RICCARDO, ALZATI, VAI A NINIVE – Angelo Nocent

SI TRATTA DEL  SALVATAGGIO DI ALCUNI POST DA UN BLOG ATTUALMENTE SOPPRESSO

Ninive

Alzati, va’ a Ninive, …

San Riccardo Pampuri Statua Duomo di Milano

Cosa ci sta a fare il Pampuri

ibernato

sulle guglie del duomo

di Milano?


  • Un medico santo al nostro capezzale per un accurato checkup.
  • Un profeta per capovolgere situazioni stagnanti.
  • Una terapia evangelica radiante contro il sordomutismo (Marco 7, 31-37)
PREAMBOLO
Nel posto in cui  vegnamo a trovarci, due sono le possibilità.

  1. o ci ha collocati Dio
  2. o ha permesso ad altri di collocarvici.

In entrambi i casi è  sapienza restarci con spirito di fede.

PERCHE’ UN NUOVO BLOG

I motivi sono tanti, ma così riducibili: questo ulteriore sito su San Ricardo Pampuri è pensato per i Religiosi Fatebenefratelli e per i Laici, donne e uomini, di ogni estrazione e qualifica che intendono fare quadrato intorno alla sua persona ed iniziare un percorso di ricerca e di RI-CONVERSIONE.
L’averlo ideato è poca cosa: sarebbe già morto in partenza, se non avesse un seguito di persone disposte a lasciarsi  coinvolgere direttamente da lui.

Pur nella sua breve esistenza, egli ha assunto ruoli significativi e indossato particolari e impegnative divise che ha saputo onorare:

  • è rimasto orfano in tenera età,
  • studente,
  • universitario,
  • militare al fronte,
  • medico condotto,
  • terziario francescano,
  • laico impegnato nella Chiesa locale,
  • promotore di esercizi spirituali,
  • una “caritas” parrocchiale ambulante e segreta in contesti di dura povertà,
  • spirito missionario,
  • frate dell’hospitalitas.
  • E in ogni situazione, cercatore di Dio, la Bibbia nello zaino.

Mentre gli chiediamo di implorarci i doni della saggezza e del coraggio, qui lo vorremmo nella duplice veste di provocatore e provocato, interrogante e interrogato.
E noi, ognuno con il suo bagaglio di esperienze, a confrontarci, a muovere osservazioni e promuovere riflessioni.
Procederemo per tappe: ogni tanto sara’ necessario sostare per trarne conclusioni provvisorie ma poi si dovra’ tenacemente ripartire  con nuovo slancio.
E’ un’avventura, una rischiosa avventura dove si puo’ anche naufragare in un mare di parole vuote e sterili.
Ma i giovani chiedono eroismo e a chi non lo è piu, è richiesta almeno l’audacia di mettersi in discussione, di stare al gioco e di non puntare al ribasso.
L’idea propulsiva è di provare a mettere a fuoco gli aspetti profetici di cui il santo medico è portatore. Alcuni sono evidenti nelle diverse biografie degli ultimi anni, altri  non emergono o lo sono in modo larvato e necessitano di essere messi in risalto.

Nel chiamare a raccolta i Confratelli di San Riccardo Pampuri ed i Laici seriamente intenzionati a maturare in se stessi la spiritualità che passa anche attraverso la sua luminosa persona,  provo un certo disagio e chi  mi conosce può bene immaginare il perchè.
Ma se oso farlo, è proprio in forza della mia inadeguatezza che mi preserva da ogni presunzione. Ed è lei stessa ad incoraggiarmi, per via del preambolo, a manifestare anche pubblicamente e senza esitazione, il mio sincero stupore per la magnanimità del nostro Dio. Mater boni consilii dellQuesta è davvero  una bella opportunità che mi permette di esprimere tanta gratitudine anche  a coloro che hanno allietato la mia giovinezza ed ancor più sostenuto doviziosamente quel tratto di strada che ha segnato più marcatamente la mia vita: gli anni della teologia, sferzati dal vento gagliardo dello Spirito che si sentiva aleggiare ovunque nella Chiesa convocata in assise con Maria, la Madre della Chiesa, come veniva per la prima volta invocata, durante il Concilio Vaticano II.
Non occorrerebbe precisare che sono qui in veste di allievo curioso ed appassionato delle cose di Dio e non di docente. Sono sicuro che proprio lo Spirito, invocato e amato, non tarderà a manifestarsi con   stupefacenti sorprese.
Innamorato almeno quanto voi della primitiva vocazione, dopo ormai quarant’anni di navigazione, porto anch’io i segni fisici e morali della lunga e faticosa attraversata di mari, talvolta tempestosi.
Non ho collezionato medaglie nè trofei. Con ciò non intendo dire di essere a mani vuote:
  • certamente più smaliziato di un tempo lo sono e meno portato ai facili entusiasmi;
  • ora pompiere più che incendiario, come succede a una certa età… disposto a lasciarmi provocare dalla Parola, lo Spirito Santo che ci è stato donato; e bambino, talvolta loquace, noioso, impertinente.
  • Sì, vero: un novizio che non ha ancora raggiunto il punto giusto di cottura.

La sola autentica ricchezza che vanto di aver posseduto è quell’amore trabocchevole di Dio che mi ha sempre pervaso. Mi è stato riversato nella cresima. Ma poi si è manifestato  sorprendentemente in tantissime altre circostanze, le più immeritevoli. Lui non se n’è mai andato, mai m’ha piantato in asso ed ha saputo sopportare pazientemente tutte le mie non poche giornate di luna storta.
Amici, vengo semplicemente a condividere con chi lo vorrà i risultati di una incessante ricerca spirituale, compresa quella sul Pampuri.
Vorrei che tutto risuonasse come lode al Misericordioso che non ci lascia mai affondare, nemmeno quando ce le andiamo a cercare.
Le pagine già stese in questi mesi e quelle che andrò stendendo,  rispecchiano più e meglio di tutto il modo di sentire e di pensare, peraltro sempre bisognoso di ripensamenti e correzioni che proprio il dialogo favorisce.
Forse troverò qualche curioso lettore. Mi auguro di essere sorpreso anche da qualche corrispondente, deciso ad intervenire per dire la sua ed ampliare gli orizzonti.
Dopo questa premessa introduttiva e tanto per non uscire dal seminato, almeno una piccola confessione pubblica sento  il dovere di farla.
Ebbene, lo confesso: io da giovane, San Riccardo non l’ho mai amato perchè mi sembrava fatto di nulla. Mi piacevano le forti personalità, mi attraevano gli uomini audaci. E lui non mi sembrava di questa stoffa.
Don Mazzolari_PrimoDon Mazzolari Primo 06-Cappellano_militareLeggevo le sue lettere unitamente agli scritti di Don Primo Mazzolari, sette anni più di lui,  e quelle del “dottorino”  mi sembravano acqua fresca, incapaci di reggere in una competizione col grande prete di Bozzolo che tanto ha infiammato il mio giovane cuore e che ancora riesce ad entusiasmare. Epperò, da quando la Chiesa lo ha proclamato ‘Beato’ e poi ‘Santo’
, non ho mai smesso di chiedermi cosa ci trovasse di così straordinario in questo ragazzo di campagna, laureato, pio, devoto e in seguito, le mani congiunte sotto lo scapolare.
Mi veniva spontaneo di pensare che a renderlo interessante era proprio la sua fortuna di possedere una bella laurea in medicina e chirurgia, capitatagli perchè ben accasato, ossia grazie all’essere rimasto orfano di madre e poi di padre nell’arco dei primi dieci anni di vita. Se tutto fosse andato per il verso giusto, ultimo di dodici figli di cui otto in vita, lo sarebbe diventato? Probabilmente no. E santo?

.

Probabilmente…!?
Probabilmente cosa ! Meglio evitare i se e i ma e andare al sodo. In un primo tempo mi sono accorto che a stupire un po’ tutti è stata la sua “ordinarietà“. I biografi sono unanimi nel sottolinearlo. Ma le mie obiezioni  sono ben presenti nella biografia del Camilleri che scrive: “Qualcuno potrebbe chiedersi che senso abbia proporre all’attenzione di un mondo che fatica ad accettare  anche l’idea di anima, un personaggio che non ha scelto Dio dopo aver provato quanto sia amaro starne lontani“. Ma proprio da questa unanimità m’ è sorto un ulteriore travaglio: possibile che nessuno ci veda nient’altro e si limiti a girare e rigirare i soliti pochi aneddoti triti e ritriti nella medesima salsa?
Effettivamente,  il ritratto che ne esce è proprio quello di un bravo ragazzo che potrebbe anche sembrare di Comunione e Liberazione, se non fosse  quel timido e imbranato che appare e perciò molto distante dai disinvolti e determinati ciellini di oggi.
Mi chiedo: a renderlo atipico è solo l’attenuante d’esser d’altri tempi o non piuttosto d’ una pasta un po’ diversa?
Non lo so. Me lo chiedo ora per la prima volta.
E mi chiedo inoltre: che sia stato davvero così o ne abbiamo fatto una lettura riduttiva?
La processione di coloro che gli chiedono grazie è sempre in aumento. Ma esisteranno anche gli imitatori di questo straordinario modo d’esser ordinari ?
Tante volte mi sono domandato: e se anche i biografi avessero preso un abbaglio?   Pensate a Madre Teresa di Calcutta: chi avrebbe mai osato scommettere sulla sua “notte oscura” che l’ha afflitta per anni, senza che nulla mai trapelasse?  Cosa ne capiamo noi dei santi?
Da questo dubbio metodico, a poco a poco m’è sorta la convinzione che se in lui c’è una cosa che non è ordinaria, è proprio questa: la sua “straordinaria vocazione all’ascolto
“, perfezionatasi giorno dopo giorno, tra onde di frequenza disturbate e fruscii di ogni genere.
Ma che scoperta!
Che sia poco? Fate voi. Quando guardo con onestà e distacco il mio “ordinario” mi faccio semplicemente pena.
Ma vorrei aggiungere un altro aspetto che va convincendomi sempre di più ed è proprio  la ragione dell’apertura di questo nuovo blog: mi sto persuadendo  che in lui sia  stata posta una “bomba a orologeria”, destinata a scoppiare proprio all’inizio del terzo millennio.
 Fra Riccardo Pampuri 05 militare al fronte

Anche al fronte, con le stellette, il soldato Erminio Pampuri ha  LA BIBBIA NELLO ZAINO

Pur cercando di accettare il verdetto comune e per non essere tacciato di “bastian contrario“, non mi sono mai voluto pronunciare pubblicamente in modo diverso.
Ma non ho smesso di interrogarmi su questa stupefacente ma non so quanto contagiosa ordinarietà.
Chissà, forse è stato un bene ciò che è accaduto, ossia che le sue spoglie mortali non siano state consegnate ai suoi confratelli bensì alla Chiesa locale. Magari avrebbe rischiato la fine che fanno i quadri di valore: vengono esposti in una sala inaccessibile,  esibiti ai rari ospiti e servono per aumentare il prestigio del casato.
Così invece, la sua Provincia Lombardo-Veneta in particolare ma anche il resto dell’Ordine, dovranno cominciare a desiderarlo e in un futuro, che sento molto prossimo, saranno costretti a rivolgersi a lui per severi ripensamenti non più rimandabili. Così lui finalmente troverà la sua giusta collocazione ed assumerà il ruolo che si merita: di profeta riformatore.
Penalizzato da altre voci che han saputo farsi più roboanti e invadenti, impadronendosi e soffocando quella di un vero “servo di Dio”, la sua sarà voce  persuasiva che non userà le  parole sferzanti del Battista ma quelle persuasive della consolazione. Perché di questo hanno bisogno i frati. Sono tanti gli spiriti affranti, smarriti e umiliati, di confratelli senza voce che si son visti gettare allo sbaraglio, sradicati in nome di progetti illusionistici e di falsi miraggi, privati della sola certezza evangelica  fondante la vocazione di un fatebenefratello:
  • vivere accanto al malato,
  • essere la sua “consolazione”,
  • condividerne  la “provvida sventura”, molto spesso percepita soltanto come inopportuna e maledetta .

San Riccardo giovane medico1160993067293LA CARITA’ DI FRA RICCARDO

Forse in questi ottant’anni scritti e biografie non hanno sottolineato abbastanza che il Dott. Pampuri non si è rivolto solo al corpo, ai bisogni fisici degli uomini e della società del suo tempo.

Senza nulla togliere all’importanza del pane materiale, a cominciare da quello della salute, c’è un altro pane forse più importante da imbandire sulla tavola dei popoli e, senza andare sul generico e sul vago, anche sulla tavola degli operatori culturali, sanitari e sociali: il pane del pensiero. Nelle sue lettere quest’ansia è presente e operativa.

A volte si tende a restringere la testimonianza cristiana alla sola carità e alla sola carità materiale. Ma così la si impoverisce e ci impoveriamo. Nell’anno in cui il cristiano intellettuale Rosmini assurge alla gloria degli altari, è indispensabile riscoprire  questo aspetto, presente e operante in Fra Riccardo fin dai tempi dell’università. In una società che non ragiona più, perché è in balia di un pensiero unico e che sembra aver rinunciato a capire i valori di fondo dell’uomo, porre al centro della carità riccardiana l’impegno sui valori è una forma alta di carità.

Non solo Hospitalitas, ossia apertura ai bisogni, caritas locale, nazionale, internazionale, ma anche CARITAS INTELLETTUALE.

Un fatto di cronaca.

Ospedale SantIn piccoli convegni periodici in quel di Brescia Sant’Orsola, fine anni sessanta, allora studente di teologia, avevo cominciato a radunare il personale laico che già non intendevo come collaboratore dei religiosi ma come “collaboratore di Dio” alla pari dei religiosi per la realizzazione del Suo Regno. Nella sala delle riunioni avevo posto sulla parete, davanti agli occhi dei convenuti, una scritta cubitale in rosso: “COMUNITA’ DI UOMINI NUOVI”.

Per chi no lo sapesse, c’ era una volta a Brescia un simpaticissimo frate dal cuore d’oro e coccolo della comunità che  sapeva alimentare di buon umore. Si chiamava Padre Dalmazio Puia, era zio del grande calciatore iuventino che noi definivamo un “brocco” per farlo accaldare e, forzatamente, anche mio parente alla lunga per via delle origini Aquileiesi e dello stesso cognome materno. Arguto osservatore, era anche molto critico; appena poteva sfotteva ma si lasciava sfottere da tutti, compreso noi giovani che non perdevamo l’occasione per provocarlo e puntualmente farlo cadere sui punti deboli: i giudizi sui confratelli: “Buono, ne! – diceva ironicamente- Ma che rogna…”.

In quel tempo era attivamente in pensione ma  trent’anni prima fu il priore di Fra Riccardo Pampuri proprio nello stesso luogo. E raccontava, lui non dentista, di aver sostituito chissà quante volte il migherlino dottore,  in crisi davanti a un “molare” di quelli ben radicati,  da estrarre con prudente ma energica manovra della tenaglia.

Lo ricordo con affetto perché, leggendo quella scritta, era solito mettersi le mani nei bianchi capelli rasati a zero e ridere, sorgnone, su quel”uomini nuovi” di cui non riusciva o non voleva afferrare il senso profondo. Epperò si rendeva anche conto che l’affluenza c’era e l’interesse pure. Così, stupìto per i tempi in evoluzione, concludeva con il suo solito “Ma… Lasciamola lì ! ” che alcuni ricordano ancora.

Icona dello Spirito Santo 00Spir3 “Ricevete lo Spirito Santo” (Gv 20,22).
Teresina PratiA non ridere e a prendere seriamente la cosa c’era invece la Teresina Prati, tecnica di laboratorio, un San Riccardo al femminile, sempre in azione, sorridente e straripante di un non so che…
Precisa nel suo lavoro accanto al Dott. Montini, il fratello di Paolo VI, trovava il tempo di visitare i malati. Mai a mani vuote: sempre con un pacchettino di caramelle, di caffé, di biscotti, una letterina… e confortanti parole.
La Messa era il suo pane quotidiano, come la visita ai malati; si preoccupava dei colleghi ed estendeva il raggio della sua azione anche all’esterno dell’ospedale. Di lei ho perso le tracce ma proverò a indagare.
Ce lo chiediamo: che cos’era andato a fare in convento il dott. Erminio Pampuri se non a diventare un “uomo nuovo”, a “rinascere in acqua e Spirito Santo?

San Riccardo nel tondo DSCF0080Il sito trova anche un ulteriore giustificazione.
Apparteniamo alla schiera, ormai sempre più risicata, di quelli che hanno conosciuto coloro  che il Pampuri l’hanno conosciuto di persona.
Possediamo notizie dirette.  Insieme, forse potremo trovare qualcosa da aggiungere, da sottolineare, da lasciar detto,  sfuggito ai biografi.
Essi, per quanto ben intenzionati, hanno dovuto far riferimento soltanto alle carte processuali, alle lettere ed agli appunti della prima ora del Padre Gabriele Russotto. Ma non hanno conosciuto l’ambiente nè la mentalità dei religiosi di quel tempo che per noi è  istintivo cogliere, dal momento che li abbiamo frequentati.
Sarebbe una grave omissione andare nella tomba e sepellire per sempre  le nostre esperienze e conoscenze. Quelli dopo di noi  dovranno accontentarsi dei libri. Ma se è già in atto una specie di ostracismo del Santo anzichè di una riappropriazione, cosa ne sarà fra qualche anno, quando le nostre voci taceranno per sempre?
TRivolzio tramonto1160569804440 Ma nella sventurata ipotesi che la ricerca non approdi a nulla, un risultato ci sarebbe egualmente:
  • il beneficio di ripercorrere quella strada che da Trivolzio ha portato Fra Riccardo in convento,
  • dapprima a  Solbiate Comasco per un periodo di prova;
  • poi a Milano dove il Padre Castelletti ha detto sì alla sua ammissione;
  • a Brescia come luogo privilegiato della sua vocazione di frate dell’hospitalitas;
  • a Gorizia, luogo di convalescenza, di lunghe riflessioni e pateggiamenti con Dio;
  • per finire in gloria alla “San Giuseppe”, casa del “bel morire”,
  • prima di tornarsene al suo paese natale, luogo della sepoltura ma anche della fede nel Signore Risorto e segno della Comunione dei Santi che tutt’ora sussiste.

Il percorso avrebbe il significato del pellegrinaggio alla riscoperta di un testimone sempre più apprezzato dai laici e sempre meno dai suoi confratelli.
Ospedale San GiuseppeMilano foto11 La butto lì: cosa si aspetta a fare nel “San Giuseppe” di Milano, dove il Pampuri è stato reclutato e dove ha concluso la sua  giornata  terrena, a due passi dall’Università Cattolica, un

“Centro di spiritualità Riccardiana” nel cuore della  Città ?

La Chiesa c’è. Cos’ altro potrebbe servire? Ben poco e a costo zero.
P.Zaccaria Castelletti Mi rendo conto che le mie  possono sembrare battute sconvenienti o interferenze indebite. Ma la prova é  negli atti dei  Capitoli Generali o Provinciali: egli continua a restare nell’ombra, come un tempo al Sant’Orsola di Brescia, quasi gli fosse stato riconfermato, in virtù di santa obbedienza, il ruolo di “tacere” anche da morto.

Ospedale Sant In verità, a Brescia era stato autorizzato ad insegnare infermieristica ai frati. Ma ora che disponiamo di scuole alternative, altamente specializzate, buona cosa sarebbe invitarlo a insegnarci teologia biblica, lui che ha trascorso la sua vita all’ascolto  della Parola di Dio e a metterla in pratica.
Due date significative ce ne offrono il pretesto:

  1. 21 Ottobre 1927: nel Convento-Ospedale di Sant’Orsola in Brescia il dott. Erminio Pampuri veste l’abito religioso ed assume il nuovo nome: Fra Riccardo;
  2. 24 Ottobre 1928: Fra Riccardo emette la Professione Religiosa.

San Giusto FBF GoriziaACF54Pochi di noi avranno la gioia di celebrare il centenario di questi eventi. Di qui allora l’opportunità di farne memoria durante il 2007-2008 nell’ ottantesimo, in concomitanza o come preparazione all’anno paolino indetto dal Papa tra il 28 giugno 2008 e il 29 giugno 2009 indicendo magari, con un suggestivo riferimento storico, le “giornate bresciane” che da qui, anche se in modo virtuale e del tutto informale ma propedeutico, già prendono il via.

Il motivo è presto detto:
  • il prof. Mario Meda, compagno di Pampuri all’università e sotto le armi, ha affermato al processo che anche al fronte Erminio aveva con sè il Vangelo, le Lettere di San Paolo e l’Imitazione di Cristo, che meditava nei momenti di riposo e di silenzio.
  • Egli cercava con ogni mezzo di dare ai malati e ai commilitoni un messaggio diverso, quello della sua fede. Sentiva e comunicava il fascino di Dio.
  • Questo amore per le Scritture  è presente con citazioni evangeliche e paolinelo in molte sue letteresue lettere.
  • E allora perché non abbinare le celebrazioni in modo che siano  proprio le lettere di San Paolo a rendere ancor più luminoso il nostro fratello santo? brescia_Duomo vecchio e nuovoIT01BS100_580px Sarebbe bello che la sua urna con le spoglie mortali, sull’esempio della sorellina Santa Teresa di Gesù e del Santo Volto, sempre pellegrinante, facesse ritorno per qualche tempo nella città che racchiude i segreti della sua anima di frate dell’ospitalità, data e ricevuta, in un mirabile scambio di Comunione tra Chiesa e Mondo, e si concludesse nel Duomo di Brescia, come evento ecclesiale.

Pierluigi Micheli con i Card. Martini, Saldarini,...825388949f3f9bc1e62651bbc32a6d0aPIERLUIGI MICHELI medico di Dio nella città dell’uomo.

Il Dott. Pierluigi Micheli, medico di Dio nella città dellMa c’è un ulteriore motivo che meriterebbe di aggiungersi: il decimo anniversario della morte del Dott. Pierluigi Micheli, nato il 27 Ottobre 1916  e morto il 22 Giugno 1998,  medico “aggregato” all’Ordine dei Fatebenefratelli.
Egli ha svolto per lunghi anni la sua attività-missione presso l’Ospedale San Giuseppe di Milano, in veste di laico coniugato ma con il medesimo spirito di San Riccardo.
Pierluigi Micheli con Padre Giulio Gatti 9b175362f58250c170acf5b6f6481bc5(Vedi PIERLUIGI MICHELI medico di Dio nella città dell’uomo in 
e
Parlavo di riappropriazione del personaggio. Notate: cosa siamo?
vITE E TRALCITRALCI DI UN’UNICA VITE
  • A parte don Giussani, di cui abbiamo gia riferito e dovremo prenderre ancora in considerazione,
  • L’Azione Cattolica Italiana lo sente come il suo primo santo,
  • Il Card. Carlo Maria Martini, per via che Morimondo appartiene alla Diocesi di Milano, lo considera un figlio della Chiesa ambrosiana che fa una gran bella figura sulle guglie del Duomo di Milano, in compagnia di tanti santi e gloriosi martiri,
  • L’elenco potrebbe prolungarsi…
E NOI ?
Io sostengo che Fra Riccardo è portatore di numerosi carismi. E’ curioso e normale al tempo stesso notare  come ognuno sia incline a cogliere il lato che gli è più congeniale.
Prendiamo Don Giussani che su di lui ha puntato i riflettori e lo ha fatto conoscere nel mondo.     E prendiamo l’Ordine. L’interesse che nutre per questo confratello santo e’ zero. Nessuno se ne risenta perché, sì, viene ogni tanto invocato come intercessore, ma finisce lì. Quando mai è preso in considerazione come modello da imitare, facendolo entrare a tutto tondo nella programmazione della vita fraterna e delle opere istituzionali? Non basta intestargli case o reparti; bisogna carpirgli  i brevetti di una santità popolare, nata nella Chiesa locale, sviluppatasi nel convento-ospedale, per tornare a irradiare il mondo proprio a partire dalla Chiesa locale che è in Trivolzio. Il fatto, se letto con occhi profetici, la dice lunga: in lui si è già realizzato proprio ciò che chiedono i Vescovi del nostro tempo:

PER PROMUOVERE LA SALUTE (coinvolgimento di tutte le componenti del popolo di Dio nella pastorale della salute) n.4

PER DARE VOCE ALLE CHIESE LOCALI (sostenere l’integrazione della pastorale sanitaria nella pastorale d’insieme delle comunità cristiane) n.4

PER EDUCARE ALLA “SPERANZA CHE NON DELUDE” (progettualità…itinerari formativi) n.4

  • “Il Signore non mancherà di compiere l’opera sua,
  • e di mano in mano che riuscirò a diventare un sempre più buon frate, vedrò anche sempre più risplendere in me quella gioia, quel gaudio e quella pace che con tanto amore mi auguri
  • e che di tutto cuore auguro a te pure nella sovrabbondanza delle benedizioni di Dio, soprattutto in queste feste del Santo Natale in cui tutta la Chiesa, anzi tutto il mondo, esulta di riconoscenza d’amore
  • per il Verbo Divino fattosi per noi uomo come noi”.
Da un frammento di lettera quante sottolineature possibili:
  • Opus Dei,
  • io, tu, Chiesa, Mondo,
  • diventare per vedere,
  • gioia, gaudio, pace, riconoscenza…
  • Verbum caro, uomo come noi…
Questo e’ l’AVVENIMENTO ! Don Giussani in casula 1182161326156 Cosa ne ricava Don Giussani? Il senso della sua vocazione di uomo e di  frate:

  1. “Questo amore a Cristo si distese in lui in una serie infinita di gesti di attenzione agli uomini e alle donne che incontrava nei loro bisogni elementari, curando e sanando fino alla fine dei suoi giorni”.
  2. “Erminio Pampuri era un piccolo medico condotto. All’inizio del secolo si fece frate Riccardo nell’ordine ospedaliero di San Giovanni di Dio – i fatebenefratelli – perché voleva diventare santo.
  3. C’è un modo di intendere questa parola che la identifica con una sorta di eccezionalità strana, quasi una stravaganza legata a particolari doti di carattere e di coerenza etica.
  4. Ma noi sappiamo che  la santita’ nella vita della Chiesa è la “stoffa” della vita di fede.
  5. Dunque l’ideale di tutti e di ciascuno che sia raggiunto e investito dall’Avvenimento cristiano che ha salvato l’uomo dalla distruzione.
  6. San Riccardo ci offre un esempio eclatante di questa grande verità egli fu un uomo vero perche” aderì con semplicità e sincerità a una Presenza familiare.
  7. Non è diventato grande per essersi impegnato in un grintoso affronto della realta’, inevitabilmente destinato a delusione per l’originale peccato dei nostri progenitori.
  8. Egli è per noi una testimonianza solare di quanto san Paolo dice di se stesso: “Pur vivendo nella carne io vivo nella fede del Figlio di Dio” (Gal 2,20).
  9. E tutta la vicenda umana di San Riccardo, tanto fu breve quanto resterà per sempre a segnare il destino per cui siamo stati fatti: riconoscere Colui che era tra noi, il volto buono del Mistero che fa tutte le cose, presente qui ed ora, secondo la modalità descritta da San Giovanni nel Prologo del suo Vangelo: “Il Verbo si è fatto carne e abita in mezzo a noi”(1,14)
  10. Da quasi duemila anni l’eco di quell’annuncio ha attraversato il tempo e lo spazio e si è comunicato al mondo, come fece con Giovanni e Andrea, i primi due che seguirono Gesù, quel giorno, sul far della sera.
  11. E così è arrivato fino a noi, attraverso i nostri genitori e coloro che ci hanno parlato.
  12. E oggi ci raggiunge anche per via dei segni imprevedibili che san Riccardo opera nella vita di tanti, segni positivi che aumentano la gloria umana di Cristo nella storia.
  13. San Riccardo fu determinato – sentimento, pensiero e azione – dall’amore per cui Cristo si è fatto uomo e da un’energia di abbandono a Lui, che ha già vinto la morte: “E sono persuaso che Colui che ha già iniziato in voi quest’opera  buona la porterà a compimento fino al giorno di Cristo Gesu'”(Fil 1,6).
  14. Per questo san Riccardo, come ogni santo, è parte di un popolo, fattore di costruzione di un popolo nuovo, quella realta’ insieme umana e divina che Paolo VI chiamava entità etnica sui generis.
  15. Da quando lo abbiamo conosciuto, qualche anno fa attraverso il racconto stupefatto di chi ne ha avuto beneficio nel corpo e nello spirito, san Riccardo e’ per noi la testimonianza mirabile che la santita’ come ideale di umanità vera è alla portata di tutti.
  16. Nella sua  figura semplice e discreta di medico condotto – che giganteggia nella nostra campagna lombarda – ciascuno di noi ritrova i lineamenti del proprio volto umano autentico. Tanto che non si può non aderire alla verità dell’invito della Didache’: “Cercate ogni giorno il volto dei santi e traete conforto dai loro discorsi”.
  17. Il santo dei fatebenefratelli ci insegna che il grande problema della santità cristiana è riconoscere una Presenza eccezionale che è entrata nella storia  del tempo. Così che la creatura generata dall’acqua del Battesimo si erge sulla scena del mondo, come un protagonista nuovo, chiamato a cambiare la terra insieme ai fratelli uomini, fino al suo compimento finale, che sarà come e quando al misterioso disegno del Padre piacera’ .   Milano, 26 febbraio 1997   sac. Luigi Giussani
San Riccardo Pampuri - urnaSe a noi questi  aspetti sfuggono, cos’ha da dire Riccardo? Nulla.
Ed è proprio a partire da qui che proveremo a scadagliare la sua interiorità, insondabile, profonda, misteriosa ma non ermeticamente chiusa, dunque accessibile.
Mi chiedo: cosa ne sarebbe stato di lui se, una volta collocato in una bellissima urna di cristallo e compiuti i solenni festeggiamenti della canonizzazione, fosse rimasto là, nella penombra della sua parrocchia di Trivolzio e non fosse passato di lì il Giussani ad azionare la potente leva della scossa elettrica, ossia dello Spirito Santo, avvertita ovunque nel mondo?
I Santi sono per la Chiesa Universale. Va riconosciuto al sacerdote brianzolo di aver saputo cogliere immediatamente in  lui il precursore del suo Movimento. E lo vede ben trateggiato proprio in una lettera alla sorella suor Longina per le feste Natalizie. Quanti di noi hanno letto quella lettera? E che cosa ha detto? Forse nulla. Per Giussani invece, in quelle poche righe, se vogliamo anche retoriche, è la chiave di volta per la lettura del giovane santo:
Fermiamoci un attimo sui fatti di cronaca che riporto da Tracce pp.71 ss / 01/06/2007. Come titola?

LA GRATITUDINE DI TRIVOLZIO

San Riccardo Pampuri a Trivolzio torna da frate
Martedì 1 maggio 2007, monsignor Giudici, vescovo di Pavia, ha inaugurato a Trivolzio, nei pressi del santuario di san Riccardo, il piazzale dedicato a don Giussani. Da Trivolzio a tutto il mondo
Monsignor Giussani è stato l’artefice della diffusione, non solo in Italia, ma in tutto il mondo, della conoscenza e della devozione a san Riccardo Pampuri. Da dodici anni, il sabato sera, centinaia di giovani provenienti da ogni parte, anche da molto lontano, vengono qui in chiesa, a Trivolzio, per chiedere tante Grazie a san Riccardo. E la domenica giungono tantissime famiglie con tanti bambini. In un piccolo paese sconosciuto c’è un giovane medico santo, ed ecco che improvvisamente basta un invito perché la sua conoscenza con un passaparola si diffonda ovunque.
Trivolzio vuole dire «grazie» a monsignor Giussani per avere indicato e valorizzato la figura di san Riccardo.
Don Angelo Beretta, parroco della chiesa dei SS. Cornelio e Cipriano di Trivolzio
Un uomo vero
Avete voluto dedicare questa piazza a don Luigi Giussani perché è un uomo vero. Lo possiamo testimoniare noi che abbiamo avuto il dono di conoscerlo e vivere con lui; ma lo possono riconoscere tutti, anche quelli che non lo hanno mai incontrato, attraverso il prolungarsi della sua opera, l’umanità di chi è stato affascinato dalla sua umanità e lo ha seguito. Don Luigi Giussani seppe cogliere da piccoli avvenimenti l’opera dello Spirito attraverso San Riccardo Pampuri e la indicò. Così divenne anche in questa vicenda strumento dello Spirito per attuare le grandi opere di Dio che stanno davanti ai nostri occhi quasi quotidianamente qui a Trivolzio, come ci testimonia commoventemente, ogni volta che veniamo qui, don Angelo. Mauro Ceroni, responsabile di Cl a Pavia.
Nel gennaio del 1995 Cristina Bologna, su invito di don Giussani che era rimasto molto colpito dalle vicende che lei gli aveva raccontato, scrisse una lettera alla nostra rivista nella quale descriveva una guarigione inspiegabile accaduta dopo che a una persona gravemente malata era stata data un’immaginetta di san Riccardo Pampuri (cfr. Tracce, febbraio 1995, p. 51). In quella circostanza don Giussani iniziò a suggerire di invocare quotidianamente il Santo medico: «Dite qualche Gloria a san Riccardo Pampuri: dobbiamo valorizzare i Santi che Dio ha creato tra noi, nella nostra epoca e nella nostra terra. Bisogna invocarlo: un Gloria a Pampuri tutti i giorni».
Le parole del Vescovo
All’inaugurazione del piazzale il vescovo di Pavia, monsignor Giovanni Giudici, ha detto di don Giussani: «Un cristiano tipico della nostra terra: mite, intraprendente e deciso nel bene da compiere, ma che vive ciò nel nascondimento e senza troppo clamore. Questo stile caratteristico della nostra gente, ci porta a comprendere che vita cristiana è dono gratuito agli altri», ricordando che «oggi con la benedizione di questo piazzale noi ricordiamo anche i sacerdoti che si sono spesi con gratuità per gli altri, sacerdoti a cui l’Amministrazione di Trivolzio ha dedicato nel passato vie del paese». Può essere che a più d’uno le iniziative che si vanno moltiplicando – e qui son state messe in evidenza di proposiro e con uno spirito un po’ provocatorio –  possano far storcere il naso.   Ma a cosa varrebbe sognare il “santuario” se prima non sogno il “santo” e lo amo e lo incarno e lo trasfondo e lo faccio conoscere nella mia cerchia ?
Le reliquie sono preziose ma vale la spiritualità del santo  che è patrimonio di tutta la Chiesa. Se prima dimostro di essermene appropriato e di essere capace di trasmetterla, potrebbe anche risultare sensato  avanzare delle particolari richieste al Vescovo. Diversamente, ne uscirebbe soltanto una bega di “primogenitura”.
Qual’è il messaggio che viene trasmesso dalla Parrocchhia di Trivolzio ?
Don Angelo Beretta - Trivolzio
La comunione dei santi e la preghiera

di Lorenzo Cappelletti   

San Riccardo Pampuri (1897-1930) è sepolto nella chiesa parrocchiale di Trivolzio, di cui era nativo.
Pubblichiamo il racconto di don Angelo Beretta, parroco di questo piccolo paese fra Milano e Pavia, su come in questi anni, assieme ai miracoli di san Riccardo, sia cresciuta la devozione a lui, e su come, in particolare negli ultimi dieci anni della sua vita, don Giussani l’abbia proposto quasi a immagine vivente di ciò che gli stava più a cuore.

La chiesa parrocchiale dei Santi martiri Cornelio e Cipriano in Trivolzio, dove è conservato e venerato il corpo di san Riccardo Pampuri.
Nel febbraio 1995 don Giussani diceva: «Noi siamo in un tale degrado universale che non esiste più niente di ricettivo del cristianesimo se non la bruta realtà creaturale.
Perciò è il momento degli inizi del cristianesimo, è il momento in cui il cristianesimo sorge, è il momento della resurrezione del cristianesimo. E la resurrezione del cristianesimo ha un grande unico strumento.
Che cosa? Il miracolo. È il tempo del miracolo. Bisogna dire alla gente di invocare i santi perché sono stati fatti per questo».
Don Giussani, che anche quando parlava dell’Eucarestia amava dire che furono le circostanze che suggerirono al Signore quell’“idea”, fra tutte la più geniale, pronunciò quelle parole anche in forza dell’incontro, come racconta don Beretta, con san Riccardo Pampuri.
      Nei dieci anni che seguirono, come abbiamo detto, don Giussani ha invitato più volte a rivolgersi a san Riccardo (lo documenteremo in forma più sistematica in un prossimo articolo) e ha continuato a frequentarlo. Ricorda don Angelo Beretta che anche in occasione del suo ottantesimo compleanno (15 ottobre 2002), don Giussani aveva espresso il desiderio di andare a celebrare la messa a Trivolzio, ma varie circostanze glielo impedirono. «Quando ormai pensava che non avrebbe più potuto venire, il 22 gennaio 2003 arriva a Trivolzio. Era una giornata molto fredda. Ha celebrato la santa messa stando in piedi e rifiutando la carrozzella che gli offrivano. Ha distribuito la comunione ai presenti e con loro ha pregato per i malati e per tutte le varie necessità. Al termine abbiamo parlato un po’ anche del restauro della cascina per il centro di accoglienza che non eravamo ancora riusciti ad iniziare. All’uscita della chiesa si è intrattenuto con alcuni che stavano venendo da san Riccardo».
Pure le ultime parole pubbliche di don Giussani, per l’intenzione della santa messa dell’11 febbraio 2005, giorno anniversario del riconoscimento pontificio della Fraternità di Comunione e liberazione, pochi giorni prima della sua morte avvenuta il 22 febbraio 2005, furono un invito alla dolce memoria di Gesù all’opera nei santi: «Ricordiamoci spesso di Gesù Cristo, perché il cristianesimo è l’annuncio che Dio si è fatto uomo e soltanto vivendo il più possibile i nostri rapporti con Cristo noi “rischiamo” di fare come lui».
      A chi fosse a suo agio più con termini teoretici che narrativi, si potrebbe far notare che in questa vicenda viene in rilievo la verità dogmatica della comunione dei santi che il Credo degli Apostoli pone tra gli effetti dello Spirito Santo e con cui papa Paolo VI termina il Credo del popolo di Dio, in consonanza non casuale con la sensibilità di don Giussani: «Crediamo nella comunione di tutti i fedeli di Cristo, di coloro che sono pellegrini su questa terra, dei defunti che compiono la loro purificazione e dei beati del cielo, i quali tutti insieme formano una sola Chiesa; noi crediamo che in questa comunione l’amore misericordioso di Dio e dei suoi santi ascolta costantemente le nostre preghiere, secondo la parola di Gesù “Chiedete e riceverete”».
        Note biografiche
San Riccardo giovane medico1160993067293Erminio Filippo Pampuri, poi fra Riccardo, nasce il 2 agosto 1897 a Trivolzio (Pv). Decimo di undici figli, rimasto orfano della madre a soli tre anni, viene accolto in casa degli zii materni, a Torrino, frazione di Trivolzio.     Nella locale chiesa parrocchiale viene battezzato, riceve il sacramento della Cresima e la prima Comunione. Nel collegio vescovile Sant’Agostino di Pavia compie gli studi ginnasiali e liceali, si iscrive poi all’Università di Pavia dove, il 6 luglio 1921, si laurea a pieni voti nella facoltà di Medicina, dopo essere stato militare durante la Prima guerra mondiale e avere ricevuto la medaglia di bronzo per aver portato in salvo i medicinali. Dal 1921 al 1927 fu medico condotto a Morimondo, donandosi con tanto amore agli ammalati (veniva chiamato “il dottor carità”) e collaborando con il parroco alle varie attività della parrocchia.
Nel luglio del 1927 entra nell’Ordine ospedaliero dei Fatebenefratelli, assumendo il nome di fra Riccardo.     Muore a Milano il 1° maggio 1930. I funerali si svolgono a Trivolzio, nel cui cimitero viene sepolto. Il 16 maggio 1951 il corpo viene collocato nella locale chiesa parrocchiale, dove tuttora è custodito, visibile e venerato.
Giovanni Paolo II lo beatifica il 4 ottobre 1981 e lo proclama santo il 1° novembre 1989.
San Riccardo Pampuri è festeggiato il 1° maggio (giorno della sua morte). Viene ricordato anche il 16 maggio (giorno della traslazione del suo corpo).     Da 30 Giorni / 2006
Da Trivolzio a Rochester

Due lettere a don Giussani. Il ringraziamento di padre Gerry per il dono di una statua di san Riccardo posta nella chiesa di Saint John, a un passo dalla Mayo Clinic. E la testimonianza di don Angelo dopo una messa in onore del santo lombardo

17 gennaio 2003 San Riccardo Pampuri sratatua art_2 Caro don Giussani, ti scrivo per dirti la mia sentita gratitudine per il tuo prezioso dono della statua di san Riccardo. La mia personale esperienza di guarigione fisica e la profonda consapevolezza del significato della Sua presenza mi ha portato a riconoscere il Mistero in modi che non avrei mai immaginato prima di questa esperienza.

Sono profondamente commosso dalla tua generosità e dal tuo desiderio che san Riccardo possa essere presente nella chiesa di San Giovanni Evangelista, qui a Rochester, Minnesota, alla luce del fatto che nelle immediate vicinanze sorge la Mayo Medical Community, un istituto di fama mondiale.

Dall’arrivo di san Riccardo ho continuato a indirizzare a lui gente di ogni parte del mondo e degli Stati Uniti, che veniva nella nostra chiesa provenendo dalla Mayo Medical Community. Per darti un’idea del numero di pazienti nella nostra città e nella nostra chiesa, dalla Mayo dipendono circa 2.000 medici e c’è un afflusso costante di pazienti che visitano la nostra comunità e la nostra chiesa.

È ormai una consuetudine per me invitare i pazienti a visitare san Riccardo chiedendogli di intercedere per la loro salute. C’è qualcuno che ha appena saputo di avere un tumore al cervello, o che si sta preparando a un grave intervento chirurgico, o ancora che si è appena visto sospendere l’assistenza sanitaria in seguito a un male incurabile, e tutti vengono qui a cercare conforto. Ci sono anche dei medici che hanno cominciato a mettermi al corrente del fatto che nell’incontrare i loro pazienti domandano la presenza di san Riccardo, e sono spalancati nella ricerca della saggezza del Mistero.

Ci sono pazienti che si recano in visita da san Riccardo perché il loro cuore è colmo di gratitudine in seguito a notizie molto positive che hanno ricevuto attraverso la loro esperienza di cure alla Mayo. Le storie sono infinite e le possibilità cominciano ad aprirsi solo ora. San Riccardo ha uno spazio particolare nella nostra chiesa; stiamo preparando un volantino che spieghi la sua storia, e la frase che ci hai inviato sarà collocata permanentemente accanto alla statua di san Riccardo.

Don Giussani, non posso nemmeno immaginare quali possibilità si aprono grazie a questo dono che ci offri, né sono in grado di vedere quello che vedi tu, nel comprendere come la presenza di san Riccardo sarà così profonda e vivificante. Sono particolarmente grato per la particolare assistenza di don Fabio e di Giorgio Vittadini per facilitare tutti i passi necessari affinché san Riccardo potesse arrivare nella nostra chiesa. E ancora, ringrazio te per questa amicizia attraverso il tuo carisma, che realizza e tocca la mia vita e la vita di tante altre persone.

Ho sempre bisogno delle tue indicazioni come di un padre e riconosco umilmente la nostra amicizia. Ho continuamente bisogno di essere stimolato a vivere questa compagnia sul cammino che ho davanti qui a Rochester, Minnesota, Usa. Ti ricordo ogni giorno davanti alla statua di san Riccardo, qui nella nostra chiesa, pregandolo perché ti conceda la benedizione della salute, e sono pieno di gratitudine per il carisma che hai ricevuto e così apertamente metti in pratica nell’annunciare la Buona Novella di Gesù Cristo. Con affetto. Padre Gerry Mahon, Parrocchia di Saint John, Rochester, Minnesota

25 gennaio 2003     Carissimo monsignore, grazie. Grazie di essere venuto mercoledì 22 gennaio ancora una volta a celebrare la santa Messa in onore di san Riccardo Pampuri in questa chiesa ove è custodito il suo corpo. Grazie di avere fatto conoscere il Pampuri in tutto il mondo indicandolo come il cristiano che ci aiuta a capire che la santità non è un privilegio di pochi, ma tutti, se vogliamo, possiamo diventare santi se, come Riccardo, anche noi mettiamo Dio al centro della nostra vita e cerchiamo di fare ogni cosa con amore nell’adempimento del nostro lavoro quotidiano.     Mentre lei celebrava la santa Messa, io ripensavo ai miei 15 anni a Trivolzio. Sono giunto nel 1988, il Pampuri era beato, io lo conoscevo, ma non avrei mai pensato che la sua devozione potesse diffondersi così tanto. Appena giunto a Trivolzio pensavo in modo particolare all’oratorio, alle attività parrocchiali… Poi nel 1989 ho avuto il privilegio di concelebrare in piazza San Pietro la santa Messa con il Papa per la canonizzazione di Riccardo Pampuri.     In questa nostra chiesa veniva gente a pregare il Santo, ma questa devozione era solo in ambito locale da parte dei Fatebenefratelli. Poi nel 1995 la svolta: lei ha indicato, dopo un miracolo, san Riccardo Pampuri al popolo di Comunione e Liberazione e da allora sempre più persone di tutto il mondo giungono qui a chiedere al medico salute, grazie e guarigioni per il corpo e al santo l’aiuto a capire la propria vocazione e il senso della vita da realizzare con amore.     I giovani, i tantissimi giovani che vengono qui, lo sentono come un amico che come loro ha faticato e tribolato e a cui chiedere aiuto nel cammino della propria vita. Una giovane, tempo fa, mi raccontava che al sabato sera diceva al padre, che non frequentava la chiesa, di andare dal Pampuri e il padre pensava andasse in discoteca; poi, quando ha scoperto che il Pampuri era un santo che distribuisce grazie, ha chiesto di venire qui anche lui.     Vengono poi le famiglie con tanti bambini a chiedere a san Riccardo la forza per il loro cammino quotidiano. Alcuni mesi fa ho trovato rotta una statua di san Riccardo che era in vendita; alcuni miei collaboratori si sono preoccupati, ma alla sera ho trovato in una cassetta una busta con i soldi della statua e con questa letterina: «Per vedere bene la statua l’abbiamo rotta involontariamente. Allora abbiamo rotto il salvadanaio e paghiamo. Chiediamo perdono a don Angelo e a san Riccardo. Saluti, ciao. Sandro ed Emanuel. Perdonaci e san Riccardo ci benedica». Certamente san Riccardo ha perdonato e benedetto quei bambini e io avrei voluto ringraziarli per la loro onestà e l’esempio che ci hanno dato.     Qui oggi è sorto un santuario ed è nato per un disegno di Dio. Io mi sono limitato a non oppormi a quello che lui, il Signore, voleva e il Signore per intercessione di san Riccardo continua a distribuire grazie.     Monsignore, le rinnovo l’invito che le ho fatto al termine della santa Messa: venga quando vuole qui a pregare san Riccardo e a celebrare la santa Messa.     Io la ricordo tutti i giorni a san Riccardo Pampuri perché le sia vicino con il suo aiuto e protezione e lei possa ancora per molti anni essere guida in mezzo a noi e chiedo a lei una preghiera perché io possa essere sempre disponibile e accogliente verso tutti quelli che vengono qui. Don Angelo Beretta, Parrocchia dei SS. MM. Cornelio e Cipriano, Trivolzio, Pavia
Da TRACCE 2003 / n.3
Dieci anni di incontri. Di preghiere di un popolo Renato Farina
L’inizio in una lettera pubblicata da Tracce. La devozione di don Giussani al medico santo dei Fatebenefratelli. In questi dieci anni da tutto il mondo sono giunte preghiere, richieste, notizie di grazie. E ogni domenica la chiesa si riempie di pellegrini
Una qualsiasi domenica dell’anno, da dieci anni a questa parte (anche se la domenica non è mai qualsiasi). Sull’autostrada che da Milano va a Genova, verso le 10.30 del mattino e poi a metà pomeriggio, molte auto, scorgendo un campanile nella bella campagna, escono al casello di Bereguardo-Pavia Sud. Si entra nel paesino di Trivolzio (poco più di mille abitanti). Qui c’è qualcosa che cattura e non è una fiera, o forse sì, ma di altro genere. Non ci sono mercanzie in vendita, ma ci sono persone che camminano chi svelte, chi piano piano. Ma i volti! È uno spettacolo. I volti sono trasparenti e protesi a commerciare con Qualcuno i desideri più grandi, a mettersi nelle sue mani. È come se tutti fossero costretti da un padrone di casa premuroso a levarsi le armature invisibili con cui ci si protegge dallo stupore. Si entra nella chiesa cinquecentesca dei Santi Cornelio e Cipriano. Sulla porta ad accogliere c’è sempre il parroco, don Angelo Beretta. Ed ecco, c’è una grande teca di cristallo. In essa un corpo nelle nere vesti dei Fatebenefratelli e la maschera argentea sulla faccia. È il corpo di un morto, ma tutti sanno che è per la resurrezione, è così evidente: san Riccardo Pampuri.     Intorno ci sono grandi libri dove si scrivono le invocazioni. Si fa la fila. C’è la santa messa, si recita la preghiera a san Riccardo e poi si bacia la reliquia. Accanto c’è la stanza-museo, dove ci sono oggetti e indumenti del Santo. Si possono raccogliere immaginette e corone del Rosario. Qualcosa, però, accade. C’è un incontro. La medaglietta strofinata Chi scrive è uno dei pellegrini. Impressiona chiunque questa unicità del cattolicesimo: ciascuno è da solo con il Signore, eppure si è un popolo. Lo si capisce leggendo le preghiere che riempiono ormai 143 grandi volumi. Quelle scritte, le altre poi… Ne parliamo ora perché c’è un anniversario. Questo rinascimento religioso (o forse Medioevo d’oro) a venti minuti d’auto da Milano compie dieci anni.     Gli inizi sono tutti in una lettera pubblicata da Tracce nel febbraio del 1995. Cristina Bologna racconta la visita «al vicino di casa san Riccardo» con alcune Memores che abitano da quelle parti. La richiesta di una grazia per un’amica malata di tumore. La semplicità dello strofinare un’immaginetta del Santo sulla divisa della banda musicale. «Questo gesto è per sottolineare la fisicità della domanda. Non è un gesto da fanatici, ma perché siamo concreti», spiega Laura che consigliò a Cristina di far così. Data l’immagine all’amica malata, sparì ogni segno del male. Può accadere, non è per forza un miracolo in senso, diciamo così, tecnico. Ma la guarigione era certa. Tracce raccontò questo sotto l’impulso di don Giussani, da allora vivamente devoto a questo Santo, appena proclamato tale da papa Wojtyla (1989). Un giovane medico condotto, che stava tra i ragazzi, poi membro dei Fatebenefratelli. Opere? La carità, «far sempre la volontà del Signore», «aver sempre grandi desideri». Sono anch’io testimone di un miracolo: la trasformazione di un luogo di dolore e morte in qualcosa di risorto. Negli ultimi mesi del 2000 mio padre Guido fu ricoverato per un cancro all’ospedale di Desio. Nulla da fare. Nei mesi precedenti, di fede robusta ma non particolarmente devoto, era stato con la famiglia da san Riccardo e ne fu toccato. Nella sua stanza di malati terminali, di atei, e forse persino di un musulmano, la vita cambiò. Persino quando morì uno di loro, e non era ancora giunto l’infermiere, dinanzi a quel defunto essi pregarono il Requiem e la preghiera di san Riccardo. Io vidi qualcosa di simile solo a Calcutta, nella casa dei moribondi di Madre Teresa. La vita nuova, nella morte.
Il “custode” di san Riccardo
Don Angelo Beretta è il custode sollecito di tutto questo movimento riccardiano. Racconta di come ormai la fama di questo santuario si sia sparsa nel mondo, e di come gli telefonino da ogni dove, ben oltre i confini di Comunione e Liberazione e perfino del cattolicesimo, per farsi spiegare come arrivare, per domandare una preghiera. Ora racconta con gratitudine: «Mentre stavamo pensando se era possibile organizzare qualche manifestazione per il 1997, centenario della nascita di san Riccardo, un sabato mattina del febbraio 1995, vengo chiamato in chiesa e la trovo piena di gente. «San Riccardo ha fatto un miracolo», mi si dice. Certo, san Riccardo di miracoli ne ha fatti certamente, altrimenti non sarebbe santo. La gente che è in Chiesa appartiene a Comunione e Liberazione e mi mostrano una copia di Tracce, ove c’è il racconto della vita del nostro Santo e il racconto di un miracolo appena fatto da san Riccardo. Da quel momento inizia il pellegrinaggio di tantissima gente qui a Trivolzio, al sabato sera ci sono tantissimi giovani e alla domenica ci sono famiglie con tanti bambini. Alcuni di Cl conoscevano già san Riccardo: qui vicino, a Coazzano, c’è una casa dei Memores da tanto tempo dedicata al beato Riccardo Pampuri; e Lorenzo Frugiuele, che ha scritto una vita in versi di san Riccardo, veniva già prima del 1995 a pregarlo per avere aiuto nella sua malattia. Era don Giussani ad aver spinto a questo».
Le sorprese del Signore Continua don Beretta: «Io non appartenevo a Cl, ma ne avevo sentito parlare da don Giulio Bosco, un mio compagno di seminario, morto giovane in montagna. Io sono convinto che dobbiamo essere attenti a ciò che il Signore compie in mezzo a noi e favorire il bene anche se non lo abbiamo organizzato noi. Ho incontrato monsignor Giussani quando è venuto la prima volta a celebrare la santa messa da San Riccardo. Vado in piazza della chiesa e lo vedo arrivare. Era la prima volta che lo incontravo, eppure dopo poche parole sembrava che mi conoscesse da sempre. Dopo la messa, è venuto all’oratorio a prendere un caffè, non con il latte, ma con un grappino. Abbiamo parlato e mi sentivo veramente a mio agio. Poi mi chiede perché non compero la cascina che c’è a lato della piazza della chiesa e che era appena rimasta disabitata, per creare un luogo di accoglienza. Io ero perplesso, ma lui mi ha incoraggiato dicendomi: «Ti mando io i soldi per la caparra», lasciando meravigliati quelli che lo accompagnavano. È stato questo l’inizio del progetto per un centro di ospitalità e di ristoro, dove si possano anche tenere incontri. Almeno per il primo lotto speriamo di inaugurarlo – e ringrazio soprattutto per questo Antonio Intiglietta, Saverio Valsasnini, Mauro Berti – il prossimo maggio». È sempre molto pratico san Riccardo, e lo sono anche quelli che ne continuano la missione. Gli chiedo: come intitolerebbe questi dieci anni? Don Angelo sospira, mentre guarda l’orologio e cerca di fare accomodare i fedeli: «Le sorprese del Signore…».
San Giovanni di Dio senza pane, soccorso da San Raffaele Arcangelo4605_1
riccardopampuriSì, bisognerà proprio ripartire da lui, il giovanissimo figlio di San Giovanni di Dio. Perché è proprio ciò che chiede il  glorioso Padre e Fondatore, orgogliosissimo di una tale discendenza.
E’ proprio lui a non vede l’ora che ci si affidi al riformatore Fra Riccardo e che venga lasciato libero di prendere in mano la situazione che si presenta senza apparenti vie d’uscita.
Nella sua spiritualità, troppo poco indagata, vi sono le premesse per una corretta interpretazione della Pentecoste Conciliare. Agli allegri e forse troppo disinvolti passeggeri del treno dell’Ospitalità oggi viene offerta la grande opportunità di ripensare i percorsi ad alto rischio di deragliamento, sui quali sta transitando il convoglio. Essi sono facilmente individuabili perchè ormai evidenti.
Sarebbe grave assistere ad un’ecatombe prima che vi si sia posta mano per porvi rimedio. Ormai tutti sanno che, anche una lunga e bellissima storia d’amore può esaurirsi e collassare, se non viene rianimata per tempo.
Il Concilio ha chiesto agli ordini religiosi di revisionare le Costituzioni per allinearle alle indicazioni espresse dai Padri negli Atti. Per anni tutti sono stati coinvolti in una  consultazione di base. Le giornate di convegno, i viaggi e le tavole rotonde non si contano. Poi gli esegeti ed i teologi hanno dato il tocco finale. Il risultato è davvero encomiabile!
Ho appena preso in mano quelle dei Fatebenefratelli. Bellissime! Forse le migliori che mai siano state scritte nei cinque secoli dell’Ordine. Esse sono una sorgente di citazioni bibliche, i documenti del magistero fungono da tessuto connettivo. A confronto, le precedenti impallidiscono.
Ma… Pur mantenuta nella forma e, nonostante le indicazioni contrarie, forse è saltata la Vita Comune. Che non sia da reinventarecome  Fraternità, più che luogo di “appartamento” per il cibo e il riposo? I laici sono sempre più spesso commensali. Ma basta?
“Lex orandi, lex credendi: si crede come si prega.”
Ma si potrebbe aggiungere: si ama come si vive.
E’ impressione diffusa che le riforme abbiano riguardato i testi, non le persone che, un po’ alla volta si son fatte i “vade mecum” personalizzati, ossia degli auto-regolamenti molto permissivi, a misura d’uomo, con i quali una percentuale significativa tutela la sua libertà personale che è sacra. Che, se in essi fosse prevista anche la “libera circolazione delle merci”, sul modello della comunità europea, senza il condizionamento dei disgustosi dazi di povertà e obbedienza, tanto cari al pregresso periodo oscurantista, allora la frittata è fatta.
Meglio buttarla in ridere , se non fosse una tragedia.
A ottant’anni dalla sua morte e superati tutti gli esami canonici sulla santità, a me sembra che stia per esplodere il grande carisma di Fra Riccardo, solo apparentemente “riformatore silenzioso“,  ma già all’opera da tempo.
Se fosse vera l’impressione, i primi ad essere “amorevolmente colpiti” saranno proprio i Fatebenefratelli. Che, se da un lato di lui si sentono quasi defraudati, espropriati, dall’altro troppo poco fanno per rivalutarlo e sdoganarlo dal ruolo di comprimario che sembra aver acquisito nel tempo.


