IL SIGNORE GURISCE ANCORA – N. 2

Gesù guarisce 01
mercoledì, 04 luglio 2007

PERCHE’ FRA RICCARDO ?

Alla vita dei santi non appartiene soltanto la loro biografia  terrena, ma anche il loro vivere ed operare in Dio dopo la morte. Nei santi diventa ovvio: chi va verso Dio non si allontana dagli uomini, ma si rende invece ad essi veramente vicino”  (Deus caritas est n.42 – Benedetto XVI).

>>>>     UN MEDICO CONDOTTO   di Don L. Giussani

>>>>     BIOGRAFIA E FOTO DI SAN RICCARDO PAMPURI

  1.  
     

 

SPIRITO DI DIO, ripeti dentro me il NOME che salva, mettilo sulle mie labbra:

GESU’…  GESU’…  GESU’ …

Signore, aprimi, non so dove andare !

  • Sono venuto/a su questo sito, sapendo che anche qui posso cercarti,
  • Che anche qui sei disposto a farTi trovare.
  • Io so che anche da qui posso  dirTi: ” Gesu’, Ti credo presente nel Santissimo Sacramento dell’Altare! ” .

Io sono senza parole e faccio fatica a spiegarmi. Ma Tu sai bene cosa mi passa nell’anima.  Se mi appoggio a San Riccardo e’ perche’ a lui Tu hai affidato di continuare il suo ministero di medico del corpo e dello spirito. Io so che dietro di lui c’e’ la Chiesa intera che Ti loda, Ti supplica ed intercede anche per me. Ai tanti fratelli che si prendono a cuore i problemi degl’altri mi unisco, nella speranza di riuscire a vederti, a toccarTi almeno il vestito.

Ed ora posso dire senza esitazione:

  • Signore Gesù, siamo riuniti nel tuo Nome, e sappiamo che tu sei presente in mezzo a noi per mezzo del tuo spirito.
  • Tu hai detto: “Venite a me voi tutti che siete affaticati ed afflitti, ed io vi consolerò”.
  • Guarda con tenerezza, o Signore, tutti coloro che si affacciano a questo blog. Stanno cercando Te, hanno bisogno di te, o Signore Gesù, d’incontrarTi, di parlarTi, di aprirTi il cuore.
  • Hanno fiducia in Te perche’ sanno che Tu sei la Resurrezione e la Vita, sanno che Tu sei la salute degli ammalati, la risposta ad ogni attesa. Sanno che proprio Tu hai detto: “Chiedete e vi sarà dato, cercate e troverere, bussate e vi sara’ aperto“.

Signore Gesù, noi ti supplichiamo:

  • abbi compassione di tutti coloro che passano di qui a chiedere l’intercessione di san Riccardo.
  • Ricevi ognuno di coloro che bussano alla Tua porta con la tenerezza di una madre.
  • Metti la tua mano di buon pastore su ogni specifica sofferenza.
  • Benedici o Signore questi tuoi figli e, per i meriti della Tua Passione, incomincia da subito la tua opera di guarigione radicale di ogni infermita’ fisica e di ogni sofferenza morale.

Dice il Profeta che Tu hai preso su di Te tutte le nostre malattie, e per le Tue Sante Piaghe noi siamo guariti. Oggi non guardare ai nostri peccati bensì alla fede della tua Chiesa.

Pastore buono, comincia a guarire quelli che soffrono fisicamente, coloro di cui parenti ed amici si fanno interpreti e si rivolgono a Te fiduciosi, confidando nell’intercessione del tuo servo Riccardo. Noi sentiamo che a lui ai concesso di continuare sulla terra il ministero di sanare e confortare, di indirizzare, guidare e consigliare…per i meriti della Tua santissima Passione.

Guarisci coloro che sono feriti nel cuore. Ma per quelli che Tu oggi non guarirai, perché nel Tuo piano Provvidenziale hai qualcosa di differente per loro, mostrati benevolo. Noi ti chiediamo che dia loro forza, affinché non disperino mai, e che sappiano offrire le loro sofferenze, unendole alle Tue sofferenze sulla Croce, per dare loro un valore redentivo.

Ti chiediamo, Signore Gesù, che tu guarisca, che Tu guarisca Gesu’ coloro che soffrono nella loro anima a causa del peccato. Dona loro un profondo pentimento per i loro peccati. Concedi loro il Tuo perdono.

Tutto questo, Signore Gesù, te lo chiediamo per intercessione della Vergine Maria, la Madre della Chiesa e del tuo umile servo san Riccardo. Siamo così sicuri della Tua presenza viva in mezzo a noi, del tuo potere e della tua grande compassione per coloro che soffrono, che prima di conoscere il risultato della nostra preghiera, noi in fede ti diciamo: “Grazie Gesù, per quello che stai facendo adesso, Lode e Gloria a Te, o Signore”.

PREGHIERA PER LA GUARIGIONE INTERIORE

 
di Padre Emiliano Tardif 
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Padre di bontà, padre di amore, ti benedico, ti lodo e ti ringrazio perché per amore ci hai dato Gesù. Grazie Padre, perché alla luce del tuo Spirito comprendiamo che Lui è la luce, la verità, il Buon Pastore, che è venuto perché noi abbiamo la vita e l’abbiamo inabbondanza.
 
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 Oggi, Padre, ti chiedo, per l’amore verso il tuo figlio Gesù Cristo, di effondere sopra di me il tuo Santo Spirito, perché il calore del tuo amore salvifico penetri nel più intimo del mio cuore.

Tu che sani i cuori affranti e fasci le ferite,

  • guarisci qui ed ora
  • la mia anima,
  • la mia mente,
  • la mia memoria
  • e tutto il mio spirito.

Entra in me, Signore Gesù, come entrasti in quella casa, dove stavano i tuoi discepoli pieni di paura.

Tu apparisti in mezzo a loro e dicesti: “Pace a voi“.

Entra nel mio cuore e donami la pace; riempimi d’amore.

Noi sappiamo che l’amore scaccia il timore. Passa nella mia vita e guarisci il mio cuore.

Sappiamo, Signore Gesù, che tu lo fai sempre, quando te lo chiediamo; ed io lo sto chiedendo con Maria, nostra Madre, che era alle nozze di Cana quando non c’era più vino e tu rispondesti al suo desiderio cambiando l’acqua in vino. Cambia il mio cuore e dammi un cuore generoso un cuore affabile, pieno di bontà, un cuore nuovo.

Fa spuntare in me i frutti della tua presenza. Donami i frutti del tuo Spirito che sono amore, pace e gioia. Che scenda su di me lo spirito delle beatitudini, perché possa gustare e cercare Dio ogni giorno,vivendo senza complessi e senza traumi insieme agli altri, alla mia famiglia, ai miei fratelli.

Ti rendo grazie, o Padre, per quello che oggi stai compiendo nella mia vita. Ti ringrazio con tutto il cuore, perché mi guarisci, perché mi liberi, perché spezzi le mie catene e mi doni la libertà.

Grazie, Signore Gesù, perché sono tempio del tuo Spirito e questo tempio non si può distruggere, perché è la casa di Dio. Ti ringrazio, Spirito Santo, per la fede, per l’amore che hai messo nel mio cuore. Come sei grande, Signore, Dio Trino ed Uno! Che Tu sia benedetto e lodato, o Signore! AMEN.

PREGHIERA PER LA GUARIGIONE FISICA di Padre Emiliano Tardif

Oggi, Padre, mi voglio presentare davanti a te come tuo figlio. Tu mi conosci per nome. Volgi i tuoi occhi di Padre amoroso sulla mia vita. Tu conosci il mio cuore e le ferite della mia vita.Signore Gesù, credo che sei vivo e risorto. Credo che sei presente realmente nel Santissimo Sacramento dell’altare e in ciascuno di noi che crediamo in te. Ti lodo e ti adoro. Ti rendo grazie, Signore, per essere venuto da me, come Pane vivo disceso dal cielo. Tu sei la pienezza della vita, tu sei la risurrezione e la vita, tu Signore, sei la salutedei malati. Oggi ti voglio presentare tutti i miei mali, perché tu sei uguale ieri, oggi e sempre e tu stesso mi raggiungi dove mi trovo. Tu sei l’eterno presente e mi conosci.

Abbi compassione di me, Signore, benedicimi e fa che possa riacquistare la salute. Che cresca la mia fede e che mi apra alle meraviglie del tuo amore, perché sia anche testimone della tua potenza e della tua compassione. Te lo chiedo, Gesù, per il potere delle tue sante piaghe per la tua santa Croce e per il tuo Preziosissimo Sangue. Guariscimi, Signore!

Guariscimi nel corpo, guariscimi nel cuore, guariscimi nell’anima. Dammi la vita, la vita in abbondanza. Te lo chiedo per l’intercessione di Maria Santissima, tua Madre, la vergine dei dolori, che era presente, in piedi, presso la tua croce; che fu la prima a contemplare le tue sante piaghe, e che ci hai dato per Madre.

Fa che crescano nella fede, nella speranza e che riacquistino la salute per la gloria del tuo nome. Perché il tuo regno continui ad estendersi sempre più nei cuori attraverso i segni e i prodigi del tuo amore. Tutto questo, Gesù, te lo chiedo perché sei Gesù.

Tu sei il Buon Pastore e noi siamo le pecorelle del tuo gregge. Sono così sicuro del tuo amore, che prima ancora di conoscere il risultato della mia preghiera, ti dico con fede: grazie, Gesù, per tutto quello che farai per me e per ciascuno di loro.

Grazie per i malati che stai guarendo ora, grazie per quelli che stai visitando con la tua Misericordia.

 

 

Si erge sulla scena del mondo come un protagonista nuovo, chiamato a cambiare la terra insieme ai fratelli uomini, fino al suo compimento finale, che sarà come e quando al misterioso disegno del Padre piacerà“. (L.Giussani)  

San Riccardo Cuore piccola

Il cuore di san Riccardo

E’ conservato nella Casa di Riposo Fatebenefratelli di Trivolzio

Quanta miseria… e quanta stoltezza in questo mio povero cuore, e quanta grettezza! Non basta a commuoverlo nemmeno l’amore lnfìnito di un Dio che si fà uomo, bambino, per lui, per cancellare il cumulo delle sue iniquità, a prezzo di tante pene, di tanti tormenti, di tutto il suo Divin Sangue.” (Lettera 23-11-1925 )

Quanta freddezza, quanta pigrizia in questo tuo povero fra Riccardo alla sola distanza di pochi mesi dalla sua professione!” (Lettera 20.06.1929)

 

Candela accesaINVOCAZIONI A SAN RICCARDO / …PREGA CON NOI.

 

  • San Riccardo, fedele seguace di Cristo, prega con noi.
  • San Riccardo, umile ricercatore della verità, prega con noi.
  • San Riccardo, fiducioso nella Provvidenza di Dio, prega con noi.
  • San Riccardo, che hai saputo unire l’amore di Dio con l’amore del prossimo, prega con noi.
  • San Riccardo, figlio e testimone della misericordia di Dio, prega con noi.
  • San Riccardo, fedele seguace della croce, prega con noi.
  • San Riccardo, obbediente alle indicazioni delle Spirito Santo, prega con noi.
  • San Riccardo, che hai costruito la tua vita sulla roccia, prega con noi.
  1. San Riccardo hai camminato un tempo per le nostre stradedella nostra terra, hai pregato nel silenzio delle nostre Chiese, hai servito con amore ed intelligenza gli ammalati nelle nostre case, sei stato accogliente verso ogni persona che ti ha cercato.
    Oggi, come un tempo i tuoi malati, anch’io ti cercoe mi rivolgo a te
    perché tu mi aiuti a guarire

    nel corpo e nello spirito e mi ottenga dal Signore la tua stessa fede. (Giovanni Volta Vescovo di Pavia)

Per un amico sofferente

Caro San Riccardo, amato fratello che nella gloria  e nella luce di Dio, intercedi per noi il Signore Gesù affinché… (nome) ,   questo nostro fratello sofferente, possa riacquistare il vigore del corpo ed ottenere serenità dello spirito, pazienza nel dolore e, dopo una serena convalescenza, ritornare insieme con tutti noi nella casa di Dio a lodare il suo Nome.

La Cripta con il Corpo di San Riccardo Pampuri

Clicca sull’urna.

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Le lacrime sono inevitabili ma anche purificatrici:

  1.   Pietà di me, o Dio…
  2. Quando ho paura, in te confido
    e canto la tua parola…
  3. In te ho fiducia e non temerò nulla;
    cosa mi possono fare i semplici mortali?
  4. Tutto il giorno mi fanno soffrire,
    pensano solo a farmi del male…
  5. Congiurano contro di me, stanno in agguato, spiano i miei passi …

 

MA… Tu conti i passi del mio vagabondare,              nel tuo otre raccogli le mie lacrime:              tutto è scritto nel tuo libro.

 

Madonna Buon Consiglio

Preghiera composta da Giacomo Leopardi nel 1819, a 21 anni.

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  • «E’ vero che siamo tutti malvagi, ma non ne godiamo, siamo tanto infelici.
  • È vero che questa vita e questi mali sono brevi e nulli, ma noi pure siamo piccoli e ci riescono lunghissimi e insopportabili.
  • Tu che sei già grande e sicura, abbi pietà di tante miserie».

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                MATER HOSPITALITATIS

  • Maria di Nazareth,
  • Casa di Dio
  • Cuore ospitale
  • Porto
  • Stella polare
  • Rifugio
  • Porta del Cielo…
  • Madonna della Compagnia nelle ore della solitudine e del soffrire,
  • Onnipotentia supplex,
  • Signora di tutti i Popoli,
  • Santa Maria de los Remedios, 
  • Sorella dai saggi consigli,
  • Donna del perpetuo soccorso,
  • Grande Consolatrice degli afflitti,
  • Vigore degli infemi,
  • Virgen de los desamparados (degli abbandonati), 
  • Genitrice che hai tanti figli fuori di casa e tanti senza casa,
  • Mamma del più Povero e la più povera delle mamme,
  • dacci la grazia di avere cuore da vendere e tanta testa.
  • Aiutaci nella nostra carità: fa’quello che non sappiamo fare, non quello che non vogliamo o non osiamo fare. AMEN

candelaPovera, dolce Maria,  tu che hai accettato il ruolo di piccola “ragazza madre“, conservando nel cuore, senza svelarlo a nessuno che il padre del tu bambino era Dio, dunque figlio dell’Altissimo, ACCOGLI LE NOSTRE PAURE.

Perchè ti sei fidata di Lui, così ti ha apostrafata il Vangelo: “Beata te che hai creduto, Maria” (Luca 1,45)

Tu, nella fede hai avuto il coraggio di confidare nel Dio dell’impossibile e di lasciare a Lui la soluzione dei tuoi problemi: la tua era pura fede.

Maria, la mia, la nostra è soltanto paura, ansia, timore, preoccupazione…

Aiutaci ad accettare questo momento e a credere che “nulla è impossibile a Dio” (Luca 1,37)

Anche tu hai avuto paura. Hai passato momenti terribili al pensiero di essere denunziata come adultera. Ci voleva poco. Bastava che Giuseppe andasse alla sinagoga a spiegare la cosa  e non sarebbero mancati gli zeloti che l’avrebbero seguito con le pietre per lapidarti.

Ma quel “Dio che tutto può”, ha trovatoo Lui il modo di spiegare tutto a Giuseppe che ti ha sposata .

Anch’io, anche noi aspettiamo da te di sentire una bella notizia. La gioia che hai provato quando Giuseppe te lo disse, ha dissipato l’oscurità, fatto cessare il timore che non voleva lasciarti.

Maria, per noi è facile ragionare, più difficile credere. Non è facile accettare il mistero che ci fa sentire limitati, indigenti, perplessi, indecisi.

Ma non abbiamo altra scelta che andare avanti. Aiutaci a dire con te: Credo, Signore!

Fai di me, di noi, come ti suggerisce il cuore.

Maria! Sorella mia. Sorella nostra. Amen.

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Tommaso mette il dito nel costato di Cristo

Caravaggio, Incredulità di san Tommaso (particolare), 1601-1602 circa. — BEGIN ITALIA BPATH

La sera di quello stesso giorno, il primo dopo il sabato, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei giudei, venne Gesù, si fermò in mezzo a loro e disse: “Pace a voi” […].

Tommaso, uno dei dodici, chiamato Didimo, non era con loro quando venne Gesù. […].

Otto giorni dopo i discepoli erano di nuovo in casa e c’era con loro anche Tommaso. Venne Gesù, a porte chiuse, si fermò in mezzo a loro e disse: “Pace a voi!”. Poi disse a Tommaso: “Metti qua il tuo dito e guarda le mie mani; stendi la tua mano, e mettila nel mio costato; e non essere più incredulo ma credente!”.

Rispose Tommaso : “Mio Signore e mio Dio!”.

Gesù gli disse: “Perché mi hai veduto, hai creduto: beati quelli che pur non avendo visto crederanno”.    Gv 20,19-31

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TU SEI LA MIA VITA

  • Tu sei la mia vita, altro io non ho. Tu sei la mia strada, la mia verita’.
  • Nella tua Parola io camminero’ fin che avro’ respiro, fino a quando Tu vorrai.
  • Non avro’ paura, sai, se Tu sei con me: io Ti prego, resta con me.

 

  • Credo in Te, Signore, nato da Maria, Figlio eterno e santo, uomo come noi. Morto per amore, vivo in mezzo a noi: una cosa sola con il Padre e con i tuoi, finoa quando – io lo so – Tu ritornerai per aprirci il Regno di Dio.
  • Tu sei la mia forza, altro io non ho. Tu sei la mia pace, la mia liberta’. Niente nella vita ci separera’: so che la tua mano forte non mi lasciera’. So che da ogni male Tu mi libererai e nel tuo perdono vivro’.
  • Padre della vita, noi crediamo in Te. Figlio Salvatore, noi speriamo in Te. Spirito d’Amore vieni in mezzo a noi. Tu da mille strade ci raduni in unita’ e per mille strade, poi, dove Tu vorrai, noi saremo il seme di Dio. (Symbolum)
  •  

VIENI SPIRITO SANTO del Signore Risorto,

prendi ogni mia preoccupazione, i tanti miei dubbi, le incertezze, le paure, le domande senza risposta.

Sono povero, solo e confuso. Non ho nulla da offrirti, solo i miei disagi che metto nelle Tue mani. Confido in Te, nel tuo discernimento.

Spirito Santo, vieni e scruta il mio cuore. Scopri tutto cio’ che e’ nascosto nel piu’ profondo di me, che impedisce il fluire della Tua grazia.

Vieni con potenza, vieni nella Tua infinita misericordia, Tu che sei l’Amore indicibile, lascia che l’energico flusso della Tua potenza mi colmi a tal punto da permettermi di entrare nel regno dei miracoli.

I tuoi doni sono miracoli. E allora spogliami da ogni meschinita’, vinci ogni mia resistenza, insegnami ad accettare la Tua volonta’ come un dono  che viene dall’alto, non come un peso che mi rifiuto di portare.

Spirito di devozione, Tu sei con me, guida i miei passi, prendi possesso del mio cuore, fondami, plasmami, riempimi, usami…

Toccami, guariscimi. Nel nome di GESU’. AMEN

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San Riccardo, innamorato di Cristo,

prega per noi. 

Dalla mano di Elena, una studentessa di medicina a Pavia, è uscita questa bellissima preghiera VOCAZIONALE:

Ti affido la mia vita e la mia strada «San Riccardo, mi rivolgo a te che sei medico e Santo. 

  • Intercedi perché io possa seguire i tuoi passi con il cuore disponibile alla volontà di Dio.
  • Intercedi per me perché non mi abbatta per la fatica dello studio e non mi spenga per l’indifferenza del mondo.
  • Mantieni desta la mia passione per l’umano, rendimi umile per servire sempre la vita.
  • Sostieni le mie speranze e le mie domande, rendimi “grande” perché sappia accompagnare l’uomo che soffre nella carne,  ma anche quello che sanguina nello spirito.
  • Che io non abbia timore di cercare ed affermare sempre la Verità affinché ad essa il mio cuore totalmente si converta ed imitandoTi io diventi un santo medico».
 
 
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  • Non temere, perché io ti ho riscattato, ti ho chiamato per nome: tu mi appartieni “(Is 43,1).

  • Prima di formarti nel seno materno ti conoscevo…” (Ger 1,5).

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    L’ ATTO DI ABBANDONO CHE SAN RICCARDO HA SCRITTO ALLA VIGILIA DELLA SUA PROFESSIONE RELIGIOSA CON ALTRI DUE CONFRATELLI:

    • Eccoci tutti tuoi per sempre;
    • Ti rendiamo il tesoro della liberta’ che ci hai donato con la vita, perche’ Tu ce la custodisca per la vita eterna;
    • fa’ di noi per mano dei superiori tutto quello che ti pare e piace;
    • noi siamo cosa tua, solo tua, non piu’ nostra  ne’ dei nostri parenti od amici;
    • a noi e ad essi abbiamo rinunciato completamente e per sempre, su questa terra,
    • sicuri che cosi’ potremo un giorno cantare con loro le Tue glorie in Cielo”.
  • Or – Dio che sempre amai – t’amo sapendo                                         d’amarti; e l’ineffabile certezza
  • che tutto fu giustizia, anche il dolore,
  • tutto fu bene, anche il mio male, tutto
  • per me Tu fosti e sei, mi fa tremante
  • d’una gioia più grande della morte.    Ada Negri
    • La Cripta con il Corpo di San Riccardo Pampuri L’urna con le spoglie mortali di san Riccardo

      clicca sull’immagine

      Il corpo di san Riccardo e’ custodito e venerato nella chiesa parrocchiale di Trivolzio, suo paese natale, piccolo comune  della campagna pavese, tra Milano e Pavia, vicinissimo alla Milano-Genova.
     
    • Ogni settimana migliaia di pellegrini affluiscono per chiedere la sua intercessione. Medico nella vita terrena, continua la sua attivita’ di beneficare i sofferenti e le moltissime guarigioni attribuite alla sua intercessione spiegano l’aflusso dei pellegrini.


      San Riccardo  152 x 257 pixelSan Riccardo
    • ti benedica
    • e ti protegga !
    • Non avere timore:
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    • e senza ticket.

     

  • Invocazioni tratte dalle lettere di S. Riccardo
     
  • Signore, rendimi capace di pensare sempre e solo a Te, lasciando che Tu pensi a noi.
  • Signore, aiutami a fare anche le cose minime con amore grande.
  • Signore, fa’ che ti serva sempre non con timore servile dei castighi, ma per amore. Signore, aiutami a cercare sempre la verità con ardore e con sincerità, perché dove è la verità è anche il nostro sommo bene.
  • Signore, fa’ che tutto, pensieri, parole ed opere, sia per lodare e servire Te.
  • Signore, dammi la grazia di servire gli altri come servirei Te.
  • Signore, fammi conoscere la tua volontà affinché io non abbia, nè tentarti chiedendoti ciò che a me non conviene, nè diffidare dell’infinito tuo misericordioso aiuto.
  • Signore, fa’ che la superbia, l’egoismo o qualsiasi altra mala passione non mi impediscano di vedere Gesù nel mio prossimo.
  • O Maria, scuotimi, svegliami dal mio torpore, dalla mia pigrizia, dalla mia tiepidezza cronica ed infiammami di quella fiamma divina di carità che il Tuo Divin Figlio è venuto a portare tra noi.
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FATEBENEFRATELLI – FRA GIOVANNI MARIA ALFIERI RIFORMATORE – Giuseppe Magliozzi o.h.

_Scan10417La Madonna dell’Aiuto o del latte, venerata nel duomo di Milano
_Scan10415_Scan10413-001_Scan10412_Scan10421RIFORMATORE, MA SENZA IMPOSIZIONI

Nel bicentenario del Padre Alfieri 

Di Fra Giuseppe Magliozzi

Si conclude oggi l’anno celebrativo del bicentenario della nascita di fra Giovanni Maria Alfieri, che vide la luce in quel di Milano il 26 marzo 1807 e morì a Roma il 3 agosto 1888.

 Negli articoli che ho dedicato al bicentenario di questa straordinaria figura di Fatebenefratello, ho cercato di mettere in risalto due importanti aspetti della sua vita rimasti finora in ombra: il suo impegno a favore delle Conferenze di San Vincenzo de’ Paoli[1] e le iniziative che prese per avviare la riforma dell’Ordine[2] in risposta allo specifico appello che il Beato Pio IX aveva rivolto a tutti gli Istituti Religiosi con l’Enciclica Ubi primum/1 – 1847  del 17 giugno 1847. 

Quale Superiore Generale dei Fatebenefratelli egli perseguì la riforma del suo Ordine ricorrendo a due iniziative, una sul piano Comunitario e l’altra sul piano individuale.

Sul piano comunitario egli tentò d’avviar la riforma istituendo Comunità pilota i cui membri s’impegnassero a vivere radicalmente i Voti di Povertà e di Obbedienza. In due casi, ossia quello di Graz e quello di Barcellona, le Comunità pilota si espansero dando vita a Province Riformate, che poi mantennero a lungo lo spirito di riforma. Significativa è la testimonianza che ho ricevuto lo scorso maggio da padre Giusto Azpiroz, che in risposta ai miei articoli rievoca così quanto perdurasse vivissimo in Spagna, ancora alla metà del secolo scorso, l’attaccamento radicale alla povertà:

Scatola da scarpeDevo dirti che quanto hai scritto su padre Alfieri è stato per me come una “grazia” e m’è sembrato d’assaporare un bicchiere d’acqua fresca, rendendomi conto che fu dall’Enciclica “Ubi primum arcano” di Pio IX che sgorgò lo spirito della restaurazione dell’Ordine in Spagna. Una prova di come lo vivessimo è il ricordo di quel 21 giugno 1950 quando a 19 anni mi dettero la prima Obbedienza, trasferendomi unitamente a padre Felice Lizaso nell’Aspirantato di Barcellona come aiutanti di fra Giacomo Capdevilla, che ne era il Direttore. Mezz’ora dopo aver ricevuto la notizia, io e padre Felice eravamo nella Portineria di San Baudilio avendo come bagaglio una scatola di scarpe che conteneva il manuale delle preghiere, il messalino latino-spagnolo e l’occorrente per la toeletta. Quanto a biancheria, solo quella che avevamo indosso”. 

Quasi altrettanto duratura fu l’esperienza di Graz, che fin dal 1860 ottenne di separarsi dalla Provincia Austriaca per costituirsi come Comunità riformata, posta dal 1867 alla diretta dipendenza del Padre Generale e che andò estendendosi con nuove fondazioni, tanto da dar vita nel 1878 alla Provincia riformata di Stiria, la quale però fu poi quasi annientata dall’ultima guerra mondiale e finì per riconfluire nel 1949 nella Provincia Austriaca, rimasta sempre contraria alla Riforma.

Altre Comunità riformate abortirono sul nascere, come quella di Cremona[3], o ebbero vita effimera, come quella di Nizza[4], o perdurarono abbastanza a lungo, come le due Comunità di Brescia, fondate nel 1871 e nel 1882, ma non riuscirono a dar vita ad una Provincia riformata[5] o, come vivamente sperava il milanese Alfieri, ad attirare a loro la contigua Provincia Lombarda, che anzi puntò ad assorbirle per porre fine all’esperimento; a tale mira si oppose non solo l’Alfieri[6], ma anche San Benedetto Menni, che quando fu posto alla guida dell’Ordine rimase strenuo difensore di quella Riforma che aveva così efficacemente instillato nelle Comunità da lui fondate nella penisola iberica ed in Messico, e fu solo il suo successore fra Agostino Koch ad infine acconsentire nell’agosto 1912 all’annessione[7]. 

SUL PIANO INDIVIDUALE – Oltre a promuovere la nascita di Comunità riformate, fra Alfieri cercò d’incoraggiare sul piano individuale i Confratelli ad aderire alla Riforma e soprattutto insistette affinché i nuovi candidati sottoscrivessero al momento della loro Professione Religiosa alcune promesse addizionali con cui impegnarsi a vivere secondo lo spirito della Riforma i Voti di Obbedienza e di Povertà.

Ho riportato in precedenti articoli la trascrizione della formula sottoscritta nel 1868 da fra Giovanni Battista Orsenigo e da fra Luca Baronchi prima di emettere all’Isola Tiberina la Professione Semplice[8], nonché la trascrizione e traduzione delle 4 formule sottoscritte tra il 1908 ed il 1920 dai confratelli portoghesi Fra Manuel Maria Gonzalves e Fra Crisogono Gonçalves Nogueira[9] al momento dei Voti Semplici e di quelli Solenni, ma è documentato che lo stesso facevano i professandi della Provincia Stiriaca[10] e andrebbe verificato se, come suppongo, accadesse lo stesso nella rinata Provincia Francese, il cui Rifondatore, fra Giovanni di Dio de Magallon, fu il primo che fu incaricato dall’Ordine di cercare di costituire una Comunità riformata in quel di Tivoli[11].

Durante l’ultima mia sosta a Roma ho controllato nell’Archivio Generalizio le cartelle degli Atti di Professione dei confratelli dell’Isola Tiberina ai tempi di fra Alfieri e non solo ho trovato usuale che prima dei Voti Semplici i candidati sottoscrivessero formule identiche a quella di fra Orsenigo, ma in più ho accertato che pure confratelli già Professi erano invitati a sottoscrivere l’impegno di vivere secondo lo spirito della Riforma. Ad esempio, fra Benigno Manetti, che abbiamo visto nel 1869 fondare la Comunità riformata di Nizza, aveva il 3 ottobre 1866 sottoscritto l’impegno ad “essere preparato e disposto a qualunque eventualità, ad andare ovunque l’obbedienza mi chiamerà, pronto, prontissimo a lasciare ad ogni istante e studio e officio e ad osservare qualsiasi altra forma di vita, che venisse dai Superiori introdotta e praticata quindi dall’Ordine suddetto”..

A partire dal 1870 l’impegno a vivere secondo lo spirito della Riforma è sottoscritto non più su un foglio a parte, ma come comma finale della dichiarazione prevista dalle Costituzioni di rinunciare ad ogni eredità di famiglia; e poiché tale rinuncia ad eredità era prevista fosse di nuovo sottoscritta al momento della Professione Solenne, anche in tale occasione è aggiunto il comma di adesione alla Riforma.

Sul finire del lungo mandato di fra Alfieri come Superiore Generale cessa la sottoscrizione dei suddetti impegni addizionali: l’ultimo che ho trovato è quello di fra Matteo Mangione, firmato il due maggio 1886, al momento della Professione Semplice, e controfirmato per accettazione da fra Alfieri. Un quinquennio dopo, fra Matteo rinnovò in calce al medesimo foglio il suo impegno scrivendovi sinteticamente “Ripeto la suddetta Rinuncia prima di emettere la Professione Solenne” ed è il nuovo Generale, fra Cassiano Maria Gasser, a controfirmare per accettazione.

Ad un giudizio superficiale potrebbe sembrare che la morte di fra Alfieri segnò la fine del suo sogno di graduale Riforma dell’intero Ordine. In realtà, abbiamo visto che la Riforma continuò ancora per lunghi decenni a dare splendidi frutti in varie nazioni dell’Ordine, senza contare che, studiandola oggi, ci si rende conto di quanto sia più realistico ed efficace impegnarsi in piccoli e ben localizzati passi, che utopisticamente illudersi che cambiando questo o quell’articolo delle Costituzioni si possa, come per un tocco di bacchetta magica, cambiare all’istante la prassi dell’intero Ordine..

L’età dell’oro non esiste e non è da noi raggiungibile su questa terra, ma resta pur sempre consolante il ricordarci che ogni piccolo e sincero impegno individuale continuerà eternamente a rifulgere in Cielo, non importa da quanto circostante grigiore fu accompagnato a suo tempo: la scatole di scarpe di padre Giusto e padre Felice potranno anche stridere di fronte ad altre nostre realtà che magari, come capitò nell’ultimo Capitolo Generale, suscitarono la perplessità di qualche invitato laico, ma nulla mai offuscherà il loro splendore come icona dello spirito di francescana povertà che alcuni confratelli seppero vivere in determinate circostanze.

Fra Giuseppe MAGLIOZZI o.h.

[1] Questi i miei articoli su tale argomento:Giuseppe Magliozzi, Nel bicentenario del Padre Alfieri. Pioniere Vincenziano, in «Il Melograno», IX, 23, 7 ottobre 2007; Giuseppe Magliozzi, Pioniere Vincenziano, in «Vita Ospedaliera», XLII (2007), 11, p. 15; Giuseppe Magliozzi, Nel bicentenario del Padre Alfieri. P. Alfieri e la Conferenza Vincenziana del Calibita, in «Il Melograno», X, 7, 24 febbraio 2008; e Giuseppe Magliozzi, La Conferenza Vincenziana di S. Giovanni Calibita, in «Vita Ospedaliera», XLIII (2008), 3, p. 19.

[2] Riservandomi di citare in seguito gli articoli che ho diffuso per email, questi sono quelli che ho stampato su tale argomento nella rivista della Provincia Romana:Giuseppe Magliozzi, Bicentenario del Padre Alfieri, in «Vita Ospedaliera», XLII (2007), 2, p. 15; e Giuseppe Magliozzi, L’efficacia delle promesse addizionali, in «Vita Ospedaliera», XLII (2007), 9, p. 15.

[3] Cf. Celestino Mapelli, Il Convento-Ospedale di S. Orsola in Brescia, Milano, Ed. Fatebenefratelli, 1973, p. 69.

[4] A Nizza, grazie ad un lascito del barone Giacomo Pauliani, fu aperto nel 1869 un Ospedale degli Incurabili, poi lasciato già nel 1876: fecero parte di questa Comunità riformata il fiorentino fra Benigno Manetti, il marsigliese fra Desiderio Brunet, il ligure fra Giovanni Capoduro ed il romagnolo fra Ambrogio Mazzoni. Cf. Giemme [Giuseppe Magliozzi], Un trafiletto di cento anni fa, in «Vita Ospedaliera», XXIV (1969), 12, pp. 301-302.

[5] Cf. l’esposto inviato a Pio IX nel 1877 dai frati di Brescia e riprodotto da C. Mapelli, op. cit., pp. 81-84.

[6] Per salvarla alla Riforma egli dapprima mantenne Brescia sotto la sua diretta dipendenza (cf. C. Mapelli, op. cit., pp. 81-84) e poi l’annesse alla Provincia Romana, a quel tempo ancora sotto suo stretto controllo (cf. Giuseppe Magliozzi, Una vicenda dei Fatebenefratelli durata quasi tre secoli. Il lento riapprodo all’unità giuridica, in «Il Melograno», X, 10, 21 marzo 2008, p. 8).

[7] Nei Verbali del Definitorio Generale, essendoci ancora Menni, si legge “Alla domanda delle 2 Famiglie del nostro Ordine a Brescia si risponde, che quelle due Case furono per Decreto del S. Pontefice Leone XIII incorporate alla Casa Generalizia, per cui si deve stare alla decisione presa dalla S. Sede su di ciò” (seduta del 2 aprile 1912, p. 215). Ma appena insediatosi Koch, si legge “Avuto in conto la vicinanza delle Case di Brescia a Milano, ed il buono stato finanziario di esse, si decretò l’aggregazione delle medesime alla Provincia Lombardo-Veneta” (seduta del 24 agosto 1912, p. 223) e nella seduta successiva si puntualizza “I Religiosi che si trovano attualmente a Brescia, rimangano alla disposizione del P. Provinciale di Milano. Le dette Case devono uniformarsi agli usi e sistemi di detta Provincia” (seduta del 3 settembre 1912, p. 223).

[8] Cf. Giuseppe Magliozzi, Nel bicentenario della nascita. Padre Alfieri, Riformatore dell’Ordine, in «Il Melograno», IX, 13, 24 maggio 2007, p. 11.

[9] Cf. Giuseppe Magliozzi, Nel bicentenario del Padre Alfieri. Il ricorso ad impegni aggiuntivi privati, in «Il Melograno», IX, 14, 15 giugno 2007, pp. 3 e 4.

[10] Prima sia della Professione Semplice sia di quella Solenne i candidati erano invitati a firmare una “dichiarazione di voler perseverare nella vita comune perfetta e di promuoverla con tutto il cuore”. Cf. Celestino Mapelli – Giovanna della Croce Brockhusen, Padre Giovanni Maria Alfieri. Priore Generale dei Fatebenefratelli, Milano, Ed. Fatebenefratelli, 1994, vol. 3, p. 623.

[11] Cf.Giuseppe Magliozzi, Ricordando fra Pietro Paolo Deidda nel secondo centenario della nascita, in «Il Melograno», IV, 14, 20 settembre 2002, pp. 3-4

Pio IX

1855

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Perciò non poté non esortare i suoi religiosi a prestarsi generosamente negli ospedali. In più, il 17 agosto 1865 diresse la seguente supplica a Pio IX:

Alfieri-Giovanni-Maria_1“B.mo Padre,

Il Generale dell’Ordine di San Giovanni di Dio, prostratosi SS.mi Piedi, implora da V.S. a favore di tutti i suoi Religiosi che si consacreranno all’assistenza dei poveri colerosi in qualsiasi Ospedale e Città la dispensa dal digiuno e dai cibi di magro, estensibile anche ai loro cooperatori e domestici fibché il bisogno per il suddetto morbo lo richieda.

Supplica altresì da V.S. che tutti i suddetti, ogni qualvolta durante il morbo si accostino ai SS. Sacramenti, anche solo della confessione, e adempino alle condizioni solite, possano lucrare l’Indulgenza Plenaria, principalmente in pericolo di vita, ed essere confortati dall’Apostolic Benedizione di V. Santità, onde con maggior generosità sacrificarsi al bene spirituale e temporale dé poveri infermi.

Che della grazia….

                                                                                    Fra Giovanni Maria Alfieri                                                                                                  Generale dei Fatebenefratelli

 _Scan10422Mater Boni Consilii – Affresco a Genazzano

FATEBENEFRATELLI: PADRE TARCISIO MORINI O.H. – “GESU’ INTIMO” – Cap. 1 – Una cosa ti manca

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Da quando l’ho sentita per la prima volta, non ho mai scordato la massima del teologo K. Rahner: “Il cristiano di domani sarà un mistico, cioè uno che ha sperimentato qualcosa, oppure non sarà nulla.

Un altro autore, A. Hortelano, aggiunge: “Oggi il mondo ha più che mai bisogno di un ritorno alla contemplazione… Il vero profeta della Chiesa futura sarà colui che verrà dal “deserto” come Mosè, Elia, il Battista, Paolo e soprattutto Gesù, carichi di misticismo e di quello splendore particolare che hanno solo gli uomini abituati a parlare a tu per tu con Dio“.

Sia Mons. Carlo Salvaderi che Padre Tarcisio Morini, hanno le carte in regola per parlarci di:

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Solo che, dopo l’entusiasmo della precedente presentazione, ( PADRE TARCISIO MORINI – GESU’ INTIMO) in me è andata facendosi strada un’altra sensazione o, forse, una tentazione diabolica: quella dell’inutilità di riprodurre questi capitoli, come avevo in animo, perché finalizzati – come si legge nel frontespizio –  a Religiosi e Centri di Formazione Fatebenefratelli. Gli uni e gli altri, per fortuna, esistono ancora, ma mi rendo conto che ormai nell’ambiente si parla una lingua un po’ diversa. Che si tratti della “novità dello Spirito” o di confusione delle lingue come a Babele, è tutto da verificare. Epperò, trovo che molto è cambiato, non sempre in meglio, quando non si è perfino stravolto. Se mi permetto di parlare così è perché si tratta di una cosa che amo e perciò mi riguarda:

I care - Don Milani

Per farmi coraggio ed oppormi resistenza, comincio a riportare l’indice:

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Come si vede, i temi sono perfino di scottante attualità, ma le orecchie sono disposte ad ascoltare parole e argomentazioni che, pur datate, sono quelle che ci hanno dato un San Benedetto Menni ed un San Riccardo Pampuri (lui così appassionato delle  citazioni bibliche latine  che qui sono diffuse). Temo che possano stridere a contatto di una mentalità che si sente moderna per definizione, ossia per ragioni puramente anagrafiche, che vorrebbe tradurre tutto all’essenziale, salvo smarrirsi poi o desistere al primo impatto con la dura realtà del vivere, per il mancato esercizio della disciplina ascetica.

Ma il processo di secolarizzazione che ci prende un po’ tutti, non indebolirà fino all’estinzione le basi della fede. Quella che viviamo assomiglia più alla notte oscura dei sensi. Stiamo assistendo, anzi, siamo spettatori ma anche protagonisti di una purificazione più radicale dell’immagine di Dio. Così che le nuove generazioni potranno vivere una fede “pura e nuda“, senza falsi sostegni.

Siamo chiamati a credere che Dio attua il suo regno e trasforma il mondo con segni poveri: beato chi è paziente e non si scandalizza dell’umiltà di Dio. Nella fede è grande chi si fa piccolo e lascia spazio alla misericordia di Dio, anche quando risulta poco comprensibile per il sentire umano.

San Giovanni BattistaGuardando il Battista, uomo integerrimo, austero, si percepisce che aspettava un Messia che avrebbe attuato un giudizio severo e visibile di Dio. Ma il comportamento di Gesù, paziente e misericordioso, non combacia con le sue attese. La vera prigione del Battista non sono le quattro pareti nelle quali Erode lo ha rinchiuso, ma è il silenzio di Dio, la povertà dei suoi segni.

E’ spiazzato; il suo confronto col progetto di Dio non è per lui indolore, ma gli comporta una profonda conversione. Se Giovanni Battista è grande, più che un profeta, non lo è per l’austerità della sua vita, ma perché si è fatto povero, si è svuotato dei suoi progetti per conoscere e accogliere la volontà di Dio. In quell’esperienza di segregazione, ha riformato le sue attese, ha approfondito la sua speranza e così ha potuto rendere testimonianza a Gesù, venuto a realizzare le promesse che Isaia aveva fatto al suo popolo: che Dio sarebbe intervenuto a salvarlo, a guarire i ciechi, i sordi, gli zoppo e i muti. A evangelizzare (essere buona notizia per…) i poveri.

Questa trasformazione può avvenire in noi solo attraverso L’INTIMITA’ CON GESU’. Pena il restare imprigionati nei nostri poveri schemi mentali. 

Alla domanda: “Che cosa mi manca ancora ?“, la risposta che ci danno gli autori è convincente:Davanti al silenzio, alla povertà, all’umiliazione del tabernacolo, comprendi che non hai venduto tutto“. Questo cedere, rinunciare al proprio punto di vista,  è più doloroso del vendere case, terreni e dare il ricavato ai poveri.

Santi Giovanni di Dio - Giovanni Grande - Riccardo Pampuri - Benedetto Menni

_Scan10400Nel giugno del 1975, quando io avevo 33 anni,  l’ Abbé Pierre inFaim et soif– Fame e sete – andava scrivendo:Dico a voi giovani! Divantate competenti. Siate appassionati. Abituatevi a essere padroni di voi stessi. Dominatevi per poter essere efficaci, per essere all’altezza di quel compito meraviglioso che è davanti a voi e che vi mostra  la vera grandezza dell’uomo“.

Ed aggiungeva:

Cosa sono quei cinquanta o ottant’anni che sono offerti a ognuno di noi per imparare ad amare! Se entrate nella vita con la volontà di essere felici e al servizio della felicità di tutti in modo competente, qualificato ed efficace, allora il fatto che voi abbiate vent’anni oggi è davvero invidiabile“.

Poi passava ad un’autocritica:

Noi adulti siamo spesso ingiusti con voi giovani, non vi capiamo e vi accusiamo, mentre se avessimo il coraggio di guardare con lucidità le cose per quello che sono, e la realtà dei tempi nei quali non avete scelto di nascere, tutto sarebbe diverso…E’ assolutamente comprensibile che vi sentiate disorientati, e che abbiate paura, come dite voi, di essere “inglobati dal sistema”, e di farvi trascinare in una grottesca corsa a consumare sempre di più, per trovare alla fine solo la tristezza.

Avete però il privilegio di entrare nella vita in un’epoca in cui disponete come mai prima di mezzi attraverso cui realizzare la felicità del massimo numero di persone. Tocca a voi cominciare a far esplodere la gioia degli uomini nell’incontro, non con il “falso Buon Dio” che è morto, ma con lo splendente, vero viso del Sempiterno che è Amore. 

A voi giovani dico coraggio  e buon lavoro!”.

Queste parole anch’esse datate, rilette a distanza, dopo aver perso da poco una figlia di 34 anni,  proprio l’8 Marzo di quest’anno 2013, festa di San Giovanni di Dio, mi suonano come un ricostituente.

Padre Tarcisio Morini o.h. 2Quand’ero giovane, anch’io come tanti, ho pensato che avrei sprecato la mia vita se le mie realizzazioni che avevo in mento non fossero state socialmente riconosciute. Oggi, credo fortunatamente  in questa espressione:

Ogni piccola azione della vita quotidiana, anche se può sembrare assolutamente banale, partecipa alla creazione di un mondo più giusto. Quindi nessuna delle nostre azioni è vana“.

Che è poi la spiritualità sulla quale il giovane Pampuri, in 33 anni, ha costruito la sua santità. Cosa che gl’invidio assai, proprio perché, alla mia età, è la mia maggiore sconfitta!

Ma come si passa nelle sconfitte?

Non lo so. Ognuno ha un suo modo. Io ho un ottimismo forse istintivo ma anche costruito giorno per giorno, proprio su quella pagine del Padre Tarcisio e con l’aiuto delle sue “meditazioni quotidiane” ancor prima che uscisse il libro, nell’Aspirantato di Brescia: il Signore è con me, non mi abbandona!:

  • Il Signore è vicino a chi ha il cuore spezzato,
  • egli salva gli spiriti affranti. Sal 33 (34)

P. Tarciso Morini

I motivi del mio disagio derivano dal fatto che sono passati cinquant’anni dalla pubblicazione (1964) e, sia nella Chiesa che nell’Ordine Ospedaliero si sono susseguiti tanti avvenimenti. A cominciare dal più importante, il Concilio Vaticano II,  in quattro sessioni, dal 1962 al 1965, sotto i pontificati di Giovanni XXIII e Paolo VI. E furono promulgate quattro Costituzioni, tre Dichiarazioni e nove Decreti che in cinquant’anni hanno indotto anche ad una modifica espressiva delle verità eterne che il GESU’ INTIMO non ha potuto beneficiare se non in parte.

P. Tarcisio Morini ohComunque, ora che mi sono auto-rincuorato, ho deciso di ricopiare il primo capitolo com’è. Poi si vedrà. E, se vi sarà un qualche lettore, ne faccia l’uso che meglio crede. Tanto, male questa medicina non fa né a consacrati né a laici. Sappia almeno che un sacerdote, morto nella sua piena maturità, ha riscritto queste pagine con gli occhi fissi al Tabernacolo e l’orecchio teso,  per recepire la flebile voce dello Spirito che non urla ma sussurra. Sono convinto che, se non altro, almeno a me,  queste parole saranno di giovamento in questa fase della vita che volge al tramonto. O, per dirla con L’Abbé Pierre, che va verso le Vacanze Proprio perché per me ormai si fa sera, come allenamento in vista della salita verso la Luce, mi farà bene rispolverare i vecchi strumenti atletici, rimasti a lungo depositati in cantina.

San Giovanni di Dio e il Crocifisso ovaleRECEDANT VETERA, NOVA SINT OMNIA

Mille volte ho cantato davanti al Sacramento queste parole dell’inno eucaristico: “Sacris solemniis juncta sint gaudia, / Et ex preconiis sonent praeconia; … / Recedant vetera, nova sint omnia, / Corda, voces, et opera”.

Il poeta così traduce:

  • si esterni quel gaudio che il cuore ci innonda
  • del patto vetusto non più si favelli,
  • sol cantisi il metro dei riti novelli;
  • Sia nuova ogni cosa nel labbro, nel cuore,
  • nell’opra che spieghi dell’alma il fervore“.

Il senso delle parole è questo: L’ Eucaristia è la novità assoluta per il mondo e per tutti i tempi. E’ un Evento di portata cosmica ma che assume significato solo se si entra nel mistero. E’ una novità prorompente, che “costringe” ad un rinnovamento della propria persona. Corda, voces, et opera. ” : questo Evento coinvolge il cuore, la parola e le azioni. Nulla della nostra natura resta escluso.

Ma perché ho fatto questa citazione? Perché gli autori del GESU’ INTIMO lo sapevano benissimo e, se hanno scritto, è proprio perché ci credevano seriamente alle novità dello Spirito. 

Fatebenefratelli-Hermanos Hospitalarios

Sant'Agostino vescovo d'IpponaI Fratelli Ospedalieri di San Giovanni di Dio, tradizionalmente appartenenti agli Ordini dei Mendicanti. Dopo cinque secoli, qualcuno ha cominciato a mettere in forse questa appartenenza, sostenendo che “non siamo monaci” ma laici come San Giovanni di Dio che non è mai stato un religioso legato da voti. Anche la Regola di Sant’Agostino, la cui lettura comunitaria un tempo era obbligatoriamente settimanale, sembra finita in soffitta.

Riporto di seguito gli ordini mendicanti ancora attivi, elencati in ordine storico giuridico di precedenza:

  1. Predicatori;
  2. Minori;
  3. Minori Conventuali;
  4. Minori Cappuccini;
  5. Terziari Regolari Francescani;
  6. Agostiniani (Eremitani);
  7. Agostiniani Recolletti;
  8. Agostiniani Scalzi;
  9. Carmelitani;[
  10. Carmelitani Scalzi;
  11. Trinitari;
  12. Mercedari[;
  13. Mercedari Scalzi;
  14. Servi di Maria;
  15. Minimi;
  16. Fatebenefratelli;
  17. Betlemiti.

Tra gli ordini mendicanti soppressi o estinti:

  1. Gesuati;
  2. Eremiti di Monte Senario;
  3. Ambrosiani;
  4. Scalzetti.
  5. Ospedalieri di Sant’Ippolito.[9]

La caratteristica generale degli ordini mendicanti, in origine, era la totale mancanza di proprietà sia individuale che collettiva da parte dei frati, i quali gestiscono totalmente in comune i beni presenti nel convento. L’obbligo alla povertà e la pratica della raccolta delle elemosine (ormai quasi totalmente abbandonata) vennero progressivamente limitate: nel 1475 papa Sisto IV abolì la mendicità come forma di reddito e il concilio di Trento, pur mantenendo il divieto all’acquisizione di benefici ecclesiastici, permise agli ordini mendicanti di possedere, collettivamente, delle rendite.

Un’altra essenziale differenza dagli ordini monastici e da quelli di canonici regolari era nella loro organizzazione giuridica: i frati non sono legati a vita a un singolo convento, ma possono essere trasferiti in base alle esigenze di cura d’anime; le loro comunità non costituiscono entità autonome, ma sono federate in province e sottoposte a un capo supremo (Maestro generale per i domenicani, Ministro generale per i francescani) la cui giurisdizione si estende su tutti i membri dell’ordine; tutti i superiori (sia dei singoli conventi, che quelli provinciali e i generali) sono eletti direttamente dai membri dell’ordine e il loro mandato era a termine.[1]

Data la temporanea impossibilità, stabilita dal Concilio Lateranense IV, di far sorgere nuove regole, i frati adottarono la regola benedettina (di Benedetto da Norcia) o a quella agostiniana (di Agostino), eccetto i frati minori, perché Francesco d’Assisi volle e ottenne da Onorio III una regola propria.

Famiglia di San Giovanni di Dio

Questa sarebbe la nuova “FAMIGLIA DI SAN GIOVANNI DI Dio” secondo l’ indirizzo attuale del Capitolo Generale. 

Fratelli Ospedalieri

Un gruppo di Fratelli Ospedalieri secondo il nuovo indirizzo.

Pastorale vocazionale

Un gruppo di addetti alla Pastorale vocazionale.

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1 – UNA COSA TI MANCA

La domanda

Padre Tarcisio Morini

“E’ uno dei momenti più opportuni, questo, trascorso vicino al tabernacolo, per rivolgere a Gesù una domanda che spesso hai nel cuore, o non ben formulata o nettamente sbagliata: Quid faciam ? [CHE FACCIO?]

Anche tu, come il giovane del Vangelo, pur sentendoti buono, non sei soddisfatto: Quid adhuc mihi deest? – Che cosa mi manca ancora?

Davanti al silenzio, alla povertà all’umiliazione del tabernacolo, comprendi che NON hai venduto tutto.

  • Non sei esatto nella fedeltà alle promesse,
  • nel compimento dei tuoi doveri,
  • nell’osservanza delle Regole,
  • delle norme che devono reggere la tua vita religiosa,
  • perché non ti sai staccare da certe comodità:
  • sei contento rispetto alla carità fraterna, perché sei troppo affezionato a te;
  • e, se mancanze notevoli non devi lamentare, però sei lontano dalla finezza che Gesù userebbe al tuo posto.
  • Forse non sei soddisfatto neppure della tua purezza:
  • ti accorgi di non essere un cristallo;
  • le tentazioni – delle quali pertanto non hai colpa – lasciano qualche strascico;
  • il cuore disperde qua e là la sua capacità di amare;
  • gli spettacoli del mondo trattengono più del conveniente la tua fantasia;
  • non hai tagliato ancora recisamente i tuoi rapporti col mondo, non procedi con azione decisiva  in tale separazione.

Gesù, che cosa mi manca perché la mente sia serena, il cuore in pace, l volontà salda e tranquilla?

LA RISPOSTA

Ti manca la conoscenza e l’amore personale di Gesù.

Tu non conosci abbastanza Gesù Cristo: lo conosci solo, o più che altro, esteriormente, attraverso il catechismo, la scuola di Religione, le prediche, qualche lettura.

Bisogna che tu spinga sempre più lontano la conoscenza intima di Colui che è il tuo grande Amico, Colui che nessuno può sostituire, mentre, solo, Egli tiene posto di tutto il resto: Colui che non tradisce, che rimane sempre fedele e, anche nelle ore in cui ti sembra lontano, è incessantemente vicino, vigilante su te per proteggerti contro i nemici, consigliere incomparabile e modello di cui nessuno può uguagliare la perfezione.

E’ impossibile conoscerlo, senza esser presi, per Lui, da un amore profondo, dominante tutti gli altri affetti. Se poi sviluppi questo amore mediante una conoscenza di Gesù portata sempre più avanti, diventerà una passione che dominerà tutte le altre: ti metterà nel cuore una forza irresistibile e ti condurrà a tutti gli eroismi (Goossens).

Giovanni Evangelista - ReniEgo vidi et testimonium perhibui [io l’ho visto e ho reso testimonianza (Gv 1,34)]: ogni Aspirante, ogni Religioso di San Giovanni di Dio, dovrebbe poter presentarsi ai malati come testimonio oculare di Gesù: conoscere Gesù ed amarlo come persona reale, comportarsi con Lui come una persona che si vede.

Anche fra i cattolici, anche fra i Religiosi, fra le anime pur desiderose di perfezione, quanti ve ne sono per i quali l’oggetto della fede – la risposta al Quem dicunt homines esse filium hominis (Mt XVI, 13) – è una pura astrazione, una formula dogmatica, piuttosto che una realtà e una persona vivente! La loro fede manca di quell’amore personale per Gesù che solo può appagare, fissare e conservare il nostro cuore (Grimal).

Guadagnare le anime a Gesù Cristo importa guadagnarle a una persona, prima ancora che guadagnarle a una vita. E come cole le guadagneremo a questa persona, se prima noi non dimostriamo, con l’amore verso essa, che ella è viva e reale? (Plus).

Dom Anscar VonierLa storia della santità cristiana ci mostra innumerevoli anime piene di amore i tenso e personale per Gesù Cristo. Questo amico tanto esclusivamente personale per Gesù Cristo…

Il fatto che Egli è una persona viva ci deve riempire d’una gioia senza limiti.

Gesù è davvero l’Amico universale; eppure mai c’è stato amico tanto esclusivamente personale per i singoli membri dela stirpe umana (Dom Anscar Vonier)

  1. Aspirante o Religioso da pochi o da molti anni, il progredire nella vita religiosa ha reso più personali i miei rapporti con Gesù?
  2. I miei studi religiosi non sono stati un’arida specilazione?
  3. La meditazione è un lavoro in profondità che si conclude con un progresso nell’amore verso Gesù?
  4. L’esercizio dei miei doveri, della carità è in un continuo stimolo a perfezionarmi nell’amore di Lui?
  5. Desidero di conoscerlo sempre meglio per comunicarne la conoscenza alle anime?
  6. Coltivo l’amore personale verso Gesù che dovrei vedere riflesso e presente in ogni malato e confratello?

ESAME 

  • Domando con una certa frequenza a Gesù: Che cosa devo fare?
  • Che cosa mi manca ancora, non per una ricerca inquieta, scrupolosa, ma per una serena e gioiosa ansia di piacerGli, di assomigliarGli?
  • C’è un punto della mia vita spirituale sul quale né io né il confessore , né i Superiori siamo soddisfatti?
  • Mi manca la conoscenza e l’amore personale di Gesù?
  • Mi sento testimonio oculare?
  • Tratto con Lui come se lo vedessi, parlo di  Lui come se l’avessi visto?
  • Non è anche per me un’astrazione Gesù, qualcosa di molto vago, di cui mi dimentico facilmente?
  • Provo una gioia senza limiti, capace di sgominare ogni malinconia, ogni tristezza, ogni impressione di solitudine, ogni ripiegamento su me stesso quando  rifletto che Gesù è una persona viva?
  • Nel ministero della carità ospitaliera, oltre la cura del corpo, attendo ad aprire alle anime la stessa sorgente di gioia?

PROPOSITO – Specialmente in chiesa  mi comporterò come se vedessi Gesù con  questi miei occhi.

GIACULATORIASignore, che io veda!

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COLLOQUIO Gesù, “visus in te fallitur” [la vista in Te s’inganna]: ma dall’altare dispensi tanta luce che mi permetterà di approfondire la conoscenza di te e di portare al’incandescenza l’amore: di vederti.

Come Aspirante o Religioso ne ho proprio bisogno  più degli altri. Ascolto, quasi venissero dal tabernacolo, le parole di San Bernardo:

  • Procurate tutti di conoscere Gesù:
  • domandate il suo amore:
  • cercate Gesù con animo ardente: l
  • a ricerca sarà alimento dell’amore:
  • Jesum omnes agnoscite, amorem ejus poscite: Jesum ardenter querite querendo inardescite”:
  • Maria, profer lumen caecis!”. Dà luce ai miei occhi, affinché vedano Gesù.

Padre Tarcisio Morini - Nocent-Angelo0063

Solo a settant’anni suonati capisco cose che ho sempre creduto di sapere ma che ora sembrano illuminarsi d’immenso.  

Padre Tarcisio Morini o.h. 2

In questa Cappella, davanti a questo Tabernacolo,

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 con il manuale di preghiere aperto a questa pagina, tante volte da adolescente, durante l’esame di coscienza, mi sono chiesto: “arriverò al 2000? Ma quanti anni potrei avere?” E lì mi mettevo a contare…in barba ai pensieri, parole, opere ed omissioni! Gli è che eravamo negli anni ’50 ed il calendario liturgico delle feste mobili presente nel manuale andava dal 1953 al 1981, che, a 14 anni,  significava già un bel tratto di strada. E siamo ancora qui…per grazia di Dio.

Ostensorio_Pellegrini

Dio, che Ti celi sotto questi vel,
trepido T’adoro e m’affido a Te;
tutto a Te, Signore, s’abbandona il cuor,
tutto esulta e freme, quando guarda Te.

Nulla al tatto, al gusto, nulla all’occhio appar;
ma la Tua parola io risento in cuor;
credo quanto disse il Divin Figlio,
Tu, ne sono certo, sei la verità.

Hai nascosto in croce la divinità;
qui tu mi nascondi pur l’umanità;
ma io credo e spero come il buon ladron:
quello ch’egli chiese chiedo anch’io a Te.

Vide Te Tommaso e credette allor;
senza ch’io Ti veda credo a Te, Signor;
fa che la mia fede cresca sempre più:
fammi in Te sperare arder sol per Te.

Vivo memoriale di Gesù che muor,
pane prodigioso, vita d’ogni cuor;
fa che questo cuore viva sol per Te:
nulla gli sia dolce quanto il Tuo sapor.

Pio pellicano, mio Gesù Signore,
dal peccato, grido, lavami, Signore!
Il Tuo sangue è fuoco, brucia il nostro error,
una sola stilla tutti può salvar.

O Gesù, che vedo sotto questi vel,
d’una sete grande spasima il mio cuor;
il Tuo volto santo possa contemplar
nella piena luce della gloria in ciel. Amen.

 

FATEBENEFRATELLI: CI SONO ANCORA MOLTI SEGNI… – Angelo Nocent

 

Cartoline

FATEBENEFRATELLI: INSIEME PER SERVIRE

Ci sono ancora molti segni che Gesù ha fatto» (Gv 20,20)

Rimescolando vecchie carte, in questi giorni m’è maturata questa riflessione che provo a condividere.

Giovanni Evangelista - ReniCuriosamente Giovanni, morto centenario e con molto tempo a disposizione, termina il suo vangelo premurandosi di avvertirci che avrebbe potuto continuare a scrivere su Gesù. Ma ha scelto di privarci per sempre di «molti segni che Gesù ha fatto». Il perché di questo rifiuto di dirci di più sul Verbo di vita non lo sapremo mai. Ma quale potrebbe essere la ragione di questa negazione?

Giovanni risponde sobriamente, affermando che i segni che ha messo per iscritto nel suo libro «ci sono stati messi perché crediate (…) e perché abbiate la vita nel Suo nome» (20,31).

Giovanni dunque ci lascia un libro volontariamente incompleto. Ma per lui i segni che ci sono dati sono sufficienti perché possiamo «credere in Gesù ed avere la vita nel Suo nome». E’ come se volesse responsabilizzarci.

Non dice tutto, perché noi, credenti,

  • avendo la Sua vita,
  • possiamo e dobbiamo esserne il seguito.
  • Le nostre vite possono diventare nuove pagine del Suo vangelo.

In alrtre parole, ci viene detto che

  • da lettori, adesso sta a noi essere attori,
  • aprirci al soffio di Dio,
  • essere segni di Gesù;

Ci viene detto

  • che ora il Vangelo potrà essere vissuto grazie a noi.
  •  che ora la vita di Gesù può dispiegarsi solo nella nostra.
  • La sua vita è impegnata nella nostra.

Ma non finisce qui:

  • come per il libro di Giovanni, anche le nostre vite non possono dire tutto su Gesù.
  • I segni che facciamo restano limitati, incompleti.
  • Perciò siamo sollecitati alla vigilanza e all’attenzione su ciò che accade sotto i nostri occhi:
  • altri uomini e donne a noi sconosciuti, sono pronti a prendere il testimone.
  • A diventare segni di Gesù a loro volta e a loro modo.
  • Come noi, anche costoro hanno «creduto in Gesù ed hanno la vita nel Suo nome».
  • Tocca ad essi scrivere nuove pagine del suo vangelo.

1-San Giovanni di Dio 9Mi viene in mente San Giovanni di Dio di cui sto leggendo biografie e lettere, la cui vita, dopo l’effusione dello Spirito all’Eremo dei Martiri, a Granada, è stata Vangelo vivo per il suo tempo.

A differenza degli altri, Francesco de Castro, il primo suo biografo, ha scritto di lui solo dopo aver sentito tante narrazioni orali, averle esaminate con pacata attenzione, rigorosa selezione, scartando quando non era in grado di verificarne l’attendibilità, meritandosi così assoluta credibilità. Se non ha potuto dire tutto del Santo uomo di Granada, ci ha tramandato sufficiente materiale di credibilità.

Epperò, altri dopo di lui hanno scritto con la vita nuove pagine. E noi siamo tra coloro che sono chiamati ad assumerci questo compito perché possiamo esserne il seguito di pagine viventi.

PENTECOSTE

L’elemento centrale della fede cristiana è la resurrezione di Gesù di Nazareth, che è festeggiata il giorno di Pasqua.

San Giovanni di Dio 22Ma quest’evento ha diverse sfaccettature che si dispiegano in altre feste come l’Ascensione e la Pentecoste, che fanno parte del mistero pasquale. C’è un modo di celebrare Pasqua che fa dimenticare che, prima della resurrezione, c’è stata la morte di Gesù, una morte vera. E’ quello che ci richiama la festa dell’Ascensione, durante la quale Gesù scompare da questo mondo.
La resurrezione non è la rianimazione del corpo di Gesù. Già la tomba vuota significava che bisognava rinunciare al corpo di Gesù. Anche nelle apparizioni di Gesù, dopo la sua resurrezione, i suoi discepoli non lo riconoscono, è qualcun altro e tuttavia, in un secondo tempo, hanno la certezza che è anche lui. E’ riconosciuto da segni:

  • la frazione del pane per i discepoli di Emmaus (Lc 24, 13-35),
  • una pesca miracolosa per gli apostoli che avevano ripreso il loro mestiere dopo la morte di Gesù (Gv 21).

Curiosa presenza!

Gesù risortoE’ la Pentecoste che significa questa nuova forma di presenza. Questa festa potrebbe chiamarsi la festa della nuova presenza di Gesù tra di noi, una presenza non più materiale, ma spirituale. E’ ora il tempo dello Spirito che Gesù aveva promesso di mandare (Gv 16, 7 e seguenti).

L’irruzione dello Spirito si riconosce dai suoi effetti:

  • apertura delle porte del Cenacolo, nel quale i discepoli si erano rifugiati;
  • sparizione della paura che li teneva rinchiusi;
  • audacia di mostrarsi e di parlare davanti a tutti con persuasione.

L’esperienza di questo dono dello Spirito è stata vissuta dai discepoli sotto forma di vento e di fuoco.

  • Il vento è una circolazione di aria, che è simbolo dello spazio necessario per respirare, muoversi ed entrare in relazione senza schiacciarci reciprocamente; quando siamo troppo stretti, diciamo volentieri: «Lasciatemi respirare».
  • Quanto al fuoco, illumina e riscalda. Abbiamo dunque un luogo illuminato dalla conoscenza: i discepoli comprendono dall’interno che è veramente Gesù e qual è il suo messaggio; sperimentano quello che aveva annunciato Gesù: «Quando verrà lo Spirito di verità, vi condurrà alla verità tutta intera» (Gv 16,13).
  • E’ anche uno spazio caloroso nel quale possono svilupparsi la fiducia e l’amore reciproco.

Questi sono i segni della sua presenza che Gesù ci dà oggi.

Dovunque appaiono queste manifestazioni dello Spirito, Gesù è presente. Là dove sono la Carità e l’Amore, Dio è presente. Ubi caritas et amor, Deus ibi est.

Del resto, è ciò che ci fa capire anche il racconto del cosiddetto Giudizio universale:

«Quando ci è capitato di vederti affamato e ti abbiamo dato da mangiare, assetato e ti abbiamo dato da bere, straniero e ti abbiamo accolto, nudo e ti abbiamo vestito, malato o prigioniero e siamo venuti a visitarti? Ed il re risponderà loro: “In verità vi dico, quando lo avete fatto al più piccolo dei miei fratelli, lo avete fatto a me”» (Mt 25, 37-40).

