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ATTI CONVEGNO – Le istituzioni sanitarie di ispirazione cristiana: caratteristiche e finalità

convegno cristiani in sanità

              martedì, 07 ottobre 2008

ATTI CONVEGNO – Le istituzioni sanitarie di ispirazione cristiana: caratteristiche e finalità

Le istituzioni sanitarie di ispirazione cristiana: caratteristiche e finalità

 


Tavolo Regionale Istituzioni Sanitarie di Ispirazione Cristiana9.00 – 13.00

 

15 marzo 2008   – Aula Pio XII Centro Card. A.I. Schuster

via S. Antonio, 5 – 20122 Milano  – 

milano_IT01MI166 Foto Marco Arrigoni

Finalità del Tavolo Regionale

Il Tavolo Regionale delle Istituzioni Sanitarie di Ispirazione Cristiana si è costituito il 16 gennaio 2007 presso la Curia Arcivescovile di Milano come auspicato dalla Nota Pastorale della Commissione Episcopale per il servizio della carità e della salute “Predicate il Vangelo e curate i malati. La comunità cristiana e la pastorale della salute”(4 giugno 2006). E’ composto da 22 Enti, gestori di Istituzioni sanitarie e socio-sanitarie di ispirazione cristiana, che in Lombardia possiedono:

  1. Strutture: n. 117
  2. Ospedali generali classificati n. 3;
  3. Case di Cura n. 17;
  4. Centri di riabilitazione psichiatrica e per la disabilità n. 33;
  5. RSA n. 45; Altri n. 13);
  6. Posti letto: n. 13.642 (I.R.C.C.S. n. 1.765;
  7. Ospedali generali classificati n. 820;
  8. Case di Cura n. 2.627;
  9. Centri di riabilitazione psichiatrica e per la disabilità n. 3.615;
  10. RSA n. 4.685; Altri n. 130);
  11. Psti day hospital o ciclo diurno continuo: n. 1.826;
  12. Operatori Sanitari: n. 19.568.

Partecipano inoltre al Tavolo: i responsabili diocesani della Pastorale della Salute, l’Associazione Religiosa Istituti Socio-Sanitari (ARIS), i rappresentanti delle professioni sanitarie, delle associazioni e dei gruppi di volontariato sanitario.

REGIONE LOMBARDIA

Enti partecipanti:

  1. Congregazione Suore ncelle della Carità
  2. Istituto delle Missionarie del Sacro Cuore di Gesù
  3. Figlie di Santa Maria della Provvidenza – Opera Femminile don Guanella
  4. Congregazione Suore Misericordine di S. Gerardo
  5. Congregazione Suore di Carità delle Sante B. Capitanio e V. Gerosa
  6. Suore delle Poverelle
  7. Suore Adoratrici Santissimo Sacramento
  8. Ordine Religioso dei Chierici Regolari Ministri degli Infermi
  9. Ordine Ospedaliero di San Giovanni di Dio
  10. Istituto Figlie di S. Camillo
  11. Istituto delle Suore di Maria Consolatrice
  12. Suore Ospitaliere del Sacro Cuore di Gesù DA INSERTO “FATEBENEFRATELLI” APRILE/GIUGNO 2008

    INTRODUZIONE AL CONVEGNO

    Mons. dr. Italo Monticelli

    Delegato Regionale per la Pastorale della Salute e Responsabile della Consulta Regionale per la Pastorale della Salute

    Diamo inizio al nostro Convegno delle Istituzioni Sanitarie di Ispirazione Cristiana. Rivolgo il più sincero e cordiale saluto a tutti: alle Autorità, ai Relatori, ai partecipanti e ai rappresentanti degli Enti.     Un saluto e un particolare ringraziamento va a coloro che hanno promosso e organizzato il Convegno, e anche alla “Banca Prossima” che in parte lo ha sponsorizzato.

    Lo scopo fondamentale del nostro trovarci oggi è quello di farci conoscere nella società e di ribadire l’impegno di tutte le nostre Istituzioni nel recare un efficace apporto al mondo sanitario.

    Il Convegno è stato promosso dal Tavolo Regionale delle Istituzioni Sanitarie di Ispirazione Cristiana insieme con la Consulta Regionale per la Pastorale della Salute. Il Tavolo Regionale è stato istituito accogliendo l’invito dei Vescovi italiani presente nella Nota Pastorale della Commissione Episcopale per il Servizio della Carità e della Salute “Predicate il Vangelo e curate i malati. La comunità cristiana e la pastorale della salute” (2006).

    Nella Nota si auspicava che accanto al Tavolo Nazionale già costituito, fossero creati Tavoli Regionali o Interregionali con le stesse finalità.

    La Consulta Regionale per la Pastorale della Salute, presieduta da Sua Ecc. Mons. Giuseppe Merisi, Vescovo delegato dalla Conferenza Episcopale Lombarda per i problemi sanitari, ha accolto l’invito dei Vescovi italiani e da un anno lavora con i responsabili dei 22 Enti che gestiscono 117 strutture e ha promosso questo Convegno. Come evidenziato nell’introduzione del fascicolo sulla “Mappatura” delle Istituzioni è bene ricordare le finalità del Tavolo che ribadiscono le finalità dello stesso Convegno; esse sono:

    • – stabilire un collegamento e una collaborazione permanente tra i vari Enti per il confronto, la ricerca e l’attuazione di comuni indirizzi etico-antropologici;
    • – essere uno strumento di colloquio e di confronto con le autorità istituzionali per la organizzazione e la programmazione del servizio sanitario;
    • – elaborare proposte di orientamenti pastorali e promuovere iniziative atte ad intensificare la formazione degli operatori sanitari, privilegiando l’umanizzazione degli interventi.

    Con queste intenzioni ci impegneremo anche a rendere sempre più vivo e attuale il carisma dei Fondatori dei singoli Enti e a portare un valido contributo nella cura e nell’assistenza ai malati e     ai sofferenti.

    Mons. dr. Italo Monticelli

    INTERVENTO DEL CARDINALE DIONIGI TETTAMANZI

    tettamanziA tutti e a ciascuno di voi il mio più cordiale saluto. E con il saluto il desiderio di condividere con voi qualche riflessione, meglio di confessare qualche mio stato d’animo, che penso peraltro presente anche in tutti voi. Non so però se in questo modo potrò davvero intercettare i problemi che siete chiamati ad affrontare, e dunque le speranze e le fatiche che incontrate nel vostro quotidiano operare nelle istituzioni sanitarie di ispirazione cristiana.

    Scorrendo con attenzione il dépliant del Convegno, e ora in termini più concreti guardandovi in volto, mi trovo di fronte a un quadro molto vivo e interessante delle istituzioni sanitarie della nostra regione Lombardia.     Indubbiamente è di singolare interesse la foto che con  immediatezza possiamo scattare, perché queste istituzioni si presentano a noi nella loro ampiezza ed articolazione, con linee sia comuni e convergenti, sia specifiche, il tutto poi dentro il concreto nostro vissuto, ecclesiale e civile.     Questa foto è, apparentemente, solo esteriore nel suo elenco di istituzioni, opere, iniziative, persone. In realtà essa è capace di mostrare qualcosa di più profondo, di mettere in luce l’anima interiore che ispira e sostiene tutti noi. E così il nostro primo sentimento, del tutto naturale e immediato, è quello di una particolare ammirazione, soprattutto di una illimitata gratitudine al Signore e insieme alle tantissime persone per questa straordinaria “ricchezza” di valori e di realtà che si è riversata e continua a riversarsi sul nostro territorio, a favore della nostra gente.

    Il coraggio di guardare al futuro

    Già a partire da questa foto mi pare emerga un primo orientamento operativo: così lo sento e così lo offro alla riflessione e alla discussione di tutti. Alle nostre spalle sta una storia, una magnifica storia, che siamo chiamati a custodire e insieme a vivere oggi, ma anche, e vorrei dire soprattutto, a proiettare nel futuro. Dobbiamo sapere affrontare, e in qualche modo anticipare, i cambiamenti che sono in atto: quelli globali, quelli più specifici del mondo sanitario, e in maniera ancora più puntuale quelli legati all’area delle istituzioni di ispirazione cristiana.

    Con parole semplici, ma insieme provocatorie, vorrei qui ricordare che la nostra prima responsabilità riguarda il futuro: dobbiamo sapere discernere che cosa il Signore, lo Spirito, la storia, il tempo,     le nostre situazioni concrete, la nostra gente chiedono a noi oggi in vista del domani. Al Signore dobbiamo chiedere la grazia di essere veri “profeti”, di essere persone che vivono la “profezia” con grande saggezza e con grande coraggio. Spesso citiamo la virtù cardinale della prudenza. E giustamente. Ma questa, secondo San Tommaso, non ci chiede di guardare soltanto al passato o di tenere fisso lo sguardo unicamente sul presente: la prudenza è più dinamica, è più aperta, perché ci spinge a guardare al futuro. Non è una virtù timida, ma audace; non è sempre e solo una virtù “conservatrice”, ma è, e deve essere, anche una virtù “anticipatrice”. Siamo allora invitati a cogliere la similitudine, anzi l’intima correlazione tra prudenza, previdenza, provvidenza.

    Non saprei però come giungere a suggerimenti concreti, ad indicazioni precise a partire dall’esigenza di questo sguardo maggiormente rivolto al futuro di fronte all’ampia e complessa problematica del mondo della salute. Non saprei come o dove “osare di più”, quali iniziative “inventare”, su quali “nuove” strade muoverci. Dico semplicemente che questo è il mio sentire profondo. Sono convinto –ma forse dovremmo su questo confrontarci più abitualmente e coraggiosamente – che tutti oggi ci troviamo di fronte ad una precisa e irrinunciabile istanza etica, che ci deve scuotere con forza dalle tentazioni, piuttosto facili e comuni, della nostalgia, della pigrizia, della ripetitività (“abbiamo fatto sempre così”), della paura, per aprirci con più fiducia al “nuovo” che ci viene incontro e che noi stessi, proprio come veri “profeti”, stiamo già oggi iniziando e sviluppando.

    Puntare sull’humanum

    Mi sono introdotto con l’immagine della “foto”: una foto che non è riconducibile semplicemente ad un quadro esteriore, perché evidenzia l’anima profonda delle istituzioni sanitarie di ispirazione     cristiana: un’anima non solo “umana”, ma più specificamente “cristiana”.

    Ora un altro mio “stato d’animo” che confesso e che desidero condividere con voi è quello della necessità profondamente avvertita di continuare, in modo più convinto e deciso, a riscoprire e riaffermare l’attenzione, direi meglio la passione per l’humanum, la passione per “l’umanità dell’uomo”. Questa umanità è il tesoro più prezioso ed è la ricchezza tipica dell’uomo. Con una frase semplicissima, disarmante, ma nel contempo folgorante, Sant’Ambrogio nel suo De officiis scrive: “Custodisci l’uomo che è dentro di te. Non trascurarlo, non averlo a noia come se non avesse valore, perché è un possesso prezioso” (De officiis 1,11).

    Avere attenzione per l’humanum, per l’umanità dell’uomo, vale per tutti i settori dell’esistenza, ma in una maniera del tutto specifica vale per il settore della “sanità”, perché proprio qui l’humanum sperimenta una sua tipica “radicalità” o “drammaticità”. Infatti, l’humanum viene coinvolto specie agli inizi e alla fine dell’esistenza dell’uomo; viene interessato nella sua “totalità unificata”, sicché tutte le dimensioni dell’umano –il corpo, la psiche e l’anima– sono raggiunte come intrecciate tra di loro in una unità inscindibile.     E ancora: l’humanum viene colto nella sua relazionalità. L’essere umano è sempre un essere “con” gli altri e “per” gli altri: questa sua relazionalità, se da un lato è per così dire il DNA della persona     umana come tale, dall’altro lato, proprio nel momento della “fragilità”, viene messa a dura e faticosa prova.

    Anche il problema della cosiddetta “qualità della vita” – uno dei problemi continuamente posti all’attenzione nell’ambito della salute –, non può non essere affrontato che alla luce degli elementi sopra ricordati come elementi tipici dell’humanum.     Aggiungiamo ancora che quando ci troviamo nell’ambito delle più diverse “fragilità” – per usare un termine privilegiato dal Convegno ecclesiale di Verona –, quando cioè l’humanum è raggiunto dalla malattia, dalla sofferenza, dall’infermità grave, dall’approssimarsi della morte, questo stesso humanum non può non porsi di fronte a ciò che avviene dopo il tempo, ossia nell’eternità. Con parola semplicissima: l’humanum viene inevitabilmente provocato e non può sottrarsi alla domanda ultima circa la trascendenza. E così si è “costretti” ad aprirsi alla religiosità, alla spiritualità, al “mistero”.

    Ora questo humanum, “l’umanità dell’uomo”, deve essere – non può non essere – il criterio di riferimento di tutto ciò che interessa l’essere e l’agire dell’uomo, e dunque il pilastro portante dell’intera “questione umana” della sanità. E questione umana equivale a “questione etica”, secondo il noto assioma di san Tommaso: Idem sunt actus morales et actus umani, atti morali e atti umani sono la stessa cosa (Summa Theologiae I-II, 1, 3).     Diciamo questo senza paure e al di fuori di ogni pregiudizio. In termini quanto mai concreti dobbiamo affermare che, in ogni ambito e quindi anche in quello della sanità, puntare sull’humanum non è mai un freno indebito, ma sempre e solo un autentico incentivo.

    Ma incentivo a che cosa? A tantissime cose. Per esempio: alla ricerca scientifica, all’applicazione tecnologica, all’efficienza, alla trasparenza, alla umanizzazione delle istituzioni sanitarie. E ancora: ad una maggiore attenzione agli ambienti stessi nei quali si svolgono il dramma e la speranza della sanità:  gli edifici, gli spazi, i locali, gli ambienti, i mobili, gli oggetti, eccetera.

    Di nuovo: puntare sull’humanum non è un freno, ma un incentivo per quella “formazione permanente” dei medici, degli operatori sanitari, del personale che è la conditio sine qua non perché l’humanum sia efficacemente riconosciuto, rispettato, promosso e così possa divenire davvero il termine vivo ed affascinante di una “attenzione”, meglio di una “passione”, e ancora di più di una vera e propria “vocazione e missione”, sino al vertice di una autentica “spiritualità”. Senza dimenticare poi che l’humanum costituisce una straordinaria sorgente di forza, di stimolo, di sollecitazione anche per un “impegno economico e politico” quale la questione sanitaria esige.

    Per concludere, sempre nel segno della massima concretezza: puntare sull’humanum è una questione prioritaria e decisiva perché si possa sviluppare una cultura nell’ambito della sanità che sia sempre rispettosa e promotrice dell’umanità dell’uomo. Tutti i problemi possono essere adeguatamente compresi, affrontati e risolti solo se, anzitutto all’interno e alla base delle istituzioni sanitarie, c’è una giusta e retta cultura dell’humanum. Non c’è dubbio poi che le istituzioni sanitarie cattoliche o di ispirazione cristiana, sotto questo aspetto, sono e devono sempre più essere un’agenzia culturale, un fattore di trasformazione culturale misurati sull’humanum davvero privilegiati.

    Le difficoltà come appello alla collaborazione

    Non posso qui dimenticare le numerose e gravi, anzi gravissime, difficoltà di vario genere che le istituzioni sanitarie cattoliche o di ispirazione cristiana registrano quotidianamente. Il recente Consiglio Permanente della CEI (10-13 marzo 2008) ha avuto all’ordine del giorno anche una riflessione su alcuni problemi emergenti della sanità in ambito cattolico. In particolare, dopo     aver ricordato il prezioso apporto storico dato dalla sua testimonianza che si è fatta servizio alla fragilità dell’uomo, i Vescovi hanno ancora una volta constatato come questa testimonianza “è messa in questione da due fattori:

    • da un lato ci sono le ben note difficoltà di ordine economico legate non solo alla difficile congiuntura, ma anche a una  perdurante diffidenza verso le strutture ecclesiastiche, di cui si misconosce talora la produttività e la qualità dei servizi erogati.
    • D’altro lato, pesano la carenza di vocazioni negli istituti religiosi, l’esiguità delle risorse finanziarie e una certa ritrosia a promuovere forme di collaborazione reciproca e di coinvolgimento delle Chiese particolari” (Comunicato, n. 4).

    Mi limito a rilevare come nella sede del Consiglio Permanente ho parlato di una certa “analogia” tra la problematica della scuola cattolica e la problematica delle istituzioni sanitarie di ispirazione cristiana. Come tutti sanno, la scuola cattolica non è di per sé una scuola “privata”, ma una scuola pubblica, nel senso del reale servizio che essa rende alla società. Il suo nome adeguato è quello di scuola “paritaria”, in quanto essa rientra nel sistema scolastico integrato dello Stato. Ma non è forse – e per taluni aspetti – paritaria solo formalmente o nominalmente? Almeno in parte i fatti icono che non si realizza la parità nel modo dovuto, e dunque anche quella di tipo economico. Ripeto, siamo nell’ambito dell’analogia, ma questa ci può far capire le difficoltà, la fatica e le lentezze che nel nostro Paese riscontriamo anche nel mondo sanitario e socio-sanitario.