AMBULATORIO

SAN RICCARDO PAMPURI

E’ frquentato giorno e notte sul seguente sito:

San Riccardo Pampuri nell’ambulatorio dentistico a Brescia

O santo fratello Riccardo,
figlio del nostro tempo,
povero cuore verginale
solo obbediente a Dio,
votato a Lui per sempre,
meteora di santo
vestito di camice bianco
sull’umile saio,
segno
di vita donata ai fratelli,
ti prende l’amore di Dio per l’uomo
nel Cristo che passa e risana.
Carisma
ti dona lo Spirito Santo:
è tuo il dolore degl’altri
che mescoli a tisica carne,
la tua,
e al Corpo di Cristo.
Ed è comunione.
Hai occhi che vedono Dio
Sul volto dell’Uomo.
Nel dono
è la gioia.
Ed è diaconia.
Tu, giovane medico
chinato a curare
prescrivi ricette di scienza.
Al farmaco credi.
Ma qui non ti fermi:
abbini e trasfondi
per fede
il sangue di Cristo.
Nell’uomo malato,
se inietti la Vita,
recidi i legami profondi del male.
Ed è la missione.
Conosci il Signore,
la Carne risorta.
Il grano che muore
È già nel futuro di pane.
A trentatre anni
Ti fai profezia.
(A. Nocent)

Poni attenzione a questo ragazzo:

è il frate della debolezza,

accolto in convento nonostante la nota sua gracile salute. Chi lo ha ammesso, ha profeticamente intuito che egli aveva qualcosa d’importante da dire e da dare ai suoi fratelli e al mondo intero.

Fra Riccardo Pampuri

Fìssalo ora su questa foto di gruppo:

Lui è il  primo a sinistra. Il dolore è scritto sul suo viso scarno, emaciato. Una pleurite presa sul fronte del Piave, lentamente lo consuma come una candela, fino ad annientarlo.

Cos’ha da dire al mondo un ragazzo “stroncato”, riuscito a metà, seppur con una laurea di successo  in medicina e chirurgia (110 e lode) ? 

Cos’ha da dire un serio professionista, medico condotto,  ma che si ritrova, di fatto, impotente e crocifisso da uno stupido male che degenera e non gli dà tregua, fino a schiantarlo a 33 anni?

Fra Riccardo ha posto la sua vita sotto il segno della croce e per questo è diventato sapiente. Di una sapienza che non ha finito di sprigionarsi ancora, là, sulla sua tomba a Trivolzio di Pavia.

Alle lacrime degli innocenti nessuno di noi sa dare consolazione. Fra Riccardo èstato chiamato a parlare con la vita per i sofferenti di questo mondo che si era scrupolosamente preparato a servire al meglio. Il suo quarto voto di ospitalità ha trovato il suo pieno significato, fino a tramutarsi in carisma, proprio prendendo parte alle sofferenze che intendeva combattere e debellare, diventando così un annunciatore credibile della compassione divina. Ciò gli permette di esortarci anche oggi alla compassione umana.

Chi ha lacrime da versare, trova in lui un contenitore. Oggi, il suo ruolo di frate dell’ hospitalitas è di presentarle al trono di Dio.

Elevato agli onori degli altari, posto al centro, ci fa capire che il centro non è la sua persona, ma CRISTO, che egli solo rappresenta. Viene a dirci, come lo stesso Papa Giovanni Paolo II che lo ha proclamato santo, “mi glorio della mia debolezza”. (2 Cor 12,10)

Nessuno di noi è chiamato a costruire qualcosa per se stesso, non siamo noi a costruire la Chiesa universale: la forza viene da un’altra parte. A noi, l’esortazione dell’Apostolo che fra Riccardo ha preso alla lettera: “Per conto mio mi prodigherò volentieri, anzi consumerò me stesso per le vostre anime.” (2 Cor 12,14)


Inaugurata la prima Odontoclinica Militare.

Èstata inaugurata, alla città militare della Cecchignola, la prima Odontoclinica militare dedicata a “fra Riccardo Pampuri”. La cerimonia di inaugurazione, a cui hanno partecipato tra gli altri il prof. G. Dolci (Presidente del Collegio dei Docenti) ed il dr. G. Renzo (Presidente Commissione Centrale dell’Albo Odontoiatri) si è svolta presso il 16 febbraio presso la Scuola di Sanità e Veterinaria dell’Esercito. L’Odontoclinica militare, che si integra in un panorama già abbastanza nutrito e qualificato di strutture sanitarie militari dedicate all’Odontoiatria, sarà aperta non solo al personale militare ma anche ai familiari e, prossimamente, anche ai civili in generale.

Elena Maya Akisada Nocenthttps://dl.dropboxusercontent.com/u/4974877/ElenaLastPlayMP3.mp3

RICCARDO, ALZATI, VA A NINIVE – Angelo Nocent

SI TRATTA DEL  SALVATAGGIO DI ALCUNI POST DA UN BLOG ATTUALMENTE SOPPRESSO

Ninive

Alzati, va’ a Ninive, …

San Riccardo Pampuri Statua Duomo di Milano

Cosa ci sta a fare il Pampuri

ibernato

sulle guglie del duomo

di Milano?

  • Un medico santo al nostro capezzale per un accurato checkup.

  • Un profeta per capovolgere situazioni stagnanti.

  • Una terapia evangelica radiante contro il sordomutismo (Marco 7, 31-37)

PREAMBOLO


Nel posto in cui  vegnamo a trovarci, due sono le possibilità.

  1. o ci ha collocati Dio

  2. o ha permesso ad altri di collocarvici.

In entrambi i casi è  sapienza restarci con spirito di fede.

PERCHE’ UN NUOVO BLOG

I motivi sono tanti, ma così riducibili: questo ulteriore sito su San Ricardo Pampuri è pensato per i Religiosi Fatebenefratelli e per i Laici, donne e uomini, di ogni estrazione e qualifica che intendono fare quadrato intorno alla sua persona ed iniziare un percorso di ricerca e di RI-CONVERSIONE.
L’averlo ideato è poca cosa: sarebbe già morto in partenza, se non avesse un seguito di persone disposte a lasciarsi  coinvolgere direttamente da lui.

Pur nella sua breve esistenza, egli ha assunto ruoli significativi e indossato particolari e impegnative divise che ha saputo onorare:

  • è rimasto orfano in tenera età,

  • studente,

 

  • universitario,
  • militare al fronte,medico condotto,
  • terziario francescano,
  • laico impegnato nella Chiesa locale,
  • promotore di esercizi spirituali,

 

  • una “caritas” parrocchiale ambulante e segreta in contesti di dura povertà,
  • spirito missionario,
  • frate dell’hospitalitas…
  • E in ogni situazione, cercatore di Dio, la Bibbia nello zaino.

Mentre gli chiediamo di implorarci i doni della saggezza e del coraggio, qui lo vorremmo nella duplice veste di provocatore e provocato, interrogante e interrogato.
E noi, ognuno con il suo bagaglio di esperienze, a confrontarci, a muovere osservazioni e promuovere riflessioni.
Procederemo per tappe: ogni tanto sara’ necessario sostare per trarne conclusioni provvisorie ma poi si dovra’ tenacemente ripartire  con nuovo slancio.
E’ un’avventura, una rischiosa avventura dove si puo’ anche naufragare in un mare di parole vuote e sterili.
Ma i giovani chiedono eroismo e a chi non lo è piu, è richiesta almeno l’audacia di mettersi in discussione, di stare al gioco e di non puntare al ribasso.

L’idea propulsiva è di provare a mettere a fuoco gli aspetti profetici di cui il santo medico è portatore. Alcuni sono evidenti nelle diverse biografie degli ultimi anni, altri  non emergono o lo sono in modo larvato e necessitano di essere messi in risalto.

Nel chiamare a raccolta i Confratelli di San Riccardo Pampuri ed i Laici seriamente intenzionati a maturare in se stessi la spiritualità che passa anche attraverso la sua luminosa persona,  provo un certo disagio e chi  mi conosce può bene immaginare il perchè.

Ma se oso farlo, è proprio in forza della mia inadeguatezza che mi preserva da ogni presunzione. Ed è lei stessa ad incoraggiarmi, per via del preambolo, a manifestare anche pubblicamente e senza esitazione, il mio sincero stupore per la magnanimità del nostro Dio. uesta è davvero  una bella opportunità che mi permette di esprimere tanta gratitudine anche  a coloro che hanno allietato la mia giovinezza ed ancor più sostenuto doviziosamente quel tratto di strada che ha segnato più marcatamente la mia vita: gli anni della teologia, sferzati dal vento gagliardo dello Spirito che si sentiva aleggiare ovunque nella Chiesa convocata in assise con Maria, la Madre della Chiesa, come veniva per la prima volta invocata, durante il Concilio Vaticano II.

Non occorrerebbe precisare che sono qui in veste di allievo curioso ed appassionato delle cose di Dio e non di docente. Sono sicuro che proprio lo Spirito, invocato e amato, non tarderà a manifestarsi con   stupefacenti sorprese.

Innamorato almeno quanto voi della primitiva vocazione, dopo ormai quarant’anni di navigazione, porto anch’io i segni fisici e morali della lunga e faticosa attraversata di mari, talvolta tempestosi.
Non ho collezionato medaglie nè trofei. Con ciò non intendo dire di essere a mani vuote:

  • certamente più smaliziato di un tempo lo sono e meno portato ai facili entusiasmi;

  • ora pompiere più che incendiario, come succede a una certa età… disposto a lasciarmi provocare dalla Parola, lo Spirito Santo che ci è stato donato; e bambino, talvolta loquace, noioso, impertinente.

  • Sì, vero: un novizio che non ha ancora raggiunto il punto giusto di cottura.

La sola autentica ricchezza che vanto di aver posseduto è quell’amore trabocchevole di Dio che mi ha sempre pervaso. Mi è stato riversato nella cresima. Ma poi si è manifestato  sorprendentemente in tantissime altre circostanze, le più immeritevoli. Lui non se n’è mai andato, mai m’ha piantato in asso ed ha saputo sopportare pazientemente tutte le mie non poche giornate di luna storta.
Amici, vengo semplicemente a condividere con chi lo vorrà i risultati di una incessante ricerca spirituale, compresa quella sul Pampuri.
Vorrei che tutto risuonasse come lode al Misericordioso che non ci lascia mai affondare, nemmeno quando ce le andiamo a cercare.
Le pagine già stese in questi mesi e quelle che andrò stendendo,  rispecchiano più e meglio di tutto il modo di sentire e di pensare, peraltro sempre bisognoso di ripensamenti e correzioni che proprio il dialogo favorisce.
Forse troverò qualche curioso lettore. Mi auguro di essere sorpreso anche da qualche corrispondente, deciso ad intervenire per dire la sua ed ampliare gli orizzonti.
Dopo questa premessa introduttiva e tanto per non uscire dal seminato, almeno una piccola confessione pubblica sento  il dovere di farla.
Ebbene, lo confesso: io da giovane, San Riccardo non l’ho mai amato perchè mi sembrava fatto di nulla. Mi piacevano le forti personalità, mi attraevano gli uomini audaci. E lui non mi sembrava di questa stoffa.


Leggevo le sue lettere unitamente agli scritti di Don Primo Mazzolari, sette anni più di lui,  e quelle del “dottorino”  mi sembravano acqua fresca, incapaci di reggere in una competizione col grande prete di Bozzolo che tanto ha infiammato il mio giovane cuore e che ancora riesce ad entusiasmare. Epperò, da quando la Chiesa lo ha proclamato ‘Beato’ e poi ‘Santo’, non ho mai smesso di chiedermi cosa ci trovasse di così straordinario in questo ragazzo di campagna, laureato, pio, devoto e in seguito, le mani congiunte sotto lo scapolare.
Mi veniva spontaneo di pensare che a renderlo interessante era proprio la sua fortuna di possedere una bella laurea in medicina e chirurgia, capitatagli perchè ben accasato, ossia grazie all’essere rimasto orfano di madre e poi di padre nell’arco dei primi dieci anni di vita. Se tutto fosse andato per il verso giusto, ultimo di dodici figli di cui otto in vita, lo sarebbe diventato? Probabilmente no. E santo?

Probabilmente…!?
Probabilmente cosa ! Meglio evitare i se e i ma e andare al sodo. In un primo tempo mi sono accorto che a stupire un po’ tutti è stata la sua “ordinarietà“. I biografi sono unanimi nel sottolinearlo. Ma le mie obiezioni  sono ben presenti nella biografia del Camilleri che scrive: “Qualcuno potrebbe chiedersi che senso abbia proporre all’attenzione di un mondo che fatica ad accettare  anche l’idea di anima, un personaggio che non ha scelto Dio dopo aver provato quanto sia amaro starne lontani“. Ma proprio da questa unanimità m’ è sorto un ulteriore travaglio: possibile che nessuno ci veda nient’altro e si limiti a girare e rigirare i soliti pochi aneddoti triti e ritriti nella medesima salsa?
Effettivamente,  il ritratto che ne esce è proprio quello di un bravo ragazzo che potrebbe anche sembrare di Comunione e Liberazione, se non fosse  quel timido e imbranato che appare e perciò molto distante dai disinvolti e determinati ciellini di oggi.

Mi chiedo: a renderlo atipico è solo l’attenuante d’esser d’altri tempi o non piuttosto d’ una pasta un po’ diversa?
Non lo so. Me lo chiedo ora per la prima volta.
E mi chiedo inoltre: che sia stato davvero così o ne abbiamo fatto una lettura riduttiva?

La processione di coloro che gli chiedono grazie è sempre in aumento. Ma esisteranno anche gli imitatori di questo straordinario modo d’esser ordinari ?
Tante volte mi sono domandato: e se anche i biografi avessero preso un abbaglio?   Pensate a Madre Teresa di Calcutta: chi avrebbe mai osato scommettere sulla sua “
notte oscura” che l’ha afflitta per anni, senza che nulla mai trapelasse?  Cosa ne capiamo noi dei santi?
Da questo dubbio metodico, a poco a poco m’è sorta la convinzione che se in lui c’è una cosa che non è ordinaria, è proprio questa: la sua “straordinaria vocazione all’ascolto“, perfezionatasi giorno dopo giorno, tra onde di frequenza disturbate e fruscii di ogni genere.
Ma che scoperta! Che sia poco? Fate voi. Quando guardo con onestà e distacco il mio “ordinario” mi faccio semplicemente pena.
Ma vorrei aggiungere un altro aspetto che va convincendomi sempre di più ed è proprio  la ragione dell’apertura di questo nuovo blog: mi sto persuadendo  che in lui sia  stata posta una “bomba a orologeria”, destinata a scoppiare proprio all’inizio del terzo millennio.

 Fra Riccardo Pampuri 05 militare al fronte

Pur cercando di accettare il verdetto comune e per non essere tacciato di “bastian contrario“, non mi sono mai voluto pronunciare pubblicamente in modo diverso.

Ma non ho smesso di interrogarmi su questa stupefacente ma non so quanto contagiosa ordinarietà.

Chissà, forse è stato un bene ciò che è accaduto, ossia che le sue spoglie mortali non siano state consegnate ai suoi confratelli bensì alla Chiesa locale. Magari avrebbe rischiato la fine che fanno i quadri di valore: vengono esposti in una sala inaccessibile,  esibiti ai rari ospiti e servono per aumentare il prestigio del casato.

Così invece, la sua Provincia Lombardo-Veneta in particolare ma anche il resto dell’Ordine, dovranno cominciare a desiderarlo e in un futuro, che sento molto prossimo, saranno costretti a rivolgersi a lui per severi ripensamenti non più rimandabili. Così lui finalmente troverà la sua giusta collocazione ed assumerà il ruolo che si merita: di profeta riformatore.

Penalizzato da altre voci che han saputo farsi più roboanti e invadenti, impadronendosi e soffocando quella di un vero “servo di Dio”, la sua sarà voce  persuasiva che non userà le  parole sferzanti del Battista ma quelle persuasive della consolazione. Perché di questo hanno bisogno i frati. Sono tanti gli spiriti affranti, smarriti e umiliati, di confratelli senza voce che si son visti gettare allo sbaraglio, sradicati in nome di progetti illusionistici e di falsi miraggi, privati della sola certezza evangelica  fondante la vocazione di un fatebenefratello:

  • vivere accanto al malato,

  • essere la sua “consolazione”,

  • condividerne  la “provvida sventura”, molto spesso percepita soltanto come inopportuna e maledetta .

LA CARITA’ DI FRA RICCARDO

Forse in questi ottant’anni scritti e biografie non hanno sottolineato abbastanza che il Dott. Pampuri non si è rivolto solo al corpo, ai bisogni fisici degli uomini e della società del suo tempo.

Senza nulla togliere all’importanza del pane materiale, a cominciare da quello della salute, c’è un altro pane forse più importante da imbandire sulla tavola dei popoli e, senza andare sul generico e sul vago, anche sulla tavola degli operatori culturali, sanitari e sociali: il pane del pensiero. Nelle sue lettere quest’ansia è presente e operativa.

A volte si tende a restringere la testimonianza cristiana alla sola carità e alla sola carità materiale. Ma così la si impoverisce e ci impoveriamo. Nell’anno in cui il cristiano intellettuale Rosmini assurge alla gloria degli altari, è indispensabile riscoprire  questo aspetto, presente e operante in Fra Riccardo fin dai tempi dell’università. In una società che non ragiona più, perché è in balia di un pensiero unico e che sembra aver rinunciato a capire i valori di fondo dell’uomo, porre al centro della carità riccardiana l’impegno sui valori è una forma alta di carità.

Non solo Hospitalitas, ossia apertura ai bisogni, caritas locale, nazionale, internazionale, ma anche CARITAS INTELLETTUALE.

Un fatto di cronaca.

In piccoli convegni periodici in quel di Brescia Sant’Orsola, fine anni sessanta, allora studente di teologia, avevo cominciato a radunare il personale laico che già non intendevo come collaboratore dei religiosi ma come “collaboratore di Dio” alla pari dei religiosi per la realizzazione del Suo Regno. Nella sala delle riunioni avevo posto sulla parete, davanti agli occhi dei convenuti, una scritta cubitale in rosso: “COMUNITA’ DI UOMINI NUOVI”.

Per chi no lo sapesse, c’ era una volta a Brescia un simpaticissimo frate dal cuore d’oro e coccolo della comunità che  sapeva alimentare di buon umore. Si chiamava Padre Dalmazio Puia, era zio del grande calciatore iuventino che noi definivamo un “brocco” per farlo accaldare e, forzatamente, anche mio parente alla lunga per via delle origini Aquileiesi e dello stesso cognome materno. Arguto osservatore, era anche molto critico; appena poteva sfotteva ma si lasciava sfottere da tutti, compreso noi giovani che non perdevamo l’occasione per provocarlo e puntualmente farlo cadere sui punti deboli: i giudizi sui confratelli: “Buono, ne! – diceva ironicamente- Ma che rogna…”.

In quel tempo era attivamente in pensione ma  trent’anni prima fu il priore di Fra Riccardo Pampuri proprio nello stesso luogo. E raccontava, lui non dentista, di aver sostituito chissà quante volte il migherlino dottore,  in crisi davanti a un “molare” di quelli ben radicati,  da estrarre con prudente ma energica manovra della tenaglia.

Lo ricordo con affetto perché, leggendo quella scritta, era solito mettersi le mani nei bianchi capelli rasati a zero e ridere, sorgnone, su quel”uomini nuovi” di cui non riusciva o non voleva afferrare il senso profondo. Epperò si rendeva anche conto che l’affluenza c’era e l’interesse pure. Così, stupìto per i tempi in evoluzione, concludeva con il suo solito “Ma… Lasciamola lì ! ” che alcuni ricordano ancora.

Teresina Prati

A non ridere e a prendere seriamente la cosa c’era invece la Teresina Prati, tecnica di laboratorio, un San Riccardo al femminile, sempre in azione, sorridente e straripante di un non so che…Precisa nel suo lavoro accanto al Dott. Montini, il fratello di Paolo VI, trovava il tempo di visitare i malati. Mai a mani vuote: sempre con un pacchettino di caramelle, di caffé, di biscotti, una letterina… e confortanti parole.

La Messa era il suo pane quotidiano, come la visita ai malati; si preoccupava dei colleghi ed estendeva il raggio della sua azione anche all’esterno dell’ospedale. Di lei ho perso le tracce ma proverò a indagare.
Ce lo chiediamo: che cos’era andato a fare in convento il dott. Erminio Pampuri se non a diventare un “uomo nuovo”, a “rinascere in acqua e Spirito Santo?”

Il sito trova anche un ulteriore giustificazione.

Apparteniamo alla schiera, ormai sempre più risicata, di quelli che hanno conosciuto coloro  che il Pampuri l’hanno conosciuto di persona.

Possediamo notizie dirette.  Insieme, forse potremo trovare qualcosa da aggiungere, da sottolineare, da lasciar detto,  sfuggito ai biografi.

Essi, per quanto ben intenzionati, hanno dovuto far riferimento soltanto alle carte processuali, alle lettere ed agli appunti della prima ora del Padre Gabriele Russotto. Ma non hanno conosciuto l’ambiente nè la mentalità dei religiosi di quel tempo che per noi è  istintivo cogliere, dal momento che li abbiamo frequentati.

Sarebbe una grave omissione andare nella tomba e sepellire per sempre  le nostre esperienze e conoscenze. Quelli dopo di noi  dovranno accontentarsi dei libri. Ma se è già in atto una specie di ostracismo del Santo anzichè di una riappropriazione, cosa ne sarà fra qualche anno, quando le nostre voci taceranno per sempre?
Ma nella sventurata ipotesi che la ricerca non approdi a nulla, un risultato ci sarebbe egualmente:

  • il beneficio di ripercorrere quella strada che da Trivolzio ha portato Fra Riccardo in convento,

  • dapprima a  Solbiate Comasco per un periodo di prova;

  • poi a Milano dove il Padre Castelletti ha detto sì alla sua ammissione;

  • a Brescia come luogo privilegiato della sua vocazione di frate dell’hospitalitas;

  • a Gorizia, luogo di convalescenza, di lunghe riflessioni e pateggiamenti con Dio;

  • per finire in gloria alla “San Giuseppe”, casa del “bel morire”,

  • prima di tornarsene al suo paese natale, luogo della sepoltura ma anche della fede nel Signore Risorto e segno della Comunione dei Santi che tutt’ora sussiste.

Il percorso avrebbe il significato del pellegrinaggio alla riscoperta di un testimone sempre più apprezzato dai laici e sempre meno dai suoi confratelli.
Ospedale San GiuseppeMilano foto11 La butto lì: cosa si aspetta a fare nel “San Giuseppe” di Milano, dove il Pampuri è stato reclutato e dove ha concluso la sua  giornata  terrena, a due passi dall’Università Cattolica, un

“Centro di spiritualità Riccardiana” nel cuore della  Città ?

La Chiesa c’è. Cos’ altro potrebbe servire? Ben poco e a costo zero.
P.Zaccaria Castelletti Mi rendo conto che le mie  possono sembrare battute sconvenienti o interferenze indebite. Ma la prova é  negli atti dei  Capitoli Generali o Provinciali: egli continua a restare nell’ombra, come un tempo al Sant’Orsola di Brescia, quasi gli fosse stato riconfermato, in virtù di santa obbedienza, il ruolo di “tacere” anche da morto.

In verità, a Brescia era stato autorizzato ad insegnare infermieristica ai frati. Ma ora che disponiamo di scuole alternative, altamente specializzate, buona cosa sarebbe invitarlo a insegnarci teologia biblica, lui che ha trascorso la sua vita all’ascolto  della Parola di Dio e a metterla in pratica.


Due date significative ce ne offrono il pretesto:

  1. 21 Ottobre 1927: nel Convento-Ospedale di Sant’Orsola in Brescia il dott. Erminio Pampuri veste l’abito religioso ed assume il nuovo nome: Fra Riccardo;

  2. 24 Ottobre 1928: Fra Riccardo emette la Professione Religiosa.

Pochi di noi avranno la gioia di celebrare il centenario di questi eventi. Di qui allora l’opportunità di farne memoria durante il 2007-2008 nell’ ottantesimo, in concomitanza o come preparazione all’anno paolino indetto dal Papa tra il 28 giugno 2008 e il 29 giugno 2009 indicendo magari, con un suggestivo riferimento storico, le “giornate bresciane” che da qui, anche se in modo virtuale e del tutto informale ma propedeutico, già prendono il via.

Teresina Prati
  • Il motivo è presto detto: prof. Mario Meda, compagno di Pampuri all’università e sotto le armi, ha affermato al processo che anche al fronte Erminio aveva con sè il Vangelo, le Lettere di San Paolo e l’Imitazione di Cristo, che meditava nei momenti di riposo e di silenzio.

  • Egli cercava con ogni mezzo di dare ai malati e ai commilitoni un messaggio diverso, quello della sua fede. Sentiva e comunicava il fascino di Dio.

  • Questo amore per le Scritture  è presente con citazioni evangeliche e paolinelo in molte sue letteresue lettere.

  • E allora perché non abbinare le celebrazioni in modo che siano  proprio le lettere di San Paolo a rendere ancor più luminoso il nostro fratello santo?  Sarebbe bello che la sua urna con le spoglie mortali, sull’esempio della sorellina Santa Teresa di Gesù e del Santo Volto, sempre pellegrinante, facesse ritorno per qualche tempo nella città che racchiude i segreti della sua anima di frate dell’ospitalità, data e ricevuta, in un mirabile scambio di Comunione tra Chiesa e Mondo, e si concludesse nel Duomo di Brescia, come evento ecclesiale.

Pierluigi Micheli con i Card. Martini, Saldarini,...825388949f3f9bc1e62651bbc32a6d0aPIERLUIGI MICHELI medico di Dio nella città dell’uomo.

Il Dott. Pierluigi Micheli, medico di Dio nella città dellMa c’è un ulteriore motivo che meriterebbe di aggiungersi: il decimo anniversario della morte del Dott. Pierluigi Micheli, nato il 27 Ottobre 1916  e morto il 22 Giugno 1998,  medico “aggregato” all’Ordine dei Fatebenefratelli.

Egli ha svolto per lunghi anni la sua attività-missione presso l’Ospedale San Giuseppe di Milano, in veste di laico coniugato ma con il medesimo spirito di San Riccardo.

Pierluigi Micheli con Padre Giulio Gatti 9b175362f58250c170acf5b6f6481bc5(Vedi PIERLUIGI MICHELI medico di Dio nella città dell’uomo in 

http://www.tuoblog.it/pierluigimicheli

e

www.compagniadeiglobulirossi.org

Parlavo di riappropriazione del personaggio. Notate: cosa siamo

vITE E TRALCI

TRALCI DI UN’UNICA VITE

  • A parte don Giussani, di cui abbiamo gia riferito e dovremo prenderre ancora in considerazione,

  • L’Azione Cattolica Italiana lo sente come il suo primo santo,

  • Il Card. Carlo Maria Martini, per via che Morimondo appartiene alla Diocesi di Milano, lo considera un figlio della Chiesa ambrosiana che fa una gran bella figura sulle guglie del Duomo di Milano, in compagnia di tanti santi e gloriosi martiri,

  • L’elenco potrebbe prolungarsi…

E NOI ?

Io sostengo che Fra Riccardo è portatore di numerosi carismi. E’ curioso e normale al tempo stesso notare  come ognuno sia incline a cogliere il lato che gli è più congeniale.

Prendiamo Don Giussani che su di lui ha puntato i riflettori e lo ha fatto conoscere nel mondo.     E prendiamo l’Ordine. L’interesse che nutre per questo confratello santo e’ zero. Nessuno se ne risenta perché, sì, viene ogni tanto invocato come intercessore, ma finisce lì. Quando mai è preso in considerazione come modello da imitare, facendolo entrare a tutto tondo nella programmazione della vita fraterna e delle opere istituzionali? Non basta intestargli case o reparti; bisogna carpirgli  i brevetti di una santità popolare, nata nella Chiesa locale, sviluppatasi nel convento-ospedale, per tornare a irradiare il mondo proprio a partire dalla Chiesa locale che è in Trivolzio. Il fatto, se letto con occhi profetici, la dice lunga: in lui si è già realizzato proprio ciò che chiedono i Vescovi del nostro tempo:

PER PROMUOVERE LA SALUTE (coinvolgimento di tutte le componenti del popolo di Dio nella pastorale della salute) n.4

PER DARE VOCE ALLE CHIESE LOCALI (sostenere l’integrazione della pastorale sanitaria nella pastorale d’insieme delle comunità cristiane) n.4

PER EDUCARE ALLA “SPERANZA CHE NON DELUDE” (progettualità…itinerari formativi) n.4

  • “Il Signore non mancherà di compiere l’opera sua,

  • e di mano in mano che riuscirò a diventare un sempre più buon frate, vedrò anche sempre più risplendere in me quella gioia, quel gaudio e quella pace che con tanto amore mi auguri

  • e che di tutto cuore auguro a te pure nella sovrabbondanza delle benedizioni di Dio, soprattutto in queste feste del Santo Natale in cui tutta la Chiesa, anzi tutto il mondo, esulta di riconoscenza d’amore

  • per il Verbo Divino fattosi per noi uomo come noi”.

Da un frammento di lettera quante sottolineature possibili:

  • Opus Dei,

  • io, tu, Chiesa, Mondo,

  • diventare per vedere,

  • gioia, gaudio, pace, riconoscenza…

  • Verbum caro, uomo come noi…

Questo e’ l’AVVENIMENTO ! Cosa ne ricava Don Giussani? Il senso della sua vocazione di uomo e di  frate:

  1. “Questo amore a Cristo si distese in lui in una serie infinita di gesti di attenzione agli uomini e alle donne che incontrava nei loro bisogni elementari, curando e sanando fino alla fine dei suoi giorni”.

  2. “Erminio Pampuri era un piccolo medico condotto. All’inizio del secolo si fece frate Riccardo nell’ordine ospedaliero di San Giovanni di Dio – i fatebenefratelli – perché voleva diventare santo.

  3. C’è un modo di intendere questa parola che la identifica con una sorta di eccezionalità strana, quasi una stravaganza legata a particolari doti di carattere e di coerenza etica.

  4. Ma noi sappiamo che  la santita’ nella vita della Chiesa è la “stoffa” della vita di fede.

  5. Dunque l’ideale di tutti e di ciascuno che sia raggiunto e investito dall’Avvenimento cristiano che ha salvato l’uomo dalla distruzione.

  6. San Riccardo ci offre un esempio eclatante di questa grande verità egli fu un uomo vero perche” aderì con semplicità e sincerità a una Presenza familiare.

  7. Non è diventato grande per essersi impegnato in un grintoso affronto della realta’, inevitabilmente destinato a delusione per l’originale peccato dei nostri progenitori.

  8. Egli è per noi una testimonianza solare di quanto san Paolo dice di se stesso: “Pur vivendo nella carne io vivo nella fede del Figlio di Dio” (Gal 2,20).

  9. E tutta la vicenda umana di San Riccardo, tanto fu breve quanto resterà per sempre a segnare il destino per cui siamo stati fatti: riconoscere Colui che era tra noi, il volto buono del Mistero che fa tutte le cose, presente qui ed ora, secondo la modalità descritta da San Giovanni nel Prologo del suo Vangelo: “Il Verbo si è fatto carne e abita in mezzo a noi”(1,14)

  10. Da quasi duemila anni l’eco di quell’annuncio ha attraversato il tempo e lo spazio e si è comunicato al mondo, come fece con Giovanni e Andrea, i primi due che seguirono Gesù, quel giorno, sul far della sera.

  11. E così è arrivato fino a noi, attraverso i nostri genitori e coloro che ci hanno parlato.

  12. E oggi ci raggiunge anche per via dei segni imprevedibili che san Riccardo opera nella vita di tanti, segni positivi che aumentano la gloria umana di Cristo nella storia.

  13. San Riccardo fu determinato – sentimento, pensiero e azione – dall’amore per cui Cristo si è fatto uomo e da un’energia di abbandono a Lui, che ha già vinto la morte: “E sono persuaso che Colui che ha già iniziato in voi quest’opera  buona la porterà a compimento fino al giorno di Cristo Gesu'”(Fil 1,6).

  14. Per questo san Riccardo, come ogni santo, è parte di un popolo, fattore di costruzione di un popolo nuovo, quella realta’ insieme umana e divina che Paolo VI chiamava entità etnica sui generis.

  15. Da quando lo abbiamo conosciuto, qualche anno fa attraverso il racconto stupefatto di chi ne ha avuto beneficio nel corpo e nello spirito, san Riccardo e’ per noi la testimonianza mirabile che la santita’ come ideale di umanità vera è alla portata di tutti.

  16. Nella sua  figura semplice e discreta di medico condotto – che giganteggia nella nostra campagna lombarda – ciascuno di noi ritrova i lineamenti del proprio volto umano autentico. Tanto che non si può non aderire alla verità dell’invito della Didache’: “Cercate ogni giorno il volto dei santi e traete conforto dai loro discorsi”.

  17. Il santo dei fatebenefratelli ci insegna che il grande problema della santità cristiana è riconoscere una Presenza eccezionale che è entrata nella storia  del tempo. Così che la creatura generata dall’acqua del Battesimo si erge sulla scena del mondo, come un protagonista nuovo, chiamato a cambiare la terra insieme ai fratelli uomini, fino al suo compimento finale, che sarà come e quando al misterioso disegno del Padre piacera’ .   Milano, 26 febbraio 1997   sac. Luigi Giussani

Se a noi questi  aspetti sfuggono, cos’ha da dire Riccardo? Nulla. Ed è proprio a partire da qui che proveremo a scadagliare la sua interiorità, insondabile, profonda, misteriosa ma non ermeticamente chiusa, dunque accessibile.

Mi chiedo: cosa ne sarebbe stato di lui se, una volta collocato in una bellissima urna di cristallo e compiuti i solenni festeggiamenti della canonizzazione, fosse rimasto là, nella penombra della sua parrocchia di Trivolzio e non fosse passato di lì il Giussani ad azionare la potente leva della scossa elettrica, ossia dello Spirito Santo, avvertita ovunque nel mondo?
I Santi sono per la Chiesa Universale. Va riconosciuto al sacerdote brianzolo di aver saputo cogliere immediatamente in  lui il precursore del suo Movimento. E lo vede ben trateggiato proprio in una lettera alla sorella suor Longina per le feste Natalizie. Quanti di noi hanno letto quella lettera? E che cosa ha detto? Forse nulla. Per Giussani invece, in quelle poche righe, se vogliamo anche retoriche, è la chiave di volta per la lettura del giovane santo:

Fermiamoci un attimo sui fatti di cronaca che riporto da Tracce pp.71 ss / 01/06/2007. Come titola?

LA GRATITUDINE DI TRIVOLZIO

San Riccardo Pampuri a Trivolzio torna da frate

Avete voluto dedicare questa piazza a don Luigi Giussani perché è un uomo vero. Lo possiamo testimoniare noi che abbiamo avuto il dono di conoscerlo e vivere con lui; ma lo possono riconoscere tutti, anche quelli che non lo hanno mai incontrato, attraverso il prolungarsi della sua opera, l’umanità di chi è stato affascinato dalla sua umanità e lo ha seguito. Don Luigi Giussani seppe cogliere da piccoli avvenimenti l’opera dello Spirito attraverso San Riccardo Pampuri e la indicò. Così divenne anche in questa vicenda strumento dello Spirito per attuare le grandi opere di Dio che stanno davanti ai nostri occhi quasi quotidianamente qui a Trivolzio, come ci testimonia commoventemente, ogni volta che veniamo qui, don Angelo. Mauro Ceroni, responsabile di Cl a Pavia.
Nel gennaio del 1995 Cristina Bologna, su invito di don Giussani che era rimasto molto colpito dalle vicende che lei gli aveva raccontato, scrisse una lettera alla nostra rivista nella quale descriveva una guarigione inspiegabile accaduta dopo che a una persona gravemente malata era stata data un’immaginetta di san Riccardo Pampuri (cfr. Tracce, febbraio 1995, p. 51). In quella circostanza don Giussani iniziò a suggerire di invocare quotidianamente il Santo medico: «Dite qualche Gloria a san Riccardo Pampuri: dobbiamo valorizzare i Santi che Dio ha creato tra noi, nella nostra epoca e nella nostra terra. Bisogna invocarlo: un Gloria a Pampuri tutti i giorni».
Le parole del Vescovo

All’inaugurazione del piazzale il vescovo di Pavia, monsignor Giovanni Giudici, ha detto di don Giussani: «Un cristiano tipico della nostra terra: mite, intraprendente e deciso nel bene da compiere, ma che vive ciò nel nascondimento e senza troppo clamore. Questo stile caratteristico della nostra gente, ci porta a comprendere che vita cristiana è dono gratuito agli altri», ricordando che «oggi con la benedizione di questo piazzale noi ricordiamo anche i sacerdoti che si sono spesi con gratuità per gli altri, sacerdoti a cui l’Amministrazione di Trivolzio ha dedicato nel passato vie del paese». Può essere che a più d’uno le iniziative che si vanno moltiplicando – e qui son state messe in evidenza di proposiro e con uno spirito un po’ provocatorio –  possano far storcere il naso.   Ma a cosa varrebbe sognare il “santuario” se prima non sogno il “santo” e lo amo e lo incarno e lo trasfondo e lo faccio conoscere nella mia cerchia ?
Le reliquie sono preziose ma vale la spiritualità del santo  che è patrimonio di tutta la Chiesa. Se prima dimostro di essermene appropriato e di essere capace di trasmetterla, potrebbe anche risultare sensato  avanzare delle particolari richieste al Vescovo. Diversamente, ne uscirebbe soltanto una bega di “primogenitura”.
Qual’è il messaggio che viene trasmesso dalla Parrocchhia di Trivolzio ?

Don Angelo Beretta - Trivolzio

La comunione dei santi di Lorenzo Cappelletti   

San Riccardo Pampuri (1897-1930) è sepolto nella chiesa parrocchiale di Trivolzio, di cui era nativo.
Pubblichiamo il racconto di don Angelo Beretta, parroco di questo piccolo paese fra Milano e Pavia, su come in questi anni, assieme ai miracoli di san Riccardo, sia cresciuta la devozione a lui, e su come, in particolare negli ultimi dieci anni della sua vita, don Giussani l’abbia proposto quasi a immagine vivente di ciò che gli stava più a cuore.

La chiesa parrocchiale dei Santi martiri Cornelio e Cipriano in Trivolzio, dove è conservato e venerato il corpo di san Riccardo Pampuri.

Note biografiche

Erminio Filippo Pampuri, poi fra Riccardo, nasce il 2 agosto 1897 a Trivolzio (Pv). Decimo di undici figli, rimasto orfano della madre a soli tre anni, viene accolto in casa degli zii materni, a Torrino, frazione di Trivolzio.     Nella locale chiesa parrocchiale viene battezzato, riceve il sacramento della Cresima e la prima Comunione. Nel collegio vescovile Sant’Agostino di Pavia compie gli studi ginnasiali e liceali, si iscrive poi all’Università di Pavia dove, il 6 luglio 1921, si laurea a pieni voti nella facoltà di Medicina, dopo essere stato militare durante la Prima guerra mondiale e avere ricevuto la medaglia di bronzo per aver portato in salvo i medicinali. Dal 1921 al 1927 fu medico condotto a Morimondo, donandosi con tanto amore agli ammalati (veniva chiamato “il dottor carità”) e collaborando con il parroco alle varie attività della parrocchia.
Nel luglio del 1927 entra nell’Ordine ospedaliero dei Fatebenefratelli, assumendo il nome di fra Riccardo.     Muore a Milano il 1° maggio 1930. I funerali si svolgono a Trivolzio, nel cui cimitero viene sepolto. Il 16 maggio 1951 il corpo viene collocato nella locale chiesa parrocchiale, dove tuttora è custodito, visibile e venerato.
Giovanni Paolo II lo beatifica il 4 ottobre 1981 e lo proclama santo il 1° novembre 1989. San Riccardo Pampuri è festeggiato il 1° maggio (giorno della sua morte). Viene ricordato anche il 16 maggio (giorno della traslazione del suo corpo).     Da 30 Giorni / 2006

Da Trivolzio a Rochester

Due lettere a don Giussani. Il ringraziamento di padre Gerry per il dono di una statua di san Riccardo posta nella chiesa di Saint John, a un passo dalla Mayo Clinic. E la testimonianza di don Angelo dopo una messa in onore del santo lombardo

17 gennaio 2003

Caro don Giussani, ti scrivo per dirti la mia sentita gratitudine per il tuo prezioso dono della statua di san Riccardo. La mia personale esperienza di guarigione fisica e la profonda consapevolezza del significato della Sua presenza mi ha portato a riconoscere il Mistero in modi che non avrei mai immaginato prima di questa esperienza.

Sono profondamente commosso dalla tua generosità e dal tuo desiderio che san Riccardo possa essere presente nella chiesa di San Giovanni Evangelista, qui a Rochester, Minnesota, alla luce del fatto che nelle immediate vicinanze sorge la Mayo Medical Community, un istituto di fama mondiale.

Dall’arrivo di san Riccardo ho continuato a indirizzare a lui gente di ogni parte del mondo e degli Stati Uniti, che veniva nella nostra chiesa provenendo dalla Mayo Medical Community. Per darti un’idea del numero di pazienti nella nostra città e nella nostra chiesa, dalla Mayo dipendono circa 2.000 medici e c’è un afflusso costante di pazienti che visitano la nostra comunità e la nostra chiesa.

È ormai una consuetudine per me invitare i pazienti a visitare san Riccardo chiedendogli di intercedere per la loro salute. C’è qualcuno che ha appena saputo di avere un tumore al cervello, o che si sta preparando a un grave intervento chirurgico, o ancora che si è appena visto sospendere l’assistenza sanitaria in seguito a un male incurabile, e tutti vengono qui a cercare conforto. Ci sono anche dei medici che hanno cominciato a mettermi al corrente del fatto che nell’incontrare i loro pazienti domandano la presenza di san Riccardo, e sono spalancati nella ricerca della saggezza del Mistero.

Ci sono pazienti che si recano in visita da san Riccardo perché il loro cuore è colmo di gratitudine in seguito a notizie molto positive che hanno ricevuto attraverso la loro esperienza di cure alla Mayo. Le storie sono infinite e le possibilità cominciano ad aprirsi solo ora. San Riccardo ha uno spazio particolare nella nostra chiesa; stiamo preparando un volantino che spieghi la sua storia, e la frase che ci hai inviato sarà collocata permanentemente accanto alla statua di san Riccardo.

Don Giussani, non posso nemmeno immaginare quali possibilità si aprono grazie a questo dono che ci offri, né sono in grado di vedere quello che vedi tu, nel comprendere come la presenza di san Riccardo sarà così profonda e vivificante. Sono particolarmente grato per la particolare assistenza di don Fabio e di Giorgio Vittadini per facilitare tutti i passi necessari affinché san Riccardo potesse arrivare nella nostra chiesa. E ancora, ringrazio te per questa amicizia attraverso il tuo carisma, che realizza e tocca la mia vita e la vita di tante altre persone.

Ho sempre bisogno delle tue indicazioni come di un padre e riconosco umilmente la nostra amicizia. Ho continuamente bisogno di essere stimolato a vivere questa compagnia sul cammino che ho davanti qui a Rochester, Minnesota, Usa. Ti ricordo ogni giorno davanti alla statua di san Riccardo, qui nella nostra chiesa, pregandolo perché ti conceda la benedizione della salute, e sono pieno di gratitudine per il carisma che hai ricevuto e così apertamente metti in pratica nell’annunciare la Buona Novella di Gesù Cristo. Con affetto. Padre Gerry Mahon, Parrocchia di Saint John, Rochester, Minnesota

25 gennaio 2003     Carissimo monsignore, grazie. Grazie di essere venuto mercoledì 22 gennaio ancora una volta a celebrare la santa Messa in onore di san Riccardo Pampuri in questa chiesa ove è custodito il suo corpo. Grazie di avere fatto conoscere il Pampuri in tutto il mondo indicandolo come il cristiano che ci aiuta a capire che la santità non è un privilegio di pochi, ma tutti, se vogliamo, possiamo diventare santi se, come Riccardo, anche noi mettiamo Dio al centro della nostra vita e cerchiamo di fare ogni cosa con amore nell’adempimento del nostro lavoro quotidiano.     Mentre lei celebrava la santa Messa, io ripensavo ai miei 15 anni a Trivolzio. Sono giunto nel 1988, il Pampuri era beato, io lo conoscevo, ma non avrei mai pensato che la sua devozione potesse diffondersi così tanto. Appena giunto a Trivolzio pensavo in modo particolare all’oratorio, alle attività parrocchiali… Poi nel 1989 ho avuto il privilegio di concelebrare in piazza San Pietro la santa Messa con il Papa per la canonizzazione di Riccardo Pampuri.     In questa nostra chiesa veniva gente a pregare il Santo, ma questa devozione era solo in ambito locale da parte dei Fatebenefratelli. Poi nel 1995 la svolta: lei ha indicato, dopo un miracolo, san Riccardo Pampuri al popolo di Comunione e Liberazione e da allora sempre più persone di tutto il mondo giungono qui a chiedere al medico salute, grazie e guarigioni per il corpo e al santo l’aiuto a capire la propria vocazione e il senso della vita da realizzare con amore.     I giovani, i tantissimi giovani che vengono qui, lo sentono come un amico che come loro ha faticato e tribolato e a cui chiedere aiuto nel cammino della propria vita. Una giovane, tempo fa, mi raccontava che al sabato sera diceva al padre, che non frequentava la chiesa, di andare dal Pampuri e il padre pensava andasse in discoteca; poi, quando ha scoperto che il Pampuri era un santo che distribuisce grazie, ha chiesto di venire qui anche lui.     Vengono poi le famiglie con tanti bambini a chiedere a san Riccardo la forza per il loro cammino quotidiano. Alcuni mesi fa ho trovato rotta una statua di san Riccardo che era in vendita; alcuni miei collaboratori si sono preoccupati, ma alla sera ho trovato in una cassetta una busta con i soldi della statua e con questa letterina: «Per vedere bene la statua l’abbiamo rotta involontariamente. Allora abbiamo rotto il salvadanaio e paghiamo. Chiediamo perdono a don Angelo e a san Riccardo. Saluti, ciao. Sandro ed Emanuel. Perdonaci e san Riccardo ci benedica». Certamente san Riccardo ha perdonato e benedetto quei bambini e io avrei voluto ringraziarli per la loro onestà e l’esempio che ci hanno dato.     Qui oggi è sorto un santuario ed è nato per un disegno di Dio. Io mi sono limitato a non oppormi a quello che lui, il Signore, voleva e il Signore per intercessione di san Riccardo continua a distribuire grazie.     Monsignore, le rinnovo l’invito che le ho fatto al termine della santa Messa: venga quando vuole qui a pregare san Riccardo e a celebrare la santa Messa.     Io la ricordo tutti i giorni a san Riccardo Pampuri perché le sia vicino con il suo aiuto e protezione e lei possa ancora per molti anni essere guida in mezzo a noi e chiedo a lei una preghiera perché io possa essere sempre disponibile e accogliente verso tutti quelli che vengono qui. Don Angelo Beretta, Parrocchia dei SS. MM. Cornelio e Cipriano, Trivolzio, Pavia
Da TRACCE 2003 / n.3

Dieci anni di incontri. Di preghiere di un popolo Renato Farina

L’inizio in una lettera pubblicata da Tracce. La devozione di don Giussani al medico santo dei Fatebenefratelli. In questi dieci anni da tutto il mondo sono giunte preghiere, richieste, notizie di grazie. E ogni domenica la chiesa si riempie di pellegrini
Una qualsiasi domenica dell’anno, da dieci anni a questa parte (anche se la domenica non è mai qualsiasi). Sull’autostrada che da Milano va a Genova, verso le 10.30 del mattino e poi a metà pomeriggio, molte auto, scorgendo un campanile nella bella campagna, escono al casello di Bereguardo-Pavia Sud. Si entra nel paesino di Trivolzio (poco più di mille abitanti). Qui c’è qualcosa che cattura e non è una fiera, o forse sì, ma di altro genere. Non ci sono mercanzie in vendita, ma ci sono persone che camminano chi svelte, chi piano piano. Ma i volti! È uno spettacolo. I volti sono trasparenti e protesi a commerciare con Qualcuno i desideri più grandi, a mettersi nelle sue mani. È come se tutti fossero costretti da un padrone di casa premuroso a levarsi le armature invisibili con cui ci si protegge dallo stupore. Si entra nella chiesa cinquecentesca dei Santi Cornelio e Cipriano. Sulla porta ad accogliere c’è sempre il parroco, don Angelo Beretta. Ed ecco, c’è una grande teca di cristallo. In essa un corpo nelle nere vesti dei Fatebenefratelli e la maschera argentea sulla faccia. È il corpo di un morto, ma tutti sanno che è per la resurrezione, è così evidente: san Riccardo Pampuri.     Intorno ci sono grandi libri dove si scrivono le invocazioni. Si fa la fila. C’è la santa messa, si recita la preghiera a san Riccardo e poi si bacia la reliquia. Accanto c’è la stanza-museo, dove ci sono oggetti e indumenti del Santo. Si possono raccogliere immaginette e corone del Rosario. Qualcosa, però, accade. C’è un incontro. La medaglietta strofinata Chi scrive è uno dei pellegrini. Impressiona chiunque questa unicità del cattolicesimo: ciascuno è da solo con il Signore, eppure si è un popolo. Lo si capisce leggendo le preghiere che riempiono ormai 143 grandi volumi. Quelle scritte, le altre poi… Ne parliamo ora perché c’è un anniversario. Questo rinascimento religioso (o forse Medioevo d’oro) a venti minuti d’auto da Milano compie dieci anni.     Gli inizi sono tutti in una lettera pubblicata da Tracce nel febbraio del 1995. Cristina Bologna racconta la visita «al vicino di casa san Riccardo» con alcune Memores che abitano da quelle parti. La richiesta di una grazia per un’amica malata di tumore. La semplicità dello strofinare un’immaginetta del Santo sulla divisa della banda musicale. «Questo gesto è per sottolineare la fisicità della domanda. Non è un gesto da fanatici, ma perché siamo concreti», spiega Laura che consigliò a Cristina di far così. Data l’immagine all’amica malata, sparì ogni segno del male. Può accadere, non è per forza un miracolo in senso, diciamo così, tecnico. Ma la guarigione era certa. Tracce raccontò questo sotto l’impulso di don Giussani, da allora vivamente devoto a questo Santo, appena proclamato tale da papa Wojtyla (1989). Un giovane medico condotto, che stava tra i ragazzi, poi membro dei Fatebenefratelli. Opere? La carità, «far sempre la volontà del Signore», «aver sempre grandi desideri». Sono anch’io testimone di un miracolo: la trasformazione di un luogo di dolore e morte in qualcosa di risorto. Negli ultimi mesi del 2000 mio padre Guido fu ricoverato per un cancro all’ospedale di Desio. Nulla da fare. Nei mesi precedenti, di fede robusta ma non particolarmente devoto, era stato con la famiglia da san Riccardo e ne fu toccato. Nella sua stanza di malati terminali, di atei, e forse persino di un musulmano, la vita cambiò. Persino quando morì uno di loro, e non era ancora giunto l’infermiere, dinanzi a quel defunto essi pregarono il Requiem e la preghiera di san Riccardo. Io vidi qualcosa di simile solo a Calcutta, nella casa dei moribondi di Madre Teresa. La vita nuova, nella morte.
Il “custode” di san Riccardo Don Angelo Beretta è il custode sollecito di tutto questo movimento riccardiano. Racconta di come ormai la fama di questo santuario si sia sparsa nel mondo, e di come gli telefonino da ogni dove, ben oltre i confini di Comunione e Liberazione e perfino del cattolicesimo, per farsi spiegare come arrivare, per domandare una preghiera. Ora racconta con gratitudine: «Mentre stavamo pensando se era possibile organizzare qualche manifestazione per il 1997, centenario della nascita di san Riccardo, un sabato mattina del febbraio 1995, vengo chiamato in chiesa e la trovo piena di gente. «San Riccardo ha fatto un miracolo», mi si dice. Certo, san Riccardo di miracoli ne ha fatti certamente, altrimenti non sarebbe santo. La gente che è in Chiesa appartiene a Comunione e Liberazione e mi mostrano una copia di Tracce, ove c’è il racconto della vita del nostro Santo e il racconto di un miracolo appena fatto da san Riccardo. Da quel momento inizia il pellegrinaggio di tantissima gente qui a Trivolzio, al sabato sera ci sono tantissimi giovani e alla domenica ci sono famiglie con tanti bambini. Alcuni di Cl conoscevano già san Riccardo: qui vicino, a Coazzano, c’è una casa dei Memores da tanto tempo dedicata al beato Riccardo Pampuri; e Lorenzo Frugiuele, che ha scritto una vita in versi di san Riccardo, veniva già prima del 1995 a pregarlo per avere aiuto nella sua malattia. Era don Giussani ad aver spinto a questo».
Le sorprese del Signore Continua don Beretta: «Io non appartenevo a Cl, ma ne avevo sentito parlare da don Giulio Bosco, un mio compagno di seminario, morto giovane in montagna. Io sono convinto che dobbiamo essere attenti a ciò che il Signore compie in mezzo a noi e favorire il bene anche se non lo abbiamo organizzato noi. Ho incontrato monsignor Giussani quando è venuto la prima volta a celebrare la santa messa da San Riccardo. Vado in piazza della chiesa e lo vedo arrivare. Era la prima volta che lo incontravo, eppure dopo poche parole sembrava che mi conoscesse da sempre. Dopo la messa, è venuto all’oratorio a prendere un caffè, non con il latte, ma con un grappino. Abbiamo parlato e mi sentivo veramente a mio agio. Poi mi chiede perché non compero la cascina che c’è a lato della piazza della chiesa e che era appena rimasta disabitata, per creare un luogo di accoglienza. Io ero perplesso, ma lui mi ha incoraggiato dicendomi: «Ti mando io i soldi per la caparra», lasciando meravigliati quelli che lo accompagnavano. È stato questo l’inizio del progetto per un centro di ospitalità e di ristoro, dove si possano anche tenere incontri. Almeno per il primo lotto speriamo di inaugurarlo – e ringrazio soprattutto per questo Antonio Intiglietta, Saverio Valsasnini, Mauro Berti – il prossimo maggio». È sempre molto pratico san Riccardo, e lo sono anche quelli che ne continuano la missione. Gli chiedo: come intitolerebbe questi dieci anni? Don Angelo sospira, mentre guarda l’orologio e cerca di fare accomodare i fedeli: «Le sorprese del Signore…».

Nel febbraio 1995 don Giussani diceva: «Noi siamo in un tale degrado universale che non esiste più niente di ricettivo del cristianesimo se non la bruta realtà creaturale.

Perciò è il momento degli inizi del cristianesimo, è il momento in cui il cristianesimo sorge, è il momento della resurrezione del cristianesimo. E la resurrezione del cristianesimo ha un grande unico strumento.
Che cosa? Il miracolo. È il tempo del miracolo. Bisogna dire alla gente di invocare i santi perché sono stati fatti per questo».
Don Giussani, che anche quando parlava dell’Eucarestia amava dire che furono le circostanze che suggerirono al Signore quell’“idea”, fra tutte la più geniale, pronunciò quelle parole anche in forza dell’incontro, come racconta don Beretta, con san Riccardo Pampuri.