  • E’ nella qualità della condivisione e del dialogo con gli altri che Gesù si rende presente.
  • Così come nella condivisione eucaristica possiamo parlare di presenza reale;
  • a contrario, forse possiamo dubitare di quella in alcune Eucaristie nelle quali manca una dimensione comunitaria.

La forza che spinge ad uscire da casa propria, da se stessi, è il segno di un invio. Poco prima di sparire agli occhi dei suoi discepoli, Gesù li manda: «Riceverete una forza… Mi sarete allora testimoni a Gerusalemme, in tutta la Giudea e la Samaria e fino ai confini della terra» (At 1,8).

Si tratta di una missione universale, valida per tutti e tutte. «Andate nel mondo intero, proclamate la Buona Notizia a tutta la creazione» (Mc 16,15). E’ ciò che iniziano a fare nel giorno di Pentecoste. Perché non si tratta di fermarsi a guardare il cielo.

Questa Buona Notizia è la stessa di quella annunciata da Gesù con i suoi comportamenti. Quando i discepoli escono dal Cenacolo dopo quest’evento, la loro lingua è capita da tutti, perché è la lingua dei comportamenti, una lingua che parla a tutti e tocca ciascuno al cuore: è la possibilità per tutte e tutti di essere amati ed accolti, di vivere pienamente e liberamente, di ritrovare la propria dignità, di conoscere ed essere conosciuti. E’ così che Gesù può promettere: «Ed io sono con voi per sempre» (Mt 28,20).

Una fra le innumerevoli manifestazioni dello Spirito, ce non sia anche la GLOBULI ROSSI Company, una costoletta di San Giovanni di Dio e San Riccardo, che, senza ambizioni o presunzioni, vuol semplicemente dire cristiani nella società, nella Chiesa locale, – dunque anche nelle istituzioni socio-sanitarie ma non solo – come presenze vive e testimoni di amore evangelico nella vita di ogni giorno, per via del mandato battesimale: “portate i pesi gli uni degli altri”.

San Paolo apostolo-tangi(Gal 6, 1-6) …Portate i pesi gli uni degli altri, così adempirete la legge di Cristo. Se infatti uno pensa di essere qualcosa mentre non è nulla, inganna se stesso. Ciascuno esamini invece la propria condotta e allora solo in se stesso e nn negli altri troverà motivo di vanto: ciascuno infatti porterà il proprio fardello. Chi viene istruito in dottrina, faccia parte diquanto possiede a chi lo istrisce”.

Abbiamo pertanto doni diversi secondo la grazia data a ciascuno di noi.

Chi ha il dono della profezia la eserciti secondo la misura della fede; chi ha un ministero attenda al ministero; chi l’insegnamento all’insegnamento; chi l’esortazione all’esortazione. Chi dà, lo faccia con semplicità; chi presiede, lo faccia con diligenza; chi fa opere di misericordia, le compia con gioia (Rom 12,6-8).

Accanto a tanti fermenti positivi, assistiamo anche a un lento progressivo processo di secolarizzazione del nostro tempo nel quale ad una società dei valori si è ormai sostituita una società competitiva che non rispetta l’uomo per quello che è ma solo se in grado di prendere e vincere.

Buona notiziaOgnuno di noi è insignificante, ma fino a un certo punto. Siamo battezzati e cresimati, quindi portatori di un Messaggio di grande attualità perché è la “BUONA NOTIZIA”. Pertanto, dobbiamo sentirci provocati, pungolati a non metterci in salvo dal “nuovo paganesimo” ma a condividere in nome della carità la vita delle persone.

Come? “Penetrando” la società moderna con lo spirito della Chiesa delle origini. E’ infallibile: a cominciare dai giovani, chi assaporerà la spiritualità del Vangelo gusterà la gioia di vivere da fratelli in Cristo.

San Riccardo Pampuri: Eccomi !Per non dire di san Giovanni di Dio, questo messaggio che vediamo ben incarnato nel laico Dr. Erminio Pampuri e nel religioso Fra Riccardo, è per tutti, uomini e donne, chiamati a vivere la propria esistenza nell’oggi, nella famiglia o nella vita di consacrazione, nella propria professione o nel tempo libero. Tale consapevolezza deve accompagnarci nella quotidianità.

Se il fulcro della spiritualità di San Riccardo Pampuri è la carità che spinge a farsi carico del fratello e della comunità umana, essa si esplicita nei rapporti interpersonali e si proietta nella azione missionaria ed evangelizzatrice. Vivere la Carità nelle relazioni interpersonali significa oggi come sempre, andare al cuore della convivenza umana per instaurare un nuovo modello di socialità normato da una legge di amore.

L’ideale è la comunità dei primi cristiani che viveva “un cuor solo e un’ anima sola” facendo della carità la prima ed irrinunciabile regola di convivenza umana e il mezzo più idoneo per stare vicino ai propri contemporanei e per annunziare il Vangelo di Cristo.

San Riccardo, da medico condotto, scriveva alla sorella suor Longina missionaria al Cairo, che sentiva fortemente il bisogno di una regola di vita. Abbracciando il convento, si è trovato a vivere sotto la Regola di Sant’Agostino che si apre in questi termini:

  • Scopo e fondamento della vita comune.
  •  Questi sono i precetti che prescriviamo a voi stabiliti nel monastero.
  • Il motivo essenziale per cui vi siete insieme riuniti è che viviate unanimi nella casa e abbiate unità di mente e di cuore protesi verso Dio.
  • Non dite di nulla: “È mio“, ma tutto sia comune fra voi. Il superiore distribuisca a ciascuno di voi il vitto e il vestiario non però a tutti ugualmente, perché non avete tutti la medesima salute, ma ad ognuno secondo le sue necessità. Infatti così leggete negli Atti degli Apostoli: Essi avevano tutto in comune e si distribuiva a ciascuno secondo le sue necessità “.

Se io ho un profondo rapporto con il Signore Gesù e vivo un’intensa esperienza di preghiera (non necessariamente solo di formule) io cristiano trovo il significato dei miei giorni per una vita appassionata, segnata dalla speranza e riscaldata dall’amore.

Gli è che siamo chiamati ad incarnare l’ “Ubi charitas et amor”:

Com’è bello, Signor, stare insieme,

ed amarci come ami tu:

qui c’è Dio. Alleluia !


1. La carità è paziente, la carità è benigna,
comprende, non si adira e non dispera mai.

2. La carità perdona, la carità si adatta,
si dona senza sosta con gioia e umiltà.

3. La carità è la legge, la carità è la vita,
abbraccia tutto il mondo e in ciel si compirà.

4. Il pane che mangiamo, il corpo del Signore,
di carità è sorgente e centro di unità.

Riccardo ha detto al mondo e lo ripete oggi anche a noi che vivere nell’amore è stupendo: Amatevi gli uni gli altri come io vi ho amati”: ecco il comandamento dei cristiani, l’unico che, se attuato in verità, consente di riconoscere i discepoli di Gesù (cf. Gv 13,35)

Gesù - Amatevi come vi ho amati
Erminio Pampuri ha faticato molto per trovare la sua strada. Un lungo cammino fatto di difficoltà. Il carisma di San Riccardo alla fine è il medesimo del suo patriarca San Giovanni di Dio, un laico randagio braccato dallo Spirito a quarantatré anni di desideri, di tergiversazioni, di entusiasmi passeggeri.

Giovanni, “el mendigo de Granada”, sembra un randagio che non sa o non vuole scegliere la sua via;

  • è sempre un viaggiatore senza meta;
  • un camminatore con l’ansia dell’arrivo;
  • ma che non trova mai il posto dove posarsi e stabilirsi;
  • un inquieto, sia pure in cerca di Dio,
  • ma che non trova la sua pace in nessun angolo della terra,
  • senza un mestiere perché ne cambia troppi.

Come si sente in lui l’uomo ricercatore di Dio !

  • L’uomo instabile,
  • l’uomo, il vir desideriorum,
  • l’uomo che non sa decidersi,
  • l’uomo, il solitario camminatore alla conquista  della felicita!

( http://sangiovannididio.altervista.org/blog/

1-San Giovanni di Dio 9A partire dal nostro “randagismo”, GLOBULI ROSSI significa ispirarsi a chi ha conosciuto gli sbandamenti, gli avvilimenti ma che, ad un certo momento ha trovato…E s’è buttato anima e corpo. Ognuno, da persona libera, sottomessa allo Spirito, cerchi la propria originalità e peculiarità per esprimere la comune spiritualità.

Melograno-001Siamo come i “chicchi” di un melograno evengelico rappresentato da santi e martiri che si sono consumati fino a dare la stessa vita per la Carità.

Avanti! C’è posto per tutti: religiosi, sacerdoti, bambini, giovani, coppie di sposi, intere famiglie, vedove, gruppi, amici, volontari…

cenacolo-di-gerusalemmeAbbiamo le spalle coperte perché partiamo da Gerusalemme, da quel: “Ho desiderato ardentemente di celebrare questa Pasqua con voi, di mangiare questa Pasqua con voi”.

Ed oggi proviamo ad ispirarci a un testimone contemporaneo chi ha creduto alle parole del Maestro: il vescovo Don Tonino Bello, che ripete alla sua Chiesa, mentre lotta, divorato da un tumore:

don ToninoSono le parole che Gesù disse prima dell’ultima cena proprio nel Giovedì Santo. E anch’io ho desiderato ardentemente di mangiare questa Pasqua con voi; e Gesù dice “prima che io me ne vada”. Ma io non so se me ne andrò, chissà come piacerebbe a me, l’anno prossimo, di poterci trovare ad una solenne smentita, e poter dire: “guarda, ti ricordi che differenza?” e allora renderemmo grazie al Signore. Per adesso, via, andiamo avanti, con grande gioia.

Io ho voluto prendere la parola per dirvi che non bisogna avere le lacrime, perché la Pasqua è la Pasqua della speranza, della luce, della gioia! Dobbiamo sentirlo! Io lo sento veramente, perché è così, perché il Signore è risorto, perché è al di sopra di tutte le nostre malattie, le nostre sofferenze, le nostre povertà; è al di sopra della morte. Quindi ditelo!

Ecco, aggiungo un altro compito a casa: ognuno di voi a qualcuno, a qualche parente che non sta bene, a qualche ammalato. Ditelo: che stai lì…? Lo sai che c’è Gesù vicino a te!? Certo, chi sta a letto la luce del sole domani la vedrà attraverso le finestre – Io, oggi, ho ringraziato il Signore e ho detto: “Da quanto tempo non vedo il sole!” – Comunque, anche se non vedrete la luce del sole direttamente, e la vedrete attraverso le finestre – e gli alberi accarezzeranno le vostre porte e sentirete il canto degli uccelli da fuori – non importa, non importa!

Ci sarà il tripudio, il tripudio pasquale, la gioia pasquale, che penetra come la luce sotto le fessure della porta a raggiungere tutti; e raggiunga soprattutto voi, che godete di buona salute, che potete aiutare gli altri, che date una mano a coloro che soffrono.

Voglio dire: mi raccomando, domani, non contristate – per nessuna amarezza, di casa vostra o per qualsiasi altra amarezza – non contristate la vostra vita! – “Al risorto non è lecito stare se non in piedi, in piedi!” – lo dicevano i padri della Chiesa.

Vi faccio tanti auguri, tanti auguri di speranza, tanti auguri di gioia, tanti auguri di buona salute, tanti auguri perché, a voi ragazzi, ragazze, i sogni fioriscano tutti. Tanti auguri perché nei vostri occhi ci sia sempre la trasparenza dei laghi e non si offuschino mai per le tristezze della vita che sembra ci sommergano.

Vedrete come, fra poco, la fioritura della primavera spirituale inonderà il mondo, perché andiamo verso momenti splendidi della storia, non andiamo verso la catastrofe. Ricordatevelo!

Non sono allucinazioni di uno che delira per la febbre. E’ vero, andiamo in alto, andiamo verso punti risolutori della storia, verso il “punto Omega” Gesù, che è il “punto Omega”, cioè la “zeta”.

  • Potete dirlo… L’ultimo punto dell’alfabeto.
  • In Italiano è “Zeta”,
  • in latino è “Zeta”,
  • in greco è “Omega”,
  • in ebraico “Tau”;
  • il “Tau”, che molti di voi hanno, è l’ultima lettera dell’alfabeto ebraico.
  • E noi andiamo verso l’ultima lettera dell’alfabeto, non verso la fine, ma verso l’inizio!
  • Quindi, gioite!

Il Signore vi renda felici nel cuore, le vostre amicizie siano sincere. Non barattate mai l’onestà con un pugno di lenticchie. Poi vorrei dirvi tante cose, soprattutto vorrei augurarvi la pace della sera, quella pace che si sentiva un tempo quando ci si ritirava vicino al focolare. La pace della sera, quella che possiamo sentire anche adesso, se noi recideremo un pò dei nostri impegni così vorticosi, delle nostre corse così affannate.

Coraggio! Vogliate bene a Gesù Cristo, amatelo con tutto il cuore, prendete il Vangelo tra le mani, cercate di tradurre in pratica quello che Gesù vi dice con semplicità di spirito.

Amate i poveri perché è da loro che viene la salvezza, ma amate anche la povertà. Non arricchitevi, non arricchitevi! Non vale. Nel gioco della vita è sempre perdente chi vince sul gioco della borsa.

Vi abbraccio tutti, ad uno ad uno, e in modo particolare, dal momento che avete fatto questo sacrificio stamattina, voi della mia comunità parrocchiale, a partire da Don Gigi, il parroco della mia comunità parrocchiale, e voi delle comunità vicine…

Grazie per questa vicinanza, che mi fa sentire il vostro calore, il vostro affetto. Io, per parte mia, non posso fare altro che ripagarvi con la mia preghiera e col mio sacrificio.

Ai miei sacerdoti vorrei ribadire tutto quello che nell’Omelia è stato detto, ma ad uno ad uno, nessuno escluso, neppure qualcuno col quale ci può essere stato qualche motivo di screzio, perché c’è sempre.

Vorrei dire a tutti, ad uno ad uno, guardandolo negli occhi: ti voglio bene!

Così come, non potendo adesso stringere la mano di tutti, devo ritirarmi, e, quindi, mi dispiace, di non poter dare la mano a tutti, però, venendo vicino a voi, così, personalmente voglio dire: Ti voglio bene!

Auguri di Buona Pasqua!»

Persone così sono come “globuli rossi” somministrati a un paziente anemico, la maschera di ossigeno a chi è in affanno.

Dio sopra tutte le cose del mondo. Amen Gesù.

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FATEBENEFRATELLI: INSIEME PER SERVIRE – CONCLUSIONI DEL PRIORE PROVINCIALE Fra Raimondo Fabello o.h.

 

Cemmo, arte rupestre. Località del convegno

CONCLUSIONI  DEL PRIORE PROVINCIALE

Fra Raimondo Fabello o.h.

fra-raimondo-fabello-lamico-in-cielo-150x150Credo di non dover aggiungere molto a tutto quello che è stato detto e tutto quello che abbiamo imparato con l’aiuto di Dio. Alcune cose che volevo dire alla fine, sono già state delle dai relativi capigruppo, quindi è inutile starle a ripetere. 

lo vorrei dire soltanto che mi pare, anche da quanto è stato detto, che lo scopo del corso ha risposto alle aspettative, si potrebbe dire anche discretamente.

Abbiamo avuto due insufficienze, non so se per ché è stato sbagliato nel questionario. Sul contenuto del corso ci sono state due insufficienze soltanto.

Un altro discorso che era uscito un po’ come contestazione era quella degli infermieri professionali che non hanno avuto la relazione magistrale. In effetti può essere una carenza, però io mi chiedo che allora tutti gli altri gruppi dovevano fare la loro relazione magi strale allo stesso livello. Credo che alla fine del corso questo sia altrettanto chiaro, non si parlava di infermieri si parlava di operatori, quindi se il sottoscritto, la dottoressa Inzoli o il dottor Pulici avessero avuto un alternarsi in questo momento era proprio il caso di metterla, perché non parlavano come medici ma in riferimento ad un tema specifico che era affidato a delle persone. Credo che alla fine di tutto,  forse questo discorso  può perdere un po’ del suo peso.

Fra Raimondo Fabello incontra Giovanni Paolo IIDevo confermare la carenza dei nostri Priori prima di tutto e anche degli altri responsabili all’interno della casa. Ci sono difficoltà dappertutto, ci sono anche per i belli.

Per quanto riguarda i Priori, il 18giugno saranno tutti informati, e sentiranno la lamentela che è nata dal Convegno.

E già stato accennato al valore fondamentale che ha avuto il lavoro di gruppo in questo Convegno, lo recupero soltanto per dire che, forse anche all’interno delle casa dove tornerete, ci sarà probabilmente la necessità di sostenere questo gruppo. Nella domanda di valutazione, mi pare quella relativa ai singoli gruppi delle case, c’era la domanda se vi sentivate di partecipare in futuro in alcune cose o comunque impegnarvi come gruppo.

Se non erro, mi pare che le risposte siano tutte risultate positive. Questo è un fatto importante proprio di mettersi nel gruppo a discutere come avete fatto qui, senza pretendere di arrivare chissà dove prima di non essere chiaro il discorso all’interno del gruppo. Il detto gruppo, possibilmente allargato. Come qua ci saranno dei problemi, bisognerà cercare di risolverli.

Credo che, non so se posso dirlo perché i Priori magari qui presenti mi sconfesseranno, oggi io ho l’impressione netta, e l’ho detto molte volte anche ai Priori, che i Priori hanno un po’ paura della forza di chi hanno davanti, cioè hanno paura dei, chiamiamoli, dipendenti in questo momento, hanno paura di tutti  quei problemi che spesso vengono portati avanti e qualche volta non se la sentono di mettersi in contatto.  Credo che questi gruppi, come sono nati oggi, hanno la possibilità di recuperare anche questa integrazione all’interno della comunità. I  Priori, non tutti. Quindi io credo che il discorso del gruppo è importante posto anche all’interno delle Comunità dove tornerete.

Dicevo prima, ma è già stato fatto, bisogna che ringraziamo il Padre Eterno anche perché mi ha fatto notare che noi spesso figuriamo più come datori di lavoro, che non come religiosi. Se questa è l’immagine forse è un’immagine sbagliata anche se purtroppo o per fortuna, siamo sia datori di lavoro che religiosi.

Fra Raimondo Fabello al microfonoIo ritengo che quando la Santa Madre Chiesa ha approvato l’Ordine Religioso, lo dicevo già all’inizio, ci ha chiamato «Ordine Ospedaliero di San Giovanni di Dio». Ci sono anche degli esempi storici che ci hanno ftatto notare spessissimo come quando non abbiamo operato in Ospedali nostri spesso queste esperienze sono fallite. Ancora ai giorni nostri questo non vuol dire che io sia per l’ospedale a tutti i costi, però ci so no delle esperienze storiche anche attuali che fuori dall’ospedale, non dico fuori perché vengono fatte fuori dall’ospedale, ma che non hanno comunque riferimento con l’ospedale, non danno l’impressione di tenere, quindi io credo che come siamo stati approvati come Ordine Ospedaliero di San Giovanni di Dio, lo dicevo anche nella relazione finale, probabilmente ancora oggi il nostro centro dev’essere l’ospedale; dal quale può uscire, possono muoversi anche altri tipi di attività, ma probabilmente il riferimento finale e concreto dev’essere l’ospedale. La scelta di San Giovanni di Dio è stata molto chiara, «Voglio l’ospedale come lo voglio io». Noi forse non riusciamo a farlo funzionare come vogliamo noi, inteso nel senso buono, cioè nel senso dell’ospitalità, e speriamo di farlo funzionare sempre meglio con l’aiuto che anche da queste cose possono venir fuori. D’altra parte mi è parso di vedere che tutti i gruppi ritengono come loro funzioni anche questo tipo di impegno.

Fra Raimondo Fabello- il pubblico del convegnoDevo anch’io ringraziare, se no faccio brutta figura perché l’hanno fatto tutti, tutti i partecipanti al Convegno. Bisogna forse ringraziare anche quelli che sono rimasti a casa, come qualcuno ha fatto, dobbiamo ringraziare i nostri malati e forse più di’tutti loro, per ché tutti ci siamo mossi non tanto per andare a vede re se possiamo imbrogliarci a vicenda, se possiamo aiutarci a vicenda per interessi nostri personali, ma alla fine di tutto è proprio questo rimorso che ci spinge, che ci viene dal malato che non vediamo qualche volta curato in tutte le sue necessità che gli competono.

Sentivo prima, sempre per restare in quell’argo mento, le canzoni e quelle parole del «treno dei desideri che  all’incontrario va» proprio perché non c’è lo sciopero; io credo che qualche volta anche all’interno delle case ci sarà bisogno di questo treno dei desideri che vada pure all’incontrano; c’è un’altra delle canzoni che diceva “nemmeno un prete per chiacchierar»;  io spero, che dopo questo Convegno qualche prete e qualche frate in più potrete cercare e cercatelo se avete bisogno di chiacchierare, perché magari anche il prete e il frate hanno bisogno di chiacchierare.  Buon ritorno alle case, auguri. Auguri nel senso di preghiera, come si faceva notare l’altro ieri, preghiera e allo stesso tempo desiderio. Io parlo a titolo proprio personale,  – qualche volta negli atti concreti un po’ meno – però , dentro di me ho sempre avuto una grossa stima dei miei collaboratori e quando dico queste cose le dico con la stessa stima  che ho sia con quelli che lavorano bene, sia con quelli che delle volte non lavorano bene perché hanno anche loro i loro problemi. Quindi vediamo se c’è qualcosa da una parte o dall’altra per trovare un’accordo. Dicevo  auguri perché e poi quello che viene dello sui tre quattro fogli, buon viaggio e buona ospitalità. Tra i ringraziamenti, credo che vada detta una cosa, dato che qualcuno oltre i disagi propri personali ha anche i disagi legati alla propria famiglia.Quindi, quando arriva te a casa, ringraziate anche le famiglie per le difficoltà che hanno dovuto sopportare. 

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FATEBENEFRATELLI: RELIGIOSI E LAICI A CONVEGNO – INSIEME PER SERVIRE 1588 – 1988 – Angelo Nocent

RELIGIOSI E LAICI A CONVEGNO

INSIEME PER SERVIRE

1588 – 1988

QUATTRO SECOLI DEI FATEBENEFRATELLI A MILANO

Da Cemmo in quei giorni è passato lo Spirito Santo: “convenire è proprio il senso della Chiesa, tanto più quando è per studiare i modi di applicare la carità“, ha detto il vescovo Bruno Foresti. Se è vero che “Tanto si ha lo Spirito quanto si ama la Chiesa” (S.Agostino), è impensabile che una Chiesa orante ed in ascolto, non abbia percepito i Suoi suggerimenti.

Vent’anni dopo, alcuni dei protagonisti di allora sono già in Cielo come intercessori. Si può vivere come se non li avessimo mai incontrati?  Il Signore che ce li ha donati non lo ha fatto perché scriviamo belle pagine su di loro ma perché la loro testimonianza sia custodita dalla coscienza dell’Ordine, e diventi sorgente permanente di riflessione e di impegno.

Da allora tante cose sono cambiate.

A quanto pare, passati gli entusiasmi di quel momento storico, non il solo, dopo aver assistito ad una fioritura di santi e di martiri Fatebenefratelli, assisi alla gloria degli altari – avvenimento senza precedenti – la stanchezza e una depressione di massa sembra spopolare sia tra i religiosi che tra i laici.

E’ il caso di rifarsi alla saggezza dei padri:

  • ora fugit ne tardes:
    Il tempo fugge, non indugiare.
  • Hora horis cedit, pereunt sic tempora nobis: ut tibi finalis sit bona. vive bene:
    Le ore si susseguono veloci e così passano i nostri giorni: vivi con accortezza perchè l’ultimo ti sia favorevole.
  • Horae volant:
    Il tempo vola.

Meglio ancora alla Parola di Dio.

L’apostolo Paolo, il maratoneta del Vangelo, nel bimillenario commemorativo:

Voi sapete bene che viviamo in un momento particolare. È tempo di svegliarsi, perché la nostra salvezza è ora più vicina di quando abbiamo cominciato a credere. La notte è avanzata, il giorno è vicino! Buttiamo via le opere delle tenebre e prendiamo le armi della luce.  Comportiamoci onestamente, come in pieno giorno: senza orge e ubriachezze, senza immoralità e vizi, senza litigi e invidie. Non vogliate soddisfare i cattivi desideri del vostro egoismo, ma piuttosto vivete uniti a Gesù Cristo, nostro Signore” (Rom 13. 11-14)

L’Apocalisse:

“Per la chiesa che è nella città di Sardi, scrivi questo: Così dice il Signore, che tiene in mano i sette spiriti di Dio e le sette stelle: Io vi conosco bene. Tutti vi credono una chiesa vivente, ma in realtà siete morti. 2 Svegliatevi! Rafforzate la fede dei pochi che sono ancora viventi, prima che muoiano del tutto! Di quello che fate, non ho trovato nulla che il mio Dio possa considerare ben fatto. 3 Ricordate come avete ricevuto la parola e siete diventati credenti: ebbene, mettetela in pratica; cambiate vita! Se continuate a dormire, verrò come un ladro, all’improvviso, e piomberò su di voi senza che sappiate quando”. 4 “Tuttavia ci sono alcuni di voi, a Sardi, che non si sono macchiati di infedeltà. Essi vivranno con me, vestiti di tuniche bianche, perché ne sono degni. 5 “I vincitori saranno vestiti così, con bianche tuniche: io non cancellerò i loro nomi dal libro della vita. Anzi, li riconoscerò come miei seguaci davanti a Dio, mio Padre, e davanti ai suoi angeli. 6 “Chi è in grado di udire ascolti ciò che lo Spirito dice alle chiese.

Fra Sergio Schiavon o-h-

L’allora Vicario Provinciale Fra Sergio Schiavon, per  la ricorrenza di San Giovanni di Dio – 8 Marzo 1989 – presentava gli Atti del Convegno tenutosi l’anno prima, gg.29/05 – 03/06 1988 presso il Centro di Spiritualità “MATER DIVINAE GRATIAE” di via S: Emiliano, 30 in Brescia. Egli così scriveva: 

“Il Convegno di Maggio/Giugno 1988 “INSIEME PER SERVIRE” ha rappresentato certamente un momento importante di incontro e di sintesi per le realtà operanti nella nostra Provincia. La riflessione sul tema dell’Ospitalità, punto di riferimento costante e fndamentale per tutti i partecipanti, ha favorito l’individuazione di come si è ospitali nelle varie Case.

 La raccolta dei contributi del Convegno vuole avere il significato di proseguire nella riflessione sui contenuti dell’Ospitalità, Carisma che San Giovanni di Dio ha trasmesso al suo Ordine. Attraverso i Religiosi Fatebenefratelli si intende riproporli ai collaboratori laici affinché nei nostri centri assistenziali l’Ospitalità divenga il comune stile operativo.

Auguro che la ricchezza di questi lavori divenga patrimonio di tutti, così che i nostri malati possano accorgersi di esserew i destinatari della nostrav premura, della nostra aattenzione, della nostra Ospitalità. Fra Sergio Schiavon o.h.  Vicario Provinciale .

 

 SPIRITO E DINAMICA

PER UN NUOVO SERVIRE

Fra Pierluigi Marchesi o.h.L’INTERVENTO DI FRA PIERLUIGI MARCHESI Priore Generale.

  • Al M.R. P. Raimondo Fabello Provinciale dalla Provincia Lombardo-Veneta
  • Ai Reverendi Confratelli partecipanti al Convegno 

1. A voi tutti, fratelli in Gesù, che vivete questo storico momento, con animo trepidante, gioioso e teso verso l’evoluzione che il mondo dell’OSPITALITA’ sta vi vendo, coinvolgendo anche il nostro Ordine e i suoi collaboratori, a voi tutti invio il mio fraterno saluto.

2. Un saluto ricco di speranze e di timori; un saluto che si trasforma soprattutto in un augurio che a Bre scia sappiate “INSIEME” trovare spirito e dinamica per un NUOVO SERVIRE, un augurio che a Brescia nasca veramente un giorno nuovo, una storia nuova.

3. Sono certo che le celebrazioni in ricordo della nostra secolare presenza in Lombardia non sono considerate come una semplice commemorazione, ma pensate e vissute con il gusto della rifondazione, nel comune rispetto della nostra memoria storica e dei valori dell’Ospitalità.

4. Abbiamo più volte dichiarato con convinzione, che oggi la nostra testimonianza nel mondo sanitario de ve orientarsi alla formazione di uomini capaci di assicurare efficienza gestionale, efficacia terapeutica e umanizzazione.

5. Questo messaggio è stato ripreso e, a volte con debole eco, a volte come bandiera entusiasta, è stato riportato nei nostri Centri e proclamato in maniera meno equivocabile al II Congresso Internazionale dei Collaboratori Laici recentemente celebrato a Roma.

6. Una nuova alleanza tra laici e religiosi si delinea e, in certi luoghi, si attua già con impegno, umiltà e creatività.

7. Sono convinto che questa ‘NUOVA ALLEANZA” non si improvvisa, ma va preparata con discernimento, con piani normativi, con capacità progettuale e con l’umiltà di chi sa sbagliare e nello stesso tempo verificare e correggere.

8. Tuttavia, malgrado i nostri proclami, che risalgono ormai al lontano 1980 dobbiamo ancora una volta rammaricarci per le incertezze, le titubanze, le paure che ci impediscono di percorrere nuove strade con i Laici nel mondo della sanità. Temiamo ancora di perdere, in favore di altre membra del Corpo di Cristo, quell’identità o quell’immagine che ci siamo costruita a nostra misura e che ci impedisce di vedere oltre i nostri limiti personali e istituzionali e ci chiude alla collaborazione autentica mentre la storia e l’evoluzione del nostro mondo sanitario-assistenzale non si arre sta più e forse non ci aspetta più.

9. Consentitemi di incoraggiarvi nel continuare a riflettere sulla vostra vocazione come fratelli” dediti al la lode di Dio nel servizio agli ammalati.

10. La nostra missione fondata sull’esecuzione dei con sigli evangelici, è orientata all’ospitalità. Questa, come carisma, è per tutti coloro che lo ricevono, un dono di Dio.

11. Laici e religiosi, siamo tutti “corresponsabili” di questo dono.

12. Corresponsabili saremo se, da religiosi, riusciremo a comprendere i laici con i loro doni e instaureremo rapporti creativi per la costruzione di progetti chiari e flessibili.

13. Da molte parti viene richiesto di definire meglio la nostra filosofia, quella che ispira la nostra specifica politica del Vangelo di misericordia.

14. In questo lavoro di definizione, apriamo le nostre menti ad una comprensione diversa del nostro passato orientato ad un avvenire sempre più problematico. Le forme di assistenza per il futuro, più che di strutture, avranno bisogno di persone disposte a condividere l’utopia che sta alle origini della nostra vocazione di cristiani — religiosi e laici — il servizio nell’amore.

15.      Tuffo intorno a noi muta e, per gestire questo mutamento, dobbiamo far ricorso alle nostre risorse più profonde: la solidarietà tra uomini, la comunione fra cristiani, il servizio verso tutti i bisognosi.

16. Pensare l’ospedale dell’avvenire può costituire una fuga piacevole dall’incerto presente. Vorrei dirvi, con tutta la forza della mia anima, che il nostro sguardo può puntare al futuro solo se comprendiamo il presente vissuto.

17. Per tracciare nuovi scenari nel mondo della sanità, dobbiamo sapere da dove veniamo; non per prepararci dei “ritorni” comodi, ma per disegnare percorsi sensati, fattibili e credibili nel rispetto della nostra sto ria.

18. Dalla cultura della separatezza dobbiamo passare alle culture della solidarietà e della comunione, in umiltà, ridiventando tuffi discepoli alla scuola di Cristo, uomo nuovo.

19. La nostra fede ci sostenga, non come piedistallo per le nostre elevazioni, egoistiche, ma come anima interiore per il discernimento e le scelte del nostro camminare verso il futuro.

20. Ritorniamo alle sorgenti della sacra scrittura, al gusto della preghiera e della vita liturgica, celebrata in comune; alla condivisione nella vita e nelle professioni.

21. Senza coraggio non si fa il futuro, specie di una istituzione.

22. Senza coraggio di progetti e di cultura nuova, non si vive la storia di oggi.

23. Senza coraggio non si fa l’Ospitalità nuova e si corre il grave rischio di fare delle istituzioni ospedaliere, non centri di Vita, ma luoghi sofisticati di nuovo e tormentato dolore per l’uomo che passa attraverso la malattia e attraverso la sofferenza.

24. Non abbiate dunque paura di essere coraggiosi! Trovate il coraggio di essere testimoni, il coraggio di essere animatori, il coraggio di essere profeti, il coraggio di essere precursori, ricercatori, per servire meglio. per servire insieme.

25. Il mondo ci chiama ad annunziare, ancora oggi, il Vangelo ai poveri, perché gioiscano; ai malati, per ché guariscano; ai più piccoli, perché vivano: accettare questa sfida è l’inizio del nostro progetto per il futuro !

26. Ascoltando queste mie parole, qualcuno potrebbe commentare che il Generale è lontano dalla realtà, è un utopista.

27. Vorrei poter pagare personalmente con la mia carne e la mia anima per il trionfo di questa meravigliosa utopia e, a questo proposito mi sia concesso riportare quanto ebbi a dire a conclusione del Convegno dei Collaboratori Laici del mese di marzo scorso: “…l’utopista non è né un visionario senza i piedi ben piantati in terra, né un nostalgico dell’impossibile, che si consola (o cerca alibi) guardando inerte al passato. L’utopista è colui che si dispone oltre il presente e oltre l’esistente: e, ditemi voi, che altro è un cristiano se non colui che ha in sé la speranza di una realtà che trascende il presente?

28. E, come si può essere veri operatori della carità e della sanità, se non si ha il respiro dell’utopia?

29.      L’utopia è più che mai necessaria oggi, in un mo mento storico come il nostro, che vede soprattutto i giovani (e qui ce ne sono tanti, ma non fanno parte della massima anonima) appiattirsi, adagiarsi materialisticamente sul ‘quotidiano’, sul presente singolo, perché privi di memoria storica e di progettualità individuale e comunitaria.

30. L’utopia è necessaria, infine, perché per noi il 2000 è quasi presente: e per ospitare degnamente dobbiamo dare ai nostri progetti la forza interiore dell’utopia”.

31. Carissimi fratelli, a tutti un ringraziamento per il nostro lavoro e per il vostro impegno.

32. L’Ordine dei Fatebenefratelli, i suoi malati, il Gverno Centrale dell’Ordine, vi ringraziano e vi incoraggiano.

33. Grazie per essere stati protagonisti di questo Convegno, nella speranza che siate co-protagonisti del nostro comune destino e co-protagonisti dalla storia del quinto secolo della diletta Provincia Lombardo Veneta nel nostro Ordine.

34. Che Dio perdoni i nostri peccati di omissione verso l’unione di laici e religiosi e mandi nei nostri cuori lo Spirito consolatore che ci dia coraggio nella solitudine e forza di testimoniare insieme il suo amore in un nuovo modo di servire l‘uomo nel dolore.

35. Che Dio benedica i religiosi della Provincia Lombardo Veneta, benedica voi tutti, collaboratori laici e le vostre famiglie; benedica i nostri ammalati nell’auspicio che da questo Convegno giunga a tutti loro un soffio di speranza e la gioia di un sorriso nuovo.

36. Fraternamente nel Gesù dell’ospitalità.

Dalla Cura Generalizia , il 20 maggio 1988

Fra Pierluigi Marchesi

 brescia-cattedrale-e-duomo-vecchio-02-204x300

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bruno-foresti-vescovo-di-brescia-01-233x300-150x150MONS. BRUNO FORESTI Vescovo di Brescia

Bisogna rivedere un po’ le cose, proiettarsi nel futuro con spirito nuovo, adatto ai tempi.

Voglio compiacermi perché questa ricorrenza è stata celebrata proprio in questo modo: vi sento insieme, religiosi e laici, a convegno (convenire è proprio il senso della Chiesa) tanto più quando è per studiare i modi di applicare la carità.

Ma vi sento già Chiesa proprio perché siete insieme, religiosi e laici, e vivete qui in reciproca carità! in funzione di un servizio sempre migliore, ma già realizzando all’interno vostro questo servizio di reciproca carità; perché credo che ciascuno darà il suo contributo e questo è per esprimere la carità.

Una pluralità di voci, di presenze e poi, come vi dicevo, per lo stile propriamente in cui voi vivete.

Ora il mio augurio è proprio questo: che il vostro “stare insieme”, nella carità, nella ricerca del bene, in vista del servizio ai fratelli si prolunghi sempre in un tutto armonioso e più cristiano stare insieme proprio in vista al servizio dei fratelli. Ed in tal senso ci sovviene l’esempio di Maria Santissima, colei che va a visi tare Elisabetta, la parente, sulla montagna.

La Madonna si è della serva del Signore, in servi zio, per il servizio, Lei, la serva del Signore.

Non è solo per il fatto che si è posta in servizio, ma perché si è sentita serva, è questa la cosa importantissima. Un conto è esercitare un servizio, un conto è sentirsi servi.

E tutta la dimensione della persona che è orientata in vista di quell’azione, non è l’aspetto esteriore ma quello interiore, profondo, psicologico, spirituale a costituire la Madonna serva: la fede senza le opere è vuota, non c’è uno spirito di carità e di servizio senza le opere, però, beninteso, il cuore è più grande della ma no dell’uomo.

 Vi ho dello che la Madonna si dice la serva del Signore, non perché farà qualche cosa o perché si metterà nelle opere, ma perché la stessa si sente proprio di essere dipendente del Signore e di voler essere scelta, anche in un senso di grandezza e di fierezza, dal Signore per il suo piano eccezionale; però con l’umiltà di chi dice “Ecco sono solo nelle Sue mani, e sono nelle Sue mani perché Lui è grande e misericordioso, ha fallo grandi cose Lui che è potente e Santo è il Suo Nome”, ed io sono nelle Sue mani affinché la Sua Misericordia trionfi.

Ecco, questo spirito di sentirsi proprio al servizio della misericordia di Dio è ciò che d rende umili, per chéla Misericordia è grande e noi siamo piccoli.

E anche quella che ci dà fierezza e gioia, perché noi siamo stati scelti dal Signore per essere le Sue mani, i Suoi occhi, in qualche modo il Suo sorriso ed in altro modo il Suo cuore, il cuore di Cristo che ci rende ancora più cristiani, “cor Christi cor Mariae”, ma anche quello che è il cuore di Cristo, il Figlio naturale di Maria, diventa anche il cuore del Figlio adottivo.

E allora mi pare che davvero in questa festa della Visitazione di Maria Vergine a Elisabetta, noi dobbia mo proprio pregarLa perché ci dia il cuore di servi. Questo atteggiamento spirituale di servi, questo desiderio di rendersi utili ed insieme l’umiltà, il desiderio e la fierezza addirittura di essere stati scelti dal Signore, per questo che è orazione, è chiamata, è dono, però è anche umiltà.

Che cosa posso fare se non sono inserito nel pia no di Dio, se Dio non rende potente il mio sorriso, se non rende potente la mia mano, se non rende potente il mio futuro? Umiltà dunque, però anche gioia, fierezza e generosità.

Ecco la Madonna davvero diventa come il modello del servire insieme; siete Chiesa, siamo Chiesa per servire. La Chiesa è serva, è, insieme, servizio e mo dello della Chiesa, e il tipo di Chiesa è Maria, Come si serve? Ecco le qualità cui accennavo: questa gioia, questa fierezza, generosità e, d’altra parte però l’umiltà, il non credere, perché ci rendiamo utili ai fratelli, di essere tanto bravi, tanto santi.

E poi l’attenzione che Maria ha avuto verso la cugina Elisabetta: le ha portato aiuto ma ha portato pure benedizione, santificazione.

Casi come il cristiano che si pone al servizio del malato, deve aver presente la globalità della persona: ha un corpo, ha un’anima e, nel contesto e nella concezione biblico-ebraica, uno spirito, Il corpo relaziona bile con i suoi dinamismi, l’anima che è il principio vi tale ed anche psicologico e, chiamiamolo così, di sensibilità e lo spirito, l’uomo in quanto orientato verso l’alto.

Questa è la tripartizione secondo il concetto ebraico di uomo: l’uomo è tutto corpo, è tutto anima, è tutto spirito, però, evidentemente, visto in aspetti distinti e con esigenze distinte.

Ebbene, ecco, Maria certamente ha avuto una sensibilità estrema, ha espresso la sua gioia nel suo Magnificat; un corpo giovane che si è mosso in servizio, ma anche, orientando verso il cielo Elisabetta, provocando in lei il dono dello Spirito, il dono della profezia e, soprattutto, questo sussulto di gioia del bimbo nel suo grembo che alcuni Padri hanno interpretato come presantificazione.

lo credo che questo debba essere sempre, tenuto tanto presente da voi, l’educazione al servizio, come educazione, dicevo, per sentirsi servi nella luce di Ma ria! anche a svolgere il servizio con queste intenzioni di Maria tenendo presente la globalità della persona! il corpo e, perciò,.}a professionalità. Non si può servi re un ammalato, (sono stato in ospedale anch’io qual che giorno), senza avere quell’attenzione, conoscen za e professionalità, è molto importante, Attenzione dunque a quest’aspetto del servizio e poi anche all’a nima, alla sensibilità, alla psicologia.

Allora ecco l’attenzione di un tocco di mano, l’attenzione dello sguardo, il sorriso. L’uomo ha bisogno di questo. Bisogna aggiornare il cuore, perché una ma no che tocca un’altra mano se parte da un cuore che ama, che è sensibile, è diverso da un altro, tocca in modo diverso, si può dire che c’è una trasmissione di qualche cosa che c’è dentro: non voglio parlare di pranoterapia perché siamo ad altri livelli, però è qualcosa che tocca perché c’è il cuore diverso, l’occhio è di verso.

 Quando gli innamorati si guardano, gli occhi brillano in modo diverso, quando un medico, quando un assistente guarda il malato in un certo modo…

E poi lo spirito. L’uomo, nella visione cristiana, è trascendente, va in alto, guarda in alto, confida in un destino che è quello ed allora non si può trascurare anche se non si fa, evidentemente, dello spiritualismo a buon mercato, non si può trascurare questo aspetto.

L’uomo visto nella sua globalità e, da parte nostra, se siamo cristiani, orientati verso la globalità: la salute fisica, la psicologia serena ma anche l’orientamento verso Dio. Soprattutto quando questo Dio si fa vicino, maggiormente quando ti vuole chiamare, allora vuole professionalità, vuole l’atto e lo spirito apostolico, non ché cuore largo e spirito apostolico.  

lo desidero ora augurarvi ed esortarvi insieme: l’augurio è già preghiera, se non è come tanti auguri che si fanno cosi di consuetudine, ma se è un augurio ve ro è preghiera per un cristiano.  

“Ti auguro che davvero questo avvenga in te, e l’amore è preghiera”, visto nella visione cristiana è preghiera.

E allora io voglio augurarvi, ed è già preghiera, però sussidio questo augurio con la Messa di stamattina, con la preghiera vera, con la preghiera che accompagna i vostri lavori, che davvero voi siate insieme qui a cercare il modo con cui servire meglio i fratelli: per servi non solo meglio da un punto di vista tecnico, ma per servire bene il fratello dando a questo senso il significato che dava 5. Giovanni di Dio quando diceva “Fate bene fratelli”. Certo, S.Giovanni di Dio non pensava alla professionalità solamente, ma a qualco sa di più grande che comprende anche quella ma non si limita a quella.

Fate bene fratelli !

 SUOR MICHELA CASSI

Vice Superiora delle Suore Dorotee da Cemmo

 Innanzitutto il benvenuto al Convegno da parte della Comunità. E desiderio di ciascuna di noi che ognuno si trovi in questi giorni il più possibile a suo agio, un po’ possibilmente in famiglia, e per questo veramente chiediamo che ciò di cui hanno bisogno, con molta libertà lo possono chiedere.

Abbiamo visto la grande premura con cui hanno preparato il Convegno qui nella nostra casa e cerchiamo, per quanto ci è possibile, di favorire questo loro impegno.

Presento ora brevemente la nostra Congregazione.

Cemmo è un piccolissimo paese della Valcamonica. E piccolissimo adesso come lo era 140 anni fa quando è nata la Congregazione. Essa é sorta come scuola, quindi per l’educazione e la formazione, ma con l’attenzione a far si che chi veniva formato ed educato nei piccoli paesi della valle diventasse a sua vol ta capace di educare e formare.

Il nostro carisma specifico è animare e formare i laici, animare perché la vita cresca e sia sempre più forte. Ecco, penso che se ci unisce un dono è un po’ questo: la passione per la vita, perché la vita sia sempre migliore nei fratelli.

Lo facciamo, ripeto, attraverso opere formative ed educative nelle quali si inserisce anche questa struttura che prepara, organizza, offre esperienze di preghiera, corsi di spiritualità di vario tipo aperti indistintamente a diverse categorie.

Penso di aver dello a sufficienza per quanto ci riguarda e da parte di tulle noi della Comunità, nuova mente buon lavoro.

1-_Scan10322Convegnisti – Fra Raimondo è il settimo da sinistra

LO STILE, LE CARATTERISTICHE E LE PARTICOLARITA’ DELLA NOSTRA OSPITALITA’

RELATORE:   FRA RAIMONDO  FABELLO  Priore Provinciale

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 Convegnisti – Fra Raimondo è il sesto da sinistra

  “Curare significa usufruire anche delle tecnologie per aiutare il malato a capire il significato dell’esperienza che sta vivendo”. NON AVERE PAURA DI AVERE CORAGGIO”.

Fra Raimondo Fabello al microfonoMi è stato affidato l’in­carico di tratteggiare le caratteristiche e lo svilup­po della Ospitalità, il Cari­sma specifico di noi Fate­benefratelli, attraverso i secoli a partire da Giovan­ni di Dio fino ai giorni no­stri. Non tratterò l’aspettoteologico della Ospitalità dei Fatebenefratelli e neppure quello del voto di religione che emettiamo all’atto del­la professione religiosa, ma cercherò di evidenziare quelle caratteristiche, quelle particolarità che possono rappresentare vorrei quasi dire lo “stile” della nostra Ospitalità..

Ho detto che l’Ospitalità rappresenta il nostro cari­sma specifico; penso sia utile definire cosa intendia­mo per carisma e lo faccio con le parole delle nostre attuali Costituzioni: “Il nostro carisma nella Chiesa è un dono dello Spirito, che porta a configurarci con il Cri­sto compassionevole e misericordioso del Vangelo, il quale passò per questo mondo facendo il bene a tutti e curando ogni sorta di malattia e infermità. In virtù di questo dono siamo consacrati dall’azione dello Spiri­to Santo, che ci rende partecipi in modo singolare, del­l’amore misericordioso del Padre.

Questa esperienza ci comunica atteggiamenti di benevolenza e donazio­ne. ci rende capaci di compiere la missione di annun­ciare e di realizzare il Regno tra i poveri e gli ammala­ti; essa trasforma la nostra esistenza e fa sì che attra­verso la nostra vita si renda manifesto l’amore specia­le del Padre verso i più deboli, che noi cerchiamo di salvare secondo lo stile di Gesù.

Mediante questo ca­risma manteniamo viva nel tempo la presenza miseri­cordiosa di Gesù di Nazareth: Egli, accettando la vo­lontà del Padre, con l’incarnazione si fà simile agli uo­mini suoi fratelli; assume la condizione di servo; si iden­tifica con i poveri, gli ammalati e i bisognosi, si dedica al 10[0 servizio e dona la sua vita in riscatto per tutti”.

E’ in virtù di questo dono e cercando di realizzare questi atteggiamenti su Il’ esempio di Cristo che si è svi­luppata nei secoli la nostra Ospitalità, all’inizio in mo­do sublime in Giovanni di Dio, e poi anche nei suoi figli, mediante opere concrete, iniziando dal primo ospedale fondato dallo stesso Giovanni di Dio in Gra­nada nel 1539

SA GIOVANNI DI DIO  (1495-1550)

San Giovanni di Dio a NazarethGiovanni Ciudad (poi  chiamato di Dio) nasce in Por­togallo, a Montemor-o-Novo nel 1495; a nove anni in modo misterioso lascia la casa paterna e lo ritroviamo in Spagna e dopo una vita avventurosa. ma anche an­siosa di capire cosa Dio vuole da lui, dopo una parti­colare illuminazione della grazia, riesce a fondare il suo primo ospedale.

E dotato sicuramente di doni di natura sui quali si sovrappongono i doni della grazia, mediante i quali di­venterà il grande riformatore dell’ospedale e dell’assi­stenza sanitaria e il grande Santo della Carità.

Gli aspetti caratteristici (preludio e inizio dell’Ospi­talità di cui stiamo trattando) che determinano e accom­pagnano la dedizione, il servizio, le attenzioni, l’amo­re di Giovanni di Dio verso i poveri e i malati si posso­no così delineare:

  • _Scan10159Egli operava per amore di Dio e per la sua gloria. Il Castro, il biografo più autorevole, scrive: “In tutte le opere che faceva si prefiggeva come scopo principa­le che ne risultasse gloria e onore a nostro Signore, sì che la cura del corpo fosse mezzo per la salvezza dell’anima” (Cap. XIX).
  • Egli viveva l’esperienza di essere stato per primo amato da Dio. Il Castro conferma: “Aveva l’ansia dei santi, di dare cioè se stesso in mille modi per amore di Colui che era stato tanto munifico con lui” (Cap. XIV).
  • Egli si immedesimava nei poveri, nei bisognosi. La sua vera e profonda umiltà lo poneva tra gli ultimi. “Tut­to il tempo che servì nostro Signore lo passò nell’an­nientare e disprezzare se stesso e mettersi al posto più basso e umile in ogni forma e maniera che gli fosse possibile” (Castro, Cap. XXI).
  • La carità di Giovanni di Dio non aveva limiti. “Il suo cuore non sopportava di vedere il povero patire ne­cessità, senza apportarvi rimedio” (Castro, Cap. XVI).
  • Giovanni di Dio confidava totalmente nella provvi­denza ma si adoperava in tutto quello che poteva fa­re. Ai suoi poveri diceva “Confidate nel Signore poi­ché Egli provvederà a tutto, come suoi fare con colo­ro che da parte loro fan quello che possono”.
  • Giovanni di Dio è un uomo anche molto pratico e concreto: al giovane Luigi Battista che voleva entrare a far parte dei suoi aiutanti, scrive: “Se venite qui do­vrete obbedire molto e lavorare molto di più di quanto abbiate lavorato e tutto nelle cose di Dio, e consumar­vi nell’attendere ai poveri”.
  • Giovanni di Dio è un grande organizzatore, come vedremo in seguito.

Con questo spirito e con queste doti, Giovanni di Dio costruisce il suo modello di assistenza e per pri­ma cosa vuole un ospedale in cui poter ricevere e cu­rare i poveri e i pellegrini “a modo suo”, secondo le proprie intuizioni e i propri metodi fondati sull’amore, nonostante a Granada esistessero già almeno altri cin­que ospedali tra cui l’ospedale reale ove egli stesso era stato ricoverato e trattato come pazzo e dove ave­va iniziato a curare con amore quelli che erano con lui ricoverati.  

San Giovanni di Dio (2)-001

Giovanni di Dio va alla ricerca dei bisognosi e tutti quelli che trova, poveri, storpi, paralitici, pazzi, li porta nel suo ospedale: per primo nella storia da a ciascu­no il suo letto (nei primi tempi una semplice stuoia), li divide a seconda delle patologie, e per sesso. Ac­canto all’ospedale crea una grande stanza dove pos­sono essere accolti i pellegrini (che in quel tempo nu­merosi si recavano ai grandi santuari) e per tutti pro­cura il cibo necessario, mèdiante la questua e gli aiuti che gli provenivano dai benefattori.

Giovanni curava i suoi malati ma mirava alla loro salvezza spirituale e pertanto li faceva pregare, li esor­tava alla confessione e voleva che fossero riconoscenti verso i loro benefattori, pregando per loro.

Nel suo primo ospedale faceva tutto da solo an­che perché nessuno osava avvicinarlo a motivo della sua recente presunta pazzia; ma dopo breve tempo trovò alcuni aiutanti che lo coadiuvassero: di essi cer­tamente doveva molto fidarsi e sicuramente doveva averi i ben preparati se per molte ore del giorno affida­va loro l’ospedale mentre egli si prodigava per mille altre necessità oltre alla questua quotidiana che egli faceva rivolgendosi alla gente di Granada con le pa­role “Fate bene fratelli, a voi stessi per amore di Dio”.

Di una volta almeno si racconta che Giovanni di Dio rimase assente sette mesi dall’ospedale per recarsi a cercare aiuti fino a Valladolid, alla corte del Re. In que­sta occasione, tra l’altro, continuava a fare del bene a chiunque trovava nel bisogno anche se era andato a cercare aiuti per il suo ospedale, e a chi se ne la­mentava rispondeva “Darlo qui o darlo a Granada è sempre far del bene per amore di Dio, il quale sta in ogni luogo” (Castro, Cap. XVI).

Sempre oltre all’ospedale, tutti quelli che si rivol­gevano a lui “” (Castro, Cap. XIII).

E ogni venerdì, “giorno in cui si commemora la no­stra redenzione”, Giovanni di Dio si dedicava alla re­denzione delle prostitute e per tutte quelle che riusci­va a convertire trovava i pezzi per una vita onorata, compresa la dote per quelle che volevano espiare en­trando in qualche convento sia per quelle che erano portate al matrimonio.

 Si potrebbero dire molte altre cose, credo tuttavia di aver già fatto comprendere quale erano le caratte­ristiche dell’ospitalità di Giovanni di Dio. 

Affidando i suoi duecento malati ad Anton Martin e una copia del quaderno dei debiti all’arcivescovo, Giovanni di Dio morì in Granada l’a marzo 1550 dieci anni soltanto dall’inizio della sua opera ed i funerali fu­rono un autentico trionfo.  

L’Ospitalità, dopo Giovanni di Dio

Giovanni di Dio mai pensò di fondare un Ordine religioso ma solo che ai suoi po­chi discepoli (non più di una decina) nominando suo successore Anton Martin. Egli faceva ogni cosa come l’aveva imparata dal maestro e dopo tre anni soltanto passò il testamento come l’aveva avuto da Giovanni di Dio al suo succes­sore. Nel frattempo tuttavia aveva trasferito “ospeda­levenissero assistiti i suoi poveri e i suoi malati e questo lasciò in testamento  in un ambiente più ampio e fondato un nuovo ospe­dale a Madrid. Iniziava la diffusione; il piccolo seme in breve tempo diventerà un albero rigoglioso.

Questi ospedali e quelli che vennero più tardi pro­vengono direttamente dallo spirito e dalla organizza­zione del fondatore e, nei primi secoli furono copia fe­dele di quello di Granada. Era una organizzazione completa e capi Ilare, con personale religioso e laico numeroso e ispirata a tale larghezza di vedute che po­trebbe far onore anche ai nostri attuali ospedali.

Ciò ha facilitato la diffusione stessa dell’Ordine, ar­gomento che oggi non possiamo trattare, ma rappre­senta anche quello stile di ospitalità che ha caratteriz­zato l’Ordine nei primi secoli, praticamente fino alla sua soppressione iniziata a partire dagli anni 1730 e fino alla fine del1aOO. Quando S. Pio V approvò l’Istituto, nel 1572, si dice abbia esclamato “Questo è il fiore che mancava nel giardino della Chiesa di Dio!”.

Vale la pena di riportare alcuni aspetti di quella or­ganizzazione, come li troviamo nelle prime Regole e Costituzioni, stese per l’ospedale di Granada. Queste note sono anche una dimostrazione delle capacità or­ganizzative di Giovanni di Dio.

Leggiamo: “Essendo questo un ospedale realmen­te generale, dove concorrono tanti poveri infermi sia uomini che donne quasi tutti mantenuti con le elemo­sine date dai fedeli, conviene che vi siano molti mini­stri, sia fratelli per raccogliere dette elemosine, che al­tri officiali necessari per il governo della casa, per l’am­ministrazione dell’azienda, per la cura e il sollievo dei poveri” .

E ancora, dopo aver detto che l’ospedale deve avere un sacerdote per la cura delle anime, si dice “Si avrà un fratello maggiore (superiore) e 23 fratelli pro­fessi e dell’abito, una donna che sia madre e prefetta delle sale delle donne inferme, un infermiere maggio­re e altri minori in ciascuna sala, un refettoriere, un can­tiniere, un dispensiere, un guardarobiere, un cuoco, un sacrestano, un medico, un chirurgo, un barbiere, tre portieri, un maggiordomo (economo, amministra­tore).

E ancora, l’ospedale doveva avere una speziera che forniva medicinali e droghe ai ricoverati e vende­va anche agli esterni.

Lo spirito che doveva sempre animare i fratelli lo possiamo dedurre da quanto viene prescritto per il Fra­tello maggiore:

Poiché lo scopo principale dell’ospe­dale è la cura e il conforto dei poveri di Gesù Cristo, ordiniamo al fratello maggiore di essere mite, pio, ca­ritatevole con i poveri; di compenetrarsi molto delle loro infermità, di non impazientirsi e di non riguardare co­me un peso la loro importunità, ma piuttosto li conforti e consoli con parole amorevoli e con opere caritate­voli e procuri che si dia loro il necessario sostentamento di giorno e di notte, secondo la qualità delle malattie, come pure la biancheria dei letti, che dev4essere lim­pida, in modo che, mediante il conforto ad essi arre­cato, possano recuperare la salute più facilmente. E perché ciò possa conseguirsi meglio avrà premura di recarsi ogni giorno in tutte e singole le corsie dei ma­lati, uomini e donne, chiedendo a ciascuno di essi se ha bisogno di qualche cosa, …se gli infermieri lo tratti­no male o non gli diano il necessario, onde possa ri­mediare a tutto con discrezione e prudenza in modo che le necessità siano sollevate e le colpe punite, …co­me pure deve recarsi abitualmente nei vari uffici… per vedere e rendersi conto se vi sia la pulizia necessaria e la regolarità e diligenza degli officiali in detti uffici”.

Per quanto riguarda i fratelli infermieri viene stabi­lito “che gli infermieri siano fratelli dell’abito e non aven­done a sufficienza, il Fratello maggiore procurerà di trovare uomini di buona vita e buon esempio e carita­tevoli che disimpegnino l’ufficio con amore e carità”.

Per la cura dei malati viene prescritto: “Quando si riceve il malato povero, prima di metterlo a letto, se possibile, gli si lavino il viso e le mani, gli si taglino i capelli e le unghie e se non si pregiudica la salute gli lavino i piedi in modo che stia con molta limpidezza; dopo di che lo mettano a letto assestato bene, con len­zuoli e biancheria limpida, cuscini, berrettino e cami­cia dell’ospedale, se l’infermo non la portasse; tutto ciò si dovrà cambiare ogni otto giorni”.

Gli infermieri dormiranno nelle corsie dei malati per accorrere subito alle loro necessità e a tal fine veglie­ranno nei rispettivi turni e nelle ore della notte, affin­ché per loro disattenzione o negligenza nessuno muoia senza qualcuno vicino, o si scopra, o caschi dal letto o faccia qualche altra cosa non decente, che possa essere evitata con l’aiuto e l’assistenza di detti infer­mieri”, i quali devono “trovarsi presenti alla visita del medico, perché ssano poi eseguire meglio quanto sarà prescritto”.

E ancora, l’infermiere maggiore che nelle corsie ha ogni autorità “su tutti gli infermieri, anche se siano pro­fessi, e ministri e officiali” e che deve far loro compie­re quanto è prescritto “comandandoli e aiutandoli”, “se necessario accompagnerà il medico nella visita e farà eseguire con diligenza tutto quello che prescriverà; do­vrà essere presente alla distribuzione del vitto e darà disposizione sul modo di ammanirlo bene e limpida­mente”.

Non meno chiare sono le disposizioni per i medici. “Il medico verrà molto presto al mattino, e il chirurgo dopo sorto il sole, perché possano isitare in tempo i malati e si possa in tempo provvedere il necessario sia per quello che riguarda il vitto come per quello che riguarda i medicinali, e cosi anche ritorneranno la se­ra, quando fosse necessario, e di questo noi faccia­mo un obbligo di coscienza”, e viene aggiunto “Fac­ciamo obbligo ai detti medico e chirurgo di avere pa­zienza nel curare gli infermi, visitandoli con calma, se­renità e tempo, informandosi delle loro malattie con af­fabilità e carità, per applicare meglio il rimedio e la me­dicina che conviene, ponendosi dinanzi agli occhi della mente il pensiero che è Gesù Cristo, loro Redentore, colui che cura l’infermo e, così facendo, Egli li illumi­nerà perché quelle e altre cure riescano bene e pa­gherà loro il cento per uno come ha promesso”.

Vì sono ancora molte altre raccomandazioni e pre­scrizioni, ma credo che quelle menzionate siano già molto chiarificatrici e non credo abbiano bisogno di particolari commenti.

Siamo nell’anno 1585. Questo stile, questo spirito di progresso, tipici dell’Ospitalità di Granada vengo­no riportati sebbene in termini diversi in tutte le Costi­tuzioni dell’Ordine fino ai giorni nostri.

L’Ospitalità e la diffusione dell’Ordine

La diffusione dell’Istituto fu rapida e estesa se si pensa che nel 1685 contava già 224 opere nei cinque continenti.Questo sviluppo è stato possibile anche per il lar­go spazio libero che i Fatebenefratelli hanno trovato. In effetti le Religiose fino alla metà del secolo XVII si dedicavano raramente ai malati e l’assistenza laica de­gli infermieri era assai deficitaria. Inoltre il loro servizio nell’armata spagnola e poi in quella portoghese li ha portati in ogni parte del mondo e spesso, ove giunge­vano, viste le necessità delle popolazioni incontrate, si operavano per farsi affidare ospedali già esistenti o per erigere un loro ospedale. I mezzi venivano offerti spesso dagli stessi governi.

I religiosi che invece ritor­navano dalle campagne militari rientravano con la mas­sima semplicità alle primitive occupazioni. In questo modo l’Ordine iniziò anche la sua presenza in Italia. Infatti, anche se non tutte le notizie storiche sono state verificate completamente, i Padri Soriano e Arias, che erano imbarcati con le truppe spagnole per la Batta­glia di Lepanto (1571) contro i Turchi, passando per Napoli, decisero di fondarvi il primo ospedale.

Nello scorrere dei tempi, l’assistenza ospedaliera si qualificava sempre più e iniziavano a delinearsi le specializzazioni. Anche in questi momenti l’Ordine fu spesso anticipatore. Soltanto a titolo di esempio. ricor­do che già nelle Costituzioni del 1587 venivano previsti i convalescenziari per il consolidamento della salu­te, il recupero delle forze per un buon ritorno al lavoro. Leggiamo infatti: “Nessun infermo sarà dimesso fi­no a quando non abbia passato alcuni giorni di con­valescenza e quando negli ospedali dei nostri fratelli non si avesse la comodità di fare la convalescenza l’in­fermo venga trasferito in altri ospedali in cui si possa fare”.

I primi ospedali italiani sono sorti quasi tutti per as­sistere i convalescenti. Fin dal 1600, soprattutto in   Francia, si sviluppò una specializzazione psichiatrica. Il Ce­lebre Pinel, nel suo “Traité de la manie”, fa un elogio dell’ospedale di Charenton, ospedale psichiatrico e maison de force (manicomio criminale). In questo ospe­dale sarà più tardi rinchiuso il tristemente famoso De Sade. E anche dopo la restaurazione dell’Ordine in Francia, la legge sugli alienati del 30 giugno 1838 ha raccolto numerosi suggerimenti e consigli del P. Gio­vanni di Dio de Magallon.

Per l’Italia è interessante rileggere un passo del Re­golamento dell’ospedale di Ancona (1840) in cui eb­be rinomanza il P. Vernò. Vi si legge: “I pazzi entrati in convalescenza saranno tolti dalla divisione in cui han­no dimorato nel tempo della malattia e verranno collo­cati nelle stanze del convalescenziario dove resteran­no per tre mesi divisi interamente da tutti gli alienati”. “Nessuno dovrà essere ozioso, ma la loro occupazio­ne deve essere scelta secondo le disposizioni naturali degli individui, secondo la loro professione e la spe­cie di alienazione che soffersero”. “Nel corso della con­valescenza saranno gli uomini qualche volta chiamati a pranzo dal rev.do Priore dell’ospedale e le donne dal medico direttore. L’ospedale presterà i mezzi per questi convitti di prova”.

Altre opere si specializzarono per le forme derma­tologiche e soprattutto celtiche, altre per l’assistenza ai bambini rachitici e scrofolosi, altre per la cura e la rieducazione di handicappati fisici e psichici.

L’Ospitalità e la formazione professionale

Un ulteriore aspetto che ha caratterizzato l’ospita­lità dei Fatebenefratelli durante i secoli è certamente quello della formazione professionale. Per il suo fine specifico di assistere gli infermi, l’Or­dine ha coltivato con impegno, secondo il livello del progresso culturale e tecnico dei tempi, gli studi me­dici, chirurgici, farmaceutici e infermieristici per la for­mazione dei suoi religiosi e non loro soltanto.

All’inizio la formazione avveniva con “esercizio pra­tico e con le lezioni al letto del malato, impartite man mano che ne capitava l’occasione, dal medico, dal Fra­tello maggiore e dai fratelli più anziani e più esperti.

I Novizi stessi dovevano essere istruiti dal Maestro nonsolo per quanto riguardava la vita ascetica e religiosa ma anche sull’assistenza ai malati, “servendo nelle sale degli infermi e nei vari uffici e altri ministeri della ca­sa”. Alcuni Padri Generali ordinano di far scuola di filosofia ai novizi e ai Neoprofessi per avviare  poi alcu­ni allo studio della medicina e di istruirli in modo che “imparino a cavar sangue, di chirurgia e di spezieria”.

Tutto ciò è stato certamente facilitato fin dall’inizio dalla presenza e dall’attività di alcuni valorosi medici, chirurghi, speziali (farmacisti) che entrarono nell’ordi­ne e per la collaborazione di laici preparati. La prima scuola di chirurgia risale al 1553 presso l’ospedale di Anton Martin di Madrid. In essa si istruivano i religiosi che poi ottenevano “la convalidazione dinanzi al tribu­nale del protomedico”. Alla scuola partecipavano an­che religiosi di altri Ordini e, giovani che avevano ini­ziato il tirocinio pratico presso qualche medico. Era de­stinata alla preparazione di chirurghi minori (non sa­pevano il latino), barbieri, flebotomi e infermieri e in se­guito (dopo il 1556) anche allo studio delle malattie del­la pelle (soprattutto celtiche), odontoiatria, ORL e uro­logia. Chi voleva diventare chirurgo maggiore o me­dico, dopo un corso preparatorio di latino, grammati­ca e matematica. si iscriveva alla università.

