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LETTERA APERTA A FRA RICCARDO DR. PAMPURI – Angelo Nocent

AL Rev. Fra Riccardo Dr. Pampuri 

S E D E 

Caro Fra Riccardo,

ti trasmetto in allegato la lettera che mi sono permesso di inviare alla ragazza che ti aveva chiesto di sposarla e che hai liquidato con molta cortesia ma altrettanta determinazione.

Non sono sicuro che condividerai i miei punti di vista; solo che questo e nient’altro mi è venuto in mente a giustificazione del tuo atteggiamento.

Noi, terra terra, faremmo meglio ad astenerci da valutazioni che riguardano la tua coscienza soltanto, ma cosa vuoi, ora che sei diventato un personaggio pubblico, se non diciamo la nostra su di te, non siamo soddisfatti.

Attirato da altri ideali, Dio finalmente ti ha indicato la strada del convento e noi ora siamo rispettosamente tenuti a darti del “Reverendo”. Se io poi mi permetto di darti del tu è per via di certi legami spirituali. Naturalmente, stando alla tradizione, pur in tono confidenziale, dovrei darti del “Voi”. Ma, per questa volta, ti prego di soprasedere.

Sai, la tua vita di frate, vista a distanza di ottant’ anni dalla tua professione religiosa (24 Ottobre 1928, festa di San Raffaele Arcangelo), assomiglia a una bella nevicata. Quando è in corso, la terra sembra inerte, gli alberi spogli, nessun segno rivelatore della vita che sotto la coltre invernale prepara una nuova primavera.

Trascorso il periodo di prova del noviziato, ti sei trovato votato a Dio ed utilizzato per tappare i buchi dell’organico dell’Ospedale Sant’Orsola di Brescia. Indubbiamente i superiori si saranno chiesti:

Cosa dobbiamo fargli fare a questo dottore, medico chirurgo, specializzato in ostetricia e ginecologia, ex medico condotto?”

 Ed ecco sbucare d’incanto l’idea geniale: “ affidiamogli l’ambulatorio dentistico che non può più essere gestito se non da un laureato in medicina e chirurgia!”

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Premesso che nello stesso ambulatorio dove hai esercitato, un venticinque anni dopo la tua morte mi hanno estratto due bei molari e so come si stesse in veste di paziente in quella sala d’attesa, il bravo Camilleri, brillante e documentato, va raccontando questa tua esperienza premettendo che eri bravo e scrupolosissimo, “tanto scrupoloso da sfiorare involontariamente il ridicolo”. Meglio perciò lasciare a lui la parola:

Se si trattava di qualcosa di delicato, un’estrazione, un intervento in profondità, prima di procedere si faceva il segno della croce. Solo che quest’eccesso di devozione, questo chiamare il Signore all’assistenza, metteva paura e chi doveva tenere la bocca aperta per farci entrare i ferri. In particolare i più sempliciotti prendevano quel gesto come una specie di scongiuro e ne cavavano l’impressione che il dentista stesse accingendosi a qualcosa che poteva mettere a repentaglio la loro vita. Qualcuno se ne lamentò coi superiori e questi pregarono fra Riccardo di smetterla. Povero fra Riccardo; nel suo fervore non aveva fatto caso alle conseguenze di quel gesto per lui così naturale. Ma su quello che passa nella testa della gente non si finisce mai d’imparare”.

E di stupire, dico io, perché aveva intuito esattamente quello che tu già sapevi a priori: che non era il tuo mestiere. All’università avevi certamente dato un esame e lo si evince da una lettera con la quale chiedevi a tuo fratello Ferdinando di farti avere il volume che avrebbe trovato in un certo posto della libreria. Qualche estrazione in condotta medica l’avrai anche fatta, ma, di lì a dover svolgere il mestiere a tempo pieno, secondo me, altro che una ripassatina del manuale era necessaria…Nonostante l’ottimismo che pervade la tua del 17 dicembre ’28: “ Carissimo Ferdinando, grazie del libro di odontoiatria mandatomi che va ottimamente per i miei bisogni”.

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D’altra parte, cosa avresti potuto fare? In precedenza avevi esposto al Superiore le tue perplessità e proprio il tuo confratello fra Cesare Gnocchi così ha testimoniato a tal proposito: “Nominato direttore dell’ambulatorio dentistico, data la sua gracile salute faceva notare al suo superiore con semplicità che con le sue forze non avrebbe potuto estirpare qualche dente, ma che confidava nell’aiuto divino”.

Stuzzicato sull’obbedienza, che ti restava da fare? Il Provinciale Padre Zaccaria Castelletti dopo la tua morte ha lasciato scritto proprio la tua reazione: “Quand’è così, accetterò come la croce che son tenuto a portare con allegrezza ed il Signore mi aiuterà nella fatica: da parte mia cercherò di farmi forza…di vincermi”.