Nei dieci anni che seguirono, come abbiamo detto, don Giussani ha invitato più volte a rivolgersi a san Riccardo (lo documenteremo in forma più sistematica in un prossimo articolo) e ha continuato a frequentarlo. Ricorda don Angelo Beretta che anche in occasione del suo ottantesimo compleanno (15 ottobre 2002), don Giussani aveva espresso il desiderio di andare a celebrare la messa a Trivolzio, ma varie circostanze glielo impedirono. «Quando ormai pensava che non avrebbe più potuto venire, il 22 gennaio 2003 arriva a Trivolzio. Era una giornata molto fredda. Ha celebrato la santa messa stando in piedi e rifiutando la carrozzella che gli offrivano. Ha distribuito la comunione ai presenti e con loro ha pregato per i malati e per tutte le varie necessità. Al termine abbiamo parlato un po’ anche del restauro della cascina per il centro di accoglienza che non eravamo ancora riusciti ad iniziare. All’uscita della chiesa si è intrattenuto con alcuni che stavano venendo da san Riccardo».
Pure le ultime parole pubbliche di don Giussani, per l’intenzione della santa messa dell’11 febbraio 2005, giorno anniversario del riconoscimento pontificio della Fraternità di Comunione e liberazione, pochi giorni prima della sua morte avvenuta il 22 febbraio 2005, furono un invito alla dolce memoria di Gesù all’opera nei santi: «Ricordiamoci spesso di Gesù Cristo, perché il cristianesimo è l’annuncio che Dio si è fatto uomo e soltanto vivendo il più possibile i nostri rapporti con Cristo noi “rischiamo” di fare come lui».       A chi fosse a suo agio più con termini teoretici che narrativi, si potrebbe far notare che in questa vicenda viene in rilievo la verità dogmatica della comunione dei santi che il Credo degli Apostoli pone tra gli effetti dello Spirito Santo e con cui papa Paolo VI termina il Credo del popolo di Dio, in consonanza non casuale con la sensibilità di don Giussani: «Crediamo nella comunione di tutti i fedeli di Cristo, di coloro che sono pellegrini su questa terra, dei defunti che compiono la loro purificazione e dei beati del cielo, i quali tutti insieme formano una sola Chiesa; noi crediamo che in questa comunione l’amore misericordioso di Dio e dei suoi santi ascolta costantemente le nostre preghiere, secondo la parola di Gesù “Chiedete e riceverete”».

        Note biografiche

Erminio Filippo Pampuri, poi fra Riccardo, nasce il 2 agosto 1897 a Trivolzio (Pv). Decimo di undici figli, rimasto orfano della madre a soli tre anni, viene accolto in casa degli zii materni, a Torrino, frazione di Trivolzio.     Nella locale chiesa parrocchiale viene battezzato, riceve il sacramento della Cresima e la prima Comunione. Nel collegio vescovile Sant’Agostino di Pavia compie gli studi ginnasiali e liceali, si iscrive poi all’Università di Pavia dove, il 6 luglio 1921, si laurea a pieni voti nella facoltà di Medicina, dopo essere stato militare durante la Prima guerra mondiale e avere ricevuto la medaglia di bronzo per aver portato in salvo i medicinali. Dal 1921 al 1927 fu medico condotto a Morimondo, donandosi con tanto amore agli ammalati (veniva chiamato “il dottor carità”) e collaborando con il parroco alle varie attività della parrocchia.
Nel luglio del 1927 entra nell’Ordine ospedaliero dei Fatebenefratelli, assumendo il nome di fra Riccardo.     Muore a Milano il 1° maggio 1930. I funerali si svolgono a Trivolzio, nel cui cimitero viene sepolto. Il 16 maggio 1951 il corpo viene collocato nella locale chiesa parrocchiale, dove tuttora è custodito, visibile e venerato.
Giovanni Paolo II lo beatifica il 4 ottobre 1981 e lo proclama santo il 1° novembre 1989. San Riccardo Pampuri è festeggiato il 1° maggio (giorno della sua morte). Viene ricordato anche il 16 maggio (giorno della traslazione del suo corpo).     Da 30 Giorni / 2006

Da Trivolzio a Rochester

Due lettere a don Giussani. Il ringraziamento di padre Gerry per il dono di una statua di san Riccardo posta nella chiesa di Saint John, a un passo dalla Mayo Clinic. E la testimonianza di don Angelo dopo una messa in onore del santo lombardo

17 gennaio 2003 San Riccardo Pampuri sratatua art_2 Caro don Giussani, ti scrivo per dirti la mia sentita gratitudine per il tuo prezioso dono della statua di san Riccardo. La mia personale esperienza di guarigione fisica e la profonda consapevolezza del significato della Sua presenza mi ha portato a riconoscere il Mistero in modi che non avrei mai immaginato prima di questa esperienza.

Sono profondamente commosso dalla tua generosità e dal tuo desiderio che san Riccardo possa essere presente nella chiesa di San Giovanni Evangelista, qui a Rochester, Minnesota, alla luce del fatto che nelle immediate vicinanze sorge la Mayo Medical Community, un istituto di fama mondiale.

Dall’arrivo di san Riccardo ho continuato a indirizzare a lui gente di ogni parte del mondo e degli Stati Uniti, che veniva nella nostra chiesa provenendo dalla Mayo Medical Community. Per darti un’idea del numero di pazienti nella nostra città e nella nostra chiesa, dalla Mayo dipendono circa 2.000 medici e c’è un afflusso costante di pazienti che visitano la nostra comunità e la nostra chiesa.

È ormai una consuetudine per me invitare i pazienti a visitare san Riccardo chiedendogli di intercedere per la loro salute. C’è qualcuno che ha appena saputo di avere un tumore al cervello, o che si sta preparando a un grave intervento chirurgico, o ancora che si è appena visto sospendere l’assistenza sanitaria in seguito a un male incurabile, e tutti vengono qui a cercare conforto. Ci sono anche dei medici che hanno cominciato a mettermi al corrente del fatto che nell’incontrare i loro pazienti domandano la presenza di san Riccardo, e sono spalancati nella ricerca della saggezza del Mistero.

Ci sono pazienti che si recano in visita da san Riccardo perché il loro cuore è colmo di gratitudine in seguito a notizie molto positive che hanno ricevuto attraverso la loro esperienza di cure alla Mayo. Le storie sono infinite e le possibilità cominciano ad aprirsi solo ora. San Riccardo ha uno spazio particolare nella nostra chiesa; stiamo preparando un volantino che spieghi la sua storia, e la frase che ci hai inviato sarà collocata permanentemente accanto alla statua di san Riccardo.

Don Giussani, non posso nemmeno immaginare quali possibilità si aprono grazie a questo dono che ci offri, né sono in grado di vedere quello che vedi tu, nel comprendere come la presenza di san Riccardo sarà così profonda e vivificante. Sono particolarmente grato per la particolare assistenza di don Fabio e di Giorgio Vittadini per facilitare tutti i passi necessari affinché san Riccardo potesse arrivare nella nostra chiesa. E ancora, ringrazio te per questa amicizia attraverso il tuo carisma, che realizza e tocca la mia vita e la vita di tante altre persone.

Ho sempre bisogno delle tue indicazioni come di un padre e riconosco umilmente la nostra amicizia. Ho continuamente bisogno di essere stimolato a vivere questa compagnia sul cammino che ho davanti qui a Rochester, Minnesota, Usa. Ti ricordo ogni giorno davanti alla statua di san Riccardo, qui nella nostra chiesa, pregandolo perché ti conceda la benedizione della salute, e sono pieno di gratitudine per il carisma che hai ricevuto e così apertamente metti in pratica nell’annunciare la Buona Novella di Gesù Cristo. Con affetto.Padre Gerry Mahon, Parrocchia di Saint John, Rochester, Minnesota

25 gennaio 2003     Carissimo monsignore, grazie. Grazie di essere venuto mercoledì 22 gennaio ancora una volta a celebrare la santa Messa in onore di san Riccardo Pampuri in questa chiesa ove è custodito il suo corpo. Grazie di avere fatto conoscere il Pampuri in tutto il mondo indicandolo come il cristiano che ci aiuta a capire che la santità non è un privilegio di pochi, ma tutti, se vogliamo, possiamo diventare santi se, come Riccardo, anche noi mettiamo Dio al centro della nostra vita e cerchiamo di fare ogni cosa con amore nell’adempimento del nostro lavoro quotidiano.     Mentre lei celebrava la santa Messa, io ripensavo ai miei 15 anni a Trivolzio. Sono giunto nel 1988, il Pampuri era beato, io lo conoscevo, ma non avrei mai pensato che la sua devozione potesse diffondersi così tanto. Appena giunto a Trivolzio pensavo in modo particolare all’oratorio, alle attività parrocchiali… Poi nel 1989 ho avuto il privilegio di concelebrare in piazza San Pietro la santa Messa con il Papa per la canonizzazione di Riccardo Pampuri.     In questa nostra chiesa veniva gente a pregare il Santo, ma questa devozione era solo in ambito locale da parte dei Fatebenefratelli. Poi nel 1995 la svolta: lei ha indicato, dopo un miracolo, san Riccardo Pampuri al popolo di Comunione e Liberazione e da allora sempre più persone di tutto il mondo giungono qui a chiedere al medico salute, grazie e guarigioni per il corpo e al santo l’aiuto a capire la propria vocazione e il senso della vita da realizzare con amore.     I giovani, i tantissimi giovani che vengono qui, lo sentono come un amico che come loro ha faticato e tribolato e a cui chiedere aiuto nel cammino della propria vita. Una giovane, tempo fa, mi raccontava che al sabato sera diceva al padre, che non frequentava la chiesa, di andare dal Pampuri e il padre pensava andasse in discoteca; poi, quando ha scoperto che il Pampuri era un santo che distribuisce grazie, ha chiesto di venire qui anche lui.     Vengono poi le famiglie con tanti bambini a chiedere a san Riccardo la forza per il loro cammino quotidiano. Alcuni mesi fa ho trovato rotta una statua di san Riccardo che era in vendita; alcuni miei collaboratori si sono preoccupati, ma alla sera ho trovato in una cassetta una busta con i soldi della statua e con questa letterina: «Per vedere bene la statua l’abbiamo rotta involontariamente. Allora abbiamo rotto il salvadanaio e paghiamo. Chiediamo perdono a don Angelo e a san Riccardo. Saluti, ciao. Sandro ed Emanuel. Perdonaci e san Riccardo ci benedica». Certamente san Riccardo ha perdonato e benedetto quei bambini e io avrei voluto ringraziarli per la loro onestà e l’esempio che ci hanno dato.     Qui oggi è sorto un santuario ed è nato per un disegno di Dio. Io mi sono limitato a non oppormi a quello che lui, il Signore, voleva e il Signore per intercessione di san Riccardo continua a distribuire grazie.     Monsignore, le rinnovo l’invito che le ho fatto al termine della santa Messa: venga quando vuole qui a pregare san Riccardo e a celebrare la santa Messa.     Io la ricordo tutti i giorni a san Riccardo Pampuri perché le sia vicino con il suo aiuto e protezione e lei possa ancora per molti anni essere guida in mezzo a noi e chiedo a lei una preghiera perché io possa essere sempre disponibile e accogliente verso tutti quelli che vengono qui. Don Angelo Beretta, Parrocchia dei SS. MM. Cornelio e Cipriano, Trivolzio, Pavia
Da TRACCE 2003 / n.3

Dieci anni di incontri. Di preghiere di un popolo Renato Farina

L’inizio in una lettera pubblicata da Tracce. La devozione di don Giussani al medico santo dei Fatebenefratelli. In questi dieci anni da tutto il mondo sono giunte preghiere, richieste, notizie di grazie. E ogni domenica la chiesa si riempie di pellegrini
Una qualsiasi domenica dell’anno, da dieci anni a questa parte (anche se la domenica non è mai qualsiasi). Sull’autostrada che da Milano va a Genova, verso le 10.30 del mattino e poi a metà pomeriggio, molte auto, scorgendo un campanile nella bella campagna, escono al casello di Bereguardo-Pavia Sud. Si entra nel paesino di Trivolzio (poco più di mille abitanti). Qui c’è qualcosa che cattura e non è una fiera, o forse sì, ma di altro genere. Non ci sono mercanzie in vendita, ma ci sono persone che camminano chi svelte, chi piano piano. Ma i volti! È uno spettacolo. I volti sono trasparenti e protesi a commerciare con Qualcuno i desideri più grandi, a mettersi nelle sue mani. È come se tutti fossero costretti da un padrone di casa premuroso a levarsi le armature invisibili con cui ci si protegge dallo stupore. Si entra nella chiesa cinquecentesca dei Santi Cornelio e Cipriano. Sulla porta ad accogliere c’è sempre il parroco, don Angelo Beretta. Ed ecco, c’è una grande teca di cristallo. In essa un corpo nelle nere vesti dei Fatebenefratelli e la maschera argentea sulla faccia. È il corpo di un morto, ma tutti sanno che è per la resurrezione, è così evidente: san Riccardo Pampuri.     Intorno ci sono grandi libri dove si scrivono le invocazioni. Si fa la fila. C’è la santa messa, si recita la preghiera a san Riccardo e poi si bacia la reliquia. Accanto c’è la stanza-museo, dove ci sono oggetti e indumenti del Santo. Si possono raccogliere immaginette e corone del Rosario. Qualcosa, però, accade. C’è un incontro. La medaglietta strofinata Chi scrive è uno dei pellegrini. Impressiona chiunque questa unicità del cattolicesimo: ciascuno è da solo con il Signore, eppure si è un popolo. Lo si capisce leggendo le preghiere che riempiono ormai 143 grandi volumi. Quelle scritte, le altre poi… Ne parliamo ora perché c’è un anniversario. Questo rinascimento religioso (o forse Medioevo d’oro) a venti minuti d’auto da Milano compie dieci anni.     Gli inizi sono tutti in una lettera pubblicata da Tracce nel febbraio del 1995. Cristina Bologna racconta la visita «al vicino di casa san Riccardo» con alcune Memores che abitano da quelle parti. La richiesta di una grazia per un’amica malata di tumore. La semplicità dello strofinare un’immaginetta del Santo sulla divisa della banda musicale. «Questo gesto è per sottolineare la fisicità della domanda. Non è un gesto da fanatici, ma perché siamo concreti», spiega Laura che consigliò a Cristina di far così. Data l’immagine all’amica malata, sparì ogni segno del male. Può accadere, non è per forza un miracolo in senso, diciamo così, tecnico. Ma la guarigione era certa. Tracce raccontò questo sotto l’impulso di don Giussani, da allora vivamente devoto a questo Santo, appena proclamato tale da papa Wojtyla (1989). Un giovane medico condotto, che stava tra i ragazzi, poi membro dei Fatebenefratelli. Opere? La carità, «far sempre la volontà del Signore», «aver sempre grandi desideri». Sono anch’io testimone di un miracolo: la trasformazione di un luogo di dolore e morte in qualcosa di risorto. Negli ultimi mesi del 2000 mio padre Guido fu ricoverato per un cancro all’ospedale di Desio. Nulla da fare. Nei mesi precedenti, di fede robusta ma non particolarmente devoto, era stato con la famiglia da san Riccardo e ne fu toccato. Nella sua stanza di malati terminali, di atei, e forse persino di un musulmano, la vita cambiò. Persino quando morì uno di loro, e non era ancora giunto l’infermiere, dinanzi a quel defunto essi pregarono il Requiem e la preghiera di san Riccardo. Io vidi qualcosa di simile solo a Calcutta, nella casa dei moribondi di Madre Teresa. La vita nuova, nella morte.
Il “custode” di san Riccardo Don Angelo Beretta è il custode sollecito di tutto questo movimento riccardiano. Racconta di come ormai la fama di questo santuario si sia sparsa nel mondo, e di come gli telefonino da ogni dove, ben oltre i confini di Comunione e Liberazione e perfino del cattolicesimo, per farsi spiegare come arrivare, per domandare una preghiera. Ora racconta con gratitudine: «Mentre stavamo pensando se era possibile organizzare qualche manifestazione per il 1997, centenario della nascita di san Riccardo, un sabato mattina del febbraio 1995, vengo chiamato in chiesa e la trovo piena di gente. «San Riccardo ha fatto un miracolo», mi si dice. Certo, san Riccardo di miracoli ne ha fatti certamente, altrimenti non sarebbe santo. La gente che è in Chiesa appartiene a Comunione e Liberazione e mi mostrano una copia di Tracce, ove c’è il racconto della vita del nostro Santo e il racconto di un miracolo appena fatto da san Riccardo. Da quel momento inizia il pellegrinaggio di tantissima gente qui a Trivolzio, al sabato sera ci sono tantissimi giovani e alla domenica ci sono famiglie con tanti bambini. Alcuni di Cl conoscevano già san Riccardo: qui vicino, a Coazzano, c’è una casa dei Memores da tanto tempo dedicata al beato Riccardo Pampuri; e Lorenzo Frugiuele, che ha scritto una vita in versi di san Riccardo, veniva già prima del 1995 a pregarlo per avere aiuto nella sua malattia. Era don Giussani ad aver spinto a questo».
Le sorprese del Signore Continua don Beretta: «Io non appartenevo a Cl, ma ne avevo sentito parlare da don Giulio Bosco, un mio compagno di seminario, morto giovane in montagna. Io sono convinto che dobbiamo essere attenti a ciò che il Signore compie in mezzo a noi e favorire il bene anche se non lo abbiamo organizzato noi. Ho incontrato monsignor Giussani quando è venuto la prima volta a celebrare la santa messa da San Riccardo. Vado in piazza della chiesa e lo vedo arrivare. Era la prima volta che lo incontravo, eppure dopo poche parole sembrava che mi conoscesse da sempre. Dopo la messa, è venuto all’oratorio a prendere un caffè, non con il latte, ma con un grappino. Abbiamo parlato e mi sentivo veramente a mio agio. Poi mi chiede perché non compero la cascina che c’è a lato della piazza della chiesa e che era appena rimasta disabitata, per creare un luogo di accoglienza. Io ero perplesso, ma lui mi ha incoraggiato dicendomi: «Ti mando io i soldi per la caparra», lasciando meravigliati quelli che lo accompagnavano. È stato questo l’inizio del progetto per un centro di ospitalità e di ristoro, dove si possano anche tenere incontri. Almeno per il primo lotto speriamo di inaugurarlo – e ringrazio soprattutto per questo Antonio Intiglietta, Saverio Valsasnini, Mauro Berti – il prossimo maggio». È sempre molto pratico san Riccardo, e lo sono anche quelli che ne continuano la missione. Gli chiedo: come intitolerebbe questi dieci anni? Don Angelo sospira, mentre guarda l’orologio e cerca di fare accomodare i fedeli: «Le sorprese del Signore…».
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Note biografiche

Erminio Filippo Pampuri, poi fra Riccardo, nasce il 2 agosto 1897 a Trivolzio (Pv). Decimo di undici figli, rimasto orfano della madre a soli tre anni, viene accolto in casa degli zii materni, a Torrino, frazione di Trivolzio.     Nella locale chiesa parrocchiale viene battezzato, riceve il sacramento della Cresima e la prima Comunione. Nel collegio vescovile Sant’Agostino di Pavia compie gli studi ginnasiali e liceali, si iscrive poi all’Università di Pavia dove, il 6 luglio 1921, si laurea a pieni voti nella facoltà di Medicina, dopo essere stato militare durante la Prima guerra mondiale e avere ricevuto la medaglia di bronzo per aver portato in salvo i medicinali. Dal 1921 al 1927 fu medico condotto a Morimondo, donandosi con tanto amore agli ammalati (veniva chiamato “il dottor carità”) e collaborando con il parroco alle varie attività della parrocchia.
Nel luglio del 1927 entra nell’Ordine ospedaliero dei Fatebenefratelli, assumendo il nome di fra Riccardo.     Muore a Milano il 1° maggio 1930. I funerali si svolgono a Trivolzio, nel cui cimitero viene sepolto. Il 16 maggio 1951 il corpo viene collocato nella locale chiesa parrocchiale, dove tuttora è custodito, visibile e venerato.
Giovanni Paolo II lo beatifica il 4 ottobre 1981 e lo proclama santo il 1° novembre 1989. San Riccardo Pampuri è festeggiato il 1° maggio (giorno della sua morte). Viene ricordato anche il 16 maggio (giorno della traslazione del suo corpo).     Da 30 Giorni / 2006

Da Trivolzio a Rochester

Due lettere a don Giussani. Il ringraziamento di padre Gerry per il dono di una statua di san Riccardo posta nella chiesa di Saint John, a un passo dalla Mayo Clinic. E la testimonianza di don Angelo dopo una messa in onore del santo lombardo

17 gennaio 2003 

Caro don Giussani, ti scrivo per dirti la mia sentita gratitudine per il tuo prezioso dono della statua di san Riccardo. La mia personale esperienza di guarigione fisica e la profonda consapevolezza del significato della Sua presenza mi ha portato a riconoscere il Mistero in modi che non avrei mai immaginato prima di questa esperienza.

Sono profondamente commosso dalla tua generosità e dal tuo desiderio che san Riccardo possa essere presente nella chiesa di San Giovanni Evangelista, qui a Rochester, Minnesota, alla luce del fatto che nelle immediate vicinanze sorge la Mayo Medical Community, un istituto di fama mondiale.

Dall’arrivo di san Riccardo ho continuato a indirizzare a lui gente di ogni parte del mondo e degli Stati Uniti, che veniva nella nostra chiesa provenendo dalla Mayo Medical Community. Per darti un’idea del numero di pazienti nella nostra città e nella nostra chiesa, dalla Mayo dipendono circa 2.000 medici e c’è un afflusso costante di pazienti che visitano la nostra comunità e la nostra chiesa.

È ormai una consuetudine per me invitare i pazienti a visitare san Riccardo chiedendogli di intercedere per la loro salute. C’è qualcuno che ha appena saputo di avere un tumore al cervello, o che si sta preparando a un grave intervento chirurgico, o ancora che si è appena visto sospendere l’assistenza sanitaria in seguito a un male incurabile, e tutti vengono qui a cercare conforto. Ci sono anche dei medici che hanno cominciato a mettermi al corrente del fatto che nell’incontrare i loro pazienti domandano la presenza di san Riccardo, e sono spalancati nella ricerca della saggezza del Mistero.

Ci sono pazienti che si recano in visita da san Riccardo perché il loro cuore è colmo di gratitudine in seguito a notizie molto positive che hanno ricevuto attraverso la loro esperienza di cure alla Mayo. Le storie sono infinite e le possibilità cominciano ad aprirsi solo ora. San Riccardo ha uno spazio particolare nella nostra chiesa; stiamo preparando un volantino che spieghi la sua storia, e la frase che ci hai inviato sarà collocata permanentemente accanto alla statua di san Riccardo.

Don Giussani, non posso nemmeno immaginare quali possibilità si aprono grazie a questo dono che ci offri, né sono in grado di vedere quello che vedi tu, nel comprendere come la presenza di san Riccardo sarà così profonda e vivificante. Sono particolarmente grato per la particolare assistenza di don Fabio e di Giorgio Vittadini per facilitare tutti i passi necessari affinché san Riccardo potesse arrivare nella nostra chiesa. E ancora, ringrazio te per questa amicizia attraverso il tuo carisma, che realizza e tocca la mia vita e la vita di tante altre persone.

Ho sempre bisogno delle tue indicazioni come di un padre e riconosco umilmente la nostra amicizia. Ho continuamente bisogno di essere stimolato a vivere questa compagnia sul cammino che ho davanti qui a Rochester, Minnesota, Usa. Ti ricordo ogni giorno davanti alla statua di san Riccardo, qui nella nostra chiesa, pregandolo perché ti conceda la benedizione della salute, e sono pieno di gratitudine per il carisma che hai ricevuto e così apertamente metti in pratica nell’annunciare la Buona Novella di Gesù Cristo. Con affetto. Padre Gerry Mahon, Parrocchia di Saint John, Rochester, Minnesota

25 gennaio 2003     Carissimo monsignore, grazie. Grazie di essere venuto mercoledì 22 gennaio ancora una volta a celebrare la santa Messa in onore di san Riccardo Pampuri in questa chiesa ove è custodito il suo corpo. Grazie di avere fatto conoscere il Pampuri in tutto il mondo indicandolo come il cristiano che ci aiuta a capire che la santità non è un privilegio di pochi, ma tutti, se vogliamo, possiamo diventare santi se, come Riccardo, anche noi mettiamo Dio al centro della nostra vita e cerchiamo di fare ogni cosa con amore nell’adempimento del nostro lavoro quotidiano.     Mentre lei celebrava la santa Messa, io ripensavo ai miei 15 anni a Trivolzio. Sono giunto nel 1988, il Pampuri era beato, io lo conoscevo, ma non avrei mai pensato che la sua devozione potesse diffondersi così tanto. Appena giunto a Trivolzio pensavo in modo particolare all’oratorio, alle attività parrocchiali… Poi nel 1989 ho avuto il privilegio di concelebrare in piazza San Pietro la santa Messa con il Papa per la canonizzazione di Riccardo Pampuri.     In questa nostra chiesa veniva gente a pregare il Santo, ma questa devozione era solo in ambito locale da parte dei Fatebenefratelli. Poi nel 1995 la svolta: lei ha indicato, dopo un miracolo, san Riccardo Pampuri al popolo di Comunione e Liberazione e da allora sempre più persone di tutto il mondo giungono qui a chiedere al medico salute, grazie e guarigioni per il corpo e al santo l’aiuto a capire la propria vocazione e il senso della vita da realizzare con amore.     I giovani, i tantissimi giovani che vengono qui, lo sentono come un amico che come loro ha faticato e tribolato e a cui chiedere aiuto nel cammino della propria vita. Una giovane, tempo fa, mi raccontava che al sabato sera diceva al padre, che non frequentava la chiesa, di andare dal Pampuri e il padre pensava andasse in discoteca; poi, quando ha scoperto che il Pampuri era un santo che distribuisce grazie, ha chiesto di venire qui anche lui.     Vengono poi le famiglie con tanti bambini a chiedere a san Riccardo la forza per il loro cammino quotidiano. Alcuni mesi fa ho trovato rotta una statua di san Riccardo che era in vendita; alcuni miei collaboratori si sono preoccupati, ma alla sera ho trovato in una cassetta una busta con i soldi della statua e con questa letterina: «Per vedere bene la statua l’abbiamo rotta involontariamente. Allora abbiamo rotto il salvadanaio e paghiamo. Chiediamo perdono a don Angelo e a san Riccardo. Saluti, ciao. Sandro ed Emanuel. Perdonaci e san Riccardo ci benedica». Certamente san Riccardo ha perdonato e benedetto quei bambini e io avrei voluto ringraziarli per la loro onestà e l’esempio che ci hanno dato.     Qui oggi è sorto un santuario ed è nato per un disegno di Dio. Io mi sono limitato a non oppormi a quello che lui, il Signore, voleva e il Signore per intercessione di san Riccardo continua a distribuire grazie.     Monsignore, le rinnovo l’invito che le ho fatto al termine della santa Messa: venga quando vuole qui a pregare san Riccardo e a celebrare la santa Messa.     Io la ricordo tutti i giorni a san Riccardo Pampuri perché le sia vicino con il suo aiuto e protezione e lei possa ancora per molti anni essere guida in mezzo a noi e chiedo a lei una preghiera perché io possa essere sempre disponibile e accogliente verso tutti quelli che vengono qui. Don Angelo Beretta, Parrocchia dei SS. MM. Cornelio e Cipriano, Trivolzio, Pavia
Da TRACCE 2003 / n.3

Dieci anni di incontri. Di preghiere di un popolo Renato Farina

L’inizio in una lettera pubblicata da Tracce. La devozione di don Giussani al medico santo dei Fatebenefratelli. In questi dieci anni da tutto il mondo sono giunte preghiere, richieste, notizie di grazie. E ogni domenica la chiesa si riempie di pellegrini
Una qualsiasi domenica dell’anno, da dieci anni a questa parte (anche se la domenica non è mai qualsiasi). Sull’autostrada che da Milano va a Genova, verso le 10.30 del mattino e poi a metà pomeriggio, molte auto, scorgendo un campanile nella bella campagna, escono al casello di Bereguardo-Pavia Sud. Si entra nel paesino di Trivolzio (poco più di mille abitanti). Qui c’è qualcosa che cattura e non è una fiera, o forse sì, ma di altro genere. Non ci sono mercanzie in vendita, ma ci sono persone che camminano chi svelte, chi piano piano. Ma i volti! È uno spettacolo. I volti sono trasparenti e protesi a commerciare con Qualcuno i desideri più grandi, a mettersi nelle sue mani. È come se tutti fossero costretti da un padrone di casa premuroso a levarsi le armature invisibili con cui ci si protegge dallo stupore. Si entra nella chiesa cinquecentesca dei Santi Cornelio e Cipriano. Sulla porta ad accogliere c’è sempre il parroco, don Angelo Beretta. Ed ecco, c’è una grande teca di cristallo. In essa un corpo nelle nere vesti dei Fatebenefratelli e la maschera argentea sulla faccia. È il corpo di un morto, ma tutti sanno che è per la resurrezione, è così evidente: san Riccardo Pampuri.     Intorno ci sono grandi libri dove si scrivono le invocazioni. Si fa la fila. C’è la santa messa, si recita la preghiera a san Riccardo e poi si bacia la reliquia. Accanto c’è la stanza-museo, dove ci sono oggetti e indumenti del Santo. Si possono raccogliere immaginette e corone del Rosario. Qualcosa, però, accade. C’è un incontro. La medaglietta strofinata Chi scrive è uno dei pellegrini. Impressiona chiunque questa unicità del cattolicesimo: ciascuno è da solo con il Signore, eppure si è un popolo. Lo si capisce leggendo le preghiere che riempiono ormai 143 grandi volumi. Quelle scritte, le altre poi… Ne parliamo ora perché c’è un anniversario. Questo rinascimento religioso (o forse Medioevo d’oro) a venti minuti d’auto da Milano compie dieci anni.     Gli inizi sono tutti in una lettera pubblicata da Tracce nel febbraio del 1995. Cristina Bologna racconta la visita «al vicino di casa san Riccardo» con alcune Memores che abitano da quelle parti. La richiesta di una grazia per un’amica malata di tumore. La semplicità dello strofinare un’immaginetta del Santo sulla divisa della banda musicale. «Questo gesto è per sottolineare la fisicità della domanda. Non è un gesto da fanatici, ma perché siamo concreti», spiega Laura che consigliò a Cristina di far così. Data l’immagine all’amica malata, sparì ogni segno del male. Può accadere, non è per forza un miracolo in senso, diciamo così, tecnico. Ma la guarigione era certa. Tracce raccontò questo sotto l’impulso di don Giussani, da allora vivamente devoto a questo Santo, appena proclamato tale da papa Wojtyla (1989). Un giovane medico condotto, che stava tra i ragazzi, poi membro dei Fatebenefratelli. Opere? La carità, «far sempre la volontà del Signore», «aver sempre grandi desideri». Sono anch’io testimone di un miracolo: la trasformazione di un luogo di dolore e morte in qualcosa di risorto. Negli ultimi mesi del 2000 mio padre Guido fu ricoverato per un cancro all’ospedale di Desio. Nulla da fare. Nei mesi precedenti, di fede robusta ma non particolarmente devoto, era stato con la famiglia da san Riccardo e ne fu toccato. Nella sua stanza di malati terminali, di atei, e forse persino di un musulmano, la vita cambiò. Persino quando morì uno di loro, e non era ancora giunto l’infermiere, dinanzi a quel defunto essi pregarono il Requiem e la preghiera di san Riccardo. Io vidi qualcosa di simile solo a Calcutta, nella casa dei moribondi di Madre Teresa. La vita nuova, nella morte.

Il “custode” di san Riccardo Don Angelo Beretta è il custode sollecito di tutto questo movimento riccardiano. Racconta di come ormai la fama di questo santuario si sia sparsa nel mondo, e di come gli telefonino da ogni dove, ben oltre i confini di Comunione e Liberazione e perfino del cattolicesimo, per farsi spiegare come arrivare, per domandare una preghiera. Ora racconta con gratitudine: «Mentre stavamo pensando se era possibile organizzare qualche manifestazione per il 1997, centenario della nascita di san Riccardo, un sabato mattina del febbraio 1995, vengo chiamato in chiesa e la trovo piena di gente. «San Riccardo ha fatto un miracolo», mi si dice. Certo, san Riccardo di miracoli ne ha fatti certamente, altrimenti non sarebbe santo. La gente che è in Chiesa appartiene a Comunione e Liberazione e mi mostrano una copia di Tracce, ove c’è il racconto della vita del nostro Santo e il racconto di un miracolo appena fatto da san Riccardo. Da quel momento inizia il pellegrinaggio di tantissima gente qui a Trivolzio, al sabato sera ci sono tantissimi giovani e alla domenica ci sono famiglie con tanti bambini. Alcuni di Cl conoscevano già san Riccardo: qui vicino, a Coazzano, c’è una casa dei Memores da tanto tempo dedicata al beato Riccardo Pampuri; e Lorenzo Frugiuele, che ha scritto una vita in versi di san Riccardo, veniva già prima del 1995 a pregarlo per avere aiuto nella sua malattia. Era don Giussani ad aver spinto a questo».

Le sorprese del Signore Continua don Beretta: «Io non appartenevo a Cl, ma ne avevo sentito parlare da don Giulio Bosco, un mio compagno di seminario, morto giovane in montagna. Io sono convinto che dobbiamo essere attenti a ciò che il Signore compie in mezzo a noi e favorire il bene anche se non lo abbiamo organizzato noi. Ho incontrato monsignor Giussani quando è venuto la prima volta a celebrare la santa messa da San Riccardo. Vado in piazza della chiesa e lo vedo arrivare. Era la prima volta che lo incontravo, eppure dopo poche parole sembrava che mi conoscesse da sempre. Dopo la messa, è venuto all’oratorio a prendere un caffè, non con il latte, ma con un grappino. Abbiamo parlato e mi sentivo veramente a mio agio. Poi mi chiede perché non compero la cascina che c’è a lato della piazza della chiesa e che era appena rimasta disabitata, per creare un luogo di accoglienza. Io ero perplesso, ma lui mi ha incoraggiato dicendomi: «Ti mando io i soldi per la caparra», lasciando meravigliati quelli che lo accompagnavano. È stato questo l’inizio del progetto per un centro di ospitalità e di ristoro, dove si possano anche tenere incontri. Almeno per il primo lotto speriamo di inaugurarlo – e ringrazio soprattutto per questo Antonio Intiglietta, Saverio Valsasnini, Mauro Berti – il prossimo maggio». È sempre molto pratico san Riccardo, e lo sono anche quelli che ne continuano la missione. Gli chiedo: come intitolerebbe questi dieci anni? Don Angelo sospira, mentre guarda l’orologio e cerca di fare accomodare i fedeli: «Le sorprese del Signore…».

E’ proprio lui a non vede l’ora che ci si affidi al riformatore Fra Riccardo e che venga lasciato libero di prendere in mano la situazione che si presenta senza apparenti vie d’uscita.

Nella sua spiritualità, troppo poco indagata, vi sono le premesse per una corretta interpretazione della Pentecoste Conciliare. Agli allegri e forse troppo disinvolti passeggeri del treno dell’Ospitalità oggi viene offerta la grande opportunità di ripensare i percorsi ad alto rischio di deragliamento, sui quali sta transitando il convoglio. Essi sono facilmente individuabili perchè ormai evidenti.
Sarebbe grave assistere ad un’ecatombe prima che vi si sia posta mano per porvi rimedio. Ormai tutti sanno che, anche una lunga e bellissima storia d’amore può esaurirsi e collassare, se non viene rianimata per tempo.

Il Concilio ha chiesto agli ordini religiosi di revisionare le Costituzioni per allinearle alle indicazioni espresse dai Padri negli Atti. Per anni tutti sono stati coinvolti in una  consultazione di base. Le giornate di convegno, i viaggi e le tavole rotonde non si contano. Poi gli esegeti ed i teologi hanno dato il tocco finale. Il risultato è davvero encomiabile!

Ho appena preso in mano quelle dei Fatebenefratelli. Bellissime! Forse le migliori che mai siano state scritte nei cinque secoli dell’Ordine. Esse sono una sorgente di citazioni bibliche, i documenti del magistero fungono da tessuto connettivo. A confronto, le precedenti impallidiscono.

Ma… Pur mantenuta nella forma e, nonostante le indicazioni contrarie, forse è saltata la Vita Comune. Che non sia da reinventarecome  Fraternità, più che luogo di “appartamento” per il cibo e il riposo? I laici sono sempre più spesso commensali. Ma basta?

“Lex orandi, lex credendi: si crede come si prega.”

Ma si potrebbe aggiungere: si ama come si vive.

E’ impressione diffusa che le riforme abbiano riguardato i testi, non le persone che, un po’ alla volta si son fatte i “vade mecum” personalizzati, ossia degli auto-regolamenti molto permissivi, a misura d’uomo, con i quali una percentuale significativa tutela la sua libertà personale che è sacra. Che, se in essi fosse prevista anche la “libera circolazione delle merci”, sul modello della comunità europea, senza il condizionamento dei disgustosi dazi di povertà e obbedienza, tanto cari al pregresso periodo oscurantista, allora la frittata è fatta.
Meglio buttarla in ridere , se non fosse una tragedia.

A ottant’anni dalla sua morte e superati tutti gli esami canonici sulla santità, a me sembra che stia per esplodere il grande carisma di Fra Riccardo, solo apparentemente “riformatore silenzioso”,  ma già all’opera da tempo.
Se fosse vera l’impressione, i primi ad essere “amorevolmente colpiti” saranno proprio i Fatebenefratelli. Che, se da un lato di lui si sentono quasi defraudati, espropriati, dall’altro troppo poco fanno per rivalutarlo e sdoganarlo dal ruolo di comprimario che sembra aver acquisito nel tempo.

AMBULATORIO

SAN RICCARDO PAMPURI

AMBULATORIO

SAN RICCARDO PAMPURI

E’ frquentato giorno e notte sul seguente sito:

O santo fratello Riccardo,

figlio del nostro tempo,

povero cuore verginale

solo obbediente a Dio,

votato a Lui per sempre,

meteora di santo

vestito di camice bianco

sull’umile saio,

segno

di vita donata ai fratelli,

ti prende l’amore di Dio per l’uomo

nel Cristo che passa e risana.

Carisma

ti dona lo Spirito Santo:

è tuo il dolore degl’altri

che mescoli a tisica carne,

la tua,

e al Corpo di Cristo.

Ed è comunione.

Hai occhi che vedono Dio

Sul volto dell’Uomo.

Nel dono

è la gioia.

Ed è diaconia.

Tu, giovane medico

chinato a curare

prescrivi ricette di scienza.

Al farmaco credi.

Ma qui non ti fermi:

abbini e trasfondi

per fede

il sangue di Cristo.

Nell’uomo malato,

se inietti la Vita,

recidi i legami profondi del male.

Ed è la missione.

Conosci il Signore,

la Carne risorta.

Il grano che muore

È già nel futuro di pane.

A trentatre anni

Ti fai profezia.

(A. Nocent)

Poni attenzione a questo ragazzo: è il frate della debolezza, accolto in convento nonostante la nota sua gracile salute. Chi lo ha ammesso, ha profeticamente intuito che egli aveva qualcosa d’importante da dire e da dare ai suoi fratelli e al mondo intero.

Fìssalo ora su questa foto di gruppo:

 

Lui è il  primo a sinistra. Il dolore è scritto sul suo viso scarno, emaciato. Una pleurite presa sul fronte del Piave, lentamente lo consuma come una candela, fino ad annientarlo.

Cos’ha da dire al mondo un ragazzo “stroncato”, riuscito a metà, seppur con una laurea di successo  in medicina e chirurgia (110 e lode) ? 

Cos’ha da dire un serio professionista, medico condotto,  ma che si ritrova, di fatto, impotente e crocifisso da uno stupido male che degenera e non gli dà tregua, fino a schiantarlo a 33 anni?

Alle lacrime degli innocenti nessuno di noi sa dare consolazione. Fra Riccardo èstato chiamato a parlare con la vita per i sofferenti di questo mondo che si era scrupolosamente preparato a servire al meglio. Il suo quarto voto di ospitalità ha trovato il suo pieno significato, fino a tramutarsi in carisma, proprio prendendo parte alle sofferenze che intendeva combattere e debellare, diventando così un annunciatore credibile della compassione divina. Ciò gli permette di esortarci anche oggi alla compassione umana.

Chi ha lacrime da versare, trova in lui un contenitore. Oggi, il suo ruolo di frate dell’ hospitalitas è di presentarle al trono di Dio.

Elevato agli onori degli altari, posto al centro, ci fa capire che il centro non è la sua persona, ma CRISTO, che egli solo rappresenta. Viene a dirci, come lo stesso Papa Giovanni Paolo II che lo ha proclamato santo, “mi glorio della mia debolezza”. (2 Cor 12,10)

Nessuno di noi è chiamato a costruire qualcosa per se stesso, non siamo noi a costruire la Chiesa universale: la forza viene da un’altra parte. A noi, l’esortazione dell’Apostolo che fra Riccardo ha preso alla lettera: “Per conto mio mi prodigherò volentieri, anzi consumerò me stesso per le vostre anime.” (2 Cor 12,14)


Inaugurata la prima Odontoclinica Militare.

Èstata inaugurata, alla città militare della Cecchignola, la prima Odontoclinica militare dedicata a “fra Riccardo Pampuri”. La cerimonia di inaugurazione, a cui hanno partecipato tra gli altri il prof. G. Dolci (Presidente del Collegio dei Docenti) ed il dr. G. Renzo (Presidente Commissione Centrale dell’Albo Odontoiatri) si è svolta presso il 16 febbraio presso la Scuola di Sanità e Veterinaria dell’Esercito. L’Odontoclinica militare, che si integra in un panorama già abbastanza nutrito e qualificato di strutture sanitarie militari dedicate all’Odontoiatria, sarà aperta non solo al personale militare ma anche ai familiari e, prossimamente, anche ai civili in generale.

Elena Maya Akisada Nocenthttps://dl.dropboxusercontent.com/u/4974877/ElenaLastPlayMP3.mp3

RICCARDO PAMPURI VISTO DA Luigi Bonandrini – Angelo Nocent

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RICCARDO PAMPURI

di Luigi Bonandrini

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18-_scan10273Pavia, il 2 agosto 1897. In una singolare “girandola”di nomi (Erminio, Filippo, Emilio, Miliotto, Antonio,Riccardo), è raccolta la storia di un medico straordinario, fuori da ogni schema professionale. Penultimo degli undici figli di Innocente e di Angela Campari, Pampuri viene battezzato con i nomi di Erminio e Filippo, all’indomani della nascita come d’uso per la elevata mortalità neonatale. Il padre è un negoziante di vini; la madre proviene da una famiglia di proprietari terrieri.

L’unione non è esemplare. La madre, chiamata Angiolina, è una santa donna, saggia e stimata; il padre, spesso alticcio e a volte anche manesco, alterna la gestione di una locanda a quella di una bottega di vini. La modesta cerimonia del battesimo si trasforma in un piccolo avvenimento: per la prima volta viene suonato il nuovo concerto, in Do maggiore, delle otto campane della Chiesa parrocchiale di Trivolzio. Il padre di Pampuri, per festeggiare il neonato, “tira giù la saracinesca del suo negozio” e alza il gomito un poco più del solito. Pampuri è orfano, orfano da sempre. La madre, sopraffatta dalle gravidanze e dalla tubercolosi, muore nel 1900; sul letto di morte l’Angiolina raccomanda il figlio alla sorella Maria che vive con il fratello Carlo, medico condotto di Torrino paesetto vicino Trivolzio.

1-san-riccardo-pampuri-suor-longinaCosì il piccolo Erminio, all’età di tre anni, perde contemporaneamente la madre e la famiglia. Qualche anno dopo, nel 1907, il padre di Pampuri, aspirante vinaiolo in quel di Milano, muore in un incidente di strada. Dei fratelli e delle sorelle di Pampuri, cinque muoiono in giovane età, uno muore in guerra ed uno solo si sposa; delle sorelle, una diviene suora delle Francescane d’Egitto”, l’altra sceglie di non maritarsi.

Pampuri, a Torino, trova casa e affetti; trova anche una nuova famiglia, formata dagli zii Carlo e Maria, dai prozii Pietro e Carlo, dal nonno Giovanni Campari e dalla domestica Carolina Bersan. Trova pure benessere, derivante dalla condotta e da duemila pertiche di terreno, un terreno “fertile e generoso, coltivato con fatica e costanza”. Curiosamente Pampuri trova anche un nuovo nome: Emilio, detto Miliotto da amici e parenti.

Torrino è un paese senza scuole. Pampuri frequenta le prime tre classi elementari a Trovo e le ultime due a Casorate Primo. Ogni giorno, per raggiungere la scuola,è costretto ad una “marcia” di qualche chilometro; si tempra il fisico e lo spirito, perché, nel viaggio, il ragazzino pensa, riflette e prega. I risultati scolastici sono buoni, non eccellenti; Pampuri brilla soltanto in aritmetica pratica, geometria e contabilità, unica materia nella quale si merita un bel nove. Il suo maestro, Luigi Balbi, ricorda due aspetti umani del suo allievo: il primo è la presenza costante alle lezioni pur “con il cattivo tempo e con le strade impraticabili”, il secondo è una bontà solare accompagnata da “una singolare mitezza di carattere”.

1-_scan10195-001A undici anni Pampuri si iscrive al Ginnasio A.Manzoni di Milano; ancora una volta è costretto a cambiar casa e si trasferisce dal fratello maggiore Ferdinando. Le faccende scolastiche si mettono male per Pampuri; gli zii, preoccupati, decidono di trasferirlo al Collegio S. Agostino di Pavia, in modo da tenerlo più facilmente sott’occhio. Il profitto cambia radicalmente e Pampuri “rinasce” sul piano scolastico e su quello psicologico: “tre attestati di lode, uno addirittura col premio”. Ancora una volta affiora il talento per la matematica e ancora una volta affiora la sua passione per la lettura: Pampuri

divora” libri di avventura, di storia e di viaggi.

Terminata la maturità classica al Liceo Ugo Foscolo di Pavia, Pampuri si trova di fronte ad una scelta difficile; l’impegno spirituale lo porterebbe verso il seminario, il debito di riconoscenza nei confronti dello zio lo porterebbe verso la facoltà di medicina. Prevale “l’autorità” dello zio Carlo, che vede nel nipote “il suo erede naturale nella professione”; il ragazzo è certamente combattuto fra spirito e ragione.

universita-di-paviaNell’autunno del 1915 Pampuri si iscrive alla Facoltà di Medicina e Chirurgia all’Università di Pavia; contemporaneamente entra a far parte del circolo FUCI San Severino Boezio, che si riunisce nel convento francescano di Canepanova. I primi tempi della vita universitaria trascorrono serenamente, anche perchè Pampuri è un tipo allegro e spiritoso. Si racconta che un giorno, di fronte al Giardino Orto Botanico, il conducente del tram si sia fermato per un bisogno fisiologico; Pampuri prende “allegramente” il posto del manovratore e guida il tram “per un certo tratto di strada”, suscitando l’ilarità generale.

San Riccardo Pampuri

San Riccardo Pampuri

Scoppia la guerra e Pampuri è chiamato al servizio militare. Alla prima visita di leva viene dichiarato rivedibile; Pampuri è un longilineo ipostenico con i tratti dell’insufficienza toracica. Alla visita successiva, nel 1917, è riconosciuto abile, più per necessità belliche che per qualità costituzionali; dopo tre mesi di addestramento a Milano, Pampuri acquisisce il grado di caporale. Viene arruolato nell’86ª Sezione di Sanità della IIIª Armata e parte per il fronte. È un periodo tristissimo per lui, perché in quello stesso anno il fratello Achille muore sul fronte bellico; amara la riflessione prospettica di Pampuri sulla tradotta che “torna vuota dopo aver scaricato le truppe al fronte”. Pampuri ha lo spirito del combattente e si merita una medaglia di bronzo al valor militare. La vicenda è singolare. Durante la ritirata di Caporetto, il 24 ottobre 1917, da solo e sotto la pioggia e le bombe nemiche, Pampuri “porta in salvo le attrezzature sanitarie”. Il prezzo che paga è altissimo: una pleurite che non lo abbandonerà per il resto della vita.

san-riccardo-pampuri-medicoPampuri si laurea a pieni voti all’Università di Pavia il 6 luglio 1921. La tesi é di assoluta avanguardia: “La determinazione della pressione arteriosa con un nuovo sfigmomanometro”.

L’argomento è uno dei fiori all’occhiello della Scuola Medica Pavese, perché lo sfigmomanometro passa alla storia della medicina con il nome di Scipione Riva – Rocci, allievo di Carlo Forlanini.

Il relatore della tesi di Pampuri è Eugenio Morelli, allievo di Forlanini e titolare della Patologia Speciale Medica dal 1919 al 1928, anno nel quale è chiamato a Roma per dirigere la prima cattedra italiana di Tisiologia. Il giudizio di Morelli su Pampuri, è significativo: “Studioso, diligentissimo, appassionato dello studio dell’ammalato; i pieni voti assoluti riportati all’esame di laurea, confermano il suo valore di medico”.

morimondo-trivolzio-certosa-23-luglio-2014-001Una volta laureato, Pampuri “sceglie la condotta”, una decisione coerente con il suo spirito e con la sua indole; “il dottore della mutua di Dio” esercita a Morimondo, paese della bassa milanese, a pochi chilometri dal suo paese natale.

Le posizioni di Pampuri sull’assistenza sanitaria sono precise, autonome ed assolute. Pampuri difende il diritto del malato a contare e ad avere di più, ma soprattutto ad “essere” di più. Non è casuale che Pampuri, dopo aver aderito al Sindacato Nazionale Fascista, ne dia le dimissioni; non se la sente di accettare l’art. 5 dello statuto, dove si scrive che “possono far parte del Sindacato Nazionale Medici Condotti, i medici che non appartengano a partiti a carattere antinazionale (e fin qui benissimo), che siano cioè contrari alle direttive politiche del fascismo”. Quella di Pampuri è la forza dei deboli: non accetta alcuna direttiva politica che possa condizionare la sua professione di medico. È un ribelle Pampuri e insegna a tutti che la pietà (pietas), la compassione (passio) e l’umanità (humanitas) sono le grandi armi dell’assistenza.

Oggigiorno questi valori tendono a scomparire dalla nostra società, che vede il paziente sotto l’ottica del cliente; a volte, a dire il vero, se i medici considerassero i pazienti come clienti, forse i malati avrebbero molto da guadagnare. Pampuri, nel campo dell’assistenza, propone gli stessi principi del primo santo dei Fatebenefratelli, San Giovanni di Dio, “il mendicante costruttore di Ospedali”, il quale sottolinea ”il nesso sostanziale che passa tra servire il prossimo e servire Dio”. La lezione di Pampuri è ancor più grande ed avanzata: “Un medico, facendo del bene agli altri, fa bene a sè stesso”.

Poco a poco Pampuri diviene un radicale della medicina, poiché percorre la strada difficilissima delle origini e delle radici dell’assistenza. Guadagna bene Pampuri, anche più di 7-8 mila lire mensili, ma dopo la metà del mese è già senza soldi; a volte è costretto a chiedere piccoli prestiti ad amici e colleghi, quando, finiti i suoi soldi, osservi bisogni impellenti in qualche casa. Dove Pampuri vede privazioni e miseria, provvede con somme di danaro, “sul tavolo o sotto il cuscino dei malati”. Qualcuno, come sempre, ne approfitta. La risposta di Pampuri è laconica: “Io faccio la carità e non bado ad altro”. Un amico chiede a Pampuri in quale banca depositi i suoi soldi. La risposta è ironica: “In una banca speciale, che per ogni lira dà anche cento lire”.

La “dedizione” di Pampuri diviene proverbiale; il “dottorino” si cura di tutti e di tutto, “con una delicatezza che commuove l’intera popolazione di Morimondo”. Medici bravi e zelanti ce ne sono, ma, come Pampuri, “non se ne trovano, perché lui ha qualcosa in più”. Che cosa? Nessuno riesce a spiegarlo bene: “Pampuri è speciale perché fa un bene del tutto particolare”.

La caratteristica di Pampuri è “la sua passione e il suo coraggio di vivere il reale”, prendendo sempre posizione su tutti i problemi che lo circondano, ma soprattutto su quelli della malattia e dell’assistenza. Pampuri punta il dito su un aspetto fondamentale dell’assistenza: la discrezione e il riserbo della professione medica. È un messaggio attuale assai importante nella nostra società, dominata dalla vanità, dalla ostentazione e dai mass-media.

Pampuri insiste su questo punto e richiama i medici alla prudenza del linguaggio, alla dignità del contegno, alla riservatezza dei comportamenti, alla finezza dei modi. Soprannominato “dottor carità”, Pampuri ha una grande capacità di riflessione e di concentrazione; è quella stessa severità di spirito che si può cogliere in uno splendido quadro che Pablo Picasso dipinge a quindici anni. È un quadro enorme, dal titolo “Scienza e carità”; rappresenta un medico in visita ad una povera inferma: Quella di Pampuri è una carità senza visibilità e senza tornaconti, una carità privata, silenziosa, nascosta.

Pampuri sottolinea un aspetto negativo della professione medica: la maldicenza e la disapprovazione dei colleghi. Il medico di Besate, infastidito dall’impegno di Pampuri verso i malati, gli manda a dire: “Noi medici non siamo dei padreterni. Chi deve nascere, nasce; chi deve star bene, sta bene; chi deve morire muore. Non vale la pena prendersela più di tanto. Se noi medici ascoltassimo tutti i malati, crepiamo noi”.

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Pampuri è un bravo medico ed è anche un buon partito: dottore, giovane, “teoricamente ricco”, buono, bravo, riservato, raffinato. In un piccolo paese è logico che la presenza di un medico scapolo sia oggetto di attenzioni femminili e Pampuri non si sottrae a questo principio. L’ottica con la quale viene valutato, come possibile marito, è duplice. Da un lato qualche signorina lo vede come un santerello, troppo delicato per essere un buon marito; dall’altro qualcuna lo pregusta per la dolcezza e per la inconsueta sensibilità. La figlia del lattaio, ad esempio, sollecitata dalle amiche a far la corte al dottore, risponde che “lei vuole un marito, non un pretino” e che, “piuttosto che sposarlo preferisce restare zitella”, La figlia del Direttore Medico dell’OspedaleCantù di Abbiategrasso, al contrario, attraverso un’amica, recapita a Pampuri una lettera di proposta matrimoniale; la procedura non è proprio consueta, ma, evidentemente, la distinta signorina, invaghita del dottorino, si decide al grande passo dopo altri tentativi andati a vuoto. Pampuri, pur timidissimo, non si sottrae al suo dovere e risponde con parole assai garbate. La replica è perentoria: lui ha ben analizzato la questione e “ha già definitivamente rinunciato allo stato matrimoniale”, essendo “nettamente favorevole” alla vita consacrata. Con delicato pudore Pampuri si permette di dare un consiglio alla sua ammiratrice: suggerisce alla “timida pretendente respinta” di provare a fare la sua stessa scelta.

Nasce da questa reticenza al matrimonio, uno degli aspetti più discussi e tormentati della personalità di Pampuri: una presunta nevrosi freudiana nei confronti delle donne. Certamente, in particolari circostanze, Pampuri preferisce affidare alcune pazienti ad altri colleghi, fedele al principio che “l’occasione fa l’uomo ladro”; si potrebbe aggiungere “figuriamoci le donne”.

La vita stessa di Pampuri smentisce però l’ipotesi di una psiche incerta e malata, chiamata in causa anche a proposito della sua reticenza a curarsi in maniera adeguata. I medici sono spesso fatalisti ed anche Pampuri non si sottrae a questo principio; quello dei medici non è un vero fatalismo, ma, per così dire, un fatalismo razionale, cioè un pensiero che considera un avvenimento come inevitabile, in quanto sequela di una realtà esiziale. In sostanza i medici scelgono di sottrarsi alle speranze e alle lusinghe che essi stessi offrono ai loro malati. Familiari, parenti, amici, compagni di scuola, colleghi di lavoro e persone comuni, concordano nel definire Pampuri un uomo dal “perfetto equilibrio psichico” e smentiscono, nel modo più categorico, ogni possibilità di “masochismo, abulia ed ipocondria”.