Per modestia religiosa i fratelli addottorati erano esentati dalla cerimonia di investitura.

Anche in Italia questo aspetto fu molto curato, non sto ad elencare le scuole qui sviluppatesi. Certamen­te il livello professionale dei religiosi ed il numero dei laureati doveva essere alto se (ancora oggi sembra esagerato) il Capitolo provinciale del 1785 prescrive­va che “Non si dovessero accettare all’abito se non persone dotate di speciale vocazione al nostro Istitu­to, e atti agli studi allo stesso propri tanto di medicina, chirurgia e farmacia quanto di conteggio per le cose amministrative”.

Questi religiosi inoltre dovevano essere molto sti­mati e richiesti se la Santa Sede è intervenuta per vie­tare la loro opera fuori dagli Ospedali. Nel Capitolo ge­nerale del 1738, per cercare di superare questo divie­to, viene fatta notare l’impossibilità di adeguarvisi “per­ché ne segue disaffezione da parte di coloro che so­no devoti ai nostri conventi, sospensione di elemosi­ne e grande mancanza da parte dell’Ordine verso per­sone di ogni classe, che sollecitano il conforto di es­sere curate nei loro mali da un religioso chirurgo, ri­ponendo in questa loro buona opinione il consegui­mento della guarigione. Per tale motivo non si può ne­gare a essi ciò che specificamente appartiene alla no­stra professione e al nostro Istituto”.

Molti fratelli, oltre che per l’amoroso servizio pre­stato ai più poveri, furono in effetti insignì per aver cu­rato principi, re e Papi e per vari contributi dati alla scienza alcuni figurano negli annuali; uno, il Beato Ric­cardo Pampuri è anche annoverato tra i Santi.

L’Ospitalità nelle Missioni dell’Ordine

Giovanni di Dio ebbe un animo altamente missio­nario, anche secondo la terminologia moderna, non prefiggendosi altro fine che la gloria di Dio e la salvez­za delle anime.

Lo stesso spirito missionario passò ai suoi primi di­scepoli e si diffuse rapidamente, sempre inquadrato nell’ambito del suo fine specifico, cioè all’assistenza degli infermi soprattutto negli ospedali. Tra i missiona­ri troviamo parecchi martiri. Oggi l’ordine annovera ol­tre 20 opere missionarie ove i religiosi manifestano e dimostrano con fatti concreti quanto altri missionari in­segnano con la predicazione e la catechesi.

L’Ospitalità nelle guerre, nelle epidemie e altre necessità.

L‘Ospedale per i Fatebenefratelli è sempre stato il punto di riferimento privilegiato, tuttavia essi hanno realizzato l’Ospitalità anche in molte altre occasioni in cui la loro opera è stata ritenuta necessaria o utile. Durante le guerre, come abbiamo visto anche all’inizio della diffusione dell’Ordine, i religiosi hanno par­tecipato come medici e infermieri al seguito degli eser­citi, talora come responsabili della organizzazione sa­nitaria militare; altre volte hanno trasformato i loro ospe­dali in ospedali militari, altre ancora sono stati chiama­ti a organizzare e dirigere ospedali militari. Sono nu­merose le attestazioni di benemerenza ricevute sia per l’organizzazione che hanno saputo realizzare sia so­prattutto per la loro dedizione e i loro servizi a favore dei feriti dell’uno e dell’altro fronte.

Durante le epidemie (P. Gabriele Russotto nella sua opera “S. Giovanni di Dio e il suo Ordine Ospedalie­ro” ne elenca 75 in cui sono intervenuti i Fatebenefra­telli) sono parecchi i religiosi che hanno lasciato la vita per assistere i malati. Tra questi lo stesso Anton Mar­tin, tre anni dopo la morte del Fondatore come abbia­mo già visto e il Beato Giovanni Grande (1600). Per restare a noi, nella peste di Milano del 1630, siamo certi della morte di almeno 14 religiosi.

Nella calamità naturali e in caso di disastri ugual­mente l’Ospitalità ha spinto i religiosi a intervenire con la loro dedizione. Accenno soltanto a titolo di esem­pio agli ultimi in ordine di tempo: lo scontro ferroviario di Benevento nel 1953, il terremoto di Agadir (Maroc­co) del marzo 1960, i terremoti del Friuli e dell’lrpinia.

L’Ospitalità  oggi

Le leggi repressive che erano quasi riuscite a sop­primere l’Ordine Ospedaliero, ovviamente non pote­vano sopprimere “Ospitalità, carisma, dono dello Spi­rito alla sua Chiesa, e, verso la fine del secolo scorso, l’Ordine ospedaliero inizia in modo molto intenso la sua restaurazione per opera di santi e coraggiosi religiosi, tra i quali spicca la figura del Beato Benedetto Menni. Peggiorano soltanto la loro situazione le opere oltre la cosiddetta “cortina di ferro”. Intensa si manifesta l’o­pera dei Fatebenefratelli durante le due guerre mon­diali. In Italia si caratterizzano con le loro case di cura aperte a tutti, tra le poche convenzionate con tutti gli Enti assistenziali, e i loro istituti psichiatrici.

Con una scelta coraggiosa entrano nel servizio sanitario nazionale mediante la lassificazione delle loro Case di cura e in occasione della attuazione della leg­ge 180 del 1978, si rifiutano di abbandonare al loro destino i malati psichiatrici che erano affidati alle loro cure, nonostante disagi economici notevoli e contesta­zioni varie.

concilio-vaticano secondoIl Concilio Vaticano Il richiama tutti gli Istituti religiosi a rinnovarsi e a riformulare le proprie Costituzioni.

Anche la società civile, e con essa il mondo sani­tario, vivono una profonda trasformazione.

In questo contesto, per quanto riguarda il mondo sanitario, si possono sottolineare alcuni aspetti positi­vi, quali: una profonda evoluzione delle strutture sani­tarie e ospedaliere, una più adeguata preparazione professionale degli operatori sanitari, una maggior par­tecipazione nella gestione della salute e del v%nta­riato, e altri negativi, quali: una tecnologia esagerata e disumanizzante, una burocratizzazione e una politi­cizzazione eccessiva del mondo sanitario, l’emargina­zione di alcune categorie di pazienti (malati cronici, an­ziani, tossicodipendenti, ecc.) e la progressiva assimi­lazione di una cultura di morte rappresentata dall’a­borto e dalla eutanasia.

Per quanto riguarda l’Ordine Ospedali ora si riscon­trano alcuni elementi preoccupanti, tra i quali:

  • il calo nelle vocazioni e l’età media dei religiosi,
  • la preparazione culturale e professionale non più ade­guata ai tempi,
  •  la scarsa incisività apostolica all’inter­no delle proprie Opere,
  • la difficoltà a gestire strutture divenute complesse,
  • la difficoltà a realizzare rapporti cordiali di collaborazione e di fiducia con i collabora­tori laici,
  • una certa incapacità a influire sulla umanizzazione delle strutture ed a stimolare i nostri collabo­ratori.

In questi contesti sono state riformulate le nostre  Costituzioni e Statuti Generali in cui vengono ripresi ritrascritti in termini conciliari gli aspetti legati al Carisma dell’Ordine, si rinnovano i criteri per la formazio­ne dei religiosi, si riformulano i criteri di amministrazione e governo delle Comunità e delle Opere assistenziali e si identificano i criteri che danno lo stile della nostra Ospitalità. Per questo nostro convegno ritengo utile soffermarmi su questa parte, elencandone qualche  aspetto.

  • Nella realizzazione della nostra missione occorre collaborare con altri organismi della Chiesa e dello Stato (C45).
  • Occorre ricercare e accettare la collaborazione di altre persone, professionisti e no, volontari e collaboratori, ai quali ci sforzeremo di partecipare il nostro spirito nella realizzazione della nostra missione (C.46).
  • Occorre inserirsi individualmente e come comuni­tà, nei centri e negli organismi dello Stato per svolge­re una missione di evangelizzazione e di servizio nel mondo della salute (C.47). 
  •  Nella pastorale ospedaliera dobbiamo sensibilizza­re i nostri collaboratori affinché esercitando le loro ca­pacità umane e professionali, agiscano sempre con il massimo rispetto per i diritti dei malati, inoltre dobbiamo invitare a partecipare direttamente alla pastorale coloro che si sentono motivati dalla fede (C.51).   

 Gli statuti  Generali, inoltre, dichiarano i nostri centri assistenziali come confessionali e cattolici (S.53), e definiscono i principi fondamentali che orientano e ca­ratterizzano l’assistenza nelle nostre opere, nel modo seguente (S. 54):   

  • Avere come centro di interesse di quanti viviamo e lavoriamo nell’ospedale o in qualsiasi altra  opera as­sistenziale il malato.
  • Promuovere e difendere i diritti del malato, dell’an­ziano e dell’invalido, tenendo conto della loro dignità personale.
  • Riconoscere il diritto della persona assistita a es­sere informata del suo stato di salute.
  • Osservare le esigenze del segreto professionale… – Difendere il diritto a morire con dignità…
  • Rispettare la libertà di coscienza delle persone che assistiamo e dei collaboratori, fermi nell’esigere che si rispetti l’identità dei nostri centri ospedalieri. – Rifiutare la ricerca di lucro osservando e esigendo che non si ledano le norme economiche giuste.

E poiché questi principi devono essere accettati e rispettati da tutte le persone che collaborano con noi, “si ponga la massima attenzione nella scelta del per­sonale tecnico, amministrativo e ausiliario…, tenendo presente non solo la loro preparazione e la loro com­petenza professionale, ma anche la loro sensibilità di fronte ai valori umani e ai diritti dei malati, conforme agli orientamenti della Chiesa e degli organismi che proteggono i diritti dei malati” (S. 55).

L’Ordine Ospedaliero intero è impegnato ad assi­milare e vivere gli impegni derivanti dalle nuove Co­stituzioni e Statuti Generali. Alcuni religiosi sono diso­rientati e talvolta restii al cambiamento. Per recare mag­gior impulso e più energia a tutto ciò e per cercare di superare le resistenze, il Superiore Generale ha offer­to a tutti tre grandi riflessioni, che ci stanno ancora im­pegnando:

  • Il Rinnovamento (1978), mediante il quale abbia­mo cercato di riscoprire le radici della vocazione ospe­daliera per viverla e testimoniarla secondo le esigen­ze dei tempi.
  • L’Umanizzazione (1981), mediante la quale e uma­nizzando noi stessi e le nostre strutture, cerchiamo ri­pristinare “la nostra alleanza con l’uomo che soffre” e di infondere un impulso più stimolante alla nostra co­munità e ai nostri collaboratori per una assistenza che si centra sull’uomo e che lo serve con dignità ed effi­cienza.
  • L’Ospitalità verso il 2000 (1986), che facendoci toc­care con mano l’attualità e l’urgenza del nostro Carisma, ci sospinge, in questo mondo che si  trasforma tanto velocemente, a una continua verifica e adatta­mento dei nostri atteggiamenti, e alla ricerca di even­tuali nuovi ruoli apostolici che meglio realizzano la no­stra Ospitalità.

In questa prospettiva, per taluni aspetti carica di ansietà e per altri capace di entusiasmi, cerchiamo di vivere oggi la nostra Ospitalità, orientata verso il mil­lennio. Ci accompagna uno slogan: “Non avere pau­ra di avere coraggio” e un programma forse ancora non ben delineato per essere sempre più autentica­mente “testimoni”, “guide morali”, “coscienza critica”, “anticipatori” e “ricercatori” anche ai nostri giorni co­me lo fu all’inizio S. Giovanni di Dio.

L’Ospitalità insieme con i Fatebenefratelli 

Un ampio movimento si è sviluppato all’interno di tutto l’Ordine per realizzare quella che è stata definita “la nuova alleanza con i laici”, dopo che cause più di­verse hanno portato ad una condizione di disagio che fanno soffrire tutti, religiosi e laici, cappellani e suore, e che soprattutto si ripercuotono negativamente nella qualità del servizio che assieme dobbiamo dare al ma­lato. Anche semplicemente come cristiani credo che dobbiamo reciprocamente chiederci perdono e assie­me chiedere perdono ai nostri malati e a Dio per la poca carità qualche volta esercitata.

Abbiamo visto precedentemente come le Costitu­zioni impegnano i religiosi a trasmettere le caratteristi­che del carisma del!’ ospitalità ai nostri collaboratori e ad invitarli a partecipare alle attività pastorali. Nelle nostre opere ci sono laici cristiani impegna­ti e non. Per i primi vale il comandamento di amare Dio e amare il prossimo, allo stesso modo di come è richiesto per i religiosi; per essi operare in una struttu­ra religiosa e nello stile della ospitalità di Giovanni di Dio rappresenta inoltre una nuova o maggiore oppor­tunità per esercitare il suo apostolato specifico, “par­tecipazione alla stessa missione salvifica della Chiesa” (LG .33) tra i malati che assiste e tra i colleghi con i quali opera.

Se necessario, anche per effetto della collabora­zione che i religiosi affidano, i laici cristiani impegnati, ma non solo loro, saranno in grado, e talora anche mo­ralmente impegnati, di dare consigli ai religiosi e di esercitare verso di essi la correzione fraterna.

All’interno dell’Ordine si ipotizza anche la possibi­lità di istituzionalizzare sotto la bandiera dell’ospitalità qualche movimento laicale.

Altri coinvolgimenti sono già stati iniziati, quali ad esempio “La fondazione internazionale Fatebenefra­telli” costituita per la formazione medica, infermieristi­ca e tecnica e per la ricerca in campo sanitario, “as­sociazioni di volontariato ospedaliero”, l’associazione “Con i fatebenefratelli per i malati lontani”, costituita per promuovere l’assistenza sanitaria nei paesi in via di sviluppo.

Nei secoli scorsi, a partire dal primo ospedale di Granada sono sorte anche associazioni religiose e veri istituti religiosi che si sono ispirati alla Ospitalità dei Fatebenefratelli; ne cito due tuttora esistenti: le “Piccole suore dei poveri” che professano gli stessi nostri quat­tro voti, e le “Suore ospedaliere del S. Cuore di Ge­sù”, fondate dal nostro Beato Benedetto Menni e che possono essere considerate il ramo femminile dell’Or­dine Ospedaliero.

Conclusione

Non so se sono riuscito a esprimere chiaramente l’essenza, la grandezza e nello stesso tempo l’impe­gno della nostra Ospitalità. Mi auguro che questo convegno ci aiuti a parteci­parne lo spirito, ci renda capaci di assimilarlo ancora di più e a trovare nuove soluzioni o proposte perché lo possiamo diffondere a tutti i collaboratori e testimo­niarlo, assieme, ciascuno secondo il proprio stato, a gloria di Dio e a beneficio dei nostri malati e dei nostri poveri.

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L’ESSENZIALITA’ DI SAN RICCARDO PAMPURI: “RIPARTIRE DA DIO” –

Carlo Maria Martini benedice con l'EvangelarioQUANDO LO SPIRITO CI PARLA DELL’EUCARISTIA

Il Dr. Erminio Pampuri, sentendosi chiamato al Congresso Eucaristico di Genova, ci andò da credente. Ma aveva chiesto di tornare apostolo. E fu esaudito.

Nella lettera pastorale dell’Arcivescovo Carlo Maria Martini che aveva annunciato proprio durante la processione del Corpus Domini sui Navigli di Milano, dal titolo “RIPARTIAMO DA DIO” ho scoperto che vi è meravigliosamente tracciato, l’itinerario spirituale del Dr. Erminio Pampuri,  il futuro San Riccardo. 

Scrive il suo primo biografo: “…Qualche tempo dopo i fedeli, recandosi al cimitero per la visita domenicale ai loro defunti lessero sulla lapide la seguente iscrizione:

San Riccardo Pampuri - la tomba a Trivolzio

1-immagine6

Venne distribuita un’immagine-ricordo che recava questa epigrafe:

” Come l’immagine soave di Fr. Riccardo dottor Pampuri – medico chirurgo dei Fatebenefratelli – così resti imperituro il profumo delle sue virtù non comuni – Umile e modesto – visse la sua breve ma operosa giornata  – tutta nel lavoro e nella preghiera. – Spirito magnanimo in corpo tanto delicato – dovunque passò – in seno alla famiglia adorata – nelle aule universitarie – al letto degli infermi – nelle file della Gioventù cattolica – in mezzo agli ammalati, ai confratelli – dell’Ordine Ospedalierodi S. Giovanni di Dio – diede prova luminosa – di quanto possa il cuore umano – quando è traboccante di amore divino – attinto ed alimentato – nelle lunghe veglie eucaristiche. – Mentre col desiderio lo rincorriamo in cielo – ne raccogliamo gli esempi – ne invochiamo la protezione”.

Lui stesso, frutto di un miracolo eucaristico, di quell’ “amarti e farti amare!” mai venuto meno e che ancora risuona nella Chiesa universale, non posso immaginare quanto avrebbe gioito ad ascoltare dalla Chiesa del suo tempo parole simili a quelle dell’Arcivescovo Martini, lui che ha testimoniato questo primato di Dio.

Sono queste le parole che a Genova si era lasciato incidere nel cuore:

  • Gesù Cristo,
  • contemplare Lui,
  • imparare da Lui,
  • imitare Lui,
  • seguire Lui.

Le stesse che il Cardinale sul battello, lungo i Navigli, mentre reggeva l’ostensorio, ha sentito ribollire nelle sue vene.

Anche allora si parlava del “Corpus Domini”, del “Sacro cuore di Gesù” e i riferimenti alle lettere di San Paolo che lui tanto amava, non mancavano. Per non dire del Manzoni, quello dei letterati ma anche dei popolani così avvezzi a ripartire ogni giorno da Dio, invisibile ma percepita Presenza, sì che di bocca in bocca, pur nelle amarezze, passava questa manzoniana giaculatoria: la c’è, la c’è la Provvidenza…

concilio-vaticano secondoMa il Concilio Vaticano II con i suoi profeti era in incubazione e quelle che riporto sono parole risuonate nella Chiesa Lombarda 45 anni dopo la sua morte. E a paiono proprio ispirate per tratteggiare la spiritualità del giovane medico santo, allora “vento impetuoso”, roveto ardente di fede e carità nella sua Chiesa locale.

Da un lato c’è lui, il Pampuri, che, noi della Compagnia,  abbiamo scelto come modello perché incarna le vocazioni del laico e del religioso. Dall’altra c’è la guida spirituale, il condottiero Martini che ha ispirato il nostro voler essere “schiene a disposizione di Dio” nel territorio in cui viviamo ed operiamo. GLOBULI ROSSI come metafora che rimanda all’antidoto contro tutte le forme di anemia sociale, di patologie dello spirito,  a partire proprio dal “CORPUS DOMINI: 

  • questo è il mio Corpo, offerto”,
  • questo è il calice del mio Sangue …versato…” 

Basti pensare a quanto scrive da di medico condotto: 

Morimondo, 6 ottobre 1923 – Al principio dello scorso mese ho avuto la grazia inestimabile di partecipare alla chiusura del Congresso Eucaristico nazionale di Genova. Quali torrenti di grazia ha riversato Gesù Eucaristico durante quel suo gloriosissimo trionfo! Le anime nostre ne sono state ricolme, e solo la piccolezza di queste, del povero nostro cuore poteva mettere un limite alla sua generosità infinita. Egli avrebbe voluto che noi avessimo infinitamente dilatato il nostro cuore per poterlo infinitamente arricchire dei suoi doni. 

Mio Gesù, mi hai chiamato a Genova, credente,

fammi ritornare apostolo!

Amarti e farti amare !” (Lett. 30)

Ostensorio ambrosiano

Carlo Maria martini-cardinale18 giugno 1995, domenica del Corpus Domini: processione sui Navigli. Sto tenendo fra le mani l’ostensorio con il pane consacrato che è il Signore Gesù morto e risorto per noi e moltissima gente adora il Signore con me. Si concentrano in quest’ostia i ricordi dell’anno, la conclusione del Sinodo, le memorie di quindici anni di episcopato a servizio di questo popolo. 

Contemplo il Signore e mi prende come un brivido di spavento per la sua inermità. È qui osannato da tanta gente, eppure è debole e tutto si lascia fare dalle nostre mani. Potremmo fare di Lui qualunque cosa e non reagirebbe, come non ha reagito nella Passione. È questo il Signore della gloria, l’Onnipotente, Colui che tiene in mano i destini dei popoli! Di questo Signore della Gloria noi conosciamo poco; davvero è al di là di ogni nostro atto di intelligenza, non comprendiamo il rapporto tra la sua infinità e la sua inermità. È Dio e perciò al di sopra di ogni nostro pensiero: Deus semper maior, Dio sempre più grande di quanto non possiamo immaginare o comprendere. 

Eppure Tu, o Signore Gesù, sei qui per noi e l’ostia che contemplo è la Tua vita per noi. Tu sei il nostro tutto, Colui al di là del quale non possiamo cercare altro, perché in Te vediamo il Padre. A Te consegno le intercessioni e le preghiere di tutta la Chiesa di Milano al termine del Sinodo, in un momento in cui le è chiesto di ripartire per camminare verso il nuovo millennio. 

Ma ripartire come? e da dove? Qui la Tua essenzialità, o Signore, mi grida: mi sono spogliato di tutto, ho lasciato perdere tutto, per mostrare solo il Padre, il Suo amore per voi. Sì, ne sono certo: da Dio occorre ripartire, dall’Essenziale, da ciò che unicamente conta, da ciò che dà a tutto essere e senso. 

Sarà “Ripartiamo da Dio” il titolo della lettera pastorale che segna il nostro ripartire come Chiesa di Milano dopo la sosta del Sinodo, che avevo a suo tempo paragonato alla sosta degli Ebrei presso le palme di Elim: 

  • Qui arrivarono a Elim, dove sono dodici sorgenti d’acqua e settanta palme.
  • Qui si accamparono presso l’acqua” (Esodo 15,27). 

È giunto anche per noi quel momento che il libro dell’Esodo segnala al versetto seguente: “Levarono l’accampamento da Elim, e tutta la comunità degli Israeliti arrivò al deserto di Sin, che si trova tra Elim e il Sinai” (Esodo 16,1). 

È chiaro che la meta finale è il Sinai, l’incontro col Dio dell’alleanza, e il cammino passa per il deserto, luogo dell’essenzialità. Di tale essenzialità, che è poi il primato di Dio, vorrei parlare in questa lettera. 

Anche per rispondere a un interrogativo corrente: La Chiesa che parla spesso di solidarietà, di giustizia sociale ecc. sa ancora parlare di Dio? 

Non si tratta quindi di una lettera programmatica nel senso formale del termine. Il programma del 1995/96 si impone da sé: è l’assimilazione paziente e graduale del testo e delle prescrizioni sinodali, con alcuni adempimenti – di cui parlerò nell’ultima parte – che riguardano la ripresa e la riscrizione dei progetti pastorali delle parrocchie e delle altre realtà ecclesiali alla luce del Sinodo e una riflessione sul difficile momento vocazionale che stiamo vivendo. 

Qui esporrò le premesse di questo lavoro, le condizioni spirituali in cui va eseguito, in continuità con la mia lettera di presentazione del Sinodo, pubblicata il 1° febbraio 1995 e che vi invito a rileggere in appendice. Mi riferisco in particolare a quella pagina dove dicevo: come la Chiesa degli Apostoli, ripartiamo da Dio! 

Dal Dio nel quale viviamo, ci muoviamo e siamo, dal Dio dei nostri padri, dal Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe, dal Dio dell’Alleanza e delle Scritture, dal Dio del nostro Signore Gesù Cristo, dal Dio che ci ha guidato fino ad oggi e guida il nostro cammino verso il terzo millennio, dal Dio mistero inesauribile, dal Dio Padre, Figlio e Spirito Santo! (cf n.6). 

Un testimone straordinario del mistero trascendente ci accompagnerà nel cammino: è il Cardinale Alfredo Ildefonso Schuster, nostro Arcivescovo dal 1929 al 1954, che tanti di noi ricordiamo, da cui tanti – ancora oggi viventi – hanno ricevuto il sacramento della cresima o l’ordinazione sacerdotale. Il Papa lo proclamerà beato il prossimo 12 maggio 1996. Schuster è passato in questo mondo testimoniando il primato di Dio, uomo “tutto preghiera”, uomo partecipe dei dolori di questo mondo ma proteso verso i beni eterni. 

Alcuni anni fa (1987) abbiamo contemplato il nuovo beato, il Card. Andrea Carlo Ferrari,, nell’ambito del nostro programma pastorale “educare”, come Vescovo educatore di un popolo. Quest’anno potremo invocare il Card. Schuster perché ci insegni a esprimere nella nostra vita e nella nostra Chiesa il primato di Dio. 

La presente lettera comprende quattro parti: 

  1. – nella prima vorrei esprimere i motivi per cui sento importante per noi ora “ripartire da Dio”;
  2. – nella seconda mi domanderò che cosa ciò significa in concreto;
  3. – nella terza dirò in che modo una Chiesa locale è chiamata a vivere il primato di Dio;
  4. – nella quarta spiegherò alcuni adempimenti pratici.

Quattro domande dunque: 1. Perché ripartire da Dio? 2. Che cosa comporta il primato di Dio?  3. Come una Chiesa lo vive? 4. Che cosa fare in pratica quest’anno? 

  1. RIPARTIRE DA DIO: PERCHÉ? 

Non basta che io senta interiormente l’urgenza di questo tema. Debbo provare a esprimerne le ragioni per chi mi legge. Lo farò convocando successivamente tre interlocutori: san Paolo, Manzoni e me stesso in quanto Vescovo da quindici anni in questa Archidiocesi. Certe cose che si hanno dentro può essere più facile comunicarle in dialogo. 

San Paolo apostolo-tangi1.1. Vorrei anzitutto dialogare con te, Paolo apostolo, che nella lettera ai Galati e in quella ai Romani proponi il vangelo della Grazia, un radicale ripartire da Dio.

  • Perché questa insistenza?
  • quali destinatari avevi davanti?
  • di che cosa avevano bisogno? 

Paolo: “Avevo davanti a me due tipi di destinatari. Da una parte mi rivolgevo a quei figli della Legge che erano tentati di prenderla come totalità rassicurante, quella che oggi chiamereste una “ideologia pratica”. È una mentalità che induce a pensare che nel “fare” certe cose e nel farle “proprio così” ci sia la chiave di tutto.

Erano tentati di presunzione, della pretesa di possedere in qualche modo il mistero. Ad essi ricordavo che il Dio di Abramo è il Dio che liberamente promette senza nostro previo merito e che il senso della vita sta nel perdutamente affidarsi al Suo mistero santo. 

Questo mistero è insondabile e non può essere imprigionato nei nostri schemi, non dipende dalle nostre osservanze, non è legato ai nostri principi retributivi. “O profondità della ricchezza, della sapienza e della scienza di Dio! Quanto sono imperscrutabili i suoi giudizi e inaccessibili le sue vie!” (Rom 11,33). 

Dall’altra parte mi rivolgevo ai pagani di quei tempi: erano “soli”, senza Dio, con tante divinità, numerose quanto inutili. La loro tentazione era l’ingordigia delle gioie presenti, da cui l’apatia, l’insensibilità, lo sbriciolarsi del senso della vita in mille cose inconcludenti. 

Ad essi volevo richiamare l’esigenza di unificare l’esistenza sull’orizzonte ultimo, di fondare la dignità e la bellezza delle cose penultime e quotidiane nell’ultimo orizzonte e nell’ultima Patria. Non si può vivere di maschere o di piccoli idoli: occorre misurarsi sull’Oltre, su quel Mistero assoluto che ci intimorisce e ci attrae, di cui dolore e morte sono come sentinelle. Ma essi avevano “cambiato la verità di Dio con la menzogna” e avevano “adorato la creatura al posto del creatore” (Rom 1,25)”. 

Chiedo a Paolo: “Ritieni che queste due tentazioni siano ancora presenti in noi, perfino nella nostra Chiesa?” 

Paolo: “Rileggete attentamente le mie lettere e vedrete che parlano di voi. Parlano in primo luogo a voi che vi sentite tranquillamente dentro la Chiesa. Date per scontato quel punto di partenza che è il primato di Dio e vi affidate sovente a un dio che è opera della vostra fantasia e non l’al di là di essa, l’al di là di ogni cosa che può essere pensata o immaginata. 

Vi fate delle sicurezze con pratiche umane, anche religiose, con gesti e preghiere. Volete sempre trovare la chiave risolutiva dei problemi religiosi e pastorali che vi assillano, così da possederla e adoperarla a piacere. Se parlate di “programmazione” è per sentirvi a posto, per poter accusare altri e magari Dio stesso dei vostri insuccessi. Questo non è mettere al primo posto Dio e la sua gratuità! Questo è fare di Dio uno strumento della propria realizzazione umana e pastorale! Perché non lasciate spazio alle “sorprese” di Dio? 

Le mie lettere parlano inoltre a chi ricerca evasioni per non pensare seriamente al suo futuro e al senso globale della sua vita. Denuncio la povertà e l’insufficienza di molte esistenze che si credono “piene”. Chi non adora il Dio che è al di là di ogni cosa, è schiavo degli idoli. Occorre ripartire dal Mistero indicibile, riprendere in mano con la Sua grazia il significato totale della propria esistenza: e questo è possibile!”. 

ALESSANDRO MANZONI thumbnail1.2. Interrogo ora un testimone più vicino al nostro tempo, un cristiano ambrosiano che ha vissuto fino in fondo le ansie del cuore umano alle soglie dell’età moderna: Alessandro Manzoni. Gli chiedo: come hai vissuto il primato di Dio? perché fra tante cose necessarie per i tuoi contemporanei ti sei dedicato a proporre loro l’unico necessario, Dio e la sua provvidenza? 

Manzoni: “Ho capito che con Dio non si deve perdere, ma “capitolare”. Lui ascolta i nostri perché più veri, quelli che nascono dai dolori più intimi: ci risponde col Suo silenzio e con l’infinita compassione del Suo amore. È quello che ho vissuto di fronte alla morte dei miei amori più cari e che ho espresso nelle frasi ancora smozzicate e incompiute del “Natale del 1833” 

  • (“Si che tu sei terribile
  • / Si che tu sei pietoso… i preghi
  • / Doni, concedi e neghi… Ma tu pur piangi e)[1]. 

Ma l’ho vissuto anche di fronte alle grandi mutazioni del mio tempo. Le spinte di questi cambiamenti, i violenti dinamismi che avevano scosso le società europee, li ho sentiti anzitutto in me. Dopo una lunga ed estenuante lotta, dopo aver cercato di costruirmi una vita e una fama a mio modo secondo le idee del tempo, mi sono arreso a Dio. Ho intravisto che in Lui si realizzava quanto in qualche modo, confusamente, cercavo. 

Non è stato facile, neanche dopo. Ho imparato che la lotta con Lui dura tutta la vita, perché Lui è sempre al di là; crediamo di averlo capito ed è Altro. In fondo sono rimasto fino alla fine un uomo affaticato nella ricerca, un uomo conscio della sua debolezza e che si sforzava ogni giorno di ricominciare a credere, ad affidarsi. 

Voi che giustamente riposate nell’equilibrio di tante mie pagine, nell’armonia – da me descritta – di destini ritrovati dopo lunghi dolori, sappiate che tutto ciò a me è costato molto e che Dio mi ha sempre sorpreso, fino all’ultimo. Non è il mio un cristianesimo facile. Non mi stupisco quindi del vostro tempo inquieto, non sono lontano dalle vostre angosce”. 

1.3. E a me, da tre lustri Vescovo di questa Chiesa, che cosa dice il primato di Dio? 

card. MartiniQuindici anni fa vi ho proposto “la dimensione contemplativa della vita” come chiave antropologica per l’oggi, come asse portante del nostro essere e del nostro agire quale Chiesa di Milano. Oggi vengo a riproporvi l’assoluto primato di Dio, il soli Deo gloria. Perché? Direi per le stesse ragioni di allora, ripensate oggi, e per le stesse ragioni di Paolo e del Manzoni, rilette nel contesto odierno. 

1.3.1. Che cosa intendevo allora proporre, sottolineando il valore della contemplazione nella nostra civiltà convulsa e anche nella nostra Chiesa? Intendevo ricordare un unico e molteplice primato: il primato di Dio, di Gesù Cristo, della grazia, della persona, dell’interiorità (o del “cuore”). Il primato di Dio rispetto a ogni iniziativa o attività umana, il primato di Gesù Cristo sulla Chiesa, quello della grazia sulla morale, quello della persona sulle strutture, quello dell’interiorità sul fare esteriore. Il primato dell’essere sull’avere. 

Il primato di Dio su ogni iniziativa umana: Dio è il Padre che ama per primo, che comunica se stesso e si dona in Gesù prima ancora di ogni attesa umana , il primo nel perdonare gratuitamente, Colui da cui tutto viene, tutto dipende, a cui tutto tende e tutto ritorna. È importante anzitutto sentirci amati. 

Il primato di Gesù Cristo, figlio del Padre, immagine perfetta di Dio e figura dell’uomo perfetto, riferimento di ogni crescita umana autentica. Lo scopo di ogni cammino umano è divenire come Gesù, figli di Dio in Lui. Nessuno uomo o donna può realizzarsi se non in Gesù Cristo, nessuno potrà mai essere più autenticamente persona umana di Lui. Il punto di arrivo di ogni cammino umano è Gesù Cristo e lo sguardo di ogni uomo e di ogni donna deve anzitutto fissarsi su Gesù Cristo, contemplare Lui, imparare da Lui, imitare Lui, seguire Lui. 

Contemplarlo, accettarlo, seguirlo nella sua vita, nella sua passione, nella sua morte. Non c’è mai stata realizzazione umana più alta di quella della croce. Non è dunque anzitutto importante costruire la Chiesa, ma seguire Gesù Cristo. È il seguirlo, il guardare a Lui per primo, l’entrare in Lui, il partecipare alla sua vita di Figlio che ci fa Chiesa. La Chiesa è l’assemblea di coloro che sono veramente figli di Dio in Gesù Cristo, vivendo come Lui ha vissuto, amando come Lui ha amato e morendo come Lui è morto, affidandosi al Padre. 

Il primato della grazia, cioè dello Spirito Santo, dono del Padre all’uomo in Gesù, per farci vivere come Gesù Cristo e farci amare come Gesù ha amato. Questa grazia è, per l’uomo afflitto dal male, benevolenza e misericordia del Padre, liberazione dalla colpa, vittoria del bene sul male, azione divina che trae il bene anche dal male. È l’amore del Padre effuso nei nostri cuori per mezzo dello Spirito che ci permette di agire moralmente seguendo gli esempi di Gesù Cristo, uomo perfetto, giusto, onesto, verace, mite, saggio e coraggioso, che dà la vita per i suoi nemici. Qui sta la radice di ogni vera moralità. 

In tale luce appare la dignità della persona umana e della sua libertà. La persona umana è il rispondente di Dio nella creazione, fatto per rispondere con amore all’amore di Dio in Gesù e continuare nel mondo l’opera intelligente e costruttiva del Padre. La persona umana ha in mano i destini del mondo, è responsabile del senso della storia, è chiamata a collaborare al disegno di riconciliare in unità l’umanità intera. Simbolo reale e segno efficace di questo formidabile compito storico di rifare “una” l’umanità è l’Eucaristia. 

Nella persona umana decisivo è il “cuore”, l’interiorità. È il luogo delle decisioni libere, degli affetti profondi che cambiano la vita e dei grandi orientamenti che danno senso alla storia. Tutta la vicenda umana si gioca nell’intimo dell’uomo. La Parola di Dio che illumina e salva è destinata al cuore umano, lo tocca nell’intimo e lo trasforma. Di qui la fondamentale importanza del silenzio, dell’attenzione vigile, della riverenza e disponibilità interiore di fronte a Dio che si comunica: in una parola, l’importanza della “dimensione contemplativa della vita”. 

1.3.2. Quanto ho richiamato come sintesi “teologica” di ciò che sottostava alla “dimensione contemplativa della vita” può essere ridetto, in chiave di sintesi “epocale”, a partire dalle ragioni di Paolo e del Manzoni rilette oggi. 

All’inizio del mio ministero, in anni ancora sotto la malìa delle ideologie che pretendevano di cavalcare la tigre della storia, proporre il primato di Dio voleva dire segnalare il limite costitutivo di ogni visione ideologica, totalizzante. Come Paolo, contro chi aveva fatto della stessa Legge un assoluto, aveva proposto la libertà di Dio e della Sua grazia, così io intendevo proporre Dio come misura ultima di tutto, critica inesorabile delle presunzioni mondane e della violenza da esse esercitata sulla realtà. L’89 ha mostrato come quell’indicazione cogliesse nel segno: un mondo senza Dio si disgrega, diventa alienante e violento anche contro se stesso. 

Oggi non è venuta meno l’urgenza di vigilare contro le catture ideologiche, sempre ammalianti per il loro carattere di scorciatoia semplificante. Esse esistono, nella società e nella Chiesa, anche se di segno diverso da quelle degli anni ’80. Tuttavia si fa forse ancora più urgente il bisogno di parlare ai “nuovi pagani” (l’espressione la mutuo da S. Natoli, I nuovi pagani, Milano 1995). Sono coloro che, privi dell’orizzonte totale e rassicurante dell’ideologia ed insieme privi di un “ultimo Dio” capace di salvare il mondo, vorrebbero ricondurre tutto al frammento, all’attimo, alla dignità dell’essere umani, soltanto umani e basta, con tutta la caducità che questo comporta. 

Ai “nuovi pagani” vorrei richiamare il Mistero più grande, come faceva Paolo di fronte agli orfani degli idoli del suo tempo. Vorrei gridare che vivere significa rispondere all’appello del Mistero assoluto, Orizzonte del mondo e della vita, verso cui si volge l’interrogazione più profonda del cuore. 

Vivere veramente, senza sterili forme rinunciatarie, senza lasciarsi accattivare dalla subdola tentazione del pensiero debole, significa lasciarsi illuminare dal grido di trascendenza che abita nel cuore del nostro cuore. 

Significa dare ascolto al dinamismo della nostra ricerca di un luogo o di un evento dove l’Altro si offra al nostro spirito inquieto. Significa non pacificare a buon prezzo l’inquietudine interiore, ma aprirle spazi di intelligenza e di desiderio: “Non è la conoscenza che illumina il Mistero – diceva P. Evdokimov – è il Mistero che illumina la conoscenza”. 

Ai credenti, tentati di contrapporre al nichilismo postmoderno, orfano dell’ideologia, un cristianesimo dalle certezze facili, malato esso stesso di ideologia, vorrei proporre la fede indagante, non negligente, del Manzoni: un abbandonarsi credente al primato di Dio che non rinuncia a porsi le domande cruciali della vita, a vivere la sofferenza, a portare la Croce, ma in compagnia del Dio che soffre, di Colui che “Volle l’onte, e nell’anima il duolo / E l’angosce di morte sentire / E il terror che seconda il fallire / Ei che mai non conobbe il fallir“[2]. 

A tutti i nostri fedeli vorrei ripetere la testimonianza di Dietrich Bonhoeffer, morto martire della barbarie nazista cinquant’anni fa, il 18 aprile 1945. Al fallimento dell’ideologia totalitaria e violenta egli non contrapponeva un’altra ideologia né una rinuncia decadente e priva di senso, bensì il far compagnia a Dio nel suo dolore per gli uomini.

Così si esprime nella poesia Cristiani e pagani, contenuta nella raccolta delle lettere e degli scritti dal carcere:

 

  • Uomini vanno a Dio nella loro tribolazione,
  • piangono per aiuto, chiedono felicità e pane,
  • salvezza dalla malattia, dalla colpa, dalla morte.
  • Così fanno tutti, tutti, cristiani e pagani.
  • Uomini vanno a Dio nella sua tribolazione,
  • lo trovano povero, oltraggiato, senza tetto né pane,
  • lo vedono consunto da peccati, debolezza e morte.
  • I cristiani stanno vicino a Dio nella sua sofferenza.
  • Dio va a tutti gli uomini nella loro tribolazione,
  • sazia il corpo e l’anima del suo pane,
  • muore in croce per cristiani e pagani
  • e a questi e a quelli perdona”. [3] 

Paolo e Manzoni, ripensati nel nostro tempo, mi danno le ragioni per tornare a proporvi il primato di Dio proprio oggi, fra la nostalgia delle certezze perdute, provata da alcuni, e il trionfo degli idoli e delle maschere, sostenuto da altri per riempire il vuoto del nulla e del non senso. 

È ciò che il Papa ci invita a fare in questa fine millennio. Che cos’è la Tertio Millennio Adveniente se non un pressante invito a ritornare al Dio di Gesù Cristo come alla misura ultima di tutto, di tutti, della Chiesa stessa? Non si comprende così l’appello al pentimento e alla conversione anche per la Chiesa? 

Ho dunque richiamato le ragioni per questo appello: ripartiamo da Dio! Ma che cosa vuol dire in concreto per noi, pellegrini del mondo postmoderno, ripartire da Dio? che cosa vuol dire per la Chiesa ambrosiana, appena uscita dal Sinodo? che cosa vuol dire per la nostra società milanese, in un tempo di transizione e di incertezza? 

2. RIPARTIRE DA DIO: CHE COSA IMPLICA? 

Sono i profeti a insegnarci che cosa significa ripartire da Dio. Profeta è “colui che tiene lo sguardo fisso verso il Dio che viene” (Martin Buber), ma ha allo stesso tempo i piedi ben piantati sulla terra. Mi sembra che oggi ci sia penuria di profeti: 

  • c’è chi guarda in alto mentre i suoi piedi sembrano aver perduto il contatto con la terra degli uomini (è la tentazione dei tanti spiritualismi caratteristici di un’età che si è autodefinita New Age);
  • c’è chi è talmente incollato al proprio frammento di terra da perdere di vista l’insieme e l’orizzonte più grande.

 

Ripartire da Dio richiede il coraggio di riproporsi le domande ultime, di ritrovare la passione per le cose che si vedono perché sono lette nella prospettiva del Mistero e delle cose che non si vedono. 

Si potrebbe esprimere in tre modi il “che cosa” della proclamazione del primato di Dio. 

  1. 1. Rispetto al cammino personale significa non dare mai nulla per scontato nel nostro cammino di fede, non cullarci nella presunzione di sapere già ciò che è invece perennemente avvolto nel mistero; significa santa inquietudine e ricerca.
  2. 2. Rispetto al nostro agire comunitario e sociale significa mettere tutti i nostri progetti umani sotto la Signoria di Dio e misurarli solo sul Vangelo.
  3. 3. Rispetto ai frutti che tale atteggiamento suscita, significa godere una esperienza di profonda serenità e pace. 

2.1. L’inquietudine della notte della fede 

Ripartire da Dio vuol dire sapere che noi non lo vediamo, ma lo crediamo e lo cerchiamo così come la notte cerca l’aurora. Vuol dunque dire vivere per sé e contagiare altri dell’inquietudine santa di una ricerca senza sosta del volto nascosto del Padre. Come Paolo fece coi Galati e coi Romani, così anche noi dobbiamo denunciare ai nostri contemporanei la miopia del contentarsi di tutto ciò che è meno di Dio, di tutto quanto può divenire idolo. Dio è più grande del nostro cuore, Dio sta oltre la notte.

 

Egli è nel silenzio che ci turba davanti alla morte e alla fine di ogni grandezza umana; Egli è nel bisogno di giustizia e di amore che ci portiamo dentro; Egli è il Mistero santo che viene incontro alla nostalgia del Totalmente Altro, nostalgia di perfetta e consumata giustizia, di riconciliazione, di pace. 

Come il credente Manzoni, anche noi dobbiamo lasciarci interrogare da ogni dolore: dallo scandalo della violenza che sembra vittoriosa, dalle atrocità dell’odio e delle guerre, dalla fatica di credere nell’Amore quando tutto sembra contraddirlo. Dio è un fuoco divorante, che si fa piccolo per lasciarsi afferrare e toccare da noi. 

Sui Navigli, portando Gesù in mezzo a voi, non ho potuto non pensare a questa umiliazione, a questa “contrazione” di Dio, come la chiamavano i Padri della Chiesa, a questa debolezza. Essa si fa risposta alle nostre domande non nella misura della grandezza e della potenza di questo mondo, ma nella piccolezza, nell’umiltà, nella compagnia umile e pellegrinante del nostro soffrire. 

È come nel cammino verso Emmaus (cf Luca 24,13-35). Da principio il Signore si fa sentire stimolando e interrogando l’inquietudine dei discepoli. Poi si manifesta nelle parole che spiegano le Scritture, le quali fanno comprendere ai due discepoli che c’è qualcosa al di là di quanto essi credevano di aver capito. Ma quando Gesù si rivela nella frazione del pane, subito scompare ed essi lo cercheranno correndo incontro ai fratelli. Gesù stimola, attrae, si manifesta, e insieme invita ad andare oltre, a non contentarsi della formula ricevuta o della gioia di un momento. 

Talora presumiamo di avere già raggiunto la perfetta nozione di ciò che Dio è o fa. Grazie alla Rivelazione sappiamo di Lui alcune cose certe che Egli ci ha detto di Sé, ma queste cose sono come avvolte dalla nebbia della nostra ignoranza profonda di Lui. Non di rado mi spavento sentendo o leggendo tante frasi che hanno come soggetto “Dio” e danno l’impressione che noi sappiamo perfettamente ciò che Dio è e ciò che Egli opera nella storia, come e perché agisce in un modo e non in un altro. 

La Scrittura è assai più reticente e piena di mistero di tanti nostri discorsi pastorali. Preferisce il velo del simbolo o della parabola; sa che di Dio non si può parlare che con tremore e per accenni, come di “Qualcuno” che in tutto ci supera. 

Gesù stesso non toglie questo velo, Lui che è il Figlio: ci parla del Padre ma “per enigmi”, fino al giorno in cui svelatamente ci parlerà di Lui. Questo giorno non è ancora venuto, se non per anticipazioni che lasciano ancora tante cose oscure e ci fanno camminare nella notte della fede.

 

Perciò anche la Chiesa, fatta a immagine della Trinità, non può capire mai a fondo se stessa né può cessare di ricercare con passione e pazienza la sua identità. Molti discorsi pastorali nascondono l’illusione di sapere tutto sulla Chiesa e sui suoi cammini nel mondo, cose se si trattasse solo di applicare delle regole e di dedurre conclusioni da principi. Ma la Chiesa ha la sua origine nel Padre che è prima di ogni principio e va accolta come dono che si rinnova ogni giorno per la forza sorgiva dello Spirito. 

Questo discorso potrebbe essere frainteso, quasi si trattasse di “rimettere continuamente in discussione tutto”. Le certezze che ci sono date in dono sono ben certe e ciascuno le può ritrovare nel Catechismo della Chiesa Cattolica. Esse sono faro e guida per i nostri cammini, però non sono più di una “lampada che brilla in un luogo oscuro, finché non spunti il giorno e la stella del mattino si levi nei vostri cuori” (2Pt 1,19). Non ci dispensano dalla fatica dell’interrogarci, dal timore di illuderci, dal bisogno di esaminarci con umiltà su quanto diciamo e operiamo ogni giorno. 

2.2. L’ultima misura di tutto 

Ripartire da Dio vuol dire confrontare con le esigenze del Suo primato tutto ciò che si è e che si fa: Egli solo è la misura del vero, del giusto, del bene. Vuol dire tornare alla verità di noi stessi, rinunciando a farci misura di tutto, per riconoscere che Lui soltanto è la misura che non passa, l’áncora che dà fondamento, la ragione ultima per vivere, amare, morire. Vuol dire guardare le cose dall’Alto, vedere il Tutto prima della parte, partire dalla Sorgente per comprendere il flusso delle acque. 

Ripartire da Dio vuol dire misurarsi su Gesù Cristo e quindi ispirarsi continuamente alla Sua parola, ai Suoi esempi, così come ce li presenta il Vangelo. Vuol dire entrare nel cuore di Cristo che chiama Dio “Padre”. Il Vangelo, quando è letto con spirito di fede e di preghiera ci rimanda a un Dio che è sempre al di là delle nostre attese, che supera e sconcerta le nostre previsioni; è l’esperienza che facciamo ogni volta che ci dedichiamo seriamente alla “lectio divina”. Non sappiamo ancora leggere convenientemente il Vangelo se non ci sentiamo spinti verso l’Oltre misterioso di Dio, verso il segreto del Padre, non riducibile a nessuna misura o comprensione umana. 

Ripartire da Dio vuol dire abbandonare al soffio dello Spirito il nostro cuore inquieto, perseverare nella notte dell’adorazione e dell’attesa. È questa la sola via per uscire dalla violenza dell’ideologia senza cadere nella condizione di naufragio del nichilismo, senza etica e senza speranza. 

Il Dio con noi è il Dio che può aiutarci a trovare le vere ragioni per vivere e vivere insieme. Rispetto alle acque basse in cui sembra stagnare oggi la vita civile, sociale e politica del nostro Paese, partire da Dio significa trovare senso, slancio, motivazione per rischiare e per amare. “Quando ami, non dire: ho Dio nel cuore. Di’ piuttosto: sono nel cuore di Dio”[4]. 

Ripartire da Dio significa riconoscere di essere nel cuore di Dio per un’esperienza di fede e di amore vissuti: riconoscere di essere nati per imparare ad amare di più, a osare di più, ad andare oltre i limiti delle nostre comodità e dei nostri piccoli traguardi. 

2.3. Esperienza di pace e riconciliazione interiore 

Ripartire da Dio significa farsi pellegrini verso di Lui aprendosi al dono della Sua Parola, lasciandosi riconciliare e trasformare dalla Sua grazia. Non c’è altro porto di pace, altra sorgente di vita che vinca la morte. Solo il Dio della vita sa dare riposo al nostro cuore inquieto; solo Lui può liberarci dalla paura di amare e contagiarci il coraggio di scelte di libertà da noi stessi, di servizio agli altri. Solo chi si riconosce amato dal Dio vivo, più grande del nostro cuore, vince la paura e vive il grande viaggio, l’esodo da sé senza ritorno per camminare verso gli altri, verso l’Altro. 

Questa esperienza di pace e riconciliazione interiore la facciamo soprattutto quando diamo a Dio tempi gratuiti di preghiera, di silenzio, di ascolto della Parola; quando siamo fedeli alla preghiera quotidiana, senza fretta, con calma, con amore; quando dedichiamo a Dio con gioia il tempo della Messa domenicale; quando lasciamo che dalle nostre labbra scaturisca la lode al Padre, il ringraziamento per le cose belle e buone che ci dà, per le persone che incontriamo e anche per gli eventi sofferti di cui non capiamo subito il senso. 

Avere a cuore l’Eterno è al tempo stesso la sfida più profonda e l’offerta più grande che sia possibile vivere: testimoniare questo primato di Dio è il compito più alto che i credenti possano assolvere in questo tempo di cambiamento e di inquietudine. 

Anche qui il Manzoni ci ha detto parole incisive, descrivendo in tanti episodi del suo romanzo la pace del cuore che invade l’animo di chi, in momenti burrascosi e oscuri, si affida alla provvidenza divina: Agnese, Lucia, fra’ Cristoforo, l’Innominato… Potremmo dire che Manzoni ha capito come nel cuore della nostra gente il primato di Dio si esprime spesso in quella fiducia semplice nella Provvidenza che impedisce all’attivismo di trasformarsi in ansietà della vita.

 

3. RIPARTIRE DA DIO COME CHIESA DI MILANO

 

Il messaggio del primato di Dio e della Sua grazia potrebbe risuonare etereo, evanescente. Non lo era per Paolo, che parlava a destinatari ben precisi, rispondendo a sfide concretissime. Non lo era per il Manzoni, che si professava parte viva della Chiesa del suo tempo, segnata dalle prove di mutamenti epocali. C’è tuttavia il rischio che lo sia per noi, se lo proporremo solo a parole o come singoli.

 

Al di là del compito di incarnare nella propria vita le conseguenze del primato di Dio, c’è per tutti noi il compito di viverlo insieme. La forza e la concretezza del messaggio passano attraverso la credibilità con cui lo proporremo come Chiesa, come corpo di Cristo presente nella storia, come umanità chiamata a riconoscere nei pensieri, nelle parole e nelle opere di tutti i giorni il primato di Dio, come uomini  e donne cui il primato di Dio dà senso al vivere e alle scelte ordinarie e straordinarie, abituali o impreviste dell’esistenza.  Si tratta di rendere visibile e in qualche modo percepibile il fatto che esiste in questo mondo un’esperienza di comunione possibile sotto il primato di Dio. Quale l’ideale di comunità che ne risulta? 

3.1. Una comunità alternativa 

C’è un aspetto di profonda verità in coloro che riscoprono la Chiesa come “comunità alternativa”, a partire dall’esperienza della Chiesa degli Apostoli. Di fronte alla solitudine dell’uomo prigioniero dei propri idoli, la comunità dei discepoli che si vogliono bene annuncia il dono di una comunione nuova, possibile per la grazia di Dio. 

Il popolo dell’Alleanza deve essere riconoscibile per la verità e la libertà dei rapporti che lo costituiscono: sotto il primato di Dio la Chiesa avverte le pesantezze da cui deve liberarsi, il cammino di rinnovamento e di riforma che deve intraprendere. 

Ci è di guida in questo impegno il Papa che così fortemente ha invitato la Chiesa a riconoscere il peso delle sue colpe nella storia per purificarsi e rinnovarsi sotto lo sguardo di Dio, nella gloria del perdono domandato e ottenuto. La Tertio Millennio Adveniente può essere capita solo nella luce dell’assoluto primato di Dio anche sulla Sua Chiesa. 

La testimonianza della possibilità e concretezza di una comunità alternativa nella storia sotto il primato di Dio non è cosa facile. Si paga al caro prezzo della vita giocata per il Signore in scelte di libertà vera e di donazione al prossimo. 

Dio è fuoco divorante ed è sempre terribile cadere nelle mani del Dio vivente: ma è pure esperienza che ci rende pienamente umani, realizzando la sete del nostro cuore inquieto e dando senso alle opere e ai giorni della nostra vita. 

Il Dio vivente non è un Dio rassicurante e comodo, ma Custodia che racchiude nel santuario dell’adorazione le risposte ultime, e nutre della promessa della fede – non delle presunzioni dell’ideologia – l’impegno di chi crede. Per questo una simile comunità rappresenta nella storia in qualche modo una “utopia” da ricercare sempre con coraggio rinnovato, ma anche una iniziale realizzazione di fraternità che potremmo cogliere tanto più quanto più ci faremo piccoli, semplici, tenendo aperti gli occhi del cuore e cercando di valorizzare ogni più modesta attuazione di amore evangelico. 

Ma come intenderla in concreto una tale comunità? Non è facile dirlo.Il concetto di “comunità alternativa” si presta anche a fraintendimenti. Ma ha un valore provocatorio e stimolante: ci aiuta a capire il disegno di Dio di “radunare i dispersi” (cf Gv 11,52). 

Come si può dunque definire una “comunità alternativa”? E’ una rete di relazioni fondate sul Vangelo, che si colloca in una società frammentata, dalle relazioni deboli, fiacche, prevalentemente funzionali, spesso conflittuali. In tale quadro di società la comunità alternativa è la “città sul monte”, è il “sale della terra“, è la “lucerna sul lucerniere“, è “luce del mondo” (cf Mt 5,13-16). 

Una riflessione sulla comunità cristiana come comunità alternativa è rinata in anni recenti. Al di là delle proposte talora un po’ utopiche o a rischio di chiusura ideologica, il tema è certamente legato al progetto di Gesù per una nuova umanità: purché si intenda questo progetto in senso largo e aperto, come progetto che si realizza in molti modi analogici, che rimane sempre aperto alla creatività dello Spirito. 

Una comunità alternativa nel senso del Vangelo non è dunque una setta, né un gruppo autoreferenziale che si distacca orgogliosamente dal tessuto sociale comune, né un’alleanza di alcuni per emergere e contare. Non è perciò necessariamente e sempre visibile come gruppo compatto, perché sa accettare anche la diaspora, può cioè trovarsi, per diverse circostanze storiche, in “dispersione”. Ma nell’insieme ha caratteri di visibilità e in ogni caso, visibile o meno, agisce sempre come il lievito, le cui particelle operano in misterioso collegamento fra loro e si sostengono a vicenda per far fermentare la pasta. 

Nel Nuovo Testamento ci sono offerti diversi modelli di comunità alternative: quello della chiesa di Gerusalemme, descritto in At 2-5, quello vigente nelle comunità di Antiochia o Filippi o Efeso o Corinto, che comprende sia rapporti interni fra i membri di ogni comunità locale, sia ricchi scambi tra comunità diverse con forme molteplici di comunione nella preghiera, nella fede, nella carità. I testi del Nuovo Testamento ci mostrano che tali comunità non erano esenti da problemi, divisioni, tensioni, scandali: ma tutto ciò era occasione di revisione e alla fine di crescita nella fede, nel perdono e nell’amore. 

Comunità alternativa non significa dunque comunità perfetta o senza difetti, ma comunità che si lascia formare e correggere dall’azione dello Spirito santo per porre quelle premesse di comunione e di perdono che preludono alla Gerusalemme celeste. 

Anche con tutti i suoi peccati la comunità alternativa rimane un ideale di fraternità in divenire, destinato a mostrare a una società frammentata e divisa che possono esistere legami gratuiti e sinceri, che non ci sono solo rapporti di convenienza o di interesse, che il primato di Dio significa anche emergere di ciò che di meglio c’è nel cuore dell’uomo e della società. 

La Chiesa è, nel suo insieme e nelle mille diverse realizzazioni analogiche, una simile comunità, e come tale ha una funzione di orientamento e di proposta di senso alla comunità più larga degli uomini e delle donne di tutto il mondo. Lo è sia come comunità cattolica sia come comunione di chiese cristiane che credono in Cristo e che si sforzano, malgrado le loro divisioni (che sono una dolorosa controtestimonianza) di dare l’esempio di molteplici convergenze e scambi di doni spirituali e materiali, in spirito di amicizia e di gratuità, in un sincero cammino ecumenico. 

Fate tutto senza mormorazioni e senza critiche, perché siate irreprensibili e semplici, figli di Dio in mezzo a una generazione perversa e degenere, nella quale dovete risplendere come astri nel mondo, tenendo alta la parola della vita”: così san Paolo esortava la piccola comunità di Filippi, immersa in un mondo pagano senza cuore e senza speranza, a dare testimonianza anche col modo di stare insieme con pazienza e con amore (Fil 2,14-16). 

C’è dunque una funzione di illuminazione e di orientamento (“splendere come astri nel mondo”) che è affidata non solo alla testimonianza dei singoli ma anche ai diversi modi di fare comunità che si riscontrano nella storia della Chiesa e che si collegano tutti nell’essere diverse manifestazioni dell’unico Corpo di Cristo. Per questo la “comunità alternativa” rimanda a quella comunione misteriosa che è all’origine di tutto e che è il mistero di Dio. 

3.2. Radicata nel mistero di Dio 

Essere Chiesa sotto il primato di Dio significa “corrispondere” al dono del Suo amore, nel senso di una analogica “corrispondenza tra ciò che Dio è in Sé, nel suo mistero trinitario e ciò che ci chiede di essere tra noi”. “La formula più corrente mediante la quale Giovanni dà espressione alla realtà escatologica della Chiesa è la semplice congiunzione ‘come’ (kathòs). Essa non soltanto stabilisce un legame di somiglianza tra Cristo e i suoi discepoli, ma indica che ciò che è in Dio deve essere pure in coloro che gli appartengono”[5]. 

La comunione di amore tra il Padre e il Figlio è al tempo stesso la sorgente, il modello e la patria della comunione fraterna che dovrà legare i discepoli fra loro: “I testi in kathòs, che affermano una corrispondenza ontologica fra le persone divine e la comunità cristiana, sfociano in un comando: ‘Amatevi gli uni gli altri, come io ho amato voi’ (Gv 15,12: cf 13,14); o in una preghiera: ‘Che essi siano uno, come noi siamo uno’ (Gv 17,21.22)”[6]. 

Due “no” vanno pronunciati senza riserve in questo sforzo di coniugare l’assoluto primato dell’Eterno e il nostro cammino di Chiesa. Il “no” a una comunione troppo tenue e il “no” a una comunione che divenga chiusura. Nella prima la solitudine non è vinta, nella seconda il Mistero rischia di essere soffocato. Ciò che ci viene chiesto oggi è di essere la Chiesa dell’amore: un popolo di donne e uomini liberi che accettano di vivere sotto l’assoluto primato di Dio e perciò nell’esperienza di comunione fraterna che deriva dal partecipare della Sua grazia, vivificati dal Suo amore. 

Non dobbiamo illuderci che ciò sia facile né che dia luogo senz’altro a comunità idilliache. Sarebbe una grande illusione e farebbe torto alla fatica e al lungo cammino del disegno redentivo di Gesù. Ascoltiamo un maestro di vita, Jean Vanier, fondatore della comunità dell’Arca: 

Desideriamo vivere in un mondo perfetto, una comunità perfetta, una chiesa perfetta… Questa idea della perfezione, alla quale ci aggrappiamo, è così profondamente ancorata in noi che ci spinge a negare le nostre ferite e a disprezzare quelle degli altri, a condannare una comunità che non è perfetta o non corrisponde al nostro ideale”. 

Così una comunità non si crea, ma si distrugge. Invece “il senso di appartenenza sgorga dalla fiducia, fiducia che è accettazione progressiva degli altri, così come sono, con i loro doni e i loro limiti, essendo ognuno chiamato da Gesù. Così diventiamo coscienti che il corpo della comunità non può mai essere perfettamente uno. È la nostra condizione umana. 

È normale per noi non essere perfetti. Non dobbiamo piangere sulle nostre imperfezioni perché non veniamo giudicati per questo. Il nostro Dio sa che, da molti punti di vista, siamo zoppi e a metà ciechi. Non vinceremo mai la corsa alla perfezione nei giochi olimpici dell’umanità! Ma possiamo camminare insieme con speranza e rallegrarci di essere amati nelle nostre spaccature. 

Possiamo aiutarci gli uni gli altri a crescere nella fiducia, la compassione e l’umiltà, a vivere nell’azione di grazia, imparare a perdonare e a chiedere perdono, ad aprirci di più agli altri, ad accoglierli e a fare ogni sforzo per portare la pace e la speranza nel mondo. È per questo che ci radichiamo in una comunità: non perché è perfetta, meravigliosa, ma perché crediamo che Gesù ci raduna per una missione. Ce la dà come una terra nella quale siamo chiamati a crescere e a servire”[7]. 

3.3. In realizzazioni concrete 

Come si realizza concretamente nella storia la comunione della Chiesa sotto il primato di Dio, a immagine della Trinità santa?

Provo a chiederlo ai protagonisti della prima ora e a me stesso dopo questi anni di servizio pastorale nella Chiesa ambrosiana. 

Fra i testimoni della prima ora, come all’inizio ho interrogato Paolo, adesso vorrei interrogare il pescatore Pietro. Lo scelgo quale figura di ogni discepolo che consapevolmente ha scelto di vivere la propria vita nella sequela di Cristo sotto il primato di Dio, quale immagine cioè di un cristiano “impegnato” dei nostri tempi – vescovo, presbitero, diacono, consacrato o consacrata, laico – deciso a giocarsi per il Regno. 

Vorrei inoltre interrogare qualcuno di quella folla che nei vangeli segue Gesù un po’ da lontano, spesso solo spinto dal desiderio di ottenere qualcosa, di saziare una fame anche terrena.

3.3.1. Pietro, il pescatore di pesci fatto pescatore di uomini mi dice: “Aver detto sì alla Sua chiamata ad amarlo (cf Gv 21,15ss) mi ha reso responsabile degli altri davanti a Lui (“pasci” cioè nutri “le mie pecore”). 

Il senso di responsabilità davanti a Dio e per il mondo è il primo esigente volto dell’appartenergli con tutto il cuore. Ho dovuto dire no a ogni tentazione di disimpegno e di fuga, a ogni voler andarmene da solo, per conto mio, senza gli altri o separato da loro. L’amore a Cristo mi urge dentro, per essere al servizio di Dio solo nel servizio degli altri. Ed è vivendo tale responsabilità nell’amore che mi sono accorto di dover “tendere le mani” (Gv 21,18), di dovermi perdutamente arrendere al disegno di Dio su di me, rinunciando ai miei calcoli, perfino ai miei progetti pastorali, per lasciarmi docilmente condurre da prigioniero del Signore dove Lui ha voluto e vorrà per me: “Un altro ti cingerà e ti porterà dove tu non vuoi” (Gv 21,18)”. 

Essere pescatore di uomini significa farsi carico anche della fede di altri, riconoscere che l’unica cosa che conta è servire Dio e amare gli altri secondo il cuore di Dio. Qualunque sia la tua vocazione e il tuo carisma nella Chiesa, essere discepolo di Gesù e pescatore di uomini significa vedere tutto nella luce della fede in Lui e nulla anteporre alla Sua chiamata, farsi carico del prossimo come se n’è fatto carico Lui, radunare le pecore perdute come le ha radunate Lui, vivere la passione per la causa del Regno come l’ha vissuta Lui. 

Perciò la Chiesa avrà sempre bisogno di discepoli così, siano essi ministri ordinati o consacrati o laici impegnati, uomini e donne. Senza di loro la Chiesa si risolve in burocratica e vuota ripetizione di gesti: dove non c’è il primato di Dio riconosciuto, celebrato e testimoniato nella fede viva, nella carità operosa, nell’ardente speranza, tutto rischia di inaridirsi e morire. Ripartire da Dio significa per la Chiesa essere la comunità dei discepoli che Gesù ama e invia. 

3.3.2. E tu, che fai parte della grande folla che seguiva Gesù (cf Gv 6,2), perché sei qui? che cosa ti interessa di Lui, così che non vorresti distaccartene e desideri ancora essere chiamato “cristiano”, mentre d’altra parte non hai il coraggio di seguire Cristo fino in fondo né intendi farti carico della fede di altri? 

È questa oggi la condizione di tanti, che va sotto il nome di “adesione parziale”, “scelta soggettivistica” di alcuni contenuti della fede rispetto ad altri, cristianesimo di abitudine ecc. Qual è la condizione reale di questi nostri fratelli e sorelle che sono presenti ancora a molte eucaristie domenicali o almeno nelle grandi feste e nei grandi passaggi della vita (battesimi, matrimoni, funerali ecc.), ma che non si vedono quasi mai nei momenti dell’impegno attivo nella comunità o là dove c’è bisogno di prendere pubblicamente posizione per Gesù Cristo e la sua Chiesa? 

Prendendo spunto dalla “grande folla” e dalle sue diverse reazioni, di cui ci parla il capitolo 6 del vangelo secondo Giovanni, cerco di dare voce a qualcuno fra questi molti nostri fratelli e sorelle. Perché, se non sei deciso a impegnarti fino in fondo, tuttavia hai comunque seguito Gesù fino all’altra riva del mare di Galilea e ora sei di nuovo qui (cf Gv 6,1)? 

