FATEBENEFRATELLI: CI SONO ANCORA MOLTI SEGNI… – Angelo Nocent

 

Cartoline

FATEBENEFRATELLI: INSIEME PER SERVIRE

Ci sono ancora molti segni che Gesù ha fatto» (Gv 20,20)

Rimescolando vecchie carte, in questi giorni m’è maturata questa riflessione che provo a condividere.

Giovanni Evangelista - ReniCuriosamente Giovanni, morto centenario e con molto tempo a disposizione, termina il suo vangelo premurandosi di avvertirci che avrebbe potuto continuare a scrivere su Gesù. Ma ha scelto di privarci per sempre di «molti segni che Gesù ha fatto». Il perché di questo rifiuto di dirci di più sul Verbo di vita non lo sapremo mai. Ma quale potrebbe essere la ragione di questa negazione?

Giovanni risponde sobriamente, affermando che i segni che ha messo per iscritto nel suo libro «ci sono stati messi perché crediate (…) e perché abbiate la vita nel Suo nome» (20,31).

Giovanni dunque ci lascia un libro volontariamente incompleto. Ma per lui i segni che ci sono dati sono sufficienti perché possiamo «credere in Gesù ed avere la vita nel Suo nome». E’ come se volesse responsabilizzarci.

Non dice tutto, perché noi, credenti,

  • avendo la Sua vita,
  • possiamo e dobbiamo esserne il seguito.
  • Le nostre vite possono diventare nuove pagine del Suo vangelo.

In alrtre parole, ci viene detto che

  • da lettori, adesso sta a noi essere attori,
  • aprirci al soffio di Dio,
  • essere segni di Gesù;

Ci viene detto

  • che ora il Vangelo potrà essere vissuto grazie a noi.
  •  che ora la vita di Gesù può dispiegarsi solo nella nostra.
  • La sua vita è impegnata nella nostra.

Ma non finisce qui:

  • come per il libro di Giovanni, anche le nostre vite non possono dire tutto su Gesù.
  • I segni che facciamo restano limitati, incompleti.
  • Perciò siamo sollecitati alla vigilanza e all’attenzione su ciò che accade sotto i nostri occhi:
  • altri uomini e donne a noi sconosciuti, sono pronti a prendere il testimone.
  • A diventare segni di Gesù a loro volta e a loro modo.
  • Come noi, anche costoro hanno «creduto in Gesù ed hanno la vita nel Suo nome».
  • Tocca ad essi scrivere nuove pagine del suo vangelo.

1-San Giovanni di Dio 9Mi viene in mente San Giovanni di Dio di cui sto leggendo biografie e lettere, la cui vita, dopo l’effusione dello Spirito all’Eremo dei Martiri, a Granada, è stata Vangelo vivo per il suo tempo.

A differenza degli altri, Francesco de Castro, il primo suo biografo, ha scritto di lui solo dopo aver sentito tante narrazioni orali, averle esaminate con pacata attenzione, rigorosa selezione, scartando quando non era in grado di verificarne l’attendibilità, meritandosi così assoluta credibilità. Se non ha potuto dire tutto del Santo uomo di Granada, ci ha tramandato sufficiente materiale di credibilità.

Epperò, altri dopo di lui hanno scritto con la vita nuove pagine. E noi siamo tra coloro che sono chiamati ad assumerci questo compito perché possiamo esserne il seguito di pagine viventi.

PENTECOSTE

L’elemento centrale della fede cristiana è la resurrezione di Gesù di Nazareth, che è festeggiata il giorno di Pasqua.

San Giovanni di Dio 22Ma quest’evento ha diverse sfaccettature che si dispiegano in altre feste come l’Ascensione e la Pentecoste, che fanno parte del mistero pasquale. C’è un modo di celebrare Pasqua che fa dimenticare che, prima della resurrezione, c’è stata la morte di Gesù, una morte vera. E’ quello che ci richiama la festa dell’Ascensione, durante la quale Gesù scompare da questo mondo.
La resurrezione non è la rianimazione del corpo di Gesù. Già la tomba vuota significava che bisognava rinunciare al corpo di Gesù. Anche nelle apparizioni di Gesù, dopo la sua resurrezione, i suoi discepoli non lo riconoscono, è qualcun altro e tuttavia, in un secondo tempo, hanno la certezza che è anche lui. E’ riconosciuto da segni:

  • la frazione del pane per i discepoli di Emmaus (Lc 24, 13-35),
  • una pesca miracolosa per gli apostoli che avevano ripreso il loro mestiere dopo la morte di Gesù (Gv 21).

Curiosa presenza!

Gesù risortoE’ la Pentecoste che significa questa nuova forma di presenza. Questa festa potrebbe chiamarsi la festa della nuova presenza di Gesù tra di noi, una presenza non più materiale, ma spirituale. E’ ora il tempo dello Spirito che Gesù aveva promesso di mandare (Gv 16, 7 e seguenti).

L’irruzione dello Spirito si riconosce dai suoi effetti:

  • apertura delle porte del Cenacolo, nel quale i discepoli si erano rifugiati;
  • sparizione della paura che li teneva rinchiusi;
  • audacia di mostrarsi e di parlare davanti a tutti con persuasione.

L’esperienza di questo dono dello Spirito è stata vissuta dai discepoli sotto forma di vento e di fuoco.

  • Il vento è una circolazione di aria, che è simbolo dello spazio necessario per respirare, muoversi ed entrare in relazione senza schiacciarci reciprocamente; quando siamo troppo stretti, diciamo volentieri: «Lasciatemi respirare».
  • Quanto al fuoco, illumina e riscalda. Abbiamo dunque un luogo illuminato dalla conoscenza: i discepoli comprendono dall’interno che è veramente Gesù e qual è il suo messaggio; sperimentano quello che aveva annunciato Gesù: «Quando verrà lo Spirito di verità, vi condurrà alla verità tutta intera» (Gv 16,13).
  • E’ anche uno spazio caloroso nel quale possono svilupparsi la fiducia e l’amore reciproco.

Questi sono i segni della sua presenza che Gesù ci dà oggi.

Dovunque appaiono queste manifestazioni dello Spirito, Gesù è presente. Là dove sono la Carità e l’Amore, Dio è presente. Ubi caritas et amor, Deus ibi est.

Del resto, è ciò che ci fa capire anche il racconto del cosiddetto Giudizio universale:

«Quando ci è capitato di vederti affamato e ti abbiamo dato da mangiare, assetato e ti abbiamo dato da bere, straniero e ti abbiamo accolto, nudo e ti abbiamo vestito, malato o prigioniero e siamo venuti a visitarti? Ed il re risponderà loro: “In verità vi dico, quando lo avete fatto al più piccolo dei miei fratelli, lo avete fatto a me”» (Mt 25, 37-40).

  • E’ nella qualità della condivisione e del dialogo con gli altri che Gesù si rende presente.
  • Così come nella condivisione eucaristica possiamo parlare di presenza reale;
  • a contrario, forse possiamo dubitare di quella in alcune Eucaristie nelle quali manca una dimensione comunitaria.

La forza che spinge ad uscire da casa propria, da se stessi, è il segno di un invio. Poco prima di sparire agli occhi dei suoi discepoli, Gesù li manda: «Riceverete una forza… Mi sarete allora testimoni a Gerusalemme, in tutta la Giudea e la Samaria e fino ai confini della terra» (At 1,8).

Si tratta di una missione universale, valida per tutti e tutte. «Andate nel mondo intero, proclamate la Buona Notizia a tutta la creazione» (Mc 16,15). E’ ciò che iniziano a fare nel giorno di Pentecoste. Perché non si tratta di fermarsi a guardare il cielo.

Questa Buona Notizia è la stessa di quella annunciata da Gesù con i suoi comportamenti. Quando i discepoli escono dal Cenacolo dopo quest’evento, la loro lingua è capita da tutti, perché è la lingua dei comportamenti, una lingua che parla a tutti e tocca ciascuno al cuore: è la possibilità per tutte e tutti di essere amati ed accolti, di vivere pienamente e liberamente, di ritrovare la propria dignità, di conoscere ed essere conosciuti. E’ così che Gesù può promettere: «Ed io sono con voi per sempre» (Mt 28,20).

Una fra le innumerevoli manifestazioni dello Spirito, ce non sia anche la GLOBULI ROSSI Company, una costoletta di San Giovanni di Dio e San Riccardo, che, senza ambizioni o presunzioni, vuol semplicemente dire cristiani nella società, nella Chiesa locale, – dunque anche nelle istituzioni socio-sanitarie ma non solo – come presenze vive e testimoni di amore evangelico nella vita di ogni giorno, per via del mandato battesimale: “portate i pesi gli uni degli altri”.

San Paolo apostolo-tangi(Gal 6, 1-6) …Portate i pesi gli uni degli altri, così adempirete la legge di Cristo. Se infatti uno pensa di essere qualcosa mentre non è nulla, inganna se stesso. Ciascuno esamini invece la propria condotta e allora solo in se stesso e nn negli altri troverà motivo di vanto: ciascuno infatti porterà il proprio fardello. Chi viene istruito in dottrina, faccia parte diquanto possiede a chi lo istrisce”.

Abbiamo pertanto doni diversi secondo la grazia data a ciascuno di noi.

Chi ha il dono della profezia la eserciti secondo la misura della fede; chi ha un ministero attenda al ministero; chi l’insegnamento all’insegnamento; chi l’esortazione all’esortazione. Chi dà, lo faccia con semplicità; chi presiede, lo faccia con diligenza; chi fa opere di misericordia, le compia con gioia (Rom 12,6-8).

Accanto a tanti fermenti positivi, assistiamo anche a un lento progressivo processo di secolarizzazione del nostro tempo nel quale ad una società dei valori si è ormai sostituita una società competitiva che non rispetta l’uomo per quello che è ma solo se in grado di prendere e vincere.

Buona notiziaOgnuno di noi è insignificante, ma fino a un certo punto. Siamo battezzati e cresimati, quindi portatori di un Messaggio di grande attualità perché è la “BUONA NOTIZIA”. Pertanto, dobbiamo sentirci provocati, pungolati a non metterci in salvo dal “nuovo paganesimo” ma a condividere in nome della carità la vita delle persone.

Come? “Penetrando” la società moderna con lo spirito della Chiesa delle origini. E’ infallibile: a cominciare dai giovani, chi assaporerà la spiritualità del Vangelo gusterà la gioia di vivere da fratelli in Cristo.

San Riccardo Pampuri: Eccomi !Per non dire di san Giovanni di Dio, questo messaggio che vediamo ben incarnato nel laico Dr. Erminio Pampuri e nel religioso Fra Riccardo, è per tutti, uomini e donne, chiamati a vivere la propria esistenza nell’oggi, nella famiglia o nella vita di consacrazione, nella propria professione o nel tempo libero. Tale consapevolezza deve accompagnarci nella quotidianità.

Se il fulcro della spiritualità di San Riccardo Pampuri è la carità che spinge a farsi carico del fratello e della comunità umana, essa si esplicita nei rapporti interpersonali e si proietta nella azione missionaria ed evangelizzatrice. Vivere la Carità nelle relazioni interpersonali significa oggi come sempre, andare al cuore della convivenza umana per instaurare un nuovo modello di socialità normato da una legge di amore.

L’ideale è la comunità dei primi cristiani che viveva “un cuor solo e un’ anima sola” facendo della carità la prima ed irrinunciabile regola di convivenza umana e il mezzo più idoneo per stare vicino ai propri contemporanei e per annunziare il Vangelo di Cristo.

San Riccardo, da medico condotto, scriveva alla sorella suor Longina missionaria al Cairo, che sentiva fortemente il bisogno di una regola di vita. Abbracciando il convento, si è trovato a vivere sotto la Regola di Sant’Agostino che si apre in questi termini:

  • Scopo e fondamento della vita comune.
  •  Questi sono i precetti che prescriviamo a voi stabiliti nel monastero.
  • Il motivo essenziale per cui vi siete insieme riuniti è che viviate unanimi nella casa e abbiate unità di mente e di cuore protesi verso Dio.
  • Non dite di nulla: “È mio“, ma tutto sia comune fra voi. Il superiore distribuisca a ciascuno di voi il vitto e il vestiario non però a tutti ugualmente, perché non avete tutti la medesima salute, ma ad ognuno secondo le sue necessità. Infatti così leggete negli Atti degli Apostoli: Essi avevano tutto in comune e si distribuiva a ciascuno secondo le sue necessità “.

Se io ho un profondo rapporto con il Signore Gesù e vivo un’intensa esperienza di preghiera (non necessariamente solo di formule) io cristiano trovo il significato dei miei giorni per una vita appassionata, segnata dalla speranza e riscaldata dall’amore.

Gli è che siamo chiamati ad incarnare l’ “Ubi charitas et amor”:

Com’è bello, Signor, stare insieme,

ed amarci come ami tu:

qui c’è Dio. Alleluia !


1. La carità è paziente, la carità è benigna,
comprende, non si adira e non dispera mai.

2. La carità perdona, la carità si adatta,
si dona senza sosta con gioia e umiltà.

3. La carità è la legge, la carità è la vita,
abbraccia tutto il mondo e in ciel si compirà.

4. Il pane che mangiamo, il corpo del Signore,
di carità è sorgente e centro di unità.

Riccardo ha detto al mondo e lo ripete oggi anche a noi che vivere nell’amore è stupendo: Amatevi gli uni gli altri come io vi ho amati”: ecco il comandamento dei cristiani, l’unico che, se attuato in verità, consente di riconoscere i discepoli di Gesù (cf. Gv 13,35)

Gesù - Amatevi come vi ho amati
Erminio Pampuri ha faticato molto per trovare la sua strada. Un lungo cammino fatto di difficoltà. Il carisma di San Riccardo alla fine è il medesimo del suo patriarca San Giovanni di Dio, un laico randagio braccato dallo Spirito a quarantatré anni di desideri, di tergiversazioni, di entusiasmi passeggeri.

Giovanni, “el mendigo de Granada”, sembra un randagio che non sa o non vuole scegliere la sua via;

  • è sempre un viaggiatore senza meta;
  • un camminatore con l’ansia dell’arrivo;
  • ma che non trova mai il posto dove posarsi e stabilirsi;
  • un inquieto, sia pure in cerca di Dio,
  • ma che non trova la sua pace in nessun angolo della terra,
  • senza un mestiere perché ne cambia troppi.

Come si sente in lui l’uomo ricercatore di Dio !

  • L’uomo instabile,
  • l’uomo, il vir desideriorum,
  • l’uomo che non sa decidersi,
  • l’uomo, il solitario camminatore alla conquista  della felicita!

( http://sangiovannididio.altervista.org/blog/

1-San Giovanni di Dio 9A partire dal nostro “randagismo”, GLOBULI ROSSI significa ispirarsi a chi ha conosciuto gli sbandamenti, gli avvilimenti ma che, ad un certo momento ha trovato…E s’è buttato anima e corpo. Ognuno, da persona libera, sottomessa allo Spirito, cerchi la propria originalità e peculiarità per esprimere la comune spiritualità.

Melograno-001Siamo come i “chicchi” di un melograno evengelico rappresentato da santi e martiri che si sono consumati fino a dare la stessa vita per la Carità.

Avanti! C’è posto per tutti: religiosi, sacerdoti, bambini, giovani, coppie di sposi, intere famiglie, vedove, gruppi, amici, volontari…

cenacolo-di-gerusalemmeAbbiamo le spalle coperte perché partiamo da Gerusalemme, da quel: “Ho desiderato ardentemente di celebrare questa Pasqua con voi, di mangiare questa Pasqua con voi”.

Ed oggi proviamo ad ispirarci a un testimone contemporaneo chi ha creduto alle parole del Maestro: il vescovo Don Tonino Bello, che ripete alla sua Chiesa, mentre lotta, divorato da un tumore:

don ToninoSono le parole che Gesù disse prima dell’ultima cena proprio nel Giovedì Santo. E anch’io ho desiderato ardentemente di mangiare questa Pasqua con voi; e Gesù dice “prima che io me ne vada”. Ma io non so se me ne andrò, chissà come piacerebbe a me, l’anno prossimo, di poterci trovare ad una solenne smentita, e poter dire: “guarda, ti ricordi che differenza?” e allora renderemmo grazie al Signore. Per adesso, via, andiamo avanti, con grande gioia.

Io ho voluto prendere la parola per dirvi che non bisogna avere le lacrime, perché la Pasqua è la Pasqua della speranza, della luce, della gioia! Dobbiamo sentirlo! Io lo sento veramente, perché è così, perché il Signore è risorto, perché è al di sopra di tutte le nostre malattie, le nostre sofferenze, le nostre povertà; è al di sopra della morte. Quindi ditelo!

Ecco, aggiungo un altro compito a casa: ognuno di voi a qualcuno, a qualche parente che non sta bene, a qualche ammalato. Ditelo: che stai lì…? Lo sai che c’è Gesù vicino a te!? Certo, chi sta a letto la luce del sole domani la vedrà attraverso le finestre – Io, oggi, ho ringraziato il Signore e ho detto: “Da quanto tempo non vedo il sole!” – Comunque, anche se non vedrete la luce del sole direttamente, e la vedrete attraverso le finestre – e gli alberi accarezzeranno le vostre porte e sentirete il canto degli uccelli da fuori – non importa, non importa!

Ci sarà il tripudio, il tripudio pasquale, la gioia pasquale, che penetra come la luce sotto le fessure della porta a raggiungere tutti; e raggiunga soprattutto voi, che godete di buona salute, che potete aiutare gli altri, che date una mano a coloro che soffrono.

Voglio dire: mi raccomando, domani, non contristate – per nessuna amarezza, di casa vostra o per qualsiasi altra amarezza – non contristate la vostra vita! – “Al risorto non è lecito stare se non in piedi, in piedi!” – lo dicevano i padri della Chiesa.

Vi faccio tanti auguri, tanti auguri di speranza, tanti auguri di gioia, tanti auguri di buona salute, tanti auguri perché, a voi ragazzi, ragazze, i sogni fioriscano tutti. Tanti auguri perché nei vostri occhi ci sia sempre la trasparenza dei laghi e non si offuschino mai per le tristezze della vita che sembra ci sommergano.

Vedrete come, fra poco, la fioritura della primavera spirituale inonderà il mondo, perché andiamo verso momenti splendidi della storia, non andiamo verso la catastrofe. Ricordatevelo!

Non sono allucinazioni di uno che delira per la febbre. E’ vero, andiamo in alto, andiamo verso punti risolutori della storia, verso il “punto Omega” Gesù, che è il “punto Omega”, cioè la “zeta”.

  • Potete dirlo… L’ultimo punto dell’alfabeto.
  • In Italiano è “Zeta”,
  • in latino è “Zeta”,
  • in greco è “Omega”,
  • in ebraico “Tau”;
  • il “Tau”, che molti di voi hanno, è l’ultima lettera dell’alfabeto ebraico.
  • E noi andiamo verso l’ultima lettera dell’alfabeto, non verso la fine, ma verso l’inizio!
  • Quindi, gioite!

Il Signore vi renda felici nel cuore, le vostre amicizie siano sincere. Non barattate mai l’onestà con un pugno di lenticchie. Poi vorrei dirvi tante cose, soprattutto vorrei augurarvi la pace della sera, quella pace che si sentiva un tempo quando ci si ritirava vicino al focolare. La pace della sera, quella che possiamo sentire anche adesso, se noi recideremo un pò dei nostri impegni così vorticosi, delle nostre corse così affannate.

Coraggio! Vogliate bene a Gesù Cristo, amatelo con tutto il cuore, prendete il Vangelo tra le mani, cercate di tradurre in pratica quello che Gesù vi dice con semplicità di spirito.

Amate i poveri perché è da loro che viene la salvezza, ma amate anche la povertà. Non arricchitevi, non arricchitevi! Non vale. Nel gioco della vita è sempre perdente chi vince sul gioco della borsa.

Vi abbraccio tutti, ad uno ad uno, e in modo particolare, dal momento che avete fatto questo sacrificio stamattina, voi della mia comunità parrocchiale, a partire da Don Gigi, il parroco della mia comunità parrocchiale, e voi delle comunità vicine…

Grazie per questa vicinanza, che mi fa sentire il vostro calore, il vostro affetto. Io, per parte mia, non posso fare altro che ripagarvi con la mia preghiera e col mio sacrificio.

Ai miei sacerdoti vorrei ribadire tutto quello che nell’Omelia è stato detto, ma ad uno ad uno, nessuno escluso, neppure qualcuno col quale ci può essere stato qualche motivo di screzio, perché c’è sempre.

Vorrei dire a tutti, ad uno ad uno, guardandolo negli occhi: ti voglio bene!

Così come, non potendo adesso stringere la mano di tutti, devo ritirarmi, e, quindi, mi dispiace, di non poter dare la mano a tutti, però, venendo vicino a voi, così, personalmente voglio dire: Ti voglio bene!

Auguri di Buona Pasqua!»

Persone così sono come “globuli rossi” somministrati a un paziente anemico, la maschera di ossigeno a chi è in affanno.

Dio sopra tutte le cose del mondo. Amen Gesù.

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SAN RICCARDO PAMPURI: LA MISTICA DELL’ORDINARIO – Angelo Nocent

San Riccardo Pampuri - Chiesa di Zeloforamagno (MI)

Sballottato tra una religione troppo intimista e un impegno chiuso nell’orizzontalismo, l’uomo d’oggi deve ritrovare il giusto equilibrio. È valido per tutti l’imperativo della lettera pastorale del Cardinal Martini: “Ripartiamo da Dio!”, per riconoscerlo poi nei fratelli e portarlo loro. “Chi non conosce il volto di Dio attraverso la contemplazione, non lo potrà riconoscere nell’azione, sebbene risplenda sul volto degli umiliati e oppressi”.

 Esperienza ed esperienze di Cristo 

Parlando dell’esperienza di Cristo, ci si riferisce non ad esperienze o momenti speciali di presenza avvertita, ma ad una maturazione crescente in noi di tutta la vita cristiana, centrata sulla persona di Cristo. E’ un percorso lento e graduale che converte la conoscenza in incontro, l’incontro in amicizia, l’amicizia in trasformazione”.  

È la “mistica dell’ordinario”, è la religiosità dei poveri, è la santità di tutti e per tutti, come la “piccola via” di santa Teresa di Gesù Bambino , di San Riccardo Pampuri e di Charles de Foucauld. 

  1. «Le cose che hai udite da me, trasmettile a persone fidate, le quali siano in grado di ammaestrare a loro volta anche altri» (2 Tim 2,2).

  2. Ma tu, uomo di Dio, … tendi alla giustizia, alla pietà, alla fede, alla carità, alla pazienza, alla mitezza. Combatti la buona battaglia della fede.» (1 Tm 6,11-12)

  3. Noi abbiamo riconosciuto e creduto all’Amore che Dio ha per noi.” (1Gv 4, 16)

  4. Quando Colui che mi scelse fin dal seno di mia madre e mi chiamò con la sua grazia si compiacque di rivelare a me suo Figlio perché lo annunziassi … subito … partii …” (Gal 1, 15-17)

  5. Ed essi si dissero l’un l’altro: Non ci ardeva forse il cuore nel petto mentre conversava con noi lungo il cammino, quando ci spiegava le Scritture?” (Lc 24, 32)

  6. Maestro io ti seguirò dovunque andrai!” Gesù gli rispose: Le volpi hanno le loro tane e gli uccelli dell’aria i loro nidi, ma il Figlio dell’uomo non ha dove posare il capo.” (Mt 8, 19-20)

  7. Cammina umilmente con il tuo Dio!” (Mi 6, 8)

  8. Ho sentito la voce del Signore che diceva: “Chi potrò mandare? Chi andrà per noi? E io dissi: Eccomi manda me!” (Is 6, 8)

  9. Mi fu rivolta la Parola del Signore: “Prima di formarti nel grembo materno, ti conoscevo, prima che tu uscissi alla luce, ti avevo consacrato …” (Gr 1, 4-5)

  10. Ecco io sono con te e ti proteggerò dovunque tu andrai; poi ti farò ritornare in questo paese, perché non ti abbandonerò senza aver fatto tutto quello che ti ho detto”. (Gn 28,15)

  11. Il Signore disse ad Abram: “Vattene dal tuo paese, dalla tua patria e dalla casa di tuo padre, verso il paese che io ti indicherò!” (Gn 12, 1) 

San Riccardo Pampuri medico 2

S. RICCARDO PAMPURI IN BREVE 

San Riccardo nasce il 2 agosto 1897 a Trivolzio (PV). Rimasto orfano a soli tre anni, fu accolto nella casa di due zii materni che lo allevarono come un figlio, dandogli una solida formazione religiosa unita all’esempio di una generosa carità. Durante gli studi universitari e il servizio militare approfondì la sua spiritualità facendosi terziario francescano e impegnandosi attivamente anche nell’apostolato della cultura. 

Nel 1915 si iscrive alla facoltà di Medicina presso l’Università di Pavia dove si laurea a pieni voti nel 1921. Più che un medico, il Pampuri era un istituzione di carità, come confermano le molte testimonianze dei pazienti che furono curati da lui. Professionalmente preparato, generoso e instancabile ad ogni chiamata, si era proposto di vedere Gesù nei suoi malati, che lo amavano e lo seguivano anche come indiscusso “leader” spirituale. 

La decisione di abbracciare la vita religiosa era andata maturando nel dottor Pampuri mano a mano che egli approfondiva la sua esperienza di fede. Trovò nell’Ordine dei Fatebenefratelli il modo ideale di conciliare la sua professione di medico con la sete di Dio che lo bruciava da sempre.

Gli bastarono tre anni per sigillare la sua intensa esperienza di fede e di amore con una morte serena. Fra Riccardo Pampuri morì a Milano il 1 maggio 1930, a soli 33 anni. I suoi funerali furono un autentico trionfo popolare, a conferma della sua fama di santità. Il 1 aprile 1949 l’Arcivescovo di Milano, Cardinal Schuster, apriva il processo di canonizzazione di Fra Riccardo Pampuri. 

Il 4 ottobre 1981, Fra Riccardo veniva dichiarato beato. Il 1 novembre 1989 fu canonizzato con una solenne cerimonia presieduta da Papa Giovanni Paolo II (fu la prima canonizzazione dopo l’attentato che il Papa subì in Piazza San Pietro). San Riccardo è il Santo del nostro tempo: semplice, umile, preparato, dedito ai malati, apostolo, sereno, credente, Un testimone in tutto e per tutto. 

  • A lui possono salutarmente guardare, per la sua ardente fede, i medici cattolici;
  • a lui possono utilmente ispirarsi tutti gli operatori sanitari per la sua rigorosa coscienza professionale;
  • a lui possono fiduciosamente rivolgersi tutti gli ammalati per apprendere come vivere la loro sofferenza e per chiederne l’intercessione;
  • come lui i giovani possono generosamente dare un senso allo loro vita e incarnare i veri ideali umani e cristiani. 

Sono le parole del Santo Padre, Giovanni Paolo II: «Voi siete chiamati a umanizzare la malattia». Un messaggio rivolto all’Ordine Ospedaliero di San Giovanni di Dio per la promozione di una medicina più umana, con il malato e per il malato. Un messaggio che deve essere trasformato in progetto di vita da chi vede nella malattia – fisica, mentale, morale che sia – un’ opportunità di crescita e non solo uno spiacevole incidente di percorso. 

Nessun uomo sano si riconosce nella malattia e nei malati. E’ estranea la malattia, come una condizione cui non si appartiene, ed estranei sono i malati, perché privati di quelle facoltà che si ritengono normali: 

  • parola,
  • vista,
  • udito,
  • libertà nei movimenti,
  • autonomia nell’espletare le funzioni fisiologiche…

Eppure tutti, prima o poi, facciamo l’esperienza di un ricovero in ospedale: quando va bene, per il classico piccolo intervento;ancora meglio, se al nostro fianco ci sono i familiari, ad assisterci con l’amore che addolcisce ogni sofferenza. E’ allora che si pensa: “per fortuna non sono solo.” 

Qui si fonda tutta l’antropologia e l’eccelsa dignità spirituale dell’essere umano. Di questo annuncio i mistici sono gli araldi più convincenti. Questa grazia è specialissima, straordinaria e non ha niente a che vedere con fenomeni miracolosi di vario genere (aure luminose, levitazione, stimmate ecc.). Neppure consiste nelle visioni o nelle locuzioni interiori. 

Giovanni Paolo II con il suo infermoere ra Cesare Gnocchi

BEATIFICAZIONE 

Giovanni Paolo II: “Erminio Filippo Pampuri, decimo di undici figli, a 24 anni è medico condotto e a 30 anni entra nell’Ordine Ospedaliero di san Giovanni di Dio (Fatebenefratelli). Solo tre anni dopo moriva. 

È una figura straordinaria, vicina a noi nel tempo, ma più vicina ancora ai nostri problemi ed alla nostra sensibilità. Noi ammiriamo in Erminio Filippo, diventato nell’Ordine Fra Riccardo Pampuri, il giovane laico cristiano, impegnato a rendere testimonianza nell’ambiente studentesco, come membro attivo del Circolo Universitario “Severino Boezio” e socio della Conferenza di san Vincenzo de’ Paoli; il dinamico medico, animato da una intensa e concreta carità verso i malati e i poveri, nei quali scorge il volto del Cristo sofferente. 

Egli ha realizzato letteralmente le parole, scritte alla sorella suora, quando era medico condotto: “Prega affinché la superbia, l’egoismo e qualsiasi altra mala passione non abbiano ad impedirmi di vedere sempre Gesù sofferente nei miei malati, Lui curare, Lui confortare. Con questo pensiero sempre vivo nella mente, quanto soave e quanto fecondo dovrebbe apparirmi l’esercizio della mia professione!”. 

Lo ammiriamo anche come religioso integerrimo di un benemerito Ordine, che, nello spirito del suo Fondatore san Giovanni di Dio, ha fatto della carità verso Dio e verso i fratelli infermi la propria missione specifica e il proprio carisma originario. “Voglio servirti, o mio Dio, per l’avvenire con perseveranza ed amore sommo: nei miei superiori, nei confratelli, nei malati tuoi prediletti: dammi la grazia di servirli come servirei Te”: così scriveva nei propositi in preparazione alla professione religiosa. 

La vita breve, ma intensa, di Fra Riccardo Pampuri è uno sprone per tutto il Popolo di Dio, ma specialmente per i giovani, per i medici, per i religiosi. Ai giovani contemporanei egli rivolge l’invito a vivere gioiosamente e coraggiosamente la fede cristiana; in continuo ascolto della Parola di Dio, in generosa coerenza con le esigenze del messaggio di Cristo, nella donazione verso i fratelli. 

Ai medici, suoi colleghi, egli rivolge l’appello che svolgano con impegno la loro delicata arte animandola con gli ideali cristiani, umani, professionali, perché sia una autentica missione di servizio sociale, di carità fraterna, di vera promozione umana. Ai religiosi ed alle religiose, specialmente a quelli e quelle che, nell’umiltà e nel nascondimento, realizzano la loro consacrazione fra le corsie degli ospedali e nelle case di cura, Fra Riccardo raccomanda di vivere lo spirito originario del loro Istituto, nell’amore di Dio e dei fratelli bisognosi.” (04. 10. 1981) 

DISCORSO DI GIOVANNI PAOLO II ALL’ASSEMBLEA DEI SUPERIORI E DELLE SUPERIORE D’ITALIA 

Castelgandolfo, 15 ottobre 1981 

1. Desidero manifestarvi anzitutto, la mia sincera gioia per questo incontro con voi, esponenti qualificati degli Ordini e Congregazioni maschili e femminili d’Italia, qui accompagnati dal Segretario della Sacra Congregazione per i religiosi, che rappresentate centoventi Istituti maschili, con trentasettemila religiosi, e seicentocinquanta Istituti femminili, con centoquarantacinquemila religiose. 

Alla legittima letizia per questo incontro desidero aggiungere anche il vivo compiacimento per codesta assemblea nazionale congiunta che si realizza per la prima volta in Italia e che è stata preparata dagli Organismi interessati con ammirevole impegno sia per quanto concerne la parte liturgica – preghiera comunitaria e celebrazioni eucaristiche – sia per il numero, l’ampiezza e la profondità dei temi meditati e studiati insieme, che vertono sulla presenza e il valore della vita religiosa nella Chiesa e nel mondo, sull’efficacia e l’apporto della vita religiosa nella costruzione della Chiesa, nonché sul tema specifico della vita religiosa di fronte ai mutamenti culturali e strutturali della società italiana, nella quale voi tutti, fratelli e sorelle, siete chiamati ad operare apostolicamente ed a rendere esemplare ed incisiva testimonianza della fecondità della vostra donazione totale a Dio. 

2. Questi temi di fondo, nonché i molteplici argomenti di studio, che sono in questi giorni trattati dai lavori di gruppo – quali, ad esempio, la spiritualità dell’azione, la pastorale vocazionale, le comunicazioni sociali e la vita religiosa, il coordinamento per un migliore servizio ecclesiale, eccetera – affrontati congiuntamente, sono rivolti a sottolineare il fatto che, se distinta è l’organizzazione, la vita, l’attività apostolica dei religiosi e delle religiose, comune ne è tuttavia la formazione religiosa, in quella fondamentale ed ineliminabile “dimensione contemplativa”, che sta alla base della consacrazione religiosa, la quale è una risposta generosa e totalizzante alla chiamata di Gesù: “Sequere me” (cf. Mc 2,14; Lc 5,27). 

Questa dimensione originaria della vita religiosa è stata sottolineata dal Concilio Vaticano II, che ha raccomandato ai religiosi ed alle religiose il primato della vita spirituale, e quindi l’amore a Dio, che per primo ci ha amato, la vita nascosta con Cristo in Dio, lo spirito di preghiera, l’amore per il prossimo per la salvezza e per l’edificazione della Chiesa (cf. , 6); è stata ancora ribadita dal mio predecessore Paolo VI nella sua esortazione apostolica circa il rinnovamento della vita religiosa secondo l’insegnamento del Concilio, quando vi ha detto: “Un’attrattiva irresistibile vi trascina verso il Signore. 

Afferrati da Dio, voi vi abbandonate alla sua azione sovrana, che verso di Lui vi solleva ed in Lui vi trasforma, mentre vi prepara a quella contemplazione eterna, che costituisce la nostra comune vocazione” (Paolo VI, , 8); è stata inoltre ampiamente illustrata dal recente documento, emanato nel marzo dello scorso anno dalla Sacra Congregazione per i religiosi e gli Istituti Secolari sulla “dimensione contemplativa della vita religiosa”, che è uno dei testi, che in questi giorni state analizzando e meditando nella riflessione congiunta. 

È comune l’impegno per la promozione della persona, mediante l’inserimento nei molteplici aspetti della vita sociale, la varietà delle opere e delle attività condotte dai religiosi e dalle religiose a favore dell’uomo, nella organica comunione ecclesiale e in fedeltà dinamica alla propria consacrazione, secondo il carisma del Fondatore, come è ricordato dalla istruzione “Religiosi e promozione umana”, promulgata dalla Plenaria del menzionato Dicastero nell’aprile del 1978. “II compimento della missione dell’evangelizzazione – si legge in tale Documento – domanda alla Chiesa di scrutare i segni dei tempi, interpretati alla luce del Vangelo, rispondendo così ai perenni interrogativi dell’uomo. Di questa dimensione profetica i religiosi sono chiamati a rendere singolare testimonianza. 

La continua conversione del cuore e la libertà spirituale, che i consigli del Signore stimolano e favoriscono, li rendono presenti ai loro contemporanei in modo tale da ricordare a tutti che l’edificazione della città terrena non può che essere fondata sul Signore e a lui diretta” (Religiosi e promozione umana, Introd.). 

Comune è infine l’inserimento orante e fattivo nella Chiesa locale, dalla quale i religiosi e le religiose sono nati ed alla quale prestano unitariamente il proprio servizio, nella testimonianza e nell’annuncio del Vangelo, nella reciproca collaborazione, nel coordinamento della pastorale diocesana sotto la guida del Vescovo, il cui ministero rappresenta quello di Cristo capo della Chiesa, come è lucidamente descritto nel Documento “Criteri sui rapporti tra Vescovi e religiosi nella Chiesa”, emanato nel maggio del 1978 dalla Sacra Congregazione per i Vescovi e dalla Sacra Congregazione per i religiosi e gli Istituti Secolari, in applicazione dei Documenti conciliari . 

3. Carissimi fratelli e sorelle! La vostra consacrazione religiosa è un segno spirituale e privilegiato per la Chiesa e per il mondo! Voi seguite Cristo che, vergine e povero, redense e santificò gli uomini con la sua obbedienza spinta fino alla morte in croce. La castità, la povertà, e l’obbedienza consacrate, vissute in piena letizia, sono testimonianze prefigurative della dimensione escatologica della Chiesa e del cristiano.

La fede ci dona la certezza che la dedizione a Dio nelle varie forme di vita consacrata, pur tra difficoltà, delusioni e pericoli, non potrà non incidere nell’autentica promozione ed evoluzione culturale e sociale dell’umanità, come il grano di frumento gettato a marcire nel terreno (cf. Gv 12,24) e come il pugno di lievito confuso nella massa di farina (cf. Mt 13,33). 

Ne danno piena dimostrazione i tre novelli Beati 

  • Alain de Solminihac,
  • Luigi Scrosoppi,
  • Riccardo Pampuri

e le due novelle Beate 

  • Claudine Thévenet e
  • Maria Repetto,

 che ho avuto la gioia di elevare in questi giorni agli onori degli altari. Gesù Cristo dia continuamente a voi l’abbondanza della sua grazia, perché lo possiate seguire con generosa letizia, e metta altresì nel cuore di tanti e tante giovani il germe della vocazione religiosa e doni loro la forza di farla germogliare in una generosa risposta. Affido questi voti alla materna intercessione della Vergine santissima. A voi tutti la mia benedizione apostolica.

 ( Santa Sede del 15/10/1981 )  

SAN RICCARDO PAMPURI – SARO’ LA TUA INFERMIERA – Angelo Nocent

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SARÒ LA TUA INFERMIERA

Di Angelo Nocent 

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Clicca per ingrandire i funerali di San Riccardo in fumetto

LA LETTERA SCRITTA DA “LUCIA”  A FRA RICCARDO  DOPO IL SUO FUNERALE E MAI GIUNTA IN CIELO. O FORSE SI’ 

Carissimo Erminio,

                            dopo l’esperienza odierna, così struggente e carica di mistero, permettimi di aprirti  la mia anima profondamente addolorata.

Questa sera in casa mia, a cena, non s’è parlato altro che di te, del funerale così imponente riservato al Dr. Pampuri, l’amato da ogni ceto sociale.

Papà che vede le cose a modo suo, non ha risparmiato la battutina: “Faceva meglio a starsene qui. Che, se voleva far del bene, le occasioni  non gli mancavano…Cosa gli è saltato in mente  di andare in convento…per finire cosi!” Povero papà. Come lo capisco! In fondo, sono le stesse cose che ho sempre pensato io per prima, mia madre e tutta la gente di qui.

La mamma ascoltava in silenzio, intervenendo a monosillabi e con qualche domanda posta per sviare il discorso, attenta com’era a evitare che si riaprissero nel mio cuore ferite mai del tutto rimarginate. 

Non so dove sei stato esattamente in questi ultimi tre anni. Me lo sono chiesto tante volte ma da chi avrei potuto avere tue notizie, senza il timore che mi si leggesse in faccia il segreto inconfessabile?  La voce è subito girata quando sei sparito dalla circolazione per andare in convento. Lo immagino un luogo punteggiato di solitudine, di umiliazioni e rinunce. A guardare dal risultato, anche di agonia, di morte. 

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Un brivido mi percorre la schiena in questo momento. Non oso immaginare come avrai trascorso le tue ultime ore. Ho saputo che eri stato trasferito e ricoverato a Milano. Dio sa cos’avrei pagato per esserti vicino, rendermi utile, asciugarti la fronte, inumidirti le labbra, girarti il cuscino… 

A guardar bene, Erminio, qualcosa ci accomuna: entrambi abbiamo assaporato la tribolazione, conosciuto l’amarezza di certi abbandoni, anche se i miei diversi dai tuoi. Non sono proprio tanto sicura che il tuo Amato nelle giornate di sofferenza e di pena, sia rimasto accanto al tuo letto notte e giorno a coprirti di attenzioni come avrei fatto io. 

In questa mia pretesa competizione con Lui , non so come mi giudicherai. Forse mi prenderai per una donna  che non sa cosa dice, pervasa da “debolezze femminili”. Oh, se avessi almeno potuto avvicinarmi a te, questa mattina, chinarmi sulle tue spoglie, afferrare per la prima volta la tua mano gelida e gridarti “Talità Kum”! Sarebbe stato sbalorditivo vederti riaprire gl’occhi, riavere il tuo amabile sorriso. 

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Interno della chiesa di Trivolzio dove furono eseguite le esequie.

Durante la Messa ho avuto per un attimo la certezza che il giorno del riscatto verrà e sarai proprio tu a organizzarmi una festa in Paradiso, dove tutti sapranno del mio amore che non hai corrisposto, per via di un Altro, Indicibile Amore. La tua piccola Lucia solo allora potrà finalmente capire, perdonare, abbracciarti e baciarti, amore mio caro, il più innamorato di Dio di tutto il Pavese. 

Tu non  hai giocato a fare l’uomo, lo sei stato fino in fondo. Fatico a comprendere che l’ora della tua apoteosi coincida con la tua morte. E’ difficile accettare la logica di Dio. Eppure questa tua sconfitta sembra includere un segreto affascinante, appena intuibile ma che io non so esprimere in parole. E’ la percezione avvertita da tutta la gente venuta per l’ultimo saluto. 

Spero ti sia accorto che nell’interminabile corteo  che da Torrino si muoveva in direzione della Parrocchiale di Trivulzio c’ero anch’io. Sì, c’ ero. E non sarei potuta mancare per nessuna ragione al mondo. Avevo sognato l’abito bianco da sposa e mi sono ritrovata vestita di lutto, con un nodo soffocante alla gola.

Tu non sai che in questi anni, dopo la tua che mi mandava a dire della scelta irrevocabile di voler cercare Dio, Lui solo desiderare, Lui solo amare, ero stata incapace di rivelare i sentimenti repressi nella mia anima.

Non ho mai pianto come oggi in vita mia. Esaurite le lacrime e la commozione, se questa sera ho deciso di scriverti, è per alleggerire il mio spirito che fatica doppiamente a rassegnarsi, ora che non sei più tra noi. Almeno fossi segregato in un qualche convento del mondo! No. Morto. 

Oggi la mia vita è stata profondamente sconvolta da mille interrogativi. 

xiistazioneviacrucis.jpgEro lì, presso la bara, confusa tra la gente, sul lato destro della navata, sotto la dodicesima stazione della Via Crucis. Coperto dal velo nero di pizzo, il più bello che avevo, il mio viso di giovane donna innamorata era solcato da lacrime che si riservano soltanto agli affetti perduti, agli amori venuti meno. Sui volti della gente, mestizia. Sul mio, i segni di un tragico destino.

Tutti avevano lo sguardo puntato sulla tua bara. Solo il mio era perso nel vuoto.

Spero nessuno se ne sia accorto, perché io ho l’impressione di aver parlato ad alta voce lungamente con te mentre le melodie gregoriane si fondevano con il fumo dell’incenso, avvolgendo l’assemblea orante che passava dal  Requiem al Dies Irae, dal Libera me, Domine, al Sub venite sancti Dei, all’ In Paradisum, al Requiescat in pace. Amen… 

No, io non cantavo in latino, piangevo nella lingua materna, con parole strazianti che solo l’amore fa pronunciare in certi momenti. 

Ti dicevo: “Erminio mio, ti sei almeno accorto che sono qui, fra la gente? Mi vedi? Mi senti? E non mi dici nulla?” 

Poi mi rivolgevo a Dio: “perché, perché, Signore? Non ti accorgi che ce lo stiamo chiedendo tutti? Ma da Te la risposta non viene. E fai bene a stare in silenzio. Che giustificazioni vorresti portare?”

Sentivo l’impotenza della mia protesta e mi pesava. Mentre il cuore ti diceva : “addio, fra Riccardo, riposa in pace”, con le labbra gridavo: “Non è giusto però…”.

Non chiedo a Dio di farmi comprendere la Sua logica perché noi guardiamo alla vita da altezze diverse e io non potrei mai raggiungere le Sue. Però mi verrebbe voglia di chiederGli un grande favore: di mettermi almeno nel cuore tanta nostalgia di futuro e di accogliere le mie proteste come tentativo di dialogare con Lui, prima di accettare le Sue posizioni.

Come vedi, la mia mente in ebollizione è piena di contraddizioni.

Ho capito giusto? Stai dicendomi di piangere perché è umano ma di guardare a Cristo che è risurrezione e vita? Tu non cambierai mai. La tua fede è incrollabile.

Davanti alla burrasca delle sicurezze che si sfaldano, al turbine degli ideali che si spengono, davanti ad una morte così assurda, inutile, come la tua, che cosa fa Lui? Dorme.

Non Gl’importa che tu sia morto? Non sente le nostre grida di aiuto?

So di parlare il linguaggio degli egoisti. T’avesse lasciato qui tra noi, a fare il bene in convento, avrei ancora potuto capire, accettare. Ma stroncarti così! Che senso ha? Che significato può avere questa morte disumana che non sa rispettare neanche  la regola così nota in natura di falciare il grano quando è maturo?

Scusami, Riccardo. Forse il mio parlare insensato ti ferisce. Ma non resistevo più dal cantarGliele in faccia. Almeno una volta. Sì, proprio lì, davanti al Sacramento.

Sai, mentre mi sfogavo, girando la testa, m’è caduto l’occhio sul quadro appeso alla mia destra. Dodicesima stazione: Gesù muore in croce. Trentatre anni anche Lui come te. E sua Madre lì, sotto la croce. Colei che ha rivestito di umanità il suo Creatore, non ha parole di rimprovero come me, verso l’Eterno. Piange anche lei, scossa, impietrita dal dolore per un Figlio brutalmente ucciso.

Avessi anch’io uno scampolo della sua fede, della sua materna tenerezza!

Quel giorno non era lì a rimproverare il Cielo, ma a sostenere il Figlio nella prova atroce. Vuol dire avere una fede grande come il mondo. Ne avessi un briciolo di quella sua, non starei qui a piangerti sconsolata e, ciò che fa maggiormente pena, senza alcun diritto su di te. Infatti, che cosa rappresento io  per te? Nulla, so bene. E allora…?

Allora, Riccardo, aiutami. E, se puoi, dammi il coraggio di non volgermi indietro alla ricerca di certezze perdute per strada. Erminio, ora che posso osare senza timore alcuno, ti dico qui, davanti al quadro della Madonna: amami, perché ti amo.

E se Dio s’incontrasse nel niente, ossia là dove non ci sono più cose cui aggrapparsi?

Anche a me, ora che è scomparso l’oggetto amato, resta soltanto il “niente”.

Che non possa anch’io trovare finalmente Dio?

E se il Lui fosse racchiusa la bellezza di tutte le donne, il sapore di tutte le frutta e l’ebbrezza di tutti i vini, la dolcezza e l’amarezza di tutti gli amori della terra?

Se così fosse, provare una goccia soltanto di Dio, vorrebbe dire impazzire. Per sempre, come il mio Erminio. 

A te è successo proprio così: forse avevi provato una goccia soltanto di questa felicità. Da quel momento non hai potuto continuare la stessa vita di sempre. Per Lui hai cominciato a fare pazzie. Amarlo è stata l’unica ragione della tua esistenza. 

Se è così, fra Riccardo, ti prego, insegnami ad amare come hai amato tu.

Quelle parole latine che risuonavano nella chiesa mentre veniva incensata la tua bara, continuano a riecheggiarmi: “Qui vivit et credit in me non morietur in aeternum”. 

Perché dicono con ostinazione che non sei morto? Che il vero morto non sia proprio io stessa quando nutro per te soltanto lacrime prive di speranza?

sanriccardopampurinellalucedidio1.jpgRicordati di me ora che sei nel Suo Regno, affinché la mia anima trovi finalmente in te la Sua pace, nel tuo esempio il coraggio di essere donna.

Mi stai sorridendo?

Sei proprio tu?

E’ il tuo primo miracolo?

Mi vuoi donna di fede, vero?

E allora no, non prego perché tu riposi in pace. Prego perché tu resti sveglio, attivo come ha promesso di esserlo dal Cielo la tua ammirata Teresa di Gesù Bambino.

Di te noi abbiamo ancora bisogno. Ti prometto di non singhiozzare più se ti impegni ad assecondare una richiesta che non è soltanto mia ma di tutta la tua gente: devi riaprire l’ambulatorio. Dimmi di sì, almeno una volta.  

Dove? Ma proprio qui a Trivolzio è il luogo ideale. Vedrai che afflusso di gente!

Cos’hai capito? Non l’ambulatorio dentistico, per carità! Un ambulatorio polispecialistico per ogni patologia del corpo e dello spirito, per problemi di cuore, di soldi, di vita…

No, non hai capito male.  Medico, frate e per giunta anche santo, come tutti sostengono, queste nostre miserie fisiche e morali, tutte le nostre vere o presunte paure, ti riguardano in prima persona. Anzi, più ancora di prima.