Qui naturalmente tutti leggono che ti veniva chiesta una grossa fatica fisica ed è vero. Ma non era questa che ti spingeva a battere in ritirata. Il tuo traballare sulle gambe derivava dalla consapevolezza di non essere all’altezza di quel compito e dalla responsabilità che ti assumevi.

Come faccio a saperlo? Sempre per via del mio informatore, il P. Dalmazio Puja, tuo Priore a Brescia, che ti ha risparmiato tanti sudori freddi quando estirpava ganasce al tuo posto e sotto la tua responsabilità di medico: lui, una stazza di bersagliere aquileiese, tu, “un morto ambulante”, com’eri stato definito dal Prof. Ronzoni, dopo un consulto. D’altra parte, non è vero che l’obbedienza fa miracoli?

E’ certo che, se fosse dipeso da te, quel posto non l’avresti mai occupato. Adesso noi, quando leggiamo che prima di iniziare un’estrazione ti facevi il segno della croce e chiamavi in aiuto tutti i santi del paradiso, soprattutto quando non avevi a portata di mano qualche confratello esperto e robusto perché intervenisse al tuo posto, più che edificati restiamo sbalorditi.

Nessuno ieri come oggi pensa alla fifa maledetta che hai provato in certe situazioni quando nel braccio che impugnava la tenaglia occorreva disporre di una buona dose di forza e risolutezza che tu non avevi. Nessuno osa porsi la domanda se era legittimo chiederti tanto e se i pazienti, per quanto poveri e bisognosi, si meritassero un santo al posto di un vero dentista. Ma così vanno le cose del mondo. E, siccome i santi aiutano, qualche santo, a cominciare da San Giovanni di Dio, ha aiutato pure te.

Tra un intervallo ambulatoriale e l’altro, i superiori hanno pensato bene di affidarti la preparazione dei quattro gatti di confratelli che dovevano ottenere il diploma d’infermiere. Tu hai svolto l’incombenza con la stessa serietà e impegno che avresti usato se fossi stato chiamato ad insegnare all’Università di Pavia.

Non so bene da quale superiore, ogni tanto ricevevi l’ordine di andare in Seminario Arcivescovile, non molto distante, per visitare qualche seminarista. La tua presenza era molto gradita ed altrettanto apprezzata la tua competenza. Epperò, quando tornavi, c’era puntualmente il Maestro dei Novizi, Padre Innocente, che aveva da ridire su queste tue uscite.

Naturalmente tu tacevi e finiva lì. Fino alla prossima volta. Quello degl’ordini e contr’ordini è il destino dei comuni mortali in ogni paese del mondo, sia in convento che fuori. Che cosa ci distingue da te? Che noi siamo subito proti a giustificarci ed a far valere le nostre buone ragioni, mentre tu incassavi il colpo e te ne stavi zitto.

Tra l’ambulatorio, le lezioni, le pratiche di pietà, la pausa per il pranzo con la Comunità, quando non eri costretto a letto dalla tua tisi in evoluzione, in questa routine quotidiana trovavi o ti facevano trovare il tempo anche per spazzare con la segatura il lungo porticato che un tempo dalla portineria conduceva alla chiesa. Per un giovanotto in piena forma, uno scherzo. Ma per te, così messo male di polmoni, non credo proprio. Poi qualcuno ti vedeva dalla finestra e diceva: “Suor Cherubina, ma non è mica dottore quello lì? Senta, per me quello lì è matto!…”.

Prendi e porta a casa. E tu a spiegare che scopa o bisturi sono uguali se si fa la volontà di Dio… Oppure a magnificare le proprietà della scopa, efficacissimo antidoto contro la superbia. Sai, sono sicuro che a quei tempi, se tu avessi baciato un lebbroso, avresti fatto meno impressione.

Soprattutto durante il periodo del Noviziato, caratterizzato dallo svolgimento dei mestieri più umili allo scopo di temprare lo spirito e misurarsi con se stessi prima di votarsi all’ospitalità, voto che chiede una disponibilità al malato fino all’eroismo, gli strumenti di lavoro erano principalmente: pitali da svuotare, sputacchiere dei malati da pulire, allora molto in uso per via della TBC, urina, feci, biancheria sporca, scopa, segatura bagnata e molto olio di gomito…

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Dopo la Professione Religiosa, tra il periodo che hai trascorso a letto e le ripetute convalescenze ( Gorizia, Torrino dalla zia Maria…) il tempo è volato così in fretta che non è stato possibile vedere l’erompere del seme sepolto nel buio del terreno e sprigionare la sua vitalità. Tra la durata della tua silenziosa incubazione nel mistero di Dio e quello della efflorescenza, non t’è stato concesso di vivere la tua primavera di frate. Il tuo Signore s’è affrettato a coglierti come una rosa ancora in bocciolo al primo sole della nuova stagione.