Uno della folla: “L’ho seguito vedendo i segni che faceva sugli infermi (cf Gv 6,2). In questo mondo senza segni e senza profeti Egli mi ha attratto, mi ha incuriosito, mi ha fatto sperare che avesse qualche risposta anche per i miei problemi. Non posso dire di avere sentito “amore” per Lui, forse non sarei capace di “perdere” la mia vita per il Vangelo: ma avevo bisogno di segni, di risposte, e sono andato. 

Lui è stato ospitale con me: mi ha parlato, con parole non sempre comprensibili, ma nuove, mi ha nutrito con un pane che non sapevo bene donde venisse. Mi ha fatto bene questo contatto, anche se poi sono andato via, tornando alle mie occupazioni, senza aver troppo capito che cosa era successo, però arricchito di un po’ di forza dentro, di un po’ di conforto e di desiderio di incontrare ancora sul cammino della mia vita altri segni così. 

Lui è stato ospitale con me…Perché dovreste voi, che vi dite Sua Chiesa, comportarvi diversamente da Lui? Perché dovreste essere una comunità chiusa, di pochi eletti, di impegnati al cento per cento, e disprezzare o allontanare me che faccio parte della “gran folla”? Senza contare che qualcuno di quelli come me ha iniziato a impegnarsi a fondo e neppure io escludo che un giorno potrei farlo…”. 

La voce del Vescovo: Sono parole che mi toccano, perché Gesù è stato a lungo con persone come te e non le abbandona di sua iniziativa. Il capitolo 6 di Giovanni mostra Gesù impegnato in un lungo discorso con gente che alla fine si allontana, almeno per qualche tempo (“Da allora molti dei suoi discepoli si tirarono indietro e non andavano più con lui” Gv 6,66). Ma non è Gesù a respingerli. Egli continua a spiegare e a chiarire il suo pensiero fin che gli è possibile. 

Nella nostra Chiesa siamo ben coscienti della vastità di un simile problema. Una larga percentuale dei nostri battezzati in Occidente appartiene a questa categoria e ad essi pensiamo in particolare quando parliamo di “nuova evangelizzazione” (dimenticando forse che è tutta la comunità che deve lasciarsi penetrare dalla spada del Vangelo). 

Certamente rimangono valide le prescrizioni disciplinari e canoniche che stabiliscono che cosa è e che cosa non è compatibile con la piena appartenenza alla comunità cristiana. Tuttavia sentiamo che la Chiesa è come una grande rete che raccoglie ogni sorta di pesci (cf Mt 13,47-50), un grande albero presso cui nidificano a loro vantaggio molte specie di uccelli (cf Mt 13,31-32). 

Una Chiesa che è sotto il primato di Dio Padre universale sente il dovere di essere ospitale, paziente, longanime, lungimirante. Non può arrogarsi il giudizio definitivo sulle persone e sulla storia, che spetta soltanto a Dio. La Chiesa è una grande città, le cui porte non devono essere chiuse a nessuno che chieda sinceramente asilo. Guai se la Chiesa dei discepoli dell’amore divenisse una setta o un gruppo esclusivo o se gruppi nella Chiesa, che possono porre lecitamente condizioni rigorose per i loro membri, le volessero porre per la Chiesa intera! 

Uno della folla: “Mi sento confortato e sollevato dalle tue parole. Certamente i bisogni per cui tanta gente come me si rivolge alla Chiesa possono essere anche molto umani (cf Gv 6,26): bisogno di conforto, di una parola di vita, di consolazione, sapere che esiste un punto di riferimento morale serio, qualche aiuto concreto…Perché dovreste rinfacciarmi queste cose? È vero: potrei riceverle, poi andarmene e forse non tornare più.

Ma Gesù non mi ha negato queste cose, anche se poi ha continuato a predicare il Regno, a chiamarmi a conversione…Mi auguro dunque una Chiesa ospitale verso tutti, che annunci il Vangelo senza sconti, come pure senza preclusioni o settarismi”. 

La voce del Vescovo: E io che cosa sento di fronte a queste affermazioni? 

Certamente mi toccano e in qualche modo mi mettono in imbarazzo. Vorrei davvero che la mia Chiesa fosse ospitale e nello stesso tempo non vorrei che si creassero confusioni rispetto alla verità del Vangelo. Come Paolo, Pietro e Giovanni voglio mettermi sotto l’assoluto primato di Dio: tutto ciò che la mia Chiesa ha seminato l’ha fatto con la Sua grazia, è Sua grazia. 

Guai a me se volessi verificare i risultati, contare i fedeli, vedere subito i frutti. Devo affidarmi perdutamente a Colui che mi ha chiamato ad amarlo e a seguirlo, lasciandomi cingere e portare da Lui. È il solo modo per vivere la responsabilità pastorale nella verità e nella pace. 

Devo inoltre capire che i tanti che mi ascoltano distratti, che mi incontrano una volta e poi vanno via, i tanti “disimpegnati” fra i miei cristiani, sono amati tantissimo da Dio e vanno amati da me che voglio vivere sotto il primato di Dio. A loro devo andare per annunciare il Vangelo a tempo e fuori tempo; devo ascoltare le loro domande, anche le più materiali; devo capire che il loro cuore sta sotto il primato di Dio e va aiutato ad aprirsi a Lui nella libertà. 

La Chiesa è cammino da massa a popolo dell’Alleanza: in questo cammino c’è chi è più avanti e chi è più indietro, chi si muove solo ora e chi si stanca. Guai a me se riducessi la Chiesa a comunità di giusti e di perfetti! L’icona della Trinità per la Chiesa non è punto di partenza, ma punto di arrivo, dono già iniziato che deve tuttavia compiersi in itinerari progressivi e costanti, finché giungano a pieno compimento le promesse di Dio.

 Agli altri, ai pescatori di uomini, a coloro che hanno accettato di farsi carico della fede di altri, agli impegnati, chiedo di condividere con me la responsabilità verso l’annuncio del Regno, di costruire insieme questa Chiesa pronta come sposa adorna per il Suo Sposo, in cammino verso il giubileo del 2000. 

3.4. In cammino verso il duemila 

Il Papa ci chiede di programmare in comunione con tutta la Chiesa il cammino di preparazione al grande Giubileo. Egli pensa a un itinerario trinitario, scandito negli ultimi tre anni di questo millennio e preceduto da un tempo antepreparatorio, al quale già appartiene il presente anno pastorale. 

La meta di tale itinerario verso il 2000 è radunare i dispersi nel grande evento della riconciliazione giubilare, attraendo le genti verso tanti focolai di amore e di fede, dove i discepoli dell’amore testimonino in semplicità e letizia, in parole e in opere, il Vangelo della carità. Per questo la nostra preparazione al prossimo Convegno di Palermo (20 – 24 novembre 1995) è già parte di questo cammino. Sarà pure importante ripensare al cammino decennale compiuto dal Convegno diocesano di Assago del novembre 1986, in particolare per quanto riguarda le Scuole di formazione all’impegno sociale e politico. 

Il Papa ricorda poi il ruolo dei Sinodi e il contributo delle singole Chiese mediante i giubilei: “Nel cammino di preparazione all’appuntamento del 2000 si inserisce la serie di Sinodi, iniziata dopo il Concilio Vaticano II: Sinodi generali e Sinodi continentali, regionali, nazionali e diocesani” (n.21). “Nella preparazione dell’anno 2000 hanno un proprio ruolo da svolgere le singole Chiese, che con i loro Giubilei celebrano tappe significative nella storia della salvezza dei diversi popoli” (n.25). 

Per noi dunque il Sinodo diocesano concluso il 1° febbraio 1995 rappresenta una tappa importante nella preparazione al 2000. L’assimilazione del Sinodo, prevista per l’anno pastorale 1995/96 sarà un nostro modo di vivere con tutta la Chiesa la preparazione al grande Giubileo. Ci aiuterà, come già sopra ricordato, la figura del card. Schuster, il nostro prossimo beato. 

In questa preparazione si inserirà, nell’anno pastorale successivo (1996/97) un Giubileo ambrosiano di grande rilievo: il decimosesto centenario della morte di sant’Ambrogio (3 aprile 397). Un apposito comitato sta preparando il programma che sarà reso noto presto. Questo anno pastorale sarà anche il primo dei tre immediatamente precedenti il 2000 e sarà perciò dedicato a Gesù Cristo Salvatore (cf Tertio Millennio Adveniente, nn. 40-43). Il motto di sant’Ambrogio “Omnia Christus est  nobis” – “Cristo è tutto per noi ” – ci aiuterà a cogliere il rapporto fra il primato di Dio e la signoria di Cristo sulla nostra vita e sul mondo. 

L’anno 1997/98 sarà dedicato allo Spirito Santo e ci impegnerà a renderci docili al soffio dello Spirito dovunque esso spiri e a lasciarci guidare da Lui come Chiesa in perenne conversione e riforma per proclamare il primato di Dio.

 

L’anno 1998/99 sarà dedicato a Dio Padre di tutti. Cercheremo di cogliere come il primato di Dio si esprime nella molteplicità delle ricerche di Lui e nel movimento ecumenico. 

L’anno 2000 sarà l’anno giubilare del soli Deo gloria: “l’obiettivo sarà la glorificazione della Trinità, dalla quale tutto viene e alla quale tutto si dirige, nel mondo e nella storia” (Tertio Millennio Adveniente, n.55). 

4. ALCUNI ADEMPIMENTI PRATICI PER IL 1995/96 

Come ho ricordato all’inizio, questa non vuol essere una lettera programmatica, bensì ispirativa. 

  • È un invito a esaminarci sul primato di Dio nella nostra vita personale, nelle nostre relazioni, nella vita della Chiesa e della società.
  • È un invito a dare il primo posto a ciò che proclama e riconosce il primato di Dio su tutte le altre cose.
  • È un invito in particolare a vivere momenti di preghiera “gratuita”, di adorazione e di lode. 

Tutto ciò è destinato a dare aria e luce al nostro contesto spesso gravato da tanti problemi e preoccupazioni.

A questa luce risaltano alcuni obiettivi che sono propri di un anno postsinodale. È anzitutto un anno destinato a una lettura sistematica del Sinodo, con l’aiuto degli appositi sussidi. 

È un anno da dedicarsi, da parte dei Consigli pastorali parrocchiali e delle altre istituzioni formative, alla riscrizione del progetto pastorale.

È un anno nel quale vorrei stendere la “Regola di vita del cristiano ambrosiano” che ho già iniziato a prevedere con l’aiuto del Consiglio Pastorale diocesano, delle claustrali, dei giovani. 

Sant'Ambrogio vescovoÈ infine un anno nel quale dobbiamo prevedere gli impegni futuri del triennio giubilare, che per noi sarà caratterizzato dall’anno centenario della morte di sant’Ambrogio (397-1997). 

Nella luce del primato di Dio ci viene dunque chiesto di affrontare  alcuni adempimenti pratici, che traducono quanto abbiamo detto in fatti concreti. Con quale spirito vivremo questi adempimenti? come tradurremo il messaggio di questa lettera in un cammino postsinodale che esprima il nostro “ripartire da Dio”? 

La lettera dei Vescovi lombardi dell’8 settembre 1994 “La fede in Lombardia” contiene molti spunti significativi al proposito. Da parte mia richiamo alcuni suggerimenti conclusivi. 

4.1. Riscrivere il progetto pastorale 

La riscrizione del progetto pastorale avrà come punto di partenza questa domanda: 

  • la nostra Chiesa, la nostra comunità, sa ancora parlare di Dio?
  • parlano di Dio le nostre assemblee liturgiche?
  • le nostre catechesi fanno presentire il Mistero insondabile, quello che non si comunica solo con le parola, ma anche con i gesti, i silenzi, gli esempi della vita?
  • insegnamo a pregare, a immergersi nel Mistero santo?
  • i nostri ragazzi sentono che c’è una ragione profonda del nostro interesse educativo, quella di aprirli a ciò che è al di là delle cose visibili, di far gustare loro l’amicizia con Gesù figlio di Dio e fratello nostro?
  • la nostra carità è sostenuta dalla riverenza amorosa verso il povero perché vede in chi è nel disagio il Cristo sofferente e glorioso (“l’avete fatto a Me”. Cf Mt 25,40)?

Data l’importanza di questa riscrizione del progetto pastorale aggiungo in appendice alcune riflessioni sulla storia e la metodologia di questa fondamentale attività di una parrocchia e di una istituzione educativa, attività che non deve mai considerarsi conclusa ma va regolarmente e pazientemente ripresa in ordine a un continuo aggiornamento del nostro modo di fare pastorale. 

4.2. La preghiera nelle nostre comunità 

In questa luce invito a rivedere con particolare cura il capitolo della preghiera delle nostre comunità, sia di quelle parrocchiali come di tutte le altre: l’invito si può ritenere quindi anche esteso, sempre nel rispetto dell’autonomia e delle tradizioni proprie dei singoli Istituti, anche a tutte le comunità di vita consacrata. 

  • Il nostro modo di pregare in comune lascia trasparire qualcosa del mistero di Dio?
  • se un non credente entrasse in chiesa nel momento della preghiera o di una celebrazione, si sentirebbe portato a gustare qualcosa di un al di là invisibile ma presente, adorato, amato, cercato con tutta l’ansia del cuore?
  • Le nostre comunità insegnano a pregare?
  • Facciamo conoscere i metodi di preghiera, il metodo della “lectio divina”, le tradizioni semplici di orazione che ci vengono dall’antichità cristiana?
  • chi volesse imparare a pregare può venire da noi senza sentirsi costretto a cercare in tradizioni lontane o esoteriche un avviamento al modo di incontrare Dio nella preghiera e nel silenzio?
  • il nostro modo di cantare sostiene la preghiera, eleva lo spirito e il cuore a Dio e ce ne fa presagire la grandezza e la bontà?
  • La preghiera dei preti e dei consacrati è visibile, esemplare, capace di far desiderare la gioia della preghiera? avviene talvolta ciò che è avvenuto a Gesù, che dopo la sua preghiera si sente domandare: insegna a pregare anche a noi così (cf Lc 11,1)?
  • Le indicazioni ripetute date in questi anni per la preghiera in famiglia hanno avuto qualche riscontro?
  • Se ne è parlato qualche volta negli incontri, nei consigli pastorali?
  • si è cercato insieme, con le famiglie più impegnate, di vedere come aiutare altre famiglie a riscoprire qualcosa di questo tesoro?
  • le missioni popolari hanno avuto come frutto una ripresa della preghiera in famiglia?

 4.3. La messa festiva 

La messa festiva è vissuta come momento di elevazione della mente e del cuore a Dio, come occasione privilegiata della proclamazione del primato di Dio?

Cosa facciamo perché sia davvero quella “sosta che rinfranca”, quel momento in cui il cristiano beve alla sorgente della vita?

Abbiamo mai pensato a come vivere un po’ anche noi, pur tenendo conto delle diversità culturali, quella gioia della messa domenicale che caratterizza le comunità del terzo mondo?

Le diverse celebrazioni eucaristiche conducono al cuore del mistero di Gesù morto e risorto che proclama il primato del Padre?

Ricordiamo che non si tratta spesso di accrescere il contenuto didattico o didascalico delle celebrazioni, talora fin troppo carico. Il primato di Dio non lo si proclama solo a parole, ma con i silenzi, i gesti, il ritmo lento e grave, il tono raccolto, il cuore che vibra, il canto che comunica le vibrazioni del cuore, la musica che non distrae ma raccoglie ed eleva…

 

4.4. Gli esercizi spirituali 

Un momento tipico in cui si esprime nel concreto il primato di Dio è quello degli Esercizi spirituali. Sono un tempo gratuito dato a Dio solo per amore di Lui soltanto. Si potrà rileggere la lettera dei Vescovi Lombardi “Gli Esercizi spirituali e le nostre comunità cristiane” del 1992. Sarebbe molto bello se ogni comunità parrocchiale potesse celebrare in quest’anno il primato di Dio con gli Esercizi spirituali in parrocchia.

4.5. Il catecumenato degli adulti 

Vorrei anche richiamare l’attenzione da avere per quanti, giovani e adulti, sempre più numerosi anche da noi, scelgono oggi di “ripartire da Dio” iniziando il cammino in vista del battesimo. Il Sinodo ha parlato, nella cost. 97, di come aiutare le comunità cristiane a impostare in modo corretto ed efficace gli itinerari previsti per l’iniziazione cristiana, soprattutto il cammino di catecumenato degli adulti non battezzati. E’ un punto sul quale saremo chiamati in futuro a porre un’attenzione crescente, in vista di una proclamazione costante del primato di Dio per ogni uomo o donna che lo cerca con cuore sincero. 

4.6. Affrontare la sfida della carenza di vocazioni 

Un ultimo pensiero lo dedico a un punto nel quale la nostra proclamazione del primato di Dio entra in una difficile tentazione epocale. Ci chiediamo: come proclamare con fiducia il primato di Dio quando sembrano venir meno le vocazioni sacerdotali, alla vita consacrata, al servizio missionario? 

La destinazione dei sacerdoti novelli di questi ultimi anni ha messo infatti in luce ancor più chiaramente un fenomeno che si avvertiva già da qualche tempo: la scarsità di preti giovani e il progressivo innalzarsi dell’età media del clero. Aumentano le parrocchie con un solo parroco, mentre diminuiscono gli aiuti per le messe festive e per i sacramenti, in particolare la confessione. 

I parroci dunque vedono aumentare le loro attività, e magari hanno pure il dovere di seguire frazioni o chiese che fino a poco tempo prima erano seguite nella cura pastorale da altri sacerdoti. Aumentano pure le situazioni nelle quali sacerdoti giovani o ancora abbastanza vicini al mondo dei giovani vengono incaricati di seguire la pastorale giovanile di più parrocchie, mentre non sempre trova risposta la domanda di parroci di parrocchie piccole e vicine perché un vicario parrocchiale abbia cura della pastorale giovanile di più parrocchie . 

Anche la vita consacrata è toccata dallo stesso fenomeno: è come se nel mondo occidentale venisse meno la capacità di osare per Dio, di dedicarsi per tutta la vita a una vocazione impegnativa. I giovani stentano a fare scelte definitive. 

Le comunità cristiane reagiscono in maniere diverse al mutamento. E le loro reazioni sono talvolta motivate da paragoni rispetto ad altre situazioni nelle quali la penuria di vocazioni ancora non si è mostrata con tutta la chiarezza che essi vedono sotto i loro occhi. 

Una prima reazione istintiva può essere quella di sorpresa o di sfiducia, perché si ritiene che non si sia provveduto alla comunità secondo le attese. Oppure si avverte un senso di stanchezza che abbatte ancora di più la capacità di reagire e di suscitare risposte pastorali diversificate. 

Penso alle situazioni nelle quali si stenta a collaborare tra presbiteri di parrocchie vicine, o ai Decanati nei quali la riunione dei presbiteri o dei Consigli Pastorali decanali non divengono occasione per risparmiare e ridistribuire energie e per collaborare più strettamente al perseguimento di mete pastorali comuni. 

Penso a quelle comunità in cui la notizia che le Suore dovranno lasciare la parrocchia per carenza di vocazioni suscita al momento iniziative volte a prolungare la loro presenza, ma non conduce a una seria interrogazione né sulle carenze vocazionali della parrocchia né sul modo di attivarsi da parte dei laici per assumere le loro responsabilità. 

Vi è un secondo tipo di risposta negativa: sospinti dalle abitudini acquisite in tempi di abbondanza di clero, non ci si sforza di individuare mete prioritarie per la vita della comunità, e così la proposta pastorale si fa generica, senza la capacità di sostenere la individuazione e la crescita di energie nuove attraverso la cura delle diverse vocazioni che la comunità cristiana ha nel suo interno. 

Nella linea di una corretta reazione alla difficoltà in cui siamo immersi, ricordavo già negli scorsi anni – in occasione della Messa crismale del Giovedi santo – l’importanza “di svolgere un’attività vocazionale libera e fiduciosa, non preoccupata e ansiosa”, basata sulla partecipazione della fede di Abramo, e scaturente da un cuore “affidato alle promesse del Signore”, frutto di un “volto di Chiesa che sa attrarre perché umile e semplice”.[8]

 

Più dolorosa, e alla fine debilitante, è la reazione di presbiteri e cristiani che si lasciano prendere dal nervosismo nei confronti della situazione, e hanno la tentazione della polemica verso questa o quella situazione, questo o quel responsabile della vita della comunità parrocchiale, o decanale o diocesana.

 

Quali gli atteggiamenti positivi, giusti, quelli per i quali il Signore permette questa prova, per purificare, santificare, edificare la Sua Chiesa?

 

Anche qui occorre avere il coraggio di rifarci anzitutto al primato di Dio.

Gesù andava attorno per le città e i villaggi, insegnando nelle loro sinagoghe, predicando il vangelo del regno e curando ogni malattia e infermità. Vedendo le folle ne sentì compassione, perché erano stanche e sfinite, come pecore senza pastore. Allora disse ai suoi discepoli: “ La messe è molta, ma gli operai sono pochi! Pregate dunque il padrone della messe che mandi operai nella sua messe!”” (Mt 9,35 38).

 

È dunque il padrone della messe Colui a cui fare riferimento! A noi è chiesto di entrare nel cuore del Signore, di guardare con i Suoi occhi, con uno sguardo sostenuto dalla certezza della misericordia preveniente del Padre e di imparare a vivere la tentazione epocale che nasce dalla penuria di vocazioni, affinché vengano accresciute la nostra fede e la nostra speranza.

 

Per vivere in maniera cristiana questa sfida pastorale che ci prepara al duemila, occorre che ciascuno di noi apra il cuore nella fede per comprendere il Signore che educa il suo popolo e per partecipare ai sentimenti di Gesù di fronte alle folle “stanche e sfinite”. Mi sembra che la sofferenza del nostro tempo e della nostra Diocesi nel ripensare il modo con cui le nostre forze possono rispondere ai bisogni pastorali, sia la grande prova che attende la Chiesa occidentale nel nuovo millennio. Ad altri tipi di persecuzioni per il Vangelo che le generazioni cristiane hanno sperimentato si sostituisce per noi oggi questo dolore della penuria e della sproporzione delle forze, drammaticamente sperimentato da tutto un popolo cristiano.

 

Comprendiamo meglio allora che cosa significa condividere la passione per il Regno che è stata l’anelito del cuore di Cristo e sentire come Lui chiama ancora oggi tanti a seguirlo. Questa condivisione stimola i preti e tutti i consacrati e le consacrate a proporre a molti giovani di associarsi a loro nel cammino della sequela per il Regno.

 

Dobbiamo fare comprendere con la nostra vita e con le nostre parole, che fare il prete, dedicare tutto se stessi a Cristo, è anche umanamente una forma di vita piena e appagante. Dobbiamo suscitare, incoraggiare, accompagnare cammini vocazionali fin dalla preadolescenza. Le diverse iniziative del Seminario minore, della Comunità propedeutica, della Pastorale vocazionale e della Pastorale giovanile, in particolare il “Gruppo Samuele” vanno conosciute e utilizzate assai di più.

 

Segnalo in particolare che non abbiamo finora dato il dovuto rilievo alla novità del Diaconato permanente e ai grandi frutti che da esso possono derivare per la nostra pastorale anche per una migliore ridistribuzione delle forze sul territorio.

 

* Mentre ci impegniamo a pregare il Padrone della messe e a collaborare con Lui perché mandi molti validi operai nella sua vigna, occorre imparare a cogliere i nuovi segni della speranza e a dare spazio alle nuove realtà vocazionali del laicato, della famiglia, della dedizione personale.

 

Frutto di una autentica disposizione di fede e di speranza nei confronti della situazione odierna sarà la capacità di sollecitare una collaborazione più generosa ed efficace all’opera di evangelizzazione e di cura della fede. Ricordiamo l’importanza di laici seriamente dedicati al Vangelo, alla cui ricerca e formazione dobbiamo porre molta attenzione.

 

* Essenziale però rimane lo spirito di collaborazione e di reciproca accogliente attenzione che vediamo ormai svilupparsi tra i preti e i laici soprattutto nell’ambito del Decanato. È in questa “pastorale unitaria” che risiede ora la nostra maggiore speranza di sostenere e aiutare una evoluzione del modo di vivere delle comunità parrocchiali in tempi di penuria di sacerdoti.

 

Unità pastorale” diviene quindi non soltanto uno strumento pratico di azione in determinate circostanze, bensì un modo globale di rispondere alla sfida che caratterizza questi decenni della nostra Chiesa.

 

CONCLUSIONE: PORTANDO GESÙ PER LE VIE DI MILANO

 

Signore, ti sto sostenendo fra le mie mani, mentre la gente ti adora e ti loda, ma in realtà sei Tu che stai sostenendo me, sei Tu che stai sostenendo questo popolo. Esso contempla il primato del tuo amore, che ti ha messo qui nelle specie del pane, in memoria vivente della tua passione e morte, della tua debolezza e della tua solitudine.

 

  • Signore, nella tua debolezza e solitudine

  • Tu sei la nostra forza.

  • Tu sei il risorto,

  • Tu cammini in mezzo a noi dando vita e speranza.

  • Tu non deludi coloro che si appoggiano a Te e credono al primato del tuo amore.

  • Tu ci inviti a ripartire da Te, a ripartire dopo il nostro Sinodo dalla proclamazione del primato del Padre tuo, a rifarci a quelle cose essenziali da cui deriva ogni nostra forza e gioia.

  • Nutrici, o Signore, col tuo pane.

  • Nutrici con quelle cose che danno senso alla nostra vita, fa’ che nella contemplazione di Te nel tuo vangelo noi attingiamo coraggio per riprendere il nostro cammino verso la fine del secondo millennio, incontro al mistero di Dio.

  • Maria, Madre di Gesù e della Chiesa, tu che dall’alto del Duomo vedi il lungo itinerario del tuo popolo, fa’ che troviamo la via giusta.

  • Non permettere che ci smarriamo tra le molteplici strade del nostro mondo.

 

Ci accompagnino in questo viaggio verso l’eternità di Dio i nostri santi, in particolare i santi vescovi che in questo secolo hanno retto la nostra Chiesa. Beato cardinal Ferrari, e tu che sarai presto proclamato beato, cardinale Ildefonso Schuster, intercedete per noi!

 

+ Carlo Maria Card. Martini

Arcivescovo

Milano, 8 settembre 1995

 

Appendice 1

Appunti per una riscrizione del progetto pastorale parrocchiale

1. Nel quadro del triennio sull’educare, precisamente nella lettera pastorale “Itinerari educativi” del 1988, domandai a tutte le parrocchie e alle altre istituzioni formative di dotarsi di un progetto pastorale. L’obiettivo che mi prefiggevo era di suscitare una sempre maggiore coscienza del carattere responsabile dell’ “agire pastorale”.  Mi pareva importante che i sacerdoti e i laici impegnati, per poter svolgere efficacemente il proprio ministero e sfuggire alla tentazione del disimpegno o dello scoraggiamento, riflettessero sullo stile e il metodo usato da Dio per “educare il suo popolo” interrogandosi sugli obiettivi e gli itinerari dell’agire pastorale.

2. Non mi muovevano tanto argomentazioni di principio, né considerazioni metodologiche astratte. Piuttosto mi preoccupavo di stimolare a trovare soluzioni concrete e praticabili a talune difficoltà vissute da preti e laici, che mi venivano segnalate in occasione delle visite pastorali alle parrocchie e ai decanati.

In primo luogo, molti operatori pastorali lamentavano la fatica di ritradurre in concreto nel vissuto ordinario delle comunità parrocchiali le proposte contenute nelle Lettere pastorali che di anno in anno si susseguivano; quando ciò poi accadeva, v’era il rischio che, per dare spazio alle nuove sollecitazioni del Vescovo, si finisse per soppiantare o trascurare altre iniziative, magari attivate soltanto l’anno precedente.

Inoltre una conoscenza sempre più assidua delle parrocchie ambrosiane mi aveva convinto della necessità di sfuggire ad una duplice tentazione nella vita pastorale: da un lato, il rischio della routine, che conduce a rappresentarsi la vita pastorale come una ripetizione di gesti e parole; dall’altro, il pericolo di un attivismo frenetico che sconfina spesso nell’arbitrio e nell’improvvisazione. Tutte queste difficoltà mi suggerirono di richiamare l’attenzione della diocesi sulla necessità che ogni parrocchia provvedesse a farsi carico in prima persona di dare vita ad un ponderato e sapiente sforzo di progettazione e verifica dell’agire pastorale. Ecco dunque le motivazioni che stavano alla base della richiesta di redigere un progetto pastorale in ogni parrocchia. In altre parole, come ebbi a dire poco tempo dopo ad una folta rappresentanza di membri dei Consigli pastorali parrocchiali nel Duomo di Milano, era mia intenzione richiamare l’evidenza che l’educare non è soltanto cosa del cuore, ma è pure cosa della testa, cioè richiede metodo, intelligenza; non basta educare a casaccio o a stagioni nel lanciare un’idea dimenticando poi tutto. Educare esige pazienza, metodo, perseveranza e il progetto scritto è utilissimo per verificare successivamente le attuazioni e le distanze.

3. Ben presto ebbi modo di verificare che la richiesta avanzata di redigere un progetto pastorale parrocchiale aveva colto nel segno. Un primo riscontro lo rinvenni in interventi di valenti studiosi, che riflettendo su alcuni aspetti della teologia pastorale convenivano nell’assegnare una particolare importanza all’obiettivo di una seria programmazione della vita della parrocchia. Mi limito a citarne uno: “Programmare, e lavorare con un progetto, è alternativo al procedere a rimorchio o estemporaneamente. Programmare è conseguenza del riconoscimento di una responsabilità, da un lato, e dell’esigenza di una logica nell’agire dotata di qualche stabilità, dall’altro. Programmare nell’azione pastorale suppone anzitutto di non avere delegato ad altri di pensarla e di deciderla, quasi pronti o rassegnati ad accettare qualsiasi passo a scatola chiusa; e di non immaginare la vita della chiesa legata ad un discernimento (o piuttosto ad un estro, ad un arbitrio) estemporaneo, così incoerente e privo di una logica di continuità da vanificare ogni sguardo prospettico. Nell’uno e nell’altro caso, la rinuncia a programmare supporrebbe un’abdicazione di umanità, che non avrebbe probabilità di senso cristiano” (C. Tullio).

Un ulteriore riscontro lo si ebbe dalla recezione della proposta da parte delle comunità parrocchiali della Diocesi. A partire dal settembre dell’anno successivo (1989) si è potuto provvedere ad un’analisi critica di quasi 700 progetti, dalla quale emergeva complessivamente un confortante segnale di maturità circa la consapevolezza che ispira l’intensa attività pastorale delle nostre comunità (cf M. Vergottini, Rilettura dei progetti educativi parrocchiali, Ambrosius 5 (1990), pp. 456-485). Oggi, non soltanto il numero delle parrocchie che hanno provveduto ad una stesura del rispettivo progetto è ulteriormente cresciuto, ma alcuni di tali contributi, già riveduti e corretti, costituiscono un segnale inequivocabile della maturità con cui ci si accinge come Chiesa a farsi carico del compito della evangelizzazione e della testimonianza della carità.

4. Qualche anno più tardi, nella Lettera alla città di Milano, “Alzati e va’ a Ninive” (marzo 1991), tesa a sottolineare la necessità di una nuova, coraggiosa e coerente evangelizzazione, ho avuto modo di riconsiderare l’urgenza della stesura di un progetto parrocchiale. Nel quadro di una pastorale imperniata sulla figura della parrocchia veniva posto l’accento su due strumenti privilegiati, utili a favorire una “fede adulta” fra quanti a vari livelli prendono parte attiva alla vita della comunità cristiana: precisamente il consiglio pastorale parrocchiale e il progetto pastorale. Il consiglio pastorale parrocchiale – osservavo – abilita un gruppo di persone mature a esprimere, alla luce della fede e in rapporto con le indicazioni della Chiesa un giudizio unitario sulla vicenda della comunità intera e a essere parte attiva nel promuovere anche negli altri una reale capacità di condivisione. Mediante il progetto pastorale poi la parrocchia individua le urgenze, le possibilità, le priorità e gli appuntamenti con cui essa intende annunciare il Vangelo a ogni condizione di vita.

Sullo stretto legame che intercorre fra queste due dimensioni dell’agire pastorale, il “consigliare” e il “programmare” avevo avuto già modo di riflettere in occasione della pluriennale attività dei Consigli presbiterale e pastorale, che in questi anni sono stati per me un’occasione privilegiata per ripensare il piano pastorale diocesano e per prendere coscienza dell’utilità di  celebrare un nuovo Sinodo. Proprio a conclusione dell’attività del II Consiglio pastorale diocesano fui sollecitato a tracciare un profilo spirituale del “consigliare” nella Chiesa. Ricordo di aver sottolineato come colui che consiglia deve avere la comprensione amorevole della complessità della vita in genere e della vita ecclesiastica in specie. Il consigliare infatti non è un atto puramente intellettuale, bensì un atto misericordioso che tenta di guardare con amore le situazioni umane concrete – parrocchie, decanati, Chiesa, società civile, società economica -. Il consigliere nella comunità deve inoltre avere un grande senso del consiglio come dono. Dono da richiedere nella preghiera, perché non si può presumere di averlo, e da vivere con distacco. Il consiglio non è un’arma di cui posso servirmi per mettere al muro gli altri; è un dono a servizio della comunità, è la misericordia di Dio in me.

Il consigliare è pure il momento dell’indagine e della creatività. Parecchi dei nostri Consigli pastorali parrocchiali sbagliano su questo punto: propongono un tema, chiedono il parere dei singoli membri, ciascuno dice la prima idea che gli viene in mente, e poi si vede la maggioranza. Invece, occorre non una semplice raccolta di pareri, ma una istruzione di causa, che valorizzi il gusto dell’indagine e del confronto con le soluzioni già date in altri luoghi e situazioni.

5. Finalmente, il recente Sinodo 47° ha recepito appieno tutte queste sollecitazioni nel capitolo “La parrocchia luogo della corresponsabilità pastorale” dove si afferma che il progetto pastorale è “espressione oggettiva, segno e alimento della comunione che anima e fonda la comunità visibile della parrocchia” (cost 142, § 3); e ancora: “le linee fondamentali del progetto pastorale di ogni parrocchia sono quelle disposte dalla Chiesa universale e da quella diocesana, ma queste vanno precisate per il cammino della concreta comunità parrocchiale ad opera in particolare del parroco con il consiglio pastorale. Il progetto pastorale di ogni parrocchia deve interpretare i bisogni della parrocchia, prevedere le qualità e il numero dei ministeri opportuni, scegliere le mete possibili, privilegiare gli obiettivi urgenti, disporsi alla revisione annuale del cammino fatto, mantenere la memoria dei passi. Esso è un punto di riferimento obiettivo per tutti, presbiteri, diaconi, consacrati e laici; come pure per tutte le associazioni, i movimenti e i gruppi operanti in parrocchia. Va tenuto infine presente che la precisazione dei criteri oggettivi di conduzione della parrocchia favorisce la continuità della sua vita al di là del cambiamento dei suoi stessi pastori” (cost 143, § 3).

Per poter interpretare il testo delle due costituzioni, in tutta la sua densità e le sue sfumature, suggerisco ai Consigli pastorali parrocchiali di meditarlo insieme, alla luce della mia Lettera di presentazione del Sinodo, dell’Introduzione del Libro Sinodale e di questa ultima lettera. Un tale esercizio di rilettura renderà il Consiglio pastorale sempre più consapevole della sua identità e dei suoi compiti.

6. Nel quadro della cura che da oggi in poi caratterizzerà la nuova stagione della Chiesa ambrosiana stabilisco dunque che ogni comunità parrocchiale debba provvedere da quest’anno ad una revisione del progetto pastorale – o, eventualmente, alla prima elaborazione -, alla luce delle disposizioni del Sinodo che costituisce il criterio normativo per misurare e riorientare la vita delle nostre comunità. Eventuali eccezioni o difficoltà saranno sottoposte ai Vicari Episcopali di zona.

Se è vero che l’azione pastorale modella forme e strutture in modo che nella Chiesa ogni persona possa incontrare il Signore in termini personali per conoscerlo e seguirlo in un cammino spirituale semplice e applicabile a tutti, si comprende come l’adempimento della stesura/revisione di un progetto pastorale parrocchiale debba essere avvertito non già come un dovere in più, che si aggiunge alla lista delle tante “cose da fare”. Prima ancora che un atto di obbedienza nei confronti di un’esplicita richiesta del Vescovo, la realizzazione del progetto è un servizio a se stessi, alla propria realtà parrocchiale, così da favorire una ripresa di autoconsapevolezza critica sulla qualità del lavoro apostolico, provvedendo ad una verifica sui bisogni e le risorse educative in loco, riprofilando mezzi, tempi e criteri di realizzazione degli obiettivi prefissati. In gioco dunque sta anzitutto la necessità di maturare sempre più consapevolezza che il momento progettuale costituisce un requisito essenziale dell’agire pastorale, prospettiva questa che proprio in quanto consente di metterci nuovamente a contatto con il disegno salvifico che il Signore ha per ciascun uomo e donna, diviene scoperta che infonde sollievo e insieme incita ad un impegno più esigente ed appassionato nella missione evangelica e nell’edificazione ecclesiale.

Redigendo un progetto pastorale la comunità si assume la responsabilità di operare una decisione pastorale saggia e muove da un attento esercizio di discernimento spirituale/pastorale, per rispondere all’interrogativo di come “qui e ora”, per “questi” uomini e donne la comunità cristiana è in grado di formulare e predisporre itinerari di incontro con il Signore. L’icona evangelica del padrone di casa che estrae dal suo tesoro “cose nuove e cose antiche” (cf Mt 13,52) risulta estremamente istruttiva del saggio equilibrio di un’attenta valorizzazione della ricchezza di iniziative della nostra tradizione ambrosiana e insieme della disponibilità a inventare nuove modalità per liberare la forza del vangelo.

7. Nel sollecitare le parrocchie al compito della revisione del progetto pastorale, ritengo utile suggerire alcuni criteri che possono favorire una tale impresa. Certo, la realizzazione di un progetto pastorale è atto che impegna originalmente la singolarità e la personalità di ogni comunità parrocchiale, per cui non si può affatto ipotizzare l’esistenza di uno schema-base eventualmente da personalizzare a piacere. Nondimeno, senza pregiudicare la libertà e l’inventiva di ciascuna comunità, richiamo alcuni suggerimenti di carattere metodologico.

* L’obiettivo sotteso alla realizzazione di un progetto pastorale parrocchiale non dev’essere quello di elaborare in proprio una sorta di “teologia della parrocchia”, né di fare una silloge di documenti magisteriali, neppure di proporre soltanto una puntuale registrazione delle “tante cose che attualmente si fanno”. Il progetto, in quanto interessa una specifica parrocchia, deve tenere presente la sua storia, la sua condizione, il suo contesto socio-culturale e spirituale; deve focalizzare l’attenzione sugli itinerari di fede che vengono offerti alle persone che vivono in parrocchia, come cura premurosa nei loro confronti. È utile, infine, trovare una proficua chiave di lettura (per es. le quattro costituzioni conciliari, oppure la triade Parola, Eucarestia, Diaconia, o altri schemi biblici o teologici, quali l’articolazione suggerita dai cinque progetti pastorali: contemplazione   Parola   Eucarestia   missione   “farsi prossimo”, o altri suggeriti dal Libro sinodale) che possa consentire di contemplare il “volto” della Chiesa e insieme misurare la vicinanza/distanza dell’esperienza ecclesiale vissuta.

* Il punto di partenza deve essere l’analisi della situazione in cui la parrocchia opera (quartiere/paese, abitanti – famiglie – lavoro).  Non si tratta di dar vita ad una ricerca sofisticata sotto il profilo sociologico, ma di pervenire ad una conoscenza meno superficiale dell’ambiente socio-culturale in cui è inserita la comunità parrocchiale, così da valutare l’incidenza dei mutamenti sociali sull’ethos ed il vissuto spirituali delle persone che vivono in quel determinato territorio, in modo da avvertire bisogni e resistenze in ordine alla proposta del messaggio credente. Per venire incontro alle difficoltà delle parrocchie con minori potenzialità, e insieme per evitare inutili sprechi, è auspicabile che ogni decanato possa costituire l’ambito di osservazione sul territorio e di rilevazione dei comportamenti.

* Si tenga presente la parola chiave del Sinodo, cioè quella di “unità pastorali”, per programmare l’attività della parrocchia nel quadro della collaborazione interparrocchiale e decanale.

* Prima di accingersi alla stesura materiale del testo è bene aver riflettuto a sufficienza sulla struttura dello stesso, affinché assuma coerenza, organicità, sinteticità. Il momento progettuale acquisterà sempre più valore allorquando eserciti una funzione critica nei confronti della prassi pastorale vigente, segnalando attenzioni, priorità, correzioni ed omissioni nel lavoro pastorale ordinario. In questa linea, è opportuno che si prendano in considerazione anche quei capitoli della pastorale che generalmente risultano scottanti e spesso scoperti (l’accostamento dei “lontani”, l’educazione socio-politica, il post-cresima, ecc.).

* Il progetto pastorale parrocchiale risulta tanto più credibile quanto più in esso si percepisce la coscienza di essere partecipe del cammino della Chiesa locale, di essere docile al magistero episcopale, dunque quanto più è dato registrare un respiro ed una memoria diocesana. Il Libro del Sinodo, unitamente alle più recenti Lettere pastorali, in particolare  quest’ultima “Ripartire da Dio”, inquadrate nella cornice dell’insegnamento del Papa, costituiscono i testi-base da cui deve muovere questo sforzo di progettazione/programmazione/verifica del lavoro parrocchiale.

* Un’ultima e decisiva acquisizione è infine lo sforzo di pervenire al ritrovamento di una chiave di lettura originale, personale, capace di mostrare il carattere “proprio” ed irrepetibile, che lega questo progetto a questa comunità. Il “leit motiv” può essere un’icona evangelica, una cifra ideale, un idea-guida, capace di fornire sinteticamente il tutto nel frammento, l’angolo di visuale grazie al quale ci si apre alla realtà nella sua interezza. Si tenga presente la cost. 140 del Sinodo su “Le diverse tipologie di parrocchie della Diocesi”. Diversa sarà per esempio la sintesi unitaria che caratterizza una parrocchia con una storia millenaria rispetto ad una di recente costituzione magari ancora in attesa di realizzare l’edificio-chiesa. In ultima analisi, non bisogna dimenticare che l’obbedienza nella vita cristiana ed ecclesiale è creativa e interpellante proprio in quanto essa nasce dalla decisione della libertà: a nessuna parrocchia è consentita un’anonima assimilazione del piano diocesano, ad ogni comunità è richiesta invece una personale riappropriazione del cammino diocesano a partire da un forte ricentramento sull’essenziale, per “ripartire da Dio”.

Appendice 2 Lettera di presentazione alla Diocesi del Sinodo 47°


[1]  A. Manzoni, Il Natale del 1833 (primo getto), da M. Pomilio, Il Natale del 1833, Milano 1983, p. 133

[2]  A. Manzoni, Inni Sacri – La Passione, strofa 6

[3]  D. Bonhoeffer, Resistenza e resa, Alba 1988, p. 427

[4] cf  Gibran Kahlil Gibran, Il profeta, Milano 1987, p. 20

[5] P. Le Fort, Les structures de l’Eglise militante selon Saint Jean, Paris 1979, p. 172

[6] ib.

[7] Jean Vanier, Il corpo spezzato, Milano 1990, p 98ss.

[8] cf La fede di Abramo e la parsimonia di Giuseppe, Giovedi santo 1991, p. 12; cf anche Un presbiterio che si rigenera, Giovedi santo 1990

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UN DON GIUSSANI SENZA MIRACOLI – Discordanze

lunedì, 11 agosto 2008 

DISCORDANZE – OVVERO DEL DON GIUSSANI SENZA MIRACOLI

Su questo blog sonnolento, in attesa di…”risurrezione”, una pagina tagliente, sferzante, che ho scoperto solo ora e che so farà piacere a più d’un detrattore, in pieno agosto non può fare che bene a tutti.

Su Don Giussani le fazioni effettivamente si dividono ancora una volta in Guelfi e Ghibellini, non solo nel mondo laicista ma anche in quello religioso, religiosissimo,   cattolico, cattolicissimo.
Personalmente, cerco di prendere  quel che c’è di vero, rispettoso delle opinioni altrui,  e accetto la provocazione. Lui, il Don Giuss  che ormai ha terminato la corsa e mantenuto la fede, cosa può fare dal Cielo se non sorridere – sornione – benevolmente a tutti?

Ma   per non stare silenzioso, politicamente equidistante, dirò che un’idea me la sono fatta e trovo anche che stenta a passare.  Non è roba mia. A marcarla con forza è proprio l’Apostolo Paolo nella prima ai Corinti. Egli dà prova di aver capito ciò che tanti di noi non capiranno mai in vita, come dimostra la storia. E’  lì che, almeno i credenti, dovrebbero  periodicamente, singolarmente e comunitariamente tornare per una revisione e da lì ripartire rinfrancati, rigorosi con sè stessi e comprensivi con gl’altri. E’ il solo modo per far cadere gl’integralismi di ogni segno.

Foto © Archivio CL / F.B. Don Giussani durante una lezione

Paolo, attento osservatore del comportamento umano e, con occhi di gufo,  fortemente illuminato dallo Spirito,  vede molto lucidamente come sogliono andare le cose:

  • Mentre l’uomo, la sapienza psichica di questo mondo (1Cor 2,6), (laica non necessariamente nel senso di laicistica) lavora, con la sincerità di cui è capace, per la umanizzazione del mondo al fine di liberare l’uomo,
  • il discepolo di Gesù (l’uomo pneumatico) è messo a parte dallo Spirito di Dio di un progetto di salvezza – liberazione -dell’uomo, che è propriamente divino, e che nessun occhio, né orecchio, né cuore “laico” può mai arrivare a sospettare e ad apprezzare (1 Cor 2,9).
  • L’uomo psichico è giunto a concepire che si può liberare l’uomo, mediante la umanizzazione del mondo, della società, delle sue strutture, delle relazioni sociali e internazionali;
  • Lo Spirito insegna a discernere e a non confondere (1Tess. 5,19-22): non un mondo più umano può davvero liberare l’uomo, ma solamente uomini diventati figli di Dio nel Figlio unico possono liberare il mondo.
  • Essi credono che non c’è da attendere che il mondo  -società, stati, famiglie, ambienti, comunità, ospedali– sia disinquinato, per cominciare a vivere da uomini.
  • Lo Spirito di Dio dà forza per cominciare oggi, ADESSO a vivere da figli di Dio, dovunque ci si trovi (Lc 10, 28-37).
  • “Il cristiano maturo ricorda quanti mali sono derivati, nella storia, all’umanità, alla chiesa,

    • dalla confusione della psiche e dello Spirito,
    • delle parole di Spirito con le parole di sapienza umana,
    • delle imprese destinate alla “polis” degli uomini e di quelle concernenti la Chiesa di Dio, Sposa di Gesù”.  (F.Rossi de Gasperis s.j).
Le amare conclusioni di Francesco Merlo non sono quelle di uno tutto scemo. Nè privi di senno sono quelli di CL.
Il Cardinale Martini ci ha insegnato che la comunità ideale, non è mai esistita. A cominciare da quella degli Atti, le prime comunità cristiane, pur ferventi, sono “conflittuali“. Ciò significa che, se tanto mi dà tanto, ogni generazione deve confrontarsi con il suo Signore, Verbo Incarnato-Crocifisso-Risorto. E qui c’è ben poco da ridere.

di FRANCESCO MERLO (da la Repubblica del 24 febbraio 2005

E’ morto un uomo storico, hegelianamente storico, uno dei protagonisti di un passaggio importante della storia del nostro Paese, ma non è morto il cappellano d’Italia, il padre spirituale di tutti noi.

In Italia c’è l’abitudine di distogliere lo sguardo dagli occhi della morte. Sempre, davanti a un morto, si parla d’altro, mai di lui. Nel caso di don Giussani, la morte ha transustanziato la realtà viva.

E così da finissimo politico combattente, da ispirato pastore d’anime, da coltissimo organizzatore di potere, da reclutatore di talenti, don Giussani è diventato un candidato alla santità, il nuovo patrono che, a destra e a sinistra, laici e religiosi, fedeli e infedeli, deformano nell’ultimo doveroso saluto. Ma don Giussani, profondo e sincero, pedagogo e amorevole, era e rimane il leader di una minoranza antimoderna.

E, se fosse davvero severo e misericordioso, generoso e giusto, come lo immaginava lui, Dio, dopo averlo accolto in Paradiso e fatto accomodare alla sua destra, già adesso starebbe chiedendogli conto anche delle lucrose attività della sua Compagnia delle Opere, di quel gran fumo di clericalismo simoniaco, di presunte truffe, di denunzie, di scandali e di processi penali che ha accompagnato il miracolo economico di don Giussani, dalle mense scolastiche di Roma alla Cascina San Bernardo di Milano, dai parcheggi ai cibi precotti e avariati, sino all’affaraccio di Oil for Food e al ruolo di Formigoni, sino alle suggestioni letterarie del Codice da Vinci.

Certamente il Dio che immaginiamo noi laici, così diverso dal raggio di sole caravaggesco che tanto gli piaceva, il Dio che non è sole di tragedia ma dolcezza privata, non sensazioni trionfali e scoppi di luce ma atmosfere rarefatte e solidarietà intellettuali, non esplosioni ma implosioni, il Dio che si nasconde e non si mostra, certamente questo Dio perdonerebbe l’appoggio spirituale che lui, così onesto, diede alla peggiore Dc, quella romana delle tangenti, e quella della Sicilia complice della mafia, allo squalo Sbardella e al contiguo Salvo Lima.

Secondo noi, Dio si è già messo a conversare con lui, non della Madonna dantesca e neppure del Cristo leopardiano, perché di quelli c’era già tutto sui giornali italiani di ieri, ma di quell’estremismo all’incontrario che rappresentò e continua a rappresentare Comunione e liberazione, versione cattolica integralista della rivolta generazionale di sinistra. Fu l’altra faccia del sessantotto, quel che lo rende chiaramente comprensibile, estremismo contro estremismo, Jaca Book contro Feltrinelli e Savelli, Rocco Buttiglione contro Franco Fortini, i cori dell’Antoniano contro l’anarchico ferroviere di Guccini, e anche, se permettete, Cristo contro Cristo. Al nostro Cristo infatti, che era confusamente costruito su una ideologia di liberazione guerrigliera e di preti operai, loro opponevano un Cristo da Torquemada. E non è vero che la nostra era ideologia e la loro era devozione. Il nostro Cristo era vivo almeno quanto il loro.

Sicuramente il nostro Cristo era ideologia, ma anche quello di don Giussani era ideologia. Ecco: ideologia contro ideologia, specchio rovesciato di tutto quel mal di vivere e di quel disadattamento in cui nessuno voleva stare, emigrando a salti e a piroette nelle paranoie politiche o religiose, nelle milizie combattenti per il proletariato o per Dio.

Ieri, solo su La Croix, che è il giornale ufficiale della Chiesa cattolica in Francia, come lo è Avvenire in Italia, di don Giussani è stato scritto nel titolone che “incarnò l’integralismo”.

E’ vero infatti che don Giussani si batteva contro la scristianizzazione dell’Italia e della stessa Chiesa, ma chi ha stabilito che il Cristo è quello di don Giussani? Quale visione di Fatima ha rivelato che il Cristo è un militante politico, un editore, un industriale, un prete filosofo, un fustigatore, un moralista, un sessuofobo, un classificatore di peccati? Eppure i seguaci italiani di don Giussani ancora nella camera ardente raccontavano e scrivevano di miracoli, e del sangue di San Gennaro che si è liquefatto per lui.

I pur bravi e simpatici giornalisti Antonio Socci e Renato Farina addirittura preannunciano altri miracoli “nei prossimi giorni”. E si capisce subito che gli epigoni di don Giussani non solo non gli somigliano, ma sono tutti dentro quel cliché di svettante bigottismo che Totò parodiava espressionisticamente con un segno della croce che era strabuzzio d’occhi, compunzione immusonita, agitazione di braccia, la mano con le dita strette a becco che convulsamente correva dalla fronte alle spalle…

Per Totò il bigottismo era il rovescio della religione che per contrappasso poteva essere rappresentato solo parodisticamente. Tutto questo parlare di miracoli, di sangue e sanguinaccio, di lacrime usate al posto dell’inchiostro, è di nuovo estremismo, spettacolo sciita, pasqua santa da processione paganeggiante, è ancora quell’estremismo al contrario di cui in fondo la nostra generazione ha saputo liberarsi mentre loro, che si credono “salvati”, ancora non ci riescono.

Noi piangiamo in privato e non lo raccontiamo a nessuno, non abbiamo bisogno di prefiche per gridare il dolore. E abbiamo tutti i nostri padri spirituali, e spesso li cambiamo perché anche i padri invecchiano: oggi Musil e domani Colletti, ieri Feyerabend e l’altro ieri Marx, e ancora il cattolico Manzoni e il radicale Sciascia, don Milani e Bobbio, Gassman e Montanelli, Calvino e Papa Giovanni. E da Gramsci siamo arrivati sino a De Felice… Mai però ci siamo inventati miracoli. Noi non ci attarantoliamo.

E rispettiamo anche don Giussani perché rispettiamo la storia, senza miracoli e senza monumenti, rispettiamo l’uomo che tante volte da avversario ci ha dato da pensare, ci ha offerto provocazioni su cui riflettere e, con i suoi estremismi, ci ha fatto pure sorridere. I suoi epigoni invece banalizzano lui e annoiano noi.        F.  MERLO


Almeno un punto di convergenza: LE VETTE.

Mentre la mente ritorna sul pensiero di Merlo, gl’occhi c’immergono nel silenzio estatico della natura maestosa, misteriosa e adorante. Ci sentiamo piccini piccini…Eppeò siamo stati creati “paulo minu ab angelis


L’arrivo della bidonvia sulla Marmolada dal Lago Fedaia

Zoomata sul ghiacciaio

Idem

Un laghetto dal rifugio

Il Piz Boé visto dal rifugio

Zoomata sul ghiacciaio

Idem

Laghetto semighiacciato mentre andavamo verso il ghiacciaio

Panorama dal ghiacciaio

Eccoci arrivati al ghiacciaio!

Idem

Idem

I crepacci

Il rifugio dal quale sono partito a piedi visto dal ghiacciaio

Il Piz Boé visto dal ghiacciaio della Marmolada

I crepacci

Noi quattro tornati al rifugio con lo sfondo il Piz Boé

Il ghiacciaio rivisto un altra volta

In discesa sulla bidonvia

Panorama sulla bidonvia

Il lago Fedaia visto dalla bidonvia

Il lago Fedaia visto dalla bidonvia

Il lago Fedaia visto dalla bidonvia

Il lago Fedaia visto dalla bidonvia

Il lago Fedaia visto dalla bidonvia

Il Il lago Fedaia

L’acqua del lago Fedaia

La diga del lago Fedaia

Il lago Fedaia

Panorama

Panorama

In arrivo al passo Giau

I prati del passo Giau

Il passo Giau

Il passo Giau

I prati del passo Giau

La cappellina del passo Giau

La vallata di Cortina vista dal passo Giau

Idem

La Marmolda sullo sfondo vista dal passo Giau

Panorama di Cortina

Panorama di Cortina

Panorama di Cortina

Panorama di Cortina

L’Antelao

Da Guarda la pagina web http://www.extremecarforli.it/Serdes%2006/06-08%20ferrata%20+%20Marmolada/Marmolada.htm dalla quale è stata tratta l’immagine.

ADESSO PROVA A VEDERLE DA QUI:

>>>>  http://groups.msn.com/cromatianum/general.msnw?action=get_message&mview=0&ID_Message=6

SERDES 5-16/08/06.


 

Globuli Rossi Company – IL VANGELO DEI RI RI RI… – Angelo Nocent

San Giovanni di Dio - Ritratto

 Questo è il ritratto di un avventuriero illuminato che nella sua vita avrebbe avuto bisogno di incontrare un San Giovanni di Dio e lo trovò in se stesso…

 Caro Salvatore, 

avevo cominciata in un modo e poi ho rimescolato le carte. La fretta di spedire mi impedisce di ritoccare. Pensaci Tu. 

Quello  della terza domenica di Quaresima è un vangelo molto curioso:  il vangelo dei  “RI”…, “RI”… “RI”…

L’ espressione forte è questa: “Distruggete questo tempio e io lo ri-edificherò”. Una sfida, lì per lì, incomprensibile. 

Da questo RI-EDIFICHERO’ derivano verbi positivi, luminosi, creativi, di luce: 

  • RI-SORGERE,
  • RI-PARTIRE
  • RI-SURREZIONE
  • RI-CONCILIAZIONE
  • RI-NASCITA
  • RI-ALZARSI
  • RI-SVEGLIARSI

 Questa particella “RI” vuol dire:

  • di nuovo
  • da capo
  • un’altra volta
  • ancora,
  • senza stancarsi

 è come se Gesù dicesse: distruggetemi un uomo, uno qualsiasi, e io ve lo rimetto a nuovo.

A Dio sta a cuore l’uomo. 

La vita è sofferenza, distrugge le persone; la morte sembra spadroneggiare… ma noi RI-SORGEREMO.

 In attesa della risurrezione noi possiamo gia qui essere

  • RI-ANIMATI, non solo quando abbiamo i collassi fisici ma anche quelli spirituali,
  • RI-COSTRUITI quando crolla qualche parete dell’anima,
  • RI-FATTI dopo un terremoto che ci ha ridotto in macerie, ci ha prostrati, messi a terra, nella polvere della miseria morale, proprio quando verrebbe da dire: non c’è più niente da fare.

 Quando si è anemici si sta male, mancano le forze, non si può reagire, si vede tutto nero, si sente venir meno la terra sotto i piedi…

 Senza sangue si muore. E chi è anemico, soffre gravi disagi e la sua è un’esistenza a rischio.

 Sangue è sinonimo di energia, vita. Se ti manca sangue, devi correre al pronto soccorso e ti fanno una trasfusione d’urgenza.

 Ma se l’anima è anemica, che si fa?

 Qui nascono i guai: ci sono cristiani che vivono in uno stato di anemia cronica. Non si rendono conto che dove non arriva il sangue viene la nècrosi, le gambe si gonfiano, il cuore si scompensa…

 Ciò che succede nel corpo si verifica anche nello spirito. Ma i rimedi ci sono, ci sono. E li conoscete tutti: sono i sacramenti.

 E chi non ha la forza di andare al Pronto Soccorso della Chiesa?Ecco la Compagnia dei Globuli Rossi!

 Come avrete già visto sul nostro sito internet, improvvisamente è comparsa la  www.compagniadeiglobulirossi.org .

Cosa sarà mai? Che siano donatori di sangue?

Ebbene, se si va a vedere chi sono, si legge:

“Chi siamo?

Con i carismi comuni della tenerezza: servitium, charitas, hospitalitas ed i carismi particolari di ognuno,  

  • donne e uomini,
  • laici e consacrati,
  • sani e malati,
  • giovani e adulti… 

SCHIENE A DISPOSIZIONE DI DIO nel cuore del Vangelo  a fararGli strada:”Andate…guarite…annunciate…”(Mt 10,5ss) .  

Poi una precisazione: “Le terre di nessuno” sono sconfinate. Ogni talento è prezioso. 

Con altre parole si può dire questo: 

I cristiani sanno di essere consanguinei del Signore. Coloro che sono più attenti, che se ne rendono conto più di altri, vedono in quale stato pietoso alcuni fratelli trascinano la loro esistenza. 

Essi non pretendono di cambiare il mondo, di fare prediche a tutti, di terrorizzare gli indifferenti…No, no, 

  • essi si prefiggono di CONSOLARE,
  • di AIUTARE CHI FATICA A PORTARE LA CROCE,
  • intendono PORTARE LA GIOIA DOVE SI E’ SPENTA, è calata la tristezza.

I cristiani, con la CRESIMA hanno ricevuto dal Vescovo proprio questo mandato: andate a consolare i fratelli, ad asciugare lacrime, a portare buone notizie agli sfiduciati… 

Fare questo vuol dire essere SCHIENE A DISPOSIZIONE DI DIO, essere donatori di sangue,  vuol dire iniettare, trasfondere sacche di carità-divina-Sangue-di-Cristo, nei tessuti anemici di coloro che incontriamo sui nostri cammini, lottare senza stancarsi contro tutte le emorragie, rappresentate dalla sofferenza, dalla povertà e dalla miseria umana. 

Globuli rossi è bello: vuol dire recuperare la fede battesimale dimenticata nel guardaroba delle “sempre tante cose da fare”, per  indossarla pubblicamente: “Rivestitevi del Signore nostro Gesù Cristo”. (Rom. 13,14) . 

  • VUOL DIRE RIVESTIRSI DI ROSSO, quel rosso che richiama la Passione di Cristo, il suo martirio;
  • vuol dire  indossare la casula come il sacerdote quando celebra la Messa: i laici che diventano sacerdoti fuori dalla Chiesa, nel lavoro, negli ospedali, nelle case…
  • Vuol dire “Donne e uomini, religiosi e laici, uniti  insieme, progettare insieme, camminare insieme, mettere carismi e talenti a disposizione della comunità…per ANDARE, PORTARE, CONDIVIDERE, SANARE… ogni situazione di sofferenza;
  • vuol dire essere schiene-persone-mente-cuore-anima a disposizione di Dio. 

I membri della Compagnia, pur rivestiti di Luce, sono del tutto coscienti che la comunione con Dio è un dono mai pienamente vissuto, sempre oggetto della nostra speranza. 

Proprio per questo sono assidui frequentatori della Comunità orante. Nella preghiera trovano aiuto  a corrispondere all’intimità di questa relazione con il Signore Gesù dal quale possono attingere l’energia vitale da distribuire su territorio. 

Se ci unisce la  alla carità scambievole, a imitazione di Gesù che indossa i grembiule e lava i piedi ai discepoli, succedono veri miracoli che cadono a cascata:

  • ·        passione,
  • ·        fervore,
  • ·        impeto,
  • ·        zelo,
  • ·        ardore,
  • ·        entusiasmo,
  • ·        impegno,
  • ·        fantasia,
  • ·        amore…  

tutti componenti da trasfondere all’uomo incontrato sui diversi percorsi del mondo. 

Per DARE bisogna POSSEDERE. Siamo tutti d’accordo.

  • Se impariamo a lavarci i piedi gli uni gl’altri,
  • ossia ad avere attenzioni reciproche,
  • se ci mettiamo al servizio della Comunità e della gente che incontriamo nel vivere quotidiano, con animo semplice, umile e gioioso, sull’esempio del Maestro nell’Ultima Cena,
  • noi diventiamo la COMPAGNIA DEI GLOBULI ROSSI.

Facile no? Più facile di così !?

Shalom!

 Globuli Rossi Company - n

 

SANITA’ LOMBARDIA – Lettera al Direttore Rivista Fatebenefratelli – Angelo Nocent

Posted on dicembre 11th, 2009 by Angelo

TEMPI – 16 Ottobre 2008

AL DIRETTORE RIVISTA “FATEBENEFRATELLI”

Caro Direttore,

questa volta sono costretto a scriverti a titolo strettamente personale, giacché non intendo coinvolgere l’Istituzione che rappresenti. Mi limiterò a riportare notizie che sono di cronaca, convinto che non è tempo perso fermarsi a riflettere. Avrai modo di verificare che, volutamente, al di là di qualche sottolineatura più marcata, mi limito alla constatazione, astenendomi dal prendere posizione. Tutto vorrei meno che far correre il rischio di essere frainteso difensore, “portavoce” di un incarico che nessuno mi ha affidato.

So di essermi dilungato oltre misura e perciò, se deciderai di pubblicare questa lettera aperta, affido alle tue forbici, ove occorresse per ragioni di spazio, di sfoltire sostituendo il testo mancante con i puntini di sospensione, nella speranza che l’operazione non produca un mutilato di guerra senza volto, ma un ponticello, ossia una provocazione di dialogo tra Chiesa e Istituzioni, più che uno sgradevole braccio di ferro fra le parti. Del resto, proprio CEI, Università Cattolica, Aris, Luiss Business School, hanno sentito l’esigenza di trovarsi a convegno il giugno scorso sul “No-profit dell’assistenza ospedaliera in Italia: riflessioni a trent’anni dalla legge 833/78”.

Si trattasse di un articolo, ti proporrei di titolarlo così: “L’ Hospitalitas istituzionale a un bivio. ”Io speriamo che me la cavo”.

Scrivere di Ospitalità a te che hai appena pubblicato un libro, è come portare vasi a Samo. A me l’ “Ospitalità” suona sempre come concetto astratto che si materializza, per così dire, nel momento in cui me la sento scorrere nelle vene come carisma, dono “per l’utilità comune” (1 Cor 12,7), non tanto destinato alla santificazione della persona, ma al “servizio della comunità” (1Pt 4,10). E’ donato ad alcuni il carisma e non a tutti allo stesso modo. Lo scopo non è di dare lustro o prestigio o fama a chicchessia ma per la varietà e vitalità della Chiesa. E’ anche mia convinzione che, se il carisma viene istituzionalizzato, inaridisce. Perché non è il reparto di cura che è carismatico, ma lo sono io nel reparto.

Ironia della sorte! A restarne affascinato di tale carisma piovuto dal cielo è stato proprio lui, il Don Giussani, che nella vita si è occupato più di giovani e di università che di ospedali e malati. Solo che, improvvisamente, ha scoperto l’evolversi del carisma dell’ hospitalitas proprio nel movimento che ha animato, senza che lo avesse provocato con riflessioni che svilupperà solo successivamente e che ora sono raccolte nel volume: “Il miracolo dell’Ospitalita’”, Ed. Piemme, al quale rimando. Ma, si sa, non tutti credono ai miracoli ed anche i discepoli non sempre hanno la fede del fondatore e, quindi la capacità di leggere i contesti. Fa un certo effetto constatare che avvenga proprio nella politica sanitaria della Lombardia dove sono all’opera persone raggiunte e segnate dal quel grande educatore del nostro tempo che è stato il “ Don Gius”. Credimi: leggendo la programmazione sanitaria talvolta sono tentato di credere che vi sia in corso il perdurare di un “malinteso culturale” più che una volontà della politica di sopprimere e penalizzare le istituzioni religiose. In tal caso, andrebbe fatto ogni sforzo per dissipare le nubi che nocciono ad entrambi. Ma, per non inventarmi nulla o eccedere nel dire, è meglio che parlino i fatti.

La parola alla politica

E’ il 16 Ottobre 2008. Passo dal giornalaio di Palazzo Pignano dove solitamente lascio la bicicletta. Acquisto Il Giornale perché di giovedì c’è TEMPI come allegato. Prendo la corriera, mi sistemo comodamente per la lettura, apro il n° 42 , più voluminoso perché accompagnato da un altro allegato: “ EXTRA-Sanità in Lombardia “. E’ su questo che mi concentro in prima battuta e, cosa insolita, non mi addormento. Sfoglio, divoro e, man mano che procedo, resto sempre più coinvolto.