Non devi preoccuparti. Sai che puoi contare su di me. Sì, perché io sarò finalmente la tua infermiera che si occuperà del front office, di evadere le richieste telefoniche, sbrigare la corrispondenza, gestire le prenotazioni, movimentare i pazienti che chiedono grazie, guarigioni, assistenza…

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Come al solito, anche questa volta Riccardo non ha risposto direttamente. Del resto, proprio per via dell’incerto indirizzo, la lettera non è mai stata spedita. Egli ha preferito che Lucia lo raggiungesse in Cielo e che maturassero i tempi. Ma non ha respinto la proposta che gli era giunta lo stesso per le vie misteriose dell’etere. Anzi, insieme hanno brigato con il “Principale” per ottenere il benestare  che, finalmente è stato concesso.

Ora l’Ambulatorio della Speranza, in quel di Trivolzio è attivo e perfino superaffollato per via dell’assistenza gratuita, assicurata agli afflitti ed angosciati di ogni provenienza e ceto sociale. E Lucia, la cui preghiera è stata esaudita, è collaboratrice attiva e molto discreta.

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San Riccardo Pampuri nell'urna dopo il restauro in cera

Corriere della Sera

La «piccola Lourdes» del frate medico

 

L’ ultimo miracolo di san Riccardo: portare migliaia di pellegrini aTrivolzio, nel Pavese. Fu respinto da Francescani e Gesuiti. « Aiutami tu » e i malati guarirono

 

TRIVOLZIO (Pavia) – Un paesino fra le risaie e i campi di grano. Poco più di mille anime in due file di case che iniziano con la chiesa e finiscono col cimitero. Anime sempre più vecchie, l’ ultima volta il vescovo ha cresimato solo tre bambini. Anime spaventate e trincerate dietro porte sbarrate che si riaprono dopo il tramonto, quando ciò che è rimasto della gioventù di Trivolzio torna da Milano e Pavia, dove è andato a lavorare. Il municipio, la posta, la scuola elementare, la chiesa, l’ oratorio, un bar, un fornaio, un negozio di alimentari; ma neanche una banca o una trattoria.

Collegamenti, disordinati e sparuti: «Se abbiamo bisogno di spostarci, andiamo tutti in macchina»; e per beccare un pullman, un chilometro a piedi fino al bivio della provinciale Bereguardo-Milano. Come sfondo, l’ ininterrotto rombo dell’ autostrada per Genova; e quella sempiterna foschia che lascia intuire la presenza del Ticino, al di là delle barriere di pioppi di un verde scuro e compatto.

metà della via principale, fra l’ insegna «Eleonora e Laura acconciature unisex» e una casa con due piani di tapparelle sbarrate, sopra il negozio di abiti «Gazebo», una targa di marmo ricorda che il 2 agosto 1897 qui venne al mondo Erminio Filippo Pampuri: medico, frate dell’ ordine ospedaliero Fatebenefratelli col nome di fra Riccardo, dal 1989 diventato santo. «Il Pampuri che a Trivolzio non ha mai fatto miracoli, però ci fa tanti favori», racconta l’ accorata insegnante elementare in pensione che vive al «bivio» per Bereguardo dove, dopo la morte del fratello, fin quando ha potuto ha fatto anche la benzinaia. E per «favori» intende la soluzione degli inevitabili e quotidiani inconvenienti che possono sconvolgere e avvelenare la vita: problemi di salute, malintesi familiari, dissidi coniugali, figli ingrati.

E intanto, quasi di malumore, Trivolzio vive l’ invasione dei pullman e delle auto che di sabato e domenica accorrono alla chiesa parrocchiale dei santi Cornelio e Cipriano per pregare e chieder grazie davanti all’ urna contenente il corpo mummificato del fraticello in sandali e saio di cui, neanche a scavare con tutta la buona volontà, a parte i miracoli, si troverebbe alcunché di clamoroso: «Una vita qualunque, una vita come tante altre» dice il parroco don Angelo Beretta. «La mia mamma l’ ha tenuto tante volte sulle ginocchia, era un bambino come tutti gli altri» afferma anche la maestra in pensione.

Anche un po’ birichino, a guardare le pagelle di quando frequentava il ginnasio Manzoni a Milano: rimandato a ottobre con 5 in latino e italiano, 4 in geografia e matematica a causa, secondo le testimonianze, delle distrazioni che incontrava lungo la strada. Chi se lo sarebbe aspettato.

Invece, «io devo seguire la chiamata di Dio, io devo farmi santo», aveva detto alla zia Maria Campari, che lo supplicava di rinunciare a farsi frate: «Un così bravo dottore nella condotta di Morimondo, e di salute così fragile». Infatti, il medico frate muore di tisi a 33 anni, in una stanzetta dell’ ospedale san Giuseppe di Milano: una mano stretta intorno al crocefisso; l’ altra fra quelle della zia che, dopo la morte della madre, lo aveva cresciuto come un figlio nella sua ricca casa nella campagna di Torrino.

Sono le dieci e mezzo di sera del 29 aprile 1930, e nonostante la «santa morte» i confratelli lo seppelliscono di corsa nel cimitero di Trivolzio: «Avevano paura che infettasse l’ ospedale, gli hanno bruciato persino i vestiti» racconta don Angelo. Il medico condotto che si era fatto frate in età già adulta rimane sepolto nel suo paese fino al 1951.

Intanto, il custode del cimitero va a lamentarsi col parroco don Mario Gandolfi perché la gente si porta a casa la terra della sua tomba: spalmata su una piaga o una parte dolente del corpo, quando non guarisce, almeno lenisce; in una donna, svanisce come per incanto la sterilità; il neonato, dato per moribondo, torna alla vita; la moglie si riappacifica col marito; il ragazzo timido trova la morosa che diventerà sua sposa.

Basta questo per fare, del caritatevole frate, un santo ufficiale? «I primi a muovere le acque sono stati « i Fatebenefratelli » – racconta don Angelo -: dopo Giovanni di Dio, non avevano un santo». Nel 1949, l’ arcivescovo di Milano, il cardinale Ildefonso Schuster, avvia il processo di canonizzazione.

Nel 1981, Pampuri entra nella schiera dei Beati. Il primo giorno di novembre del 1989, Papa Giovanni Paolo II lo proclama santo.

Trivolzio è in festa. È andata in massa in Piazza San Pietro e accende candele alle spoglie di fra Riccardo, trasportato nella chiesa del paese dopo che, per testardaggine dell’ allora arciprete don Mario Gandolfi, è stato sottratto ai Fatebenefratelli, che vorrebbero portarselo a Milano.

Fra i parrocchiani, una devozione saltuaria, discreta, ma niente di più. Poi, all’improvviso, cominciano ad arrivare i pellegrinaggi organizzati; dalla provincia, dalla Lombardia, da ogni parte d’ Italia; e poi dalla Spagna, persino dall’ America. Arrivano sempre più numerosi. In pullman, in auto.

Il sabato e la domenica, assistono alla messa solenne, fanno la comunione, ricevono la benedizione con la reliquia (un frammento osseo), chiedendo di toccarla e baciarla. Prima di ripartire lasciano, ai piedi dell’ urna, un loro pensiero, la richiesta della grazia che sperano di ottenere, il ringraziamento per averla ricevuta. Dice il parroco: «Se, fino a poco fa, un registro mi durava un anno, ora ne riempio anche 30 o 40».

I pellegrini chiedono al santo Pampuri il suo intervento per malattie gravi, affidano la famiglia alla sua protezione, lo implorano perché illumini soprattutto i figli. E poi ringraziano, per infiniti motivi: «Grazie perché adesso ho una casa», è una delle testimonianze di ottobre. «L’ arrivo sempre più numeroso dei pellegrini in un paesello sperduto, privo di un qualsiasi posto dove rifocillarsi dopo un viaggio a digiuno e sterminate preghiere, è il « terzo miracolo »» dice il parroco tutto contento. Nella trasmissione televisiva «Miracoli», un giornalista racconta alcuni prodigi compiuti da san Riccardo. Don Giussani, padre fondatore di Comunione e liberazione, arriva qui con un gruppo di giovani.

Sono affascinati da questa breve vita condotta nella preghiera, nella carità, nella dedizione al prossimo. Ne parlano e ne scrivono, al meeting di Rimini raccontano le loro esperienze, lo scelgono perché protegga i loro studi e li aiuti a trovare la sposa e lo sposo «giusti».

Molti vengono a sposarsi qui. Portandosi dietro vagonate di giovani, parenti, insegnanti. «Quasi tutte le domeniche arrivano i pullman di quelli di Comunione e liberazione», racconta infastidita la maestra elementare in pensione. Non le va bene che Cl si sia praticamente appropriata del loro santo: «Frate Riccardo è di tutti, ma soprattutto di quelli che ne hanno più bisogno». «Neanch’ io sono di Cl – afferma con un mezzo sorriso don Beretta -: ma non posso dimenticare che sono stati loro a passare la parola; è grazie a loro che Trivolzio è diventata « la piccola Lourdes »». I

ntanto, con le offerte, ha comprato la grande e malandata cascina di fianco alla chiesa per farne un luogo d’ accoglienza per i pellegrini e un negozio per i ricordi: «Per il momento, non vendo niente. In chiesa ci sono candele, alcuni piccoli oggetti, i libri delle biografie e dei miracoli, i santini: non c’ è scritto il prezzo, i devoti possono dare ciò che possono. Ieri, è venuta una donna per ringraziare fra Riccardo di averle tirato fuori di prigione il marito, aveva solo un euro».

I meridionali si portano via per ricordo soprattutto un piccolo busto del santo in gesso o metallo brunito. Quelli del Nord preferiscono un rosario con l’ effigie incisa su una medaglietta accanto a quella della Madonna. In tempo di messa, sabato e domenica, i pellegrini sono tanti che occorre un altoparlante sul sagrato.

Almeno per il momento, Trivolzio non specula, non fa mercato, non ha aperto neanche un’ osteria. Nella terra del riso, non ha ancora pensato a confezionarne sacchetti col ritratto del medico santo, come è stato fatto sulle candele. Solo da poco è arrivato un contadino che, la domenica, si mette di fianco al sagrato e vende il miele. Il parroco: fino a poco tempo fa un registro mi durava un anno, ora ne riempio anche 30 o 40.

Morto nel 1930 a soli 33 anni, è stato santificato da Giovanni Paolo II nel 1989

Nato nel 1897 a Trivolzio (nella foto, la chiesa), decimo di 11 fratelli, figlio di un oste, orfano di madre, Erminio Filippo Pampuri è allevato dalla zia materna e da suo marito Carlo Campari, medico condotto di Trivolzio. Pessimo studente a Milano, frequenta invece con profitto il liceo Foscolo di Pavia. I

scritto alla facoltà di Medicina, nel 1917 parte per la guerra. Al ritorno, diventa punto di riferimento per gli studenti cattolici. Il 6 luglio 1921 si laurea col massimo dei voti e diventa terziario francescano, poi medico condotto a Morimondo. Amato per la dedizione ai malati, in pieno regime fascista fonda il circolo di Azione cattolica Pio X, sottraendo i giovani del paese ai circoli mussoliniani che, per non lasciarlo dormire, aprono una sala da ballo sopra la sua casa.

Dopo sei anni di lavoro, la vocazione lo porta a farsi frate. Respinto da Francescani e Gesuiti per la sua fragile salute, entra nell’ ordine ospedaliero dei Fatebenefratelli con il nome di frate Riccardo. «Aiutami tu», e i malati guarirono.

Michelini con Papa WoitylaNel 1959, l’ architetto milanese Ferdinando Michelini, reduce dal lager di Ravensbruck e da allora sofferente di gravi disturbi gastrici, è colpito da occlusione intestinale. Ricoverato all’ ospedale San Giuseppe, dove aveva dipinto alcuni quadri raffiguranti frate Riccardo, è operato d’ urgenza e dato per spacciato. Il moribondo si affida al frate. La mattina dopo si sveglia gridando: «Ho fame».

Da quel momento, per grazia ricevuta, si trasferisce in Africa, dove si dedica al bene degli altri.

1-_Scan10265-001Il 4 gennaio 1982 Manolo Cifuentes Rodenas, 10 anni, mentre sposta il ramo di un mandorlo ad Alcadozo, in Spagna, si ferisce all’ occhio sinistro. In ospedale la ferita è giudicata gravissima. Il padre applica sull’ occhio una placchetta di metallo con la scritta «dai vestiti di fra Riccardo Pampuri, servo di Dio». Padre e figlio pregano lo sconosciuto italiano: lo credono già santo. Il mattino dopo, Manolo si sveglia guarito (nella foto, il santino che ricorda il miracolo).

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SAN RICCARDO PAMPURI – SINTESI BIOGRAFICA


 

«… nei santi il colloquio con le creature non è che l’eco, il frutto e la testimonianza del loro colloquio con Dio. Il rapporto intimo del santo con Dio è legato a un segreto, chiuso ad ogni profano sguardo: il campo della santità sta esattamente agli antipodi di quello della curiosità. Ogni santo ha avuto il suo segreto che l’ha legato a Dio nell’abbandono della piena immolazione: quel che a noi, all’oscuro come siamo di quel segreto, sembra discontinuo o anche repellente per le nostre quattro mezze idee che ci tiranneggiano, trova in esso il vero punto di raccordo e la chiave delle armonie che lo Spirito Santo trae dalla fragile natura umana quando ascolta docilmente i suoi ineffabili inviti.» Cornelio Fabro 


 

Nel Novecento la Diocesi di Pavia ha conosciuto tre luminose figure di religiosi e sacerdoti, la cui vita ha lasciato un segno profondo e una eredità tuttora molto viva e operante. Le loro esistenze e attività non si intrecciano cronologicamente, ma lungo il corso del secolo si passano, per così dire, il testimone luminoso di un impegno cristiano che, con modalità e carismi diversi, mostra quanto possa essere incisiva la fede per i bisogni e i problemi del nostro tempo.
San Riccardo Pampuri – I primi tre decenni del secolo vedono svolgersi la vita, breve, intensa e semplice, di San Riccardo Pampuri, medico e religioso dei Fatebenefratelli, morto nel 1930 a soli trentatré anni. Decimo di undici figli, Erminio nasce il 2 agosto 1897 a Trivolzio, piccolo paese della campagna pavese. All’età di tre anni, dopo la morte della mamma, viene affidato agli zii materni Carlo e Maria Campari, a Torrino, una frazione di Trivolzio, mentre la famiglia si sposta a Milano. Ottenuta la maturità liceale, si iscrive alla facoltà di Medicina a Pavia, seguendo le orme dello zio Carlo. È l’inizio della Prima Guerra Mondiale. In Università il giovane studente trova un clima profondamente segnato dal positivismo, dal laicismo, e da agitazioni studentesche di carattere politico e sociale. In quello stesso ambiente pochi anni prima il giovane Gemelli, ancora lontano dal cristianesimo, si era formato ed aveva militato, distinguendosi per posizioni accese e radicali. Erminio partecipa alla vita studentesca attraverso il Circolo cattolico Severino Boezio. Durante una sollevazione studentesca fu l’unico ad accostarsi ai corpi di due studenti gravemente feriti confortandoli con la preghiera. Nel 1917 viene arruolato nella 3ª Compagnia Sanità e inviato a Vittorio Veneto. Durante la ritirata di Caporetto gli ufficiali medici della sua compagnia abbandonano tutto il materiale sanitario e fuggono con i soldati. Erminio, non volendo che medicinali tanto preziosi andassero perduti, li carica su un carretto trainato da una mucca e solo, sfidando il nemico sotto una pioggia battente, cammina per ventiquattro ore verso la sua Compagnia, che raggiunge quando ormai lo davano per disperso. Il fatto gli costa una grave pleurite da cui non guarirà mai completamente. Per questo viene decorato con la medaglia di bronzo. Divenuto Terziario Francescano con il nome di Antonio, si laurea a pieni voti il 6 luglio 1921. Accompagnato dalla sorella Margherita, per sei anni esercita la professione di medico condotto a Morimondo, piccolo paese della Bassa non lontano da Trivolzio. Qui non ha un attimo di sosta sia nella cura dei corpi che delle anime. Chiamato in qualsiasi ora, istituisce persino una mutua. Non di rado, oltre al conto del farmacista paga anche quello del macellaio, del panettiere… Diviene il centro affettivo del paese. Per riunire i giovani fonda il circolo di Azione Cattolica e mette in piedi un Corpo musicale. Nel 1927 entra nell’Ordine ospitaliero dei Fatebenefratelli a Milano, dopo che per il suo stato di salute era stato rifiutato da Gesuiti e Francescani. Riceve il nome di Riccardo e l’anno dopo emette la professione solenne. Gli viene affidato il gabinetto dentistico, ma non disdegna i lavori più umili. “Il primo a maneggiare la scopa, a vuotare vasi e sputacchiere. E quando gli veniva richiesto, con uguale naturalezza, a indossare la vestaglia bianca e iniziare le visite” si legge nel processo di beatificazione. Nell’agosto del 1929 un’infiammazione polmonare lo costringe a trascorrere un periodo di riposo a Torrino. Le sue condizioni sono ormai gravi e il 18 aprile del 1930, su insistenza dei parenti, viene trasportato da Brescia nel convento-ospedale San Giuseppe a Milano. Muore il 1° maggio, a soli 33 anni. Studente cristiano in ambiente laicista e positivista, conciliò senza cedimenti la ricerca scientifica e l’approfondimento e aperta professione della fede. Divenuto medico, cercò la santità nella vita professionale e nella sensibilità ai poveri, non in altro che nell’esercizio quotidiano della professione e nella carità, e per questo è esemplare per l’oggi della società e della Chiesa. L’efficacia taumaturgica della sua intercessione (dimostrata da non pochi miracoli) sembra voler continuare nell’oggi la sua professione medica. Il processo di canonizzazione fu aperto nel 1949 dal Cardinale di Milano Ildefonso Schuster. Nel 1981 venne proclama beato, nel 1989 santo da Giovanni Paolo

vedi http://sanriccardopampuri.splinder.com

TRIVOLZIO LA PICCOLA LOURDES PADANA

Trivolzio

Trivolzio – Tramonto

TEMPO DEL MIRACOLO

Febbraio 1995-febbraio 2005: la devozione di don Giussani e le sorprese del Signore. Testimonianza di don Angelo Beretta, parroco della parrocchia dei santi martiri Cornelio e Cipriano in Trivolzio, dove è conservato e venerato il corpo di san Riccardo Pampuri .

di Angelo Beretta             

Se all’inizio del 1995 mi avessero detto che in pochi anni il paese di Trivolzio, paese allora poco noto, sarebbe stato conosciuto in tante parti dell’Italia ed anche del mondo, certamente non sarei riuscito a crederlo.

Trivolzio è un piccolo paese (poco più di 1000 abitanti), situato tra Milano e Pavia. La Parrocchia ha un campanile imponente (che si vede passando sull’autostrada Milano-Genova) e una bella Chiesa costruita nel 1500 dai Francescani che sono poi stati scacciati da Napoleone.
Nella Chiesa c’è il corpo di un Santo, nato qui: Riccardo Pampuri e fino al 1995 era considerato uno dei tanti santi proclamati da questo Papa.
San Riccardo Pampuri è nato a Trivolzio, ha fatto il medico condotto per 7 anni a Morimondo, a 30 anni è entrato nell’ordine dei Fatebenefratelli ed è morto giovane a 33 anni. E’ stato sepolto (1930) nel cimitero di Trivolzio e portato poi nel 1951 nella Chiesa parrocchiale e da subito ha donato grazie e miracoli a quelli che lo invocavano, ma era conosciuto solo nella nostra zona e dai Fatebenefratelli (è stato il loro primo Santo dopo il fondatore San Giovani di Dio).
Attraverso San Riccardo qui a Trivolzio in questi ultimi 10 anni sono capitate cose umanamente impensabili di cui io sono stato il testimone, cose non pensate o programmate da me: io mi sono limitato a non ostacolare ciò che il Signore voleva ed attuava. Vorrei tentare di dire alcune cose di tutto quello che è successo in questi 10 anni.

Incomincio con il presentarmi 

Sono nato nel 1938 a Pavia e sono vissuto sempre qui     nel Pavese. All’età di dodici anni sono entrato in     seminario e dopo tredici anni, il 28 giugno del 1963, sono diventato prete.  Sono diventato prete per annunciare Gesù Cristo. Avendo, come dice san Giovanni, creduto all’Amore di Dio, sono diventato prete per   annunciare e diffondere questo Amore. I miei primi cinque anni da prete     sono stati vissuti con tanto entusiasmo in un oratorio alla periferia di Pavia; poi ho insegnato religione a scuola e sono stato parroco prima in un piccolo paese dove la frequenza alle funzioni era molto alta e poi in un  paese più grande, molto legato allora a un certo tipo di ideologia, dove la gente veniva poco in chiesa (è stato andando a Lourdes che ho incominciato a constatare che tanta gente frequenta ancora la chiesa, cosa che oggi a Trivolzio riscontro ogni giorno). 
         

 Nel 1988 sono andato in pensione dalla scuola e il     vescovo mi ha inviato a Trivolzio dicendomi che avrei trovato un grande e     bell’oratorio e un beato: Riccardo Pampuri. A essere sincero devo     dire che mi sentivo molto attratto dall’oratorio nel quale con i     ragazzi e giovani pensavo di riuscire a fare grandi cose, mentre san     Riccardo lo conoscevo poco. E subito ho iniziato a rinnovare     l’oratorio, anche se, non sviluppandosi il paese, le famiglie     invecchiano e diminuiscono i ragazzi. A un anno e mezzo dal mio arrivo a     Trivolzio (1° novembre 1989), Riccardo Pampuri è stato     proclamato santo. E io ho avuto la fortuna di concelebrare la santa messa     della canonizzazione con il Papa. È stato un evento commovente,     attorno all’altare c’erano quasi tutti gli abitanti di     Trivolzio.

Io ero là con il Papa, cardinali, vescovi… Io, povero prete, che però avevo la fortuna di essere parroco di Trivolzio, la patria del santo. Al ritorno abbiamo organizzato grandi festeggiamenti cui hanno partecipato in tanti, e anche tanti spagnoli, poiché il miracolo riconosciuto per la canonizzazione di Riccardo Pampuri riguardava     un ragazzo spagnolo. 

Fedeli durante il bacio della reliquia di san<br /><br />
Riccardo

Fedeli durante il bacio della reliquia di san RiccardoRitorno alla normalità 

Passano i mesi e qui a Trivolzio tutto torna normale. Di santi, papa Wojtyla ne ha fatti tanti… e Trivolzio è una     parrocchia come tante altre, a messa alla Dmenica siamo praticamente solo  noi, ogni tanto c’è qualche forestiero. Certo, ci  sono persone     che vengono a pregare san Riccardo, ma sono poche e della nostra zona. Solo     al 1° maggio, giorno della morte e perciò data della festa     liturgica di san Riccardo, arriva per tutto il giorno tanta gente. Vicino     all’altare di san Riccardo ho messo un registro ove poter mettere una     firma o una preghiera, un’invocazione, una domanda al santo: dal 1989 al 1995, ne furono riempiti solo tre. Ed ecco che mentre stavamo pensando se era possibile organizzare qualche manifestazione per il 1997, centenario della nascita di san Riccardo, un sabato mattina del febbraio 1995 vengo chiamato in chiesa e la trovo piena di gente. «San Riccardo ha fatto un miracolo», mi si dice. Certo, san Riccardo di miracoli ne ha fatti certamente, altrimenti non sarebbe santo. La gente che è in chiesa appartiene a Comunione e liberazione e mi mostrano una copia di Tracce dove c’è il racconto della vita del nostro santo e il racconto di un miracolo appena fatto da san Riccardo. Da quel momento è iniziato il pellegrinaggio     di tantissima gente qui a Trivolzio. Al sabato sera ci sono molti giovani e alla domenica ci sono famiglie con tanti bambini. (Alcuni di CL conoscevano già san Riccardo: qui vicino, a Coazzano, c’è una casa dei Memores Domini da tanto tempo dedicata al beato Riccardo Pampuri, e Lorenzo Frugiuele, che ha scritto una vita in versi di san Riccardo, veniva già prima del 1995 a pregarlo  per avere aiuto nella sua malattia). 

Il mese dopo (marzo 1995) Tracce pubblica la vita e i miracoli di un altro santo medico     contemporaneo di san Riccardo, Giuseppe Moscati di Napoli, ma la gente di     Napoli arriva a Trivolzio. Da allora, dal febbraio 1995,  tutti i     sabati sera e tutte le domeniche la chiesa è piena. Solo il giorno     di Natale non c’è quasi nessun forestiero al mattino, ci siamo     solo noi di Trivolzio. 

A volte, specialmente nei primi mesi del 1995, la     domenica mattina mi chiedevo: ma oggi verrà ancora tantissima gente?     E poi la chiesa si riempiva. Eppure a Trivolzio non c’è un     ristorante, non c’è nulla di particolare: c’è     solo un santo e la gente viene solo per questo. Quando non fa freddo, in     oratorio, all’aperto, ci sono anche trecento persone a mangiare al     sacco… D’inverno c’è solo un salone in cui non stanno     più di cento persone. E la gente viene da ogni parte d’Italia     e, possiamo dire, anche da tutto il mondo. Ormai ci sono gruppi che da     varie parti d’Italia – non solo da Milano, Torino, Bologna,     Genova, ma anche da Palermo, Bari, Verona, Cagliari, Venezia –  organizzano periodicamente pellegrinaggi a Trivolzio. È bello vedere     gruppi numerosi di giovani, di famiglie, di amici venire qui tutti insieme a chiedere guarigioni, grazie o anche soltanto aiuto per la vita quotidiana. 

Incontro con monsignor Giussani 

Colui che ha indicato san Riccardo a CL è stato monsignor Giussani. Io non appartengo a CL; ne avevo sentito parlare da don Giulio Bosco, un mio compagno di seminario che, diventato prete, era andato  a Milano a studiare e ha iniziato CL a Pavia. Purtroppo don Giulio è  morto giovane in un incidente in montagna e io non ho avuto più modo di incontrare CL. Il nostro rettore di seminario, divenuto poi vescovo, monsignor Luigi Maverna, ci diceva che dobbiamo essere preti di Gesù Cristo. Oggi, anche senza essere di CL, mi trovo in mezzo a persone di  Comunione e Liberazione, e ormai ci conosciamo bene. Le prime volte il popolo di Cl veniva con un certo timore qui in chiesa, ma poi, vedendosi     accettati, sono venuti sempre più volentieri. Io sono convinto che dobbiamo essere attenti a ciò che il Signore compie in mezzo a noi e  favorire il bene anche se non lo abbiamo organizzato noi.  

Ritorniamo a monsignor Giussani. L’ho incontrato quando è venuto la prima volta a celebrare la santa messa da  san Riccardo. Mi avevano telefonato che alle ore 11 sarebbe venuto un prete     a celebrare la santa messa. Mentre stavo preparando l’altare, vedo un     sacerdote in chiesa e gli chiedo se deve celebrare. Poco dopo gli domando     ancora se è lui che aveva telefonato. Alla sua risposta negativa, lo     invito ad aspettare, vado nella piazza della chiesa e vedo arrivare     monsignor Giussani. Era la prima volta che lo incontravo, eppure dopo poche     parole sembrava che mi conoscesse da sempre. Ha celebrato la santa messa,     poi è venuto all’oratorio a prendere un caffè, non con     il latte, ma con un grappino. Abbiamo parlato e mi sentivo veramente a mio     agio. A un certo punto mi chiede perché non comperiamo la cascina     che c’è a lato della piazza della chiesa e che era appena     rimasta disabitata, per creare un luogo di accoglienza. Io ero perplesso,     ma lui mi ha incoraggiato dicendomi: «Ti mando io i soldi per la     caparra», lasciando meravigliati quelli che lo accompagnavano.     È stato questo l’inizio del progetto per un luogo di     accoglienza, di ristoro e centro di spiritualità che, dopo dieci     anni di peripezie, speriamo presto di inaugurare. Tutto ciò è     nato per l’incoraggiamento, l’aiuto, l’entusiasmo che     monsignor Giussani mi ha trasmesso nelle sue visite a san Riccardo qui a     Trivolzio. 

I registri posti vicino all’urna di san<br /><br />
Riccardo

I registri posti vicino all’urna di san Riccardo

         I miracoli 

         Oggi Trivolzio viene chiamata “la piccola     Lourdes” per i numerosi miracoli e grazie che san Riccardo ottiene     dal Signore per tutti quelli che lo invocano. Molti li troviamo raccontati     sui registri vicino all’urna di san Riccardo (alcuni sono stati     riportati da Gabriella Meroni nel libro A san     Riccardo, Piemme). Sono tante grazie e miracoli     non pubblicizzati, ma fatti conoscere solo agli amici, per i quali si     ringrazia san Riccardo lì sul registro. Accanto all’urna di     san Riccardo ci sono oggi non più uno, ma quattro registri e se dal     1989 al 1995 ne erano stati compilati solo tre, dal 1995 a oggi ne sono     stati riempiti ben 143, con una media di più di uno al mese. Notizie     di miracoli giungono non solo da ogni parte d’Italia, ma anche     dall’America del Nord e del Sud, dall’Africa, dall’Asia.     Nella chiesa di Saint John, nel Minnesota, c’è una statua di     san Riccardo, regalata da monsignor Giussani, davanti a cui i malati della     Mayo Clinic vanno a pregare e chiedere aiuto. Dobbiamo sottolineare che i     miracoli non sono solo guarigioni, ma anche conversioni, aiuto ad accettare     la volontà di Dio nei momenti di difficoltà. Ci sono poi     coppie che ottengono la nascita di figli, ci sono giovani e ragazze che non     solo ottengono aiuto per gli esami o per il lavoro, ma anche per trovare il     compagno o la compagna giusta per tutta la vita. In particolare moltissimi     vengono a chiedere aiuto per capire il piano che Dio ha su di loro e     corrispondere al suo disegno.

         Come si diffonde questa devozione 
         La devozione a san Riccardo ha cominciato a diffondersi     in mezzo al popolo di Cl in particolare attraverso le parole di monsignor     Giussani. Ma la devozione al nostro santo si espande sempre di più,     anche oltre  i confini di Cl, soprattutto con il passaparola.     C’è stata poi anche la trasmissione televisiva     “Miracoli” in cui è stato presentato san Riccardo. Dopo     la trasmissione sono arrivate centinaia di telefonate e lettere per     chiedere notizie e immagini del santo. Piero Vigorelli, autore della     trasmissione, ha pubblicato anche il libro Miracoli, attualmente distribuito in edizione economica, in cui     è segnalato anche il mio numero di telefono: non passa settimana che     non riceva telefonate da gente di tutta Italia con richieste di     informazioni. Attualmente abbiamo anche un sito internet, in cui ci sono le     preghiere in varie lingue e le notizie di ciò che avviene qui a     Trivolzio. Speriamo di poterlo migliorare sempre di più.

Il centro di accoglienza nei pressi </p><br />
<p>della parrocchia di Trivolzio ed alcune immagini di san Riccardo

Il centro di accoglienza nei pressi della parrocchia di Trivolzio ed alcune immagini di san Riccardo

        

Senza nostro merito 

         Tutto quello che è successo dal febbraio 1995     non è avvenuto per un piano prestabilito o per un nostro disegno: da     parte mia c’è stato solo l’impegno di dire di sì     coll’accettare e favorire quello che il Signore ci indicava. Tutto     è nato spontaneamente.  
         All’inizio la gente di Trivolzio si è     trovata anche sconcertata: non aveva più quel posto che da sempre     prima occupava in chiesa. Ma poi ha accettato i pellegrini. Io ho cercato     di capire il piano di Dio e di accettarlo e favorirlo e questa nostra     chiesa è diventata la “casa” di tutti quelli che vengono     a cercare un aiuto, un sostegno, una grazia da san Riccardo. 
         Nessuno ha cercato di approfittare del flusso della     gente, c’è solo uno – non di Trivolzio – che in     alcune domeniche viene a vendere il miele. Mi sono trovato, io che mi     sentivo più a mio agio in oratorio, a far nascere, a creare un     santuario con tutto quello che comporta: oggetti, immagini, ricordi… La     gente chiedeva qualche cosa per sentire vicino il santo.  
         All’inizio qualcuno aveva pronosticato che il     tutto non sarebbe durato più di sei mesi. Dal febbraio 1995 sono     passati dieci anni e siamo ancora qui, anzi stiamo per realizzare un Centro     di spiritualità attorno a san Riccardo. Per me è stato     bellissimo conoscere sempre di più e meglio san Riccardo, leggendo     le sue lettere e le testimonianze di chi lo ha conosciuto. È il     santo della quotidianità: fare tutto ogni giorno con amore e mettere     Dio, che per lui era “tutto”, al centro della vita. In questi     anni ho capito che bisogna lasciar fare al Signore, affidarsi a lui. I suoi     tempi e modi sono imprevedibili e non sono come pensiamo e vorremmo noi. 

         Un santo popolare 

         Nella Chiesa ci sono tantissimi santi, ma alcuni sono     più conosciuti e invocati dalla gente come sant’Antonio, santa     Rita, padre Pio. Anche san Riccardo sta diventando un santo sempre     più conosciuto e popolare. Colpisce la sua normalità: un     medico della mutua, diremmo oggi, che è stato in mezzo alla gente,     vivendo una vita normale, ma nell’amore («fare tutto, anche le     piccole cose, con amore grande»), un amore costante e quotidiano che     diventa eroico. Colpisce come Riccardo riesca a entrare nell’animo     dei giovani che lo sentono uno di loro. A lui chiedono aiuto nei vari     momenti della loro vita: studio, lavoro, problemi sentimentali e, in     futuro, per la vita familiare. San Riccardo ha vissuto in mezzo ai giovani     e ha cercato di trasmettere loro entusiasmo e amore per Cristo Gesù.     Colpisce anche l’entusiasmo con cui i bambini vengono a baciare la     sua reliquia e come le famiglie lo invocano come medico dei corpi e delle     anime.

Il campanile e il timpano della chiesa di<br /><br />
Trivolzio
Il campanile e il timpano della chiesa di Trivolzio

Come si prega san Riccardo qui nella chiesa di  Trivolzio 

Qui da san Riccardo non si fanno funzioni particolari.     Si cerca di vivere bene la liturgia, in modo particolare la santa messa,      e al termine della messa, il sabato sera e la domenica,     c’è il bacio alla reliquia del santo. Questo bacio (chi non     desidera baciare, ma normalmente lo fanno tutti, può anche solo     toccare la reliquia), vuole essere un segno di vicinanza, come la gente in     Palestina toccava le vesti a Gesù, vuole essere un atto     d’amore verso un amico cui chiediamo aiuto. E poi cerchiamo di     favorire le confessioni. Chi viene a chiedere una grazia capisce che san     Riccardo, perché lo ascolti, vuole che sia in amicizia con il     Signore e questo avviene solo se siamo in grazia di Dio. Ed ecco allora che     arriva gente che da dieci, venti, o anche cinquant’anni, non si era     più confessata e che sente il bisogno di avere la grazia di Dio nel     cuore. Durante tutte le sante messe diciamo una preghiera per tutte le     intenzioni di quelli che vengono a chiedere aiuto a san Riccardo. Alla     domenica, alle ore 16.00, celebriamo la santa messa per le intenzioni di     tutti quelli che in settimana sono venuti da san Riccardo ad affidarsi a     lui presentandogli tutte le loro necessità e i loro problemi.

         La piccola Lourdes padana 
         Dio sceglie luoghi dove far sentire in modo particolare     la sua presenza. In questi anni ha voluto scegliere anche la chiesa di     Trivolzio per distribuire, attraverso l’intercessione di san     Riccardo, aiuto e grazie. È lui, il Signore, che ha scelto. Noi abbiamo cercato di non impedire questa sua scelta e di essere accoglienti verso tutti quelli che vengono qui. San Riccardo continui a intercedere presso il Signore e a donarci il suo aiuto e le sue grazie.

(Questa testimonianza è stata scritta nel 2005     dopo la morte di donGiussani  
         avvenuta il 22 febbraio 2005)

1 MAGGIO: SAN RICCARDO PAMPURI

1° MAGGIO 

SAN RICCARDO PAMPURI

Ardore Eucaristico

“Erminio, giovane tra i giovani, non aveva un lessico cattedratico e impersonale. Era chiaro e semplice, aveva la passione e l’entusiasmo tipico di chi parla con il cuore. Luigi Repossi, membro di Azione Cattolica a Mori­mondo, conserva questo ricordo di Pampuri: «Era capa­ce di parlarci di Dio senza farcelo pesare, anzi destando in noi un interesse sconosciuto per queste cose… Dico la verità, certe prediche del parroco mi stancavano, ma il Pampuri sarei rimasto a sentirlo per delle ore; trova­va parole diverse…». In una testimonianza il fratello Ferdinando conferma che quando mancava il parroco, Erminio si sostituiva a lui in ciò che poteva”.

Mons. GIUSEPPE GORNATI, Canonico del Duomo di Milano e primo biografo del Santo, dopo aver raccolto le numerose testimonianze dei suoi contemporanei ancora viventi, così ha descrive l’ARDORE EUCARISTICO del Dott. Erminio-Fra Riccardo Pampuri in un capitolo del libro:

“Si è notato come, specialmente negli uomini, la SS. Eucaristia sia la conservatrice più efficace della fede e dell’umiltà. Nel brindisi fattogli in occasione della laurea in medicina e chirurgia, il Pampuri venne definito “l’anima eucaristica”. Ed era comunemente riconosciuto come “lo studente assiduo alla Mensa eucaristica” (p. Paolo Sevesi)

La cosa non costituiva una novità e non terminò col chiudersi del periodo degli studi. La sua pietà eucaristica rimase immutabile anche in mezzo alle molteplici occupazioni della condotta medica.

Fu un privilegiato per l’esempio di casa, dove crebbe alla scuola della pietà eucaristica.

Carolina, la vecchia domestia, fu sino all’ultimo devotissima all’Eucaristia e fedele alla S. Comunione. Quelli di casa avevano notato come, ormai più che ottantenne e piena di acciacchi e disturbi al cuore, le mancasse  alla mattina il respiro e dovesse aiutarsi con qualche medicinale. Ma quando sapeva che alla frazione di Torrino sarebbe giunto dalla parrocchia il sacerdote, rimaneva digiuna, diventando per il desiderio di potersi accostare alla S. Comunione, anche ad ora tarda, padrona del suo respiro affannoso e del cuore debole.

Tutte le mattine il Nostro, da piccolo, trotterellava a fianco dello zio che si recava a Trovo durante la settimana ed a Trivolzio nelle domeniche.

Giunse poi anche per il nipote il giorno felice della Prima S. Comunione, ricevuta nella domenica di Passione.

Fattosi grandicello, s’accostavano insieme alla medesima Mensa: il piccolo portando l’innocenza nel cuore, lo zio la pietà dell’uomo provato dalla vita. Perfino il marmo della tomba Campari ricorda ai visitatori la prerogativa del dottor Carlo: “Fede – Carità – Eucaristia – lo fecero servo fedele del Signore”

Se l’esempio dello zio poté facilitare al giovanetto la frequenza alla SS. Eucaristia, fu però la piena comprensione  di questo dono inestimabile che lo decise a rimanere fedele.

La sua pietà eucaristica non fu mera abitudine, bensì tesoro consapevolmente conquistatao e divenuto in lui un’ineluttabile esigenza dell’anima.

Che fosse talmente fedele accanto allo zio medico, da giovane, e nell’ambiente del Collegio, non può stupire eccessivamente. Era, in fondo, un temperamento calmo, niente affatto emotivo. E’ sommamente ammirevole e degno di grande lode che abbia saputo farne un “Pane quotidiano” quando umanamente poteva essere una devozione difficilissima per la sua professione ed uno specchio di coerenza in un mondo tanto pericoloso. E’ soprattutto come medico che va studiato ed ammirato nella sua fame eucaristica.

Nelle giornate ordinarie era puntualissimo tutte le mattine a recarsi in chiesa molto per tempo come i buoni dovevano fare in un paese agricolo, cioè prima che si iniziasse il lavoro dei campi. Si metteva al primo posto che entrando trovava libero sulle panche; non badava a rispetto umano e si affiancava agli uomini (non molti nel corso della settimana) i quali lasciavano riguardosamente libero un posto per lui nell’ampia basilica.

Essi sapevano che durante la notte aveva dovuto interrompere il riposo perché chiamato d’urgenza presso infermi; con tutto ciò, riusciva ad essere sempre il primo a varcare la soglia del tempio, quando il dovere professionale non l’aveva chiamato altrove.

Lo stesso parroco, il quale amava quel giovane medico e molto volentieri lo vedeva in chiesa al mattino – spesso l’unico uomo presente alla Santa Messa – doveva raccomandargli prudenza per la salute delicata, in considerazione del riposo notturno frequentemente interrotto o addiritura mancato.

Aveva imparato dallo zio fermarsi nei giorni feriali agli ultimi posti della chiesa di Trovo. Il dottor Carlo s’inginocchiava ai fianchi della piccola balaustra d’un altare laterale posto all’entrata a destra dela porticina. Il nipote, invece, sul nudo terreno accanto allo zio o nel primo banco, grossolano e tarlato appoggiato alla prima lesena a destra. Conservò dovunque questa abitudine, specialmente nella chiesa di Morimondo. Il costume di rimanere agli ultimi posti o nei cantucci oscuri era da lui praticato per potersi conservare maggiormente raccolto.

Alla domenica e nelle grandi occasioni per i giovani della parrocchia e della zona circostante, metteva da parte tale preferenza e sapeva essere uno dei primi per guidarli. Era lui che a voce alta recitava la preparazione ed il ringraziamento per l’assistenza al S. Sacrifico. Stava in mezzo ai giovani  e di solito, senza leggere, quanto diceva era improvvisato riuscendo al momento così facile nel pensiero e caldo negli affetti verso Gesù Sacramentato. Tanto, variato nelle sue preghiere eucaristiche che veniva seguito anche dagli altri fedeli presenti, i quali erano ammirati della spontaneità, fecondità ed unzione del “dottorino”.

 

Se a quelle sante Comunioni generali fosse stato presente non soltanto un nucleo di giovani contadini ed operai, ma qualche elemento ben versato in cultura religiosa, avrebbe potuto raccogliere e tramandarci una raccolta preziosa di pensieri eucaristici per la gioventù.

 

La pia pratica era seguita devotamente in chiesa da tutti, diventata ormai una cara abitudine. Lo sttesso Pampuri non alveva alcuna idea ambiziosa al riguardo, poiché trovva giustissimo l’aiutare e render più solenni e fruttuose le sante comunioni, essendo il parroco l’unico sacerdote in parrocchia e trovandosi all’altare per la celebrazione della Messa.

Seguiva il metodo praticato dai Gesuiti con gli esercitandi operai; assistendo i suoi giovani e partecipando ai convegni di Triuggio, li accompagnava per incarico di qualche padre durante la santa Comunione di chiusura del corso. Intonava e sosteneva, per quanto la sua pocca voce glielo permetteva, quella invocazione che s’è poi diffusa nelle manifestazioni eucaristiche parrocchiale ed è tutt’ora rimasta tanto cara a i fedeli: “In quell’Ostia conacrata”.

[Ho voluto di proposito riportare per intero questo Inno Eucaristico della fede e pietà popolare. I nostri nonni e genitori sono cresciuti in un simile contesto ed utilizando il medesimo linguaggio, solo apparentemente dei semplici ma di vasta profondità teologica. Vorrei evidenziare che vi è stata una foritura di santi, giunti perfino alla gloria degli altari, che si faticherebbe non poco a volerne stilare l’eleco. Un ammonimento per il nostro tempo, dove fortunatamente non mancano donne e uomini che vivono di Eucaristia, pur nel frastuono  dei nostri giorni e lontano dall’occhio indiscreto delle telecamere].

In quell’Ostia consacrata
sei presente, o Gesù mio,
vero uomo e vero Dio,
nostro amabil Salvator.

O mio sommo, unico bene,
dono a te tutto il mio cuore:
tu l’accetta, e, per tuo amore,
il mio prossimo amerò.

Delle tante, e tante colpe,
il mio cuore, o Dio, si pente,
e propone fermamente
di mai più, mai più peccar.
E propone fermamente
di mai più, mai più peccar.

O Gesù, Figliuol di Dio,
umilmente io qui ti adoro:
sei mia vita, mio tesoro,
e sarai mio premio in ciel.

Sovra me, sovra i miei cari,
sovra i miei benefattori,
Gesù, spargi i tuoi favori,
e ci unisci in ciel con te.

Da te spero, o Gesù caro,
perché sei bontà infinita,
il tuo aiuto in questa vita,
e l’eterna gloria in ciel.

O Signore, dell’alma mia,
che in quest’oggi – o me beato! –
tutto a me ti sei donato,
io mi dono tutto a te.

Era in grado estremo ordinato. Il medico di una condotta, che comprende diversi comuni, deve avere un determinato turno. Non mancano le sorprese di tempo, di chiamate a distanze non lievi, e soprattutto l’incompatibilità d’orario fra i doveri professionali e quello delle pratiche giornaliere di pietà eucaristica, dipendenti dal ministero sacerdotale, cioè della S. Messa e Comunione. Le visite mattutine agli ammalati si estendevano nel territorio di tre parrocchie. Ma egli seppe distribuiere gli impegni della professione in modo da non essere mai privo della gioia eucaristica del mattino. Per non mancare a tale dovere, s’era fatto un prontuario di orari in modo che se fosse stato chiamato dagli ammalati verso il mattinoin paese lontano, sapeva a quale ora poteva ascoltare la Messa e trovare il sacerdote per la Comunione.

Era anche al corrente delle occupazioni settimanali o straordinarie dei parroci della sua condotta, registrate sopra una specie di piano topografico. Da parte sua stava sempre digiuno, anche ad ora tarda, e con salute non sempre buona. Ma la fame del Pane eucaristico gli dava un desiderio tale da vincere ogni stanchezza: in tanti anni e con impegni molto complessi per orari e per luoghi, mai omise la S. Comunione quotidiana, e soltanto poche volte non potè assistere alla Messa nei diversi paesi dov’era stato chiamato dal dovere.

Era anche al corrente delle occupazioni settimanali o straordinarie dei parroci della sua condotta, registrate sopra una specie di piano topografico. Da parte sua stava sempre digiuno, anche ad ora tarda, e con salute non sempre buona. Ma la fame del Pane eucaristico gli dava un desiderio tale da vincere ogni stanchezza: in tanti anni e con impegni molto complessi per orari e per luoghi, mai omise la S. Comunione quotidiana, e soltanto poche volte non potè assistere alla Messa nei diversi paesi dov’era stato chiamato dal dovere.

La sua pietà eucaristica era totale o completa com’è voluta dalla Chiesa. Non come nelle grandi città, dove riveste forma soggettiva di gusti personali o anche di comodi spirituali, separando la Comunione dalla Mesa per il sacrificio di levarsi presto al mattino.

La Messa al centro della sua partecpazione giornaliera; la S.Comunione per quanto posibile non disgiunta dal suo vero posto, cioè dal S:Sacrificio; la visita al SS.Sacramento come continuazione e convegno fra amici. Le due forme di partecipazione non dipendevano sempre dalle sue possibilità nell’orario e nella durata, ma la visita, o meglio le visite dipendevano dal suo buon volere, non richiedendo questa devotissima pratica né sacerdoti né tempo fisso, ma solo amore al S. Tabernacolo e chiesa aperta. Per l’indipendenza e facilità, essa esercitava su di lui una speciale attrativa e costituiva un momento straordinario nella sua giornata.

Né si può dire che la “visita” fosse qualche cosa di separato, terminata la quale si era compiuto uno, se non l’ultimo dovere esterno verso l’Eucaristia. Pel Pampuri invece, oltre ad essere un prolungamento della mattinata eucaristica, voleva dire riallacciarsi, ritrarsi, dopo una parentesi imposta dal dovere della professione, in una delle tre chiese parrocchiali che incontrava di passaggio o di ritorno dal lavoro.

Abbazia di Morimondo- Sul lato destro la casa dove il Dott. Erminio Pampuri aveva anche l’ambulatorio.

La targa dell’ambulatorio medico

Naturalmente la chiesa preferita, perché a due passi dall’abitazione, era quella di Morimondo, vi s’appoggiava un lato della sua casa. La preferenza era spiegabile in lui, così perfetto nelle cose di Dio e generoso nella pietà. Se aveva un breve respiro di tempo dalle occupazioni o fra l’una e l’altra visita agli infermi, si recava in chiesa, tanto che non si poteva dire quale orario avessero le sue devozioni eucaristiche. Veniva quasi invitato ad entrarvi perché uscendo o rientrando dall’abitazione doveva passarvi davanti.

Tale attrattiva particolare per la chiesa era così nota che serviva alle persone come punto di riferimento per trovarlo nei casi urgenti pomeridiani. Tornando dal giro degl’infermi nei cascinali vicini, lasciava, appoggiata al gradino inferiore, la bicicletta, ponendo sul manubrio cappello e guanti. Il custode del vicino palazzo comunale e suo uomo di casa, passava a ritirare la bicicletta non per il pericolo di furto – chi avrebbe osato commettere tale atto verso il dottore? – ma per evitare che i ragazzi la facessero cadere o la guastassero.

Più spesso doveva servirsi del cavallo perché gli zii di Torrino vigilavano a che non si stancasse. Il cavallo, ormai pratico delle soste obbligate, aveva preso l’abitudine di fermarsi per conto suo davanti alla chiesa. Il guidatore scendeva e si ritirava nel tempio. La pazienza del quadrupede però non durava molto; passo passo s’allontanava dalla gradinata, rientrando da solo nel cortile della casa, dove gli uomini gli toglievano i “finimenti” e lo conducevano nella stalla.

