FATEBENEFRATELLI: CI SONO ANCORA MOLTI SEGNI… – Angelo Nocent

 

Cartoline

FATEBENEFRATELLI: INSIEME PER SERVIRE

Ci sono ancora molti segni che Gesù ha fatto» (Gv 20,20)

Rimescolando vecchie carte, in questi giorni m’è maturata questa riflessione che provo a condividere.

Giovanni Evangelista - ReniCuriosamente Giovanni, morto centenario e con molto tempo a disposizione, termina il suo vangelo premurandosi di avvertirci che avrebbe potuto continuare a scrivere su Gesù. Ma ha scelto di privarci per sempre di «molti segni che Gesù ha fatto». Il perché di questo rifiuto di dirci di più sul Verbo di vita non lo sapremo mai. Ma quale potrebbe essere la ragione di questa negazione?

Giovanni risponde sobriamente, affermando che i segni che ha messo per iscritto nel suo libro «ci sono stati messi perché crediate (…) e perché abbiate la vita nel Suo nome» (20,31).

Giovanni dunque ci lascia un libro volontariamente incompleto. Ma per lui i segni che ci sono dati sono sufficienti perché possiamo «credere in Gesù ed avere la vita nel Suo nome». E’ come se volesse responsabilizzarci.

Non dice tutto, perché noi, credenti,

  • avendo la Sua vita,
  • possiamo e dobbiamo esserne il seguito.
  • Le nostre vite possono diventare nuove pagine del Suo vangelo.

In alrtre parole, ci viene detto che

  • da lettori, adesso sta a noi essere attori,
  • aprirci al soffio di Dio,
  • essere segni di Gesù;

Ci viene detto

  • che ora il Vangelo potrà essere vissuto grazie a noi.
  •  che ora la vita di Gesù può dispiegarsi solo nella nostra.
  • La sua vita è impegnata nella nostra.

Ma non finisce qui:

  • come per il libro di Giovanni, anche le nostre vite non possono dire tutto su Gesù.
  • I segni che facciamo restano limitati, incompleti.
  • Perciò siamo sollecitati alla vigilanza e all’attenzione su ciò che accade sotto i nostri occhi:
  • altri uomini e donne a noi sconosciuti, sono pronti a prendere il testimone.
  • A diventare segni di Gesù a loro volta e a loro modo.
  • Come noi, anche costoro hanno «creduto in Gesù ed hanno la vita nel Suo nome».
  • Tocca ad essi scrivere nuove pagine del suo vangelo.

1-San Giovanni di Dio 9Mi viene in mente San Giovanni di Dio di cui sto leggendo biografie e lettere, la cui vita, dopo l’effusione dello Spirito all’Eremo dei Martiri, a Granada, è stata Vangelo vivo per il suo tempo.

A differenza degli altri, Francesco de Castro, il primo suo biografo, ha scritto di lui solo dopo aver sentito tante narrazioni orali, averle esaminate con pacata attenzione, rigorosa selezione, scartando quando non era in grado di verificarne l’attendibilità, meritandosi così assoluta credibilità. Se non ha potuto dire tutto del Santo uomo di Granada, ci ha tramandato sufficiente materiale di credibilità.

Epperò, altri dopo di lui hanno scritto con la vita nuove pagine. E noi siamo tra coloro che sono chiamati ad assumerci questo compito perché possiamo esserne il seguito di pagine viventi.

PENTECOSTE

L’elemento centrale della fede cristiana è la resurrezione di Gesù di Nazareth, che è festeggiata il giorno di Pasqua.

San Giovanni di Dio 22Ma quest’evento ha diverse sfaccettature che si dispiegano in altre feste come l’Ascensione e la Pentecoste, che fanno parte del mistero pasquale. C’è un modo di celebrare Pasqua che fa dimenticare che, prima della resurrezione, c’è stata la morte di Gesù, una morte vera. E’ quello che ci richiama la festa dell’Ascensione, durante la quale Gesù scompare da questo mondo.
La resurrezione non è la rianimazione del corpo di Gesù. Già la tomba vuota significava che bisognava rinunciare al corpo di Gesù. Anche nelle apparizioni di Gesù, dopo la sua resurrezione, i suoi discepoli non lo riconoscono, è qualcun altro e tuttavia, in un secondo tempo, hanno la certezza che è anche lui. E’ riconosciuto da segni:

  • la frazione del pane per i discepoli di Emmaus (Lc 24, 13-35),
  • una pesca miracolosa per gli apostoli che avevano ripreso il loro mestiere dopo la morte di Gesù (Gv 21).

Curiosa presenza!

Gesù risortoE’ la Pentecoste che significa questa nuova forma di presenza. Questa festa potrebbe chiamarsi la festa della nuova presenza di Gesù tra di noi, una presenza non più materiale, ma spirituale. E’ ora il tempo dello Spirito che Gesù aveva promesso di mandare (Gv 16, 7 e seguenti).

L’irruzione dello Spirito si riconosce dai suoi effetti:

  • apertura delle porte del Cenacolo, nel quale i discepoli si erano rifugiati;
  • sparizione della paura che li teneva rinchiusi;
  • audacia di mostrarsi e di parlare davanti a tutti con persuasione.

L’esperienza di questo dono dello Spirito è stata vissuta dai discepoli sotto forma di vento e di fuoco.

  • Il vento è una circolazione di aria, che è simbolo dello spazio necessario per respirare, muoversi ed entrare in relazione senza schiacciarci reciprocamente; quando siamo troppo stretti, diciamo volentieri: «Lasciatemi respirare».
  • Quanto al fuoco, illumina e riscalda. Abbiamo dunque un luogo illuminato dalla conoscenza: i discepoli comprendono dall’interno che è veramente Gesù e qual è il suo messaggio; sperimentano quello che aveva annunciato Gesù: «Quando verrà lo Spirito di verità, vi condurrà alla verità tutta intera» (Gv 16,13).
  • E’ anche uno spazio caloroso nel quale possono svilupparsi la fiducia e l’amore reciproco.

Questi sono i segni della sua presenza che Gesù ci dà oggi.

Dovunque appaiono queste manifestazioni dello Spirito, Gesù è presente. Là dove sono la Carità e l’Amore, Dio è presente. Ubi caritas et amor, Deus ibi est.