L’Editoriale è del Presidente Roberto Formigoni. Un titolo suggestivo: “Più libertà di scelta. Più sicurezza sanitaria”. Al centro dell’argomentare – come sempre – c’è la “persona”. Sfoglio con interesse: “Ripensare la sanità a distanza di trent’anni dall’introduzione del Sistema Sanitario Nazionale significa pensare a un modello culturale nuovo, capace di rispondere alle mutate condizioni di vita che caratterizzano la società contemporanea e che ci impongono di guardare alla spesa sanitaria non più come a un costo da contenere, ma come a un investimento, oltre che per la salute, anche per lo sviluppo del nostro Paese”.

Poi l’enunciazione di due principi irrevocabili:

  1. Libertà di scelta, innanzitutto.

  2. E il principio secondo cui un servizio di natura pubblica può essere garantito anche da un soggetto di diritto privato, oltre che dagli irrinunciabili meccanismi di controllo del sistema.

Fin qui tutto bene. Altri punti forza:

  1. Separazione tra enti che forniscono (le aziende ospedaliere) ed enti che acquistano (aziende sanitarie locali) le prestazioni sanitarie.

  2. Valorizzazione della professionalità degli operatori del settore

  3. Una sfida: “E’ questo il momento di gettare le fondamenta per un nuovo Welfare, realizzando appieno una logica di sussidiarietà che veda il contributo di soggetti responsabilmente attivi e garantisca pari opportunità durante l’intero ciclo di vita a tutti i componenti della società”.

Nelle pagine seguenti gli argomenti vengono ripresi e sviluppati. Ma cambia l’antifona e sono costretto a rileggermi più volte le opinioni sostenute che mi lasciano sempre più allibito. A pagina 8 un titolone ad effetto: “Il bilancio di una novità”. Prima di proseguire mi soffermo sulla foto di una bella suora “cappellona”, dalla divisa preconciliare. Quelli della mia età ricordano benissimo le suore di San Vincenzo, presenti in sanità, nelle carceri, nelle infermerie dell’esercito… Sulla foto, del viso, spuntano soltanto il naso e la bocca; il resto è nascosto dall’enorme copricapo. La suora, un pezzo di consacrata che nessuno oserebbe chiamare “suorina”, com’è di moda dopo il caso Eluana, accudisce una bambina che ha vicino a lei una grossa bambola con i boccoli d’oro. La microscopica didascalia della foto recita: “Anche nella sanità negli ultimi anni si è assistito a un fenomeno di concentrazione economica. I principali concorrenti del servizio pubblico ora sono i gruppi privati nazionali e le grandi fondazioni”.

Sulla destra della foto invece, virgolettato ed a caratteri cubitali il messaggio: “Fino a 10 anni fa, esistevano i centri di cura religiosi. Oggi [maggiormente evidenziato] NON PIU’”. L’articolista è Francesco Beretta che riferisce di una tavola rotonda costituita da

  • Luigi AMICONE (Direttore e Moderatore)
  • Carlo LUCCHINA (Direttore Generale Sanità Regione Lombardia)
  • Francesco BERETTA (Dir. Gen. A.O. Istituti Clinici di Perfezionamento)
  • Pasquale CANNATELLI (Dir.Gen. A.O. Niguarda)
  • Gabriele PELISSERO (Direttore Scientifico Irccs Policlinico San Matteo)
  • Costantino PASSERINO (Direttore Centrale Fondazione Maugeri).

Introduce il direttore di Tempi, Luigi Amicone, che spiega: “Da sempre il nostro giornale è molto attento a temi come l’educazione e la sanità. In genere il tema sanità risente purtroppo di un ritorno di ideologia, per cui il privato sembra “il male”.

Mentre leggo, mi si fa presente, visivo, il mendicante di Granada. Nella mente rivedo la figura di San Giovanni di Dio che sta sullo sfondo degli ultimi cinque secoli di storia, con i suoi discepoli sopravissuti a tante intemperie. Quella storia che conosco abbastanza, mi appare sempre più come una bella fiaba grottesca, da non raccontare più neppure ai nipotini perché parla di sofferenze patite e lenite, di frati questuanti, soccorritori di appestati, di feriti sui campi di battaglia, di malati psichici abbandonati ai loro destini. Chi sarà mai il Beato Olallo, di cui in questi giorni si è dovuta occupare perfino la stampa? E’ roba del passato il frate Cubano rimasto da solo sul campo, medicina dei poveri, a condividere lo stipendio d’infermiere, “facendosi tutto a tutti” ?

E visivo mi si fa pure il Giussani. L’espressione è quella di una foto che ne ritrae solo lo sguardo. Un Giussani pensoso…A meno che non si tratti di una proiezione della mia mente malata.

Ma riprendiamo la tavola rotonda. Com’è cambiato il settore sanitario? La risposta la fornisce il Direttore Generale degli Istituti Clinici di Perfezionamento, Dott. Francesco BERETTA: “Dieci anni fa la realtà lombarda era diversa. Esisteva il settore pubblico e i privati convenzionati. Questi ultimi si dividevano essenzialmente fra istituzioni religiose, alcune fondazioni pubbliche, altre private e tante altre piccole realtà private”.

Poi il cambiamento radicale. Oggi le istituzioni religiose sono quasi del tutto scomparse o svolgono attività marginale perché sono strutture che non riescono gestire al meglio le proprie realtà sia per le dimensioni (piccole) che per mancanza di una vera mentalità e capacità imprenditoriale e manageriale e quindi sono spesso realtà economiche in perdita.

Anche le piccole strutture private sono pressoché scomparse, quasi sempre assorbite dai grandi gruppi privati. Restano così il pubblico, alcune grandi Fondazioni, per esempio il San Raffaele e la Fondazione Clinica del Lavoro, la Don Gnocchi e, appunto, i grandi gruppi privati (in Lombardia soprattutto il gruppo Rotelli e Humanitas), che sono in crescita.

La sanità privata oggi è anche un grande business coinvolto nel processo della globalizzazione. Questo elemento ha sicuramente modificato la modalità di erogazione e di gestione di queste strutture, ed esige una riflessione. Per esempio, sul fatto che un gruppo privato di livello nazionale non solo compra meglio, ma acquisisce meglio professionisti di elevata qualità nazionale e imposta l’organizzazione delle proprie strutture in modo moderno e con elevate tecnologie. Il sistema lombardo appare come principio buono, tanto che altre regioni lo vogliono copiare. Penso che si possa lavorare su alcuni provvedimenti correttivi della Legge 31, senza però stravolgere la norma. Anzitutto perché la Lombardia è la Regione dove gli ospedali hanno i bilanci migliori e dove le persone si sentono assistite meglio. Un’osservazione, su cui chiedo una riflessione.

La realtà pubblica soffre del problema di non poter valorizzare al meglio i professionisti degli ospedali. Ce ne sono molti e bravissimi, ma non possiamo permetterci adeguate retribuzioni, così speso vediamo questi professionisti dover lasciare spesso l’ospedale per svolgere attività nel loro studio privato. D’altronde le varie riforme della sanità non consentono a noi direttori generali di premiare adeguatamente i nostri professionisti più bravi. Ci sono molti vincoli sulle assunzioni di personale, sulle remunerazioni differenziate anche per tutto il personale assistenziale che necessita di un ampio approfondimento“.

Tutto qui? Sì, tutto qui. Ma è sintomatico. E’ un bene che la sanità evolva. Non sarà certo una mia lettera a rallentarne il decorso. Ma s’accorgeranno “i poveri ricchi” del “nuovo Welfare”. Bisognerà dare molto peso ai propositi. Perché non basta la buona fede. La politica è sempre pronta a dichiarare la persona malata al centro dei suoi disegni. Scoccerebbe però che fosse semplicemente “l’oggetto del desiderio” di chi ha il fiuto degli affari. Perché, nei fatti, rischiamo un po’ tutti di finire nell’occhio del ciclone, travolti dalle esigenze del mercato, sul fronte del bussines. America docet.

Sarò anche portatore di iella; epperò nelle cinquanta pagine di Tempi EXTRA, scritte da cattolici, non ho trovato la parola Dio. E passi. Ma nemmeno “viscere di misericordia”, o il termine “compassione”, modi diversi per dire hospitalitas. Perciò mi sia concessa almeno una perplessità: dove vogliono arrivare? Napoleone, la Massoneria, gli Anticlericali, ecc. s’incaricavano loro di centrifugare i religiosi dal mondo sanitario. Oggi che non è più necessario temere i discendenti di un passato, suonerebbe imbarazzante doversi guardare da quei cattolici che trovano le buone ragioni per far piazza pulita di una ingombrante “Chiesa del grembiule”. Non so se lo pensano. O se ho frainteso. Ma lo affermano senza mezzi termini: quelle dei frati e delle suore sono strutture che non riescono gestire al meglio le proprie realtà sia per le dimensioni (piccole) che per mancanza di una vera mentalità e capacità imprenditoriale e manageriale e quindi sono spesso realtà economiche in perdita” (Francesco Beretta).

Se rimango di stucco per simili affermazioni è perché gli istituti religiosi maschili e femminili, consapevoli dei limiti, da almeno vent’anni a questa parte, si sono circondati di laici, hanno chiamato ad amministrare proprio fior di professionisti supertitolati, il più delle volte cattolici. Mi domando: il carisma istituzionale è passato agli imprenditori? Me lo auguro.

Rinascenze – Rampollamenti – Dissecamenti

A ripetersi con una certa apprensione quell’ormai famoso ”io speriamo che me la cavo”, sono un po’ tutti gli istituti religiosi implicati nel socio-sanitario.

Mi sentirei di dire: “niente paura“. Che non significa subire gli eventi passivamente, delegando di buon grado allo Spirito Santo ma semplicemente che bisogna rimboccarsi le maniche e dialogare con Dio e con gli uomini. L’ho appreso tanti anni fa e mi torna sempre in mente quel motto molto energico di Don Primo Mazzolari che vorrei essere capace di mettere in pratica: “un uomo d’onore non lascia agli altri la pesante eredità dei suoi “adesso” traditi”.

 

Nel lontano 1949 il compianto P. Gabriele Russotto o.h. nel volume “L’ORDINE OSPEDALIERO DI S. GIOVANNI DI DIO ” riportava e commentava un passo del Papini:

“A tutte le decadenze corrispondono rinascenze; tutti i disseccamenti sono accompagnati da speranzosi rampollamenti“. (Giovanni Papini: Storia della Letteratura italiana (Firenze, 1937),vol.I, pag.121)

E aggiungeva: “Nel secolo XVI germogliarono molte “rinascenze” e molti “speranzosi rampollamenti” nel campo teologico, morale e caritativo, come corrispondenze ad altrettante “decadenze” e “dissecamenti”.

Giovanni di Dio e il suo Ordine sono una di queste provvidenziali “rinascenze” e uno di questi vigorosi “rampollamenti” nel campo dell’assistenza sociale e della carità ospedaliera.

In questa modesta sintesi storica, rievocando la grande figura di Giovanni di Dio e l’opera caritativa svolta da lui e dal suo Ordine, sarà facile poter constatare che le “rinascenze” e i “rampollamenti”, suscitati dal “pazzo di Granata”, non finirono con lui e nei limiti, pur vasti, di un secolo, ma continuano ancora al ritmo progredito del nostro secolo, conciliando sapientemente nova et vetera in caritate Christi“.

Quella del Russotto è un’autorevole voce ottimistica della tradizione che va ad aggiungersi al “niente paura” o al più colorito “io speriamo che me la cavo”. Di mezzo vi è una certezza assoluta che viene dal sigillo, che il segno sacramentale della cresima imprime indelebilmente:

“Ricevi il sigillo dello Spirito che ti è dato in dono” (Rituale Cresima).

 

Nei testi biblici e nella letteratura patristica il sostantivo “sigillo” e il verbo sigillare sono connessi con il mistero dello Spirito Santo. Così le espressioni “donare lo Spirito” e “dono dello Spirito” si rifanno a testi biblici ai quali dobbiamo continuamente rifarci se non vogliamo che l’Ospitalità si trasformi in panacéa che si sposa con tutti i piatti come il prezzemolo. Alle tante possibili citazioni bibliche, mi limito a riferirne qualcuna:

  • Alla conclusione del discorso di Pentecoste, Pietro, rispondendo alla domanda degli ascoltatori, dice: “Pentitevi e ciascuno di voi si faccia battezzare nel nome di Gesù Cristo per la remissione dei vostri peccati; dopo riceverete il dono dello Spirito Santo” (At 2,38).

  • Simon mago voleva comperare il “dono di Dio” con denaro (At 8,19-20) e Pietro lo minaccia di perdizione.

  • Di fronte alla discesa dello Spirito Santo sui pagani in casa di Cornelio, i fedeli circoncisi che erano venuti con Pietro si meravigliavano che anche sopra quelli “si effondesse il dono dello Spirito Santo” (At 10,45; 11,17).

  • A coloro che hanno ricevuto l’iniziazione cristiana, la lettera agli Ebrei dice: “Quelli che sono stati una volta illuminati (battezzati), che hanno gustato il dono celeste, sono diventati partecipi dello Spirito Santo” (Eb 6,4).

 

Nel colloquio con la Samaritana Gesù le dice: “Se tu conoscessi il dono di Dio” (Gv 4,10);questo dono viene poi espresso con l’immagine dell’acqua viva. Il significato dell’acqua viva è la rivelazione: lo Spirito mi fa penetrare la rivelazione nella coscienza di credente (Gv 7,37-39). Così è accaduto alla donna, miracolata da Gesù in modo inconsueto: le ha inculcato il desiderio: “Se tu conoscessi il dono di Dio”. E lei, progressivamente, si è aperta alla fede.

 

Noi la parola fede l’abbiamo sempre sulle labbra. Il Card. Martini, nel rammentarci che credere è una parola-chiave dell’esperienza cristiana, ci ricorda che spesso è parola abusata. Il Vangelo di Marco ci riferisce che “Gesù predicava il Vangelo di Dio e diceva: il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino. Convertitevi e credete al vangelo” (1,15).

 

L’Arcivescovo dice che il termine greco usato da Marco e tenendo presente anche il vocabolo ebraico che vi sottostà, andrebbe tradotto così: “Appoggiatevi al Vangelo, affidatevi al Vangelo“. E’ l’esperienza di Israele: di chi si affida , si appoggia su una roccia, di chi si sente saldo perché è appoggiato a qualcuno molto più forte di lui. Sembra facile ma è difficilissimi fidarsi veramente di qualcuno”.

 

A me che scrivo, a te Direttore che leggi, la fede che qui, adesso, viene proposta è proprio questa: fidati del Vangelo! Affìdati, abbandònati, appòggiati all’iniziativa di Dio che ti viene incontro nella persona di Gesù, il vivente nella Chiesa e nella storia.

 

La politica? Non ci spaventi. Siamo chiamati a credere alla possibilità impossibile. Nei momenti in cui si sperimenta un senso d’impotenza, non va dimenticato l’atteggiamento che fu dei padri. Ma i religiosi, i laici, con i politici devono dialogare. Anch’essi hanno una mente, un cuore. E magari anche una proposta, solo apparentemente scomoda. L’essere indirizzati su una diversa rotta può anche voler dire “segno dei tempi”.

 

Il rifiuto pregiudiziale non è nelle indicazioni dell’Apostolo Paolo che scrive: “Non ostacolate l’azione dello Spirito Santo. Non disprezzate chi profetizza: esaminate ogni cosa e tenete ciò che è buono”. 1Tess 5,19-20 .

Le parole che il teologo Won Balthasar ha rivolto a CL, nel richiamare il movimento, ha messo in guardia un po’ tutti: “Se il movimento [l’Ordine, la Congregazione n.d.r.] dovesse chiudersi in sé, contento di se stesso e dei suoi successi, si allontanerebbe dal suo programma, perderebbe anche ogni drammaticità che risulta proprio dal continuo, nostalgico sforzo di andare oltre se stesso. Accontentarsi significherebbe essere arrivati, significherebbe riposo; ma questo riposo equivarrebbe alla morte“.

 

Per ora, a dar man forte è giunto l’ appello di Mons. Giuseppe Bertori, Segretario Generale della CEI: “Sanità cattolica: un patrimonio che va tutelato… E’ apprezzata dai cittadini, ma non ha i giusti riconoscimenti delle Regioni”. E’ già qualcosa. Poi si vedrà. Auspico che la Comunità Ospedaliera cui appartieni, assuma un impegno: “aiutare la politica ad aiutare”, conciliando “nova et vetera in caritate Christi”, come suggeriva il Padre Russotto.

Tuo affezionatissimo

Angelo Nocent

Da “Fatebenefratelli” – Genn/Mar 2009

LETTERA AL DIRETTORE su “EXTRA-Sanità in Lombardia n° 42 “ – Angelo Nocent

TRIVOLZIO LA PICCOLA LOURDES PADANA

Trivolzio

Trivolzio – Tramonto

TEMPO DEL MIRACOLO

Febbraio 1995-febbraio 2005: la devozione di don Giussani e le sorprese del Signore. Testimonianza di don Angelo Beretta, parroco della parrocchia dei santi martiri Cornelio e Cipriano in Trivolzio, dove è conservato e venerato il corpo di san Riccardo Pampuri .

di Angelo Beretta             

Se all’inizio del 1995 mi avessero detto che in pochi anni il paese di Trivolzio, paese allora poco noto, sarebbe stato conosciuto in tante parti dell’Italia ed anche del mondo, certamente non sarei riuscito a crederlo.

Trivolzio è un piccolo paese (poco più di 1000 abitanti), situato tra Milano e Pavia. La Parrocchia ha un campanile imponente (che si vede passando sull’autostrada Milano-Genova) e una bella Chiesa costruita nel 1500 dai Francescani che sono poi stati scacciati da Napoleone.
Nella Chiesa c’è il corpo di un Santo, nato qui: Riccardo Pampuri e fino al 1995 era considerato uno dei tanti santi proclamati da questo Papa.
San Riccardo Pampuri è nato a Trivolzio, ha fatto il medico condotto per 7 anni a Morimondo, a 30 anni è entrato nell’ordine dei Fatebenefratelli ed è morto giovane a 33 anni. E’ stato sepolto (1930) nel cimitero di Trivolzio e portato poi nel 1951 nella Chiesa parrocchiale e da subito ha donato grazie e miracoli a quelli che lo invocavano, ma era conosciuto solo nella nostra zona e dai Fatebenefratelli (è stato il loro primo Santo dopo il fondatore San Giovani di Dio).
Attraverso San Riccardo qui a Trivolzio in questi ultimi 10 anni sono capitate cose umanamente impensabili di cui io sono stato il testimone, cose non pensate o programmate da me: io mi sono limitato a non ostacolare ciò che il Signore voleva ed attuava. Vorrei tentare di dire alcune cose di tutto quello che è successo in questi 10 anni.

Incomincio con il presentarmi 

Sono nato nel 1938 a Pavia e sono vissuto sempre qui     nel Pavese. All’età di dodici anni sono entrato in     seminario e dopo tredici anni, il 28 giugno del 1963, sono diventato prete.  Sono diventato prete per annunciare Gesù Cristo. Avendo, come dice san Giovanni, creduto all’Amore di Dio, sono diventato prete per   annunciare e diffondere questo Amore. I miei primi cinque anni da prete     sono stati vissuti con tanto entusiasmo in un oratorio alla periferia di Pavia; poi ho insegnato religione a scuola e sono stato parroco prima in un piccolo paese dove la frequenza alle funzioni era molto alta e poi in un  paese più grande, molto legato allora a un certo tipo di ideologia, dove la gente veniva poco in chiesa (è stato andando a Lourdes che ho incominciato a constatare che tanta gente frequenta ancora la chiesa, cosa che oggi a Trivolzio riscontro ogni giorno). 
         

 Nel 1988 sono andato in pensione dalla scuola e il     vescovo mi ha inviato a Trivolzio dicendomi che avrei trovato un grande e     bell’oratorio e un beato: Riccardo Pampuri. A essere sincero devo     dire che mi sentivo molto attratto dall’oratorio nel quale con i     ragazzi e giovani pensavo di riuscire a fare grandi cose, mentre san     Riccardo lo conoscevo poco. E subito ho iniziato a rinnovare     l’oratorio, anche se, non sviluppandosi il paese, le famiglie     invecchiano e diminuiscono i ragazzi. A un anno e mezzo dal mio arrivo a     Trivolzio (1° novembre 1989), Riccardo Pampuri è stato     proclamato santo. E io ho avuto la fortuna di concelebrare la santa messa     della canonizzazione con il Papa. È stato un evento commovente,     attorno all’altare c’erano quasi tutti gli abitanti di     Trivolzio.

Io ero là con il Papa, cardinali, vescovi… Io, povero prete, che però avevo la fortuna di essere parroco di Trivolzio, la patria del santo. Al ritorno abbiamo organizzato grandi festeggiamenti cui hanno partecipato in tanti, e anche tanti spagnoli, poiché il miracolo riconosciuto per la canonizzazione di Riccardo Pampuri riguardava     un ragazzo spagnolo. 

Fedeli durante il bacio della reliquia di san<br /><br />
Riccardo

Fedeli durante il bacio della reliquia di san RiccardoRitorno alla normalità 

Passano i mesi e qui a Trivolzio tutto torna normale. Di santi, papa Wojtyla ne ha fatti tanti… e Trivolzio è una     parrocchia come tante altre, a messa alla Dmenica siamo praticamente solo  noi, ogni tanto c’è qualche forestiero. Certo, ci  sono persone     che vengono a pregare san Riccardo, ma sono poche e della nostra zona. Solo     al 1° maggio, giorno della morte e perciò data della festa     liturgica di san Riccardo, arriva per tutto il giorno tanta gente. Vicino     all’altare di san Riccardo ho messo un registro ove poter mettere una     firma o una preghiera, un’invocazione, una domanda al santo: dal 1989 al 1995, ne furono riempiti solo tre. Ed ecco che mentre stavamo pensando se era possibile organizzare qualche manifestazione per il 1997, centenario della nascita di san Riccardo, un sabato mattina del febbraio 1995 vengo chiamato in chiesa e la trovo piena di gente. «San Riccardo ha fatto un miracolo», mi si dice. Certo, san Riccardo di miracoli ne ha fatti certamente, altrimenti non sarebbe santo. La gente che è in chiesa appartiene a Comunione e liberazione e mi mostrano una copia di Tracce dove c’è il racconto della vita del nostro santo e il racconto di un miracolo appena fatto da san Riccardo. Da quel momento è iniziato il pellegrinaggio     di tantissima gente qui a Trivolzio. Al sabato sera ci sono molti giovani e alla domenica ci sono famiglie con tanti bambini. (Alcuni di CL conoscevano già san Riccardo: qui vicino, a Coazzano, c’è una casa dei Memores Domini da tanto tempo dedicata al beato Riccardo Pampuri, e Lorenzo Frugiuele, che ha scritto una vita in versi di san Riccardo, veniva già prima del 1995 a pregarlo  per avere aiuto nella sua malattia). 

Il mese dopo (marzo 1995) Tracce pubblica la vita e i miracoli di un altro santo medico     contemporaneo di san Riccardo, Giuseppe Moscati di Napoli, ma la gente di     Napoli arriva a Trivolzio. Da allora, dal febbraio 1995,  tutti i     sabati sera e tutte le domeniche la chiesa è piena. Solo il giorno     di Natale non c’è quasi nessun forestiero al mattino, ci siamo     solo noi di Trivolzio. 

A volte, specialmente nei primi mesi del 1995, la     domenica mattina mi chiedevo: ma oggi verrà ancora tantissima gente?     E poi la chiesa si riempiva. Eppure a Trivolzio non c’è un     ristorante, non c’è nulla di particolare: c’è     solo un santo e la gente viene solo per questo. Quando non fa freddo, in     oratorio, all’aperto, ci sono anche trecento persone a mangiare al     sacco… D’inverno c’è solo un salone in cui non stanno     più di cento persone. E la gente viene da ogni parte d’Italia     e, possiamo dire, anche da tutto il mondo. Ormai ci sono gruppi che da     varie parti d’Italia – non solo da Milano, Torino, Bologna,     Genova, ma anche da Palermo, Bari, Verona, Cagliari, Venezia –  organizzano periodicamente pellegrinaggi a Trivolzio. È bello vedere     gruppi numerosi di giovani, di famiglie, di amici venire qui tutti insieme a chiedere guarigioni, grazie o anche soltanto aiuto per la vita quotidiana. 

Incontro con monsignor Giussani 

Colui che ha indicato san Riccardo a CL è stato monsignor Giussani. Io non appartengo a CL; ne avevo sentito parlare da don Giulio Bosco, un mio compagno di seminario che, diventato prete, era andato  a Milano a studiare e ha iniziato CL a Pavia. Purtroppo don Giulio è  morto giovane in un incidente in montagna e io non ho avuto più modo di incontrare CL. Il nostro rettore di seminario, divenuto poi vescovo, monsignor Luigi Maverna, ci diceva che dobbiamo essere preti di Gesù Cristo. Oggi, anche senza essere di CL, mi trovo in mezzo a persone di  Comunione e Liberazione, e ormai ci conosciamo bene. Le prime volte il popolo di Cl veniva con un certo timore qui in chiesa, ma poi, vedendosi     accettati, sono venuti sempre più volentieri. Io sono convinto che dobbiamo essere attenti a ciò che il Signore compie in mezzo a noi e  favorire il bene anche se non lo abbiamo organizzato noi.  

Ritorniamo a monsignor Giussani. L’ho incontrato quando è venuto la prima volta a celebrare la santa messa da  san Riccardo. Mi avevano telefonato che alle ore 11 sarebbe venuto un prete     a celebrare la santa messa. Mentre stavo preparando l’altare, vedo un     sacerdote in chiesa e gli chiedo se deve celebrare. Poco dopo gli domando     ancora se è lui che aveva telefonato. Alla sua risposta negativa, lo     invito ad aspettare, vado nella piazza della chiesa e vedo arrivare     monsignor Giussani. Era la prima volta che lo incontravo, eppure dopo poche     parole sembrava che mi conoscesse da sempre. Ha celebrato la santa messa,     poi è venuto all’oratorio a prendere un caffè, non con     il latte, ma con un grappino. Abbiamo parlato e mi sentivo veramente a mio     agio. A un certo punto mi chiede perché non comperiamo la cascina     che c’è a lato della piazza della chiesa e che era appena     rimasta disabitata, per creare un luogo di accoglienza. Io ero perplesso,     ma lui mi ha incoraggiato dicendomi: «Ti mando io i soldi per la     caparra», lasciando meravigliati quelli che lo accompagnavano.     È stato questo l’inizio del progetto per un luogo di     accoglienza, di ristoro e centro di spiritualità che, dopo dieci     anni di peripezie, speriamo presto di inaugurare. Tutto ciò è     nato per l’incoraggiamento, l’aiuto, l’entusiasmo che     monsignor Giussani mi ha trasmesso nelle sue visite a san Riccardo qui a     Trivolzio. 

I registri posti vicino all’urna di san<br /><br />
Riccardo

I registri posti vicino all’urna di san Riccardo

         I miracoli 

         Oggi Trivolzio viene chiamata “la piccola     Lourdes” per i numerosi miracoli e grazie che san Riccardo ottiene     dal Signore per tutti quelli che lo invocano. Molti li troviamo raccontati     sui registri vicino all’urna di san Riccardo (alcuni sono stati     riportati da Gabriella Meroni nel libro A san     Riccardo, Piemme). Sono tante grazie e miracoli     non pubblicizzati, ma fatti conoscere solo agli amici, per i quali si     ringrazia san Riccardo lì sul registro. Accanto all’urna di     san Riccardo ci sono oggi non più uno, ma quattro registri e se dal     1989 al 1995 ne erano stati compilati solo tre, dal 1995 a oggi ne sono     stati riempiti ben 143, con una media di più di uno al mese. Notizie     di miracoli giungono non solo da ogni parte d’Italia, ma anche     dall’America del Nord e del Sud, dall’Africa, dall’Asia.     Nella chiesa di Saint John, nel Minnesota, c’è una statua di     san Riccardo, regalata da monsignor Giussani, davanti a cui i malati della     Mayo Clinic vanno a pregare e chiedere aiuto. Dobbiamo sottolineare che i     miracoli non sono solo guarigioni, ma anche conversioni, aiuto ad accettare     la volontà di Dio nei momenti di difficoltà. Ci sono poi     coppie che ottengono la nascita di figli, ci sono giovani e ragazze che non     solo ottengono aiuto per gli esami o per il lavoro, ma anche per trovare il     compagno o la compagna giusta per tutta la vita. In particolare moltissimi     vengono a chiedere aiuto per capire il piano che Dio ha su di loro e     corrispondere al suo disegno.

         Come si diffonde questa devozione 
         La devozione a san Riccardo ha cominciato a diffondersi     in mezzo al popolo di Cl in particolare attraverso le parole di monsignor     Giussani. Ma la devozione al nostro santo si espande sempre di più,     anche oltre  i confini di Cl, soprattutto con il passaparola.     C’è stata poi anche la trasmissione televisiva     “Miracoli” in cui è stato presentato san Riccardo. Dopo     la trasmissione sono arrivate centinaia di telefonate e lettere per     chiedere notizie e immagini del santo. Piero Vigorelli, autore della     trasmissione, ha pubblicato anche il libro Miracoli, attualmente distribuito in edizione economica, in cui     è segnalato anche il mio numero di telefono: non passa settimana che     non riceva telefonate da gente di tutta Italia con richieste di     informazioni. Attualmente abbiamo anche un sito internet, in cui ci sono le     preghiere in varie lingue e le notizie di ciò che avviene qui a     Trivolzio. Speriamo di poterlo migliorare sempre di più.

Il centro di accoglienza nei pressi </p><br />
<p>della parrocchia di Trivolzio ed alcune immagini di san Riccardo

Il centro di accoglienza nei pressi della parrocchia di Trivolzio ed alcune immagini di san Riccardo

        

Senza nostro merito 

         Tutto quello che è successo dal febbraio 1995     non è avvenuto per un piano prestabilito o per un nostro disegno: da     parte mia c’è stato solo l’impegno di dire di sì     coll’accettare e favorire quello che il Signore ci indicava. Tutto     è nato spontaneamente.  
         All’inizio la gente di Trivolzio si è     trovata anche sconcertata: non aveva più quel posto che da sempre     prima occupava in chiesa. Ma poi ha accettato i pellegrini. Io ho cercato     di capire il piano di Dio e di accettarlo e favorirlo e questa nostra     chiesa è diventata la “casa” di tutti quelli che vengono     a cercare un aiuto, un sostegno, una grazia da san Riccardo. 
         Nessuno ha cercato di approfittare del flusso della     gente, c’è solo uno – non di Trivolzio – che in     alcune domeniche viene a vendere il miele. Mi sono trovato, io che mi     sentivo più a mio agio in oratorio, a far nascere, a creare un     santuario con tutto quello che comporta: oggetti, immagini, ricordi… La     gente chiedeva qualche cosa per sentire vicino il santo.  
         All’inizio qualcuno aveva pronosticato che il     tutto non sarebbe durato più di sei mesi. Dal febbraio 1995 sono     passati dieci anni e siamo ancora qui, anzi stiamo per realizzare un Centro     di spiritualità attorno a san Riccardo. Per me è stato     bellissimo conoscere sempre di più e meglio san Riccardo, leggendo     le sue lettere e le testimonianze di chi lo ha conosciuto. È il     santo della quotidianità: fare tutto ogni giorno con amore e mettere     Dio, che per lui era “tutto”, al centro della vita. In questi     anni ho capito che bisogna lasciar fare al Signore, affidarsi a lui. I suoi     tempi e modi sono imprevedibili e non sono come pensiamo e vorremmo noi. 

         Un santo popolare 

         Nella Chiesa ci sono tantissimi santi, ma alcuni sono     più conosciuti e invocati dalla gente come sant’Antonio, santa     Rita, padre Pio. Anche san Riccardo sta diventando un santo sempre     più conosciuto e popolare. Colpisce la sua normalità: un     medico della mutua, diremmo oggi, che è stato in mezzo alla gente,     vivendo una vita normale, ma nell’amore («fare tutto, anche le     piccole cose, con amore grande»), un amore costante e quotidiano che     diventa eroico. Colpisce come Riccardo riesca a entrare nell’animo     dei giovani che lo sentono uno di loro. A lui chiedono aiuto nei vari     momenti della loro vita: studio, lavoro, problemi sentimentali e, in     futuro, per la vita familiare. San Riccardo ha vissuto in mezzo ai giovani     e ha cercato di trasmettere loro entusiasmo e amore per Cristo Gesù.     Colpisce anche l’entusiasmo con cui i bambini vengono a baciare la     sua reliquia e come le famiglie lo invocano come medico dei corpi e delle     anime.

Il campanile e il timpano della chiesa di<br /><br />
Trivolzio
Il campanile e il timpano della chiesa di Trivolzio

Come si prega san Riccardo qui nella chiesa di  Trivolzio 

Qui da san Riccardo non si fanno funzioni particolari.     Si cerca di vivere bene la liturgia, in modo particolare la santa messa,      e al termine della messa, il sabato sera e la domenica,     c’è il bacio alla reliquia del santo. Questo bacio (chi non     desidera baciare, ma normalmente lo fanno tutti, può anche solo     toccare la reliquia), vuole essere un segno di vicinanza, come la gente in     Palestina toccava le vesti a Gesù, vuole essere un atto     d’amore verso un amico cui chiediamo aiuto. E poi cerchiamo di     favorire le confessioni. Chi viene a chiedere una grazia capisce che san     Riccardo, perché lo ascolti, vuole che sia in amicizia con il     Signore e questo avviene solo se siamo in grazia di Dio. Ed ecco allora che     arriva gente che da dieci, venti, o anche cinquant’anni, non si era     più confessata e che sente il bisogno di avere la grazia di Dio nel     cuore. Durante tutte le sante messe diciamo una preghiera per tutte le     intenzioni di quelli che vengono a chiedere aiuto a san Riccardo. Alla     domenica, alle ore 16.00, celebriamo la santa messa per le intenzioni di     tutti quelli che in settimana sono venuti da san Riccardo ad affidarsi a     lui presentandogli tutte le loro necessità e i loro problemi.

         La piccola Lourdes padana 
         Dio sceglie luoghi dove far sentire in modo particolare     la sua presenza. In questi anni ha voluto scegliere anche la chiesa di     Trivolzio per distribuire, attraverso l’intercessione di san     Riccardo, aiuto e grazie. È lui, il Signore, che ha scelto. Noi abbiamo cercato di non impedire questa sua scelta e di essere accoglienti verso tutti quelli che vengono qui. San Riccardo continui a intercedere presso il Signore e a donarci il suo aiuto e le sue grazie.

(Questa testimonianza è stata scritta nel 2005     dopo la morte di donGiussani  
         avvenuta il 22 febbraio 2005)

FRA RAIMONDO FABELLO il “Globulo Rosso o.h.” – ANTIVIGILIA E SEGUENTI…- Angelo Nocent

Molinette - Torino
AGOSTO 2013 – Piemonte. Alle Molinette di Torino effettuati 2500 trapianti fegato. E’ record europeo. Il traguardo è stato raggiunto ieri e ha permesso di scavalcare i centri inglesi. Il primo trapianto fu eseguito il 10 ottobre del 1990. Da allora hanno beneficiato dell’operazione anche 133 bambini. L’età media dei pazienti trapiantati è stata di 56 anni e il 73% di sesso maschile.
trapianto-fegato
In questo momento, a Torino, il nostro amico FRA RAIMONDO è sotto i ferri, sottoposto a trapianto di fegato.

Chiede preghiere a San Riccardo e Don Giussani.

Una prece va anche per il povero donatore la cui vita non è persa ma trasformata e i suoi organi diventano gesto di carità che ricambiamo con la LUCE ETERNA invocata da Dio, il solo capace di confortare anche i suoi familiari che sono nel lutto.

12 Agosto 2007 

trapianto - Molinette
12 Agosto 2007
  • Mio fratello subirà il trapianto questa mattina a Torino. Una preghiera. Fra Marco

Novità?

  • Non ancora. Grazie. Fra Marco
  • Tutto bene. Grazie. Fra Marco
don Luigi GiussaniDopo un’attesa non facile mio fratello, da questa sera ha un nuovo fegato.
 
Il ringraziamento va al Signore e a quanti hanno trepidato e pregato. Ma se non ci fosse stata la disponibilità e generosità di un donatore, ciò non sarebbe stato possibile.
Il Signore sappia essere generoso verso questa persona il cui nome LUI conosce.  
Dopo le emozioni di queste lunghe ore per tutti  una preghiera e la  gioia della riconoscenza.  
Fra Marco.
 
 
 
  • GRAZIE, SIGNORE GESU’,Menyanthes_trifoliata_2
 
  • grazie ai santi intercessori in Cielo,
 
  • grazie ai Silenziosi Oranti Solidali in terra.
  
Sempervivum arachnoidaeum fiore-2005 07 03-Vallone del RuAuguri di pronto ristabilimento a te Fra Raimondo.
 
Fegato nuovo, fede più forte.
 
Ti aspettiamo.


27 Agosto 2007
 

Il trapianto di fegato di Fra Raimondo o.h. è andato bene ma…
Il trapianto di fegato di Fra Raimondo o.h. è andato bene ma…
sos
Fra Marco Fabello - Il Crocifisso“LA SITUAZIONE E’ MOLTO CRITICA MA CONTINUIAMO A SPERARE“.(Fra Marco, il suo fratello)
 
La bilirubina è alle stelle e i medici sono preoccupati.
” QUANDO SEMBRA CHE TUTTO IL MONDO TI CASCHI ADDOSSO E’ ALLORA CHE APPREZZI LA PRESENZA DI DIO E DEGLI AMICI” (Fra Marco o.h.)
 

Il trapianto di fegato di Fra Raimondo o.h.
è andato bene ma…

“LA SITUAZIONE E’ MOLTO CRITICA MA…”

 Giussani - Omelia - Casula con immagine S.Riccardo Pampuri

Fra Raimondo mi ha confidato che contava sull’intercessore Don Giussani che invito a pregare perché la volontà di Dio si manifesti e si realizzi.

29 Agosto 2007

Situazione sempre critica:
 “E’ passato un altro giorno, un altro giorno per accrescere la fiducia e la Speranza pur in presenza di una situazione molto grave. Ci accompagnano la Madonna e i nostri Santi. Fra Marco“.

 
Caro Fra Marco, sentinella della notte che vigili e soffri per tuo fratello Raimondo, la fede ci fa intravedere i chiarori dell’alba.
 
Il misterioso disegno del Padre va a maturazione. La notte della macerazione del chicco sembra non passa mai ma prepara  la spiga.
 
Noi continuiamo a invocare i Santi intercessori. In particolare Don Giussani, come lui desiderava.
 
Vieni, o Spirito, per Maria!30 Agosto 2007

R a y m u n d u m (così si era registrato)
 
FRA RAIMONDO FABELLO O.H.
E’ TORNATO ALLA CASA DEL PADRE
Fra Raimondo Fabello o.h. 4
AVEVA 65 ANNI
PER LUI, SOTTOPOSTO A TRAPIANTO DI FEGATO, ABBIAMO PREGATO.

IL DISEGNO DI DIO ERA DIVERSO DAL NOSTRO E LO HA CHIAMATO ATTRAVERSO QUESTO PERCORSO.

Gloria a Te, o Signore!

ALLELUIA !
 
Aveva fatto la sua iscrizione alla compagnia il 1 Aprile 2006. Condivideva il nostro sforzo di aprire un varco, creare uno spazio, indicare un itinerario evangelico, nello spirito di una tradizione monastica condivisibile anche dai laici, come segno dei tempi.
 
Così allora lo avevamo accolto: il 2 Aprile 2006<
  Inviato: 02/04/2006 20.59

San Giovanni di Dio - Murillo

Carissimo RAYMUN (il nome di accesso al blog), più che darti il benvenuto , sono a dirti: BENTORNATO!

bimba-e-fiori

Devi sapere che noi abbiamo dei punti geografici particolarmente cari:
 
  • Gerusalemme
  • Roma,
  • Granada,
  • Trivolzio.
Per farti sentire come a casa tua, te ne mostriamo uno. Non hai  che da PIGIARE, PIGIARE, PIGIARE… su questi fuochi d’artificio:

GRANADA

Bello quel Ray-mundum. La seconda parte del tuo nome ci sta così a cuore che ci siamo perfino messi in testa di diventare SCHIENE A DISPOSIZIONE DI DIO proprio per servire il mondo.

Grazie per il tuo bel… 

tonno sottacqua

d’ APRILE !.

Sei finito nella rete e da qui non scappi più.

Alla COMPAGNIA per ora mi limito a dire che non abbiamo pescato una sardina ma un bel tonno! O, se preferite, un calciatore di serie “A”. Quando lo vedrete scendere in campo capirete.


globuli-rossi-company-pronto-soccorso

In realtà non è mai sceso direttamente in campo ma ci ha seguiti giorno dopo giorno, come se fosse il più interessato di tutti noi.

Sant' AgostinoMa ora cedo la penna ad AGOSTINO, i santo Vescovo d’Ippona, autore della Regola Monastica: 

Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me anche se è morto vivrà (Gv 1,25)

“Chi crede in me anche se è morto vivrà, e chiunque vive e crede in me non morirà in eterno. Che vuol dire questo? Chi crede in me, anche se è morto come è morto Lazzaro, vivrà, perché egli non è Dio dei morti ma dei viventi. Cosí rispose ai Giudei, riferendosi ai patriarchi morti da tanto tempo, cioè ad Abramo, Isacco e Giacobbe: Io sono il Dio di Abramo, il Dio d’Isacco e il Dio di Giacobbe, non sono Dio dei morti ma dei viventi: essi infatti sono tutti vivi.

Credi dunque, e anche se sei morto, vivrai; se non credi, sei morto anche se vivi. Proviamolo. Ad un tale che indugiava a seguirlo Permettimi prima di andare a seppellire mio padre, il Signore rispose: Lascia che i morti seppelliscano i loro morti; tu vieni e seguimi. Vi era là un morto da seppellire, e vi erano dei morti intenti a seppellirlo: questi era morto nel corpo, quelli nell’anima.

 Quando è che muore l’anima? Quando manca la fede. Quando è che muore il corpo? Quando viene a mancare l’anima. La fede è l’anima della tua anima. Chi crede in me – egli dice – anche se è morto nel corpo, vivrà nell’anima, finché anche il corpo risorgerà per non più morire. Cioè: chi crede in me, anche se morirà vivrà. E chiunque vive nel corpo e crede in me, anche se temporaneamente muore per la morte del corpo, non morirà in eterno per la vita dello spirito e per l’immortalità della risurrezione.

Questo è il senso delle sue parole: E chiunque vive e crede in me non morirà in eterno. Lo credi tu? – domanda Gesù a Marta -; ed essa risponde: Si, Signore, io ho creduto che tu sei il Cristo, il Figlio di Dio, che sei venuto in questo mondo. E credendo questo, ho con ciò creduto che tu sei la risurrezione, che tu sei la vita; ho creduto che chi crede in te, anche se muore, vivrà, e che chi vive e crede in te, non morirà in eterno.

(S. Agostino, Comm. al Vangelo di Giovanni 49, 15)

R a y m u n d u m, dal Cielo infinito di Dio, ricordati di noi “globuli rossi” e continua a far parte della Compagnia…

L’amico Raimondo sulla mia scrivania

Ego sum - gregorianoGesù risorto

NON MORIETUR IN AETERNUM

31 Agosto 2007

Raimondo,
fratello mio carissimo, …

I FUNERALI AVRANNO LUOGO
MERCOLEDI
 5 Settembre 2007
 ore 15.30
NEL DUOMO DI BRESCIA
PARTENDO DAL CENTRO IRCCS
SAN GIOVANNI DI DIO
Duomo di Brescia
Gloria a Te, o Signore!
ALLELUIA !

 IO SONO LA RISURREZIONE E LA VITA.

CHI VIVE E CREDE IN ME
ANCHE SE MORTO
VIVRA’… 

2 Settembre 2007 / Silvia, medico pediatra

Raimondo, non ti ho conosciuto se non ora. Ora che sei nel mistero di Dio, sono intimamente felice pensando a te. Rendo per te e con te lode e gloria a Dio.  
Ricordati di noi, poveri in cammino e …prega per me che -indegnamente-  ancora mi trovo a far parte della Compagnia!
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L’amico Fra Raimondo sulla mia scrivania.
FIORI 29

FRA RAIMONDO FABELLO O.H. – Nel trigesimo della morte – Fra Luca Beato

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 A UN MESE DALLA MORTE 

 
Un ricordo di Fra Raimondo Fabello
 
Una semplicità che poteva incutere timore e che sapeva rivestirsi di attenzioni per il prossimo. La battuta, non sempre felice, cercava di collocare la relazione ad un livello di simpatia.
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 Poteva sembrare quello che si dice un “orso” ma senza aggressività: un orso buono, insomma. Non amava sedersi in prima fila, anche quando ricopriva cariche importanti nell’Ordine, si metteva piuttosto in disparte, ma potevi essere certo che avrebbe seguito tutto con attenzione e alla fine un commento te lo regalava volentieri, reale, concreto, senza adulazioni.
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Di poche esigenze per la sua persona, poche cose, quelle essenziali. Fra Raimondo Fabello è stato un fatebenefratello con una spiritualità che bisognava scoprire nel tempo, una personalità forte, una testa che pensava con molta indipendenza, acuta, mai violenta.
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Amava la vita, amava il suo Ordine, amava Giovanni di Dio, amava la Chiesa, veramente, autenticamente.
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Entrato giovanissimo nell’Ordine Ospedaliero di San Giovanni di Dio si è spento a 65 anni, forse troppo presto per come siamo abituati a pensare. Friulano di origine, ha conservato sempre un tratto della sua terra, ma capace di una universalità, che lo ha portato ad essere consigliere generale nell’Ordine.
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 Fin da giovane religoso fu chiamato a ricoprire posti di responsabilità, che assunse con molto senso della situazione. Univa alla capacità di amministrare quella sapienza concreta che lo legava ai problemi delle persone, alle loro attese.
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 Andava fiero del fatto che era sempre riuscito ad intrattenere buoni rapporti con i collaboratori e in specie con i sindacalisti, anche quando si dovevano assumere decisioni impopolari. Ed ebbe il coraggio di decisioni storiche durante gli anni da Superiore Provinciale. Scelte non sempre condivise da tutti, ma non si è mai nascosto, palesando le situazioni e cercando il confronto.
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Il giorno prima della sua morte, la chiesa ha celebrato la memoria della morte di Giovanni Battista. È l’unico santo di cui si festeggia sia la nascita che la morte, di tutti si ricorda il giorno della nascita al cielo, quindi, anche se universalmente questo santo si celebra il 24 giugno, è il 29 agosto il giorno della sua festa in cielo. Fra Raimondo poteva ricordare i tratti del Battista: rude, essenziale ma con la voglia di annunciare un messaggio di libertà. In ogni incarico ha sempre avuto presente che dietro la capacità amministrativa e direzionale per un frate c’è sempre l’annuncio del Vangelo. Lui lo ha fatto a modo suo.
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Ha sempre dato un forte impulso alla pastorale della salute, partecipando ai corsi anche come docente. E come responsabile ha sempre avuto attenzioni per la formazione, quella vera! Provava un senso di fastidio per quella sorta di formazione “paludata” che vende solo castelli in aria.
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Fu capace di andare controcorrente. Come il Battista è stato spesso un precursore, anticipando le linee strategiche di ciò che altri avrebbero poi realizzato. Sedeva ai tavoli di persone importanti, ma godeva di potersi sedere lungo il viale di Villa S. Ambrogio a Cernusco per stare in festa con i malati.
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Ricordava sempre con soddisfazione il tempo trascorso in reparto dove aveva imparato molto, dove aveva condiviso tutto. Era contento di stare con i suoi frati e al tempo stesso stava bene con i collaboratori laici. Durante gli anni in cui era consigliere generale l’Ordine pubblicò un testo dal titolo: Fatebenefratelli e collaboratori laici, insieme per servire la vita. Presentando quel testo, in un incontro provinciale, tra l’altro disse che si poteva parlare di condivisione della spiritualità, ma che il carisma riguardava in maniera specifica solo i religiosi.
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Qualche anno più tardi ammise che si poteva parlare di condivisione del carisma (segno della sua tenacia e intelligenza capace di evolvere il pensiero). Oggi tutta la Chiesa parla di condivisione del carisma. Fu un sostenitore non solo verbale di questa prospettiva, ma cercò di realizzarla in concreto. Invitato ad una conferenza presso un istituto di suore, decise che il tema della collaborazione religiosi-laici sarebbe stato più efficace se fatto in due e si fece accompagnare da un collaboratore della Provincia.
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Quando si pensa alla morte di un frate, si pensa anche sempre un po’ alla sua santità. Chi ha conosciuto Fra Raimondo può pensare che non fosse esente da difetti, come ogni uomo, ma se è vero che anche solo un bicchiere d’acqua dato nel nome di Cristo non resterà senza ricompensa, per tutto il bene che ha fatto Fra Raimondo lo immaginiamo a godere di quella luce che Dio emana. I difetti sono cancellati, non esistono, resta solo l’amore.
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Attento e partecipe alla liturgia, amava il canto ben fatto e l’armonia della celebrazione. Sosteneva che la vita deve essere come la liturgia: mai violenta. La liturgia non impone, ti racconta una storia, ti procura un’emozione, suscita un pensiero, stimola un’azione. Tutto questo accade se il cuore è aperto.
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Quando leggeva un brano in Chiesa amava seguire una lettura continua, senza accenti sulle frasi in modo che l’ascoltatore fosse protagonista e scegliesse lui la frase biblica più bella ed efficace.
Ora legge in cielo una storia senza fine, dove gli sarà svelato il senso della vita e della sofferenza anche della sua ultima sofferenza.
Ora canta in cielo, senza stonature. 
Un amico

L’OMELIA ALLA MESSA DI SUFFRAGIO

Sant'OrsolaDomenica 30 Settembre 2007 – Chiesa di Sant’Orsola, Osapedale Fatebenefratelli – Brescia

 
Siamo qui riuniti per partecipare a questa Liturgia di suffragio per il nostro confratello Raimondo Fabello, nel trigesimo della morte, nella Chiesa di questo Ospedale di Sant’Orsola nel quale in giovanissima età fu prima Vicario (1968) e subito dopo (1971) Priore.
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Noi pensiamo che egli sia già in Paradiso non solo in forza delle nostre preghiere, delle nostre celebrazioni funebri, delle numerose testimonianze e del solenne funerale nel Duomo strapieno di gente. Infatti Sant’Agostino ci dice che le cerimonie funebri giovano più a noi viventi che al defunto, perché sono di consolazione ai parenti e perché ci fanno riflettere sulla nostra vita nella prospettiva della vita eterna. Noi siamo certi della salvezza eterna del nostro confratello defunto per la vita che ha vissuto.
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Perciò credo che sia utile ed anche stimolante per ciascuno di noi vedere un po’ come Fra Raimondo ha impostato e vissuto la sua vita di religioso, consacrato oltre che con il Santo Battesimo, anche con la Professione religiosa, al servizio di Dio in un Ordine religioso dedito alla cura e all’assistenza dei malati. Faccio riferimento soprattutto ai miei ricordi personali.
 
Attenzione alla Liturgia
 
Guardando l’album delle foto della mia prima Messa all’Ospedale S. Giuseppe di Milano (1963) scopro che Fra Raimondo fa il cerimoniere. Aveva allora ventun anni, cinque meno di me.  Mi ha colpito questo giovane religioso dal bel portamento, deciso e preciso nel guidare la cerimonia, ma senza peccare di protagonismo. Quando poi, due anni dopo, cominciò la riforma liturgica, voluta dal Concilio Vaticano II, Fra Raimondo si collocò subito all’avanguardia sia per le cerimonie liturgiche, sia per i canti. Cominciò a redigere il nostro Calendario Liturgico (oggi: guida pastorale) subentrando al Padre Rodolfo Comini. Qui a Brescia, mentre era Priore, fondò anche un piccolo Coro, che si è distinto non solo in Casa, ma anche nella Provincia di Brescia.  Per tutta la vita ebbe questa grande cura per le cerimonie religiose e per il canto liturgico ed esigeva altrettanto dai religiosi della comunità di cui era responsabile.
 
Aggiornamento della vita religiosa
 
Dalla Riforma liturgica si è passati presto all’aggiornamento della vita religiosa, conclusa dopo tanti tentativi con le Nuove Costituzioni dell’Ordine nel 1984. Come membro della commissione che elaborava i suggerimenti dei religiosi in vista del Capitolo Provinciale del 1968, ho potuto apprezzare gli apporti di Fra Raimondo, non inferiori a quelli del P. Mosè appena defunto, del P. Pierluigi futuro Provinciale.
Mi apparve un giovane che pensava in grande, per la vita religiosa in genere e per il nostro Ordine religioso in particolare. Egli condivideva pienamente l’abolizione dei poteri assoluti e l’introduzione della Collegialità nell’esercizio dell’Autorità; l’obbedienza non più “cieca, pronta, assoluta, tamquam cadaver”, come avevano sancito nel tempo della Controriforma i Gesuiti, ma come ricerca insieme di quel che Dio vuole da noi in quanto istituto religioso ospedaliero che deve incarnare nell’oggi il Carisma dell’Ospitalità secondo lo stile di San Giovanni di Dio.
La Chiesa infatti ha il duplice compito: predicare il Vangelo e curare i malati (Mc. 16 ). Noi Fatebenefratelli dobbiamo predicare il Vangelo della misericordia di Dio verso gli uomini non con le prediche, ma con la carità vissuta, curando i malati con lo spirito del Buon Samaritano.
 
Apertura ai collaboratori laici
 
Questa Collegialità, in un primo tempo fu rivolta unicamente ai Religiosi, ma dopo è stata estesa anche ai nostri collaboratori laici. Anche in questa apertura troviamo protagonista Fra Raimondo Fabello. Questo allargamento non è nato a causa della diminuzione delle vocazioni religiose, ma è un fatto di Chiesa, definita dal Concilio Vaticano II non più come Gerarchia destinata a governare il popolo, ma come popolo di Dio fondato sulla fede e sul Battesimo.
In ogni Ospedale i religiosi, le suore e i laici battezzati, sia medici, sia infermieri, sia tecnici, sia ausiliari, ecc. costituiscono una piccola Chiesa domestica. Insieme devono vivere una vita da risorti in Cristo e animati dallo Spirito dell’amore devono diventare sempre più un cuor solo e un’anima sola tra di loro, per compiere nella maniera più umana possibile il servizio di cura e assistenza verso i malati. Tutto questo viene sintetizzato nell’espressione: ”Condivisione del Carisma di San Giovanni di Dio”.  A questo proposito è significativo il fatto che mentre Fra Raimondo era Consigliere generale è stato pubblicato dalla Curia di Roma il documento: “Fatebenefratelli e collaboratori insieme per servire e promuovere la vita”.
 
Riforma ospedaliera e psichiatrica
 
A partire dal 1965 noi abbiamo avuto in Italia tante leggi nuove di trasformazione della Società, del mondo del lavoro e del settore sanitario e ospedaliero: La democrazia cominciata con la politica nel 1946 subito dopo il Plebiscito, è stata calata nella società con la riforma del Diritto di Famiglia ( parità tra i coniugi ), con lo Statuto dei lavoratori ( parità di salario e stipendio tra uomini e donne ). Abbiamo avuto la riforma ospedaliera ( Legge Mariotti ), che ha comportato per la nostra Provincia Religiosa uno sforzo enorme per l’inserimento delle nostre Cliniche nel piano sanitario delle Regioni come Ospedali di zona. Poi abbiamo avuto la riforma della Psichiatria  ( Legge Basaglia ) che ha messo fine ai manicomi con i ricoveri coatti ed ha cominciato a trattare le malattie psichiatriche alla stregua delle altre malattie.
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All’inizio di queste trasformazioni Fra Raimondo era ancora molto giovane, ma ha preso a cuore subito, in maniera forte, la formazione tecnica e professionale degli infermieri per adeguarli alle nuove esigenze ospedaliere.
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Arrivato in Curia provinciale come consigliere nel 1974 fu subito di grande aiuto con la sua calma, serietà e risolutezza, nella gestione delle conflittualità sindacali, che a quei tempi avevano assunto toni così roventi da mettere in pericolo la sopravvivenza stessa delle Strutture dei Fatebenefratelli. Qui scoprimmo anche il grande cuore di Fra Raimondo: ai dipendenti rimasti senza stipendio per uno sciopero ad oltranza convinse la Curia provinciale ad anticipare metà dello stipendio del mese successivo.
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La riforma psichiatrica, invece, ha visto Fra Raimondo ai vertici in primo piano, come protagonista, convinto che il nuovo modo di curare i malati di mente rispondeva pienamente allo spirito di San Giovanni di Dio che ha voluto avere lui un ospedale suo proprio, nella Città di Granata, la quale ne aveva già sei, precisamente per curare i malati come voleva lui, cioè con tanta umanità, come faceva Gesù.
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Egli ha sempre lottato contro lo stigma del malato di mente, vale a dire il pregiudizio della gente che pensa ancora che le malattie psichiche siano incurabili, perciò emargina i malati di mente perché ne ha tanta paura.
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Fra Raimondo, insieme con suo fratello Fra Marco, fu un forte assertore dell’importanza della ricerca scientifica per la psichiatria e per l’Alzheimer. E negli ultimi sei anni, che era responsabile dell’IRCCS nel Centro di San Giovanni di Dio, soffriva del fatto di non essere abbastanza sostenuto dai vertici della nostra Provincia religiosa.
 
Pastorale ospedaliera
 
La società italiana, nella pratica della religione cattolica, è cambiata radicalmente negli ultimi 60 anni, passando dal 98% di praticanti al 12/13 %. All’ospedale, che è il riflesso della società, arrivano atei, miscredenti, credenti in Dio ma non in Gesù Cristo, credenti in Dio e in Gesù Cristo, ma non nella Chiesa. Questo riguarda sia gli operatori ospedalieri che i malati.
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 Di fronte a questa nuova realtà occorre assumere degli atteggiamenti nuovi. Non basta più la pastorale sacramentaria di un tempo svolta dal Cappellano. Oggi, bisogna anzitutto avere  rispetto della libertà di coscienza di ciascuno. E normalmente bisogna rispondere alle esigenze di carattere religioso dei malati credenti e praticanti. Ma poi. si possono intraprendere delle iniziative, coinvolgere i laici cristiani dell’ospedale ad aiutare il Cappellano per avvicinare i lontani, ecc.
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Fra Raimondo ha avuto sempre a cuore laformazione dei collaboratori laici cristiani perché gli ospedali dei Fatebenefratelli svolgano in maniera ottimale l’apostolato ospedaliero. E’ l’ospitalità olistica tanto cara a San Giovanni di Dio: il malato è una persona che non ha solo problemi di carattere fisico, ma aldilà di questi, ha anche tanti problemi di carattere psicologico, morale e spirituale e si aspetta che gli operatori ospedalieri, gli diano una mano a risolverli. E quando la sua vita è in pericolo ha bisogno che qualcuno che gli sta vicino gli ricordi le parole di vita eterna che Gesù ci ha annunciato nel Vangelo.
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Fra Raimondo mentre era Provinciale ha indetto dei corsi di formazione pastorale per gli operatori laici ospedalieri che hanno coinvolto don Dario Franzoni, il sottoscritto e tanti altri docenti. Ma egli non stava a guardare quello che facevano gli altri, bensì interveniva personalmente a portare il suo insegnamento e le sue direttive.
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Da tutto quello che abbiamo detto appare chiaro che Fra Raimondo è stato per tanti anni una colonna portante della nostra Provincia religiosa e anche di tutto l’Ordine Ospedaliero.
Adesso che si trova nella gloria del cielo:
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  • Speriamo ci suggerisca la soluzione dei tremendi problemi economici che attualmente impediscono la piena esplicazione del nostro carisma di ospitalità ed anzi ci costringe sovente a gesti odiosi ed antipatici per tutti.
  • Invochiamo la sua intercessione perché il Signore mandi al nostro istituto religioso dei giovani cristiani impegnati che continuino l’opera che egli ha portato avanti per tanti anni con grande tenacia.
  • Speriamo faccia entrare anche in ciascuno di noi lo spirito ardente di carità per vivere con entusiasmo il carisma dell’ospitalità di San Giovanni di Dio nei nostri Ospedali e così poterlo raggiungere anche noi un giorno nel cielo per lodare insieme il Signore per l’eternità.

Sia lodato Gesù Cristo.

 
 Fra Luca Beato o.h. 

FRA RAIMONDO FABELLO & MONS. LUIGI GIUSSANI: DUE PATERNITA’ A CONFRONTO

LA VISIONE PROFETICA: COMUNIONE DEI DONI. IL PUNTO DI CONVERGENZA: L’OSPITALITÀ.

  • Non ostacolate l’azione dello Spirito Santo.
  • Non disprezzate chi profetizza: esaminate ogni cosa e tenete ciò che è buono. (1Tess 5,19-20)
Fra Raimondo Fabello o.h. priore provinciale
Ripristinare la verità, nella carità, per un avvenimento di collaborazione tra Fatebenefratelli e Comunione e Liberazione, prima che un obbligo morale, dovrebbe essere una necessità, benefica per entrambe le parti.Ad un certo momento storico, due che non si conoscono, un frate silenzioso e nascosto, Fra Raimondo Fabello ed un prete che fa tanto parlare di sé, Don Luigi Giussani, s’incontrano, si parlano, ragionano, s’intendono e decidono per una collaborazione.

 

Entrambi possiedono una paternità spirituale: Il frate è Priore Provinciale del Lombardo-Veneto, padre di una benemerita e plurisecolare famiglia religiosa, i Fatebenefratelli; il prete è padre di una realtà in movimento ed espansione che ha un nome atipico, Comunione e Liberazione, CL per comodità. Ad un certo momento del loro percorso, entrambi si accorgono di avere bisogno l’uno dell’altro. In mezzo c’è una figura emergente nella Chiesa. E’ un giovane medico della mutua che, dopo tre anni di convento, il tempo di irrobustire la sua santità, muore da santo e finisce sugli altari: San Riccardo Pampuri.

 

Nell’Ospedale “Sant’Orsola” di Brescia, dove il santo aveva fatto il noviziato e la professione religiosa, tra il 1971 e il ’74, è mandato come priore proprio il nostro Fra Raimondo. Ha solo 29 anni e deve prendere in mano un prestigioso istituto e guidare la comunità religiosa.

Nel 1983 tornerà a Brescia a maturare nuove esperienze ma questa volta nell’altro Ospedale FBF, quello psichiatrico “Sacro Cuore di Gesù”. Vi resterà fino al 1986, quando verrà eletto Provinciale fino al 1988, carica che dovrà lasciare per insediarsi a Roma, eletto al Capitolo Generale IV Consigliere Generale dell’Ordine.

A fine mandato, tornerà ad assumere la carica di Provinciale tra il 1995 ed il 2001.

Le date sono importanti se si vuole scoprire, a posteriori, la logica di Dio con i suoi progetti, i suoi tempi, le sue vie.

Nell’Ottobre 1984, la Jaca Book pubblica un libro di quel prete che fa tanto parlare di sé, dal titolo suggestivo: “Alla ricerca del volto umano – Contributo ad una antropologia”.

Per uno che vive da sempre in mezzo a volti sofferenti, educato a vedere Dio in ogni volto – “l’avete fatto a me” – questa ricerca del “volto umano” lo mette sull’attenti.

Entrambi sono vigili e sensibili ad ogni segnale proveniente dalla terra ma hanno anche le antenne svettanti nei Cieli da dove captano indicazioni per l’esercizio della loro paternità spirituale.

A scrivere la prefazione del libro è chiamato nientemeno che il grande teologo Hans Urs Von Balthasar, il quale si fa garante della originale riflessione di Giussani. Egli così scrive:

“Il padre e fondatore del grande movimento cristiano Comunione e Liberazione offre in quest’opera ai suoi figli e alle sue figlie ma anche a tutti i cattolici una testimonianza, straordinaria per profondità e chiarezza, della sua meditazione e della sua matura esperienza con il movimento”.

Far comprendere a chi non ha letto il libro e non lo ha a disposizione, non è impresa facile. Perciò proverò a riportare altri passaggi salienti del teologo. Essi, dopo vent’anni, mantengono l’originale freschezza ed aiutano a ri-pensare l’oggi.

Egli ritiene che la presa di posizione dell’autore si era resa necessaria, proprio perché la fondazione era cresciuta, le attività si erano diversificate e bisognava incrementare l’auto-coscienza negli aderenti. Nelle sue parole noi riusciamo ad intravedere una svolta determinante del movimento, chiamato a non isolarsi chiudendosi in se stesso:

“Chi conosce un po’ il movimento, si meraviglierà forse dei toni decisi in apparente contrasto con il suo nome. “Comunione” non va intesa anzitutto come un legame sociale tra i membri o anche tra tutti i cristiani, ma – pienamente in linea con S. Agostino – come comunione del singolo con Cristo sempre presente, che è la sintesi di tutte le vie di Dio con la sua creazione e la sua chiesa”.

Si può non essere d’accordo su questo punto? Poteva fra Raimondo lasciarsi sfuggire questa formidabile sottolineatura, importabile anche nella sua famiglia religiosa?

Ma ascoltiamo Von Balthasar che ci introduce ulteriormente nella meditazione di Giussani:

Già l’analisi dell’antica alleanza introduce a questa riflessione centrale: Dio sceglie sempre un individuo ben preciso – Abramo, questo singolo popolo, questo profeta – per divenire, tramite lui, concreto per tutti. Le divinità dei popoli sono astrazioni, solo Jahvé è vivo, l’unico Dio e questa concretezza di Dio culmina nell’incarnazione del suo figlio Gesù Cristo, che in questo modo diventa anche il senso di tutto il mondo.

L’uomo è creato in vista di Cristo, quindi per l’ALTRO, nel quale solamente il suo io, la sua persona, la sua libertà trovano adempimento nella donazione, nell’obbedienza e nella disponibilità. Se manca questa trascendenza che sola garantisce la “Liberazione”, l’uomo resta chiuso in se stesso, annega nel moralismo e nel fariseismo“.

Si può non essere d’accordo su un punto così essenziale che riguarda tutta la Chiesa e, quindi, anche la vita religiosa ? Fra Raimondo ha assimilato questa lezione. E lo si comprende maggiormente ora che non è più. Ma non si è fermato qui; il Provinciale Fabello cerca di scoprire l’oltre.

Prima riflessione:”In Dio stesso “Persona” è sempre relazione all’Altro: il Padre è tale solo in quanto genera eternemente il Figlio. Anche Cristo, in quanto uomo, è persona divina unicamente nella sua relazione al Padre.
Seconda riflessione fondamentale: “L’uomo approda alla vera libertà solo quando la libertà divina, l’Amore di Dio infuso nella sua anima, lo Spirito Santo gli dona la comunione con l’assoluta libertà di Dio”.
Ne risulta il paradosso mai sufficiente meditato: “L’uomo è tanto più libero quanto più perfettamente obbedisce a Dio e alla sua volontà.