    Di fronte a queste difficoltà, numerose e varie – comprese anche quelle economiche – si è più volte costretti a registrare il fenomeno paradossale di una certa “disgregazione”, causata da molteplici fattori, quali ad esempio il naturale bisogno di concentrarsi sulla difesa conservatrice della propria istituzione o l’inevitabile concorrenzialità tra istituzioni che si fa più accentuata nei momenti delle loro difficoltà, eccetera. Parlo di fenomeno paradossale, perché ragione e fede ci spingono verso una logica diversa: quella che sa affrontare le difficoltà, anche quelle economiche, come una sfida, cioè un’occasione provvidenziale e di grazia.

    In questa affermazione non c’è alcuna ingenuità, ben sapendo che a noi non è dato di cambiare la “storia”. C’è piuttosto la consapevolezza che a noi è comunque chiesto di porre però tutti quei “passi” che sono necessari o utili perché la storia nelle sue circostanze concrete rispetti e promuova l’humanum dentro l’uomo. Per questo le difficoltà dovrebbero stimolarci a proseguire in una maniera più convinta e più determinata sulla strada delle sinergie, cioè della collaborazione nelle sue diverse forme concrete, come ad esempio nella forma del ridistribuire le presenze e le prestazioni.

    Ora lo sforzo per essere sinergici sprigiona un’importante energia, a livello sia contrattuale che politico: possiamo presentarci uniti davanti alle varie istituzioni pubbliche. È nostro diritto-dovere di cittadini chiedere che in ogni ambito della vita sociale sia rispettato e promosso l’obiettivo centrale ed onnicomprensivo dell’agire politico che è il “bene comune”, il bene di tutti e di ciascuno. E in concreto quel “bene comune” – che nella solidarietà e nella sussidiarietà è conditio sine qua non di una vera democrazia e pertanto di un paese veramente moderno – va perseguito responsabilmente a cominciare dagli “ultimi”. Non mai dimenticando che “i diritti dei deboli non sono diritti deboli”!

    Giungere a una corresponsabilità “ecclesiale”

    Di nuovo devo dire che, mentre mi si presenta come imperativo etico irrinunciabile il camminare sulla “strada delle sinergie”, sento che la realizzazione concreta di tale cammino può essere adeguatamente valutata, decisa, operata solo attraverso l’impegno di tutti i responsabili delle istituzioni sanitarie di ispirazione cristiana. La mia dunque è solo una provocazione, un appello e insieme anche un invito fiducioso, una vera e propria preghiera, che vorrebbero scendere in profondità e raggiungere la testimonianza ecclesiale che oggi ci è più urgentemente richiesta.

    Non è solo per interessi contrattuali, per motivi di sopravvivenza, per esigenze politiche o di giustizia sociale che siamo chiamati a camminare sulla trada delle sinergie. C’è una motivazione “nuova”, originale, di carattere propriamente ecclesiale, che giustifica e reclama la sinergia. Si tratta della triade “comunione-collaborazione-corresponsabilità”. È questa la logica della vita e della missione della Chiesa: certo nell’ambito specificamente pastorale, ma anche – per così dire, per partecipazione – derivazione o per applicazione analogica – nell’ambito del vivere e dell’operare delle, e nelle, istituzioni sanitarie di ispirazione cristiana.

    Il discorso sulla triade comunione-collaborazione-corresponsabilità lo ritengo essenziale nella pastorale della Chiesa ambrosiana e lo ripropongo ripetutamente e lo spiego in termini molto semplici, rilevando che:

    • la comunione è una grande grazia che ci viene dal Signore e chiede la nostra libera risposta e conduce al sentirci “un cuor solo e un’anima sola”, fratelli e sorelle nel Signore;
    • la collaborazione è segno e frutto della comunione e si realizza con l’aiuto reciproco, con lo scambio di doni e di servizi;
    • la corresponsabilità è insieme il presupposto e il vertice della comunione e collaborazione: infatti la corresponsabilità nasce e cresce quando e nella misura in cui c’è “convergenza” sempre più intensa delle menti e delle libere volontà, delle menti che si incontrano nel pensare, ragionare, discutere, valutare, giudicare la realtà, e delle volontà libere che si incontrano nel decidere la strada da seguire. Più precisamente la corresponsabilità si realizza tra le volontà libere chiamate a discernere e a decidere insieme.

    È a questa originale “sinergia” che dovrebbe ispirarsi il cammino condiviso e collaborativo delle istituzioni sanitarie di ispirazione cristiana. È un ideale. Certo, ma nel senso che a questo traguardo si è chiamati a guardare e a volgere i passi concreti.

    Predicate il Vangelo e curate i malati

    Vorrei concludere rilevando come tutto quello che abbiamo sinora detto si può e si deve porre in ordine alla missione: predicate il Vangelo e curate i malati. Come sappiamo, i due aspetti sono intimamente connessi, in un certo senso sono uniti. Per questo, se davvero si curano i malati, allora si evangelizza, e se si evangelizza non ci si può non prendere cura dei malati e dei sofferenti.

    Trovo una singolare corrispondenza tra la predicazione del Vangelo  la cura dei malati e il cammino pastorale in corso quest’anno nella Chiesa ambrosiana: a tutti, e in particolare alle famiglie, sono state richiamate la grazia e la responsabilità missionarie di “comunicare la fede” (Famiglia, comunica la tua fede!), con la precisazione che la comunicazione della fede (traditio fidei) comporta e si apre all’educazione al vero amore (traditio amoris).

    So che tutti voi nel vostro operare incontrate tanti problemi e tante fatiche, ma so anche che non vi mancano ragioni di speranza. Vi chiedo di avere una fiducia e una serenità ancora più grandi perché il vostro stesso vissuto quotidiano di operatori della sanità, con la cura del malato e del sofferente, vi colloca sulla strada dell’evangelizzazione, anzi vi pone nel cuore dell’annuncio evangelico.     Cerchiamo allora di coltivare, al di là della preparazione e competenza professionale e della generosità operativa, la spiritualità, che è la linfa vitale che ci dà capacità e forza di guardare il futuro, di puntare sull’humanum, di non scoraggiarci di fronte alle difficoltà e di seguire la strada delle sinergie.     La spiritualità non ci estrania, addormentandoci, dai pesanti problemi del mondo della salute, ma ci immette più profondamente in essi ridestando in noi nuove speranze e nuove energie.

    La nostra missione “predicate il Vangelo e curate i malati” è aperta a tutti, senza alcuna discriminazione, e tutti deve saper coinvolgere e valorizzare, perché la questione della vita, come scriveva Giovanni Paolo II nell’enciclica Evangelium vitae, non è una questione confessionale ma umana: “Il Vangelo della vita non è esclusivamente per i credenti: è per tutti…” (n. 101). Risuona così per tutti noi l’appello, nelle questioni della vita e della salute, alla valorizzazione dell’autentica razionalità umana: questa, infatti, da un lato deve dirsi un frutto sovrabbondante della fede, e dall’altro lato offre un grande servizio alla fede stessa.

    Sì, predichiamo il Vangelo e curiamo i malati nel segno  dell’alleanza tra cristiani e non, tra fede e ragione, tra evangelizzazione e promozione umana. In questa alleanza, e nella sua profonda e reciproca armonia, sta una condizione importante della maturità cristiana dell’operatore sanitario.

     

    SALUTO DELLA REGIONE LOMBARDIA

    Dr. Domenico Zambetti Assessore Regionale all’Artigianato e Servizi     (Intervento su delega di Roberto Formigoni, Presidente Regione Lombardia)

    Ringrazio e saluto a nome del Presidente Formigoni e della Regione Lombardia tutte le autorità civili e religiose presenti, in modo particolare Sua Eminenza, cardinale Dionigi Tettamanzi.     Questo convegno rappresenta un’occasione straordinaria per riconoscere il ruolo che le strutture di ispirazione cristiana non profit hanno conquistato sempre di più nel sistema sanitario lombardo.     Il Governo regionale guarda con grande apprezzamento al vostro lavoro, che negli anni ha sempre dimostrato di puntare sulla qualità delle prestazioni cliniche e su una sempre maggiore specializzazione tecnica, fondando la propria azione in una rinnovata qualità antropologica nei processi di cura.

    Questi due aspetti costituiscono a mio giudizio l’odierna sfida per tutti i soggetti – istituzioni, istituti, enti, ma anche associazioni e fondazioni – che si occupano della salute e del benessere delle persone: integrare l’efficienza delle strutture e l’efficacia dei servizi con l’attenzione verso il soggetto delle cure, la persona. Ad essa bisogna guardare con umanità piena, cercando di cogliere i diversi aspetti che ne caratterizzano l’esistenza, al fine di rispondere nella maniera più adeguata ad un desiderio di star bene che è globale. L’eccellenza delle prestazioni dei vostri Istituti conferma, dunque, come il privato lombardo integri positivamente anche il pubblico spostando più in alto i livelli di qualità. La nostra scelta non è stata, infatti, quella di lasciare la sanità in balia delle regole del mercato, bensì quella di orientare la politica sanitaria lombarda a favore di una competizione sana e virtuosa, che porti alla creazione di valore per l’intera società. Per questo in Lombardia, e solo in Lombardia, è stato realizzato un sistema di accreditamento con parità di trattamento tra strutture pubbliche e private, a differenza di altre regioni in cui sono stati privilegiati criteri di differenziazione. Le linee guida dell’azione di governo regionale in questo ambito vanno proprio nel senso di una piena valorizzazione e promozione di una pluralità di presenze che insieme orientano i propri sforzi per la costruzione di un benessere che non è più elargizione esclusiva o beneficenza degli enti pubblici.

    Credo dunque che il futuro dei nostri ospedali lombardi dipenda innanzitutto da una collaborazione costruttiva tra tutti i soggetti, così come la stretta alleanza tra governo della carità e governo della salute portò nel Medioevo le istituzioni locali, ma anche singoli cittadini e religiosi alla costruzione dei primi ospedali, cioè di luoghi dell’hospitalitas intesa come servizio reso al povero e al sofferente.     Questa consapevolezza deve guidarci anche oggi. E credo che i numerosi passi compiuti in questi anni incoraggino tutti i cittadini e, in particolare, noi che siamo chiamati a svolgere un servizio pubblico di così vitale importanza, a portare avanti questo impegno per contribuire così al benessere della persona e dunque al bene dell’intera comunità.

    Permettetemi di concludere, esprimendo la mia profonda stima a tutti coloro che con il loro servizio presso i vostri ospedali si impegnano concretamente tutti i giorni nella costruzione del bene comune.     Dr. Domenico Zambetti

     

    SALUTO ANCI LOMBARDIA

    Ringrazio per l’invito a questo importante appuntamento e porto il saluto di tutti gli amministratori comunali della Lombardia, che con voi condividono l’attenzione ai problemi della persona, la sensibilità verso le sue esigenze prioritarie, che sono la prevenzione e la cura della salute e come voi affrontano quotidianamente l’impegno e la responsabilità di far fronte ad una crescente domanda di servizi, cui tutti vorremmo dare le migliori risposte possibili, sia  ualitativamente che quantitativamente.

    Numerose sono le affinità che legano gli Enti di ispirazione cristiana e i Comuni: la vicinanza al cittadino, lo spirito di servizio, la capacità di essere solidali e “sussidiari” rispetto al sistema istituzionale.     I Comuni sono l’espressione del territorio, gli Enti di ispirazione cristiana proprio dai territori traggono origine e linfa vitale per la loro attività. Entrambi hanno a cuore l’interesse della comunità.     A noi come a voi viene chiesto non solo di garantire un’offerta di servizi, ma anche una prossimità, un modo di rapportarsi alla persona che rispetti la sua dimensione umana, il suo sentirsi parte di una collettività, il suo essere portatore di bisogni ma anche di diritti.

    A noi viene chiesta capacità progettuale, sensibilità nell’individuare le priorità, disponibilità ad integrare le risorse, che purtroppo non sempre sono adeguate, sia in termini finanziari che in quelli umani o strumentali. Di una cosa, però possiamo essere certi: voi come noi, nonostante i diversi livelli di responsabilità, le posizioni diverse, siamo accomunati nella consapevolezza della nostra funzione e nella volontà di impegnarci a trovare le risposte ai problemi.     Oggi, qui, sono presenti realtà che conosco bene, ci sono amici che rivedo volentieri, con cui ho condiviso e condivido percorsi ed esperienze. Quello che ci lega è proprio la volontà di continuare a sostenere una visione di società a misura d’uomo, al servizio del cittadino, soprattutto del cittadino privato della condizione essenziale per una vita autonoma e dignitosa, cioè il cittadino che ha problemi di salute. Questa è la principale discriminante, che ci fa essere in prima linea per qualificare sempre di più il sistema sanitario della nostra Regione, che ci vede impegnati sia con iniziative locali sia con un contributo di tipo istituzionale, con una capacità di proposta politica che proviene dal nostro ruolo e dalle competenze che il mutato scenario costituzionale ci attribuisce.

    ANCI Lombardia ha rapporti sistematici con il mondo delle Aziende Sanitarie Locali e delle Aziende Ospedaliere, promuove occasioni di incontro e di collaborazione con il mondo del volontariato e della cooperazione sociale, ha ben presente il ruolo svolto anche dalle istituzioni sanitarie di ispirazione cristiana, dialoga con le Province e con la Regione, si rapporta al livello nazionale di governo, nelle sue diverse articolazioni ministeriali o parlamentari. Attraverso i suoi Dipartimenti, soprattutto il Dipartimento Welfare e quello  dell’Istruzione e Formazione, incentiva e coordina iniziative nei territori e con le realtà disponibili a collaborare con l’ente locale per garantire i servizi alla persona.

    Molte situazioni di emergenza vedono spesso Comuni ed Enti di ispirazione cristiana uniti nell’impegno, sia per l’integrazione degli stranieri che per trovare risposte di accoglienza e solidarietà a chi cerca casa e lavoro. Ma non è solo l’emergenza la cifra del nostro saper lavorare insieme. Proprio in questi giorni la FISM, la federazione che vede riunite più di 1.700 scuole dell’infanzia cattoliche della Lombardia, ha chiesto di sottoscrivere un’intesa con ANCI, per condividere un percorso di servizio educativo comune.

    Oggi è qui rappresentata una importante istituzione  (la Fondazione don Gnocchi) che con ANCI sta realizzando un progetto per l’integrazione scolastica degli alunni disabili, progetto che ci consente di portare in tutte le aree della nostra Regione proposte di formazione e di costituzione di reti locali di servizi, con il concorso di Comuni, distretti socio-sanitari, scuole, famiglie, oratori, parrocchie, aziende sanitarie e ospedaliere, enti del terzo settore.

    Al Comune è chiesto di garantire la governance locale, unendo la capacità di ascoltare le persone e di organizzare l’offerta di servizi. È il nostro sforzo di ogni giorno, che cerchiamo di svolgere al meglio, con spirito di servizio, attenzione alla persona, disponibilità verso gli ultimi, coinvolgimento delle comunità civiche che ci sono affidate. È con questi sentimenti che rinnovo il ringraziamento per l’invito a questo incontro e la disponibilità alla collaborazione per le iniziative che insieme potremo ancora realizzare.

     

    SALUTO UFFICIO NAZIONALE     PASTORALE DELLA SANITÀ

    Porgo il mio saluto e rinnovo il mio ringraziamento per tutto il vostro     impegno nella sanità d’eccellenza della Lombardia e nella sanità cattolica che è eccellente in questa regione. Una sottolineatura: tra amore, carità e giustizia c’è una reciprocità inscindibile. Non ci può essere vera giustizia senza carità, come pure non ci può essere carità senza giustizia.     Nel Vangelo notiamo che carità e giustizia si rivelano nel segno della misericordia; l’unica possibilità di conciliare questi termini; e la cura dei malati va in questa direzione.

    Tanto si è detto sulla carità; io sottolineo qualcosa sulla giustizia. È una questione di giustizia quella che le Istituzioni Sanitarie di Ispirazione Cristiana devono assumersi nei confronti della sanità cattolica che produce, mediamente, meglio e a costi inferiori rispetto al pubblico e al privato for profit. Questa è una realtà che possiamo constatare in Lombardia e in tante regioni d’Italia soprattutto se guardiamo dei settori specifici.     La questione della giustizia deve toccare anche il nostro interno, cioè la vita ecclesiale, che ci chiede di vivere questo dovere di responsabilità, di trasparenza e di comunione. Se pensiamo alla carità e dimentichiamo la giustizia finiamo per essere nelle nostre relazioni interne e nei rapporti con le istituzioni senza misericordia.

    Riflettere su questo è importante anche per guardare al futuro dato che andiamo verso trasformazioni sempre più profonde della sanità e della spesa sociale, verso una contrazione ed una ridistribuzione delle risorse. Questo ci impegna, non ad essere ripiegati soltanto sull’esistente, ma ad avere la progettualità radicata nella fede per guardare al futuro che richiederà scelte coraggiose, innovative e di comunione. È questa una realtà che solo le persone più miopi si rifiutano di vedere, perché il mondo globalizzato non permette a nessuno, anche se bravo o eccellente in tanti aspetti, di  sopravvivere da solo.