Del resto, è ciò che ci fa capire anche il racconto del cosiddetto Giudizio universale:

«Quando ci è capitato di vederti affamato e ti abbiamo dato da mangiare, assetato e ti abbiamo dato da bere, straniero e ti abbiamo accolto, nudo e ti abbiamo vestito, malato o prigioniero e siamo venuti a visitarti? Ed il re risponderà loro: “In verità vi dico, quando lo avete fatto al più piccolo dei miei fratelli, lo avete fatto a me”» (Mt 25, 37-40).

  • E’ nella qualità della condivisione e del dialogo con gli altri che Gesù si rende presente.
  • Così come nella condivisione eucaristica possiamo parlare di presenza reale;
  • a contrario, forse possiamo dubitare di quella in alcune Eucaristie nelle quali manca una dimensione comunitaria.

La forza che spinge ad uscire da casa propria, da se stessi, è il segno di un invio. Poco prima di sparire agli occhi dei suoi discepoli, Gesù li manda: «Riceverete una forza… Mi sarete allora testimoni a Gerusalemme, in tutta la Giudea e la Samaria e fino ai confini della terra» (At 1,8).

Si tratta di una missione universale, valida per tutti e tutte. «Andate nel mondo intero, proclamate la Buona Notizia a tutta la creazione» (Mc 16,15). E’ ciò che iniziano a fare nel giorno di Pentecoste. Perché non si tratta di fermarsi a guardare il cielo.

Questa Buona Notizia è la stessa di quella annunciata da Gesù con i suoi comportamenti. Quando i discepoli escono dal Cenacolo dopo quest’evento, la loro lingua è capita da tutti, perché è la lingua dei comportamenti, una lingua che parla a tutti e tocca ciascuno al cuore: è la possibilità per tutte e tutti di essere amati ed accolti, di vivere pienamente e liberamente, di ritrovare la propria dignità, di conoscere ed essere conosciuti. E’ così che Gesù può promettere: «Ed io sono con voi per sempre» (Mt 28,20).

Una fra le innumerevoli manifestazioni dello Spirito, ce non sia anche la GLOBULI ROSSI Company, una costoletta di San Giovanni di Dio e San Riccardo, che, senza ambizioni o presunzioni, vuol semplicemente dire cristiani nella società, nella Chiesa locale, – dunque anche nelle istituzioni socio-sanitarie ma non solo – come presenze vive e testimoni di amore evangelico nella vita di ogni giorno, per via del mandato battesimale: “portate i pesi gli uni degli altri”.

San Paolo apostolo-tangi(Gal 6, 1-6) …Portate i pesi gli uni degli altri, così adempirete la legge di Cristo. Se infatti uno pensa di essere qualcosa mentre non è nulla, inganna se stesso. Ciascuno esamini invece la propria condotta e allora solo in se stesso e nn negli altri troverà motivo di vanto: ciascuno infatti porterà il proprio fardello. Chi viene istruito in dottrina, faccia parte diquanto possiede a chi lo istrisce”.

Abbiamo pertanto doni diversi secondo la grazia data a ciascuno di noi.

Chi ha il dono della profezia la eserciti secondo la misura della fede; chi ha un ministero attenda al ministero; chi l’insegnamento all’insegnamento; chi l’esortazione all’esortazione. Chi dà, lo faccia con semplicità; chi presiede, lo faccia con diligenza; chi fa opere di misericordia, le compia con gioia (Rom 12,6-8).

Accanto a tanti fermenti positivi, assistiamo anche a un lento progressivo processo di secolarizzazione del nostro tempo nel quale ad una società dei valori si è ormai sostituita una società competitiva che non rispetta l’uomo per quello che è ma solo se in grado di prendere e vincere.

Buona notiziaOgnuno di noi è insignificante, ma fino a un certo punto. Siamo battezzati e cresimati, quindi portatori di un Messaggio di grande attualità perché è la “BUONA NOTIZIA”. Pertanto, dobbiamo sentirci provocati, pungolati a non metterci in salvo dal “nuovo paganesimo” ma a condividere in nome della carità la vita delle persone.

Come? “Penetrando” la società moderna con lo spirito della Chiesa delle origini. E’ infallibile: a cominciare dai giovani, chi assaporerà la spiritualità del Vangelo gusterà la gioia di vivere da fratelli in Cristo.

San Riccardo Pampuri: Eccomi !Per non dire di san Giovanni di Dio, questo messaggio che vediamo ben incarnato nel laico Dr. Erminio Pampuri e nel religioso Fra Riccardo, è per tutti, uomini e donne, chiamati a vivere la propria esistenza nell’oggi, nella famiglia o nella vita di consacrazione, nella propria professione o nel tempo libero. Tale consapevolezza deve accompagnarci nella quotidianità.

Se il fulcro della spiritualità di San Riccardo Pampuri è la carità che spinge a farsi carico del fratello e della comunità umana, essa si esplicita nei rapporti interpersonali e si proietta nella azione missionaria ed evangelizzatrice. Vivere la Carità nelle relazioni interpersonali significa oggi come sempre, andare al cuore della convivenza umana per instaurare un nuovo modello di socialità normato da una legge di amore.

L’ideale è la comunità dei primi cristiani che viveva “un cuor solo e un’ anima sola” facendo della carità la prima ed irrinunciabile regola di convivenza umana e il mezzo più idoneo per stare vicino ai propri contemporanei e per annunziare il Vangelo di Cristo.

San Riccardo, da medico condotto, scriveva alla sorella suor Longina missionaria al Cairo, che sentiva fortemente il bisogno di una regola di vita. Abbracciando il convento, si è trovato a vivere sotto la Regola di Sant’Agostino che si apre in questi termini:

  • Scopo e fondamento della vita comune.
  •  Questi sono i precetti che prescriviamo a voi stabiliti nel monastero.
  • Il motivo essenziale per cui vi siete insieme riuniti è che viviate unanimi nella casa e abbiate unità di mente e di cuore protesi verso Dio.
  • Non dite di nulla: “È mio“, ma tutto sia comune fra voi. Il superiore distribuisca a ciascuno di voi il vitto e il vestiario non però a tutti ugualmente, perché non avete tutti la medesima salute, ma ad ognuno secondo le sue necessità. Infatti così leggete negli Atti degli Apostoli: Essi avevano tutto in comune e si distribuiva a ciascuno secondo le sue necessità “.