Fra Raimondo, come tutti noi, ha studiato a scuola la tesi di Platone. Secondo il filosofo greco l’uomo diventa migliore nella misura in cui partecipa alla bontà assoluta. Qui avviene il ribaltone: “Il cristiano, invece, sa che questa bontà assoluta è il Dio libero e trino apparso a noi in Cristo e comprende così anche il paradosso secondo cui chi più partecipa alla libertà di Dio è nello stesso tempo il più obbediente e più libero“.

L’autore Giussani che non si avvale solo di un consolidato impianto teologico, ma anche dell’esperienza ricca e sapiente di grande educatore, ritiene che sottolineare questo principio metodologico non può fare che bene. A questo punto è interessante andare alla fonte e leggere le indicazioni di “metodo con cui il movimento cerca di ottenere il suo scopo”. Egli scrive: “Il principio metodologico che anima l’esperienza di Comunione e Liberazione è l’obbedienza, vale a dire quella dinamica umana che è stata storicamente alle origini dell’esperienza cristiana. “Seguitemi”, diceva Gesù a coloro che volevano essere suoi discepoli, ed essi hanno vissuto con lui, camminato con lui, mangiato con lui e ascoltato le sue parole nuove e sconvolgenti.
E’ questo un atteggiamento dinamico ed attivo, un’adesione totale, consapevole, ricercata e continuamente ripresa ad un progetto di salvezza per noi, che preesiste a noi stessi.
Il nostro naturalismo istintivo tende a vivere un’aggregazione di fedeli, una comunità, un movimento come un ambito ricco di spunti e di provocazioni che permettano alla nostra personalità di perseguire quegli scopi che via via una socialità può far balenare all più diverse ambizioni e desideri“.

Ed ecco il passaggio giustificativo del metodo: “Sottolineare invece questo principio metodologico ha il pregio di riportare una comunità di cristiani al suo valore ultimo che può essere solo quello di mettersi insieme per vivere la memoria di Cristo. Ogni volta che ci si discosta da questo valore ultimo, la “forma” di una aggregazione di cristiani, anche se fossero frati o suore, prevale, prevarica su ciò che dà forma e l’esperienza si svuota diventando appunto formale.
E’ la signoria di Dio che siamo chiamati a servire, perché uomini siamo chiamati a diventare. E’ a questa obbedienza che si cerca di maturare nella amicizia del nostro movimento“.

Giussani rinforza la sua tesi citando una lettera di Pietro da dove emerge che la rigenerazione avviene mediante la Parola (Eb 1, 22-24) :

“22Ubbidendo alla verità, vi siete purificati e ora potete amarvi sinceramente come fratelli. Amatevi dunque davvero, intensamente:

23perché voi avete ricevuto la nuova vita non da un seme che muore, ma da quel seme immortale che è la parola di Dio, viva ed eterna.

24Così dice la Bibbia:
Tutti sono come erba,
e tutta la loro gloria è come un fiore di campo.
Secca l’erba, appassisce il fiore;
25ma la parola del Signore dura in eterno.
E questa è la parola del Vangelo che vi è stato annunziato.”

La riflessione di Giussani si fa ancora più acuta, scava, sgretola le resistenze del cuore di pietra: “Questa obbedienza, che ha senso solo se è obbedienza alla verità, è il punto genetico di ogni conseguenza in ogni aggregazione di cristiani, Perché allora obbedire, o seguire, è come crescere, crescere per penetrazione osmotica della ricchezza che Dio ci ha fatto incontrare e che ci ha commossi, con cui ci ha chiamati, con cui ci ha meravigliati, con cui ci ha fatto rinascere la speranza, “Ripetimi, Signore, la parola con cui ci hai ridato la speranza“.

Poi citerà la lettera di Paolo agli Ebrei 5,8: “8pur essendo Figlio, imparò tuttavia l’obbedienza dalle cose che patì 9e, reso perfetto, divenne causa di salvezza eterna per tutti coloro che gli obbediscono, 10essendo stato proclamato da Dio sommo sacerdote alla maniera di Melchìsedek.”

1995- Fra Raimondo viene rieletto Provinciale. Sempre nello stesso anno, per la Rizzoli esce nuovamente “Alla riceca del volto umano”. Questa volta l’introduzione è di Don Giussani e porta la data del 22 febbraio. L’autore descrive la confusione che regna dietro la fragile maschera del nostro io. A provocarlo, in parte, è un influsso esterno alla persona, quello che il vangelo chiama “il mondo”, nemico del formarsi stabile, dignitoso e consistente di una personalità. Riporta un’affermazione di Giovanni Paolo I: “Il vero dramma della Chiesa che ama definirsi moderna è il tentativo di correggere lo stupore dell’evento di Cristo con delle regole”.

Giussani, che possiede l’ottimismo cristiano, scrive: “Lo Spirito, che è l’energia con cui Dio opera nel mondo, non smette di suscitare in uomini e donne lo stesso identico stupore di Giovanni e Andrea di fronte all’avvenimento cristiano. In luoghi lontani, nelle più sperdute terre, rivive l’avvenimento cristiano – e anche nei luoghi soliti del lavoro e della famiglia, così spesso tragicamente “deserti” d’umanità. Ancora, come e forse più che nell’epoca del grande movimento benedettino, i cristiani comunicano al mondo una positività di esperienza, un impeto di carità che serve a tutto il popolo”.

Poi la zampata conclusiva: “Ciò accade dove il cristianesimo non è ridotto a “discorso”, a “Parola” e al conseguente soggettivismo, ma esiste come esperienza di un avvenimento nel presente. Quel che non esiste come esperienza presenre non esiste: essere contemporanei a CRisto è l’unica condizione perché inizi realmente la conoscenza di Lui come consistenza di tutte le cose (Col 1,17).

Il Provinciale Fra Raimondo sente il bisogno di portare la sua grande famiglia ospedaliera, fatta di religiosi, professionisti laici e di donne e uomini dal volto sfigurato dalla sofferenza, alla scoperta o ri-scoperta dell’avvenimento cristiano. Le riforme istituzionali sono possibili solo se gli uomini sono colti da un grande stupore. Gli scoraggiati, gli avviliti, i depressi, non solo faticano ma rallentano la marcia dell’intera carrovana. Egli non ama tenere discorsi. Lascia ai suoi confratelli sacerdoti di fare buon uso del servizio della Parola. Lui si ritaglia lo spazio che gli appartiene: creare per tutti le condizioni affinché giunga a quanti più possibile di fare nel presente l’esperienza dell’Avvenimento cristiano.

Oggi, più che un tempo, il Priore Provinciale di un Ordine Religioso come quello dei Fatebenefratelli, da un certo punto di vista, assume una responsabilità che è superiore a quella del Priore Generale, chiamato a dare gli “orientamenti generali”. Il compito di concretizzarli è demandato al Priore Provinciale con il suo Consiglio, giacchè i contesti socio-politici sono diversi in ogni Stato dove i religiosi operano.

Egli, dunque, conosce la realtà che lo circonda e non si fa illusioni: non bastano le riunioni, le tavole rotonde, il viaggi, le pubblicazioni. Dalla tradizione ha sempre ha sentito dire che l’esempio trascina. Realisticamente crede nel miracolo del “contagio”. E lo provoca. Il tentativivo che pone in atto con Don Giussani è di immettere nel circuito surriscaldato, l’olio lubrificante: è l’energia nuove di donne e uomini “appassionati” di Cristo e del Vangelo ma anche validi professionisti. Entrambi credono che il portare una ventata di freschezza giovanile, di ardore missionario in contesti stagnanti, la partecipazione ai nuovi carismi che lo Spirito suscita nei Movimenti che si moltiplicano, possa rinverdire l’albero secolare che patisce per la siccità.

Oggi tanti si chiedono: era opportuno, necessario? Non so a quali altre alternative avrebbe potuto aggrapparsi. Egli, non avendo la stoffa del “fondatore”, non ha pensato di assumersi l’iniziativa di dare vita alla creazione di un movimento Juandiano laicale con il medesimo DNA dell’Ordine, come è, ad esempio, nei movimenti francescani. Stimola certamente i collaboratori laici a partecipare attivamente allo spirito dell’ istituzione, incoraggia le iniziative locali ma si rende anche conto dei limi e delle difficoltà reali di attuazione che s’ incontrano nell’applicare le sollecitazioni del Capitolo Generale sulla promozione dei laici. Chi non lo sa che nella nostra Penisola essi faticano a trovare il loro spazio anche nella Chiesa locale che, a sua volta denuncia la scarsa partecipazione e l’arretratezza culturale in campo biblico-teologico? Nulla s’improvvisa; tutto richiede tempi di maturazione.

Anche il Giussani è realista:

“Andare a Cristo per avere la vita non è costruire ragionamenti, ma seguirlo attraverso ciò con cui egli ci chiama…

Cercare di fare da sé, tentare di convocare le proposte di Dio al tribunale dei propri criteri sarebbe la vanità più grossa: sarebbe il peccato di Lucifero, che pretese il significato della sua persona ds sé…

La vita è una strada e occorre seguire un altro che guida…

Seguire non vuol dire copiare in modo meccanico. Esso è un fenomeno umano, proprio della persona, che quindi richiede l’impegno delle energie più caratterizzanti la personalità, cioè l’intelligenza e la volontà, e che perciò senza un profondo e libero impegno non troverà la sua realizzazione…

Seguire non è un atteggiamento passivo, quasi un agire in stato di suggestione senza sapere quel che si fa…

Seguendo con gli occhi spalancati, con attenzione viva, si capisce e si impara, ciè s’ingrandisce nello spirito…

Seguire non può essere un gesto automatico, un essere trasportati una volta per tuttw, in modo irreversibile, da una corrente, ma è una decisione personale che diventa un gesto continuo della propria libertà…

Seguire è insomma amare, poiché è proprio affermare un altro come se stessi…

Il cammino del Signore è semplice come quello di Giovanni e Andrea, di Simone e Filippo, che hanno cominciato ad andare dietro a Cristo: per curiosità e desiderio. Non c’è altra strada, al fondo, oltre questa curiosità desiderosa destata dal presentimento del vero.”

Partivano da questi presupposti, i due, convinti che “l’avvenimento cristiano ha come inevitabile conseguenza l’inaugurarsi di un nuovo tipo di “moralità”, che avviene secondo la dinamica ben compresa da Romano Guardini: “Nell’esperienza di un grande amore tutto ciò che accade diventa un avvenimento nel suo ambito”.

Mi convinco sempre più: parole così efficaci che circolano in questi giorni di lutto, non possono venire che dal cielo. Le intendo come il “regalo di nozze” che ci fa il nuovo intercessore Fra Raimondo. Sono quelle espressioni che ogni religioso vorrebbe sentir proferire dal suo superiore, condivise in comunità, all’ordine del giorno in ogni Comunità Teraputica. E lui, che conserva la paternità conferitagli, adeguandosi ai tempi, ce le fa pervenire via internet. L’operatore è solo uno strumento: le capta, le digita, le fissa. Perché non vederci il miracolo della tecnologia moderna a disposizione anche del cielo?

Non potendo moltiplicare le citazioni, mi limiterò a questa: “Ogni obbedienza ad una qualsiasi aggregazione , se non è un ripercorrere e percorrere quella strada per rintracciare ogni più piccolo segnale, se non è ricerca attiva della memoria di Cristo, è assurda e alienante; rende preda comunque di meschine soggezioni alle proprie e altrui piccolezze. Diceva S:Ambrogio: “Quanti padroni finiscono per avere coloro che rifiutano l’unico Signore!” E’ la scintilla di questa coscienza che il movimento di Comunione e Liberazione vuole accendere in coloro che si sentono mossi a parteciparvi“.

Il teologo Balthasar mette sull’avviso sia CL che le famiglie religiose che i movimenti ecclesiali: “Se il movimento dovesse chiudersi in sé, contento di se stesso e dei suoi successi, si allontanerebbe dal suo programma, perderebbe anche ogni drammaticità che risulta proprio dal continuo, nostalgico sforzo di andare oltre se stesso. Accontentarsi significherebbe essere arrivati, significherebbe riposo; ma questo riposo equivarrebbe alla morte“.

Anche questi sono petali di rosa che ci piovono addosso. E’ ancora lui, il perenne scontento, sempre desideroso di andare oltre se stesso e di portarci anche gli altri, confratelli e collaboratori. Ma questa si chiama “ascesi”. Non so se la sua serietà ascensionale è stata recepita e apprezzata. Comunque, se desta ammirazione il Raimondo frate, austero, autorevole ma dialettico, è perché lo si scopre camminare su questa line d’obbedienza. E’ la stessa sulla quale si va muovendo anche il prete di Desio. E’ su questo binario che matureranno i punti d’incontro e d’intesa tra i due. Il Fabello viene da un’esperienza consolidata. Ma il don Gius è alla ricerca del volto umano.
Il punto in comune è questo: “l’accoglienza e la condivisione sono l’unica modalità di un rapporto umanamente degno, perché solo in esse la persona è esattamente persona, vale a dire rapporto con l’infinito“; “E’ per questo che nell’accoglienza di un povero e in quella della persona più amata ultimamente deve vivere la stessa gratuità“.

Balthasar ci aiuta a carpire il senso. Si tratta di “quella “mortificatio” paolina senza la quale non si dà vera “vivificatio” in Cristo. Poichè il Cristo è il fondamento della creazione (Ap. 9,14) e della redenzione (Col 1,19s) non può esserci per il cristiano una vera tensione tra spiritualità e lavoro culturale. Questo è autentico solo se svolto con lo sguardo rivolto alla Totalità di Cristo in cui converge (Ef 1,10) anche tutto quanto vien fatto sulla terra. Dal canto suo la spiritualità non è avulsa dal mondo, ma consiste nell’autentica sequela di Cristo fin dentro al mondo, fino alla morte in croce”.

Balthasar cita Francesco d’Assisi come miglior esempio di unità dei due aspetti . Ma avrebbe potuto benissimo citare San Giovanni di Dio o il nostro giovane Pampuri, sul quale, ad un certo momento, si poseranno gli occhi di Giussani: ” Proprio lui che ha ricevuto le stigmate può amare autenticamente la creazione di Dio. Nel lavoro culturale del cristiano diviene attuale la sua liberazione, raggiunta tramite la comunione con Dio: la sua obbedienza non è legata alla lettera, ma è mediata dalla sua libertà e quindi dalla sua responsabilità. Dio prende sul serio la libertà umana, in tutta la creazione essa è il dono supremo che può essere concesso alla creatura. Non si deve tuttavia pensare che Dio abbandoni l’uomo nel vuoto; lo accompagna invece costantemente con la sua presenza, di modo che l’uomo, anche quando è impegnato nel lavoro culturale, può e deve rivolgergli costantemente lo sguardo“.

Mi chiedo ancora una volta se si i può essere in disaccordo con questa riflessione così critica e che riguarda ognuno da vicino. Da queste considerazioni il ritratto di Fra Raimondo ne esce esaltato e pienamente riabilitate certe sue scelte da tanti non condivise. Che, se, nonostante tutto, alcuni componenti delle due famiglie parlano bene e razzolano male, i padri possono rammaricarsi, soffrire ma non sostituirsi ai figli. Epperò, se si preferisce leggere fatti ed avvenimenti solo in chiave utilitaristica, ossia nei termini di “perdite e profitti”, in tal caso, cade tutto il discorso.

L’illustre teologo conclude le sue osservazioni con un augurio che vale per tutti: “E’ mia convinzione che il padre di Comunione e Liberazione ha donato al movimento con queste sue cristalline dissertazioni un definitivo radicamento nella sapienza cristiana e quindi anche garanzia della sua autentica fecondità.

Possa egli essere ascoltato, compreso e seguito! Solo in questo caso il movimento, secondo la sua intenzione, potrà divenire un modello di cattolicità in tutto ed evitare quel settario chiudersi in se stessi che sta diventando esiziale per alcuni nuovi movimenti”.

A conclusione di queste riflessioni verrebbe spontanea una battuta: “Chi può capire, capisca !”
Non so quanti hanno letto il libro di Don Giussani, edito da PIEMME, “Il miracolo dell’ospitalità – Conversazioni con le Famiglie dell’accoglienza”. La prima edizione è del 2003. Ma il Primo capitolo, “La ragione della carità”, riporta l’intervento di monsignor Luigi Giussani intitolato Fondamenti antropologici e metodologici della condivisione, in Accoglienza, volto del gratuito, Atti del Convegno organizzato dall’Associazione Famiglie per l’Accoglienza, Milano 8 Giugno 1985, EDIT Editoriale Italiana, Milano 1985, pp.1-9.

Questa lunga citazione è necessaria sempre per una comparazione di date che vengono a coincidere con un “movimento dello Spirito” in entrambe le direzioni. Così, dire “FABELLO & GIUSSANI due paternità – La visione profetica: comunione dei doni. – Punto di convergenza: l’ospitalità, non è un titolo azzardato perché ci sono buoni e fondanti motivi per ritenere che entrambi non si sono mossi di propria iniziativa.

Don Giussani arriva al “Miracolo dell’ospitalità” quasi condotto per mano dagli avvenimenti sui quali poi si posa la sua riflessione, ricavandone le parole da trasmettere al movimento perché le incarni. Sono circostanze contingenti in cui si vengono a trovare singoli membri che poi si aggregano, convinti che un’amicizia stabile “costituisce un luogo di confronto e di dilatazione della propria umanità che le istituzioni non possono dare”.

Egli si accorge dell’ evolversi del movimento dal quale, date le premesse, vede sorgere il carisma e moltiplicarsi quasi naturalmente, come una necessità vitale del cuore trasformato dall’ Evento Gesù. E’ un carisma in divenire che potrebbe benissimo integrarsi con quello dei Fatebenefratelli, i “fratelli ospedalieri” che da sempre privilegiano l’attenzione su alcuni settori della comunità umana: la malattia fisica e psichica. Potrebbe essere il connubio religiosi-laici auspicato dalla Chiesa, dove i primi vivono nella realtà temporale ma come segno escatologico, ed i secondi vivono nella carne a tutto tondo.

Il Fabello si è formato alla scuola di San Giovanni di Dio e all’ospitalità ha persino legato la sua vita con un voto solenne davanti alla Chiesa. Ma non si è fermato lì. Ha respirato l’aria che circola, ha recepito ciò che il prete va sussurrando all’orecchio di tanti giovani: “Il modo per fare crescere la fede è “rischiarla, confrontarla con ciò che accade”… con le circostanze tutte, piccole o grandi; perché la vita è questa trama di circostanze che, assediandoti, ti toccano e ti provocano… perché Cristo è la risposta… è la forma, è il significato del vivere”. I presupposti ci sono ed entrambi ci provano perché non temono il rischio ed hanno una comune visione della realtà che trovo ben sintetizzate sulla copertina del volume:

“In una società dove spesso si invoca una diversa qualità della vita, raramente si evidenzia quell’elemento fondamentale che consente alla vita d’essere vissuta: l’ospitalità.

Essa è l’imitazione più grande che l’uomo possa vivere dell’amore stesso che costituisce la vita di Dio: una totalità di disponibilità di fronte ad una totalità di presenza.

Supremo esempio dell’accoglienza è Dio, che ha avuto una tale pietà per l’uomo da diventare uno fra noi e da morire per noi.

L’accoglienza è perciò la realizzazione in sommo grado della carità, vale a dire del riconoscimento di Cristo, di Dio che ci ha amati.

Accogliamo, infatti, perché siamo accolti; amiamo, perché siamo amati.

La parola sopitalità, di cui l’adozione è un concreto sinonimo, è significativamente espressiva di tutto il fenomeno dell’accoglienza: non esiste oggettivamente atto più grande.

Ospitare una persona è implicarla nei confini stessi della propria vita.

A differenza di tutte le altre forme di caritò, l’ospitalità riguarda la persona intera, non un aspetto o un bisogno particolare di essa.

Nel gesto di accoglienza e di ospitalità rivive allora la persona e si rende sensibile l’amore di Cristo all’umano.

Dice san Paolo: “Non dimenticate l’ospitalità; alcuni, praticandola, hanno accolto degl’angeli senza saperlo” (Ebrei 13,2)

Nell’omelia per il trigesimo della morte, P. Luca Beato lo ha paragonato al Battista: “Fu capace di andare controcorrente. Come il Battista è stato spesso un precursore, anticipando le linee strategiche di ciò che altri avrebbero poi realizzato.” Trovo significativa la convergenza di vedute. Infatti, in altra parte, appunti non ancora in circolazione, a me è parso di vedere in lui alcune sembianze del profeta Elia. Il suo ruolo nell’Ordine, per chi lo ha conosciuto, già intuibile nel Fabello ragazzo, non sarà quel del fondatore. Egli è chiamato a “camminare innanzi con lo spirito di Elia, per ricondurre il cuore dei padri verso i figli e i ribelli alla saggezza dei giusti e preparare al Signore un popolo [la Fraternità] ben disposto” (Lc 1,15-17)

E cosa dice testualmente il Vangelo? Questo: “molti si rallegreranno. 15Egli infatti sarà grande nei progetti di Dio. Egli non berrà mai vino né bevande inebrianti ma Dio lo colmerà di Spirito Santo fin dalla nascita. 16Questo tuo figlio riporterà molti Israeliti al Signore loro Dio: 17forte e potente come il profeta Elia, verrà prima del Signore, per riconciliare i padri con i figli, per ricondurre i ribelli a pensare come i giusti. Così egli preparerà al Signore un popolo ben disposto.” (Lc 1,15-17)

Cos’è questo “spirito e forza di Elia” ? Ce lo spiega Sant’Ambrogio commentando il passo evangelico: “Elia ebbe una grande virtù e grazia: la virtù di convertire gli animi dalla incredulità alla fede, la virtù di una vita mortificata e paziente e lo spirito della profezia”.

Raimondo non si sente profeta, né un dottore della legge o un maestro della Parola, non assume atteggiamenti da convertitore carismatico. E’ uno che sta semplicemente davanti a Jahvé: “Per la vita del Signore Dio d’Israele alla cui presenza io sto” (1 Re 17,1). Questo è il segreto della sua forza: “Oggi si sappia che tu sei Dio in Israele e che io sono tuo servo” (1 Re 18,36).

 E’ stato un servitore fedele che conosce i pensieri del Re, che ascolta dalla viva voce i suoi comandi e li esegue prontamente.

Come vive Fra Raimondo la ricerca del Dio solo, lo stare alla sua presenza, il regolarsi soltanto sulla parola del Signore? Come Elia:

· Egli non ha paura di nessuna autorità umana;
· Egli non ha paura del giudizio della gente
· Egli è pieno di zelo per il Signore
· Egli vive la solitudine spirituale, senza temerla

Sono atteggiamenti che andrebbero esplicitati ma già sufficientemente indicativi di una dimenticanza di se stesso, nella povertà di spirito, nella riverenza adorante.
Il 28 gennaio 1996, Fabello povinciale, Giussani al Direttivo Nazionale delle “FAMIGLIE PER L’ACCOGLIENZA” così esordisce: “ In questi tempi mi ha sorpreso il fatto che capisco , a settantatre anni, cose che ho sempre dette: a settantatre anni capisco che le capisco ora”.

Il 22 giugno 1991, in analoga circostanza aveva esordito così: “Quando si diventa vecchi, si diventa saggi e il pensiero di Dio diventa abituale, si capisce che sarebbe inutile fare qualsiasi cosa, se non ci fosse Iddio. Diciamo perciò una preghiera alla Madonna, la prima che ha accolto in sè il “grande diverso”, ha accolto in sé Dio”.

E’ il periodo in cui quel germe timidamente e confusamente sbocciato, quello delle Famiglie per l’accoglienza, di cui non era promotore diretto ma di cui atto nel 1985, va sviluppandosi fino a farsi quercia e dalla sua penna escono parole sull’ospitalità meritevoli di grande attenzione e memorizzazione. Il suo atteggiamento è sempre di grande stupore; non si vede all’altezza, si sente soltanto graziato: “ Ho visto una giovane mamma che imboccava il figlio spastico con un cucchiaio che si perdeva sulla faccia: è divino, è grande come Dio! Per questo io avevo vergogna a vinire da voi”.

Fra Raimondo, l’uomo di Dio per la sua Provincia, scruta gli orizzonti, annusa l’espandersi di un carisma che da San Giovanni di Dio è ormai nella Chiesa e per la Chiesa, proprietà di nessuno, pilotato solo dallo Spirito. Memorizza, fa sue parole che sono care a Don Giussani e rivelatrici del carisma a lui affidato:
· l’amicizia
· la dimora
· l’amore a Cristo
· la memoria
· l’offerta
· il senso del destino
· il compito della vita
· la moralità
· il sacrificio
· il carisma
· la verginità
· il popolo
· la compagnia
· la libertà…

Egli, perfettamente consapevole della situazione dell’Ordine in casa e nel mondo, (vedi 20 servo e profeta – o.donnell ) le condivide perché sono chiavi che possono aprire compatimenti a stagno, sbloccare situazioni arrugginite. Sono sentieri, itinerari, o, meglio, binari sui quali può transitare a velocità sostenuta il treno della sua ospitalità che rischia ritardi storici sulla tabella di marcia. Egli è solo davanti a Dio e con le mani legate ad una realtà mastodontica, una struttura plurisecolare, un apparato istituzionale che, per forza di cose, non può essere che strutturato, radicato, stabile. E’ realistico pensare che un ospedale, un centro, non possono avere le ruote, non sono realtà mobili; sono fisse, rigide per natura.

Ma i tempi mutano e le situazioni devono adeguarsi profeticamente al mutamento. Così egli, con lo spirito e il coraggio di Elia, “Per la vita del Signore Dio d’Israele alla cui presenza io sto” (1 Re 17,1), forte dell’intuizione ispirata che quel movimento agile, dinamico, capace di penetrazione nel tessuto sociale, carismatico e additato dalla Chiesa, sempre più sensibile all’ ABBRACCIO DEL DIVERSO, incoraggiato dal fondatore a volare sulle ali dell’ospitalità, prova, come abbiamo detto, a gettare un ponte tra l’Ordine e Comunione e Liberazione. Egli è convinto che, attraverso questo aggancio, il carisma si dinamizzerà, potrà uscire dall’istituzione, sconfinare, dilatarsi, penetrare nel tessuto sociale, coinvolgere il territorio, farsi Chiesa locale che accoglie “ ogni diversità”.

Ora che Fra Raimondo non c’è più, è doveroso tenere in vita la visione profetica e porre attenzione ai segnali che lo Spirito non mancherà di ripetere. Come non rendersi conto che, se Benedetto XVI nella sua enciclica Deus Charitas Est pone all’attenzione della Chiesa universale San Giovanni di Dio, accanto a un San Francesco d’Assisi, è segno che è scoccata l’ora della rinascita. Abbiamo soltanto bisogno di imboccare coraggiosamente sentieri che lo Spirito non cessa di additare a coloro che si pongono nell’atteggiamento di Elia: “Per la vita del Signore Dio d’Israele alla cui presenza io sto” (1 Re 17,1)

Non ostacolate l’azione dello Spirito Santo.
Non disprezzate chi profetizza: esaminate ogni cosa e tenete ciò che è buono”. (1Tess 5,19-20)

Quando ho saputo da Fra Raimondo che avrebbe dovuto sottoporsi a trapianto di fegato, mi sono permesso di dirgli: “Ma è proprio necessario? E se ricorressimo a San Riccardo Pampuri ? “

La risposta è stata: “Sarebbe bello. Solo che fra Riccardo non fa miracoli ai frati! “. Mi sembrava strano questo ragionamento perché i miracoli determinanti li ha fatti proprio a Gorizia, “Villa San Giusto” e alla “San Giuseppe” di Milano, grazie ai frati che lo avevano invocato.

Poi l’ho assicurato che, nel giro delle persone di mia conoscenza, compresi alcuni di CL, avrei sollecitato preghiere affinché alla fine si rivelasse inutile l’intervento. E lui di ciò era molto contento.

Poi un giorno, sempre tornando sull’argomento mi ha detto al telefono: “Io san Riccardo lo prego…Ma ho più fiducia in Don Giussani. Anzi: mi piacerebbe tanto che il suo primo miracolo lo facesse a me, a uno dei Fatebenefratelli, perché noi lo abbiamo trattato male. Abbiamo trattato male un santo…Capisci?” Poi naturalmente non è entrato in particolari e non ha fatto nomi, com’era suo solito, per non colpire o anche soltanto sfiorare qualcuno.

In quale modo stiano esattamente le cose non lo so. Nè mi compete indagare. Ma testimoniare, questo sì; posso e devo farlo, in omaggio ad un caro amico, compagno di cordata sulle pareti rocciose dell’ hospitalitas.

 
L’11 Giugno 2007 ho diffuso la mail che mi ha inviato:
 
 

“Sono stato inserito in lista d’attesa. Ora resta ancora la possibilità di pregare il Signore (fiduciosi nella intercesione del nostro Medico) perché la mano del chirurgo vada sicura e il pezzo di ricambio sia di buona qualità.
Il Signore vede e provvede. Saluti e se vuoi collaborare……………..

fra Raimondo Fabello o.h. IRCCS “Centro San giovanni di Dio-Fatebenefratelli” – Brescia

 

“Caro Fra Raimondo,

 siamo memori delle parole dell’Apostolo : “Chi tra voi è nel dolore, preghi.Pregate gli uni per gli altri per essere guariti. Molto vale la preghiera del giusto fatta con insistenza”. (Giacomo 5, 13.16)

Unisciti a noi che ci uniamo ai tuoi confratelli per pregare CON SAN RICCARDO per la tua richiesta di fiducioso abbandono. 

Noi preghiamo per lo staff chirurgico che ti prenderà in cura e per il povero donatore per il quale invochiamo che venga compensato con il Regno dei Cieli…Ma chiediamo, fiduciosi, che il tuo intervento, all’ultimo momento, sia cancellato perché non serve più e che il fegato a te destinato, passi al successivo in lista d’attesa.

Se osiamo chiedere il miracolo è perché non ci appoggiamo ai nostri meriti ma alla fede della Chiesa. Chiediamo che il tuo fegato si rigeneri per la Potenza che viene dall’Alto, cui nulla è impossibile. 

Chiediamo che questo “segno” giovi ad aumentare la fede della comunità.Chiediamo che tu possa ritornare nella Comunità Ecclesiale con rinnovate energie a proclamare le Sue misericordie e a realizzare la tua vocazione di frate-sostegno per chi è nella sofferenza, dopo esserci passato in prima persona ed aver vissuto l’ansia delle interminabili e logoranti attese.

 E tu, San Riccardo Pampuri, non dimenticare che stiamo parlando di un tuo confratello. Prega con noi per lui, tu che ormai conosci il “punto debole” di Dio.”

GLI “ADESSO” DELLA COMPAGNIA DEI GLOBULI ROSSI

Adesso

SE NON ORA, QUANDO?

SE NON IO, CHI?

“Sono venuto a portare il fuoco sulla terra; e come vorrei che fosse già acceso!

  •  C’è un battesimo che devo ricevere; e come sono angosciato, finché non sia compiuto!
  • Pensate che io sia venuto a portare la pace sulla terra?
  • No, vi dico, ma la divisione.
  • D’ora innanzi in una casa di cinque persone si divideranno tre contro due e due contro tre;
  • padre contro figlio e figlio contro padre,
  • madre contro figlia e figlia contro madre,
  • suocera contro nuora e nuora contro suocera». (Lc 12,49-53)

Paolo VI accende una lampada

Giovanni Battista aveva detto di lui: “Egli vi battezzerà in Spirito Santo e fuoco”.

SE NON ORA, QUANDO?

SE NON IO, CHI?

ADESSO

1. ADESSO è l’ adesso dell’Uomo, l’attimo delle sue giornate nell’ Oggi Eterno di Dio.

E’ anche l’ADESSO di Dio: il Natale che entra nella mia esistenza:

  • Di me che credo,

  • Di me che mi dichiaro non credente,

  • Di chi lavora, soffre, spera di costruire un mondo migliore,

  • Di chi, stanco e deluso, vive lo smarrimento e l’angoscia.

  • A tutti è offerta la felicità dell’EVENTO capace di sconvolgere la vita,

  • Tutti possono accogliere il VERBO, la parola di Dio fatta carne,

  • Tutti possono aprire le porte per diventare in Gesù Figlio del Padre, figli di Dio.

  • Per qualcuno può essere l’inizio di un viaggio nuovo.

  • Di fronte all’annuncio incredibile dell’amore e della luce di Dio, del Dio con noi, si può pregare e adorare estatici, a condizione di essere umili pastori r apiti d al mistero della luce sfolgorante che squarcia le tenebre della terra.

  • Ma scatta l’esigenza di portare al mondo la BUONA NOTIZIA: che Dio ci ama teneramente e ci conosce per nome.

  •  ADESSO E’ l’ ADESSO di Maria all’angelo, il “sì” che tramuta la Parola in Carne: gli aggregati nel suo nome non si propongono solo di limitarsi ad umanizzare la sanità ed i luoghi di sofferenza in cui s’imbattono nel quotidiano, ma tendono alla divinizzazione dell’uomo, appoggiandosi unicamente sulla forza dello Spirito che è Vita e ci abita.

 Paolo VI accende una lampada

 2. ADESSO è l’uscire dalla notte di pesca infruttuosa,riconoscere il misterioso personaggio che appare sul lago della vita, rompere il silenzio del mattino e gridare con la fede della Chiesa primitiva: “E’ il Signore” (Gv 21,7)

Paolo VI accende una lampada

3. ADESSO è distruggere in se stessi tutto ciò che alla Parola si oppone: paure, infedeltà, indolenze, per aprirsi alla forza dello Spirito, in un atteggiamento di obbedienza alla Sua ispirazione.

Paolo VI accende una lampada

 4  . ADESSO è sogno e visione. Il già e non ancora… del Movimento “Compagnia dei GLOBULI ROSSI di San Giovanni di Dio” – (GR), storia ancora tutta da scrivere.

  • Si prefigge di essere strumento di animazione della CGR che si affida all’azione dello Spirito, nella consapevolezza che solo i figli di Dio, nel senso neotestamentario, sono i veri liberatori del creato, capaci di ridare alla creazione il suo senso, in virtù della conoscenza che loro ne dà il Verbo, per cui tutte le cose furono fatte (Gv 15,5).

  • Si propone ai Collaboratori dei Centri Fatebenefratelli e a tutti coloro che operano negli spazi della sanità pubblica, nei centri di accoglienza, nelle “terre di nessuno”, dove la creazione geme e soffre fino a oggi nelle doglie del parto (Rom 8, 18-25).

  • Premesso che il Figlio, ed Egli solo, passando dovunque e facendo il bene e sanando tutti (Atti 10,38), vivendo e morendo durissimamente, da Figlio, in un mondo totalmente schiavo e non ancora redento da alcuno, ha aperto, tra gli scogli del peccato e attraverso il baratro della morte, il vero arduo e definitivo sentiero della liberazione del creato (Mt 7, 13-14 e Lc 13,22-24),

  • Il Movimento si presenta come espressione del carisma formidabile che ha ispirato il Patrono dei malati e degli operatori sanitari, san Giovanni di Dio, riconosciuto ed enunciato nella Chiesa come fondatore dell’ordine religioso dell’hospitalitas”, ossia del servizio sanante, nel significato più esteso del termine, ispiratosi alla scuola del Maestro Divino, il Samaritano dell’umanità.

  • Gli aggregati nel suo nome non si propongono solo di limitarsi ad umanizzare la sanità, le istituzioni, ma tendono alla divinizzazione dell’uomo, facendo afidamento unicamente sulla forza dello Spirito.

Paolo VI accende una lampada

Essi partono dalla consapevolezza che,

  • mentre la sapienza psichica di questo mondo (1Cor 2,6), (laica non necessariamente nel senso di laicistica) lavora, con la sincerità di cui è capace, per la umanizzazione del mondo al fine di liberare l’uomo,

  • il discepolo di Gesù (l’uomo pneumatico) è messo a parte dallo Spirito di Dio di un progetto di salvezza-liberazione-dell’uomo, che è propriamente divino, e che nessun occhio, né orecchio, né cuore “laico” può mai arrivare a sospettare e ad apprezzare (1 Cor 2,9).

  • L’uomo psichico è giunto a concepire che si può liberare l’uomo, mediante la umanizzazione del mondo, della società, delle sue strutture, delle relazioni sociali e internazionali;

  •  Lo Spirito insegna a discernere e a non confondere(1Tess. 5,19-22): non un mondo più umano può davvero liberare l’uomo, ma solamente uomini diventati figli di Dio nel Figlio unico possono liberare il mondo.

  • Essi credono che non c’è da attendere che il mondo -società, stati, famiglie, ambienti, comunità, ospedali – sia disinquinato, per cominciare a vivere da uomini. Lo Spirito di Dio dà forza per cominciare oggi, ADESSO a vivere da figli di Dio, dovunque ci si trovi (Lc 10, 28-37).

  • “Il cristiano maturo ricorda quanti mali sono derivati, nella storia, all’umanità, alla chiesa, dalla confusione della psiche e dello Spirito, delle parole di Spirito con le parole di sapienza umana, delle imprese destinate alla “polis” degli uomini e di quelle concernenti la Chiesa di Dio, Sposa di Gesù” (Francesco Rossi De Gasperis s.j).

Paolo VI accende una lampada

5. ADESSO è distruggere in se stessi tutto ciò che alla Parola si oppone: paure, infedeltà, indolenze, per aprirsi alla forza dello Spirito, in un atteggiamento di obbedienza alla Sua ispirazione.

 6. ADESSO è una parola d’ordine che sott’intende: “super omnia Charitas”. E’ l’ “amate nostro Signore Gesù Cristo sopra tutte le cose del mondo, ché per molto lo amiate, molto più Lui ama voi. AbbIate sempre carità, perché dove non cè vcarità non c’è Dio, anche se Dio è in ogni luogo” di cui parla Giovanni di Dio in una sua lettera a Loui Bautista.

Paolo VI nel suo vaggio in Oceania, a proposito della carià ha detto: “Questa è, a noi sembra, la virtù principale, che è demandata alla Chiesa Cattolica in quest’ora delmondo”.

Due modi di dire:

  • “carità organizzata” (Paolo VI)
  • “carità incarnata (Patriarca Atenagora)

7. ADESSO è un’idea. Sant’Agostino è la persona più adatta per spiegare un simile concetto:

“Tu puoi averla nel tuo cuore e sarà come un’idea nata nella tua mente, da essa partorita come sua prole, sarà come un figlio del tuo cuore.

Se, ad esempio, devi costruire un edificio, devi realizzare qualcosa digrande, prima ne concepisci l’idea nella tua mente.

  • L’idea è già nata quando l’opera non è ancora eseguita;

  •  tu vedi già quello che vuoi fare, ma gli altri non potranno ammirarlo se non quando avrai costruito e ultimato l’edificio,se non quando avrai realizzato e portato a compimento la tua opera.

  •  Essi ammirano il tuo progetto e aspettano la costruzione mirabile; restano ammirati di fronte a ciò che vedono e amano ciò che ancora non vedono: chi può, infatti, vedere l’idea?” (S.Agostino Comm.Vangelo Giov. I).

Ai GLOBULI ROSSI coinvolti nell’ADESSO è chiesto di impossessarsene e renderla visibile sotto la guida dello Spirito e del suo uomo di fiducia, il Capo-mastro di Granada.

8. ADESSO è una luce: si rifà alla grande visione dell’Evangelista: ” E la luce risplende tra le tenebre, ma le tenebre non l’hanno compresa (Gv 1, 5).

Sant’Agostino così commenta:

“Immaginate, fratelli, un cieco in pieno sole: il sole è presente a lui, ma lui è assente al sole. Così è degli stolti, dei malvagi, degli iniqui: il loro cuore è cieco;

la sapienza è lì presente, ma trovandosi di fronte a un cieco, per gli occhi di costui è come se essa non ci fosse;

non perché la sapienza non sia presente a lui, ma è lui che è assente.

Che deve fare allora quest’uomo?

Purifichi l’occhio con cui potrà vedere Dio.

Faccia conto di non riuscire a vedere perché ha gli occhi sporchi o malati: per la polvere, per un’infiammazione o per il fumo.

Il medico gli dirà: Pulisciti gli occhi, liberandoti da tutto ciò che ti impedisce di vedere la luce.

Polvere, infiammazione, fumo, sono i peccati e le iniquità.

Togli via tutto, e vedrai la sapienza, che è presente, perché Dio è la sapienza.

 Sta scritto infatti: “Beati i puri di cuore, perché essi vedranno Dio” (Mt 5, 8).(S.Agostino, idem)

Le tenebre oscure e impenetrabili sono lette dal Card. C.M.Martini in questi termini:

 “ Nella storia umana e nella loro esperienza possiamo distinguere tre tipi di tenebre.

Le tenebre, per esempio, costituite dai singoli crimini che oscurano e abbruttiscono l’umanità: violenze, rapine, furti, tradimenti, disonestà, infedeltà; esse offuscano l’anima di chi commette questi reati e sono le tenebre dei nostri peccati personali.

In secondo luogo, ci sono tenebre che potranno chiamare aberrazioni sociali, forme di disordine che guastano la società e la disgregano, la rendono malata e sofferente: crisi occupazionale, crisi economica, corruzione diffusa, crisi politica in cui si perdono il senso e le ragioni dello stare insieme, discordie, conflitti, guerre. Sono tutte le frammentazioni e le lacerazioni del tessuto civile, che non sono dovute semplicemente all’uno o l’altro gesto criminoso, ma rappresentano l’indice di un malessere comune, di una patologia contagiosa, che intacca e distrugge il corpo di un popolo. Questi fenomeni terribili sono chiamati tenebre in quanto frutto di orientamenti sbagliati, di atti di non intelligenza, di non chiarezza, di errata comprensione del processo sociale, del misconoscimento delle condizioni di sviluppo di una comunità di persone, sono peccati della volontà e dell’intelligenza comune, conseguenze di aberrazioni collettive di sentire e di pigrizia diffusa morale e mentale.

Tuttavia, peggiori di questi peccati sociali, sono le tenebre costituite da una cultura, da una mentalità che avendo perso il senso dei valori più alti, non trova più in se neppure la forza per ri-orientarsi e per smascherare, per superare e contrastare le aberrazioni sociali. E’ tenebra che riguarda i giudizi ultimi sulla vita e sulla morte, sul significato dell’esistenza umana, sul perché siamo uomini e donne, sulla terra; è insomma la perdita della spertanza in un futuro eterno, è la tenebra più spessa e impenetrabile, di cui Giovanni dice: “La luce splende nelle tenebre, ma le tenebre non l’hanno accolta”.

L’accoglienza del Verbo

“Non l’hanno accolta perché rifiutano i primi principi dell’accoglienza, che sono

  • un sano concetto di Dio e dell’uomo,
  • il senso creaturale,
  • la coscienza del proprio peccato,
  • il bisogno di salvezza.

A tali disperanti tenebre, il Vangelo di Natale oppone l’accoglienza al Verbo di Dio: “A quanti l’hanno accolto, ha dato il potere di diventare figli di Dio”.

La salvezza dalle tenebre viene dunque dall’accoglienza del messaggio natalizio, dall’accoglienza del Salvatore che è nato per noi. E’ da essa che siamo innazitutto illuminati e rinnovati nella percezione dei valori eterni, di quei beni perenni che fanno della vita umana un’esistenza degna, anzi un’esistenza da figli di Dio; sono i valori della fede e della speranza, i valori che ricostituiscono l’orizzonte di senso in cui collocare le vicende umane, anche le più disperate e le più disgraziate, per avere la forza di uscirne con amore.

Dalla ricostruzione di questo orizzonte di senso, dalla forza di amore che viene dalla fede e dalla speranza, nasce l’energia per riconoscere e controbattere i processi disgregativi del tessuto sociale; nasce la forza per confessare ed espiare gli errori personali che a tale degrado hanno contribuito.

Questa è la conversione, la grazia della nuova vita di Cristo, la capacità di vivere nel mondo da figli di Dio: è il Natale che entra nella nostra esistenza”

L’arcivescovo Martini non si ferma alle analisi. Le riflessioni – c’insegna – si devono tramutarsi in preghiera. Questa ci mette sulle labbra: “Donaci, o Signore, di intuire qualcosa della luce della tua incarnazione. Donaci di lasciarci irradiare dalla gloria che risplende sul tuo volto e sii il Dio con noi”.

Vita, luce, tenebre, accoglienza, rifiuto, il Verbo che pone la tenda in mezzo a noi…sono i concetti basilari che suffragano l’hospitalitas, senza dei quali rischia di ridursi a un termine asfittico, di corto respiro, un’accoglienza alberghiera.

 9. ADESSO è un concerto di voci armoniose per solisti e coro:

Voce del Maestro interiore: “Se qualcuno vuol venire dietro a me, smetta di pensare a se stesso, prenda la sua croce e mi segua. 25Chi pensa soltanto a salvare la propria vita la perderà; chi invece è pronto a sacrificare la propria vita per me la ritroverà. 26Se un uomo riesce a guadagnare anche il mondo intero, ma perde la vita, che vantaggio ne avrà? Oppure, c’è qualcosa che un uomo potrà dare per riavere, in cambio, la propria vita!” (Mt 16,24-25).

Voce che viene:   “Fratelli, voi appartenete a Dio che vi ha chiamati. Perciò guardate attentamente Gesù: egli è l’inviato di Dio e il sommo sacerdote della fede che professiamo.…Perciò, come dice lo Spirito Santo nella Bibbia:

Oggi, se udite la voce di Dio,
8non indurite i vostri cuori,
come avete fatto nel giorno della ribellione,
quando nel deserto avete messo Dio alla prova.
Là, dice il Signore
i vostri padri mi hanno messo alla prova,
benché avessero visto per quarant’anni
ciò che avevo fatto per loro.

Voce che va: “ 13Piuttosto incoraggiatevi a vicenda, ogni giorno, per tutto il tempo che dura questo lungo oggi di cui parla la Bibbia. Incoraggiatevi, affinché nessuno di voi sia ostinato e si lasci ingannare dal peccato. 14Perché noi siamo diventati compagni di Cristo e lo saremo ancora, se conserveremo salda sino alla fine la fiducia che abbiamo avuto fin dall’inizio” (Ebrei 3,1-19)

10. ADESSO è un orizzonte: “A me è stato dato ogni potere in cielo e in terra. 19Perciò andate, fate che tutti diventino miei discepoli; battezzateli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo; 20insegnate loro a ubbidire a tutto ciò che io vi ho comandato. E sappiate che io sarò sempre con voi, tutti i giorni, sino alla fine del mondo”.

11. ADESSO è sapienza contadina spinta ad altezze vertiginose. Regola: “24Se il seme di frumento non finisce sottoterra e non muore, non porta frutto. Se muore, invece, porta molto frutto. Ve l’assicuro. 25Chi ama la propria vita la perderà. Chi è pronto a perdere la propria vita in questo mondo, la conserverà per la vita eterna. 26Se uno mi vuol servire mi segua, e dove sono io ci saranno anche quelli che mi servono. E chi serve me sarà onorato dal Padre”. (Giov 12,24)

12. ADESSO è un clima: vivere la gioia. Sant’Agostino ci spiega che la pienezza della gioia “è lo scopo di tutto ciò che Cristo ha detto e ha fatto. Si potrà raggiungere nel secolo futuro, a condizione però che si viva in questo secolo con pietà, giustizia e temperanza”. Ma ora io vengo a te, e dico queste cose mentre sono ancora nel mondo, affinché essi abbiano in se stessi la mia gioia, nella sua pienezza (Gv 17, 13).

Ecco che afferma di parlare nel mondo, colui che prima aveva detto: Io non sono più nel mondo.

Già lo abbiamo spiegato; o meglio, abbiamo fatto notare la spiegazione che egli stesso ha dato. Ora, siccome non se n’era ancora andato, era ancora qui; e siccome la sua partenza era imminente, in certo modo non era più qui.

Di quale gioia poi intenda parlare, dicendo: affinché essi abbiano in se stessi la mia gioia, nella sua pienezza, lo ha già spiegato prima, quando ha detto: affinché siano uno come noi.

Questa sua gioia, questa gioia cioè che proviene da lui, deve raggiungere in loro la pienezza; è per questo motivo, dice, che ha parlato nel mondo.

Ecco la pace e la beatitudine eterna, per conseguire la quale bisogna vivere con saggezza, giustizia e pietà nel secolo presente”. (S Agostino. Omelia 108,1, 8).

13. ADESSO è una certezza che nasce da un atto di fede nel Magnificat di Maria:” ha fatto della mia vita un luogo di prodigi, ha fatto dei miei giorni un tempo di stupore” (Lc 1,47). Cosi il Vescovo di Ippona a proposito degli apostoli:

“Caddero, infatti, in tale disperazione che giunsero alla morte, se così si può dire, della loro fede anteriore.

Ciò appare evidente in Cleofa, il discepolo che parlando, senza saperlo, con il Signore risorto, nel raccontargli quanto era accaduto, gli dice: Noi speravamo che fosse colui che deve redimere Israele (Lc 24, 21).

Ecco, fino a che punto lo avevano abbandonato: perdendo anche quel po’ di fede con cui prima avevano creduto.

Invece, nelle tribolazioni che dovettero subire dopo la risurrezione del Signore, siccome avevano ricevuto lo Spirito Santo, non lo abbandonarono;

e benché fuggissero di città in città, non fuggirono lontano da lui, ma in mezzo alle tribolazioni che ebbero nel mondo, pur di avere in lui la pace, non furono disertori da lui ma posero in lui il loro rifugio.

Una volta ricevuto lo Spirito Santo, si verificò in loro quanto il Signore disse: Abbiate fiducia, io ho vinto il mondo. Essi ebbero fiducia e vinsero. In grazia di chi vinsero, se non in grazia di lui? Egli non avrebbe vinto il mondo, se il mondo avesse sconfitto le sue membra.

Per questo l’Apostolo dice: Siano rese grazie a Dio che ci concede la vittoria; e subito aggiunge: per mezzo del Signore nostro Gesù Cristo (1 Cor 15, 57), il quale aveva detto ai suoi: Abbiate fiducia, io ho vinto il mondo. (S. Agostino, Omelia 103,3)

14. ADESSO è ardimento: la riscoperta di quella primitiva audacia di Giovanni di Dio, rimasta scolpita nei cuori di chi l’ha conosciuto e tramandata grazie al germe che l’Azionista di Dio, investendo tutto in carità, indebitandosi fino al collo, sempre con l’acqua alla gola a causa di Cristo e del suo straziante grido: “Ho sete!”, ha lasciato in eredità fino ai giorni nostri.

15. ADESSO è il notaio, un mandatario verbale dell’idea originaria lasciata in eredità da Giovanni di Dio per chi si arruola nella sua grande avventura, deposito dei suoi esempi, testimonianza delle sue virtù.

16. ADESSO è un cuore che accoglie le segnalazioni che vengono dal fronte, dalle trincee della sofferenza, quando l’anima, soggetta alle patologie metaboliche, necessita di essere posta in dialisi.

17. ADESSO è un atto di coraggio: un uomo d’onore non si permette di lasciare agli altri la pesante eredità dei suoi adesso sempre rimandati o traditi.

18. ADESSO è l’aprirsi allo Spirito per il dono dell’hospitalitas, ossia di una nuova capacità di percezione:

  • povertà, miseria, dolore, non solo quelli visibili,

  • infermità non solo quella clinicamente accertata, indigenza occulta, dolore taciuto, accettato, vergognoso;

  • lacrime silenziose, quotidiana ristrettezza che conduce alla morte ignorata e meschina,

  • un vivere sepolto di esseri invisibili,

  • povertà segrete trascinate come catene che nessuno vede.

19. ADESSO è partecipazione a un progetto: “Il piano di Giovanni di Dio è carità, ma carità assoluta, senza specializzazioni, senza confini, senza zone proibite. L’esempio del Cristo è, a tal riguardo, chiaro come la luce. Le sue mani arrivano a tutti: a lebbrosi, a storpi, a ciechi, a morti, a bambini, a donne buone e cattive. Nulla fu estraneo alla sua attenzione: nemmeno il biancore dei denti di un cane” (Josè Cruset in Un Avventuriero Illuminato).

20. ADESSO è consumarsi ad occhi aperti in un mondo che per tanti non è per nulla cambiato. Scrive il Cruset: “Giovanni di Dio consumava la vita in tre occupazioni vitali:

  • l’abbandono assoluto della sua persona,

  • la orazione (il cibo per resistere nel duro cammino),

  • e la carità totale.

E, col filo delle persone che accorrono a lui, entra nel labirinto della miseria di Granada, e soccorre orfani, vedove, fanciulli e soldati, operai poveri e “litigiosi” (come dice Castro),

e per tutti trova parole corroboranti e concreto aiuto o raccomandazione per chi possa risolvere il loro caso. In tal modo scopre la zona occulta della povertà vergognosa e silente:

fanciulle,

religiose (si riferisce a persone laiche con voti, ritirate nelle proprie case come religiose, senza esserlo),

umili focolari che hanno necessità segrete, occulte, avvilite dall’indigenza, vergognose di mostrarla.

  • Giovanni di Dio frequenta le loro case,

  • si informa della loro situazione.

  • Parla con chi possa dar elemosina per questi scopi,

  • e lui stesso provvede il necessario al sostentamento di questi esseri deboli;

  • procura lavoro in casa

  • e li esorta alla virtù” (idem).

 Sono tutti verbi che i GLOBULI ROSSI devono imparare a menadito per metterli in azione.

San Giovanni di Dio - sanjuandedios221. ADESSO è dilatazione del cuore di Giovanni di Dio, per farne luogo di appuntamenti e incontri, scambio di doni e carismi, esposizione del suo carisma, consegna dell’hospitalitas perché e esca dalla cerchia protetta dei Centri Fatebenefratelli e raggiunga le periferie senza confini del dolore, segreto e più celato nelle case della gente, più palese e manifesto nei luoghi di pubblica assistenza, spesso benemeriti ma anche centri di potere, di colossali interessi, dove lo spazio per la divinizzazione dell’uomo e delle sue strutture è mortificato e la desertificazione avanza inesorabile.

22. ADESSO è antenna di percezione dei tenui segnali di vita sepolta sotto le macerie dopo il terremoto di una diagnosi infausta, un evento doloroso; strumento di contatto per gl’interventi di soccorso dei GLOBULI ROSSI, avvezzi al rischio di muoversi in terreni minati.

23. ADESSO è leggere con gli occhi rivolti al futuro, il terzo millennio dell’era cristiana, appena iniziato. Per farlo, bisogna cercar di capire le ragioni del personaggio che è San Giovanni di Dio e di coloro che gli fanno corona nella gloria: san Giovanni Grande, san Benedetto Menni, san Riccardo Pampuri, i 71 Betati martiri di Spagna, gli altri in lista di attesa per la beatificazione ed i Fratelli Ospedalieri che sono nella Comunione dei Santi. Parole e immagini, lettere e documenti storici,possono rendere bene gli originali. Ma solo da un cuore a cure, un guancia a guancia con essi, si può ricavare la netta sensazione di essersi incontrati con uomini che hanno vissuto in Dio, fatto dipendere da Lui il significato della gioia, la consistenza della loro vita.

Matteo nella parabola del regno dei cieli, “simile a un re che fece un banchetto di nozze per suo figlio”, svela il sogno di Dio e la fragilità degli uomini. Gesù vuole scuotere i suoi uditori (e noi), farli uscire dalla secca della religiosità tradizionale per riscoprire la bellezza dell’appartenenza al popolo di Dio.

La Parola richiama alla gioia, alla festa. Tutti, ma soprattutto chi è nella prova della sofferenza, avverte una fitta al cuore nel constatare la gioia media che trasuda dalle comunità cristiane che si riuniscono per l’Eucaristia. Volti irrigiditi, distanze tenute. Chi si avvicina alla Chiesa (ossia a me, a te, a noi) la prima sensazione che prova non è la gioia di occhi che hanno visto Dio. Riscoprire la gioia vuol dire lasciare che sia la bellezza di credere, il senso della festa, a preoccupare il nostro annuncio. Dare testimonianza di una religiosità tristemente doverosa non avvicina nessuno alla fede!

Purtroppo il tempo in cui si vive è un tempo che divora il tempo, che uccide le coscienze. Chi non si rende conto di essere schiavo dell’agire? Ognuno lo vive sulla sua pelle: restare cristiani, oggi, richiede uno sforzo enorme. 

24. ADESSO è impedire che gli attimi vadano in fumo. Non si tratta di rifuggire l’azione ma di calarsi nell’agire costante di Dio. Certo, quando Gesù paragona il suo Regno a una festa, per chi vive accanto al dolore umano, lì per lì, fatica a entrare nella Sua ottica. La parabola ricorda che la chiamata del Signore è per tutti, che non sta a noi stendere la lista delle nozze, anzi, invitato alla festa è proprio chi all’apparenza è distante.

 25. ADESSO è punto di riferimento dei GLOBULI ROSSI, schiena a disposizione di Dio, onorate più del puledro d’asino che ha portato il Re d’Israele, Suoi manovali più che rappresentanti. Luogo in cui Gesù ripete al Movimento:

  • “Capite quello che ho fatto per voi?
  • Voi mi chiamate Maestro e Signore, e fate bene perché lo sono.
  • Dunque, se io, Signore e Maestro, vi ho lavato i piedi, anche voi dovete lavarvi i piedi gli uni gli altri.
  • Io vi ho dato un esempio perché facciate come io ho fatto a voi.
  • Certamente un servo non è più importante del suo padrone e un ambasciatore non è più grande di chi lo ha mandato.
  • Ora sapete queste cose; ma sarete beati quando le metterete in pratica.

Fatica? Certamente. Ma le schiene a disposizione di Gesù, il risorto, il vivente, si sentono sostenute dalla Sua confortante promessa: “lo sono con voi tutti i giorni” (Mt 28,20).

26. ADESSO è centro di comunicazione responsabile, di irradiazione del messaggio evangelico. Non dice di saper cambiare le pietre in pane ma crede che nulla è impossibile a Dio, dal momento che abbiamo ereditato il suo Spirito: “non ci ha dato uno spirito che ci rende paurosi; ma uno spirito che ci dà forza, amore e saggezza. 8Dunque non aver vergogna quando parli del nostro Signore e dichiari di credere in lui, e non vergognarti di me [Paolo] che sono in prigione per lui. Piuttosto anche tu, aiutato dalla forza di Dio, soffri insieme con me per il Vangelo” (2 Tm 1,7-8) .

27. ADESSO è la capacità di sognare il giorno benedetto in cui i GLOBULI ROSSI, nei loro vestiti di lavoro si daranno appuntamento a san Pietro, la piazza del Mondo, sulla tomba dell’Apostolo che, alle domande di Gesù ha risposto anche per noi:

Forse volete andarvene anche voi?” “- Signore, da chi andremo? Tu solo hai parole che danno la vita eterna. 69E ora noi crediamo e sappiamo che tu sei quello che Dio ha mandato.” (Gv 6, 68) – Simone, figlio di Giovanni, mi ami più di questi altri?… Rispose: – Signore, tu sai tutto. Tu sai che io ti amo” (Giov 21,15-17).

++ PAPA: LOMBARDI, ABBRACCIO BELLISSIMO CON PAPA EMERITO ++28. ADESSO è amplificazione della voce del Papa per i suoi “Non abbiate paura: aprite, anzi, spalancate le porte a Cristo!”. I GLOBULI ROSSI sono donne e uomini, laici, sacerdoti e consacrati che amano il Papa perché riconoscono la sua voce. Essi lo identificano con il Pastore Buono che ama le pecore del suo gregge. Come servitori del Re dei RE, ascoltano il successore di Pietro che rinnova l’invito di uscire per la missione:

andate ora ai crocicchi delle strade e tutti quelli che troverete, chiamateli alle nozze.

Usciti nelle strade, quei servi raccolsero quanti ne trovarono, buoni e cattivi, e la sala si riempì di commensali “.

I chiamati all’ hospitalitas, nell’accoglienza verso chi arriva, assumono lo stile di Dio che non dividere le persone né le soppesa e classifica. Il Padrone dell’Universo non si scoraggia davanti ai rifiuti così ingenuamente motivati da chi ha sempre impegni importanti da assolvere: 

nella parabola Egli invita persone sconosciute. Noi tendiamo a identificarle con quelle che chiamiamo barboni e rom, prostitute, alcolisti e tutta la categoria degli emarginati. Solo che l’elenco è riduttivo.

Sconosciuti. A noi. Ma chi è sconosciuto davanti a Dio?

L’ordine è preciso:” tutti quelli che troverete”. Anche i “benpensanti”.

Gesù ribalta le posizioni sociali e i ruoli: nel Regno non conta chi è riuscito, colui che si considera persona per bene ma chi ha accettato di partecipare al banchetto.

Dunque, si può essere partecipi anche da un letto d’ospedale.

Per una festa? Sì, per un banchetto. Purché non si porti la scusante dell’inappetenza o di essere a dieta.

A tutti il Signore chiede di non sederci sulla nostra fede, di non stare sulle proprie posizioni, di non invocare il privilegio della “esenzione” per egoistiche patologie dello spirito ma di avere sempre un cuore da mendicanti, pieno di stupore.

Solo uno dei “trovati” viene espulso: “Il re entrò per vedere i commensali e, scorto un tale che non indossava l’abito nuziale, gli disse: Amico, come hai potuto entrare qui senz’abito nuzialeEd egli ammutolì”. Le chiamate alle nozze del Figlio si susseguono. L’unica cosa che Dio non sopporta è l’ipocrisia, la falsità, il partecipare indossando un vestito che non ci appartiene: il cuore di pietra al posto della veste battesimale.  

Ora, se amare il Papa è oscurantismo fanatico, qualcuno dovrebbe spiegare a che titolo si dovrebbe credere alle sirene, ai saggi imbonitori televisivi, ad esperti, elzeviristi, filosofi che sbucano da ogni angolo, a psicologi ed opinionisti, a maghi e cartomanti, ai pieni di sé, ai presuntuosi e giocolieri, ai menestrelli…ai…ai…ai… che non finiscono mai? 

29. ADESSO è momento Eucaristico: apertura del cuore, fusione in Dio, vita eterna senza interruzioni: noi in Lui-Chiesa-Corsìa-Strada. Il Movimento GLOBULI ROSSI ho si fonda sul Mistero Eucaristico o non è.

Il 14 dicembre 2004 a San Pietro, migliaia di universitari e professori delle Università romane, delegazioni universitarie di altre città europee ed autorità civili e religiose hanno partecipato alla Santa Messa annuale per gli universitari, presieduta dal Santo Padre, che ha detto: “Grazie perché come ‘sentinelle del mattino’ volete vegliare – oggi, in queste settimane, e nella vita intera – per essere pronti ad accogliere il Signore che viene”.

Ed ancora: “scoprite la verità dell’uomo nel mistero eucaristico”

“Cari universitari” – ha continuato il Pontefice – “siamo nell’Anno dell’Eucaristia e, in preparazione alla Giornata Mondiale della Gioventù, voi state riflettendo sul tema: ‘Eucaristia e verità dell’uomo’. È un tema esigente. Infatti davanti al Mistero eucaristico siamo spinti a verificare la verità della nostra fede, della nostra speranza e della nostra carità. Non si può restare indifferenti quando Cristo dice: ‘Io sono il pane vivo, disceso dal cielo’. Nella coscienza emerge subito la domanda che Egli pone: ‘Credi che sono Io? Credi davvero?’. Alla luce delle sue parole: ‘Se qualcuno mangia di questo pane, vivrà in eterno’, non possiamo non interrogarci sul senso e il valore del nostro quotidiano”.
Sottolineando che l’amore più grande è stato l’amore di Cristo che si è “immolato per la vita del mondo”, il Santo Padre ha detto: “Viene allora spontanea la domanda: ‘E la mia carne – cioè la mia umanità, la mia esistenza – è per qualcuno? È colma dell’amore di Dio e della carità per il prossimo? O resta invece imprigionata nel cerchio opprimente dell’egoismo?”.
“Non si giunge alla verità dell’uomo solo con i mezzi che offre la scienza” – ha affermato il Santo Padre – “Voi sapete bene che è possibile scoprire fino in fondo la verità dell’uomo, la verità di noi stessi, soltanto grazie allo sguardo pieno di amore di Cristo. E Lui, il Signore, ci viene incontro nel Mistero dell’Eucaristia. Non cessate mai, pertanto, di cercarLo e scoprirete nei suoi occhi un attraente riflesso della bontà e della bellezza che Egli stesso ha effuso nei vostri cuori con il dono del suo Spirito”. 

30. ADESSO è l‘ “Ite, Missa est”, ossia la Messa-in-azione, l’ invito a gettare ponti tra l’altare e la strada, la corsia d’ospedale, la psicopatologia randagia, il marciapiede, il carcere, la droga, la tratta delle schiave da prostituzione, la mercificazione adolescenziale, la fame, l’immigrazione desolata… : “Fate questo in memoria di me”. Non è ricordo pietoso ma Passione ardente che vivamente si rinnova ad ogni richiesta: “Manda il tuo Spirito perché pane e vino diventino corpo e sangue… per la vita del mondo”.

31. ADESSO è un pensiero della giovinezza che si attua man mano che la fede si fa matura. L’antica profezia di Gioiele trova riscontro anche oggi. In ogni ADESSO c’è la voce della promessa divina: “manderò il mio spirito su tutti gli uomini:i vostri figli e le vostre figlie saranno profeti, gli anziani avranno sogni e i giovani avranno visioni.2In quei giorni manderò il mio spirito anche sugli schiavi e sulle schiave.(Gio. 3, 1-2)

E’ scritto che persino gli anziani, così poco suggestionabili, potranno sognare e perfino i giovani, sognatori per natura, avranno visioni realistiche, capacità di pensare in grande. San Giovanni di Dio è un classico: educato alla fede dalla fanciullezza, solo a quarantacinque anni smette di fare l’avventuriero. Da ora, sogno e visione camminano insieme. Così può rinunciare a tutto ma non al bene del suo prossimo. E ripetere anche alla nostra generazione che:

il cristiano, in nome dell’ unum necessarium, della sola cosa che conta, non può rintanarsi in un misticismo personale, isolato.

La tentazione dell’inerzia è il rifiuto dell’Incarnazione.

  • Il cristiano non ferma l’attimo per goderlo ma per contemplarlo e donarlo.
  • Dio mi fa posto in quello che è Suo, perché non mi rinchiuda, né escluda nessuno.
  • Il cristiano che opera in sanità e nel sociale è un testimone. Con un suo proprio stile di modi e di linguaggio, egli e in missione battesimale;
  • A sostenerlo è il carattere, ossia il temperamento impressogli dallo Spirito con il sacramento della Cresima.
  • Lì è la sua terra di missione, il “vai nel luogo che ti indicherò” (Gen 12,1).

31. ADESSO è un gradino dopo l’altro. La mia ascensione al cielo avviene attraverso la scala che Dio ha disposto nel cuore umano: ogni passo nuovo, ogni gradino che salgo,mi avvicina alla vetta. Salire è uno sforzo ma se il gradino è roccioso, mi regge, mi porta.

