti. Il custode del vicino palazzo comunale e suo uomo di casa, passava a ritirare la bicicletta non per il pericolo di furto – chi avrebbe osato commettere tale atto verso il dottore? – ma per evitare che i ragazzi la facessero cadere o la guastassero.

Più spesso doveva servirsi del cavallo perché gli zii di Torrino vigilavano a che non si stancasse. Il cavallo, ormai pratico delle soste obbligate, aveva preso l’abitudine di fermarsi per conto suo davanti alla chiesa. Il guidatore scendeva e si ritirava nel tempio. La pazienza del quadrupede però non durava molto; passo passo s’allontanava dalla gradinata, rientrando da solo nel cortile della casa, dove gli uomini gli toglievano i “finimenti” e lo conducevano nella stalla.

Quell’operazione quotidiana, per la sorella era il segnale che poteva preparare la modesta mensa. L’approntava aspettando ancora a lungo, ma il fratello non compariva mai; finché, stanca di attendere, alle volte lo richiamava fuori della chiesa.

Godeva d’una calma imperturbabile. La devozione eucaristica non conosceva in lui esplosioni sentimentali, cosa opposta al suo temperamento. Fedelisimo in questa bella pratica, mai aveva fretta davanti al Tabernacolo.

L’Eucaristia costituiva il centro della sua attività interiore, cui tutto indirizzava. Quante lunghe ore trascorreva quotidianamente in chiesa? Di quante preghiere non le riempiva? E dove aveva attinto quella resistenza fisica che lo faceva stare in ginocchio, senza appoggiarsi in alcun modo, pur essendo di salute tanto delicata?

Potremo godere, come in uno specchio limpido, il suo sorriso angelico, e indovinare quanto gli passava nell’animo attraverso lo zelo della vita e la franchezza della parola. Mai tuttavia potremo conoscere quali misteriosi colloqui con Dio abbiano reso sempre più pura la sua esistenza ed incantevole la sua fisionomia. Il segreto eucaristico gli rimase sepolto nel cuore.

Nella pratica eucaristica mai volle apparire un devoto d’eccezione, di genere aristocratico. In ginocchio, e proprio in tale devoto contegno, fu colpito in pieno dalla grazia. Ma nelle condizioni ordinarie della giornata, per quanto dipendesse da lui, la sua passione eucaristica era comune nel luogo e nell’ambiene. Trattandosi del culto verso l’Eucaristia, diventava il “servo”. S’additava a qualsiasi ufficio: preparare, per esempio, i giovani alla Comunione generale, far loro premura per la terza domenica del mese, sorreggere il baldacchino, preparare torce, distribuire candele, chiamare i giovani incaricati o addiritura sostituirli, portare in chiesa i distintivi e consegnarli ai presenti.

“Il parroco non voleva che il dottore del paese si prestasse a tutte quelle umili parti e l’invitava a desistere. Docile al superiore, lasciava poi fare a qualche giovanotto chiamato dal parroco steso fra i presenti, ma da parte sua era sempre attento e pronto a tutto perché il servizio fosse completo, seguendo il baldacchino con la torcia in mano” (Sig. Mario Bologna).

Il sistema da lui prescelto era di tenersi nascosto quando compiva le sue devozioni di ringraziamento dopo la Comunione o le visite al SS. Sacramento. A Trovo, ai lati dell’altare si trovava una specie di coretto, chiamato “la scuola dei piccoli” e separato dal presbiterio mediante una grata di legno. Il quel cantuccio, sia da giovinetto in vacanza che da universitario, si poneva per le sue adorazioni.

Quando il giovane medico si recava in qualche pomeriggio a visitare gli zii, compiuti appena i doverosi convenevoli, si ritirava dietro l’altare della chiesa, in un piccolo coro da dove non era visto dai fedeli. Si soffermava a lungo, fintanto che gli zii mandassero a chiamarlo, essendo ormai l’ora del ritorno al lontano Morimondo.

“Dopo giornate faticose, veniva da noi giovani osservato in ginocchio, calmo, che pregava sottovoce. In chiesa lo si vedeva su di una panca con raccolto contegno e col capo fra le mani di tanto in tanto. I fedeli, ed anche noi giovani che lo abbiamo seguito per tanti anni, non l’abbiamo mai visto seduto, ad eccezione del tempo durante la predica” (sig. Mario Bologna”.


Il “dottorino” tra la sua gente dopo la Consacrazione Religiosa

Era d’una somma coerenza. Sempre ed ovunque rese onore alla S. Comnione, ricevuta quotidianamente. Nobile nell’animo, cercò d’armonizzare la vita esterna con l ‘Eucaristia, della quale tutti lo riconoscevano devotissimo.

Gli stessi studenti universitari, attenti osservatori di quei compagni che si distinguono per sentimento e pratica di pietà, nulla mai trovarono a dire sul suo conto, scorgendolo completo nella vita religiosa.

Le buone popolazioni campagnole, così facili ad entusiasmarsi, ma altrettanto pronte a rinfacciare la frequenza alla Mensa Eucaristica, se non siano accontentate, non ebbero mai a pronunciare un apprezzamento men che ammirativo circa il loro medico condotto.

Se non avesse avuto mente e cuore perennemente tesi verso il santo Tabernacolo, non avrebbe potuto passare in mezzo a tante categorie di persone diverse per qualità e levatura d’ingegno ed attirarle al bene, come fece senza alcuna eccezione. Né costoro avrebbero compreso, ed anche seguito, l’esempio autorevole del “dottorino”, se questi fosse stato meno trasformato dalla S. Eucaristia, e i giovani avessero notato solo il biglietto unilaterale e non il cristiano perfetto, trasformato dal Sacramento dell’amore.

Partecipò al Congresso Eucaristico internazionale tenuto a Genova nel settembre 1923. Aveva portato seco una circolare a stampa per i medici di condotta sul rovescio della quale, con calligrafia ben chiara, scrisse:

“O mio Gesù! Mi hai chiamato a Genova credente, fammi ritornare apostolo: amarti e farti amare!”.

Ecco svelata la sorgente della sua attività nel bene: l’Eucaristia.

Veramente fine e indovinata l’iscrizione fatta sull’immagine-ricordo distribuita a Brescia dopo la morte di lui, in cui si dice che “fu breve ma operosa la sua giornata” e che “ebbe spirito magnanimo in corpo delicato”. Non poteva, in tanto elogio, mancare il punto più bello e meglio scolpito: “Dovunque passò diede prova di quanto possa il cuore umano quando è trabboccante di amor divino, attinto ed alimentato nelle lunghe veglie eucaristiche”.

Basterebbe questa conclusone per illuminare tutta la grandezza di un’esistenza così ammirevole.

( Da “CAMICE E TONACA”  di Giuseppe Gornati – FBF-Milano)

Nella sua chiesa di Trivolzio (PV) dove è venerato il corpo rimasto intatto.

01 PAMPURI un giovane cuore in ascolto – Angelo Nocent

  

SAN RICCARDO PAMPURI

 Medico Chirurgo dei Fatebenefratelli 

UN GIOVANE CUORE IN ASCOLTO 

Di Angelo Nocent 

PREFAZIONE   

Oggi, 24 ottobre 2003, festa di San Raffaele Arcangelo, se fosse ancora in vita, San Riccardo Pampuri festeggerebbe il 75° anniversario di professione religiosa. E’ certamente un  traguardo difficilmente raggiungibile dai comuni mortali ma noi, trattandosi di un santo, abbiamo tutto il diritto di festeggiare. Farne memoria è come fermarsi ad una sorgente di montagna e dissetarsi: aiuta a riprendere fiato e più  speditamente il cammino. 

La ricorrenza è un buon pretesto per ricordare questo “contemporaneo” dal fascino particolare. La sua è una breve esistenza ma “donata” a Dio e al prossimo. La gente non ha dimenticato e le nuove generazioni si rivolgono alla sua intercessione sempre più numerose. Lo dimostra la sua tomba visitata  da sempre nuovi pellegrini provenienti dall’Italia e dall’estero. E’ come se il santo medico a Trivolzio continuasse la sua attività ambulatoriale. Senza appuntamento ed esenti da ticket, i suoi pazienti si presentano per ottenere cure e guarigione. E’ un passaparola continuo di grazie ricevute che lui ogni giorno strappa al cuore di Dio. 

 Il Prof. Fernando Michelini, reduce dal campo di concentramento nell’ultima guerra,  e il bambino di fiaco, sono i miracolati da San Riccardo Pampuri. Con Giovanni Paolo II nel giorno della canonizzazione. Pittore e architetto, ha costruito ed affrescato chiese e ospedali in Africa e in Terra Santa, sempre gratuitamente. E’ deceduto a 91 anni 

Se per i credenti la sua è ancora una presenza operosa nella Comunione dei Santi, oltre che fulgida nella gloria degli altari, per tutti egli è una testimonianza di fede, giovane, stimolante e singolare, vissuta in un’epoca storica assai controversa.   