Se io ho un profondo rapporto con il Signore Gesù e vivo un’intensa esperienza di preghiera (non necessariamente solo di formule) io cristiano trovo il significato dei miei giorni per una vita appassionata, segnata dalla speranza e riscaldata dall’amore.

Gli è che siamo chiamati ad incarnare l’ “Ubi charitas et amor”:

Com’è bello, Signor, stare insieme,

ed amarci come ami tu:

qui c’è Dio. Alleluia !


1. La carità è paziente, la carità è benigna,
comprende, non si adira e non dispera mai.

2. La carità perdona, la carità si adatta,
si dona senza sosta con gioia e umiltà.

3. La carità è la legge, la carità è la vita,
abbraccia tutto il mondo e in ciel si compirà.

4. Il pane che mangiamo, il corpo del Signore,
di carità è sorgente e centro di unità.

Riccardo ha detto al mondo e lo ripete oggi anche a noi che vivere nell’amore è stupendo: Amatevi gli uni gli altri come io vi ho amati”: ecco il comandamento dei cristiani, l’unico che, se attuato in verità, consente di riconoscere i discepoli di Gesù (cf. Gv 13,35)

Gesù - Amatevi come vi ho amati
Erminio Pampuri ha faticato molto per trovare la sua strada. Un lungo cammino fatto di difficoltà. Il carisma di San Riccardo alla fine è il medesimo del suo patriarca San Giovanni di Dio, un laico randagio braccato dallo Spirito a quarantatré anni di desideri, di tergiversazioni, di entusiasmi passeggeri.

Giovanni, “el mendigo de Granada”, sembra un randagio che non sa o non vuole scegliere la sua via;

  • è sempre un viaggiatore senza meta;
  • un camminatore con l’ansia dell’arrivo;
  • ma che non trova mai il posto dove posarsi e stabilirsi;
  • un inquieto, sia pure in cerca di Dio,
  • ma che non trova la sua pace in nessun angolo della terra,
  • senza un mestiere perché ne cambia troppi.

Come si sente in lui l’uomo ricercatore di Dio !

  • L’uomo instabile,
  • l’uomo, il vir desideriorum,
  • l’uomo che non sa decidersi,
  • l’uomo, il solitario camminatore alla conquista  della felicita!

( http://sangiovannididio.altervista.org/blog/

1-San Giovanni di Dio 9A partire dal nostro “randagismo”, GLOBULI ROSSI significa ispirarsi a chi ha conosciuto gli sbandamenti, gli avvilimenti ma che, ad un certo momento ha trovato…E s’è buttato anima e corpo. Ognuno, da persona libera, sottomessa allo Spirito, cerchi la propria originalità e peculiarità per esprimere la comune spiritualità.

Melograno-001Siamo come i “chicchi” di un melograno evengelico rappresentato da santi e martiri che si sono consumati fino a dare la stessa vita per la Carità.

Avanti! C’è posto per tutti: religiosi, sacerdoti, bambini, giovani, coppie di sposi, intere famiglie, vedove, gruppi, amici, volontari…

cenacolo-di-gerusalemmeAbbiamo le spalle coperte perché partiamo da Gerusalemme, da quel: “Ho desiderato ardentemente di celebrare questa Pasqua con voi, di mangiare questa Pasqua con voi”.

Ed oggi proviamo ad ispirarci a un testimone contemporaneo chi ha creduto alle parole del Maestro: il vescovo Don Tonino Bello, che ripete alla sua Chiesa, mentre lotta, divorato da un tumore:

don ToninoSono le parole che Gesù disse prima dell’ultima cena proprio nel Giovedì Santo. E anch’io ho desiderato ardentemente di mangiare questa Pasqua con voi; e Gesù dice “prima che io me ne vada”. Ma io non so se me ne andrò, chissà come piacerebbe a me, l’anno prossimo, di poterci trovare ad una solenne smentita, e poter dire: “guarda, ti ricordi che differenza?” e allora renderemmo grazie al Signore. Per adesso, via, andiamo avanti, con grande gioia.

Io ho voluto prendere la parola per dirvi che non bisogna avere le lacrime, perché la Pasqua è la Pasqua della speranza, della luce, della gioia! Dobbiamo sentirlo! Io lo sento veramente, perché è così, perché il Signore è risorto, perché è al di sopra di tutte le nostre malattie, le nostre sofferenze, le nostre povertà; è al di sopra della morte. Quindi ditelo!

Ecco, aggiungo un altro compito a casa: ognuno di voi a qualcuno, a qualche parente che non sta bene, a qualche ammalato. Ditelo: che stai lì…? Lo sai che c’è Gesù vicino a te!? Certo, chi sta a letto la luce del sole domani la vedrà attraverso le finestre – Io, oggi, ho ringraziato il Signore e ho detto: “Da quanto tempo non vedo il sole!” – Comunque, anche se non vedrete la luce del sole direttamente, e la vedrete attraverso le finestre – e gli alberi accarezzeranno le vostre porte e sentirete il canto degli uccelli da fuori – non importa, non importa!

Ci sarà il tripudio, il tripudio pasquale, la gioia pasquale, che penetra come la luce sotto le fessure della porta a raggiungere tutti; e raggiunga soprattutto voi, che godete di buona salute, che potete aiutare gli altri, che date una mano a coloro che soffrono.

Voglio dire: mi raccomando, domani, non contristate – per nessuna amarezza, di casa vostra o per qualsiasi altra amarezza – non contristate la vostra vita! – “Al risorto non è lecito stare se non in piedi, in piedi!” – lo dicevano i padri della Chiesa.

Vi faccio tanti auguri, tanti auguri di speranza, tanti auguri di gioia, tanti auguri di buona salute, tanti auguri perché, a voi ragazzi, ragazze, i sogni fioriscano tutti. Tanti auguri perché nei vostri occhi ci sia sempre la trasparenza dei laghi e non si offuschino mai per le tristezze della vita che sembra ci sommergano.

Vedrete come, fra poco, la fioritura della primavera spirituale inonderà il mondo, perché andiamo verso momenti splendidi della storia, non andiamo verso la catastrofe. Ricordatevelo!

Non sono allucinazioni di uno che delira per la febbre. E’ vero, andiamo in alto, andiamo verso punti risolutori della storia, verso il “punto Omega” Gesù, che è il “punto Omega”, cioè la “zeta”.