    È indispensabile “fare rete” e condividere e integrare abilità, saperi, conoscenze e anche risorse per poter adeguatamente fronteggiare le sfide che ci aspettano. Sfuggire a ciò porta alla fine di una tradizione plurisecolare e nobilissima; porta alla conclusione, non perché siamo pessimisti o “profeti di sventura”, ma perché il meccanismo storico stesso non riesce a garantire i particolarismo in contesti di situazioni che sono sempre più mutevoli, veloci ed aggressive.

    Il mio, è un appello, a lavorare sempre di più insieme e coltivare questo dovere di giustizia. Il Signore è paziente e misericordioso, ma questa pazienza del nostro Dio che è anche il grande motivo per cui noi andiamo avanti, dobbiamo saperla mettere in gioco per le difficoltà che si incontrano nella collaborazione, ma anche comprendere che la pazienza non ci autorizza a rimandare a domani quello che è il nostro compito di oggi.

    Dr. don Andrea Manto     Direttore Ufficio Nazionale Pastorale della Sanità

     

    SALUTO DELLA PRESIDENZA     REGIONALE LOMBARDIA ARIS

    Ho il gradito compito di trasmettere a questa assemblea il saluto del Presidente regionale ARIS (Associazione Religiosa Istituti Socio-sanitari), padre Virgilio Bebber, oggi non presente ma a noi tutti assolutamente vicino e partecipe. Lo aspettiamo, quanto prima, per riprendere il suo posto di Presidente Regionale della nostra associazione.

    ARIS coltiva l’ambizione di rappresentare un momento unificante tra i diversi ospedali e le varie opere religiose della Lombardia e non solo, perché ciò è conveniente dal punto di vista della rappresentatività e della capacità di creare “rete” nell’operatività e nei rapporti con le Istituzioni. Principalmente per rendere concreta la convinzione che, tutti gli associati, pur nelle diversità delle origini e delle storie, dei Carismi dei Fondatori sono espressione di un unico grande impegno collettivo nei confronti di un unico Padrone, di un unico Signore. Non posso tuttavia dimenticare, in questo mio intervento di saluto che vuole anche divenire appello ed invocazione alle Istituzioni presenti, che gli associati ARIS stanno vivendo un momento di grande difficoltà per come è oggi strutturato e regolato economicamente il sistema, al di la delle pur gradite parole di apprezzamento che stamani ci sono state rivolte. ARIS avverte grande difficoltà ad aiutare e tutelare gli associati  principalmente per un limite sostanziale nei rapporti con le Istituzioni e con il Governo della sanità regionale: in pochi anni abbiamo assistito al mutare di un rapporto dal livello concertativo a quello della semplice notifica delle regole, spesso mutevoli ed imprevedibili nei loro indirizzi.

    L’auspicio è che, proprio nella Regione che ha elevato il principio della sussidiarietà a modello del proprio sistema di welfare, si abbia il coraggio di cooptare gli ospedali religiosi nella pianificazione delle priorità e degli interventi e nella concertazione delle regole gestionali di ogni anno di attività. Le opere della Chiesa hanno sussidiato lo Stato per secoli, oggi è indispensabile che lo Stato valorizzi e chiami a sé i soggetti che, liberi dalle logiche del profitto, sono in grado di leggere e fare propri i bisogni delle persone.

    Sono molto apprezzati gli interventi di supporto finanziario per gli investimenti come i piani FRISL e gli ulteriori progetti in corso di perfezionamento, ma è sul piano della interlocuzione costante e fiduciaria sui temi della regolazione del sistema che andrebbe realizzata una intesa sussidiaria che ci distingua dal ruolo di semplici erogatori e fornitori di prestazioni, considerati alla pari di chi fa della sanità una sola occasione di business.

    Per meglio esprimere questo principio mi permetto di citare le parole del Santo Padre Giovanni Paolo II che, nell’Enciclica “Centesimus Annus” (maggio 1991), così si pronunciava:     “…intervenendo direttamente e deresponsabilizzando la società, lo Stato assistenziale provoca la perdita di energie umane e l’aumento esagerato degli apparati pubblici, dominati da logiche burocratiche più che dalla preoccupazione di servire gli utenti, con enorme crescita delle spese. Sembra, infatti, che conosce meglio il bisogno e riesce meglio a soddisfarlo chi è ad esso più vicino e si fa prossimo al bisogno…”.

    Dr. Alessandro Signorini     Direttore Sanitario Fondazione Poliambulanza di Brescia

     

    Prima Sezione: Chi siamo e cosa facciamo

    Abbiamo ascoltato dal cardinale Dionigi Tettamanzi, Arcivescovo di Milano e Metropolita della Lombardia, una riflessione assai significativa di cui lo ringraziamo.     Abbiamo sentito da mons. Italo Monticelli, e abbiamo letto sul depliant di invito, i motivi di fondo che hanno spinto il Tavolo regionale delle Istituzioni sanitarie di ispirazione cristiana, di intesa con le realtà della pastorale della salute presenti in Lombardia ed in ogni Diocesi, a promuovere questo incontro dal titolo: “Le Istituzioni sanitarie di ispirazione cristiana: caratteristiche e finalità”. E su questi motivi ci soffermeremo brevemente non senza aver salutato, a nome dei Vescovi lombardi, tutti i presenti, le autorità, i responsabili delle Istituzioni pubbliche, il Responsabile dell’Ufficio della CEI, gli operatori della sanità e della carità, delle professioni e del volontariato, i cappellani e le suore, con l’augurio che da questo convegno e dai motivi che l’hanno ispirato, nasca e si confermi in tutti noi l’impegno della testimonianza fattiva che raccorda e dice nel concreto della vita l’amore per il Signore e l’amore per i fratelli.

    Conoscere e far conoscere queste opere di carità

    Il primo motivo che ci raduna questa mattina, riguarda l’opportunità ancora oggi, di conoscere, e di far conoscere meglio, queste  stituzioni, queste opere di carità, nate dai grandi doni dello Spirito nei secoli lontani ma anche in tempi a noi vicini, doni accolti e testimoniati da preti, religiosi, laici, uomini e donne, che in tutta la nostra Regione essendo nati qui o venendo da altre contrade, hanno costruito edifici spirituali, caritativi e sociali, che hanno illustrato il cammino della Chiesa e della Società civile di questo nostro territorio. In questo contesto, con i nomi e i dati che ci sono noti e che riascolteremo durante la giornata, potremo conoscere queste realtà e anche ciò che accomuna, compresi i problemi e le difficoltà, queste Istituzioni cattoliche e di ispirazione cristiana, con le distinzioni e le diverse caratteristiche che contraddistinguono queste comunità anche nel loro raccordarsi sul terreno della Società civile e del servizio al territorio.

    I dati certo dicono la quantità più che la qualità, anche se, da un lato la scelta libera di molti cittadini a favore di queste istituzioni, e dall’altro l’offerta di cura solidale, nella logica della ospitalità e della umanizzazione, appunto del prendersi cura, come dice la nota pastorale dei Vescovi italiani, dice bene della tradizione di  eccellenza di queste strutture, sempre naturalmente che della eccellenza non si dia una visione solo tecnologica o solo conomica.

    Mons. Giuseppe Merisi     Vescovo Delegato CEL per la Pastorale della Salute e della Carità

    Ci preme dire, su questo primo motivo del nostro incontrarci, che desideriamo ringraziare di cuore e nuovamente questi uomini e queste donne, questi preti e queste suore, questi medici e questi infermieri, questi professionisti e questi volontari per l’esempio che in tutti questi secoli da San Giovanni di Dio e San Camillo de Lellis in avanti, da san Carlo Borromeo (a qualche decina di metri da questo antico chiostro presso l’antico Ospedale milanese della Ca’ Granda), fino ai nostri giorni, in questa città di Milano e in tutte le città della Lombardia, ci hanno offerto con la profezia di un servizio di cura degli ammalati e della malattia che sarebbe stato poi assunto o regolamentato dalla Società civile e dalle sue Istituzioni.

    Le difficoltà del momento

    Oggi, ed è un secondo motivo di questo convegno, queste nostre Istituzioni, non possiamo e non dobbiamo nascondercelo, vivono in una non facile situazione, perché se da un lato costituiscono un segmento assai importante e significativo del servizio pubblico che viene offerto alla cittadinanza per la cura della malattia; però da un altro lato queste Istituzioni devono tener conto di diversi  condizionamenti che rendono difficile il perseguimento degli obiettivi del servizio, difficoltà che possono essere riassunte nella carenza di vocazioni religiose e nelle difficoltà economiche, alle prese con le modificazioni dell’assetto sociale della sanità ben descritte nella prima parte della nota pastorale dei Vescovi italiani del 2006 dal titolo “Predicate il Vangelo e curate i malati. La comunità cristiana e la pastorale della salute”.

    Ascolteremo dai loro interventi le connotazioni del servizio reso al bene comune e delle difficoltà del presente e rinnoveremo a tutti e a ciascuno l’assicurazione che la Chiesa, le Chiese della Lombardia, seguono con riconoscenza ed attenzione il loro cammino, si fan carico, per quanto di loro competenza, delle loro difficoltà perché la Società e le sue Istituzioni nel rispetto della legge e del pluralismo corrispondano alle legittime attese di queste realtà che sono opere di Chiesa anche se mantengono, come giusto, la loro autonomia, la loro responsabilità e la loro titolarità.

    Fra i problemi cui abbiamo accennato e che ascolteremo meglio da loro, sta anche la difficoltà di camminare insieme e di raccordarsi adeguatamente per il necessario dialogo con le Istituzioni pubbliche, oltre che per reggere il confronto con quello che si può chiamare, almeno in modo analogico, il mercato presente nella vicenda della sanità del nostro Paese.

    Il Tavolo regionale delle Istituzioni sanitarie di ispirazione cristiana, nato in conseguenza della Nota pastorale di cui si diceva e con l’incoraggiamento dei Vescovi italiani, si è costituito esattamente per offrire alla Sanità cattolica un luogo di confronto e di possibile coordinamento nella logica tante volte raccomandata di una più ampia e profonda sinergia tra tutte le realtà.

    Molti dei presenti ricordano che proprio in Lombardia, qualche anno fa, ci fu un tentativo purtroppo non riuscito, di realizzare una diversa modalità di sinergia fra tutti gli Enti gestori di ispirazione cristiana. Le difficoltà di qualche anno fa sono le stesse difficoltà di oggi, in qualche caso aggravate dal vertiginoso progresso, o dal cambiamento giuridico e sociale cui oggi assistiamo.

    Rimane la necessità, credo da tutti condivisa, di camminare insieme. Esiste l’ARIS (Associazione religiosa Istituzioni sanitarie), esistono altri luoghi di aggregazione, esiste il Tavolo regionale, esistono  le iniziative pastorali, con la necessità delle distinzioni mai sufficientemente richiamate, ma esiste anche la possibilità, abbiamo detto la necessità, di camminare insieme con una maggiore e migliore sinergia. La Chiesa non può sostituirsi alla responsabilità e alla titolarità delle Istituzioni sanitarie, di cui rispetta la necessaria autonomia. Ma non cessa la Chiesa, di raccomandare l’unità, il dialogo, appunto la sinergia.

    Il rapporto con le Istituzioni pubbliche

    Un altro motivo del nostro convenire, strettamente collegato a quest’ultimo, è rappresentato dal rapporto con le Istituzioni pubbliche, Governo, Regioni, Province, Comuni, ciascuno per la propria competenza senza dimenticare il rilievo significativo che con le recenti riforme istituzionali ha assunto l’Amministrazione regionale.     Non è in grado la Chiesa, non sono in grado i Vescovi, di esprimere un parere sufficientemente motivato sulle difficoltà di questo rapporto, tante volte riproposto alla attenzione delle comunità cristiane. Ascolteremo dalla loro viva voce urgenze e complessità e proposte su questo rapporto.

    Le comunità cristiane possono però richiamare l’esigenza che questo rapporto con le Istituzioni pubbliche, garanti dei diritti costituzionali dei cittadini, vengano pensate e vissute nella logica del bene comune, della solidarietà e della sussidiarietà, della giustizia e della libertà, nel rispetto delle leggi, dei patti e delle convenzioni, non dimenticando che i rapporti con le Istituzioni pubbliche hanno rilievo anche per i rapporti interni delle singole strutture.     Sinergia dunque tra le Istituzioni sanitarie di ispirazione cristiana e bene comune con l’equanimità dei trattamenti da parte delle Istituzioni pubbliche. Ma su questo ascolteremo volentieri le due relazioni che seguono e le testimonianze della seconda parte del convengo.

    Non possiamo non accennare, almeno, agli altri motivi del nostro incontro che riguardano sia il riferimento ai motivi evangelici di fondo di questa testimonianza, sia il cammino pastorale delle nostre Chiese lombarde.     Sul riferimento ai carismi evangelici che ancora oggi vengono testimoniati da queste nostre realtà, non possiamo se non incoraggiare nuovamente i nostri fratelli e le nostre sorelle impegnati sulle frontiere spesso drammatiche della carità e della condivisione nei momenti più difficili della vita, a continuare con lo spirito di sacrificio noto a tutti, sulla strada dell’esempio indicato dai Fondatori e dalla lunga storia di santità di cui ancora oggi sono testimoni.

    Si potrà e si dovrà sottolineare legittimamente la necessità di altre attenzioni (la sempre indispensabile trasparenza amministrativa e gestionale, il dialogo con la cultura del nostro tempo che chiede capacità di innovazione e di ricerca scientifica, eccetera).

    Per parte nostra incoraggiamo la fedeltà al Vangelo e al carisma fondativo, con impegno di accoglienza nella vita degli Istituti e delle Comunità, del contributo di volontari, di laici, delle loro organizzazioni sociali, associazioni e movimenti, che dicono bene della perenne creatività del Vangelo nell’attenzione ai poveri e agli ultimi fra i quali rientrano certamente gli ammalati, gli anziani, i diversamente abili.

    Per quanto riguarda il cammino pastorale delle nostre Chiese, di cui le comunità e le realtà di cui oggi parliamo fanno parte a pieno titolo, non possiamo se non ricordare gli ambiti di comunione e di partecipazione che sono presenti in tutte le nostre Diocesi: gli uffici della pastorale della salute insieme con la Caritas e gli altri uffici di pastorale sociale; le consulte diocesane e regionale; il Tavolo regionale delle Istituzioni sanitarie di ispirazione cristiana, le stesse associazioni di volontariato e di apostolato.     Sono tutte occasioni di incontro, di dialogo e di vicendevole aiuto per continuare il cammino comune riscoprendo quotidianamente le fonti della ospitalità e della umanizzazione che consentono quel prendersi cura evangelico che rappresenta un po’ il leit motiv della Nota pastorale che abbiamo ricordato.     A proposito della Nota pastorale ci permettiamo di raccomandarne la lettura, che sarà già avvenuta, e l’attuazione, sia nella prima parte già citata sul mondo della salute oggi in Italia con i richiami alla prevenzione, ai temi scottanti della bioetica, alla formazione, che pure è un campo  in cui sperimentare la sinergia di cui si diceva; sia nella parte di carattere teologico dal titolo “Rendere ragione della speranza nel mondo della salute”; sia nella terza parte di carattere pastorale che istituisce i Tavoli, nazionale e regionali, di cui si diceva e che raccomanda progettualità pastorale nelle Diocesi, nelle parrocchie, e anche nei Presidi ospedalieri, con richiamo ai cappellani e ai consigli pastorali, senza dimenticare a questo proposito l’intesa sottoscritta fra l’Arcivescovo Metropolita e il Presidente della Regione.

    Riflettere sul ruolo che i cattolici, sulla scorta di una tradizione di carità cristiana storicamente nobile ed antica, sono chiamati a sviluppare oggi nel sistema sanitario del nostro Paese –nell’interesse del “bene comune”, cioè a favore dell’intera collettività nazionale– significa, anzitutto, confrontarci con la straordinaria evoluzione della biomedicina, sospinta da un incalzante processo di incremento della conoscenza scientifica, ed anche con l’evoluzione istituzionale, organizzativa e gestionale dei sistemi di difesa e promozione della salute, così che oggi si vanno configurando, in particolare nei Paesi a sviluppo maturo.

    • Per quanto riguarda il primo punto, oggi la biologia molecolare, la genetica ed il progresso nel campo delle neuroscienze – anche se quest’ultimo aspetto appare forse, per ora, meno evidente, almeno a livello dell’opinione pubblica – impongono una sostanziale riscrittura della nosografia.
    • In ordine al secondo punto, il tema della sanità – spesso confinato in un’area di considerazioni prevalentemente di carattere tecnico-amministrativo – va sempre più assumendo un rilievo  prettamente di natura politica, nel senso più stringente del termine.         Basti considerare come, ad esempio, negli Stati Uniti, da decenni i costi della sanità crescano più rapidamente del reddito generale, secondo un incremento differenziale che marcia al ritmo almeno del 3,5% annuo.

    Secondo alcuni importanti economisti, la spesa sanitaria americana che già rappresenta il 16% dell’economia USA, potrebbe attestarsi attorno al 30% del PIL entro il 2030 per poi andare addirittura oltre, avvicinandosi perfino al 50%. È come dire che, lasciata al suo trend di crescita spontanea, la spesa finalizzata alla salute finirebbe per assorbire o quasi l’intera ricchezza prodotta.