Devo ammettere che il motivo di questa fatica va oltre la ricorrenza: deriva da una certa delusione provata leggendo alcune  agiografie in circolazione. Purtroppo, c’è una tendenza  a non  staccarsi mai dalla riva, ossia dall’ esaltare aspetti della sua vita che, proprio perché non sono né clamorosi né enfatizzabili, portano logicamente a chiedersi come abbia potuto raggiungere la gloria degli altari, a domandarsi in che cosa consista la sua vera santità.   

Pesco casualmente in internet: 

  • La vita di san Pampuri è esemplare in tal senso. Visse in assoluta semplicità, in un modo senza dubbio paragonabile a quello di un contadino o di un medico di campagna, che nessuno conosceva, noto solo per la bontà e la generosità con cui trattava gli ammalati.

  • Trascorse gli ultimi tre anni della sua vita ritirato in un convento nascosto agli occhi del mondo. Lo spettacolo di san Pampuri è questo dimostrarsi della potenza di Dio nella semplicità più assoluta.

  • «Il santo semplice» è il titolo di un saggio di Laura Cioni su fra’ Riccardo;

  • L’eroica semplicità di san Pampuri traspare anche da un altro bel saggio, quello di Rino Cammilleri.

  • Nella vita di san Pampuri, per l’appartenenza a Cristo, il quotidiano diventava eroico e l’eroico quotidiano. Per questo egli è specialmente indicato ad essere spettacolo e forma di vita cristiana per l’oggi”.   

Proprio perché queste conclusioni mi sembravano semplificatrici, anch’io mi sono posto la domanda: chi è Erminio Filippo Riccardo Pampuri? 

Deciso a trovare una risposta più soddisfacente, ho iniziato la  ricerca, scoprendo subito che  Riccardo nasce proprio  nello stesso anno in cui muore Teresa di Lisieu (1897).

Coincidenza? Forse. O magari la continuità, al maschile, della spiritualità della santa. La lettera che scrive durante il noviziato alla sorella suor Longina, missionaria al Cairo me lo fa presagire:   

“Mia carissima Sorella,   

grazie della tua ultima lettera e delle tue fervide esortazioni: far sempre la volontà del Signore nell’esatto adempimento dei propri doveri, e in una lotta perseverante, generosa contro le proprie cattive inclinazioni con gli occhi fissi in Dio, nostra ultima meta e Bene supremo, in Gesù nostro modello Divino, sempre più avanzare nella via della perfezione: crescere sotto l’occhio di Dio, questo dovrebbe veramente essere il mio programma, ed in esso dovrei trovare indubbiamente il più grande contento dell’anima e la più grande pace dello spirito. Quando infatti ho perso il bene di tale gaudio e di tale pace, se non forse quando nella mia vita ho perso di vista tale suprema meta e mi sono allontanato da così sicura via?  

Gesù Bambino mi insegnerà e mi aiuterà ad accettare e portare almeno con serena rassegnazione, se non con gioia, quelle croci che Egli vorrà permettere o mandare e mi aiuterà pure ad avere sempre viscere di fraterna carità per coloro che nelle Sue mani potranno essere direttamente o indirettamente di tali croci lo strumento provvidenziale.  

Il Signore non mancherà di compiere l’opera sua, e di mano in mano che riuscirò a diventare un sempre più buon frate vedrò anche sempre più risplendere in me quella gioia, quel gaudio e quella pace che con tanto amore mi auguri e che di tutto cuore auguro a te pure nella sovrabbondanza delle benedizioni di Dio, soprattutto in queste feste del Santo Natale in cui tutta la Chiesa, anzi tutto il mondo, esulta di riconoscenza e d’amore per il Verbo Divino fattosi per noi uomo come noi, e si è caricato di tutte le nostre iniquità, per fare noi tutti simili a Lui, come Lui figli di Dio qui nella Grazia e nella fede viva, e poi per sempre nel godimento perfetto della sua infinita carità.   

Sempre a te unito nel Cuore Sacratissimo di Gesù Bambino coi miei migliori auguri ti saluto. 

Brescia, 9 dicembre 1928

Affezionatissimo fratello Fra Riccardo                 

 Non meno significativa è la seguente:   

« Per qualsiasi prova o croce non dovremo però mai perdere quella santa pace e tranquillità che ci viene dalla grazia di Dio e dal nostro pieno e filiale abbandono a Lui, e possibilmente non dovremo perdere nemmeno quella sana allegria che rende più leggero il peso dei quotidiani doveri, e più gradita e giovevole la compagnia nostra agli altri.

Quale grave torto faremo a Nostro Signore se dovessimo servirlo con una spanna di broncio! » (al nipote — 27 Ottobre 1928) 

Entrambi, su fronti diversi e con psicologie diverse, senza muovere un dito per sollecitare riforme ed aggiornamenti, hanno silenziosamente messo in discussione un certo tipo di vita religiosa, sia monastica che ecclesiale. Entrambi sono passati sulla scena del mondo inosservati e sottovalutati. Ma i risultati non si sono fatti attendere:  

  • lei, che solo dal 1915 al 1916 ha riempito la terra di quattro milioni di copie della sua autobiografia, canonizzata nel 1925, sarà considerata durante gli anni delle due guerre come amica e conforto di tanti devoti anche tra gli orrori delle trincee e dei campi di concentramento e verrà definita “la fanciulla più amata della terra”;   

  • lui, che pur non avendo scritto un’autobiografia come Teresa, canonizzato nel 1989 e sempre più conosciuto su vasta scala, promette leale concorrenza alla coetanea carmelitana.    

 Che cosa sia l’ “eroica semplicità” io non lo so di preciso.  Temendo però le eroiche semplificazioni, me ne starò in guardia. Anche nella santità esiste il rischio di limitarsi a voler annusare il profumo che si espande per l’aria senza sollevare il coperchio per vedere cosa bolle in pentola. Gesù, il Maestro, non insegna a  procedere solo con l’olfatto; dice piuttosto: “Venite e vedete”, oppure: “Tommaso, metti il dito, tocca…”   

Don Giussani, a proposito del Pampuri, è intervenuto al meeting di Rimini in questi termini: “…Il santo è un uomo vero. Il santo è un vero uomo perché aderisce a Dio e quindi all’ideale per cui è stato costruito il suo cuore e di cui è costituito il suo destino. Eticamente tutto ciò significa « fare la volontà di Dio » dentro una umanità che rimane tale e pur diventa diversa»

Nella santità dell’ultimo secolo mi sembra sia accaduto  lo stesso fenomeno che si è verificato nel mondo della pittura. Renoir e company, tanto per citarne uno, hanno  un’intuizione nuova ed antica di vedere la realtà: essi la producono con  piccoli tratti di  colore, di chiaro-scuri accostati, di ombre e di luci, che provocano in definitiva una grande suggestione. La prima impressione è che si tratti di una pittura facile, di una strada accessibile a tutti. Solo chi ha provato a cimentarsi sa che non è vero.   

Come Teresa, pure Riccardo ha i suoi detrattori. Non mancano, anche nelle sfere della teologia, coloro che si domandano, perplessi,  se presentare la santità  in un modo che sembra facile, sorridente, familiare, così lontano dalla santità eroica, impossibile alla massa dei fedeli,  improvvisamente a portata di mano di tutti, nel quotidiano,  costituita di cose piccole, talvolta banali,  fatta di pazienza, di sopportazione,  vissuta in aridità interiore congiunta a fede illimitata,  non sia santità basata su un equivoco.   

Cosa dire? C’è modo e modo di presentare i fatti. Comunque, quando c’è il sospetto che certi comportamenti siano stati travisati e trasformati in pie sdolcinature,  le critiche e le ricostruzioni storiche ben vengano a rimettere ordine.

 Giova a tutti  comprendere meglio la profondità di certe esperienze  ed insegnamenti. Vale la pena però di ricordare ciò che un giorno scrisse Bernanos a proposito di insinuazioni su  Teresa: 

 “Il messaggio che questa santa porta al mondo è uno dei più misteriosi e dei più pressanti che esso abbia mai ricevuti. Il mondo sta morendo per mancanza di infanzia ed è proprio contro di essa che i semidei totalitari puntano i loro cannoni e i loro carri armati”.   

Riccardo  mi sembra la sperimentazione visibile e riuscita di questa preziosa eredità dell’ infanzia spirituale che non è sinonimo di immaturità. Il desiderio di Gesù non lascia dubbi: “Se non diventerete come questi bambini, non entrerete nel regno dei cileli”. Teresa e Riccardo, fisicamente e spiritualmente giovani, sono portatori di un messaggio da  tramandare senza esitazioni  alle nuove generazioni, sofferenti dello stesso male denunciato dallo scrittore francese.