  • Potete dirlo… L’ultimo punto dell’alfabeto.
  • In Italiano è “Zeta”,
  • in latino è “Zeta”,
  • in greco è “Omega”,
  • in ebraico “Tau”;
  • il “Tau”, che molti di voi hanno, è l’ultima lettera dell’alfabeto ebraico.
  • E noi andiamo verso l’ultima lettera dell’alfabeto, non verso la fine, ma verso l’inizio!
  • Quindi, gioite!

Il Signore vi renda felici nel cuore, le vostre amicizie siano sincere. Non barattate mai l’onestà con un pugno di lenticchie. Poi vorrei dirvi tante cose, soprattutto vorrei augurarvi la pace della sera, quella pace che si sentiva un tempo quando ci si ritirava vicino al focolare. La pace della sera, quella che possiamo sentire anche adesso, se noi recideremo un pò dei nostri impegni così vorticosi, delle nostre corse così affannate.

Coraggio! Vogliate bene a Gesù Cristo, amatelo con tutto il cuore, prendete il Vangelo tra le mani, cercate di tradurre in pratica quello che Gesù vi dice con semplicità di spirito.

Amate i poveri perché è da loro che viene la salvezza, ma amate anche la povertà. Non arricchitevi, non arricchitevi! Non vale. Nel gioco della vita è sempre perdente chi vince sul gioco della borsa.

Vi abbraccio tutti, ad uno ad uno, e in modo particolare, dal momento che avete fatto questo sacrificio stamattina, voi della mia comunità parrocchiale, a partire da Don Gigi, il parroco della mia comunità parrocchiale, e voi delle comunità vicine…

Grazie per questa vicinanza, che mi fa sentire il vostro calore, il vostro affetto. Io, per parte mia, non posso fare altro che ripagarvi con la mia preghiera e col mio sacrificio.

Ai miei sacerdoti vorrei ribadire tutto quello che nell’Omelia è stato detto, ma ad uno ad uno, nessuno escluso, neppure qualcuno col quale ci può essere stato qualche motivo di screzio, perché c’è sempre.

Vorrei dire a tutti, ad uno ad uno, guardandolo negli occhi: ti voglio bene!

Così come, non potendo adesso stringere la mano di tutti, devo ritirarmi, e, quindi, mi dispiace, di non poter dare la mano a tutti, però, venendo vicino a voi, così, personalmente voglio dire: Ti voglio bene!

Auguri di Buona Pasqua!»

Persone così sono come “globuli rossi” somministrati a un paziente anemico, la maschera di ossigeno a chi è in affanno.

Dio sopra tutte le cose del mondo. Amen Gesù.

1-Globuli Rossi Company1

globuli-rossi-company-pronto-soccorso

LE SORELLE DI SAN GIOVANNI DI DIO NELLA PAGINA SMARRITA O DIMENTICATA DAI FRATELLI – Angelo Nocent

San Pio V approva le Costituzioni dell’Ordine Ospedaliero

Me lo sono chiesto per anni senza trovare risposta: ma perché i Fratelli Ospedalieri di San Giovanni di Dio hanno deciso di assistere nell’ospedale creato dal santo Fondatore soltanto le persone di sesso maschile?  E le donne chi sono? Possibile che lui, così sensibile alle sofferenze di ogni genere in cui venivano a ritrovarsi nonne, madri, sorelle, ragazze, perfino suore… decidesse di escluderle dal suo progetto assistenziale?

Se nei secoli, dai Fratelli Ospedalieri,   questo problema è stato risolto chiamando religiose di Congregazioni Femminili a svolgere l’assistenza nei reparti di degenza delle donne, ho avvertito questa soluzione come di ripiego ingiustificato.

In quell’albero così rigoglioso, riprodotto in tante stampe d’epoca, nato sul ceppo di un uomo di nome Giovanni, non ho mai notato un ramo dissecato che pulsava al femminile. E, nel labirinto delle ipotesi, la risposta non mi veniva nè dalle letture dei documenti storici da me raggiungibili, nè dalle stampe, nè dalla tradizione orale.

Senonché…

Lunedi notte (13 Ottobre 2008) mi sveglio di scatto. Convinto di essere in ritardo per il lavoro, cerco l’orologio: sono appena le quatro del mattino.

Mi alzo perché non riesco più a riaddormentarmi, mi faccio un caffè e comincio a sfogliare un vecchio libro del Padre Gabriele Russotto: “L’ORDINE OSPEDALIERO DI S. GIOVANNI DI DIO” – Anno 1950.

Guardo le foto delle distruzioni belliche che hanno colpito anche diversi ospedali dei Fatebenefratelli d’Italia, Austria, Germania, Francia…Mi soffermo più a lungo sull’Ospedale San Giuseppe di Milano: la documentazione del bombardamento aereo della notte 15-16 Agosto 1943 è desolante.

A pagina 151 mi soffermo, tra l’incredulo e lo stupito, su questo titolo: COSTRUZIONI DELLA CARITA’ “.

Leggo: “Malgrado i danni e le distruzioni subìte e le gravi difficoltà nelle quali l’Ordine si trovò durante la tremenda parentesi bellica, tuttavia il suo cammino, guidato dalla mente illuminata e dal cuore grande del Generale P. Efrem Blandeau, non si arrestò. Durante il periodo della guerra furono fondate complessivamente altre 22 Case, come segue:

  • 2 in Italia;
  • 2 in Irlanda;
  • 5 nella Spagna;
  • 2 nel Portogallo;
  • 2 in Africa;
  • 2 in Argentina; 2
  •  nel Cuba;
  • 1 nel Perù;
  • 3 negli Stati Uniti;
  • 1 nel Venezuela.
  • In qualcuna di queste Nazioni l’Ordine è entro per la prima volta”.

 Cosa pensare?  L’avevo insistentemente sentito ripetere al ginnasio, dal Prof. Celli quando leggevamo “I PROMESSI SPOSI”: “La c’è la Provvidenza!”. E’ l’espressione che il Manzoni fa dire a Renzo. E mi rendo conto che, se i frati sono da cinque secoli sui nostri percorsi, è perché non hanno mai dubitato.

Ma, se allora…, perché non ora?

Proseguo la mia curiosa consultazione, ignaro che, proprio alla pagina 179, il Padre Russotto, svegliandomi di buon mattino, mi aveva preparato quella sorpresa che son qui a riferire, tanto mi ha suscitato incredulità e interesse, perché rispondeva a quella domanda iniziale sul perché delle donne  non ammesse in ospedale.