Quell’operazione quotidiana, per la sorella era il segnale che poteva preparare la modesta mensa. L’approntava aspettando ancora a lungo, ma il fratello non compariva mai; finché, stanca di attendere, alle volte lo richiamava fuori della chiesa.

Godeva d’una calma imperturbabile. La devozione eucaristica non conosceva in lui esplosioni sentimentali, cosa opposta al suo temperamento. Fedelisimo in questa bella pratica, mai aveva fretta davanti al Tabernacolo.

L’Eucaristia costituiva il centro della sua attività interiore, cui tutto indirizzava. Quante lunghe ore trascorreva quotidianamente in chiesa? Di quante preghiere non le riempiva? E dove aveva attinto quella resistenza fisica che lo faceva stare in ginocchio, senza appoggiarsi in alcun modo, pur essendo di salute tanto delicata?

Potremo godere, come in uno specchio limpido, il suo sorriso angelico, e indovinare quanto gli passava nell’animo attraverso lo zelo della vita e la franchezza della parola. Mai tuttavia potremo conoscere quali misteriosi colloqui con Dio abbiano reso sempre più pura la sua esistenza ed incantevole la sua fisionomia. Il segreto eucaristico gli rimase sepolto nel cuore.

Nella pratica eucaristica mai volle apparire un devoto d’eccezione, di genere aristocratico. In ginocchio, e proprio in tale devoto contegno, fu colpito in pieno dalla grazia. Ma nelle condizioni ordinarie della giornata, per quanto dipendesse da lui, la sua passione eucaristica era comune nel luogo e nell’ambiene. Trattandosi del culto verso l’Eucaristia, diventava il “servo”. S’additava a qualsiasi ufficio: preparare, per esempio, i giovani alla Comunione generale, far loro premura per la terza domenica del mese, sorreggere il baldacchino, preparare torce, distribuire candele, chiamare i giovani incaricati o addiritura sostituirli, portare in chiesa i distintivi e consegnarli ai presenti.

“Il parroco non voleva che il dottore del paese si prestasse a tutte quelle umili parti e l’invitava a desistere. Docile al superiore, lasciava poi fare a qualche giovanotto chiamato dal parroco steso fra i presenti, ma da parte sua era sempre attento e pronto a tutto perché il servizio fosse completo, seguendo il baldacchino con la torcia in mano” (Sig. Mario Bologna).

Il sistema da lui prescelto era di tenersi nascosto quando compiva le sue devozioni di ringraziamento dopo la Comunione o le visite al SS. Sacramento. A Trovo, ai lati dell’altare si trovava una specie di coretto, chiamato “la scuola dei piccoli” e separato dal presbiterio mediante una grata di legno. Il quel cantuccio, sia da giovinetto in vacanza che da universitario, si poneva per le sue adorazioni.

Quando il giovane medico si recava in qualche pomeriggio a visitare gli zii, compiuti appena i doverosi convenevoli, si ritirava dietro l’altare della chiesa, in un piccolo coro da dove non era visto dai fedeli. Si soffermava a lungo, fintanto che gli zii mandassero a chiamarlo, essendo ormai l’ora del ritorno al lontano Morimondo.

“Dopo giornate faticose, veniva da noi giovani osservato in ginocchio, calmo, che pregava sottovoce. In chiesa lo si vedeva su di una panca con raccolto contegno e col capo fra le mani di tanto in tanto. I fedeli, ed anche noi giovani che lo abbiamo seguito per tanti anni, non l’abbiamo mai visto seduto, ad eccezione del tempo durante la predica” (sig. Mario Bologna”.


Il “dottorino” tra la sua gente dopo la Consacrazione Religiosa

Era d’una somma coerenza. Sempre ed ovunque rese onore alla S. Comnione, ricevuta quotidianamente. Nobile nell’animo, cercò d’armonizzare la vita esterna con l ‘Eucaristia, della quale tutti lo riconoscevano devotissimo.

Gli stessi studenti universitari, attenti osservatori di quei compagni che si distinguono per sentimento e pratica di pietà, nulla mai trovarono a dire sul suo conto, scorgendolo completo nella vita religiosa.

Le buone popolazioni campagnole, così facili ad entusiasmarsi, ma altrettanto pronte a rinfacciare la frequenza alla Mensa Eucaristica, se non siano accontentate, non ebbero mai a pronunciare un apprezzamento men che ammirativo circa il loro medico condotto.

Se non avesse avuto mente e cuore perennemente tesi verso il santo Tabernacolo, non avrebbe potuto passare in mezzo a tante categorie di persone diverse per qualità e levatura d’ingegno ed attirarle al bene, come fece senza alcuna eccezione. Né costoro avrebbero compreso, ed anche seguito, l’esempio autorevole del “dottorino”, se questi fosse stato meno trasformato dalla S. Eucaristia, e i giovani avessero notato solo il biglietto unilaterale e non il cristiano perfetto, trasformato dal Sacramento dell’amore.

Partecipò al Congresso Eucaristico internazionale tenuto a Genova nel settembre 1923. Aveva portato seco una circolare a stampa per i medici di condotta sul rovescio della quale, con calligrafia ben chiara, scrisse:

“O mio Gesù! Mi hai chiamato a Genova credente, fammi ritornare apostolo: amarti e farti amare!”.

Ecco svelata la sorgente della sua attività nel bene: l’Eucaristia.

Veramente fine e indovinata l’iscrizione fatta sull’immagine-ricordo distribuita a Brescia dopo la morte di lui, in cui si dice che “fu breve ma operosa la sua giornata” e che “ebbe spirito magnanimo in corpo delicato”. Non poteva, in tanto elogio, mancare il punto più bello e meglio scolpito: “Dovunque passò diede prova di quanto possa il cuore umano quando è trabboccante di amor divino, attinto ed alimentato nelle lunghe veglie eucaristiche”.

Basterebbe questa conclusone per illuminare tutta la grandezza di un’esistenza così ammirevole.

( DA “CAMICE E TONACA”  DI GIUSEPPE GORNATI – FBF-MILANO)

Nella sua chiesa di Trivolzio (PV) dove è venerato il corpo rimasto intatto.

ERMINIO PAMPURI E LA PROPOSTA DI MATRIMONIO – LETTERA APERTA ALLA SIGNORINA LUCIA…– Angelo Nocent

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Per chi non lo sapesse, il Dr. Erminio Pampuri, proprio mentre era medico condotto a Morimondo, ricevette una proposta di matrimonio. Gli arrivò indirettamente, attraverso la mediazione di Luigina Peretti, un’amica che faceva parte dell’Azione Cattolica come lui e che da un’amica aveva ricevuto questa incombenza. La ragazza in questione, secondo le indiscrezioni della stessa Peretti, era la figlia del Direttore Generale dell’Ospedale “Cantù” di Abbiate grasso, dove spesso il Pampuri si recava per accompagnarvi i suoi malati. Infermiera in questo ospedale, ottima ragazza, buon partito, fervente cattolica, lo aveva adocchiato, squadrato, studiato, incrociato per farsi notare. Invano. Poi finalmente la decisione di chiedere formalmente la sua mano.

Che fine abbia fatto questa lettera nessuno lo può sapere. Magari è finita sul fuoco. La replica invece è stata rinvenuta ed appartiene all’epistolario,cui farò riferimento in seguito.

Abbiategrasso

Erminio declinò l’invito con parole molto garbate e affettuose. Naturalmente, dal suo punto di vista. Epperò non sono piaciute né alla destinataria, né all’ambasciatrice che tanto ci contava, né, forse, a nessun altro che abbia avuto modo di leggerle. Ho provato a mettermi nei panni delle due ragazze: delusione totale. Per un motivo o per l’altro, quel suo argomentare è rimasto sul gozzo un po’ a tutti. Avrebbe potuto spiegarsi meglio, che ne so, usare una strategia diversa. Ma non l’ha fatto per le sue buone ragioni che ho cercato di indovinare. Vorrà dire che, se mi fossi sbagliato, avrò un peccato in più da farmi perdonare, quello di presunzione.

La mia decisione di scrivere all’interessata, è nata dopo ponderata riflessione. Vedevo da un lato una ragazza profondamente amareggiata e dall’altra un ragazzo molto sulle sue ma che mi sembrava di capire e anche di poter giustificare un poco. Così ho stilato le mie impressioni, nella speranza che aiutino a evidenziare aspetti a prima vista non emergenti. D’altra parte, i santi sono santi e son fatti a loro modo. Dunque, meritevoli anch’essi di pazienza e comprensione. Percorrendo la strada statale tra Vigevano e Milano, con una deviazione a pochi chilometri, arriviamo all’Abbazia di Morimondo, edificata dai monaci seguaci di San Bernardo, appartenenti all’ordine dei cisyercensi, nel XII secolo. La sua costruzione attraversò vicissitudini non indifferenti: controversa, sospesa, ed in fine saccheggiata, in pratica durò più di cento anni. Il risultato finale, nonostante tutto, fu comunque ammirevole. Lo stile gotico-borgognone dell’Abbazia  è uno dei migliori esempi di architettura cistercense. Qui il Dr. Pampuri risiedeva dopo il concorso di medico condotto.

Ma veniamo alla lettera.

“Cara la mia ragazza sognatrice,

non conosco il tuo nome e perciò da questo momento ti chiamerò Lucia, come la promessa sposa di manzoniana memoria.

Da indiscrezioni, sfuggite proprio dalla bocca della tua ambasciatrice Luigina Peretti, siamo venuti a sapere che tu eri la figlia del Direttore Generale dell’Ospedale di Cantù, dove spesso il Dr. Erminio Pampuri si recava per accompagnare i suoi malati. Non so com’è nato il tuo interesse per questo ragazzo. So invece che ti eri così follemente invaghita di lui che ad un certo momento, non trovando corrispondenza d’amorosi sensi ed in difficoltà anche per un approccio diretto, ti sei vista costretta ad affidare alla tua amica l’incarico di fargli pervenire una seria proposta matrimoniale.

Ho sotto gl’occhi la lettera di risposta che non so quante volte ho riletto, nel tentativo di farmene una ragione. Eccola:

«Stim.ma Sig.ra Peretti Luigina, La ringrazio di cuore del suo atto di grande bontà, mentre devo riconoscere più che mai la mia grande nullità, poiché essa non si vede mai così bene come quando ci si trova oggetto di immeritata stima. Non posso però accogliere la sua tanto onorevo­le e lusinghiera proposta, poiché non sentendomi chiama­to allo stato matrimoniale, vi ho rinunciato definitivamen­te. A questo mi sono sentito confortare (…). Non deve perciò angustiarsi di questa mia risposta, quella buona giovane da lei accennata, poiché se il Signore che tutto dispone in numero, peso e misura per la maggior gloria sua, ed il nostro massimo bene, se il Signore vorrà proprio chiamarla allo stato matrimoniale, non mancherà di mandarle un più degno e santo sposo, come gia mandò a Sara il figliolo del Santo Tobia […]».

Non so com’è finita la tua storia. Spero serenamente, come quella di Sara. Però, che mazzata! Un duro colpo inferto con grande cortesia e tanto di citazioni bibliche.

Non è difficile immaginare che tu, pur con opportunità diverse in ambito ospedaliero, sia rimasta colpita ed affascinata da questo saltuario visitatore di cui, probabilmente ti ha parlato assai bene lo stesso tuo padre. E’ che il suo modo di fare il medico era ormai sulla bocca di tutti. La stima e la venerazione avevano già varcato i ristretti confini della sua condotta, al punto da sollevare una non celata irritazione nei colleghi.

Guardando le foto che ci sono rimaste, non è difficile indovinare che t’incantavano i suoi puri e dolci occhi rimasti bambini, innocenti, in quel pallido viso. Ti attraeva quello sguardo buono, intelligente ma anche riservato e misterioso, tipico di chi cela nell’anima recondite armonie.

Sempre ordinato nel vestire, elegante nel portamento, si vedeva che dedicava molta attenzione ai baffetti, coltivati con un po’ di civetteria per darsi il tono più che di persona colta, di uomo maturo, consapevole di essere tradito da un fisico esile e da un viso dolce, fresco e sereno di bravo ragazzo. E forse per questo ancor più ti piaceva.

Non sapremo mai che cosa hai provato nel leggerla quando la Luigina è corsa a portarti la risposta. Certamente una profonda delusione pari alle attese del tuo cuore che da tempo aveva iniziato a sognare e patire per quel bel ragazzo, così diverso da tutti.

Lucia, so che ti sei soffermata a lungo allo specchio a guardare i tuoi occhi lucidi di pianto e a cercare sul volto i motivi del fermo rifiuto. Ti vedevi attraente, carina, che cosa mai non andava? E poi eri stata oggetto di altre attenzioni, marcate, insistenti, perfino di sguardi talvolta lascivi. E allora perché quel rifiuto?

Dio sa quanto hai pensato, penato, riflettuto, tramato, prima di prendere l’ardita decisione di comunicargli molto apertamente i tuoi propositi. Lo incontravi, lo vedevi, hai cercato anche di farti notare, ma lui, niente. Un assente, un ragazzo lontano, distante dai sogni gioiosi dell’amore, dalle complicità che sa creare, dalle provocazioni più ardite. Niente. E dire che stavi bene di famiglia, eri iscritta anche tu come lui all’Azione Cattolica, condividevi gli stessi ideali cristiani…

Tuo padre ne avrà certamente parlato tanto e bene a tua madre che, forse, ti ha suggerito le modalità dell’approccio, convinta che quella sarebbe stata la persona giusta al tuo fianco. Solo Dio sa la delusione provata quando le avete messo sotto gl’occhi la sua risposta. Anche lei, come te, è sbiancata, rimasta di sasso. Lei così prodiga di parole e consigli, ha improvvisamente perso la favella, limitandosi a soffrire con te, ad annaspare nel buio. Poi la folgorazione: “Tesoro mio, dimentichiamo…quello lì si farà prete, vedrai! Quello li si farà prete, lascialo perdere….” E giù una lacrima e un nodo in gola.

Parole sante ma anche parole inutili le sue. Non digerivi quel tono indisponente, quel “mandare a dire” a una sua timida,coetanea , sincera spasimante… Ti martellavano e ti ferivano a morte quelle pesanti e definitive parole:

…non posso però accogliere la sua tanto onorevole e lusinghiera proposta poiché, non sentendomi chiamato allo stato matrimoniale, vi ho rinunciato definitivamenteNon deve perciò angustiarsi di questa mia risposta, quella buona giovane da lei accennata…”

Che rabbia! Nemmeno nomina il tuo nome. Si limita ad apostrofarti così: “quella buona giovane da lei accennata”.

Dimmi la verità, cos’hai pensato? Posso indovinarlo. Tra un singhiozzo e l’altro ti dicevi: “Va bene tutto, ma proprio tanta formale cortesia?…Gli costava davvero cercarmi, dirmi in faccia le sue intenzioni?” E giù a sfogare anche tu, come tua madre, la grande delusione!

Non so come saresti stata giudicata se si fosse venuto a sapere della tua iniziativa di proporti in sposa, di chiedere tu, di offrirti, ruolo fortemente riservato all’uomo, “cacciatore” per definizione. Forse sarebbero volati giudizi pesanti sulla tua onorabilità; o avrebbero detto che lo facevi per interesse, per il rango di appartenenza alla categoria dei possidenti, ecc. Fortunatamente di questa mancata relazione abbiamo saputo solo ora e noi siamo benevoli nei giudizi e comprensivi. Anzi, scusami se mi sono permesso di mettere il naso in cose riservate. E’ che leggendo quella risposta ci sono rimasto male anch’io: “…non posso però accogliere la sua tanto onorevole e lusinghiera proposta perché, non sentendomi chiamato allo stato matrimoniale, vi ho rinunciato definitivamente”.

Occorreva proprio usare questo tono, tagliare corto così? Temeva di restare invischiato in questa storia? Lui, talmente cristiano e sensibile, non poteva darti ragione della sua fede, aiutarti ad accettare un diverso destino che avrebbe potuto invocare gioiosamente da Dio, visto che era tanto in confidenza con Lui?

Invece niente. Solo un bel no alla “ onorevole e lusinghiera proposta “.

Un momento. Ho capito bene? Prendi nota: “ lu-sin-ghie-ra proposta “ E ancora: “…Non deve perciò angustiarsi di questa mia risposta, quella buona giovane da lei accennata…”.

Ma ti rendi conto, Lucia? Abbiamo trovato la chiave per superare quell’ assurda fissazione che ti distrugge e ti fa detestare ai tuoi stessi occhi. Ora puoi tornare allo specchio disinvolta, senza complessi e lasciarlo parlare. Corri ad ascoltare la sua sincera e infallibile voce: ”Càspita, ragazza mia, sei proprio bella! Che amore quel viso dolce di madonna, con quelle guance di porcellana e labbra di rosa vellutata…e quei begl’occhi accattivanti… Ma perché piangi? Non credi forse al mio verdetto? Non stare in ansia, per favore. Fra qualche tempo mi darai ragione”.

Ragazza cara, stammi a sentire: sai come la vede questo vecchio che ti scrive?

Erminio deve aver letto e riletto attentamente la tua lettera, non senza soddisfazione e compiacimento. Un uomo, oggetto di attenzioni femminili, non è mai insensibile, anzi! Le tue parole lo hanno colpito, sono entrate nell’anima. Per lui è un’improvvisa provocazione che genera un tumulto interiore. C’è il cuore che batte e Dio che se ne sta discretamente in disparte.

Senza che tu te ne sia resa conto, hai fatto un ottimo servizio proprio a Lui che aveva bisogno di chiedere ad Erminio di fare una scelta importante, ma nel massimo della libertà. Mi spiego. Uno che si consacra a Dio è persona generosa, appassionata, che ama, che sente pullulare nelle vene il richiamo della paternità o maternità, il desiderio di “conoscere” un uomo, una donna, di realizzarsi nella sua complementarietà, perché questo è il disegno del Creatore che ci ha voluti maschio e femmina.

Sono sicuro che la tua lettera ha ridestato in lui il sentimento dell’amore coniugale, della paternità; ha immaginato per un attimo il meraviglioso mondo dei bambini, di bambini suoi che girano per casa, che lo tirano e coinvolgono nei loro giochi. Ha ripensato alla sua fanciullezza, alla mamma, sbiadita nel ricordo, al papà offuscato nella memoria, all’affetto dei suoi genitori, immaginato e rimpianto nel segreto del cuore, sostituito da quello degli zii, di un sapore naturalmente diverso. Per un attimo sono riaffiorati in lui sia questo tragico momento sia il tersissimo cielo che gli fabbrica la fantasia mentre attraversa la campagna in calesse per le visite ai malati. I sapori sono di favola, di sogno i personaggi che vede nel suggestivo incantesimo.

A sera, quando si corica, esausto più per il turbinio interiore che per la fatica dell’ambulatorio e delle visite a domicilio, pensa e ripensa alla risposta più conveniente da darti. Il sonno è disturbato. Come il ritornello di una canzone, gli tornano in mente le parole evangeliche ruminate a lungo: “…vi sono alcuni che si sono fatti eunuchi per il regno dei cieli: chi può capire, capisca”. E lui capisce che deve reagire per fare la scelta che da tempo ha in animo. Teme che il gioco si faccia più ardito, pericoloso. Sente e non sottovaluta l’amabile forza del tuo fascino con il quale lui, così riservato e pudico ma anche consapevole di possedere un cuore debole e sensibile, non intende misurarsi. Ad un certo momento, decide che bisogna tagliare corto. Occorre una risoluzione decisa, pronta, irreversibile: “Non posso!”.

In vena di confidenze come sono, potrei spiegarti anche come ha pregato quella notte quel bravo ragazzo. Spenta la luce, appoggiato sul fianco, ha cominciato a sussurrare così:

  • Signore che mi scruti e mi conosci, tu lo sai che il mio cuore oggi è rimasto molto turbato da una lettera inaspettata.
  • E’ da una vita che cerco il tuo volto, che pongo in te ogni aspirazione.
  • Cosa vuoi dirmi con questa richiesta, che non sono fatto per salire il tuo santo monte? Lo so che sono richieste mani innocenti e cuore puro e riconosco per primo di non esserne degno, ma Tu lo sai che ti amo (Domine, tu scis quia amo te!).
  • Tu sai anche Signore che la sollecitazione di Lucia mi ha sconvolto.
  • E’ tutto il giorno che mi tornano in mente i suoi occhi che ho avuto modo d’incrociare più d’una volta.
  • E’ bella, dolce, simpatica. Mentirei a me e a te se non ammettessi che mi piace.
  • Ma io ho già scelto di essere solo tuo. Nei miei pensieri ci sei solo Tu perché mi sento rapito dal tuo amabilissimo Cuore, fonte di ogni mia consolazione.
  • Gesù, questa giornata è stata popolata da immagini, voci e ombre.
  • Tu sai che anche nel mio cuore, nelle mie mani c’è fuoco.
  • Indirizza questa energia secondo i tuoi imperscrutabili disegni.
  • Gesù, mia unica gioia, ti chiedo con tutte le forze di essermi vicino quando cammino,
  • di parlarmi quando lavoro,
  • di rivelarmi la tua presenza quando mangio,
  • di rendere sereno il mio sonno
  • e di vegliare il tuo servo perché non si turbi il suo cuore.
  • Domani non so come rispondere a Lucia.
  • Ispirami parole di saggezza e apri i suoi orizzonti.
  • Madonna Santa, stammi vicino. Così sia.

Forse ora, Lucia, ti sarà più facile capire cosa stesse succedendo nel suo cuore. Egli era già stato sedotto da un altro grande Amore. E con Lui tu non potevi competere.

Con il senno di poi, ora che ti sei resa conto di avere avuto un ruolo determinante nella vita del Dr. Erminio Pampuri, devi ringraziare Dio che t’ è andata così. Ma ci pensi? Quel bel giovanotto, senza volerlo, ha suscitato in te calde emozioni, ti ha fatta sognare e perfino osare di chiedergli la mano. Meno male che s’è tirato subito indietro! Ti rendi conto che ti ha evitato di restare vedova a soli trent’anni?

A questo punto, visto il tuo forzato coinvolgimento in questa singolare storia d’amore, è utile che cerchi di spiegarti anche la dimensione profetica della verginità e del celibato. Sono certo che capirai e dal tuo palato scomparirà l’amarezza di questi giorni.

Il Vangelo è molto esplicito: “Vi sono alcuni che non si sposano per il regno dei cieli”. Costoro in realtà non aspettano qualcosa che verrà ma stabiliscono già da ora un rapporto di relazione diverso: si tratta di un’unione anticipata con Cristo, che stabilisce già prima ciò che verrà nell’al di là, dove i resuscitati “non prendono moglie né marito e nessuno può più morire, perché sono uguali agl’angeli”.

La risposta di Gesù agli apostoli che chiedevano spiegazioni è questa: “ Non tutti possono capirlo, ma solo coloro ai quali è stato concesso. Vi sono infatti eunuchi che sono nati così dal ventre della madre; ve ne sono alcuni che sono stati resi eunuchi dagli uomini; e vi sono alcuni che si sono fatti eunuchi per il regno dei cieli: chi può capire, capisca” (Mt 19,10-12).

P.S.

Cara Lucia,

quando ho cominciato a scriverti, non ero stato informato che la lettera del Dr. Pampuri era molto più lunga. Le mie considerazioni non mutano. Ora mi accorgo però che Erminio ha cercato di motivare la sua rinuncia definitiva chiamando in aiuto l’Apostolo Paolo:

“…A questo mi sono sentito confortare anche da quanto dice s. Paolo in una lettera a quelli di Corinto: “Se tu sei libero, dice egli, non ammogliarti”. E ne spiega la ragione poco più innanzi: “Colui che è senza moglie, ha sollecitudine della casa del Signore, del come piacere a Dio. Chi invece è ammogliato, ha sollecitudine delle cose del mondo, del come piacere alla moglie, ed è come diviso”.

Lo stesso dice anche alle figliuole, a riguardo delle quali dice anzi ai genitori nella stessa lettera: “Chi unisce in matrimonio la propria figliuola fa bene, e chi non la lega fa meglio” . Non deve perciò angustiarsi di questa mia risposta, quella buona giovane da Lei accennata, poiché se il Signore che tutto dispone in numero, peso e misura per la maggior gloria sua, ed il nostro massimo bene, se il Signore vorrà proprio chiamarla allo stato matrimoniale, non mancherà di mandarLe un più degno e santo sposo, come già mandò a Sara il figliuolo del santo Tobia.

Che se invece volesse legare più intimamente a Se la di Lei anima buona con una dedizione più completa, e con un sacrificio più generoso della propria vita, in un fecondissimo apostolato di bene, di cui ha tanto bisogno questa nostra povera disgraziata società, ne ringrazi infinitamente il Signore poiché non potrebbe indicarLe via più sicura, per sé e per i propri genitori (dove infatti potremo sentirci più sicuri che in un perfetto e completo abbandono in Dio?), né più atta a soddisfare le nobili e sante aspirazioni di un’anima nobile, poiché dice s. Agostino:” Tu hai creato l’anima nostra per Te, o Signore, e l’animo nostro, il nostro cuore è sempre inquieto finché non riposi in Te”.

La prego quindi, o buona Signorina Luigina, di volermi scusare per la mia risposta negativa, mentre vivamente mi raccomando alle sue orazioni”.

Lucia cara, bella come Erminio ti vedeva, di dentro e di fuori, egli ha provato a invaghirti. Ma per il suo Signore. Tu gli hai proposto una buona opportunità e lui ti ha sfoderato una lusinghiera controproposta: da umile moglie di medico condotto, quale saresti stata, avrebbe voluto fare di te una regina ed introdurti nel talamo nuziale dell’Altissimo. Te ne rendi conto ?

Ho rimarcato di proposito alcuni termini perché tu possa cogliere tutta l’intensità della sua anima così protesa verso altri lidi.

Mia cara Lucia, sono certo che lo Spirito Santo illuminerà la tua mente e ti farà capire quel gesto di Erminio che ti ha soltanto fatto soffrire. In fondo, anche la tua è stata una collaborazione al piano di Dio su di lui. Il risultato della tua disponibilità a metterti in gioco è un dono fatto alla Chiesa universale che oggi onora quel santo che tu, da lontano, hai amato per prima e sofferto con lui il martirio del cuore.

Vorrei dirti un’ultima cosa: il nostro non è un Dio triste, né un Dio che ci vuole tristi. Anzi, è così preoccupato della nostra felicità che ci indica un cammino o ci chiama a realizzare un progetto, grazie al quale condividiamo la Sua stessa gioia, e al di fuori del quale c’è per noi solo inquietudine. Credimi, una parte di questa eredità sarà anche tua. E proprio Erminio si farà per te, Lucia, premuroso procuratore.

SAN RICCARDO PAMPURI: 80° DI CONSACRAZIONE RELIGIOSA

 

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Chiesa di Sant’Orsola in Brescia

Qui  San Riccardo Pampuri ha emesso la professione religiosa con i voti di povertà, castità, obbedienza e ospitalità, il 24 Ottobre 1928.

 

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L’ Ospedale Sant’Orsola  a Brescia,  dove San Riccardo Pampuri ha trascorso il noviziato e il periodo di vita consacrata.

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è in festa con noi

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San Riccardo Pampuri e Santa Teresa di Gesù Bambino - infanzia spirituale

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A nome di tutti: sofferenti, confratelli, collaboratori, benefattori, parenti ed amici, Compagnia…

 

Deo gratias!

Brescia, Noviziato, 6 ottobre 1928

Carissima Sorella,

San Giovanni di Dio aiutato da San Raffaelef-q-angel                                      benché indegnamente, sono stato ammesso alla professione, ed il 24, giorno diSan Raffaele Arcangelo, dovrò fare i voti. Come ben comprendi, ho tanto bisogno delle tue preghiere per poterli presentare al Signore con tanta sincerità, fermezza e generosità da meritarmi da Lui la grazia della fedele osservanza.

Pur non potendo fare assegnamento sulla mia grande miseria, ma solo nellaiuto del Signore, ed anzi, appunto perciò, non mi sento più preoccupato o angustiato dal passo solenne che sto per compiere, poiché mi sembra che Nostro Signore Gesù non potrebbe gradire l’offerta, il dono della mia libertà, se presentata al suo Divin Cuore con animo inquieto e volto ammusonito. Bando dunque alle malinconie  ed andiamo incontro allo Sposo Celeste col cuore riboccante di riconoscenza e di gioia!, non è vero, Sorella carissima?

Mi restano ancora un po’ di giorni e soprattutto i santi Esercizi per prepararmi; prega adunque che abbia da bene aproffittarne, da comprendere sempre meglio il grande dono che il Signore mi fa chiamandomi al suo servizio, sempre meglio penetrare nel mistero della sua illimitata misericordia verso di me, del suo infinito amore, e riscaldare ed infiammare pure  il mio fra le vampe di Divina Carità traboccanti del  Cuore SS. di Gesù Cristo.

In quel giorno felice non dimenticherò certo la mia Suor Longina ed al comune Celeste Sposo domanderò per lei un apioggia abbondantissima delle più elette Sue benedizioni e quella, sopra tutte, della finale perseveranza dopo un continuo  progresso  nella  virtù  ed  aumento  di  meriti.

Gradisci pertanto i più cordiali e fraterni saluti dal tuo

                                                                                                           sempre aff.mo in C. J.

                                                                                                                    Fra Riccardo

San Riccardo Pampuri x

Il medico San Riccardo Pampuri

Cuore di San Riccardo Pampuri

IL CUORE DI SAN RICCARDO (Casa di Riposo Fatebenefratelli – Trivolzio

san riccardo pampuri 02“Quanta miseria… e quanta stoltezza in questo mio povero cuore, e quanta grettezza! Non basta a commuoverlo nemmeno l’amore lnfìnito di un Dio che si fà uomo, bambino, per lui, per cancellare il cumulo delle sue iniquità, a prezzo di tante pene, di tanti tormenti, di tutto il suo Divin Sangue.” (Lettera 23-11-1925 ).

San Riccardo Pampuri nell'urna dopo il restauro in cera

 

SAN RICCARDO PAMPURI – ITINERARIO SPIRITUALE ED EPISTOLARE LETTO CON GLI OCCHI DEL CARD. CARLO MARIA MARTINI – Angelo Nocent

San Riccardo Pampuri: Eccomi !

SAN RICCARDO PAMPURI – ITINERARIO SPIRITUALE ED EPISTOLARE LETTO CON GLI OCCHI DEL CARD. CARLO MARIA MARTINI

Angelo Nocent

PREMESSA

Il Dr. Erminio Pampuri, da poco novizio dei Fatebenefratelli nel Convento-Ospedale di Brescia Sant’ Orsola, col nome di Fra Riccardo, così scriveva l’8 dicembre 1927 al nipote Giovanni che gli comunicava di sentirsi chiamato dal Signore a servirLo nel Sacerdozio:

Quale grande grazia! Essere scelto fra tanti e tanti ad essere sale della terra, luce del mondo, amico intimo di Dio e poter far discendere Gesù stesso sugli altari e la sua grazia, il suo perdono, la sua pace sulle anime,disporre con pieni poteri del tesoro divino dei meriti di N. S. Gesù Cristo, della sua SS. Passione e morte!”.

Riccardo appartiene alla numerosa schiera di coloro che hanno appreso la lezione evangelica delle parabole e di questa in particolare:

  • Voi siete il sale della terra,
  • voi siete la luce del mondo,
  • la vostra luce risplenda,
  • vedano le vostre opere buone”( Mt 5,13-16)

.Anch’ egli si è sentito interpellato direttamente dalle parole del Maestro, pronunciate dopo le Beatitudini.

Il sale della terra, la speranza del mondo, sono coloro che permettono alla terra di non inaridire, di non marcire, perché il coraggio che hanno nel proclamare la fede salva l’umanità.

Riccardo si è posto in una condizione di società alternativa, di persone che di fronte alla società che privilegia il successo, l’effimero, il provvisorio, il denaro, il godimento, la potenza, la vendetta, il conflitto, la guerra. Egli sceglie la pace, il perdono, la misericordia, la gratuità, lo spirito di sacrificio.

Egli ha scelto di vivere le beatitudini ed ha fatto pienamente sue le quattro affermazioni di Gesù e la sua esortazione.

Si tratta di “affermazioni metaforiche, simboliche, non facili da interpretare” , spiega il Card. Martini.

“Ogni simbolo viene svolto in maniera sintatticamente diversa:

La prima metaforaè la più elaborata: “Voi siete il sale della terra” (affermazione in positivo), .”ma se il sale perdesse il sapore, con cosa lo si potrà rendere salato?” (la stessa cosa è detta in negativo).

  • Segue una conclusione che mostra gli effetti disastrosi del sale scipito: “A null’ altro serve che a essere gettato via e calpestato dagli uomini”.

  • Gesù quindi dice: o siete discepoli autentici o siete zero, o siete da buttar via, da disprezzare, siete degli infelici, degli spostati; voi siete il sale della terra, ma se di fatto non lo siete, non siete nulla.”

  • Non solo, poiché il quadro di pensiero che sta dietro sembra essere sapienziale ed il sale era immagine della sapienza, una volta diventato insipido, raffigurava una persona diventata stolta e insipiente

La seconda affermazioneè un’altra metafora, appena accennata, anch’essa straordinaria: “Voi siete la luce del mondo”. È sorprendente, o Signore, [commenta il cardinale] che tu ci chiami luce, perché tu stesso sei la luce, come hai detto: “Io sono la luce del mondo”; tu non hai paura di dire a ciascuno di noi che siamo luce del mondo se viviamo le beatitudini evangeliche!

La terza affermazione cambia completamente. Usa l’immagine della città, esprimendola innegativo: “Non può restare nascosta una città collocata sopra un monte”. A dire: se siete discepoli, siete visti e giudicati da tutti, non potete nascondervi, tirarvi indietro; se accettate la via del discepolato, avete una responsabilità pubblica che nessuno vi può togliere.

L’ultimo paragone è un po’ simile alla metafora della luce. Mentre però, “la luce del mondo” faceva pensare piuttosto al sole, alla luce della creazione iniziale, qui si parla più modestamente di lucerna. Sappiamo che anche una lucerna piccola illumina un luogo buio. Gesù la descrive con un paradosso: “Non si accende una lucerna per metterla sotto il moggio”, sotto quel secchio, più o meno grande, che è una misura per contenere il grano.

Certo è ridicolo coprire una lucerna con un secchio, però noi facciamo di queste cose ridicole quando non viviamo secondo il vangelo pur chiamandoci cristiani. Una lucerna va messa sopra il lucerniere, perché faccia luce a tutti quelli che sono nella casa.. Notate l’apertura cattolica, universale: a tutti quelli che sono nella casa, credenti e non, discepoli e non, vicini e lontani. Voi siete luce per tutti. Siete luce del mondo, non dei buoni, dei cristiani, di quelli che ci stanno, ma del mondo intero, siete il sale della terra, della terra che produce il cento per uno e di quella arida, disperata, affamata. Voi siete per tutti.

Gesù, dopo aver sottolineato la responsabilità del cristiano che accetta di essere discepolo, conclude con una esortazione, che riguarda in particolare la metafora della luce; ovviamente riprende anche il tema del sale e della città. “Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini”. Può sembrare una contraddizione per chi conosce bene il Discorso della montagna, là dove dice: “Guardatevi dal praticare le vostre buone opere davanti agli uomini; quando preghi, chiudi la porta della tua stanza; quando fai l’elemosina, non suonare la tromba”.

C’è dunque un’apparente contraddizione fra le due esortazioni, ma noi comprendiamo bene che cosa significano l’una e l’altra. Gesù vuole che compiamo il bene per se stesso, senza cercare gratificazioni, soddisfazioni, compensi. Tuttavia il bene non può non riverberarsi intorno. Abbiamo la responsabilità di fare il bene per amore, e non per essere visti: “Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al Padre vostro che è nei Cieli”.

Spiega il Cardinale che “Sono tre momenti progressivi e potremmo paragonarli al frutto di un albero. Il frutto è bello quando è maturo sull’albero; è bello quando viene mangiato; è bello e buono quando nutre interiormente e lascia soddisfatti.

  • Voi siete luce per gli altri quando volete vivere il vangelo, quando siete decisi ad essere discepoli;

  • siete nutrimento per gli altri quando compite le opere evangeliche;

  • siete motivo di gloria a Dio quando queste opere sono colte da altri.

Ma quali sono queste opere buone che dobbiamo far risplendere?

Non dobbiamo cercarle lontano.Non sono quelle classiche del giudaismo (preghiera, elemosina, digiuno), bensì le opere del Discorso della montagna:

  • mitezza,
  • povertà,
  • gratuità,
  • misericordia,
  • perdono,
  • abbandono a Dio,
  • fiducia,

 

fare agli altri ciò che vorremmo fosse fatto a noi.

È il Discorso della montagna che risplende e crea quella società alternativa che non permette alla società di corrompersi del tutto. È un po’ come la preghiera di Abramo a Dio per Sodoma: “Se ci saranno almeno dieci giusti, salverai la città.”

Riccardo nel suo tempo ha avvertito ed assunto la sua grande responsabilità nei confronti del mondo di essere fra coloro che sono sale e luce della città e della terra. Perché, se c’è tale speranza, questo sale e questa luce daranno speranza a molti.

Progressivamente ha avvertito la chiamata ad una missione, dapprima circoscritta, l’università, la Condotta Medica, la Chiesa locale, poi, attraverso l’Ordine Ospedaliero, verso il mondo intero. Una missione che in Convento troverà riassunta in una parola che diventerà anche professione di un voto: ospitalità. Con il farsi tutto a tutti, l’ essere luce, sale, lucerna sul lucerniere, città sul monte, senz’accorgersene, s’è ritrovato santo. E la Chiesa locale se n’è accorta subito, il giorno stesso del funerale.

Egli ha ben capito che sarebbe stato un controsenso se si fosse accontentato di una vita mediocre, vissuta all’insegna di un’etica minimalista e di una religiosità superficiale. Ha preferito puntare in alto, prendere il largo, adottando con convinzione questa misura alta della vita cristiana ordinaria.

Il Card. Martini è solito ripetere che è più facile essere santi che mediocri. Perché essere mediocri significa portare la vita cristiana come un peso, lamentandosi, amareggiandosi, rammaricandosi; la santità, invece, è luminosità, tensione spirituale, splendore, luce, gioia interiore, equilibrio, limpidità.

Il Pampuri per nulla intimidito dal vocabolo “santità” ha capito e dimostrato che farsi santi non vuol dire arrampicarsi sui vetri o vivere in un eroismo impossibile, solo di pochi. Ha capito che la santità non è opera personale, ma è partecipazione gratuita della santità di Dio, quindi è una grazia, un dono prima di essere frutto del proprio sforzo. E perciò va chiesto ripetutamente, ogni giorno, come il pane.

Le sue lettere stanno a Indicare che tutta la sua persona (mente, cuore, mani, piedi) l’ha inserita nella sfera misteriosa della purezza, della bontà, della gratuità, della misericordia, dell’amore di Gesù. Lui si è consegnato totalmente, nella fede, nella speranza e nell’amore a Gesù, al Dio della vita; una consegna attuata nella vita quotidiana vissuta con amore, serenità, pazienza, gratuità, accettando le prove e le gioie di ogni giorno con la certezza che tutto ha senso davanti a Dio, tutto è valido e importante.

Al nipote, proprio per esperienza personale, si sentiva di poter dare alcuni suggerimenti:

Sii poronto e generoso alla sua chiamata, non spaventarti della grandezza alla quale egli ti vuole, ricordati sempre che siamo figli di Dio, chiamati a farci santi nel servizio del Signore (ciascuno nello stato in cui il Signore lo vuole); vuoi che Egli dopo averti chiamato ti lasci pi mancare le grazie necessarie? Sarebbe aasurdo il pensarlo: Egli che ci ha dato il più, cioè tutto Se stesso, vuoi che non ci dia anche il meno?” (ibidem)

Messo a confronto con la lettera di Paolo agli Efesini si capisce che Riccardo, lui così concentrato sulle Lettere di San Paolo, rivela di essersi lasciato interrogare dalla Parola e di aver saputo cogliere l’insegnamento della sublime pagina dell’Apostolo, talmente ricca da far emergere cose nuove ad ogni lettura:

  • Benedetto sia Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo, che ci ha benedetti con ogni benedizione spirituale nei cieli, in Cristo. In lui ci ha scelti prima della creazione del mondo, per essere santi e immacolati al suo cospetto nella carità, predestinandoci a essere suoi figli adottivi per opera di Gesù Cristo, secondo il beneplacito della sua volontà.

  • E questo a lode e gloria della sua grazia, che ci ha dato nel suo Figlio diletto; nel quale abbiamo la redenzione mediante il suo sangue, la remissione dei peccati secondo la ricchezza della sua grazia.

  • Egli l’ha abbondantemente riversata su di noi con ogni sapienza e intelligenza, poiché egli ci ha fatto conoscere il mistero della sua volontà, secondo quanto nella sua benevolenza aveva in lui prestabilito per realizzarlo nella pienezza dei tempi: il disegno cioè di ricapitolare in Cristo tutte le cose, quelle del cielo come quelle della terra.

  • In lui siamo sta-ti fatti anche eredi, essendo stati predestinati secondo il piano di colui che tutto opera efficacemente conforme alla sua volontà, perché noi fossimo a lode della sua gloria, noi, che per primi abbiamo sperato in Cristo.

  • In lui anche voi, dopo aver ascoltato la parola della verità, il vangelo della vostra salvezza e avere in esso creduto, avete ricevuto il suggello dello Spirito santo che era stato promesso, il quale è caparra della nostra eredità, in attesa deIIa completa redenzione di coloro che Dio si è acquistato, a lode della sua gloria” (Ef 1,3-14).

Quella che Paolo scrive alla comunità di Efeso è una lettera contemplativa e che inizia con una grande visione sintetica della storia di salvezza. Il Card. Martini, parlando ai giovani del XV GMG di Roma, dice che ogni volta che lo leggiamo o lo ascoltiamo, come ci sorprende l’irrompere di una cascata:

“Anzitutto notiamo che è una lunga benedizione: “Benedetto sia Dio… che ci ha benedetti con ogni benedizione“. E’ una splendida preghiera che ripete per ben sei volte la formula in Cristo:

  • Dio ci ha benedetti con ogni benedizione nei cieli -in Cristo”,
  • “in lui ci ha scelti”,
  • “in lui abbiamo la redenzione”,
  • “in lui ha prestabilito di realizzare il suo disegno”,
  • “in lui siamo eredi”,
  • “in lui anche voi avete ricevuto il suggello dello Spirito”;

sei volte si fa riferimento a Gesù come al centro della benedizione. Questo testo è un grande canto di riconoscenza: sei volte si fa riferimento a noi che siamo gratificati, ricolmati di tanti doni: siamo scelti in Gesù, in lui predestinati, in lui eredi…

L’Arcivescovo di Milano, che è per noi una preziosa e sicura guida interpretativa del passo biblico, sia del mondo di osservare introspettivamente l’itinerario spirituale del Pampuri, si chiede:

1. Su quale sfondo va letta la pagina?

La stupenda pagina di san Paolo va letta chiaramente sullo sfondo del suo contrario, cioè della maledizioni della storia: guerre, fame, malattie, povertà, ingiustizie, crudeltà; il mondo sotto il potere del peccato, sotto il dominio del profitto fine a se stesso; il non senso della storia vista come un’avventura cinica, crudele.

E’ su tale sfondo che va letto il testo delle benedizioni di Dio, dell’amore, del perdono e della misericordia di Dio. E allora ci svela l’intenzione di Dio su ciascuno di noi, un’intenzione molto semplice, pure se Paolo la spiega con espressioni talora difficili.

2. L’intenzione di Dio

Il progetto di Dio su di noi è che, in una storia che sembra tanto crudele e senza senso, in una storia intessuta di ingiustizia e di violenze, siamo chiamati a essere in Cristo, in lui destinati a essere santi e immacolati. In Gesù “Dio ci ha scelti prima della creazione del mondo per essere santi e immacolati al suo cospetto nella carità“. E’ quanto dobbiamo approfondire nella nostra catechesi: in Gesù noi siamo stati voluti da Dio; il mondo, tutto ciò che esiste è stato fatto per Gesù e per noi perché noi siamo una cosa sola in lui. “

Ciò premesso, il Martini cercare di farci comprendere meglio il significato della parola “santi”. “Santi vuol dire essere divini, entrare nella sfera del divino. La santità è una dimensione anzitutto ontologica prima di essere una dimensione morale: essere in Dio, in Gesù, essere figli.

Di conseguenza, immacolati, senza macchia.

Si esprime dunque della santità sia la radice profonda –essere in Gesù– sia le conseguenze etiche -essere immacolati-. I due termini ritornano al c.5 della stessa lettera agli Efesini, là dove Paolo sottolinea: “Cristo ha amato la Chiesa e ha dato se stesso per lei, per renderla santa, purificandola per mezzo del lavacro dell’acqua accompagnato dalla parola, al fine di farsi comparire davanti la sua Chiesa tutta gloriosa, senza macchia né ruga o alcunché di simile, ma santa e immacolata” (vv.25-27).

La Chiesa, tutti noi siamo chiamati a essere santi e immacolati in Gesù.

E’ straordinaria questa intenzione di Dio

  • di fare di ciascun o una sola cosa in Cristo e di fare di noi una cosa santa, cioè la Chiesa;
  • di renderci divini, di purificarci da ogni macchia di egoismo, di odio, di amor proprio;
  • di renderci figli nel Figlio -“predestinandoci a essere suoi figli adottivi per opera di Gesù Cristo, secondo il beneplacito della sua volontà“-, portatori nel mondo della presenza di Gesù.”

Riccardo si è interrogato come noi e reso cosciente dell’immensità della divina chiamata a essere santi. Le parole “santo, santità” hanno suscitano certamente anche il lui un brivido di timore pensando che essere santi significasse essere bravissimi, compiere chissà quali sforzi.

Al nipote non nasconde ciò che lui stesso sta vivendo da novizio:

Il Signore però, chiamandoti alla vita sacerdotale, non intende chiamarti ad una vita comoda e tranquilla poiché Gesù ai suoi Discepoli ha detto che non potevano pretendere trattati meglio di Lui, che era il Maestro: avrebbero patito come Lui doveva patire, sarebbero stati con Lui crocifissi con le più svariate persecuzioni e croci; come Egli aveva aperto una guerra a fondo, irriducibile contro il mondo, i suoi errori ed i suoi vizi, così essi avrebbero dovuto continuare tale guerra, senza quartiere e senza patteggiamenti prima in se stessi nella propria anima, nel proprio cuore per santificare e infiammare se stessi (“Se il sale diventa insipido, a che servirebbe, se non ad essere calpestato?) e poi nelle anime degli altri per santificarle ed infiammarle dell’amore santo di Gesù e della sua Croce”. (ibidem)

Ma si è anche reso conto che la lunga pagina delle benedizioni enunciate dall’Apostolo fa sapere che tutto è assai più semplice. Essere santi vuol dire lasciarsi amare da Dio, lasciarsi guardare da Dio come Dio guarda Gesù, vuol dire essere figli con e in Gesù, essere amati, lavati, perdonati da Gesù.

Nulla però [i Discepoli] avevano da temere, Egli ha vinto il mondo, ed essi pur lo vincerebbero con la sua grazia, basterebbe confidare in Lui, pregare Lui, restare uniti con Lui, Egli avrebbe loro ispirato per mezzo dello Spirito Santo ciò che avrebbero dovuto fare e dire; uniti a Lui avrebbero potuto compiere ogni cosa, superare ogni ostacolo: “Omnia possum in Eo qui me confortat.

Il Pampuri ha capito che essere santi è davvero un problema di Dio prima che nostro, un problema che tocca a Dio risolvere. Come Teresa di Lisieux, anche lui si è semplicemente lasciato amare, non si è irrigidito né spaventato. E’ prevalsa in lui piuttosto la meraviglia:

  • quanto mi ami, o mio Dio!
  • quanto mi ami, o Gesù che vuoi essere tutto in me,
  • che vuoi unirmi a te
  • per insegnarmi a vivere, ad amare,
  • a soffrire e a morire come te!

Figlio del suo tempo, da bravo e valoroso caporale che sul fronte si è meritato anche una medaglia, sa come si deve rispondere al Superiore che chiama e così consiglia il nipote:

Coraggio adunque e generosità: se senti la chiamata del Signore, se il tuo Confessore te lo consiglia, segui tale chiamata, rispondi da buon soldato di Cristo, come i Santi: “Adsum – eccomi!”, mettiti nelle sue paterne divine braccia senza le eccessive preoccupazioni che la prudenza umana (dal Signore chiamata stoltezza) suole far sorgere per spegnere il fuoco santo che il Signore vuole accendere i noi: “Ignem veni mittere, ed quid volo nisi ut accendatur ?

Lasciando operare Dio in lui, sono emersi, a poco a poco, i passi, le caratteristiche, i momenti che hanno ritmato la sua santità. Questa disponibilità lo ha reso

  • contemplativo e amante della preghiera, gustata e sempre più allargata, fino a perdere la cognizione del tempo;
  • coerente con la sua fede, ha trasmesso ai coetanei e alla sua gente speranza di eternità, fiducia, sorriso, contentezza, serenità, tanti atti di generosità, di servizio, di disponibilità, di gratuità, testimoniato che la santità è possibile;
  • generoso nel servizio ai fratelli malati della sua Condotta Medica, vegliandoli anche la notte, mai calcolatore, mettendo mano al portafogli per le medicine o il macellaio;
  • membro attivo della Chiesa nelle diverse iniziative (Azione Cattolica, Banda, Esercizi Spirituali, Visite eucaristiche…) trasfondendo vivacità, disponibilità, amore, capacità di perdono…;
  • artefice di socializzazione e costruttore di pace e concordia, cominciando dalla famiglia, dalla parrocchia, dal piccolo gruppo, dicendo parole di benevolenza, di comprensione, di accoglienza, di condivisione.