Come sempre accade, è la normalità che stupisce il mondo. Non è affatto una anomalia che Pampuri faccia una personale scelta evangelica, eppure la gente ne resta prima sorpresa e poi sconvolta. Nei comportamenti diPampuri, non vi è nulla che si discosti dai principi generali di una visione etica dell’uomo che lui applica sempre e dovunque allo stesso modo; in casa e in chiesa, sul lavoro e nei momenti di svago, con gli amici e con i malati, con i conoscenti e con gli estranei, nei momenti facili e in quelli difficili.

Pampuri è quello che è, sempre uguale, sempre quello: gentile, rispettoso, educato, ma, al tempo stesso, profondo, coerente, “rettilineo”. Pampuri non ha mezze misure e non ha paura nemmeno di esprimere il suo pensiero sulle donne e sulla sessualità. In una lettera all’amico Benedetti Secondi, Pampuri spiega quanto sia assurdo “trovare nella donna un ostacolo” alla virtù, alla morale e alla santità; no, la colpa non è delle donne, dice Pampuri, ma degli uomini, “incapaci di frenare e di dominare gli istinti e le volubili passioni”. Gli uomini, sostiene ancora Pampuri, non sanno e non vogliono ricercare “le delicate ed ammirabili virtù proprie del sesso femminile”; essi preferiscono rincorrere “ ciò che nella donna può eccitare ed alimentare le passioni del sesso”.

Non ha peli sulla lingua Pampuri, che offre una autentica ed attuale lezione di vita: “Ecco perché spesso nel matrimonio, anziché il benessere e la pace, si trovi la discordia ed una pesante croce”. Sul celibato, sul matrimonio e sulla sessualità, Pampuri dimostra di avere idee ben chiare e di aver fatto scelte “equilibratamente motivate”.

clinica-mangiagalli-milanoLe tappe della vita di Pampuri non sono facili. Il percorso formativo medico, dopo la laurea, vede Pampuri frequentare a Milano, nel 1922, la clinica Ostetrico – Ginecologica di perfezionamento diretta da Luigi Mangiagalli; nell’anno successivo ottiene a Pavia il Diploma di Ufficiale Sanitario che abilita Pampuri ad occuparsi dei problemi sanitari territoriali.

Più complesso è il percorso religioso. Nel 1921 Pampuri chiede di farsi Terziario Francescano; l’anno successivo la domanda viene accolta e gli viene attribuito il nome di Fra Antonio. Le tappe successive sono complicate perché sia i francescani che i gesuiti bloccano l’iter religioso di Pampuri, adducendo ragioni di “cattiva salute da parte del novizio postulante”. Solo nel 1927 Pampuri viene accolto come novizio dai Fatebenefratelli con il nome di Fra Riccardo. Nel 1928 i Fatebenefratelli lo chiamano a Brescia e lo incaricano di dirigere l’ambulatorio dentistico dell’Ospedale S. Orsola; è in questo periodo che le condizioni di salute di Pampuri peggiorano al punto da essere trasferito poi nel convento – ospedale dei Fatebenefratelli di Gorizia. All’aggravarsi della malattia Pampuri verrà ricoverato all’Ospedale S. Giuseppe dei Fatebenefratelli di Milano.

Quella di Pampuri è certamente una personalità originale; “leader” naturale, egli fa di tutto per non avere nessun potere e per non esercitare nessun comando. Pampuri ha “un carisma” perticolare e contagioso, nel senso che “trascina tutti con il suo esempio”; gli amici lo percepiscono come “guida arcana e misteriosa alla elevazione dei propri pensieri e delle proprie azioni”.

Sul piano morale Pampuri è un forte: la sua è una superiorità “mai millantata, mai imposta, ma sempre meritata”. Sul piano fisico Pampuri è un debole: iccolo, magro, pallido e con i denti guasti. Pur severo, umile e modesto, Pampuri riesce sempre a trasmettere serenità, dolcezza e dignità. Don Luigi Pergoni, parroco di Poia presso Ponte di Legno e compagno d’armi di Pampuri, scrive: “La santità di Pampuri è quasi un rimprovero verso di me. Dicono che i dottori, lavorando di bisturi, non incontrino né l’anima, né Dio; lui invece…”.

Pampuri ama riflettere su sé stesso e sul mondo. Le riflessioni di Pampuri valgono per tutti, anche per le donne che, “pur di accaparrarsi un buon partito, non dubitano di passar sopra a troppe cose”. I matrimoni di passione o d’amore, come li chiama eufemisticamente Pampuri, “son quelli che danno il maggior contributo alla falange ognor crescente delle discordie e delle divisioni coniugali, delle infedeltà e dei divorzi”. Non mancano le riflessioni neppure sulla Chiesa e sulle tenebrose insidie del mondo: “Quanti dolorosi esempi ce ne mostra la storia della Chiesa e forse dei nostri stessi ordini”.

Qualche donna porta a Pampuri i propri bambini per farli curare ed anche per farli benedire; Pampuri sorridendo, offre loro qualche caramella. Quando racconterà l’episodio a un suo superiore, Pampuri si sente rispondere: “Ma che cosa volete, volete diventar prete, adesso?” “No, risponde Pampuri, peccatore come sono, è già troppa grazia quel che riesco a fare”.

Pampuri è un uomo malato, malato da sempre; il suo “calvario” procede lento ed implacabile. l’inizio della fine è la prima guerra mondiale, quando Pampuri contrae la pleurite che lo accompagna per il resto della vita. Più volte la forma si riacutizza e più volte Pampuri, per assecondare parenti ed amici, prende periodi di convalescenza, durante i quali, però continua ad esercitare la professione medica. Tosse, febbri, emottisi, bronchiti, polmoniti, pleuriti, finiscono per distruggere un organismo fragile e debilitato; a nulla valgono le terapie con antipirina, chinamina, emoantitossina tripla, broncofil. Qualche anno dopo, chissà, con una bella cura di antibiotici, Pampuri sarebbe forse guarito.

La sera del 1° maggio 1930, all’età di 32 anni, “gli angeli portano in cielo” il dott. Riccardo Pampuri. Ridotto a pelle e ossa, consumato dalla tubercolosi, divorato delle febbri ricorrenti, scompare un giovane medico che, al di là delle scelte più intime e personali, ha saputo scrivere pagine “di autentica promozione umana, di cultura sociale, di alta professionalità e di eroica solidarietà”. Quella di Pampuri è la storia di un uomo semplice, minuto, umile e gracile, capace di interpretare l’arte medica come dedizione assoluta per gli altri e totale disinteresse per sè stesso.

La fama della santità di Pampuri diviene subito patrimonio popolare. Il suo funerale è davvero il viaggio di un medico santo; la testa del corteo è già nella chiesa di Trivolzio, mentre la bara di Pampuri è ancora a Torrino. Portato a spalla per chilometri, Pampuri trova schierati, a lato della strada, tutti i suoi pazienti con le rispettive famiglie. Sulla tomba viene collocata una lapide: “A soave ricordo di Fra Riccardo dott. Pampuri, medico-chirurgo dei Fatebenefratelli, nel secolo e nel chiostro angelicamente puro, eucaristicamente pio, apostolicamente operoso”.

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Il 4 ottobre 1981, Papa Karol Woityla lo proclama beato e il 1° novembre 1989, sempre Giovanni Paolo II, “lo iscrive nel grande registro dei santi”. Ma chi sono i medici santi? E ci sono, oggi, medici santi?

Siamo abituati a pensare che i santi siano dei religiosi e che i medici santi siano dei consacrati. Non è proprio così, anzi non è affatto così. Pampuri stesso non è un prete. Per diventare santi non è necessario essere sacerdoti o suore o frati, come non è necessario essere poveri, portare grandi croci, essere eroi o martiri; forse non è nemmeno necessario essere credenti o praticanti.

Nel libro “La peste” di Albert Camus, Tarrou chiede a Rieux: “Mi interessa sapere come si diventa un santo”. Rieux risponde: “Ma lei non crede in Dio?” “Appunto, risponde Tarrou, voglio sapere se si possa essere un santo anche senza Dio”. Tarrou, dopo aver sacrificato la propria vita per gli altri, muore senza avere una risposta.

La risposta c’è ed è una risposta antica come l’uomo: sono i “latentes sancti” o santi occulti, quelli che sfuggono agli occhi di tutti e che sanno fare, di sé stessi, uno strumento per gli altri. La medicina si presta a questo obiettivo e non è casuale che molti dei medici santi abbiano espresso la loro “eroicità” nella professione; la santità diviene una scelta e, in campo assistenziale, l’eroismo corrisponde al servizio totale per gli altri. George Eliot, pseudonimo della scrittrice inglese Mary Ann Evans, nel suo ultimo romanzo Middlemarch, scrive: “La professione medica rappresenta il perfetto equilibrio fra scienza ed arte, oltre che l’unione più diretta tra le conquiste intellettuali e il bene sociale”.

Pampuri riesce nell’impresa di finalizzare tutte le qualità di un medico nell’unico grande “valore” dell’assistenza: l’attenzione al malato e a tutti i suoi problemi. Si tratta di una visione antropologica globale dell’assistenza, con il paziente veramente “al centro” rispetto ad ogni altro problema anche personale. Non è semplice vivere la professione medica come privilegio di curare un proprio simile, ma Pampuri dimostra che è pur sempre possibile e lo dimostrano anche due altri medici dei nostri giorni.

Gianna Beretta è una laica, anzi, è una moglie; Marcello Candia è un laico, non è sposato e non è neppure medico. Ambedue studiano all’Università di Pavia; lei è laureata in Medicina e specializzata in Pediatria, lui è laureato in Chimica, in Farmacia e in Biologia. “Curiose” alcune affermazioni nei loro riguardi. Il marito di Gianna, ingegner Pietro Molla, proprietario di una fabbrica con tremila operai, dichiara: “Io non mi sono mai accorto di vivere con una santa”. I compagni di università di Marcello, erede unico di una serie di fabbriche di acido carbonico, dicono di lui: “È buono, ma, con i soldi che ha, tiene in piedi una doppia vita”.

Gianna è una donna bella, moderna, elegante, amante del teatro, della musica e dei fiori; guida l’automobile, ama la montagna, scia molto bene. Il marito è spesso all’estero per lavoro e l’unico regalo che lei chiede sono le riviste di moda, per poter scegliere dei buoni modelli.

Marcello è un marcantonio, alto, forte, intelligente, ricco, bravissimo. Suo padre è un uomo dall’onestà cristallina, ma non è né credente, né tanto meno praticante; in tutta la sua vita “sarà entrato in chiesa si e no un paio di volte” e dice che “la fede ardente di sua moglie basta e avanza anche per lui”.

Gianna si sacrifica nel corso della sua quarta gravidanza, privilegiando in modo esclusivo la vita di sua figlia rispetto alla propria; muore di shock settico – tossico post-partum. Marcello, ad un certo punto della vita, vende tutto, si occupa di medicina e si mette a costruire ospedali nei paesi del terzo mondo; muore povero in canna, come i poveri che lui ha deciso di aiutare. Gianna Beretta e Marcello Candia diventano due moderni medici santi.

Quella dei medici è una santità fuori da ogni schema comune. Essa nasce nel silenzio, in un ambulatorio, in una casa, in una camera d’ospedale, al elefono, per strada; la santità prende il via da quel misterioso ed affascinante miracolo, o enigma, che è il rapporto medico – paziente. Continuare è difficilissimo, perché, da quel momento, la scelta eroica è quella di accantonare ogni altro interesse se non quello esclusivo del malato.

I primi medici santi sono S. Luca, S. Biagio, S. Pantaleone, S. Ciro e tanti altri; c’è anche una dottoressa, S. Zenaide. I primi chirurghi santi sono i SS. Cosma e Damiano; sono i primi medici “anargiri”, così chiamati perché, sia dai ricchi che dai poveri, hanno sempre rifiutato qualunque compenso, anche il più banale, comprese “tre uova offerte da una malata”. Cosma e Damiano sono i santi protettori anche dei trapiantologi, per il miracolo del trapianto della gamba necrotica di un sacrestano con l’arto di un moro appena morto. L’episodio è immortalato da molti grandi artisti: il Beato Angelico, Berruguete, Gallego, Tintoretto, Lorenzo di Bicci, Wechtlin, Figueroa.

Cosma e Damiano sono gemelli, sono arabi di Egea in Cilicia e sono seguaci della scuola di Galeno, di Ippocrate e di Platone. Sono due medici molto saggi ed uno dei loro pensieri è passato alla storia come verità sacrosanta: “A volte la malattia è più insopportabile della stessa morte”. Poveretti, fanno una brutta fine, perchè Diocleziano, dopo varie torture, senza alcun motivo, li condanna alla decapitazione, insieme ai loro tre fratelli.

Due grandi poeti colgono l’essenza della santità: Ugo Foscolo nei “Sepolcri” e Thomas Stearns Eliot nel “Delitto nella cattedrale”. Il primo scrive che i Santi “fan bella la terra che li ricetta”; il secondo, scrive che “dai Santi scaturisce ciò che rinnova la terra”. La terra è il segno dei santi. Eraclito dice che “il destino dell’uomo è la sua terra, cioè il suo animo”; l’animo di Pampuri, appunto, è quello di un medico santo. Il suo messaggio è semplice: fare le cose ordinarie in modo straordinario.

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FRA PIER DAMIANI ZAMBORLIN O.H. L’AMICO CARISSIMO – Angelo Nocent

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Carissimo Pier,

questo è il luogo in cui sei stato portato per le ultime cure. Ma proprio qui, negli edifici demoliti per far posto al nuovo, abbiamo vissuto alcuni degli anni più belli della vita.
I ricordi che mi legano a te e che mi affiorano nella mente,  proprio mentre qui stanno celebrando il pietoso rito della tua sepoltura, sono tantissimi e riguardano sia l’adolescenza che la giovinezza.

Aspirantato FBF Brescia - 8 Dic. 1953-2

Aspirantato FBF Brescia – 8 Dic. 1953-2

Sotto questo sguardo Materno abbiamo mosso i primi passi verso la “terra promessa”, sognato il nostro futuro, educato in nostro carattere, provato tante emozioni.

Aspirantato Fatebenefratelli

E questi sono stati i nostri modelli ispiratori: da sinistra, San Pancrazio, San Tarcisio, San Domenico Savio, San Luigi Gonzaga. Al Centro, CRISTO RE, Via, Verità e Vita.

Padre Tarcisio Morini o.h. 2

Padre Tarcisio Morini o.h. 2

Padre Tarcisio Morini o.h. 2

Padre Tarcisio Morini o.h. 2

Le pareti della cappella erano tutte affrescate. A dx Il Beato Giovanni Grande, al lato opposto, San Giovanni di Dio. E poi gli Evangelisti. Il mio posto nel banco era proprio sotto un possente san Paolo con le Scritture e la spada. Facilmente individuabile la mano dell’artista, il Prof. Ferdinando Michelini che hai potuto accompagnare nei suoi ultimi giorni a Solbiate Comasco.
Ci sarebbe tanto da raccontare sulle nostre giornate movimentate. Ma lo faremo quando ci ritroveremo nella Patria Beata.

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Avevo programmato di partecipare alla Divina Eucaristia, ormai in corso, che chiude la parabola della tua esistenza terrena, ma un ginocchio, nonostante le cure, proprio mi impedisce la deambulazione e mi costringe ad aggregarmi solo spiritualmente ai tuoi fratelli parenti ed ed amici.

Oggi per me non è un giorno di lutto e, proprio a cominciare dalla notte trascorsa, ho ripetutamente ascoltato il canto del Preconio Pasquale che dà il senso a questo momento, doloroso per tutti coloro che ti hanno voluto bene.

Ho cerato su internet una foto del Paradiso ma non l’ho trovata. L’unica che mi aiuta ad immaginare l’Oltre, nel quale da un paio di giorni ti trovi, è questo cielo sfuocato con al centro il Risorto e due angeli, personaggi tutti rivestiti di luce.Immagini INT42

 E mi affiora la voce del Vangelo di Giovanni che dice: “Beati quelli che pur non avendo visto crederanno” (20, 29b). Già: se ti trovi lì, è proprio per questa ragione: hai creduto per settantaquattro anni senza aver veduto. Beato te, Pier, felice, fortunato. Come Maria, beata anche lei perché ha creduto nell’adempimento delle parole del Signore, senza aver ancora visto niente (Luca 1, 45).
Mentre la Liturgia Eucaristica va procedendo, e la Parla di Dio sta recando  conforto e speranza a chi vive questo momento di mistero, tu sei già nel banchetto del Regno di Dio, mentre io vado crogiolandomi con parole poverette che non sanno esprimere o descrivere la felicità promessa né la dimensione o lo stato della BEATITUDINE ETERNA.

Fra Pierdamiani Zamborlin

Fra Pierdamiani Zamborlin

Fino a poco tempo fa hai atteso, come noi, beni  promessi che non sapevi immaginare, hai confidato che tutto quanto stavi facendo nella vita ne valesse la pena, compreso il patire fisico che non ti ha risparmiato.

Hai corso la tua corsa, combattuto la tua battaglia, con la certezza che le sofferenze di questo tempo sono un NIENTE, – come tante volte ci ha ricordato l’Apostolo Paolo – rispetto alla GLORIA che per te si è già manifestata (cfr. Rom 8,18).

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Fra Carmelo Gaffo – Fra Cesare Gnocchi – Fra Tommaso Zamborlin

Risurrezione 20260AA-1Stando all’orologio, sei già in viaggio per l’ultima collocazione nel Campo Santo di San Colombano al Lambro, accanto a tuo Fratello, il missionario Fra Tommaso. Parenti confratelli ed amici, sono tornati al loro quotidiano. Da sempre sapevamo che dobbiamo lasciarci, senza una graduatoria, un numero di precedenza, una scadenza anagrafica. Dio oggi ha chiamato te alla perfetta unità in Lui, nella pienezza della sua gioia, nella trasparenza della sua divinità. Prima o poi, toccherà a noi e dopo questa breve separazione ci ritroveremo.  Pur con le lacrime agli occhi per la tua dipartita, abbiamo la certezza che sulla tua tomba risuonano le campane della Risurrezione e noi cantiamo, seppur con il magone, l’alleluja della speranza; una speranza certa che non teme delusioni: se Cristo è risorto, anche i credenti in Lui risorgeranno (cf 1Cor 15, 16). 2013-12-1691La tua partenza provvidenzialmente ci scuote e ci prepara ad affrontare l’ultimo stadio della vita che è la pienezza della vita eterna, a quel momento in cui, come scrive l’autore della Lettera agli Ebrei, ci avvicineremoal monte Sion, alla città del Dio vivente, alla Gerusalemme del cielo e a migliaia di angeli, alla riunione festosa , all’assemblea dei figli primogeniti di Dio che hanno i nomi scritti nel cielo, a Dio, giudice di tutti gli uomini, agli spiriti degli uomini giusti finalmente portati alla perfezione, a Gesù Mediatore della Nuova Alleanza” (Erei 12, 22-24).

Tu, Pier, l’hai già fatto. A noi è chiesto di buttarci, dicendo senza esitazione come Gesù:Nelle tue mani, Padre, affido il mio spirito(Luca 23,46).

Ora che ci hai lasciato, il tuo combattimento è finito e noi ti affidiamo al Signore della vita e dei nostri destini. Ormai per te non ci saranno più lacrime, né pianti, né sussulti, il sole brillerà per sempre sulla tua fronte, e una pace intangibile ti avvolgerà definitivamente. Il profeta Isaia, per illustrare la vita divina nella quale tu sei già, usa l’immagine del banchetto, cioè della festa: “Sul monte Sion il Signore dell’universo preparerà per tutte le nazioni del mondo un banchetto imbandito di ricche vivande e di vini pregiati.” Io credo che il Signore abbia già cominciato lui stesso ad asciugare le tue lacrime che ti impedivano di godere la gioia della familiarità con Lui, E noi sappiamo bene che le lacrime sul volto provengono dal dolore, da lunghe fatiche e perfino da penose sconfitte. Per quanto disonorevole si presenti la nostra condizione, nelle mani di Dio muterà di segno e saremo come il Risorto, pieni di splendore e di vita .

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Ma, ti preghiamo, non scordarti da dove sei venuto, dei progetti che hai condiviso, delle persone che hai incontrato.

Noi lo crediamo: tu sei morto, ma vivi. Sei morto nel tuo corpo, ma non nel tuo spirito; ciò che costituisce la tua persona e il fondo del tuo cuore rimane per sempre. Perciò, osiamo formulare questa richiesta:Tu, o Padre della misericordia, attiva la sua presenza in mezzo a noi, come ispiratore della nostra carità e sostenitore dei nostri ideali da lui stesso un tempo condivisi, perché il tuo regno venga e la tua volontà si compia”.

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Il nostro santo e protettore vescovo Ambrogio, il cui corpo riposa a due passi dall’Ospedale San Giuseppe di Milano che ti ha visto giovane infermiere zelante e, col tempo, anche Priore dell’ Istituto di cura e della Comunità religiosa, ha scritto una bella preghiera, dove parla della beatitudine finale in cui tutti noi ci ritroveremo:

  • “Signore Dio, non possiamo sperare per gli altri nulla di meglio che la felicità sperata per noi stessi.
  • Ti supplico, non separarmi dopo la morte da coloro che ho amato in terra.
  • Ti supplico, Signore, permetti che si ritrovino con me coloro che ho amato e che lassù abbia la gioia della loro presenza, della quale sono stato privato troppo presto qui in terra.
  • Ti imploro, Signore, accogli in seno alla vita i tuoi figli amati.
  • Dona loro la felicità eterna in cambio della loro breve esistenza terrena” (De obitu Valentiniani, n.80:SAEMO, n.18, pp.208-209).

Se le separazioni della vita terrena sono inevitabili, abbiamo la certezza di un rivederci che sarà nella verità, nell’autenticità e nella pienezza del divino.

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Ma tu sei stato uno di noi ed io, in particolare, di te ricordo principalmente gli anni giovanili.

Sono  trascorsi ormai quarantasei anni anni dalla pubblicazione del primo numero di OPZIONI ’70,  un rudimentale ciclostilato di una ventina di pagine, messo insieme  dai “ragazzi” del Centro Studi FBF di Erba. Un lasso di tempo enorme, durante il quale  è successo di tutto.  Uno spezzone di storia che può aiutare a capire le evoluzioni e le involuzioni. Uno specchio delle “brame” che sono quelle di sempre: Dio, la libertà, l’amore, la comunione fraterna….

Pierdamiani Zamborlin

Pierdamiani Zamborlin

Della lettera che segue, risulti anche tu firmatario. Rileggendola, mi è parsa testimonianza meritevole di essere portata a conoscenza di quelli venuti dopo, perché ci si renda conto che c’è sempre un prima ed i successori facciano di più e meglio.

Dei firmatari, ci sono nomi dimenticati, nomi di dispersi, nomi di caduti in battaglia, nomi ancora sulla breccia… Comunque, sempre nomi scritti nel palmo della mano di Dio.

Qualche volta ritornare sui propri passi fa bene. Si capiscono gli errori commessi, si vedono le omissioni, si registrano i limiti, si prende coraggio per proseguire e si alimenta la comunione: l’unità nella diversità. Ecco perché ho ritenuto di riportare alla luce questa testimonianza.

Denis - Redazione OPZIONI '701-001

LETTERA AI NOSTRI FRATELLI

Le nostre comunità, oggi, come del resto sempre, si trovano di fronte a problemi molto gravi. Però, ad analizzarli, si vede che alla fine essi si riducono a un solo problema di fondo che sta alla base di tutti. E’ l’eterno problema di risolvere il rapporto fra l’individualità che ciascuno di noi sente fortemente, e la socialità, della quale pure non può fare  a meno, perché è anch’essa essenziale all’uomo.

Nella circolare del 9 Gennaio 1969 il nostro Provinciale P. Pierluigi Marchesi giustamente affermava che “non si realizza un’autentica vita comunitaria, unicamente perché si prega assieme, ci si nutrisce assieme, si dorme nello stesso ambiente, si fa ricreazione insieme.”

Purtroppo notiamo che spesso nelle nostre comunità manca proprio qualche cosa che ci leghi fra noi, che permetta di stabilire fra noi un rapporto in cui ciascuno non si senta più solo, per cui la vita comunitaria non sia solo formalmente comunitaria, ma sia veramente e concretamente la manifestazione di persone che mettono in comune le gioie e i dolori, che lavorano uniti, vivono insieme, studiano insieme, e quindi realizzano insieme una umanità completa, non una semplice mescolanza di individui che si trovano per caso o per forza a dover operare e vivere nello stesso gruppo. E proprio perché si prescinde da quella che è la chiave di questo problema fondamentale, cioè l’amore, i nostri problemi individuali e sociali che si radicano tutti su di esso, finiscono per diventare insolubili; anzi finiscono per moltiplicarsi ed approfondirsi.

Realmente ci sono delle difficoltà che forse per la natura stessa dell’uomo, non saranno mai risolte, ma resta indubbio che la forma con cui la Comunità si presenta, ha delle gravi deficienze. Ancor oggi, nonostante qualche tentativo, le nostre comunità si presentano con una staticità, con un nichilismo inflitto all’individuo con forme di soggezione (anche se non sempre aperta e cosciente), di depauperamento del singolo che sono frequentemente il grave peso e la grave deficienza della vita religiosa.

E’ una reale difficoltà di troppi giovani ad accettare la nostra vita proprio per queste ragioni. Sono ancora troppi coloro che nelle nostre comunità sono incapaci di accettare nuove fecondità.

La forma attuale di vita delle nostre fraternità rispecchia ancora uno stile tipicamente monastico, accolto però nelle sue forma esteriori e meno vitali e perciò impoverito, e applicato a degli uomini che vivono la loro giornata in un altro contesto completamente differente, qual è appunto il mondo ospedaliero in fase di continua evoluzione. Crediamo che ogni esemplificazione sia superflua.

Preghiera, silenzio, contemplazione, lavoro, sono essenziali ad ogni uomo che sceglie il Vangelo. Il modo di vivere questi momenti deve essere però dinamico, deve nascere all’interno della Fraternità, come espressione di uomini adulti in Cristo, non come ripetizione di atti sempre uguali stabiliti da un orario una volta per sempre e che, a lungo andare, conduce a un mortificante infantilismo. Si pesi, ad esempio, alle mille meditazioni stupide che si fanno in un anno! Eppure, l’importante è che duri mezz’ora e si svolga in quel momento preciso della giornata che può essere anche il meno indicato, almeno per alcuni.

Superiori e no, siamo tutti troppo poco convinti che colui che entra nella nostra Fraternità lo fa per realizzare una vita battesimale veramente adulta. Il Padre Tillard sostiene che questo è certo il fine dell’entrata in religione, come anche la ragion d’essere del superiore:

  • Non si fa infatti professione formalmente con lo scopo di vivere costantemente sottomesso a dei capi, ma al contrario, per condurre a piena maturità e a libertà perfetta l’essere-cristiano che il battesimo ha deposto in noi”.
  • Perché l’adulto è colui che, giunto al termine della sua crescita, della sua educazione, è d’ora innanzi capace di esercitare la sua responsabilità personale di creatura libera. E ciò senza aver di continuo di essere spinto da un altro. La vera spinta gli viene dall’interno“.

Nella circolare già citata, il P. Provinciale diceva ancora chela vera sicurezza che si vive una vita comunitaria la si ha quando ognuno tende alla propria santificazione nella ricerca tormentata di un bene comune sempre più vasto e sicuro. Ma noi pensiamo che l’attuale vita comunitaria, così come si presenta, non permette, o per lo meno rende difficile la realizzazione di questo bene comune. Senza toccare le strutture e i metodi esistenti, senza sperimentare forme nuove di convivenza, nuove nel senso della novità e semplicità evangelica, è come pretendere che un bambino si sviluppi in un vestito stretto.

Padre Tarcisio Morinni

Siamo soliti dire che alla base delle nostre crisi di oggi c’è una grave crisi di amore. Ed è vero. Ma ci convinciamo sempre di più che è un discorso fatto a metà. E’ come se dicessimo al popolo affamato dell’India che la sua è una crisi di fede e di sfiducia nella Provvidenza del Padre che sta nei cieli, il quale nutre persino gli uccelli dell’aria, e fermassimo qui il discorso, senza tentare delle radicali riforme sociali.

Sentiamo fortemente il bisogno di fare un’esperienza  CRISTIANA che sia autentica nei suoi contenuti e in accordo con il nostro tempo, esperienza sempre più ecclesiale, per la responsabile appartenenza al Popolo di Dio, esperienza sempre più escatologica perché chiamati per elezione divina a questa testimonianza nella comunità universale, nella ricerca di sbocchi concreti nel servizio alla Chiesa locale cui ciascuno di noi appartiene.

Noi avvertiamo che i quadri istituzionali non favoriscono i nostri desideri di una esperienza effettivamente comunitaria della comunione ecclesiale. Siamo tuttavia sinceramente disponibili a collaborazioni che non siano strumentalizzate ad un superficiale aggiornamento delle strutture e delle attività della Comunità-Chiesa-locale. Vorremmo quindi approfondire tra noi l’esperienza ecclesiale, senza preclusioni o pregiudizi verso le strutture istituzionalizzate, ma in atteggiamento di critica disponibilità.

Ci auguriamo che anche altri sentano il bisogno di mettersi in questa direzione e si stabilisca tra le varie comunità uno scambio di esperienze e di idee, nell’intento di portare un po’ di speranza e di luce a noi stessi e a tutti quelli che oggi sono nel turbamento.

Ci siamo limitati a dire onestamente e francamente quello che pensiamo. E ammettiamo che i nostri punti di vista sono, sotto diverse angolature, soggetti a revisione. In fondo, queste riflessioni non vogliono essere, per tutti, che un invito al coraggio.

Firmato: Carlo  – Dionigi  – Fausto  – Filippo  – Pierangelo  – Pierdamiani  – Pietro  – Tiziano  – Francesco  Saverio –

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OSPITALITA’: “IL MIO QUARTO VOTO E IL POVERO” – Angelo Nocent

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DA INGENUO VISIONARIO NEGLI

ANNI SESSANTA DEL SECOLO SCORSO

Oggi, mentre cercavo di mettere ordine in uno scaffale, dal piano più alto è caduto a terra un faldone contenente scartoffie mie che finiranno al macero quando non sarò più. Senza sapere di conservarlo ancora, è uscito un dattiloscritto (Olivetti 22) che risale agli anni Sessanta, io ventenne e Fra Pierluigi Marchesi allora, tra l’altro, Direttore della Rivista FATEBENEFRATELLI.

Prima di ammalarsi del morbo della “Umanizzazione” che distinse il suo generalato, allora si poneva il problema del “voto di Ospitalità” che caratterizza l’Ordine Ospedaliero di San Giovanni di Dio e del come viverlo in un contesto che cominciava a franare sotto i piedi.

Probabilmente l’idea di far uscire un numero monografico della Rivista, scritto a più mani, e perfino anche da giovani, proprio sul VOTO DI OSPITALITA’, è del 1964. Erano tempi in cui si badava più all’estensione giuridica del voto: fin qui sono obbligato, la norma mi vincola, oltre no, non sono tenuto… Padre Gabriele Russotto nel suo libro di Spiritualità Ospedaliera del 1958 scriveva testualmente: “Oggi la questione è pacifica: tutti ammettono che il voto, come tale, si estende solo all’assistenza corporale“. Sarebbe interessante riesumare quella monografia di cinquant’anni fa, non fosse altro, per capire quali passi in avanti sono stati fatti e quanto è rimasto lettera morta.

Comunque, a me è stato chiesto di svolgere questo tema: IL MIO QUARTO VOTO E IL POVERO. E così, dalla riemersa copia ingiallita, riporto lo svolgimento del compito affidatomi:

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C’è stato un tempo – e furono secoli – in cui nessuno pensava a raccogliere i malati, a curare i loro mali, a raccogliere i bambini della strada e istruirli, a soccorrere i bisognosi di aiuto. Allora sono sorti uomini e donne che l’hanno fatto di loro iniziativa, sacrificando tempo, mezzi ed energie. Sopratutto sono sorti uomini e donne che lo hanno fatto per amore di Cristo, concretando in questo, la loro dedizione sponsale a Lui: hanno pensato di non poter dire di amare Lui senza amare i più abbandonati, i più sofferenti, i più bisognosi dei suoi fratelli… con l’occhio fisso al noto testo di Matteo 25,40: “In verità vi dico che tutte le volte che avete fatto questo a uno di questi minimi fra i miei fratelli, l’avete fatto a me”.

Oggi, taluni, senza esitare, affermano: “Ormai non vi sono più poveri, e se ce ne rimane qualcuno, si tratta di gente pigra”. Tal altri vedono rosso ed esclamano: “Non è compito della Chiesa dar da mangiare agli uomini: e compito dei governi e degli istituti temporali; la Chiesa ha una missione spirituale. Cercare il pane è cadere nel marxismo, mentre la Chiesa cerca principalmente il Regno di Dio e la sua giustizia”.

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Oggi, poiché si mette in grado di dare delle prestazioni che prima non poteva per garantire ad ognuno di condurre una vita veramente umana assicurando così a tutti un minimo d’istruzione, di assistenza sanitaria, di alloggio, rimane da chiedersi “se la Carità abbia ragione di esistere, o se non sia il caso di licenziarla – eventualmente dopo averla ringraziata per i servizi resi – per dar posto alla giustizia , alla solidarietà sociale o cose affini (Gian Battista Guzzetti). Conseguentemente, sembra fuori posto che altri uomini sull’esempio dei primi continuino per questa strada dando addito ad affermazioni di questo tipo; “Esseri improduttivi per la società”, oppure “Stanno in ospedale e tolgono di bocca il pane ad una famiglia” (L’Osservatore della Domenica, 19 Luglo 1964).

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  • Resta di fatto che, nonostante gli sforzi di tutti, compresa la giustizia sociale, i poveri continuano ad esistere e sotto vesti diverse. Un passaggio dalla Carità alla Giustizia ci può e ci deve essere: “Può e deve avvenire che certe prestazioni fatte, anche lecitamente, in nome della Carità, vengano fatte in nome della Giustizia e della Solidarietà; si dovrà aver cura però che “nel passaggio dalla Carità alla giustizia non vada perduto quel tesoro di sentimento e di affetto che costituisce il tessuto profondo del rapporto di amore, altrimenti decadiamo alla pura giustizia, quella che spesso divide, trasformando le difficoltà in asperità, le asperità in divisioni, le divisioni in lotte” (Guzzetti).
  • Quei gruppi poi che hanno così egregiamente servito il prossimo per amore di Cristo non devono ritirarsi ma assumere fisionomia nuova. Per il Fratello Ospedaliero che ha per voto “la cura e l’assistenza corporale e spirituale degli infermi, di ogni condizione, principalmente poveri, di qualsiasi nazionalità e religione...” (Costit.1, 3) quale dunque la strada da percorrere?
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  • 1-2013-12-1613Iniziative ed opere da intraprendere sono compiti peculiari dei Capitoli Generali. Paolo VI in un importante discorso ai religiosi ha suggerito elementi preziosi:
  • Astenetevi da quelle che non rispondono allo scopo essenziale del vostro istituto, alla mente del Fondatore…
  • primo posto alla vita spirituale… 
  • Zelo apostolico che non si esaurisca entro i limiti del (proprio) Ordine, ma si estenda alle immense necessità spirituali del nostro tempo…
  • Chiara coscienza dei doveri…
  • Solida dottrina…
  • Integrità di vita”.

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E la carità d’oggi come dovrebbe essere intesa?

“La prima cosa – dice Mons. Ancel, noto ormai come il “Vescovo dei poveri” – è di farne convinti se stessi. Spesso si pensa di essere persone caritatevoli ed in realtà . Invece, siamo sempre attaccati a noi stessi, ai propri interessi, alle cure della propria famiglia o della propria categoria sociale do della nazione alla quale ognuno di noi appartiene”.

Oggi non si tratta di lottare solo contro la miseria, ma anche contro le cause della miseria. C’è di più. La povertà, la miseria, il dolore non sono solamente quelli visibili; l’infermità non è solo quella che appare nei corpi con piaghe o riflessi giallognoli sul volto; vi è anche un’indigenza occulta, un dolore taciuto, accettato, vergognoso-. V’è una povertà segreta, v’è un vivere sepolto che alcuni esseri invisibili trascinano come catene che nessuno vede.

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E’ questo il “sesto senso” di Giovanni di Dio che nel labirinto delle miserie di Granata soccorre orfani, vedove, fanciulli, soldati, operai, e per tutti trova parole corroboranti e concreto aiuto o raccomandazione per chi possa risolvere il loro caso.

Sull’esempio del Fondatore deve modellarsi anche il Fratello Ospedaliero. Il suo occhio deve saper riconoscere coloro che campano miseramente, con lo stomaco vuoto o ripieno di alimenti privi di sostanza e il volto color della fame. Con qualche ricerca gli sarà facile trovare di quelli con un solo vestito, che si usa fino al suo completo logoramento, nell’impossibilità di cambiarlo. Forse, con un po’ d’iniziativa, quanto si potrebbe fare ! Come non preoccuparsi di quegli operai che invecchiano precocemente, colpiti da silicosi polmonare per l’estenuante lavoro di miniera.

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Uno sguardo a un male che cresce: “Strade e marciapiedi”. Un problema scottante, un’impresa gigantesca e ingrata, quella che è stata definita la più audace attività di Giovanni di Dio. Per il Pazzo di Granata non esistono ostacoli: sono esseri per natura oggetto di carità. Il più delle volte, deboli donne che non hanno da mangiare, né da vestire, né una dimora dove abitare, quelle che hanno dei figli da nutrire, talvolta già frutto di questo miserabile mestiere, donne che hanno un cuore affatto privo di amore e di educazione. Quanti sono a condurre quest’offensiva antimarciapiede? Un pugno, Eppure anche il Cristo agonizza nelle anime e non si ha il diritto di dormire durante questo tempo – dice il Card. Suenens – di passar oltre senza darsi pena di vedere. Ma forse il voto non arriva fin qui!

Dovemmo continuare il discorso su quelli senzatetto, sfrattati, i lavoratori che , schiacciati in fabbrica, temono di andar a farsi schiacciare in Chiesa.

Ad altri li tema delle Missioni. Mi sia consentita una parola per quei “poveri” bisognosi di assistenza e del nostro soccorso” (Costit. 1,3) che si vergognano a chiedere. Come Giovanni di Dio i discepoli devono muoversi alla ricerca di questi fratelli. Solo così aiuteremo la Chiesa a salvare l’umanità smarrita nella maggior miseria, quella dell’ateismo.

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Dove attingere i mezzi materiali per arrivare a tutti?
Il Padre Chevrier consiglia una povertà totale che si mantiene prestando a tutti coloro che chiedono e donando tutto ciò che domandano. Questo spogliamento ha un risultato inatteso: attira considerevoli elemosine, perché i ricchi amano dare a coloro che non tengono nulla per sé. Così il P. Chevrier era arrivato a ricevere denaro sufficiente per dare ai poveri tanto quanto bastava per la sua casa.

Certo non deve mancare la preparazione a tutto questo, preparazione di anni e non solo tecnica ma filosofica, morale, biblica sociale…ma richiederebbe una trattazione a parte.

E dunque, via la vecchiezza dello spirito.
Recedant vetera, nova sint omnia…!

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OGGI

La rilettura mi commuove e mi fa pensante per l’ennesima volta. Sono evidenti nella riflessione del ragazzo ventenne di cinquant’anni  sia una discreta dose di ingenuità che l’ardore del Vangelo, percepito come fuoco che scorre nelle vene e un generoso desiderio che divampi nel mondo. D’altra parte, ciò che allora era dato di sapere, poteva provenire solo da letture solitarie, perché esperienze sul campo, al di fuori della cerchia ristretta della propria istituzione non solo non erano possibili ma nemmeno auspicabili. Quando, con un certo ardore, s’è provato a forzare la mano, non è finita bene. E a qualcuno è stato chiesto di pagare un conto abbastanza salato. Ma così va la storia che, nonostante tutto, è sacra e redenta.

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Proprio oggi che scrivo, nel vangelo domenicale si legge di quella triplice insistente e imbarazzante domanda di Gesù a Pietro: “Mi ami tu”. E lui che risponde ripetutamente “Ti voglio bene“,  che non è la stessa cosa. Pietro lo sa ma non osa dire “ti amo”, per via di quel gallo che ogni volta che canta gli ricorda il tradimento. Ma il Gesù insistente non intende umiliarlo, fargliela pagare, no! Gli fa capire che seguire Lui non significa una strada di onori, di successo, di potere ma di amore, di servizio e anche di umiliazioni e di sofferenze. Soltanto a questo punto, quando dimostra di aver capito – “Signore, tu sai tutto. Tu lo sai che ti voglio bene” – allora dice al discepolo “Seguimi“. Parole consolanti che non escludono nessuno. Sono grato perché anche a me è già dato di sapere con quale morte sarò chiamato a glorificare Dio. Mi viene da dire: è stato bello così. Grazie, Signore.

Tornando al tema, come si può constatare, 

  • non si trattava di una fuga mundi ma il desiderio di una fuga in avanti,
  • un fare luce sulle fragilità umane,
  • non una rottura di solidarietà con il mondo ma un rompere con la rassegnazione del mondo per trascinarlo in una fuga in avanti verso ciò che Dio vuole che sia,
  • è c’è l’impeto gioioso di chi ha lo sguardo fisso in Dio durante l’immersione appassionata nella comunione col mondo della desolazione.
Gesù samaritano

Gesù samaritano

In altre parole, l’anelito del cuore era di saper cingere l’asciugatoio della lavanda dei piedi, con gli occhi puntati sul Maestro nel Cenacolo, proprio nella sua fase di accelerazione ormai verso il Calvario:

Sapete ciò che vi ho fatto? Voi mi chiamate Maestro e Signore e dite bene, perché lo sono. Se dunque io, il Signore e il Maestro, ho lavato i vostri piedi, anche voi dovete lavarvi i piedi gli uni gli altri. Vi ho dato infatti l’esempio, perché come ho fatto io, facciate anche voi. ” Gv  13, 1-20).

CARDINALE CARLO MARIA MARTINI DURANTE LA MESSA DEL GIOVEDI' SANTO ALLA LAVANDA DEI PIEDI NEL DUOMO DI MILANO

CARDINALE CARLO MARIA MARTINI DURANTE LA MESSA DEL GIOVEDI’ SANTO ALLA LAVANDA DEI PIEDI NEL DUOMO DI MILANO

Ma dietro il gesto del darsi tutto a tutti, ce n’è un altro altrettanto significativo che funge da premessa: il “deporre le vesti”, ossia il diventare poveri. Diventare, perché poveri non si nasce ma di diventa come si diventa medici, avvocati, infermieri, commercianti, preti, suore. Dopo una trafila di studi, cioè. Dopo lunghe fatiche ed estenuanti esercizi, perché, come direbbe il vescovo Tonino Bello, “quella della povertà, insomma, è una carriera. E per giunta, tra le più complesse. Suppone un noviziato severo. Richiede un tirocinio difficile. Tanto difficile che il Signore si è voluto riservare l’insegnamento di questa disciplina. Nella seconda lettera che san Paolo scrisse ai cristiani di Corinto, c’è un passaggio fortissimo: “Il Signore nostro Gesù Cristo, da ricco che era, si è fatto povero per voi” (8,9). E’ un testo splendido, ha la cadenza di un diploma di laurea, conseguito a pieni voti, incorniciato con cura, e gelosamente custodito dal titolare, che se l’è portato con sé in tutte le trasferte, come il documento più significativo della sua identità…Se l’è portato perfino nella trasferta suprema della croce, come la più inequivocabile tessera di riconoscimento della sua persona”.

Ma le parole sapienziali di Don Tonino Bello che anagraficamente avrebbe sette anni più di me e per 22 anni è rimasto vice-rettore del seminario, a quel tempo non avevano ancora la risonanza attuale, lui che riuscirà a scrivere ai malati: “Vedete, vi dico una cosa. Se noi dovessimo lasciare la croce su cui siamo confitti (non sconfitti), il mondo si scompenserebbe. È come se venisse a mancare l’ossigeno nell’aria, il sangue nelle vene, il sonno nella notte. La sofferenza tiene spiritualmente in piedi il mondo.”

Don-Primo-Mazzolari-2Ma dalla parte dei poveri avevamo allora DON PRIMO MAZZOLARI come figura profetica che ha provocato e scosso la nostra fantasia e incendiato il cuore. Lui, grande estimatore di Peguy, in un articolo del 1948, lo definì un artigiano del pensiero capace di vedere l’opera di Dio anche nel più atroce degli “scarabocchi dell’uomo”: la guerra. E ci sono parole indelebili che ancora porto nel cuore come queste: ” Un uomo d’onore non lascia agli altri la pesante eredità dei suoi “adesso” traditi». 

Con il senno di po, oggi mi rendo conto che era l’inizio di un cammino che mai avrei immaginato dove mi avrebbe portato. E proprio dove non avrei voluto. Allora, Gesù, il Crocifisso-Risorto si manifestava a noi allo stesso modo in cui un giorno si manifestò a Pietro e agl’altri: «si manifestò così: si trovavano insieme Simon Pietro, Tommaso detto Didimo, Natanaele di Cana di Galilea, i figli di Zebedeo e altri due discepoli. Disse loro Simon Pietro: “Io vado a pescare”. Gli dissero: “Veniamo anche noi con te”. Allora uscirono e salirono sulla barca, ma in quella notte non presero nulla» (Gv 21,2-3).

In questo passo biblico vi leggo l’immagine dell’uomo che cerca Dio, ma che da Dio è cercato, che da Gesù riceve la sua missione nella Chiesa. Dominante è la domanda centrale di tutto l’episodio: «Pietro, mi ami tu, sei capace di amare, che cosa sei capace di fare nel tuo amore per me?».

Se sostituisco il nome di Pietro col mio, scopro immediatamente l’attualità del Vangelo: Parola di Dio per me.

A quei tempi, ricorreva spesso nelle prediche e meditazioni la domanda che sant’Agostino ripeteva sovente: «Che io mi conosca, Signore, che io mi conosca!». Con tutte le buone intenzioni, chi era quel giovane che sarebbe stato capace di tale discernimento? Io no. Col passare degli anni, quante sorprese ho trovato nella risposta a questa domanda che continua a riproporsi: «Che io mi conosca!».

Nelle interrogazioni che l’Arcivescovo Martini ha saputo porre al menzionato testo evangelico di Giovanni, per grazia, trovo oggi il senso di quegl’anni formidabili di domande impegnative mescolate e confuse con quei flebili echi di risposta che venivano dal Concilio, stimolanti e frastornanti allo stesso tempo.

Carlo Maria Martini

Carlo Maria Martini

Così l’arcivescovo e padre, Martini:

Carlo Maria Martini

Carlo Maria Martini

«Non presero nulla»
Cosa ci dice il brano su Pietro e i suoi? Il testo dice che si trovavano insieme Simon Pietro, Tommaso detto Didimo, Natanaele di Cana di Galilea, i figli di Zebedeo (sono Giacomo e Giovanni) e poi altri due discepoli: sette. Già sorge una domanda: come mai sono sette e non tutti?

Come mai sono solo sette discepoli e non undici (lasciamo Giuda)?

Perché questa comunità, che pure era stata ricostituita da Gesù dopo la risurrezione, stenta a camminare come comunità.

  • Anche negli episodi precedenti, quando era venuto Gesù la sera del primo giorno dopo il sabato, mancava uno di loro, Tommaso. Questa volta Tommaso c’è, ma mancano altri.
  • Dov’è Matteo, per esempio, dove sono altri che conosciamo come discepoli?

Si vede che il ricostituire la comunità dei credenti non è una cosa facile, e Gesù opera con pazienza, prendendo le persone un po’ così, una per una. La grande opera di Gesù è di costituirci in comunità, in Chiesa, ma sa che è difficile, che è faticoso e allora ci prende così come siamo.

Qui prende questi sette – anche se era certamente da deplorarsi che non ci fossero tutti –, comincia col poco che c’è. Noi tutti tendiamo a una vita di comunità, di comunione, di gruppo, a fare comunità nella Chiesa e spesso ci lamentiamo che non si riesce. È importante partire da ciò che c’è: non deplorare ciò che non c’è. Se i sette si fossero messi a fare il processo agli altri, non si sarebbero mossi e Gesù non si sarebbe mostrato.

Anche noi qui potremmo dire:

  • siamo cento, è un bel numero, ma gli altri dove sono?
  • Perché non siamo in cinquecento o in cinquemila a fare questa esperienza?
  • Non ci sarebbe niente di strano che tutti i giovani la facessero. Nel mondo ortodosso greco, ad esempio, sono molti i giovani che arrivati a questa età vanno a passare qualche mese nel monastero del monte Athos per una esperienza di preghiera prolungata.
  • Ma se noi ci attardassimo a dire: «Perché? Dove sono gli altri?», non andremmo mai a pescare.
  • Invece il Signore ci chiede di buttarci anche per gli altri e di ringraziarlo, sicuri che lui, a partire dal poco, produce il molto.
  • Se lui vorrà, questa esperienza, come granello di senape potrà crescere e diventare un albero grande, un’abitudine per tutti.

Abbiamo visto perché gli apostoli non sono tutti e cosa significa. Vediamo adesso chi sono, perché il testo ci dà i nomi. Non sempre il Vangelo è così accurato nel riferire i nomi delle persone presenti: questa volta c’è un elenco quasi completo, e pensiamo cosa vuol dire.

C’è Simon Pietro; Simone è il nome di nascita e Pietro è il nome di battesimo. Poi c’è Tommaso detto Didimo, Natanaele di Cana di Galilea e i figli di Zebedeo. Come mai alla fine del Vangelo c’è bisogno di ricordare che Tommaso è detto Didimo, che Natanaele è di Cana di Galilea, che Giacomo e Giovanni sono i figli di Zebedeo? L’evangelista ci vuol ricordare che ciascuno di questi ha una storia, un carattere, è un personaggio, è un tipo.

C’è una grandissima varietà di temperamenti.

Simon Pietro è quello che è partito con grande entusiasmo e poi ha rinnegato Gesù. Pietro è un uomo, da una parte pieno di sé, sicuro, impulsivo, di cuore grande, però fragile in certi momenti: un uomo complesso, anche discusso, proprio perché non è stato sempre fedele.

Tommaso è quello che si era “buttato” un giorno, quando andavano a Gerusalemme (Gv 11,16) ed erano incerti se andare o no a Betania dagli amici di Gesù (Lazzaro stava morendo: anzi era morto) e Tommaso dice: «Andiamo anche noi e moriamo con lui»; cioè fa superare tutte le paure dei discepoli di andare a Gerusalemme. Quindi un uomo coraggioso, entusiasta, che però è anche incredulo, messo da parte, risentito, facile alla chiusura, incapace di comunicare, che si fa pregare dai discepoli perché dice: «Non credo finché non vedo» (Gv 20,25). Anche lui ha gravemente mancato verso la comunità.

Natanaele è un altro tipo. Per quanto lo conosciamo è il ragazzo semplice a cui tutto va bene, quello che fin dall’inizio accetta Gesù con grande entusiasmo. Ha fatto, è vero, le sue obiezioni: «Che cosa può venire di buono da Nazareth?» (Gv 1,46), ma quando ha avuto una parola di Gesù ha detto: «». È un carattere riflessivo, ragionevole, costante, profondo.

La varietà dei temperamenti indica che c’è una chiamata ecclesiale per tutti. Nessuno può dire di avere un temperamento che non va…

  • C’è una chiamata per i più focosi,
  • c’è una chiamata per i collerici,
  • c’è una chiamata per i placidi, per i semplici: per tutti.
  • Non importa dove siamo o chi siamo: cioè, importa sapere chi siamo per vedere la nostra strada, ma con la tranquillità che Gesù mi accetta così come sono, mi vuol bene così come sono.
  • Anche se i miei amici e le mie amiche mi criticano, Gesù non critica, mi accoglie volentieri, come sono, per chiamarmi.

È uno dei significati che possiamo vedere in questa lista di nomi che ci viene riferita. I due discepoli di cui non si fa il nome sottolineano che ci sono altri anonimi nella comunità, altri chiamati di cui però non si conosce il carattere e forse neppure loro lo conoscono. Ma anche questi sono amati da Gesù. Adesso ci domandiamo: che cosa fanno? Qui il testo è da considerare con attenzione.

«Disse loro Simon Pietro: io vado a pescare». Un po’ strano questo modo di esprimersi perché, se veramente fanno gruppo, Pietro dovrebbe dire: «Andiamo a pescare». Dicendo: «Io vado a pescare» e aspettando la risposta: «Veniamo anche noi con te» (risposta che certamente lo rallegra molto), si vede che sta riconquistando gradualmente un’influenza perduta. Siamo nel momento di faticosa ricostituzione della comunità.

Giovanni evangelistaMa perché san Giovanni racconta queste cose?

Non c’è niente di strano che dei pescatori vadano a pescare. La ragione è molto semplice. In questo andare a pescare, perché hanno fame, c’è il dinamismo costante dell’uomo che sempre vuol fare qualcosa, che sempre ha qualche progetto. Noi siamo produttori istintivi di progetti e di azioni; l’uomo è per natura sua attivo, creativo, inventivo e l’aspetto dinamico salta fuori anche nelle cose più semplici. Il bisogno dei discepoli di mettersi in azione fa contrasto con il più doloroso insuccesso: «Allora uscirono e salirono sulla barca; ma in quella notte non presero nulla». Questa azione programmata dei discepoli non riesce.

L’evangelista ci vuole anche dire che l’andare a pescare è sì un’azione normale, ma a questo punto è un’azione ambigua. Infatti, erano stati mandati a conquistare il mondo e, invece, si rimettono a pescare come se niente fosse stato. C’è in loro una certa ambiguità tra i grandi ideali a cui sono stati chiamati e il quotidiano che li riassorbe, e questa ambiguità viene fuori nel grande insuccesso e nella umiliazione. Erano pescatori abili, capaci, e non prendono niente.

Credo che in quella notte mentre tiravano le reti una volta, una seconda e una terza volta sempre vuote, si saranno chiesti:ma che cosa ci sta succedendo?

 

  • È proprio questo il nostro mestiere?
  • O forse è un’altra la nostra vocazione?
  • Gesù non ci aveva detto: «Non preoccupatevi di che cosa mangerete e berrete, cercate prima il Regno di Dio»?
  • Non ci ha detto: «Sarete pescatori di uomini»?

Pesce alle braceE in questa inquietudine (Gesù lavora attraverso l’inquietudine e l’umiliazione) cominciano a capire che quello che sembrava loro una vocazione evidente, una chiamata evidente («andiamo a pescare»), non era la loro vera chiamata. Il Signore si serve dell’insuccesso per purificarli amaramente, affinché capiscano che la loro felicità non è lì, non è fare una buona pesca e una bella mangiata di pesci. Sono tutte cose buone che Gesù non disprezza (e lui stesso, dopo, preparerà il pasto per loro), ma il desiderio che sentono dentro di muoversi, di far qualcosa è molto più grande di queste cose. Essi non possono più essere definiti come semplici pescatori.

La loro vocazione è più alta.

Ecco ciò che leggiamo dietro a queste righe sulla vicenda vissuta dagli apostoli nella loro imperfezione e nella loro tristezza. Erano andati a pescare perché non sapevano cosa fare d’altro; perché erano tristi e non avevano un progetto più grande di vita. Un po’ come un ragazzo che dice: «Io vado a ballare» e gli altri: «Veniamo anche noi perché non sappiamo cosa fare e così occupiamo la domenica». È quel mettere avanti delle cose tanto per farle, perché non sia vuoto il tempo e non perché è scattato dentro un ideale.

Chiamati a qualcosa di più

Che cosa ci dice questo testo sull’uomo? Che antropologia c’è dietro? Esprimo due osservazioni che partono da ciò che abbiamo detto sui discepoli, ma le applichiamo all’uomo, perché questo è un testo che rivela l’uomo, che rivela chi siamo noi.

a) Prima osservazione: l’uomo è mosso dai desideri. Noi siamo un fascio di desideri, una centrale produttiva di desideri. E questi desideri sono formidabili, perché hanno un’ampiezza, una instancabilità e una capacità di ricrearsi senza fine. Se conosciamo veramente noi stessi sappiamo di essere una fornace di desideri.

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Questo è ciò che distingue l’uomo da tutto il resto: l’uomo non è mai stanco di desiderare e di volere, non è mai soddisfatto. A differenza dell’animale, che è contento perché ha mangiato, l’uomo anche dopo un buon pranzo dice: «In fondo però non abbiamo raggiunto ciò che volevamo, dovevamo stare più insieme, dovevamo capirci di più, parlarci di più». Sono formidabili i desideri dell’uomo perché sono vissuti nella forza moltiplicatrice e acceleratrice dei sentimenti e delle emozioni.