Ciò che segue – escluso il titolo che è mia deduzione – mi ha lasciato di sasso ed è fedelmente riportato.

LE SORELLE DI SAN GIOVANNI DI DIO NELLA PAGINA DIMENTICATA DAI FRATELLI

Le sorelle c’erano ma i fratelli – non ho ben capito per quali ragioni storiche – le hanno perse per strada, fino a dimenticarle per sempre.

Ad onor del vero, ci ha provveduto il milanese Padre Benedetto Menni che era stato inviato in Spagna da Pio IX e dal Padre Alfieri a rifondare il suo Ordine che era stato soppresso.  Così, nel 1881 ha dato vita al ramo femminile delle Suore Ospedaliere del Sacro Cuore, particolarmente dedite all’assistenza dei malati psichiatrici che giustamente lo considerano Santo Fondatore, pur ispirandosi al Patriarca di Granada. Ma si tratta di una storia parallela che andrebbe spiegata.

Epperò…

Le Costituzioni dell’Ordine, anno 1585 per “L’OSPEDALE DI GIOVANNI DI DIO” in Granada, prescritte da Mons. Giovanni Mendez Salvatierra, Arcivescovo di Granata, furono la base delle prime Costituzioni dell’Ordine e delle altre edizioni successive. Se ne conserva copia stampata – mancante però di più pagine – nell’Archivio Generale dei Fatebenefratelli in Roma.

Il titolo intero è: Regla y Costituciones, para el Hospital de Juan de Dios desta ciudad de Granada, Por el Illustrissimo Reverendissimo Senor don Joan Mendez de Salvatierra, Arcobispo della…, del consejo de su Majestad, etc. (Granada , 1 gennaio 1585, pp. 17-18)

TITOLO XV delle COSTITUZIONI 1585: DEL MEDICO, DEL CHIRURGO E DEL BARBIERE

 Prima Costituzione, che tratta delle ore in cui debbono trovarsi nel detto Ospedale, a chi spetta la loro nomina e da chi debbono dipendere dentro l’Ospedale.

  1. Il medico ed il chirurgo…
  2. Come debbono essere multati…
  3. Dell’ordine, che devono osservare nella visita ai malati…
  4. Quando il medico deve ispezionare la farmacia…
  5. Della carità e diligenza, con cui debbono visitare i detti infermi…
  6. Dell’ora, in cui il barbiere deve essere presente alla visita insieme col medico… “

 (1587)

Queste Costituzioni – delle quali è giunto fino a noi solo il Capitolo XV – furono approvate dal primo Capitolo Generale, celebrato in Roma nei giorni 20-29 giugno 1587, e sono la documentazione scritta del metodo assistenziale introdotto nel 1537 da san Giovanni di Dio nel suo Ospedale in Granada e poi continuato fedelmente dai suoi Figli nella Spagna e nelle altre nazioni.

Il Capitolo XV° è riportato nella prima biografia del Santo – più volte citata – del P. Francesco de Castro: Vita et opere sante di Giovanni di Dio…, tradotta dallo spagnolo dal P. Francesco Bordini (Firenze, 1589) p. 196.

  •  Dell’ordine che tengono li Fratelli di Giovanni di Dio in overnare li poveri infermi nelli loro spedali, estratto brevemente, et ommariamente dal Capitolo XV delle loro Costitutioni. Conviene grandemente…

  • Dell’ordine che si tiene nel ponere li poveri infermi nel letto. S’ha da procurare…
  • Del modo che si tiene nel visitare gli poveri infermi con il medico, et chirurgico. Nelle due visite…
  • Ordine che si tiene nel dar da mangiare a’ poveri infermi. Venuta l’hora…
  • Della guardia che s’ha da tenere, così nel giorno, come nella notte dell’infermeria; et la maniera che s’ha da tenere in licentiare i poveri, di poi che sono risanati. Et acciò…
  • Della gran cura che s’ha da tenere degll’infermi, che stanno nell’agonia della morte. Et perché importa…
  • Come si sepeliranno l’infermi, che sono morti nel nostro spedale, e delle messe de’ defunti ogni lunedì. Quando per voluntà di…
  • Degli esercitij spirituali, che si fanno nelle i infermarie. Nelle infermarie si dirà Messa ogni mattina,…

Delle sorelle del nostro habito, che hanno da medicare le povere inferme.

In alcuni delli nostri spedali si ha usato, et usa ricevere donne inferme, et medicarle in luogo distinto, et separato, et lontano dalle infermarie degli huomini, servendo le sorelle del nostro habito con la carità possibile, et questo perché le donne siano rimediate come gli huomini: ha parso al capitolo che si faccia il medesimo da qui innanzi ne’ luoghi commodi, et ritirati dove si possa fare, procurando sempre di andare innanzi di perfettione, et s’intenda che non ha da essere con ogni picciola commodità; ma dove possino stare molto appartate, et raccolte, et che non possa entrare in esse niuna sotre d’huomini; eccetto che i medici, et che siano in istanze molto commode, e per questo effetto si terrà particolar cura in questo esercitio”.

Della infermiera maggiore, facendosi spedale di donne.

  • Sarà una infermiera maggiore d’età di anni 40 poco più, o meno, la quale sarà religiosa del nostro habito, diligente et sufficiente per questo ministerio,
  • dove sarà obedita da tutte le altre sorelle, et farà l’infermiera maggiore, che nel spedale delle donne si osserva quell’ordine, che s’è detto nello spedale degli huomini, nella visita de’ medici, et in tutti gli altri esercitii, così spirituali, come corporali,
  • et così anco tenirà particolar cura nello spedale si viva con ogni modestia,
  • et non lasci uscire niuna fuora se non sarà sana, er licentiata dal medico,
  • et farà che tutte le cose le siano provedute, et convenienti atte:
  • di maniera che non si manchi niente di quello che dal medico fu ordinato,
  • et per quest’effetto sarà una ruota per dove le si diano tutte le cose necessarie,
  • et per la porta non entrerà se non l’inferme, et li medici quando anderanno a visitare,
  • et il fratello maggiore si troverà sempre presente alla visita,
  • et se sarà bisogno il barbiero, et lo spetiale,
  • et l’infermiera maggiore farà che si faccia la visita con ogni modestia et honestà,
  • et che alle inferme non le manchi cosa niuna, come sìè detto nella infermità degli uomini,
  • et nella porta della infermeria delle donne saranno due chiavi differenti una dall’altra,
  • et una la tenirà il fratello maggiore, et l’altra la sorella infermiera maggiore; di maniera che non possa aprire l’uno senza l’altra”.