33. ADESSO è stazione di rifornimento dove i GLOBULI ROSSI sostano per fare “il pieno”, la forza di Dio, che è lo Spirito, e dal quale deriva la capacità di creare situazioni esplosive nella storia e una nuova architettura del mondo e dei rapporti umani. Se ogni GLOBULO ROSSO incomincia da se stesso ad azionare la leva del mutamento di mentalità, non saranno i potenti per denaro o per intelligenza a fare la storia, ma gli affamati e gli umili di cui parla Maria:

  • Coloro che si fidano della forza sono senza troni. 

  • Coloro che non contano nulla hanno il nido nella sua mano”.

E se il mio nido è la mano di Dio, di chi avrò paura?

34. ADESSO è riconoscere gli ostacoli per non ignorarli e nemmeno aggirarli ma per attraversarli e contestarli. A cominciare dalla malattia. I GLOBULI ROSSI non si muovono sulla logica del calcolo di probabilità né si fondano sull’analisi della storia. Non sono degli illusi, anch’essi vedono che la terra non è un giardino di bellezza né un mondo di bontà. Perciò, dal momento che la fame uccide, i cimiteri spopolano, quando è sensazione diffusa che l’impresa di Dio con le sue promesse sia fallita,

non dicono a cuor leggero le parole della speranza, non distribuiscono “pacche sulle spalle”, né gratuiti inviti alla pazienza.Se non trovano parole confortanti, preferiscono condividere in silenzio.

35. ADESSO è capacità di stupore e di futuro. Per i GLOBULI ROSSI che hanno negl’orecchi lo stupore di Maria, il futuro è già presente prima ancora che accada.

36. ADESSO è uno spazio carismatico. L’aiuto ai bisognosi si espleta anche con preghiere di guarigione e preghiere di liberazione. I GLOBULI ROSSI che percorrono il cammino nel Rinnovamento nello Spirito, si ispirano al movimento carismatico e si adeguano alle indicazioni della Chiesa che così concepisce il “Il «carisma di guarigione» nel contesto attuale”:

1.“Lungo i secoli della storia della Chiesa non sono mancati santi taumaturghi che hanno operato guarigioni miracolose. Il fenomeno, pertanto, non era limitato al tempo apostolico; tuttavia, il cosiddetto «carisma di guarigione» sul quale è opportuno attualmente fornire alcuni chiarimenti dottrinali non rientra fra quei fenomeni taumaturgici.

2. La questione si pone piuttosto in riferimento ad apposite riunioni di preghiera organizzate al fine di ottenere guarigioni prodigiose tra i malati partecipanti, oppure preghiere di guarigione al termine della comunione eucaristica con il medesimo scopo.

3.…Per quanto riguarda le riunioni di preghiera con lo scopo di ottenere guarigioni, scopo, se non prevalente, almeno certamente influente nella loro programmazione, è opportuno distinguere tra quelle che possono far pensare a un «carisma di guarigione», vero o apparente che sia, e le altre senza connessione con tale carisma.

4. Perché possano riguardare un eventuale carisma occorre che vi emerga come determinante per l’efficacia della preghiera l’intervento di una o di alcune persone singole o di una categoria qualificata, ad esempio, i dirigenti del gruppo che promuove la riunione.

5. Se non c’è connessione col «carisma di guarigione», ovviamente le celebrazioni previste nei libri liturgici, se si realizzano nel rispetto delle norme liturgiche, sono lecite, e spesso opportune, come è il caso della Messa pro infirmis. Se non rispettano la normativa liturgica, la legittimità viene a mancare.” (n.5 Congr.Dottrina della Fede).

L’ ”Istruzione circa le preghiere per ottenere da Dio la guarigione”, riportata in allegato, è una preziosa fonte di riferimenti biblici alla quale possono attingere i chiamati all’hospitalitas.

37. ADESSO è un atto di fede: “Ma il terzo giorno egli risusciterà”. (Mt 20,19) Nel groviglio del vivere, i GLOBULI ROSSI con Maria e sull’esempio di san Giovanni di Dio, si fanno coraggiosi e liberi, decisi a sfidare la notte per contendere il mondo alle sue forze tenebrose.

Il punto di leva sono le promesse di Dio che ha mandato Gesù a condividere ogni dolore.

Il sole non è ancora spuntato ma ogni ADESSO è un segnale premonitore dell’alba. Perché “Il futuro entra in noi molto prima che accada” (R.M. Rilche).

Quando Maria usa i verbi al passato, è perché dà per scontato e sicuro l’esito dell’azione di Dio.

Il cuore di san Giovanni di Dio aveva occhi che già vedevano il futuro. Con i suoi ripetuti ADESSO, la sua profezia ha bruciato i tempi, superato gli ostacoli ed è giunta a noi. La staffetta continua.

Visto con i suoi occhi di fede, l’innesto dei GLOBULI ROSSI sull’ulivo plurisecolare dell’ Impresario di Granada è già realtà, ancor prima che accada: “Ha fatto dei miei giorni un tempo di stupore, della mia vita un luogo di prodigi”.

38. ADESSO è una fede motivata: Così scrive sant’Agostino: “ Colui che in un libro guarda dei caratteri, ma non sa ciò che questi caratteri vogliono dire, ciò a cui essi rimandano, loda con gli occhi, ma non comprende con lo spirito. Un altro, al contrario, loda l’opera d’arte e ne comprende il senso, colui cioè che non è soltanto in grado di vedere, così come ognuno ne è capace, ma che sa anche leggere. E ciò lo può soltanto colui che lo ha appreso”(Discorsi 98,3).

Don Giussani nel suo metodo educativo indica due cardini e un rischio che sono una preziosa indicazione anche per il Movimento dei GLOBULI ROSSI:

  • Primo cardine: i contenuti della fede hanno bisogno di essere abbracciati ragionevolmente, debbono cioè essere esposti nella loro capacità di miglioramento, illuminazione ed esaltazione degli autentici valori umani.

  • Secondo cardine: si può esprimere dicendo che quella presentazione deve essere verificata nell’azione, cioè l’evidenza razionale può illuminarsi fino alla convinzione solo nell’esperienza di un bisogno umano affrontato dall’interno di una partecipazione al fatto cristiano: e tale partecipazione è un coinvolgimento nella realtà cristiana come fatto essenzialmente sociale o comunionale.

La prova del rischio

In tale metodo ovviamente si gioca un rischio nell’insistere sulla razionalità del progetto di fede: non può pretendere di essere una dimostrazione matematica o comunque apodittica.

E si entra in rischio quando si dice che è dall’esperienza che una convinzione può scaturire: non si tratta infatti di un feeling da evocare, di un’emozione pietistica da suscitare; si è quindi alla mercè delle sabbie mobili di una libertà. Ricordo una significativa affermazione di Hans Urs von Balthasar: “Egli comprende che, per comprendere, deve realizzare la verità in maniera vitale. In questo modo egli diventerà “discepolo” Egli si impegna, si affida al “cammino” “ (Giussani, idem)

39. ADESSO è coscienza di una Presenza costante. Vedere la realtà percependo la presenza di un altro. Coscienza di una presenza dentro l’orbita di qualsiasi esperienza che faccio. Ciò mi è possibile nonostante una vita di sbandi, di errori, di incoerenze. E’ la ragione che vede oltre, oltre la ragione. La percezione che esiste una presenza di Senso ma che, nella sua misteriosità, è inesprimibile. Una via preclusa se il Senso stesso non fosse venuto tra noi a dire: “Io sono la via, la resurrezione, la vita” (Gv 14.6). Perché il Senso è proprio questo: che “Il Verbo si è fatto carne” (Gv 1,14). Dunque, le aspirazioni del cuore sono appagate.

  • Heinrich Schlier: “ Il senso ultimo e peculiare di un evento, e quindi l’evento stesso nella sua verità, si apre [cioè si comunica] solo e sempre a una esperienza che s’abbandoni ad esso e in questo abbandono cerchi di interpretarlo”.

  • Don Giussani: “A una esperienza”: un evento si palesa a chi partecipa all’esperienza di esso; si palesa solo a un’esperienza che è vera,

  • [si palesa] se è adeguata all’evento in questione.

  • L’evento in questione è che Dio si è fatto carne, uomo, ed è presente: “Sarò con voi tutti i giorni”.

  • E’ presente, è presente tutti i giorni! Egli disse che sarebbe stato presente ogni giorno nella comunità dei credenti, che li raccoglie e che li fa essere il Suo Corpo misterioso “.(Il rischio educativo, p.35).

La Compagnia dei GLOBULI ROSSI di san Giovanni di Dio è tale, a condizione che 

  • si abbandoni a questa Presenza,

  • viva all’interno di questa Presenza,

  • sotto l’influsso di questa Presenza,

  • illuminata da questa Presenza,

  • sostenuta da questa Presenza.

Diversamente, si trasforma in un Movimento di cellule impazzite, tossine prevedibilmente pericolose, se non mortali.

40. ADESSO è evento cristiano partecipato. Ad esso va sottoposta la vita, la vita intera nell’istante, l’intera storia del vissuto. L’ Evento non va gelosamente custodito ma generosamente partecipato: “La fede è la risposta finale a ciò che l’uomo vive come esigenza suprema per cui è fatto, a cui la ragione non può e non sa trovare risposta; tuttavia, se seguita, la ragione porta a quel punto in cui uno dice: “Ma qui rimanda ad altro. Dunque è segno. Tutto è segno di qualcosa d’altro!” (idem Giussani).

41. ADESSO è un abbraccio universale. Il mettersi insieme dei GLOBULI ROSSI, il fare famiglia, è un abbraccio destinato a dilatarsi fino a raggiungere la circonferenza del mondo, nella misura in cui ogni cosa, evento, situazione sanno cogliere il bene che vi è racchiuso, contenuto. E lo esaltano, lo sentono fraterno, compagno di viaggio. Abbraccio che si dilata perché essi, per loro natura (il DNA di san Giovanni di Dio) soffrono per il mondo, penano per il mondo, partecipano alla pena del Crocifisso per il mondo (“Padre, non sanno quello che fanno”) e sentono la Risurrezione, il suo palpito per il bene, il buono che c’è in ognuno, ovunque.

42. ADESSO è attimo di pace ecumenica che si ripete all’infinito perché origina nella Magnanimità divina che ci fa partecipi, magnanimi, dal cuore grande. Il gemellaggio Betlemme-Granada, culla del nostro sentire ecumenico:

  • con gesti di pace: hospitalitas = Cristo presente, sperimentato tra noi;

  • la fede: “Promessa dell’Eterno: la pace dove conviviamo” (Giussani);

  • ciò che è vero, rimane per sempre: Veritas Domini manet in aeternum” (1Pietro 1,25) 

43.ADESSO è far parlare un profeta, san Giovanni di Dio, quel suo vedere non ciò che accadrà dopo di lui, ma quel suo vedere oltre, in un’altra profondità.

  • Da una parte L’Europa del suo tempo si assomiglia tutta: più che lasciar parlare il sogno d’Isaia, sogno di lance che diventeranno falci, fa cantare le armi. Sogni di conquiste, di nuove terre, di ignote rotte marine…

  • Dall’altra, il Figlio dell’Uomo che lo aspetta al varco a Granada.

 In un attimo, come un ladro,

  • gli ruba tutto ciò che non è essenziale,

  • lo spoglia,

  • lo lascia povero perché non metta più il cuore nelle cose, nei mestieri che s’inventa di volta in volta, nel denaro.

  • Povero e nudo, per restituirlo alla verità e semplicità delle relazioni.

  • Gli fa capire che di niente ha bisogno se non di essere se stesso, non di due tuniche, non di borsa o calzari,

  • ma di una vocazione e di un Amico su cui appoggiare il cuore.

  • E lo spinge a calarsi nell’umano, a guardarsi in giro.

E cosa vede? Matti intorno a lui, relegato all’Ospedale Regio come pazzo, e più pazzi coloro che li assistono.

  • Lì si rende conto di possedere un tesoro: il desiderio di Dio.La con-versione è un’esperienza di violazione: “Mi hai sedotto, Signore, mi hai fatto forza e hai prevalso, e io sentivo un fuoco chiuso in me” (Ger 20,7).

  • La passione per Dio si tramuta in compassione per l’uomo straziato.

  • Ogni suo ADESSO è un nulla fragile e glorioso, perché ha subito un trapianto di cuore: si muove, agisce con il Cuore di Dio.

  • Mentre sazia la fame di pane, trasmette fame di Cielo.

Se ascolto il profeta, mi faccio profezia per il mio tempo. Solo che “Dio vuole che il suo dono diventi nostra conquista” (S.Agostino).  a vedere parole incarnate,

44. ADESSO è un tornare nel deserto della desolazione di Granada. Non a sentire Giovanni di Dio, ma

  • a vedere parole incarnate,

  • A scrutare l’uomo che si muove con determinazione ma che conosce il dubbio, la fede inquieta,

  • che non smette di interrogarsi

  • che patisce delusioni,

  • ma non si arrende e genera cercatori di verità.

Al giovane Angulo che vorrebbe seguirlo, così scrive: “Mi sembra che andiate come una barca senza remo, infatti molte volte mi sorge il dubbio d’essere un uomo senza remo, perché siamo in due a non saper che fare, né voi né io. Ma Dio è quello che sa e rimedia, e Lui dia consiglio a tutti noi” (Lett. A Louis Bautista).

45. ADESSO è l’andare oltre le apparenze: Giovanni di Dio ha una povera apparenza. Aspetto, abbigliamento, immagine, figura, forma…lasciano a desiderare. Ma è affascinante. 

Scrive il Cruset:

 

  • Quest’uomo è, con piena evidenza, un uomo di Dio. E a Granada si diffonde il commento e l’accurata rievocazione di tutti gli avvenimenti della vita di Giovanni di Dio, di tutti i casi che la gente ricorda e conosce, che garantiscono la sua condotta, chiaramente connessa con il prodigioso.

  • E da questa rievocazione, che alimenta la fama di santità, sorge anche tutta una leggenda, perché i fatti si ampliano sulle labbra attonite;

  • leggenda che non è la vita del Santo, ma sì la chiara dimostrazione della sua qualità eccezionale. Perché quest’uomo è, evidentemente, un uomo di Dio.

  • Già lo aveva intravisto Giovanni d’Avila nella crisi esplosa nell’Eremo dei Martiri

  • già l’aveva compreso il prelato di Tuy quando lo aveva chiamato Giovanni di Dio

  • e lo dimostrava l’arcivescovo Guerriero con il suo aiuto senza riserva, nonostante la povera apparenza dell’uomo rasato e senza qualifica alcuna.

  • Dal momento del suo abbandono alla luce del Signore tutto sarà possibile in Giovanni di Dio. Prima no. Era un uomo come tanti, senz’alcun contatto con il soprannaturale.

  • E’ logico pensare che Dio faccia giungere le sue voci agli eletti.

  • Ma gli eletti son quelli che con la loro umana volontà abbandonano le strade del mondo e seguono la sua , con sforzo, con lotta, con il dolore di abbandonare tutto ciò che è placido.

  • Gli eletti non sono comodamente eletti per speciale simpatia, come potrebbe pensarsi se avessimo dato credito alle campane che suonano da sole a Montemaggiore.

  • Adesso, per la gente di Granata, tutto ha un senso, una spiegazione. Si sentono capaci persino di comprendere la crisi di Giovanni di Dio come una pazzia verso il divino.

  • Il corpo va dimagrendo, se ne sta andando, e cede il passo all’anima perché tutti possano contemplare.

Isaia:“Spunterà un nuovo germoglio:nella famiglia di lesse dalle sue radici…Non giudicherà secondo le apparenze, non deciderà per sentito dire. 4Renderà giustizia ai poveri e difenderà i diritti degli oppressi “ (11,1-3).

Goffi, sgraziati, taglie forti, carcasse ambulati, impacciati, rozzi…non devono temere. La razza è protetta!

45. ADESSO è un perenne rinnovarsi del Natale, un sogno gioioso pieno d’incoscienza di chi sa sperare e cantare al futuro, nonostante il mucchio di rovine, il mare di paure, il mondo di violenti che circonda ilvivere. I GLOBULI ROSSI sono angeli di Natale che si recano dai poveri di Dio con la scritta sulla maglietta: “Gloria e Pace”:

  • “vi annuncio una grande gioia”:

  • Oggi è nato per voi un Salvatore”

La missione di Giovanni di Dio è salvare. Chi? Il bambino, il neonato che è in ogni uomo, bisognoso di affidarsi a delle mani materne, che può vivere solo se amato. Degli amori, delle lacrime, delle speranze, nulla deve andare perduto, dal momento che Dio ora è dentro la carene e piange con chi piange, soffre con chi soffre….

 

Dal momento che il Verbo s’è fatto carne, i GLOBULI ROSSI di San Giovanni di Dio sono i collaboratori del processo inverso:

  • fare della carne un Evento:

  • la carne che diventa Verbo.

  • Qui c’è l’intenso abbraccio di Creatore e creatura, l’estasi della storia, il capovolgimento delle illusioni.

47. ADESSO è aiutare Dio a vivere, a essere vivo in questo mondo. Il Verbo incarnato mi dice che non intende fare da solo, ha bisogno delle mie mani per incarnarsi nelle case, nelle strade, nelle isole del dolore. Non basta la vita. Essa deve altresì risplendere. Anche il diamante se non è levigato, se non è aiutato, è solo una pietra, non un gioiello.

Giovanni di Dio, imitazione di Cristo,

  • si fa spalle per le pecore smarrite,

  • mani che lavano i piedi,

  • carne inchiodata dove spasima il dolore,

  • silenzio per ascoltare (preghiera e digiuno, morire a se stesso),

  • mattino di Pasqua che riaccende le speranze (Maria di Magdala, i due di Emmaus…)

  • nomi di sofferenti pronunciati con un amore che fa vibrare l’anima.

48. ADESSO è voce della Provvidenza. Quando si dice che “Dio è là dove la ragione si scandalizza, dove la natura si ribella, dove io non vorrei mai essere”(E. Ronchi), si afferma la pura verità. Il mio ADESSO è di stare in prima linea, a perdere la faccia per il Verbo che si è fatto carne.

Come?

Per Giovanni di Dio, sempre esposto, premuto dall’urgenza e mai solo, il Natale di ogni giorno è questo:

  • ” …Dovete sapere, fratello mio molto amato e molto diletto in Cristo Gesù, che son tanti i poveri che qui giungono, che io stesso molte volte ne resto spaventato, come si possano alimentare;

  •  ma Gesù Cristo provvede tutto e dà loro da mangiare, perché solo per la legna ci vogliono sette od otto reali ogni giorno; perché essendo la città grande e molto fredda, specialmente adesso d’inverno, son molti i poveri che giungono a questa casa di Dio;

  • perché fra tutti, infermi e sani e gente di servizio e pellegrini, ce ne sono più di centodieci;

  • perché essendo questa casa generale, vi ricevono generalmente gente d’ogni tipo e con ogni infermità;

  • sicché ci son qui rattrappiti, mutilati, lebbrosi, muti, pazzi, paralitici, tignosi e altri molto vecchi e molti bambini; e senza contar questi, molti altri pellegrini e viandanti che qui giungono, e dàn loro fuoco e acqua e sale e recipienti per cucinare e mangiare;

  • e per tutto questo non c’è rendita;

  • ma Gesù Cristo provvede tutto perché non c’è nessun giorno in cui non occorrano per le provviste della casa quattro ducati e mezzo, e a volte cinque: ciò per il pane e carne e galline e legna, senza contar le medicine e i vestiti, che è un’altra spesa a parte;

  • e il giorno in cui non si trova tanta elemosina che basti a provvedere quel che ho detto, prendono a prestito e altre volte digiunano.

  • E in questo modo sono qui indebitato e prigioniero solo per Gesù Cristo, e debbo più di duecento ducati per camicie, zimarre e scarpe e lenzuola e coperte e per molte altre cose che occorrono in questa casa di Dio, e anche per l’allevamento dei bambini che abbandonano a noi.

  • Sicché, fratello mio, mi vedo così indebitato che molte volte non esco di casa a motivo dei debiti, e vedendo patire tanti poveri miei fratelli, e prossimi in tanta indigenza così di corpo come di anima, non potendoli soccorrere rimango molto afflitto;

  • comunque confido solo in Gesù Cristo che mi libera dai debiti, perché Lui conosce il mio cuore.

  • Sicché dico maledetto l’uomo che confida negli uomini e non solamente in Gesù Cristo: dagli uomini devi essere separato, lo voglia a no; ma Gesù Cristo è fedele e costante;

  • e poiché Gesù Cristo prevede tutto, a Lui siano rese grazie per sempre. Amen….”

Così ragiona il re accattone degli straccioni di Granada che ha fatto scuola nei secoli fino ai nostri giorni, erede la beata Madre Teresa di Calcutta.

49. ADESSO è uno sguardo di benevolenza verso il mondo.Occhi e cuore dilatati sull’oggetto della predilezione divina per cogliere la vita come servizio per amore: “E Dio vide che era cosa buona…E fu sera e poi mattina…”. Mondo fatto di cose ma, soprattutto di persone: “Faciamo l’uomo a nostra immagine e somiglianza…”

Del creato un sapiente rispetto. Sul mondo degli uomin un ADESSO di benevolenza, di comprensione, mai di condanna se non per il male in sè che egli sa compiere.

50. ADESSO è il “come” dei GLOBULI ROSSI. Il “come” è avverbio che non sta in piedi da solo. Rimanda oltre, domanda un altro:

  • Siate perfetti come il Padre mio,

  • Amatevi come io vi ho amato,

  • Siate misericordiosi come il Padre,

  • La Tua volontà in terra come in cielo,

  • E’ il continuo misurarsi con Dio e con il Vangelo per servire amorevolmente là dove la vita langue e minaccia di spegnersi.

51. ADESSO è commozione: il primo modo di muoversi è quello di commuoversi, cioè muoversi insieme alla Presenza che si è rivelata, alla Parola di Dio. Dio è la nostra defintività nel senso pieno della parola, non soltanto finalistico, ma proprio come definizione di noi. Si legge nel Genesi: “E Dio disse: facciamo l’uomo a nostra immagine, a nostra somiglianza”(Gen 1,26) (Giussani)

52. ADESSO è anche il mio tendere la mano quando mi comunico. Mi accosto alla mensa del Re. Egli mi invita ad essere un bambino che allunga la mano per una sorpresa. Io lo so che è il gesto di chi è povero e bisognoso di aiuto. Ma Lui non intende umiliarmi e mi allunga la Sua. Non mi toglie dai piedi con due spiccioli. Nel dono che porge c’è il diritto di sedermi con Lui sul trono regale. Se fosse per Lui potrei dimorare per sempre nella Sua casa. Io so soltanto una cosa: che quando mi chiede di stare, io scoppio in lacrime di gioia. E piango in latino e poi in italiano: “«vivo ego, iam non ego, vivit vero in me Christus – Non sono più io che vivo: è Cristo che vive in me. La vita che ora vivo in questo mondo la vivo per la fede nel Figlio di Dio che mi ha amato e volle morire per me.» (Gal 2,20).

Se mi rattrista la collezione di tanti ADESSO mancati, mi consola il rinnovarsi degli inviti senza rancori.  

53. ADESSO è tensione nel mio definirmi in Dio, nel suo mistero:

6

Cercate il Signore,
ora che si fa trovare.
Chiamatelo,
adesso che è vicino.
7

Chi è senza fede e senza legge
cambi mentalità;
chi è perverso
rinunzi alla sua malvagità!
Tornate tutti al Signore,
ed egli avrà pietà di voi!
Tornate al nostro Dio
che perdona con larghezza!
8

Dice il Signore:
“I miei pensieri non sono come i vostri
e le mie azioni sono diverse dalle vostre.
9

I miei pensieri e i vostri,
il mio modo di agire e il vostro
sono distanti tra loro
come il cielo è lontano dalla terra
 (Isaia 55, 6-9)

 

Ne consegue che

  • Il riconoscimento del mistero è radice di tensione morale: sono in una posizione sempre volta a qualcosa d’altro, disponibile a correggerla man mano che penetro in una realtà più grande di me, quanto “il cielo e lontano dalla terra”.

  • Mi pongo di fronte al mistero come un povero: in nulla la mia sicurezza se non nel mistero.

Beato l’ADESSO in cui riuscirò ad affermare che divento vero per la pietà e misericordia di un altro, che “La mia salvezza è Cristo”:

  • per me il vivere è Cristo” (Fil 1,21),

  •  “non sono più io che vivo, è Cristo che vive in me” (Gal 2,20).

E’ struggente la tensione missionaria dell’Apostolo verso i Galati: “Quando non conoscevate Dio eravate schiavi di dèi che in realtà sono soltanto degli idoli. 9Ma ora avete conosciuto Dio; anzi è Dio che vi conosce. Perché dunque volete ritornare a sottomettervi a forze che non possono salvarvi? Volete essere di nuovo i loro schiavi? (Gal 4,19).

 

54. ADESSO è un movimento che consiste nel cercare e contribuire a creare condizioni di vita che facilitino di questa comprensione: “La mia salvezza è Cristo”. La non razionalità naturalistica di tale espressione, evidenzia che c’è un oltre: la natura può partecipare alla coscienza di Dio. Non solo è ragionevole quindi, ma è somma ragione.

Un carisma è un dono di Dio, un dono fatto ad un uomo. La manifestazione è nel suo modo di pensare, parlare, agire. Nikolaus Lobkowicz, già preside dell’Università Cattolica di Eichstätt, nella prefazione in “Rischio Educativo”, riferendosi al carisma di Don Giussani, ci rivela anche il criterio di lettura del carisma di san Giovanni di Dio. Così scrive in proposito:

Noi cristiani tendiamo o a insistere ostinatamente, e perciò senza capacità di dialogo, sulle convinzioni che ci sono state trasmesse, oppure – di solito di nascosto e in qualche modo con la coscienza sporca – a fare l’occhiolino al “mondo”, che sembra offrirci frutti che a noi, in quanto cristiani sono proibiti.

La conseguenza è che percepiamo il nostro essere cristiani come una serie di prescrizioni, e nell’istante decisivo non capiamo perché dovremmo osservarle. “Non puoi…”, “Devi….”, queste sembrano essere le due norme principali alle quali noi cristiani ci atteniamo. Per questo soprattutto i giovani percepiscono troppo facilmente la Chiesa solo come un’istanza di dirette o indirette norme etiche che impedisce loro di fare quello che volentieri farebbero. Forse si può descrivere il fenomeno anche in questo modo: il cristianesimo non pare compiere nessuno dei desideri che realmente ci muovono. Così vi partecipiamo ma senza troppo entusiasmo…

Don Giussani ha opposto a questo atteggiamento una riflessione di tutt’altro genere: come io divento “me stesso”?

Ed ha portato le sue buone ragioni:

  • O facendomi trascinare dalle mode del tempo, e venendo per così dire, pilotato dall’esterno,

  • Oppure affidandomi a un’autorità;

  • Non però consegnandomi ciecamente a essa (come accade per le ideologie, e le sette, che praticano un divieto di pensare),

  • Bensì volendo verificare dove essa mi conduce – forse proprio verso me stesso -.

Verificare” non significa quindi un semplice “provare”; questo implicherebbe un impegno per nulla serio con l’autorità. Piuttosto significa paragonare ciò che essa propone, o – meglio – desidera, con la mia esperienza, con la concezione di me stesso e della realtà che mi circonda di cui dispongo, secondo la percezione che ne avevo prima dell’incontro con l’autorità e quella che ne ho ora.

In poche parole si tratta di seguire un’autorità domandandosi continuamente: mi sta conducendo verso il mio vero io, verso la mia intima libertà, una libertà che io sperimento realmente come tale?

In questo modo l’autorità agisce (quasi) come una proposta: “Prova una volta a considerare tutto quanto fa parte della tua esperienza dal punto di vista dell’essere cristiano, della tua possibile fedeltà al Signore”.

L’impegno strumento di verifica:

  • Tutto deve essere consapevolmente impostato come verifica”, come prova del valore della tradizione cristiana.

  • Non esiste niente di più importante oggi, che impegnare noi come parte viva della comunità della Chiesa, ma la comunità grande della Chiesa sarebbe una cosa lontana e astratta, se non emergesse là ove siamo.

  • Perciò non esiste nulla di più importante del contribuire a rendere presente o a far vivere la comunità della Chiesa nel nostro ambiente, attraverso la “crisi” del nostro impegno.

  • Chi non passa attraverso questo impegno o rimarrà cristiano senza dir nulla di nuovo, oppure se ne andrà via.

  • L’unico modo per non vivere “alienati” in questa società, così terribile nei suoi strumenti di invadenza, è avere il senso della storia, vivere genuinamente la propria “crisi”, impegnandosi adeguatamente con la tradizione in cui si è nati, con la proposta cristiana,

  • ed è magnifico che questa proposta, unica fra tutte le altre, abbia un carattere così concreto, così esistenziale: sia una comunità nel mondo, un mondo nel mondo, una realtà diversa dentro la realtà, e non diversa per interessi diversi, bensì per il modo diverso di realizzare i comuni interessi”.

Conclusione: “LUI è il cammino che educatore ed educando sono chiamati a percorrere insieme, ed è nel percorso comune, definito dalla meta decisiva del destino, che si impara come è fatta la strada” (Giussani p.49)

55. ADESSO è un amèn, ossia l’indicazione di punti fissi, un aiuto prezioso che utilizzava il popolo Ebraico per attraversare il deserto. Nella misura in cui della Parola di Dio è la bussola del mondo, si tratta di piantare dei paletti segnaletici che danno sicurezza al viandante: “Luce ai miei passi è la tua Parola”. 

56. ADESSO è l’antica canzone d’amore: “FateBeneFratelli”.

FaccioBeneAttenzione” è un ritornello aggiuntivo che si addice ad ogni annunciatore perché il messaggio sia credibile.

  • C’è una stretta coincidenza tra il messaggio che viene dal deserto per bocca di Giovanni il Battista e Giovanni di Dio: il primo grida alle folle: “Fate opere di conversione”, ossia “Dimostrate con i fatti che avete cambiato vita e non mettetevi a dire: “Noi siamo discendenti di Abramo”. (Luca 3,8).

  • L’appello del questuante di Granata è analogo: “Fate bene a voi stessi, fratelli, per amore di Dio”. La penitenza, il cambiamento di mentalità (metànoite), sono la carità.

 Per religiosi e laici sarebbe sconveniente gloriarsi per il casato, la nobile discendenza, il ramo di appartenenza, se non vi fosse anche l’imitazione del Servo geniale Giovanni di Dio.

57. ADESSO è un camminare insieme, un peregrinare operoso e orante verso la città di Dio, la celeste Gerusalemme, che si può ben dire la “nostra terra”, il “nostro paese”. Così si nutre la fede del popolo ebraico in cammino, la Ahavà . rabbà: 

Di un grande amore ci hai amati, Signore, nostro Dio;

 di una grande, infinita pietà ci hai fatto oggetto.

 Nostro Padre, nostro Re, in grazia dei nostri progenitori che hanno avuto fede in te e ai quali hai insegnato le tue leggi di vita, sii propizio anche con noi e istruiscici.

 Padre nostro, Padre misericordioso, clemente, abbi pietà di noi e dà al nostro cuore la facoltà di discernere e di comprendere, di ascoltare, di imparare e di insegnare, di osservare e di praticare con amore tutte le parole che studiamo nella tua Torah.

 Illumina i nostri cuori con la luce della tua Legge, avvinci il nostro cuore ai tuoi comandamenti e disponi il nostro animo all’amore e i al timore del tuo Nome, sì che non abbiamo mai da arrossire.

Noi fidiamo nel tuo Nome santo, grande e venerabile e perciò noi giubileremo e gioiremo per il tuo soccorso.

Riuniscici in pace dai i quattro angoli della terra e riconducici a testa alta nel nostro paese, poiché tu sei Dio, autore di salvezza, e noi hai scelto fra tutti i popoli e tutte le lingue e ci hai avvicinati al tuo Nome grande perché ti lodiamo e proclamiamo la tua unità con ardore.

Benedetto tu, Signore, che nel tuo amore eleggesti il tuo popolo Israele.

La meta e il centro di questo cammino dei popoli è Gerusalemme.

Verso di essa leviamo i nostri occhi, per la sua pace prega il nostro cuore.

Ma non per questo dimenticheremo l’immensa e urgente sofferenza del mondo “.

59. ADESSO è il momento propizio anche per chiedere il dono delle lacrime. Se penso che Dio avrebbe chiesto al Figlio di sacrificarsi anche se io fossi stato il solo peccatore in una terra di giusti, non basterebbero le lacrime di commozione:” vi assicuro che in cielo si fa più festa per un peccatore che si converte che per novantanove giusti che non hanno bisogno di conversione” (Luca 15,7).

60. ADESSO è  presa di coscienza che di fronte alla sfida della  post-modernità, in un mondo segnato dalla secolarizzazione e dall’indifferentismo, non vale né deplorare, né rimpiangere.

Meglio radicarsi in una profonda dimensione di interiorità e di preghiera, facendo della Parola ascoltata e meditata il rifrimento vivo del proprio esistere e  dell’Eucaristia l’ispirazione della propria vita.

La COMPAGNIA è chiamata a offrire prospettive di senso, a indicare che la storia ha un signficato e una direzione a partire dal disegno di Dio che in Gesù è orientata verso un’esplosione di speranza e di amore.

61. ADESSO è il coraggio della speranza che postula il richiamo alle virtù necessarie per questa perseveranza: l’amore alla verità, la sincerità conro ogni maniplazione o strumentalizzazione, l’abbandono fiducioso al Padre, la serenità del “servo inutile”…

Ma senza trascurare le grandi prospettive della vita di fede:

  • l’evangelizzazione,
  • l’apostolato che fiorisce nella compassione,
  • ‘intercessione,
  • l’apertura a quell’orizzonte escatologico sovente dimenticato e dal quale, invece “tutto va capito e giudicato”.

Se ogni storia di santità è un’incarnazione dell’unica Parola, per la COMPAGNIA la vicenda terrena dì Riccardo Pampuri,  nella semplicità della sua esistenza,  diviene icona di quel totale abbandono che è radice di ogni perseverare e resistere. Egli è testimone di un incrollabile “coraggio di sperare” che ci aiuta a partecipare alla lacerante carenza di fede e di speranza in cui  è oggi  immerso il nostro mondo occidentale.

62….

SAMARITANI O ALBERGATORI ? (6) DA GERUSALEMME A GERICO A PIEDI – Angelo Nocent

 

Gerico

L’immagine contribuisce ad ambientare la parabola del Samaritano. Tratto finale del Wadi el-Kelt, che scende dalla Montagna di Beniamino e bagna le Steppe di Gerico. Sulla destra si vede l’acquedotto erodiano e il villaggio di Tulul Abu el-Alayiq. (Foto: Da Studium Biblicum Franciscanum-Jerusalem)

Nocent AngeloDA GERUSALEMME A GERICO A PIEDI   Seguito…

di Angelo Nocent

“Se il dottor Pierluigi Micheli è animato da questa visione – come lo è – , se i suoi gesti sono alimentati da questo fuoco, egli ci porta a riflettere sul gesto del samaritano della parabola (che è il gesto di Cristo).  (Estratto da “ PIERLUIGI MICHELI – Un’esistenza riuscita” di A. Nocent, pag. 16 )

La realtà di quel tempo è molto lontana ed il racconto evangelico è caratterizzato dal deserto, dalla cavalcatura, da un tipo di rapporti tipici di un mondo arcaico, non riscontrabile nella nostra società attuale, complessa e stratificata. Tuttavia, l’intenzione soggiacente è di presentare la prossimità come forma permanente di rapporto personale, che supera e mette in crisi tutte le forme di rapporti legate alla razza, alla condizione sociale, a interessi di vario genere.

Questa messa in questione della società civile e, quindi, anche dell’assistenza sanitaria, della professione medica, vale per tutti i tempi ed è attualissima per l’oggi. Significa che l’immersione nell’umano – e più umano del dolore non c’è – non è più un fare qualcosa per qualcosa ma un fare per qualcuno, sacramento del Dio nascosto: “ l’avete fatto a me ” (Mt 25,40).

L’icona biblica del buon samaritano è l’immagine della carità di Gesù e descrive le leggi della vita e della missione della Chiesa, e di ogni discepolo. Madre Teresa di Calcutta e il Dr. Micheli, alla fine, lavorano per lo stesso Padrone della messe. Lei a Calcutta, lui a Milano, solo perché assegnati su frontiere diverse. Che sollecita entrambi è l’amore di Dio riversato nei loro cuori.

E’ il caso di ricordare che il momento centrale della parabola:

  • “ Invece, un samaritano, che era in viaggio, passandogli accanto lo vide e n’ebbe compassione” (Lc 10,33)

  • Questo punto centrale è ripreso nella conclusione: “Chi di questi tre ti sembra sia stato prossimo di colui che si era imbattuto nei briganti?… Colui che ha avuto misericordia” (Lc 10,36-37).

E’ interessante notare che il maestro della legge non risponde che è stato prossimo colui che ha interrotto il viaggio, che si è fermato, che è sceso da cavallo, che ha medicato il ferito con olio e vino, che l’ha trasportato alla locanda e che ha dato due denari al locandiere. Risponde: “Colui che ha avuto misericordia”. E va notato che il termine “compassione” del v. 33 è stato ripreso qui con il termine “misericordia”.

Teresa di Calcutta e Pierluigi Micheli si sono fermati, come tanti, ogni giorno, ma il loro di più è la misericordia, la compassione, che poi generano il prodigio di risanamenti profondi, radicali, non epidermici, apparenti.

Il gesto della compassione, della misericordia, comprende ogni altro gesto, li comprende tutti ed è di più. Questo di più è la carità: una tensione al di là delle opere che non la esauriscono mai. Se ci trasferiamo nel campo ospedaliero, una cosa è curare (olio, vino, due denari) altro sono le intenzioni del cuore. Si ritorna a “quel non so che…” che fa la differenza tra l’assistenza ordinaria e la medesima, animata dalla carità, tipica dei santi.

Nella parabola c’è un penoso intervallo tra il gesto criminale dei briganti e l’intervento del soccorritore. Facilmente siamo portati a notare l’egoismo del sacerdote e del levita che vedono l’uomo rapinato e passano oltre. La loro indifferenza ci sorprende, ci disturba anche. Ma questo atteggiamento non va sbrigativamente liquidato pensando che si riferisca agli altri, al “clero” del tempo. Purtroppo riguarda ciascuno di noi, sacerdoti e leviti per il battesimo. Quelli della fretta, della paura, dall’alibi sempre pronto siamo noi. Per questo il Micheli ci colpisce. Noi siamo tra quelli che vedono e passano oltre. Non abbiamo tempo di fermarci, non vogliamo nemmeno esaminare la situazione. Il Dr. Micheli non ha fretta, non è superficiale negli incontri con il malato. Chi lo ha frequentato se n’è accorto.

Le strutture socio-sanitarie dello Stato cercano di garantire a tutti l’assistenza, la riabilitazione, la reintegrazione sociale. Ma negli operatori sanitari dietro la fretta del sacerdote e del levita si nasconde una grave realtà: la paura di impegnare la propria persona. Se dobbiamo rinunciare alla pretesa di risolvere tutto, va almeno evitata la delega, ossia sperare sempre che intervenga qualcuno al nostro posto.

I nostri cammini sono contrassegnati dal percorrere le vie del dolore in compagnia di noi stessi e del nostro egoismo; quello del Dr. Micheli è il percorso di un uomo in compagnia di Dio, la fonte della tenerezza, la stessa che ha attratto e riempito il cuore del samaritano. Chi cammina così, sente ardergli il cuore. San Giovanni di Dio, pervaso da tale Fuoco, passa tra l’incendio dell’Ospedale Regio di Granata in fiamme, senza bruciarsi.

Pierluigi Micheli ha idee molto chiare: “ La medicina deve occuparsi dell’uomo nella sua totalità: l’avvenire della medicina è condizionato dal concetto che si ha dell’uomo.Il colloquio del medico ricorda la confessione. Ippocrate insegnava che il medico deve mortificare l’insolente, il prepotente; ristabilire l’ordine, l’insonnia; è ministro di giustizia, deve essere messaggero di speranza, di ottimismo, di certezza nell’avvenire. Sua deve essere una sacralità caritativa e poetica: litteratissimus e humanus (Flavio Biondo). Deve essere come il samaritano che reca l’olio per ottenere attraverso la guarigione del corpo e la salute la ripresa delle ordinarie occupazioni, degli affetti domestici, della socialità (f.108).

Niente male come esegeta della parabola, vero?

A proposito di misericordia, Giovanni Paolo II nella Dives in misericordia dice una cosa importante che fa capire un certo modo di pregare di Pierluigi. Il Papa spiega che non basta incarnare la misericordia nella vita, bisogna anche “imporla di fronte a tutti i fenomeni del male fisico e morale, dinanzi a tutte le minacce che gravano sull’intero orizzonte della vita dell’umanità contemporanea”.

Preghiera d’implorazione e misericordia del cuore (miseris-cor-dare) sono una distinzione puramente teorica di un gesto unico:

“ La preghiera non è legata alla ritualità, ma parla, grida, chiede, supplica, invoca aiuto, ringrazia, cerca, nasce dal quotidiano, dalla vita di tutti i giorni “ (f.73).

Immagino che Pierluigi si sia comportato così soprattutto nei casi-limite nei quali si sperimenta l’impotenza di non poter fare altro. Questo è un vero modo di resistere al male, pur angosciante, straziante, perché strappa da Dio l’indicazione per aiutare veramente colui che ci sembra di poter assistere solamente con il dono di noi stessi.

La geografia del dolore per Micheli si configura principalmente nell’ospedale, nell’ambulatorio. Che, se il perimetro appare limitato, l’estensione tende a dilatarsi in ogni latitudine perché i frequentatori non sono soltanto i residenti, gl’iscritti al servizio sanitario nazionale, ma anche i poveri, gli stranieri, i non assistiti da assicurazioni sociali.

Il suo occhio clinico l’ha portato a scoprire che in ogni malato si riscontra un inconveniente comune: problemi agl’occhi. E’ la riconferma di quanto già osservato da San Giovanni Crisostomo, padre della Chiesa (344-407):

“La malattia, dice, (il Crisostomo) è un evento che modifica il nostro occhio nel vedere la magnificenza del creato e quindi del divino. L’opera del medico è volta a sorreggere l’individuo nella sua unità fisica e spirituale e nella sua eticità. Essere medico vuol dire non vedere la persona che soffre solo nel corpo. Non basta averne il nome, medico bisogna esserlo” (f.6)

Lavorare in ospedale vuol dire partecipare a una “storia sacra”. Lo si può fare responsabilmente o no, ma non cambia. Talmente sacra, che uno dei pensatori cristiani più significativi del nostro tempo – Emmanuel Mounier – trovandosi davanti al letto della sua bambina ridotta irrimediabilmente a un piccolo vegetale, ha scritto una pagina oserei dire “evangelica”. Perché non il sangue o la carne possono avergliela ispirata (Mt 16,17), ma solo lo Spirito di Dio. Egli così scrive alla moglie:

“ Che senso avrebbe tutto questo se la nostra bambina fosse soltanto una carne malata, un po’ di vita dolorante, e non invece una bianca piccola ostia che ci supera tutti, una immensità di mistero e di amore che ci abbaglierebbe se lo vedessimo faccia a faccia…

Se a noi non resta che soffrire (subire, patire, sopportare), forse non ce la faremo a dare quello che ci è stato chiesto. Non dobbiamo pensare al dolore come a qualcosa che ci viene strappato, ma come a qualcosa che noi doniamo, per non demeritare del piccolo Cristo che si trova in mezzo a noi…Non voglio che si perdano questi giorni, dobbiamo accettarli per quello che sono: pieni di una grazia sconosciuta”.

“ (Gli amici dicono): “ è toccata loro una grande disgrazia “‘: invece non si tratta di una disgrazia: siamo stati visitati da qualcuno di molto grande…

Chissà se non ci è domandato di custodire e adorare un’ostia in mezzo a noi, senza dimenticare la presenza divina sotto una povera materia ceca.

Mia povera, piccola François, tu sei per me l’immagine della fede “ ( Diari e lettere).

pierluigi-micheli-medico-di-dio-per-la-citta-delluomoAnche per il Dr. Micheli l’immagine della fede sono i malati. La presenza divina sotto una povera materia, necessita di occhi esperti in eucaristia, di cuore incline all’agàpe, ad amare. L’ospedale, luogo pieno di una grazia sconosciuta, dove si celebra la liturgia dell’amore che si dona. Mistero della fede: morte, risurrezione, nell’attesa…già e non ancora…  “ Quello che può riempire di gioia un uomo ed essergli di conforto e di sostegno è di aver suscitato nel suo cammino, con la sua opera, il suo modo di vivere, le sue parole, un movimento in chi gli sta attorno verso l’alto, il soprasensibile, il metaempirico, verso la speranza, verso la terra promessa…Il popolo eletto, il popolo sacerdotale è al servizio degli altri (f.30)”.  Perché “La carità è un atto di culto” (f.101).

Per il Micheli, dunque, il Vangelo non deve restare prigioniero nello spazio angusto, talvolta asfittico del tempio-chiesa, ma deve essere liberato nello spazio vitale ed assetato del tempio-ospedale, perché invada le corsie, le stanze, le sale operatorie, i laboratori, l’ambulatorio…

Certo, Cristo è profetizzato come “segno di contraddizione”:

Simeone poi li benedisse e parlò a Maria, la madre di Gesù: «Dio ha deciso che questo bambino sarà occasione di rovina o di risurrezione per molti in Israele. Sarà un segno di Dio, ma molti lo rifiuteranno: così egli metterà in chiaro le intenzioni nascoste nel cuore di molti. Quanto a te, Maria, il dolore ti colpirà come colpisce una spada» (Lc 2,34.35).

Tuttavia, l’onda d’urto si scatena dove ci sono conformismi, pigrizie mentali, incoerenze. Le contraddizioni siamo noi.

Epperò le risposte evangeliche si possono dare a condizione che vengano formulate domande. Le domande sono importanti, non vanno impedite, piuttosto sollecitate. E’ di qualche anno fa un cartellone raffigurante Gesù in croce che annunciava a caratteri cubitali: “ Cristo è la risposta “. Qualcuno sotto aveva scritto con il pennarello rosso: “ Ma la domanda qual’era? “.

Più che uno scherzo, è un problema che Pierluigi ha presente. Il momento terapeutico non può procedere senza il coinvolgimento del malato. Ma come sollecitare le domande?

Premesso che un cuore di madre intuisce al volo anche domande non formulate, Pierluigi sembra seguire il modello di Gesù che non ama parlare direttamente di sé e della propria identità, ma preferisce interpellare i discepoli proponendo loro delle domande – “ Chi sono io, secondo la gente? ” (Mc 8,27) – oppure suscitandole con dei comportamenti: “ I presenti furono presi da stupore e dicevano: «Ma chi è mai costui? Anche il vento e le onde del lago gli ubbidiscono!». (Mt 8,27).

L’evangelizzazione di Gesù parte dalla meraviglia che genera stupore e suscita domande. L’interessato è spinto a cercare personalmente una risposta. Pietro: “Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente” (Mt 16,16).

Il paradosso è questo: la professione di fede non viene da chi ci annuncia il vangelo ma da chi ne è il destinatario. Non gli viene dall’esterno, ma matura dentro di lui, scaturisce dal profondo della sua persona, dalle sue esperienze, dalle sue convinzioni. Quando sboccia sulle labbra, ha sì lo spessore che le viene dal retroterra umano, di cui si è nutrita, ma ma non si riduce ad una certezza di ordine puramente naturale: “ Beato te, Simone figlio di Giona, perché non hai scoperto questa verità con forze umane, ma essa ti è stata rivelata dal Padre mio che è in cielo.” (Mt 16,17).

Emmanuel MounierE’ il caso di Emmanuel Mounier riferito in queste pagine: dallo sconvolgente constatazione di una vita vegetale, inerme, della figlia, allo stupore, alla contemplazione del volto di Dio celato in quel corpo, divenuto ostensorio eucaristico.

SAMARITANI O ALBERGATORI ? – (01) RISALENDO LA CORRENTE – Angelo Nocent

Hospitalitas

SAMARITANI O ALBERGATORI ?


Nocent Angelo
Angelo Nocent (Istituto Nazionale per lo Studio  e la Cura dei Tumori – Milano).

Ho ritrovato una serie di articoli apparsi sulla rivista “FATEBENEFRATELLI”  dal Gennaio 2005 al Dicembre 2006 che sviluppano l’interrogativo suscitatomi dalla Parabola Evangelica. 

 

Scrive il Patriarca di Venezia Angelo Scola che, per una serie di avvenimenti di riforma sanitaria operati negli ultimi anni “ogni ospedale è permanentemente provocato a ridefinire la propria identità. All’ospedale cattolico si impone un peculiare interrogativo. Se esso è, propriamente parlando, l’erede principe della grande tradizione dell’Hospitale indiscutibilmente nata in seno alla Chiesa, come può mantenersi fedele all’impeto ideale che l’ha fatto nascere senza rinunciare ad essere, a sua volta, un centro tecnologico polispecialistico, cosa che – se si verificasse – lo espellerebbe inesorabilmente dal sistema sanitario?”

Fatebenefratelli - Hospitalitas

RISALENDO LA CORRENTE

Ho volutamente riportato in fondo alle mie considerazioni sull’ospitalità una sintesi storica che ho trovato; potrebbe risultare lacunosa, ma pur sempre utile per capire da dove si viene, da che parte stiamo andando ed in compagnia di chi.

ll futuro che abbiamo davanti non è né più né meno tragico di altri momenti storici che, come marosi si sono scaraventati contro le caravelle dei Fratelli Ospedalieri di San Giovanni di Dio, talvolta ribaltandole. Tra morti, feriti e superstiti, grazie a Dio, siamo ancora qui a parlarne, non senza preoccupazione per le nuove nubi che si addensano all’orizzonte.

In questo frangente si corre il rischio di temere maggiormente la burrasca economica che può paralizzare le istituzioni indebitandole oltre il ragionevole, perdendo magari di vista i motivi ideali che legano consacrati, collaboratori ed amici in questa avventurosa attraversata oceanica. In realtà, solo grandi ideali e proposte eroiche possono aggregare nuove energie in una crisi senza precedenti. Perciò occorre aggrapparsi ai rami di un albero che ha radici ben radicate nei secoli ma di cui talvolta si ignorano i passaggi epocali. La Chiesa da sempre si è occupata dei bisognosi (poveri, malati, vedove, orfani…). Nella Chiesa i diaconi, su indicazione degli Apostoli, sono nati proprio per soddisfare alle loro esigenze. Qui salto secoli di storia che sono descritti in fondo alla relazione, per giungere subito all’epoca che più ci riguarda.

Monastero di Santa Scolastica - ForesteriaIl concetto di hospitalitas che s’è fatto strada con gli Ordini Mendicanti, soprattutto con iFratelli Ospedalieri di San Giovanni di Dio e i discepoli di San Camillo de Lellis, l’hospitale che essi hanno concepito, inizialmente altro non era che la diffusione di macro-foresterie, modellate sulla tradizionale Foresteria Monastica. In queste nuove realtà che si diffonderanno, sganciate dai monasteri e capaci di accogliere un numero notevolmente superiore di persone ed assistite da votati all’ospitalità fino al sacrificio della vita, continuerà a vivere lo spirito benedettino, valore universale che va ben oltre le mura dell’abbazia.

Anche nelle “isole della carità” il culto a Dio si è praticata la lode perenne, espressa però dalla sobria liturgia quotidiana, non propriamente salmodiata, cantata, ma celebrata con il rituale del servizio ai fratelli bisognosi: pranzi e cene da preparare, far legna, questuare,lavare, stendere, pulire, curare piaghe e decubiti, assistere moribondi, seppellire morti, ricordarsi di Dio attraverso i Sacramenti e le orazioni indicate per il popolo dalla Santa Madre Chiesa. Si può dire che l’Ora et labora non è stato meno presente che nel monastero. La lectio divina, da San Giovanni di Dio in avanti è la contemplazione della Passione di Cristo. Il Crocifisso è la molla che attrae e rinvia sulle strade del “Farsi prossimo a tempo pieno”. I nuovi Mendicanti di Dio, non dispongono né di splendide abbazie né di possedimenti terrieri, non sono dotati di vasta cultura, ma godono di un particolare talento che viene dalla sapientia cordis, dono, carisma, espressione dello Spirito che li anima. Essi dispongono delle gambe e percorrono chilometri, della sporta e raccolgono vettovaglie, talvolta del carretto ma sempre della schiena per trasportare legna o infermi. Per non far mancare niente ai poveri, fanno debiti paurosi che la Provvidenza, all’ultimo momento, onora sempre attraverso i benefattori.

E’ una svolta della storia che il benedettino Lorenzo Sena così descrive: ” Il motto divenuto tradizionale per i Benedettini (ma non c’è nella Regola, né è stato coniato dai monaci, ma applicato ad essi da altri), cioè “ORA et LABORA”, fa passare sotto silenzio la “LECTIO DIVINA”, alla quale la Regola di S. Benedetto e tutta la tradizione monastica accordano una particolare attenzione. San Benedetto, stabilendo nel capitolo 48 l’orario del monaco, distribuisce tra il lavoro e la lectio divina il tempo rimasto libero dalla preghiera. Per molto tempo, durante il periodo patristico e l’alto medioevo, la pratica della lectio divina fu continua e molto sentita tra i monaci e fuori; man mano, a partire dal sec. XII, divenne più rara e scomparve del tutto all’epoca del massimo sviluppo della “devotio moderna” (sec. XV), quando la spiritualità trovò una forma di preghiera nuova e l’orazione mentale divenne un esercizio di pietà che non si alimentava più principalmente alla Bibbia. Tutto questo è durato fino al movimento biblico del sec. XX con il ritorno alla S. Scrittura; tra il 1940 e il 1950, con lo sviluppo del Movimento Liturgico francese, la formula si diffuse di nuovo largamente tra i monaci e fuori.

La foresteria nel monastero benedettino di Subbiaco
I capitoli 53 e 54 della
Regula Benedicti (RB) trattano di come debbano essere accolti gli ospiti che si presentano al monastero. Il capitolo 36 riguarda invece il trattamento dei fratelli infermi. E’ utile leggerli per intero per coglierne tutto il valore apostolico che essi racchiudono e che si è sprigionato nei secoli attraverso il carisma dei Fondatori. Sia l’ospitalità monastica che il modo di curare i fratelli infermi, sono Vangelo applicato con il discernimento e la sapienza di quell’educatore geniale e concreto che fu Benedetto. Egli non ha ispirato solo la cultura monastica ma tutta la cultura medioevale fino ai nostri giorni.

E, se è vero che il rinnovamento passa attraverso la riscoperta delle origini, il contatto diretto con i testi della RB non possono che tonificare lo spirito di chi si sente interpellato e provocato anche oggi dalla divina Ospitalità.

Capitolo LIII – L’accoglienza degli ospiti

1. Tutti gli ospiti che giungono in monastero siano ricevuti come Cristo, poiché un giorno egli dirà: “Sono stato ospite e mi avete accolto”

2. e a tutti si renda il debito onore, ma in modo particolare ai nostri confratelli e ai pellegrini.

3. Quindi, appena viene annunciato l’arrivo di un ospite, il superiore e i monaci gli vadano incontro, manifestandogli in tutti i modi il loro amore;

4. per prima cosa preghino insieme e poi entrino in comunione con lui, scambiandosi la pace.

5. Questo bacio di pace non dev’essere offerto prima della preghiera per evitare le illusioni diaboliche.

6. Nel saluto medesimo si dimostri già una profonda umiltà verso gli ospiti in arrivo o in partenza,

7. adorando in loro, con il capo chino o il corpo prostrato a terra, lo stesso Cristo, che così viene accolto nella comunità.

8. Dopo questo primo ricevimento, gli ospiti siano condotti a pregare e poi il superiore o un monaco da lui designato si siedano insieme con loro.

9. Si legga all’ospite un passo della sacra Scrittura, per sua edificazione, e poi gli si usino tutte le attenzioni che può ispirare un fraterno e rispettoso senso di umanità.

10.mSe non è uno dei giorni in cui il digiuno non può essere violato, il superiore rompa pure il suo digiuno per far compagnia all’ospite,

11. mentre i fratelli continuino a digiunare come al solito.

12. L’abate versi personalmente l’acqua sulle mani degli ospiti per la consueta lavanda;

13. lui stesso, poi, e tutta la comunità lavino i piedi a ciascuno degli ospiti e al termine di questo fraterno servizio dicano il versetto: “Abbiamo ricevuto la tua misericordia, o Dio, nel mezzo del tuo Tempio“.

14. Specialmente i poveri e i pellegrini siano accolti con tutto il riguardo e la premura possibile, perché è proprio in loro che si riceve Cristo in modo tutto particolare e, d’altra parte, l’imponenza dei ricchi incute rispetto già di per sé.

15. La cucina dell’abate e degli ospiti sia a parte, per evitare che i monaci siano disturbati dall’arrivo improvviso degli ospiti, che non mancano mai in monastero.

16. lI servizio di questa cucina sia affidato annualmente a due fratelli, che sappiano svolgerlo come si deve.

17. A costoro si diano anche degli aiuti, se ce n’è bisogno, perché servano senza mormorare, ma, a loro volta, quando hanno meno da fare, vadano a lavorare dove li manda l’obbedienza.

18. E non solo in questo caso, ma nei confronti di tutti i fratelli impegnati in qualche particolare servizio del monastero, si segua un tale principio

19. e cioè che, se occorre, si concedano loro degli aiuti, mentre, una volta terminato il proprio lavoro, essi devono tenersi disponibili per qualsiasi ordine.

20. Così pure la foresteria, ossia il locale destinato agli ospiti, sia affidata a un monaco pieno di timor di Dio:

21. in essa ci siano dei letti forniti di tutto il necessario e la casa di Dio sia governata con saggezza da persone sagge.

22. Nessuno, poi, a meno che ne abbia ricevuto l’incarico, prenda contatto o si intrattenga con gli ospiti,

23. ma se qualcuno li incontra o li vede, dopo averli salutati umilmente come abbiamo detto e aver chiesta la benedizione, passi oltre, dichiarando di non avere il permesso di parlare con gli ospiti.

Il commento che segue i capitoli della RB è del monaco Lorenzo Sena, OSB. Silv.

La S. Scrittura parla dell’accoglienza degli ospiti come di un esercizio fondamentale della carità fraterna (cf. Rom.12,13; 13,8; ecc.) e Gesù dice che nelle persone di ospiti e pellegrini si riceve lui stesso (Mt.25, 35-43).

Fin dalle origini del monachesimo, ricevere poveri, pellegrini e ospiti fu ritenuta una pratica sacrosanta della vita quotidiana: così presso i Padri del Deserto (abbiamo tanti esempi e aneddoti nei “Detti”), presso anacoreti, presso i cenobiti pacomiani. San Benedetto si mostra degno erede di questa tradizione. Per il c.53 della RB abbiamo nella RM vari capitoli (RM.65; 71-72; 78-79), in cui da una parte notiamo grande comprensione e carità (addirittura il Maestro fa anticipare il pasto dei fratelli a sesta, se l’ospite si trattiene); d’altra parte notiamo differenza nei confronti di ospiti che si fermano più giorni: in essi potrebbero nascondersi parassiti e ladri. San Benedetto ha soppresso tanta casistica e parla dell’ospitalità in un solo capitolo unitario e ben compatto, tutto pieno di un profondo spirito di fede, di calore umano e di carità fraterna.

Struttura del capitolo

Il cap.53 si divide in due parti:

a) la prima (vv.1-15) descrive l’accoglienza con una piccola teologia dell’ospitalità (è ispirata soprattutto alla “Historia Monachorum in Aegypto” tradotta da Rufino);

b) a seconda (vv.16-24) parla dell’organizzazione dell’ospitalità nel monastero, con le ripercussioni per la vita interna del cenobio e la pace dei fratelli.

Dalla struttura e dal vocabolario, appare evidente che questa seconda parte dovette essere composta da SB in un secondo tempo. L’esperienza derivata dalla pratica continua dell’ospitalità, ha evidenziato degli inconvenienti ai quali il santo Patriarca ha posto rimedio aggiungendovi alcune precisazioni. Le campagne italiane non erano certo il deserto dell’Egitto, gli ospiti a Montecassino affluivano incessantemente e a volte in buon numero; tale afflusso avrà pregiudicato il clima di preghiera e il silenzio in cui vivevano i monaci. Da qui alcune restrizioni aggiunte alla prima stesura, per armonizzare le irrinunciabili tradizioni dell’ospitalità monastica con le esigenze della vocazione cenobitica.

1-15: Accoglienza degli ospiti: teologia dell’ospitalità

Esaminiamo ora il testo “Ero pellegrino e mi avete ospitato” (Mt.25,35).

La frase di Matteo domina tutta la prima parte del capitolo e costituisce la base per il principio generale che tutti gli ospiti che giungono al monastero siano accolti come Cristo inpersona (v.1). E’ opportuno mettere l’accento su quel “tutti” con cui si apre il capitolo. San Benedetto intende bandire ogni distinzione di grado sociale. Ognuno poi sia ricevuto con l’onore dovuto, “soprattutto i nostri fratelli nella fede e i pellegrini” (v.2).

  • Domestici fidei <fratelli nella fede> sembra si debba interpretare nel senso di monaci o anche chierici e in genere quelli che fanno professione di speciale servizio a Dio (ciò sarebbe confermato anche da passi di Pacomio, Cassiano, Girolamo).

  • Pellegriniquelli che vengono da lontano a scopo di pietà e di devozione. I pellegrinaggi ai luoghi santi della Palestina e di Roma erano allora frequenti e i monasteri erano il naturale rifugio nelle soste dei pii viaggiatori.

  • Dunque i “domestici fidei”, per la loro professione sacra, e i “peregrini”, per il loro sacro scopo di viaggio, meritano particolare cura ed onore.

  • A questi San Benedetto aggiunge i “poveri” (v.15), specificando che specialmente nei poveri e nei pellegrini si riceve Cristo.

Posto il principio, egli passa a descrivere il rito dell’accoglienza, i cui vari atti erano nella tradizione della Chiesa primitiva e del monachesimo:

  • accorrere a ricevere l’ospite,
  • umiltà nel riceverlo,
  • preghiera,
  • bacio di pace,
  • lettura della S. Scrittura,
  • lavanda dei piedi… (vv.3-14).

A proposito della lavanda dei piedi (vv.12-14), va ricordato che essa era anticamente assai comune ed era necessaria a causa del viaggiare a piedi. E’ logico ritenere che tutta la comunità non andasse a compiere questo atto ogni volta che giungeva qualcuno e che la lavanda venisse eseguita per tutti insieme i nuovi venuti in un solo tempo della giornata. Ciò permetteva che i fratelli facessero a turno, in modo che “tutta la comunità” adempisse questo atto di servizio e di umiltà. A tal riguardo gli usi nei monasteri furono i più vari.

Lo spirito di fede che aleggia nel v.14 è bellissimo: i monaci vedono nell’ospite arrivato una manifestazione della grazia e della benevolenza di Dio: “Abbiamo ricevuto, o Dio, la tua misericordia <=grazia>…” (salmo 47,10)..

16-24: Organizzazione dell’ospitalità

Dato che nel monastero bisogna accogliere tutti coloro che chiedono ospitalità – (ricordiamo l’8° strumento delle buone opere:” onorare tutti gli uomini” (RB 4,8) che si riferisce senz’altro all’ospitalità, come ha dimostrato De Vogue`) – potrebbero derivare inconvenienti per la vita comune, poiché gli ospiti, “che non mancano mai in monastero” (v .16), arrivano alle ore più impensate. Ecco allora la necessità di una certa organizzazione, per compiere bene l’esercizio dell’ospitalità. Abbiamo quindi la cucina a parte con un personale specializzato, la foresteria e il foresteriario, con eventuali aiutanti: ambedue le cose sono creazioni di S. Benedetto rispetto alla Regola Monastica. Il santo patriarca vuole che la casa di Dio sia amministrata da saggi e saggiamente (v. 22). E’ risaputo che, nel mandare alcuni monaci a fondare il monastero di Terracina, San Benedetto parlò di posto per l” “oratorio, il refettorio per gli ospiti, la foresteria…” (II. Dial .22); e ancor oggi non si concepisce monastero benedettino senza una parte riservata a foresteria.

Il capitolo si chiude con la proibizione ai monaci di parlare con l’ospite, e sembra una nota un po’ negativa in un testo iniziato con tanto slancio spirituale. Il Santo è guidato dall’intenzione di salvaguardare l’osservanza regolare; non si tratta solo del silenzio, ma anche di evitare il contatto col mondo esterno, come è previsto al cap. 66,7 e 67,4-5. Però l’osservanza della Regola non significa mancanza di educazione: incontrando l’ospite, il monaco non ometterà di salutare gentilmente e di domandare umilmente la benedizione, secondo l’uso del tempo.

Capitolo LVI – La mensa dell’abate

  1. L’abate mangi sempre in compagnia degli ospiti e dei pellegrini.
  2. Ma quando gli ospiti sono pochi, può chiamare alla sua mensa i monaci che vuole.
  3. Sarà bene tuttavia lasciare uno o due monaci anziani con la comunità per il mantenimento della disciplina.

1-3: Senso del capitolo

Il breve capitolo va considerato come complemento del capitolo dell’ospitalità: c’ é una cucina e una mensa propria per i forestieri e per l’abate. Questi mangia sempre con gli ospiti e, nel caso questi fossero pochi, l’abate può invitare alcuni dei fratelli, purché rimangano sempre uno o due seniori a tutelare la disciplina nel refettorio comune.

Il capitolo 56, uno dei più brevi di tutta la Regola, è stato il tormento dei commentatori, antichi e moderni. Alcuni hanno ritenuto inammissibile che San Benedetto faccia mancare abitualmente l’abate dalla mensa comunitaria, che è uno dei segni maggiori della vita fraterna e della comunità radunata nel nome di Cristo. De Vogué ha interpretato che gli ospiti fossero introdotti nel refettorio monastico e mangiassero alla “tavola” (“mensa” = nel senso di tavola) dell’abate, in giorno di digiuno con orario diverso (in modo che l’abate – solo lui – interrompesse il digiuno), negli altri giorni insieme alla comunità. Ma questa ipotesi renderebbe incomprensibile il v.3 e non risponderebbe alla “mens” del Santo il quale vuole che gli ospiti non disturbino con la loro presenza la vita regolare dei monaci.

Dobbiamo dire che separare l’abate dai fratelli in un momento così significativo della vita della comunità come la refezione comune, costituisce il prezzo che San Benedetto si considerò obbligato a pagare affinché l’esercizio dell’ospitalità non intralciasse lo svolgimento normale del ritmo della giornata monastica. Certo, la cosa generò, nel corso dei secoli, abusi e inconvenienti: si pensi alla grande stortura che più tardi si verificò dando alla “mensa abbatis” il senso di “beneficio ecclesiastico“, con patrimonio proprio, distinto da quello della comunità; fu il pretesto per una lunga serie di gravi abusi che influirono molto negativamente sullo spirito monastico, specialmente nel periodo dei cosiddetti “abati commendatari”.