Non sono desideri sottili come un filo di seta, ma corposi come una valanga che si mescola con le emozioni che continuano a crescere, e questo è il mistero che portiamo dentro di noi. È lo spessore che c’è in ciascuno, anche nella persona apparentemente più timida, che non parla mai, che è sempre in un angolo. Se la potessimo conoscere ci accorgeremmo che è una fornace di desideri.

Qualche volta lo spiraglio si apre e allora si vedono grovigli di cose, aspirazioni, recriminazioni, risentimenti, amarezze, ire, speranze. Spesso non ce ne accorgiamo, perché tutto è coperto dal velo della quotidianità. Andiamo a pescare, ci occupiamo della pesca, e quando rientriamo in noi stessi ci accorgiamo della immensa e pericolosa ricchezza che portiamo dentro e che, peraltro, è il valore della vita umana.

Da qui deriva subito una conseguenza: che per essere veramente noi stessi, per giungere veramente a essere autentici, a saper amare, bisogna appropriarsi di questi desideri, fare ordine in essi, chiarirli, tenerli in mano e non spegnerli. Perché spegnerli sarebbe la morte, la morte civile e umana.

Certe volte si incontrano persone che hanno spento i loro desideri: per loro tutto è uguale, su tutto sono scettici. In fondo uno dei mali maggiori della droga è che spegne tutti i desideri eccetto uno. Non c’è più desiderio e infatti dicono: «La testa non mi gira più», cioè non si interessa più a niente: c’è una sola cosa, un’unica cosa che si stringe come un pozzo fino a diventare praticamente invisibile. D’altra parte, i desideri non possono nemmeno essere tumultuosamente lasciati andare perché rischierebbero di diventare distruttivi di noi stessi e degli altri. Per questo ho detto che dobbiamo appropriarcene: appropriarci dei nostri sentimenti, delle nostre emozioni, delle nostre intenzioni, delle nostre capacità di amare fino in fondo.

Quella che chiamiamo “capacità di amare” è un po’ la sintesi di questa potenza di desiderio che c’è nell’uomo. Ordinare il desiderio è una delle cose più importanti. E per questo la preghiera è un’attività fondamentale dell’uomo; la preghiera ordina i desideri, li assume e li indirizza verso il bene. La preghiera ci aiuta a non spegnerli. E questo è vitale perché senza desideri, i sentimenti, le emozioni e le nostre azioni avrebbero lo spessore di una ragnatela e non faremmo mai niente, non costruiremmo niente.

Senza desideri uno non affronta una famiglia, non si sposa, non affronta una vocazione, non si impegna in un lavoro difficile: cerca gli impieghi più comodi e nascosti, che non danno fastidio; e alla fine è inquieto perché l’uomo questi desideri li ha in sé e non può farne a meno. È meglio affrontarli e guardarli in faccia, appropriarsene ragionevolmente, indirizzarli e allora si diventa più autentici, cioè più capaci di amare e di rispondere alla domanda: «Pietro mi ami tu?». Pietro era un uomo di violentissimi desideri e perciò anche di sbagli e di paure; ma aveva raggiunto, attraverso una penosa purificazione, la chiarezza sui suoi desideri. Dunque la prima osservazione è che l’uomo è mosso dai desideri e deve fare ordine in essi.

Insuccesso

b) Seconda osservazione: l’insuccesso mostra all’uomo lo scarto tra l’infinità dei suoi desideri e la possibilità di realizzarli. La pesca infruttuosa suscita nei discepoli l’amara sensazione che non basta dire di andare a pescare per riuscire a pescare. C’è uno scarto tra la potenza dei desideri e la loro realizzazione effettiva. Quanti sogni di gioventù restano castelli in aria proprio per lo scarto tra ciò che noi vorremmo essere nella vita e ciò che poi si realizza! Vorremmo essere come il tale o il tal’ altro, il nostro “io ideale” si proietta e alla fine vediamo che c’è una differenza enorme; l’insuccesso mostra la distanza tra l’infinità dei desideri e la possibilità di realizzarli.

La pesca infruttuosa diventa il simbolo di questo scarto, ed è una delusione salutare perché ci permette di riappropriarci con ordine dei nostri desideri. Ma può essere anche molto pericolosa: scatena reazioni negative e drammatiche.

Ricordo il caso di un uomo molto per bene che non riuscì ad accettare l’umiliazione di essere retrocesso nella carriera e per questo giunse a uccidere. L’insuccesso aveva provocato in lui lo scatenamento di desideri, che c’erano ma che prima riusciva a dominare perfettamente. È un’immagine di ciò che l’insuccesso provoca, per la violenza delle forze che si agitano dentro di noi, e che gli antichi chiamavano le passioni dell’uomo. Le passioni non sono soltanto la sensualità; sono anche l’invidia, l’ambizione, l’orgoglio e i risentimenti più forti; come pure sono passioni l’amore, la fedeltà, l’impegno, il coraggio, l’entusiasmo e la perseveranza. Queste sono le forze dell’uomo che dobbiamo imparare a conoscere e a dominare.

Anche se non arriviamo a casi drammatici, dobbiamo però dire che la pesca infruttuosa si ripete spesso nella nostra vita. Viene ad esempio, magari in giovanissima età, una malattia che immobilizza ed ecco tutta una serie di sogni che crollano. E uno passa due, tre, quattro anni prima di riuscire, se riesce, a ricomporre la profondità dei suoi desideri con la realtà che sta vivendo. Conosco situazioni in cui da questa ricomposizione è venuta fuori una forza speculare formidabile. Ma quanta fatica per arrivare a questa ricomposizione! Anche un’amicizia che sfuma è spesso fonte di grande delusione; un posto non ottenuto, un posto di lavoro sul quale avevamo puntato, soprattutto in situazioni in cui c’è una carriera quasi obbligata.

gesu-lago-di-tiberiade-400x300È la notte sul lago di Tiberiade. E il Vangelo non dice tutto; ma quando cominciavano a tirar su la rete vuota, sarà cominciata la litania delle colpe: «È colpa tua, quanto mai siamo venuti, chi ci ha fatto uscire, chi ha avuto questa idea». Cioè vengono fuori tutti i sentimenti negativi. Dobbiamo riflettere per capire, come gli apostoli, che in fondo l’importante non è “andare a pescare”, che si è chiamati a qualcosa di più grande e che il Signore può farci conoscere quel “qualcosa di più” attraverso l’insuccesso.

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Guardare dentro se stessi

Che cosa dice questo testo a me? Ciascuno dovrà ascoltarlo soprattutto nella preghiera. Io cerco solo di aiutarvi, suggerendovi quattro interrogativi.

a ) Quali sono i desideri che mi muovono nelle cose più importanti della mia vita? Cerchiamo di scavare un po’ dentro la fornace dei nostri desideri, e capire perché faccio ciò che faccio. Perché io faccio il vescovo, chi me lo fa fare? Per quale motivo? Quali sono le radici del mio vivere così? Perché studio? Perché vivo questo tipo di vita, perché attendo ciò che attendo? Quali sono i desideri che mi muovono nelle cose più importanti della vita?

b) Sono in buona coscienza con questi desideri? È la domanda che gli apostoli hanno cominciato a porsi quando non pescarono niente. È davvero la cosa più importante quella che stiamo facendo? Siamo veramente chiamati a essere pescatori come prima o stiamo sfuggendo alla vera chiamata? O forse desidero cose che non si possono avere? Ricordatevi che due comandamenti dei dieci sono sui desideri: «Non desiderare la roba d’altri»; «Non desiderare la donna d’altri». Quindi toccano le due grandi fonti dei desideri umani: le cose, le situazioni, le posizioni; poi le persone. I nostri desideri possono sbagliare gravemente sulle persone. E la gran parte dei conflitti umani – uccisioni, gelosie, perversioni, rotture di famiglie – nascono da un errato orientamento dei desideri.

c) Vi sono in me dei desideri profondi sotto la cenere? Desideri nobili, grandi, che io sto soffocando? Questa domanda si può porre anche così: ho veramente stima di me? Ci sono tante persone che hanno talmente ridotto o svilito l’ambito dei loro desideri che se ne vergognano, cioè non sono contenti. Non hanno vera stima di sé, perché non hanno capito l’ampiezza infinita dei loro desideri.

d) Come mi comporto quando “non prendo pesci”? Cioè come mi comporto quando mi capita quel che è capitato agli apostoli? Mi autoaccuso con delle forme ulteriori di masochismo contro di me, me la prendo perché mi sento buono a niente, non valgo, non riesco; oppure, con forme inconsce di sadismo, accuso gli altri, la società, la Chiesa, la comunità, il gruppo, la parrocchia? Oppure mi comporto ragionevolmente chiedendomi: «Ho ben orientato i miei desideri?».

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La preghiera su queste riflessioni potrebbe essere il salmo 63. Il primo inizia con: «L’anima mia anela a te»: è l’uomo dei desideri, che ha un desiderio infinito di Dio.  «L’anima mia anela a te… nella terra arida, senz’acqua… così nel santuario ti ho cercato…»: è la storia di un desiderio lucido, perfetto, chiarito, appropriato.

Oppure potrebbe essere il salmo 8, che dice: «Che cosa è l’uomo perché te ne ricordi… che cosa è l’uomo perché te ne curi? Eppure l’hai fatto poco meno degli angeli, di gloria e di onore l’hai coronato». Noi siamo grandi per questa grandezza di desideri veri […].

DSC01562Non avrei mai immaginato che un articoletto da quattro soldi di cinquant’anni fa, rinvenuto casualmente su tre fogli ingialliti dal tempo e dall’umidità, fosse il pretesto di cui si è servito lo Spirito del Signore Gesù per dirmi qualcosa oggi, all’imbrunire della mia esistenza. Solo che ai vecchi interrogativi, Egli aggiunge i nuovi, sempre più incalzanti…

Ringrazio il mio Arcivescovo, che tanto ho amato in vita e che ancora mi parla, mi è guida e mi suggerisce il giusto modo di pregare: «L’anima mia anela a Te, o Dio… nella terra arida, senz’acqua… così nel santuario ti ho cercato…». E ancora: Che cosa sono io perché te ne ricordi… che cosa sono io perché te ne curi?”

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alfa e omegaAnni sessanta. Tutto è passato come una meteora. Con il senso del limite, sempre più marcato, è viva la percezione  che il Signore e vicino e muove tutto all’unità: UN UNUM SINT .


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Mi preoccupa talvolta il pensiero che, quando busserò alla Sua porta, nonostante le “annunciazioni” che mi hanno accompagnato lungo il corso degli anni, avrò solo mani vuote, piedi stanchi e nudi e sulle spalle un piccolo zaino di dolori… Ma non lo svuoterò per barattare il Paradiso: solo nomi per cui intercedere. Dal momento che sono ancora vivo, forse mi converrà arricchire più che posso l”agenda delle persone incontrate, da segnalare al “Capo del sindacato sofferenti”.

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2008: LA SANITA’ NELLA VISIONE DI FORMIGONI & COMPANY – Angelo Nocent

TEMPI - 16 OTTOBRE 2008

TEMPI – 16 Ottobre 2008

AL DIRETTORE RIVISTA “FATEBENEFRATELLI”

Caro Direttore,

questa volta sono costretto a scriverti a titolo strettamente personale, giacché non intendo coinvolgere l’Istituzione che rappresenti. Mi limiterò a riportare notizie che sono di cronaca, convinto che non è tempo perso fermarsi a riflettere. Avrai modo di verificare che, volutamente, al di là di qualche sottolineatura più marcata, mi limito alla constatazione, astenendomi dal prendere posizione. Tutto vorrei meno che far correre il rischio di essere frainteso difensore, “portavoce” di un incarico che nessuno mi ha affidato.

So di essermi dilungato oltre misura e perciò, se deciderai di pubblicare questa lettera aperta, affido alle tue forbici, ove occorresse per ragioni di spazio, di sfoltire sostituendo il testo mancante con i puntini di sospensione, nella speranza che l’operazione non produca un mutilato di guerra senza volto, ma un ponticello, ossia una provocazione di dialogo tra Chiesa e Istituzioni, più che uno sgradevole braccio di ferro fra le parti. Del resto, proprio CEI, Università Cattolica, Aris, Luiss Business School, hanno sentito l’esigenza di trovarsi a convegno il giugno scorso sul “No-profit dell’assistenza ospedaliera in Italia: riflessioni a trent’anni dalla legge 833/78”.

Si trattasse di un articolo, ti proporrei di titolarlo così: “L’ Hospitalitas istituzionale a un bivio. ”Io speriamo che me la cavo”.

Ospitalità . Fra Marco Fabello

Scrivere di Ospitalità a te che hai appena pubblicato un libro, è come portare vasi a Samo. A me l’ “Ospitalità” suona sempre come concetto astratto che si materializza, per così dire, nel momento in cui me la sento scorrere nelle vene come carisma, dono “per l’utilità comune” (1 Cor 12,7), non tanto destinato alla santificazione della persona, ma al “servizio della comunità” (1Pt 4,10). E’ donato ad alcuni il carisma e non a tutti allo stesso modo. Lo scopo non è di dare lustro o prestigio o fama a chicchessia ma per la varietà e vitalità della Chiesa. E’ anche mia convinzione che, se il carisma viene istituzionalizzato, inaridisce. Perché non è il reparto di cura che è carismatico, ma lo sono io nel reparto.

Il miracolo dell'ospitaltà - GiussaniIronia della sorte! A restarne affascinato di tale carisma piovuto dal cielo è stato proprio lui, il Don Giussani, che nella vita si è occupato più di giovani e di università che di ospedali e malati. Solo che, improvvisamente, ha scoperto l’evolversi del carisma dell’ hospitalitas proprio nel movimento che ha animato, senza che lo avesse provocato con riflessioni che svilupperà solo successivamente e che ora sono raccolte nel volume: “Il miracolo dell’Ospitalita’”, Ed. Piemme, al quale rimando. Ma, si sa, non tutti credono ai miracoli ed anche i discepoli non sempre hanno la fede del fondatore e, quindi la capacità di leggere i contesti. Fa un certo effetto constatare che avvenga proprio nella politica sanitaria della Lombardia dove sono all’opera persone raggiunte e segnate dal quel grande educatore del nostro tempo che è stato il “ Don Gius”. Credimi: leggendo la programmazione sanitaria talvolta sono tentato di credere che vi sia in corso il perdurare di un “malinteso culturale” più che una volontà della politica di sopprimere e penalizzare le istituzioni religiose. In tal caso, andrebbe fatto ogni sforzo per dissipare le nubi che nocciono ad entrambi. Ma, per non inventarmi nulla o eccedere nel dire, è meglio che parlino i fatti.

La parola alla politica

TEMPI - 16 OTTOBRE 2008E’ il 16 Ottobre 2008. Passo dal giornalaio di Palazzo Pignano dove solitamente lascio la bicicletta. Acquisto Il Giornale perché di giovedì c’è TEMPI come allegato. Prendo la corriera, mi sistemo comodamente per la lettura, apro il n° 42 , più voluminoso perché accompagnato da un altro allegato: “ EXTRA-Sanità in Lombardia “. E’ su questo che mi concentro in prima battuta e, cosa insolita, non mi addormento. Sfoglio, divoro e, man mano che procedo, resto sempre più coinvolto.

formigoni RobertoL’Editoriale è del Presidente Roberto Formigoni. Un titolo suggestivo: “Più libertà di scelta. Più sicurezza sanitaria”. Al centro dell’argomentare – come sempre – c’è la “persona”. Sfoglio con interesse: “Ripensare la sanità a distanza di trent’anni dall’introduzione del Sistema Sanitario Nazionale significa pensare a un modello culturale nuovo, capace di rispondere alle mutate condizioni di vita che caratterizzano la società contemporanea e che ci impongono di guardare alla spesa sanitaria non più come a un costo da contenere, ma come a un investimento, oltre che per la salute, anche per lo sviluppo del nostro Paese

Poi l’enunciazione di due principi irrevocabili:

  1. Libertà di scelta, innanzitutto.
  2. E il principio secondo cui un servizio di natura pubblica può essere garantito anche da un soggetto di diritto privato, oltre che dagli irrinunciabili meccanismi di controllo del sistema.

Fin qui tutto bene. Altri punti forza:

  1. Separazione tra enti che forniscono (le aziende ospedaliere) ed enti che acquistano (aziende sanitarie locali) le prestazioni sanitarie.
  2. alorizzazione della professionalità degli operatori del settore
  3. na sfida: “E’ questo il momento di gettare le fondamenta per un nuovo Welfare, realizzando appieno una logica di sussidiarietà che veda il contributo di soggetti responsabilmente attivi e garantisca pari opportunità durante l’intero ciclo di vita a tutti i componenti della società.

Figlie della Carità Browne,_Henriette_-_The_Sisters_of_Mercy_-_1859

Nelle pagine seguenti gli argomenti vengono ripresi e sviluppati. Ma cambia l’antifona e sono costretto a rileggermi più volte le opinioni sostenute che mi lasciano sempre più allibito. A pagina 8 un titolone ad effetto: “Il bilancio di una novità”. Prima di proseguire mi soffermo sulla foto di una bella suora “cappellona”, dalla divisa preconciliare. Quelli della mia età ricordano benissimo le suore di San Vincenzo, presenti in sanità, nelle carceri, nelle infermerie dell’esercito… Sulla foto, del viso, spuntano soltanto il naso e la bocca; il resto è nascosto dall’enorme copricapo. La suora, un pezzo di consacrata che nessuno oserebbe chiamare “suorina”, com’è di moda dopo il caso Eluana, accudisce una bambina che ha vicino a lei una grossa bambola con i boccoli d’oro. La microscopica didascalia della foto recita: Anche nella sanità negli ultimi anni si è assistito a un fenomeno di concentrazione economica. I principali concorrenti del servizio pubblico ora sono i gruppi privati nazionali e le grandi fondazioni”.

Sulla destra della foto invece, virgolettato ed a caratteri cubitali il messaggio: “Fino a 10 anni fa, esistevano i centri di cura religiosi. Oggi [maggiormente evidenziato] NON PIU’”. L’articolista è Francesco Beretta che riferisce di una tavola rotonda costituita da

  • Luigi AMICONE (Direttore e Moderatore)
  • arlo LUCCHINA (Direttore Generale Sanità Regione Lombardia)
  • Francesco BERETTA (Dir. Gen. A.O. Istituti Clinici di Perfezionamento)
  • Pasquale CANNATELLI (Dir.Gen. A.O. Niguarda)
  • Gabriele PELISSERO (Direttore Scientifico Irccs Policlinico San Matteo)
  • Costantino PASSERINO (Direttore Centrale Fondazione Maugeri).

Introduce il direttore di Tempi, Luigi Amicone, che spiega: “Da sempre il nostro giornale è molto attento a temi come l’educazione e la sanità. In genere il tema sanità risente purtroppo di un ritorno di ideologia, per cui il privato sembra “il male.

Olallo%2520Valdes%2520Beato%2520dei%2520FatebenefratelliMentre leggo, mi si fa presente, visivo, il mendicante di Granada. Nella mente rivedo la figura di San Giovanni di Dio che sta sullo sfondo degli ultimi cinque secoli di storia, con i suoi discepoli sopravissuti a tante intemperie. Quella storia che conosco abbastanza, mi appare sempre più come una bella fiaba grottesca, da non raccontare più neppure ai nipotini perché parla di sofferenze patite e lenite, di frati questuanti, soccorritori di appestati, di feriti sui campi di battaglia, di malati psichici abbandonati ai loro destini. Chi sarà mai il Beato Olallo, di cui in questi giorni si è dovuta occupare perfino la stampa? E’ roba del passato il frate Cubano rimasto da solo sul campo, medicina dei poveri, a condividere lo stipendio d’infermiere, “facendosi tutto a tutti” ?

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2004. Video in occasione dei 50 anni di CL

E visivo mi si fa pure il Giussani. L’espressione è quella di una foto che ne ritrae solo lo sguardo. Un Giussani pensoso…A meno che non si tratti di una proiezione della mia mente malata.

Ma riprendiamo la tavola rotonda. Com’è cambiato il settore sanitario? La risposta la fornisce il Direttore Generale degli Istituti Clinici di Perfezionamento, Dott. Francesco BERETTA: Dieci anni fa la realtà lombarda era diversa. Esisteva il settore pubblico e i privati convenzionati. Questi ultimi si dividevano essenzialmente fra istituzioni religiose, alcune fondazioni pubbliche, altre private e tante altre piccole realtà private.

Poi il cambiamento radicale. Oggi le istituzioni religiose sono quasi del tutto scomparse o svolgono attività marginale perché sono strutture che non riescono gestire al meglio le proprie realtà  sia per le dimensioni (piccole) che per mancanza di una vera mentalità e capacità imprenditoriale e manageriale e quindi sono spesso realtà economiche in perdita.

Anche le piccole strutture private sono pressoché scomparse, quasi sempre assorbite dai grandi gruppi privati. Restano così il pubblico, alcune grandi Fondazioni, per esempio il San Raffaele e la Fondazione Clinica del Lavoro, la Don Gnocchi e, appunto, i grandi gruppi privati (in Lombardia soprattutto il gruppo Rotelli e Humanitas), che sono in crescita.

La sanità privata oggi è anche un grande business coinvolto nel processo della globalizzazione. Questo elemento ha sicuramente modificato la modalità di erogazione e di gestione di queste strutture, ed esige una riflessione. Per esempio, sul fatto che un gruppo privato di livello nazionale non solo compra meglio, ma acquisisce meglio professionisti di elevata qualità nazionale e imposta l’organizzazione delle proprie strutture in modo moderno e con elevate tecnologie. Il sistema lombardo appare come  principio buono, tanto che altre regioni lo vogliono copiare. Penso che si possa lavorare su alcuni provvedimenti correttivi della Legge 31, senza però stravolgere la norma. Anzitutto perché la Lombardia è la Regione dove gli ospedali hanno i bilanci migliori e dove le persone si sentono assistite meglio. Un’osservazione, su cui chiedo una riflessione.

La realtà pubblica soffre del problema di non poter valorizzare al meglio i professionisti degli ospedali. Ce ne sono molti e bravissimi, ma non possiamo permetterci adeguate retribuzioni, così speso vediamo questi professionisti dover lasciare spesso l’ospedale per svolgere attività nel loro studio privato. D’altronde le varie riforme della sanità non consentono a noi direttori generali di premiare adeguatamente i nostri professionisti più bravi. Ci sono molti vincoli sulle assunzioni di personale, sulle remunerazioni differenziate anche per tutto il personale assistenziale che necessita di un ampio approfondimento“.

Tutto qui? Sì, tutto qui. Ma è sintomatico.

E’ un bene che la sanità evolva. Non sarà certo una mia lettera a rallentarne il decorso. Ma s’accorgeranno “i poveri ricchi” del “nuovo Welfare”. Bisognerà dare molto peso ai propositi. Perché non basta la buona fede. La politica è sempre pronta a dichiarare la persona malata al centro dei suoi disegni. Scoccerebbe però che fosse semplicemente “l’oggetto del desiderio” di chi ha il fiuto degli affari. Perché, nei fatti, rischiamo un po’ tutti di finire nell’occhio del ciclone, travolti dalle esigenze del mercato, sul fronte del bussines. America docet. Sarò anche portatore di iella; epperò nelle cinquanta pagine di Tempi EXTRA, scritte da cattolici, non ho trovato la parola Dio. E passi. Ma nemmeno “viscere di misericordia”, o il termine “compassione”, modi diversi per dire hospitalitas. Perciò mi sia concessa almeno una perplessità: dove vogliono arrivare?

Napoleone imperatore

Napoleone, la Massoneria, gli Anticlericali, ecc. s’incaricavano loro di centrifugare i religiosi dal mondo sanitario. Oggi che non è più necessario temere i discendenti di un passato, suonerebbe imbarazzante doversi guardare da quei cattolici che trovano le buone ragioni per far piazza pulita di una ingombrante “Chiesa del grembiule”. Non so se lo pensano. O se ho frainteso. Ma lo affermano senza mezzi termini: quelle dei frati e delle suore sono strutture che non riescono gestire al meglio le proprie realtà  sia per le dimensioni (piccole) che per mancanza di una vera mentalità e capacità imprenditoriale e manageriale e quindi sono spesso realtà economiche in perdita” (Francesco Beretta).

Se rimango di stucco per simili affermazioni è perché gli istituti religiosi maschili e femminili, consapevoli dei limiti, da almeno vent’anni a questa parte, si sono circondati di laici, hanno chiamato ad amministrare proprio fior di professionisti supertitolati, il più delle volte cattolici. Mi domando: il carisma istituzionale è passato agli imprenditori? Me lo auguro.

Rinascenze – Rampollamenti – Dissecamenti

A ripetersi con una certa apprensione quell’ormai famoso ”io speriamo che me la cavo”, sono un po’ tutti gli istituti religiosi implicati nel socio-sanitario.

Mi sentirei di dire: “niente paura“. Che non significa subire gli eventi passivamente, delegando di buon grado allo Spirito Santo ma semplicemente che bisogna rimboccarsi le maniche e dialogare con Dio e con gli uomini. L’ho appreso tanti anni fa e mi torna sempre in mente quel motto molto energico di Don Primo Mazzolari che vorrei essere capace di mettere in pratica: “un uomo d’onore non lascia agli altri la pesante eredità dei suoi “adesso” traditi”.

Padre Gabriele Russotto - L'Ordine Ospedaliero

Russotto Padre Gabriele o.h.-001Nel lontano 1949 il compianto P. Gabriele Russotto o.h. nel volume “L’ORDINE OSPEDALIERO DI S. GIOVANNI DI DIO ” riportava e commentava un passo del Papini:

A tutte le decadenze corrispondono rinascenze; tutti i disseccamenti sono accompagnati da speranzosi rampollamenti“. (Giovanni Papini: Storia della Letteratura italiana (Firenze, 1937),vol.I, pag.121)

E aggiungeva: “Nel secolo XVI  germogliarono molte “rinascenze” e molti “speranzosi rampollamenti” nel campo teologico, morale e caritativo, come corrispondenze ad altrettante “decadenze” e “dissecamenti.

Giovanni di Dio e il suo Ordine sono una di queste provvidenziali “rinascenze” e uno di questi vigorosi “rampollamenti” nel campo dell’assistenza sociale e della carità ospedaliera. In questa modesta sintesi storica, rievocando la grande figura di Giovanni di Dio e l’opera caritativa svolta da lui e dal suo Ordine, sarà facile poter constatare che le “rinascenze” e i “rampollamenti”, suscitati dal “pazzo di Granata”, non finirono con lui e nei limiti, pur vasti, di un secolo, ma continuano ancora al ritmo progredito del nostro secolo, conciliando  sapientemente nova et vetera in caritate Christi.

Quella del Russotto è un’autorevole voce ottimistica della tradizione che va ad aggiungersi al “niente paura” o al più colorito “io speriamo che me la cavo”. Di mezzo vi è una certezza assoluta che viene dal sigillo, che il segno sacramentale della cresima imprime indelebilmente:  “Ricevi il sigillo dello Spirito che ti è dato in dono” (Rituale Cresima).

Russotto Padre Gabriele o.h. accolto da Paolo VI-001

 Nei testi biblici e nella letteratura patristica il sostantivo “sigillo” e il verbo sigillare sono connessi con il mistero dello Spirito Santo. Così le espressionidonare lo Spirito” e “dono dello Spiritosi rifanno a testi biblici ai quali dobbiamo continuamente rifarci se non vogliamo che l’Ospitalità si trasformi in panacéa che si sposa con tutti i piatti come il prezzemolo. Alle tante possibili citazioni bibliche, mi limito a riferirne qualcuna:

  • Alla conclusione del discorso di Pentecoste, Pietro, rispondendo alla domanda degli ascoltatori, dice: “Pentitevi e ciascuno di voi si faccia battezzare nel nome di Gesù Cristo per la remissione dei vostri peccati; dopo riceverete il dono dello Spirito Santo” (At 2,38).
  • Simon mago voleva comperare il “dono di Dio” con denaro (At 8,19-20) e Pietro lo minaccia di perdizione.
  • Di fronte alla discesa dello Spirito Santo sui pagani in casa di Cornelio, i fedeli circoncisi che erano venuti con Pietro si meravigliavano che anche sopra quelli “si effondesse il dono dello Spirito Santo” (At 10,45; 11,17).
  • A coloro che hanno ricevuto l’iniziazione cristiana, la lettera agli Ebrei dice: “Quelli che sono stati una volta illuminati (battezzati), che hanno gustato il dono celeste, sono diventati partecipi dello Spirito Santo” (Eb 6,4).

Nel colloquio con la Samaritana Gesù le dice: “Se tu conoscessi il dono di Dio” (Gv 4,10);questo dono viene poi espresso con l’immagine dell’acqua viva. Il significato dell’acqua viva è la rivelazione: lo Spirito mi fa penetrare la rivelazione nella coscienza di credente (Gv 7,37-39). Così è accaduto alla donna, miracolata da Gesù in modo inconsueto: le ha inculcato il desiderio: “Se tu conoscessi il dono di Dio”. E lei, progressivamente, si è aperta alla fede.

Noi la parola fede l’abbiamo sempre sulle labbra. Il Card. Martini, nel rammentarci che credere è una parola-chiave dell’esperienza cristiana, ci ricorda che spesso è parola abusata. Il Vangelo di Marco ci riferisce che “Gesù predicava il Vangelo di Dio e diceva: il tempo è  compiuto e il regno di Dio è vicino. Convertitevi e credete al vangelo” (1,15).

Carlo Maria Martini benedice con l'EvangelarioL’Arcivescovo dice che il termine greco usato da Marco e tenendo presente anche il vocabolo ebraico che vi sottostà, andrebbe tradotto così: “Appoggiatevi al Vangelo, affidatevi al Vangelo. E’ l’esperienza di Israele: di chi si affida , si appoggia su una roccia, di chi si sente saldo perché è appoggiato a qualcuno molto più forte di lui. Sembra facile ma è difficilissimi fidarsi veramente di qualcuno”.

 A me che scrivo, a te Direttore che leggi, la fede che qui, adesso, viene proposta è proprio questa: fidati del Vangelo!

Affìdati, abbandònati, appòggiati all’iniziativa di Dio che  ti viene incontro nella persona di Gesù, il vivente nella Chiesa e nella storia.

La politica? Non ci spaventi. Siamo chiamati a credere alla possibilità impossibile. Nei momenti in cui si sperimenta un senso d’impotenza, non va dimenticato l’atteggiamento che fu dei padri. Ma i religiosi, i laici, con i politici devono dialogare. Anch’essi hanno una mente, un cuore. E magari anche una proposta, solo apparentemente scomoda. L’essere indirizzati su una diversa rotta può anche voler dire “segno dei tempi”. Il rifiuto pregiudiziale non è nelle indicazioni dell’Apostolo Paolo che scrive: “Non ostacolate l’azione dello Spirito Santo. Non disprezzate chi profetizza: esaminate ogni cosa e tenete ciò che è buono”. 1Tess 5,19-20 .

 Le parole che il teologo Won Balthasar ha rivolto a CL, nel richiamare il movimento, ha messo in guardia un po’ tutti: “Se il movimento [l’Ordine, la Congregazione n.d.r.] dovesse chiudersi in sé, contento di se stesso e dei suoi successi, si allontanerebbe dal suo programma, perderebbe anche ogni drammaticità che risulta proprio dal continuo, nostalgico sforzo di andare oltre se stesso. Accontentarsi significherebbe essere arrivati, significherebbe riposo; ma questo riposo equivarrebbe alla morte“.

Per ora, a dar man forte è giunto l’ appello di Mons. Giuseppe Bertori, Segretario Generale della CEI: “Sanità cattolica: un patrimonio che va tutelato… E’ apprezzata dai cittadini, ma non ha i giusti riconoscimenti delle Regioni”. E’ già qualcosa. Poi si vedrà. Auspico che la Comunità Ospedaliera cui appartieni, assuma un impegno: “aiutare la politica ad aiutare”, conciliando “nova et vetera in caritate Christi”, come suggeriva il Padre Russotto.

Tuo affezionatissimo

Angelo Nocent

Da “Fatebenefratelli” – Genn/Mar 2009

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Cortile centrale del Fatebenefratelli di Milano, sotto la statua di San Giovanni di Dio, fondatore dell’Ordine dei Fatebenefratelli. Foto (quasi) di gruppo, prima di scendere in Mensa.
Era presente il direttore generale dottor Luigi Corradini, che ha ringraziato tutti i Volontari annunciando un progetto che ci coinvolgerà tutti nell’ampliare il servizio di accoglienza, il direttore amministrativo dottor Michele Brait, il dottor Giovanni Monza direttore medico di presidio, Oriana Mercuri preziosa “tutor” dei Volontari, il dottor Franco Borzio, altri medici e infermieri.
L’ottima cena, curata dallo chef Salvatore Errico e dai suoi collaboratori, prevedeva anche un “risotto al pane e pepe nero” la cui ricetta era stata creata per l’occasione dal famoso chef Davide Oldani.
Serata eccezionale e superlativa, clima molto cordiale e conviviale, ottima la cena.
Al termine della quale abbiamo raccolto … due nuovi Volontari che, sentite le richieste del Direttore Generale e del Presidente, si sono fatti avanti: a settembre entreranno a far parte della “meravigliosa associazione Vozza”, come recitava il menù sui tavoli dei commensali.
Due però non bastano, ne attendiamo molti altri.

SAN RICCARDO PAMPURI PER I PROBLEMI DI CUORE – Angelo Nocent

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Sono tante le persone che soffrono in silenzio. Vorrebbero…ma non osano…
PREGARE AIUTA A DISCERNERE

1-12.0572GRAZIE, Signore, per avere creato, in un atto d’amore, l’UOMO e la DONNA a tua immagine e somiglianza.

GRAZIE per il corpo che mi hai dato, per il cuore che vi hai messo, per l’intelligenza di cui mi hai dotato/a e per la capacità di amare. Per intercessione di SAN RICCARDO PAMPURI, ti chiedo ciò che più mi serve in questo momento: LA SAPIENZA DEL CUORE per discernere la tua volontà.

Rose 24Tu che hai previsto per tutti gli uomini un piano d’amore, conosci il desiderio di amare e di essere amata/o che sento in me. Ti chiedo che la mia vita sentimentale possa sbocciare e che il Tuo progetto per me , tra alti e bassi, possa finalmente realizzarsi.

A Te che mi scruti e mi conosci, sono noti i miei stati d’animo, le emozioni, la fragilità, le paure…E sai anche che mi sento attratta al matrimonio. Perciò, Ti chiedo di mettere sulla mia strada e accanto a me la persona che sarà SEGNO del tuo amore e della tua gioia per sempre.

Se chiedo l’intercessione di San Riccardo, è perché ho la certezza che Tu solo puoi liberare la strada da tutti gli ostacoli che ho incontrato fino ad ora. Perché so che per me vuoi un MATRIMONIO VERAMENTE FELICE. E io te lo chiedo per MARIA alla quale non sai dire di no.

1-SAN RICCARDO PAMPURI L'INTERCESSORE_21

PREGUNTE POR AMOR VERDADERO CON la intercesión de San Ricardo Pampuri

Gracias Señor por haber creado, en un acto de amor, el hombre y la mujer en su imagen y semejanza.

GRACIAS por el cuerpo que me has dado, para el corazón que usted ha colocado, por la inteligencia que he montado / a y por la capacidad de amare.Per intercesión SAN Ricardo Pampuri, uno se pregunta qué más qué necesito este tiempo: La sabiduría del corazón para discernir su voluntad.

Rose 24Usted que han planeado para todas las personas de un proyecto de amor, ya sabes el deseo de amar y ser amado / o que yo siento en mí. Pido que mi vida amorosa puede florecer y que Su plan para mí, en las buenas y en las malas, por último se puede realizar.

A ti que me has examinado y me conoces, han conocido mis estados de ánimo, emociones, debilidades, miedos … Y también sé que me siento atraído por el matrimonio. Por lo tanto, les pido que se ponga en mi camino y fuera de mí la persona que será su ampore SIGN y su alegría para siempre.

Si pido la intercesión de San Ricardo, es porque estoy seguro de que usted solo puede liberar el camino a todos los obstáculos que he encontrado hasta ahora. Porque sé que me quieres un matrimonio muy feliz. Y yo estoy pidiendo MARIA al que no sabe decir que no.

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Nozze di Cana

Maria alle Nozze di Cana: “Non hanno più vino”.

1-Aggiornato di recente67

IL SASSO NELLO STAGNO – Laici al Capitolo Generale Fatebenefratelli 2007 il giorno dopo – Angelo Nocent

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IL SASSO NELLO STAGNO

Salvino Leone è uno dei delegati laici al 66° Capitolo Generale dei Fatebenefratelli che si è svolto quest’anno. Con e-mail del 23/05/2007, mi ha manifestato il suo sostanziale dissenso su quanto ho avuto modo di scrivere nell’ultimo numero della rivista sui “laici al Capitolo Generale”.

 

Ho ritenuto di riportare il testo integrale della lettera, ovviamente con l’avvallo dell’autore, nella speranza che le considerazioni espresse del medico di Palermo suscitino dibattito. Resta così aperta la possibilità di ritornarci sopra.

 

L’articolo di riferimento:

religiosi-e-laici-nella-gioia-della-fede-e-nella-prospettiva-della-missione-a-nocent/

capitolo-generale-66-rappresentanti-laici

Al centro il Prof. Salvino Leone

 

Preg.mo Angelo Nocent

 

ho letto il suo articolo sui “collaboratori laici” pubblicato sulla rivista Fatebenefratelli e devo dire che sono rimasto sinceramente addolorato per la violenza e la durezza di alcune sue critiche nei confronti del documento da noi prodotto. Certo nessuno ritiene che questo non possa essere esente da critiche ma quelle che lei formula mi sembrano non solo ingiustificate ma anche offensive, per più di un motivo.

 

1)     Innanzitutto perché il documento è stato redatto da persone che da numerosi anni (qualcuno anche da più decenni) lavorano fianco a fianco con i Fatebenefratelli condividendone pienamente il carisma e le quotidiane fatiche. Conoscono molto bene, quindi e condividono lo spirito di umiltà, povertà ecc. del quale, a suo avviso sembrerebbero privi.

2)     Non sono certo arrivati con “povertà di idee” ma le ricordo che canonicamente non avevano alcuna “voce in capitolo” essendo lo stesso riservato ai Religiosi. Per cui è stato un atto di grande apertura e profezia, da parte dei Religiosi, l’averci chiamato a presentare un documento.

3)     La Scuola dell’Ospitalità era una semplice e opinabile proposta operativa e, come tale, giustamente collocata alla fine. Il carisma “già posseduto” non si riferisce di certo a tutti i laici ma a quelli che, non per loro scelta ma perdono dello Spirito, lo incarnano già. Riconosciuto o meno.

4)     I laici non “vogliono contare” (ma non è laico anche lei?) ma solo servire insieme ai FBF e stanno dando alcuni possibili suggerimenti per farlo. Il riferimento all’aspetto dottrinale non è nostro ma del card. Newmann e della teologia conciliare. D’altra parte un Ordine non fa affermazioni dottrinali.

5)     Tutti gli aspetti religiosi (affidamento alla Provvidenza, profezia, dimensione sapienziale ecc.) appartengono all’essere dei laici e il Capitolo non ci chiedeva una trattazione sulla teologia del laicato ma “cosa chiedono i laici all’Ordine”.

6)     Mi consenta di dirle che tutti noi non equivochiamo, sappiamo bene cos’è il laicato e il suo rapporto con la vita religiosa. Peraltro mi permetto ricordare che dai tempi del Decretum di Graziano che prevedeva “duo genera Christianorum” alla Christifideles laici e alla Vita Consecrata sono passati più di 8 secoli e la teologia del laicato e della vita religiosa è molto cambiata. Peraltro quanto detto è stato pienamente condiviso dai religiosi che non hanno ravvisato alcuna “volontà sostitutiva” ma solo un fraterno aiuto a venire in soccorso con una forte presenza carismatica laddove la penuria di religiosi avrebbe fatto chiudere una casa.

7)     Ancora più offensivo e calunnioso mi pare il dubbio sul superamento delle logiche “proprietarie” che, contrariamentea quanto lei dice è proprio…francescana. Tutti i laici presenti e i tanti altri che rappresentavamo erano persone che con spirito di sacrificio e abnegazione hanno dato e danno il loro contributo. Certo anche come operai degni della giusta mercede ma ben al di là di quello. Nessuno vuol diventare proprietario o alcuna rivendicazione in tal senso.

8)     10) Quanto alla “farneticazione pura” delle opere gestite da laici è quanto ormai da parecchi anni avviene in molte parti dell’Ordine, con la piena approvazione del Consiglio Generale e l’auspicio che questo possa anche ampliarsi consentendo una piena sopravvivenza e diffusione carismatica, quindi caritativa ed evangelizzatrice. Se questa è farneticazione !!

Ci sarebbero molte altre cose da dire ma mi fermo qui augurandomi che il suo sincero desiderio di una diversa e migliore presenza dei laici possa trovare le più consone vie di espressione. Forse non saranno le nostre ma proprio perché non abbiamo alcuno spirito di protagonismo o prevaricazione l’importante è che si realizzino per il bene dei bisognosi e la gloria di Dio.

Fraternamente, Salvino Leone

Da FATEBENEFRATELLI Luglio/Settembre 20071-Immagini INT4

Salvino Leone è uno dei delegati al 66° Capitolo Generale Fatebenefratelli che si è svolto in Gennaio.


Con la sua è-mail del 23/05/007, mi ha offerto un’opportunità di riscatto: ricredermi su quanto ho scritto sui “LAICI AL CAPITOLO” nel numero precedente di questa rivista.

Così ho risposto a caldo un’ulteriore considerazione aggiuntiva ma senza pubblicare.

Sono appasti setti anno ma sembra trascorso un secolo. Sull’argomento è sceso il sipario e nello stagno, a gracidare, restano solo i ranocchi.

Stagno e ranocchi

“Del mio intervento, ciò che il Salvino coglie, rimarca e, soprattutto quanto lo rammarica, sono la mia violenza verbale e durezza di linguaggio. Le mie critiche a lui sembrano ingiustificate, offensive e calunniose. Ma ci sarebbero “molte altre cose da dire”. La lettera si chiude con un l’auspicio per il futuro che io possa trovare “più consone vie di espressione”.

In sostanza, par di capire che la petizione al Capitolo sta bene com’è. D’altra parte, non sarebbe nemmeno possibile ritirarla o rivederla. Dunque, che fare?

Da parte mia posso cercare di fare tesoro dei suggerimenti e provare ad usare un linguaggio più “consono”. Ma non posso che mantenere la mia riserva sulla sostanza della petizione che i chiarimenti dell’illustre medico non hanno dissipato. Del resto, sulla buona fede dei redatori non nutrivo dubbi ed avevo già espresso largo riconoscimento proprio in quel contesto.

Ad un altro laico partecipante che mi ha fatto pervenire il suo disappunto, esigendo che mantenessi l’anonimato, ho inviato privatamente la seguente risposta che consiste in nuove domande che sono ancora lì imbalsamate ma non prive di senso.

Cosa c’è di positivo in tutto questo? Che il sasso gettato nello stagno ha sortito l’effetto, per me insperato, di smuovere le acque di un dibattito stanco e fatto di luoghi comuni, di far scoprire le carte e mettere in luce quanto di consistenza vi sia dietro il lait motif “laici collaboratori”. A me pare di udire solo la voce di qualche solista ma il coro non si sente. Che canti a bocca chiusa? Strano: in quello famoso di Puccini, in Madama Butterfly, si sente eccome! Ed è suggestivo, straziante, convincente.

 IN COSTRUZIONE

1-San Giovanni di Dio - El camarin

Salvino Leone è uno dei delegati al 66° Capitolo Generale Fatebenefratelli che si è svolto in Gennaio. Con la sua è-mail del 23/05/007 mi ha offerto un’opportunità di riscatto: ricredermi su quanto ho scritto sui “LAICI AL CAPITOLO” nel numero precedente della rivista FTEBENEFRATELLI. Questa sua è stata pubblicta. Ma ho desistito dal replicare per evitare inutili polemiche. Ma la replica c’era ed è saltata fuori in questi giorni frugando tra le carte. Ormai, assopiti gli animi, la si può ora mettere in circolazione. Perché, a caldo, erano emerse nuove considerazioni che trovo ancora di attualità. Noi passiamo ma i posteri hanno diritto di sapere certe cose per vederci un po’ più chiaro.

Sono appasti setti anni soltanto ma a me sembra trascorso un secolo. Sull’argomento è sceso il sipario e nello stagno e, aquanto pare,a gracidare, sono rimasti soltanto i ranocchi.

Stagno e ranocchi

In costruzione …

“REINVENTARE L’OSPEDALE” – E se fosse una bufala? – Angelo Nocent

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Ho sempre saputo che la divergenza di vedute, soprattutto da coloro che contano, se avviene pubblicamente, prima o poi la si paga. Ma io ci casco regolarmente. Non me ne faccio un vanto ma non me ne pento. Succederà anche questa volta. Anzi, è già successo…E bisogna accettare che, in nome dell’ospitalità, ti venga chiusa la porta senza spiegazioni. Ma, proprio qui, direbbe frate Francesco, E’ PERFETTA LETIZIA.

Fra Pierluigi Marchesi durante il suo generlatoQuando il Padre Pierluigi Marchesi convocava a Roma mezzo mondo per annunciare e divulgare le sue teorie sull’ “umanizzazione” che l’Ordine intero era chiamato a sottoscrivere, quasi fosse un dogma di fede, pena la scomunica, ossia cantare fuori dal coro, correva l’anno 1981. Se quella teorizzazione-denuncia era una impietosa diagnosi sullo stato di salute del suo Ordine in particolare e della Sanità in generale, il destino o la Provvidenza ha stabilito che, dopo dodici anni di generalato,  avrebbe dovuto essere proprio lui stesso a sperimentare concretamente sul campo, in due ospedali di natura diversa e con tanto di carta bianca,  il decantato processo di umanizzazione:

  • 1988-1992: Priore del Presidio di Riabilitazione di San Maurizio Canadese (TO).
  • 1992-1995: Priore dell’Ospedale San Giuseppe di Milano.

Morale della favola: REINVENTARE L’OSPEDALE edito nel 1995 è la sintesi di quel secondo triennio sperimentale ed avrebbe dovuto rappresentare un passaggio storico significativo. Solo che ormai, inspiegabilmente, questo momento, come altri, è classificabile come un persistente delirio di onnipotenza che teorizza tutto.

Il Marchesi ha sempre avuto attorno a sè degli ottimi “laudatores“, quel tipo di persone molto intelligenti (meglio astute)  ma anche interessate, che spopolano indisturbate quando fiutano vantaggi ed opportunità. Gli anniversari vengono celebrati, le pubblicazioni non mancano. Epperò,  alla fine tutto sembra che venga inspiegabilmente rimosso: nessuno c’era e, se c’era, dormiva, nessuno  ha visto, nessuno ha sentito… omertà totale. Ma è successo. Solo che a nessuno al mondo piace ammettere i propri facili bla bla bla… fallimentari.

CORREVA L’ANNO 1995

Questo è un libro che, forse, in libreria non si trova più. Edito dalla Società San Paolo nel 1995, così si legge all’interno  della copertina: Il volume è frutto del lavoro  congiunto dei seguenti quattro autori, che prestano la loro attività presso l’ospedale “San Giuseppe” dei Padri Fatebenefratelli a Milano:

  • CLAUDIO BONFIOLI, medico radiologo, Aiuto Radiologia, membro della Commissione Umanizzazione e del Gruppo Qualità.
  • ISABELLA BOSI, medico diabetologo, Assistente Medicina Riabuilitativa, membro della Commisione Umanizzazione e del Gruppo Qualità.
  • GIAN MARIA COMOLLI, sacerdote, licenza in Teologia spirituale e specializzazione in Teologia pastorale sanitaria, assistente dell’ospedale, segretario del Comitato Etico e coordinatoire dell’Università del Volontariato.
  • PAOLO POLLINA, coadiutore biologo, responsabile del settore Microbiologia-Laboratorio di Analisi, membro della Commissione Umanizzazione e e coordinatore del Gruppo Qualità.

La cosa strana che balza subito all’ occhio è che in questo proposito condiviso dai quattro, non figura nessuno dei  religiosi  Fatebenefratelli ai quali, proprio a pagina 29 viene dedicato il Cap. II. Si tratta di due paginette o poco più, ma sono così dinamitarde che è come se si fossero posti dei candelotti di nitroglicerina negli anfratti della motagna granitica dell’ Ordo Hospitalarius che ha cinque secoli.

In realtà un frate, e neanche troppo mimetizzato, c’è, pur non figurando fra gli autori del volume, solo che è stato collocato alla fine, prima della bibliografia, sotto il seguente titolo: “SOGNO UN OSPEDALE CHE SIA TEMPIO DELLA SALUTE”. (Intervista a fra Pierluigi Marchesi), condotta dal noto ANGELO MONTONATI al quale sono state commissionate più d’una fatica per celebrare l’Ordine.

Se penso che in gioventù avevo composto delle strofe cantabili a San Giovanni di Dio, una delle quali diceva:

  • Ogni letto per me  è un altare
  • e l’infermo il Cristo Signore,
  • l’Ospedale il Tuo sacro tempio
  • dove adori il divino mister

potrei non trovarmi d’accordo? Ma non è questo il punto né il momento per approfondire.

Il problema è un altro: questo proposito d’intenti gli autori e gli spettatori se lo sono visti volatilizzare nelle proprie mani. Infatti, il Padre Marchesi che dell’ospedale “San Giuseppe” ai tempi era il Priore, è già andato in Paradiso. Il sacerdote Comolli, proprio perché di istituzione divina, svolge il ministero altrove e nessuno potrà mai farne di lui un disoccupato. Degli altri non so proprio dire nulla. Nè so dire della Commissione Umanizzazione e del Gruppo Qualità.

L’ospedale “San Giuseppe” di via San Vittore, 12 a Milano,  prima della ristrutturazione.

E  l’ospedale “San Giuseppe” che doveva essere il prototipo di questo  agognato sogno, che fine ha fatto? E’ ancora al suo posto ed accoglie pazienti ora come prima. Solo che non ci sono più i frati. Il loro posto è stato preso da questo marchio: MULTIMEDICA http://www.multimedica.it/it/ E questo fatto, già presagito al secondo capitolo testè menzionato, è la sola REINVENZIONE riuscita appieno.

vittorio-messoriA fare la presentazione del volume di 150 paginette è stato scomodato nientemeno che VITTORIO MESSORI che da poco aveva visitato in Spagna un grande e moderno ospedale, fondato e gestito da un’organizzazione cattolica, segno evidente che la posta in gioco era elevata. In realtà lo scrittore si dilunga in amare constatazioni che sono poi le stesse che capita anche a noi di vivere. E se la prende in particolare con i Politici, i Sindacati e gli Intellettuali. Piccolo inciso: “Quanto a loro, in caso di bisogno personale, intrallazzano con monsignori e suore, pur di ottenere un posto in qualche clinica di religiosi sfuggita alla furia demagogica“. Come si vede, i frati ne escono bene. Gli incriminati sono monsignori e suore.

Ma il lettore che prende in mano il libro, prima della Presentazione, s’imbatte in un messaggio che lo mette subito a suo agio: “Umanizzare l’ospedale non vuol dire aggiugere un lusso maggiore ad opere già ritenute buone, ma vuol dire donare quella cosa di cui l’uomo ha un grande bisogno, o meglio, ha un assoluto bisogno, e cioè l’umanità“.

Chissà perché “quella cosa di cui…” mi fa pensare a quando si procede al risanamento ambientale attraverso la disinfestazione e la deratizzazione: chiami una ditta specializzata che spruzza “quella cosa di cui…” non t’interessa conoscere la composizione e, per un po’, addio topi e scarafaggi.

Una cosa è certa in sanità: gli edifici, obsoleti o di ultimo grido, restano e resistono alle varie intemperie, gli operatori sanitari di qualsiasi grado roteano e passano, come i loro assistiti.

Il Messori conclude con un atto di gratitudine agli autori: “Scorrendo questi testi, mi è sembrato che – sotto il linguaggio moderno e detro la consapevolezza dei problemi sempre nuovi – a questa riscoperta “antica“, e a questa sola, pensassero soprattutto gli autori.

Non ho motivo di dubitarne. O forse sì…?!

L’impressione strettamente personale è questa: la miccia è stata accesa e la devastante “catena a reazione” è in corso. Potrà sembrare esagerato ma il processo in atto è paragonabile alla catastrofe di Černobyl’ del 1986 ed il livello di radioattività di una certa visione delle cose è tacitamente in atto, seppur in diversa misura nella geografia dell’Ordine. Ogni surriscaldamento può portare alla fusione del nocciolo del reattore. In quel 26 aprile russo non ha giocato la fatalità bensì responsabilità ben precise derivanti da gravi errori del personale, irresponsabilità dei dirigenti ed errori di progettazione. Lungi dall’essere profeta di sventura, ciò che sgomenta maggiormente è constatare il persistente non voler vedere la realtà e programmare cervelloticamente, quasi fosse un carisma, a colpi di suggestioni. Di questo passo,  prima o poi calerà il sipario su tale suicida follia.

 CORREVA L’ANNO 1976…

Ho evidenziato di proposito la data di pubblicazione di questa poderosa opera di 400 pagine. Essa  vedeva la luce nel Febbraio 1976 per conto di U. Mursia editore e, stando alla dedica, fu anche faticosa ma stimolante, compiuta dall”autore, Luigi Orste Speciani. Fu talmente ben accolta negli ambienti sanitari che nell’aprile del 1976 si passò alla seconda edizione del volume. Io che non mi ero mai accorto della sua esistenza,  l’ ho acquistato per due Euro fuori dalla Stazione di Lambrate a Milano, tre o quattro anni fa, quando facevo il pendolare. La scoperta fu illuminante ma mi ha pure  sconvolto e fatto riflettere  sul tema dell’UMANIZZAZIONE,  tanto caro ad alcuni, termine ad effetto capace di riempie la bocca, soprattutto quando lo si usa a sproposito perché non si ha molto altro da dire.  Solo che anche questa espressione, come tutte  le cose umane, quando viene utilizzata in tutte le salse, finisce per logorarsi e patire l’usura del tempo, fino a produrre produce una noia snervante quando alle parole non si vedono seguire i fatti.

Su Minerva Medica, n. 1960, dal titolo IL MESTIERE DI MEDICO OGGI, si leggeva:

 “Il materiale documentario per questo saggio, nato da un’inchiesta apparsa sul quindicinale “Il Carroccio Medico”, è stato raccolto di prima mano dall’autore nella sua multiforme attività medica, che va dalla ricerca scientifica alla libera professione, dallo studio dei problemi sociali al giornalismo.

Grazie a questa inconsueta ampiezza di informazione vissuta il libro riesce ad offrire un panorama spesso imprevedibile, anticonformista, talora spregiudicato, ma sempre affascinante e soprattutto vero, dalla controversa realtà medica attuale, la cui crisi evolutiva interessa non solo i medici e gli studenti, ma anche i pazienti e la comunità sociale nel suo complesso”.

Come si vede, nessuno ha visto nel medico Speciani, nè lui si è sentito, un profeta dell’umanizzazione. Ma un attento e documentato osservatore, questo sì. Tanto per fare un esempio, la “Bibliografia sommaria” va da pag. 367 a pag 389 e viene precisato che “Nell’impossibilità di elencare tutte le fonti che hanno fornito un utile contributo alla ricerca, si segnalano, capitolo per capitolo, soltanto quelle discuse o citate nel testo che si ritengono valide per un maggiore approfindimento settoriale“.  E poi, nell’ “Indice dei nomi”  i citati sono più di 900. Tutto questo semplicemente per dire che l’autore non ha inteso fare il parmiggiano reggiano con il latte di soia.

La Redazione Eurosalus   –  Sunday 12 November 2006 – sciveva:  

Sacerdozio, arte, professione, mestiere: così, per tappe successive raggiunte in lento volger di secoli, salvo l’ultima recentissima e illecita, è decaduta la Medicina nell’opinione del mondo.

Il mestiere di medico, oggi, è un nodo gordiano di controverse opinioni e di pratici paradossi. Sui diversi piani dell’economia, della scienza, dell’etica, della deontologia, del prestigio sociale, della preparazione professionale, sul loro stesso numero, persino sul loro titolo qualificante, si può dire dei medici (e quasi solo dei medici), una cosa e il suo perfetto contrario, con la certezza di essere sempre nel vero, almeno in Italia.