In una religione di segni, quale è la nostra, essi, più o meno consapevoli hanno fatto proprio il monito deigli antichi profeti d’Israele che, normalmente, sono molto chiari: prima viene il cuore e poi viene il segno della carne. Teresa e Riccardo sanno di essere nella Nuova Alleanza. Ma la novità in che cosa consiste?

Un passo indietro nei secoli con un esperto di Sacra Scrittura, il gesuita Francesco Rossi De Gasperis:

« Il tempio è distrutto, non c’è più! Non ci sono più i sacrifici, non ci sono più i segni, il popolo è portato in esilio. Se prendiamo Geremia ed Ezechiele che sono sacerdoti, essi non hanno mai esercitato l’ufficio sacerdotale perché sono in situazioni di estromissione o in esilio, sui fiumi di Babilonia. E ’ accaduta come una fine del mondo. Ma, proprio quando sembra che non resti più niente, c’è una presa di coscienza: resto io. E allora si scopre che è avvenuta semplicemente la fine di un mondo. Ora c’è un segno molto più eloquente: il luogo del culto è l’essere stesso dell’uomo e della donna, cioè l’essere umano ».

E’ davvero curioso: Teresa e Riccardo faticano tanto per raggiungere il traguardo della « vocazione religiosa ». Per poi rendersi conto che non è questione di essere carmelitano, gesuita o francescano. La vocazione vera è un’altra: io sono chiamato a essere me stesso come partner di Dio. Qualcuno può storcere il naso. Non sto negando la validità della consacrazione, anzi!  Ma proviamo a riflettere: se uno fosse in grado di togliermi tutto, cosa mi resterebbe? Io dico che, se anche mi si togliesse tutto, io ci sarei; ci sarebbe il mio corpo. Ecco la grande scoperta, essenziale nel culto di Dio: il mio corpo!

Ma non perché è pulito, degno, ma perché è il segno, il sacramento della mia fede. Il colmo dei colmi sta proprio qui: sia il giovane corpo di Teresa che il giovane corpo di Riccardo, fanno acqua da tutte le parti. Una donna e un uomo, giovani, con grandi aspirazioni, esiliati nello squallore di una fragile carcassa in preda al medewsimo morbo, la tisi, destinati a misurarsi con una progressiva impotenza. Ed in questo contesto nasce il loro sacerdozio. Non ministeriale, s’intende.

Eresia? No, no, nulla di eretico. Solo una constatazione analogica  con il sacerdozio di Cristo. Per capire è opportuno aprie una parentesi per una  breve riflessione biblica  che meriterebbe più spazio ma già così permetterà di leggere con un diverso spirito i capitoli successivi.

Il p.De Gasperis dice che è proprio « da qui che nasce il sacerdozio di Gesù, perché Gesù si è trovato esattamente in una situazione di esilio.

Lo dice la lettera agli Ebrei:

  • Gesù non era sacerdote e nemmeno poteva esserlo, perché apparteneva alla tribù di Giuda; poteva essere un re deposto, caduto in miseria;

  • Giuseppe non lo era, era infatti un artigiano, non un miserabile certamente e suo figlio era un artigiano, forse un falegname o un fabbro. Quindi un re decaduto, ma certamente non un sacerdote.

  • Gesù non è mai entrato nell’atrio del sacerdote nel tempio di Gerusalemme; non ha mai offerto un sacrificio nel tempio di Gerusalemme. Forse ha portato degli animali, dei piccioni con i genitori o con i discepoli, ma certamente non ha mai esercitato l’ufficio sacerdotale nel suo tempio!

Perché? Gesù che cosa ha  voluto  dire?  Ce lo spiega la lettera agli Ebrei al capitolo  decimo!

 » Per mezzo di quei sacrifici  si rinnovano di anno in anno il ricordo dei peccati con il sangue di tori e di capri. Per questo, entrando nel mondo, Cristo dice:

Tu non hai voluto nè sacrificio né offerta,

un corpo invece mi hai preparato.

Non hai gradito

né olocausti né sacrifici per il peccato.

Allora ho detto: Ecco, io vengo

- poiché di me sta scritto nel rotolo del libro -

per fare, o Dio, la tua volontà.

(Ebr 10, 5-7)

 Dovremmo apprezzare veramente e profondamente questa lezione e chiderci a che cosa pensiamo quando pensiamo a Gesù, Sommo Sacerdote?

Certo l’Apocalisse ce ne ha ridato un’icona tipicamente sacerdotale e legale insieme, il grande vestito, la cintura d’oro…ma la lettera agli Ebrei ci dice:

« Proprio per questo nei giorni della sua vita egli offrì preghiere e suppliche con forti grida e lacrime a colui che poteva liberarlo da morte e fu esaudito per la sua pietà.8 Pur essendo Figlio, imparò l`obbedienza dalle cose che patì9 e, reso perfetto, divenne causa di salvezza eterna per tutti coloro che gli obbediscono, essendo stato proclamato sommo sacerdote alla maniera di Melchisedek«  (Ebr 5,7-10).

Reso perfetto (teleiothèis)” = questo è il verbo che nell’A.T. serve per la consacrazione sacerdotale.

L’ordinazione sacerdotale di Gesù è quando imparò l’obbedienza dalle cose che patì. Il giorno dell’ordinazione sacerdotale di Gesù non è la Cena, ma sulla croce, nudo sulla croce: lì è stato reso perfetto! Lì è stato consacrato sacerdote!

Questo è anche il nostro sacerdozio!

Ricordo bene una trasmissione della radio della comunità ebraica di Roma, molti anni fa, era la festa dei tabernacoli. E nella festa dei tabernacoli, il giudeo osservate deve portare in mano una palma, un cedro, della mirra.

C’era la preghiera di uno nei campi di concentramento che dice:

  • Signore, oggi è la festa dei tabernacoli;

  • dovrei portarti questi frutti, ma non ho niente.

  • Sì, ho qualche cosa, c’è la mia spina dorsale; questa è la palma!

  • C’ho il mio fegato; questo è il cedro!

  • C’ho il mio cuore; qui ti porto la mirra.

  • Ecco, vengo io!

Questo è esattamente il sacerdozio di Gesù. Quel giudeo pregava perfettamente nella linea della Nuova Alleanza! Non c’è più tempio, non c’è più luogo, non c’è più altare, non c’è più sacrificio, non ci sono più gli animali, non ci sono più vesti sacerdotali, non c’è incenso, non c’è organo, non c’è niente! Ci sono io!

Cosa è stato necessario per scoprire la realtà? Che spariscano tutti questi segni esterni, anche se santi; spariscano le immagini, perché l’uomo si è ridotto alla sua nudità davanti a Dio.

Così si riscopre la radice del culto, si riscopre che si può essere membra del popolo di Dio anche fuori di Gerusalemme, anche senza il tempio, anche senza il sacerdozio. Si riscopre il culto esistenziale che è assolutamente primario, proprio perché viene dal mio corpo.

Ora voi capite da dove Paolo tira fuori quell’esortazione della lettera ai Romani, che noi leggiamo in tutte le Lodi delle feste dei santi e delle sante.

Vi esorto dunque, fratelli, per la misericordia di Dio, ad offrire i vostri corpi come sacrificio vivente, santo e gradito a Dio; è questo il vostro culto spirituale. Non conformatevi alla mentalità di questo secolo, ma trasformatevi rinnovando la vostra mente, per poter discernere la volontà di Dio, ciò che è buono, a lui gradito e perfetto (Rom 12,1-2).

  • Offrire, presentare”,

  • Sacrifico vivente, santo e gradito a Dio”:

  • questi sono aggettivi e sostantivi propri del culto del tempio di Gerusalemme.

  • E’ questo il vostro culto spirituale” (Loghikèn latrèian imòn) = Questo e il culto “logico”, non spirituale, se no sarebbe “pneumatiche”.

Questo è il culto secondo la Parola: vivere secondo parola di Dio, questo è dare culto a Dio.

Certo poi sarà lo Spirito che ci rende capaci di questo.

  • Non conformatevi alla mentalità di questo secolo”: ecco la circoncisione,

  •  ma trasformatevi rinnovando la vostra mente…(metamorfouste) da “metamorfosis” che vuol dire trasfigurazione.

“Buono, gradito e perfetto” sono aggettivi del culto del tempio di Gerusalemme. Le vittime devono essere maschio, intero, senza difetti, come dice Malachia.