 DA: “L’ORDINE OSPEDALIERO DI S. GIOVANNI DI DIO” – ROMA – ISOLA TIBERINA . Anno Giubilare 1950 – P. GABRIELE RUSSOTTO O.H.

Fin dalle origini è evidente che vi è già una fondazione religiosa al femminile, analoga a quella dei frati, sorretta dalle medesime norme:

In alcuni delli nostri spedali si ha usato, et usa ricevere donne inferme, et medicarle in luogo distinto, et separato, et lontano dalle infermarie degli huomini, servendo le sorelle del nostro habito con la carità possibile, et questo perché le donne siano rimediate come gli huomini:..”

  • Sarà una infermiera maggiore d’età di anni 40 poco più, o meno, la quale sarà religiosa del nostro habito, diligente et sufficiente per questo ministerio, dove sarà obedita da tutte le altre sorelle, et farà l’infermiera maggiore, che nel spedale delle donne si osserva quell’ordine, che s’è detto nello spedale degli huomini…”

Qui mi limito a dire che l’argomento meriterebbe almeno di di essere approfondito. E, se vi sono dei ritardi storici, andrebbero recuperati.

Sono tentato di credere che certe crisi vengano da lontano e celino l’accorato desiderio di Dio: far emergere e riconoscere nel nostro tempo quella diaconia delle donne che da sempre esse hanno esercitato, nella riservatezza tipica di Maria, la magnifica donna accogliente ed ospitale della Chiesa nascente e nei secoli.

Nulla di nuovo sotto il sole. 

A costo di sembrare patetico, mi domando: e se un giorno fossero le donne, le Sorelle Ospedaliere, a prendere in mano la situazione di alcune postazioni dell’Ordine dei Fratelli Ospedalieri , ormai in gravi difficoltà di sopravvivenza, ovunque ma in Italia in particolare? Fino a prova contraria, Fatebenefratelli vuol dire anche Fatebenesorelle. O no ?

La carità di Giovanni di Dio è stata sostenuta sia dalla ricchezza delle nobildonne che dagli spiccioli della scontata fatica delle donne del popolo. E tra esse, alcune di quelle sottratte dal Santo alla schiavitù della prostituzione. Tutto fa pensare che San Giovanni di Dio, sul ruolo della donna, pur nei condizionamenti legati alla mentalità del tempo, abbia visto più lontano di noi che ci consideriamo emancipati. Del resto, la tradizione ci tramanda che proprio la Sorella Maria di Nazaret, la donna per eccellenza, lo abbia risollevato in una accidentata caduta da cavallo e lungo tutto il percorso della sua illuminata avventura, fin sul letto di morte.

Forse la lettura dal libro del Profeta Gioele può dissipare dubbi e paure.

Cap 3, 1-5 – Il Signore manderà il suo spirito

Dopo questo, io manderò il mio spirito su tutti gli uomini: i vostri figli e le vostre figlie saranno profeti, gli anziani avranno sogni e i giovani avranno visioni.

 

In quei giorni manderò il mio spirito anche sugli schiavi e sulle schiave.

Farò cose straordinarie in cielo e sulla terra: ci saranno sangue, fuoco e nuvole di fumo.

Il sole si oscurerà e la luna diventerà rossa come il sangue, prima che venga il giorno del Signore, giorno grande e terribile.

Ma chi invocherà il mio nome sarà salvo. Sul monte Sion e in Gerusalemme sopravvivranno quelli che io ho scelto”.

vienispiritosanto

Come sembrano in atto le profezie!

Ai tempi del profeta Gioele, Maria di Nazareth non era ancora nata. Ma nella mente di Dio era presente dall’eternità. Le profezie del Magnificat di Maria, i sogni di Giuseppe ci appartengono: siamo chiamati a realizzarli.

Una ragazza che sta cercado la sua vocazione, mi ha spedito una mail proprio oggi, 21 maggio 2007, per farmi partecipe di una scoperta che ha fatto, leggendo una biografia di Don Gnocchi. La riccetta che mi ha suggerito e che volentieri metto in circolazione è ottima e cercherò di utilizzarla per primo: 

Volete diventare santi? Ecco il sistema: prima di ogni vostra azione chiedetevi sempre che cosa farebbe la Madonna al vostro posto e comportatevi come lei”.(Don Carlo Gnocchi).

Da questa mia piuttosto complicata postazione esistenziale, non sempre riesco a percepire come gira il mondo. Ma sono fortunato: vedo un succedersi di miracoli.

Vorrei chiederne uno: che i Padri Capitolari dei Fratelli Ospedalieri di San Giovanni di Dio che s’incontreranno a Fatima dal 22 ottobre al 9 novembre per celebrare il LXVIII Capitolo Generale, si accorgessere di questa pagina, operassero un discernimento ed aprissero nuovamente le porte a un ramo femminile: le Sorelle Ospedaliere di San Giovanni di Dio. Come hogià detto, in qualche modo, vi ha già provveduto San Benedetto Menni.

Nè mancano le Suore della Carità di San Giovanni di Dio (Sisters of Charity of St. John of Good (SCJD), fondate in India da Fra Fortunatus Thanhäuser o.h. Ma ci sono ancora tanti posti vacanti che attendono di essere occupati dalla fantasia della carità.

Con o senza il velo, prego il Signore della messe  perché susciti una donna capace di rifarsi a San Giovanni di Dio non tanto per ammirare le virtù di questo formidabile uomo, gigante della carità compassionevole, vissuto in un certo periodo storico.

 Ma per raccogliere nella sua storia le indicazioni ispiratrici per scrivre una nuova pagina dell’ hospitalitas,  emanazione del “Sacramentum Hospitalitatis” quale appunto è  l’ Eucaristia. Perché la profezia contenuta nel carisma originario che si è manifestato in Granada, non può perdere il suo mordente di disturbo ma deve porsi in posizione di avanguardia, di avanposto: amare come Dio ama, secondo il modello Gesù, praticato da Maria.