Vogliamo degli esempi? Si dice che i loro guadagni sono iperbolici e scandalosi, ed ecco i concorsi pubblici d’ospedale a posti che offrono mensilmente un po’ meno di quel che la legge Conci impone per le « lavoratrici di case private ». Sono onorati come i salvatori del mondo, e insieme insultati dai pazienti con la discussione delle diagnosi e delle ricette. Sono considerati dei santi, ma anche degli sporchi arrivisti da trascinare nei tribunali. Istituiscono societa deontologiche ed escogitano nuove formule di giuramento, mentre in realtà manca ai loro Ordini Professionali qualunque potere, non solo di coercizione ma di persuasione. Ricevono dai grandi della terra i supremi onori, e sono nello stesso momento considerati come loro servi dai più bassi livelli umani. Escono dagli Atenei tutti quanti onusti di un titolo che in altre parti del mondo è privilegio di pochissimi eletti, e sono praticamente umiliati da un qualsiasi infermiere che sa fare meglio di loro un’iniezione o una fasciatura, solo perché a lui hanno insegnato a farle, e agli studenti di medicina, no.

Si dice che siano pletora, e in Italia esistono oltre tremila centri abitati senza medico residente. Sono per defmizione medici chirurghi, padroni per legge della vita dei loro simili, e capaci per decreto di laurea di indicare (se non personalmente di esperire) i modi medici o chirurgici di terapia e fra breve, se si insisterà nel distinguere rigidamente, in sede sia accademica sia applicativa, le infinite specializzazioni e superspecializzazioni che il progresso tecnico ha reso possibili, tutti i medici si vedranno retrocessi di colpo nella scala sociale.

Dalla dignità attuale, confusa ma ancora viva, scadranno al semplice ruolo di « tecnici della salute », ciascuno con un campo di lavoro strettamente limitato e angusto; condizione non solo insoddisfacente ma, alla lunga, sicuramente dannosa per la corretta esplicazione di una buona Medicina.

L’arte medica, da sempre considerata – e giustamente – come una felice sintesi mentale e operativa propria a individui singoli dotati di superiori capacità, finirà così con lo smembrarsi in una polverizzazione di albi chiusi professionali, simili a quelli degli « engineers » americani, che almeno sanno di essere solo degli operai specializzati, anche se guadagnano il doppio della media dei medici italiani.

Cos’è, infine, questa « professione medica » così contradditoria da spaventare, e che vede invece ogni anno nuove valanghe di adepti, attirati probabilmente da chissà quale antico miraggio e ai quali nessuno ha il coraggio di chiarire la situazione presente, nella sua realtà, evitando gli interessati pessimismi e le avveniristiche illusioni? Neppure la legge ci illumina. Infatti, secondo la giurisprudenza (Corte di Cassazione, Sez. III, 16-4-1953, in « Giust. Pen. », 1953, II, 700) essa « è caratterizzata dallo scopo cui è diretta, e cioè dal fine di curare gli infermi, con qualsiasi metodo e con qualunque mezzo che ciascun medico, avvalendosi delle proprie cognizioni culturali, ritenga opportune adottare nei singoli casi ». Ciò che significa, in parole povere, che neppure il Legislatore riesce a coagulare per essa un concetto ben definito, né, tanto meno, univoco.

La cosa può anche non stupire: significa tuttavia che il Legislatore non dispone in questo momento di elementi sicuri e stabili, sui quali appoggiare il suo giudizio.

In verità la Medicina (e la professione ne è solo una fugace espressione ambientale) sta ora attraversando una delle crisi più gravi della sua esistenza; il travaglio di questa crisi, che può dar vita a un fenomeno superiore oppure a un mostro teratologico (e fino ad ora le probabilità sono uguali, forse addirittura a vantaggio del mostro) interessa contemporaneamente l’interno della Medicina, e anche l’esterno.

Nell’intimo c’è crisi tra l’arte tradizionale e la tecnica ingigantita, crisi di equilibrio tra le funzioni, crisi di fiducia, di verità e di vocazione. All’esterno la crisi di rapporto rivela infiniti problemi piccoli e grossi, che tutti msieme possono essere riassunti in uno solo, fondamentale e di principio, che riguarda il modo di seguire senza troppe sofferenze e disastri, e soprattutto conservando all’arte del guarire il suo significato, la fatale evoluzione della medicina da fenomeno di carattere individuale e di natura privata in un altro di carattere collettivo e di interesse pubblico.

Così, per capirci finalmente qualcosa, non resta che scegliere una strada diversa: studiare la professione nella sua esplicazione pratica, vedere come funziona e perché, e come si adatta all’ambiente o ne viene condizionata.

La sintesi ultima ci potrà dare, se non un universale, per lo meno le caratteristiche attuali d’uso o di funzione e potrà servire a delineare le esigenze minime che il mestiere, nella sua proiezione sul mondo moderno, richiede a quelli che intendono seguirlo.

Ciò comporta, di necessità, una ricerca analitica dei fattori interagenti, che sono l’ambiente comune al medico e a tutti gli altri uomini (« il mondo indifferenziato dei sani »); il malato; la medicina; il medico; l’atto medico; il rapporto professionale.

Queste varie « categorie » non sono fisse, ma variabili nel tempo. Negli ultimi cinquant’anni quasi tutte hanno assunto, per ragioni intime o d’ambiente, caratteri, forme, metodiche ed espressioni profondamente diverse dall’antico.

Sarebbe piuttosto facile, ma fors’anche intinto di faciloneria, sostenere che la crisi della medicina, e in particolare della professione medica, sia qual’è, cioè grave e apparentemente insolubile, proprio perché essa vuole applicare, ad una mutata realtà presente, schemi teorici e funzionali sorpassati o logorati dal tempo.

Probabilmente invece la realtà è alquanto diversa, e come sempre molto più difficile da interpretare. Gran parte della evoluzione che la Medicina ha subito nell’ultimo cinquantennio, e che comprende il progresso tecnico in tutti i suoi settori, la conseguente impossibilità per un uomo singolo a dominarne le infinite espressioni particolari, il suo costo in progressivo aumento, e infine l’esigenza sociale della difesa della salute a spese della comunità, è in realtà solo forma ambientale, e non sostanza. La sua sostanza è sempre l’uomo, l’uomo singolo, individuale e non ripetibile, nella sua duplice caratteristica di numero statistico sulla carta ma insieme di sofferta umanità privata quando si ammala, guarisce o muore.

Il disagio moderno della medicina, e probabilmente il suo più serio peccato sociale, sta nel dimenticare troppo spesso questa realtà. Dentro la capsula spaziale non c’è solo la tecnica perfezionata, ma l’uomo che la condiziona per il successo o per la sconfitta; anche nel fondo della « medicina collettiva » o della « medicina strumentale » esiste l’uomo, sintesi di corpo e d’anima che come tale va inteso, e avvicinato, e rispettato, sotto pena di insuccesso e di insoddisfazione privata e pubblica.

Per questa ragione è possibile che la crisi sia intervenuta, in medicina, non dal contrasto sostanziale tra la sua essenza tradizionale e quella « moderna » ma dall’aver trascurato la necessità di approfondire sempre di più il lato interiore e metafisico dell’arte e i rapporti con l’uomo totale, man mano che la sua espressione esteriore si allargava. Al momento attuale esiste comunque uno squilibrio, ed è piuttosto urgente di riconoscerlo e di mettervi rimedio. Per poter disporre degli elementi indispensabili al giudizio diventa così necessario, anche se faticoso, di rivedere analiticamente la realtà moderna, almeno nei suoi rapporti con la medicina nelle sue varie forme e modalità.

Solo alla fine dell’analisi sarà lecito trarre delle conclusioni, interpretando con rigore sperimentale gli elementi raccolti, e soprattutto il loro significato. Ma già in questo momento è possibile – e indubbiamente lecito – stabilire che le conclusioni dovranno concernere esclusivamente le modalità operative della medicina, e non la sua sostanza intangibile, di rapporto intimo e insostituibile dell’uomo con l’uomo.

La « medicina collettiva » sia essa di gruppo privato o statale, ha edificato nel corso di alcuni decenni un « corpus » ormai quasi perfetto di schemi e regole e tabelle attuariali. Alla raggiunta perfezione sul piano organizzativo non corrisponde però, al momento attuale, una soddisfacente « erogazione » del bene per il quale gli Enti collettivi sono stati istituiti; il fenomeno non è locale, ma si estende senza eccezioni a tutti gli esperimenti finora compiuti nel mondo; dunque l’errore – se c’è – dev’essere radicale e profondo. E c’è: consiste nel dimenticare l’uomo, o nel considerarlo artificiosamente solo numero economico o statistico.

È stato recentemente scritto che « una buona Medicina (collettiva) è fatta per un terzo da buone medicine e per due terzi da buone leggi »; dov’è dunque l’uomo, in essa? L’uomo medico e l’uomo malato, intendiamo, in quale ulteriore inesistente « terzo » vengono confinati?

Proprio per questo spirito di soddisfatto formalismo esteriore, che rifiuta di scendere alla radice dei fenomeni, la Medicina è malata.

Sia quella collettiva per lo schermo dei numeri e degli inquadramenti, sia quella « strumentale », per l’ingombro eccessivo e maldigerito della tecnicizzazione ipertrofica.

Dunque sarà questione di studiare, e al caso di modificare, le presenti metodiche applicative, per adeguarle all’essenza antica della Medicina. E non mai il contrario.

Perché, se accadesse questo, la Medicina puramente nominale finirebbe con l’usurpare, nel suo intimo, una delle più importanti conquiste dell’umanità: cioè quello stimolo affettivo primordiale che sospinge a chinarsi sul proprio simile sofferente, ed è la sola caratteristica sociale che distingue l’uomo dagli animali”.

IPOTESI PER UN INVENTARIO

Un’antica maledizione cinese si cela dietro questo testo soave: « Ti auguro di vivere in tempi interessanti… ». Troppo sottile? Vediamo. Non c’è dubbio che i tempi nei quali ci è toccato di vivere sono davvero i più interessanti dell’intera storia dell’uomo. Esistono oggi più scienziati e più poeti, più pittori e più politici, più libri d’arte e più matematici, più telefoni e più velocità, più macchine e più denaro, più congressi e più pianificazione, più medici e più medicine, di quanti ne siano apparsi durante tutta la vita precedente dell’umanità. Abbiamo fisicamente raggiunto la Luna, e strumentalmente Marte, Venere, e da poco Giove. Eppure il mondo non ha mai sofferto come ora tanta fame e tanta angoscia, tanti squilibri sociali e turbamento, tanti cronici, tanta povertà e tanto cancro. Per limitarci alle cose mediche – argomento esclusivo del libro – l’insoddisfazione privata e pubblica verso l’attuale medicina e così universale da far temere in ogni momento l’esplosione di una rivolta eversiva. Perché?

È un fatto che la crisi della civiltà, diventata ormai globale, sta in mezzo a noi e ci circonda, causa ed effetto insieme del nostro soffrire. La sua intensità, in aumento progressivo da trent’anni, ha sollecitato centinaia di testi critici: da Huizinga a Mumford, da Marcuse a Toffler, da Calder a Malleson. Ma tutte queste lucidissime analisi negative, mai confortate dall’offerta di una possibile alternativa, più che chiarire le idee hanno contribuito ad esasperare (come la propaganda-shock del « fumo = cancro » ) l’angoscia esistenziale del mondo.

Una sola certezza risulta condivisa tanto dalla critica dei sociologi quanta dalla sofferenza sentimentale collettiva: il progressivo allontanamento dall’uomo delle scienze. Se questo è doloroso per quelle umanistiche, diventa addirittura tragico per l’unica che trova nell’uomo la sua sola validità e significato, cioè la medicina. Eppure e forse, oggi, la più disumanizzata di tutte; anche per questo siamo ora esposti al pericolo definitivo, cioè l’estinzione di specie.

Nel corso della sua storia l’umanità ha ottenuto altre volte il consiglio della medicina: del celebre medico e architetto Imhotep, deificato dagli egizi (e trasformatosi presso i greci in Asclepio), scrivono gli annali del Regno Antico (circa 2800 a.C.), che « la sua scienza ha posto fine a sette anni di carestia ». Ma il sistema di canali irrigui, da lui disegnato e costruito per fecondare le terre, ha anche risparmiato all’Egitto la malaria per i successivi quarantacinque secoli, finché nel XVIII la dominazione turca non li ha lasciati insabbiare.

La medicina zoppa.– Oggi, di fronte a problemi umani ben più gravi e universali, non solo non abbiamo nessun Imhotep sottomano, ma la medicina stessa e in crisi nella pratica, nella teoria, persino nei risultati. La sua struttura attuale in tutto il mondo – tanto più là dove più perfezionata – è ammalata di gigantismo e di pleonasmo, di incompetenza e soprattutto di superbia, perché ha dimenticato la sua identità con l’uomo e pretende di risanarlo aggredendone i più intimi equilibri psico-organici, in gran parte ancora ignoti. Così accade che possa vantare trionfi eccezionali forse illeciti (come le sostituzioni globali del cuore, o le plastiche viscerali ampiamente demolitive nei cancri preagonici) e sogni addirittura le chimere del « cyb-org »; [1] ma nello stesso tempo si dimostri penosamente incapace di guarire causalmente un banale raffreddore o una emicrania, e persino un « alito cattivo ». Come sarà anche troppo facile documentare in seguito, non ha saputo né sa, nonostante la priorità assoluta di questi problemi, risparmiare alla comunità umana le sofferenze della civiltà: dall’inquinamento dell’aria, dell’acqua, del suolo, all’eccesso della popolazione; dalla decadenza della qualità della vita all’aumento esponenziale delle malattie psicosomatiche.

Per quest’ultimo settore della patologia umana, che oggi si estende dall’ipertensione arteriosa alle allergie, dagli infarti cardiaci all’asma, dall’ulcera gastroduodenale al diabete, dai disturbi ormonali al cancro, la medicina ufficiale non sa offrire nessun rimedio causale, ma solo un’indigestione di farmaci sintomatici ogni giorno rinnovati, che lasciano il tempo che trovano.

Quel ch’è ancora più grave – e rivela la tragica incompetenza del sistema – essa non riesce neppure a leggere, nelle esatte statistiche disponibili, le evidenti ragioni del loro aumento che è strettamente parallelo alla progressiva disumanizzazionedell’esistenza. Cosicché nei paesi tecnologicamente più avanzati la durata probabile della vita ricomincia a diminuire, dai 70 e più anni raggiunti lentamente dai tempi preistorici fino a ieri (O.M.S. 1971); il che confina nel limbo delle pie illusioni le trionfalistiche previsioni « scientifiche » dei « 120 anni di vita nel 2000 ».

L’inventario essenziale.– Considerato il fallimento statistico della civiltà tecnologica, particolarmente grave nella sua espressione medica, e di fronte all’ipotesi concreta di una imminente crisi globale, sembra arrivata l’ultima ora utile per provvedere alla nostra sopravvivenza. Si impone un indilazionabile inventario del ridondante patrimonio strumentale della medicina, discriminato sulla pietra di paragone della sua utilità per l’uomo.

Qualcosa di simile, dunque, ai corredi vitali ai quali si attenevano, con giudizio critico essenziale, le carovane che partivano dalla civiltà dell’800 per raggiungere il Far West; che lasciavano i biscotti e i pianoforti a Boston, ma si portavano dietro le sementi e le zappe, la dinamite e, magari, la chitarra. Altri (Vacca per esempio) hanno già redatto elenchi di manufatti preziosi da tenere in riserva, in previsione di un futuro tecnologicamente più arretrato del presente. Per la medicina questa analisi dell’essenziale irrinunciabile non è ancora stata compiuta; ne avrebbe avuto l’obbligo istituzionale la medicina sociale, ma purtroppo si è dedicata allo studio del sintomi invece che delle cause dei mali della comunità. Come restaurare insomma gli stucchi sui soffitti, mentre la casa e squassata dal terremoto e brucia.

C’e tuttavia la diffusa sensazione (tra i profani più acuta che tra i medici) che molte delle sue scintillanti conquiste siano in realtà assai meno indispensabili di quel che sembrano e che essa, nella sua totalità, risulti assai meno soddisfacente, per l’uomo, di quanto se ne vanti. Anzi talvolta il suo rapporto moderno con la medicina (paradossale a quello antico, tecnicamente meno valido ma spiritualmente più consolante) ricorda la condizione del prigioniero nei « malconfort » medievale, citato da A. Camus.

Perciò l’obiezione che l’ingrato lavoro di revisione e di scelta critica, al quale questa necessità costringe, risulterebbe superfluo nei caso (da tutti auspicabile) che la prevista crisi non si verificasse, non è sostenibile.

Se la riscoperta della essenzialità umanistica in medicina fosse riconosciuta valida, non occorrerebbe attendere il giorno del giudizio per applicarne nella pratica le conclusioni concrete. La loro adozione immediata potrebbe invece ridurre a livelli più tollerabili i costi e gli impegni sociali delle comunità, che le stanno precipitando verso la bancarotta. Naturalmente ciò imporrà alla medicina d’oggi, che maschera col sovrabbondante orpello tecnologico la sua immensa carica di dubbi, un serio esame di coscienza e probabilmente anche di ribattezzarsi, se vuole riaffermare la sua indispensabile presenza nei mondo, di nuovo a vantaggio dell’uomo e non solo di se stessa. Per questo occorrerà che la medicina (e per essa i suoi cultori) accetti serenamente l’ammonimento scolpito da quindici secoli nel battistero di S. Sofia in Costantinopoli: « Lavati gli errori, non solo la faccia ».

La presente ricerca medico-sociale intende documentare la possibile rinascita di una Medicina dell’uomo, che non auspica il ritorno all’empirismo delle caverne, ma la ricerca onesta del vero dovunque esso si trovi, e l’integrazione di ogni apporto valido della millenaria scienza medica nell’eterno significato essenziale dell’arte del guarire. Perciò si propone, sulla stessa linea di umiltà ma di urgenza, come il semplice tentativo di informare meglio tutti, perché non vada perduta colposamente la speranza esigua di un futuro per noi, vivi oggi, e per i nostri figli, domani.

 Del Capitolo primo che si titola LA MEDICINA, per ora mi limito a riportare solo le poche righe dell’afoisma che figura all’inizio:

« Signore liberaci
dal troppo zelo per le novità;
dall’anteporre la cultura alla saggezza;
la scienza all’arte;
l’intelligenza al buon senso;
dal curare i malati come se fossero malattie;
dal rendere la guarigione più penosa del persistere del morbo ». (SIR JONATHAN HUTCHINSON, Londra, 1904)

La si pensi come si vuole ma LUIGI ORESTE SPECIANI se non figurerà  nell’elenco dei profeti o dei santi del calendario, un postro tra i pionieri per la rinascita di una Medicina dell’uomo, se lo merita tutto.

Nel Settembre 2006 il colpo di scena:

Sul sito della Diocesi di Milano si legge: Manuale di teologia pastorale sanitaria. Ed il volume è presentato in questi termini:

“Il  testo è suddiviso in tre parti:

  • l’utopia della umanizzazione;
  • l’umanizzazione della sanità: una sfida complessa in un sistema che  cambia;
  • etica e umanizzazione: il ruolo della formazione.
    Il testo raccoglie gli scritti fondamentali di Fra Pierluigi Marchesi (1929-2002), religioso Fatebenefratello, definito da molti il “padre” del concetto di  umanizzazione, senza la quale non si può offrire un’assistenza di qualità, ma ci si limita a dare, unicamente, una medicina. L’autore pone  questioni radicali dalla cui risposte dipende il cambiamento della realtà.  Il suo discorso, a volte, si fa intervento politico, nel senso più alto del termine, e si rivolge a quanti, in ogni condizione e funzione,  dirigono e gestiscono la grande e complessa impresa sanitaria. Anche per  questa ragione diventa attuale la rilettura del suo pensiero
  • In Fra Marchesi “l’utopia” dell’umanizzazione cominciò a farsi “storia” trent’anni fa, fortemente convinto che il solo modo per prevedere il futuro è quello di prepararlo immettendo l’utopia anche nel presente, non  come sogno inattuabile ma come meta alla quale quotidianamente tendere.”

Da un’altra parte: Umanizzare l’Ospedale non è come stendere una mano di vernice sulle pareti di una casa;…non è qualcosa da fare in più, in aggiunta! E’ un’azione che ribalta i rapporti, le comunicazioni, il potere, la vita affettiva, in quanto rapporti, potere, comunicazioni e sentimenti sono rivolti al malato, al suo benessere: il malato al centro dell’Ospedale umanizzato, e finalmente può ricevere risposte non solo scientifiche o tecniche, ma anche umane“.

DARE A CESARE QUEL CHE E’ DI CESARE – Unicuique suumDARE A CIASCUNO IL SUO

Il primo documento ufficiale del Padre Marchesi,  dal titolo UMANIZZAZIONE porta la data del Convegno di presentazione: 26 Gennaio – 4 Febbraio 1981 E’ curioso rilevare che la menzionata pubblicazione del Dott. Speciani è del 1976, ossia di quattro anni prima.

 

OSPITARE L’UOMO – La vita di Fra Pierluigi Marchesi  – Editrice Ancora, Milano 2012, pp. 168 – € 12,00 ISBN: 978-88-514-0990-6

“Durante la sua vita da fatebenefratello fra Pierluigi Marchesi fece pubblicare documenti Che hanno rivoluzionato il modo di pensare l’assistenza sanitaria. Per una parola è conosciuto anche fuori del suo Ordine religioso: Umanizzazione.

Dopo la sua scomparsa nel 2002 sono stati pubblicati due volumi e due CD contenenti suoi scritti. Mancava però una biografia che raccogliesse almeno gli elementi fondamentali della sua vicenda storica.

A colmare questo vuoto è arrivato questo testo redatto da Gianni Cervellera e Gian Maria Comolli. I due autori hanno conosciuto Marchesi e lavorato con lui nella fase finale della sua esistenza. In particolare, Comolli collaborò all’animazione pastorale ed etica della Clinica san Giuseppe di Milano quando Marchesi era Priore, sostenendo fortemente quella singolare iniziativa che prese il nome di Università del Volontariato. Cervellera si è affiancato a Fra Pierluigi negli ultimissimi anni nell’animazione della Provincia Lombardo-Veneta e nella realizzazione e conduzione di progetti formativi.

Il testo presenta la vita e l’attività di fra Pierluigi Marchesi (1929-2002), religioso dell’Ordine Ospedaliero di San Giovanni di Dio, ed è edito nel decimo anniversario della sua morte”.

Gian Maria ComolliGIAN MARIA COMOLLI è ricomparso sulla scena anche nel decimo anniversario della morte di Fra Pierluigi Marchesi con uno scritto sulla rivista Fatebenefratelli Aprile/Giugno 2012.

Carico di titoli e di meriti, di lui si dice “Gian Maria Comolli, dottore in teologia, laureato in sociologia, esperto nel Terzo Settore. Cappellano dell’Istituto di riabilitazione psichiatrica e psicorganicità Sant’Ambrogio di Cernusco sul Naviglio (Milano). Presidente del Comitato Etico dell’ospedale San Giuseppe di Milano. Segretario della Consulta Regionale della Pastorale della Sanità della Regione Lombardia e della Diocesi di Milano. Ha pubblicato numerosi volumi riguardanti tematiche bioetiche, umanistiche e spirituali. È iscritto all’Albo dei Giornalisti nell’elenco dei Pubblicisti.

Angelo Nocent0004Questa volta, più che voglia  di “REINVENTARE L’OSPEDALE”, egli prudentemente esprime un bisogno, manifesta un desiderio: “RINNOVARSI PER CONTINUARE E PER UMANIZZARE“. E scrive parole commoventi proprio quando tutto sembra essere di segno opposto: “Nel numero precedente, in questa rubrica, abbiamo raccontato la vita di fra Pierluigi Marchesi che impresse un notevole rinnovamento nelle molteplici situazioni in cui ha operato.
Ora esamineremo sinteticamente e per punti il suo pensiero caratterizzato e supportato da una convinzione di fondo:
 «il solo modo per prevedere il futuro è quello di prepararlo e perciò riusciva ad immettere l’utopia anche nel presente» (F. Angelini, in Fra P.L. Marchesi, Umanizzazione. Storia e utopia, LDC-Velar 2006, 1), come lui stesso confermò
:«Personalmente ho sposato l’utopia da molti anni, perché è la sorella della vera ospitalità e non me ne pento» (Assemblea dei Patriarchi e Vescovi Cattolici del Libano, 9 febbraio 1999).

Il rinnovamento dell’Ordine Ospedaliero

Il 12 ottobre 1976, fra Pierluigi Marchesi, fu eletto 48° Superiore Generale dell’Ordine Ospedaliero di San Giovanni di Dio, e dopo vari mesi di osservazione per meglio comprendere alcune realtà specifiche, in traprese la stra- da del “Rinnovamento dell’Ordine Ospedaliero”.  Questo programma fu ufficializzato nel marzo 1978 quando riunì a Granada i Padri Provinciali, e fu approvato il Rinnovamento di tutti i livelli dell’Istituto, guidati dall’illuminazione dottrinale sul carisma e dalla missione dell’Ordine Ospedaliero alla luce dell’attuale situazione. La prima tappa fu la programmazione e la preparazione del Capitolo Generale Straordinario che si sarebbe tenuto nel 1979 e avrebbe avuto come slogan: «Rinnovarsi per  continuare – Rinnovarsi per umanizzare». Dunque, l’obiettivo primario di questa importante assise, fu l’interrogarsi per esaminare e meglio precisare l’identità di religiosi, la missione dell’Ordine Ospedaliero nel contesto del mondo e della Chiesa, i principi teologici, storici e di altra natura che avrebbero dovuto sostenere il rinnovamento per riformulare nuovamente il voto di Ospitalità come fedeltà alle esigenze attuali dell’uomo malato, del povero trascurato e dimenticato, del morente e dell’emarginato,

L’Umanizzazione

Nelle Dichiarazioni Finali i par tecipanti al Capitolo Generale Straordinario, giunsero alla seguente conclusione: «L’esame di questa proble matica ci ha portati a concludere che alla sua base esiste una realtà negativa: la disumanizzazione. Questa realtà appare evidente e trova ripercussioni sia a livello interno che esterno…». A questo punto, fra Marchesi, si pose degli interrogativi: «Perché rimanere in sanità? Quale nuova presenza ci è richiesta?». Con grande lucidità rispose: «Rimaniamo nella sanità dei Paesi sviluppati, cercando di por tare nelle nostre opere e seminando nella cultura della sanità la centralità dell’uomo che chiameremo ‘umanizzazione’». Da questa intuizione nacque il documento sull’Umanizzazione, e il vocabolo nel 1981, fu assunto dell’Ordine Ospedaliero e dalla sanità mondiale .

Il documento sull’Umanizzazione, firmato il 4 febbraio 1981 ed immediatamente diffuso nelle strutture dell’Ordine Ospedaliero, indicò ai religiosi e ai collaboratori laici il loro compito primario: trasformare l’impersonale in personale, affinché il sofferente potesse vivere la sua avventura umana e spirituale in un clima di amore e di rispetto. Infatti, l’umanizzazione, aveva come finalità: «Il non più guardare al ma lato come portatore di malattia, ma guardare alla malattia in quanto portata dall’uomo, da un essere che spesso fa gravare su un organo il suo danno psichico, a volte, anche la patologia dello spirito».

I collaboratori laici

I Fatebenefratelli, guidati dal loro Superiore Generale, furono tra i primi Ordini Religiosi ad aprirsi al processo di collaborazione con i laici.

Già nel documento sull’Umanizzazione, notiamo che fra Marchesi intuì che quel processo doveva essere condiviso non solo dai religiosi ma anche dai collaboratori, facendo emergere in loro il “senso di appar tenenza” al malato e all’Ordine, mediante una “alleanza”: «mentre le nostre opere hanno bisogno dei nostri collaboratori, il mondo si aspetta da noi prestazioni sempre più adeguate che noi possiamo soddisfare solo se abbiamo collaboratori capaci (…). Laddove ho visto una genuina attenzione al nostro collaboratore, una forte tensione alla col laborazione, là ho visto professionalità e umanità ». Il suo pensiero è riassunto nel discorso inaugurale del “II Convegno Internazionale dei Collaboratori Laici”, tenuto a Roma il 17 marzo 1988. 450 partecipanti provenienti da 22 Paesi si confrontarono sul significato dell’essere laici e operatori sanitari nelle strutture dell’Ordine Ospedaliero all’insegna del motto: “Insieme per servire”. «La domanda di fondo – disse fra Marchesi – posta ai religiosi ed ora anche a voi, è la seguente: come stiamo progettando il nostro futuro? Credo che noi tutti siamo in ritardo, per questo dobbiamo affrettarci, perché il mondo in continua e la rapida mutazione non ci aspetterà; perché il rischio di passare oltre il bisognoso, il malato e l’emarginato è molto alto. Se ciò dovesse accadere, come potremmo chiamarci ancora Fatebenefratelli, Ordine Ospedaliero di San Giovanni di Dio?». Il Superiore Generale insistette inoltre sul concetto di “condivisione”, che supera ed integra quello di “collaborazione”. «Condivisione intesa come forma privilegiata di partecipazione alla comune missione (…). Dei nostri quarantamila collaboratori dovremmo fare dei partecipanti ad un grado di responsabilità ben più profondo di  quello della spartizione dei pesi e dei compiti. I corresponsabili devono essere riconosciuti per la loro capacità autonoma di par tecipare ad un progetto e non soltanto di eseguire, alle nostre dipendenze, degli ordini che riteniamo in assoluto validi e da attuare».

Nel 1993, il cammino continua con la pubblicazione da parte del Governo Centrale dell’Ordine Ospedaliero del documento: “Fatebenefratelli e collaboratori insieme per servire e promuovere la vita”. Fra Marchesi, non è più Superiore Generale, ma nel suo archivio privato sono presenti alcuni scritti che ci offrono la certezza della sua collaborazione alla stesura del documento.

Formazione

L’ultima sfida della sua vita la giocò sulla formazione essendogli stata affidata nel 1995 la responsabilità del Centro Studi e Formazione della Provincia Lombardo-Veneta. E chi meglio di fra Marchesi, che della formazione aveva fatto una priorità per tutta la vita, avrebbe potuto dirigere un organismo a così alto livello? E con il suo stile che non prevedeva risparmi di energie rafforzò le iniziative già in corso, e in poco tempo, portò innovazioni di rilievo, in particolare lanciò un progetto formativo per rinnovare dalle fondamenta il tessuto umano e cristiano dei confratelli e dei collaboratori e che contribuisse anche a definire la mission dei diversi Centri. Seguì con passione tutto il discorso relativo alla Qualità Totale, creando nella Curia Provinciale l’Ufficio Qualità e Accreditamento. Fra Marchesi spesso evidenziava che il tema della qualità non poteva ridursi alla stesura di normative e protocolli, ma doveva riguardare più in profondità il rinnovamento e l’adeguamento delle strutture, del personale e delle dinamiche operative e relazionali per rispondere ai nuovi bisogni dei pazienti.

Gli ospedali di ispirazione cristiana

L’8 e il 9 ottobre 1984, il Superiore Generale, organizzò presso l’Isola Tiberina, il Convegno: “Gli ospedali privati con vocazione sociale nel servizio sanitario nazionale” per esaminare il settore, mettendo in luce storture e problemi presenti nella regolamentazione degli ospedali religiosi classificati ed individuare eventuali soluzioni. Fra Marchesi tenne la relazione: “Gli ospedali religiosi classificati: presenza scomoda o esperienza anticipatrice?” ed evidenziò “che gli ospedali religiosi classificati sono delle istituzioni di frontiera tra pubblico e privato”, per questo “corrono tutti i rischi dell’uno e dell’altro sistema. Esiste la tendenza a costringere questi ospedali a seguire il modello dei presidi pubblici, limitando così in questo processo di appiattimento le eventuali differenze positive, eliminando perciò la possibilità dell’ospedalità pubblica di confrontarsi con ispirazioni e modelli diversi di gestione”.

E poi, denunciò, l’attualissimo problema dei pagamenti: «L’Ente pubblico eroga le rette agli ospedali classificati con gravi ritardi, e questo li costringe a livelli di indebitamento con le banche davvero insopportabili».

La sua attenzione al futuro degli ospedali di ispirazione cristiana continuò anche con il ritorno in Lombardia, ben consapevole, che il rapido processo di concentrazione  conomica delle strutture sanitarie private «for profit», e il loro accreditamento da parte della Regione, avrebbe creato alle istituzioni sanitarie della Chiesa seri problemi di sopravvivenza. E con la sua costanza e l’azione di monsignor Italo Monticelli, il responsabile regionale della Pastorale della Sanità, il 14 febbraio 1996 fu convocata nella Curia Arcivescovile di Milano, alla presenza del cardinale Carlo Maria Martini, il primo incontro dei superiori provinciali e dei presidenti delle istituzioni sanitarie di ispirazione cristiana della regione Lombardia.

Qual era in pensiero di fra Marchesi sulla sanità e sulla gestione degli ospedali? «Io penso che lo Stato debba vigilare sulla salute, ma non debba lui far salute, allora il mio è un sogno forse utopico, ma la sanità deve essere fatta senza scopo di lucro. Quindi il no-profit dappertutto, con una legge breve, semplice, chiara, in cui tutti sanno che per operare in sanità non si deve fare profitto. Occorre una legge sul no-profit che sia chiara, e che non sia di interpretazione personale o regionale, ma che permetta un’interpretazione univoca e sanitaria. Del resto negli Stati Uniti, quanti sono gli ospedali profit? Pochissimi, ma c’è una legge ben chiara.

L’ Ospitalità verso il 2000

A Roma, nell’ottobre 1986, si riunirono i Superiori Provinciali. Finalità dell’incontro, fu un primo esame di un nuovo documento elaborato dal Superiore Generale: “Ospitalità dei Fatebenefratelli verso il Duemila” per individuare le strade da percorrere alla fine del secondo millennio cristiano, in linea con le esigenze dei tempi. Questo evento, introdusse un lavoro capillare, che avrebbe impegnato le Province dell’Ordine Ospedaliero fino al Capitolo Generale del 1988. La domanda che il Superiore Generale si poneva in continuazione era la seguente: «Come il religioso Fatebenefratello può prepararsi a svolgere, in vista del 2000, la missione misteriosa e storica di accogliere l’uomo – particolarmente l’uomo bisognoso – di questa società?».

Il rapporto con la Chiesa

L’amicizia con il beato Giovanni Paolo II e la sua profonda fedeltà al Pontefice e al Magistero della Chiesa, permisero a fra Marchesi di affermare, con la sua solita schiettezza, delle verità scomode. Innanzitutto, la poca attenzione alla pastorale dei sofferenti e la non idonea formazione dei sacerdoti a questa. Con spirito provocatorio, si chiedeva: «come può un prete essere capace di confessare o guidare le anime, quando non sa come si nasce e come si muore, quando non sa cosa vuol dire non avere la speranza di vivere domani? ». Di questa tematica, che gli stava molto a cuore, fra Marchesi, ne aveva già parlato nel 1970 all’Assemblea Generale dei Vescovi Italiani. Con un duro intervento, in un’epoca in cui pochi parlavano di pastorale sanitaria, e i cappellani ospedalieri erano prevalentemente anziani o con particolari problemi personali, affermò: «È inutile che facciate gli scongiuri sotto la croce d’oro, perché avendo davanti ancora molta vita, prima o poi, vi potrebbe capitare di entrare in sala operatoria, E sarà proprio quel prete che avete castigato, mandandolo in ospedale, a benedirvi».

Fra Marchesi, ebbe ulteriore conferma della stima che il Papa nutriva nei suoi confronti, il 24 agosto 1983, quando ricevette una lettera della Secreteria Generalis del Synodus Episcoporum che gli comunicava che il beato Giovanni Paolo II lo aveva nominato “Auditor” alla VI Assemblea Generale Ordinaria del Sinodo dei Vescovi dal titolo “La riconciliazione e la penitenza nella missione della Chiesa”, che si sarebbe tenuto in Vaticano dal 29 settembre 1983.

Il Superiore Generale dei Fatebenefratelli, l’unico italiano tra i sei auditor, pronunciò l’8 ottobre il suo intervento alla presenza del Papa e dei Padri Sinodali. Presentò, inoltre, un documento dal titolo: “La riconciliazione nel mondo della sanità” che suscitò ampio eco e profonde riflessioni. Fra Marchesi, prese la parola dopo il Confessore Superiore di Lourdes e fu l’unica voce al Sinodo che fece riferimento al malato e alla sofferenza. Implorò la Chiesa di compiere un’altra tipologia di pellegrinaggio: quello negli ospedali. Disse tra l’altro: «È sempre edificante portare i malati nei santuari, almeno quelli che possono, anche se non sempre sono quelli che hanno maggior bisogno. Oggi, è soprattutto necessario, che la Chiesa intraprenda un pellegrinaggio in ospedale, dove, in molti Paesi vanno più persone che nelle nostre parrocchie, e dove è viva la presenza del Cristo che vuole lariconciliazione». Indicò, inoltre, la necessità di una rinnovata, organizzata, programmata, vivacizzata Pastorale Sanitaria, e così concluse: «Si può capire l’attenzione della pastorale per ambienti particolari: gli operai, gli intellettuali, i giovani, il turismo e l’emigrazione, la famiglia e gli ecologisti: ma non dimentichiamo che al popolo dei malati e dei morenti apparterremo un giorno tutti quanti, anche noi: sarà il modo inevitabile di incontrare il Cristo che ci riconcilia e ci invita alla Sua Pasqua».

LA

N.B. Pur non essendo un giornalista iscritto all’albo, spero di essere stato almeno un cronista onesto e attendibile, costretto a scrivere cose che, lo so a priori, non piaceranno ad alcuni e, forse, a molti. Ma era inevitabile. Poi penserà la storia a esprimere una valutazione, un giudizio disinteressato. Alla mia età non solo posso permettermelo ma lo ritengo perfino doveroso.


1-1-Globuli Rossi Company12-002A fine anni sessanta, eravamo in molti a chiederci SE E CHE FUTURO AVESSE LA VITA RELIGIOSA. A quei tempi esistevano quasi un milione e mezzo fra religiosi e religiose. Ma il numero è andato diminuendo spaventosamente, sia perché tanti se ne sono andati, altri sono stati  felpatamente (ma non troppo) spinti giù dal treno, sia perché le vocazioni avevano già cominciato a diminuire giorno per giorno.

Cosa stava accadendo?

La cosa più facile da dire era questa:

  • mancanza di spirito di fede, spirito di sacrificio, senso del divino. Poteva anche essere vero. Ma non solo. La crisi andava cercata anche per altre strade.
  • Occorreva chiedersi con grande onestà, senza inutili isterismi (religiosi amanti dell’avventura), se c’era un’idea chiara di quello che significasse “vita religiosa”, e soprattutto per ciò che significasse vita religiosa “per le donne e gli uomini di quel momento”.
  • Erano tempi in cui il francescano NAZARENO FABRETTI, come risposta su “Rocca” a simili quesiti affermava: “E’ NECESSARIO REINVENTARE LA VITA RELIGIOSA“. Era quasi un’ammettere che la vita religiosa così com’era non aveva futuro.
  • Si era arrivati a un momento di vita o di morte della vita religiosa. Molti superiori generali di ordini e congregazioni religiose spingevano addirittura la Santa Sede perché concedesse loro di aprire strade nuove, esperienze inedite.

1-_Scan10417-001La realtà è che oggi siamo ancora nel guado perché non sono venute risposte a domande che, dopo quarant’anni, non sono risultate stravaganti. Ormai è generalmente ammesso che il Vaticano II ha sfornato un documento sulla vita religiosa, il Perfectae Charitatis, in gran parte frutto di un compromesso, che, per la fretta, ha costituito la cenerentola dei decreti conciliari.

Il discorso è certamente complesso e molto si potrebbe aggiungere. Ma c’è qualcuno che ne sia interessato?  Forse. Solo che io, cinquant’anni dopo, devo ancora incontrarlo.

Delusioni, amarezze?

Esistono a tutti ilivelli. Ma la crisi non deve mai uccidere la speranza. Anche i nuovi gruppi, alcuni movimenti giovani sono già entrati in crisi.
Perché così presto?
Per dirla sbrigativamente, se oggi anche il nuovo è in crisi, non è perché in se stesso sia un’esperienza fallita, ma forse perché spesso è solo una brutta copia di vecchi schemi. Non si offenda nessuno: spesso il nuovo è stato realizzato  da uomini non solo anagraficamente vecchi, bensì di cutura e tradizione.

Forse andrebbe studiato quel grande riformatore che fu il Padre ALFIERI, sintetizzabile così:

  • l’uomo dell’accoglienza
  • dell’ascolto
  • dell’accompagnamento.

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 ENZO BIANCHI:

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IL BUON SAMARITANO – Una Chiesa che si lascia provocare dal povero – Giuseppe Morotti

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 «La spada dello spirito, che è la Parola di Dio, abiti in abbondanza nella vostra bocca e nei vostri cuori, e tutte le cose che dovete fare, fatele nel nome del Signore».” Costituzioni Carmelitane (n. 82)

Questa è la parabola che non finisce mai di stupire. E’ come una miniera, dalla quale  si continuano  ad estrarre nuove pepite d’oro o pietre preziose.

L’evangelista rivolgendosi a noi, lettori e interlocutori che conoscono a memoria i contenuti della parabola, ci considera come un “padrone di casa” che «estrae dal suo tesoro cose nuove e cose antiche» (Mt 13,52). Epperò, bisogna meritarci la stima.

L’ autore Morotti ci porta a considerazioni non proprio usuali, provocatorie.

A me fanno bene, anche perché, nel narrare la sua esperienza dagli anni del Concilio ad oggi, in parte descrive il mio giovanile percorso ecclesiale che ha segnato profondamente la mia esistenza e ancora mi mantiene nel solco ideale di allora.

Popolo di Dio 32Popolo di DioPopolo di Dio 2

Mi auguro che faccia bene anche ad altri. Perché questa Chiesa che si deve  lasciar provocare dal povero, sono io, sei tu, sono i laici, i consacrati…il Popolo di Dio. E, a voler essere sinceri, siamo in troppi a ritrovarci con la coda di paglia.

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Morotti Giuseppe 01Di MOROTTI GIUSEPPE

Nato a Nembro (BG) nel 1949, si forma presso i Saveriani e viene ordinato prete nel 1974. Con i Piccoli Fratelli del Vangelo di Charles de Foucauld si reca in Iran, condividendo la vita di alcune comunità cristiane ai confini con l’Iraq. Dopo 10 anni nella fraternità di accoglienza di Spello e 5 anni nella fraternità generale di Bruxelles, vive ora con la sua famiglia a Bolzano dove lavora nel Centro di accoglienza della Caritas e anima, nell’ambito parrocchiale, incontri di meditazione e di preghiera sui mistici cristiani e musulmani (sufi).

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-Invece…Questo invece iniziale, ci sorprende, ci prepara ad ascoltare qualcosa di molto importante, che nello stesso tempo suona come un qualcosa di provocante, di scomodante, di alternativo… E’ come se ci venisse detto: in genere nel mondo ci si comporta in un certo modo nei confronti dei poveri , anche da parte nostra , di noi Chiesa…… ma ecco invece come un credente e prima ancora che un credente un uomo autentico degno di essere chiamato tale dovrebbe comportarsi…Un invece che ci mette in guardia, sull’attenti, che ci fa rizzare le orecchie…

Samaritano 01

 – un Samaritano: come se non bastasse, ecco che entra in scena un samaritano, un eretico, un impuro, uno scomunicato, un poco di buono, una pietra di scarto che viene scelto come maestro in umanità, maestro potremmo dire oggi di morale e di ecclesiologia: stiamo a vedere cosa ci insegna…

Vorrei sottolineare che quando parliamo di Chiesa non ci riferiamo solo alla Chiesa gerarchica ma alla Chiesa che siamo tutti noi…e che anche quando ci riferiamo alla chiesa gerarchica ci rivolgiamo a lei come ad una madre, amandola profondamente quindi anche quando ci permettiamo e proprio perchè ci permettiamo di criticarla…

Con la consapevolezza inoltre che all’interno di questa Chiesa e fedeli ad essa fino alla morte, ci sono state tantissime persone straordinarie di cui siamo fieri: basta pensare a papa Giovanni, don Tonino Bello, don Helder Camara, mons. Romero, don Mazzolari, don Milani, don Puglisi, madre Teresa, padre Turoldo, solo per fare alcuni nomi…

anche solo per il fatto che queste persone straordinarie vi hanno fatto parte e fino alla morte sia pur passando a volte attraverso incomprensioni e sofferti atti di obbedienza, noi non ce la sentiremmo mai di sbatterle la porta in faccia.

buon samaritano- che ra in viaggio

 -che era in viaggio… una Chiesa autentica, la Chiesa di Gesù, sa mettersi in viaggio, ha il coraggio di uscire dalla propria casa, dai propri confini, sa mettersi per strada… Per mettersi facilmente per strada…bisogna essere poveri ed indigenti… Infatti si mette facilmente in strada, anzi vive addirittura per strada, chi è povero, non solo perché non ha casa ma anche perchè da un lato è libero dalla paura di essere derubato e dall’altro perchè meno carico, meno occupato, meno legato, meno impegnato, più leggero e più libero, può camminare più spedito , lui che proprio perchè non possiede niente di suo, per dimora ha il mondo. E’ sulla strada e non nei palazzi, nei centri decisionali e di potere che si incontrano i poveri, con il loro carico di provocazione.

Dopo lo scandalo provocato dagli abusi di pedofilia, Benedetto XVI ha coraggiosamente invitato la Chiesa alla conversione ed alla penitenza. Vi si coglie un profondo desiderio di coerenza e di verità. Il Cardinal Bagnasco a sua volta si è augurato che la Chiesa possa ritornare ” a servire l’uomo con la simpatia di Dio”. Ma qual’è la conversione di cui la Chiesa ed in questo caso particolare i suoi ministri hanno veramente bisogno per ritornare a servire l’uomo con la simpatia di Dio? E’ sufficiente rendere più rigido e selettivo il discernimento dei già così pochi giovani presenti nei seminari o minacciare di pene gravi coloro che mancano?…

Jon SobrinoHo trovato interessante al proposito un articolo di Joe Sobrino, pubblicato dalla rivista Concilium 2004 del 2010. Egli sostiene che cadremmo in una grossa trappola se insistessimo solamente sui peccati dei singoli peccatori all’interno della Chiesa. Ministri pedofili, mele marce che vanno tolte dalla cesta ma senza pregiudicare una Chiesa che continua a credersi ed a porsi nel suo insieme come casta e santa senza che si senta spinta di conseguenza ad un serio esame di coscienza che la porterebbe a riconoscersi essa stessa anche nella sua configurazione globale e nella sua realtà strutturale come peccatrice e quindi bisognosa di conversione.

Limitarsi ad evidenziare e a segregare questi bubboni purulenti non aiuterebbe la Chiesa a prendere coscienza del suo sangue malato e a non scadere in affermazioni che sanno di una certa arroganza come “la Chiesa è sempre stata contro la violenza” o “La chiesa è sempre stata a difesa della vita e dei più deboli”.

Un’arroganza che deriva purtroppo dalla coscienza radicata di essere l’unica depositaria della Verità e che la spinge addirittura a chiedere perdono con la stessa arroganza, anche se più sottile e velata, come se essa fosse l’unica a chiederlo o a chiederlo meglio degli altri. Ed il tutto con quel “solennismo” o tendenza a dare solennità a tutto ciò che fa e che dice, che sottintende la convinzione che in fondo è lei ad avere sempre ragione od almeno ad avere più ragione degli altri.

Jon Sobrino 2Sobrino continua affermando che purtroppo la Chiesa continua a tener viva la coscienza di superiorità, di destino manifesto sia per quello che Essa deve fare agli altri: la missione, sia per quello che gli altri devono fare alla Chiesa: il rispetto dovuto ad una realtà superiore. Citando Leonardo Boff afferma che “la Chiesa continua a reggersi su due forme di potere: uno secolare, organizzativo, giuridico gerarchico, ereditato dall’impero romano ed un altro spirituale basato sulla teologia politica di Sant’Agostino relativa alla città di Dio che egli identifica con la Chiesa istituzione. Nella configurazione concreta della Chiesa, di conseguenza, ciò che conta non sono tanto il Vangelo o la fede quanto questi poteri considerati come una potestà sacra nello stile imperiale romano di monarchia assoluta”.

Mons. ProanoE Sobrino termina citando un’attitudine ben diversa in quel vescovo profetico Monsignor Proano, che dopo aver condiviso per tutta la vita le lotte emancipatrici dei suoi poveri indios, sul letto di morte confessava alla sua assistente qualcosa che lo tormentava profondamente: “Mi sono convinto che la Chiesa è l’unica responsabile della situazione di oppressione dei popoli indigeni…che dolore…mi sento oppresso da questo peso di secoli.”

Fratel Carlo CarrettoAnche a Bolzano, Angela ed io abbiamo cercato di rispondere a questa domanda presentando la testimonianza che ci ha trasmesso Carlo Carretto con la sua vita. Lui che dopo aver militato da protagonista in una Chiesa appariscente e forte, la Chiesa dei famosi 300 mila caschi verdi da Lui radunati in piazza san Pietro, ha avuto il coraggio di scendere da cavallo e di mettersi in strada.

Carretto Carlo dei piccoli fratelli di GesùConvertito e purificato dagli anni trascorsi sulle strade, sulle piste del deserto al seguito della famiglia di Charles De Foucauld , dalle colline e dagli eremi di Spello, incominciò a sognare la conversione ad una Chiesa contemplativa, ben radicata nella fede e nell’amore del suo Signore e nell’ascolto della sua Parola, ma “nazarena”, che si senta madre, amica, compagna di viaggio, più che maestra di tutto e di tutti.

Una Chiesa conciliare, ecumenica, sempre pronta al dialogo ed all’ascolto, che non si ponga a partire da una posizione di primi, di forti, di privilegiati, di separati, di puri ma che sia ” piccola”, umile e povera per poter essere amabile e poter essere accolta come sorella. Una Chiesa concepita più come “lievito nella pasta” che come “città sul monte”.

papa francesco 2Una Chiesa che prima di parlare dei poveri si preoccupi di essere essa stessa povera insieme ai poveri. Una Chiesa al suo interno meno autoritaria, meno gerarchica, meno verticistica ma più umana, più familiare, più al femminile, più dialogante, più democratica, in cui la fedeltà e l’obbedienza non siano concepite come mutismo acritico, ma come compartecipazione attiva e responsabile.

Gaudium et SpesUna Chiesa non più tentata di coltivare il sogno della cristianità, preoccupata quindi più a distinguersi dal mondo che a dialogare con esso. Una Chiesa che abbia il coraggio di riconoscere che il mondo di oggi può apparire sì un mondo senza Dio ma non senza una eticità, non senza valori.

Una Chiesa per esempio, che invece di continuare a farsi paladina ossessiva e ad oltranza di un concetto astratto di vita, impara dall’uomo laico di oggi a mettere al centro il concetto ben più esistenziale di persona o meglio ancora le persone in carne ed ossa dischiudendosi ad una nuova autenticità, meno ideologica, meno legalista ma più umana, più aderente alla vita ed al servizio di essa.

andreoli_imieimattiMi ha colpito un articolo dello psichiatra Vittorino Andreoli riportato sul Corriere della Sera che riferendosi agli scritti di Zygmund Baumann descrive la cosiddetta “digital generation” rappresentata dai nostri giovani.

Figli della cultura post-moderna che porta in sè un rifiuto viscerale contro tutto ciò che si presenta come assoluto, coercitivo ed uniformante, questi giovani si trovano a vivere e a considerare solo il presente , il quì ed ora senza più percepire nè il passato nè il futuro. Ciò li allontana da ogni tentativo di programmazione, fa sì che il loro impegno e le loro relazioni non siano durature anche se sincere, immediate e cariche di emozioni. Sono di conseguenza propensi a lavori di breve durata e possibilmente mutevoli, in grado quindi di offrire stimoli sempre nuovi opponendosi a stili di vita monotoni, abitudinari e ripetitivi come i nostri. Ora secondo l’autore, è vero che questi giovani vanno educati o meglio ancora che la società che produce questi giovani vada ripensata ma nel contempo come si può non tener conto dello stato in cui sono e non riconoscere i valori che questa generazione ci propone, lasciandoci provocare positivamente. Come possiamo di conseguenza noi Chiesa continuare ad entrare come a gamba tesa, quindi in modo violento, su di loro continuando ad esser paladini utopici i dei nostri modelli tradizionali ritenuti indiscutibili ed immutabili come quello dello sposato per tutta la vita, del separato per tutta la vita, del prete per tutta la vita, del celibe per tutta la vita e di una vita sempre più longeva”.

Una Chiesa inoltre, continua a suggerirci Carlo Carretto, che non cavalchi lo spirito che anima gran parte del mondo di oggi che è spirito di efficacia e di competizione. Una Chiesa non incline ai privilegi, alle diplomazie ed alle alleanze politiche, povera per mantenersi libera e libera per essere credibile e profetica.

Oggi in particolare noi Chiesa dovremmo fare attenzione a non lasciarci sedurre da coloro che in cambio di un sostegno incondizionato a presunte esigenze di stabilità o ad alcune prese di posizione che noi portiamo avanti un po’ troppo a mo’ di crociata, ci legano poi le mani e ci chiudono la bocca.

Dobbiamo essere ben coscienti che coloro che furbamente e senza crederci neanche troppo, sostengono le coppie di fatto, sono contro la pillola Ru486, sono contrari ad sperimentazioni sulle cellule staminali e sono pure disposti a sostenere il sovvenzionamento delle scuole cattoliche e a garantire l’8 per mille, sono poi quelli che con il proprio comportamento e con la filosofia di vita ampiamente diffusa attraverso i propri mass-media, promuovono ciò che vi è di più antievangelico e dal punto di vista prettamente umano di ben più deleterio come

  • l’ideale dei soldi a buon mercato,
  • il successo ottenuto ad ogni costo,
  • una vita in cui la sofferenza è esclusa,
  • la povertà è una colpa,
  • l’immigrazione solo una forza lavoro da sfruttare,
  • l’edonismo una virtù,
  • la volgarità un motivo di vanto,
  • la corruzione una abitudine,
  • l’immunità un diritto
  • e la politica una vergognosa compravendita,

svuotando così la società da quelli che sono i veri valori ed aprendo ai nostri giovani la strada dell’edonismo, del guadagno facile, della furberia e della tracotanza.

Paolo VI e AtenagoraUna Chiesa pellegrina, che sa rimettersi in viaggio quindi. E tutti abbiamo esperimentato nel nostro piccolo come, da ogni viaggio si torni un pò più poveri ma rinnovati, arricchiti, cambiati in meglio, più perspicaci, più aperti, meno categorici ed assoluti, più liberi.

Samaritano - lovide

Passandogli accanto…

  • nè sopra nè sotto,
  • nè avanti nè dietro,
  • ma accanto,
  • da colui che si pone alla pari,
  • accanto come un fratello,
  • come un amico.

Nei primi anni del 70 nel Seminario teologico dei Missionari Saveriani di Parma avevamo costituito il “gruppo Navetta”, a partire dal nome del quartiere più povero e degradato della città che frequentavamo.

Denis - Redazione OPZIONI '70Incominciavamo a non credere più ad una missione di Chiesa fatta per andare a portare, ad aiutare, a salvare, a convertire…

Spinti dalle nuove idee sessantottine, incominciavamo a sognare la missione di una Chiesa secondo la quale si andava tra i poveri per condividere, per vivere insieme, per crescere insieme, nel pieno rispetto della peculiarità di ognuno.

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Per prepararci a questo tipo di missione ognuno di noi aveva abbandonato la propria stanza per vivere in sei tutti insieme in un’unica stanza con i letti a castello. Di conseguenza avevamo adottato uno stile di vita sobrio e povero, rinunciando a tante cose superflue, ai nostri registratori e radio personali per tenerne una per tutti… Come possiamo – ci dicevamo – prepararci adeguatamente a condividere domani la vita dei più poveri vivendo in un seminario che ci permette tante comodità…

Fra Pierluigi Marchesi Priore generale Fatebenefratelli o.h. 2Padre Pierluigi Marchesi Priore Generale o.h.Don-Primo-Mazzolari-2Eravamo innamorati allora degli scritti di quel don Mazzolari che diceva: “Il superfluo non va calcolato a partire da ciò che noi ricchi abbiamo in più ma a partire da ciò che hanno in meno, di necessario, i più poveri dei nostri fratelli”.