Il coltello che uccide queste vittime è il discernimento spirituale tra ciò che è mondano e ciò che è secondo la parola di Dio. Questa è la santità cristiana. La Chiesa non ha trovato un testo migliore di questo per metterlo nelle Lodi dei santi e delle sante! Vuol dire che riconosce in esso l’essenza della santità cristiana.

  • Il culto secondo la vita,
  • secondo la parola di Dio,
  • che non sia però una lectio divina fatta così all’assemblea,
  • ma sia una lectio che produce un discernimento,
  • la circoncisione del cuore,
  • la circoncisione delle orecchie,
  • il sacrificio delle labbra,
  • la lode di Dio
  • e soprattutto il rimuovere tutto ciò che è mondano per conformarsi alla volontà di Dio.

Ma questo viene dall’esilio, questa è l’applicazione di quello che abbiamo letto di Gesù nella lettera agli Ebrei, e quello che sta scritto nella lettera agli Ebrei viene dal salmo 40, dalla spiritualità dell’esilio; questa è la nostra liturgia!

Allora vedete che la liturgia, la morale, la teologia sono una cosa sola se si va all’osso. La liturgia è l’esistenza umana secondo la Parola di Dio. Che poi questo si faccia rivestendosi di paramenti o quando uno è messo nudo davanti al forno crematorio, come Edith Stein.

  • Quella nudità di Auschwitz è una profezia!
  • Questo è il culto di Dio: vengo io!
  • Questa è la Nuova Alleanza!

La Nuova Alleanza non è iscrizione a un registro; e chi vive questo, vive nella Nuova Alleanza, anche se non è battezzato; vuol dire che ha la fede e la fede viene prima del battesimo. Mentre si può essere battezzati cento volte, ma se uno non ha la fede, non ha proprio niente!

Questa è la prima caratteristica essenziale della Nuova Alleanza, dove il Signore forza il suo popolo a questo. Il Signore è capace di questo: ci può anche togliere tutto perché noi riscopriamo che cosa c’è nel fondo di noi. E allora non pensiamo soltanto come si fa un po’ troppo alla difesa della vita di qui.

Noi siamo preoccupati delle cellule staminali, dell’aborto, dell’embrione, dell’eutanasia, della difesa della vita, dove la vita è soltanto la vita qui su questa terra. Sembra che questa sia oggi la grande battaglia della chiesa, ma la vita è ben altro; continua oltre più in là della morte.

La vita è Dio; è Dio il vivente!

E’ nella pagina della prima creazione, al quinto giorno, quando Dio crea le piante, gli animali e altri viventi, allora dice: E Dio li benedisse!

E così entra la benedizione nella creazione! E la benedizione è ciò che dà il Benedetto, cioè il Signore.

Difendiamo la vita, ma allora confessiamo veramente qual è la vita che portiamo in noi e a quale vita siamo destinati nella pienezza della rivelazione della parola, altrimenti non viviamo secondo la parola di Dio, ma secondo le prescrizioni dei medici!

E chi può parlare al mondo di questa pienezza di vita se non la Chiesa? Perché la Chiesa ce l’ha dal Cristo risorto:

  • è lui il Vivente!

  • E’ lui la misura della nostra vitalità!

  • E’ lui la promessa della nostra longevità!

Ma senza la risurrezione di Gesù, non si saprebbe niente della nostra vita, qual è la stazione finale della nostra esistenza. C’è una preghiera nel libro di Daniele. Il libro di Daniele è scritto nel tempo della persecuzione di Antioco IV (2° sec. a. C.), ma come spesso si fa, anche nelle opere liriche, si rappresenta una situazione presente ricordando una situazione passata, allora Daniele fa una preghiera dopo il cantico di Azaria nella fornace e poi ci illustra questa situazione del popolo dell’esilio. Celebra le benedizioni del Signore, di Israele, tutto quello che hai fatto per noi, per i nostri padri, e poi:

Ora invece, Signore, noi siamo diventati più piccoli di qualunque altra nazione, ora siamo umiliati per tutta la terra a causa dei nostri peccati.

Ora non abbiamo più né principe, né capo, né profeta, né olocausto, né sacrificio, né oblazione, né incenso, né luogo per presentarti le primizie e trovar misericordia.

Potessimo esser accolti con il cuore contrito e con lo spirito umiliato,(ecco il culto: il cuore contrito e lo spirito umiliato) come olocausti di montoni e di tori, come migliaia di grassi agnelli.

Tale sia oggi il nostro sacrificio davanti a te e ti sia gradito,perché non c’è confusione per coloro che confidano in te.

Ora ti seguiamo con tutto il cuore, ti temiamo e cerchiamo il tuo volto. Fa’ con noi secondo la tua clemenza, trattaci secondo la tua benevolenza, secondo la grandezza della tua misericordia.

Salvaci con i tuoi prodigi, dà gloria, Signore, al tuo nome”. (Dan 3,37-43).

Questa è la Nuova Alleanza. Per carità, dopo l’esilio si ritorna. Neemia comincerà a ricostruire l’altare, ci sarà il tempio ricostruito. Zorobabele e il sacerdote Giosuè stabiliranno i sacrifici; questo è giusto, si deve tornare al culto dei segni, ma provenendo dal culto dell’esistenza.

Deve essere chiaro che prima di tutto ci vuole l’io e poi ci vorranno le vesti, l’incenso, le musiche, i segni, le benedizioni…

E’ stata una rieducazione di Dio al suo popolo; è stata una grande lezione per riscoprire che cosa viene prima e che cosa viene dopo, che cosa è essenziale, senza del quale tutto il resto è vano oppure invece che cosa è accessorio, anche se sommamente conveniente, perché il popolo esprima il suo culto pubblicamente.

Il miserere:

Crea in me un cuore pure, rinnova in me uno spirito saldo! Apri le mie labbra e la mia bocca proclami la tua lode! Poiché non gradisci il sacrificio e se offro olocausti non li accetti; uno spirito contrito è sacrificio a Dio, un cuore affranto e umiliato tu, o Dio, non disprezzi”.

Il timore del Signore è il sacrificio vero!

Nel tuo amore fa’ grazia a Sion; rialza le mura di Gerusalemme; allora gradirai i sacrifici prescritti, l’olocausto e l’intera oblazione, allora immoleranno vittime sopra il tuo altare”.

Ricostruiamo la città, il tempio, forse più modestamente di quello di Salomone; allora ti saranno graditi i sacrifici. Il profeta non è contro il sacerdote, è lui stesso il sacerdote.

Il profeta è contro il culto vuoto dei segni senza sostanza, dei sacramenti senza fede, speranza e carità e questo è il nostro sacerdozio, non quello di Aronne e dei leviti e in questo essere sacerdote che è essere un uomo devoto del Signore.

Questo è il sacerdozio radicale, il sacerdozio dei fedeli che viene prima del sacerdozio ministeriale. Il sacerdozio ministeriale è al servizio del sacerdozio dei fedeli, che è il sacerdozio del popolo di Dio e il sacerdote-ministro non è dispensato dall’essere sacerdote nella sua esistenza, nel suo corpo.

Per questo: gli esercizi spirituali sono prima di tutto del ministro poi verrà anche il ministero. La dedizione, la presentazione al tempio, l’Amen dentro il sì che Dio ci dice: questo è il punto essenziale che riannoda la relazione tra l’uomo e Dio » . (Ai sacerdoti della Diocesi di Roma).

Una premessa che ci voleva. Un dono dello Spirito l’avermi messo su questa pista. In tali considerazioni è già sintetizzata tutta la santità di Erminio Riccardo Pampuri.

 

Nelle pagine successive si vorrebbe provare a scavare, a prendere il largo nel mare della sua umanità “che rimane tale e pur diventa diversa”.

La pesunzione di voler ribaltare una certa ottica, mi fa correre un rischio elevato: quello di deludere l’attesa. Ma è l’unica via praticabile. Le antenne, purtroppo, sono quello che ho. Epperò lo Spirito di Dio che invoco e l’intercessione dell’interessato, sono l’unica garanzia a disposizione della penna che ardisce cimentarsi nell’impresa. Il solo antidoto agli abusi retorici. 

PAVIA E DINTORNI

CAMPOSANTO O DEL DOLORE INNOCENTE – Angelo Nocent

04 CAMPOSANTO O DEL DOLORE INNOCENTE

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Trivolzio — Tramonto

CIMITERO 

La parola « cimitero » deriva dal greco κοιμητήριον (koimetérion, « luogo di riposo »: il verbo κοιμιν (« koimân ») significa « fare addormentare »), attraverso il tardo latino cimiterium.