Riccardo ha capito che il donare Gesù agli uomini, il condividere il tesoro che possedeva, non era un compito fra gli altri né un’attività che uno si assume come può. Egli lo ha fatto scopo della sua vita, tutta protesa in quest’ottica.

Se è legittimo chiedersi come abbia potuto realizzare un così impegnativo progetto di vita, come abbia fatto a tradurre le caratteristiche della santità nella quotidianità, la risposta, se vogliamo, è semplice:

  • LA PAROLA DI DIO. In anni in cui lo studio e la lettura della Sacra Scrittura erano penalizzate, Egli intuitivamente è rimasto in costante ascolto della Parola. Il Vangelo è diventato il suo tesoro più prezioso e dall’Imitazione di Cristo è stato spronato a leggerlo. Se essere santi significa essere come Gesù, in Gesù, è proprio il Vangelo, letto e meditato quotidianamente, che mette in noi la vita, i sentimenti, i giudizi, i pensieri, le azioni di Gesù.

A tal proposito così scriveva il Dr. Erminio Pampuri a un certo Sig. Milani il 5 dicembre 1924:

La lettura del S.Vangelo quanto più ripetutamente e attentamente si fa, con la volontà decisa e lo sforzo di applicarne le massime divine alla pratica della vita la Lectio Divina diremmo noi oggi), tanto più è compresa nel suo significato materiale, morale e mistico. E’ soprattutto lo sforzo sincero di applicarlo quello che fa sempre meglio comprendere lo spirito del Vangelo. E’ inoltre indispensabile per la giusta interpretazione la spiegazione di esso, e appunto per questo soprattutto è stato istituito da Gesù Cristo l’infallibile magistero della Chiesa”.

E ancora: “Nella lettura del Vangelo come di tutta la Sacra Scrittura, torna di gran giovamento il tener presente queste parole dell’autore dell’”Imitazione di Cristo”. E cioè: “Quando alcuno sarà più in sé raccolto e semplice di cuore, tanto maggiori e più sublimi dottrine ei comprenderà senza fatica: perché di sopra (cioè da Dio) riceve il lume della intelligenza”, libro I,cap.III

La nostra curiosità ci è spesso di ostacolo nella lettura delle Sacre Scritture, quando vogliamo capire e discutere, dove sarebbe da passarvi sopra semplicemente. Se tu vuoi cavarne profitto, leggile con umiltà, con semplicità e con fede”, libro I, cap.V”.

E San Gregorio Magno dice:

Se la Scrittura contiene in sé i misteri atti ad esercitare gli uomini più illuminati, essa contiene anche verità semplici atte a nutrire anche gli umili e i meno sapienti, ella porta al di fuori di che allattare i bambini, e di dentro, nei suoi più secreti significati, di che riempire d’ammirazione le menti più sublimi; simile ad un fiume così basso in certi luoghi che un agnello vi può passare a guado, e così profondo in certi altri, che un elefante vi potrebbe nuotare”.

  • L’EUCARISTIA. Fin dalla tenera età ha attinto vigore dai sacramenti, specialmente dall’Eucaristia e dalla Penitenza”. In entrambi ha ritrovato il sostegno per le sue debolezze, la forza di riprendere ogni giorno a essere come Gesù, ad essere santo.

L’Eucaristia è rivelatrice della verità di Gesù in tutta la sua interezza. Ed è insieme la rivelazione della verità del discepolo. Gesù viene dal cielo, Gesù è colui che si offre per la vita del mondo. Sono questi i due aspetti che definiscono Gesù nella sua persona e nella sua missione. E il discepolo è colui che mangia e beve la carne e il sangue di Gesù. In altre parole, è colui che riconosce l’origine di Gesù e il suo significato di salvezza e, di conseguenza, l’accoglie e la condivide.

Lui, prete mancato, perché non accolto dai gesuiti per malferma salute, dopo aver partecipato con entusiastico ardore al Congresso Eucaristico Nazionale di Genova nel settembre 1923, così scrive: “Quali tesori, quali torrenti di grazie ha riversato Gesù Eucaristico durante quel suo glorioso trionfo!…Dal gaudio di quei felici momenti, ben si può comprendere, per quanto lo permette la nostra mente limitata, qual gaudio infinito di perfetta felicità si compenetrerà nella beatifica visione diretta di Dio in Cielo ( 6 ottobre 1923).

Sono sintomatiche le parole che sono state scolpite sulla sua tomba, segno evidente di una sensazione avvertita e diffusa: “NEL SECOLO E NEL CHIOSTRO ANGELICAMENTE PURO, EUCARISTICAMENTE PIO, APOSTOLICAMENTE OPEROSO”.

  • LA SILENZIOSA VIA DELLA CROCE. L’attaccamento a Gesù deve superare ogni altro legame. Il primato di Gesù non va solo affermato e riconosciuto a parole, ma concretamente nella sequela: «Chi non prende la sua croce e non mi segue, non è degno di me». La via della Croce è un modo nuovo di vedere le cose e di agire, di valutare e di scegliere: la via della Croce è la via del dono di sé, della solidarietà, della rinuncia a fare della propria persona il centro attorno a cui tutto deve ruotare. Ma nessuna paura: questa logica, così diversa da quella abituale, non è generatrice di morte, ma di vita: «Chi avrà perduto la sua vita per causa mia, la troverà».

La meditazione della passione e morte di Gesu è stata per lui “di stimolo continuo ed efficace a sopportare le croci, ad amarle, a desiderarle per amor suo con quell’ardore vivissimo col quale Egli sospirò di portare quella croce pesantissima (10 aprile 1924).

  • LO SPIRITO DI RACCOGLIMENTO E DI UNIONE CON DIO. Il motivo lo si può trovare perfino nei suggerimenti espressi a suo nipote: “Non chiacchierare troppo, ma abituati a tacere ed a restare un po’ raccolto in te stesso, poiché la bottiglia aperta lascia svaporare la forza del vino che contiene e lo fa inacidire”.(8 settembre 1928).

  • LA SPIRITUALITA’ DEL SACRO CUORE DI GESU’. In tempi come i nostri in cui, nonostante l’autorevole enciclica di PIO XII “Haurietis aquas”, la devozione al Sacro Cuore è, senz’altro, in crisi, è utile soffermarsi e dilungarsi su questo punto che ha caratterizzatola la chiesa della prima metà del ‘900 e la spiritualità del Pampuri in particolare. Proprio perché rimane ancora valida l’osservazione di Karl RAHNER che “non esclude l’ipotesi che la devozione al Sacro Cuore, da popolare diventi una devozione dei Santi, degli spirituali, dei mistici, i quali troveranno, come in un punto ardente, la risposta dell’unico Cuore alle supreme istanze del loro cuore umano”, è il caso di sottolineare che Riccardo ha saputo cogliere nel segno.

La spiritualità del S. Cuore, è in verità “l’anima di tutte le devozioni”, perché ci fa vivere pienamente la MEDIAZIONE del Verbo incarnato; ci fa rapportare alla seconda Persona della Trinità, accogliendolo nella sua duplice natura di UOMO-DIO.

La spiritualità del Cuore di Gesù è un modo di sentire e di vivere tutto il mistero di Cristo, come mistero d’amore”. Perché, come scriveva PIO XII: “La devozione al Cuore di Gesù è, in sostanza, il culto dell’amore che Dio ha per noi, nel Cristo ed, insieme, la pratica del nostro amore verso Dio e verso gli altri uomini”.

È la spiritualità più CRISTOCENTRICA, la più capace di inglobare e determinare tutta la nostra vita. Con essa “la religione diventa amore”, perché mette al centro – attraverso il simbolismo del cuore – l’amore stesso di Dio, così come si rivela nell’AT in Os 11,1.3-4; 14,5-6; Is 49,14-15: Ct 2,2: 6,2; 8,6; e come ce l’ha manifestato Gesù nel NT (cf. Gv 19,37; Lc 15).

  • GLI STESSI SENTIMENTI DI CRISTO GESÙ” (Fil 25 ) . II Cuore di Gesù, e ciò che esso significa come relazione personale affettiva, e ci dice quanto un uomo possa percepire l’amore di Dio, e fino a quali potenzialità possa rispondervi (Ef 3,17-19). L’amore di Gesù per ciascuno di noi, è la conseguenza dell’incarnazione e di quella solidarietà che Egli ha con l’umanità intera. San Paolo, che ha meditato e annunciato questo mistero, per esprimerlo conia per noi, dei neologismi, come:

  • con-patire (Rm 8,17),
  • con-crocifiggere (Rm 6,6),
  • con-morire (2Cor 7,3),
  • con-seppellire (Rm 6,4),
  • con-risuscitare (Ef 2,6),
  • con-vivere (Rm 6,8),
  • con-vivificare (Ef 2,5),
  • con-fondati (Rm 6,5),
  • co-eredi (Rm 8,17),
  • con-figurare (Fil 3,10),
  • con-formare (Rm 8,21),
  • con-glorificare (Rm 8,17),
  • con-sedere (Ef 2,6),
  • con-regnare (2Tm 3,10).

Tutto a riprova che “non sono più io che vivo, è Cristo che vive in me” (Gal 2,20).

D’altra parte, il cristiano che è unito al suo Signore, sa che per questa comunione il Cristo co-agisce con il credente quando prega, quando soffre, quando ama.

  • Una PRESENZA viva La Sacrosanctum Concilium, al n. 7, parla delle varie presenze “reali” del Risorto, nella sua Chiesa:nelle azioni liturgiche, nel sacrificio della Messa, nei sacramenti, nella sua parola, nella comunità riunita per la preghiera. In più, ogni cristiano dovrebbe sentire il Signore “presente in sé”, secondo la promessa dello stesso Salvatore (cf. Gv 14,20) Gesù è “nostro contemporaneo”, infatti, Egli è “lo stesso, ieri, oggi e sempre” (Eb 13,8).

  • Quando noi viviamo in santità, – cioé in comunione con Lui – diveniamo co-attori dei misteri della sua vita terrena, sia nella dimensione sacramentale offertaci dall’ANNO LITURGICO, che nell’unione dei cuori, sperimentabile nell’esperienza mistica. Tutta la persona, anche la sua dimensione affettiva, è coinvolta nella vita di Cristo:

  • con tenerezza, per Gesù Bambino;
  • con amicizia, per l’Evangelizzatore di Galilea;
  • con compassione, per l’Innocente sofferente e crocifisso;
  • con adorazione, per il Signore risorto. Presente nella nostra storia.

II Cristo si fa presente nella vita d’ogni cristiano con grazie particolari, soprattutto nei momenti decisionali. A volte, la percezione della sua presenza è così certa, gratuita, illuminante, da avvicinarsi ad una vera “esperienza mistica”.I momenti sono questi:

  • Vocazione, soprattutto quando questa è chiamata ad una vita di speciale consacrazione. Es.: Maria (Lc 1,26-38).
  • Conversione, che non è necessariamente “mutamento di condotta etica, ma nuovo orientamento teologale di tutta la persona e l’esistenza a Cristo”. Es.: san Paolo (At 9,1-8).
  • Sequela, che è l’aspetto conseguente la vocazione e la conversione. Si segue Gesù per “convivere, comunicare e condividere” con Lui (cf. Mc 3,14).
  • Comunità, come luogo al quale porta la vocazione e la conversione, perché in essa e per essa si attua la sequela. Solo nella comunità si ha la certezza di incontrarsi con Cristo (Mt 18,19-20).
  • Missione, che è evangelizzazione e (o) testimonianza, imitando, anche in questo, Gesù, il Messia salvatore.

E’ facile, è possibile vivere così, tendere alla santità?

Non credo si possa affermare che è facile essere santi. Non lo è stato neanche per Riccardo. Ma certamente è molto più bello del contrario e ogni volta che uno ci prova è costretto a dare ragione a tale affermazione. Certo, sembra duro e magari spaventa. Eppure, lo sappiamo tutti, è bello essere in Gesù e come Gesù; è assai più bello del contrario.

  • Perché la negligenza, la pigrizia, la svogliatezza, il cercare sempre e soltanto i propri comodi, è la cosa più triste che ci sia.
  • Invece la santità, l’essere in Gesù, l’avvicinarsi a lui è la cosa più bella in assoluto. Provare per credere.

E’ possibile realizzare questo ideale?

Lo chiediamo all’evangelista Luca. Egli è molto attento non soltanto al servizio e all’assistenza che, ad esempio, le donne svolgono nella comunità, ma anche al loro compito per l’edificazione e coesione della Chiesa (At.9,36; 16,14; 18,26). Epperò, è particolarmente interessato a quello dell’ascolto della Parola. E certamente non si tratta di un ascolto ozioso, inerte, o per un mero fatto culturale e contemplativo; è beato, infatti, chi ascolta la Parola per metterla in pratica.

Egli utilizza i dati in suo possesso per ricostruire una scena ideale, in cui sono illustrati due atteggiamenti sull’accoglienza di Gesù: il servizio generoso di Marta per l’ospite gradito e di riguardo e l’ascolto attento di Maria alle parole del Signore.

L’attenzione al Maestro, l’ascolto della sua Parola è per il discepolo la “parte migliore”, che non gli sarà tolta. Per Luca, ascoltare la Parola non ha nulla a che fare con la contemplazione oziosa, bensì sfocia nell’azione concreta ed esigente (Lc.8,15). Se questo vale per ogni cristiano, tanto più diventa essenziale per coloro che “lasciando ogni cosa per amore di cristo, lo seguono come l’unica cosa necessaria (Lc.10,42, ascoltandone le parole (Lc.10,39), pieni di sollecitudine per le cose sue”.

Maria di Betania, senza rendersene conto, sta realizzando in quel preciso istante la definizione dell’essere umano, chiamato l’unità del fare e dell’ascolto. Che cosa significa essere uomini o donne? E’ scoprire il mistero di noi stessi nell’ascolto della Parola di Uno, più grande di noi, che avendo fatto il nostro cuore, ce ne rivela i segreti.

Maria di Betania è immagine dell’uomo che si autocomprende, che giunge all’autenticità, alla chiarezza del possesso cognitivo di sé ponendosi con umiltà all’ascolto della Parola divina che ci rivela e, nello stesso tempo, ci riempie. Credo si possa affermare decisamente che il mistero dell’ascolto di Maria di Betania è una vera e propria rivelazione della condizione umana che siamo chiamati ad accogliere. Dal nostro essere aperti al discorso di Dio, gratuito e benevolo, noi impariamo che siamo in ascolto, dono, e ci realizziamo nella gratuità.

Ciò che emerge dal fatto è che Riccardo è la testimonianza di un’autocoscienza vigile e di questo ideale realizzato. Egli ha saputo coniugare servizio generoso con l’ascolto attento. E come lui, una miriade di persone. Basterebbe fare un po’ d’attenzione e ci accorgeremmo di essere circondati da santi. Ho provato a indagare superficialmente e subito mi sono accorto di quanti santi solo del ‘900 sono già assurti alla gloria degli altari o vi sono candidati. Senza contare quelli che non lo saranno mai. La santità è, di fatto, in mezzo a noi, sulle strade, sui tram, in metropolitana, non lontana da noi.

Se si pensa che il Signore ha concesso al nostro secolo che appare così secolarizzato, così pagano, di essere il più ricco di santi e di martiri di tutti gli altri secoli, c’è da restare stupefatti. Ed anche da arrossire dalla vergogna a stare dall’altra parte della barricata, fatta di pigri ed oziosi operai nella stessa vigna del Signore.

E, se una lieta notizia ne deriva, consiste nel fatto che Dio ha una Parola per me, per noi, per tutti e possiamo ascoltarla, nel silenzio e nella pace. Da tale ascolto

  • siamo nutriti,
  • cresciamo nella fede,
  • ci realizziamo come essere umano,
  • cresciamo insieme a tanti altri come Chiesa in cammino.
  • A tutti viene assicurata: “Questa parte migliore non ti sarà mai tolta”.

San Riccardo Pampuri  orante

Mediocrità – Richard Pampuri – Father Robert F. McNamara

martedì, 18 marzo 2008

LA MISURA IMPIETOSA DELLA NOSTRA MEDIOCRITA’

Riccardo Pampuri, O.H. (1847-1870)

 

Prefazione

Raccontare la vita di una persona importante non è facile; soprattutto quando si tratta di un santo: perché qui navighiamo nell’umano e nel sovrumano insieme, a tu per tu con uomini e donne che ci sovrastano e, al tempo stesso, ci inquietano.

Anche per questo l’Autore (Angelo Motonati)  ha preferitop far parlare la gente il più possibile, privilegiando testimonianze di persone ancora viventi o di altre  che, scomparse, hanno però lasciato dichiarazioni sotto giuramento davanti ai tribunali ecclesiastici che sono deputati a emettere le sentenze di santità.

Non sappiamo fino a che punto l’anedottica sia la forma più indicata in simili casi; ma, da giornalista qual’egli è, l’Autore non aveva altra scelta e del resto, una lettura del genere  dovrebbe lasciare comunque un segno nella psicologia dell’uomo dellla strada:  un santo è sempre degno di essere conosciuto e indagato, perché finisce per interpellare, in un mdo o nell’altro, la coscienza di chi crede e di chi non crede. Personalmente riteniamo che la società di cui viviamo abbia più bisogno di santi che di leaders politici dalle incerte fortune.

I santi, infatti, sono la misura impietosa della nostra mrdiocrità: non possiamo evitare di confrontarci con loro  e – quasi sempre – di uscirne rossi di vergogna ma, insieme, ricaricati nella speranza, dalla dimostrazione di cioò di cui è capace un uomo che si fida di Dio e decide di seguire con coerenza di vita i comandamenti.

C’è un messaggio più urgente e più valido per questa nostra società della materia e dei consumi in preda alla violenza, alla paura, alla disperazione?

C’è un modo più efficace e credibile  per riportarci alla vera dimensione dell’uomo?

Fra Riccardo Pampuri direbbe di no. Per questo la sua vicenda è esemplare a dispetto delle apparenze: un bell’uomo, giovane e con una carriera sicura, lascia tutto perché Dio è più importante di tutto.

E trova tutto.

  • A lui possono salutarmente guardare, per la sua ardente fede, i medici cattolici; 
  • a lui possono utilmente ispirarsi tutti gli operatori sanitari per la sua rigorosa coscienza professionale;
  • a lui possono fiduciosamente rivolgersi tutti gli ammalati per apprendere  come vivere la sofferenza e per chiederne l’intercessione;
  • come lui i giovani possono generosamente dare un senso alla loro vita e incarnare i veri ideali umani e cristiani.
  • Fra Benedetto Possemato o. h. Priore Provinciale Provincia Romana
  • Fra Cristoforo Danelut o.h. Priore Provinciale Provincia Lombardo-Veneta.

15 Settembre 1989 Prefazione a “DOTTOR CARITA’ ” – Riccardo Pampuri dei Fatebenefratelli – Angelo Motonati – Ed. fatebenefratelli

 


Richard Pampuri (1897 – 1930)

 

Trivolzio – Tra la sua gente

The Old Testament Book of Sirach pays an important tribute to physicians. “Hold the physician in honor,” Sirach says, “for he is essential to you, and God it was who established his profession” (38:1). St. Paul calls St. Luke the Evangelist a “beloved physician” (Col, 4:14). In our own time another saintly medical doctor has been canonized to whom God has communicated some of his healing power. He is St. Richard Pampuri, M.D.

Dr. Pampuri, the tenth of the eleven children of Innocenzo and Angela Pampuri, was born in the province of Pavia, northern Italy, on August 2, 1897, and baptized Erminio Filippo. His mother, in poor health, died when he was only three. Thereupon, his maternal grandparents offered to raise the youngster in their village. The grieving father accepted their kindly offer.

Growing up in the household of his grandfolks his Aunt Maria and her husband Dr. Carlo, the village physician, Erminio had the great blessing of being raised in an atmosphere of devout and loving Christianity. From the outset, he proved to be a winsome child naturally disposed to do the right thing. Though not physically strong, nevertheless, when he started to go to school, he did not allow the long walks to and from the schoolhouse, in weather fair or foul, to interfere with his perfect attendance. His teachers in elementary and secondary school all spoke of him as “outstanding under every aspect”.

When Erminio was ten, his father was killed in a traffic accident. Even as a lad young Pampuri had wanted to become a missionary priest, but he was dissuaded from that vocation because of his delicate health. Instead, he fell more and more under the influence of his uncle Carlo, a country doctor whose generosity and good example impressed him with the ministry of healing. Carlo also paid his way through schools and college. He must have been gratified when Erminio told him that he had enrolled in the Faculty of Medicine at Pavia.

The impression he made on teachers and fellow students while in college and medical school continued to be very positive. His quiet excellence in behavior and study made him a natural leader. Despite the anticlerical milieu of the university, he calmly attended daily Mass and received Holy Communion regularly. He was active in the student Catholic Actions groups, and attracted large numbers of his fellow students to these apostolates.

When Italy entered World War I, Erminio Filippo was conscripted into the Medical Corps. After a brief course in field medicine he was sent to the front. Most of his work seems to have been in field hospitals, but he was nevertheless shocked by the brutality of war. “What a stupid waste of human life,” he wrote. “So many wounded, so many broken bodies!” He outdid himself in serving these casualties. A companion said of him, “He was always very kind to the wounded soldiers, particularly those with the gravest wounds. He was always on hand to comfort them and was concerned that they should receive the Sacraments.” Personally he always carried the New Testament and the Imitation of Christ in his pocket, to be read in the brief moments of leisure. By the end of the war he had been promoted to Second Lieutenant, Medical Corps.

When the war ended in 1918, Erminio returned to the Medical School of Favia. On July 6,1921, he graduated at the top of his class in medicine and surgery. In 1922 he completed his internship with high honors, and was appointed to practice at Morimondo in the Province of Milan. Now he practiced medicine to the hilt. But he also found time to organize the parish youth, to serve as secretary of the parochial missionary society, and arrange retreats for adolescents, farmers and Don Alesina, pastor of the parish, called him “my lay curate”.

Now that he was a physician, Pampuri was able to prove to himself that his profession was indeed a “ministry”. “I always see Jesus in my patients,” he wrote to his sister, a missionary in Egypt, “so it is He whom I cure, comforting Him who suffered and died to expiate our sins.” Since most of his patients were poor, he gave them free medicine and money, food, clothing and blankets as needed.

Dr. Pampuri still felt an attraction to the religious life. After six years at Morimondo, on the advice of his spiritual director, he decided to join the Hospitallers of St. John of God, a religious order of nursing brothers. The Brothers were happy to receive him. He entered the Order officially in 1927, received the religious name “Riccardo” (Richard) and took his first vows in 1928. His new companions quickly agreed that Brother Richard was in every way an authentic son of St. John of God.

Unfortunately, Pampuri, while in the armed services, had suffered a bout with pleurisy. That ailment struck him anew in August 1929, and degenerated into bronchial pneumonia. He died in the Order’s hospital in Milan on May 1, 1930, aged only 33.

The speed with which he was beatified and canonized testifies to the reputation for high holiness that this admirable young man had acquired. Pope John Paul II declared him blessed in 1981 and proclaimed him a saint in 1989.

In a day when many physicians seem to ignore their Hippocratic oath to do patients no harm, it is good to have ranked among the saints one who saw Jesus in those whom he sought to cure.

-Father Robert F. McNamara

TRIVOLZIO A DON GIUSSANI – San Riccardo Pampuri

Trivolzio. Nei pressi del Santuario di san Riccardo Pampuri, inaugurato il piazzale dedicato a don Giussani

 01/05/2007

La gratitudine di Trivolzio
Martedì 1 maggio 2007, monsignor Giudici, vescovo di Pavia, ha inaugurato a Trivolzio, nei pressi del santuario di san Riccardo, il piazzale dedicato a don Giussani.

Da Trivolzio a tutto il mondo Monsignor Giussani è stato l’artefice della diffusione, non solo in Italia, ma in tutto il mondo, della conoscenza e della devozione a san Riccardo Pampuri. Da dodici anni, il sabato sera, centinaia di giovani provenienti da ogni parte, anche da molto lontano, vengono qui in chiesa, a Trivolzio, per chiedere tante Grazie a san Riccardo. E la domenica giungono tantissime famiglie con tanti bambini. In un piccolo paese sconosciuto c’è un giovane medico santo, ed ecco che improvvisamente basta un invito perché la sua conoscenza con un passaparola si diffonda ovunque.

Trivolzio vuole dire «grazie» a monsignor Giussani per avere indicato e valorizzato la figura di san Riccardo. (di Don Angelo Beretta, parroco della chiesa dei SS. Cornelio e Cipriano di Trivolzio).

Un uomo vero

Avete voluto dedicare questa piazza a don Luigi Giussani perché è un uomo vero. Lo possiamo testimoniare noi che abbiamo avuto il dono di conoscerlo e vivere con lui; ma lo possono riconoscere tutti, anche quelli che non lo hanno mai incontrato, attraverso il prolungarsi della sua opera, l’umanità di chi è stato affascinato dalla sua umanità e lo ha seguito.

Don Luigi Giussani seppe cogliere da piccoli avvenimenti l’opera dello Spirito attraverso San Riccardo Pampuri e la indicò. Così divenne anche in questa vicenda strumento dello Spirito per attuare le grandi opere di Dio che stanno davanti ai nostri occhi quasi quotidianamente qui a Trivolzio, come ci testimonia commoventemente, ogni volta che veniamo qui, don Angelo. (di Mauro Ceroni, responsabile di CL a Pavia).

Nel gennaio del 1995 Cristina Bologna, su invito di don Giussani che era rimasto molto colpito dalle vicende che lei gli aveva raccontato, scrisse una lettera alla nostra rivista nella quale descriveva una guarigione inspiegabile accaduta dopo che a una persona gravemente malata era stata data un’immaginetta di san Riccardo Pampuri (cfr. Tracce, febbraio 1995, p. 51). In quella circostanza don Giussani iniziò a suggerire di invocare quotidianamente il Santo medico: «Dite qualche Gloria a san Riccardo Pampuri: dobbiamo valorizzare i Santi che Dio ha creato tra noi, nella nostra epoca e nella nostra terra. Bisogna invocarlo: un Gloria a Pampuri tutti i giorni».

Le parole del vescovo: All’inaugurazione del piazzale il vescovo di Pavia, monsignor Giovanni Giudici, ha detto di don Giussani: «Un cristiano tipico della nostra terra: mite, intraprendente e deciso nel bene da compiere, ma che vive ciò nel nascondimento e senza troppo clamore. Questo stile caratteristico della nostra gente, ci porta a comprendere che vita cristiana è dono gratuito agli altri», ricordando che «oggi con la benedizione di questo piazzale noi ricordiamo anche i sacerdoti che si sono spesi con gratuità per gli altri, sacerdoti a cui l’Amministrazione di Trivolzio ha dedicato nel passato vie del paese».
[da Tracce, giugno 2007, p. 71 ss.]

>>>>  DON GIUSSANI – BIOGRAFIA E ALTRO

FATEBENEFRATELLI – ESERCIZI SPIRITUALI PRE-CAPITOLO GENERALE 2012

Di SAN RICCARDO PAMPURI è degna di menzione una sua singolare iniziativa: egli organizzava turni di esercizi spirituali presso la ” Villa del Sacro   Cuore ” dei Padri Gesuiti in Triuggio, per i giovani del Circolo e per i   lavoratori della campagna ed operai, sostenendone generalmente anche le spese,   e vi invitava pure colleghi ed amici.

Luigi Tacchini fu compagno alle elementari del Pampuri. E gli fu amico per tutta la vita. Un giorno, spinto dal Pampuri, il Tacchini andò con lui a Triuggio per gli Esercizi Spirituali. Scesi dal treno, salivano a piedi la strada che conduce alla «Villa Sacro Cuore». Durante il cammino, il Dott. Pampuri gli confi dava: «Che cosa credi che siamo noi medici? Siamo un bel niente. Immagina che una volta io curavo un malato per tifo. Dopo due tre giorni di cura, il Signore mi disse: “Guarda che sbagli: è polmonite”. Fortuna! Cambiaila cura, e l’ammalato guarì».

Non gli avanzava mai danaro perché lo dava tutto. Insisteva per portare amici ed altre persone agli Esercizi. Il suo spirito religioso non se lo teneva per sé, ma lo diffondeva negli altri e li trascinava. Qualche giorno prima della sua morte, andò a visitarlo a Milano. Lo trovò serenissimo. A un certo punto l’infermo gli chiese: «Come vanno gli affari?». «Non c’è male», rispose il Tacchini. Ed il Pampuri: «Ma guarda che gli affari terreni non contano. Contano invece gli altri».

Luigi Repossi Abitante di Morimondo.

Era capace di parlarci di Dio senza farcelo pesare, anzi destando noi un interesse sconosciuto per queste cose. Ci capitava spesso di tornare a piedi insieme, dopo lezioni di musica con quelli della banda e lui non perdeva occasione per un pensiero spirituale. A volte si dilungava nell’approfondire l’argomento e non ci accorgevamo che si era fatto tardi. Dico la verità, certe prediche del parroco mi stancavano, ma il Pampuri sarei rimasto a sentirlo per delle ore. Trovava parole diverse. Il Pampuri non era estraneo a quanto accadeva nel mondo: quando apparvero le prime radio a galena, ne acquistò subito una che ascoltava frequentemente. Era un uomo normalissimo come tanti altri. Solo che mirava in alto“.

IL CUORE DI GESÙ

  • «Sia che l’animo nostro si trovi oppresso dal dolore o dalla delusione,

  • sia che sovrabbondi di santo gaudio,

  • nel Cuore santissimo di Gesù egli trova quello che gli occorre,

  • tutto quello che potrebbe desiderare,

  • la medicina per le sue ferite

  • ed il conforto alle sue pene,

  • la conferma delle sue speranze,

  • la forza per perseverare,

  • il più efficace impulso ad una sempre maggior perfezione

  • e la gioia ineffabile della sensazione viva della figliolanza ed amicizia di Dio e della fraterna unione con Gesù Cristo» (san Riccardo Pampuri)

Scrive il primo biografo Giuseppe Gornati: “Innanzitutto il dottor Pampuri aveva conosciuto sin dai primi anni della sua condotta medica, il gesuita p. Carlo Berette, grande animatore degli esercizi spirituali per gli operai, ed aveva provato, per esperienza personale, la singolare trasformazione, della vita cristiana alla scuola dei figli di Sant’Ignazio di Loyola.

Le sue visite alla Casa del Sacro Cuore, a Triuggio coincidevano con le mutue per professionisti e operai. Volle, quindi, tentar anche lui questa opera fino allora del tutto ignorata dai contadini della “Bassa”” milanese“.

In un momento storico, dove fervono iniziative di ogni genere, viaggi nazionali ed internazionali, convegni, tavole rotonde, incontri, appuntamenti…MAI CHE SI SENTA DIRE DI LAICI COLLABORATORI PORTATI A FARE GLI ESERCIZI SPIRITUALI.

Le difficoltà che ha incontrato San Riccardo per promuovere questa iniziativa che  dovrebbe precedere tutte le attività pastorali e ogni altra iniziativa, sono state tante e di ogni genere, molto più complesse di quanto non lo siano oggi. Ma vi è riuscito.

Di qui la provocazione: Gli Esercizi Spirituali insieme con i laici collaboratori !

Meditazioni di Sua Ecc.za Rev.ma Mons. Giuseppe Giudice Esercizi Spirituali Diocesani – Abbazia di Noci (BA)

Prima meditazione – introduzione

Il tono dei nostri presbiteri è sceso quando abbiamo trascurato la preghiera – attenzione ai presbiteri malati e a quelli che hanno lasciato, fanno sempre parte della nostra Chiesa. Il vescovo annuncia che dopo la visita ai sacerdoti, incontrerà i diaconi permanenti, poi, a partire da febbraio, le case religiose.

In disparte “Venite in disparte”, dice Gesù. Dio stesso si riposò: “Dopo aver creato l’uomo perché ormai aveva qualcuno a cui perdonare” (S. Ambrogio). Si ritira dopo aver creato. Il riposo di Dio non è una pigrizia, non lascia l’uomo da solo ma è un segno della fiducia che Egli ripone in noi. La stessa fiducia che dovremmo avere per le nostre comunità.

Nel deserto

Dopo il battesimo lo Spirito getta Gesù nel deserto. “Quando geme il vento è il deserto che piange perché non è giardino” (proverbio arabo). Il deserto è il luogo del silenzio e della prova, il luogo dove ci scopriamo con il nostro volto, non c’è altro. il deserto è il luogo dove Dio parla al cuore (Os 2), molti parlano all’intelligenza.

  •  Il deserto fiorirà come un giardino, dice Isaia.
  •  Il deserto è anche il luogo della prova, come leggiamo nel Deuteronomio: “Ricordati di tutto il cammino che il Signore tuo Dio ti ha fatto percorrere in questi quarant’anni nel deserto, per umiliarti e metterti alla prova, per sapere quello che avevi nel cuore e se tu avresti osservato o no i suoi comandi” (Dt 8,2)
  • Il silenzio fa paura. Paura di incontrarci con noi stessi. Eppure Dio ci attende nel deserto del cuore.
  • il deserto è il luogo della grande tentazione: Israele – Gesù. Gesù va nel deserto perché mandato dallo Spirito.
  • Ci perdiamo quando andiamo da soli. Quando diciamo che c’è il deserto, a livello pastorale o spirituale, diciamo una negatività. Ma il deserto può fiorire! Siamo nati in un giardino.
  •  È successo qualcosa che ha dato origine ad ogni altro squilibrio. Il giardino è il luogo della disobbedienza, ed è quello che mostra la fragilità. Inizia qui la mancanza di armonia. Il primo peccato: io al posto di Dio.
  • Dio non ci ha lasciato nudi. “Quando si ascolta la Parola Dio ritorna a passeggiare nel giardino” (s. Ambrogio). Prima che il giardino diventi luogo della resurrezione, bisogna fare lo stesso percorso di Gesù: passare attraverso la croce. Gv 18: uscì, passò il torrente Cedron ed entrò in giardino – Dio si riposa perché è umile. Solo l’umile sa lasciare. Se pensiamo di essere indispensabili, non lasciamo mai. Il riposo è un atto di fede – “Dio è Dio, ma l’uomo non è Dio” (K.Barth).
  • Riposandosi l’uomo lascia tutto nelle mani di Dio. Come avviene nel sonno. Non siamo Gesù ma il segno di Gesù. Non siamo lo Spirito santo ma siamo ricreati da Lui.
  • Non siamo il tutto ma solo una parte. E non sempre quella migliore.

Nel mistero del sabato santo Tempo forte dello spirito: l’espressione va chiarita.

Lo Spirito è sempre forte, è il nostro spirito che non è sempre forte, non sempre è in sintonia con lo Spirito. Tempo di rinnovamento: senza la pretesa di cambiare tutto, iniziamo da qualcosa.

Esercizi al plurale perché sono diverse attività (ascolto, preghiera, silenzio, riconciliazione sacramentale …).

Esercizi per essere in esercizio.

Con gli esercizi spirituali entriamo nel mistero del sabato santo. La pastorale del sud è ancora troppo legata al venerdì santo. Siamo più attenti alla condivisione delle croci che alle gioie della vita. il sabato santo è un tempo sospeso, il tempo della fede.

  •  La tenerezza e l’amore del giovedì santo.
  • Il dolore del venerdì santo.
  • Manca il sabato. Qui il tempo è sospeso.
  • È questo il giorno delle domande: sarà Pasqua? Ritornerà? È proprio vero quello che ci ha detto. Ratzinger: “Tutta la nostra storia è un sabato santo”.
  • È il giorno in cui può emergere il dubbio. “Sabato santo, il tuo chiaror ci abbaglia” (Betocchi).
  • È il giorno della speranza. il giorno del riposo di Dio.
  • I discepoli dove sono? Fuggiti. Assenti. Solo Maria resta al suo posto.
  • Tutta la vita pastorale è un sabato santo. Viviamo nell’attesa della resurrezione. Un giorno carico di mistero.
  • Il vino nuovo chiede otri nuovi. altrimenti ci spacchiamo, come gli otri. Non riusciamo a contenere la novità di Dio.
  • il sabato ricorda che la vita è una grande veglia, attraverso i quattro segni che dobbiamo riscoprire. I
  • n questo giorno una donna veglia: Maria, la “cattedrale del silenzio”. Nell’attesa che l’alleluia venga a spezzare il silenzio, custodiamo la speranza. entriamo nel sabato santo smarriti e stanchi ma con la certezza che Dio è fedele. Colui che mi giudicherà è lo stesso che mi ha chiamato e mi ha lavato i piedi. Dio non dimentica. Egli si china sui nostri piedi per rimetterci in piedi, si abbassa per poterci rialzare. Non ci vuole piegati ma risorti. Un gesto semplice che può apparire banale ma è un gesto di tenerezza. L’uomo orgoglioso non si fa lavare i piedi. La Chiesa è come la mamma che lava i piedi ai bambini e di lei non ci vergogniamo. Lavare i piedi di tutti, anche quelli di Giuda. L’amore inizia lavando i piedi, poi possiamo anche guardare il volto.

Il senso degli esercizi

“Eserciti la cura d’anime, non trascurare la cura di te stesso” (san Carlo). “Ricordati di restituire te a te stesso” (san Bernardo). Triplice certezza:

  • a) siamo amati – per poter diventare amanti, dobbiamo sentirci amati, accolti, attesi
  • b) siamo cercati –
  • c) siamo perdonati per ricominciare a perdonare.

Vangelo di Marco

Leggeremo tutto il Vangelo di Marco. Il Vangelo più breve. Un Vangelo “prosciugato”, scrive Ravasi. Per questo è stato sottovalutato. Sant’Agostino lo tratta come un Vangelo minore. I Padri non commentano il Vangelo di Marco. Usa un linguaggio essenziale, semplice, usa la congiunzione kai come un bambino che inizia a scrivere. C’è una ricchezza, con poche parole descrive la profondità del mistero. Mc 9: le vesti Gesù bianche come nessun lavandaio potrebbe renderle così bianche. Da imitare per le nostre omelie. Il Vangelo da dare in mano a chi comincia e a chi ricomincia.

Marco scrive per una comunità di origine pagana. Un catechismo essenziale vicino alla cultura romana. Esempio di inculturazione. Usa le immagini e non i concetti. Le immagini sono aperte: ad esempio il chicco di grano. Fare catechesi con i concetti è cosa diversa dalla narrazione. Ha inventato lo schema del Vangelo: dal battesimo alla resurrezione. Non è giunto nella sua forma completa. Il suo è un annuncio di fede, non è solo un testo narrato ma un testo creduto.

Tre livelli:

  • 1) pre-catecumenato –
  • 2) catecumenato –
  • 3) il credente.

Spesso trattiamo le persone come credenti e invece non sono nemmeno nel pre-catecumenato. La pastorale crolla costruiamo sul terzo dato. In Marco non c’è tanto un’idea da capire ma un fatto da ricordare, riportare nel cuore. possiamo distinguere due grandi sezioni: 1) Mc 1-8: Gesù vero uomo – 2) Mc 8-16: Gesù vero Dio.

Seconda meditazione

Alcune premesse Il silenzio non come proibizione ma come dono: Ap 8,1: “si fece silenzio in cielo per circa mezz’ora”. Le chiese come luogo per disintossicarsi del chiasso, del rumore. “Serba ordinem, ordoserbavit te”. Non c’è adorazione eucaristica comunitaria, è una scelta: Gesù non è sempre esposto pubblicamente, ma è sempre nascosto nel tabernacolo Per liberarci da ciò che ingombra la vita. “Sono venuto al mercato per vedere tutto ciò di cui non ho bisogno” (Socrate).

Troppe cose ingombrano la nostra vita. Un poeta indiano ha così espresso la sua ricerca di Dio: « Tienimi alla tua porta / come servo vigile e attento: / mandami come messaggero per il Regno / a invitare tutti alle tue nozze. / Non permettere che io affondi / nelle sabbie mobili della noia, / non lasciarmi intristire dall’egoismo, / in pareti strette, senza cielo aperto. / Svegliami se m’addormento nel dubbio / e sotto la coltre della distrazione, / cercami, se mi perdo nelle molte strade / tra grattacieli di inutili cose. / Non permettere che io pieghi il cuore / all’onda violenta dei molti: / tienimi alta la testa, / orgoglioso d’essere tuo servo » (RobindronathTagore)

 Liberarci dal nostro piccolo mondo antico: a volte siamo legati a piccole cose che ci trattengono. Liberarci da tre atteggiamenti:

  1. 1) il collo girato all’indietro (la purificazione della memoria) – non significa dimenticare il passato ma non ritornare su cose del passato e in particolare sul peccato –
  2. 2) ripiegati a guardare solo la punta dei piedi, ripiegati sul presente, come Narciso che per guardare troppo nell’acqua annega – liberarci dall’attimo fuggente –
  3. 3) il collo verso l’esterno: essere così protesi verso il futuro da dimenticare presente e passato – se siamo evasori siamo evasori del presente, è più facile rifugiarci nel passato, fuggire nel futuro, con fatica viviamo il presente.

Un avverbio che ritorna con frequenza nei Vangeli è oggi. La nostra spiritualità è quella del presbitero diocesano. Nasce dall’Ordine e dall’incardinazione. Questa è la grazia e anche il limite. Non siamo mendicanti di altre spiritualità. Anche se accogliamo con umiltà ogni spiritualità con un sano discernimento. Senza perdere la propria identità. Uno dei frutti del Vaticano II è aver dato al presbiterio una sua precisa identità, negli ultimi decenni è aumentata la qualità della vita sacerdotale. Quando siamo inviati in qualche realtà ecclesiale, ricordiamo che siamo preti in, mai preti di.

Vi sono molti risvolti pastorali che oggi non possiamo approfondire. Accogliamo la spiritualità benedettina perché tutto ci arricchisce, come affluenti della nostra spiritualità. La Regola di san Benedetto ricorda un principio cardine della vita e della spiritualità cristiana: Ora et labora.  Oggi siamo passati dall’Ora et labora al labora et ora, per poi approdare al labora et labora.

San Benedetto offre tre strumenti: il libro, l’aratro e la croce.

  1. 1) Il libro: Vangelo e cultura. La grande tragedia è la separazione tra Vangelo e cultura.
  2.  2) L’aratro: lavoro manuale e lavoro intellettuale. San Paolo ricorda: “Chi non vuole lavorare neppure mangi” (2Ts 3). Non vivere nella continua agitazione. Formazione permanente. Da quanto tempo non leggo più un libro.
  3. 3) la croce: non cercata ma accolta. Come il cireneo che torna dai campi.

Marco capp. 1-2

Premessa: “Risuona la Parola, il diavolo si è allontanato” (sant’Agostino). “La Parola zittì chiacchiere mie” (Clemente Rebora) “Inizio del vangelo di Gesù Cristo, Figlio di Dio” (Mc 1,1): qui c’è tutto! Siamo sulla porta della chiesa ed è già scritto tutto. Poi avanziamo nella chiesa, verso l’abside e scopriamo quello che è già scritto sulla porta. Marco non dice Gesù il Cristo ma Gesù Cristo. In Mc 15,39 troviamo la conclusione: “Veramente quest’uomo era figlio di Dio”. ma questo cammino dobbiamo farlo a piedi. A volte ci fermiamo sul portale, ammiriamo la bellezza del portale. Se restiamo sulla soglia non abbiamo fatto il cammino di fede.

Per vedere bene dobbiamo avanzare, arrivare fino alla croce. Quattro colonne Mc 1,1 – 1,11 – 8,29; 15,39: sono le quattro colonne che mantengono tutto il Vangelo di Marco.

  • Mc1,1: è il titolo, l’annuncio che tutto racchiude.
  • Mc 1,11: “Tu sei il Figlio mio” – è il Padre che parla
  • Mc 8,29: “Tu sei il Cristo” – è Pietro, la Chiesa che inizia a confessare la fede – per Pietro è ancora uno dei Messia, la professione di fede in Marco è incompleta –
  • Mc 15,39: “era figlio di Dio”: la prima professione completa viene da un pagano “Un uomo senza Cristo, un Cristo senza Dio” (Paolo VI) – Gesù diventa solo uno dei tanti. Se non è Figlio di Dio non mi salva.

Un angelo e una voce

Mc presenta Giovanni come un messaggero (ton aggelon, leggiamo in Mc 1,3) e una voce

  • (1, 3-4). Ecco, io mando il mio messaggero davanti a te, egli ti preparerà la strada. 3Voce di uno che grida nel deserto: preparate la strada del Signore, raddrizzate i suoi sentieri,
  • 4 si presentò Giovanni a battezzare nel deserto, predicando un battesimo di conversione per il perdono dei peccati. Il vestito di Giovanni è quello di Elia, il profeta che annuncia i tempi futuri:
  •  5 Accorreva a lui tutta la regione della Giudea e tutti gli abitanti di Gerusalemme. E si facevano battezzare da lui nel fiume Giordano, confessando i loro peccati.
  • 6 Giovanni era vestito di peli di cammello, con una cintura di pelle attorno ai fianchi, si cibava di locuste (cavallette) e miele selvatico Look di Giovanni (1,6): si trova nel deserto, vuol dire che siamo già usciti dall’Egitto. Giovanni ha i fianchi cinti, come per la Pasqua, come coloro che attendono il padrone quando torna.
  • Mangia locuste: immagine della Parola che vince il serpente, anche il miele è immagine della Parola (salmo) – Giovanni è il santo del dito, colui che indica un Altro che sta per venire: c’è già una prima cristologia: uno che viene dopo di me, ma più forte di me. Egli non può slegare il mistero, sarà sciolto sulla croce. Giovanni battezza con acqua, il Messia vi battezzerà nello Spirito.
  • e predicava: «Dopo di me viene uno che è più forte di me e al quale io non son degno di chinarmi per sciogliere i legacci dei suoi sandali. 8 Io vi ho battezzati con acqua, ma egli vi battezzerà con lo (in) Spirito Santo».

Il battesimo di Gesù

  • – Nelle acque Gesù diventa il povero con i poveri. Mc non ha il Vangelo del natale: qui egli parla del natale e della Pasqua.
  • Nelle acque Gesù s’immerge, sulla croce viene innalzato.
  • Qui lo vediamo in fila con i peccatori, là lo vedremo in croce con i malfattori.
  • Qui inizia il servizio regale, là lo vedremo sul trono.
  • Qui s’immerge nell’acqua dive tutti nasciamo, là … si squarciano i cieli, là il velo del tempio;
  • qui scende lo Spirito, là diede lo Spirito
  • qui una voce dal cielo lo riconosce figlio, là una voce della terra lo riconosce Figlio.
  • Gesù non ha bisogno di essere battezzato, ma le acque hanno bisogno di essere purificate.
  • Stava nel deserto con le bestie: il deserto è diventato giardino. Is 11: il lupo e l’agnello.
  • La creazione è ricreata in Cristo. La Chiesa battezza perché i bambini non sono innocenti.
  • In Gen tre forme del peccato: Adamo ed Eva, Caino e Abele, la costruzione di Babele. Mettersi al posto di Dio, uccidere i fratelli, confondere la lingue. Ontologicamente siamo segnati dal male.

Geografia pastorale di Gesù

Fare attenzione al territorio – la prima predica di Gesù (1, 15). Nessuna rivelazione aggiunge nulla a quello che Gesù ha detto all’inizio. Il tempo è compiuto: vi è una linearità, siamo in cammino verso un oltre. Non come Sisifo che torna sempre allo stesso punto. La chiamata arriva quando vuole il Signore, avviene in un luogo ordinario. “Quando uno è ai tuoi occhi, tanto è e nulla di più” (Imitazione di Cristo).

La vocazione è anzitutto uno sguardo. “Ancora informe mi hanno visto i tuo occhi”. “Ma come mai appena li chiamati sono andati dietro a lui?”, chiede san Girolamo. La parola di Dio è creatrice. Appena li chiama li ha anche ricreati. Il tempo della vocazione è subito. Lasciano le cose e gli affetti. “La fede è … un paio di piedi legati al cuore”. La teologia della festa: lo Sposo è con voi! La festa è data dalla presenza di Gesù.

Terza meditazione

Premesse Mc 1,37-38: “Tutti ti cercano … andiamocene altrove” – la prima tentazione della Chiesa – cercare Gesù come taumaturgo – Gesù non vuole il successo personale neanche a fin di bene – che cosa cerca la gente? Passare da una pastorale che accontenta ad una pastorale che fa contenti.