    Né la dinamica può essere diversa negli altri Paesi sviluppati, anche in Europa, dal momento che i principali fattori che agiscono in questo senso sono gli stessi al di qua ed al di là dell’Atlantico: invecchiamento della popolazione, introduzione di tecnologie sempre più complesse ed onerose, incremento del reddito per un verso e, per un altro – e non è un paradosso – crescita di un sentimento di precarietà e di insicurezza sociale che, nel loro insieme, creano una aspettativa, anzi una forte rivendicazione, di migliori servizi da parte del cittadino-utente che sempre più percepisce la salute come bene primario ed irrinunciabile.

    Non a caso, vi sono studiosi che cominciano a segnalare come proprio il fronte di una spesa sanitaria fuori controllo potrebbe addirittura rappresentare la pietra d’inciampo delle economie a regime capitalistico, nella misura in cui si dimostrassero incapaci di soddisfare questa domanda essenziale delle società mature.

    C’è, addirittura, chi pensa ad un possibile ritorno del “socialismo”, almeno in senso generico e, cioè, intendendo come tale la rinascita di una forte e diffusa aspirazione egualitaria, anche a scapito di qualche garanzia democratica, pur di non mettere a rischio il bene primario del diritto ad una tutela della salute garantita per tutti.

    L’intreccio tra sanità privata, finanza e mass-media

    Un ulteriore elemento – particolarmente evidente, in questa fase, anche da noi – va considerato: sono numerosi, autorevoli e potenti i gruppi finanziari che cercano un ruolo da protagonisti nel  settore della sanità “profit” e, nel contempo – guarda caso – investono significativamente nel     mondo della comunicazione.     L’intreccio, sempre più evidente, tra sanità privata, finanza e mass-media, per un verso, dimostra come il mercato abbia fiutato l’“affare”; per altro verso induce il legittimo timore che una sanità sempre più declinata secondo le regole del “business” finirà, nel tempo medio, per far pagare a caro prezzo, al cittadino-utente, quell’iniziale ed effimero vantaggio che pur sembra promettere in termini di cosiddetta “managerialità” e di maggior efficienza gestionale.

    Se la sanità viene concepita come uno dei luoghi privilegiati del profitto, cioè come ambito di attività imprenditoriale che diventa interessante come opportunità di accumulazione di risorse da finalizzare alle contese di potere che si sviluppano nel mondo finanziario ed in quello della comunicazione –a sua volta asservito al precedente– c’è ben poco da stare allegri.

    Inoltre – e per noi si tratta del profilo diriment e– il campo della salute è esattamente quello dove oggi si gioca la partita antropologica, cioè lo spazio in cui si affrontano un insieme di questioni che – in ragione delle determinazioni, anche di ordine legislativo, che si assumeranno – sono destinate potenzialmente a ridisegnare la concezione di sé, della vita, della storia che l’umanità dei nostri giorni tumultuosi immagina o pretende di rielaborare.

    La conoscenza scientifica ha raggiunto ed oltrepassato confini impensabili fino a pochi decenni or sono; tocca gli elementi ultimi, più riposti ed intimi della costituzione biologica dell’uomo. Tutto ciò dovrebbe, anzitutto, accendere un sentimento di stupore, di ammirazione e di gratitudine nei confronti della stupefacente armonia dei processi vitali; un senso di rispetto della vita tanto più profondo quanto più il progresso della scienza se, per un verso, amplia la gamma delle nostre capacità tecniche, soprattutto dilata e ci mostra, a maggior ragione, quanto siano vasti, terminati, coinvolgenti e provocanti per la nostra intelligenza gli immensi spazi nuovi che vengono offerti alla nostra indagine e che ancora dobbiamo esplorare.

    Il senso del “limite” che la ricerca deve saper assumere quando incontra il valore intangibile della persona non indica un confine oscuro, immotivato e frustrante per la nostra connaturata sete di conoscenza e di verità, ma al contrario suggerisce un orizzonte “ulteriore” e più vasto, segnala  – anche dal punto di vista strettamente tecnico-scientifico – nuovi percorsi, propone una dimensione che trascende, va oltre le metodologie che sappiamo maneggiare, pur così arditamente, oggi.

    Sennonché prevale, secondo lo spirito del tempo, una supponente volontà di potenza, un’enfasi cieca e smodata che induce l’affermazione stentorea di una autosufficienza radicale, la presunzione di un’autoconsistenza e di un’autofondazione dell’umano che, contraddittoriamente, tanto più si gonfia di supposto orgoglio quanto più crede in una casualità del tutto aleatoria delle sue origini.     Di fronte alle potenzialità oggi offerte dalla genetica e dalle neuroscienze, è un po’ come se l’uomo fosse posto ancora una volta nel giardino dell’Eden, di fronte all’albero della conoscenza del bene e del male e dovesse decidere se coglierne o meno il frutto.     Tutto ciò ha molto a che vedere con il nostro quotidiano impegno al letto del paziente; molto più di quanto non appaia a prima vista perché –soprattutto quando si tratta della fecondazione e dell’origine della vita o piuttosto della sua conclusione– il discrimine è lì: tra il ritenere la vita un dono o un possesso, un bene indisponibile o piuttosto un oggetto da consumare tra gli altri e di cui si possa, in definitiva, far commercio secondo regole convenzionali di opportunità.

    Ma, per arrivare ad un piano più concreto, i cattolici che vogliono impegnarsi nel campo della difesa e della promozione della salute oggi, pur sapendo che la loro tradizione storica si è formata – e non poteva che essere così – soprattutto sul piano della cura della fase acuta di malattia, devono saper esplorare altri campi che sono oggi essenziali.     Dobbiamo, cioè, scegliere tra una politica di difesa delle ragioni d’impresa dei nostri presidi così come sono attualmente – ed è, evidentemente, una battaglia da fare fino in fondo – e la capacità di progettare il nostro nuovo ruolo nella nuova sanità.

    Il che significa:

    • educazione alla salute;
    • medicina preventiva;         (si tratta di due orientamenti che devono consentirci di passare da una sanità che vede il cittadino         come terminale passivo di prestazioni dirette alla sua salute quando già è compromessa, all’assunzione di un ruolo attivo cosicché la condizione di benessere psico-fisico sia il portato di una più compiuta coscienza di sé, l’approdo di un progetto di vita consapevole che va oltre i cosiddetti “stili di vita”, intesi come insieme di avvertenze igienistico-dietetiche alla “new age” o giù di lì);attenzione alle fasi estreme – e fragili – della vita: età evolutiva e vecchiaia;
    • servizi diretti al consiglio genetico;
    • valorizzazione della ricerca come fattore rilevante in funzione dell’eccellenza della clinica (non è da trascurare il fatto che un terzo e più degli IRCCS attualmente riconosciuti siano di area cattolica e molti aderenti all’ARIS. Si dovrebbe, anzi, come impegno immediatamente successivo al convegno, attivare anche in Lombardia un tavolo dei nostri “istituti di ricovero e cura a carattere scientifico” per progettare concrete sinergie, sia sul piano degli aspetti politico-strategici in una fase in cui si vanno delineando nuovi equilibri su scala regionale e nazionale, sia sul piano dei contenuti di attività scientifica);
    • approfondimento condiviso delle tematiche etiche e di quella dimensione di riflessione “meta-scientifica” che oggi è imprescindibile, al punto che, ove manchi, è perfino dubbio che vi possa essere vera “scienza”, cioè effettivo guadagno conoscitivo. Del resto, colmare il divario tra incremento tecno-scientifico e consapevolezza etico-morale in ordine all’uso delle nuove risorse, vuol dire prevenire una condizione schizofrenica che potrebbe presto rivelarsi un limite gravissimo per la stessa scienza oltre che, soprattutto, per la declinazione in termini di valore umano dei suoi indiscutibili successi.

    Aspetto storico

    L’inizio di un qualsiasi breve intervento sul tema del “ruolo e del significato della Sanità cattolica in Italia”, seppur con un’apparente anacronismo, non può non partire dall’assunto che in realtà lo sviluppo di un sistema di protezione sociale a matrice statale, può annoverarsi come una recente innovazione in relazione alle tradizionali e ben radicate forme organizzative di tipo solidaristico che facevano perno intorno a due istituti fondamentali: la famiglia e la Chiesa. Solo nella seconda metà del XIX secolo, infatti, lo Stato ha assunto prerogative in settori attinenti alla sfera sociale parallelamente ad un’accresciuta iniziativa in ambito economico; ciò nonostante, la presenza delle istituzioni cattoliche nella sanità e nell’assistenza, ha continuato a svolgere un ruolo di indiscutibile     rilievo.

    Ed è proprio in relazione all’evoluzione del ruolo dello Stato, ma anche della stessa percezione della Società civile, di afferenza del Sistema sanitario alla dimensione del Mercato piuttosto che a quella dei Servizi alla persona (i cd. Beni relazionali) che è possibile individuare il punto di partenza, ma anche quello di arrivo di questo breve intervento.

    Nella visione della antropologia cristiana della Sanità l’attenzione alla persona, che parte da una lettura dello stato di bisogno e considera come unico profitto la qualità dei servizi offerti per il aggiungimento del bene comune, contrasta in maniera sempre più evidente con l’attuale evoluzione el sistema sanitario; solidarietà e sussidiarietà costituiscono i principi per tendere al bene comune e all’umanizzazione nella sanità, nell’ospedalità, nella cura e nella riabilitazione, tuttavia tali elementi non sembrano trovare adeguata collocazione nell’attuale sistema di regole del comparto sanitario.

    Le tendenze in atto nei paesi dell’Unione Europea, infatti, portano da una parte all’omogeneizzazione dei sistemi di finanziamento della sanità verso un sistema di remunerazione a prestazione per patologia (DRG) nel tentativo di trovare equilibrio tra costi e qualità, dall’altra alla progressiva caduta, soprattutto dal punto di vista normativo, delle distinzioni tra sanità pubblica e privata.     Questa seconda tendenza, che sotto svariati punti di vista può assumere connotazioni positive, mette però da subito in evidenza le dicotomie esistenti tra Enti sanitari profit e Enti non profit e la capacità di entrambi i soggetti di muoversi efficacemente all’interno del sistema di regole che va delineandosi.     Il mondo della sanità cattolica, articolato e complesso, presente in questo consesso con una partecipazione significativa delle realtà lombarde di ispirazione cristiana, oggi gode quindi dei medesimi diritti dei gestori pubblici e privati e, analogamente, sottostà ai medesimi doveri mantenendo però le caratteristiche che derivano dalla propria ispirazione.


     

    Avv. Luca Degani     Direttore Generale Fondazione Sacra Famiglia

    Questo parallelismo tra Enti profit e non profit, nonché tra pubblico e privato, mette in evidenza una serie di aspetti che rendono necessaria un’azione congiunta degli Enti sanitari di ispirazione cristiana, per la salvaguardia della loro specificità, che pare opportuno evidenziare di seguito.     Le realtà presenti oggi Non è però secondario porre in essere degli immediati distinguo in ordine ai soggetti che oggi sono presenti a questo Convegno. Realtà tutte accomunate da un’ispirazione di fede e quindi di     visione antropologica del concetto di bene salute ma che, dovendosi poi confrontare nella Società civile in evoluzione, a volte con il diverso divenire del concetto di Sanità e di sistemi organizzati di cura, trova qui presenti delle oggettive distinzioni che è giusto ricordare.

    Innanzitutto è dovuto ricordare che la prevalenza degli Enti presenti è associata ad Aris che, per quanto concerne il mondo della Ospedalità cattolica e di parte comunque significativa dei centri di riabilitazione, costituisce il riferimento associativo nei rapporti con le pubbliche Autorità.     D’altra parte, per motivi diversi, ma anche per la significativa evoluzione della presa in carico da parte del Sistema sanitario ospedaliero e riabilitativo di alcune categorie di persone oggetto del Carisma di alcuni Enti, sono presenti realtà che si rappresentano nella relazione con la Autorità pubblica in via diretta o utilizzano, sempre nell’ambito di realtà di comune ispirazione cristiana, altre associazioni rappresentative quali l’Uneba (Unione nazionale istituzioni e iniziative di assistenza sociale), particolarmente per quel che concerne la tutela delle tematiche dell’integrazione socio-sanitaria. Da questo stesso punto di vista, ossia quello relativo alla filiera di servizi che accompagna il malato nel suo percorso di cura e, per talune categorie di soggetti con patologie cronicizzate non necessariamente di guarigione, troviamo presenti in questo Convegno operatori che svolgono il loro compito prevalentemente nel settore ospedaliero ma anche una significativa componente di erogatori di servizi riabilitativi e, non ultimi, soggetti che, soprattutto nel campo dell’anziano e del disabile, erogano prestazioni residenziali (Rsa, Rsd, eccetera), territoriali e domiciliari nell’ambito degli interventi dell’integrazione socio-sanitaria.

    È interessante notare d’altra parte come, nel campo della scelta dello strumento giuridico di gestione, la quasi totalità dei presenti prosegua nell’utilizzare soggettività giuridiche del mondo no-profit con una particolare attenzione tra l’altro alla possibile evoluzione di nuovi modelli legislativi quali l’Impresa Sociale.     Da ultimo, e a volte con un senso di significativa problematizzazione di tale scelta o obbligo nella ricerca del miglior servizio per la persona destinataria, le realtà presenti vivono con attenzione la tematica dell’essere o meno accreditate per i servizi che vengono forniti ma, soprattutto, hanno una particolare preoccupazione per le possibili evoluzioni delle cosiddette Politiche di budget sanitario, riabilitativo e socio-sanitario (es. contrattazione dei volumi).

    Aspetto organizzativo valoriale: possibili contrasti tra obiettivi di cura e obiettivi di guarigione.

    L’evoluzione del sistema sanitario segue sempre più la direzione della ricerca e dello sviluppo, portando con sé inevitabilmente questioni sempre più delicate che rientrano nella sfera del giudizio morale e della bioetica. La concezione laica della bioetica considera come valore fondante ed ispiratore, la qualità della vita; la concezione cattolica considera invece imprescindibile la dignità della persona e la tutela della vita dal momento del concepimento fino alla morte naturale.     Il sistema sanitario, che assume caratteristiche sempre più di tipo aziendalistico ed improntate all’equilibrio economico, se non al guadagno, si sta orientando principalmente verso la cura dell’acuzie anziché verso l’estensività della cura e una valutazione del bene salute più ampia: obiettivo primario diventa la guarigione, certamente da non disdegnare e che rappresenta la storia della valorizzazione in termini positivi del know how della Sanità cattolica. Guarigione che però non deve risultare esclusivamente più gratificante e remunerativa, lasciando passare in secondo piano l’estensività della cura e quindi della presa in carico richiesta da soggetti per i quali non è più possibile perseguire obiettivi di guarigione. A favore di tali soggetti, basterebbe ricordare la retorica degli “incurabili” di storica memoria, si rende necessario predisporre interventi finalizzati a costituire un ambiente protesico e funzionale rispetto ai bisogni e alle capacità residue.

    Un possibile esempio è rappresentato da alcuni recenti provvedimenti in tema di disabilità e psichiatria che, oggettivamente in un filone che discende da provvedimenti amministrativi di carattere nazionale, quali le linee guida sulla riabilitazione del 1998, ha portato anche il nostro  Governo regionale ad una limitazione di presa in carico nel contesto del Sistema Sanitario nei confronti delle persone disabili piuttosto che affette da patologie psichiatriche cronicizzate, e quindi bisognosi di cure di tipo estensivo. Si privilegiano interventi per soggetti normo-dotati in fase acuta, finalizzati al recupero di autonomie, stabilendo che la cura rivolta alla fragilità sia in capo al sistema socio-sanitario con oneri in parte a carico del fondo sanitario e in parte a carico dell’utente e del comunque più limitato Sistema dei Servizi Sociali. Vi è in tale prospettiva una crescente tendenza a trasferire a carico dell’assistito e della sua famiglia, una parte degli oneri derivanti dall’assistenza.

    Quanto sopra, senza togliere valore alla dimensione di quella sanità per acuti che, negli Enti di matrice cattolica, trova, si ribadisce, la propria storia fondativa. Laddove però, la dimensione della guarigione piuttosto che dell’intensività di cura in senso antropologico cristiano, vedono la persona inserita in un contesto di obiettivi di vita e di relazioni familiari che hanno pari dignità di presa in carico.

    La tematica economica: da una sanità servizio a una sanità mercato Le istituzioni di matrice cattolica pongono da sempre un’attenzione prioritaria all’aspetto relazionale e valoriale, strutturandosi non sulle regole di mercato e sul guadagno, bensì sul bisogno socio relazionale. L’ispirazione fortemente motivata di assistere in maniera qualificata tutti i     soggetti bisognosi, seppur con molteplici difficoltà, ha consentito agli Enti d’ispirazione religiosa di promuovere e sostenere le proprie opere, tuttavia i crescenti disavanzi economici non consentiranno loro di reggere a lungo.