Non conosco il cimitero dove riposano i genitori di Erminio, ma, in fondo in fondo, - non dico quelli monumentali delle città - i cimiteri dei nostri paesi si assomigliano tutti:  un’entrata scarna: un cancello, un arco, una scritta del tipo In pace Christi requiescant, oppure Resurrecturis, sui muri una tintura bianca o paglierina, un lungo viale di ghiaia bianca, ombreggiato da altissimi cipressi, stradine trasversali,  lapidi di ogni età e ceto, cappelle di famiglia, una Croce dominante, un silenzio di tomba, rotto di tanto in tanto dagli scavatori di nuove fosse o dal salmodiare per nuova sepoltura.

Quando hanno seppellito mia madre, ottantaduenne, io alla vigilia dei sessanta, nei giorni successivi, girovagando inosservato lungo i perimetri della muraglia, in cerca sulle lapidi di visi noti e cari alla memoria, mi son messo a raccogliere sassi, quelli più grossi, usciti di fresco dagli scavi e, man mano, uno, due alla volta li portavo sulla sua tomba e li collocavo intorno al cumulo di terra, perimetrando le quattro spanne che il Comune concede in usufrutto ad ogni deceduto.  cimitero2.jpg

La tomba provvisoria, fatta con le mie mani, in attesa dell’assestamento del terreno, sembrava tenuta insieme da una corona del rosario.

I grani di sasso partivano dalla Croce di legno posta al centro, proprio sopra il capo di lei che la Croce l’ ha sempre avuta in testa, e facevano un giro rettangolare lungo quanto una persona avvolta nel sonno della morte, per ricongiungersi alla Croce.

Piccolo gesto di pietà filiale il mio che ha provocato un breve suo risveglio per sussurrarmi, da là sotto, parole arcane venute presto in superficie.

Sì, un brusio lieve ed accorato che solo io potevo percepire, per ricordarmi che in Dio si nasce e, per tornare a Lui, si muore. Dopo, silenzio muto. 

cimitero.jpgUn attimo per  metabolizzare quel messaggio di presenza viva di cui le sono grato e subito dal cuore uno sgorgare fluido di versi e di preghiera che ho scritto sulla nuda terra e che riporto qua con commozione: 

“Di te giacconi qui,  sotto le  pietre, 

 Madre, solo le stanche spoglie.

Ma la tua vita è ormai 

eternamente in Dio 

che finalmente vedi. 

Arrivederci, mamma. 

E, nell’attesa dell’evento, 

di quel prodigio di risurrezione 

di questa nostra carne deperita,

prega per noi ed intercedi. Amen”.

pampuriscorcioditrivolzio.jpg Trivolzio — Scorcio

Ho riportato la mia esperienza di uomo adulto semplicemente per dire che certe vicende, dolorose anche per gli adulti, se si fanno da bambini, non si possono cancellare dalla memoria come un brutto sogno da dimenticare in fretta. Perché segno lo lasciano. E duraturo.

Non so se  ed in quale Camposanto esiste traccia della tomba  dei genitori di Erminio Filippo, papà Innocente Pampuri e mamma Angela Camparidi. Non posso credere però che da quel 25 Marzo 1900, festa dell’Annunciazione, e per tanti anni ancora, mamma Angelina dal Cielo non abbia parlato al cuore dei suoi bambini, per un miracolo che Dio è lieto di concedere ai papà e alle mamme di tutto il mondo. Diversamente, cosa ci si andrebbe a fare al cimitero, per parlare con un « cinere muto »  o per rimestar nelle ferite?

Immagino le tante volte che il piccolo Erminio, a piedi con zia Maria  o con la domestica Carolina e in calesse quando veniva anche lo zio Carlo, un bel mazzo di fiori freschi appena colti, avrà fatto il tratto di strada che da Torrino, dove abitavano, conduce al cimitero.

E lo vedo andarci da solo, ormai più grande, quando il cuore si rassegna ma non dimentica ed ha bisogno di starsene lì, in solitudine, inosservato, a dialogare. 

Scorgo i cipressi che svettano da lontano e sembrano toccare il cielo. Odo il rumore dei passi del piccolo Erminio che affondano nella ghiaia del viale, mano nella mano, quasi trascinato verso la tomba di famiglia dove riposano, lei per prima, madre di undici figli, morta di tisi quando Emilio aveva solo tre anni, e poi lui, morto in un incidente stradale quando il bambino ne aveva dieci. 

Quegl’occhi belli d’ innocenza, attenti e spalancati più del solito, straziano il cuore dei visitatori che lo conoscono e penano per lui che posa di tomba in tomba il mesto sguardo, fin che dei suoi non trova il lungo del riposo e dell’attesa e incroci i loro sguardi nelle foto. Un bacio, una carezza, un  Requiem  intonato ad alta voce, mentre tutti si segnano.

Tre anni appena, la zia Maria gli prende la docile manina e gliela porta sulla fronte. Con voce tremula lo segna, prima di dare inizio al rito che si ripete in ogni cimitero: erbacce da strappare, andare a prender acqua alla fontana, rimuovere i fiori  appassiti e ricomporre il mazzo floreale di taglio fresco di giardino.

E lui, piccino, attratto più dalla fiammella del lume ad olio, ricaricato e acceso per durare un giorno.

 cimiteri.jpg 

E loro che lo lascian fare, sperando di evitare le domande imbarazzanti. Che vengono lo stesso dopo le preghiere e i tanti baci impressi sulle foto:

“ Zia, perché?…Perché?…E dove sono? “, le chiede il bambino ingenuo dalle pure labbra. Scava senza pietà su quei destini, interroga, rovista nella mente della sua tutrice…

Come potrebbe il cuore darsi pace senza una ragione? 

 Poi le risposte imbarazzate degl’accompagnatori, dure a venir fuori senza strozzarsi in gola e inumidire gl’occhi.

La zia Maria per prender tempo, cerca nella borsetta il fazzoletto bianco merlettato; si asciuga il naso, gl’occhi e poi si fa coraggio: “ Nanin, sono andati in Paradiso…Gesù li ha presi e li ha portati via con sé…  

- E perché? E fino a quando? E dopo…? 

CAMPOSANTO O DEL DOLORE INNOCENTE

Non si tratta di un luogo di terra ma di una dimensione dello spirito che ci si porta dietro ovunque. Ecco: è qui che avviene, di volta in volta, il grande impatto col dolore. Le scarpe non s’impolverano nella ghiaia perché le lapidi, come icone,  riaffiorano nella mente che va in processione tra i filari di dormienti, li passa in rassegna, per poi fermarsi e sostare davanti alla zolla che più coinvolge il cuore e che racchiude un prodigio che è già ma non ancora:

« Se il seme di frumento non finisce sottoterra e non muore, non porta frutto. Se muore, invece, porta molto frutto. Ve l’assicuro. 25Chi ama la propria vita la perderà. Chi è pronto a perdere la propria vita in questo mondo, la conserverà per la vita eterna. 26Se uno mi vuol servire mi segua, e dove sono io ci saranno anche quelli che mi servono. E chi serve me sarà onorato dal Padre ». (Gv 12, 24-26)

E’ da questo luogo geografico che Erminio entra in confidenza con l’altra dimensione. E’ qui che inizia  la presa di coscienza del miracolo della Grazia che lo accompagnerà per tutti gl’anni, fino al giorno del ricongiungimento in Paradiso.

Voce del Maestro interiore, dello Spirito, dapprima confusa, indefinita e poi sempre più chiara col passar degl’anni, che gli sussurra le sole parole convincenti : Gesù non è quel “cattivo” che ruba i genitori ai bambini proprio quando hanno più bisogno di carezze che di pane.

Poveretti i grandi; si perdono davanti al dolore innocente, balbettano e non convincono nessuno, men che meno se stessi.  

giovannipaoloiibambino.jpgHo voluto soffermarmi perché le biografie sorvolano sul fatto, come se non si trattasse di un tragico evento ma di una semplice disgrazia, punto e basta.

Mi piacerebbe chiederlo a Giovanni Paolo II che ha fatto la medesima dolorosa esperienza, se per caso quei ripetuti lutti in famiglia   non gli abbiano segnato  per sempre la vita.

Mi è più facile interrogare un ragazzo di nove anni più grande del Pampuri: il poeta Giuseppe Ungaretti (1888), combattente anche lui sul Carso, quando a Villavicentina e dintorni anche il nostro prestava servizio militare in sanità.

Quando Erminio era liceale, Ungaretti non era ancora entrato nei libri di letteratura. Lui che non ha potuto trovare sollievo nelle liriche del poeta, ha però trovato conforto e sostegno nelle pagine più robuste delle Divine Scritture.

A noi fa bene accostare entrambi i personaggi che esprimono sensibilità diverse in un comune destino di marcata sofferenza.  

giuseppeungaretti.jpg I lutti di due guerre, la seconda appena conclusa, hanno influito enormemente sullo  spirito del poeta, che s’è fatto sempre più cupo e addolorato. E’ utile sentire questa voce che distoglie l’attenzione dalla ricerca della dimensione metafisica e si cala nuovamente nella tragica realtà della vita di tutti i giorni, angosciato dalla perdita del fratello e successivamente anche del figlio.