“E là pregava …”: la notte è figura della morte – anche nella notte Dio rimane – e così pure nella morte – non dobbiamo solo parlare di Dio ma con Dio. Ripercorrere la notte nella Bibbia – Gv 13,30: “Ed era notte”. Per leggere la Bibbia con occhiali bifocali, cristologici ed ecclesiali – chi legge senza Cristo e senza la Chiesa fa molti danni spirituali –

Gli affluenti arricchiscono il fiume, a condizione che non facciano straripare il fiume, il fiume deve rimanere nel suo letto originario. La spiritualità del presbitero diocesano. Mc 4: chi è dunque costui? La domanda è fatta dai discepoli, emerge la fatica di credere – Mc 3: Gesù mette al centro l’uomo, al centro della pastorale deve esserci l’uomo – un uomo senz’altri aggettivi – C’è anche una folla che lo assedia – Gesù chiede una piccola barca per non essere schiacciato dalla folla – dobbiamo anche noi fare così. Una barca da tenere sempre pronta: un amico con il quale scambiare una parola, un libro, un tempo di preghiera, un confratello, il vescovo … La folla chiede i miracoli. Nella folla ci sono anche gli spiriti impuri che lo additano come il Figlio di Dio. il diavolo è più intelligente degli altri. Non tutti quelli che dicono “tu sei Figlio di Dio” sono amanti di Dio. Non basta conoscere, occorre amare. Sale sul monte – inizia a formare il presbiterio. Gesù ha per i Dodici una cura particolare. È la seconda chiamata. Non tutti i chiamati stanno con Lui, non tutti sono mandati. Scorriamo i nomi, ogni nome ha un significato: Pietro è l’immagine della fedeltà – Giacomo e Giovanni (Dio protegge, Dio è benigno) – [in ogni presbiterio ci sono lampi e tuoni – quelli che si lamentano sempre, quelli che sono più impetuosi] – Andrea che vuol dire uomo – Filippo è amante dei cavalli, sa fare i conti, avrebbe potuto fare l’economo – Simone lo zelota, uno che aveva lottato contro i romani – anche Giuda. Un gruppo articolato – dinanzi a Dio siamo unici e irripetibili. Una duplice famiglia: Mc 3,20: i suoi che lo giudicano fuori di sé. A volte i più vicini sono quelli che non capiscono. La lezione sul regno diviso in se stesso – un presbiterio che non recupera la comunione non può fare missione. Anche Satana, se diviso, non può far nulla. Siamo chiamati ad una pastorale ad gentes, non contra gentes. Correggersi a vicenda, evitando di scrivere lettere anonime … Qual è il peccato contro lo Spirito? Un appello alla nostra libertà – S. Ambrogio: la luce splende per tutti ma se uno chiude la finestra, si priverà del sole. Il peccato contro lo Spirito è la chiusura alla grazia. Lo sfondo del brano è il no d’Israele, la chiusura d’Israele. C’è una famiglia che lo ritiene pazzo. Ma c’è un’altra famiglia: quella che resta fuori, nell’attesa. Immagine d’Israele. Un inno nascosto a Maria: chi più di Lei ha fatto la volontà del Padre? Si entra in famiglia attraverso il filo della fede.

Le parabole. Gesù forma la sua famiglia attraverso le parabole, recuperare le immagini, il racconto per formare le nostre comunità. “Iniziò di nuovo a insegnare”. La parabola del seminatore: le gioie e i dolori del ministero. Un pensiero che spesso ritorna nella vita dei pastori: chi me lo fa fare? Nasce dallo scoraggiamento quando non vediamo i frutti. È la parabola del seme: se consideriamo la capacità del seminatore, sbagliamo. La forza non viene dal seminatore ma dal seme. Se è il seme, il nostro ministero è inutile. A noi non interessa il terreno, non siamo imprenditori ma evangelizzatori, non dobbiamo calcolare. È sera: di nuovo sulla barca – congedata la folla – c’erano anche altre barche – pensavamo di poter riposare, dopo una giornata impegnativa. E invece … arriva una tempesta, imprevista come tutte le tempeste. La domanda della sfiducia: “non t’importa?”. Il mare è segno del caos. Nella nuova Gerusalemme non c’è più mare. Perché la paura? Le piccole paure sono segno della grande paura, cioè la paura della morte. “Quella barca presenta la figura della Chiesa che nel mondo è agitata dalle onde, dalle persecuzioni. Il Signore permette le persecuzioni e le prove, fino a quando si ridesta e ridona la tranquillità. Nel mare è tornata la calma, ma resta una domanda: chi è costui?

Mercoledì 9 novembre – quarta meditazione

Premesse per la vita spirituale Superare la sindrome del guado: a metà della traversata, la domanda: sto in mezzo, che faccio? È la sindrome dell’adolescenza. Silenzio: “se rinascesse in noi la stima del silenzio” (Paolo VI). Un silenzio esterno facile. Difficile fare il silenzio interiore. “Sto da solo nella mia cella, ma con me c’è sempre una pazza che mi trascina dove non vorrei andare” (sant’Antonio). O silenzio di Nazaret, rendici fermi nei buoni propositi. La liturgia invita al silenzio. Vi sono celebrazioni che somigliano più a spettacoli. Come si sta in comunità? a) possiamo stare “come le noci”, ciascuno chiuso nel proprio guscio, l’uno accanto all’altro; b) si può stare come le castagne (quando sono nel riccio): pungendoci a vicenda – c) si può stare come le stelle: illuminando a vicenda. La confessione si prepara stando dinanzi alla Parola di Dio. “Facciamo silenzio prima di ascoltare la Parola perché i nostri pensieri siano rivoti alla Parola. Facciamo silenzio dopo l’ascolto della Parola perché ci parli ancora. Facciamo silenzio al mattino presto perché Dio deve avere la prima parola. Facciamo silenzio prima di coricarci perché l’ultima Parola appartiene a Dio. facciamo silenzio solo per amore della Parola” (Bhonoeffer).

Marco capp 5-6

Marco è il Vangelo del catecumeno, in questa sezione passiamo dal battesimo all’Eucaristia. Ma più avanziamo, più i discepoli non capiscono. Il loro cuore è indurito. L’evangelista registra una progressiva chiusura nei confronti di Gesù. Ogni tanto compare una piccola barca, mistero della Chiesa.

Nel paese dei Geraseni. Qui c’è l’immagine del battesimo. Gli viene incontro un uomo posseduto da uno spirito impuro. Vive tra i sepolcri: il vocabolo greco significa memoria. È un uomo ammalato. L’uomo gridava e si percuoteva. Chi grida non è libero, non ha mai ragione. “Che vuoi da me?”. La verità tormenta il male. “esci”: Gesù ha questa parola forte. Il male si nasconde. Il mio nome è legione, siamo molti. La scena dei porci. Il peccato è sempre un atto di porcificazione. I porci sono un’immagine del mondo pagano. Gesù ci ricorda che ogni volta che accogliamo il male, andiamo a finire in mezzo ai porci. Lui restituisce l’uomo alla verità: seduto, vestito, sano di mente. Gesù si spoglierà sulla croce per rivestirci della vera dignità. Anche di Gesù avevano detto: è pazzo! Va’ nella tua casa: questo pagano restituito alla libertà, diventa un evangelizzatore. Oggi diremmo: un operatore pastorale.

È risalito sulla barca. Arriva Giairo: la mia figlioletta è molto malata. Sembra di vedere in filigrana una normale giornata in parrocchia. Gesù incontra la condizione dell’uomo nella sua fragilità. Ritorna il verbo toccare: lo scandalo del cristianesimo è l’uomo Gesù. La difficoltà è accettare che Dio si è fatto uomo, in tutto simile a noi. Col 2,9: “In Lui abita corporalmente tutta la pienezza della divinità”. Credere che il Verbo si è accartocciato nella carne, questo è lo scandalo. La carne di Cristo è l’unica esegesi del Padre. Ancora oggi è così.

La donna malata. Cercava di toccare Gesù da dietro. Nell’AT nessuno poteva vedere Dio in volto, solo le spalle. Questa donna ha fede. Toccare il lembo del mantello è toccare Gesù. I Padri dicono che i sacramenti sono il lembo del mantello. Gesù vuole che la donna non resti dietro di Lui, la vuole davanti. Dio ci mostra il suo volto. “Figlia, la tua fede ti ha salvato”. La fede vuol dire stare dinanzi a Dio. Tua figlia è morta, perché disturbi ancora il Maestro? La morte sembra la fine. Anche oggi si pensa così. l’uomo diventa un ricordo, custodiamo le immagini ma non si prega più. La bambina non è morta ma dorme. Ecco il grande annuncio. “Su questo, dissero a Paolo, ci sentiremo un’altra volta” (At 17,32). Non c’è spazio per la morte nella nostra vita. L’eutanasia è una risposta sbagliata. Ma noi come sappiamo stare dinanzi ai malati gravi, ai morenti. La concretezza di Gesù: preparate qualcosa da mangiare. Il mistero della Incarnazione.

Torna a Nazaret. Gesù è disprezzato. Ma egli impose le mani e guarì alcuni. C’è sempre qualcuno che crede e riceve la grazia. In mezzo alla folla anche uno solo può toccare il lembo del mantello. Prepariamo la migliore omelia. La gente non vuole prediche. L’omelia è far risplendere la Parola di Dio.

La missione: li manda a due a due. Mistero di comunione. Non li manda più con il look di Giovanni battista, ma con quello della Pasqua: il bastone, i sandali, ecc.

Perché Marco inserisce qui il martirio del Battista? Annuncio del martirio. Passiamo dal battesimo all’Eucaristia. Per arrivare poi alla Pasqua. C’è una stupenda pagina di pastorale familiare. Chi dice alla figlia cosa chiedere? È la mamma. A volte critichiamo i giovani. Ma sono gli adulti (con atteggiamenti e parole) che suggeriscono il male.

Il pane. Dal battesimo all’Eucaristia. Il cuore si indurisce. Non avevano neppure il tempo di mangiare. Gesù attento alle esigenze dei discepoli: Venite in disparte. Riappare la barca. I grandi santi non hanno lasciato la barca. La prima carità è la parola. E la prima parola è la carità. La pastorale dei discepoli: mandiamoli via! Date voi da mangiare!

Dicono i Padri: Gesù ha preso tutto dell’uomo eccetto il peccato, tutto della Parola eccetto l’errore. Quando diciamo la Parola non indichiamo solo la Scrittura.

Il male dell’indemoniato ricade tutto su Gesù. Gli apostoli non compaiono. Qui invece ci sono i discepoli, sono loro che devono distribuire il pane. La folla ordinata a gruppi. Anche qui il deserto diventa giardino. Tutti mangiarono e furono saziati. Ma restano dodici ceste. Mistero della Chiesa.

Nella notte Gesù cammina sul mare. I discepoli gridano. Non è più l’indemoniato, sono i discepoli. “Coraggio, sono io!”. E quando sale sulla barca, cessa il vento. “Senza di me non potete far nulla”. Dove c’è Gesù non c’è più agitazione.

Fatta la traversata, riappare la folla con le sue molteplici esigenze. La gente cerca di toccare almeno il lembo del mantello.

“Dove lo possiamo trovare? Si è nascosto in un nascondiglio dove non si fa trovare. Un po’ di pane, chi lo cercherebbe in un po’ di pane?” (Luigi Santucci).

Quinta meditazione

Premessa Abbiamo confuso la centralità dell’Eucaristia con l’esclusività dell’Eucaristia – a volte, dopo la Messa non sappiamo fare altro liturgicamente – è bene prevedere la celebrazione comunitaria della penitenza perché la celebrazione aiuta la comunità a prendere coscienza del peccato – Rileggere il Vangelo nelle nostre comunità, tutto il Vangelo, senza perdere nessuna parola. i testi si comprendono meglio nel contesto.

Marco capp. 7-8

Lo sfondo è quello del pane: andiamo verso l’Eucaristia, senza dimenticare il battesimo (effatà). Il popolo pagano si apre a Cristo mentre i discepoli i chiudono sempre di più. “Non intendiamo fare da padroni della vostra fede ma collaboratori della vostra gioia” (2Cor 1,24). « Mio figlio si accosterà al sacramento della Cresima ma quello che vedo nei suoi occhi mi fa presagire che non continuerà il cammino di fede. Non è tutta colpa dei ragazzi. Quando io ho frequentato, il mio don stava con noi … ma soprattutto era felice. […] in questi incontri si parla solo di obblighi […] le uniche parole sentite sono soprattutto quelle della tristezza. […] i giovani di oggi hanno bisogno di sostegno ». Mc 7,8: “Trascurando il comandamento di Dio, voi osservate la tradizione degli uomini”: è questo il motivo per cui sarà crocifisso. I farisei e gli scribi vogliono attaccare Gesù denunciando il comportamento dei discepoli. Gesù denuncia che le tradizioni umane hanno soffocato la Parola. La difficoltà della nostra pastorale: abbiamo costruito così tante tradizioni da perdere il cuore dell’annuncio! La traditio è una sola: “nella notte in cui veniva tradito prese del pane …” (1Cor 11,23). Il cuore della tradizione è il suo Corpo e il suo Sangue. il mistero dell’Incarnazione si prolunga nell’Eucaristia. Intorno alla tradizione custodire tutte le belle tradizioni, da mantenere. La pastorale della spugna: serve per pulire ma non per cancellare ogni cosa. I discepoli lo interrogano in casa. Gesù parla del cuore. “Di queste case non è rimasto che qualche brandello di muro, di tanti che mi corrispondevano non è rimasto neppure tanto. Nel cuore nessuna croce manca, e il mio cuore il paese più straziato” (Ungaretti).

Gesù fa una lezione di personalismo cristiano, rigettando ogni forma di strutturalismo. La vita della persona è il cuore. Non è la struttura che mi fa incontrare il Signore. tutto parte dal cuore, la rivoluzione è interiore. Dal cuore esce tutto il male che vediamo sulla scena del mondo. L’opzione fondamentale avviene dentro di noi, poi diventa azione. Dichiarando buoni tutti i cibi, recupera la bellezza della creazione. Una donna pagana riesce a strappare il miracolo. Il mondo pagano si sta aprendo a Gesù mentre Israele si chiude.

La fede non è circoscritta ai nostri gruppi. Ma Gesù guarisce il sordomuto: ritorna il tema del battesimo. Seconda moltiplicazione dei pani. La prima sottolinea la dimensione giudaica, la berakha, la benedizione. Qui invece l’accento è posto sul rendimento di grazie. I discepoli parlano di comprare, Gesù invita a donare. Una mentalità che calcola e una fondata sulla gratuità. Azienda e volontariato. “Sa dire grazie il più povero perché tutto aspetta e accoglie come dono” (Bernanos).

Ci sono quelli che cercano segni. Avevano con sé un solo pane: Gesù. I discepoli non hanno ancora capito. “Avete occhi e non vedete. Avete gli orecchi e non udite?”, domanda Gesù. Poco prima ha guarito un sordomuto. C’è bisogno di un altro miracolo, un’altra effatà. Dodici ceste avanzate prima, sette ceste dopo. Dodici come gli apostoli, sette come i diaconi. La Chiesa tiene gli uni e gli altri. Miracolo al rallentatore. Gesù prende per mano il cieco. Dando la mano al Vescovo, diamo la mano a Gesù. La gradualità del cammino di fede. Andiamo verso la luce con gradualità. Lo rimandò a casa sua: la nuova evangelizzazione inizia dalla casa, dalla famiglia. Cesarea di Filippo. Lungo la strada pone le domande. A Gesù non interessa il sentito dire: Voi chi dite che io sia? Pietro risponde: “Tu sei il Cristo”. La professione di fede è incompleta e inesatta. Mc 1,1: “Inizio del Vangelo di Gesù Cristo” (senza articolo).

Qui invece c’è l’articolo il. Gesù inizia a spiegare chi è il Messia. Pietro si vuole mettere davanti. Gesù gli ordina di mettersi dietro. Gesù convoca la folla: se qualcuno vuole venire dietro a me … la sequela è per tutti. La sequela sullo sfondo del giudizio finale: “Chi si vergognerà di me e delle mie parole davanti a questa generazione adultera e peccatrice, anche il Figlio dell’uomo si vergognerà di lui, quando verrà nella gloria del Padre suo con gli angeli santi” (Mc 8,38).

Concludo con un testo poetico, tratta da Giuseppe Ungaretti, s’intitola Veglia e fotografa un frammento di vita: « Un’intera nottata / Buttato vicino / A un compagno / Massacrato / Con la bocca / Digrignata / Volta al plenilunio / Con la congestione / Delle sue mani / Penetrata / Nel mio silenzio/ Ho scritto / Lettere piene d’amore //  Non sono mai stato /  Tanto / Attaccato alla vita » A volte siamo tanto attaccati alla vita da dimenticare che Gesù tornerà.

Sesta meditazione

Premesse Alcuni giorni fa mons. Diego Coletti, vescovo di Como ha presentato il documento Orientamenti pastorali per la promozione delle vocazioni al ministero sacerdotale della Congregazione per l’educazione Cattolica. Il Vescovo ha affermato che “a soffrire di più sono le Chiese di antica tradizione”. A suo parere la questione non è puramente ambientale. «Nelle condizioni ambientali più avverse e contrarie allo spirito del Vangelo — ha spiegato monsignor Coletti — quando una comunità cristiana vive e opera coraggiosamente e con coerenza di fede, non manca l’attenzione alle vocazioni sacerdotali e non mancano i frutti della semina.

E viceversa: anche là dove sono presenti antiche e consolidate tradizioni cristiane, ma si è affievolita la qualità della fede e, per così dire, è stata dispersa in tante cose che solo da lontano hanno a che vedere con il Vangelo, le cause di una crescente sterilità vocazionale sono da attribuire più alla debolezza interna della testimonianza cristiana e della fede che all’indifferenza o all’aggressività dell’ambiente esterno alla comunità cristiana».

Questa problematica è in modo particolare di carattere europeo che soffre maggiormente una carenza di vocazioni in atto da anni. «La giusta rivendicazione delle “radici cristiane” della cultura europea — ha detto in proposito il vescovo — dovrebbe essere accompagnata, per quanto riguarda la responsabilità dei cristiani, da un altrettanto forte richiamo all’importanza di verificare l’abbondanza e l’attualità dei frutti di tali radici».

Monsignor Francesco Lambiasi, vescovo di Rimini e presidente della Commissione della Conferenza episcopale italiana per il clero e la vita consacrata, ha detto in proposito: «In Europa si vive oggi un’angosciante desertificazione di senso. L’homo europaeus si percepisce doppiamente orfano: della tradizione, già liquidata dall’epoca moderna, e del futuro, avvertito dalla sensibilità post-moderna come oscura minaccia e non come sogno promettente e concretamente realizzabile».

Che fare? Ri-presentare nuovamente Cristo. Questa missione nasce da un esigente cammino vocazionale. Occorre però tener presente gli ostacoli: fenomeni sociali e culturali come il calo demografico, la crisi della famiglia, una diffusa mentalità secolarizzata che si fa sempre più strada e, non ultimo, le condizioni difficili in cui si svolgono la vita e il ministero del prete, «esposto a profonde trasformazioni ecclesiali e sociali che causano sovente, da un lato, emarginazione e insignificanza del suo ruolo, e dall’altro la deriva verso stili di “professionalità” che rischiano di ridurre il ministero sacerdotale a un mestiere tra i tanti. Anche da questi fenomeni, largamente presenti e influenti in varie parti del mondo, può derivare lo sconforto e il basso profilo spirituale di alcuni preti.

La situazione generale della vita sacerdotale e la sua capacità di porsi come richiamo vocazionale sono poi messe a dura prova dallo scandalo suscitato, in alcuni casi, dai comportamenti gravemente immorali di qualche membro del clero» (mons. Coletti). Da questi fenomeni, se manca una vera vita spirituale può derivare lo sconforto, la depressione, il basso profilo spirituale di alcuni preti. La situazione generale della vita sacerdotale e la sua capacità di porsi come richiamo della vita vocazionale.

Che fare? Il documento della Congregazione offre otto suggerimenti come otto sono le beatitudini. Creazione di un ambiente ispirato alla vita cristiana Costanza nella preghiera Realizzazione di una pastorale integrata che promuove una coerente convergenza di programmi e proposte, Nuovo slancio missionario ed evangelizzatore Restituzione alla famiglia del suo ruolo fondamentale Forte testimonianza di vita da parte dei presbiteri – Riconoscimento di una piena efficacia educativa del volontariato Riaffermazione del valore della scuola e dell’università come occasione di approfondimento dell’esperienza cristiana Il documento ricorda che la comunità vive dove si legge e si vive il Vangelo.

Marco capp. 9-10

Tema di fondo: andiamo verso la cecità, un frammento di luce sarà la Trasfigurazione – La domanda è sempre la stessa: chi è Gesù? La risposta viene dall’alto, conferma e ampia quello che già è stato proclamato nel battesimo. L’autorità del Padre chiude ogni dibattito: “questi è il Figlio mio, ascoltatelo”. Dopo queste parole, nel Vangelo di Marco Dio non parla più. Siamo rimandati all’ascolto. Dio Padre leva un lembo del mantello per far vedere la divinità del Figlio. C’è crisi tra i discepoli. Gesù non si scoraggia e non scoraggia. Prende alcuni – Pietro, Giacomo e Giovanni: non tutti, solo alcuni che fanno da tramite. “La bellezza salverà il mondo”. Fine atto di pedagogia. Prima dello scandalo della croce li porta in alto per donare uno squarcio della verità. Vedono cose, scrive Pietro, “nelle quali gli angeli desiderano fissare lo sguardo” (1Pt 1,12). Sul monte si parla della Pasqua, tre modi della presenza di Dio: Mosè, la legge e quindi il passato; Elia, la promessa, il futuro d’Israele; la carne di Gesù. Ad un certo punto tutti scompaiono, resta il solo Gesù, testimone fedele di Dio. La sua carne è l’esegesi di Dio. Scendono dal monte per filtrare la luce attraverso la croce. Per crucem ad lucem.

Non devono raccontare quello che hanno visto. Perché? Avrebbero raccontato senza aver capito. Come tanti che si lasciano affascinare da certe celebrazioni ma non credono. Scendendo si chiedono: che significa risorgere dai morti? Sono entrati nel mistero da spettatori. Portano dentro questo squarcio di resurrezione ma non hanno capito. Il ragazzo epilettico. L’ultimo esorcismo. Il racconto è più duro, più crudo. L’immagine del battesimo: Gesù chiede al padre del fanciullo. Sembra di sentire la domanda che la Chiesa nella liturgia del battesimo rivolge ai genitori: che cosa chiedete per i vostri figli? Il demone qui è l’incredulità. Uno sfogo di Gesù: “O generazione incredula”. Solo la preghiera può scacciare questi demoni. La preghiera che riconosce e invoca Dio come Padre. Secondo annuncio della passione. Anche in questo caso i discepoli non comprendono ed hanno paura di chiedere.

In casa. Una nuova catechesi: la Chiesa è nata nelle case. Gesù chiede ai discepoli di che cosa stavano parlando. Non rispondono. Ma Gesù li chiama nuovamente, si siede, veste i panni del Maestro. Mostra il bambino, li sceglie perché non contavano nulla. Si diventa adulti nella fede nella misura in cui si diventa piccoli. Al centro del Vangelo non c’è Dio, c’è l’uomo. I bambini si fidano degli adulti, anche troppo. Giovanni riporta l’attenzione su un altro fatto: «Maestro, abbiamo visto uno che scacciava i demòni nel tuo nome e volevamo impedirglielo, perché non era dei nostri». Gesù apre allo Spirito, al di là dei confini dei Dodici.

Non basta avere il nome di Gesù sulla bocca: « Alcuni esorcisti ambulanti giudei si provarono a invocare anch’essi il nome del Signore Gesù sopra quanti avevano spiriti cattivi, dicendo: «Vi scongiuro per quel Gesù che Paolo predica». 14 Facevano questo sette figli di un certo Sceva, un sommo sacerdote giudeo. 15 Ma lo spirito cattivo rispose loro: «Conosco Gesù e so chi è Paolo, ma voi chi siete?». 16 E l’uomo che aveva lo spirito cattivo, slanciatosi su di loro, li afferrò e li trattò con tale violenza che essi fuggirono da quella casa nudi e coperti di ferite. 17 Il fatto fu risaputo da tutti i Giudei e dai Greci che abitavano a Efeso e tutti furono presi da timore e si magnificava il nome del Signore Gesù » (At 19, 13-17) Siamo arrivati in Giudea. E inizia partendo dal matrimonio.

Anche gli sposi fanno parte dei discepoli. Gesù riporta nel giardino: “all’inizio non fu così”. Non impedite ai bambini di venire presso di me, dice Gesù. E li benediceva e li abbracciava. Con questo gesto egli chiede ai discepoli di diventare come quei bambini che si stringono a Lui. La vocazione mancata: se ne va, scuro in volto perché aveva molti beni, annota l’evangelista. Testimoni autorevoli raccontano che in punto di morte don Milani abbia detto: “sta accadendo un piccolo miracolo: un cammello passa attraverso la cruna di un ago”. Tutto è possibile a Dio. A Pietro che rivendica di aver tutto lasciato, Gesù risponde che ha ricevuto molto di più. La domanda dei due discepoli. l’indignazione degli altri discepoli. Una nuova catechesi sul servizio. “tra voi non è così”.

Oggi dobbiamo registrare che la mentalità del mondo è entrata nella Chiesa; purtroppo non accade sempre il contrario. Siamo giunti a Gerico. È il grido dell’umanità che attende. È il grido che la liturgia pone all’inizio della Messa. La Chiesa è fatta di volti, persone, incontri. Gesù vuole vedere chi l’ha toccato. Qui egli chiede di vedere chi grida. Il cieco getta il mantello: quel mantello è l’immagine di tutto ciò che ostacola il rapporto con Gesù. Quel mantello ritornerà. “Noi ti preghiamo … noi i colpevoli, i nati fuori tempo, noi che ci lamentiamo ancora di te e ci sforziamo di vivere con te, noi gli ultimi, i disperati, i reduci, noi ti preghiamo che tu ritorni ancora una volta tra gli uomini, che ti uccisero, per dare a tutti noi la luce della vita vera.

Gli uomini allontanatisi dal Vangelo hanno trovato la desolazione e la morte. Non abbiamo noi disperati che la speranza di un tuo ritorno. Ti aspetteremo ogni girono, a dispetto della nostra indegnità e tutto l’amore che potremmo torchiare nei nostro cuori devastati, sarà per te”

Settima meditazione

Premesse “Il silenzio qualche volta è tacere, sempre ascoltare” (MadeleineDelbrel)

Liberarsi dalla sindrome della valigia: siamo più preoccupati della partenza che di vivere il presente – è vero però che “la nostra collocazione è provvisoria” (don Tonino Bello), anche il dolore è provvisorio.

Alcune note per una spiritualità del presbitero diocesano Un tema importante da riprendere e da approfondire. Il modello è la giornata di Gesù nel Vangelo. La spiritualità non è una spiritualità di serie B. Alcuni prendono la spiritualità di un monastero o di un movimento ma non hanno il coraggio di entrare nel monastero, può essere più comodo restarne fuori. Siamo collocati dall’Ordine: è un fatto teologico, siamo legati dal vincolo sacramentale, ci chiamiamo – e siamo! – fratelli in Cristo, l’Ordine ci costituisce famiglia presbiterale. Il luogo è il territorio diocesano. Un segno liturgico è quello di imporre le mani al nuovo presbitero: vuol dire partecipare all’ordinazione e accogliere il nuovo. Entriamo a far parte della famiglia, di essa prendiamo le ricchezze e la povertà. La Chiesa ha posto nelle nostre mani uno strumento: il breviario.

La spiritualità è scandita dalla liturgia delle ore. Quando con un amico non ci si vede più, vuol dire che il legame è affievolito. Entriamo nella preghiera di Gesù, la grande preghiera sacerdotale. Anche noi portiamo nella preghiera la preoccupazione per la Chiesa. Non abbiamo le mura del monastero, non c’è il superiore che ogni giorno ci ricorda la nostra vocazione.

La nostra preghiera è nel cuore della Chiesa ma deve essere anche con la Chiesa nel cuore. la preghiera più solitaria non è meno ecclesiale. La liturgia delle ore ci aiuta a stare dinanzi a Dio e ci aiuta a condurre il popolo a Dio. La liturgia non assorbe tutta la preghiera ma è sempre pro populo.  C’è una schizofrenia tra vita spirituale e vita pastorale. Ci santifichiamo attraverso il ministero ordinario. Non è una tassa. I figli sono esenti dalle tasse. È un servizio che nasce dal diaconato. E rimane anche dopo per ricordarci la permanenza del servizio. Sacrificium laudis. Rileggere la liturgia delle ore alla luce del Cantico: un rapporto d’amore tra Dio e la creatura. Un duetto che si rinnova.

Dio ci dà appuntamento presso la croce e noi andiamo altrove. Le stesse parole hanno accenti sempre nuovi. “Alzati, mia bella, mia amica e vieni”. Una ricerca che talvolta diventa affannosa: “Mi alzerò e farò il giro della città”. È la notte della fede. Davvero mi ha chiamato? La voce della Chiesa in tutte le ore del giorno, in tutte le stagioni della vita. La liturgia delle ore nasce dall’Eucaristia e riporta all’Eucaristia.

I Padri dicono che le guardie sono a custodia della croce e del sepolcro. Noi lo troviamo dopo tre giorni. S’era smarrito Gesù o s’era smarrita Maria? Stare da soli dinanzi a Dio. La liturgia delle ore nasce dal giovedì santo. È peccato grave non partecipare alla celebrazione della Messa crismale, vuol dire abbandonare il presbiterio.

 La vita del presbiterio ha tanti altri appuntamenti:

  • a) Il ritiro mensile: non si va solo per affacciarsi ma per partecipare;
  • b) gli esercizi spirituali: non basta l’impegno a viverli, quelli del presbiterio sono il momento della famiglia;
  • c) i corsi di aggiornamento.

L’amicizia presbiterale: è una grande risorsa, vi sono preti che vanno a piangere sulla prima spalla che trovano, come se non trovassero tra il clero amici con cui condividere. Il presbitero ha il ritmo della diocesi e della parrocchia, il ritmo degli uffici. Un prete ha dato tutto, non ha più tempo per sé. Non ha cose sue da fare. Troppa lamentazione in giro. Diamo l’impressione che la vocazione sia un guaio che ci è capitato. Forse dobbiamo imparare a ridere: di noi stessi, mai degli altri; e soprattutto, mai ridere di Dio, come ha fatto Sara, potremmo ritrovarci come lei, con un bambino in braccio.

Marco capp. 11-12

Dopo aver letto e riletto la Scrittura, è solo una briciola. Nessuno potrà esaurire la Parola di Dio, è fonte sempre viva, da cui sgorga sempre acqua. L’asino. Gesù va verso la passione. I discepoli si chiudono: ha dato l’udito ai sordi, la vista ai ciechi per invitare il popolo ad aprirsi.

Gesù parla per immagini. Quanta attenzione per un asinello. Gesù cerca un asino: se siete disponibili, andiamo insieme a Gerusalemme. Gesù come un regista, prima descrive la scena e poi la fa vivere, esattamente come egli ha descritto. L’unica volta in cui appare questa frase: “Il Signore ne ha bisogno”. 10 Non sarà tolto lo scettro da Giuda / né il bastone del comando tra i suoi piedi, / finché verrà colui al quale esso appartiene / e a cui è dovuta l’obbedienza dei popoli. / 11 Egli lega alla vite il suo asinello / e a scelta vite il figlio della sua asina, / lava nel vino la veste / e nel sangue dell’uva il manto” Gen 49, 10-11 “Troverete un asino legato”: l’asino, immagine del servizio, è legato, Gesù invita a slegarlo. Occorre liberare la legge dai lacci delle tradizioni. Su questo asino nessuno era ancora salito. “Tiro avanti come un asino” (card. Etchegaray). Noi dobbiamo fare quello che ha detto Gesù. Non capiscono ma obbediscono. E inizia la conversione: si tolgono i mantelli e li stendono a terra, come ha fatto il cielo di Gerico. Gesù ha liberato l’asino, la creazione, l’uomo. E così entra a Gerusalemme. L’asino porta Gesù. Il dramma è quando invece di portare Gesù portiamo noi stessi. Il fico sterile. Non è la stagione dei fichi. Gesù lo sa bene. Ma vuole dare un annuncio: quel fico è segno della infruttuosità di Israele. Michea 7,2: Ahimé! Sono diventato / come uno spigolatore d’estate, / come un racimolatore dopo la vendemmia! / Non un grappolo da mangiare, / non un fico per la mia voglia. / 2 L’uomo pio è scomparso dalla terra, / non c’è più un giusto fra gli uomini: / tutti stanno in agguato / per spargere sangue; / ognuno dà la caccia con la rete al fratello.

Eb 4: “affrettiamoci dunque ad entrare nel suo riposo”. È giunto il tempo dei frutti. Il fico è immagine della croce: “Maledetto chi pende dal legno”. Attraverso la croce riceviamo il dolce frutto. I discepoli non hanno capito. Gesù invita ad avere fede. Impariamo la fiducia. Gesù ritorna nel tempio: non risponde alla domanda sulla sua autorità. Il silenzio di Dio. Lui non deve dare spiegazioni. Nel silenzio la Parola matura. Per averci creati liberi, Dio rischia di diventare inutile. Liberi di sbattere la porta in faccia, e anche di sputargli in faccia. Dio non ha scritto una teologia del dolore ma l’ha preso su di Sé.

La teologia non può / non vuole spiegare tutto. Ritorna nel tempio e offre un’altra parabola per spiegare la vicenda d’Israele: la parabola dei vignaioli omicidi. Altre dispute: a) le tasse e le istituzioni: abbiamo bisogno di chi ci governa, il modo di governare è sempre discutibile ma non possiamo insegnare l’anarchia – non salire su nessun carrozzone politico, custodire una sana libertà per poter denunciare il male – b) la verità della resurrezione – c) il comandamento dell’amore. Il fico inizia a dare i primi frutti: una vedova povera. È immagine di Gesù: come Gesù ha dato di più, ha dato tutto, ha dato la vita. Una donna ci aiuta ad entrare in Gerusalemme, una donna rimarrà sotto la croce.

Ottava meditazione

Differenza tra mendicante e accattone: siamo tutti mendicanti (colui che attende qualcosa da un altro), l’accattone è colui che pur, avendo tutto, approfitta del prossimo.

Nota sul celibato sacerdotale

“Ho sceso, dandoti il braccio, almeno un milione di scale ora che non ci sei è il vuoto ad ogni gradino. Anche così è stato breve il nostro lungo viaggio. Il mio dura tuttora, né più mi occorrono le coincidenze, le prenotazioni, le trappole, gli scorni di chi crede che la realtà sia quella che si vede. Ho sceso milioni di scale dandoti il braccio non già perché con quattr’occhi forse si vede di più. Con te le ho scese perché sapevo che di noi due le sole vere pupille, sebbene tanto offuscate, erano le tue”

Così scrive Eugenio Montale, in una poesia dedicata alla moglie. Di questa splendida poesia voglio sottolineare una frase: “la realtà sia quella che si vede”. Serve per introdurre una nota sul celibato sacerdotale.

Durante i lavori del Concilio Vaticano II Paolo VI avocò a sé il tema del celibato, su questo argomento non si vota né si discute. Più tardi offrì l’enciclica Sacerdotalis coelibatus (1967) che resta un testo insuperato. Un amore chiamato Gesù, il titolo di un bel libro di , un teologo francese. Non accettiamo le letture giornalistiche. Si tratta di degenerazioni che troviamo anche nella vita matrimoniale. Non è il celibato la causa di quelle degenerazioni.

Per accedere nella terra del celibato dobbiamo essere umili, da humus: dobbiamo apprezzare la sessualità e l’affettività. L’affettività è certo più ampia della sessualità. Non siamo i nostri organi, noi siamo una persona. La parte non può diventare il tutto. Non abbiamo paura, non vogliamo nascondere l’affettività. Viviamo in un mondo che non capisce e non crede. A noi interessa il giudizio di Dio: “chi può capire, intenda”. Come Ulisse, se vogliamo ascoltare le sirene, dobbiamo farci legare all’albero maestro della nave. Amicizia e castità: nel passato nei seminari si guardava con diffidenza all’amicizia. È invece da coltivare.

Amicizia nel dono e mai nel possesso. La castità del corpo non è facile da custodire. Anche all’interno del matrimonio non è facile. Chiede di essere radicati e allenati nel dono di sé. La castità chiede prudenza e attenzione, non paura. Personalità integrate: persone che non hanno lasciato ma hanno trovato il tesoro. Ci sono diverse stagioni del celibato: la giovinezza è diversa da quella dell’anzianità. Se difficile è la castità del corpo, più difficile ancora la castità del cuore. Siamo liberi quando siamo radicati nella verità. Questo dono va chiesto a Gesù.

  • Avere amicizie vere, un cammino spirituale profondo.
  • Amicizie umane e spirituali.
  •  Aperti, solari, non ripiegati, non ombrosi.
  • Prudenti in tutti i rapporti: uomini di Dio quando stiamo con i giovani, quando usiamo un linguaggio che non ci appartiene.
  • I giovani che ridono con noi, spesso ridono di noi.
  • Uomini di Dio che non cercano di legare le persone a sé con piccoli stratagemmi, non usare un linguaggio doppio, non mendicare affetto, non piangere sul proprio stato.
  • Non stare sempre a lutto, riflettere la gioia. “Fuggire tutto ciò che sulla bocca dei laici sono stupidaggini, sulla bocca nostra sono bestemmie” (Giovanni XXIII).
  • Riscoprire la fortezza: “chi crede di stare in piedi, guardi di non cadere”, scrive Paolo in 2Cor 10,12. “Bene per me se sono stato umiliato”, dice il salmista.
  • Saper rimanere soli davanti al Solo perché è il sole della mia vita. Siamo chiamati a solitudine piena. E nei momenti più difficili: “Ti basta la mia grazia” 2Cor 12,9). Anche se rimane la spina nella carne. E quando si cade, ricorriamo alla confessione.

Marco capp. 13-14

Il discorso escatologico precede la passione. Questo sguardo non ci ricorda la fine ma il fine. Con la croce c’è la fine del vecchio mondo. Qui non si parla delle ultime cose ma del senso ultime delle cose. Non una visione apocalittica, tutto quello che qui è detto appartiene al mondo del peccato e ci saranno fino a quando non sorgerà il mondo nuovo, quello che Dio prepara.

Anche al tempo di Gesù c’era quest’attesa della fine. invita a non avere un’attesa febbrile. Il vero problema è che non attendiamo più. “Pregate che non accada d’inverno”: certe tragedie, quando accadono, sono ancora più gravi. Gesù non si preoccupa del tempio, che verrà distrutto. Si preoccupa dei bambini, parla delle mamme incinte. È in crisi l’avvento perché è in crisi la fede. Non crediamo e quindi non abbiamo coscienza del futuro. Senza fede non c’è speranza nel futuro. “Se questa terra è l’unico Cielo, questo Cielo è un inferno”.

“L’anno prossimo a Gerusalemme”, dicevano e dicono gli ebrei. Il nostro ultimo appuntamento è sulla piazza di quella città. Noi viviamo di questa speranza. Anche se abbiamo appeso le cetre. Come i Magi, la Chiesa non cerca il Signore nelle stelle ma dalla stella si fa accompagnare all’incontro con il Signore.

« O felice quell`alleluia cantato lassù! O alleluia di sicurezza e di pace! Là nessuno ci sarà nemico, là non perderemo mai nessun amico. Ivi risuoneranno le lodi di Dio. Certo risuonano anche ora qui. Qui però nell’ansia, mentre lassù nella tranquillità. Qui cantiamo da morituri, lassù da immortali. Qui nella speranza, lassù nella realtà. Qui da esuli e pellegrini, lassù nella patria. Cantiamo pure ora, non tanto per goderci il riposo, quanto per sollevarci dalla fatica. Cantiamo da viandanti

  • Canta, ma cammina.
  • Canta per alleviare le asprezze della marcia, ma cantando non indulgere alla pigrizia.
  • Canta e cammina.
  • Che significa camminare? Andare avanti nel bene, progredire nella santità. Vi sono infatti, secondo l’Apostolo, alcuni che progrediscono si, ma nel male. Se progredisci è segno che cammini, ma devi camminare nel bene, devi avanzare nella retta fede, devi avanzare nella retta fede, devi progredire nella santità. Canta e cammina » (sant’Agostino, Disc. 256, 3).
  • Nell’Adoro te devote (san Tommaso) cantiamo: « Gesù, ora ti adoro senza vederti, fa’ che avvenga presto ciò che bramo, che nel contemplarti faccia a faccia, sia beato della visione della tua gloria ».
  • Quali segni? Diranno: eccolo là … Non ci andate. 2Tm 3,1: “Devi anche sapere che negli ultimi tempi verranno momenti difficili”. Gli ultimi tempi sono i tempi che vanno dalla resurrezione alla fine del mondo. Ai discepoli che vogliono sapere quando, Gesù dice come. “Nessuno v’inganni”: non l’allarmismo ma il discernimento.
  • Non vivere nella continua paura. Tante cose cambiano, possiamo dire che finisce “un mondo” ma non finisce il mondo. La nostra certezza: egli tornerà! Anzi, Lui accompagna: “Le mie parole non passeranno”. “Sì, verrò presto”:

Ritorna la lezione dei fichi. Per approfondire cf Ger 24, 1-3 Il Signore mi mostrò due canestri di fichi posti davanti al tempio, dopo che Nabucodònosor re di Babilonia aveva deportato da Gerusalemme Ieconia figlio di Ioiakìm re di Giuda, i capi di Giuda, gli artigiani e i fabbri e li aveva condotti a Babilonia. 2 Un canestro era pieno di fichi molto buoni, come i fichi primaticci, mentre l’altro canestro era pieno di fichi cattivi, così cattivi che non si potevano mangiare. 3 Il Signore mi disse: «Che cosa vedi, Geremia?». Io risposi: «Fichi; i fichi buoni sono molto buoni, i cattivi sono molto cattivi, tanto cattivi che non si possono mangiare». Il discorso escatologico si conclude con un’esortazione: “Vegliate”. La storia non è una sala d’attesa. È il luogo dell’incontro con il Signore. Karl Rahner: “Allora tu sarai l’ultima parola, l’unica che rimane e non si dimentica mai. […] allora comincerà il grande silenzio, entro il quale risuonerai tu solo, Verbo di eternità. […]  allora conoscerò come sono conosciuto …”.

Vegliate, dice Gesù, poi inizia la passione.

Perché questo spreco d’amore? Il Cantico dei cantici: “Dio è il profumo effuso” (1,3). Non si chiede ad una mamma perché tanto amore. “Non tutto ciò che può essere contato, conta; e non tutto ciò che conta, può essere contato” (Einstein). L’amore può essere raccontato, non contato. Entriamo nei racconti della passione attraverso il volto e le mani di una donna. “Beata te che hai creduto”. Perché questo spreco? La borsa della Chiesa sarebbe stata più ricca, ma il Vangelo più povero. Questa donna è uno dei primi frutti del fico che germoglia. Il gesto della donna è ripetuto dal Vescovo nella consacrazione dell’altare. Gesù è consacrato da una donna prima della passione. Dice Geremia: “Poiché il Signore crea una cosa nuova sulla terra: la donna cingerà l’uomo!” (Ger 31,22). Il vaso di alabastro è Cristo.

Questa donna è come la vedova, avrebbe potuto usare poche gocce. E invece usa tutto il contenuto. Due economie: il calcolo del peccatore che si nasconde dietro ai poveri; e lo spreso di Dio: ha dato tutto. Ha dato anche il Figlio amato. Ogni gesto d’amore è uno spreco. At 20,24:  “Non ritengo tuttavia la mia vita meritevole di nulla, purché conduca a termine la mia corsa e il servizio che mi fu affidato dal Signore Gesù”. Chi annuncia il Vangelo non pensa al vaso, pensa al dono. Dove Gesù è annunciato la Chiesa è sempre presente. A noi non interessa i pensiero dell’economo, ma quello di Gesù: “Lasciatela stare”. Questa donna insegna ai discepoli quello che devono fare.

Preparare la sala per la Pasqua. Recuperare la sobrietà ma anche l’eleganza e lo stile celebrativo. Lasciamo parlare i segni. Evitiamo una creatività selvaggia. Non una liturgia secondo me, ma la liturgia della Chiesa di cui noi siamo i custodi. All’interno del Messale ci sono molte opportunità. Non basta preparare la sala. Il luogo da preparare è il cuore.

La cena: appare subito l’ombra della croce, “uno di voi mi tradirà”. Giuda è uno dei Dodici. Giuda, uno di noi. È uno che intinge con me nel piatto, è il peccato accovacciato alla porta, un amore fallito. Gesù si dona anche per Giuda. La nostra miseria diventa il catino della sua misericordia. “L’Eucaristia è tutto e ci dà tutto. La carne si fa Pane. La Parola si fa Pane” (Dossetti). Giuda e Pietro: entrambi hanno tradito. La differenza è l’accettazione del perdono.

Una donna disperata perché il figlio era morto corre dal curato d’Ars e chiedeva ogni giorno: “mio figlio si è salvato?”. Risponde: “Tra il pilone del ponte del ponte e il pelo dell’acqua si aprono le braccia della misericordia di Dio”. Nel Getsemani: Marco non riporta il testo del Padre nostro. Lo pone qui: nel momento della prova, Gesù chiama Dio Abbà. Una finestra aperta sulla interiorità del Maestro. Uno spaccato sulla passione interiore.

Il bacio di Giuda. Ricordiamo che la Messa inizia con il bacio.

Il ragazzo con il lenzuolo: è l’uomo che è tornato nel giardino.

“Cristo sarà in agonia fino alla fine del mondo” (Pascal).

Concludo con Tagore: È giunto il momento della mia partenza. ditemi addio fratelli! mi inchino a voi tutti e prendo commiato.

Ecco restituisco le chiavi della mia porta e rinuncio a tutti i diritti sulla mia casa. Per questa mia fine vi chiedo solo parole gentili. Siamo stati vicini per lungo tempo ho ricevuto più di quello che ho potuto dare.

Ora si è fatto giorno e la lampada che illuminava il mio angolo buio si è spenta. È giunta la chiamata e sono pronto per il mio viaggio.”

Nona meditazione

Premesse Spiritualità del presbitero diocesano Dove troviamo l’unità di vita? si dice del cardinale Lercaro che era sottomesso all’unità interiore del mistero pasquale (croce e resurrezione) – tutto deve essere intorno a Cristo. Cristo è il centro unificante. Il ministero ha come suo centro la carità pastorale. Gerarchia dei valori: non tutto serve e non tutto è importante.

Alcune note sulla pastorale A quale pastorale siamo chiamati? La pastorale dipende dall’ecclesiologia. Qualis ecclesiologia talis actio pastoralis. Il vero problema oggi è di natura ecclesiologica. Cosa intendo per Chiesa: un’azienda, una bottega, una clinica, una scuola, un monastero, una casa.

La pastorale più semplice è quella dei discepoli che rimandano indietro i bambini, cioè la folla. Un’altra pastorale è quella della spugna, nel duplice senso: per pulire (va bene) o per cancellare tutto (non serve). Esiste anche la pastorale dell’appalto e del sub-appalto: non è il Consiglio pastorale che compie le scelte e coordina la pastorale, ma i gruppi ecclesiali. E per evitare contasti, alcuni parroci non fanno incontrare i gruppi per evitare litigi e incomprensioni. La pastorale del cavallo di Troia: sto al di dentro delle situazioni e cerco di cambiarle.

La pastorale del possibile. A Dio tutto è possibile. A noi tutto il possibile. Non nel senso di giocare al ribasso. Il consiglio del suocero di Mosè:

Es 18 – Il giorno dopo Mosè sedette a render giustizia al popolo e il popolo si trattenne presso Mosè dalla mattina fino alla sera. 14 Allora Ietro, visto quanto faceva per il popolo, gli disse: «Che cos’è questo che fai per il popolo? Perché siedi tu solo, mentre il popolo sta presso di te dalla mattina alla sera?». 15 Mosè rispose al suocero: «Perché il popolo viene da me per consultare Dio. 16 Quando hanno qualche questione, vengono da me e io giudico le vertenze tra l’uno e l’altro e faccio conoscere i decreti di Dio e le sue leggi». 17 Il suocero di Mosè gli disse: «Non va bene quello che fai! 18 Finirai per soccombere, tu e il popolo che è con te, perché il compito è troppo pesante per te; tu non puoi attendervi da solo. 19 Ora ascoltami: ti voglio dare un consiglio e Dio sia con te! Tu sta’ davanti a Dio in nome del popolo e presenta le questioni a Dio. 20 A loro spiegherai i decreti e le leggi; indicherai loro la via per la quale devono camminare e le opere che devono compiere. 21 Invece sceglierai tra tutto il popolo uomini integri che temono Dio, uomini retti che odiano la venalità e li costituirai sopra di loro come capi di migliaia, capi di centinaia, capi di cinquantine e capi di decine. 22 Essi dovranno giudicare il popolo in ogni circostanza; quando vi sarà una questione importante, la sottoporranno a te, mentre essi giudicheranno ogni affare minore. Così ti alleggerirai il peso ed essi lo porteranno con te. 23 Se tu fai questa cosa e se Dio te la comanda, potrai resistere e anche questo popolo arriverà in pace alla sua mèta».

Che passo deve avere la nostra pastorale. Un principio importante è rispettare il passo del nostro popolo. Non tutte le parrocchie possono avere lo stesso passo. Unità non vuol dire uniformità.

Gen 33 -Poi Esaù disse: «Leviamo l’accampamento e mettiamoci in viaggio: io camminerò davanti a te». 13 Gli rispose: «Il mio signore sa che i fanciulli sono delicati e che ho a mio carico i greggi e gli armenti che allattano: se si affaticano anche un giorno solo, tutte le bestie moriranno. 14 Il mio signore passi prima del suo servo, mentre io mi sposterò a tutto mio agio, al passo di questo bestiame che mi precede e al passo dei fanciulli, finché arriverò presso il mio signore a Seir». 15 Disse allora Esaù: «Almeno possa lasciare con te una parte della gente che ho con me!». Rispose: «Ma perché? Possa io solo trovare grazia agli occhi del mio signore!». 16 Così in quel giorno stesso Esaù ritornò sul suo cammino verso Seir. 17 Giacobbe invece si trasportò a Succot, dove costruì una casa per sé e fece capanne per il gregge. Per questo chiamò quel luogo Succot.