    Quest’ultimo aspetto determina una maggiore e sempre crescente difficoltà da parte degli Enti sanitari no profit di raggiungere un equilibrio economico: le entrate, stabilite a priori e assegnate a partire da regole tipicamente sanitarie (ricoveri brevi, remunerati a tariffa giornaliera con interventi rivolti all’affronto della fase acuta e che quindi prescindono dalla complessità dello stato di bisogno) non coprono i costi derivanti dalla pluralità di interventi da porre in essere per una presa in carico globale nel rispetto della dignità di ciascuno, a prescindere dalla possibilità di curare e quindi guarire.

    Questa deve fare interrogare a volte i nostri Enti sulla difficoltà di dover agire, in una logica di realtà oggettiva, e soprattutto in quei servizi integrati che vedono il personale dipendente quale elemento determinante sia delle logiche di costo della prestazione, sia di qualità della stessa, sulla dura necessità di non poter garantire contratti di lavoro del settore sanitario quando il sistema dei Servizi a cui l’Ente appartiene, nelle logiche di Governo statale e/o regionale, non appartiene più a tale sistema di risorse economiche.

    Le difficoltà ancor più si acuisce a fronte di un sistema di regole che cambia radicalmente, imponendo l’adeguamento a standard sempre più rigidi, e in un contesto che assume sempre più caratteristiche di mercato, con una maggior presenza di Enti privati profit; in questo contesto le istituzioni non lucrative di matrice cattolica partono con un forte svantaggio. Tali Enti hanno storicamente utilizzato i propri capitali per fini istituzionali e promozionali dell’attuale sistema, senza poter costituire un’effettiva dotazione di capitali di investimento; non si tratta, quindi, di     un problema legato solamente all’economicità e all’efficienza della gestione ma di una reale insufficienza di fondi da investire; conseguenza, quest’ultima, del progressivo scomparire di finanziamenti in conto capitale, che per anni sono stati la risorsa principale cui fare ricorso per     realizzare ristrutturazioni e investimenti necessari al raggiungimento degli standard previsti dalla normativa di settore.

    In sostanza, mentre società private profit si quotano in borsa, ottenendo l’accesso ad un mercato finanziario interessato alla valorizzazione economica dei beni di relazione, gli Enti non lucrativi di matrice cattolica si scontrano con una reale e sempre crescente difficoltà di reperire risorse finanziare che consentano loro gli interventi di ristrutturazione richiesti dalle nuove regole di sistema, con il reale rischio di uscire dal settore sanitario e socio-sanitario.

    Conclusioni

    In un momento storico in cui la medicina evolve verso una sempre maggiore tecnicizzazione del suo approccio alle patologie, diviene fondamentale il non perdere la dimensione della cura che esiste fortemente nelle strutture ospedaliere cattoliche sottolineando che essa resta il valore primario delle realtà di matrice cristiana. Se si pensa alla cura, in realtà si sta pensando alla cura della persona in quanto tale e quindi alla cura del suo sistema relazionale, della sua famiglia, al valore di quella persona nel proprio contesto, al suo progetto di vita.

    Questo è l’elemento forte che contraddistingue le strutture sanitarie di matrice cattolica e se tale aspetto è più forte ed evidente per chi opera in ambito socio sanitario (assistenza all’anziano  al disabile) è altrettanto forte nelle strutture ospedaliere e rappresenta il principio portatore i una vera umanizzazione dei processi di tutela e promozione della salute. Alla luce di tale analisi, diviene sempre più urgente l’individuazione di regole chiare che definiscano contesti di intervento flessibili, oltre alla necessità di individuare forme di finanziamento complementari e specifiche che garantiscano agli Enti no profit l’accesso a risorse proporzionate alla tipologia di intervento, considerandone la specificità oltre che i principi e i valori di riferimento.     Non da ultimo, e in un’ottica di realismo, è certo anche onere del nostro mondo conoscere ed approfondire gli strumenti, anche giuridici oltre che economico organizzativi, che garantiscano un parziale recupero del gap oggi presente nei confronti dei nuovi soggetti della sanità privata. Sta a noi trovare forme di collaborazione che anticipino magari la necessità di una maggior protezione sociale dagli eventi che richiedono una risposta sanitaria, tanto acuta che continuativa, che la Società civile manifesta non ultimo con il rafforzamento di forme di previdenza complementare.

    Non si deve certo ritenere di essere “fuori dal gioco” in un campo, quale quello della tutela Sociale dove non solo la Storia, ma anche i fini che ci sono propri, evidenziano la volontà e la determinazione di proseguire ad essere il motore della risposta al bisogno della persona che, nel suo esprimersi, diviene testimonianza di Fede.


    Seconda Sezione: Le nostre realtà

     

    LA FORMAZIONE

    Ci sono diversi modi per raccontare la mia realtà, la nostra realtà. Si può partire per esempio dal numero delle strutture, dal numero dei posti letto, dal numero e dalla composizione del personale dipendente o più in genere dei collaboratori, o ancora meglio dal numero delle persone che mediamente e giornalmente usufruiscono dei nostri Servizi.     Nell’elencazione dei dati e nella precisazione dei numeri si vuole trasferire a chi ascolta o a chi legge un’idea di solidità, di crescita, di provvidenza e di talento fruttifero, un’idea di futuro.     Si può, altresì, partire dalle tipologie delle nostre attività: socio-assistenziale, socio-sanitaria, sanitaria, riabilitativa…; o più propriamente     dai target delle persone a cui ci rivolgiamo: anziani, disabili, adulti con patologie di ogni ordine e grado.     In questo caso ciò che si vuole sottolineare nel racconto sono le caratteristiche e le peculiarità dell’innovazione, dell’apertura ai bisogni emergenti, della diversificazione e della risposta assistenziale, sanitaria e riabilitativa globale.     C’è infine un terzo modo per raccontare le nostre realtà. È il modo, la modalità del Valore, dei Valori. Chi sceglie questo terzo modo per le nostre realtà non può prescindere da un fatto che ne ha innescati molti altri. Ed è il fatto che sta all’origine delle nostre Strutture, Fondazioni,     Associazioni, Opere, Congregazioni che siano.     È il fatto agito da nostri, diversi Fondatori (per me Don Gnocchi, per voi altri…).

    Ma cos’è il fatto, per esempio di Don Gnocchi?

    È una vita durissima e condivisa con i suoi alpini sul fronte russo nel 1943, sono le targhette raccolte dal collo dei morenti e portate insieme alle lettere, alle foto, alle promesse alle vedove e ad agli orfani di quegli alpini.     Un fatto che ha innescato un Sogno: «Sogno dopo la guerra di potermi edicare per sempre ad un’Opera di carità, quale che sia, o meglio quale Dio me la vorrà indicare. Desidero e prego dal Signore una sola cosa: servire per tutta la vita i suoi poveri. Ecco la mia carriera….»

    Quanti di questi fatti e di questi sogni si possono annoverare qui oggi?

    Questi tre modi di raccontare le nostre realtà non sono alternativi anche se a volte l’utilizzo dell’uno va a scapito dell’altro e magari del terzo modo, quello del Valore e dei Valori, per certi aspetti troppo impegnativo da affrontare e accompagnato dal timore che non sia al passo con i tempi.     Eppure ci sono diversi spazi che possono contenere insieme questi tre modi di raccontare ed in  cui le nostre realtà si possono esprimere pienamente. Potremmo definire questi spazi “luoghi della narrazione”. Uno di questi è la formazione.

    • Può la formazione esprimere la vitalità di un’Organizzazione, accompagnare la sua necessità ed esigenza di stare al passo con i tempi?
    • Può la formazione esprimere la tensione di un’Organizzazione a non perdere il fatto ed il sogno che l’ha originata, pur nella consapevolezza di dover accettare sfide dentro un futuro incerto e che costringe a porsi continuamente domande di senso e di sostenibilità?
    • Può la formazione diventare leva di crescita e di sviluppo delle nostre realtà ?

    Penso che tutti possano condividere un pieno e sentito sì a queste domande. Più difficile trovare consenso sul come. Io ci provo, proponendovi tre passaggi per suffragare un’idea.

    Il primo passaggio

    La vitalità, la voglia di innovare, la tensione, nella fatica, di mantenere vivi gli ideali ed il carisma del Fondatore sono declinati tutti i giorni dal lavoro dei nostri operatori. Ciò che fa la differenza è la loro motivazione, non solo la nostra (da intendere quella di noi, qui presenti, in qualità di responsabili delle nostre Organizzazioni).     La gestione delle conoscenze e delle informazioni è un problema molto importante nelle Organizzazioni moderne, di qualunque natura esse siano. Si dibatte molto sui metodi e sugli strumenti per trasferire le conoscenze dall’Organizzazione all’individuo e viceversa per un arricchimento ed apprendimento reciproco.     Quasi sempre una certa inerzia nella gestione delle conoscenze, che influenza anche quella delle competenze, produce disinteresse e disaffezione da parte del collaboratore verso la struttura per cui lavora. Se le persone non conoscono la strategia delle proprie Organizzazioni, non sanno il perché delle scelte verso il mercato, il tipo di servizio o di investimento e non si sentono coinvolte e motivate al raggiungimento degli obiettivi, difficilmente sono disponibili a comprendere la necessità di investire nella loro formazione.

    Il problema è molto sentito anche nelle Organizzazioni socio-sanitarie, anzi in nessun’altra struttura si crea la possibilità e l’opportunità del coinvolgimento delle risorse umane come nella RSA, nella Casa di Cura, nel Centro di Riabilitazione. Realtà che hanno bisogno di capitalizzare al massimo la motivazione dei propri collaboratori, pur senza speranze illusorie perché l’adesione ai valori ed alle strategie dell’“azienda” dipende anche dalla predisposizione personale degli operatori ma è altrettanto vero che occorre sceglierli bene, gestirli e formarli. Questo vale soprattutto per le strutture che proseguono l’opera di un grande fondatore. È stata ed è l’esperienza della Fondazione Don Carlo Gnocchi che ha scelto di costruire una nuova cultura e di chiamare “valore” ciò che esprime solidarietà, buona organizzazione, competenza tecnica e motivazione.

    Una scelta che non può prescindere dal proporre a tutti i propri collaboratori molteplici e diversi percorsi formativi per costruire insieme una cultura ricca di valori e per rendere più forte e partecipata la missione della Fondazione.     La strada non è semplice e a volte è costellata di contraddizioni, ma è obbligata per chi ha fiducia nelle persone, nella loro capacità di usare testa ed emozione, di mettersi continuamente in gioco, di migliorarsi e lo fa scegliendo di imparare e di conoscere nuove cose.

    Il secondo passaggio

    Occorre cercare e proporre insistentemente il collegamento tra il fatto originario ed i fatti che si sono succeduti, credendo che ci sia un nesso logico ed emotivo tra il primo e gli altri.     Riferendomi all’inizio al FATTO di Don Gnocchi, a quelle targhette raccolte dal collo dei morenti e portate insieme alle lettere, alle foto, alle promesse alle vedove e ad agli orfani dei suoi alpini, ed al Sogno che ne è seguito vedevo in questo una tensione infinita a riconciliare l’uomo con     le sventure della vita, con altri uomini e in definitiva con sé stesso.     Come non vedere in questo fatto un naturale collegamento con quello che in Don Gnocchi si è fatto e si sta facendo in poco più di cinquant’anni di attività? Noi in fondo, non curiamo l’arto, non riabilitiamo parti dell’organismo umano, curiamo la persona e nel curare ci sta la riconciliazione continua dell’uomo con sé stesso.

    Scriveva Don Gnocchi in Pedagogia del Dolore Innocente: «Si direbbe che la lotta e la vittoria contro il dolore è una seconda generazione, non meno grande e dolorosa della prima e chi riesce a ridonare ad un bimbo – ma si potrebbe anche aggiungere ad un giovane, ad un adulto, ad un anziano – la sanità, l’integrità, la serenità della vita, non è meno padre di colui che, alla vita stessa lo ha chiamato per la prima volta».

    Cosa quindi ci accomuna o ci potrebbe accomunare nel proporre la nostra formazione: l’inserimento di ogni iniziativa formativa, anche di quella prettamente tecnica, in una sfida educativa che riproponga il valore che l’ha generata ed i valori alla base del nostro impegno.     Una sfida educativa che ci faccia sentire pienamente responsabili delle persone che si affidano e che ci vengono affidate quotidianamente.

    Il terzo passaggio

    All’inizio del mio intervento ho fatto un vago riferimento al timore che spesso cova nelle nostre strutture di non riuscire più a stare al passo con i tempi. Indubbiamente gli scenari non sono facili da interpretare. In una situazione caratterizzata da un’esigenza di presenza pluralistica nel sistema sanità le nostre strutture stanno raccogliendo questa nuova sfida in due direzioni:

    • Sul versante esterno chiedendo alle Istituzioni, in diversi modi –uno di questi è l’iniziativa di oggi –, un chiaro riconoscimento del ruolo svolto e da svolgere nei prossimi anni. Partendo dall’apprezzamento dei cittadini nei nostri confronti e dal fatto che le nostre strutture intervengono in più fasi della cosiddetta filiera della salute alle Istituzioni non sempre è chiaro se disciplinare questo nostro intervento secondo la logica dell’integrazione (basata sulla regolamentazione e definizione degli ambiti di attività per evitare inutili sovrapposizioni con le strutture pubbliche) o secondo la logica della competizione (orientata a mettere pubblico e privato sullo stesso piano e farli competere nella convinzione che questo serva a sviluppare la capacità imprenditoriale degli operatori).
    • Sul versante interno chiedendo ai propri responsabili –e qui si ritorna alla formazione come luogo della narrazione– di affrontare il problema di come coniugare solidarietà con managerialità. Penso che non bisogna perdere altro tempo e che, pur nella richiesta di un legittimo riconoscimento della nostra identità, vada perseguito anche l’obiettivo di una coerente gestione tra la dimensione della carità e della solidarietà sociale e la dimensione delle buone prassi organizzativo-gestionali.

    È un problema o se volete un’opportunità per generare una nuova cultura organizzativa che ancorandosi alle radici di un passato tutto sommato recente, nel caso della Don Gnocchi, non esita a misurarsi con le difficoltà del presente, alla ricerca dell’efficienza oltre che dell’efficacia     dei servizi attraverso il potenziamento della ricerca e dell’innovazione. È un’ opportunità questa che la Don Gnocchi sta proponendo al proprio gruppo dirigente e che trova in leadership, innovazione e sostenibilità tre parole cardini di un percorso mai disgiunto da quel fatto, da quel sogno che in qualche modo le ha prederminate da tempo.

    Mi limito a questi tre passaggi, ce ne sarebbero altri da porre per suffragare quest’idea che consegno, se volete, alla vostra riflessione:

    • la formazione come sintesi di un bel modo di far percepire le nostre realtà;
    • la formazione come antivirus – sembra paradossale per i nostri ambienti sanitari – che protegge la dimensione esistenziale della salute e della malattia;
    • la formazione come laboratorio di una nuova cultura che sappia armonizzare carità e solidarietà con innovazione e managerialità. In sostanza la formazione come luogo della narrazione per raccontare la meraviglia, la gioia e la passione, pur nella grande fatica, di chi assiste l’uomo, lo cura, lo riconcilia con sé stesso e con gli altri, gli ridona dignità.

    L’ASSISTENZA RELIGIOSA

    Da sempre, la Chiesa, ha praticato il mandato che il Signore le ha lasciato: «Andate, annunciate il regno di Dio, curate gli infermi». Nel Vangelo appare esplicito il collegamento tra il compito di evangelizzare     e quello di curare i malati.     La Chiesa nel compiere questa missione si è sempre ispirata al modello di Gesù Cristo, divino samaritano, e gli Atti degli Apostoli forniscono testimonianza di come fin dagli inizi, la comunità cristiana si è adoperata a favore dei malati (cfr. At 3,1-11; 9,32ss; 14,8ss; 19,11ss), dei poveri e dei più bisognosi di cure. L’assistenza religiosa ha dunque origini antichissime!

    Nel IV secolo si assiste allo sviluppo di istituzioni d’assistenza e di cura che potrebbero essere definite “pre-ospedaliere”: alberghi per accogliere i pellegrini, viaggiatori ed esiliati; “nosocomi” o case per malati; “orfanotrofi” per bambini privi di genitori; “gerontocomi” o case per anziani.     Il primo ospedale è costruito a Parigi nel VII secolo ed è denominato dal vescovo Landrio, “Hotel du Dieu”. In questo tempo a promuovere l’assistenza spirituale e la cura sono i vescovi e i monaci sia in Oriente che in Occidente. La tradizione ospedaliera dei monaci è consacrata dalla regola di San Benedetto quando ordina di costruire insieme con ogni monastero un ospedale, ed esorta i monaci a prendersi cura dei pellegrini e dei malati vedendo in loro la persona di Cristo (San Benedetto, Regula monachorum, C. 31, 42-53).

    Nel Medioevo si realizzano numerose strutture ospedaliere –con il sorgere d’ordini ospedalieri e confraternite– in cui l’assistenza spirituale è affidata ai sacerdoti sotto l’autorità della sede apostolica; fa seguito un periodo di grave crisi, in epoca rinascimentale, con una forte caduta di motivazione e di valori sull’assistenza dei malati.