Imparavamo anche a studiare insieme, a pregare insieme…

  • insieme frequentavamo il quartiere più povero della città per cercare di stare il più possibile con questa gente semplice ed insieme rimettere a nuovo una chiesetta abbandonata in cui trovarci a pregare e a studiare il Vangelo oltre che a fare il doposcuola…
  • insieme trasformare un immondezzaio in un campo di calcio per i ragazzi, insieme organizzare manifestazioni per ottenere dal comune una farmacia, insieme battagliare con il nostro rettore perché desse il permesso al alcuni di noi di andare a lavorare 4 ore al pomeriggio dopo le lezioni di teologia del mattino per non vivere da borghesi sovvenzionati dai benefattori…
  • essere nel contempo più solidali con tanti giovani che allora l’università se la pagavano lavorando e prepararci così nel migliore dei modi ad una missione nei paesi poveri del Sud del mondo che fosse improntata su quella condivisione, su quel vivere accanto, gomito a gomito che era stata innanzitutto il modo di fare missione, il modo di amare di Gesù di Nazareth, figlio del falegname. (Il gallo del Noviziato).

1-Scan10050Queste 480 pagine mi accompagnano dal lontano 1967. Sono le 1000 lire spese bene. Un buon investimento.

  • …vi può essere anche una vera paura della preghiera ed inconsapevolmente ci si rifugia nell’attività” [pag. 225]
  • Gesù desidera che siate votati all’amore dei vostri fratelli… Dacché ho capito questo, io rispetto veramente l’ostinazione di quel povero nomade malato che preferisce morire tranquillamente nella sua tenda, in mezzo all’affetto dei suoi, piuttosto di entrare in un ospedale dove forse guarirebe, ma dove non sarebbe che una cosa anonima. Ricordatevene sempre quando trattate con gli uomini“. [pag. 67]

1-Scan10037Ed è proprio perchè profondamente animato da questi ideali che, una volta scoperta la spiritualità di Charles De Foucauld mi resi conto di aver trovato la mia vera camicia. Dopo un lungo tempo di prova che da giovane prete trascorsi a fare il facchino a Milano, con la proibizione di celebrare la Messa perché non erano ammessi preti al lavoro, (Cardinal Colombo) entrai a far parte di quei Piccoli Fratelli che vedevano il loro ideale di vita magnificamente espresso nel libro “Come loro”di Renè Voillaume, meglio tradotto in francese con “Au coeur des Masses”, nel cuore della gente povera e semplice, accanto, da amico, da fratello o meglio, da piccolo fratello perchè solo facendosi piccoli ci si può mettere accanto e si può diventare veramente fratelli…

1-Scan10050Le 480 pagine che mi tengono compagnia dal 1967. Mille lire di allora, spese bene. Un ottimo investimento.

Riguardo a ciò che vi raccontavo ieri di quel vetraio, se siamo riusciti a costruire una amicizia così profonda fu perchè dall’inizio ci siamo posti a vivere accanto a lui, poveri come lui, bisognosi di aiuto come lui ed in certi casi essendo stranieri, ancora più di lui, guadagnandoci il pane quotidiano attraverso un lavoro semplice come lui…

Allo stesso modo, nel Centro di accoglienza in cui opero vedo altrettanto importante che i poveri che accolgo ogni giorno non mi vedano come l’ educatore, il maestro, il guardiano o uno che è sempre pronto a far loro la morale, ma innanzitutto come uno di loro, uno che sta accanto a loro, un fratello, un compagno di viaggio. Uno che sa accogliere i poveri nelle loro debolezze proprio perchè anch’egli si sente fragile e non ha paura di presentarsi anche con le proprie debolezze.

il buon_samaritano - gli si fece vicinoLo vide…Non dice:lo scorse. Si può passare accanto ad una persona, scorgendola, intravedendola ma senza vederla veramente. Lo esperimentiamo bene nei nostri affollati supermercati: ti trovi immerso in una marea di gente senza però vedere ed essere visto da nessuno, neanche dalla cassiera stremata com’è dal suo lavoro di routine e tutta concentrata nel ritrovare le monete giuste e sufficienti per dare il resto. Il povero poi, lo si scorge sì, ma è ancora più difficile da “vedere”.

Per vedere il povero devi proprio volerlo, devi veramente essere pronto a lasciarti provocare: è una questione di volontà… di cuore… di fede…. Ricordiamo l’invito pressante che Levinas nei suoi scritti rivolge a noi tutti invitandoci a “regarder le visage” sottolineando l’importanza di guardare nel volto di ogni fratello ed in particolare nel volto del povero e dello straniero per poter disarmare le nostre tensioni, le nostre paure e le nostre aggressività in vista di superare i nostri pregiudizi e le nostre divisioni.

Come rimangono positivamente sorpresi gli ospiti del Centro quando appena entrati si sentono salutati con calore e chiamati per nome, quindi visti… Più che il pane per sfamarsi, più che l’acqua per lavarsi è di questo che loro hanno un disperato bisogno, come del resto noi tutti: essere riconosciuti come persone, sentirsi chiamati per nome, rendersi conto che nonostante tutto la loro dignità di persone permane… senza questo riconoscimento anche il pane che viene loro offerto non ha alcun sapore o sa addirittura di amaro.       ” Servire le persone attraverso i loro bisogni“. E’ lo slogan che ci guida nel nostro lavoro che in realtà dovrebbe essere una missione. Servire le persone, cosciente che tutto quello che dici o non dici, che fai o non fai, lo fai o non lo fai a delle persone impastate della tua stessa umanità, immagini del Dio vivente …c’è tutto questo concentrato di umanità e di fede dietro il “lo vide ” del Samaritano.

Loro poi, sì che sanno vedere e come…sono degli autentici specialisti nel vedere…Si accorgono dalla prima parola che rivolgi loro, anzi prima ancora che tu apra bocca, di che umore sei, se la parola o il gesto che poni è qualcosa di formale o proviene veramente dal cuore…

Una cosa che mi ha sempre colpito quando mi sono ritrovato tu a tu con un povero e questo sia nel Centro di accoglienza di Bolzano che in Iran, in America Latina, in Africa, è che contrariamente a noi che quando parliamo con qualcuno la nostra attenzione è concentrata su di lui solo un tanto per cento, perchè nel frattempo, presi dalla nostra frenesia stiamo pensando, progettando, pianificando o addirittura facendo altre cose, il povero invece lo vedi e lo senti presente a te, totalmente, corpo e anima, al 100 per cento…

e non penso neanche che sia per il fatto che sia più dotato di noi…è semplicemente perchè meno occupato, meno preso, più libero di essere tutto se stesso in ogni momento…è capace di impiegare mezz’ora per stirare la sua camicia e non perchè non lo sappia fare meglio di altri, ma perchè ha il tempo di farlo e di farlo bene quasi discorrendo con quella camicia magari la sola che ha, compagna di tante avventure, che conosce quindi in ogni sua piega, ma proprio per questo così cara e così viva di tanti ricordi.

Don Andrea Gallo citazionePurtroppo noi tutti oggi, compresi gli uomini di Chiesa e forse loro in modo particolare, sono sempre meno capaci di subire queste provocazioni dei poveri e questo non perchè meno volenterosi ma solo perchè più presi, più indaffarati…sempre più pochi, sempre più anziani..con sempre più parrocchie e sacramenti da gestire e quindi sempre meno in grado non dico di ascoltare ma neppure di vedere…

Don Angelo Casati - 7-angelo-casati“Quanto abbiamo bisogno – ci dice don Angelo Casati –

  • di una Chiesa che sappia sedersi pazientemente e senza alcuna fretta al pozzo della Samaritana…
  • Una Chiesa mai stanca dell’umanità, mai stanca della compagnia degli uomini e delle donne del nostro tempo, una Chiesa che parla sottovoce ,
  • una Chiesa che sa chiedere un pò d’acqua confessando il suo bisogno,
  • una Chiesa che parla delle cose della vita,
  • che non invade le coscienze,
  • che fa emergere pazientemente le attese del cuore scavando nel bene che rimane, comunque in ogni cuore.
  • Una Chiesa che non ha nel suo stile quello di far sentire un verme nessuno ma che invece ha la passione di portare alla luce la perla preziosa nascosta in ogni cuore.
  • Con che occhi guardiamo noi il povero?
  • Ci abita dentro lo sguardo del rabbì del pozzo per la donna samaritana…
  • Sappiamo sognare come faceva lui, il maestro, davanti ai piccoli germogli?
  • O ci interessa solo il cibo, la nostra voracità di cose, di persone, di potere?
  • Maestro mangia…
  • ma lui e con lui la donna si erano già sfamati e dissetati dal quell’incontro che in ognuno aveva lasciato qualcosa di indelebile”.

buon-samaritano - gli fascò le feriteNe ebbe con-passione… non dice: pietà. Il sentimento di pietà o di commiserazione è un sentimento negativo che umilia il povero ed invece di aiutarlo a ritrovare tutta la propria dignità lo sprofonda sempre maggiormente nella disistima e nel pessimismo. Da parte di chi lo prova, questo sentimento lo preclude inesorabilmente da tutta quella grazia provocatrice e redentrice che rappresenta ogni povero. E’ il sentimento provato in genere da chi il povero lo conosce da lontano, per sentito dire ma che non si è mai lasciato scrutare negli occhi e nel cuore dal povero.

Carlo Maria Martini copfoto_795270La com-passione come conseguenza del “lo vide” è il sentimento del Samaritano che si è scoperto impastato della medesima umanità di quel disgraziato e di cui non solo si vogliono continuare a portare insieme i propri fardelli ma anche i propri sentimenti, ciò che di più peculiare e di più profondo c’è in noi. Una Chiesa attenta quindi in primo luogo a “farsi prossimo“, a scendere dal proprio cavallo, per farsi prossimo come diceva il Cardinal Martini, a scendere dal proprio cavallo per farsi vicina al fratello bisognoso.

Com-patire, patire con, portare con, camminare con: è un sentimento che si fa coinvolgimento totale, fisico, spirituale e che nel contempo si attua nella più grande discrezione e nel profondo rispetto dell’individualità, della libertà e del mistero di ciascuno. Teologia della compassione iniziata da Metz il quale invita tutti i credenti e non credenti in ogni loro riflessione od iniziativa a mettere al centro colui che nel momento attuale patisce.

FratiCella di convento

A tale proposito da tanti anni mi è sempre di grande stimolo una poesia, riflessione di don Angelo Casati di Milano:

  • fiori gigli-bianchi“Non chiamare celibato (castità) una beata solitudine,
  • la torre in cui ti difendi dal mondo.
  • Conosco case in cui non importa di niente e di nessuno.
  • Sono case verniciate di celibato,
  • l’hanno scritto in ogni angolo ma povere d’amore.
  • Conosco case dove disturba il pianto di un bambino,
  • un singhiozzo di donna
  • o l’eco di una marcia che protesta sulle strade…
  • Perché celibato non può essere una stanza vuota,
  • ma la casa che scoppia di amici.
  • Celibato è la tua casa dove piangono senza pudore
  • tutti i bambini e le donne di questo popolo strano
  • e tu con loro (compassione),
  • è marciare con ogni uomo che grida l’ingiustizia.
  • Troppe volte hanno tappezzato di gigli
  • la libertà di non amare veramente nessuno”.
  • Compassione: amare veramente, con passione, anima e corpo”.

FORSE LE NUOVE GENERAZIONI…

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sr Maria Rita e fra Simone

Suor Maria Rita e Fra Simone
VOCAZIONE 
E’ la parola che dovresti amare di più. 
Perché è il segreto di quanto sei importante agl’ occhi di Dio. 
Sì, perchè se ti chiama vuol dire che ti ama!
(Mons. Tonino Bello)
il buon_samaritano - gli si fece vicino

Gli si fece vicino: dalla mia esperienza nel centro di Ascolto quello che i poveri cercano, quello di cui hanno bisogno e nel contempo risulta come l’aiuto più efficace che possiamo rendere loro è quello di farsi loro vicini…non solo fisicamente ma anche affettivamente quindi accogliendoli come sono, senza giudicarli, senza fare loro delle morali…i loro difetti, i loro sbagli, le loro dipendenze già le conoscono loro meglio di noi e se ne avessero la forza se ne libererebbero volentieri…ma non riescono perchè sono soli… perchè non c’è un quadro affettivo intorno a loro che li motivi e li sostenga…

noi possiamo essere le prime pedine capaci di ricomporre questo quadro affettivo ma solo se sappiamo farci e stare loro vicini così, come siamo, senza maschere, come loro, senza voler nascondere a tutti i costi la nostra vulnerabilità e la nostra debolezza….non chiedono altro, da mangiare sanno trovarselo in tanti modi meglio di noi, questuando, elemosinando ed al limite anche rubando…ma qualcuno che conosce l’arte di star loro vicino in un modo autentico, da fratello, da sorella, da amico, senza attitudini di malsano paternalismo, è difficile da trovare…

Mi ha sempre colpito il proverbio arabo che dice: “Se vuoi tracciare diritto il tuo solco, punta l’aratro verso una stella“. Sono giunto ad un momento della mia vita in cui sono tentato di fare un bilancio. E questo per cogliere il senso più profondo di tutto quello che ho vissuto, capire ciò che può veramente unificarla, scoprire la stella verso cui puntare l’aratro per poter tracciare nel migliore dei modi il solco che mi rimane da vivere.

Senza molto riflettere e illuminato da tutto ciò che il Signore mi ha dato da viver fino ad ora ed in particolare dalle tante esperienze fatte insieme ai poveri, c’è una risposta seducente che affiora spontanea nella mia mente e nel mio cuore: “Ciò che ti resta da vivere giocalo totalmente sulla relazione“: è questa la stella verso cui devi puntare…Non è nello strafare per te e per gli altri che tu ti sentirai profondamente realizzato come uomo e come donna ma nella capacità che avrai di vivere la Relazione a tutti i livelli e quindi con te stesso, con gli altri, con Dio, con il Creato.

Ma se considero con ancora più profondità tutto ciò che fino ad ora mi è stato dato da vivere mi rendo conto che non è sufficiente dire : punta tutto sulla Relazione.

  • Ma quale relazione?
  • Quando una relazione può dirsi vera ed autentica?

Mi è infatti capitato di esperimentare in me stesso ed intorno a me come spesso ci possiamo fare delle illusioni e quanto male ci si possiamo fare in nome dell’amore. Quanti amori sono stati e sono vissuti in modo possessivo, fusionale, inibitorio ed addirittura violento…

Per questo motivo delle parole come “amore” “comunione” e perfino “gratuità” che nel passato mi erano molto care, stanno lasciando il posto ad un’altra parola che in questo momento mi sembra più significativa, dinamizzante e responsabilizzante; “reciprocità” od in termini biblici “alleanza“, ed in termini più familiari “amicizia“. Quindi un farsi vicini, per guarire insieme, per crescere insieme, per umanizzarsi insieme, per camminare insieme…in una attitudine di sana reciprocità….

Abbiamo esperimentato tutti come anche l’unione fisica che dovrebbe costituire l’espressione più profonda e più esaltante dell’amore tra un uomo ed una donna possa risolversi nella violenza più umiliante se non è vissuta nella reciprocità…

Quante volte abbiamo esperimentato come all’interno di una condivisione gomito a gomito quotidiana e reciproca con le persone semplici e povere, ne siamo usciti dal punto di vista umano e spirituale purificati ed arricchiti.

Quante volte volendo far conoscere con entusiasmo quel Gesù che costituisce l’amore della nostra vita, ci siamo sentiti a nostra volta evangelizzati e confermati nella nostra fede e nella nostra speranza.

Siamo tutti al corrente come una evangelizzazione portata avanti al di fuori di questa reciprocità si sia risolta in una aberrante violenza nei confronti di numerose culture. Purtroppo anche oggi si continua a parlare di nuova evangelizzazione del mondo moderno ma considerandolo come un malato da guarire e non anche come un qualcuno da cui poter ricevere ed essere arricchiti.

I popoli indigeni ci ricordano come sia importante porci in una attitudine di rispetto e di reciprocità nei confronti della Madre Terra.

Noi non facciamo ormai più fiducia ai paesi ricchi che attraverso i loro organismi come la Banca Mondiale o il Fondo Monetario si propongono di risolvere i problemi della povertà del Sud povero ma facendolo a partire dal loro punto di vista senza entrare in dialogo con coloro che si propongono di soccorrere, probabilmente per non rimettersi in causa e non svelare quanta ipocrisia ci sia dietro il loro paternalismo. Non vogliono capire che un futuro ancora vivibile per tutta l’umanità dipende solamente dalla nostra volontà di metterci con realismo all’ascolto degli impoveriti…

Scopriamo d’altro canto con gioia che il nostro Dio è il Dio dell’alleanza, un Dio che chiama l’uomo ad un amore reciproco e responsabile nel pieno rispetto della propria libertà. Il Dio di Abramo, presentato come l’amico di Dio, il Dio di Mosè con il quale egli parlava faccia a faccia. Il Dio di Gesù che non ama mai di una maniera paternalistica ma rispettosa e responsabilizzante riassumendo il suo insegnamento nell’ “amatevi gli uni gli altri come io vi ho amato“. L’importanza quindi di farsi viciniall’altro, al diverso, al povero ma non in qualsiasi maniera ma nell’unico modo in grado di farci crescere e di salvarci insieme, che è quello della reciprocità.

buon-samaritano - gli fascò le ferite

 – e gli fasciò le ferite… E’ chiaro che se uno si ritrova mezzo morto per strada perchè malmenato dai briganti, va raccolto e curato, se uno sta gelando di freddo su una panchina gli va data una coperta, se uno sta crepando di fame gli va dato da mangiare, se uno è lurido come un ippopotamo gli va data la possibilità di fare una doccia…Tutto questo è necessario. Proprio per questo esistono i Centri diurni e notturni della Caritas e di tante altre associazioni. Ma attenzione, se la Carità si ferma quì, se la Carità viene relegata nei centri Caritas e se i si limita a disinfettare questi bubboni, rimane una ben povera benché necessaria carità.

Una vera Carità deve mirare a promuovere la persona nella sua globalità, deve quindi arrivare alle cause che originano le varie povertà per cercare di eliminarle. Ci risulta ormai chiaro da ciò che abbiamo detto in precedenza, come il modo migliore per fasciare le ferite dei poveri sia quello di fasciare le ferite della società intera e del creato tutto.

Bisogna allora far sì che non siano più dei principi egoisti e profondamente inumani oltre che antievangelici come l’assolutizzazione della proprietà privata e il conseguente principio della liceità del massimo profitto a regolare la società. Questi principi, in un mondo in cui non ci sono più distanze fanno sì che la ricchezza si concentri sempre più nelle mani di pochi.

Questi pochi, sono capaci di influenzare i poteri politici, di controllate l’economia ed il commercio mondiali asservendo così politicamente ed economicamente i paesi poveri. Ci vengono imposti per giunta dai mas media che essi stessi scaltramente detengono, modelli esagerati ed artificiali di sviluppo, di consumo, di spreco e di inquinamento che stanno svuotando di umanità e di speranza gli stessi paesi ricchi.

Viene imposto di conseguenza un ritmo di vita frenetico, competitivo ed arrivista che ci svuota dei veri valori mettendo per giunta sul lastrico un sempre maggior numero di persone spesso le più fragili, ma anche le più delicate e le più sensibili e per questo meno atte a lasciarsi imbrigliare e strumentalizzare.

E sono proprio costoro che incontriamo ogni giorno sempre più numerosi nelle stazioni e nei parchi delle città che sia pur con una bottiglia in una mano e la canna nell’altra, ad di là dei loro comportamenti spesso anomali e addirittura ripugnanti continuano ad essere la spie provvidenziali di quanto male va il mondo e della necessità che si cambi al più presto di rotta pena la distruzione del creato e dell’umanità stessa.

“La bocca del Lupo”: I due protagonisti hanno un sogno. Vaccinati dalla loro lunga vita di emarginazione non si lasciano accaparrare dai sogni stravaganti e spropositati proposti dai mass-media: sogni di ricchezze a non finire, di grandi viaggi, di grandi orge e sbornie…

No… il loro sogno è molto semplice, sano ed umano al punto che potrebbe costituire il paradigma su cui costruire una nuova più umana società: una piccola casetta in collina, con attorno un poco di terra dove tenere qualche gallina e dove sopratutto stare insieme, dando quindi la priorità alla relazione.

Vi vorrei segnalare un libro che mi è parso molto interessante intitolato: “la misura sbagliata delle nostre Vite” Edizioni Etas, di Stiglitz, Sen, Fitoussi. E’ il risultato di una ricerca promossa dal presidente francese rivolta a trovare un altro indicatore economico al di là del Pil. Vi viene dimostrato come il PIL non basti per valutare benessere e progresso sociale.

La ricchezza negli ultimi anni è aumentata ma moltissime persone sono convinte di stare peggio. Non basta l’aumento del Pil se raggiunto a discapito dell’ambiente, del tempo di lavoro, della sicurezza, della solidità delle relazioni sociali, delle speranze di un avvenire migliore, sopratutto dei giovani. “Non ha senso infatti, come ricorda Pietro Bevilacqua nel “Il grande saccheggio” Laterza, chiedersi “quando arriverà la ripresa dopo la grande crisi, visto che non di congiuntura negativa si tratta ma di un capitalismo entrato in un’epoca di distruttività radicale a danno delle strutture della società cannibalizzando gli strumenti della democrazia e desertificando il senso della vita. Per evitare visioni apocalittiche bisogna allora ripensare politica ed economia sostituendo all’ossessione della crescita in tempi brevi, la ricerca di nuovi equilibri volti a promuovere innanzitutto la qualità della vita in modo di ridare di nuovo speranza all’umanità attualmente così sfiduciata.”

Santo Domingo - Catedral_Primada_-_exterior

Cattedrale di Santo Domingo

Nella denuncia di questi pericoli si è distinta la Teologia della Liberazione portata avanti dal basso, dai teologi Latino-americani ben radicati nelle loro masse di poveri ma purtroppo sempre guardati dalla Chiesa come la minaccia che comporta il manto rosso del torero quando viene guardato dal toro. Dobbiamo dire con onestà che anche le Encicliche sociali dei nostri Papi, sia pur dall’alto, hanno saputo ben stigmatizzare e denunciare queste situazioni di ingiustizia e di involuzione ma senza mai venire prese troppo sul serio: e questo perchè?…

arturo-paoliLa risposta ce la da Arturo Paoli dicendoci: “La Chiesa deve avere il coraggio di mettere le mani nelle piaghe dei nostri fratelli, di entrare con umiltà ma con coraggio nel vivo dei conflitti che vive oggi la nostra società, prendendo decisamente e senza compromessi la parte degli ultimi. Ma per fare tutto questo è necessario non essere compromessi…e per non essere compromessi è necessario non avere nulla di mondano da difendere e quindi essere poveri”.

Desmond_tutu Chiesa AnglicanaDesmond Tutu, questo coraggioso vescovo del Sud-Africano che fu tante volte imprigionato e minacciato di morte per le sue posizioni profetiche affermava: “Vi ripeto che quello che faccio e dico non è conseguenza del mio credo politico. No, è la mia fede in Cristo che mi obbliga a comportarmi così. E’ la mia lettura del Vangelo che mi porta a interessarmi delle discriminazioni operate nei confronti dei miei fratelli. Un Dio che non si cura delle sofferenze del povero, dell’oppresso, dello sfruttato e delle vittime dell’ingiustizia è un Dio che io non adorerò mai”.

Santo Domingo - Catedral_Primada_-_exteriorCattedrale di Santo Domingo

Volti dei poveri

La Chiesa Latino Americana che a partire dalla Conferenza di santo Domingo non parla più di “poveri” in generale ma dei “volti dei poveri” nel senso che, contrariamente a ciò che purtroppo si è verificato nei regimi comunisti totalitari, mentre ci si impegna per liberare i poveri dal peso delle ingiustizie che li opprimono non si possono dimenticare le singole persone dei poveri che già da subito esigono di essere considerate come persone e trattate con una tenerezza che parte dal cuore e che per essere autentica non può non esprimersi che attraverso tutta la persona a partire dal tratto umano e fisico.

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A questo proposito Maria Ayerra, animatrice pastorale spagnola, sposa e madre scrive così in maniera provocatoria ai religiosi ed alle religiose:

Un giorno quando alla fine della vita saremo giudicati sull’amore, dovremo render conto delle strette di mano che noi abbiamo represso e dato con freddezza, delle volte che qualcuno si è allontanato da noi senza uno sguardo d’amico. Ci verranno ricordati tutti i malati, i depressi, gli emarginati che avremo aiutato senza accarezzarli, ai quali avremo risolto i nostri problemi senza dare loro la nostra amicizia, ai quali abbiamo dato delle cose senza dare noi stessi, senza guardare negli occhi, senza farsi attenti alla loro persona, ma soltanto al loro caso.

Ogni volta – continua questa sposa spagnola – che mi sono sentita stretta la mano da un prete o da un consacrato in maniera fredda e distaccata, con lo sguardo basso, quasi con la paura di sfiorarmi, io come donna, contenta di esserlo, mi sono sentita profondamente umiliata e trattata come oscuro oggetto di desiderio. E come mi disgustano le consacrate che con l’intenzione di non suscitare desiderio, nascondono la loro femminilità sotto abiti squallidi ed antiestetici, senza rendersi conto che quello che suscitano è solo sgradimento e rigetto“.

il buon samaritano - lo portò dall'albergaatore

– Lo portò ad una locanda…abbi cura di lui…Questo Samaritano risulta veramente simpatico perchè sa vincere il suo delirio di onnipotenza come lo chiamano gli psicanalisti. Egli avrebbe potuto rinunciare completamente al suo viaggio, ritornare a casa sua con il malcapitato, coinvolgere la moglie già ben occupata dai suoi numerosi figli nella cura di questo disgraziato magari per vantarsi davanti a se stesso, a Dio ed al prossimo di quanto lui è stato misericordioso a costo magari di mandare a rotoli la sua famiglia…

Il Samaritano è nel contempo umile e realista: sa che da solo non può fare tutto… sa che altri lo possono aiutare ed anche in modo più competente, si mette quindi in rete, pur non lavandosene le mani, affida il malcapitato ad un albergatore…Come è facile a volte cavalcare il povero per farci grandi…

Deposizione

Ciò che spenderai di più te lo rifonderò al mio ritorno…Non lo scarica. Rrimane lui il referente. GR - Globuli Rossi company

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VITA RELIGIOSA – Para una adecuada revitalización de la vida religiosa – Riflessioni di un religioso

1-San Giovanni di Dio - Granada sarà la tua croce

1-San Giovanni di Dio - Raúl Berzosa

Raúl Fernández Berzosa

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Monasterio de Guadalupe

Il monastero reale di Santa Maria de Guadalupe (Real Monasterio de Nuestra Señora de Guadalupe) nato nel tardo tredicesimo secolo, è un edificio monastico situato nella provincia spagnola di Caceres, comunità autonoma dell’ Estremadura. Fu il più importante monastero del Paese per oltre quattro secoli, e uno dei santuari più importanti d’ Europa.

1-San Giovanni di Dio - Raúl Berzosa-001Aparición de la Virgen a S. Juan de Dios: Representa el momento en el que se le apareció la Virgen en el monasterio de Guadalupe y puso en sus brazos al Niño Jesús. Entregándole unos pañales, le encomendó: «Juan, vísteme al Niño para que aprendas a vestir a los pobres». Conmovido por la visión, se formó en lo preciso para afrontar su obra y comenzó su acción en Granada, por indicación del P. Ávila que le alentó en su quehacer.

En este caso el centro de la composición lo ocupa el Niño Jesús con telas blancas, estas se acentúan con el color oscuro de S. Juan de Dios y los colores de la Virgen María, Ella se agacha para hacer entrega del Niño al Santo mientras se encuentra sobre unas nubes que le sirven de soporte. Al fondo parte del interior del Monasterio de Santa María de Guadalupe, en la provincia de Cáceres.

Religiosi oranti

Para una adecuada revitalización de la vida religiosa en el contexto de crisis vocacional e identitaria

1-San Giovanni di Dio - Raúl BerzosaReflexiones de un religioso:

Debemos ser conscientes que la situación que estamos viviendo en la vida religiosa hace necesaria una reestructuración, que llegará o se dará necesariamente, bien obligados por las circunstancias, bien proyectada por nosotros con cierta lucidez y sentido evangélico. Se puede morir sin más, o se puede morir para vivir; se puede ir muriendo poco a poco, poniendo parches  acá y allá que alargan la agonía o retrasan la muerte, o se pueden poner los remedios oportunos para hacer germinar vida nueva y dar paso a una forma revitalizada de vida religiosa.

No cualquier tipo de reestructuración es para nueva vida, sino que hay una reestructuración para una mera supervivencia. Si queremos optar por una reestructuración que haga posible una nueva vida, que revitalice realmente la vida y la misión de los religiosos, debemos tener claro desde dónde debemos partir, qué actitudes debemos tener, en qué estamos dispuestos a cambiar y qué estamos dispuestos a hacer cada uno.

1. El problema de fondo de la vida religiosa hoy es un problema de espiritualidad y si no abordamos esto seriamente, una verdadera reestructuración ni será posible ni servirá de nada. Por eso, se necesita urgentemente la recuperación de una verdadera y profunda experiencia de Dios, una experiencia que ha de ser teologal, es decir, enraizada y centrada en la fe, la esperanza y la caridad. Si no llegamos a recuperar esta dimensión como algo vital, difícilmente podemos cambiar y realizar una reestructuración para una vida nueva.

2. Debemos ser muy conscientes de que la vida religiosa en general se encuentra en una situación crítica. Hay una sensación de que el modelo actual de vida religiosa está tocando a su fin. Todo indica que estamos en un momento crítico (pocas vocaciones, envejecimiento, pérdida de la calidad de vida humana y comunitaria, etc.) y, por lo tanto, urgidos a cambios profundos, orientados por una fidelidad creativa al carisma y a nuestros orígenes. Ante esta situación, podemos sucumbir y dejarnos arrastrar por el pesimismo (algo que no es muy evangélico) o vivirlo con fe como auténtica experiencia pascual; saber morir para vivir y para dejar paso a nueva vida.

3. Ante la situación real que vivimos, puede haber reacciones inoportunas y nocivas, o reacciones esperanzadoras. Algunas reacciones nocivas y estériles serían: ignorar la situación, buscar explicaciones sin fin y eternizarnos en los discursos o el diálogo, buscar culpables o chivos expiatorios para eludir las propias responsabilidades, hacer ejercicios de supervivencia comunitarios o personales… En cambio, las reacciones esperanzadoras serían: hacer ejercicios de sinceración, reaccionar ante la situación, enfrentar la situación y tomar decisiones, aunque nos equivoquemos, pues en situaciones así es preferible equivocarse a quedarse con los brazos cruzados.

4. No es bueno que los cambios sucedan sólo por presión de las circunstancias de crisis vocacional o por factores externos. Sería triste  que sólo nos reestructurásemos obligados por las circunstancias y no por verdaderas motivaciones evangélicas libremente elegidas y asumidas. Los cambios sólo van orientados correctamente cuando van impregnados por una intensa vida teologal y acompañados por una espiritualidad de cambio. Los cambios deberían responder también a una mayor autenticidad de vida, a una verdadera fidelidad al propio carisma, como un abrir puertas a nuevas oportunidades.

5. Hoy necesitamos urgentemente una espiritualidad para el cambio institucional y personal, para la reestructuración a un nivel profundo y global… Un cambio, por lo tanto, no impulsado por la moda, sino por la búsqueda de la verdad. El cambio implica renuncia  a ciertas seguridades, implica siempre riesgo, pero también la posibilidad de crecimiento, En una verdadera reestructuración se requieren muchos cambios institucionales, pero éstos no se podrán dar ni llevar a término con sentido sin los cambios personales: cambios de mentalidad, de hábitos de vida, de comunidad, de ministerios… En este proceso se deberá armonizar también la autonomía de la persona, el discernimiento comunitario y las exigencias de la misión. En ningún caso los cambios deberían estar inspirados por la huída de la responsabilidad, de la convivencia, de nosotros mismos, sino por la búsqueda de una vida y una misión más evangélica y más centrada en el propio carisma. Las resistencias verdaderas al cambio suelen obedecer a una falta de fe, puesto que la mayoría de los miedos surgidos son gratuitos o infundados.

6. Los cambios en la vida religiosa deberían orientarse hacia tres objetivos: recuperar la identidad carismática, recuperar la misión profética y crear condiciones institucionales para que esto sea posible.

Recuperar la identidad carismática: Es decir, revitalizar el carisma y la espiritualidad propia, revitalizar así mismo la misión que brota del carisma. Nuestra misión básica no es hacer cosas (razón instrumental), sino ser vida religiosa (razón simbólica). Ante todo, debemos ser testigos del Evangelio, maestros espirituales. La comunidad religiosa debe ser centro y fuente de espiritualidad para la Iglesia y para la sociedad. La falsa secularización o la adaptación indiscriminada a los valores seculares nos han hecho insignificantes para el mundo de hoy.

– Recuperar la dimensión profética de la misión: Sencillamente porque a veces se nos instrumentaliza para tareas diocesanas y parroquiales de suplencia. Hemos perdido en gran medida la creatividad y nos hemos acostumbrado a tareas rutinarias de funcionamiento eclesial. La “parroquialización” de la vida religiosa puede significar la muerte de nuestra vida consagrada y también el debilitamiento de la vida cristiana. El gran desafío de la vida religiosa hoy es, sin duda, rescatar su dimensión carismática para poder ofrecer un testimonio profético en la sociedad y en la Iglesia. Para poder rescatar nuestra vida y nuestra presencia carismática, son fundamentales tres cosas: intensificar la dimensión contemplativa o la experiencia de Dios, la vuelta a una pobreza evangélica real y efectiva, y la experiencia teologal de la comunidad. Precisamente esos tres valores corresponden a tres grandes carencias o necesidades del mundo actual: el secularismo y la nostalgia de lo religioso; el ídolo del becerro de oro y la necesidad de  solidaridad; la soledad, el individualismo y la necesidad de comunicación. Esto posibilitará que nuestra presencia en la Iglesia y la sociedad pueda percibirse y valorarse como forma alternativa de vida y de esperanza para los pobres y excluidos.

Crear condiciones institucionales para hacer posibles los dos objetivos anteriores: Precisamente porque en buena medida los problemas son institucionales, es necesaria una reconversión institucional, que debería prestar atención a algunos problemas:

1) La reducción de obras y aligerar edificios e infraestructuras.

2) Aligerar también las instituciones y obras que someten a sus miembros a una actividad y trabajo excesivos: el activismo voraz no es compatible con la dimensión carismática y profética de la vida religiosa.

3) Aligerar el aparato burocrático y actualizar la organización de las obras y las instituciones para facilitar la vitalidad. En este sentido, es bueno y necesario tener presente  el sentido de Instituto, para no perdernos en el provincialismo o el localismo.

4) Prestar atención a una adecuada ubicación de las comunidades.

Estas letras reflejan una visión realista y clarividente de la situación que estamos viviendo hoy en la vida religiosa, así como también la urgente necesidad que tenemos de reaccionar, hacer algo y tomar decisiones firmes y reflexionadas, que nos ayuden a encontrar una salida a la crisis profunda. De ahí la razón de ser de la reestructuración a nivel general, que supondrá, sin duda cambios estructurales e institucionales importantes. El fin de una verdadera reestructuración debería ser la revitalización de nuestra vida y misión desde una fidelidad creativa al propio carisma. Y esto sólo será posible desde una profunda renovación espiritual, que implica conversión a todos los niveles (personal, comunitaria, provincial), una verdadera experiencia teologal de Dios, una recuperación de nuestra identidad carismática y nuestra misión profética, una recuperación de la calidad de vida comunitaria y de un estilo de vida sencillo y pobre.

1-San Giovanni di Dio - Raúl Berzosa

  • Non ho io pianto con gli sfortunati, sofferto con i bisognosi? (Giobbe 30,25)

  • Se qualcuno è in difficoltà, io soffro con lui. Se qualcuno è debole nella fede, io sono tormentato per lui (mi brucia interiormente). 2 cor 11,29

San Giovanni di Dio - Corsia d'ospedale

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http://divinavocacion.blogspot.com.es/2012/02/la-desamortizacion-silenciosa.html

PAMPURI & MICHELI DUE MEDICI DEL ‘900 – Angelo Nocent

martedì, 21 ottobre 2008

Micheli - Pampuri
 
ERMINIO (RICCARDO)PAMPURI – PIERLUIGI MICHELI 

Appunti di Angelo Nocent

 “Trattava l’ammalato come se fosse Cristo, e l’ammalato si sentiva trattato  con  una attenzione, una considerazione, una stima, una comprensione incredibili. E lui faceva il suo mestiere. In questa sua azione cerca una compagnia perché – dice alla sorella – “io invece sono pigro e rischio di ridurre Cristo alla mia misura, a quello che riesco a fare. Beata te sorella che hai una compagnia che ti riaddita sempre Cristo così come è “. (Dr. Adriano Rusconi)

IL PRIMATO DELLA PAROLA

San Riccardo Pampuri xyFra Riccardo Pampuri 05 militare al fronteIl Pampuri è un giovane che crede nel primato della Parola. Perfino in guerra, quando c’è un attimo di calma, si aggrappa al Vangelo, alle lettere degli Apostoli e all’Imitazione di Cristo che ne è il commento tascabile. Questi libretti poco ingombranti li porta sempre con se perché gli sono di conforto e di sostegno.

In un taccuino di appunti per gli esercizi spirituali scrive a se stesso:

“ Ritorna quindi a rileggere gli Evangeli, il Catechismo, l’Imitazione di Cristo, così semplici e così ripieni della sapienza divina; leggili e meditali, e prega soprattutto con la preghiera che Iddio stesso ci ha insegnato, col Pater noster, e la luce della verità, diradatesi le nebbie delle passioni, ritornerà a risplendere alla tua mente in tutta la sua bellezza…

Davanti al Vangelo ci sono sempre due tipi di uomini: l’uomo saggio e l’uomo sciocco. Entrambi ascoltano allo stesso modo la medesima parola. Sulle conseguenze però divergono:

  • saggezza è ascoltare e fare ciò che si è ascoltato;
  • stupidità è ritenere che basti ascoltare, capire, programmare.

All’interno della comunità dei credenti la saggezza e la stupidità sono due possibilità costanti. Gesù in Matteo 7,24-27 denuncia quasi con durezza una malattia che può colpire mortalmente ed anche di frequente il cristiano che deve farsi la casa:

  • “Chiunque ascolta queste mie parole e le mette in pratica, è simile a un uomo saggio che ha costruito la sua casa sulla roccia. 25 Cadde la pioggia, strariparono i fiumi, soffiarono i venti e si abbatterono su quella casa, ed essa non cadde, perché era fondata sopra la roccia.
  • 26 Chiunque ascolta queste mie parole e non le mette in pratica, è simile a un uomo stolto che ha costruito la sua casa sulla sabbia. 27 Cadde la pioggia, strariparono i fiumi, soffiarono i venti e si abbatterono su quella casa, ed essa cadde, e la sua rovina fu grande”.

Spesso nell’uomo credente ma anche in una comunità religiosa si celano due anime: l’una che ascolta, riflette, discute, programma; l’altra che, paga di ciò che ha ascoltato, discusso e programmato, lo dimentica. Nel secondo caso abbiamo la casa costruita sulla sabbia.

Su questa pagina del Vangelo, che si commenta da sé, Erminio si è soffermato una vita:

  • “Non accumulatevi tesori sulla terra, dove tignola e ruggine consumano e dove ladri scassinano e rubano;
  • 20 accumulatevi invece tesori nel cielo, dove né tignola né ruggine consumano, e dove ladri non scassinano e non rubano. 21 Perché là dov`è il tuo tesoro, sarà anche il tuo cuore.
  • 22La lucerna del corpo è l`occhio; se dunque il tuo occhio è chiaro, tutto il tuo corpo sarà nella luce; 23 ma se il tuo occhio è malato, tutto il tuo corpo sarà tenebroso. Se dunque la luce che è in te è tenebra, quanto grande sarà la tenebra!
  • 24 Nessuno può servire a due padroni: o odierà l`uno e amerà l`altro, o preferirà l`uno e disprezzerà l`altro: non potete servire a Dio e a mammona.
  • 25 Perciò vi dico: per la vostra vita non affannatevi di quello che mangerete o berrete, e neanche per il vostro corpo, di quello che indosserete; la vita forse non vale più del cibo e il corpo più del vestito? 26 Guardate gli uccelli del cielo: non seminano, né mietono, né ammassano nei granai; eppure il Padre vostro celeste li nutre. Non contate voi forse più di loro?
  • 27 E chi di voi, per quanto si dia da fare, può aggiungere un`ora sola alla sua vita?
  • 28 E perché vi affannate per il vestito? Osservate come crescono i gigli del campo: non lavorano e non filano. 29 Eppure io vi dico che neanche Salomone, con tutta la sua gloria, vestiva come uno di loro.
  • 30 Ora se Dio veste così l`erba del campo, che oggi c`è e domani verrà gettata nel forno, non farà assai più per voi, gente di poca fede?
  • 31 Non affannatevi dunque dicendo: Che cosa mangeremo? Che cosa berremo? Che cosa indosseremo? 32 Di tutte queste cose si preoccupano i pagani; il Padre vostro celeste infatti sa che ne avete bisogno.
  • 33 Cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta.
  • 34 Non affannatevi dunque per il domani, perché il domani avrà già le sue inquietudini. A ciascun giorno basta la sua pena.”

Questa, in sintesi, è la teologia del Pampuri.

RICCARDO L’UOMO DELLE AGGREGAZIONI

29 Aprile 2006 – 10:18
Così mi scriveva sul blog una certa Martayensid (una giovane laureata dalla spiccata spiritualità francescana) alla ricerca della sua vocazione:
A volte penso che se potessi dare un’occhiata alla tua camera da letto troverei alle pareti i poster di San Riccardo con la stessa devozione con cui un adolescente appende le foto di Vasco Rossi per riempire interamente il suo campo visivo. Dimmi se sbaglio?
Ti auguro una serena domenica di gioia!” (martayensid)
     
 29 Aprile 2006 – 12:25
Un altro navigante:
Voglio ringraziarti per il tempo speso per aver scritto tutto questo su S. Riccardo perché la sua è una vita che fa meditare e molto. Tanta gioia”
Anco

02 Maggio 2006 – 17:47
Carissima Marta,
                            nella mia camera da letto di san Riccardo non c’è nulla all’infuori di un piccolo calendario appeso in un angolo, pubblicato dalla Parrocchia di Trivolzio, dove sono venerate le reliquie del Santo.
E’ che su di Lui ho condotto una ricerca, peraltro non ancora pubblicata, provocata dalle attuali biografie sul Santo che mi soddisfano fino ad un certo punto, giacchè non vanno oltre gli anneddoti che sono pochi e mai strepitosi.
Mi ha sorpreso il Don Giussani che, ad un certo momento, ha additato al mondo di CL questa figura di giovane santo.
La notizia ha fatto il giro del mondo ed oggi quel paesino che non aveva neanche un locale per consumare un panino è diventata una meta di pellegrnaggi dall’Italia e dallestero e luogo di grazie e conversioni.
Se può sembrare che abbia nella testa “la stessa devozione con cui un adolescente appende le foto di Vasco Rossi per riempire interamente il suo campo visivo”, in realtà c’è molto di più realistico e gioiosamente drammatico allo stesso tempo:
1) Da un lato l’individuazione di un testimone contemporaneo che porta in sè le nostre contraddizioni e cerca faticosamente di essere “UN GIOVANE CUORE IN ASCOLTO”, come ho titolato per il momento la ricerca.
2) Dall’altro i disagio di assomigliare ben poco (al di là dei proclami) a questo serio professionista (centodieci e lode) con una carriera ben impiantata ed invidiabile, ma così capace di scelte radicali per il Vangelo.
E’ partito, universitario, come discepolo di Francesco d’Assisi, nel terz’Ordine, con il nome di fra Antonio, e s’è trovato nella San Vincenzo a far del bene ai poveri.
Questo ragazzo, orfano in tenera età prima della mamma e poi anche del papà,
  • ha animato la FUCI da universitario,
  • ha sostenuto i compagni sul fronte della prima guerra mondiale, dove un suo fratello è caduto,
  • ha fatto il medico condotto ed allo stesso tempo ha localmente impiantato e guidato l’Azione Cattolica  di cui è finito per essere anche il primo santo (è dei Fatebenefratelli l’ultimo);
  • ha promosso gli Esercizi Spirituali,
  • ha diffuso l’amore per l’Eucaristia,
  • ha sognato le Missioni,
  • ha bussato alla porta dei Gesuiti perchè voleva farsi prete,
  • ha detto di no alla figlia del Direttore dell’Ospedale di Abbiategrasso che lo voleva sposare, per seguire un’altra storia d’amore,
  • ed è finito discepolo di san Giovanni di Dio, altra figura di santo proponibile come compatrono d’Europa per avere aperto nella Chiesa un capitolo nuovo sull’ hospitalitas ossia del “farsi prossimo”.

La COMPAGNIA DEI GLOBULI ROSSI

San Riccardo Pampuri, sedutoSi rifà a San Riccardo, proprio per la pluralità di vocazioni e carismi che lui stesso incarna come discepolo del Vangelo.

Capace di stimoli sia per i religiosi che per i laici, per i giovani come per gli adulti, per uomini e donne di tutte le latitudini, è l’uomo delle aggregazioni: l’unità nella molteplicità. Alla scuola del Maestro.
Marta, ti auguro la sua generosità nelle scelte che la vita t’impone.

E continuo a pregare anche perchè ispiri un eventuale tuo ruolo nella COMPAGNIA, pur restando dove e quella che sei, a fare ciò che fai o hai in mente di fare.

Pierluigi Micheli

PIERLUIGI MICHELI:

“Eccomi! Sono pronto alla chiamata.”

 Il dottor Pierluigi Micheli, come si dice nel bel ritratto iniziale delineato da Andrea Martano, è stato un “uomo dei semitoni“, una persona “modesta” nel senso più nobile (e purtroppo ignorato dall’ “urlato” e dall’arroganza dei nostri giorni) del termine. È stato un innamorato delle profondità ove i silenzi sono colmi di parole supreme, la superficialità è impossibile, l’ineffabile si svela.

Laggiù, senza clamore, incontrava le grandi luci che hanno guidato la sua esistenza e la sua ricerca e che ques(te pagine vo- gliono attestare. Là egli penetrava nei misteri della fede, visti come la più alta risposta alle interrogazioni della ragione. Là egli in- contrava gli “spiriti magni” del pensiero e della letteratura, a partire dall’amatissimo Dante. In quell’orizzonte non striato dalla chiac- chiera e dal rumore egli attendeva il fiorire dell’armonia musi- cale, soprattutto quella dei prediletti Bach e Mozart. In quel luogo di speranza trovava l’entusiasmo per quella professione di medico che egli visse solo come vocazione e che per questo s’intrecciò inestricabilmente con la sua vita.

C’è un po’ di emozione nel leggere le sue righe qui raccolte: sembra quasi di rompere il cerchio del suo riserbo, del suo silenzio.

Eppure è proprio questa la vera “serietà” che segna anche le pagine della sua ricerca privata a cui ora siamo ammessi. E a noi sembra, leggendole, che esse, nonostante la molteplicità dei temi, dei soggetti e dei profili che offrono, rivelino alla fine un solo volto, quello del loro autore, uomo assetato di fede e di sapienza, di verità e di bellezza. Proprio come confessava di sé ]orge Luis Borges al termine del suo zibaldone L’artefice: “Un uo- mo si propone di disegnare il mondo. Nel corso degli anni po- pola uno spazio con immagini di province, di regni, di monta- gne, di baie, di vascelli, di isole, di pesci, di case, di strumenti, di astri, di cavalli e di persone. Poco prima di morire scopre che quel paziente labirinto di linee traccia l’immagine del suo volto”.

Gianfranco Ravasi

Pierluigi Micheli medico umanista

Ogni ricordo, come dice la stessa etimologia del termine, è un “riportare al cuore”, cioè un far rivivere nell’affetto e nel sentimento una presenza che è forse stinta ma non estinta. Le pagine che ora scorreranno vogliono raggiungere proprio questa meta: desiderano riproporre dal vivo una figura amata da tante persone, la cui presenza, già prima silenziosa e discreta, dal 22 giugno 1998 esteriormente si è dissolta ma spiritualmente è ancora viva e intensa.lenzio intimo, del suo viaggio in mari sempre più vasti. Ma forse è lui stesso per primo a “smitizzare” questa esitazione con quelle gocce di umorismo e di ironia che lasciava spesso cadere nei suoi dialoghi, consapevole di quanto aveva scritto Hermann Hesse: “Ogni sublime umorismo comincia con la rinuncia del- l’uomo a prendere sul serio la propria persona”.

Dr. PIERLUIGI MICHELI – Biografia http://www.tuoblog.it/pierluigimicheli

Pierluigi Micheli

 Nel giorno dell’aggregazione all’Ordine Ospedaliero di San Giovanni di Dio (o.h.)

Pierluigi Micheli con ilCard. Martini e il Card. Saldarini-002

Con i vescovi milanesi

“QUEL NON SO CHE” CHIAMATO AGAPE

Quel “non so che”, chiamato da Paolo agàpe e che noi traduciamo con amore è paradossalmente l’opposto dei grandi doni: “se possiedo tutta la scienza e anche una fede da smuovere i monti, ma non ho amore, io non sono niente “ ( 13,2).

Se la santità è agàpe, ossia amore, allora un santo altro non è che un innamorato. Di chi e di che cosa avremo modo di approfondirlo in seguito.

Il significato della parola “santo” però va ulteriormente precisato. L’uso del termine nel Vecchio Testamento, riservato agli uomini, è eccezionale. In genere viene usato per gli eletti del tempo escatologico. Nella Parola neotestamentaria, l’aggettivo “santo”  viene trattato quasi come un sostantivo, sottraendolo a quella istintiva valutazione per cui si vorrebbe riferirlo solo a personalità di elevata statura morale. All’origine c’è la persuasione d’essere stati semplicemente chiamati a un’oggettiva situazione di santità.

  • Paolo ai Corinzi: “chiamati per essere santi” (1,2);
  • Pietro: “15 Di fronte a Dio che vi ha chiamati, siate come figli ubbidienti; egli è santo e anche voi siate santi in tutto quel che fate. 16 Nella Bibbia infatti è scritto: Siate santi, perché io sono santo “.( 1Pt 1,15-16)

Micheli Pierluigi con in Card. Martni - Card. Saldarini 06

“Il mondo moderno ha subìto una caduta della capacità dialettica, più grave della caduta della morale. Agnosticismo filosofico, indifferentismo religioso, relativismo morale, le varie ideologie vegetariane, animaliste, i guru e i culti esoterici, il timore di trasmettere la vita. L’uomo di oggi non vuoI più sentirsi dire che la vita è una battaglia ” (Cf. 88).

Non sembra di leggere Benedetto XVI ? Il Concilio Vaticano II nella Lumen Gentium (40) parla di “Universale vocazione alla santità nella Chiesa”. I sensi di lettura possono essere due, uno più esteso dell’altro: può indicare sia che nella Chiesa tutti i membri sono chiamati alla santità sia che tutti gli uomini sono chiamati alla santità nella Chiesa. Peguy l’ha risolta in questo modo: e rientra dalla finestra” (Pierluigi Micheli)

“Tutti i cristiani hanno la vocazione di essere santi e tutti gli altri uomini hanno la vocazionedi diventare cristiani”.

” Il PADRE NOSTRO è una preghiera corale che tutti gli uomini possono dire e che nella sua universalità non è legata a correnti di pensiero. E’ la preghiera dell’UOMO ” (f.73)

Pierluigi Micheli0007PIERLUIGI MICHELI COME LO VEDO IO 

COMPAGNIA DEI GLOBULI ROSSI…SCHIENE A DISPOSIZIONE DI DIO
  • Ci mettiamo a disposizione di Colui “che è morto per tutti, perché quelli che vivono non vivano più per se stessi…”(2 Corinti 5,15);
  • Metterci a disposizione di Cristo significa che ci lasciamo attrarre dentro il suo “per tutti”: essendo con Lui possiamo esserci davvero “per tutti”. (Benedetto XVI Messa crismale giovedì santo 2007).

Pierluigi Micheli0003

“La carità esce dalla porta e rientra dalla finestra”, così lo aveva educato la mamma.

Pierluigi Micheli

PIERLUIGI MICHELI
Quasi alla fine del suo mandato di Primario presso l’Ospedale “San Giuseppe” dei Fatebenefratelli diMilano, il Dr. Pierluigi MICHELI ha accettato l’investitura di “aggregato” all’Ordine Ospedaliero di San Giovanni di Dio, come prevedono gli Statuti Generali nei seguenti articoli:
“23.    La carità cristiana chiede che, per quanto di­pende da noi, facciamo partecipi persone e gruppi dei beni spirituali del nostro Ordine.
Perciò, il Superiore Generale, a nome di tutto il nostro Istituto, può aggregare all’Ordine le persone fisiche e giuridiche proposte dal Definitorio Provinciale, per renderle partecipi, in virtù della comunione dei santi, dei meriti delle buone opere che i Confratelli compiono nel­l’ apostolato ospedaliero.
Le condizioni per poter ottenere questa aggrega­zione sono le seguenti:
  • professare la fede cristiana;
  • essere di condotta esemplare per i costumi e per la vita familiare e professionale;
  • aver manifestato stima al nostro Ordine, coope­rando alle sue opere di carità in modo notevole.
24.   La Chiesa ci esorta a promuovere e favorire le opere apostoliche dei laici, secondo lo spirito del proprio istituto. Per questo, tenendo presente la varietà delle cir­costanze e secondo le diverse possibilità, ci sforzia­mo di creare e favorire le associazioni, i gruppi di volontari e i movimenti dei laici, che testimoniano Cristo specialmente con le opere di misericordia e di carità. Siamo attenti a questo, soprattutto, nei confronti dei nostri collaboratori più vicini, onde aiutarli a integrare i loro valori professionali con le qualità umane ed evangeliche che sono richieste nell’assistenza degli ammalati.
25.   Ci sono persone e gruppi, non menzionate nel numero precedente, che, animate dall’esempio di San Giovanni di Dio e dalla sua azione misericordiosa, partecipano in maniera notevole alla missione dell’Ordine.
Il Superiore Generale, su proposta del Definitorio Provinciale, esprimerà a queste persone la
gratitudine dell’Ordine, nel modo più opportuno”. (Statuti Generali -Testo Ufficiale approvato dal  Capitolo Generale Straordinario del 1997)
L’aggregazione ha, quindi, il significato di un riconoscimento da parte della Chiesa, dati i presupposti:
  • ha professato la fede cristiana;
  • Ha dimostrato una condotta esemplare per i costumi e per la vita familiare e   professionale;
  • ha manifestato stima al nostro Ordine, coope­rando alle sue opere di carità in modo    notevole.
In altre parole, possiamo dire che la sua vita è stata letta e riconosciuta come una interpretazione fedele ed autentica dello “spiritum hospitalitatis”, ossia del carisma peculiare che la Chiesa  riconosce ai discepoli dell’apostolo di Granada san Giovanni di Dio, patrono universale dei malati e degli operatori  sanitari.
Egli ha vissuto il carisma dell’hospitalitas da “Christifidelis laicus”, ossia di  discepolo del Signore che ha portato a maturazione il suo battesimo nello status di persona  coniugata ed esercitando la professione-vocazione di medico.
Che di vocazione si tratti è lui stesso ad ammetterlo:
“Chiunque sia chiamato ad assistere malati guarda a Cristo come esempio deve imitarlo nella discretio e nella misericordia. L’etica del medico non è tanto nell’atto di sanare quanto nel gesto di carità; la dignità è data dal sigillo del divino; l’arte medica deve essere ritenuta come  coinvolgimento totale, come operazione caritativa che, per noi che la leggiamo in linguaggio  cristiano, vuoI dire vedere in ogni ammalato l’immagine di Cristo.
Infatti Pierluigi aveva già affermato che “l’orizzonte della medicina, dell’ars medica, se nonviene ridotto a coordinate puramente tecnico-strumentali e non si dimentica l’umano, l’etico,lo spirituale, è veramente grandioso. Diceva Platone che chi insegna medicina deve essere,secondo una antica immagine, l’hegoumenos che prende per mano il discepolo, aiutandolo a percorrere un tratto con sé, per lasciarlo poi proseguire sui suoi piedi con la forza delloslancio acquisito” ( Cf. 27).
“L’uomo pensa, ama, soffre, ammira, prega, tutto insieme con il suo cervello, con tutti i suoiorgani e con la sua anima (GarreI). La tecnica non è l’unico fattore determinante del progresso come credeva Renan. La persona umana è formata di carne (è l’Io,biologico), di intelletto (l’Io pensante), di speranza (l’Io credente).
Da questa coscienza procede che “La medicina deve occuparsi dell’uomo nella sua totalità: l’avvenire della medicina è condizionato dal concetto che si ha dell’uomo.Il colloquio del medico ricorda la confessione.lppocrate insegnava che il medico deve mortificare l’insolente, il prepotente; ristabilire l’ordine, l’isonomia; è ministro digiustizia, deve essere messaggero di speranza, di ottimismo, di certezza nell’avvenire. Sua deve essere una sacralità caritativa e poetica: litteratissimus et humanus (Flavio Biondo). Deve essere come il samaritano che reca l’olio per ottenere attraverso la guarigione del corpo e la salute la ripresa delle ordinarie occupazioni, degli affetti domestici, della socialità Cf. 108).
Nel giugno del 1978 su invito del Padre Generale vi fu un incontro dei direttori sanitari e di un gruppo dei medici dei Fatebenefratelli sul tema: “I Fatebenefratelli tra la riforma e il rinnovamento”. In questo incontro un gruppo di loro definì l’ospedale religioso un ospedale configurato nella stretta osservanza dei principi cattolici, pur nella funzione pubblica del servizio.
“…Ma preferirei dire che l’ospedale religioso è un luogo di evangelizzazione. Evangelizzare vuoI dire vedere problemi quotidiani con la lampada del Vangelo, vuoI dire vedere nel malato l’uomo condividendo con lui le sue sofferenze, le sue preoccupazioni, suoi rimpianti, le sue speranze “ ( Cf. senza numero).