Marco capp. 15-16

Parliamo della croce, ci farebbe piacere strappare queste pagine. Ma senza la croce non avremmo dove riportare la nostra croce. “Partirai solo, Signore … ma tu ci troverai al fondo della tua solitudine e noi ti troveremo al fondo della nostra umiliazione …”. La passione è raccontata nei minimi particolari. È possibile ricostruire il Vangelo della passione in tutti i dettagli, alcune comunità hanno l’orologio della passione. Qui, più che altrove, vale il monito: “Togliti i calzari perché il terreno su cui stai è terra santa”. Pietro, cioè la Chiesa, è già caduto. Gesù è solo dinanzi a Pilato. Quid est veritas? Est homo qui adest – È l’uomo che ti sta davanti. Ma Pilato non riesce a vederlo. Pilato è sempre citato nella Messa, l’unico nome che la tradizione ha inserito nella confessione di fede, come a ricordare la storicità della fede. Marco giustifica i discepoli: “I loro occhi si erano fatti pesanti”. Gesù è il Giusto. Egli viene barattato con Barabba. “O admirabile commercium”. “Il giusto si è consegnato per l’ingiusto”. Qui avviene questo scambio. La folla iniziò a chiedere ciò che era solito concedere. Marco dice il motivo per cui avevano consegnato Gesù: “per invidia”. L’invidia percorre la nostra vita e i nostri presbitèri. Il titulum crucis dice altre cose: “il re dei Giudei”. Marco, quasi di nascosto, accenna al vero motivo: “per invidia”. È lo stesso motivo per cui la Chiesa è messa in croce. Ma siamo sereni: “hanno perseguitato me, perseguiteranno anche voi”. Se è a causa sua, possiamo stare tranquilli. Viene liberato questo figlio di nessuno. La nostra società è segnata dall’assenza della paternità. La gente chiede alla Chiesa la paternità. Da questo momento Gesù non è più chiamato per nome, si usa sempre e solo il pronome. Non ha più volto. “Se questo è un uomo” (Primo Levi). Is 53: non ha più bellezza … Simone veniva dalla campagna, entriamo nel mistero della croce accompagnati da quest’uomo. La croce arriva quando stiamo tornando dai campi, arriva dopo una giornata di fatica. La croce ci dà appuntamento in certe strade buie della nostra vita. La croce arriva sempre all’improvviso. “… grido lacerante fu l’urlo di sirene … ai cancelli nodi di silenzio, sospesa a nero fumo … e la notte sprofonda nel vuoto” (tragedia di Marcinelle). Costretti a portare la croce. Ecce homines: attraverso il cireneo abbiamo accesso alla croce di Gesù. Quest’uomo maledice, borbotta. Più tardi capirà. È Dio che sceglie l’ora della croce. Il cireneo deve portare la croce, non è la sua croce ma quella di Gesù. “Ho un Cristo senza Cristo, forse tu hai una croce senza Cristo”. Alda Merini: “Gesù, forse è per paura delle tue molte spine ch’io non ti credo … forse io ti rinnego per paura del pianto, però io ti percorro ad ogni ora e sono lì in un angolo di strada e aspetto che tu passi …”. San Girolamo dice che il cireneo è Cristo stesso. La sua croce è la nostra, fra qualche ora la sua Pasqua sarà la nostra. Cristo in croce. C’è una solitudine infinita. Ritorna il mistero del Padre nostro: il grido di dolore e l’abbandono fiducioso. Ma Eloì è il Dio lontano. Gesù è sospeso tra cielo e terra. La sua Chiesa dorme, impaurita e lontana. Il mistero di Gesù si consuma in questo dialogo: quando tutto crolla e finisce, quando siamo nella croce della solitudine e della sofferenza, rimane questo dialogo tra Gesù e il Padre. Gesù è nudo e si espone. Adamo è nudo e si nasconde. Adamo coperto con tuniche di pelli, il Figlio coperto di sangue. Siamo rivestiti dalla sua nudità. Le vesti passano tra le mani dei soldati, anche loro toccano il lembo del mantello. Cristo muore per ogni uomo. L’ultima tentazione, non quella del regista Martin Scorsese se sei il Figlio, salva te stesso. Se fosse sceso avrebbe dato valore al messianismo di chi stava sotto la croce. Dio non ci salva dalla morte ma nella morte. David Maria Turoldo: T’invocava con tenerissimo nome: la faccia a terra e sassi e terra bagnati da gocce di sangue: le mani stringevano zolle di erba e fango: ripeteva la preghiera del mondo: «Padre, abbà, se possibile»… Solo un ramoscello d’olivo dondolava sopra il suo capo a un silenzioso vento…

Elia non scende, ma nel suo grido Gesù prende il grido di tutti gli indemoniati, ma ri-prende anche il grido di Dio: Adamo, dove sei? A chi si chiede: dov’è Dio? eccolo: pende da una croce. Il centurione, un pagano: non si copre il volto, lo guarda in faccia e confessa: “davvero quest’uomo era figlio di Dio”. “Se vuoi sapere chi è Dio, inginocchiati ai piedi della croce” (J. Moltman). Nasce la Chiesa dall’acqua e dal sangue. Nella liturgia cantiamo: Crux fidélis, inter omnes arbor una nóbilis! Nulla talem silva profert flore, fronde, gérmine. Dulce lignum, dulci clavo dulce pondus sústinens! « Croce fedele, nobile albero, unico tra tutti! Nessun bosco ne offre uno simile per fiore, fogliame, germoglio. Dolce legno, dolce palo, che porti un dolce peso ».

Nel venerdì santo cantiamo il mistero del fico che ha dato il suo primo frutto. Borges: “ormai è un volto duro … insisterò a cercarlo”. La mirra: quella mirra che i Magi hanno portato al Bambino. Pro 31,6. La sapienza umana cerca di anestetizzare il dolore. Il compito della cultura è mettere un paravento dinanzi alla croce perché non accetta lo schiaffo della croce. La croce non entra nei laboratori scientifici, nonostante tutto il cammino culturale e scientifico, un bambino muore. “Stiamo andando sulla luna ma non sono riusciti a salvare mia madre” (Fallaci). “O voi che passate per la via vedete se c’è un dolore simile al mio” (dalla liturgia). INRI: inchiodati, noi risorgeremo insieme. È venuta la sera. Entriamo nel grande sabato. Giuseppe di Arimatea: il coraggio della fede. Va a comprare il lino. Lo pone nel sepolcro (= memoria). La morte diventa solo un ricordo. “L’uomo nasce due volte e non muore mai”. Nel sepolcro annuncia il Vangelo: 1Pt 3,19 – il Vangelo è per ogni uomo. Dobbiamo soffermarci di più sull’articolo del Credo: “Discese agli inferi”. La croce è rimasta vuota. La via striata di sangue. Tutti sono andati via. Il cuore di Maria è rimasto in basso, sospeso tra cielo e terra. anche la terra trema, sta per partorire la vita. il silenzio di Dio e dell’uomo. Il tuo corpo tra le mia braccia e lei, mater mea, ai piedi di ogni croce. Mc 16 – Tutto confluisce di nuovo nella Parola. Mc conclude: “infatti avevano paura”. Il Vangelo è un libro aperto. Mc non racconta gli incontri pasquali di Gesù. Troviamo però una “scandalosa pagina di ecclesiologia”: 7 Ora andate, dite ai suoi discepoli e a Pietro che egli vi precede in Galilea. Là lo vedrete, come vi ha detto».

  • Gesù manda a chiamare. Nonostante tutto, ha fiducia in loro.
  • Quando ci ha chiamato, ci chiama per sempre.
  • È Lui che porta a compimento ciò che ha iniziato.
  • “A noi ci è dato per grazia di sfiorare nel segno del pane il lembo del suo mantello”.
  • “Il Vangelo l’ho trovato in un po’ di pane, un po’ di vino”.

MILANO: I MOTI DEL 1898 – San Riccardo Pampuri

I MOTI DEL 1898

Quando Erminio aveva un anno, era ancora vivo l’orrore suscitato dalla dura repressione degli scioperi per l’aumento del prezzo del pane, ordinata dal generale Bava Beccaris a Milano e culminata nelle cannonate in viale Piave.

Si sparò sulla folla che attendeva il cibo presso il Convento dei Cappuccini, secondo una tradizione che ancora oggi perdura: la Mensa di San Francesco il cui più illustre testimone è stato fra Cecilio Cortinovis che un giorno vedremo agli onori degli altari. Il dubbio che i cannoni fossero stati puntanti ad arte verso quel luogo ed a quell’ora, è sempre rimasto: non si capisce perché fossero stati proprio presi di mira i poveri dell’opulenta Milano in fila ad attendere un piatto di minestra.

Questa immagine (o altro file multimediale) è nel pubblico dominio perché il relativo copyright è scaduto.

La realtà è che Milano da tempo dava segni di insofferenza verso il Governo centrale di Roma. Ma quei tristi fatti di maggio avevano segnato anche il volto della Chiesa ambrosiana. Non solo perché i cannoni erano stati puntati sulla folla dei poveri che si era raccolta a ricevere un povero pasto; non solo perché i Cappuccini furono arrestati con l’accusa, infamante per loro, di avere sobillato la folla, ma anche per l’umiliazione che si era orchestrata attorno al suo vescovo, il beato cardinale Andrea Carlo Ferrari.

Egli era stato persuaso ad andare in visita pastorale ad Asso: l’Autorità si faceva garante dell’ordine pubblico, anzi contava sulla partenza del cardinale proprio come segnale per tutti che la situazione era tranquilla, come invito agli incerti a placare gli animi, a sedare le tensioni e le preoccupazioni.

Dopo lo scempio, come il bimbo che nasconde la mano, scagliatone il sasso, per placare lo sdegno generale viene utilizzato lo schema abusato dai potenti di turno: coinvolgere tutti come correi di colpa e indicare possibilmente un inerme, che diveni vittima (colpevole) per tutti, trasferendo sulla sua innocenza l’odio e lo sdegno del popolo.

Con una ben orchestrata campagna di stampa si puntò il dito sul « Pastore che aveva trascurato il suo gregge ». Bava Beccaris, con lo sdegno di cui si fanno spesso mantello gli ipocriti, rimproverò solennemente il cardinale e tale fu il turbamento che lo stesso papa Leone XIII fu costretto ad interrogarsi se non fosse conveniente nominare un nuovo arcivescovo di Milano, che placasse gli animi e sanasse le divisioni.

Milano Piazza Duomo moti 1898

Fortunatamente, proprio perché troppo grande era la sua stima per il cardinale, fu giustamente lasciato al suo posto. La Diocesi di Milano Non posso parlare della Diocesi di Pavia perché non sono documentato. Poiché allora come ora il Metropolita è sempre l’Arcivescovo di Milano, è utile conoscere l’aria che tirava nella capitale lombarda.

La Diocesi di Milano, proprio quattro anni prima, sembrava aver ritrovato con il giovane cardinale Ferrari tutto lo slancio che l’aveva caratterizzata per secoli. Questa ripresa veniva dopo il lungo travaglio del secolo che si stava chiudendo. Il clero di Milano da sempre è stato vicino alla sua gente.

Non a caso don Enrico Tazzoli, uno dei martiri di Belfiore, scrisse che il clero milanese è, in confronto con quello veneto, più colto, umile ed austero, « di sentimenti liberali, ma liberali nel più bel senso della parola ». Il clero ambrosiano sembrava aver messo in pratica le parole che Parini avrebbe detto ad un giovane seminarista prossimo all’ordinazione:

  • « Il secolo che non vuole nella società inciampi al suo naturale progresso e aspira a pareggiare tutte le condizioni, ha tolto al clero quei privilegi che parevano da mille anni dargli una potenza senza contrasti e senza eccezioni.

  • Tu che sei giovine vedrai anche questi fraticelli snidati, raminghi destare le risa del mondo, di cui non conoscono le usanze.

  • Continueranno quei soli che sono evidentemente attivi ed utili, perché il secolo non avrà il coraggio di far valere contro essi i suoi pretesti. • Fate sinceramente del bene, e l’avvenire vi rispetterà …

  • Tu figlio, presto sarai prete. Che tu possa non dimenticare giammai la tua tremenda missione! Il campo è più che mai aperto e sgombro, e bisogna entrarvi spogli e colle sole armi della carità e della fede, e l’amore e la venerazione de’ popoli dovrete conquistarli colle azioni.

  • La famiglia nostra è il genere umano.

  • Le nostre speranze e i nostri timori non sono di questo mondo. Il mondo sa troppo bene che la nostra carità non deve aver limiti, e se vede in noi un’esuberanza di forze e di agi la guarda con occhio incredulo e derisorio, quasi avanzasse al dovere che abbiamo verso gli altri.

  • Studia, perché bisogna fare vedere che i preti non hanno paura del progresso e della verità, e dobbiamo giovare agli altri con tutti i mezzi che l’incivilimento ossia Dio medesimo ci porge.

  • Ma soprattutto ama, ama sinceramente, e allora tutti i doveri ti diverranno facili »5. Questi preti sembravano aver fatto proprie le parole di Alessandro Manzoni nelle sue Osservazioni sulla Morale Cattolica:

  • « Forse che sono cessati i ministri degni di tale ufficio? No, Dio non ha abbandonato la sua Chiesa.

  • Egli mantiene in essa uomini che non hanno, che non vogliono altro mestiere che sacrificarsi per la salute dei loro fratelli,

  • e in quanto vedono un vero premio (dei pericoli, dei patimenti, della vita più laboriosa) […] il mondo […] guarderà questi con venerazione e con riconoscenza;

  • in ogni ministro zelante, umile e disinteressato, vedrà un uomo grande » (cap. 8). Ma il controllo esercitato dal Governo austriaco prima e dopo l’illusione napoleonica e, in seguito, il Risorgimento italiano, così come si era andato realizzando, avevano diviso il clero e conseguentemente gli animi dei cattolici. Non era certo stata una bella pagina di storia della Chiesa milanese quella scritta dall’arcivescovo Giovanni Battista Montecuccoli Caprara, quando aveva promulgato, per compiacere il suo imperatore, il cosiddetto Catechismo Napoleonico, che insegnava:

  • « (Domanda Quali sono i doveri dei Cristiani verso i Principi che li governano; e quali sono in particolare i nostri doveri verso Napoleone I, Imperatore e Re nostro?

  • (Risposta I Cristiani debbono ai Principi, da cui sono governati e noi in particolare a Napoleone I, Imperatore e Re nostro, amore, rispetto, obbedienza, fedeltà, il servizio militare, le imposizioni ordinate per la conservazione e difesa del trono: noi gli dobbiamo ancora fervorose preghiere per la di lui salute, e per la prosperità spirituale e temporale dello Stato ».

Non è mai bene attribuire ad un dovere verso Dio l’obbedienza ad un principe di questo mondo. Ma gli austriaci erano presto tornati con deciso desiderio di riportare l’ordine. Così imposero la ricostituzione degli Oblati di S. Ambrogio e S. Carlo, soppressi al tempo di Napoleone (1810), perché considerati un ordine religioso (erano detti i « gesuiti ambrosiani » e non dei preti diocesani che san Carlo aveva costituito, proponendo ad alcuni sacerdoti di oblare, di consegnare nelle sue mani, i loro diritti e le loro autonomie (a quel tempo molto forti) nei confronti del proprio vescovo.

Così facendo essi sceglievano uno stile di povertà e di essenzialità, ed insieme si disponevano a dare il primato all’impegno pastorale, al ministero della parola e della catechesi, aspetti tutti un poco trascurati dal clero del tempo. Insieme a tutto questo essi assumevano (o concretavano) un programma di vita spirituale intenso, che li sorresse nel corso dei secoli. A questi oblati gli austriaci, facendo pressione sull’arcivescovo Bartolomeo Romilli (1847- 1859), avevano affidato il Seminario, allontanando tutti i docenti compromessi con le idee liberali, come si diceva allora.

Non era un buon biglietto da visita e sopra gli oblati pesò sempre il sospetto, al di là della loro generosità, che fossero dalla parte dei potenti, desiderosi di condividerne dividerne i poteri e i privilegi e a loro immagine formassero i seminaristi. D’altronde gli austriaci avevano (dal loro punto di vista) dei buoni motivi per giustificare le loro scelte. Si narra che durante le Cinque Giornate di Milano, la barricata meglio costruita, quella che resistette alle truppe di Radetzky fu quella fatta con i banchi di scuola…e le panche della cappella del Seminario, che allora si trovava nell’attuale Corso Venezia 11, proprio all’imbocco di piazza San Babila e delle vie che conducono al Duomo.

Al loro ritorno fu naturale che gli austriaci imponessero il loro ordine anche in Seminario. L’ultimo dono che Francesco Giuseppe fece a Milano fu germe della più acuta divisione ecclesiastica. Prima di ritirarsi per sempre da Milano e dalla Lombardia l’imperatore volle esercitare un’ultima volta il diritto di presentare al papa il nome dell’arcivescovo gradito per Milano.

Il 12 dicembre 1857 mons. Romilli era stato colpito da infarto ed era rimasto infermo sino alla morte, 7 maggio 1859. Occorreva provvedere rapidamente alla guida pastorale di Milano, poiché da due anni ormai la diocesi era senza guida. Il 4 giugno (meno di un mese dopo la morte di Romilli) si ebbe la battaglia di Magenta, che determinò l’abbandono austriaco della Lombardia.

L’imperatore Francesco Giuseppe – su designazione del suo ministro per il culto (5 giugno) – prima di lasciare Milano usò del suo diritto e il 7 giugno designò Paolo Angelo Ballerini, sino ad allora Vicario Generale, ma l’8 giugno Napoleone III e Vittorio Emanuele Il entrarono trionfalmente in Milano.

La situazione militare era incerta (solo l’11luglio ci fu l’armistizio di Villafranca) e, comunque, il diritto era dalla parte della Corte imperiale austriaca. Pio IX – con una rapidità davvero eccezionale – confermò la nomina imperiale nel Concistoro del 20 giugno 1859. Il nuovo governo piemontese (e subito dopo, italiano) non accettò mai questa nomina e considerò vacante la diocesi di Milano, lasciandola di fatto governare dal Vicario Capitolare, mons. Caccia Dominioni, che Ballerini nominò suo Vicario Generale.

Il povero mons. Caccia si trovò in una situazione paradossale: il Governo gli permetteva solo quegli atti propri del Vicario Capitolare, mentre bloccava quegli atti che Ballerini autorizzava come suo Vicario Generale. A cercare di sanare tutto questo fu scelto, dopo lunghe trattative con il Governo italiano, Luigi Nazari di Calabiana (1867-1893) vescovo di Casale Monferrato, ove si era distinto per carità, zelo e mitezza evangelica, tanto che, quando fu proposto per Milano, un anonimo (ce ne sono sempre anche nella Chiesa) scrisse a Roma, denunciandolo per la troppa familiarità con i preti, dai quali si faceva dare spesso del « tu ». Calabiana ispirò i venticinque anni del suo episcopato ambrosiano a due massime.

Una era quella del suo stemma: « Ognun mi sente ». Fu suo preciso programma cercare il dialogo con tutti, anche con i cosidetti lontani, e allora erano molti. Cercò in ogni modo la concordia, il dialogo con la società del suo tempo in profonda evoluzione sia sociale e politica che culturale e spirituale. Non a caso questo suo motto era scritto in italiano e non, secondo il solito, in latino: anche solo leggendo il suo stemma si sarebbe colto il suo desiderio di dialogo e di italianità.

In latino era invece il secondo motto del suo episcopato che riprendeva che riprendeva una frase di Sant’Agostino: « in necessariis unitas, in dubiis libertas, in annibus charitas ». Era quello che si propose in tutto il suo episcopato nei confronti dei suoi preti e dei laici e potremmo sintetizzarlo nella volontà di rispetto reciproco per tutti, perché, come egli stesso diceva, quando manca la carità, spesso si smarrisce anche la verità.

Quando Mons. Calabiana morì, il 23 ottobre 1893, si sentiva il bisogno di rinnovamento, anzi lo chiedeva proprio quella unità ritrovata della diocesi e fu, forse anche per questo, che Leone XIII scelse come nuovo arcivescovo il giovane vescovo di Como, Andrea Ferrari, che subito assunse anche il nome di Carlo.

Egli era nato nel 1850, quando Calabiana era già vescovo da due anni: il giovane Ferrari apparteneva veramente ad un’altra epoca e sarebbe toccato a lui traghettare la Chiesa milanese nel nuovo secolo. L’Anno Santo Il 1900 chiudeva un secolo tragico per la Chiesa ed apriva al primo Anno Santo dopo 125 anni.

Il secolo precedente si era aperto senza papa: il 29 agosto 1799 Pio VI era morto in esilio (un eufemismo per non dire: prigioniero) in Francia a Valence e i giornali avevano annunciato che con la sua morte era finita la Chiesa Cattolica, poiché dispersi erano i cardinali, ridotti semplici cittadini; soppresso lo Stato Pontificio e con esso tutta la Curia romana; confiscati tutti i suoi beni e trasferiti forzatamente a Parigi gli Archivi Vaticani ed i tesori dei suoi Musei, molti dei quali sono andati perduti per sempre.

Ci vollero sei mesi e il benevolo permesso di Napoleone che ormai aveva preso il potere e contava sull’appoggio dei cristiani, perché i cardinali, riuniti nel monastero protetto dell’Isola di S. Giorgio a Venezia eleggessero il nuovo Papa, Pio VII. L’inizio di questo pontificato, che cominciava un secolo nuovo, fu mesto e povero e più che mai evangelico.

A quel tempo era necessario incoronare il papa con il triregno ed allora i monaci benedettini, da sempre cultori dell’arte, costruirono una tiara dalla calotta di legno rivestita di carta stagnola (sì, quella dei cioccolatini) dorata e argentata e con pietre dure al posto delle solite gemme: un vero gioiello d’artigianato, splendido anche oggi a vedersi nella bellezza della sua povertà.

Non ci fu tempo per celebrare un Anno Santo in quei frangenti. Né furono tempi migliori quelli successivi: nel 1825 la tensione per i moti rivoluzionari che agitavano l’Europa, spinse a tenere il Giubileo in tono minore (furono calcolati poco meno di 300.000 pellegrini) e nel 1850 il papa preferì sospenderlo, perché troppo freschi erano i ricordi dei moti del 1848 – 49 e della prima guerra d’indipendenza italiana (ancora oggi per indicare una grande confusione si dice « fare un Quarantotto »).

Infine nel 1875 Pio IX si era volontariamente rinchiuso in Vaticano per protestare contro la mancanza di indipendenza che gli era derivata dalla presa di Roma, divenuta capitale d’Italia con la breccia di Porta Pia il 20 settembre 1870.

Ora, nel 1900, tutti speravano si aprisse un secolo nuovo, foriero di nuove speranze e di maggiore benessere; che lasciasse il posto dell’odio all’amore; portasse pace e non più guerra; giustizia e non più violenza; libertà e non oppressione. Forse erano speranze utopiche: i segni della prepotenza e della violenza erano molto più forti sia in Italia che nel contesto europeo e mondiale.

Tutte le nazioni europee affrontavano il nuovo secolo pervase da un delirio di potenza, se non di onnipotenza: la corsa agli armamenti e alle colonie, aveva scatenato istinti di guerra e l’imperalismo sembrava la nuova dottrina, sostenuta dai segni di evidente crisi mortale degli antichi imperi ancora esistenti: l’impero russo degli Czar ancora troppo arretrato; quello austriaco, composto da etnie troppo diverse; quello cinese, travolto dalla sua corruzione.

Gli imperi recenti non avevano più a reggerli quelle figure per certi versi carismatiche che ne avevano permesso l’effimero costituirsi: a Londra non c’era più una quasi mistica Regina Vittoria ed a Berlino Guglielmo II non ricordava più i consigli di Bismarck. Anche in Italia, proprio durante l’Anno Santo (il 29 giugno 1900), mentre si recava nella reggia di Monza, il re Umberto I veniva assassinato dall’anarchico Bresci, che voleva vendicare le vittime della repressione di Milano di due anni prima.

A queste ombre il papa Leone XIII (1878 – 1903) aveva voluto opporre la speranza che nasce dalla fede. Per questo aveva affidato il Giubileo ed il nuovo secolo al Sacro Cuore, consacrandogli tutta l’umanità.

In molte case, e certo anche nella casa di Luigi a Cislago, si custodiva con venerazione – spesso proprio sopra la porta d’ingresso – l’immagine del S. Cuore, che invitava ad avere fiducia in un Dio che ci ama con tutto il Suo cuore, poichè, come dicevano in dialetto i nostri antenati, « el Signur el fa no i robb de fa no« : il Signore non fa le cose che non si devono fare; Egli vuole sempre il nostro bene, anche quando a noi sembra un poco difficile crederci.

Il questo clima di grandi tensioni, il 2 agsto 1897 vede la luce Erminio Pampuri che verà batezzato il giorno seguente.

Giolitti I (maggio 1892 – dicembre 1893)

Il periodo giolittiano inizia con la crisi del governo Crispi, messo in minoranza nel febbraio 1981 a seguito di una proposta di legge di inasprimento fiscale. Dopo un breve governo liberal-conservatore guidato dal marchese Di Rudinì (6 febbraio 1891 – 15 maggio 1892), Giovanni Giolitti, che apparteneva ancora al gruppo crispino, venne nominato Primo ministro il 15 Maggio 1892.
La crisi economica aveva portato ad un aumento del costo di prima necessità portando la popolazione a manifestare e protestare in numerose piazze italiane. In questo contesto Giolitti si oppose all’uso della forza per reprimere i moti di piazza, le voci che lo volevano sostenitore di una tassa progressiva sul reddito e lo scandalo della Banca Romana travolsero il governo Giolitti. Le voci di tassazione progressiva sui redditi fecero perdere i consensi dei ceti borghesi e dei proprietari terrieri che vedevano minacciati i proprio interessi economici e le false accuse di aver coperto le irregolarità fiscali della Banca Romana costrinsere Giovanni Giolitti a dimettersi il 15 dicembre 1893.Giolitti II (novembre 1903 – marzo 1905)
Opponendosi alla ventata reazionaria di fine secolo dalle file della Sinistra, Giovanni Giolitti torna al governo il 3 novembre 1903. Il passaggio dal gruppo crispino alla sinistra agevolò Giolitti nel conciliare gli interessi del proletariato emergente con quelli della borghesia, la politica che si era proposto già nel suo primo mandato. In quest’ottica fu il primo che rivolse ad un conigliere socialista, Filippo Turati. Giolitti offrì a Turati una carica da ministro, che però rifiuto a causa delle pressioni della corrente massimalista.
Il secondo governo Giolitti varò norme a tutela del lavoro infantile e femminile e su tematiche sociali quali invalidità, infortuni e vecchiaia. Le cooperative cattoliche e socialiste furono ammesse nelle gare di appalti e fu data indicazione ai prefetti di usare una maggiore tolleranza verso gli scioperi apolitici.
Il secondo mandati di Giolitti fu caratterizzato dall’apertura ai socialisti e dal tentativo di estendere il consenso nei riguardi del governo alle aree popolari e operaie grazie a una retribuzione salariale migliore, la quale avrebbe garantito un migliore tenore di vita. Secondo Giolitti tenere i salari bassi avrebbe inoltre penalizzato il mercato che avrebbe avuto una sovrapproduzione di beni. Rimasero esclusi da questo miglioramento di condizioni sociali i lavoratori meno qualificati concentrati maggiormente nelle regioni meridionali.
Importanti provvedimenti furono anche presi nel campo delle infrastrutture, nazionalizzando la rete ferroviaria e la realizzazione del traforo del Sempione e nel campo economico mirando alla sviluppo economico attraverso una stabilità monetaria.

Giolitti III (maggio 1906 – dicembre 1909)
L’8 febbraio 1906 Giolitti insiedò il suo terzo governo a seguito della caduta del governo Fortis. In un periodo di congiuntura economica positiva dovuta alla stabilità monetaria che caratterizzò i primi anni del Novecento l’Italia vide comparire il fenomeno dell’emigrazione, dovuta sia dai dissenti economici che disastri naturali come l’eruzione del Vesuvio nel 1906 e il terremoto che devastò Messina e Reggio Calabria nel 1908. Giolitti non si ostacolo al comparire di flussi di emigranti verso altri stati.
Nel terzo governo, Giolitti continuò le politiche dei suoi primi due mandati e favorì lo sviluppo dell’industria pesante, ancora arretrata rispetto al resto dell’Europa a causa della mancanza di capitali da utilizzare per svilupparla. Giolitti, utilizzo uno stratagemma rischioso, la conversione della rendita nazionale dal 5% al 3,5%. Questa operazione poteva generare panico tra i creditori dello Stato, ma ebbe successo: le richieste di rimborso furono limitate. In pratica di ebbe una generale diminuzione del costo del denaro che permise di ottenere denaro a tassi di interessa più vantaggiosi. La diminuzione dei tassi di interesse consentì inoltre allo Stato di risparmiare sui debiti che doveva pagare, risparmi che fu girato a favore dell’industria.
In questi anni si porta al completamento la nazionalizzazione delle Ferrovie e proposta la nazionalizzazione delle assicurazioni.

Giolitti IV (marzo 1911 – marzo 1914)
Nel quarto governo Giolitti tentò di coinvolgere al governo il Partito Socialista, che rifiutarono ma comunque votarono a favore. Il programma del governo prevedeva la nazionalizzazione delle assicurazioni sulla vita e l’introduzione del suffragio universale. Tematiche di notevole impatto sociale che furono realizzate anche se dal suffraggio rimanevano ancor escluse le donne.
Nel settembre del 1911, dietro a crescenti spinte nazionaliste Giolitti diede inizio alla guerra di Libia, conflitto che divise il Partito Socialista e lo allontanò dal governo in maniera irrimediabile.

Giolitti V (giugno 1920 – luglio 1921)
L’ultima governo di Giolitti si insedia nel giugno 1920, durante il biennio rosso (1919-1920). Le frequenti agitazioni socialiste spinsero Giolitti ad appoggiarsi alle squadre fasciste, credendo che la loro violenza potesse essere in seguito rientrare all’interno del sistema democratico.

LETTERA APERTA A FRA RICCARDO DR. PAMPURI – Angelo Nocent

AL Rev. Fra Riccardo Dr. Pampuri 

S E D E 

Caro Fra Riccardo,

ti trasmetto in allegato la lettera che mi sono permesso di inviare alla ragazza che ti aveva chiesto di sposarla e che hai liquidato con molta cortesia ma altrettanta determinazione.

Non sono sicuro che condividerai i miei punti di vista; solo che questo e nient’altro mi è venuto in mente a giustificazione del tuo atteggiamento.

Noi, terra terra, faremmo meglio ad astenerci da valutazioni che riguardano la tua coscienza soltanto, ma cosa vuoi, ora che sei diventato un personaggio pubblico, se non diciamo la nostra su di te, non siamo soddisfatti.

Attirato da altri ideali, Dio finalmente ti ha indicato la strada del convento e noi ora siamo rispettosamente tenuti a darti del “Reverendo”. Se io poi mi permetto di darti del tu è per via di certi legami spirituali. Naturalmente, stando alla tradizione, pur in tono confidenziale, dovrei darti del “Voi”. Ma, per questa volta, ti prego di soprasedere.

Sai, la tua vita di frate, vista a distanza di ottant’ anni dalla tua professione religiosa (24 Ottobre 1928, festa di San Raffaele Arcangelo), assomiglia a una bella nevicata. Quando è in corso, la terra sembra inerte, gli alberi spogli, nessun segno rivelatore della vita che sotto la coltre invernale prepara una nuova primavera.

Trascorso il periodo di prova del noviziato, ti sei trovato votato a Dio ed utilizzato per tappare i buchi dell’organico dell’Ospedale Sant’Orsola di Brescia. Indubbiamente i superiori si saranno chiesti:

Cosa dobbiamo fargli fare a questo dottore, medico chirurgo, specializzato in ostetricia e ginecologia, ex medico condotto?”

 Ed ecco sbucare d’incanto l’idea geniale: “ affidiamogli l’ambulatorio dentistico che non può più essere gestito se non da un laureato in medicina e chirurgia!”

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Premesso che nello stesso ambulatorio dove hai esercitato, un venticinque anni dopo la tua morte mi hanno estratto due bei molari e so come si stesse in veste di paziente in quella sala d’attesa, il bravo Camilleri, brillante e documentato, va raccontando questa tua esperienza premettendo che eri bravo e scrupolosissimo, “tanto scrupoloso da sfiorare involontariamente il ridicolo”. Meglio perciò lasciare a lui la parola:

Se si trattava di qualcosa di delicato, un’estrazione, un intervento in profondità, prima di procedere si faceva il segno della croce. Solo che quest’eccesso di devozione, questo chiamare il Signore all’assistenza, metteva paura e chi doveva tenere la bocca aperta per farci entrare i ferri. In particolare i più sempliciotti prendevano quel gesto come una specie di scongiuro e ne cavavano l’impressione che il dentista stesse accingendosi a qualcosa che poteva mettere a repentaglio la loro vita. Qualcuno se ne lamentò coi superiori e questi pregarono fra Riccardo di smetterla. Povero fra Riccardo; nel suo fervore non aveva fatto caso alle conseguenze di quel gesto per lui così naturale. Ma su quello che passa nella testa della gente non si finisce mai d’imparare”.

E di stupire, dico io, perché aveva intuito esattamente quello che tu già sapevi a priori: che non era il tuo mestiere. All’università avevi certamente dato un esame e lo si evince da una lettera con la quale chiedevi a tuo fratello Ferdinando di farti avere il volume che avrebbe trovato in un certo posto della libreria. Qualche estrazione in condotta medica l’avrai anche fatta, ma, di lì a dover svolgere il mestiere a tempo pieno, secondo me, altro che una ripassatina del manuale era necessaria…Nonostante l’ottimismo che pervade la tua del 17 dicembre ’28: “ Carissimo Ferdinando, grazie del libro di odontoiatria mandatomi che va ottimamente per i miei bisogni”.

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D’altra parte, cosa avresti potuto fare? In precedenza avevi esposto al Superiore le tue perplessità e proprio il tuo confratello fra Cesare Gnocchi così ha testimoniato a tal proposito: “Nominato direttore dell’ambulatorio dentistico, data la sua gracile salute faceva notare al suo superiore con semplicità che con le sue forze non avrebbe potuto estirpare qualche dente, ma che confidava nell’aiuto divino”.

Stuzzicato sull’obbedienza, che ti restava da fare? Il Provinciale Padre Zaccaria Castelletti dopo la tua morte ha lasciato scritto proprio la tua reazione: “Quand’è così, accetterò come la croce che son tenuto a portare con allegrezza ed il Signore mi aiuterà nella fatica: da parte mia cercherò di farmi forza…di vincermi”.

Qui naturalmente tutti leggono che ti veniva chiesta una grossa fatica fisica ed è vero. Ma non era questa che ti spingeva a battere in ritirata. Il tuo traballare sulle gambe derivava dalla consapevolezza di non essere all’altezza di quel compito e dalla responsabilità che ti assumevi.

Come faccio a saperlo? Sempre per via del mio informatore, il P. Dalmazio Puja, tuo Priore a Brescia, che ti ha risparmiato tanti sudori freddi quando estirpava ganasce al tuo posto e sotto la tua responsabilità di medico: lui, una stazza di bersagliere aquileiese, tu, “un morto ambulante”, com’eri stato definito dal Prof. Ronzoni, dopo un consulto. D’altra parte, non è vero che l’obbedienza fa miracoli?

E’ certo che, se fosse dipeso da te, quel posto non l’avresti mai occupato. Adesso noi, quando leggiamo che prima di iniziare un’estrazione ti facevi il segno della croce e chiamavi in aiuto tutti i santi del paradiso, soprattutto quando non avevi a portata di mano qualche confratello esperto e robusto perché intervenisse al tuo posto, più che edificati restiamo sbalorditi.

Nessuno ieri come oggi pensa alla fifa maledetta che hai provato in certe situazioni quando nel braccio che impugnava la tenaglia occorreva disporre di una buona dose di forza e risolutezza che tu non avevi. Nessuno osa porsi la domanda se era legittimo chiederti tanto e se i pazienti, per quanto poveri e bisognosi, si meritassero un santo al posto di un vero dentista. Ma così vanno le cose del mondo. E, siccome i santi aiutano, qualche santo, a cominciare da San Giovanni di Dio, ha aiutato pure te.

Tra un intervallo ambulatoriale e l’altro, i superiori hanno pensato bene di affidarti la preparazione dei quattro gatti di confratelli che dovevano ottenere il diploma d’infermiere. Tu hai svolto l’incombenza con la stessa serietà e impegno che avresti usato se fossi stato chiamato ad insegnare all’Università di Pavia.

Non so bene da quale superiore, ogni tanto ricevevi l’ordine di andare in Seminario Arcivescovile, non molto distante, per visitare qualche seminarista. La tua presenza era molto gradita ed altrettanto apprezzata la tua competenza. Epperò, quando tornavi, c’era puntualmente il Maestro dei Novizi, Padre Innocente, che aveva da ridire su queste tue uscite.

Naturalmente tu tacevi e finiva lì. Fino alla prossima volta. Quello degl’ordini e contr’ordini è il destino dei comuni mortali in ogni paese del mondo, sia in convento che fuori. Che cosa ci distingue da te? Che noi siamo subito proti a giustificarci ed a far valere le nostre buone ragioni, mentre tu incassavi il colpo e te ne stavi zitto.

Tra l’ambulatorio, le lezioni, le pratiche di pietà, la pausa per il pranzo con la Comunità, quando non eri costretto a letto dalla tua tisi in evoluzione, in questa routine quotidiana trovavi o ti facevano trovare il tempo anche per spazzare con la segatura il lungo porticato che un tempo dalla portineria conduceva alla chiesa. Per un giovanotto in piena forma, uno scherzo. Ma per te, così messo male di polmoni, non credo proprio. Poi qualcuno ti vedeva dalla finestra e diceva: “Suor Cherubina, ma non è mica dottore quello lì? Senta, per me quello lì è matto!…”.

Prendi e porta a casa. E tu a spiegare che scopa o bisturi sono uguali se si fa la volontà di Dio… Oppure a magnificare le proprietà della scopa, efficacissimo antidoto contro la superbia. Sai, sono sicuro che a quei tempi, se tu avessi baciato un lebbroso, avresti fatto meno impressione.

Soprattutto durante il periodo del Noviziato, caratterizzato dallo svolgimento dei mestieri più umili allo scopo di temprare lo spirito e misurarsi con se stessi prima di votarsi all’ospitalità, voto che chiede una disponibilità al malato fino all’eroismo, gli strumenti di lavoro erano principalmente: pitali da svuotare, sputacchiere dei malati da pulire, allora molto in uso per via della TBC, urina, feci, biancheria sporca, scopa, segatura bagnata e molto olio di gomito…

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Dopo la Professione Religiosa, tra il periodo che hai trascorso a letto e le ripetute convalescenze ( Gorizia, Torrino dalla zia Maria…) il tempo è volato così in fretta che non è stato possibile vedere l’erompere del seme sepolto nel buio del terreno e sprigionare la sua vitalità. Tra la durata della tua silenziosa incubazione nel mistero di Dio e quello della efflorescenza, non t’è stato concesso di vivere la tua primavera di frate. Il tuo Signore s’è affrettato a coglierti come una rosa ancora in bocciolo al primo sole della nuova stagione.

Lì per lì, in convento è sembrato a tutti che la tua vicenda umana, in quel primo di maggio 1930, fosse chiusa per sempre. Ma l’occhio vigile ed il cuore attento sanno che sotto l’immobilità, Dio prepara nuove fioriture, primavere ed estati che mi sembra di notare tutt’ora in corso. A tener viva la tua memoria, più che i confratelli, forse sono stati all’inizio i tuoi compaesani che non avevano dimenticato il loro medico condotto sempre disponibile, pio, buono, bravo, generoso e caritatevole con tutti.

Dai segnali che emanano dalla tua tomba, visto che sei figlio del nostro tempo, sembra che ti sia stato affidato un triplice incarico importante:

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Rinvigorire il tuo Ordine Religioso che, nella società dell’incertezza, va affannosamente cercando il suo ruolo nell’attuale sanità occidentale.

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Ai giovani che

  • si entusiasmano facilmente,
  • abbracciano i movimenti,
  • sembrano scoppiare di vitalità fisica
  • ma che si rivelano anche spiritualmente gracilissimi,
  • facile preda della depressione,
  • impreparati ad imporsi una disciplina del cuore, una temperanza di vita,
  • incapaci di compiere scelte audaci e durature…
  • l’incombenza di indicare la strada dell’ascolto, dell’interiorità profonda.

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La terza incombenza che hai è quella di continuare la tua attività ambulatoriale di medico che propone la giusta terapie per il corpo e lo spirito a coloro che si aspettano il miracolo di guarire.

Da te non arrivano indicazioni sul come ricreare gli ospedali, sulla “nuova ospitalità” di cui tanti parlano ed alcuni perfino provano a scrivere, non sempre con risultati eccellenti o intuizioni profetiche.

A scrutarti attentamente sembra che ogni rinnovamento, non possa passare che attraverso quello strano meccanismo di insignificanza e debolezza che è stata umanamente la tua vita religiosa. Altre apparenti scorciatoie, nonostante l’enfasi posta in alcuni slogan messi in circolazione e dibattuti dalle Commissioni, dai gruppi di lavoro, dalle tavole rotonde, rischiano di non portare da nessuna parte.

La Via della Croce non è stata percorsa al tavolino ma passo dopo passo, con le rispettive ripetute cadute. Forse dovremmo evitare di illuderci ed intestardirci in certe nostre visioni, perché “quel che nasce da carne è carne, e quel che nasce dallo Spirito, è Spirito” (Gv 3,6). La carne non sa generare Spirito, né lo Spirito produce carne. O per dirla con la prima ai Corinti, 2,13, alla psiche non si può chiedere di essere “pneuma”, né si può adattare il linguaggio psichico, forzandolo a esprimere realtà spirituali.

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Devo confessarti che, quando ti osserviamo attentamente con l’intenzione di imitarti — e questo mi è successo anche quand’ero più giovane — non so perché, ma mi scappa subito la voglia.

Invece lo so benissimo: è che sei vissuto in una tale comunione con Dio che ti ha condotto su una strada, neanche a farlo apposta, tutta in discesa. Solo che era quella della kenosis: un annientamento progressivo, uno svuotarti di ogni ricchezza umana della tua personalità, fino a ridurti a un cencio di ragazzo in balia della tisi. E, guarda caso, tutto il contrario della tua precedente vita di laico seriamente impegnato nella Chiesa locale, professionalmente ineccepibile, considerato ed apprezzato da tutti, non credenti compresi.

Nei tre anni di convento assistiamo a una tua riuscitissima parabola discendente invece che alla esplosione della tua poliedrica personalità e delle tue risorse umane. Il lavorio della Grazie è tutto interiore. Da fuori, a noi è dato di cogliere principalmente i tuoi limiti: gracile, malaticcio, inadatto alla fatica che t’imponi con sacrificio per non essere da meno degli altri. Sei medico ma ti fanno fare il cavadenti, senza un’esperienza maturata sul campo o, meglio, nelle fauci della gente. Il mio confidente ha insinuato persino che eri un po’ svaporato, assente…

Tra letto e convalescenza, tra febbri e brevi ingannevoli riprese, percepisci senza illusioni che la tua vita è segnata, come un giorno quella del Maestro. L’unica consolazione che ti viene offerta è di morire a trentatre anni come Lui.

Da confidenze di quel tempo, si viene a sapere che i religiosi tuoi confratelli si dividevano fondamentalmente in due grosse categorie: quelli che lavoravano tutta la vita e quelli che tutta la vita comandavano, indubbio lavoro anche questo. Solo che i secondi, smessa una carica, nel rispetto dei sacri canoni, ne assumevano un’altra, in attesa magari di riprendersi la precedente, animati sempre dallo spirito della rotazione.

Ricordo di aver letto tanti anni fa un libro scritto da un gesuita titolato ” La croce del comando”. Per carità, nulla da eccepire. Solo che a crederci che il comando fosse una croce, non ne ho trovati molti. Vogliamo sostenere che il comando è martirio? Bene: gli aspiranti c’erano, eccome! Per la “carriera” si sgomitava anche allora, si mettevano in atto fraterne congiure, si ingeneravano benevole rivalità, schieramenti, tendenze…un po’ com’è d’uso fare in politica. D’altra parte, colui che riusciva a salire sul treno aveva buone probabilità di non scendere più e di restare nel numero degli “eletti” per tanta parte della sua vita.

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Ho capito: stai dicendo che le mie sono esagerazioni. Siccome ai tuoi tempi non c’ero, riferisco per sentito dire. Ma se credi di farmi sputare anche nomi e cognomi, ti sbagli. Comunque, se a te questa smania non è passata neanche momentaneamente per il cervello, devi ritenerti uno fortunato.

Ma… non credere che la tua laurea ti avrebbe spalancato automaticamente le porte della carriera (volevo dire del servizio). No, no, avresti avuto il tuo bel da fare…Certamente qualcuno, più avveduto di te, avrebbe messo in circolazione dei validissimi e condivisibilissimi argomenti per emarginarti e toglierti dalla concorrenza. Sarebbe bastato insinuare: “Perché mai distogliere un medico dalla sua nobilissima arte e costringerlo per obbedienza a caricarsi di una croce pesante, fatta di amarezze, che può benissimo essere posta su altre spalle?!”. Dio che talvolta si fa prendere la mano dal nostro buon senso, ti ha evitato di entrare in lizza con la categoria. E noi, con te, gliene siamo grati.

Il tuo vivere in comunione con Dio ti ha portato al convento. Avresti voluto fare il prete, il gesuita, il francescano e, dopo ripetuti rifiuti, ti hanno accolto i Fatebenefratelli. Anche se dicevi e scrivevi sui tuoi taccuini che volevi fare solo la volontà di Dio, è deduzione logica però che avevi in animo anche di realizzare una vita d’impegno dichiaratamente apostolico.

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Però la tua strada ha preso un’altra piega. Il progetto di Dio è molto diverso dal tuo:

  • sei medico e devi farti curare,
  • sei infermiere per servire e devi essere servito…

Caro ragazzo, più che un intrepido giovane, pervaso dal sacro furore di servire il prossimo come il tuo fondatore S. Giovanni di Dio, mi sembri un agnello mansueto condotto al macello, segno evidente che Dio non ti voleva in Africa per dare il tuo sangue da missionario, come talvolta hai desiderato, ma ti chiedeva il “silenzioso martirio del cuore”, umanamente frustrato in ogni sua anche più nobile aspirazione.

Ti è costato assai, Riccardo, dimmi la verità. E’ che adesso noi passiamo sopra a questi aspetti che fatichiamo a percepire, portati come siamo a cogliere la serenità che promana dal tuo sguardo. Così, tutto ciò che ti è successo, per noi è ovvio, facile, naturale: cosa vuoi mai che sia saper di dover morire a trent’anni!

Ho chiacchierato tanto ma non ti ho ancora espresso il vero motivo di questa mia lettera. Per rendere credibile la tua santità in questi anni sei stato sottoposto a tanti processi canonici e hai dovuto fare miracoli. Ma io sono convinto che quel martirio del cuore solo ora comincerà a dare i suoi frutti e tu sarai l’ispiratore ed il direttore dei “restauri” in atto nella tua grande famiglia religiosa ospedaliera e nella Chiesa. In fondo, sei l’unico medico-religioso-santo della sua storia secolare.

Oggi tu, il più inesperto di vita conventuale, (tre anni, ma se se togliamo la malattia e le convalescenze, si scende ulteriormente), sei chiamato a parlarci del convento, prima che dell’ospedale moderno e umanizzato che sognano tutti; a chiarirci punti che sembrerebbero scontati ma che, disattesi, mettono in crisi tutto il meccanismo.

Prometti di fare questo pezzo di strada con noi?

Grazie, Fra Riccardo, per aver accettato l’invito. Dunque, senza tanti preamboli, con la mia relazione introduttiva, apro subito i lavori sul tema all’ordine del giorno: ” Il Convento e la Comunità terapeutica”. A te affiderò la sintesi finale.

Il tuo amico di sempre.

All.  LETTERA APERTA A LUCIA…

San Pampuri, noto nel mondo e senza statua nella sua Pavia – Spatola Giuseppe

Un busto a New York ma resta nel cassetto il progetto di un monumento davanti al San Matteo di pavia

Ama et fac quod vis – scultore angelo grilli

             

Un busto a New York ma resta nel cassetto il progetto di un monumento davanti al San Matteo San Pampuri, noto nel mondo e senza statua nella sua Pavia PAVIA.

San Riccardo Pampuri ha devoti in tutto il mondo. Una statua davanti all’ingresso del General Hospital di New York. Ma neppure un monumento che lo ricordi nella sua terra.   

Non trattiene la rabbia e lo stupore don Angelo Beretta, parroco di Trivolzio, il paese in cui sono custodite le reliquie del medico diventato santo nel 1989 per volere di Giovanni Paolo II: “I pavesi sembrano essersi dimenticati del loro santo. Le istituzioni non sono riuscite a mettersi d’ accordo neppure sulla statua che doveva essere posta all’ ingresso del Policlinico San Matteo di Pavia”.