    A tale crisi reagiscono numerose forze cristiane come le Compagnie del divino amore e i nuovi ordini ospedalieri, tra cui i Fatebenefratelli, fondati da San Giovanni di Dio (1537) e i Ministri degli infermi, fondati da San Camillo de’ Lellis (1548). I fondatori di questi Ordini sono riformatori dell’assistenza sanitaria, sapendo donare, allo stesso tempo, vitalità anche all’assistenza religiosa.

    San Giovanni di Dio ha praticato l’accoglienza e l’ospitalità offerta ai poveri e ai malati come veicolo dell’amore redentivo di Cristo, e San Camillo de Lellis, definito da papa Benedetto XIV “il fondatore di una nuova scuola di carità”, chiedeva al personale sanitario un atteggiamento materno: “Prima di tutto ognuno domandi al Signore che gli dia un affetto materno verso il prossimo, affinché possa servirlo con ogni carità, così nell’anima come nel corpo, perché desideriamo con la grazia di Dio assistere tutti gli infermi con quell’affetto che suole un’amorevole madre verso il suo unico figlio infermo” (M.Vanti, Gli scritti di San Camillo, Coletti 1952).

    Altrettanto merito va a San Vincenzo de’ Paoli con la fondazione delle Figlie della Carità, che hanno reso più visibile nella cura dei malati e dei poveri il volto femminile dell’amore.


    Suor Maria Oliva Bufano     Congregazione Suore Ancelle della Carità

    L’influsso del pensiero illuministico esercita nella società un profondo cambiamento culturale. In fatto d’assistenza sanitaria avvengono profondi mutamenti mentre si assiste ad un progressivo e crescente processo di laicizzazione degli ospedali che porta lo Stato ad assumersi una maggiore responsabilità sanitaria.     Nel secolo XVIII, si assiste alla nascita delle prime “cappellanie” moderne, costituite da uno o più cappellani che non fanno parte dell’Istituzione sanitaria ma sono incaricati specificamente del solo servizio religioso. Nell’ottocento poi, c’è un fiorire di istituti religiosi che trovano nell’assistenza sanitaria e religiosa la motivazione fondante.

    Maria Crocifissa Di Rosa, fondatrice della Congregazione delle Ancelle della Carità, sente germinare in lei l’ispirazione carismatica dell’assistenza agli ammalati durante la vicenda triste dell’epidemia di colera che colpisce Brescia nel 1836. Dinanzi al dilagare del contagio la Santa, al secolo Paola Di Rosa, chiede al padre, il cavaliere Clemente Di Rosa, il permesso di poter entrare nel Lazzaretto e assistere le ammalate. Nella lettera al padre spiega come intende operare nel Lazzaretto e lo scopo della sua missione: “Lo scopo principale cui devo tendere non è quello di prestarmi a tutti gli uffici, ma quello di procurare perché le povere inferme siano assistite per l’anima, procurando di disporle ai SS. Sacramenti, e prepararle con religiosi sentimenti a ben morire…” (giugno 1836).

    La motivazione che ha spinto Maria Crocifissa ad entrare in Lazzaretto è soprattutto quella di accompagnare le morenti all’incontro con Dio. Un’azione tutta spirituale quella di Paola che esegue sollevando la sofferenza dei corpi stremati dalla malattia. “Curare i corpi per salvare le anime” dice alle prime Figlie, perché come tanti altri Santi Fondatori, non guarda solo il corpo ma anche l’anima e lo spirito dell’uomo.     Cessata l’epidemia, Paola continua ancora a frequentare l’ospedale per un periodo di tre anni di assistenza spirituale alle ammalate, tempo favorevole per capire che i malati “erano più che curati trascurati” decidendo così di prendere in mano l’intera assistenza ospedaliera degli Spedali Civili di Brescia.

    Oggi la Chiesa s’interroga ancora una volta su come porsi di fronte ad un mondo che va sempre più secolarizzandosi ed è continuamente trasformato da un progresso scientifico e tecnologico che avanza velocemente. Sente di essere chiamata ad agire. Con le Istituzioni sanitarie di ispirazione cristiana vuole assicurare che il suo non è un servizio sanitario di parte, non è un impegno d’ordine sociale, né il frutto di una sensibilità umana che cerca di sopperire alla mancanza di strutture pubbliche, è soprattutto il frutto della risposta ad una chiamata; è il modo con il quale lo sguardo su Cristo si fa ogni giorno più reale e concreto nei bisogni e nelle sofferenze che s’incontrano continuamente, “perché il primo dei vostri doveri è di amare teneramente le ammalate riconoscendo in loro con viva fede la persona adorabile di Gesù Cristo” (Costituzioni 1851- Ancelle della Carità).

    Quella della Chiesa è un’azione pastorale che vuole rendere sempre attuale l’agire di Gesù Cristo “buon pastore” venuto a dare vita piena agli uomini. L’uomo malato è l’uomo fragile,“mezzo morto” che incontra il samaritano sulla strada che da Gerusalemme va verso Gerico (cfr. Lc 10, 29-37): quell’uomo però non è ancora morto, ma possiede ancora in sé le energie vitali, sopite forse, e di cui non è più consapevole.

    La Chiesa, attraverso l’azione pastorale, si fa prossimo di quest’uomo e mette in atto una serie d’interventi, metodi e quant’altro, perché in quell’uomo “mezzo morto” la speranza che vive ancora, possa riemergere; gli esprime solidarietà, si prende cura di lui, e ne porta il peso. È questa la motivazione fondamentale che ha caratterizzata da sempre l’azione pastorale: annunciare l’amore di Dio, in ogni direzione e confine, nella prossimità e reciprocità di dono con le persone malate e sofferenti.     L’assistenza religiosa, o pastorale sanitaria, può essere definitiva come “la presenza e l’azione della Chiesa per recare la luce e la grazia del Signore a coloro che soffrono e a quanti se ne prendono cura. Non viene rivolta solo ai malati, ma anche ai sani, ispirando una cultura più sensibile alla sofferenza, all’emarginazione e ai valori della vita e della salute” (La pastorale della salute nella Chiesa italiana). Essa ha un compito in più, oltre che riproporre alla società quei valori umanistici che stanno scomparendo; il ridare significato alla vita, alla salute e al benessere. Aiutare l’ammalato a cogliere il valore redentivo della sofferenza in un tempo in cui va’ fuggita ed il dolore evitato, e della morte non si vuol sentir parlare.     Ogni struttura sanitaria di ispirazione cristiana è il luogo dove tutte le miserie umane si danno appuntamento:

    • a volte leggere e ristrette nel tempo,
    • altre invece serie e preoccupanti;
    • spesso crudeli e senza via d’uscita.

    Esse sollevano interrogativi nell’ammalato, alimentano paure e sono matrici d’angosce. È in questa trama di sentimenti che l’assistente spirituale deve trovare spazio per poter aiutare l’ammalato non a fuggire la situazione drammatica che sta vivendo, ma trovando in se stesso la forza e l’energia sufficiente per affrontarla e superarla.     Dalla lettura del Vangelo, emerge che circa un quinto di esso tratta di guarigioni operate da Gesù, che sente verso il destino umano una forte partecipazione di carica affettiva. Dinanzi alla sofferenza poi, reagisce emotivamente, risentendola fino ad esserne scosso e piange. Gesù si oppone al male, mai predica la rassegnazione, mai mostra di ricercare la sofferenza, mai consiglia atteggiamenti di dolorismo: al contrario lotta contro il male e compie numerose guarigioni. Adotta un atteggiamento     di misericordia, impone le mani e comanda agli apostoli di fare altrettanto.     L’azione pastorale deve saper far sentire l’amore e la compassione di Dio per ciascun malato la cui fede molte volte è messa in crisi dall’esperienza del dolore, e il recupero della stessa esige tempi lunghi, anche se appare poi purificata, più genuina. All’operatore pastorale si chiedono anche risposte; l’unica risposta cristiana che può fornire sta nella parola del Dio fatto carne, fatto storia umana, sofferenza fino alla croce. Sta nella presentazione di quel Gesù che per P. Claudel “non è venuto per demolire la croce ma per distendersi su di essa. Di tutti i privilegi speciali dell’umanità, Dio ha scelto per sé soltanto questo”.

    Aiutare l’ammalato a sentire vicino a sé un Dio che ha voluto condividere il suo dolore è il mezzo più efficace per lenirgli la sofferenza. E la condivisione è l’atteggiamento che l’operatore deve sempre offrire nel suo cammino di accompagnatore spirituale. Chi condivide un percorso è credibile e, anche se non può esaurire le risposte e le attese dell’altro, sicuramente lo solleva dalla sensazione di essere solo e abbandonato. È fargli sentire “che in ogni uomo che soffre la pena e la tribolazione della vita, Dio si fa vicino, gli va incontro, entra in compagnia, affinché egli possa incontrare Dio, scorgendo il suo volto di padre misericordioso… La fede in Dio non toglie il dolore, ma dona conforto, speranza e fiducia in ogni esperienza, pur drammatica di sofferenza”. (Marchesi o.h.)     Gesù è il servo sofferente che ha fatto della propria sofferenza una fonte di guarigione e di salvezza per quanti vivono nel corpo e nello spirito le conseguenze della condizione finita dell’uomo, e proprio nella misura in cui ha sperimentato l’umanità e ha portato nelle sue piaghe la fragilità dell’uomo che può guarire gli altri. Le piaghe di Gesù sono espressione e testimonianza della sua vulnerabilità.     Egli è il primo tra i “guaritori feriti” perché è il più grande in fatto di vulnerabilità “Per le sue piaghe siamo stati guariti” (1Pt 2,25), ed ogni operatore sperimenta la vulnerabilità tutte le volte che, attraverso l’empatia, entra nel dolore dell’altro e ne legge la ferita. Non è possibile ac costarsi al letto di un ammalato e rimanere impassibili, senza lasciarsi toccare il cuore dai sentimenti dell’altro, dal suo dolore, unico, dalla sua sofferenza. Il compito di ogni azione pastorale allora diventa quello di stare vicino all’ammalato e raccogliere il suo dolore e offrirlo con lui, in unione a quello di Cristo, a Dio. Mai dono più grande ci potrà capitare di ricevere che il dover prender parte alla sacralità dell’offerta del dolore da parte di chi è ammalato.

    La “cura” negli ospedali è per troppe volte cresciuta in penombra, nelle stanze più riparate e segrete dove si consumavano le esistenze fragili di bambini e anziani. Nelle strutture sanitarie di ispirazione cristiana si cerca di dare dignità alla nascita, alla morte, dimensioni spirituali e non solo corporali della vita: dall’eterno verso l’eterno. L’uomo, dimensione spirituale e corporale è sacro a Dio e quindi ogni gesto, ogni atto fatto a lui, diventa rito che consacra, che innalza, che offre. L’azione spirituale aiuterà gradatamente l’ammalato a sollevare lo sguardo dalle sue piaghe per incontrare lo sguardo del Risorto.     La fede cristiana è nata nel giorno della Pasqua, e nella figura del Risorto si apre il senso ultimo del dolore, la sigla della speranza, il sigillo della luce totale, la decifrazione del mistero. Dietro ogni crocifisso c’è il volto di un risorto; in ogni storia di dolore personale ci sono entrambi ma sappiamo che su quella croce Cristo è posto solo provvisoriamente perché all’alba del nuovo giorno una luce trafiggerà le tenebre ed il volto di quel Cristo apparirà chiaro come il sole. La sua sofferenza non è che un istante perché la croce è solo provvisoria, come diceva don Tonino Bello: “Collocazione provvisoria. Penso che non ci sia formula migliore per definire la croce. La mia, la tua croce, non solo quella di Cristo. Coraggio, allora: la tua croce, anche se durasse tutta la vita, è sempre ‘collocazione provvisoria’. Il Calvario, dove essa è piantata, non è zona residenziale. E il terreno di questa collina, dove si consuma la tua sofferenza, non si svenderà mai come suolo edificatorio”. (Mons. T. Bello).

    Il mondo della sanità e dell’assistenza si è sviluppato negli anni grazie alla presenza significativa di religiosi che prima come operatori a diretto     contatto con le persone sofferenti, immagini di Cristo, poi come responsabili della gestione di Opere caritatevoli, hanno rappresentato un     punto di riferimento, in carenza molto spesso dello Stato.     L’impegno per gestire un’opera nei settori sanitario e socio sanitario presuppone una organizzazione ed una qualificazione che non può essere ritrovata solo nell’ambito della Comunità religiosa che abitualmente si è lasciata guidare dalla Provvidenza.     Ma sino a che punto i responsabili di un istituto religioso possono pregiudicare la stabilità dell’Ente per perseguire un fine altamente cristiano come quello di soccorrere il sofferente?

    Per dare una risposta a questa domanda e per comprendere se esiste un punto di rottura in cui neppure la Provvidenza ci può aiutare, occorre ripercorrere i fatti salienti che contraddistinguono la situazione attuale.

    • Collaborazione con i laici: trattandosi di prestazioni e di servizi di elevata professionalità, l’inserimento dei laici ed il progressivo processo di delega è stato inevitabile. Questa apertura ai laici ci consente di attuare una positiva condivisione dei nostri fini carismatici e religiosi.
    • Investimenti immobiliari e tecnologici: l’evoluzione dei sistemi e delle metodiche di cura è tale che per garantire una qualificata assistenza occorrono costanti investimenti per adeguare ed ampliare gli ambienti, ma anche per rinnovare le attrezzature elettromedicali. Il rinnovamento delle metodiche porta poi come conseguenza la necessità di nuovo personale qualificato. I contributi pubblici per gli investimenti sono estremamente esigui. Da anni ci battiamo per ottenere gli stessi contributi garantiti ai presidi pubblici.
    • Inasprimento delle norme in materia di sicurezza: correttamente il settore della sanità è sottoposto, a salvaguardia dell’assistito, a numerosi obblighi sia per quanto riguarda la sicurezza degli ambienti che del personale. Questa rigorosa disciplina della sicurezza si traduce poi in costi del personale (indennità, ferie aggiuntive…), dell’organizzazione (inserimento di responsabili e di verificatori…) ed anche di adeguamento e di dotazione degli ambienti.
    • Criteri di accreditamento: in prevalenza le opere gestite dai religiosi operano in regime di accreditamento con il servizio sanitario regionale. L’accreditamento per un Istituto religioso rappresenta un percorso obbligato. Purtroppo, a fronte dell’immagine positiva per L’Istituto religioso di garantire un servizio senza fini di lucro e dedicato esclusivamente a garantire la massima attenzione alla persona, si nasconde un ulteriore pesante carico economico conseguente alla necessità di adeguare l’opera ai requisiti pesanti previsti per ottenere l’accreditamento.
    • Remunerazione delle prestazioni: il Fondo sanitario nazionale si fa carico di riconoscere a tutti i presidi accreditati, siano essi pubblici che privati, il corrispettivo delle prestazioni erogate. Ogni Regione è libera, entro certi limiti, di determinare le tariffe (a prestazione o a giornata di degenza).         Limitandoci a considerare gli aspetti che riguardano la Lombardia la determinazione delle tariffe e i correlati budget di spesa rappresentano il vero punto di criticità delle nostre opere sanitarie. Mai le tariffe riescono a garantire la copertura dei costi sottostanti alla prestazione eseguita. La forbice tra costo della prestazione e suo corrispettivo tende ad allargarsi negli anni a causa principalmente dei rinnovi contrattuali. Per compensare la tariffa non remunerativa si potrebbe pensare, viste le liste di attesa che rappresentano i bisogni della gente, ad una maggior produttività, ma i budget di spesa assegnati ad ogni presidio non consentono d’incrementare le prestazioni.
    • Rapporti con le Istituzioni: le nostre opere “godendo” dell’accreditamento sono erogatori di prestazioni avendo un solo interlocutore anche per i pagamenti: la Regione per il tramite delle ASL. I rapporti con il Governatore, con l’Assessore, con i funzionari dell’Assessorato e con il Direttore Generale della ASL di competenza, sono determinanti in quanto consentono di evidenziare il nostro metodo di lavoro e di far presente le situazioni critiche che possono ostacolare l’erogazione delle prestazioni. I rapporti umani e di reciproco rispetto sono ottimi, ma quando poi si scende a concordarei provvedimenti necessari per un corretto funzionamento delle nostre opere la parità cessa e si passa a provvedimenti in cui non veniamo coinvolti, ma solo informati di decisioni già prese.         Non si può essere erogatori di prestazioni in delega della Regione e poi non partecipare alle decisioni che ci riguardano! I casi e le situazioni critiche sono numerosissimi e danno origine ad una “processione” di singoli enti per ottenere modifiche e chiarimenti. Questa situazione è fortemente disarmante e, se capisco le necessità di controllare la spesa sanitaria, non comprendo perché non si possa cercare assieme la soluzione più corretta per quadrare i conti, quelli della Regione e  quelli degli Enti erogatori.         Le difficoltà per i responsabili di un Istituto religioso a gestire un opera in ambito sanitario sono tante, ma non bisogna desistere. Sorretti dalla Fede e sollecitati dal sofferente che ci interpella dobbiamo sviluppare tutte quelle opportunità che la ragione e la competenza ci suggeriscono. Di certo, dobbiamo aver ben chiaro il limite oltre il quale si pregiudica la stabilità stessa dell’Istituto religioso d’appartenenza.