Egli assiste impotente allo sfascio e alla distruzione dello Stato Fascista nel cui grembo per molti anni si è sentito al sicuro, ed è costretto a prendere atto dell’orrore della sistematica deportazione in Germania di connazionali ebrei e dissidenti.   Questi eventi lo sconvolgono. Perso il ruolo di poeta “ufficiale” all’interno delle istituzioni e sospeso dalla cattedra universitaria, Ungaretti viene colpito da un primo infarto. Come già era successo durante il precedente conflitto mondiale, il poeta si cala nel dramma – quello suo personale per la perdita del figlio e quello del popolo italiano – e riversa nel terzo libro di poesie tutto il dolore che percepisce dentro e intorno a sé.  

Egli, come pochi, sa interpretare la tragedia della vita, anche per la sua sua indole: «Le mie poesie sono ciò che saranno tutte le mie poesie che verranno dopo, cioè poesie che hanno un fondamento in uno stato psicologico strettamente dipendente dalla mia biografia; non conosco sognare poetico che non sia fondato sulla mia esperienza diretta» (Da Vita di un uomo p. 511). E come afferma in un’intervista televisiva: Il Dolore fu scritto piangendo. «Il dolore è il libro che di più amo, il libro che ho scritto negli anni orribili, stretto alla gola. Se ne parlassi mi parrebbe d’essere impudico. Quel dolore non finirà più di straziarmi» (Vita di un uomo p. 543).   Pubblicata nel 1947, la terza raccolta di Giuseppe Ungaretti, attraverso questa serie di liriche strazianti, ci è dato di cogliere il vero dolore del poeta. 

Pubblicata nel 1947, la terza raccolta di Giuseppe Ungaretti, attraverso questa serie di liriche strazianti, ci è dato di cogliere il vero dolore del poeta.

Da Giorno per giorno

11.Passa la rondine e con essa estate, E anch’io, mi dico, passerò… Ma resti dell’amore che mi strazia Non solo segno un breve appannamento Se dall’inferno arrivo a qualche quiete…

13Non più furori reca a me l’estate, né primavera i suoi presentimenti; puoi declinare, autunno, con le tue stolte glorie: per uno spoglio desiderio, inverno, distende la stagione più clemente!….

Da Roma occupata.

MIO FIUME ANCHE TUMio fiume anche tu, Tevere fatale, [...]

È stato scritto che questa è la poesia più accorta e più religiosa, nella quale al dolore personale Ungaretti trasfonde l’angoscia del popolo romano per l’umiliante ferita delle deportazioni, dove si fa più drammatica e tesa la sua confessione di fede. Ecco i bellissimi versi di questa tensione sacrale:

Le mie blasfeme labbra: «Cristo, pensoso palpito, perché la Tua bontà s’è tanto allontanata?»

Che si rafforza ulteriormente nella terza parte della lirica:

3Fa piaga nel Tuo cuore La somma del dolore Che va spargendo sulla terra l’uomo; il Tuo cuore è la sede appassionata dell’amore non vano.

Cristo, pensoso palpito, Astro incarnato nell’umane tenebre, Fratello che t’immoli Perennemente per riedificare Umanamente l’uomo, Santo, santo che soffri, Maestro e fratello e Dio che ci sai deboli, Santo, Santo che soffri Per liberare dalla morte i morti E sorreggere noi infelici vivi, d’un pianto solo mio, non piango più, Ecco, Ti chiamo, Santo, Santo, Santo che soffri.

Il giudizio critico di Attilio Cannella:

«La lirica più complessa è Mio fiume anche tu: il Tevere diviene il simbolo del fatale scorrere della “notte” della paura, mentre “Un gemito d’agnelli si propaga / Smarrito per le strade esterrefatte”»

Da I ricordi

La poesia più paradossale ed ermetica è Non Gridate più, in cui il poeta invoca di rispettare i morti e di cessare la guerra.

NON GRIDATE PIÙCessate d’uccidere i morti, non gridate più, non gridate, se li volete ancora udire, se sperate di non perire.Hanno l’impercettibile sussurro, non fanno più rumore del crescere dell’erba, lieta dove non passa l’uomo.

« La forza degli imperativi non è quella del comando », ha scritto Guido Baldi. E’ invece un pregare vibrante e dolente che appartiene anche a Fra Riccardo. Egli non va in convento a battere in ritirata ma  trascinandosi dietro il carro delle immagini della guerra, della miseria contadina della sua gente,  dei valori della solidarietà e della pietà dei suoi di casa e della comunità ecclesiale.

Egli non ha la voce possente e persuasiva di poeta  per gridare al mondo di superare odi e divisioni di parte di cui è insanguinata la vita politica e civile dell’Italia, indirizzata verso un secondo conflitto mondiale, senza aver appreso la precedente. Suo fratello è uno dei tanti, tantissimi caduti, cui è stato chiesto un sacrificio davvero inutile.

Ma la vita continua e va difesa, salvata. E Fra Riccardo lo fa raccogliendosi nel silenzio di un Convento-Ospedale. Tra un letto di corsia e l’altro o nella penombra della chiesa,  ascolta le voci di ieri ed i nuovi lamenti. Epperò il suo orecchio ormai è sempre più teso a cogliere “l’impercettibile sussurro”, quel lieve mormorio come di vento, che è la voce dello Spirito. E si fa condurre per mano e sostenere nella faticosa salita di agnello mansueto, candidato all’immolazione amorosa, per un misterioso disegno di Dio. 

Angelo Montonati, nell’ammettere che quella di Erminio è stata un’adolescenza difficile per la successione dei lutti in famiglia,  scrive che non serve scomodare Freud. Benissimo. Allora, poiché il Dr. Pampuri  non è stato chiamato a scrivere la teologia del dolore innocente, ma a viverla nella sua carne, non certo nella forma di motuleso ma in quella non certo meno atroce di corpo straziato dalla tisi e, prima ancora di cuore trafitto dalla spada dei lutti,  perché non scomodare un altro coetaneo del Pampuri, di soli cinque anni più giovane di lui? 

doncarlognocchi.jpgIntendo dire Don CARLO GNOCCHI (25/10/1902-28/02/1956).

Parlando di lui, Antonio Sicari scrive: Nessuno può pretendere di spiegare a un bambino innocente  perché soffre, ma è triste che nessuno gli spieghi per Chi  soffrire e con Chi soffrire”. 

E Don Gnocchi, che ha fatto la guerra in prima linea con gli alpini e che sul fronte insanguinato e popolato di infiniti lutti ha maturato l’idea di dedicare la vita al dolore innocente, ha passato i suoi giorni a spiegarlo. Ora, chi meglio di lui può aiutarci a districare questa ingarbugliata matassa ?

 Egli in questo campo è stato precursore e maestro: “La pedagogia del dolore tende  innanzitutto a insegnare ai bimbi che il dolore non si deve tenerlo per sé, ma bisogna farne dono agli altri e il dolore ha un grande potere sul cuore di Dio, di cui bisogna avvalersi a vantaggio di molti”.  

Lui chiedeva ai mutilatini di offrire il dolore per la conversione del babbo, per un missionario lontano, per la fine di una guerra, per un delinquente, per le intenzioni del Papa. 

 Era dell’idea che nella Messa le nostre sofferenze vanno presentate a Gesù e  mescolate con le Sue come le gocce d’acqua nel vino. 

Fra Riccardo che potrà dire sul letto di morte: “L’ho amato tanto e tanto lo amo“, è un’anticipata conferma delle tesi di Don Gnocchi. Con la perdita di mamma e babbo, egli ha ricevuto la visita-adozione del “Dulcis hospes animae, dulce refrigerium”, di quell’ ”Ospite dolce dell’anima, dolcissimo sollievo” che lo è per chi non vi frappone il rancore.

Egli non ha esitato ad aprire a Colui che sta alla porta e bussa ed è iniziata la Cena che ormai s’è fatta dimora stabile nell’Ottavo giorno senza tramonto: « Ecco, sto alla porta e busso. Se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta io verrò da lui cenerò con lui ed egli con me » (Ap. ,20-22).  

Va dato merito alla sua famiglia adottiva ed anche alla sorella, suor Maria Longina,  che le ha fatto anche da mamma prima di partire per la missione al Cairo e ancor da là, con la corrispondenza, se Erminio ne è uscito senza grossi traumi. Non ci è dato disapere come ha sublimato questo suo dolore segreto, ma è indubbio che ha saputo valorizzarlo.

Indubbiamente non ha capito subito perché si deve soffrire ma il « per Chi soffrire e con Chi soffrire » lo ha imparato molto presto, per un dono che viene dall’alto. In fondo questa era l’inaspettata sua vera vocazione.