 E aggiunge: “Evidentemente la devozione per il frate di Trivolzio è più  sentita all’estero che nel Pavese. Così non avremo mai una statua in suo ricordo”.   

Per il centenario della nascita il presidente dell’ Azienda di promozione turistica del Pavese, Pio Marcato, aveva proposto di collocare davanti all’ ingresso del Policlinico di Pavia una statua del santo, nato a Trivolzio nel 1897 e morto a 33 dopo essersi fatto frate e aver prestato servizio come medico all’ ordine ospedaliero di San Giovanni di Dio Fatebenefratelli di Milano.   

Spiega Marcato: “Avevamo pensato ad una statua in bronzo che ritraeva San Pampuri con il camice da medico. Il bozzetto era stato preparato dall’ artista pavese Angelo Grilli, presentato alla stampa e alle istituzioni in occasione dei 100 anni della morte e poi dimenticato in un cassetto per il disinteresse generale delle istituzioni”.

Eppure i devoti che ogni domenica arrivano a Trivolzio da ogni parte del mondo per pregare il santo e chiedere un miracolo, dovrebbero avere un riconoscimento ufficiale. Forse serve un miracolo di San Pampuri per realizzare la statua di fronte al San Matteo?   

La speranza di Don Angelo Beretta è quella che qualche pavese si ricordi del santo, rispolverando così il vecchio progetto della statua. E’ assurdo che una statua in bronzo di San Pampuri sia stata collocata, negli anni scorsi, di fronte all’ingresso del General Hospital di New York e qui a Pavia, invece, si continui a far finta di nulla, privilegiando altre figure, come Padre Pio.

Ogni domenica la piccola chiesa di Trivolzio è presa da assalto da fedeli provenienti da tutto il mondo. Queste persone, che magari hanno percorso migliaia di chilometri per arrivare in provincia di Pavia, pregano sulle reliquie del santo, ne chiedono la grazia e spesso vengono miracolati.   

E ricorda: “L’ ultimo miracolo accertato è quello di una giovane di Bologna che, dopo un incidente stradale, era entrata in coma. Alcune sue amiche sono arrivate fino a Trivolzio per chiedere la grazia al santo e la loro amica, forse destinata a rimanere in coma, si Š miracolosamente svegliata e ora sta bene.

Una statua di San Pampuri al Policlinico San Matteo potrebbe dar coraggio agli ammalati e riavvicinare i pavesi al Santo. Per ora, però, ci dobbiamo accontentare di ammirare i progetti commissionati dall’ Apt e rimasti purtroppo solo sulla carta.   

Giuseppe Spatola

 

Spatola Giuseppe

Pagina 49 (4 maggio 2001) – Corriere della Sera

Riccardo Pampuri, il dottor carità – Angelo Montonati

Il Dr. Erminio Pampuri medico chirurgo
Angelo Montonati 
IL DOTTOR CARITA’
Riccardo Pampuri dei Fatebenefratelli
Ed. Fatebenefratelli, Milano 1989
Beatificato da Giovanni Paolo II il 4 ottobre 1981, Riccardo Pampuri è stato proclamato santo dallo stesso Pontefice il primo novembre 1989. 
La sua breve esistenza, fin dagli anni della fanciullezza, è sempre orientata verso la santità, in un cammino caratterizzato non certo da avvenimenti straordinari, ma da intensa spiritualità, profonda e serena umiltà, infaticabile dedizione apostolica e instancabile spirito di servizio. Per lui l’essere medico non è mai uno strumento per la ricerca di ricchezza, potere o prestigio, ma un modo per vivere ogni giorno la carità verso i malati ed i bisognosi con professionalità unita a grande umanità, ad estrema disponibilità e a straordinaria generosità.
Fin da giovanissimo coltiva l’aspirazione a dedicarsi alla vita religiosa, aspirazione che riesce a realizzare solo negli ultimi anni della vita nell’Ordine ospedaliero dei Fatebenefratelli. Tuttavia, la sua intera esistenza è pervasa dal primato dello spirituale, che infonde alla feriale semplicità del suo essere e del suo agire da cristiano una forte credibilità e incisività.
Gli anni della formazione
Erminio Filippo (prenderà il nome di Riccardo da religioso dei Fatebenefratelli) Pampuri, penultimo di undici figli, nasce da Innocenzo Pampuri e da Angela Campari a Trivolzio, non lontano da Pavia il 2 agosto 1897.
L’ambiente familiare è certamente importante nella sua formazione cristiana. Della mamma tutti dicono che è «Angela di nome e di fatto». Del padre le biografie non forniscono molti particolari, se non che è dedito all’alcol e che, di conseguenza, a volte maltratta la moglie. Ben presto però Erminio Filippo rimane orfano della mamma, stroncata a 44 anni dalla tubercolosi; qualche anno più tardi perde anche il padre. Dopo la morte della mamma Erminio Filippo viene accolto a Torrino nella casa del nonno materno, Giovanni Campari. Nella stessa casa vivono, entrambi non sposati, la zia Maria, che gli farà da mamma e da guida nella fede cristiana, e lo zio medico Carlo, un credente tutto d’un pezzo come il nonno Giovanni. Accanto a loro ci sono i prozii Pietro e Carlo e la fedele domestica Caterina Bersan.
Pampuri riceve specialmente dagli zii Carlo e Maria una profonda educazione cristiana e, fin da ragazzo, vive la propria fede in modo esemplare. Allontanarsi da Torrino gli costa sacrificio e gli provoca disagio allorché è costretto a trasferirsi a Milano, in casa del fratello maggiore Ferdinando, per frequentare il ginnasio. Gli zii colgono le sue difficoltà e lo sistemano nel collegio Sant’Agostino di Pavia, più vicino a loro. Nel ricordo dei suoi compagni Erminio Filippo è così descritto: «…normale, dominatore di sé stesso e quindi anche degli altri. Non è stato mai possibile con lui avere una rivincita o fare una baruffa. Quando aveva giudicato di aver finito il necessario con noi, sapeva ritirarsi o per pregare o per studiare. Conservava il gusto per le cose semplici e fra tutte egli amava trattenersi coi compagni più timidi e con quelli di condizioni modeste…».
Mentre si dedica con assiduità agli studi, impegna il tempo libero in parrocchia dedicandosi alla catechesi, all’attività missionaria, all’animazione culturale e alle opere di carità. Fin da ragazzo collabora strettamente col parroco e con quest’ultimo fonda a Morimondo un Circolo della Gioventù di Azione Cattolica, di cui è anche il primo presidente. In quegli anni fonda anche un Circolo intitolato a Don Bosco. Lo zio Carlo, medico stimato, lo avvia alla sua stessa professione e così nel 1915 Pampuri si iscrive alla facoltà di medicina presso l’Università degli Studi di Pavia, anche se, come confida alla sorella suor Longina Maria missionaria in Egitto, avrebbe voluto farsi prete o religioso.
A Pavia il giovane Pampuri sta in pensione presso la casa di una signora amica di famiglia. Nel periodo degli studi universitari frequenta la Conferenza di San Vincenzo de’ Paoli e il Circolo Universitario «Severino Boezio» fondato nel 1898 dal vescovo mons. A. Riboldi per la formazione spirituale e morale dei giovani universitari.
Il primo aprile 1917 è arruolato nell’esercito e, in quanto studente di medicina, è assegnato all’86 Sezione di Sanità e mandato in zona di guerra col grado di caporale. In una lettera inviata il primo settembre 1917 alla sorella suora Pampuri descrive la sua profonda sofferenza interiore per il triste spettacolo delle atrocità belliche:«Da due settimane faccio servizio in un ospedaletto da campo, in sala di medicazione. Quale scempio della povera carne umana, che ferite, che squarci, quante membra fracassate! Speriamo che per la misericordia divina questo flagello abbia a terminare molto presto!».
«Ebbe sempre grande carità – sono parole di un commilitone – verso i soldati infermi e particolarmente verso i più gravi. Era pronto a confortarli nei loro mali e specialmente nel far ricevere loro i santi sacramenti quando erano gravi. Si compiaceva di radunare i semplici soldati per far loro un po’ di morale e la sua assennata parola era sempre tenuta in grande considerazione». Nel suo corredo militare non mancano il Vangelo, le Lettere di S. Paolo e l’Imitazione di Cristo.
In guerra Pampuri si merita anche una medaglia di bronzo perché il 24 ottobre 1917, per impedire che il materiale sanitario dell’ospedaletto della sua compagnia vada perduto, essendosi i suoi commilitoni ritirati, carica tutto su un carro trainato da una mucca e, da solo, sfidando il fuoco dell’artiglieria austriaca, cammina nel fango per 24 ore, riuscendo in fine a raggiungere i compagni che ormai lo davano per disperso. Quella eroica marcia sotto la pioggia gli costa però una pleurite, che minerà in modo grave la sua salute. In seguito rifiuterà la pensione di guerra con la motivazione di avere già lo stipendio da medico condotto.
Terminata la guerra, riprende gli studi universitari non senza attraversare qualche momento di crisi, come testimoniano alcune sue confidenze espresse in una lettera alla sorella suor Longina un anno prima della laurea:«…in questo anno, che dovrebbe essere l’ultimo dei miei studi ed il primo della mia vita professionale, prega molto, affinché io possa attingere tanta forza dalla nostra Fede, così bella e così santa, da poter finalmente uscire da una vita di sterili desideri e di vane aspirazioni per cominciarne una veramente feconda di opere che, rendendo a Dio la dovuta lode e ringraziamento, abbia a farmi più lieto e più felice nella pace serena della Sua santa amicizia…».
Nel 1921 consegue a pieni voti la laurea in medicina e chirurgia con una tesi su «La determinazione della pressione arteriosa con un nuovo sfigmomanometro». Qualche mese prima della laurea si fa Terziario francescano, continuando a nutrire una speciale attrazione per la vita religiosa, come si evince da quanto egli scrive alla sorella suor Longina: «…Ora sono divenuto un po’ tuo fratello anche nell’ordine spirituale, poiché, quantunque indegno, nella speranza di diventare un po’ migliore mi sono messo io pure sotto la protezione del Serafico padre francescano, iscrivendomi nel suo terz’ordine».
La carità nella professione medica
Conseguita la laurea, dopo un breve tirocinio presso lo zio Carlo e una breve supplenza nella condotta medica di Vernate, ottiene la condotta di Morimondo, un paese a circa 27 chilometri da Milano e a 15 chilometri da Torrino, il paese degli zii. Lì esercita la professione medica dal 1921 al 1927, conquistandosi l’ammirazione, la stima e l’affetto di tutti per l’infaticabile disponibilità, la grande generosità, la non comune spiritualità e le eccezionali doti di umanità. Sempre discreto, paziente, cordiale, è sempre disponibile, a qualsiasi ora del giorno e della notte.
Scrive Gornati:«Vi era lì l’abitudine di ricorrere al medico preferibilmente di notte, ed a volte siffatte chiamate s’incrociavano in modo da occuparlo fino al mattino. Tornando poi a casa non era raro che trovasse in cortile una o due carrozzelle con persone che l’attendevano per accompagnarlo presso altri infermi. “Ma dottore — osservava colui che gli slegava il suo cavallo — riposi un po’; lei ancora non ha chiuso un occhio!”. “E così? — rispondeva il dottore — importante è badare alla vita dell’ammalato”. E sceso dalla sua carrozzella, saliva immediatamente sull’altra e via».
Tutte le volte che ha a che fare con malati bisognosi accanto alla ricetta mette di nascosto i soldi necessari per l’acquisto delle medicine. Alla domanda di quale sia il suo onorario risponde: «…domani, domani…». Spesso si reca egli stesso a comprare i farmaci; oltre al denaro, dona agli infermi alimenti, indumenti e coperte. Quel che resta del suo stipendio lo dona alle missioni. Capita che a metà mese egli rimanga senza una lira. Talvolta torna a casa con scarpe rotte e scalcagnate che ha preso da qualche povero in cambio delle sue. «Io viaggio sul biroccio — è il suo commento scherzoso a chi gli chiede spiegazioni — gli altri vanno a piedi, di suole ne consumano più di me…».
Ha testimoniato Giuseppina Pedretti che abitava proprio sotto il suo appartamento a Morimondo: «…era un’istituzione di carità, più che un medico. Ci siamo immediatamente accorti che era diverso dagli altri».
Quando ha a che fare con pazienti per i quali la medicina può poco, sollecita il malato e i familiari alla chiamata del sacerdote. Egli per primo usa inginocchiarsi accanto al capezzale dei morenti invitando i presenti a pregare. Insieme alla borsa con la consueta attrezzatura medica porta sempre con sé la corona del rosario, che usa recitare ogni giorno con fervore, mentre va a piedi o in bicicletta o col calessino. La gente del paese rimane ammirata, non solo dalla sua estrema generosità, ma anche dalla grandissima devozione con cui prega e con cui quotidianamente partecipa alla celebrazione eucaristica.
Nel tempo libero si dedica alla preghiera, allo studio e all’apostolato. Lavora moltissimo in parrocchia come catechista, preparatore dei piccoli alla prima comunione, conferenziere. Organizza, inoltre, turni di esercizi spirituali presso la «Villa del Sacro Cuore» dei Padri Gesuiti in Triuggio per i giovani del Circolo, per i lavoratori della campagna e per gli operai. Vi invita pure colleghi ed amici ed interviene personalmente nel sostenere le spese.
Troviamo quello che si potrebbe definire il suo programma nell’esercizio della professione medica in una lettera scritta alla sorella suora:
«Prega affinché la superbia, l’egoismo o qualsiasi altra mala passione non abbiano ad impedirmi di vedere Gesù sofferente nei miei ammalati. Lui curare, Lui confortare…Con questo pensiero sempre vivo nella mente, quanto soave e quanto fecondo dovrebbe apparire l’esercizio della professione!».
Ha detto di lui il nipote Alessandro, anch’egli medico: «Zio Erminio era qualcosa di più che un medico; lo vedevo persino lavare i piedi dei pazienti anziani, medicarli con estrema cura e trattarli sempre con grande umiltà».
Alla sua salute pensa poco preoccupato com’è di donarsi senza limiti agli altri. Inizia la sua giornata di buon mattino e, dopo avere partecipato alla messa, inizia il giro della condotta. Al ritorno, verso mezzogiorno, prima del pranzo si ferma in preghiera davanti al tabernacolo. Nel pomeriggio, dopo aver dedicato circa un’ora allo studio o alla lettura, riprende le visite. Alla sera torna in chiesa per pregare, recitare il rosario e assistere alla benedizione eucaristica. Dopo cena ci sono spesso le adunanze dei gruppi giovanili o le prove della banda musicale; altrimenti si immerge nella lettura di libri di medicina o di spiritualità. Legge spesso i quaderni della Civiltà Cattolica e l’Osservatore Romano ed alimenta la sua vita spirituale specie con la lettura del Vangelo, dell’Imitazione di Cristo e dell’Ufficio della Beata Vergine.
La vocazione religiosa
Nel periodo in cui è medico condotto a Morimondo matura la vocazione religiosa che Pampuri ha nutrito fin dalla fanciullezza. Cerca di entrare nei Francescani e nei Gesuiti, ma riceve risposta negativa per le sue insoddisfacenti condizioni di salute. Di fronte alle sue insistenze, gli viene consigliato di entrare nei Fatebenefratelli, dove, oltre tutto, potrà mettere a servizio degli infermi la sua competenza professionale. Nel 1927, nell’aprirgli le porte Fra Zaccaria Castelletti, allora Superiore della Provincia Lombardo Veneta dei Fatebenefratelli, pronuncia una frase che ben presto suonerà profetica: «…dovesse rimanere anche un solo giorno membro effettivo dell’Ordine nostro, sia egli il benvenuto. In cielo sarà per noi un Angelo di protezione».
Pampuri accetta di buon grado di entrare nell’Ordine ospedaliero fondato da san Giovanni di Dio e decide di fare una breve prova della vita comunitaria nella casa dei Fatebenefratelli a Solbiate Comasco. Dopo il periodo di noviziato, il 24 ottobre 1928 entra nell’Ordine dei Fatebenefratelli e chiede ai superiori di potersi chiamare Riccardo in segno di gratitudine nei confronti del sacerdote suo consigliere don Riccardo Beretta. La notizia fa scalpore, tanto che persino sul «Corriere della Sera», a firma di Giovanni Cenzato, compare un articolo intitolato «Un medico che si fa frate».
Entrato nella comunità religiosa a Brescia, riceve il compito di istruire i giovani confratelli che devono conseguire il diploma infermieristico. Gli viene anche affidata la responsabilità dell’ambulatorio dentistico annesso all’ospedale S. Orsola. La sua vita da religioso è spesa senza risparmio a servizio degli infermi e vissuta all’insegna della semplicità, della modestia, della riservatezza, dell’austerità e dell’umiltà. Fra Riccardo sceglie per sé i compiti più umili, non disdegnando i lavori che qualche confratello rifugge per ripugnanza o per malavoglia.
Dice di lui il Priore di allora, padre Gabriele Monfrini:«Era sempre il primo e l’ultimo; primo nella diligenza, anzi scrupolosità con cui adempiva i doveri del religioso ospedaliero, assistendo anche e supplendo i medici sia nella cura dei malati che in sala operatoria. Sempre l’ultimo perché, sebbene laureato e come tale avrebbe potuto esimersi da certi uffici umili e bassi, cercava… di essere in tutto e per tutto al servizio degli infermi».
Conferma don Cesare Gnocchi, compagno di noviziato di fra Riccardo: «Quando si accorgeva che qualche confratello sfuggiva a lavori che destavano ripugnanza o comunque capiva che li facevano di malavoglia, egli correva in aiuto o li faceva direttamente. All’occasione, poi, diventando rosso in viso, con tutta carità ci diceva: «Sono le piccole umiliazioni, sono le cose che ripugnano che dobbiamo cercare noi religiosi: se non facciamo queste cose, quando esercitiamo un po’ di umiltà? Le fanno i borghesi queste cose, tanto più le dobbiamo fare noi!…». Durante il lavoro, egli pregava con salmi e giaculatorie…».
A Brescia il suo ambulatorio dentistico è frequentatissimo da gente di ogni età, ceto sociale e credo religioso e tutti sono conquistati da quel frate sempre sorridente e disponibile, che tratta tutti con garbo e con la massima carità.
In una lettera alla sorella suor Longina, scritta un anno prima della morte, Fra Riccardo tratteggia il programma della sua vita religiosa: «Abbi grandi desideri, cioè desiderio di grande santità, di fare opere grandi; mira sempre più in alto che puoi per riuscire a colpire giusto; ma poiché non sempre sarai chiamato ad azioni gloriose, fa anche le cose piccole, minime, con grande amore… far sempre la volontà del Signore nell’esatto compimento dei propri doveri e in una lotta perseverante… questo dovrebbe essere il mio programma».
Nel 1929 presenta un episodio di emottisi causato dalla riaccensione della tubercolosi polmonare contratta in guerra. Un soggiorno di alcune settimane nella casa di cura dei Fatebenefratelli a Gorizia procura un temporaneo miglioramento delle sue condizioni di salute, tanto che egli torna alla sua attività medica presso l’ambulatorio odontoiatrico di Brescia. Qualche mese più tardi, però, presenta un nuovo e più grave episodio di emottisi e le sue condizioni cliniche peggiorano. Gli viene allora consentito di trascorrere un mese di convalescenza a Torrino, a casa degli zii, ma senza risultato. Il 18 aprile 1930 si ricovera nell’ospedale «San Giuseppe» di Milano in preda a febbre elevata. Nei giorni successivi si verifica un ulteriore aggravamento della sua malattia che lo porterà a morte il primo maggio dello stesso anno, mentre stringe nelle mani il suo crocifisso.
La salma di fra Riccardo rimane nel cimitero di Trivolzio fino al 16 maggio del 1951, quando viene traslata in una cappella della chiesa parrocchiale, a lato del fonte battesimale presso il quale egli era stato battezzato. A beatificazione avvenuta le sue spoglie mortali vengono spostate nella cappella di Sant’Antonio della stessa chiesa. Il 29 gennaio 1997, in occasione del centenario dalla nascita, il corpo di San Riccardo, dopo la ricognizione, è stato collocato in un’urna di cristallo per facilitare la devozione dei fedeli. A Trivolzio, suo paese natale, è stata inaugurata nel 1993 una residenza protetta per anziani non autosufficienti a lui intitolata, realizzata per volere dei suoi concittadini e della Provincia Lombardo Veneta dei Fatebenefratelli.
Annotazioni conclusive
Anche per Riccardo Pampuri, come per Giuseppe Moscati, si può dire che nella sua esistenza non vi è nulla di «straordinario», nel senso che egli si è fatto santo in modo per nulla clamoroso, ma vivendo fino in fondo l’essere cristiano nella quotidianità. La sua è stata una santità «semplice», maturata in una personalità umile e quasi «invisibile» attraverso l’eroismo quotidiano dell’abbandono fiducioso alla volontà di Dio. «In lui — ha scritto Giovanno Paolo II — rifulgono i tratti della spiritualità laicale delineata dal Concilio Ecumenico Vaticano II».
«…La vita breve ma intensa di Fra Riccardo Pampuri — sono sempre parole del Santo Padre — è uno sprone per tutto il popolo di Dio, ma specialmente per i giovani, per i medici, per i religiosi…
Ai giovani contemporanei egli rivolge l’invito a vivere gioiosamente e coraggiosamente la fede cristiana, in continuo ascolto della Parola di Dio, in generosa coerenza con le esigenze del messaggio di Cristo, nella donazione verso i fratelli.
Ai medici, suoi colleghi, egli rivolge l’appello perché svolgano con impegno la loro delicata arte, animandola con gli ideali cristiani, umani e professionali, perché sia un’autentica missione di servizio sociale, di carità fraterna, di vera promozione umana.
Ai religiosi e alle religiose, specialmente a quelli e quelle che, nell’umiltà e nel nascondimento, realizzano la loro consacrazione fra le corsie degli ospedali e nelle case di cura, Fra Riccardo raccomanda di vivere lo spirito originario del loro Istituto, nell’amore di Dio e dei fratelli bisognosi».
E importante che, nella sua mirabile e lineare semplicità, l’insegnamento spirituale di questo nuovo santo contemporaneo sia raccolto e tradotto in scelte esistenziali dai suoi ideali destinatari, che sono non un’élite o una ristretta cerchia di persone, ma tutti i battezzati, chiamati allo stesso cammino di santità attraverso la scelta di appartenere totalmente a Cristo in ogni momento della vita.
Bibliografia
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  • Montonati A., 33 anni con Dio, Ed. Paoline, Cinisello Balsamo, 1982.
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  • Russotto G., Pensieri ascetici di un medico, Daverio, Milano, 1951.
  • Russotto G., Riflessi di un’anima. Lettere al Servo di Dio fra Riccardo Pampuri dei Fatebenefratelli, medico-chirurgo, Marietti, Torino, 1955.
  • Scarlattini I., La formazione di Erminio Pampuri e il suo impegno laicale a Morimondo, Ed. Fatebenefratelli, Milano, 1997, pp. 96.

SAN RICCARDO PAMPURI – a cura di Patrizia Solari

SAN RICCARDO PAMPURI

A cura di Patrizia Solari 

In questo numero della rivista resteremo nel nostro secolo, per incontrare san Riccardo Pampuri, del quale il 2 agosto si ricorderà il centenario della nascita. Dice don Angelo Beretta, parroco di Trivolzio, un paese in provincia di Pavia: “A Trivolzio stanno succedendo cose inimmaginabili (…) Da tutta Italia, e non solo dall’Italia, arrivano pellegrini per incontrarsi con S. Riccardo. (…) Alcuni che capitano per caso a Trivolzio, al sabato e alla domenica, vedendo tanta gente, domandano: ‘Che festa è oggi?’ e noi non possiamo che rispondere: ‘Qui è sempre festa, perché abbiamo nella nostra Chiesa un Santo, un Santo che vuole bene alla gente e che intercede per noi e per tutti quelli che lo invocano presso il Signore’. Dio ha scelto S.Riccardo per incontrarsi con tanta gente.”

1) Riprendiamo le parole di Giovanni Paolo II in occasione della beatificazione di Riccardo Pampuri, il 4 ottobre 1981 (la canonizzazione avvenne il 1. novembre del 1989): “è una figura straordinaria, vicina a noi nel tempo, ma più vicina ancora ai nostri problemi ed alla nostra sensibilità. Noi ammiriamo in Erminio Filippo, diventato nell’ordine Fra Riccardo Pampuri, il giovane laico cristiano, impegnato a rendere testimonianza nell’ambiente studentesco (…); il dinamico medico, animato da una intensa e concreta carità verso i malati e i poveri, nei quali scorge il volto del Cristo sofferente. Egli ha realizzato letteralmente le parole, scritte alla sorella suora, quando era medico condotto:’Prega affinché la superbia, l’egoismo e qualsiasi mala passione non abbiano ad impedirmi di vedere sempre Gesù sofferente nei miei malati, Lui curare, Lui confortare.”

Erminio nacque il 2 agosto del 1897 a Trivolzio, ultimo di undici figli. I genitori, Angiolina e Antonio, gestivano una modesta osteria di paese. “All’età di appena tre anni Erminio rimase orfano della mamma e venne condotto nella contrada di Torrino, dove, sotto la vigilante cura della zia materna Maria Campari, da lui considerata sempre come una madre, crebbe e ricevette l’educazione cristiana.” La famiglia Campari, dove Erminio fu accolto, era composta dal nonno, da un prozio, e dagli zii Carlo e Maria. Lo zio era medico e terziario francescano ed ebbe un ruolo molto importante nell’affermarsi della vocazione umana e professionale di Erminio. A undici anni il ragazzo si trasferisce a Milano, presso la famiglia paterna, per frequentare il Ginnasio Manzoni, ma “non è nel suo ambiente di raccoglimento: è stordito e, uccellino tremebondo, nella frastornata città e nella numerosa e rumorosa famiglia paterna, riesce a stento a superare la classe.” Così ritorna presso gli zii di Torrino e frequenta il Collegio S. Agostino a Pavia. Terminato il liceo, inizia gli studi di medicina, sostenuto dallo zio Carlo e, entrando nel mondo universitario, inizia la sua esperienza e il suo impegno nel “Circolo universitario Severino Boezio”, fondato nel 1884 e precursore dell’Azione Cattolica. Dopo aver frequentato regolarmente il primo anno di medicina “non poté concludere il secondo anno perché il primo aprile 1917 fu arruolato, dapprima soldato semplice e, dopo sei mesi col grado di sergente maggiore, aiutante medico in zona di guerra, all’ospedaletto da campo a Ruda Villa Vicentina.”

È di questo periodo l’episodio che gli frutterà una medaglia di bronzo, la nomina a sergente, una licenza premio e una modesta pensione, ma anche una pleurite che segnerà la sua salute per il resto della sua breve vita. Con la disfatta di Caporetto l’esercito italiano si era ritirato caoticamente fino al Piave e gli ufficiali medici della compagnia di Pampuri avevano levato il campo, abbandonando tutto il materiale sanitario. Erminio, rischiando la vita, carica tutte le preziose attrezzature ancora utili per la cura dei malati su un carretto, facendolo trainare da una mucca, e sotto la pioggia battente e il fuoco dell’artiglieria nemica, dopo una marcia di due giorni riesce a raggiungere i compagni che già lo davano per disperso. Chi condivise con lui la vita militare testimonia la sua grande carità verso i soldati infermi e in particolare quelli più gravemente colpiti. D’altra parte si distingueva per la sua dignitosa riservatezza, ma anche per le parole che sapeva rivolgere ai commilitoni, i quali lo tenevano in grande considerazione. Alla fine della guerra termina gli studi e contemporaneamente entra nel Terz’Ordine francescano. Questo fatto indica una sua caratteristica costante: la ricerca di un ambito che lo sostenesse nel compito della fedeltà a Cristo e alla Chiesa. La sua fedeltà ai gesti quotidiani di preghiera suscitava la meraviglia di chi gli stava vicino. E lui rispondeva: “La mia lampada è piccola! bisogna che l’alimenti continuamente se non voglio restare al buio. Non servirebbe neanche un bel lampadario, se non vi arrivasse la corrente.”

Dal 1921 al 1927 è medico nella condotta di Morimondo, a quindici chilometri da Torrino. E qui citiamo un altro testo che ci presenta la vita di questo Santo 2) : “Secondo la loro testimonianza, gli abitanti di Morimondo si accorgono subito della diversità del nuovo dottore rispetto ai precedenti: innanzitutto va in chiesa, mentre all’epoca è forte nella classe medica la componente anticlericale o comunque di indifferenza alla religione. In secondo luogo, colpisce la modestia della vita del giovane medico: è un’autorità del posto, potrebbe vantarsi della sua cultura superiore, della sua professione; invece non tiene le distanze con la gente del luogo, parla anche in dialetto, accorre a tutte le chiamate, ha grande attenzione verso tutti i suoi pazienti, non facendo differenza se sono ricchi o poveri, spesso non si fa pagare e in qualche caso provvede personalmente alle spese per la farmacia. Giuseppina Pedretti, che abita sotto il suo appartamento, riassume in modo conciso e quasi umoristico l’impressione della gente: “Insomma era una istituzione di carità, più che un medico.” Innumerevoli sono gli episodi che raccontano il suo atteggiamento di fronte ai malati e ai bisognosi. Quando periodicamente torna dagli zii a Torrino, essi lo riforniscono di frutta, farina, vino, uova e la zia raccomanda: “Non lasciategli mancar niente, tanto è roba che va ai poveri”. E lo stesso succedeva con le copertine/coperte, la biancheria, i vestiti, le scarpe. Se arrivava con delle scarpe scalcagnate, perché le aveva scambiate con qualcuno, Erminio diceva: “lo viaggio in biroccio, gli altri vanno a piedi e di suole ne consumano più di me.” “Era giovane: perciò i primi a circondarlo furono i giovani, per i quali fondò un eccellente Circolo di Azione Cattolica. (…) E gli uomini, attratti dal miglioramento che vedevano operarsi nei loro figli, accorrevano a pregare il dottore che si interessasse anche di loro: sorsero così giornate di Ritiro, convegni di preghiera, gruppi di Vangelo, Conferenze di S. Vincenzo, Commissione Missionaria e perfino un fiorente Corpo bandistico.” La religiosità di Erminio non aveva nulla di intimistico: la sua era una presenza attiva, costantemente protesa verso opere di educazione e di carità. Ma questa vita mina la salute di Erminio, già intaccata dalla pleurite contratta durante la guerra. Attorno al 1927 si sente troppo debole per continuare a svolgere la sua missione e, grazie ad una profonda amicizia sviluppata in quegli anni con don Riccardo Beretta, segretario dell’Ufficio Missionario di Milano, può trascorrere un periodo di riposo in una Casa tenuta dai Fatebenefratelli e conoscere così quest’Ordine Ospedaliero 3). La sua vocazione definitiva si va sempre più delineando. E quando, malgrado la salute precaria viene accettato nell’Ordine, il padre provinciale “bandendo ogni perplessità esclama: “Dovesse il giovane Pampuri rimanere anche un sol giorno membro effettivo del nostro Ordine, sia il benvenuto: dopo esserci stato in terra, motivo di edificazione, ci sarà in cielo anche angelo di protezione.” (…) il 24 ottobre 1928 emise i sacri voti. Tre giorni prima dei voti, ricevette l’abito dei novizi col nome di Frà Riccardo’, in ricordo affettuoso e riconoscente per don Riccardo Beretta.” Erminio Frà Riccardo aveva 30 anni. Resterà nell’ordine solo tre anni, perché morirà il 1 maggio del 1930.

Ma attingiamo ancora al bel testo di Laura Cioni, di cui suggeriamola lettura: “Il giovane studente di Pavia che si dedica all’apostolato tra i compagni e all’assistenza dei poveri, il laureando che cerca un sostegno spirituale nell’appartenenza al Terz’Ordine francescano, il medico che, mentre svolge con cura attenta la sua professione, non cessa mai di chiedere a Dio una più profonda partecipazione alla sua opera di salvezza, tutto questo confluisce in modo inatteso e intenso nell’adesione al Carisma dei Fatebenefratelli. Qui Erminio trova la stabilità spirituale nell’obbedienza, nella castità, nella povertà abbracciate per amore di Cristo. Ma il quarto voto, tipico dell’Ordine fondato da san Giovanni di Dio nel XVI secolo, quello dell’ospitalità, cioè dell’assistenza e della cura dei malati, appare tagliato su misura per il “santo dottorino”. L’ospitalità data all’altra persona, bisognosa di aiuto fisico o spirituale, è il tratto comune alle varie tappe della vita di Erminio e si condensa, per così dire, nella concretezza della vita comunitaria dei Fatebenefratelli.”

Una testimonianza di quel periodo: “egli stava scopertine/copando sotto il portico del cortile dinanzi alla chiesa. Da una finestra dei corridoio interno, vicino alla direzione, uno dei medici della Casa mi fermò e mi disse: “Suor Cherubina, ma quello è matto? Ha la laurea di dottore ed è lì con in mano la scopertine/copa a scopertine/copare!?. lo gli risposi: ‘Sarà pazzo di amor di Dio.” Ed egli: “Ma io dico che è pazzo! Non capisco”. Siccome il medico parlava a voce alta, fra Riccardo sentì le sue parole, e, rivolto a lui, gli disse con voce calma: “Tutto quello che si fa per Iddio, è tutto grande, sia colla scopertine/copa, che colla laurea di medico!”

Gli orari di assistenza ai malati, anche a causa della povertà materiale, vanno dalle cinque del mattino alle nove di sera, con turni faticosissimi, ma fra Riccardo osserva la regola senza nessuna eccezione, cosciente che nella volontà dei Superiori si rivela la volontà del Signore. Gli vengono poi affidati vari incarichi: quello di preparare gli altri novizi all’esame per ottenere il certificato di infermiere e quello dell’ambulatorio dentistico annesso all’ospedale di S.Orsola. “Le sue lezioni di anatomia si tramutano spesso, tra lo stupore dei suoi giovani discepoli, in lezioni di più ampio respiro, perché fra Riccardo non parla mai del corpo umano se non come creatura che reca in sé l’impronta della perfezione di Dio. Non sono solo informazioni tecniche quelle che egli fornisce.” L’incarico dell’ambulatorio gli costerà una grossa prova di obbedienza, perché è costretto a restare a contatto con il pubblico, cosa che lui avrebbe voluto evitare nel suo nuovo stato religioso. A partire dalla primavera del 1929 la sua salute comincia a declinare e attraversa anche un periodo di buio interiore, dove lo scoraggiamento e la malinconia lo tentano. Dopo un breve soggiorno a Gorizia, riprende il suo incarico a Brescia, ma ai primi di novembre ha una seconda emottisi. Passa allora un mese a Torrino, dagli zii, poi torna a Brescia nel gennaio del 1930, ma non riesce più a impegnarsi, se non saltuariamente e con grandi sacrifici. Il 27 aprile viene trasportato a Milano, in una casa dell’Ordine, in modo che la zia possa stargli vicino, insieme ai parenti più stretti. Riceve varie visite, anche dai suoi pazienti di Morimondo. Lui stesso fa chiamare i suoi antichi compagni di Università, in particolare quelli che sapeva lontani da Dio. Trascorre tranquillo le ultime ore della sua vita, tenendo in ciascuna mano un crocifisso: uno donatogli dalla sorella suor Longina, con la quale aveva intrattenuto un lungo e intenso scambio epistolare, l’altro dal suo padre Provinciale.

La sua morte segna l’inizio di un progressivo movimento di simpatia, di ammirazione e di devozione che prelude a un culto poi ratificato dalla Chiesa. San Riccardo viene pregato per chiedere protezione, grazie, guarigioni. E molte avvengono. Vogliamo concludere con alcune osservazioni tratte da un testo di don Luigi Giussani, che ci permette di riflettere in maniera adeguata su quest’ultimo tema 4). “Si può definire il miracolo come un avvenimento, quindi un fatto sperimentabile, attraverso cui Dio costringe l’uomo a badare a Lui, ai valori di cui vuole renderlo partecipe; attraverso cui Dio richiama l’uomo perché questo si accorga della Sua Realtà. È, cioè, un modo con cui Egli impone la sua Presenza. Da questo punto di vista tutte le cose sono miracolo: noi non ce ne accorgiamo perché viviamo come fuori dalla trama originale che ci costituisce, tendiamo a estromettere noi stessi dal nesso originario con la realtà oggettiva. (…) Quanto più un uomo è consapevole e vivido nella sensibilità del suo nesso con l’Altro che continuamente lo crea, tanto più tutto tende a diventare miracolo per lui. (…) Vi sono poi momenti particolari in cui Dio straordinariamente richiama il singolo ad attendere alla sua presenza, a togliersi dalla distrazione. (…) come un accento particolare degli avvenimenti che richiama inesorabilmente a Dio. Può essere un’improvvisa buona notizia, o un dolore imprevisto, a costituire un miracolo per il singolo: è un potente richiamo per l’individuo, mentre per gli altri è interpretabile come casualità!” E c’è poi un terzo tipo di miracolo. “Là dove Dio interviene sulla sua creazione con un fatto oggettivamente inspiegabile a qualunque disanima, a qualunque procedimento indagativo della ragione. È il caso in cui Dio vuole richiamare non solo il singolo, ma la collettività alla Sua presenza, offrendo all’edificazione della comunità religiosa fattori oggettivi documentabili per tutti.”

01 PAMPURI un giovane cuore in ascolto – Angelo Nocent

  

SAN RICCARDO PAMPURI

 Medico Chirurgo dei Fatebenefratelli 

UN GIOVANE CUORE IN ASCOLTO 

Di Angelo Nocent 

PREFAZIONE   

Oggi, 24 ottobre 2003, festa di San Raffaele Arcangelo, se fosse ancora in vita, San Riccardo Pampuri festeggerebbe il 75° anniversario di professione religiosa. E’ certamente un  traguardo difficilmente raggiungibile dai comuni mortali ma noi, trattandosi di un santo, abbiamo tutto il diritto di festeggiare. Farne memoria è come fermarsi ad una sorgente di montagna e dissetarsi: aiuta a riprendere fiato e più  speditamente il cammino. 

La ricorrenza è un buon pretesto per ricordare questo “contemporaneo” dal fascino particolare. La sua è una breve esistenza ma “donata” a Dio e al prossimo. La gente non ha dimenticato e le nuove generazioni si rivolgono alla sua intercessione sempre più numerose. Lo dimostra la sua tomba visitata  da sempre nuovi pellegrini provenienti dall’Italia e dall’estero. E’ come se il santo medico a Trivolzio continuasse la sua attività ambulatoriale. Senza appuntamento ed esenti da ticket, i suoi pazienti si presentano per ottenere cure e guarigione. E’ un passaparola continuo di grazie ricevute che lui ogni giorno strappa al cuore di Dio. 

 Il Prof. Fernando Michelini, reduce dal campo di concentramento nell’ultima guerra,  e il bambino di fiaco, sono i miracolati da San Riccardo Pampuri. Con Giovanni Paolo II nel giorno della canonizzazione. Pittore e architetto, ha costruito ed affrescato chiese e ospedali in Africa e in Terra Santa, sempre gratuitamente. E’ deceduto a 91 anni 

Se per i credenti la sua è ancora una presenza operosa nella Comunione dei Santi, oltre che fulgida nella gloria degli altari, per tutti egli è una testimonianza di fede, giovane, stimolante e singolare, vissuta in un’epoca storica assai controversa.   

Devo ammettere che il motivo di questa fatica va oltre la ricorrenza: deriva da una certa delusione provata leggendo alcune  agiografie in circolazione. Purtroppo, c’è una tendenza  a non  staccarsi mai dalla riva, ossia dall’ esaltare aspetti della sua vita che, proprio perché non sono né clamorosi né enfatizzabili, portano logicamente a chiedersi come abbia potuto raggiungere la gloria degli altari, a domandarsi in che cosa consista la sua vera santità.   

Pesco casualmente in internet: 

  • La vita di san Pampuri è esemplare in tal senso. Visse in assoluta semplicità, in un modo senza dubbio paragonabile a quello di un contadino o di un medico di campagna, che nessuno conosceva, noto solo per la bontà e la generosità con cui trattava gli ammalati.

  • Trascorse gli ultimi tre anni della sua vita ritirato in un convento nascosto agli occhi del mondo. Lo spettacolo di san Pampuri è questo dimostrarsi della potenza di Dio nella semplicità più assoluta.

  • «Il santo semplice» è il titolo di un saggio di Laura Cioni su fra’ Riccardo;

  • L’eroica semplicità di san Pampuri traspare anche da un altro bel saggio, quello di Rino Cammilleri.

  • Nella vita di san Pampuri, per l’appartenenza a Cristo, il quotidiano diventava eroico e l’eroico quotidiano. Per questo egli è specialmente indicato ad essere spettacolo e forma di vita cristiana per l’oggi”.   

Proprio perché queste conclusioni mi sembravano semplificatrici, anch’io mi sono posto la domanda: chi è Erminio Filippo Riccardo Pampuri? 

Deciso a trovare una risposta più soddisfacente, ho iniziato la  ricerca, scoprendo subito che  Riccardo nasce proprio  nello stesso anno in cui muore Teresa di Lisieu (1897).

Coincidenza? Forse. O magari la continuità, al maschile, della spiritualità della santa. La lettera che scrive durante il noviziato alla sorella suor Longina, missionaria al Cairo me lo fa presagire:   

“Mia carissima Sorella,   

grazie della tua ultima lettera e delle tue fervide esortazioni: far sempre la volontà del Signore nell’esatto adempimento dei propri doveri, e in una lotta perseverante, generosa contro le proprie cattive inclinazioni con gli occhi fissi in Dio, nostra ultima meta e Bene supremo, in Gesù nostro modello Divino, sempre più avanzare nella via della perfezione: crescere sotto l’occhio di Dio, questo dovrebbe veramente essere il mio programma, ed in esso dovrei trovare indubbiamente il più grande contento dell’anima e la più grande pace dello spirito. Quando infatti ho perso il bene di tale gaudio e di tale pace, se non forse quando nella mia vita ho perso di vista tale suprema meta e mi sono allontanato da così sicura via?  

Gesù Bambino mi insegnerà e mi aiuterà ad accettare e portare almeno con serena rassegnazione, se non con gioia, quelle croci che Egli vorrà permettere o mandare e mi aiuterà pure ad avere sempre viscere di fraterna carità per coloro che nelle Sue mani potranno essere direttamente o indirettamente di tali croci lo strumento provvidenziale.  

Il Signore non mancherà di compiere l’opera sua, e di mano in mano che riuscirò a diventare un sempre più buon frate vedrò anche sempre più risplendere in me quella gioia, quel gaudio e quella pace che con tanto amore mi auguri e che di tutto cuore auguro a te pure nella sovrabbondanza delle benedizioni di Dio, soprattutto in queste feste del Santo Natale in cui tutta la Chiesa, anzi tutto il mondo, esulta di riconoscenza e d’amore per il Verbo Divino fattosi per noi uomo come noi, e si è caricato di tutte le nostre iniquità, per fare noi tutti simili a Lui, come Lui figli di Dio qui nella Grazia e nella fede viva, e poi per sempre nel godimento perfetto della sua infinita carità.   

Sempre a te unito nel Cuore Sacratissimo di Gesù Bambino coi miei migliori auguri ti saluto. 

Brescia, 9 dicembre 1928

Affezionatissimo fratello Fra Riccardo                 

 Non meno significativa è la seguente:   

« Per qualsiasi prova o croce non dovremo però mai perdere quella santa pace e tranquillità che ci viene dalla grazia di Dio e dal nostro pieno e filiale abbandono a Lui, e possibilmente non dovremo perdere nemmeno quella sana allegria che rende più leggero il peso dei quotidiani doveri, e più gradita e giovevole la compagnia nostra agli altri.

Quale grave torto faremo a Nostro Signore se dovessimo servirlo con una spanna di broncio! » (al nipote — 27 Ottobre 1928) 

Entrambi, su fronti diversi e con psicologie diverse, senza muovere un dito per sollecitare riforme ed aggiornamenti, hanno silenziosamente messo in discussione un certo tipo di vita religiosa, sia monastica che ecclesiale. Entrambi sono passati sulla scena del mondo inosservati e sottovalutati. Ma i risultati non si sono fatti attendere:  

  • lei, che solo dal 1915 al 1916 ha riempito la terra di quattro milioni di copie della sua autobiografia, canonizzata nel 1925, sarà considerata durante gli anni delle due guerre come amica e conforto di tanti devoti anche tra gli orrori delle trincee e dei campi di concentramento e verrà definita “la fanciulla più amata della terra”;   

  • lui, che pur non avendo scritto un’autobiografia come Teresa, canonizzato nel 1989 e sempre più conosciuto su vasta scala, promette leale concorrenza alla coetanea carmelitana.    

 Che cosa sia l’ “eroica semplicità” io non lo so di preciso.  Temendo però le eroiche semplificazioni, me ne starò in guardia. Anche nella santità esiste il rischio di limitarsi a voler annusare il profumo che si espande per l’aria senza sollevare il coperchio per vedere cosa bolle in pentola. Gesù, il Maestro, non insegna a  procedere solo con l’olfatto; dice piuttosto: “Venite e vedete”, oppure: “Tommaso, metti il dito, tocca…”   

Don Giussani, a proposito del Pampuri, è intervenuto al meeting di Rimini in questi termini: “…Il santo è un uomo vero. Il santo è un vero uomo perché aderisce a Dio e quindi all’ideale per cui è stato costruito il suo cuore e di cui è costituito il suo destino. Eticamente tutto ciò significa « fare la volontà di Dio » dentro una umanità che rimane tale e pur diventa diversa»

Nella santità dell’ultimo secolo mi sembra sia accaduto  lo stesso fenomeno che si è verificato nel mondo della pittura. Renoir e company, tanto per citarne uno, hanno  un’intuizione nuova ed antica di vedere la realtà: essi la producono con  piccoli tratti di  colore, di chiaro-scuri accostati, di ombre e di luci, che provocano in definitiva una grande suggestione. La prima impressione è che si tratti di una pittura facile, di una strada accessibile a tutti. Solo chi ha provato a cimentarsi sa che non è vero.   

Come Teresa, pure Riccardo ha i suoi detrattori. Non mancano, anche nelle sfere della teologia, coloro che si domandano, perplessi,  se presentare la santità  in un modo che sembra facile, sorridente, familiare, così lontano dalla santità eroica, impossibile alla massa dei fedeli,  improvvisamente a portata di mano di tutti, nel quotidiano,  costituita di cose piccole, talvolta banali,  fatta di pazienza, di sopportazione,  vissuta in aridità interiore congiunta a fede illimitata,  non sia santità basata su un equivoco.   

Cosa dire? C’è modo e modo di presentare i fatti. Comunque, quando c’è il sospetto che certi comportamenti siano stati travisati e trasformati in pie sdolcinature,  le critiche e le ricostruzioni storiche ben vengano a rimettere ordine.

 Giova a tutti  comprendere meglio la profondità di certe esperienze  ed insegnamenti. Vale la pena però di ricordare ciò che un giorno scrisse Bernanos a proposito di insinuazioni su  Teresa: 

 “Il messaggio che questa santa porta al mondo è uno dei più misteriosi e dei più pressanti che esso abbia mai ricevuti. Il mondo sta morendo per mancanza di infanzia ed è proprio contro di essa che i semidei totalitari puntano i loro cannoni e i loro carri armati”.   

Riccardo  mi sembra la sperimentazione visibile e riuscita di questa preziosa eredità dell’ infanzia spirituale che non è sinonimo di immaturità. Il desiderio di Gesù non lascia dubbi: “Se non diventerete come questi bambini, non entrerete nel regno dei cileli”. Teresa e Riccardo, fisicamente e spiritualmente giovani, sono portatori di un messaggio da  tramandare senza esitazioni  alle nuove generazioni, sofferenti dello stesso male denunciato dallo scrittore francese.

In una religione di segni, quale è la nostra, essi, più o meno consapevoli hanno fatto proprio il monito deigli antichi profeti d’Israele che, normalmente, sono molto chiari: prima viene il cuore e poi viene il segno della carne. Teresa e Riccardo sanno di essere nella Nuova Alleanza. Ma la novità in che cosa consiste?

Un passo indietro nei secoli con un esperto di Sacra Scrittura, il gesuita Francesco Rossi De Gasperis:

« Il tempio è distrutto, non c’è più! Non ci sono più i sacrifici, non ci sono più i segni, il popolo è portato in esilio. Se prendiamo Geremia ed Ezechiele che sono sacerdoti, essi non hanno mai esercitato l’ufficio sacerdotale perché sono in situazioni di estromissione o in esilio, sui fiumi di Babilonia. E ’ accaduta come una fine del mondo. Ma, proprio quando sembra che non resti più niente, c’è una presa di coscienza: resto io. E allora si scopre che è avvenuta semplicemente la fine di un mondo. Ora c’è un segno molto più eloquente: il luogo del culto è l’essere stesso dell’uomo e della donna, cioè l’essere umano ».

E’ davvero curioso: Teresa e Riccardo faticano tanto per raggiungere il traguardo della « vocazione religiosa ». Per poi rendersi conto che non è questione di essere carmelitano, gesuita o francescano. La vocazione vera è un’altra: io sono chiamato a essere me stesso come partner di Dio. Qualcuno può storcere il naso. Non sto negando la validità della consacrazione, anzi!  Ma proviamo a riflettere: se uno fosse in grado di togliermi tutto, cosa mi resterebbe? Io dico che, se anche mi si togliesse tutto, io ci sarei; ci sarebbe il mio corpo. Ecco la grande scoperta, essenziale nel culto di Dio: il mio corpo!