Lì per lì, in convento è sembrato a tutti che la tua vicenda umana, in quel primo di maggio 1930, fosse chiusa per sempre. Ma l’occhio vigile ed il cuore attento sanno che sotto l’immobilità, Dio prepara nuove fioriture, primavere ed estati che mi sembra di notare tutt’ora in corso. A tener viva la tua memoria, più che i confratelli, forse sono stati all’inizio i tuoi compaesani che non avevano dimenticato il loro medico condotto sempre disponibile, pio, buono, bravo, generoso e caritatevole con tutti.

Dai segnali che emanano dalla tua tomba, visto che sei figlio del nostro tempo, sembra che ti sia stato affidato un triplice incarico importante:

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Rinvigorire il tuo Ordine Religioso che, nella società dell’incertezza, va affannosamente cercando il suo ruolo nell’attuale sanità occidentale.

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Ai giovani che

  • si entusiasmano facilmente,
  • abbracciano i movimenti,
  • sembrano scoppiare di vitalità fisica
  • ma che si rivelano anche spiritualmente gracilissimi,
  • facile preda della depressione,
  • impreparati ad imporsi una disciplina del cuore, una temperanza di vita,
  • incapaci di compiere scelte audaci e durature…
  • l’incombenza di indicare la strada dell’ascolto, dell’interiorità profonda.

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La terza incombenza che hai è quella di continuare la tua attività ambulatoriale di medico che propone la giusta terapie per il corpo e lo spirito a coloro che si aspettano il miracolo di guarire.

Da te non arrivano indicazioni sul come ricreare gli ospedali, sulla “nuova ospitalità” di cui tanti parlano ed alcuni perfino provano a scrivere, non sempre con risultati eccellenti o intuizioni profetiche.

A scrutarti attentamente sembra che ogni rinnovamento, non possa passare che attraverso quello strano meccanismo di insignificanza e debolezza che è stata umanamente la tua vita religiosa. Altre apparenti scorciatoie, nonostante l’enfasi posta in alcuni slogan messi in circolazione e dibattuti dalle Commissioni, dai gruppi di lavoro, dalle tavole rotonde, rischiano di non portare da nessuna parte.

La Via della Croce non è stata percorsa al tavolino ma passo dopo passo, con le rispettive ripetute cadute. Forse dovremmo evitare di illuderci ed intestardirci in certe nostre visioni, perché “quel che nasce da carne è carne, e quel che nasce dallo Spirito, è Spirito” (Gv 3,6). La carne non sa generare Spirito, né lo Spirito produce carne. O per dirla con la prima ai Corinti, 2,13, alla psiche non si può chiedere di essere “pneuma”, né si può adattare il linguaggio psichico, forzandolo a esprimere realtà spirituali.

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Devo confessarti che, quando ti osserviamo attentamente con l’intenzione di imitarti — e questo mi è successo anche quand’ero più giovane — non so perché, ma mi scappa subito la voglia.

Invece lo so benissimo: è che sei vissuto in una tale comunione con Dio che ti ha condotto su una strada, neanche a farlo apposta, tutta in discesa. Solo che era quella della kenosis: un annientamento progressivo, uno svuotarti di ogni ricchezza umana della tua personalità, fino a ridurti a un cencio di ragazzo in balia della tisi. E, guarda caso, tutto il contrario della tua precedente vita di laico seriamente impegnato nella Chiesa locale, professionalmente ineccepibile, considerato ed apprezzato da tutti, non credenti compresi.

Nei tre anni di convento assistiamo a una tua riuscitissima parabola discendente invece che alla esplosione della tua poliedrica personalità e delle tue risorse umane. Il lavorio della Grazie è tutto interiore. Da fuori, a noi è dato di cogliere principalmente i tuoi limiti: gracile, malaticcio, inadatto alla fatica che t’imponi con sacrificio per non essere da meno degli altri. Sei medico ma ti fanno fare il cavadenti, senza un’esperienza maturata sul campo o, meglio, nelle fauci della gente. Il mio confidente ha insinuato persino che eri un po’ svaporato, assente…

Tra letto e convalescenza, tra febbri e brevi ingannevoli riprese, percepisci senza illusioni che la tua vita è segnata, come un giorno quella del Maestro. L’unica consolazione che ti viene offerta è di morire a trentatre anni come Lui.