Mettere i piedi sulle impronte lasciate da Cristo, non è uno scherzo: richiede un ribaltamento del sistema motivazionale umano non facile da raggiungere.

“Purtroppo pensiamo ancora – scriveva ancora quindici anni fa Alessandro Manenti in Profezie di retroguardia – che per formare dei bravi religiosi basti un po’ di teologia, un po’ di esperienza pastorale, un po’ di comunità, un po’ di preghiera e il gioco è fatto. 

E la effettiva libertà di vivere secondo quei valori accettati, creduti, praticati chi la favorisce? Non abbiamo capito ancora che la radice non è l’ignoranza dei valori trascendenti e neanche la presenza di patologia, ma è la naturale refrattarietà del cuore umano a fare un dono totale di sè nonostante lo si accetti a parole e non si sia impediti da turbe psichiche. Chi favorisce questo lungo e lento lavoro di assimilazione”.

La risposta dell’autore era rivolta a una domanda provocatoria derivante dalle ricerche di Padre Luigi Rulla pubblicate in Antropologia della vocazione cristiana (Piemme, Casale Monferrato 1986) che evidenziava un quadro disastroso. In essa venivano forniti i seguenti dati:

  • religiosi maturi 16%
  • immaturi 45%;
  • quando si considerano anche i seminaristi, i maturi sono 11%
  • e gli immaturi 45%.
  • Religiose mature 11%
  • immature 64%
  • Laiche mature 5%,
  • immature 71%

Nel 2012 la situazione è diversa?

148° Capitolo FBF Provincia Romana

Il carmelitano Bruno Secondin, ordinario di teologia spirituale all’Università Gregoriana di Roma,  scriveva: “L’invecchiamento molto esteso nel nostro mondo occidentale dei membri degli istituti religiosi è un’altra ragione di difficoltà e di smarrimento. I giovani si sentono molto a disagio nell’associarsi con gruppi e istituti formati da persone quasi tutte sopra i sessant’anni, stanche e impaurite per il collasso delle opere e dell’organizzazione. D’altra parte, se non entrano giovani, ancor meno la capacità di adeguamento al presente e di nuove iniziative si può affacciare. E’ quasi un circolo vizioso”.

Circolo vizioso che solo Dio può spezzare.

Se è utopico pensare che imponenti istituzioni plurisecolari si trasformino completamente e rapidamente, qualcuno sostiene che va profilandosi un modo diverso di entrare nel mondo dei consacrati: fare, sì una scelta di consacrazione, ma rimanendo nel mondo, senza essere nè suore, nè preti.

A Mariapia Bonanate, giornalista che ha scandagliato quel mondo poco conosciuto delle religiose, riferito nel suo libro “SUORE”,  è stato chiesto: “C’è un settore in cui ritiene dovrebbero impegnarsi in modo particolare le congregazioni religiose femminili?

La sua risposta: “Fermo restando il fatto che i campi della loro azione sono molteplici, sarebbe auspicabile la loro presenza là dove non c’è nè istituzione civile, nè religiosa. Una donna può arrivare dove non arriva un uomo e una suora dove non arriva un prete. Fra i diseredati, fra gli ultimi la presenza di una religiosa produce degli effetti straordinariamente positivi. Oggi il luogo privilegiato della teologia sono i poveri. Lo si può vedere nelle frontiere del mondo dalle favelas agli slum, ma anche nelle nostre città. Mi sentirei  di indicare in questo senso e con tutte le varianti legate ai singoli carismi il modello delle Piccole sorelle di Charles de Foucauld”.

Un san Giovanni di Dio al femminile, nei bassifondi o a questuare bussare alla porta dei palazzi di ricchi e benestanti,  a insegnare la lingua agli stranieri in qualche sottoscala,  su una cattedra universitaria, in camice bianco in ospedale o nel ruolo di psichiatra psicoterapeuta…non dispiacerebbe neanche a lui che non è mai stato geloso della concorrenza. Madre Teresa di Calcuta non è che un esempio moderno. Ben venga, dunque. Ma non è opera d’uomo. E’ dono dello Spirito che non disdegna di essere invocato, strattonato, sollecitato, con insistenza.

Anni fa il carmelitano cardinale di Torino Anastasio Balestrero, sulla crisi delle vocazioni religiose, sulle tante interpretazioni, forniva questa: Sono dell’idea che la vita religiosa non abbia trovato ancora un assetto postconciliare. E questo spiega, a mio parere, la carestia delle vocazioni.

Ma a me preme soprattutto ricordare che di fronte alla scarsità delle vocazioni, il Signore ci comanda di pregare perché il Padre mandi operai nella sua messe. Wuesto comando deve essere ricordato da tutti, deve essere inculcato nel Popolo di Dio. Pregare. La soluzione è dall’alto, perché Dio solo chiama e da Dio solo provengono le vocazioni. I problemi umani esistono, i problemi sociali ci sono, le crisi delle famiglie e dei giovani sono reali. Ma la potenza e la misericordia di Dio non sono davvero raccorciate da queste povertà e da queste lentezze umane“. 

SAN GIOVANNI DI DIO – A Granada la profezia di Isaia è di casa

 Isaia profeta

A GRANADA LA PROFEZIA DI ISAIA E’ DI CASA

Dice il Signore:             “Chiunque ha sete, venga a bere!             Anche chi è senza soldi,             venga a mangiare. 

Tutto è gratuito: c’è vino e latte e non si paga. 2 Perché spendere soldi  per un cibo che non sazia? Perché date tutto quel che avete per qualcosa che non soddisfa? Datemi retta e mangerete bene,  vi sazierete di cibi deliziosi.

3Datemi retta e venite a me!  Ascoltatemi e vivrete. Mi impegno per sempre a garantirvi tutti i benefici che ho promesso a Davide. 4Io l’ho fatto diventare re, signore tra i popoli e testimone della mia potenza. 5E ora anche tu, Israele,   chiamerai popoli a te sconosciuti,  e verranno a te popolazioni che non ti conoscevano.   

Io sono il Signore, il tuo Dio, lo stesso, il Santo d’Israele,  farò venire a te tutte queste genti.  Questo sarà l’onore che ti concedo”. 6 Cercate il Signore, ora che si fa trovare. Chiamatelo,  adesso che è vicino. 7Chi è senza fede e senza legge  cambi mentalità; chi è perverso rinunzi alla sua malvagità!