Se si pone ben attenzione a questo ragazzo, si scopre che, come Teresa , è il frate della debolezza, accolto in convento nonostante la nota sua gracile salute. Chi lo ha ammesso, ha profeticamente intuìto che egli aveva qualcosa d’importante da dire e da dare ai suoi fratelli e al mondo intero.

sanriccardoinabitodapostulante.jpg 

Proviamo a fissarlo ora in questa foto da religioso postulante.

Il dolore è scritto sul suo viso scarno, emaciato. Una pleurite presa sul fronte del Piave, lentamente lo consuma come una candela, fino ad annientarlo.

Cos’ha da dire al mondo un ragazzo « stroncato« , riuscito a metà, seppur con una laurea di successo  in medicina e chirurgia (110 e lode) ? 

Cos’ha da dire un serio professionista, medico condotto,  ma che si ritrova, di fatto, impotente e crocifissoda una pleurite buscata per un’impresa di generosità al fronte,  che poi degenera e non gli darà tregua, fino a schiantarlo a 33 anni? 

Gli è che Fra Riccardo, quest’arancia matura e succosa, pronta per essere spremuta, ha posto la sua vita sotto il segno della Croce e per questo è diventato sapiente. Di una sapienza che non ha finito di sprigionarsi ancora, là, sulla sua tomba a Trivolzio di Pavia.

Nei primi giorni della nuova vita scriveva: «Mi appoggerò al Suo SS. Cuore, mi metterò sotto la sicura protezione delle ali del suo infinito amore ed Egli mi prenderà per mano… e mi condurrà sicuro oltre ogni scoglio nel porto della salute» (23 agosto 1927). 

Il Camposanto, con il suo simbolico linguaggio, fin da bambino lo ha instradato sulla Gerusalemme-Gerico, a fare l’esperienza  di entrambi i ruoli: di samaritano e dello sventurato  che  misteriosi ladroni lo hanno reso per anni « un morto che cammina ».

IL PROVOCATORE

Quella del Pampuri è una morte annunciata che risuona come una provocazione profetica per il suo ed il nostro tempo.  Sul Catechismo dei Giovani (CEI) si legge: « Non è infatti il patire, che Gesù ha cercato camminando incontro alla sua morte, ma l’obbedienza a Dio, la verità e l’amore per l’uomo. Se questa ricerca lo ha condotto al Calvario, non è in esso che egli riconosce il termine del suo cammino. La croce per Gesù è soltanto il prezzo della fedeltà e dell’amore » (p.149).

Il Card. Martini commenta: « Se poi l’obbedienza è il nome che assume la propria risposta alla vocazione del Padre, come la croce nella luce della Pasqua ci chiama  alla comunione dell’obbedienza di Cristo, così la sofferenza può presentarsi — lo dico con tremore — come una vocazione, cui Egli chiama ».

Nel caso del Pampuri, non è più il caso di tremare: la chiamata c’è stata e la risposta immediata e generosa: eccomi!

Alle lacrime degli innocenti nessuno di noi sa dare consolazione. Fra Riccardo èstato chiamato a parlare con la vita per i sofferenti di questo mondo che si era scrupolosamente preparato a servire al meglio. Il suo quarto voto di ospitalità ha trovato il suo pieno significato, fino a tramutarsi in carisma, proprio prendendo parte alle sofferenze che intendeva combattere e debellare, diventando così un annunciatore credibile della compassione divina. Ciò gli permette di esortarci anche oggi alla compassione umana.

Chi ha lacrime da versare, trova in lui un contenitore. Oggi, il suo ruolo di frate dell’ hospitalitas è di presentarle al trono di Dio.

Elevato agli onori degli altari, posto al centro, ci fa capire che il centro non è la sua persona, ma CRISTO, che egli solo rappresenta. Viene a dirci, come lo stesso Papa Giovanni Paolo II che lo ha proclamato santo, « mi glorio della mia debolezza« . (2 Cor 12,10)

Nessuno di noi è chiamato a costruire qualcosa per se stesso, non siamo noi a costruire la Chiesa universale: la forza viene da un’altra parte. A noi, l’esortazione dell’Apostolo che fra Riccardo ha preso alla lettera: « Per conto mio mi prodigherò volentieri, anzi consumerò me stesso per le vostre anime. » (2 Cor 12,14) 

Se fosse andata diversamente, l’astio verso Dio avrebbe potuto cambiargli l’esistenza e, forse, non saremmo qui a parlarne. 

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Da quelle ripetute visite di Erminio al Camposanto, come per incanto, è maturato un Santo per il Campo di Dio-la Chiesa: Fra Riccardo Pampuri. 

 “Quando un bambino sarà riuscito a comprendere la somiglianza che esiste tra il suo dolore e quello di Cristo, la preziosità che egli può conferire ad ogni sua sofferenza, per sé e per gli altri, inserendola in quella di Cristo, […] con questo egli avrà toccato il centro più profondo e più inesplorato, il più originale ed operante di tutto il cristianesimo, quasi – direbbe Gratry – il “punto verginale” della dottrina di Cristo” (Don Gnocchi — Pedagogia del dolore innocente, p.31) 

 « Per Misurare quanto grande sia il « volume » di questo capitale, basta pensare al contributo di dolore che, in ogni tempo, hanno richiesto ai bimbi le malattie, la fame, le guerre, l’indigenza, l’abbandono, la miseria e la morte. Di ogni calamità si direbbe che la parte più pesante sia mistewriosamente riservata agli innocenti » (idem p.27)

 

02 – PAVIA E DINTORNI – San Riccardo Pampuri – Angelo Nocent

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PAVIA E DINTORNI

Prima di raggiungere la chiesa di Trivolzio dove riposano le spoglie mortali di San Riccardo Pampuri in attesa di risurrezione, con il nostro fantastico elicottero vogliamo solcare “il bel ciel di Lombardia, tanto bello quando è bello” (Manzoni) e fare un volo panoramico sulla provincia di Pavia che si estende su di una superficie di 2.965 km2 ed è attualmente suddivisa in 190 comuni per un totale di 497.000 abitanti.

Limitata dalle province di Milano, Lodi, Piacenza, Alessandria, Vercelli e Novara il corso del Po, che la attraversa da ovest a est, la divide in due paesaggi molto diversi. A nord si stendono le pianure della Lomellina e del Pavese vero e proprio, separate dal fiume Ticino; a sud la zona dell’Oltrepò Pavese, formata da una fascia pianeggiante relativamente esigua alla destra del Po, alla quale succedono i rilievi collinari e montuosi dell’Appennino Ligure.

Da sempre i principali prodotti sono il riso, il mais, le barbabietole da zucchero e i foraggi, che danno vita ad un cospicuo allevamento di bovini nella pianura; l’uva da vino con notevole produzione nelle colline dell’Oltre Pò Pavese.

Sconsiglierei i miei quattro lettori di rinunciare al piacere di assaporare la pagina lirica che riporto di seguito, solo per la smania di voler arrivare subito al nocciolo, ossia all’anima di San Riccardo Pampuri. Infatti, dalla penna di Vittorio Beonio-Brocchieri, uno degli scrittori più immaginosi e ricchi del primo novecento, è uscita una magistrale descrizione del territorio di allora che ci riporta a godere di quel panorama, a sentire rumori e canti ormai cancellati per sempre, a cogliere usanze e vivere le stagioni con il mondo pavese del primo ’900.

La sua esposizione ci aiuta a resuscitare l’ambiente, ormai in parte alterato, in cui si è mosso il nostro santo protagonista, sbucato come una viola sul ciglio del fosso, per vivere, delle stagioni della vita, soltanto la primavera.

Lo scrittore, concluse le sue vaste peregrinazioni e ritornando al seno della pianura lombarda, di essa così scrive:

“ Paese vivo e gentile, per i suoi tortili fiumi, per i campi vigilati da oneste file di pioppi, e le risaie intrise di chiarore, e l’odor di concime tra i solchi grassi, e le casare solenni come biblioteche….

Del ritrovato paese d’origine rivivo tutto intero il volto e lo spirito, ripensandolo nel quadrante delle stagioni; perché alle maree del mito georgico questa terra risponde con un suo vario respiro.

Le viole tentano di febbraio il ciglio erboso dei fossati, ma solo alla metà di marzo i salici sembrano imbiondire, come favi di miele. E tocca alle ilari docce d’aprile lustrar la seta dei frumenti. Squilla tra le siepi d’oro dei ravizzoni e, dove la falce del contadino rasa il primo taglio maggengo, resta disteso a terra un fustagno a cui Paolo Veronese rubò certo suo colore profondo e inimitabile.