Ma non perché è pulito, degno, ma perché è il segno, il sacramento della mia fede. Il colmo dei colmi sta proprio qui: sia il giovane corpo di Teresa che il giovane corpo di Riccardo, fanno acqua da tutte le parti. Una donna e un uomo, giovani, con grandi aspirazioni, esiliati nello squallore di una fragile carcassa in preda al medewsimo morbo, la tisi, destinati a misurarsi con una progressiva impotenza. Ed in questo contesto nasce il loro sacerdozio. Non ministeriale, s’intende.

Eresia? No, no, nulla di eretico. Solo una constatazione analogica  con il sacerdozio di Cristo. Per capire è opportuno aprie una parentesi per una  breve riflessione biblica  che meriterebbe più spazio ma già così permetterà di leggere con un diverso spirito i capitoli successivi.

Il p.De Gasperis dice che è proprio « da qui che nasce il sacerdozio di Gesù, perché Gesù si è trovato esattamente in una situazione di esilio.

Lo dice la lettera agli Ebrei:

  • Gesù non era sacerdote e nemmeno poteva esserlo, perché apparteneva alla tribù di Giuda; poteva essere un re deposto, caduto in miseria;

  • Giuseppe non lo era, era infatti un artigiano, non un miserabile certamente e suo figlio era un artigiano, forse un falegname o un fabbro. Quindi un re decaduto, ma certamente non un sacerdote.

  • Gesù non è mai entrato nell’atrio del sacerdote nel tempio di Gerusalemme; non ha mai offerto un sacrificio nel tempio di Gerusalemme. Forse ha portato degli animali, dei piccioni con i genitori o con i discepoli, ma certamente non ha mai esercitato l’ufficio sacerdotale nel suo tempio!

Perché? Gesù che cosa ha  voluto  dire?  Ce lo spiega la lettera agli Ebrei al capitolo  decimo!

 » Per mezzo di quei sacrifici  si rinnovano di anno in anno il ricordo dei peccati con il sangue di tori e di capri. Per questo, entrando nel mondo, Cristo dice:

Tu non hai voluto nè sacrificio né offerta,

un corpo invece mi hai preparato.

Non hai gradito

né olocausti né sacrifici per il peccato.

Allora ho detto: Ecco, io vengo

poiché di me sta scritto nel rotolo del libro

per fare, o Dio, la tua volontà.

(Ebr 10, 5-7)

 Dovremmo apprezzare veramente e profondamente questa lezione e chiderci a che cosa pensiamo quando pensiamo a Gesù, Sommo Sacerdote?

Certo l’Apocalisse ce ne ha ridato un’icona tipicamente sacerdotale e legale insieme, il grande vestito, la cintura d’oro…ma la lettera agli Ebrei ci dice:

« Proprio per questo nei giorni della sua vita egli offrì preghiere e suppliche con forti grida e lacrime a colui che poteva liberarlo da morte e fu esaudito per la sua pietà.8 Pur essendo Figlio, imparò l`obbedienza dalle cose che patì9 e, reso perfetto, divenne causa di salvezza eterna per tutti coloro che gli obbediscono, essendo stato proclamato sommo sacerdote alla maniera di Melchisedek«  (Ebr 5,7-10).

Reso perfetto (teleiothèis)” = questo è il verbo che nell’A.T. serve per la consacrazione sacerdotale.

L’ordinazione sacerdotale di Gesù è quando imparò l’obbedienza dalle cose che patì. Il giorno dell’ordinazione sacerdotale di Gesù non è la Cena, ma sulla croce, nudo sulla croce: lì è stato reso perfetto! Lì è stato consacrato sacerdote!

Questo è anche il nostro sacerdozio!

Ricordo bene una trasmissione della radio della comunità ebraica di Roma, molti anni fa, era la festa dei tabernacoli. E nella festa dei tabernacoli, il giudeo osservate deve portare in mano una palma, un cedro, della mirra.

C’era la preghiera di uno nei campi di concentramento che dice:

  • Signore, oggi è la festa dei tabernacoli;

  • dovrei portarti questi frutti, ma non ho niente.

  • Sì, ho qualche cosa, c’è la mia spina dorsale; questa è la palma!

  • C’ho il mio fegato; questo è il cedro!

  • C’ho il mio cuore; qui ti porto la mirra.

  • Ecco, vengo io!

Questo è esattamente il sacerdozio di Gesù. Quel giudeo pregava perfettamente nella linea della Nuova Alleanza! Non c’è più tempio, non c’è più luogo, non c’è più altare, non c’è più sacrificio, non ci sono più gli animali, non ci sono più vesti sacerdotali, non c’è incenso, non c’è organo, non c’è niente! Ci sono io!

Cosa è stato necessario per scoprire la realtà? Che spariscano tutti questi segni esterni, anche se santi; spariscano le immagini, perché l’uomo si è ridotto alla sua nudità davanti a Dio.

Così si riscopre la radice del culto, si riscopre che si può essere membra del popolo di Dio anche fuori di Gerusalemme, anche senza il tempio, anche senza il sacerdozio. Si riscopre il culto esistenziale che è assolutamente primario, proprio perché viene dal mio corpo.

Ora voi capite da dove Paolo tira fuori quell’esortazione della lettera ai Romani, che noi leggiamo in tutte le Lodi delle feste dei santi e delle sante.

Vi esorto dunque, fratelli, per la misericordia di Dio, ad offrire i vostri corpi come sacrificio vivente, santo e gradito a Dio; è questo il vostro culto spirituale. Non conformatevi alla mentalità di questo secolo, ma trasformatevi rinnovando la vostra mente, per poter discernere la volontà di Dio, ciò che è buono, a lui gradito e perfetto (Rom 12,1-2).

  • Offrire, presentare”,

  • Sacrifico vivente, santo e gradito a Dio”:

  • questi sono aggettivi e sostantivi propri del culto del tempio di Gerusalemme.

  • E’ questo il vostro culto spirituale” (Loghikèn latrèian imòn) = Questo e il culto “logico”, non spirituale, se no sarebbe “pneumatiche”.

Questo è il culto secondo la Parola: vivere secondo parola di Dio, questo è dare culto a Dio.

Certo poi sarà lo Spirito che ci rende capaci di questo.

  • Non conformatevi alla mentalità di questo secolo”: ecco la circoncisione,

  •  ma trasformatevi rinnovando la vostra mente…(metamorfouste) da “metamorfosis” che vuol dire trasfigurazione.

“Buono, gradito e perfetto” sono aggettivi del culto del tempio di Gerusalemme. Le vittime devono essere maschio, intero, senza difetti, come dice Malachia.

Il coltello che uccide queste vittime è il discernimento spirituale tra ciò che è mondano e ciò che è secondo la parola di Dio. Questa è la santità cristiana. La Chiesa non ha trovato un testo migliore di questo per metterlo nelle Lodi dei santi e delle sante! Vuol dire che riconosce in esso l’essenza della santità cristiana.

  • Il culto secondo la vita,
  • secondo la parola di Dio,
  • che non sia però una lectio divina fatta così all’assemblea,
  • ma sia una lectio che produce un discernimento,
  • la circoncisione del cuore,
  • la circoncisione delle orecchie,
  • il sacrificio delle labbra,
  • la lode di Dio
  • e soprattutto il rimuovere tutto ciò che è mondano per conformarsi alla volontà di Dio.

Ma questo viene dall’esilio, questa è l’applicazione di quello che abbiamo letto di Gesù nella lettera agli Ebrei, e quello che sta scritto nella lettera agli Ebrei viene dal salmo 40, dalla spiritualità dell’esilio; questa è la nostra liturgia!

Allora vedete che la liturgia, la morale, la teologia sono una cosa sola se si va all’osso. La liturgia è l’esistenza umana secondo la Parola di Dio. Che poi questo si faccia rivestendosi di paramenti o quando uno è messo nudo davanti al forno crematorio, come Edith Stein.

  • Quella nudità di Auschwitz è una profezia!
  • Questo è il culto di Dio: vengo io!
  • Questa è la Nuova Alleanza!

La Nuova Alleanza non è iscrizione a un registro; e chi vive questo, vive nella Nuova Alleanza, anche se non è battezzato; vuol dire che ha la fede e la fede viene prima del battesimo. Mentre si può essere battezzati cento volte, ma se uno non ha la fede, non ha proprio niente!

Questa è la prima caratteristica essenziale della Nuova Alleanza, dove il Signore forza il suo popolo a questo. Il Signore è capace di questo: ci può anche togliere tutto perché noi riscopriamo che cosa c’è nel fondo di noi. E allora non pensiamo soltanto come si fa un po’ troppo alla difesa della vita di qui.

Noi siamo preoccupati delle cellule staminali, dell’aborto, dell’embrione, dell’eutanasia, della difesa della vita, dove la vita è soltanto la vita qui su questa terra. Sembra che questa sia oggi la grande battaglia della chiesa, ma la vita è ben altro; continua oltre più in là della morte.

La vita è Dio; è Dio il vivente!

E’ nella pagina della prima creazione, al quinto giorno, quando Dio crea le piante, gli animali e altri viventi, allora dice: E Dio li benedisse!

E così entra la benedizione nella creazione! E la benedizione è ciò che dà il Benedetto, cioè il Signore.

Difendiamo la vita, ma allora confessiamo veramente qual è la vita che portiamo in noi e a quale vita siamo destinati nella pienezza della rivelazione della parola, altrimenti non viviamo secondo la parola di Dio, ma secondo le prescrizioni dei medici!

E chi può parlare al mondo di questa pienezza di vita se non la Chiesa? Perché la Chiesa ce l’ha dal Cristo risorto:

  • è lui il Vivente!

  • E’ lui la misura della nostra vitalità!

  • E’ lui la promessa della nostra longevità!

Ma senza la risurrezione di Gesù, non si saprebbe niente della nostra vita, qual è la stazione finale della nostra esistenza. C’è una preghiera nel libro di Daniele. Il libro di Daniele è scritto nel tempo della persecuzione di Antioco IV (2° sec. a. C.), ma come spesso si fa, anche nelle opere liriche, si rappresenta una situazione presente ricordando una situazione passata, allora Daniele fa una preghiera dopo il cantico di Azaria nella fornace e poi ci illustra questa situazione del popolo dell’esilio. Celebra le benedizioni del Signore, di Israele, tutto quello che hai fatto per noi, per i nostri padri, e poi:

Ora invece, Signore, noi siamo diventati più piccoli di qualunque altra nazione, ora siamo umiliati per tutta la terra a causa dei nostri peccati.

Ora non abbiamo più né principe, né capo, né profeta, né olocausto, né sacrificio, né oblazione, né incenso, né luogo per presentarti le primizie e trovar misericordia.

Potessimo esser accolti con il cuore contrito e con lo spirito umiliato,(ecco il culto: il cuore contrito e lo spirito umiliato) come olocausti di montoni e di tori, come migliaia di grassi agnelli.

Tale sia oggi il nostro sacrificio davanti a te e ti sia gradito,perché non c’è confusione per coloro che confidano in te.

Ora ti seguiamo con tutto il cuore, ti temiamo e cerchiamo il tuo volto. Fa’ con noi secondo la tua clemenza, trattaci secondo la tua benevolenza, secondo la grandezza della tua misericordia.

Salvaci con i tuoi prodigi, dà gloria, Signore, al tuo nome”. (Dan 3,37-43).

Questa è la Nuova Alleanza. Per carità, dopo l’esilio si ritorna. Neemia comincerà a ricostruire l’altare, ci sarà il tempio ricostruito. Zorobabele e il sacerdote Giosuè stabiliranno i sacrifici; questo è giusto, si deve tornare al culto dei segni, ma provenendo dal culto dell’esistenza.

Deve essere chiaro che prima di tutto ci vuole l’io e poi ci vorranno le vesti, l’incenso, le musiche, i segni, le benedizioni…

E’ stata una rieducazione di Dio al suo popolo; è stata una grande lezione per riscoprire che cosa viene prima e che cosa viene dopo, che cosa è essenziale, senza del quale tutto il resto è vano oppure invece che cosa è accessorio, anche se sommamente conveniente, perché il popolo esprima il suo culto pubblicamente.

Il miserere:

Crea in me un cuore pure, rinnova in me uno spirito saldo! Apri le mie labbra e la mia bocca proclami la tua lode! Poiché non gradisci il sacrificio e se offro olocausti non li accetti; uno spirito contrito è sacrificio a Dio, un cuore affranto e umiliato tu, o Dio, non disprezzi”.

Il timore del Signore è il sacrificio vero!

Nel tuo amore fa’ grazia a Sion; rialza le mura di Gerusalemme; allora gradirai i sacrifici prescritti, l’olocausto e l’intera oblazione, allora immoleranno vittime sopra il tuo altare”.

Ricostruiamo la città, il tempio, forse più modestamente di quello di Salomone; allora ti saranno graditi i sacrifici. Il profeta non è contro il sacerdote, è lui stesso il sacerdote.

Il profeta è contro il culto vuoto dei segni senza sostanza, dei sacramenti senza fede, speranza e carità e questo è il nostro sacerdozio, non quello di Aronne e dei leviti e in questo essere sacerdote che è essere un uomo devoto del Signore.

Questo è il sacerdozio radicale, il sacerdozio dei fedeli che viene prima del sacerdozio ministeriale. Il sacerdozio ministeriale è al servizio del sacerdozio dei fedeli, che è il sacerdozio del popolo di Dio e il sacerdote-ministro non è dispensato dall’essere sacerdote nella sua esistenza, nel suo corpo.

Per questo: gli esercizi spirituali sono prima di tutto del ministro poi verrà anche il ministero. La dedizione, la presentazione al tempio, l’Amen dentro il sì che Dio ci dice: questo è il punto essenziale che riannoda la relazione tra l’uomo e Dio » . (Ai sacerdoti della Diocesi di Roma).

Una premessa che ci voleva. Un dono dello Spirito l’avermi messo su questa pista. In tali considerazioni è già sintetizzata tutta la santità di Erminio Riccardo Pampuri.

 

Nelle pagine successive si vorrebbe provare a scavare, a prendere il largo nel mare della sua umanità “che rimane tale e pur diventa diversa”.

La pesunzione di voler ribaltare una certa ottica, mi fa correre un rischio elevato: quello di deludere l’attesa. Ma è l’unica via praticabile. Le antenne, purtroppo, sono quello che ho. Epperò lo Spirito di Dio che invoco e l’intercessione dell’interessato, sono l’unica garanzia a disposizione della penna che ardisce cimentarsi nell’impresa. Il solo antidoto agli abusi retorici. 

PAVIA E DINTORNI

CAMPOSANTO O DEL DOLORE INNOCENTE – Angelo Nocent

04 CAMPOSANTO O DEL DOLORE INNOCENTE

trivolziotramonto.jpg

Trivolzio — Tramonto

CIMITERO 

La parola « cimitero » deriva dal greco κοιμητήριον (koimetérion, « luogo di riposo »: il verbo κοιμιν (« koimân ») significa « fare addormentare »), attraverso il tardo latino cimiterium.

Non conosco il cimitero dove riposano i genitori di Erminio, ma, in fondo in fondo, – non dico quelli monumentali delle città – i cimiteri dei nostri paesi si assomigliano tutti:  un’entrata scarna: un cancello, un arco, una scritta del tipo In pace Christi requiescant, oppure Resurrecturis, sui muri una tintura bianca o paglierina, un lungo viale di ghiaia bianca, ombreggiato da altissimi cipressi, stradine trasversali,  lapidi di ogni età e ceto, cappelle di famiglia, una Croce dominante, un silenzio di tomba, rotto di tanto in tanto dagli scavatori di nuove fosse o dal salmodiare per nuova sepoltura.

Quando hanno seppellito mia madre, ottantaduenne, io alla vigilia dei sessanta, nei giorni successivi, girovagando inosservato lungo i perimetri della muraglia, in cerca sulle lapidi di visi noti e cari alla memoria, mi son messo a raccogliere sassi, quelli più grossi, usciti di fresco dagli scavi e, man mano, uno, due alla volta li portavo sulla sua tomba e li collocavo intorno al cumulo di terra, perimetrando le quattro spanne che il Comune concede in usufrutto ad ogni deceduto.  cimitero2.jpg

La tomba provvisoria, fatta con le mie mani, in attesa dell’assestamento del terreno, sembrava tenuta insieme da una corona del rosario.

I grani di sasso partivano dalla Croce di legno posta al centro, proprio sopra il capo di lei che la Croce l’ ha sempre avuta in testa, e facevano un giro rettangolare lungo quanto una persona avvolta nel sonno della morte, per ricongiungersi alla Croce.

Piccolo gesto di pietà filiale il mio che ha provocato un breve suo risveglio per sussurrarmi, da là sotto, parole arcane venute presto in superficie.

Sì, un brusio lieve ed accorato che solo io potevo percepire, per ricordarmi che in Dio si nasce e, per tornare a Lui, si muore. Dopo, silenzio muto. 

cimitero.jpgUn attimo per  metabolizzare quel messaggio di presenza viva di cui le sono grato e subito dal cuore uno sgorgare fluido di versi e di preghiera che ho scritto sulla nuda terra e che riporto qua con commozione: 

“Di te giacconi qui,  sotto le  pietre, 

 Madre, solo le stanche spoglie.

Ma la tua vita è ormai 

eternamente in Dio 

che finalmente vedi. 

Arrivederci, mamma. 

E, nell’attesa dell’evento, 

di quel prodigio di risurrezione 

di questa nostra carne deperita,

prega per noi ed intercedi. Amen”.

pampuriscorcioditrivolzio.jpg Trivolzio — Scorcio

Ho riportato la mia esperienza di uomo adulto semplicemente per dire che certe vicende, dolorose anche per gli adulti, se si fanno da bambini, non si possono cancellare dalla memoria come un brutto sogno da dimenticare in fretta. Perché segno lo lasciano. E duraturo.

Non so se  ed in quale Camposanto esiste traccia della tomba  dei genitori di Erminio Filippo, papà Innocente Pampuri e mamma Angela Camparidi. Non posso credere però che da quel 25 Marzo 1900, festa dell’Annunciazione, e per tanti anni ancora, mamma Angelina dal Cielo non abbia parlato al cuore dei suoi bambini, per un miracolo che Dio è lieto di concedere ai papà e alle mamme di tutto il mondo. Diversamente, cosa ci si andrebbe a fare al cimitero, per parlare con un « cinere muto »  o per rimestar nelle ferite?

Immagino le tante volte che il piccolo Erminio, a piedi con zia Maria  o con la domestica Carolina e in calesse quando veniva anche lo zio Carlo, un bel mazzo di fiori freschi appena colti, avrà fatto il tratto di strada che da Torrino, dove abitavano, conduce al cimitero.

E lo vedo andarci da solo, ormai più grande, quando il cuore si rassegna ma non dimentica ed ha bisogno di starsene lì, in solitudine, inosservato, a dialogare. 

Scorgo i cipressi che svettano da lontano e sembrano toccare il cielo. Odo il rumore dei passi del piccolo Erminio che affondano nella ghiaia del viale, mano nella mano, quasi trascinato verso la tomba di famiglia dove riposano, lei per prima, madre di undici figli, morta di tisi quando Emilio aveva solo tre anni, e poi lui, morto in un incidente stradale quando il bambino ne aveva dieci. 

Quegl’occhi belli d’ innocenza, attenti e spalancati più del solito, straziano il cuore dei visitatori che lo conoscono e penano per lui che posa di tomba in tomba il mesto sguardo, fin che dei suoi non trova il lungo del riposo e dell’attesa e incroci i loro sguardi nelle foto. Un bacio, una carezza, un  Requiem  intonato ad alta voce, mentre tutti si segnano.

Tre anni appena, la zia Maria gli prende la docile manina e gliela porta sulla fronte. Con voce tremula lo segna, prima di dare inizio al rito che si ripete in ogni cimitero: erbacce da strappare, andare a prender acqua alla fontana, rimuovere i fiori  appassiti e ricomporre il mazzo floreale di taglio fresco di giardino.

E lui, piccino, attratto più dalla fiammella del lume ad olio, ricaricato e acceso per durare un giorno.

 cimiteri.jpg 

E loro che lo lascian fare, sperando di evitare le domande imbarazzanti. Che vengono lo stesso dopo le preghiere e i tanti baci impressi sulle foto:

“ Zia, perché?…Perché?…E dove sono? “, le chiede il bambino ingenuo dalle pure labbra. Scava senza pietà su quei destini, interroga, rovista nella mente della sua tutrice…

Come potrebbe il cuore darsi pace senza una ragione? 

 Poi le risposte imbarazzate degl’accompagnatori, dure a venir fuori senza strozzarsi in gola e inumidire gl’occhi.

La zia Maria per prender tempo, cerca nella borsetta il fazzoletto bianco merlettato; si asciuga il naso, gl’occhi e poi si fa coraggio: “ Nanin, sono andati in Paradiso…Gesù li ha presi e li ha portati via con sé…  

– E perché? E fino a quando? E dopo…? 

CAMPOSANTO O DEL DOLORE INNOCENTE

Non si tratta di un luogo di terra ma di una dimensione dello spirito che ci si porta dietro ovunque. Ecco: è qui che avviene, di volta in volta, il grande impatto col dolore. Le scarpe non s’impolverano nella ghiaia perché le lapidi, come icone,  riaffiorano nella mente che va in processione tra i filari di dormienti, li passa in rassegna, per poi fermarsi e sostare davanti alla zolla che più coinvolge il cuore e che racchiude un prodigio che è già ma non ancora:

« Se il seme di frumento non finisce sottoterra e non muore, non porta frutto. Se muore, invece, porta molto frutto. Ve l’assicuro. 25Chi ama la propria vita la perderà. Chi è pronto a perdere la propria vita in questo mondo, la conserverà per la vita eterna. 26Se uno mi vuol servire mi segua, e dove sono io ci saranno anche quelli che mi servono. E chi serve me sarà onorato dal Padre ». (Gv 12, 24-26)

E’ da questo luogo geografico che Erminio entra in confidenza con l’altra dimensione. E’ qui che inizia  la presa di coscienza del miracolo della Grazia che lo accompagnerà per tutti gl’anni, fino al giorno del ricongiungimento in Paradiso.

Voce del Maestro interiore, dello Spirito, dapprima confusa, indefinita e poi sempre più chiara col passar degl’anni, che gli sussurra le sole parole convincenti : Gesù non è quel “cattivo” che ruba i genitori ai bambini proprio quando hanno più bisogno di carezze che di pane.

Poveretti i grandi; si perdono davanti al dolore innocente, balbettano e non convincono nessuno, men che meno se stessi.  

giovannipaoloiibambino.jpgHo voluto soffermarmi perché le biografie sorvolano sul fatto, come se non si trattasse di un tragico evento ma di una semplice disgrazia, punto e basta.

Mi piacerebbe chiederlo a Giovanni Paolo II che ha fatto la medesima dolorosa esperienza, se per caso quei ripetuti lutti in famiglia   non gli abbiano segnato  per sempre la vita.

Mi è più facile interrogare un ragazzo di nove anni più grande del Pampuri: il poeta Giuseppe Ungaretti (1888), combattente anche lui sul Carso, quando a Villavicentina e dintorni anche il nostro prestava servizio militare in sanità.

Quando Erminio era liceale, Ungaretti non era ancora entrato nei libri di letteratura. Lui che non ha potuto trovare sollievo nelle liriche del poeta, ha però trovato conforto e sostegno nelle pagine più robuste delle Divine Scritture.

A noi fa bene accostare entrambi i personaggi che esprimono sensibilità diverse in un comune destino di marcata sofferenza.  

giuseppeungaretti.jpg I lutti di due guerre, la seconda appena conclusa, hanno influito enormemente sullo  spirito del poeta, che s’è fatto sempre più cupo e addolorato. E’ utile sentire questa voce che distoglie l’attenzione dalla ricerca della dimensione metafisica e si cala nuovamente nella tragica realtà della vita di tutti i giorni, angosciato dalla perdita del fratello e successivamente anche del figlio.

Egli assiste impotente allo sfascio e alla distruzione dello Stato Fascista nel cui grembo per molti anni si è sentito al sicuro, ed è costretto a prendere atto dell’orrore della sistematica deportazione in Germania di connazionali ebrei e dissidenti.   Questi eventi lo sconvolgono. Perso il ruolo di poeta “ufficiale” all’interno delle istituzioni e sospeso dalla cattedra universitaria, Ungaretti viene colpito da un primo infarto. Come già era successo durante il precedente conflitto mondiale, il poeta si cala nel dramma – quello suo personale per la perdita del figlio e quello del popolo italiano – e riversa nel terzo libro di poesie tutto il dolore che percepisce dentro e intorno a sé.  

Egli, come pochi, sa interpretare la tragedia della vita, anche per la sua sua indole: «Le mie poesie sono ciò che saranno tutte le mie poesie che verranno dopo, cioè poesie che hanno un fondamento in uno stato psicologico strettamente dipendente dalla mia biografia; non conosco sognare poetico che non sia fondato sulla mia esperienza diretta» (Da Vita di un uomo p. 511). E come afferma in un’intervista televisiva: Il Dolore fu scritto piangendo. «Il dolore è il libro che di più amo, il libro che ho scritto negli anni orribili, stretto alla gola. Se ne parlassi mi parrebbe d’essere impudico. Quel dolore non finirà più di straziarmi» (Vita di un uomo p. 543).   Pubblicata nel 1947, la terza raccolta di Giuseppe Ungaretti, attraverso questa serie di liriche strazianti, ci è dato di cogliere il vero dolore del poeta. 

Pubblicata nel 1947, la terza raccolta di Giuseppe Ungaretti, attraverso questa serie di liriche strazianti, ci è dato di cogliere il vero dolore del poeta.

Da Giorno per giorno

11.Passa la rondine e con essa estate, E anch’io, mi dico, passerò… Ma resti dell’amore che mi strazia Non solo segno un breve appannamento Se dall’inferno arrivo a qualche quiete…

13Non più furori reca a me l’estate, né primavera i suoi presentimenti; puoi declinare, autunno, con le tue stolte glorie: per uno spoglio desiderio, inverno, distende la stagione più clemente!….

Da Roma occupata.

MIO FIUME ANCHE TUMio fiume anche tu, Tevere fatale, […]

È stato scritto che questa è la poesia più accorta e più religiosa, nella quale al dolore personale Ungaretti trasfonde l’angoscia del popolo romano per l’umiliante ferita delle deportazioni, dove si fa più drammatica e tesa la sua confessione di fede. Ecco i bellissimi versi di questa tensione sacrale:

Le mie blasfeme labbra: «Cristo, pensoso palpito, perché la Tua bontà s’è tanto allontanata?»

Che si rafforza ulteriormente nella terza parte della lirica:

3Fa piaga nel Tuo cuore La somma del dolore Che va spargendo sulla terra l’uomo; il Tuo cuore è la sede appassionata dell’amore non vano.

Cristo, pensoso palpito, Astro incarnato nell’umane tenebre, Fratello che t’immoli Perennemente per riedificare Umanamente l’uomo, Santo, santo che soffri, Maestro e fratello e Dio che ci sai deboli, Santo, Santo che soffri Per liberare dalla morte i morti E sorreggere noi infelici vivi, d’un pianto solo mio, non piango più, Ecco, Ti chiamo, Santo, Santo, Santo che soffri.

Il giudizio critico di Attilio Cannella:

«La lirica più complessa è Mio fiume anche tu: il Tevere diviene il simbolo del fatale scorrere della “notte” della paura, mentre “Un gemito d’agnelli si propaga / Smarrito per le strade esterrefatte”»

Da I ricordi

La poesia più paradossale ed ermetica è Non Gridate più, in cui il poeta invoca di rispettare i morti e di cessare la guerra.

NON GRIDATE PIÙCessate d’uccidere i morti, non gridate più, non gridate, se li volete ancora udire, se sperate di non perire.Hanno l’impercettibile sussurro, non fanno più rumore del crescere dell’erba, lieta dove non passa l’uomo.

« La forza degli imperativi non è quella del comando », ha scritto Guido Baldi. E’ invece un pregare vibrante e dolente che appartiene anche a Fra Riccardo. Egli non va in convento a battere in ritirata ma  trascinandosi dietro il carro delle immagini della guerra, della miseria contadina della sua gente,  dei valori della solidarietà e della pietà dei suoi di casa e della comunità ecclesiale.

Egli non ha la voce possente e persuasiva di poeta  per gridare al mondo di superare odi e divisioni di parte di cui è insanguinata la vita politica e civile dell’Italia, indirizzata verso un secondo conflitto mondiale, senza aver appreso la precedente. Suo fratello è uno dei tanti, tantissimi caduti, cui è stato chiesto un sacrificio davvero inutile.

Ma la vita continua e va difesa, salvata. E Fra Riccardo lo fa raccogliendosi nel silenzio di un Convento-Ospedale. Tra un letto di corsia e l’altro o nella penombra della chiesa,  ascolta le voci di ieri ed i nuovi lamenti. Epperò il suo orecchio ormai è sempre più teso a cogliere “l’impercettibile sussurro”, quel lieve mormorio come di vento, che è la voce dello Spirito. E si fa condurre per mano e sostenere nella faticosa salita di agnello mansueto, candidato all’immolazione amorosa, per un misterioso disegno di Dio. 

Angelo Montonati, nell’ammettere che quella di Erminio è stata un’adolescenza difficile per la successione dei lutti in famiglia,  scrive che non serve scomodare Freud. Benissimo. Allora, poiché il Dr. Pampuri  non è stato chiamato a scrivere la teologia del dolore innocente, ma a viverla nella sua carne, non certo nella forma di motuleso ma in quella non certo meno atroce di corpo straziato dalla tisi e, prima ancora di cuore trafitto dalla spada dei lutti,  perché non scomodare un altro coetaneo del Pampuri, di soli cinque anni più giovane di lui? 

doncarlognocchi.jpgIntendo dire Don CARLO GNOCCHI (25/10/1902-28/02/1956).

Parlando di lui, Antonio Sicari scrive: Nessuno può pretendere di spiegare a un bambino innocente  perché soffre, ma è triste che nessuno gli spieghi per Chi  soffrire e con Chi soffrire”. 

E Don Gnocchi, che ha fatto la guerra in prima linea con gli alpini e che sul fronte insanguinato e popolato di infiniti lutti ha maturato l’idea di dedicare la vita al dolore innocente, ha passato i suoi giorni a spiegarlo. Ora, chi meglio di lui può aiutarci a districare questa ingarbugliata matassa ?

 Egli in questo campo è stato precursore e maestro: “La pedagogia del dolore tende  innanzitutto a insegnare ai bimbi che il dolore non si deve tenerlo per sé, ma bisogna farne dono agli altri e il dolore ha un grande potere sul cuore di Dio, di cui bisogna avvalersi a vantaggio di molti”.  

Lui chiedeva ai mutilatini di offrire il dolore per la conversione del babbo, per un missionario lontano, per la fine di una guerra, per un delinquente, per le intenzioni del Papa. 

 Era dell’idea che nella Messa le nostre sofferenze vanno presentate a Gesù e  mescolate con le Sue come le gocce d’acqua nel vino. 

Fra Riccardo che potrà dire sul letto di morte: “L’ho amato tanto e tanto lo amo“, è un’anticipata conferma delle tesi di Don Gnocchi. Con la perdita di mamma e babbo, egli ha ricevuto la visita-adozione del “Dulcis hospes animae, dulce refrigerium”, di quell’ ”Ospite dolce dell’anima, dolcissimo sollievo” che lo è per chi non vi frappone il rancore.

Egli non ha esitato ad aprire a Colui che sta alla porta e bussa ed è iniziata la Cena che ormai s’è fatta dimora stabile nell’Ottavo giorno senza tramonto: « Ecco, sto alla porta e busso. Se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta io verrò da lui cenerò con lui ed egli con me » (Ap. ,20-22).  

Va dato merito alla sua famiglia adottiva ed anche alla sorella, suor Maria Longina,  che le ha fatto anche da mamma prima di partire per la missione al Cairo e ancor da là, con la corrispondenza, se Erminio ne è uscito senza grossi traumi. Non ci è dato disapere come ha sublimato questo suo dolore segreto, ma è indubbio che ha saputo valorizzarlo.

Indubbiamente non ha capito subito perché si deve soffrire ma il « per Chi soffrire e con Chi soffrire » lo ha imparato molto presto, per un dono che viene dall’alto. In fondo questa era l’inaspettata sua vera vocazione.

Se si pone ben attenzione a questo ragazzo, si scopre che, come Teresa , è il frate della debolezza, accolto in convento nonostante la nota sua gracile salute. Chi lo ha ammesso, ha profeticamente intuìto che egli aveva qualcosa d’importante da dire e da dare ai suoi fratelli e al mondo intero.

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Proviamo a fissarlo ora in questa foto da religioso postulante.

Il dolore è scritto sul suo viso scarno, emaciato. Una pleurite presa sul fronte del Piave, lentamente lo consuma come una candela, fino ad annientarlo.

Cos’ha da dire al mondo un ragazzo « stroncato« , riuscito a metà, seppur con una laurea di successo  in medicina e chirurgia (110 e lode) ? 

Cos’ha da dire un serio professionista, medico condotto,  ma che si ritrova, di fatto, impotente e crocifissoda una pleurite buscata per un’impresa di generosità al fronte,  che poi degenera e non gli darà tregua, fino a schiantarlo a 33 anni? 

Gli è che Fra Riccardo, quest’arancia matura e succosa, pronta per essere spremuta, ha posto la sua vita sotto il segno della Croce e per questo è diventato sapiente. Di una sapienza che non ha finito di sprigionarsi ancora, là, sulla sua tomba a Trivolzio di Pavia.

Nei primi giorni della nuova vita scriveva: «Mi appoggerò al Suo SS. Cuore, mi metterò sotto la sicura protezione delle ali del suo infinito amore ed Egli mi prenderà per mano… e mi condurrà sicuro oltre ogni scoglio nel porto della salute» (23 agosto 1927). 

Il Camposanto, con il suo simbolico linguaggio, fin da bambino lo ha instradato sulla Gerusalemme-Gerico, a fare l’esperienza  di entrambi i ruoli: di samaritano e dello sventurato  che  misteriosi ladroni lo hanno reso per anni « un morto che cammina ».

IL PROVOCATORE

Quella del Pampuri è una morte annunciata che risuona come una provocazione profetica per il suo ed il nostro tempo.  Sul Catechismo dei Giovani (CEI) si legge: « Non è infatti il patire, che Gesù ha cercato camminando incontro alla sua morte, ma l’obbedienza a Dio, la verità e l’amore per l’uomo. Se questa ricerca lo ha condotto al Calvario, non è in esso che egli riconosce il termine del suo cammino. La croce per Gesù è soltanto il prezzo della fedeltà e dell’amore » (p.149).

Il Card. Martini commenta: « Se poi l’obbedienza è il nome che assume la propria risposta alla vocazione del Padre, come la croce nella luce della Pasqua ci chiama  alla comunione dell’obbedienza di Cristo, così la sofferenza può presentarsi — lo dico con tremore — come una vocazione, cui Egli chiama ».

Nel caso del Pampuri, non è più il caso di tremare: la chiamata c’è stata e la risposta immediata e generosa: eccomi!

Alle lacrime degli innocenti nessuno di noi sa dare consolazione. Fra Riccardo èstato chiamato a parlare con la vita per i sofferenti di questo mondo che si era scrupolosamente preparato a servire al meglio. Il suo quarto voto di ospitalità ha trovato il suo pieno significato, fino a tramutarsi in carisma, proprio prendendo parte alle sofferenze che intendeva combattere e debellare, diventando così un annunciatore credibile della compassione divina. Ciò gli permette di esortarci anche oggi alla compassione umana.

Chi ha lacrime da versare, trova in lui un contenitore. Oggi, il suo ruolo di frate dell’ hospitalitas è di presentarle al trono di Dio.

Elevato agli onori degli altari, posto al centro, ci fa capire che il centro non è la sua persona, ma CRISTO, che egli solo rappresenta. Viene a dirci, come lo stesso Papa Giovanni Paolo II che lo ha proclamato santo, « mi glorio della mia debolezza« . (2 Cor 12,10)

Nessuno di noi è chiamato a costruire qualcosa per se stesso, non siamo noi a costruire la Chiesa universale: la forza viene da un’altra parte. A noi, l’esortazione dell’Apostolo che fra Riccardo ha preso alla lettera: « Per conto mio mi prodigherò volentieri, anzi consumerò me stesso per le vostre anime. » (2 Cor 12,14) 

Se fosse andata diversamente, l’astio verso Dio avrebbe potuto cambiargli l’esistenza e, forse, non saremmo qui a parlarne. 

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Da quelle ripetute visite di Erminio al Camposanto, come per incanto, è maturato un Santo per il Campo di Dio-la Chiesa: Fra Riccardo Pampuri. 

 “Quando un bambino sarà riuscito a comprendere la somiglianza che esiste tra il suo dolore e quello di Cristo, la preziosità che egli può conferire ad ogni sua sofferenza, per sé e per gli altri, inserendola in quella di Cristo, […] con questo egli avrà toccato il centro più profondo e più inesplorato, il più originale ed operante di tutto il cristianesimo, quasi – direbbe Gratry – il “punto verginale” della dottrina di Cristo” (Don Gnocchi — Pedagogia del dolore innocente, p.31) 

 « Per Misurare quanto grande sia il « volume » di questo capitale, basta pensare al contributo di dolore che, in ogni tempo, hanno richiesto ai bimbi le malattie, la fame, le guerre, l’indigenza, l’abbandono, la miseria e la morte. Di ogni calamità si direbbe che la parte più pesante sia mistewriosamente riservata agli innocenti » (idem p.27)

 

02 – PAVIA E DINTORNI – San Riccardo Pampuri – Angelo Nocent

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PAVIA E DINTORNI

Prima di raggiungere la chiesa di Trivolzio dove riposano le spoglie mortali di San Riccardo Pampuri in attesa di risurrezione, con il nostro fantastico elicottero vogliamo solcare “il bel ciel di Lombardia, tanto bello quando è bello” (Manzoni) e fare un volo panoramico sulla provincia di Pavia che si estende su di una superficie di 2.965 km2 ed è attualmente suddivisa in 190 comuni per un totale di 497.000 abitanti.

Limitata dalle province di Milano, Lodi, Piacenza, Alessandria, Vercelli e Novara il corso del Po, che la attraversa da ovest a est, la divide in due paesaggi molto diversi. A nord si stendono le pianure della Lomellina e del Pavese vero e proprio, separate dal fiume Ticino; a sud la zona dell’Oltrepò Pavese, formata da una fascia pianeggiante relativamente esigua alla destra del Po, alla quale succedono i rilievi collinari e montuosi dell’Appennino Ligure.

Da sempre i principali prodotti sono il riso, il mais, le barbabietole da zucchero e i foraggi, che danno vita ad un cospicuo allevamento di bovini nella pianura; l’uva da vino con notevole produzione nelle colline dell’Oltre Pò Pavese.

Sconsiglierei i miei quattro lettori di rinunciare al piacere di assaporare la pagina lirica che riporto di seguito, solo per la smania di voler arrivare subito al nocciolo, ossia all’anima di San Riccardo Pampuri. Infatti, dalla penna di Vittorio Beonio-Brocchieri, uno degli scrittori più immaginosi e ricchi del primo novecento, è uscita una magistrale descrizione del territorio di allora che ci riporta a godere di quel panorama, a sentire rumori e canti ormai cancellati per sempre, a cogliere usanze e vivere le stagioni con il mondo pavese del primo ’900.

La sua esposizione ci aiuta a resuscitare l’ambiente, ormai in parte alterato, in cui si è mosso il nostro santo protagonista, sbucato come una viola sul ciglio del fosso, per vivere, delle stagioni della vita, soltanto la primavera.

Lo scrittore, concluse le sue vaste peregrinazioni e ritornando al seno della pianura lombarda, di essa così scrive:

“ Paese vivo e gentile, per i suoi tortili fiumi, per i campi vigilati da oneste file di pioppi, e le risaie intrise di chiarore, e l’odor di concime tra i solchi grassi, e le casare solenni come biblioteche….

Del ritrovato paese d’origine rivivo tutto intero il volto e lo spirito, ripensandolo nel quadrante delle stagioni; perché alle maree del mito georgico questa terra risponde con un suo vario respiro.

Le viole tentano di febbraio il ciglio erboso dei fossati, ma solo alla metà di marzo i salici sembrano imbiondire, come favi di miele. E tocca alle ilari docce d’aprile lustrar la seta dei frumenti. Squilla tra le siepi d’oro dei ravizzoni e, dove la falce del contadino rasa il primo taglio maggengo, resta disteso a terra un fustagno a cui Paolo Veronese rubò certo suo colore profondo e inimitabile.

Con le rondini, sbocciano ghirlande bianche di ciliegi e ceselli rosati di peschi, effimeri e gentili come il vento dell’equinozio.

Le spighe crescono nel canto delle cicale, e a Pentecoste sono alte, ma verdi, come eravamo noi nel tempo dei primi calzoni lunghi, già maturi di gambe e ancora acerbi di testa. Ricordo la giostra felice al terminar delle lezioni, quando bruciate le odiose grammatiche si usciva alla campagna per rubar cocomeri dietro le siepi: bei frutti paesani dalla scorza dura di malachite e dalla polpa sanguinolenta, in cui affondavano i nostri denti quindicenni, senza carie né stuccature.

Ma quale scrittore, quale poeta mai ha saputo parlarci delle campane, di quelle pie campane lombarde che oscillano echeggiando di paese in paese al segnale del Vespro, mentre i cani abbaiano e dai villaggi esalano strisce di fumo e queti stridori di galline?

Quante volte in terra straniera, su lidi sconosciuti, nelle soste bruciate del Tropico, o negli attoniti silenzi dell’Artide, affranto di cammino, svuotato di illusioni, ho patita la mancanza di questa voce; la voce che il vento della sera sospinge coll’ombra delle nubi di campo in campo, sulle consolate pianure del mio paese.E con la nostalgia delle campane, risentivo nel ricordo il canto magico delle risaie: l’inimitabile orchestra delle rane.

Fu un sagacissimo abate a rivelarmi nei pressi di un’antica Certosa, in una sera di luna, il segreto delle rane di Lombardia: che non cantano “a solo”, ma sono organizzate per notturne società corali, osservando un registro di parte e un turno di massa; così che un campo entra in voce quando l’altro più lontano ha cessato, e poi quello riprende se questo riposa; e via per ondate alterne, che si smorzano a grado a grado nel pulviscolo del firmamento.

Ma quando di pieno agosto le trebbiatrici frullano, c’è sempre in giro qualche voce di ragazza che canta sulle aie scottate; ed è un canto che rende pensosi. Nel tardo crepuscolo, coi fieni che fermentano e le prime nebbie, ti sorprendono i mandolini acuti dei grilli; e i contadini lamentano che i giorni si accorciano e l’anno già declina.

Dopo che l’ultimo grano è scomparso, il soffio di settembre ripulisce all’orizzonte il cerchio dei monti, azzurri e lievi nella distanza, come ricordi della vita passata. Allora la gente di collina comincia a ragionare dell’uva e della vendemmia. Cigolano sui carretti le bigonce, e i filari allungano le ombre oblique sulle strade campestri.

Il tardo sole lombardo somiglia a quello che pencola sulle pianure di Bretagna e Pomerania. E temo che sia nipote di qualche sole forestiero, portato quaggiù da Cimbri e Longobardi, a tutela di vecchi castelli, per testimonianza di loro barbariche visitazioni.

* * * 

Se ripenso a certe soste autunnali della mia adolescenza, vedo sul tetto della casa fili punteggiati di uccelli migranti. Risento nelle narici e nella bocca l’aroma delle prime castagne e riodo il grido cadenzato del venditore d’angolo della strada. Così batte l’inverno alle soglie di S. Carlo. Ché in terra padana se rapido è il balzo dalle viole alle rondini, più rapido è il tuffo dal mosto alle nevi.

Al giorno dei morti, quando mani, abiti e pensieri sono impregnati di crisantemo e di pioggia, le mandrie all’ultimo pascolo guardano dal ciglio dei campi, con occhio stupito e naso fumante, quella processione di gente viva che porta fiori al camposanto, camminando senza parlare.

E’ il tempo che i fiumi minacciano di straripare. Sotto le fitte piogge i guardiani degli argini, vigilando di notte con picche e lanterne, danno l’allarme a colpi di tromba.

Ma i boschi, soltanto i boschi sono ancora in festa: perché si vestono di gala per morire; e mentre tutti gli arcobaleni sono già esiliati dal cielo e dalla terra, le piante si danno convegno sotto le nebbie novembrine per sfoggiare tra luci fuggiasche certe superstiti iridescenze, trafugate al testamento della defunta estate. E allora e saggia cosa camminare nei vecchi giardini, movendo col piede trucioli di ambra, mentre sui rampicanti si condensano pigmenti di porpora e la vite vergine brucia di squamme sulfuree.

Cos’ la caduta delle foglie segna la sagra di commiato, ma anche il breve sfarzo finale dell’annata lombarda. Poi i boschivi rilasciano, e nelle sodaglie non si ode che lo sparo di qualche cacciatore, mentre alla prima neve una nordica rimembranza di gelo appanna le vetrate con rabeschi di cristallo.

Vent’anni sono bastati per ricondurmi, più devoto che mai, alle radici della terra nativa e alle soglie di un tranquillo Camposanto, dove riposano tutte le certezze del mio destino, e dove io stesso un giorno tra una rosa rampicante e due cipressi sereni, scoprirò l’ultima pace. Il cielo buono di Lombardia si inarca su quella pietra sicura.

Infatti la meridiana di vento e longitudine di sole, un segreto richiamo ha rivolto a quest’ultimo polo le rotte della mia maturata esperienza, dopo avere, attraverso gli spazi del mondo, inseguiti i segni della storia e dell’anima umana. Quasi ubbidendo alle leggi che governano gli astri, anche l’eclittica di questo lungo errare si conclude riportandomi al punto dal quale ero partito”.

 (Vittorio Beonio-Brocchieri — Da Ritorno al paese ne “IL MARCOPOLO” Arnoldo Mondadori, Edit. 1945). 

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 Dopo aver sorvolato il Pavese, il nostro occhio ora va a concentrarsi sul punto geografico che più c’interessa: Trivolzio, il luogo natale del santo. Del paese di allora, molto simile a cento altri della “Bassa”, non so dire più di tanto perché la mia ricerca non è stata fortunata. Ma un pavese DOC come Cesare Angelini, sacerdote e letterato di straordinaria sensibilità, m’è venuto in aiuto ( e che aiuto!).

Dipingendo il suo paese, Albuzzano e le campagne d’intorno, e le abitudini della gente, variatis variandis, senza volere ha descritto anche la Trivolzio di allora e di cento altri paesi contrassegnati dal medesimo DNA. E’ lui stesso ad ammettere che Albuzzano già negl’anni sessanta non era più la stessa, come non lo erano Trivolzio e gl’altri cento paesi consanguinei.

Non me ne vogliano gl’Albuzzesi se m’improprio indebitamente di immagini uscite dalla penna-pennello del loro più illustre concittadino per descrivere Trivolzio, paese assunto negl’ultimi anni alle cronache non solo nazionali, grazie al loro concittadino Pampuri. In fondo, il prete dotto e il frate santo sono due taglie della stessa stoffa: il cristianesimo lombardo, ricco e fecondo come le sue terre.

 In questo viaggio nel passato in compagnia dell’Angelini, saranno risparmiati ai lettori sforzi d’immaginazione perché, come conferma Sara Pezzati, “è tutto così magnificamente descritto che le immagini si stagliano dal testo, nette, vivide. E anche quello che ancora oggi, esattamente come allora, avrei sotto gl’occhi — dai sassi delle vie di Pavia alla natura dei dintorni – spesso ho l’impressione di vederlo per la prima volta attraverso i suoi scritti”. 

Non saprei dire se Trivolzio affonda le sue origini nell’età roma a della decadenza. Il nome me lo fa pensare. Certamente fino agl’anni in cui venne al mondo il Pampuri, il paese era “tutta una ruvida massa di condizione contadina: anche il sarto, anche il calzolaio, o il muratore e il tessitore avevano questo come un secondo mestiere per le stagioni stanche dell’anno; quello vero era il contadino”.

 Oltre che di estrema povertà, erano tempi, quelli, di grave mortalità infantile. Tanto per averne un idea, l’Angelini racconta che “Man mano che gli nascevano i figli, mio padre ne scriveva col lapis i nomi e le date sulla pagina interna della Storia sacra: Maria, Giuseppe, Domenico, Carlo, Gina; i miei fratelli, morti. Ma basta che io li nomini per sentirmi ancora in cammino con loro”.

I nomi che certamente hanno precedenza nel nostro necrologio sono due: la madre, Angela Campari, morta quando Erminio aveva tre anni ed il padre, Innocente Pampuri, morto per un incidente stradale che ne aveva dieci. Seguono i fratelli: Giuseppina, Ferdinando, Teresa, Achille, Emilia, Maria (la futura suor Maria Longina, francescana missionaria in Egitto), Agostino, Margherita e Giuseppino. Il decimo è Erminio, l’undicesimo ed ultimo figlio dei Pampuri è Pietro, morto appena un mese dopo la nascita.