Tornate tutti al Signore, ed egli avrà pietà di voi!  Tornate al nostro Dio che perdona con larghezza! 8Dice il Signore: “I miei pensieri non sono come i vostri e le mie azioni sono diverse dalle vostre. 9I miei pensieri e i vostri, il mio modo di agire e il vostro sono distanti tra loro come il cielo è lontano dalla terra.

10La mia parola è come la pioggia e la neve che cadono dal cielo e non tornano  indietro  senza avere irrigato la terra  e senza averla resa fertile. Fanno germogliare il grano, procurano i semi e il cibo. 11Così è anche della parola  che esce dalla mia bocca: non ritorna a me senza produrre effetto, senza realizzare quel che voglio e senza raggiungere lo scopo per il quale l’ho mandata“. 12

Lascerete Babilonia con gioia.Tornerete a casa nella pace. Davanti a voi, le montagne e le colline esulteranno di gioia,  e tutti gli alberi della foresta  applaudiranno. 13Al posto di cespugli di spine  cresceranno cipressi; invece di ortiche, il mirto. Sarà per il Signore un titolo di gloria,  un segno indistruttibile di quel che ha fatto per voi”.

San Giovanni di Dio - Ritratto

Capitolo 19 

DELL’ARDENTE ZELO CHE AVEVA PER L’ONORE DI DIO E PER LA SALVEZZA DEL SUO PROSSIMO

 
Giordani-San Giovanni di Dio del Murillo John_of_god_murilloDal grande amore che Giovanni di Dio aveva per nostro Signore derivava il ferventissimo desiderio di vederlo onorato in tutte le sue creature. E perciò, in tutte le opere che faceva, si prefiggeva come fine principale che ne risultasse gloria ed onore a nostro Signore, sìche la cura del corpo fosse un mezzo per la salvezza dell’anima. Mai, infatti, egli apportò aiuto temporale ad alcuno, senza procurare allo stesso tempo di arrecargli, se ne avesse bisogno, rimedio all’anima, con santi e fervidi ammonimenti, nel miglior modo che gli era possibile, avviando tutti sul cammino della salvezza e predicando, più con opere vive che a parole, a disprezzare il mondo e la vanità dei suoi inganni, e a prendere la propria croce e seguire Gesù Cristo. Tutto ciò appare chiaramente da quanto abbiamo già detto narrando la sua vita.
 
Dallo stesso amore derivava la grande pazienza di Giovanni nel soffrire qualunque offesa ed ingiuria, pur di riportarne (come buon mercante) qualche guadagno che risultasse ad onore di Dio, che era la mercanzia da lui trattata. E benché su questo si potrebbero narrare molti casi che gli accaddero, ne dirò uno solo che ho sentito da persone degne di fede, e cioè:
 
Si trovava a Granata una donna, di bellissimo aspetto ma povera, venuta da fuori per seguire una causa giudiziaria.
Essendo Giovanni di Dio entrato in casa di un avvocato, vi trovò quella donna e, considerando i suoi modi e ciò che essa trattava, gli sembrò di vederla andare incontro a manifesto pericolo di offendere nostro Signore. Perciò la chiamò e le chiese della sua vita. Essa gliela raccontò e gli parlò anche delle proprie necessità.
 
Giovanni, allora, le disse: “Vi prego, signora, per amor di Dio, di fare ciò che io vi dirò, e così provvederete sia alle vostre necessità, che al migliore svolgimento della vostra causa; e cioè, vi accompagnerò in una casa di alcune donne che vivono ritirate, dove starete in loro compagnia e in una stanza a parte, stando a vostro agio, conforme alla vostra condizione. Io vi darò da mangiare e solleciterò la vostra causa, affinché voi ve ne stiate ritirata e non andiate fuori, per non mettere in pericolo il vostro onore”.
 
La donna accettò ben volentieri la proposta, ed egli la mise, come aveva detto, in una casa onorata, le dava il necessario e sollecitava la sua causa, ed alcune volte andava a vederla per portarle provviste e darle notizie del processo; e sempre la esortava in ginocchio e con lacrime a non uscire di casa, a pensare al suo onore e a non offendere Dio, perché a darle da mangiare e a trattare la causa ci pensava lui.
 
Avvenne che una sera un po’ tardi, andando in cerca di elemosina e passando da quella casa, vi entrò e la trovò sola nella sua stanza e tutta agghindata. Egli, perciò, cominciò a riprenderla aspramente per quel suo abbigliamento e perché stava sola a quell’ora, dicendole tali cose che la fecero piangere. Poi, ammonendola su quello che doveva fare, le diede ciò che era solito darle, e se ne andò.
 
E si trovò che quella donna, con poco timore di nostro Signore, teneva un giovane nascosto dietro il letto per peccare con lui, il quale sentì tutto ciò che accadeva.
Fecero tanta impressione al giovane le parole di Giovanni di Dio e la grande carità con la quale procurava l’onore di Dio e il bene di quell’anima, che il fuoco di tanta carità estinse in lui completamente il fuoco della concupiscenza, dalla quale era stato preso.
 
Uscito dal nascondiglio piangente e convertito, cominciò ad esortare la donna ad essere casta e a non ripagare così male Dio e quel santo, il quale, nel nome di Lui, la provvedeva del sostentamento, le insegnava la verità e le consigliava ciò che era conveniente per essa. Ed in quello stesso momento usci da quella casa e fece il fermissimo proposito di non offendere mai più nostro Signore, ma bensì di servirlo. E lo mantenne realmente, poiché d’allora in poi cambiò in meglio la propria vita, e morì con molta esemplarità e pietà cristiana.
 
Da ciò si vede bene come nostro Signore, nella sua grande bontà e magnanimità non permise che rimanesse senza frutto l’opera svolta dal suo servo per amor suo; giacché, dato che quella donna non volle approfittare del gran bene che le veniva offerto (come fanno la maggior parte di simili donne), la divina Maestà dispose che vi fosse chi ricevesse quella grazia; avendo, infatti, detto per mezzo del suo profeta
Isaia, cap. 55: “La parola, che esce dalla mia bocca, non tornerà a me vuota, ma opererà tutto quello che voglio, e prospererà in coloro per i quali l’ho mandata”.
 
Da: “Storia della vita e sante opere di Giovanni di Dio” – FrancescoDe Castro