Naturalmente, oggi, tutto ciò è sorpassato e l’abate presiede abitualmente ai pasti comuni; gli ospiti o mangiano a parte o sono ammessi al refettorio monastico assieme alla comunità.

Se l’ospite dev’essere oggetto di un simile rispettoso trattamento che dire del malato? Il capitolo sui Fratelli infermi esprime molto bene il pensiero della tradizione benedettina in proposito:

Capitolo XXXVI – I fratelli infermi

1. L’assistenza agli infermi deve avere la precedenza e la superiorità su tutto, in modo che essi siano serviti veramente come Cristo in persona,

2. il quale ha detto di sé:“Sono stato malato e mi avete visitato“,

3. e: “Quello che avete fatto a uno di questi piccoli, lo avete fatto a me“.

4. I malati però riflettano, a loro volta, che sono serviti per amore di Dio e non opprimano con eccessive pretese i fratelli che li assistono,

5. ma comunque bisogna sopportarli con grande pazienza, poiché per mezzo loro si acquista un merito più grande.

6. Quindi l’abate vigili con la massima attenzione perché non siano trascurati sotto alcun riguardo.

7. Per i monaci ammalati ci sia un locale apposito e un infermiere timorato di Dio, diligente e premuroso.

8. Si conceda loro l’uso dei bagni, tutte le volte che ciò si renderà necessario a scopo terapeutico; ai sani, invece, e specialmente ai più giovani venga consentito più raramente.

9. I malati più deboli avranno anche il permesso di mangiare carne per potersi rimettere in forze; però, appena ristabiliti, si astengano tutti dalla carne come al solito.

10. Ma la più grande preoccupazione dell’abate deve essere che gli infermi non siano trascurati dal cellerario e dai fratelli che li assistono, perché tutte le negligenze commesse dai suoi discepoli ricadono su di lui.

I capitoli RB. 36 e 37 sarebbero dovuti venire dopo il 41, perché prevedono deroghe alla legge dei digiuni; e inoltre separano due capitoli (il 35 e il 38) che dovrebbero essere uniti. RB ha anticipato perché in essi ci sono temi affini a quelli del c. 35: il servizio, la ricompensa, la fuga della tristezza; c’é la solita preoccupazione per la cura soggettiva e per il servizio vicendevole tra i fratelli..

1-6: Principi generali per la cura degli infermi.

Il capitolo si apre con due solenni principi fondati su due frasi del Signore:

  • bisogna aver cura dei malati prima di tutto e soprattutto – espressione assoluta ed energica –
  • e servire a loro come a Cristo in persona (v.1);
  • seguono le due citazioni di Mt. 25,36 e 40.

I monaci opereranno di conseguenza, ma San Benedetto aggiunge una frase, grave, ma pacata, anche per gli infermi a non essere petulanti e troppo pretenziosi o addirittura capricciosi. Comunque, anche ammesso che i fratelli malati diventino così strani – come può succedere a causa del male – gli altri devono sopportarli in ogni caso. La prima parte del capitolo si chiude con una ammonizione categorica all’abate affinché si prenda “somma cura” degli infermi (v.6).

7-10: Disposizioni pratiche per i malati

San Benedetto scende ad alcuni particolari concreti e stabilisce:

  1. primo, che nel monastero ci sia una infermeria affidata a un infermiere “timorato di Dio, diligente e premuroso” (v.7);
  2. secondo, l’uso dei bagni ai malati ogni volta che è necessario (v.8);
  3. terzo, che si permetta di mangiare carne, anche se soltanto a quelli molto deboli (v.9).

Tanto l’uso dei bagni che il mangiare carne sono una concessione: costituivano infatti un’eccezione allo stato di monaci. Una parola su tutte e due le cose.

L’uso dei bagni

Fin dalle origini del monachesimo, notiamo una esplicita avversione per l’uso dei bagni. Non dobbiamo dimenticare che per gli antichi, i bagni, più che una pratica igienica, erano un passatempo, un lusso e un piacere (sappiamo che cosa erano le terme dei romani). Per mortificarsi e per non cadere nella sensualità, i monaci esclusero per principio i bagni dal loro genere di vita, riservandoli solo ai malati. La tradizione cenobitica è unanime (Vita di Antonio, Pacomio, Agostino, Reg. Masch., Cesario, Fulgenzio, Leandro, Isidoro); un’unica eccezione, la Regola femminile di Agostino (Epist.211,13) che concede alle monache il bagno una volta al mese. SB si trova su questa linea e autorizza il bagno a tutti, anche se “più di rado, soprattutto ai giovani” (v.8). Non possiamo stabilire la frequenza di questi bagni per i sani, ma certo, considerando il tempo e l’ambiente, SB è eccezionalmente liberale, quasi rivoluzionario.

L’uso delle carni

Per lo stesso motivo che dai bagni, i monaci si astenevano dalle carni (perché i bagni e le carni riscaldano il corpo e solleticano la sensualità: “il bagno scalda la carne, il digiuno la raffredda”, scrive S. Girolamo). Anche su questo punto San Benedetto si mostra molto liberale verso gli infermi. Il brano, considerando soprattutto il parallelo con RB. 39,11, si deve interpretare nel senso della proibizione assoluta solo per le “carni dei quadrupedi”, cioè non riguarda il pollame e i pesci.

La distinzione tra carne di quadrupedi e carne di uccelli era già antica nella dietetica monastica: la seconda si considerava più leggera, e quindi meno pericolosa per la virtù; si equiparava praticamente ai pesci, ricordando la Scrittura secondo cui pesci e uccelli furono creati insieme (Gen.1,20-21).

Il capitolo termina inculcando di nuovo all’abate la “massima cura” che si deve avere per gli infermi, vigilando anche perché gli incaricati adempiano bene il loro dovere, secondo il principio generale che sul maestro ricade la responsabilità ultima di tutto (v.10).

Conclusione

Il c.36 sui malati è uno dei meglio riusciti della RB, sotto l’aspetto letterario e contenutistico. Molti esempi ci sono nella legislazione monastica della sollecitudine per i malati, però nessuna Regola riunisce in così mirabile sintesi il trattato sugli infermi come RB, che elimina anche ogni nota negativa rispetto ai fratelli malati (RM prevede soprattutto il caso delle… finzioni e non parla né di infermeria, né di infermieri). “Questo trattato mostra in modo chiaro che RB nella sua brevità possiede delle istituzioni più evolute di quelle di RM. E siamo portati a pensare che questo sviluppo istituzionale e spirituale sia il riflesso di una conoscenza più ampia della letteratura cenobitica anteriore e contemporanea” (De Vogué).

Applicazione oggi

Il bel capitolo sull’ospitalità ha generato la gloriosa tradizione dell’ospitalità benedettina, una delle manifestazioni caratteristiche dello spirito e dello stile benedettino, che ha svolto anche un’opera di altissimo valore sociale nella storia d’Europa. Oggi, certo, la situazione è cambiata: rapidissimi mezzi di comunicazione, organizzazioni turistiche e alberghiere… Eppure, anche oggi si viene al monastero.

Che cosa vengono a cercare gli uomini del XX secolo nelle nostre foresterie?

Quella dimensione spirituale che non può trovarsi in un albergo. Il problema dell’accoglienza va ripensato, e seriamente, nelle nostre comunità. E notiamo che gli ultimi versetti del c. 53 non sono in contraddizione con il concetto di comunità aperta.

Aprirsi significa soprattutto donare quanto di meglio si possiede, in uno scambio fraterno di carità. Questo tuttavia è possibile solo se l’accoglienza degli ospiti si svolge in modo da salvaguardare la pace e il raccoglimento della comunità, altrimenti non si offre altro che il vuoto della propria dissipazione.

La foresteria poggia sulla interiorità dei monaci; una foresteria monastica non può essere tale se dietro di essa non c’è la presenza silenziosa e irradiante di una comunità riunita nel nome di Cristo; una comunità che sappia, in uno spirito di fede, essere disponibile, sappia accogliere tutti come Cristo in persona (cf.v.1), e mettere a parte coloro che vengono al monastero, in semplicità e umiltà, della propria vita di preghiera, di meditazione, di lavoro. “

Hospitalitas 02

UMANIZZAZIONE O DIVINIZZAZIONE DELL’UOMO ? – Angelo Nocent

angelo-nocent Umanizzazione o divinizzazione

 

 

Bandiera_Spagna_002AMIGOS DE LA LENGUA ESPAÑOLA:

 HUMANIZACION

O

DEIFIVACION DEL HOMBRE ?

UMANIZZAZIONE O DIVINIZZAZIONE DELL’UOMO?

Bisogna partire dalla consapevolezza che, 

  • mentre la sapienza psichica di questo mondo (1Cor 2,6), (laica non necessariamente nel senso di laicistica) lavora, con la sincerità di cui è capace, per la umanizzazione del mondo al fine di liberare l’uomo,

  • il discepolo di Gesù (l’uomo pneumatico) è messo a parte dallo Spirito di Dio di un progetto di salvezza-liberazione-dell’uomo, che è propriamente divino, e che nessun occhio, né orecchio, né cuore “laico” può mai arrivare a sospettare e ad apprezzare (1 Cor 2,9).

  • L’uomo psichico è giunto a concepire che si può liberare l’uomo, mediante la umanizzazione del mondo, della società, delle sue strutture, delle relazioni sociali e internazionali;

  • Lo Spirito insegna a discernere e a non confondere (1Tess. 5,19-22): non un mondo più umano può davvero liberare l’uomo, ma solamente uomini diventati figli di Dio nel Figlio unico possono liberare il mondo.
  • Essi credono che non c’è da attendere che il mondo -società, stati, famiglie, ambienti, comunità, ospedali – sia disinquinato, per cominciare a vivere da uomini. Lo Spirito di Dio dà forza per cominciare oggi a vivere da figli di Dio, dovunque ci si trovi (Lc 10, 28-37).

  • Il cristiano maturo ricorda quanti mali sono derivati, nella storia, all’umanità, alla chiesa, dalla confusione della psiche e dello Spirito, delle parole di Spirito con le parole di sapienza umana, delle imprese destinate alla “polis” degli uomini e di quelle concernenti la Chiesa di Dio, Sposa di Gesù”

  • La confusione tra discorso ecclesiale e discorso sociale e politico, non solo ha sciupato delle portate squisite, offrendole a dei convitati che avevano bisogno di un cibo diverso (Mt 7,6), ma spesso ha impoverito e reso esangue il cibo spirituale, di cui aveva bisogno la comunità cristiana. Così una carità indiscreta, anche se generosa e con le migliori intenzioni, confondendo il cibo che perisce con quello che dura per la vita eterna (Gv6, 26-27. 30-35. 41.48-51) e l’acqua che non estingue la sete con quella che disseta per la vita eterna (Gv 4,13-14), ha costretto i figli a cibarsi delle briciole dei cagnolini (Mt 15,27-27; Mc 7,27-28. Quelle cose bisognava fare, senza omettere queste (Mt 23,23)

  • L’integralismo “spiritualistico” è una negazione della libertà e della grazia -e perciò dello Spirito e del Nuovo Testamento – non meno di quanto lo sia l’antropocentrismo riduzionista, psichico e carnale. La confusione tra l’ambizione umana di liberazione dell’umanità e il disegno divino di liberazione-redenzione dell’uomo e del mondo fa ingiustizia ad ambedue i progetti e, in definitiva, all’uomo.

  • Mentre lascia gli uomini lavorare laicamente, con la sincerità di cui sono capaci, per l’umanizzazione del mondo al fine di liberar l’uomo, e anzi partecipando egli pure a questo compito, secondo la sua conoscenza (1 Pt 3,7) e le sue forze, il discepolo di Gesù è messo a parte dallo Spirito di Dio di un progetto di salvezza-liberazione-dell’uomo, che è propriamente divino, e che nessun occhio, né orecchio, né cuore “laico” può mai arrivare a sospettare e ad apprezzare (1Cor 2,9)

  • L’operazione salvifica di Dio, infatti, non intralcia l’opera di liberazione di sé che l’umanità intraprende “a misura d’uomo”. La formula del progetto redentivo divino di liberazione trascende totalmente, senza contraddirlo o disprezzarlo, lo sforzo di liberazione umana. Essa può esprimersi così: liberare il mondo, divinizzare l’uomo.

  • La sapienza psichica spinge gli uomini a operare sul mondo per umanizzarlo, e così liberare l’umanità. Lo Spirito divino opera sull’uomo, sui singoli uomini – chè si nasce dallo Spirito solamente nella libertà- per liberare il mondo.

  • A livello psichico risulta l’esistenza di un’umanità resa schiava da sistemi, istituzioni, logiche, strutture, mondi…agenti di schiavitù. Lo Spirito di Dio dà occhi nuovi (Ef 1,17-18) per riconoscere quanto l’intera creazione sia privata del suo senso, e resa perciò schiava, dal peccato dell’uomo, singoli e collettività.

  • Lungi dall’essere in grado di diventare umanizzatore del mondo, l’uomo, nella misura in cui è peccatore, fa crescere a dismisura intorno a sé l’inquinamento del creato, che a sua volta accresce sempre più l’alienazione dell’uomo. Questo diabolico circolo di insignificanza è rilevabile, fino a un certo punto, anche a livello psichico e socio-politico, ma le sue vere , ultime radici rimangono nascoste a chi non si lascia istruire nella fede dalla Parola e dallo Spirito (Ef 2,1-13).

  • Nei momenti di esaltazione individualistica, essa crede di poter affidare il compito ad un singolo uomo ideale, all’eroe, al profeta laico, al saggio, al capo…(1 Cor 1,20). Nei tempi di illusione collettiva, essa crede di riconoscere l’artefice di questo ambizioso progetto nel gruppo puro; nella “sacra” classe operaia; nella “santa chiesa” dei poveri, degli emarginati e degli oppressi sociali….

Angelo-Nocent umanizzazione

IN LINGUA SPAGNOLA

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Humanización o deificación del hombre?

…Tenemos que empezar con la comprensión de que,

  • mientras que la sabiduría psíquica de este mundo (1 Cor 2:06) (no necesariamente en el sentido de laicista secular) trabaja, con la sinceridad de la que es capaz, para la humanización del mundo con el fin de liberar al hombre,

  • el discípulo de Jesús (el hombre neumático) se distingue por el Espíritu de Dios a un plan de salvación-liberación-man, que es propiamente divino, y que ni el ojo, ni oído, ni corazón “secular” no puede llegado a sospechar y apreciar (1 Corintios 02:09).

  • El hombre psíquico ha llegado a concebir que puede liberar al hombre, a través de la humanización del mundo, la sociedad, las estructuras, las relaciones sociales e internacionales;

  • El Espíritu nos enseña a discernir y no confundir (1Tess. 5,19-22): no es un mundo más humano realmente puede liberar al hombre, sino sólo a los hombres a ser hijos de Dios en el Hijo no puede liberar al mundo.

  • Ellos creen que no hay espera para la sociedad mundial, los estados, las familias, los entornos, comunidades, hospitales – y no contaminados, que empiezan a vivir como hombres. El Espíritu de Dios da la fuerza para comenzar hoy a vivir como hijos de Dios, donde quiera que estés (Lc 10, 28-37).

  • “El cristiano maduro recuerda cuántos males se derivan, en la historia, la humanidad, la Iglesia, de la confusión de la psique y el Espíritu, el Espíritu de las palabras con palabras de sabiduría humana, negocios mantenidos para la” polis “de los hombres y las relativas a la Iglesia de Dios, la Esposa de Jesús “

  • La confusión entre el discurso eclesial y en el discurso social y político, no sólo lleva por supuesto deliciosa, ofreciendo a los comensales que necesitaban un alimento diferente (Mt 07:06), pero a menudo pobre y representa el alimento espiritual sin vida, de los cuales que necesitaba la comunidad cristiana. Así que una caridad indiscreta, aunque generoso y con las mejores intenciones, confundiendo la comida que perece con el alimento que permanece para la vida eterna (GV6, 26-27. 30-35. 41,48-51) y el agua no extingue la que apaga la sed con la de la vida eterna (Juan 4:13-14), obligó a sus hijos a comer las sobras de los perros (15,27-27 Mt, Mc 7:27-28. esas cosas que había que hacer, sin omitir ellos (Mt 23:23)

  • Fundamentalismo “espiritualista” es una negación de la libertad y la gracia-y por lo tanto el Espíritu y el Nuevo Testamento – no menos de lo que es reduccionista antropocentrismo, mental y carnal. La confusión entre la ambición de la liberación humana de la humanidad y el plan de la redención, la liberación, el hombre y el mundo de Dios no hace justicia a los proyectos y, en última instancia, el hombre.

  • Al salir los hombres a trabajar secularmente, con la sinceridad de la que son capaces, por la humanización del mundo con el fin de liberar al hombre, y de hecho también participar en esta tarea, de acuerdo a su conocimiento (1 Pedro 3:07), sus fuerzas, el discípulo de Jesús se distinguen por el Espíritu de Dios a un plan de salvación-liberación-man, que es propiamente divino, y que ni el ojo, ni oído, ni corazón “secular” nunca puede llegar a sospecha y apreciar (1 Corintios 02:09)

  • La operación de salvación de Dios, de hecho, no interfiere con el trabajo de la liberación de sí mismo que se embarca la humanidad “a escala humana”. La fórmula del plan redentor divino de liberación trasciende completamente, sin contradecirlo o despreciarlo, el esfuerzo de la liberación humana. Se puede expresar como: hombre libre deify el mundo.

  • Sabiduría conduce a los hombres psíquicos para operar en el mundo para humanizarlo, y así liberar a la humanidad. El Espíritu divino obra del hombre, de los hombres individuales – lo que es nacido del Espíritu sólo en la libertad para liberar el mundo.

  • A nivel psíquico es la existencia de la humanidad esclavizada por los sistemas, las instituciones, las estructuras lógicas, mundos … agentes de la esclavitud. El Espíritu de Dios da nuevos ojos (Efesios 1:17-18) reconocer cómo la creación entera se ve privado de su significado, y por lo tanto hace un esclavo del pecado del hombre, individual y colectivo.

  • Lejos de ser capaz de convertirse en la humanización del mundo, el hombre, en la medida en que es pecador, crece drásticamente su alrededor contaminación creada, lo cual aumenta aún más la alienación del hombre. Este círculo diabólico de la insignificancia es detectable, hasta cierto punto, incluso en un nivel psíquico y socio-política, pero sus verdaderos, raíces rompen permanecen ocultos a los que no le permitirá educar en la fe por la Palabra y el Espíritu (Ef 2,1 -13).

  • En los momentos de exaltación individualista, ella cree que puede confiar la tarea a un solo hombre ideal, el héroe, el profeta estaba el sabio, el jefe de … (1 Cor 01:20). En tiempos de ilusión colectiva, se cree reconocer al autor de este ambicioso proyecto en el grupo puro en el “sagrado” clase obrera en la “santa iglesia” de los pobres, los marginados y oprimidos sociales …. 

Globuli Rossi company

SUL CONVENTO-OSPEDALE IL PARERE DEL MONACO GIUSEPPE DOSSETTI – Angelo Nocent

Fatebenefratelli - San Colombano al Lambro

SUL CONVENTO-OSPEDALE IL PARERE DI DOSSETTI

Un’inedita intervista di qarant’anni fa, ospite a San Colombano al Lambro con la Piccola Famiglia dell’Annunziata. 

In precedenza abbiamo esordito dicendo che “C’era una volta il CONVENTO-OSPEDALE”. Lo abbiamo definito un faro sulla città, per tante buone ragioni già espresse o da esplicitare. Ma in questo pellegrinare a ritroso, l’anno nuovo ci riserva un colpo di scena: il prezioso rinvenimento di una registrazione del 1971 che ci permette di rivivere un incontro di Giuseppe Dossetti, fondatore della Piccola Famiglia dell’Annunziata con la Comunità del Convento-Ospedale di San Colombano al Lambro. 

Don Giuseppe DossettiIn quest’ora storica dell’Ordine dove assistiamo all’accavallarsi di idee audaci con nostalgie, perplessità, riserve e contraddizioni, la voce profetica del santo monaco cade come folgore a rivitalizzare i sempre più esausti monologhi sull’ospitalità e l’umanizzazione di quest’era  post Conciliare. Se da più parti oggi viene messa in discussione una certa riforma della Liturgia, non mi meraviglierei che, con analoghi motivi, prima o poi venissero avanzate riserve sul modo in cui è stato portato avanti il rinnovamento, sollecitato dalla Perfectae Caritatis, il documento sulla vita religiosa. Perché di rinnovamento cristiano si tratta, non di un generico rinnovamento senza aggettivi, altra cosa, persino opposta, rispetto alle attese del Vaticano II. Quel “cristiano” così sbiadito che si avverte, nonostante l’enfasi dei discorsi, è fondamentale.  

Per chi lo conosce, quella del Dossetti può apparire a taluni una biografia  bizzarra che non è qui proponibile ma facilmente rintracciabile su interne. Basti dire che, volendo esprimere una prima conclusione della sua vita, in un passo del discorso che pronunciò il 22 febbraio 1986 in occasione del conferimento dell’Archiginnaio d’oro 1985, prese efficacemente in prestito dall’ episodio riportato da Martin Buber nel suo libro “”Racconti di Chassidim””:

“”Rabbi Bar di Rodoschitz pregò un giorno il Rabbi Giacobbe Isacco di Lublino, suo maestro: “”Indicatemi una via universale al servizio di Dio””. Rabbi Giacobbe Isacco rispose: “”Non si deve dire agli uomini quale via debbono percorrere, perché c’è una via in cui si serve Dio con lo studio e un’altra con la preghiera, una col digiuno e un’altra mangiando. Ognuno deve guardare su quale via lo spinge il cuore, e poi quella scegliere con tutte le sue forze””. 

  • “” Anzitutto – fu la testimonianza di Dossetti – escludo ogni pretesa che la via da me seguita – e in particolare quella che seguo da trent’anni – sia l’unica forma di servizio divino e di interpretazione del cristianesimo. Anzi, mi piace proporla solo come una delle tante possibili. E particolarmente ho sempre voluto rassicurare tanti amici che servivano il bene comune nella politica o nella ricerca scientifica, o che servono nella Chiesa in altri campi o con altre modalità, a continuare con decisione e senza tentennamenti nel loro impegno proprio.

  • In secondo luogo quello che mi sembra precluso (…) è il concepire la vita come una raccolta di esperienze, esperienze personali o sociali, o anche “”esperienze spirituali””: c’è il grande rischio di fare del dilettantismo, del turismo spirituale, cioè di restare sempre in un celibato timido o egoista, comunque sempre sterile. A un certo punto bisogna porre fine alle “”esperienze””, scegliere e sposarsi, con una decisione forte e definitiva.

  • In terzo luogo, e ancora più a fondo, il valore della massima sta proprio nell’ultimo enunciato: «scegliere un via con tutte le proprie forze”. 

La premessa ci permette di leggere l’intervista che gli fu fatta presso il Convento-Ospedale di San Colombano al Lambro, psichiatria cronica, ospite con al comunità della Piccola Famiglia dell’Annunziata, per un corso di esercizi spirituali ai suoi, che abbinavano preghiera e riflessione al contatto diretto con i pazienti dell’infermeria, inservienti per colazione, pranzo e cena.  

Dopo molteplici vane ricerche, il reperto, rinvenuto casualmente in cantina solo ai primi dell’anno nuovo,  si presenta incompleto perché, esaurita la cassetta di sessanta minuti, non avevo a portata di mano il ricambio. Per quanto incompleto, è certamente un documento storico che esce da un letargo durato quarant’anni. Ma per dire cosa? Le parole sapienti al momento giusto che è ora, giacché allora, pur colpendo nel segno, non ha scalfito più di tanto né prodotto l’effetto sperato. Nelle sue parole è profetizzato il destino personale di molti ma anche quello istituzionale. 

Forse un ulteriore segno della Divina Benevolenza che non arretra in tempi di macroscopiche incertezze e di nuove facili suggestioni. Il convento-ospedale come luogo terapeutico che si fa tale proprio perché sa attingere non soltanto dal costante aggiornamento professionale, dai convegni scientifici, dalle riviste specializzate, ma anche dai momenti di solitudine e di silenzio coinvolgenti. Da sempre nella tradizione, un luogo per la preghiera, per l’ascolto condiviso della Parola di Dio, per lo scambio fraterno e con le porte sempre aperte al territorio.  Un osare di più. Ma nell’ottica suggerita dal monaco: “Quando la Parola raggiunge la sua efficacia nei nostri confronti, ci porta ad adempiere un compito di proporzione universale”. Ma, “la Parola, appena penetrata in noi, deve immediatamente, come prima conseguenza, come primo effetto,…

 in costruzione

Dossetti - Voglio svegliare l'aurora

SAN RICCARDO PAMPURI – DAL MEETING DI RIMINI: SIATE REALISTI – DOMANDATE L’IMPOSSIBILE – A. Nocent

 

San Riccardo Pampuri x

RILEGGENDO ALCUNE FRASI DI DON GIUSSANI:

 

  • Pregate San Pampuri, perché San Pampuri è una cosa spettacolosa…

  • Bisogna invocarlo: un Gloria a San Pampuri tutti i giorni” (Mons. Giussani ad un gruppo di giovani).

  • Diciamo un Gloria a San Pampuri. Se uno è diventato santo a trentatrè anni…C’è qui gente più vecchia di lui” (Mons. Giussani “Tu” o dell’dell’Amicizia).

  • Tra Milano e Pavia c’è il paese dove è nato San Riccardo Pampuri, che era un piccolo medico condotto, entrato nei Fatebenefratelli negli ultimi tre o quattro anni della sua vita perché voleva farsi santo – come se non lo fosse già stato prima – bene, è morto 65 anni fa, da quando siamo arrivati in quelle zone, con la nostra fragile, ma reale volontà di vivere la fede insieme, tutte le settimane abbiamo miracoli nel senso letterale della parola…” (Mons. Giussani ricevendo il premio della Cultura Cattolica).

  • La chiesa di Trivolzio, ove si trova il suo corpo, è meta sempre più intensa di numerosi devoti, che chiedono ed in tanti casi ottengono grazie di ritrovata salute fisica e pace spirituale” (Mons. Giussani, prefazione al “Santo Semplice”).

  • Volevo chiedervi di avere la carità di pregare la Madonna e anche San Giuseppe, ma anche il nostro Santo che è morto vicino a Milano, San Riccardo, che ha servito i poveri ammalati nel suo ospedale, nell’ospedale dei suoi Padri.

  • Pregate, per favore, la Madonna, San Giuseppe, San Riccardo, che abbiano a far stare nel loro cuore davanti a Cristo la preghiera per me…” (Mons. Giussani al Consiglio internazionale di C.L.).

 Abbi grandi desideri, cioè desiderio di grande santità, di fare opere grandi; mira sempre più in alto che puoi per riuscire a colpire giusto; ma poiché non sempre sarai chiamato ad azioni gloriose, fa anche le cose piccole, minime, con grande amore (…) far sempre la volontà del Signore nell’esatto adempimento dei propri doveri e in una lotta perseverante (…) questo dovrebbe essere il mio programma”.

 È il 28 gennaio 1928. Un anno dopo, a soli 32 anni, San Riccardo Pampuri sarebbe morto. In queste righe, scritte alla sorella suor Luigina, missionaria in Egitto, è racchiusa tutta la sua vita, la sua vocazione.

 Una vocazione alla santità nelle cose minime, nel far bene le cose di ogni giorno. Un “far bene” non secondo la mentalità del mondo, ma per la gloria umana di Cristo presente nella Chiesa, nell’adorazione e nel servizio di tale presenza vissuti, giorno dopo giorno, nella semplicità dell’offerta.

Condividendo il mistero della sofferenza che incontrava nei fratelli uomini che curava.

Così fece, prima a Trivolzio in casa degli zii materni che lo allevarono e a Pavia negli anni dell’Università; poi a Morimondo come medico condotto e infine nell’Ordine Ospedaliero di S. Giovanni di Dio – i Fatebenefratelli – a Milano e Brescia… a svuotare sputacchiere e ad assistere malati. Con lo stesso cuore, per la stessa chiamata: diventare santo. Tutta la sua vita è circoscritta nel raggio di pochi chilometri nella nebbiosa campagna lombarda, senza azioni eroiche; senonché il quotidiano per lui è diventato eroico.

 E quasi sconcerta questo santo “normale”. Ci si aspetterebbe grandi gesta, grandi opere, eppure ripercorrendo – questo vuole essere il filo conduttore della mostra – passo dopo passo la sua vita, le sue azioni, ci si accorge di avere un compagno di cammino che illumina la strada, che indica ciò per cui vale la pena vivere: l’appartenenza a Cristo.

 Perché San Riccardo – il dottorino santo come usavano chiamarlo a sua insaputa gli abitanti di Morimondo – non si estraniò mai dalla realtà, ma fu immerso nelle cose del mondo, visse la sua condizione e tutti i condizionamenti della sua epoca con quella creatività e capacità che sono solo del cristiano, di chi sa dove guardare. Così durante gli anni trascorsi a Pavia fece parte del circolo universitario cattolico Severino Boezio, dove si cercava di contrastare l’ambiente intellettuale di allora, dominato da un agnosticismo religioso.

Poi a Morimondo, dove radunò tutti i giovani del paese. Ma non solo i giovani, tutto un paese gravitava intorno alla sua persona.

 E non può essere stato solamente perché pagava i conti e le medicine dei pazienti che avevano difficoltà economiche.

 Come disse uno dei testimoni al processo di canonizzazione: “Non indugiava in manifestazioni di pietà o di preghiera che sapessero di ostentazione. Anzi.

Parlava di Dio e della Madonna con un accento tale che veniva dal cuore, come se parlasse di suo padre e di sua madre, di una persona conosciuta.

 Per lui era una realtà ben sentita, di cui non poteva fare a meno”.

 A questo santo dottore, così vicino a noi nel tempo, viene spontaneo chiedere il miracolo di una guarigione, e la grazia della conversione del cuore, come si farebbe con un fratello maggiore che ne sa qualcosa di più.

 Che ascolta, come più volte negli ultimi tempi abbiamo visto e udito da chi si è recato a Trivolzio, dove è custodito il corpo, per chiedere il miracolo.

Nel centenario della nascita il Meeting celebra San Riccardo con questa mostra.

 A volte il Signore è così prodigo che dona al suo popolo santi particolarmente visibili e vicini, nel tempo e nello spazio, come san Riccardo Pampuri. Nella storia della grande amicizia cristiana, san Riccardo si rivela come un fratello maggiore, che indica alla nostra vita inevoluta, ma pur desiderosa della santità, la radice di ciò che conta, cioè l’appartenenza a Cristo, e la via che essa apre, la sequela a Lui.

 Non è la sua una vicenda clamorosa quanto a opere, ma lo spettacolo di san Pampuri sta nell’amore a Cristo presente nella Chiesa e nel mistero della sofferenza, nell’adorazione e nel servizio di tale Presenza vissuti giorno dopo giorno, nella semplicità dell’offerta.

 Ci sia egli intercessore di tante grazie e ci ottenga il dono di un cuore, come il suo, «tormentato dalla gloria di Cristo, ferito dal suo amore, con una piaga che non si rimargini se non in cielo», come dice la preghiera alla Madonna di padre De Grandmaison. Luigi Giussani

GIOVANNI PAOLO II 

In una comunità che doveva fare della misericordia il motto principle del proprio ministero, san Riccardo sentì di dover rispondere con un nuovo segno ed una nuova disponibilità a Cristo, «con una corrispondenza sempre più pronta e generosa, con un abbandono sempre più completo, sempre più perfetto nel Cuore Sacratissimo di Gesù» (Lettera alla sorella, 6 ottobre 1923).

Come non essere toccati dalle parole con cui san Riccardo si rivolgeva, in un ultimo colloquio, al suo direttore spirituale: «Padre, come mi accoglierà Iddio?… Io l’ho amato tanto, e tanto lo amo».

In questo intenso amore sta il supremo valore del carisma di un vero Fratello dell’Ordine di San Giovanni di Dio, la cui vocazione consiste proprio nel riproporre l’immagine di Cristo per ogni uomo incontrato nel proprio cammino, in un rapporto fatto di amore disinteressato e alimentato alla sorgentedi un cuore puro.  Giovanni Paolo II 

MARIA CAMPARI

Sorella della madre di san Riccardo. Lei e il fratello Carlo accolsero il bambino alla morte della madre. Aveva solo tre anni.

Era di indole buona e intelligente. Recitava le preghiere mattina e sera. Anche da ragazzo aveva un sì bel modo che induceva i servitori e i contadini a entrare in chiesa con lui.

 Fu ammesso molto presto alla Comunione per la sua bontà e perché sapeva bene il catechismo. 

AGOSTINO PAMPURI

Fratello di S. Riccardo. Pur non vivendo insieme, furono sempre in contatto. 

I miei genitori ebbero undici figli. Erminio era il decimo. Da ragazzo gli piacevano i dolci e la frutta, però se ne privava spesso per darli agli altri. 

Quando la Carolina, domestica, gli faceva dire le preghiere qualche volta lo correggeva: «Bada che hai sbagliato Emilio (così lo chiamavano in casa)». Egli le faceva osservare: «Quando mi fai dire tu le preghiere mi fai sempre sbagliare. Quando le dico da solo non sbaglio mai». E la buona domestica: «Ma sicuro, quando le dici tu da solo non c’è nessuno che ti corregge».

Allora il piccolo cominciava da capo le sue preghiere. 

Era molto ordinato in tutte le cose. Fin da bambino era molto capace e industrioso.

PADRE ZACCARIA CASTELLETTI O.H.

Provinciale della Provincia Lombardo-Veneta dei Fatebenefratelli. Raccolse informazioni dal parroco di Trivolzio. 

Aveva sortito una indole buona, mite che lo portava ad essere socievole, ad adattarsi facilmente agli usi e alle esigenze altrui, senza però venir meno a quella riservatezza che sa imporsi colui che vuole l’allegria del cuore e dell’anima, ma non ammette come possibile l’offesa a Dio. 

Era divenuto così l’idolo del parroco di Torrino a cui appena grandicello si associava nell’istruzione catechistica dei piccoli. In breve il giovane Erminio si era acquistata anche la stima e l’affezione di tutti i suoi coetanei.

DOTTOR BENEDETTO SECONDI

Fu compagno di studi dalla quarta elementare fino all’università. 

Era di indole buona, aveva la mania di leggere libri di avventure (Salgari, Verne), ma poi li lasciò per darsi alla medicina e ai libri di teologia. La sua condotta al ginnasio era comune: non si distingueva dalla media, ma al liceo e più ancora in università spiccava e si distingueva da tutti per pietà, condotta irreprensibile e buon esempio.

 La riuscita negli studi al ginnasio fu buona perché se la cavava per la sua grande intelligenza più che con l’applicazione.

 Eccelleva in matematica. Risolveva i problemi di algebra con estrema facilità. Ricordo che il professore di matematica una volta si interruppe a metà di una operazione e chiese chi fosse in grado di continuare e fu trovato lui solo capace di continuare.

SACERDOTE ROBERTO CERRI

Visse accanto a san Riccardo nel collegio vescovile Sant’Agostino, nel quale era padre spirituale, dal 1909 al 1914. Il collegio fu istituito dal cardinale Agostino Riboldi per dare ai giovani «una istruzione soda, conforme ai progressi della cultura contemporanea e un’educazione morale sinceramente cristiana».

 Quasi tutte le sere, terminato lo studio, lo vedevo comparire nella mia camera per riconciliarsi. Sentivo i suoi passi sul corridoio che mi annunciavano il suo arrivo e non sembrava mai importuna quella visita a tarda ora. Lo attendevo sempre con grande piacere. Spesso era solo e talvolta accompagnato da un condiscepolo che seguiva il suo esempio e condivideva la passione allo studio e l’amore alla pietà.

 Tutte le mattine si accostava alla mensa eucaristica. Nessuno dei suoi compagni lo disturbava, un senso di rispetto li tratteneva. Spesso alcuni lo guardavano stupiti e con ammirazione.

SACERDITE FRANCESCO FASANI

Vice-rettore del collegio Sant’Agostino dal 1909 al 1915.

I compagni nutrivano simpatia e stima particolare nonostante vivesse estraneo ai loro giochi e alle loro conversazioni.

 

PADRE PAOLO SEVESI

Conobbe san Riccardo negli anni dell’Università. Lo accolse nel Terz’Ordine Francescano.

 Tra i giovani studenti del Circolo San Severino Boezio alcuni di loro eccellevano per pietà, per candore di costumi, per spirito di apostolato. Pampuri doveva aver avuto da Dio speciale predilezione, tanto egli era compreso dello spirito cristiano, di umiltà e bontà, di devozione da distinguersi fra tutti in modo particolare. Molti segnalarono in lui questa preminenza di elevazione del sensus Christi.

Anche gli altri soci del Circolo furono tratti da ammirazione verso di lui, per cui negli inevitabili contrasti e frequenti discussioni tra studenti anche cattolici lui con la sua inalterabile serenità e parola conciliativa, ispirata sempre a bontà, era il preferito e ascoltato. 

Certamente il suo esempio era segnalato tra i soci e forse fu questo il movente per cui il suo ricordo rimase impresso: la sua pietà non poteva star nascosta quantunque si studiasse di non apparire.

Era assiduo della chiesa di Santa Maria di Canepanova. Fu tra i primi studenti a chiedere l’abito del Terz’Ordine Francescano. Fui io a dargli l’Abito (20 marzo 1921).

DOTT. REMO PORTA

Compagno di studi in Università.

Egli era contento, cordiale sempre, ma questo suo stato d’animo derivava dalla sua coscienza tranquilla e dai suoi sentimenti religiosi. Ed in questo senso sembrava uno che fosse contento di vivere. La sua virtuosità era certamente singolare non perché manifestasse delle singolarità, che erano aliene al suo carattere, ma per la continuità della sua virtù in ogni atto della sua vita. Egli era come un bambino sempre sereno e contento. La serenità o la continuità della virtù derivavano dalla sua fede. Noi compagni, pur non entrando in questioni sui principi religiosi, sentivamo di rispettare e di ammirare la sua fede e la sua pietà. Anche la rettitudine in lui era amichevole.

DOTTOR EMILIO RISSO

Compagno di studi in Università.

 Di carattere dolce, ma sempre cordialmente rettilineo, fu severo ma sereno studente tra di noi e, pur non partecipando alle nostre inevitabili gazzarre goliardiche, sapeva stare allo scherzo concesso dai limiti del gioviale e dell’onesto, con spirito e comprensione. Sapeva ritirarsi intelligentemente e con umiltà tranquilla nei momenti cruciali e soprattutto esser fedele amico nei casi contrari e dolorosi.

 Prodigava le più semplici ma confortevoli parole nei vari guai dello studio, nel periodo degli esami, insomma nelle nostre passioni universitarie. Pur estraniandosi dalle nostre congreghe, era sempre con noi e per noi.

PROFESSOR ENRICO MORELLI

Ebbe san Riccardo come interno nell’istituto di Patologia medica; confermò i pieni voti 110 su 110.

Giovane studioso, diligentissimo, appassionato dello studio dell’ammalato, ma anche a tutti i mezzi di ricerca di laboratorio che occorrono per un’esatta valutazione dell’ammalato. 

I pieni voti riportati all’esame di laurea confermano il valore medico del Pampuri. Credo poter asserire che sarà un ottimo medico.

ALLA SORELLA SUOR LONGINA MARIA: 

Carissima sorella, giunto ormai alla fine dell’anno, quanto forte sento il rimorso per le offese e le ingratitudini rese, anche in quest’ultimo tratto della vita trascorsa, al buon Dio in cambio delle sue tante grazie e del suo infinito amore. 

Ma se lo sguardo al passato mi rattrista tanto e mi scoraggia la debolezza tanto grande di questo povero mio spirito, una fede più viva nel nostro Divin Redentore, un desiderio più forte della sua santa Amicizia mi fa ancora, anzi più che mai, sperare in un anno migliore.  

E tu, o carissima sorella, in questo anno, che dovrebbe essere l’ultimo dei miei studi ed il primo della mia vita professionale, prega molto, affinché io possa attingere tanta forza dalla nostra fede, da poter finalmente uscire da una vita di sterili desideri e di vane aspirazioni per cominciarne una veramente feconda di opere che, rendendo a Dio la dovuta lode e ringraziamento, abbia a farmi più lieto e felice nella pace serena della sua santa Amicizia.

Tuo sempre aff.mo fratello Erminio

Torrino, 31 dicembre 1920

ALLE SIGNORE MORO 

Non ho mai avuto da rammaricarmi per la mia ostentata intransigenza in alcune discussioni, e sono quelle in cui con affetto incondizionato cercavo

di difendere il nostro dolce Cristo in terra, il Sommo Pontefice, dalle farisaiche insinuazioni della stampa liberale la quale, infatuata dalle false massime del mondo, troppo urtava la bianca figura del Padre che, dalla Roma dei martiri di Cristo, chiamava con voce accorata i figli, immersi in una sanguinosa lotta fratricida, al bene rifiutato della pace.  

Anche in questo breve corso di tempo ho potuto sperimentare di quanto aiuto sia una stampa francamente cattolica, che fra la vertiginosa successione delle umane vicende sa indicare la via sicura, al lume della fede, e della parola di Gesù che non potrà mai fallire, e fra tanto rimescolio di passioni politiche e di quotidiane preoccupazioni, non lascia mai perdere di vista il vero grande scopo della nostra vita. Dev.mo Erminio

Morimondo, 26 gennaio 1923

UNIVERSITA’ E SERVIZIO MILITARE

 Il 1 aprile 1917 san Riccardo entra nell’esercito. Viene aggregato alla ottantaseiesima sezione di Sanità della III armata. 

UN COMMILITONE 

Ebbe grande carità verso i soldati infermi e particolarmente verso i più gravi. Era pronto a confortarli nei loro mali e specialmente nel far ricevere loro i santi sacramenti quando erano gravi. Si compiaceva di radunare i semplici soldati per far loro un po’ di morale e la sua assennata parola era sempre tenuta in grande considerazione.

GIULIO MEDA 

Conobbe san Riccardo in Università e durante il servizio militare. Nei momenti di riposo meditava il Vangelo, l’Imitazione di Cristo e le Lettere di san Paolo. Cercava con ogni mezzo di dare ai malati e ai commilitoni un messaggio diverso, quello della sua fede.

CAPORETTO 

Durante la disastrosa rotta di Caporetto, il 24 ottobre 1917 – ricevuto l’ordine di ripiegare – gli ufficiali medici della sua compagnia abbandonarono tutto il materiale sanitario dell’ospedaletto per scappare con i soldati. Erminio, per impedire che tante preziose attrezzature andassero perdute, si fermò per caricare tutto su un carretto trainato da una mucca e da solo, sfidando il fuoco dell’artiglieria nemica, si fece una camminata di 24 ore nel fango, riuscendo a raggiungere a Latisana i compagni che ormai lo avevano dato per disperso. Fecero tutti festa perché per Erminio avevano un affetto fraterno.

 Quell’eroica marcia gli guadagnò la medaglia di bronzo e la nomina a sergente.

San Riccardo Pampuri

ALLA SORELLA SUOR LONGINA MARIA: 

“Da due settimane faccio servizio in un ospedaletto da campo in sala di medicazione. Quale scempio della povera carne umana, che ferite, che squarci, quante membra fracassate! Speriamo che per la Divina Misericordia questo flagello abbia a terminare presto, molto presto!  

Zona di guerra, 1 settembre 1917

 IL CIRCOLO “SEVERINO BOEZIO”

 Il circolo universitario San Severino Boezio sorse a Pavia il 22 maggio 1884. Tra i suoi soci emergono nomi di spicco che segnarono la presenza cattolica in Italia a cavallo dei due secoli, come Ludovico Necchi, futuro fondatore, insieme a Agostino Gemelli, dell’Università Cattolica del Sacro Cuore.

 Nello statuto, fra l’altro, si legge: «La sfrenata baldanza colla quale la gioventù credente stretta in numerose società muove guerra agli studenti universitari cattolici, e le pubbliche dimostrazioni colle quali si tenta di intimorirli e ridurli a vili apostati, rendono necessario che anche gli studenti cattolici si uniscano fra loro per trovare nella unione la forza onde sostenersi.

 Scopo dell’Associazione è: 

  1. di assicurarsi per mezzo della unione dalla rea influenza delle perverse dottrine e di mali esempi, e rendersi forti a professare francamente e schiettamente i principi della Cattolica Religione;

  2. Promuovere i sacri studi». 

Lo statuto venne subito approvato da colui che era stato il più efficace promotore e che per lunghi anni sarebbe stato il più valido appoggio della nuova Associazione, monsignor Agostino Riboldi, vescovo di Pavia, il quale in una lettera ai soci scrisse:

«Nella discussione e nella vostra condotta amate sempre la nobiltà; la nobiltà del tratto, della parola, della difesa; perché la fede è la madre della civiltà. Insieme non abbiate alcun rispetto umano; sta bene la prudenza, ma la prudenza dello spirito che è sapienza, non la prudenza della carne che è viltà. Siate rivestiti di una santa franchezza, che fu sempre il distintivo della gioventù cattolica. Amate e rispettate tutte le persone, ma non ammettete conciliazione alcuna coll’errore».

 Sono anni di grande fervore. Le condizioni del tempo, dominato nella vita pubblica dal liberalismo settario, nella cultura dal positivismo ateo, rendono difficile ed aspra, ma perciò tanto più vera e intensa l’attività della nuova Associazione.

 È necessario innanzitutto affermare, di fronte alla negazione e allo scherno degli avversari, la perenne vitalità e fecondità della fede cattolica. Perciò l’opera della nuova Associazione fu innanzitutto opera di affermazione.

 L’apparire di un gruppo di giovani, piccolo sì, ma compatto e deciso, che si dichiarava apertamente e francamente cattolico, era di per sé la più efficace delle apologie. Occorreva dunque farsi conoscere, far sentire la propria voce.

 Fin dal primo momento l’Associazione percepì di essere soprattutto una forza essenzialmente costruttiva e si affermò subito come centro di studio e discussioni, fattore che attesta il carattere deciso e battagliero del circolo.

 MARIO BOLOGNA

Abitante di Morimondo, fu socio dell’Azione Cattolica fondata da san Riccardo nel 1922.

Appena il dottor Pampuri arrivò a Morimondo, furono tutti sorpresi nel vederlo andare a Messa e fare la Comunione tutte le mattine. Il contrasto tra il nuovo medico ed i precedenti che frequentavano poco o nulla la chiesa era troppo stridente.

Cominciò ad avvicinare i giovani meglio disposti e li invitò a formare il circolo della gioventù di Azione Cattolica. I giovani, non potendo resistere alla forza del suo esempio, aderirono all’invito ed egli formò il circolo che volle intitolare a Pio X. I soci erano più di trenta.

 Egli fu il primo presidente e rimase in carica fin verso il 1926. Con elementi della sua associazione giovanile, in cooperazione con il parroco don Cesare Alesina, formò il corpo musicale Pio X, composto di 24 persone. Per l’acquisto degli strumenti andò personalmente a chiedere offerte di cascina in cascina. A lui nessuno poteva rifiutare nulla: il resto che mancava venne arrotondato con il suo denaro.

Nel circolo organizzava i divertimenti comuni a tutte le associazioni giovanili: passeggiate, recite eccetera. Ai giovani faceva conferenze, spiegazioni evangeliche e catechistiche.

Quando c’era la Messa cantata, a lui piaceva assistere con noi in coro, ma egli non sapeva cantare ed allora faceva la traduzione e la spiegazione delle parti che noi cantavamo, per permetterci di cantarle bene.

Durante la settimana faceva la Comunione tutti i giorni. Passando in bicicletta davanti alla chiesa nell’andata e nel ritorno nella visita agli ammalati sempre usava saltar giù dalla bicicletta, mettere la testa in chiesa, fare una riverenza e poi partire.  

Quando uno non andava in chiesa, egli trovandolo, o più facilmente andandogli in casa per la sua professione, cominciava a dirgli che era una faccia nuova perché non lo vedeva mai neppure alla Messa e così si introduceva e insisteva fintanto che quell’altro fosse persuaso e ritornava all’adempimento del precetto festivo. Il parroco gli segnalava le persone che in paese erano lontane dalla Chiesa anche per la Pasqua ed egli pensava ad avvicinarle e finiva per portarle a confessarsi.

ALESSANDRO CALATI

Abitava nella stessa casa comunale di san Riccardo. 

Quando tornava dalle visite e la sorella non gli aveva ancora preparato da mangiare (ciò capitava tante volte) egli sorridendo le diceva di non disturbarsi e provvedeva lui stesso a improvvisare con due uova, o con zuppa o col riscaldare quello che si era avanzato la sera. 

Quando riusciva a riportare uno in chiesa perché si confessasse e facesse la Comunione con lui, era felice di aver conquistato un’anima. Lo portava in casa sua e lo serviva di vino e di dolci. 

Era anche caritatevole quando, entrando nella casa di un ammalato, lo vedeva bisognoso e in povertà, allora egli dava le medicine o i danari per comperarle. A parecchi pagava il libro del prestinaio, cosicché abitualmente quand’era il venti del mese egli aveva esaurito il suo stipendio ed allora molte volte si rivolgeva a me a chiedermi in prestito qualche cosa. 

Egli poi sapeva radunare intorno a sé gli uomini del paese e in tal modo li guidava e li dominava per il bene. So che una volta, incontrando il sacerdote che portava il Viatico, egli scese dalla bicicletta e si inginocchiò nel fango ed io lo vidi arrivare a casa coi pantaloni sporchi di fango. 

Una volta, passando in bicicletta, vide un povero che era scalzo ed era inverno. Egli si fermò e domandò al povero perché si trovasse in quello stato. «Perché non ho nessuno che pensa a me». Il dottor Pampuri tornò a casa, prese le sue scarpe e le portò al povero. 

LUIGI REPOSSI

Abitante di Morimondo. 

Era capace di parlarci di Dio senza farcelo pesare, anzi destando in noi un interesse sconosciuto per queste cose. Ci capitava spesso di tornare a piedi insieme, dopo le lezioni di musica con quelli della banda e lui non perdeva occasione per un pensiero spirituale. 

A volte si dilungava nell’approfondire l’argomento e non ci accorgevamo che si era fatto tardi. Dico la verità, certe prediche del parroco mi stancavano, ma il Pampuri sarei rimasto a sentirlo per delle ore. Trovava parole diverse. 

Il Pampuri non era estraneo a quanto accadeva nel mondo: quando apparvero le prime radio a galena, ne acquistò subito una che ascoltava frequentemente. Era un uomo normalissimo come tanti altri. Solo che mirava in alto. 

AGOSTINO PAMPURI

Fratello di san Riccardo.

 

Sapeva far tutto anche da medico, faceva giocattoli perfetti ai nipotini. Da medico fece dieci alveari. Sul suo tavolo di studio teneva sempre i diversi scritti di suo pugno come cartellini a caratteri grandetti. Uno di essi diceva: “Initium sapientiae est timor Domini (l’inizio della sapienza è il timore di Dio). 

Un giorno accompagnò il professor Negroni alla stazione. Strada facendo gli parlò degli ammalati e confidenzialmente il professore gli disse che lui era un bravo medico, ma che era troppo scrupoloso, che esagerava troppo nella religione.

E lui gli rispose che il primo medico era il Signore che dava la vista ai ciechi col fango e poi ha dato la sua vita per noi. E quindi per quanto noi facciamo non facciamo nemmeno la minima parte di ciò che fece il Signore per noi.

ALESSANDRO PAMPURI 

Nipote di san Riccardo.

Trascorreva le sue vacanze estive con lo zio a Morimondo.  Le sue letture preferite erano: La Civiltà Cattolica che commentava, L’Osservatore Romano da cui ritagliava gli articoli interessanti la fede, la Vita dei Santi e poi tutti i bollettini delle missioni. Sapeva a memoria alcuni brani dell’Imitazione di Cristo.

Una volta gli chiesi dove depositasse i suoi soldi. Mi rispose serio: ad una banca che per ogni lira ti dà cento lire. Avendo io cento lire, gli chiesi l’indirizzo della banca. Mi rispose che era all’estero. 

Insistetti per sapere dove.  Mi disse che la sua banca erano le missioni. Allora gli chiesi: ma quando sarai vecchio cosa farai? 

Mi rispose: cerca prima di amare Dio e volere il Suo regno. Il resto ti verrà da Lui in grande copia. 

Parlava di Dio e della Madonna con un accento tale che veniva dal cuore, come se parlasse di suo padre, di sua madre, di una persona conoscente. Io lo guardavo sbigottito perché per me Dio era una grande cosa, ma lontana da quello che potevo vedere e immaginare. Invece per lui era una realtà ben sentita di cui non poteva fare a meno.  

Ricordo che tutte le sere studiava per un’ora i libri di medicina.  

Lo vidi sempre ben vestito e preciso, con scarpe lucide, cravatta ben messa, abiti a posto, rasato e pettinato. Il viso sempre allegro.

Fosse anche povero, non lo dimostrò mai, in quanto a me sembrava che avesse ogni ben di Dio.  

Nelle nostre passeggiate in campagna prendeva spunto dalla natura per elevare il suo pensiero a Dio, non mai in modo formalistico o con segni di bigottismo. 

MARGHERITA PAMPURI

Sorella di san Riccardo. Visse con lui a Morimondo. 

Coi giovani del Circolo influiva più coll’esempio che colle parole. Qualche volta alla sera li invitava alle funzioni in chiesa: se andavano era molto contento, ma non insisteva. 

Aveva molta fiducia nella Provvidenza. Chiamato dagli ammalati quando era stanchissimo in letto, partiva senza indugio cantarellando. Egli viveva sempre unito al Signore e faceva tutto per amor di Dio. 

Aveva costituito una mutua per la quale gli iscritti pagavano due lire all’anno ed egli, scalzando questo misero compenso, li visitava in qualunque momento. Siccome la mutua non forniva le specialità agli ammalati, le forniva e pagava lui di sua borsa.

Tutti gli anni portava i giovani e gli uomini cattolici a far esercizi a Tregasio e portò anche uomini di Torrino. 

DON LUIGI GHEZZI 

Direttore dell’ufficio missionario dell’arcidiocesi milanese. 

Sabato 10 novembre 1923 mi recai, nella mia veste di Direttore dell’Ufficio Missionario Diocesano, a Morimondo. Avevo poca fiducia e speranza di buon esito, data la situazione di tutti i paeselli della Bassa milanese, dove la popolazione rurale facilmente si sposta ogni anno, ed è molto infestata dalla propaganda socialcomunista.  

Senonché incontrai un collaboratore veramente efficace, non appena per la sua bontà e attività, ma soprattutto per la sua santità che già trapelava tra il popolo, sul quale esercitava un’influenza ammirevole, come mi fu dato di constatare de visu. 

Appena seppe che ero arrivato, mi raggiunse in casa parrocchiale il dott. Erminio Pampuri. Mi diede subito l’impressione che avevo dinnanzi un giovane d’eccezione. Mi disse: «Non dubiti, Morimondo non è del tutto un deserto, vi troverà qualche oasi».

Lo rividi in chiesa verso sera con un bel gruppetto di adolescenti che egli preparò alla confessione. Quel medico dei corpi era così puro ed eletto che senza dubbio gareggiava col Parroco nel curare le anime di quel popolo. 

A sera pure lui in chiesa a fianco dei contadini a sentire la predica di apertura della Giornata Missionaria. 

Il mattino della domenica ascoltò la mia messa e la predica: si comunicò con somma devozione, così che i giovanetti non potevano che imitarlo e star devoti sull’altare. Era lui il dottore, che li faceva pregare, senza lettura di alcun libretto. 

Frutto importante della Giornata Missionaria era raccogliere un gruppetto di persone che, costituitesi in Commissione Parrocchiale permanente, si adoperasse a mantenere il ricordo delle Missioni e soprattutto le file dell’organizzazione delle Opere Pontificie: la Propagazione della Fede e la

santa Infanzia. Difficilissimo questo in altre parrocchie del basso milanese e così credevo anche per Morimondo. Ma ecco che il dott. Pampuri mi si presentò in casa parrocchiale con un gruppetto di persone, certamente trascinate dal suo esempio, e mi disse con umiltà: «Se posso anche io aiutare… essere del numero…». 

Il dott. Pampuri assunse la carica di Segretario della Commissione. E l’opera sua per questa iniziativa fu ben sagace a Morimondo, così che le Opere Missionarie ebbero parecchie iscrizioni. 

Alcuni parrocchiani mi ebbero a dire: «Il nostro dottore è un santo. Sapesse

come vuol bene agli ammalati, quanta carità fa ai poveri! Quando viene nelle nostre case, pare che venga un angelo». 

DON RICCARDO BERETTA

Nel 1923 era Segretario diocesano dell’Unione Missionaria del Clero per la propaganda in favore delle missioni estere in tutte le parrocchie dell’arcidiocesi.

 Lo incontrai in via Cardinal Federico 2, nella casa degli Oblati di San Sepolcro. Non dimenticherò mai quel primo incontro. A chiusa del nostro primo colloquio mi accorsi che egli pure aveva creduto di aver trovato in me un cuore che l’avrebbe compreso.

 Fu così che a quel primo colloquio ne seguirono tanti altri. Lo studio di quell’anima da parte mia durò dal ’23 al ’26. Per lo stato precario della sua salute aveva già dovuto subire due ripulse: dai Minori Francescani e dalla Compagnia di Gesù. Egli si sentiva più attratto verso l’apostolato sacerdotale che nella vita religiosa. Per questo lo indirizzai all’Ordine dei Fatebenefratelli dove c’era come padre provinciale della provincia lombardo-veneta, Zaccaria Castelletti, mio compagno di seminario. 

Ai parenti che tentavano di dissuaderlo di entrare in religione diceva: «Devo seguire la chiamata di Dio, devo farmi santo». 

E se fu grande l’amore per i suoi ammalati, per i poveri, per i peccatori, era perché la sua fede, il suo amore per Dio gli facevano trovare il riflesso divino su quei volti sfigurati dal dolore, dall’indigenza, dal peccato. Ecco perché ogni volta ch’egli doveva incontrarsi con quei poveri diseredati, cercava luce e grazie al Crocefisso, sicché spesso lo si udiva ripetere: «Tutto per Voi, solo per Voi».

CRISTINA 

Alla fine di dicembre del 1994 venni a sapere che una mia amica era stata ricoverata per una aplasia midollare. Per questa malattia due sono le possibili terapie: il siero oppure il trapianto midollare. All’ospedale di Genova optarono per la prima e, se tutto fosse andato per il verso giusto, la mia amica sarebbe ritornata a casa e avrebbe dovuto rimanere in una camera sterile per circa quattro mesi.  

Quando sentii per telefono Gabry – la cognata, di cui sono amica, dei Memores Domini – è stato immediato dirsi: «Chiediamo la grazia». 

E lei: «Sì, soprattutto di saper vivere questa circostanza certi della sua Presenza e che nulla è per un male». 

Detto fatto.

Con alcune di Casa mia siamo andate il primo gennaio del 1995 dal «nostro vicino di casa», san Riccardo Pampuri, a Trivolzio dove è seppellito. Qui è accaduta la cosa, ai miei occhi, più sorprendente: dopo la messa siamo entrate nella stanza attigua alla cappella di san Riccardo dove sono custodite

le reliquie del Santo, oggetti che gli sono appartenuti, come i ferri del mestiere, un mobile, il saio, la divisa della banda musicale… 

A questo punto Laura, con un po’ di ritrosia, mi dice: «Appoggia l’immaginetta di san Riccardo su un oggetto…» e data l’espressione della mia faccia ha aggiunto: «Questo gesto è solo per sottolineare la fisicità della domanda. Non è un gesto da fanatici, ma perché siamo concreti». 

Ho dovuto combattere una certa ritrosia perché veramente questa concretezza semplice mi è così poco abituale…, ma dato che non avevo motivi per diffidare di Laura mi sono detta: «Perché no?». Così ho scelto tra gli oggetti quello che mi piaceva di più: la divisa della banda e ho strofinato l’immaginetta. 

Abbiamo recitato un Gloria e siamo uscite. 

Siamo tornate a casa in quella normalità che fa dire: ci siamo affidati, ad ognuno il suo; a noi l’ordinario, a Lui lo straordinario. 

Domenica 8 gennaio Gabry va a trovare la parente e durante la conversazione racconta della mia visita a Trivolzio e le dà l’immaginetta. Il giorno successivo un medico fa un prelievo e dopo mezz’ora ritorna perché crede di aver sbagliato. Invece no. Tutto si sta risolvendo e l’indomani la parente viene dimessa. Lo stesso medico dice: «Questo lo consideri un miracolo». 

Poi veniamo a sapere che su 200 casi 5 si sono risolti da sé. Sono cose che succedono. Certo, anche se questo non era stato preso in considerazione come possibile soluzione. Cristina

VALENTINA E FRANCESCO 

In seguito a una febbre alta che perdurava da dieci giorni, nel novembre del ’95 portammo per accertamenti nostro figlio Emanuele di 22 mesi all’ospedale Niguarda a Milano. 

Una prima ecografia e poi una Tac rivelarono la presenza di una massa solida estesa nella cavità addominale. I medici, quasi certi di trovarsi di fronte ad una malattia tumorale, ci prospettarono la possibilità di un imminente intervento seguito da pesanti cure. Ci sentivamo incapaci di sostenere un peso così grande. Abbiamo cominciato ad affidare il nostro bambino alla Vergine Maria e abbiamo pregato san Riccardo.

I nostri amici e i monaci della Cascinazza ci hanno sempre detto che la loro esperienza è possibile perché si può vivere «solo di Cristo». È stato così semplice affidare a Cristo nostro figlio, chiedendo di evitargli sofferenze troppo grandi. Intanto il bambino migliorava sensibilmente. 

I medici valutando questo netto miglioramento, cominciarono a prendere in considerazione l’ipotesi che il male fosse generato da una causa infettiva. Da una successiva ecografia non risultava più esserci un nucleo calcificato. 

Un’altra ecografia rilevò la scomparsa di ogni traccia del male. Di questo abbiamo reso grazie a Dio e a san Riccardo, divenuto per noi sostegno quotidiano. 

In seguito un primario di Niguarda ci ha detto – guardando la Tac – che condivideva la prima diagnosi fatta dai pediatri e dai radiologi e che, se anche questa massa fosse stata originata da un fatto infettivo, si era in presenza di una grave forma patologica. Ora Emanuele è guarito.Valentina e Francesco

LAURA 

Tempo fa persi un bambino al terzo mese di gravidanza e in seguito la ginecologa mi disse che non ne avrei più potuti avere. Invece rimasi di nuovo incinta. 

Purtroppo mi fu diagnosticata una gravidanza extra-uterina e i medici volevano operarmi immediatamente. Mi rifiutai e il giorno dopo presi l’aereo per Milano per chiedere consiglio ad una ginecologa di Monza. Anche lei purtroppo confermò la diagnosi, solo che decise di aspettare per l’intervento. 

Dopo una settimana la situazione peggiorò. Non si poteva più aspettare. Venni messa al secondo turno per l’operazione. Intanto una ragazza dei Memores Domini, Monica, mi consigliò di chiedere il miracolo della vita per il mio bambino. Io avevo paura, ma Monica mi disse che non ero sola nella domanda a Dio.

 Intanto mio marito si era recato a Trivolzio per chiedere la grazia a san Riccardo. L’infermiera che mi doveva fare la pre-anestesia era in ritardo e una dottoressa mi disse che dovevo fare un’altra ecografia. Fatto inusuale. E dall’esame risultò che la bambina c’era! Anche la dottoressa rimase esterrefatta. Laura

PAOLA

 Più di due anni fa un esame medico rivelò che ero affetta da un tumore maligno all’utero. Per evitare l’asportazione fui sottoposta ad una serie di cure. La situazione rimase inalterata fino a quando, a maggio dell’anno scorso, ci fu un peggioramento per cui divenne necessario l’intervento.  

Da tempo con alcuni amici avevo preso l’abitudine di andare a messa a Trivolzio da san Riccardo. Quando i medici mi dissero quale era la situazione pensai che l’unica cosa che concretamente potevo fare era pregare san Riccardo perché mi facesse guarire o, se così non poteva essere, che mi desse la forza di accettare la realtà.

 L’intervento fu fissato per i primi di settembre, così i dieci giorni precedenti mi recai quotidianamente da san Riccardo. Ricoverata, fui sottoposta ad alcuni esami preliminari per verificare lo stato della malattia.  

Dopo due giorni i medici, increduli, mi dissero che dovevano dimettermi perché il tumore era «inesistente». Paola

DON GIUSSANI

Vi è una accezione della parola santità la quale si rifà ad una immagine di eccezionalità che una aureola esprime. Eppure il santo non è né un mestiere di pochi né un pezzo da museo.

 La santità va vista in ogni tempo come la stoffa della vita cristiana.

Pur dentro la parzialità di certe immagini rimane la traccia di una idea fondamentalmente esatta: il santo non è un superuomo, il santo è un uomo vero. Il santo è un vero uomo perché aderisce a Dio e quindi all’ideale per cui è stato costruito il suo cuore, e di cui è stato costituito il suo destino.

Eticamente tutto ciò significa «fare la volontà di Dio» dentro una umanità che rimane tale e pur diventa diversa.

San Paolo testimoniava ai Galati: «Pur vivendo nella carne io vivo nella fede del Figlio di Dio». Infatti la santità è il riflesso della figura dell’Unico in cui l’umanità si è compiuta secondo tutta la sua potenzialità: Gesù Cristo.”

(Luigi Giussani)

san riccardo pampuri 02

 San Riccardo Pampuri 04

 

Invocazioni al Signore con le parole di San Riccardo, prese dalle sue lettere.

Per intercessione di San Riccardo Pampuri:

1 – Signore, rendimi capace di pensare sempre e
solo a Te, lasciando che Tu pensi a noi.
2 – Signore, aiutami a fare anche le cose minime
con amore grande.
3 – Signore, fa’ che ti serva sempre non con timore
servile dei castighi, ma per amore.
4 – Signore aiutami a cercare sempre la verità con
ardore e con sincerità, perché dove è la verità
è anche il nostro sommo bene.
5 – Signore, fa’ che tutto, pensieri, parole ed opere,
sia per lodare e servire Te.
6 – Signore, dammi la grazia di servire gli altri
come servirei Te.
7 – Signore, fammi conoscere la tua volontà affinché
io non abbia, nè tentarti chiedendoti ciò
che a me non conviene, nè diffidare dell’infinito
tuo misericordioso aiuto.
8 – Signore, fa’ che la superbia, l’egoismo o qualsiasi
altra mala passione non mi impediscano
di vedere Gesù nel mio prossimo.
9 – O Maria, scuotimi, svegliami dal mio torpore,
dalla mia pigrizia, dalla mia tiepidezza cronica
ed infiammami di quella fiamma divina di
carità che il Tuo Divin Figlio è venuto a portare
tra noi.