Con le rondini, sbocciano ghirlande bianche di ciliegi e ceselli rosati di peschi, effimeri e gentili come il vento dell’equinozio.

Le spighe crescono nel canto delle cicale, e a Pentecoste sono alte, ma verdi, come eravamo noi nel tempo dei primi calzoni lunghi, già maturi di gambe e ancora acerbi di testa. Ricordo la giostra felice al terminar delle lezioni, quando bruciate le odiose grammatiche si usciva alla campagna per rubar cocomeri dietro le siepi: bei frutti paesani dalla scorza dura di malachite e dalla polpa sanguinolenta, in cui affondavano i nostri denti quindicenni, senza carie né stuccature.

Ma quale scrittore, quale poeta mai ha saputo parlarci delle campane, di quelle pie campane lombarde che oscillano echeggiando di paese in paese al segnale del Vespro, mentre i cani abbaiano e dai villaggi esalano strisce di fumo e queti stridori di galline?

Quante volte in terra straniera, su lidi sconosciuti, nelle soste bruciate del Tropico, o negli attoniti silenzi dell’Artide, affranto di cammino, svuotato di illusioni, ho patita la mancanza di questa voce; la voce che il vento della sera sospinge coll’ombra delle nubi di campo in campo, sulle consolate pianure del mio paese.E con la nostalgia delle campane, risentivo nel ricordo il canto magico delle risaie: l’inimitabile orchestra delle rane.

Fu un sagacissimo abate a rivelarmi nei pressi di un’antica Certosa, in una sera di luna, il segreto delle rane di Lombardia: che non cantano “a solo”, ma sono organizzate per notturne società corali, osservando un registro di parte e un turno di massa; così che un campo entra in voce quando l’altro più lontano ha cessato, e poi quello riprende se questo riposa; e via per ondate alterne, che si smorzano a grado a grado nel pulviscolo del firmamento.

Ma quando di pieno agosto le trebbiatrici frullano, c’è sempre in giro qualche voce di ragazza che canta sulle aie scottate; ed è un canto che rende pensosi. Nel tardo crepuscolo, coi fieni che fermentano e le prime nebbie, ti sorprendono i mandolini acuti dei grilli; e i contadini lamentano che i giorni si accorciano e l’anno già declina.

Dopo che l’ultimo grano è scomparso, il soffio di settembre ripulisce all’orizzonte il cerchio dei monti, azzurri e lievi nella distanza, come ricordi della vita passata. Allora la gente di collina comincia a ragionare dell’uva e della vendemmia. Cigolano sui carretti le bigonce, e i filari allungano le ombre oblique sulle strade campestri.

Il tardo sole lombardo somiglia a quello che pencola sulle pianure di Bretagna e Pomerania. E temo che sia nipote di qualche sole forestiero, portato quaggiù da Cimbri e Longobardi, a tutela di vecchi castelli, per testimonianza di loro barbariche visitazioni.

* * * 

Se ripenso a certe soste autunnali della mia adolescenza, vedo sul tetto della casa fili punteggiati di uccelli migranti. Risento nelle narici e nella bocca l’aroma delle prime castagne e riodo il grido cadenzato del venditore d’angolo della strada. Così batte l’inverno alle soglie di S. Carlo. Ché in terra padana se rapido è il balzo dalle viole alle rondini, più rapido è il tuffo dal mosto alle nevi.

Al giorno dei morti, quando mani, abiti e pensieri sono impregnati di crisantemo e di pioggia, le mandrie all’ultimo pascolo guardano dal ciglio dei campi, con occhio stupito e naso fumante, quella processione di gente viva che porta fiori al camposanto, camminando senza parlare.

E’ il tempo che i fiumi minacciano di straripare. Sotto le fitte piogge i guardiani degli argini, vigilando di notte con picche e lanterne, danno l’allarme a colpi di tromba.

Ma i boschi, soltanto i boschi sono ancora in festa: perché si vestono di gala per morire; e mentre tutti gli arcobaleni sono già esiliati dal cielo e dalla terra, le piante si danno convegno sotto le nebbie novembrine per sfoggiare tra luci fuggiasche certe superstiti iridescenze, trafugate al testamento della defunta estate. E allora e saggia cosa camminare nei vecchi giardini, movendo col piede trucioli di ambra, mentre sui rampicanti si condensano pigmenti di porpora e la vite vergine brucia di squamme sulfuree.

Cos’ la caduta delle foglie segna la sagra di commiato, ma anche il breve sfarzo finale dell’annata lombarda. Poi i boschivi rilasciano, e nelle sodaglie non si ode che lo sparo di qualche cacciatore, mentre alla prima neve una nordica rimembranza di gelo appanna le vetrate con rabeschi di cristallo.

Vent’anni sono bastati per ricondurmi, più devoto che mai, alle radici della terra nativa e alle soglie di un tranquillo Camposanto, dove riposano tutte le certezze del mio destino, e dove io stesso un giorno tra una rosa rampicante e due cipressi sereni, scoprirò l’ultima pace. Il cielo buono di Lombardia si inarca su quella pietra sicura.

Infatti la meridiana di vento e longitudine di sole, un segreto richiamo ha rivolto a quest’ultimo polo le rotte della mia maturata esperienza, dopo avere, attraverso gli spazi del mondo, inseguiti i segni della storia e dell’anima umana. Quasi ubbidendo alle leggi che governano gli astri, anche l’eclittica di questo lungo errare si conclude riportandomi al punto dal quale ero partito”.

 (Vittorio Beonio-Brocchieri — Da Ritorno al paese ne “IL MARCOPOLO” Arnoldo Mondadori, Edit. 1945). 

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 Dopo aver sorvolato il Pavese, il nostro occhio ora va a concentrarsi sul punto geografico che più c’interessa: Trivolzio, il luogo natale del santo. Del paese di allora, molto simile a cento altri della “Bassa”, non so dire più di tanto perché la mia ricerca non è stata fortunata. Ma un pavese DOC come Cesare Angelini, sacerdote e letterato di straordinaria sensibilità, m’è venuto in aiuto ( e che aiuto!).

Dipingendo il suo paese, Albuzzano e le campagne d’intorno, e le abitudini della gente, variatis variandis, senza volere ha descritto anche la Trivolzio di allora e di cento altri paesi contrassegnati dal medesimo DNA. E’ lui stesso ad ammettere che Albuzzano già negl’anni sessanta non era più la stessa, come non lo erano Trivolzio e gl’altri cento paesi consanguinei.

Non me ne vogliano gl’Albuzzesi se m’improprio indebitamente di immagini uscite dalla penna-pennello del loro più illustre concittadino per descrivere Trivolzio, paese assunto negl’ultimi anni alle cronache non solo nazionali, grazie al loro concittadino Pampuri. In fondo, il prete dotto e il frate santo sono due taglie della stessa stoffa: il cristianesimo lombardo, ricco e fecondo come le sue terre.

 In questo viaggio nel passato in compagnia dell’Angelini, saranno risparmiati ai lettori sforzi d’immaginazione perché, come conferma Sara Pezzati, “è tutto così magnificamente descritto che le immagini si stagliano dal testo, nette, vivide. E anche quello che ancora oggi, esattamente come allora, avrei sotto gl’occhi — dai sassi delle vie di Pavia alla natura dei dintorni – spesso ho l’impressione di vederlo per la prima volta attraverso i suoi scritti”. 

Non saprei dire se Trivolzio affonda le sue origini nell’età roma a della decadenza. Il nome me lo fa pensare. Certamente fino agl’anni in cui venne al mondo il Pampuri, il paese era “tutta una ruvida massa di condizione contadina: anche il sarto, anche il calzolaio, o il muratore e il tessitore avevano questo come un secondo mestiere per le stagioni stanche dell’anno; quello vero era il contadino”.

 Oltre che di estrema povertà, erano tempi, quelli, di grave mortalità infantile. Tanto per averne un idea, l’Angelini racconta che “Man mano che gli nascevano i figli, mio padre ne scriveva col lapis i nomi e le date sulla pagina interna della Storia sacra: Maria, Giuseppe, Domenico, Carlo, Gina; i miei fratelli, morti. Ma basta che io li nomini per sentirmi ancora in cammino con loro”.

I nomi che certamente hanno precedenza nel nostro necrologio sono due: la madre, Angela Campari, morta quando Erminio aveva tre anni ed il padre, Innocente Pampuri, morto per un incidente stradale che ne aveva dieci. Seguono i fratelli: Giuseppina, Ferdinando, Teresa, Achille, Emilia, Maria (la futura suor Maria Longina, francescana missionaria in Egitto), Agostino, Margherita e Giuseppino. Il decimo è Erminio, l’undicesimo ed ultimo figlio dei Pampuri è Pietro, morto appena un mese dopo la nascita.