    Non è nella mia natura arrendermi di fronte alle difficoltà, e convinta che il servizio sanitario svolto è importante non per noi, ma per quelli che aiutiamo, porto alle vostre considerazioni le opportunità, piccole o grandi, che si possono percorrere per garantire la continuità, nella qualità, delle     strutture sanitarie di ispirazione cristiana nel mondo sanitario. Proprio perché siamo una parte di Chiesa un primo contributo, magari piccolo nell’importo, ma molto significativo come segno di condivisione, potrebbe arrivare da una diversa ripartizione dell’otto  per mille. So che la legge attuale non lo consente, ma proprio perché operiamo in prospettiva e non nel contingente, le modifiche, quando c’è la volontà si possono introdurre per adeguarsi alle nuove realtà.

    Per lo stesso motivo che la Chiesa non è dei preti e dei religiosi, ma di tutta la comunità dei cristiani, bisognerebbe sensibilizzare i laici alla beneficenza finalizzata e al sostegno diretto. Sono iniziative che è giusto aver presenti e che dovrebbero far parte di un modello di mutualità tra persone che condividono un’unica idea: aiutare il prossimo sofferente. Il mio Istituto, come di certo molti altri hanno sacrificato patrimoni mobiliari ed immobiliari per sostenere le iniziative in sanità. Di questo non chiediamo nessuna gratitudine se non quella di poter continuare, garantendo qualità d’assistenza almeno pari al valore della persona sofferente. Mi pesa molto doverlo ammettere, ma la garanzia di continuità sarebbe pienamente attuata se le tariffe corrispondessero esattamente al costo della prestazione offerta. Il corrispettivo non correlato al valore della prestazione conduce inevitabilmente ad una dequalificazione della prestazione.     E questo forse avviene negli operatori for profit, ma per noi religiosi, la cura del paziente, della persona sofferente è impegno inderogabile e ci coinvolge oltre ogni limite di sostenibilità.     Viene da pensare che lo Stato, direttamente o per il tramite delle Regioni, c’impone delle tariffe che nascondono una volontà politica di portare alla crisi irrevocabile le nostre opere, per mancanza di mezzi finanziari e/o per inevitabile discredito sulla qualità dell’assistenza.     La Lombardia stessa, pur essendo la regione che ha attuato il miglior servizio sanitario regionale in termini di libera scelta e qualità di prestazioni, ci deve spiegare cosa significa essere accreditati se poi non si garantiscono le risorse necessarie.     Mi corre il dovere di ricordare che alcuni Istituti religiosi stanno percorrendo strade diverse per ridurre le responsabilità patrimoniali passando dai casi estremi di cessione, all’affitto come ramo d’azienda, allo scorporo in un soggetto terzo (di norma fondazioni) delle attività sanitarie. Sono tutte queste manifestazioni d’impossibilità a reggere una situazione; mi auguro sempre che prima della scelta sia stata fatta una profonda riflessione sul senso e sul significato dell’opera rispetto ai bisogni dei sofferenti che con grande fiducia a noi si affidano.

    Concludo con una considerazione ed un auspicio.     Le leggi da noi fortemente volute sin dalla riforma ospedaliera del 1968 ci consentono di partecipare a pieno diritto al Servizio Sanitario Nazionale, ma lo Stato sul piano sostanziale, che vuol dire finanziamenti, ci discrimina considerandoci silenziosi operatori che pur di svolgere un servizio che risponde al nostro carisma di Fondazione, accettiamo un’ingiusta mercede.     L’auspicio più vivo è quello che opere cresciute grazie allo spazio consentitoci dalle leggi e oggi testimonianza di un servizio da cui per qualità, importanza e gradimento delle prestazioni non si può più prescindere, non finiscano, nel caso peggiore e più drammatico, ad essere un ulteriore regalo allo Stato, come già avvenuto in anni pre concordatari.

    OSPITALITÀ E UMANIZZAZIONE

    Fra Raimondo al Centr, il fratello Fra marco a ds e il Min. Rosi Bindi10[1]Buon giorno a tutti e buona continuazione nella quotidiana fatica. Innanzitutto devo dire di avere accantonato il testo che avevo preparato perché mi è sembrato inadeguato dopo aver ascoltato gli altri relatori e vista anche la situazione in cui ci troviamo.     Per iniziare desidero contestualizzare la giornata di oggi, infatti, la Liturgia ci offre l’opportunità di meditare sull’inizio della Settimana di Passione. Credo che non sia un caso che anche questo riferimento faccia parte del nostro vissuto attuale, perché molti di noi oggi vivono una certa “passione”. Non è solo la “passione” per il malato, che rappresenta per noi un privilegio, ma è forse maggiormente il non poter riuscire sempre a vivere e a trasmettere la stessa passione per il malato per cause da noi indipendenti. Il motivo per cui ho cambiato il mio intervento, ed ora vado, come si usa dire “a braccio”, è anche perché le voci che ci provenivano dall’esterno, sono voci che vanno accolte, e vanno accolte nel segno dell’Ospitalità, proprio perché il disagio degli altri, deve essere il nostro disagio: se non lo cogliamo non facciamo un’opera di Ospitalità, un’azione ospitale. Ci sono in sala altre persone, altri sindacalisti che condividono molte delle cose che stiamo dicendo qui questa mattina. Dobbiamo, io credo e ripeto, manifestare Ospitalità nel senso di fare spazio dentro di noi anche a questi aspetti che sono molto importanti e che fanno parte della nostra natura di cristiani a tutto tondo.

    Prima di introdurmi nel tema, volevo precisare brevemente alcune cose:

    • non è vero che siamo tutti uguali nella sanità. L’abbiamo detto tutti, ma ci tengo a dirlo anch’io. Faccio solo una domanda: che fine hanno fatto gli Ospedali classificati? Non esistono più! Ma per loro la Norma prevedeva che la loro presenza fosse uguale, identica agli ospedali pubblici senza alcuna distinzione, fatto salvo il regime giuridico che rimaneva quello di strutture di Diritto privato.
    • Non è vero che siamo uguali per mille altre ragioni che sono state ricordate anche in questa sala da chi mi ha preceduto.
    • Ma più che cercare differenze per forza, vorrei mettere in evidenza che non siamo uguali, perché  se fossimo tutti uguali dovremmo sparire, ma noi siamo per forza diversi.         Noi siamo in sanità per essere diversi dagli altri. Ma se la nostra diversità non si manifesta apertamente e chiaramente nell’Ospitalità e nella Umanizzazione delle cure, noi in sanità non abbiamo alcun diritto di rimanere.         E ciò vuol dire osservare le regole e pretendere che le regole siano adeguate ai bisogni.

    Detto ciò vengo brevemente a quanto penso di dover dire più concretamente.     San Giovanni di Dio sul letto di morte lascia due cose in Testamento, quasi in eredità: 

    • raccomanda i suoi poveri, i suoi malati e quindi consegna il registro, diremmo noi, dei malati dell’ospedale;
    • e raccomanda i suoi creditori e quindi consegna il registro dei debiti che ha contratto.

    Ecco, credo che la nostra storia sia un po’ questa da sempre: avere molta cura dei malati e non avere eccessive preoccupazioni materiali, che vuol dire non farne l’unico problema della nostra esistenza. Il nostro stare accanto ai malati non può ridursi solo alla preoccupazione per la mancanza, pure importante, di risorse economiche. Avessimo anche tante risorse economiche, ma mancasse la presenza di Ospitalità, di spiritualità, di cattolicità, le strutture andrebbero comunque chiuse perché verrebbero meno alla loro finalità e alla loro autenticità originale.

    E allora, Ospitalità verso chi?

    Certamente verso i bisognosi e i malati, ma anche verso gli operatori, i collaboratori. Ma non l’ospitalità delle hostess sugli aerei o negli alberghi.     Aprendo Internet alla voce ospitalità appaiono migliaia di voci che si riferiscono ad alberghi e agriturismi quasi nessuna che risponda ad altri significati!

    Per Ospitalità intendiamo unicamente fare spazio dentro di noi alla sofferenza degli altri: questo voleva San Giovanni di Dio, questo facevano i santi!     Se facciamo spazio dentro di noi alle sofferenze degli altri, troveremo le risposte adeguate ai loro bisogni. Questa è Ospitalità, il resto è altro!

    Fare bello l’ambiente sarà renderlo più umano, quindi maggiore umanizzazione; dare una struttura più adeguata sarà una struttura più umanizzata, ma l’Ospitalità è qualche cosa di più alto, di più forte, è, in definitiva, ciò che fa la differenza!

    Ci dispiace che i malati soffrano, ci dispiace che ci siano delle persone che soffrono, e ci dispiace così tanto che la nostra vita non può essere tranquilla fino in fondo, perché qualcuno che soffrirà ci sarà sempre: anche questa è Ospitalità! E allora, se questa è l’Ospitalità dobbiamo muoverci perché ci interpellano i bisogni, i malati, e una società che piange.

    Allora dobbiamo cercare di umanizzare il sistema, dobbiamo avere la presunzione di rendere più umani i luoghi della politica. Oggi i luoghi     della politica non sono umani. (Se in sala c’è qualche politico ascolti e se la porti con sé), ma i luoghi della politica non sono umani!

    Perché non sono umani? Non sono umani perché non sono legati ai bisogni della gente, ma agli interessi siano essi economici o di partito o di altro, ma non sono legati ai bisogni sostanziali della gente perché se così fosse non avremmo in Italia decine e decine di centri di trapianto, ma avremmo molta più attenzione alle persone che hanno più bisogno, alla assoluta sofferenza di centinaia di migliaia di famiglie con malati di Alzheimer, tanto per fare un esempio, o alla sofferenza di centinai di migliaia di malati psichici, tanto per fare un altro esempio, poi mille ancora! Cioè la distribuzione delle risorse rientra nel quadro della umanizzazione e dell’Ospitalità a pieno titolo, perché una disattenta distribuzione delle stesse finisce per creare dei privilegi e non invece per incontrare i bisogni della gente.

    Quindi dobbiamo avere la pretesa, la forza di dire che abbiamo il dovere di rendere più umano il mondo della politica che ci gestisce, non dobbiamo lasciarci solo gestire. Ma, come si diceva poco fa, la politica è anche l’arte del mediare, ma l’arte del mediare la si attua mediando e non si media da soli! La politica non si media da sola, anche se la politica da sola ha tante mediazioni da fare per sé! Deve mediare con le persone, con le strutture che cooperano a rendere la politica attivo esercizio di servizio alla gente. Quindi le relazioni, che qualcuno diceva che sono frantumate tra noi col mondo politico, di fatto confermava e conferma una grave situazione di cui tutti dobbiamo essere coscienti, ma pare evidente che non facciamo abbastanza per renderla meno frantumata.

    Dobbiamo cercare tra noi i mezzi, le opportunità e i sistemi per umanizzare i nostri rapporti con il mondo della politica sanitaria e assistenziale. In questi giorni in cui il clima elettorale è acceso, ma nessuno parla di questi problemi, riflettevo sul fatto che non ci può essere nessun candidato cattolico che possa essere degno di sedere in Parlamento nazionale, o in Consiglio regionale o comunale, se non ha nel suo DNA di uomo, attenzione ai bisogni dei poveri e delle persone     più sfortunate.

    LA DISABILITÀ

    L’Associazione “La Nostra Famiglia” ha iniziato la sua attività in Lombardia a Vedano Olona nel 1946 per volontà del suo Fondatore il Beato Luigi Monza, sacerdote diocesano, a quel tempo parroco a Lecco. È l’Opera principale dell’Istituto Secolare delle Piccole Apostole della carità. Dal 1985 l’associazione ha attivato una Sezione Scientifica l’IRCCS “Eugenio Medea”, il cui Polo principale è quello di Bosisio Parini.

    L’associazione gestisce in tutta Italia 35 strutture, in Lombardia svolge la sua attività più estesa a Bosisio Parini, sia nell’Ospedale di Riabilitazione per l’età evolutiva, sede della Sezione IRCCS, che nel Centro di Riabilitazione. Sul territorio gestisce altri undici centri fra cui un Centro di Psicoterapia, un Centro di Lavoro Guidato, una Casa Famiglia, tre Centri diurni per adulti disabili e due RSD.

    La Missione dell’Associazione è quella di valorizzare tutte le potenzialità della persona disabile attraverso un intervento specifico di riabilitazione e la presa in carico della famiglia. È quest’ultima  una scelta preferenziale: la denominazione “La Nostra Famiglia” esprime infatti il valore della famiglia e significa che chiunque accede, per qualsiasi motivo, ad una delle nostre strutture dovrebbe percepire il clima di famiglia che facilita la relazione, nel rispetto di tutti, in quanto portatori di un dono di Dio.

    Secondo le indicazioni del Fondatore lo stile che deve caratterizzare il nostro intervento riabilitativo è quello dell’accoglienza, competenza e rispetto della vita, comunque essa sia.

    Specificità

    La scelta di privilegiare l’età evolutiva e di seguire i casi, quando è necessario, fino all’età adulta ci ha consentito di realizzare interventi mirati nei vari settori della riabilitazione, evidenziando nel tempo alcune criticità, oggetto della ricerca e di revisioni dell’attività svolta, individuando gli indicatori essenziali che consentono di giudicare i risultati, per orientare in modo oculato le scelte successive.     L’età evolutiva è un ambito particolarmente delicato e sensibile proprio perché aperto all’evoluzione, sia positiva che negativa delle sue strutture biologiche lese che costantemente interagiscono con l’ambiente.Agire sulla struttura biologica e non poter agire sull’ambiente è una perdita di opportunità che ci responsabilizza fortemente.

    Riabilitare un bambino disabile vuol dire agire sulle funzioni e sulle attività tipiche dell’età.Vuol dire anche instaurare nel suo contesto di vita relazioni significative e rassicuranti, vuol dire ancora essere interfaccia strutturata e competente fra lui e la famiglia, la scuola, i compagni, l’ambiente che deve imparare a conoscerlo ed accoglierlo, evitando impatti negativi e possibili insuccessi. Anche gli operatori sono “ambiente” che deve essere favorevole alla evoluzione armonicae sicura del bambino disabile. Per questo l’associazione ritiene importante favorire la crescita culturale, professionale e spirituale degli operatori, in quanto sono coloro che garantiscono la continuità della nostra Missione. Noi possiamo contare per molti di loro, sulla condivisione del carisma del Fondatore, in quanto molto coinvolti e partecipi alle numerose iniziative che l’Associazione attua.

    La nostra responsabilità di riabilitatori, educatori e formatori nasce subito, dal primo momento in cui inizia la relazione madre-bambino. Monitorare la sua evoluzione evita che la patologia entri in modo traumatico nella vita di entrambi, modificandola irrimediabilmente. Occorre valorizzare la figure del padre, che va sollecitato ad assumere il suo ruolo di sostegno e rassicurazione, così come tutta la famiglia deve essere opportunamente coinvolta nel progetto educativo e riabilitativo.     Riabilitare un bambino significa avere l’attenzione aperta sulla prevenzione: prevenire il disagio è oggi un elemento assolutamente indispensabile, anche nella relazione che si instaura senza disabilità, prevenirlo in situazione di disabilità, vuol dire evitare il degrado per i bambini gravi (il 30% della casistica da noi seguita è grave con disabilità plurime), per i casi medio o lievi significa evitare pericolose devianze in senso psicopatologico e comportamentale.

    L’esperienza ci insegna che i bambini disabili seguiti adeguatamente da famiglie equilibrate sviluppano potenzialità incredibili, favorite dalla loro tipica tenacia di voler riuscire a conquistare un posto nella vita, il posto per cui sono stati creati da Dio.     Anche la ricerca deve rispondere ai quesiti fondamentali relativi alla prevenzione, allo sviluppo di abilità, alla diffusione dei risultati, che orientino tutte le scelte sul piano medico e sociale. In base a queste premesse riteniamo che vada estesa l’attribuzione di “trattamento” ad ogni intervento qualificato operato non solo sul bambino, ma anche sul contesto ambientale, se questo è indispensabile per attuare il progetto riabilitativo proposto.

    Alcune significative problematicità

    1. Complessità crescente dei quadri patologici per la maggior sopravvivenza di casi gravemente compromessi, per molti dei quali si ignora ancora la causa.
    2. Accentuata situazione di disagio nei soggetti borderline, incapaci di adattarsi ai ritmi della scuola e delle richieste sociali troppo elevate.
    3. Problematicità del comportamento, soprattutto degli adolescenti disabili.
    4. Difficoltà nel seguire la famiglia, sempre meno capace di assumere il proprio ruolo educativo e di gestire la diversità.
    5. Impossibilità di dare agli operatori il giusto riconoscimento dell’impegno che si assumono, mediante incentivi che sostengano la motivazione e valorizzino il merito di ciascuno.