Da confidenze di quel tempo, si viene a sapere che i religiosi tuoi confratelli si dividevano fondamentalmente in due grosse categorie: quelli che lavoravano tutta la vita e quelli che tutta la vita comandavano, indubbio lavoro anche questo. Solo che i secondi, smessa una carica, nel rispetto dei sacri canoni, ne assumevano un’altra, in attesa magari di riprendersi la precedente, animati sempre dallo spirito della rotazione.

Ricordo di aver letto tanti anni fa un libro scritto da un gesuita titolato ” La croce del comando”. Per carità, nulla da eccepire. Solo che a crederci che il comando fosse una croce, non ne ho trovati molti. Vogliamo sostenere che il comando è martirio? Bene: gli aspiranti c’erano, eccome! Per la “carriera” si sgomitava anche allora, si mettevano in atto fraterne congiure, si ingeneravano benevole rivalità, schieramenti, tendenze…un po’ com’è d’uso fare in politica. D’altra parte, colui che riusciva a salire sul treno aveva buone probabilità di non scendere più e di restare nel numero degli “eletti” per tanta parte della sua vita.

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Ho capito: stai dicendo che le mie sono esagerazioni. Siccome ai tuoi tempi non c’ero, riferisco per sentito dire. Ma se credi di farmi sputare anche nomi e cognomi, ti sbagli. Comunque, se a te questa smania non è passata neanche momentaneamente per il cervello, devi ritenerti uno fortunato.

Ma… non credere che la tua laurea ti avrebbe spalancato automaticamente le porte della carriera (volevo dire del servizio). No, no, avresti avuto il tuo bel da fare…Certamente qualcuno, più avveduto di te, avrebbe messo in circolazione dei validissimi e condivisibilissimi argomenti per emarginarti e toglierti dalla concorrenza. Sarebbe bastato insinuare: “Perché mai distogliere un medico dalla sua nobilissima arte e costringerlo per obbedienza a caricarsi di una croce pesante, fatta di amarezze, che può benissimo essere posta su altre spalle?!”. Dio che talvolta si fa prendere la mano dal nostro buon senso, ti ha evitato di entrare in lizza con la categoria. E noi, con te, gliene siamo grati.

Il tuo vivere in comunione con Dio ti ha portato al convento. Avresti voluto fare il prete, il gesuita, il francescano e, dopo ripetuti rifiuti, ti hanno accolto i Fatebenefratelli. Anche se dicevi e scrivevi sui tuoi taccuini che volevi fare solo la volontà di Dio, è deduzione logica però che avevi in animo anche di realizzare una vita d’impegno dichiaratamente apostolico.

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Però la tua strada ha preso un’altra piega. Il progetto di Dio è molto diverso dal tuo:

  • sei medico e devi farti curare,
  • sei infermiere per servire e devi essere servito…

Caro ragazzo, più che un intrepido giovane, pervaso dal sacro furore di servire il prossimo come il tuo fondatore S. Giovanni di Dio, mi sembri un agnello mansueto condotto al macello, segno evidente che Dio non ti voleva in Africa per dare il tuo sangue da missionario, come talvolta hai desiderato, ma ti chiedeva il “silenzioso martirio del cuore”, umanamente frustrato in ogni sua anche più nobile aspirazione.

Ti è costato assai, Riccardo, dimmi la verità. E’ che adesso noi passiamo sopra a questi aspetti che fatichiamo a percepire, portati come siamo a cogliere la serenità che promana dal tuo sguardo. Così, tutto ciò che ti è successo, per noi è ovvio, facile, naturale: cosa vuoi mai che sia saper di dover morire a trent’anni!

Ho chiacchierato tanto ma non ti ho ancora espresso il vero motivo di questa mia lettera. Per rendere credibile la tua santità in questi anni sei stato sottoposto a tanti processi canonici e hai dovuto fare miracoli. Ma io sono convinto che quel martirio del cuore solo ora comincerà a dare i suoi frutti e tu sarai l’ispiratore ed il direttore dei “restauri” in atto nella tua grande famiglia religiosa ospedaliera e nella Chiesa. In fondo, sei l’unico medico-religioso-santo della sua storia secolare.

Oggi tu, il più inesperto di vita conventuale, (tre anni, ma se se togliamo la malattia e le convalescenze, si scende ulteriormente), sei chiamato a parlarci del convento, prima che dell’ospedale moderno e umanizzato che sognano tutti; a chiarirci punti che sembrerebbero scontati ma che, disattesi, mettono in crisi tutto il meccanismo.

Prometti di fare questo pezzo di strada con noi?

Grazie, Fra Riccardo, per aver accettato l’invito. Dunque, senza tanti preamboli, con la mia relazione introduttiva, apro subito i lavori sul tema all’ordine del giorno: ” Il Convento e la Comunità terapeutica”. A te affiderò la sintesi finale.

Il tuo amico di sempre.

All.  LETTERA APERTA A LUCIA…