    Nostre risposte

    1. La raccolta della casistica sia in relazione ai diversi quadri clinici che all’eziologia nota ed a quella ignota ha come obiettivo quello di orientare la ricerca nell’ambito dell’età evolutiva, in modo che abbia una costante ricaduta pratica e alimenti la crescita culturale degli operatori.
    2. Gli interventi con la famiglia e con la scuola ci consentono di analizzare, approfondendole le tematiche relative ai disturbi di apprendimento e di comportamento, individuando percorsi riabilitativi ed educativi strettamente integrati, progetti formativi per insegnanti e terapisti.
    3. La rete dei nostri Centri attivi in Lombardia e in tutta Italia, la numerosità della casistica, la possibilità di fare interventi graduati in relazione all’età e alle diverse tipologie di utenza, seguita anche nei percorsi formativi e nel centro di Lavoro Guidato di Como, ci consente di fare follow-up a distanza per dare giudizi d’esito e analizzare gli indicatori che consentono di emettere prognosi più certe e orientare i percorsi terapeutici con maggior appropriatezza.
    4. La numerosità di giovani in formazione che accedono ai Centri, in particolare a Bosisio, ci consente  di valorizzare il loro apporto sul piano scientifico con le tesi di laurea e il coinvolgimento in alcuni ambiti di ricerca.

    Tutto questo non basta.Vista la complessità del nostro lavoro, che ci costringe ad intervenire in discipline sanitarie ed aree sociali diversificate, è auspicabile, per continuare a contribuire alla costruzione di un sistema pubblico efficace, avere un interlocutore unico ed autorevole. Interlocutore con cui sia possibile interagire sia nell’orientamento e valutazione dei servizi alla persona, sia nel perfezionamento della loro sostenibilità.

    Due elementi a nostro avviso vanno pertanto previsti:

    • a) I Centri di riabilitazione non profit che in Lombardia si occupano dello stesso ambito di intervento devono lavorare insieme, per mettere in comune conoscenze ed esperienze, continuando nel progetto di confronto iniziato lo scorso anno, quando ci siamo trovati nella difficoltà di non avere riconosciute come prestazioni riabilitative gli interventi sulla famiglia e sulla scuola.
    • b) Avere interlocutori attenti e oculati che valorizzino l’apporto dei Centri e Ospedali di riabilitazione, non individuandoci come problema, ossia consumo di risorse, ma come effettiva risorsa per agire in modo coordinato ed efficace a beneficio di tutte le persone disabili di questo territorio. Per questo dobbiamo alimentare insieme la volontà di costruire uno stile di dialogo basato sulla reciproca fiducia.

    Il moderatore Fabio Pizzul


    Dr.ssa Gianna Zoppei Sovrintendente Sanitario

    Istituto Scientifico Universitario Ospedale San Raffaele di Milano

    Il San Raffaele si identifica fin dalle sue origini (anni 70) come Istituto di Ricovero e Cura a Carattere Scientifico. Questa peculiarità ha retto e sviluppato la crescita stessa dell’Istituto quanto a clinica di eccellenza, di ricerca avanzata, di innovativo ateneo. Tale crescita è stata vertiginosa se si pensa che ha poco più di 30 anni e che, oltre ad essere diventata un polo culturale per il nostro Paese, è presente in tante aree di Paesi in via di sviluppo diffondendo il principio di trasformare la medicina in arte sacra perché sacro l’uomo, immagine e somiglianza divina.

    Abbiamo già ascoltato, negli interventi che si sono succeduti durante questo convegno, come abbia inciso profondamente nel mondo della sanità la sensibilità religiosa di anime speciali, quali quella di don Carlo Gnocchi, del Beato don Luigi Monza per citare le più recenti senza dimenticare le opere di san Giovanni di Dio e di san Camillo. Anche il San Raffaele sta vivendo, in maniera forse straordinaria, il carisma del suo fondatore, don Luigi Verzé, che si propaga, quasi per osmosi, stante la sua continua e reale presenza nelle varie realtà dell’Opera.

    Venendo ora ad illustrare il tema che mi è stato assegnato, occorre rilevare che, per molto tempo, si è assistito in Italia ad una separazione fra le attività di ricerca svolte in ambito clinico e la ricerca svolta negli istituti biologici. Così non è cresciuta una cultura della ricerca biomedica     integrata, formata sul terreno dell’integrazione dipartimentale fra la ricerca clinica e quella di base. Oggi la modernità delle metodologie e delle tecnologie sofisticate a disposizione degli operatori ha determinato un flusso sempre più crescente di collaborazione integrata fra ricercatori     clinici e ricercatori di base.

    Si osserva, però, ancora insufficiente nel nostro Paese il numero di sedi ove i due tipi di ricercatori possano collaborare insieme. Proprio per questo, fin dalla sua nascita, l’Istituto San Raffaele ha voluto ideare e realizzare un disegno in grado di fornire alla ricerca italiana un modello nuovo operativo. Gli steps fondamentali di questo modello sono stati innanzitutto la cultura dell’ambiente professionale e l’attenzione alla disciplina clinica, arricchita successivamente da consistenti investimenti nell’area della ricerca di base attraverso la realizzazione di un Dipartimento di Ricerca Biomedica e di Biotecnologie capace di offrire il background indispensabile di cultura, di metodologie, di tecnologie e nello stesso tempo capace di far affluire nei laboratori della ricerca di base idee, quesiti, problemi scaturiti in ambito clinico.

    Il problema non è stato solo quello di riunificare verticalmente i contributi e le esperienze tradizionalmente separate nell’ambito delle facoltà mediche, ma anche e soprattutto quello di far affluire nella ricerca biomedica l’immenso patrimonio di cultura e di tecnologie sviluppate nell’ambito di altre facoltà e discipline. La medicina di oggi ha bisogno di fisici, di ingegneri, di bioinformatici, di ricerca avanzata in ciascuno di questi settori. Si pensi alla ricerca tecnologica nel campo delle bioimmagini, al contributo straordinario dell’informatica per il trattamento     stesso dell’immagine (TAC, RMN, PET, angiografie digitalizzate, eccetera), allo sviluppo di modellistica matematica che permetta la comprensione di fenomeni fondamentali quali quello della crescita cellulare, dei flussi metabolici in vivo, della biodistribuzione dei farmaci. Per non parlare poi di tutta la problematica legata alla genetica, alla proteomica, alla medicina molecolare.

    Il risultato di questo tipo di ricerca integrata, che diventa ricerca traslazionale, non potrà che essere quello di “restituire il prodotto” ottenuto al Servizio Sanitario Nazionale mediante protocolli diagnostici e terapeutici, modelli operativi di gestione ed informatizzazione, programmi     di prevenzione primaria e secondaria, e anche trasferire all’industria tecnologie, brevetti, idee, esperienze e capacità critica.     Su questa linea il San Raffaele, forte del suo mandato “Andate, Insegnate, Guarite”, intende contribuire per la sua parte a questa sfida concentrando presso i suoi laboratori il meglio di uomini, di metodologie, di biotecnologie costituendo così il retroterra cui l’industria dovrà attingere.

    Indispensabile, per salvaguardare la costante “dimensione uomo” in un ambiente di tematiche così specialistiche e marcatamente tecniche, la presenza di un coordinamento delle facoltà umanistiche: psicologia, sociologia, antropologia, filosofia. Per questo è nata l’Università Vita-Salute San Raffaele che si articola nelle sue tre facoltà di Medicina, di Psicologia e di Filosofia.

    Al centro lo studio, la ricerca, l’amore per l’Uomo.

    Il San Raffaele, quale Istituto di Ricerca, è chiamato a favorire la ricerca scientifica in ogni settore indirizzata soprattutto alla realizzazione dell’uomo integrale: corpo, intelletto, spirito. Ogni scienziato del San Raffaele sa che l’uomo integrale è fatto di saggezza, di creatività, di responsabilità,di entusiasmo, di coscienza, di passato, di presente e di futuro oltre che di sapere puro e semplice. Da qui la necessità costante di avvalorare nello scienziato e nell’ambiente che lo circonda il “contenuto uomo” in tutte le sue componenti ed accezioni. Questa è la regola che in ricerca ammette il rischio ma lo calcola correttamente. Il resto – come afferma don Verzé – appartiene all’avventura di essere uomo ed appartiene a Dio.

    In particolare

    L’Istituto Scientifico San Raffaele si basa su un modello originale che sfrutta le sinergie fra clinica, ricerca e didattica.

    • La storia del San Raffaele inizia nel 1971, anno in cui diventa primo Ospedale italiano a gestione privata.
    • Nel 1972 stipula un accordo con la Facoltà di Medicina dell’Università Statale di Milano ed ottiene dal Ministero della Salute il riconoscimento di IRCCS (Istituto di Ricovero e Cura a Carattere Scientifico) diventando così centro di ricerca clinica specializzato nel diabete e nelle malattie metaboliche.
    • Nel 1992 il San Raffaele si espande ulteriormente ed inaugura il DIBIT (Dipartimento di Bio Tecnologie): un intero edificio completamente dedicato alla scienza di base con 12 mila metri quadrati adibiti a laboratori ed una presenza di circa 250 persone suddivise fra ricercatori, tecnici e personale amministrativo, ed altre 300 fra borsisti, specializzandi e studenti di dottorato.
    • Nel 1996 nasce l’Università Vita-Salute San Raffaele che, ad oggi, ospita le facoltà di Medicina, Psicologia, Filosofia e Scienze della Comunicazione. Sono inoltre offerte altre attività didattiche         che comprendono le Scuole di Specialità in varie branche della medicina, il programma         zionale di Ph.D. in Cellular and Molecular Biology e dal 2002 il programma internazionale di Dottorato in Medicina.
    • Nel 2001 il Ministero della Salute attribuisce all’IRCCS San Raffaele la specializzazione di Istituto per la Medicina Molecolare. L’Ospedale San Raffaele (con i suoi 1.300 posti letto), l’Università Vita-Salute San Raffaele ed il DIBIT, costituiscono il cuore di uno fra i più grandi Parchi Scientifici biomedici in Italia: Science Park Raf.
    • Nel 2007 è stata completata l’espansione del DIBIT attraverso il progetto DIBIT II. Questo progetto ha lo scopo di dare nuovo slancio alle aree più rinomate del San Raffaele attraverso la costruzione di ulteriori 74.000 metri quadrati di spazi per ricerca e didattica. Viste le sinergie all’interno del Parco Scientifico, è facilmente immaginabile che questo progetto potrà dare luogo ad un miglioramento logistico e organizzativo complessivo e ad una razionalizzazione dell’attività clinica. Tutto questo susciterà sicuro interesse sia da parte delle aziende biotecnologiche che da parte degli studenti attratti dalle molteplici possibilità offerte da una struttura unica nel suo genere.
    • Il lavoro di questi anni si è concentrato sulla Ricerca: di base, clinica e traslazionale. La produzione scientifica del San Raffaele è stata influenzata da questo impegno ed ha avuto un rilevante progresso sia in termini di numero di pubblicazioni, sia per quanto riguarda la qualità dei lavori. Nel 2006 sono stati pubblicati 678 papers con un I.F. totale di 3400. Questo consolida la posizione del San Raffaele fra i leader all’interno dello scenario italiano; posizione che consente di ricevere contributi finanziari sia da enti pubblici regionali ed interregionali (Ministero della Salute, Istituto Superiore di Sanità, Ministero dell’Università e Ricerca, Comunità Europea, NIH, CNR.) che da enti privati (principalmente Telethon, AIRC e Fondazioni Bancarie).
    • Telethon è inoltre presente presso il Dibit con due centri di ricerca: il San Raffaele-Telethon Institute for Gene Therapy of Genetic Disease (HSR-TIGET), la cui missione è l’ applicazione clinica della terapia genica, e lo Stem Cell Research Insitute (SCRI), che studia la biologia e le applicazioni terapeutiche delle cellule staminali, un campo quest’ ultimo in cui il San Raffaele è uno dei leader a livello mondiale.
    • Negli ultimi anni il grande sviluppo e la diversificazione delle tecnologie biomediche, hanno permesso rivoluzionarie scoperte come ad esempio il completo sequenziamento del genoma umano. Questa scoperta ha modificato lo scenario scientifico cambiando radicalmente l’approccio ai problemi medici ed aprendo le porte ad un nuovo tipo di medicina: la “medicina molecolare”.
    • Il prossimo futuro vedrà l’interesse dei ricercatori orientato verso la scoperta dei meccanismi che regolano l’espressione di differenti geni e verso la definizione delle funzioni dei loro prodotti. In campo diagnostico si punterà a sviluppare nuovi strumenti in grado di svolgere diagnosi prima che i sintomi della malattia compaiano (medicina predittiva).
    • Altro impegno sarà concentrato sulla scoperta di nuovi approcci terapeutici mirati. L’Istituto Scientifico San Raffaele, con il suo riconoscimento specialistico in Medicina Molecolare, ha intrapreso da tempo questo nuovo tipo di fare medicina dove ricercatori di base e ricercatori clinici operano insieme all’interno di un percorso che nasce dalla ricerca di base e prosegue verso la pratica medica con lo scopo di sviluppare nuove terapie.

    CONCLUSIONI DEL CONVEGNO

    + Mons. Giuseppe Merisi Vescovo

    Non ci sono conclusioni da trarre, almeno per il momento, ma solo da ringraziare tutti coloro che sono intervenuti, come relatori o come partecipanti a questo Convegno che mi sembra così ben riuscito. Verranno pubblicati gli Atti e trasmetteremo alle Istituzioni competenti, quelle ecclesiali e quelle pubbliche, i testi degli interventi. Mi sembra comunque che su tre prospettive si sia tutti daccordo:

    1. l’esigenza di continuare il cammino del Tavolo regionale delle Istituzioni sanitarie di ispirazione cristiana con maggior impegno e sinergia.
    2. Che le stesse Istituzioni e le realtà ecclesiali di cui sono espressione continuino il cammino a servizio degli ammalati con fedeltà al carisma fondativo, con trasparenza gestionale, con capacità di innovazione e di ricerca.
    3. Che si continui a rappresentare l’esigenza che le Istituzioni pubbliche competenti, nella logica della promozione del bene comune, guardino a queste Istituzioni con occhio di giustizia e di equanimità, riconoscendo concretamente il loro servizio.
    • Introduzione al Convegno         Italo Monticelli
    • Intervento         Cardinale Dionigi Tettamanzi

    Saluto delle Istituzioni • Regione Lombardia     Domenico Zambetti • ANCI Lombardia (Associazione Nazionale Comuni d’Italia)     Lorenzo Guerini • Ufficio Nazionale Pastorale della Sanità     Andrea Manto • Presidenza Regionale Lombardia ARIS (Associazione Religiosa Istituti Socio-Sanitari)     Alessandro Signorini     prima sezione: Chi siamo e cosa facciamo • Le Istituzioni Sanitarie di Ispirazione Cristiana a partire dalla Nota Pastorale della CEI 2006     Giuseppe Merisi • Il sistema sanitario tra presente e futuro     Domenico Galbiati • Ruolo e significato della sanità cattolica     Luca Degani     seconda sezione: Le nostre realtà • La formazione     Angelo Bazzari • L’assistenza religiosa     Maria Oliva Bufano • L’impegno economico     Vittoralma Comaschi • L’Ospitalità e l’Umanizzazione     Marco Fabello • La disabilità     Alda Pellegri • La ricerca scientifica     Gianna Zoppei     Conclusioni del Convegno     Giuseppe Merisi

    INDICE Milano 15 marzo 2008

     


     


     


     


     


     

     

    • Stabilire un collegamento permanente per il confronto, la ricerca e l’attuazione di comuni indirizzi etico-antropologici
    • Favorire il perseguimento delle finalità evangeliche per cui le Istituzioni sono sorte.
    • Elaborare proposte di orientamenti pastorali, di iniziativee di interventi rivolti ai diversi soggetti ecclesiali che operano nell’ambito sanitario.
    • Promuovere iniziative di formazione mirate all’efficienza,all’efficacia e all’appropriatezza dei servizi e dei presidi sanitari, privilegiando l’umanizzazione degli interventi.

    Il Tavolo delle Istituzioni Sanitarie di Ispirazione Cristiana si pone come interlocutore con la Regione Lombardia per l’organizzazione e la programmazione del Servizio Sanitario Regionale.


    Università Cattolica di Milano MiChiostro1

Università degli Studi – Milano

Figli della Divina Provvidenza di don Orione

 

Chiostro Università Cattolica – Milano

TAVOLO REGIONALE ISTITUZIONI SANITARIE DI ISPIRAZIONE CRISTIANA

CONSULTA PER LA PASTORALE DELLA SALUTE

47 Risposte a “ATTI CONVEGNO – Le istituzioni sanitarie di ispirazione cristiana: caratteristiche e finalità”

  1. Thousands of people all over the country struggle with a
    weight problem day in and day out. Where you
    have to cut out carbs or at least most of them. Fireflies, also called lightening bugs,
    have captured the imagination for generations, but most people know very little about these small
    insects.

  2. If you notice any extreme tiredness, pain or joint swelling,
    stop your routine until you’re completely recovered and take it a
    bit easier next time. However, the best way for you to successfully retain your current weight is to follow the rules of the consolidation phase.
    Once the diet-related information of food products is analyzed and compared, it becomes
    easier for us to control our calorie consumption
    on the i – Phone itself.

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