Hospitalitas

“Hospitalitas:

  • la grande tradizione, nata nella Chiesa quale e espressione del suo amore per l’uomo.” (40)
  • La Chiesa “profezia di speranza”…(21)
  • Una comunità ospitale che “SI PRENDE CURA” …(22)

“Affinché la presenza delle istituzioni sanitarie cattoliche possa esercitare un influsso positivo sulla comunità ecclesiale e sulla società, occorre che vengano compiuti alcuni passi. Il primo porta le istituzioni a SUPERARE L’ISOLAMENTO, rendendole sempre più visibili nella comunità ecclesiale.

La popolazione del territorio deve poter riconoscere in esse un punto di riferimento, uno strumento di sensibilizzazione ai problemi della salute, della morte, della vecchiaia e della disabilità.

Ciò costituisce il compito carismatico dei religiosi che le gestiscono: la missione loro affidata di servire i malati e di promuovere la salute appartiene a tutta la Chiesa. A loro incombe il dovere di aiutare la comunità ecclesiale a diventarne maggiormente consapevole. “(42)

Conferenza Episcopale Italiana: PREDICATE IL VANGELO E CURATE I MALATI

Fra Raimondo Fabello o.h. - Il sorriso che viene dall'anima

Fra Raimondo Fabello o. h.

PERCHE’ IL RICORDO DIVENTI FUTURO

Nessuno dubita che la vita religiosa di ogni tempo sia costituita da brave persone. Il guaio è che molti finiscono senza accorgersene sul binario morto e da lì non si muovono.

fra_raimondo

Torno subito…

Quando sei nato, stavi piangendo e tutti intorno a te sorridevano. Hai vissuto in un modo che ora tu sei l’unico a sorridere mentre ognuno intorno a te ha il magone.

http://fraraimondo.splinder.com/

 

02 – PICCOLI FRATELLI DEL BUON PASTORE: CONOSCERLI PER AMARLI – Angelo Nocent

Fra Mathias Barrett - logo Fra Mathias Barrett -

PICCOLI FRATELLI DEL BUON PASTORE: conoscerli per amarli

 Il buon pastore c17

UOMINI ORDINARI

 

Noi non rivendichiamo né alcun privilegio speciale, né chiediamo un trattamento speciale.

Nessuno di noi ha la pretesa di essere “più santo di te”, né coltiviamo illusioni personali o comunitarie di nessun genere, sia sui nostri punti di forza che di debolezza, di capacità e limiti.

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In ogni cosa siamo uomini normali che si rendono perfettamente conto quanto sia difficile mostrare l’amore di Dio sia a noi stessi che agli uomini, donne e bambini che si rivolgono per un aiuto.

Normalmente il lavoro della Congregazione è fatto con un certo anonimato, ma a volte, riusciamo a colpire i titoli con un botto, e migliaia di persone, per un certo tempo, vengono a sapere chi siamo e cosa facciamo.  

ordinary-2Grazie all’amore di Dio, siamo per il mondo semplicemente  i Piccoli Fratelli del Buon Pastore.

Il pastore della parabola di Gesù rischia le novantanove pecore per il bene di una. Rischia tutto quello che ha per quello che non ha. Come seguaci del Signore Gesù, il Pastore, anche noi siamo chiamati ad essere acquirenti di rischio … ad essere un popolo pronto e disposto a rischiare

  • posizione,
  • reputazione,
  • sicurezza,
  • comodità,
  • tempo,
  • talento

per il bene di un uomo, donna o bambino

  • smarrito
  • abusato,
  • solo,
  • spaventato
  • disorientato

in un mondo di produttività high-tech e di vita frenetica.

ordinary-3Motivati  da una convinzione e da uno spirito di “carità senza limiti … Never Stop Loving“, per essere disponibili, ospitali, flessibili, adattabili, e rispettosi della vita, cerchiamo ogni occasione per scoprire la presenza di Dio nella quotidianità, negli avvenimenti ordinari, attraverso varie forme di servizio diretto ai senzatetto e agli affamati, agli anziani e ai moribondi, al malconcio e all’abusato.

Cerchiamo di dare speranza ai disperati, l’amore ai senza amore, un senso di scopo dignitoso a chi è senza meta e il calore della fede a chi non ce l’ha.

Davanti a Dio e davanti al mondo, vogliamo semplicemente essere di qualche aiuto.

scarpone Fra Mathia Barrett - Fobdatire di Piccoli Fratelli del Buon Pastore 01

IL MESSAGGIO DEI PICCOLI FRATELLI DEL BUON PASTORE AI NAVIGANTI

Benvenuti nel nostro “virtuale” Ufficio Sviluppo.

Nel giugno 2008 il Ministero dello Sviluppo per Office è stato ufficialmente aperto. Questo sforzo è stato quello di sensibilizzare il pubblico e di ottenere risorse aggiuntive per promuovere la nostra missione, la visione e ministeri.

Per più di 60 anni Brothers hanno offerto il loro tempo e talento disinteressatamente al servizio degli altri. Chartà illimitata – Never Stop Loving non è una società di slogan. È il nostro modo di vivere. Ci sforziamo di amare e servire con la stessa cura, come Gesù, Buon Pastore. Siamo guidati dal principio che ogni persona ha un valore, il valore e la dignità. Impegniamo tutta la nostra vita al servizio degli altri, specialmente dei più vulnerabili e trascurati nella nostra società.

Sappiamo che non possiamo gestire da soli. Attraverso le vostre donazioni dirette e con il dono ella preghiera, potete sostenere attivamente e partecipare al nostro ministero. Voi siete parte della famiglia del  Buon Pastore.

Vi invitiamo a camminare a stretto contatto con noi ed a condividere la nostra missione. Vi preghiamo di tornare a trovarci spesso.

I Piccoli Fratelli del Buon Pastore.

Fra Mathia Barrett -RLMBAContinua…

Winter-2012-Newsletter

01 – FATEBENEFRATELLI – FRA MATHIAS BARRETT: IL NUOVO CHE AVANZA – Angelo Nocent

Fra Mathias Barrett -gateway

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PICCOLI FRATELLI DEL BUON PASTORE:
CARITA’ SENZA LIMITI

Vennero fondati il 19 gennaio del 1951 ad Albuquerque, nel New Mexico, dallo statunitense Mathias Barrett (1900-1990), su mandato dell’arcivescovo di Santa Fe Edwin Vincent Byrne (1891-1963). L’istituto venne approvato dalla Santa Sede il 29 giugno del 1983. 

I Piccoli Fratelli del Buon Pastore si dedicano all’apostolato fra i senza tetto ed i poveri, alla cura dei malati e dei sacerdoti bisognosi. Il capo supremo della congregazione, che porta il titolo di Fratello Generale, risiede ad Hamilton, in Canada. 

Al 31 dicembre 2005, la congregazione contava 9 case e 30 religiosi, 4 dei quali sacerdoti.

Hamilton-Hamilton è una città canadese dell’Ontario meridionale, la quarta per popolazione nella maggiore provincia del paese nordamericano. Si trova nella zona dei Grandi Laghi, nel sud-est del Canada, e si affaccia sulle rive occidentali del Lago Ontario

IL FONDATORE  FRA MATHIAS BARRETT 

Fra Mathia Barrett -RLMBANato in una modesta casetta sulla vecchia strada Giallo a Waterford il 15 marzo 1900, da Margaret e Tom Barrett, Fra Mathias Barrett è stato battezzato col nome di Maurice Patrick.

 Nel 1914, tornato a casa da scuola, un giorno ha annunciato a sua madre che stava per lasciare la scuola per unirsi a una comunità di fratelli.Sua madre è stata molto determinata: Va’ e non tornare!”. Tale era l’atteggiamento prevalente dei tempi verso un figlio o una figlia quando si preparava a lasciare la casa per la vita religiosa o sacerdotale.

 Lo scambio dialettico seguito tra il figlio e la madre, ha provocato un ritardo e fatto raggiungere un compromesso. Così Maurice Patrick ha cercato un lavoro part-time in una fabbrica locale di mobili e, nel frattempo ha continuato a frequentare la scuola.

 _Scan10406Il 17 marzo 1916, accompagnato dal padre, Maurice Barrett è salito sul treno Dublino-bound, per iniziare un viaggio che lo avrebbe portato a vivere in Francia, Canada, Irlanda e Stati Uniti.

 All’età di sedici anni, Mathias ha ricevuto l’abito religioso dei Fratelli Ospedalieri di San Giovanni di Dio, diventando formalmente un aspirante alla vita religiosa.

 Nel 1920, ha lasciato l’Irlanda per il periodo di noviziato che si teneva a Lione, in Francia. Così il 21 novembre 1921 ha emesso la professione temporanea. Vincolato ormai dal voto di obbedienza, ha accettato il trasferimento a Montreal, Quebec, per poi, il 14 aprile 1927, riprendere la navigazione verso Halifax, Nova Scotia.

Argyle Street, home to many bars, restaurants, and music venuesArgyle Street, home to many bars, restaurants, and music venues

 Nel 1934, è nominato superiore provinciale della provincia di nuova costituzione dei Fratelli di San Giovanni di Dio e in quattordici anni, brevi ma ricchi di eventi, ha contribuito alla realizzazione di cinque istituzioni:

  • un rifugio atto a soddisfare le esigenze di 200 uomini,
  • un ospedale con 500 posti letto,
  • una mensa,
  • una casa per gli epilettici,
  • una casa di riposo per 75 pazienti.

Dublino

 Dal momento in cui salì su quel treno Dublino-bound, Mathias mai vacillò nella sua convinzione che la sua vita doveva essere vissuta per gli altri. In piena fiducia e con un totale abbandono alla volontà di Dio, egli si lasciò “usare” sia dal suo ordine religioso e da coloro che tanto serviva volentieri e con amore.

 Un altro viaggio in treno nel 1941, lo portò in California. 

CaliforniascarponeE’ arrivato a Los Angeles vestito di un liso abito religioso nero, calzando un vecchio paio di scarpe di grandi dimensioni con “le suole scucite che sbattevano” e portando solo una piccola valigia di cartone. 

Fedele al regole, ha trascorso i successivi nove anni per istituire ospedali, case di cura e ricoveri notturni nei pressi di Boston e di Los Angeles.

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Forte del suo voto di ospitalità, ha risposto alle diverse esigenze umane del povero e sofferente con energia totale e abbandono, vanificando in tal modo la sensibilità di alcuni dei suoi confratelli più conservatori, amici e benefattori.

La sua risposta istintiva a ogni evidente bisogno umano risultava snervante e inquietante. Confusione e incomprensione alla fine hanno portato a quel fatidico giorno provvidenziale del settembre 1950 quando, sebbene a malincuore, da Roma hanno trasmesso in Irlanda i documenti della Santa Sede di “dispensa” dai voti religiosi, recidendo così i legami canonici che legavano Mathias Barrett al suo tanto amato Ordine Ospedaliero. 

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Fino al giorno della sua morte, ha continuato ad essere ispirato da San Giovanni di Dio e ad amare la comunità Ospedaliera.

San Giovanni di Dio (2)-001La profonda ferita è incredibilmente rimasta aperta alla misteriosa volontà di Dio. La sua fede semplice, irlandese, si è dimostrata forte e imperturbabile, con la certezza che in qualche modo, da qualche parte, avrebbe ancora potuto essere utile per qualche servizio. 

Nonostante il dolore della recente incomprensione e separazione, era ancora disponibile per essere utilizzato e perfino sfruttato da amici e nemici, ma solo per amore del Dio che amava e degli umili e poveri bisognosi che ha sempre servito così volentieri. 

  • Virtù Evangeliche,
  • disponibilità
  • accoglienza,
  • flessibilità,
  • adattabilità,
  • rispetto per la vita

Fra Mathia Barrett - Fobdatire di Piccoli Fratelli del Buon Pastore 01 erano così bene radicate nella personalità di questo piccolo, testardo irlandese, con i capelli bianchi, da concretizzarsi positivamente, dando vita a una nuova “comunità religiosa di Fratelli“ per una nuova missione e un nuovo ministero. 

Padre Gerald Fitzgerald, fondatore dei Servi del Paraclito, lo ha accolto, l’Arcivescovo Byrne lo ha spinto ad agire, monsignor Jose Garcia gli ha fornito due baracche fatiscenti e la gente di Albuquerque (Messico) gli ha dato, allora come oggi, il sostegno e aiuto tanto necessario per il proseguimento delle sue varie opere di “carità senza limiti“.

Albuquerque_aerial

Albuquerque è una città degli statisti Uniti d’America, capoluogo della Contea di Bernalillo e maggiore centro dello Stato del Nuovo Messico. E’ situata nella altera parte centrale dello Stato, a cavallo del Rio Grande.

Così ha creato

  • Rifugi,
  • Case e appartamenti per poveri senza tetto,
  • per i senza fissa dimora di passaggio,
  • anziani,
  • disabili mentali,
  • donne maltrattate con bambini,
  • persone con AIDS e ragazzi in difficoltà seguiti.

Ben presto i fratelli di Mathias si diffusero al di là del New Mexico ed i Piccoli Fratelli del Buon Pastore si trovarono in Canada, Inghilterra, Irlanda e Haiti, semplicemente perché Mathias Barrett era disposto a lasciare e rischiare.

Di lui si diceva: 

  • “l’Irlanda gli ha dato,
  • la Francia lo ha mandato,
  • il Canada lo ha ricevuto
  • gli Stati Uniti lo hanno accolto.”

 Fratello Mathias Barrett morì il 12 agosto 1990, ad Albuquerque, New Mexico, ma non prima di aver visto la sua comunità riconosciuta da Roma come una congregazione religiosa di diritto pontificio. 

The Magic Tree

Nella vita, ha sperimentato sia la gioia che la sofferenza, il successo e il fallimento, l’accettazione e il rifiuto, la comprensione e l’ostruzionismo, ma nulla gli ha potuto far rimpiangere il fatidico viaggio in treno che lo ha portato dalla stazione di Waterford a Dublino f ino ai Piccoli Fratelli del Buon Pastore. 

Oggi, la sua visione e il suo spirito riesce ancora ad attrarre ed emozionare gli uomini a una vita vissuta per amore di Dio come fratelli. 

Caratteristiche le sue ultime parole: “Adesso, grazie mille” .

GrazieMilleFra Mathias Barrett - firma

Fea mathias barrett

Darling Street Methodist Church, dove ha sede la mensa

Methodist Church Darlington Street, gestito dalla carità Piccoli Fratelli del Buon Pastore

Nel mese di luglio la cucina giornaliera al Methodist Church Darlington Street, gestito dalla carità Piccoli Fratelli del Buon Pastore, ha dato fuori 7.760 ciotole di zuppa e pacchi alimentari .

Dalle 6259 nel luglio 2012, il numero di persone che utilizzano il servizio è quasi raddoppiato, passando da una media di 150 al giorno nel 2011 a quasi 300 oggi.

Il servizio ha suscitato lamentele da imprenditori per le folle di persone che si  sono riunite fuori, sulla strada.

Ma gli organizzatori dicono che ora hanno adottato misure per assicurarsi che i visitatori non rechino fastidio a seguito delle denunce del Business Group Wolverhampton, guidato da Henry Carver.

Il cibo è ora dato a gruppi di persone vicino alla parte posteriore del locale e sono stati incoraggiati a lasciare la zona una volta che hanno finito il loro pasto.

Stephen Brennan dei Piccoli Fratelli ha detto che la chiesa ha dovuto rivedere il bilancio per far fronte alla crescente domanda e di sentirsi ‘vicini responsabili “.

Così si è espresso: “Abbiamo visto un enorme aumento del numero delle persone di cui ci stiamo occupando. Le persone stanno davvero lottando e alcune di esse che ci fanno visita sono nel panico. Abbiamo una serie regolare di persone che utilizzano il servizio, ma stiamo scoprendo che un sacco di persone stanno arrivando a noi per la prima volta.

“E’ sorprendente constatare che molte delle persone che ci visitano hanno figli e si tocca con mano quanto sia difficile la vita per alcune di esse in questo momento.”

Ha evidenziato inoltre il forte aumento della domanda iniziata lo scorso autunno e che molti residenti in Wolverhampton stanno affrontando “tempi difficili” per il momento.

Ha aggiunto: “Dobbiamo essere consapevoli della volontà delle imprese nella zona ei nostri vicini e stiamo facendo del nostro meglio per affrontare le loro preoccupazioni”.

I responsabili del Consiglio erano in discussione con la carità di una possibile mossa dopo le denunce da parte delle imprese negli ultimi anni, ma gli organizzatori dicono che stanno rimanendo messo.

Mr Carver ha detto: “Abbiamo avuto diversi incontri con la mensa e hannoaccettato di riorganizzare la fila di persone in modo che non sia sulla stradaotato un miglioramento.”

In precedenza aveva detto che le persone che utilizzano il servizio erano vulnerabili e avevano bisogno di essere curate, non solo nel centro della città.

Fra Mathia Barrett - Fobdatire di Piccoli Fratelli del Buon Pastore 021

Continua…

IL MEDICO: SACERDOZIO – ARTE – PROFESSIONE – MESTIERE – Dr. Luigi Oreste Speciani

Speciani Ligi Oreste medico

Minerva Medica, 1960

Luigi Oreste SpecianiIl materiale documentario per questo saggio, nato da un’inchiesta apparsa sul quindicinale “Il Carroccio Medico”, è stato raccolto di prima mano dall’autore nella sua multiforme attività medica, che va dalla ricerca scientifica alla libera professione, dallo studio dei problemi sociali al giornalismo.

Grazie a questa inconsueta ampiezza di informazione vissuta il libro riesce ad offrire un panorama spesso imprevedibile, anticonformista, talora spregiudicato, ma sempre affascinante e soprattutto vero, della controversa realtà medica attuale, la cui crisi evolutiva interessa non solo i medici e gli studenti, ma anche i pazienti e la comunità sociale nel suo complesso.

Prefazione

trascrizione di Mila Speciani

Luigi Oreste SpecianiLessicalmente «mestiere», nonostante la nobile origine dal vocabolo latino «ministerium», significa arte manuale esercitata per vivere e, nelle arti liberali, «quella che si esercita non con anima e ingegno, ma quasi meccanicamente e per solo lucro».

Nessuno dunque desidererebbe avere al suo fianco nel momento della sofferenza e nell’angoscia di una minacciosa malattia, un medico che della propria arte abbia fatto «mestiere»: e nessun vero medico accetterebbe per la propria professione, abbracciata con giovanile purezza di propositi, una così cruda ed avvilente definizione.

Ma a chi fosse turbato dal titolo che il dott. Speciani ha voluto scegliere per questo suo, saggio appassionato e coraggioso, con l’intento di stigmatizzare un pericolo in atto più che di introdurre un discorso polemico, non posso che consigliare la pensosa lettura di queste pagine dalle quali scaturisce un serio grido di allarme contro il declinare dell’arte medica verso un tecnicismo sperso­nalizzato e socialmente pernicioso.

La problematica che l’A. affronta va tuttavia al di là del generico avvertimento e tende a cogliere con minuta analisi tutti gli aspetti che nella nostra società e nel momento attuale della nostra cultura insidiano il processo formativo tecnico-professionale e morale del medico e lo sviluppo della struttura di una assistenza sanitaria

INTRODUZIONE

Sacerdozio, arte, professione, mestiere: così, per tappe successive raggiunte in lento volger di secoli, salvo l’ultima recentissima e illecita, è decaduta la Medicina nell’opinione del mondo.

Il mestiere di medico, oggi, è un nodo gordiano di controverse opinioni e di pratici paradossi. Sui diversi piani dell’economia, della scienza, dell’etica, della deontologia, del prestigio sociale, della preparazione professionale, sul loro stesso numero, persino sul loro titolo qualificante, si può dire dei medici (e quasi solo dei medici) una cosa e il suo perfetto contrario, con la certezza di essere sempre nel vero, almeno in Italia.

Vogliamo degli esempi? Si dice che i loro guadagni sono iperbolici e scandalosi, ed ecco i concorsi pubblici d’ospedale a posti che offrono mensilmente un po’ meno di quel che la legge Conci impone per le “lavoratrici di case private”. Sono onorati come i salvatori del mondo, e insieme insultati dai pazienti con la discussione delle diagnosi e delle ricette. Sono considerati dei santi, ma anche degli sporchi arrivisti da trascinare nei tribunali. Istituiscono società deontologiche ed escogitano nuove formule di giuramento, mentre in realtà manca ai loro Ordini Professionali qualunque potere, non solo di coercizione ma di persuasione. Ricevono dai grandi della Terra i supremi onori, e sono nello stesso momento considerati come loro servi dai più bassi livelli umani. Escono dagli Atenei tutti quanti onusti di un titolo che in altre parti del mondo è privilegio di pochissimi eletti, e sono praticamente umiliati da un qualsiasi infermiere che sa fare meglio di loro un’iniezione o una fasciatura, solo perché a lui hanno insegnato a farle e agli studenti di medicina no.

Si dice che siano pletora e in Italia esistono oltre tremila centri abitati senza medico residente. Sono per definizione medici chirurghi, padroni per legge della vita dei loro simili, e capaci per decreto di laurea di indicare (se non personalmente di esperire) i modi medici o chirurgici di terapia e fra breve, se si insisterà nel distinguere rigidamente, in sede sia accademica sia applicativa, le infinite specializzazioni e superspecializzazioni che il progresso tecnico ha reso possibili, tutti i medici si vedranno retrocessi di colpo nella scala sociale.

Dalla dignità attuale, confusa ma ancora viva, scadranno al semplice ruolo di “tecnici della salute”, ciascuno con un campo di lavoro strettamente limitato e angusto; condizione non solo insoddisfacente ma, alla lunga, sicuramente dannosa per la corretta esplicazione di una buona Medicina.

L’arte medica, da sempre considerata, e giustamente,  come una felice sintesi mentale e operativa propria a individui singoli dotati di superiori capacità, finirà così con lo smembrarsi in una polverizzazione di albi chiusi professionali, simili a quelli degli engineers americani, che almeno sanno di essere solo degli operai specializzati, anche se guadagnano il doppio della media dei medici italiani.

Cos’è, infine, questa “professione medica” così contradditoria da spaventare, e che vede invece ogni anno nuove valanghe di adepti, attirati probabilmente da chissà quale antico miraggio e ai quali nessuno ha il coraggio di chiarire la situazione presente, nella sua realtà, evitando gli interessati pessimismi e le avveniristiche illusioni? Neppure la legge ci illumina. Infatti, secondo la giurisprudenza (Corte di Cassazione, Sez. III, 16-4-1953, in «Giust. Pen.», 1953, II, 700) essa “è caratterizzata dallo scopo cui è diretta, e cioè dal fine di curare gli infermi, con qualsiasi metodo e con qualunque mezzo che ciascun medico, avvalendosi delle proprie cognizioni culturali, ritenga opportune adottare nei singoli casi”. Ciò che significa, in parole povere, che neppure il Legislatore riesce a coagulare per essa un concetto ben definito, né, tanto meno, univoco.

La cosa può anche non stupire: significa tuttavia che il Legislatore non dispone in questo momento di elementi sicuri e stabili sui quali appoggiare il suo giudizio.

In verità, la Medicina (e la professione ne è solo una fugace espressione ambientale) sta ora attraversando una delle crisi più gravi della sua esistenza; il travaglio di questa crisi, che può dar vita a un fenomeno superiore oppure a un mostro teratologico (e fino ad ora le probabilità sono uguali, forse addirittura a vantaggio del mostro) interessa contemporaneamente l’interno della Medicina, e anche l’esterno.

Nell’intimo c’è crisi tra l’arte tradizionale e la tecnica ingigantita, crisi di equilibrio tra le funzioni, crisi di fiducia, di verità e di vocazione. All’esterno la crisi di rapporto rivela infiniti problemi piccoli e grossi, che tutti insieme possono essere riassunti in uno solo, fondamentale e di principio, che riguarda il modo di seguire senza troppe sofferenze e disastri e soprattutto conservando all’arte del guarire il suo significato, la fatale evoluzione della medicina da fenomeno di carattere individuale e di natura privata in un altro di carattere collettivo e di interesse pubblico.

Così, per capirci finalmente qualcosa, non resta che scegliere una strada diversa: studiare la professione nella sua esplicazione pratica, vedere come funziona e perché, e come si adatta all’ambiente o ne viene condizionata.

La sintesi ultima ci potrà dare, se non un universale, per lo meno le caratteristiche attuali d’uso o di funzione e potrà servire a delineare le esigenze minime che il mestiere, nella sua proiezione sul mondo moderno, richiede a quelli che intendono seguirlo.

Ciò comporta, di necessità, una ricerca analitica dei fattori interagenti, che sono l’ambiente comune al medico e a tutti gli altri uomini (il mondo indifferenziato dei sani); il malato; la medicina; il medico; l’atto medico; il rapporto professionale.

Queste varie “categorie” non sono fisse, ma variabili nel tempo. Negli ultimi cinquant’anni quasi tutte hanno assunto, per ragioni intime o d’ambiente, caratteri, forme, metodiche ed espressioni profondamente diverse dall’antico.

Sarebbe piuttosto facile, ma fors’anche intinto di faciloneria, sostenere che la crisi della medicina, e in particolare della professione medica, sia qual è, cioè grave e apparentemente insolubile, proprio perché essa vuole applicare, a una mutata realtà presente, schemi teorici e funzionali sorpassati o logorati dal tempo.

Probabilmente invece la realtà è alquanto diversa, e come sempre molto più difficile da interpretare. Gran parte della evoluzione che la Medicina ha subìto nell’ultimo cinquantennio, e che comprende il progresso tecnico in tutti i suoi settori, la conseguente impossibilità per un uomo singolo a dominarne le infinite espressioni particolari, il suo costo in progressivo aumento, e infine l’esigenza sociale della difesa della salute a spese della comunità, è in realtà solo forma ambientale e non sostanza. La sua sostanza è sempre l’uomo, l’uomo singolo, individuale e non ripetibile, nella sua duplice caratteristica di numero statistico sulla carta, ma insieme di sofferta umanità privata quando si ammala, guarisce o muore.

Il disagio moderno della medicina, e probabilmente il suo più serio peccato sociale, sta nel dimenticare troppo spesso questa realtà. Dentro la capsula spaziale non c’è solo la tecnica perfezionata, ma l’uomo che la condiziona per il successo o per la sconfitta; anche nel fondo della “medicina collettiva” o della “medicina strumentale” esiste l’uomo, sintesi di corpo e d’anima che come tale va inteso e avvicinato, e rispettato, sotto pena di insuccesso e di insoddisfazione privata e pubblica.

Per questa ragione è possibile che la crisi sia intervenuta, in medicina, non dal contrasto sostanziale tra la sua essenza tradizionale e quella “moderna”, ma dall’aver trascurato la necessità di approfondire sempre di più il lato interiore e metafisico dell’arte e i rapporti con l’uomo totale, man mano che la sua espressione esteriore si allargava. Al momento attuale esiste comunque uno squilibrio, ed è piuttosto urgente  riconoscerlo e mettervi rimedio. Per poter disporre degli elementi indispensabili al giudizio diventa così necessario, anche se faticoso, rivedere analiticamente la realtà moderna, almeno nei suoi rapporti con la medicina nelle sue varie forme e modalità.

Solo alla fine dell’analisi sarà lecito trarre delle conclusioni, interpretando con rigore sperimentale gli elementi raccolti, e soprattutto il loro significato. Ma, già in questo momento è possibile – e indubbiamente lecito – stabilire che le conclusioni dovranno concernere esclusivamente le modalità operative della medicina, e non la sua sostanza intangibile, di rapporto intimo e insostituibile dell’uomo con l’uomo.

La “medicina collettiva”, sia essa di gruppo privato o statale, ha edificato nel corso di alcuni decenni un corpus ormai quasi perfetto di schemi e regole e tabelle attuariali. Alla raggiunta perfezione sul piano organizzativo non corrisponde però, al momento attuale, una soddisfacente “erogazione” del bene per il quale gli Enti collettivi sono stati istituiti; il fenomeno non è locale, ma si estende senza eccezioni a tutti gli esperimenti finora compiuti nel mondo; dunque l’errore – se c’è – dev’essere radicale e profondo. E c’è: consiste nel dimenticare l’uomo, o nel considerarlo artificiosamente solo numero economico o statistico.

È stato recentemente scritto che “una buona Medicina (collettiva) è fatta per un terzo da buone medicine e per due terzi da buone leggi”; dov’è dunque l’uomo, in essa? L’uomo medico e l’uomo malato, intendiamo, in quale ulteriore inesistente “terzo” vengono confinati?

Proprio per questo spirito di soddisfatto formalismo esteriore, che rifiuta di scendere alla radice dei fenomeni, la Medicina è malata. Sia quella collettiva per lo schermo dei numeri e degli inquadramenti, sia quella “strumentale”, per l’ingombro eccessivo e maldigerito della tecnicizzazione ipertrofica.

Dunque sarà questione di studiare, e al caso di modificare, le presenti metodiche applicative, per adeguarle all’essenza antica della Medicina. E non, mai, il contrario.

Perché, se accadesse questo, la Medicina puramente nominale finirebbe con l’usurpare, nel suo intimo, una delle più importanti conquiste dell’umanità: cioè quello stimolo affettivo primordiale che sospinge a chinarsi sul proprio simile sofferente, ed è la sola caratteristica sociale che distingue l’uomo dagli animali.

LA MEDICINA

Il progresso è scomodo

La storia della Medicina dimostra che l’arte medica ha prodotto le figure più brillanti di clinici e di diagnosti nei periodi di relativa stasi scientifica. A rifletterci bene, non stupisce affatto che l’epoca aurea dei dottissimi consulti a quattro, cinque o dieci fosse proprio quella in cui, dopo interminabili discussioni infarcite di latino, di greco e di arabo, la cura consigliata, vincessero gli iatrochimici, o gli iatromeccanici o i vitalisti, era in ogni caso unica: salasso e purga.

Ma vi è di più, cioè, per quanto possa sembrare paradossale, lo stesso paziente ne ricavava un vantaggio.

Infatti, solidamente ancorato a teorie ritenute esatte in lungo volger di secoli, e sicuro in ogni caso della terapia che avrebbe in seguito applicata col consenso unanime dei colleghi e dei pazienti, il medico poteva dedicare quasi tutto il suo tempo allo studio personale e individualizzato del suo particolare malato, contribuendo in larga misura, durante il decorso della malattia, ad aiutarlo spiritualmente conferendogli la sua stessa tranquilla fiducia nei poteri di guarigione. La suddetta fiducia, pur nella scarsezza e nell’inadeguatezza dei mezzi di cura, veniva puntualmente confermata nella maggioranza dei casi, soprattutto perché, quando non sia disturbato nella sua ripresa da erronei interventi esterni, è statisticamente accertato che l’organismo umano supera, assolutamente da solo, almeno due terzi delle malattie che lo possono colpire (non per nulla è ancor oggi valido, e lo sarà sempre, l’aforisma ippocratico del «Primum non nocere».

Infine, considerando le poche e spuntate armi di cui disponeva, nonché l’intimo convincimento che la sua «scienza» (nella quale il malato riponeva totale fiducia) era in realtà una massa di tradizioni e di teorie spesso contraddittorie, il medico antico si sentiva sospinto al fianco del paziente e sul suo medesimo piano, nella lotta contro il mistero del male, che veniva perciò condotta in umiltà ed era permeata di dedizione. Dal che nasceva immediatamente un sentimento profondo di solidarietà umana assai favorevole, comunque andassero le cose, al mantenimento di una fiducia basata sulla mutua comprensione, sulla considerazione e la gratitudine verso il curante, sul rispetto e l’amore verso il sofferente.

In grazia di questo atteggiamento spirituale, mantenutosi di necessità quasi universale fino all’inizio dei tempi veramente «scientifici», la Medicina aveva conservato il riflesso, sia pure sempre più pallido nei secoli, della investitura semideistica propria dello stregone e dello sciamano, cioè all’unico uomo di tutta la tribù che aveva il coraggio di avvicinarsi al malato per opporsi, con le sue sole forze, alla «collera degli Dei» mentre gli altri, capo compreso, si allontanavano presi dal terrore.

L’antica dignità

Ne deriva logicamente, in caso di guarigione, l’attributo allo stregone di una potenza uguale a quella degli Dei sconfitti, e una dignità preter-umana o almeno sacerdotale, assai spesso superiore, sebbene su un piano diverso, a quella strettamente naturale del capo tribù.

Con la fondazione della scienza, questo carattere è stato progressivamente perduto dalla Medicina, e sostituito, man mano che le conoscenze mediche si organizzavano in teorie sempre più logiche e generali, da un continuo accrescersi della «coscienza scientifica». Questo fenomeno ha conferito una nuova e tutta umana superiorità al medico nei confronti del malato, ma come fatale contropartita ha reso sempre più difficile l’immediato contatto spirituale tra i due, per la progressiva scomparsa di quell’amore che il grande e controverso Paracelo poneva invece, definendolo «charitas et pietas» alla base stessa della professione medica.

La carenza di amore nell’atto medico è ormai divenuta quasi una necessità, mentre la sua importanza non è così trascurabile come si crede: le statistiche dei brefotrofi, dove l’igiene e l’assistenza sono ineccepibili, segnano quote di complicanze e di mortalità, nelle malattie infantili, assai più alte di quelle domiciliari per gli stessi casi. Ciò che manca nei brefotrofi, ed è invece offerto dalle madri in tale quantità da compensare eventuali inefficienze igieniche non è altro, appunto, che l’amore dato e ricevuto.

Ed oggi finalmente, in colpa della troppo orgogliosa scienza e della troppo poca umanità, il ciclo sta per chiudersi su se stesso: i tempi moderni e gli ultimi anni in specie hanno recato una massa tale di conquiste chimiche, biochimiche, chemioterapiche, ormonali e psicosomatiche da mantenere allo stato perennemente fluido gli stessi concetti basilari della Medicina, creduti immutabili per decine di secoli. Ne risulta che persino di fronte ai fondamenti della sua arte, ogni medico meno che superficiale si trova in condizioni di insicurezza e bisognoso di un continuo aggiornamento, che non può tuttavia concedersi in misura sufficiente, distratto com’è dal convulso «surmenage» della pratica professionale.

Medicina facile

Inoltre i potentissimi medicamenti moderni, che sembravano aprire le porte ad un’era di medicina «facile» dove la terapia, in ogni caso efficace, avrebbe potuto precedere lo sforzo diagnostico, hanno persino cambiato alcune delle malattie descritte classicamente come invariabili nei testi, né basta sapere che la patologia è oggi modificata dagli antibiotici, per potersi orientare d’un colpo sull’esatta diagnosi.

Una volta, per esempio, la polmonite veniva diagnosticata con comodo sui rilievi di percussione e di ascolto, che procedevano di pari passo durante diversi giorni, man mano che la zona di polmone infiammato s’induriva e si riempiva di essudato, o ancora oltre, quando lentamente si riassorbiva l’essudato, e il respiro riaffluiva negli alveoli; e un segno esterno importante dell’affezione era l’herpes labiale, che segnalava al medico la reazione di difesa dell’organismo. Oggi, appena uno si mette a tossire e ha la febbre, di propria iniziativa si imbottisce di sulfamidici, e magari anche di penicillina, prima di chiamare il medico; e questi si trova di fronte a un quadro complesso, nel quale il più delle volte i diversi sintomi non concordano come dovrebbero.

Così il medico pratico di oggi, di fronte alle difficoltà sempre crescenti della professione, rinnova spesso il medesimo atteggiamento di sfiducia in se stesso che sembrava un superato «handicap» del suo antico collega. Ma disgraziatamente non sa più valersi, per difetto di abitudine, di educazione e di tempo, delle ampie risorse umane, delle quali si nutriva un tempo la stima e il rispetto verso il curante, di tale grado ed intensità da mantenersi inalterati qualunque fosse l’esito della cura.

Quel che è peggio, la «crisi di sicurezza» è spesso avvertita dal malato, in grazia dell’acutezza che lo stato d’infermità conferisce ai sensi, e da lui viene per lo più interpretata, grossolanamente, nel senso univoco di «incertezza». Ciò è tanto più facile quanto più largamente il paziente si è nutrito, sulla stampa ebdomadaria o quotidiana, di frammentarie ed elementari nozioni del suo male particolare, tanto chiaro da capire e tanto facile da guarire, almeno nell’aulico periodare di qualche incosciente scribacchino.

Così accade che, superficialmente saccente, ma in fondo ignaro affatto del travaglio di spirito e di tecnica che conduce oggi a una diagnosi esatta e soprattutto confermabile da altri a distanza anche breve di tempo, l’infermo giunge a criticare l’operato del medico per le più opposte ragioni: se scrive medicine banali e di poco prezzo perché «non conosce le cure nuove»; se ne scrive troppe e costose perché «esagerato»; se non fa esami perché «cura all’antica»; se ne fa molti perché «tormenta inutilmente il povero malato», e via di seguito.

In persona del suo rappresentante più vicino al pubblico, il medico pratico, la medicina paga con ciò lo scotto della perdita progressiva dell’umiltà.

«Quantizzare» analiticamente i rilievi obiettivi è stata la base di partenza per lo sviluppo scientifico della medicina, e costituisce ancora oggi il fondamento della diagnosi e la conferma della terapia.

Ma si ripete purtroppo anche nell’ambito della medicina la cattiva sorte che il progredire della civiltà delle macchine ha donato all’umanità: le conquiste tecniche sempre più avanzate ingenerano il «tecnicismo» e gli uomini, invece di dominare per mezzo delle macchine, ne subiscono, oltre al fascino, anche la dittatura.

Il tecnicismo

In campo sanitario questo atteggiamento ipocritico (dal quale restano immuni pochi spiriti eletti, che probabilmente sarebbero stati grandi medici anche in altre epoche) ha condotto a diversi sviluppi, tutti egualmente perniciosi:

  1. la specializzazione e l’ultraspecializzazione;
  2. il mito dell’infallibilità dei mezzi tecnici e dei loro referti, tanto più radicato quanto meno ciascun medico ne ha diretta conoscenza (e con ciò l’esatta nozione delle possibilità di errore), che quindi raggiunge logicamente la sua massima esasperazione nei profani;
  3. come conseguenza, l’abdicazione frequente del medico ai suoi mezzi umani, considerati a torto insufficienti e «tecnicamente obsoleti» di fronte a quelli extraumani;
  4. la difficoltà di riassumere in una sintesi operativa la mole crescente dei risultati parcellari raccolti con gli esami complementari (nella prescrizione dei quali la moda momentanea e le simpatie del paziente giocano talvolta un ruolo poco dignitoso), ciò che allarga enormemente il numero degli elementi da interpretare, moltiplicando – secondo che insegna la statistica – l’errore probabile;
  5. la frattura, ogni giorno più larga, tra scienza medica e pratica professionale. Qualcuna di queste categorie, soprattutto la prima, la terza e la quinta, meritano una trattazione meno schematica.

La specializzazione

Siamo tutti d’accordo sul fatto che lo sviluppo esponenziale dimostrato nell’ultimo cinquantennio da ogni branca dello scibile umano (e in particolare da quello medico), ne renderebbe impossibile il dominio anche ad un odierno Pico della Mirandola. Da qui insorge la necessità della specializzazione tecnica, quale esigenza preliminare affinché tutte le infinite applicazioni, per esempio della medicina, alla vita sociale, alla salute, alla malattia, ricevano l’adeguato approfondimento.

Ma se la «divisione del lavoro» è fruttuosa sul piano scientifico e di studio, la sua trasposizione nel piano pratico è foriera di conseguenze spiacevoli.

La medicina specializzata, partita originariamente dalla suddivisione degli apparati, è giunta ormai a quella di organo o addirittura di parcelle topografiche (proctologia, ecc.)

Con ciò le riesce ogni giorno più difficile di sfuggire al pericolo di un esclusivo meccanicismo, e a quello di trascurare la correlazione del danno locale con l’integrità organica e psichica della persona umana.

Di fronte ai referti di analisi, che assumono spesso per malinteso rigore scientifico, la veste di algoritmi sempre meno comprensibili per il medico pratico, questi soggiace, abbastanza facilmente, ad un vero complesso di inferiorità tecnica; né vi è da stupirsi considerando la somma di esami che «si possono» compiere sui malati moderni.

Quanti «esami»?

Ecco un caso semplice e diffuso: l’iperteso. Se il curante vuole evitare il rischio di restare interdetto di fronte alla cortese sufficienza di un eventuale consulente, che gli richiederà proprio i risultati di quelle analisi sofisticate alle quali non aveva ricorso, dovrà, secondo i moderni dettami scientifici, sottoporre il paziente ad oltre una quarantina di esami, i referti dei quali gli saranno probabilmente chiari, almeno in parte, come se fossero redatti in cinese.

La lista, sicuramente incompleta, può comprendere: esame clinico completo; pressione arteriosa; oscillometria; misura della fragilità capillare; radiografia cardioaortica; elettrocardiogramma, balistocardiogramma; esame neurologico; esame endocrino; campo visivo; pressione oculare; esame del fondo oculare; esame chimico completo dell’urina; eventuali albuminuria e glicosuria; sedimento urinario; azotemia; concentrazione ureo-secretoria; rapporto emato-urinario di Cottet; coefficiente di Van Slyke; diuresi provocata secondo Vaquez; esplorazione della funzionalità glomerulare; test di Volare; pielografia; test del freddo; test posturale; test del sonno; test del tetraetile; colesterolemia; glicemia; cloremia; uricoemia; protidemia; metabolismo basale; esame emocromocitometrico e formula; R.W. e collaterali sul sangue e liquor; prova dell’istamina; prova della dibenamina; prova del regitin.

Tutto questo, naturalmente, nel caso eccezionale in cui nessun organo risulti per suo conto sofferente, altrimenti per ciascuno di essi c’è pronta un’altra consimile serie.

Il medico generico può compiere solo i primi due o tre esami; sia per il numero sia per l’apparente importanza, è la folla degli altri a prevalere. È possibile dunque che il curante, il quale conosce le sue limitatezze umane, e crede tanto più infallibili i referti delle analisi quanto meno li sa leggere, giudichi erroneamente trascurabile il suo apporto personale al rilievo degli elementi diagnostici. Ciò conduce a poco a poco alla trascuratezza dei rilievi clinici (comoda oltretutto per il risparmio di tempo) e quindi, fatalmente si arriva ad una conferma della loro inefficacia, chiudendo con ciò il circolo vizioso di un equivoco paradossale.

Così, come conseguenza di questa ingiustificata petizione di principio, una quota sempre più larga di medici va perdendo quella peculiare finezza di sensi e di rilievi che permetteva ai grandi Clinici del passato (ma anche ai loro Assistenti educati con passione e costanza) le diagnosi quasi miracolose, che oggi raggiungiamo con maggior fatica e con oneroso dispendio di mezzi.

È come un serpente che si morde la coda; la medicina attuale fa di tutto perché l’aratro mentale dei medici pratici si arrugginisca. Che meraviglia dunque ch’esso non brilli più come prima, e tagli assai meno profondo?

Gli equivoci e le antinomie della medicina moderna

Chiunque rifletta, con distacco impersonale, sullo stato attuale della Medicina, viene immediatamente colpito dalla impossibilità di inquadrare tutta la materia in un sistema logico omogeneo. Al di là del travaglio evolutivo, sia teorico, sia pratico, che investe ognuna delle sue multiformi espressioni, l’unico punto concorde ……………….. una per una e tutte insieme.

Questo, se su un piano logico si risolve in una babele semantica, sul piano pratico condiziona una serie di equivoci non risolti, fattori gravissimi di malessere per ciascun medico, di incoerenza e di disturbo per la Medicina. È assolutamente certo che se nessuno degli interessati, cominciando dai grandi responsabili, deciderà di dedicare del tempo e del cervello alla chiarificazione dei termini medici e dei fenomeni che gli stessi delimitano, il medico appena laureato continuerà come ora a essere gettato allo sbaraglio professionale senza idee guida, senza principi fondamentali, senza una preparazione, anche embrionale, a quello che veramente lo attende nella realtà, appena al di fuori dei portoni istoriati delle università.

Tanto per esemplificare i principali motivi di equivoco, e le antinomie più palesi, raggruppate eterogeneamente nel termine falsamente univoco di medicina, chi ha mai detto al neolaureato se la «strada» che esso ha scelto, e che crede ingenuamente identificarsi con la cura ed il sollievo del malato, debba intendersi come una scienza o un’arte, come una accademia od una professione, come un rapporto privato o come un servizio pubblico?

Arte o Scienza?

Oggi la medicina è tutto questo, e molto altro ancora; ma le scuole di «medicina» a che cosa singola, di questo universo, preparano?

A tutte, certamente no. A qualcuna certamente assai bene. Ma siamo sicuri che queste siano le più importanti, sia dal punto di vista statistico, sia da quello funzionale?

È proprio questo il nucleo da discutere, e da chiarire pregiudizialmente con la collaborazione di tutti.

Agli inizi del secolo, quando un numero ormai cospicuo di invenzioni e di tecniche cominciava ad essere applicato all’«arte del guarire» veniva spesso dibattuto l’argomento se la medicina fosse una scienza o un’arte; il dilemma nasceva dalla equivalenza dei mezzi umani e di quelli tecnici, presente nella medicina d’allora. Oggi, con l’espansione della medicina scientifica, il dilemma teorico si è risolto in una pratica antinomia.

Il sofisma antico risiedeva nel comprendere in un unico concetto («la medicina») tanto l’insieme delle nozioni che costituiscono la «materia medica», quanto l’applicazione delle medesime conoscenze al singolo malato. Il problema nuovo, ben più complesso di quello antico tutto accademico, sta nel determinare se, ed eventualmente in qual modo, sia possibile oggi raggiungere una soddisfacente sintesi operazionale tra le due distinte «medicine», senza che l’una venga soffocata o addirittura annullata, dalla prepotenza dell’altra.

È impossibile negare, al giorno d’oggi, che la «materia» della medicina sia della vera scienza, con qualche isolata riserva. Quando parliamo di «costanti biologiche» ci riferiamo oramai a dati quantitativi di valore non opinabile, e che, confermati dall’analisi statistica, rivestono la caratteristica di criteri assoluti sia in teoria, sia nella loro applicazione pratica allo studio di una «entità nosologica».

Il colloquio singolare

Ma l’esercizio pratico della medicina, cioè l’applicazione delle scienze mediche all’uomo individuale, per fini diagnostici e curativi che lo investono nella sua integrità corporale e psichica, è cosa totalmente diversa.

L’esame del malato, il suo interrogatorio, il modo di esporgli la diagnosi e il trattamento, la capacità di inspirargli la necessaria fiducia e , caso per caso, o la speranza nella guarigione, o la sopportazione del suo stato; la abilità a suggerirgli per gradi insensibili, nei casi disperati, il miracolo della rassegnazione e ad infondergli tuttavia ad ogni incontro una sempre rinnovellata tranquillità; in una parola il «colloquio singolare», fondamento peculiare dell’incontro professionale, resterà sempre la pratica di un’arte anche quando la scienza medica si sarà ancor più allargata e matematicizzata di adesso.

È appunto alle diverse capacità reattive del medico nel corso di questo incontro, ed alla sua abilità di armonizzarsi senza sforzo apparente con l’ambiente psichico ogni volta imprevedibile che avvicina, che debbono essere attribuite le differenze talvolta enormi di successo professionale, tra medici usciti dalla stessa scuola, cioè dotati di uguale preparazione scientifica.

È ben chiaro che il «successo», cioè l’abilità professionale, dipende assai più dalla personalità profonda piuttosto che dalla istruzione ricevuta, ma occorre anche ammettere, onestamente, che l’attuale ordinamento universitario trascura totalmente la fase professionale, e si dimostra in genere poco adatto alla preparazione strettamente pratica del neolaureato.

Non si fa qui riferimento alla penuria dei mezzi didattici, considerata dai più come l’unica ragione della crisi universitaria, e che invece ha il carattere di una semplice contingenza, anche se di lenta e faticosa risoluzione. Il problema di fondo è la natura ben più seria, e riguarda l’indirizzo generale degli studi, che – in quasi tutti i paesi d’Europa – è prevalentemente «accademico» cioè, almeno nell’intenzione, scientifico puro invece che «professionale».

Ora, se si considera la realtà statistica che solo il 6% circa degli studenti si dedica dopo la laurea alla ricerca o alla carriera di docente, risulta chiaro che il restante 94% è costretto ad imbottirsi di nozioni che in pratica non userà quasi mai e, all’incontro, dovrà costruirsi del tutto individualmente, in altra sede che non l’universitaria e sotto l’assillo della fretta, quella tecnica professionale minima, indispensabile all’esercizio pratico. Ciò viene compiuto (salvo i casi fortunati di frequenza ospitaliera) a spese dei primi pazienti, con molta fatica, inorganicità e pericolo di errori.

La condizione del 6% di «élite» non è, peraltro, più felice; essa soffre dello scarso approfondimento degli studi, dovuto all’enorme sciupio dei mezzi, pariteticamente distribuiti, pur senza alcuna utilità presente o futura, anche alla restante pletora di concorrenti al medesimo indifferenziato diploma.

Il problema è già stato praticamente affrontato in alcuni paesi, ma le soluzioni proposte non sono ancora soddisfacenti. Nell’U.R.S.S. la durata temporale e la profondità della preparazione sono già diversificate, e lo sono anche i titoli «medici» ai quali danno accesso. Ma il sistema, che presenta effettivamente dei vantaggi funzionali relativi a quel paese, sembra poco accettabile alla mentalità occidentale perché declassa estesamente la dignità e il prestigio del medico pratico, se non quello della Scienza Sanitaria e della ristretta cerchia dei suoi cultori.

In alcune università scozzesi si è pensato invece di inserire dei corsi di tecnica professionale nel piano organico degli studi di Medicina: in attesa di una radicale riforma di principio, questa metodica potrebbe dimostrare un suo valore contingente, contribuendo almeno a restringere l’attuale distanza tra lo studio e la sua applicazione alla realtà.

Comunque, se si vorrà por mano a una riforma strutturale o funzionale dell’insegnamento, occorrerà tener conto di questa fondamentale necessità, criticamente rivelata dalla moderna «produzione di massa» dei medici e che un tempo si risolveva da sé. Quando però, in grazia del piccolo numero degli studenti, e della consuetudine giornaliera col Maestro, si trasmettevano con caratteri quasi invariati dall’Uno agli altri non solo le tecniche diagnostiche e gli schemi di terapia, ma anche l’arte di avvicinare il paziente. Tanto che era spesso possibile riconoscere, nel comportamento tecnico e in quello umano del medico, il trasparente riflesso degli insegnamenti creditati, con la parola e con l’esempio, da questo o da quel Caposcuola.

La crisi di sviluppo della Medicina moderna, insorgente da molteplici motivi di intimo travaglio, risulta oggi acutizzata ed esasperata dall’interferenza di un fattore assolutamente estraneo ad essa, cioè le cosiddette «istanze sociali» sollecitate e in qualche caso imposte dagli «uomini politici».

La medicina socializzata

Prima di legiferare insindacabilmente che la Medicina deve essere estesa a tutto il complesso sociale, parificandola così a un qualunque servizio di pubblica utilità finanziato dalle imposte, sarebbe giustificato che i sullodati «uomini politici» si chiedessero se la società moderna dispone di medici preparati alle nuove esigenze in numero sufficiente, o se almeno fa tutto il possibile per procurarseli. A una disamina obiettiva risulta vero, purtroppo, il caso opposto. Onde è perfettamente inutile voler imporre delle soluzioni di forza, giustificandole con la «democratica» prevalenza numerica degli assistibili sui sanitari, se non viene pregiudizialmente risolto il problema dei medici.

Soprattutto della massa d’urto di quelli pratici e generali, sulla cui preparazione, efficienza e convinzione, prima ancora che sulla reperibilità dei mezzi di finanziamento, deve basarsi per necessità qualunque programma di assistenza collettiva che aspiri ad essere serio e non solo di figura.

Altrimenti sarebbe come voler costruire, perché richiesto a furor di popolo (mosso inizialmente da agitatori più o meno interessati), un imponente edificio pubblico, valendosi di mattoni crudi o di malte senza cemento: probabilmente crollerebbe sulla testa dei convenuti già durante la bella festa e le tronfie discorse inaugurali.

È pacifico che il voler cominciare la casa dal tetto finisce sempre in un disastro, né la Medicina può fare eccezione alla regola. Eppure in gran parte del mondo civile, mentre i piani di sviluppo economico vengono sottoposti al parere dei tecnici più qualificati, e si preparano fondamenta ben salde prima di procedere alla erezione di programmi ambiziosi, la malintesa urgenza delle «istanze sociali» spinge a bandire programmi sempre più vasti di assistenza totale, spregiando dilettantescamente non solo i consigli, ma addirittura il contrario avviso dei tecnici responsabili.

Persino l’esperimento inglese di assistenza totale gratuita (cioè pagato dalle tasse) che è stato il primo in ordine di tempo (5 luglio 1948) e che poteva avere quasi tutti i motivi di perfetto successo poggiando la sua struttura sui risultati di uno studio ventennale, presentato nel 1942 al Governo di Sua Maestà dal liberale Lord Beveridge, ha dimostrato, in fase applicativa, e soprattutto nei primi anni di funzionamento, delle pecche abbastanza serie, tanto da portare alla sconfitta elettorale il governo (laburista) che l’aveva trasformato in legge funzionante.

Il fatto è che persino il grande economista Beveridge aveva trascurato di tabulare, nello studio sociologico preliminare, proprio il fattore fondamentale dell’assistenza, cioè la crisi evolutiva attuale della Medicina; alla chiarificazione e alla possibile soluzione di questo sfuggente fattore di base possono dare un efficiente contributo soltanto i medici, e soltanto dopo averli risolti per loro. Il che, ancora oggi, non è. Tuttavia anche l’esperimento inglese, paradigma di tutti gli altri, non ha insegnato nulla ai politici. Questi «tirano dritto» dovunque, e al momento attuale sono già arrivati a «mutualizzare» o «nazionalizzare» su queste premesse errate almeno il 60% della popolazione europea, e circa l’80% di quella italiana. Così tutti hanno ampie ragioni di giustificato scontento: i malati, che non si sentono curati; i medici, che vedono snaturata la loro arte; e i governi o gli enti assicuratori, impotenti a frenare le emorragie finanziarie.

In questo clima assurdo, che interferisce negativamente sul sereno esercizio e sulle possibilità stesse della professione in qualsiasi sua branca, si trova proiettato senza alcuna istruzione pratica il neolaureato in Medicina, ed è costretto, per poter vivere della sua arte, a dominarlo, oppure ad adattarvisi; o infine a subirlo.

È perciò di grande interesse gettare una occhiata sulle modalità pratiche dell’esercizio professionale moderno, sulle difficoltà che lo inaspriscono, e sulle sue differenze, supposte o reali, nei confronti del passato.

Le difficoltà dell’inserimento nella professione

In quasi tutto il mondo e particolarmente in Italia, il laureato in Medicina, abilitato più o meno «provvisoriamente» ad esercitarla, può fare in teoria di tutto, dalla più semplice fasciatura alla più pericolosa manualità chirurgica: essendo infatti ancora corazzato, come nel medio evo, da quel famoso «ius necandi et occidendi» che i goliardi celebravano nei loro canti.

In pratica tuttavia resta disoccupato, e deve superare una feroce competizione persino se vuole essere accolto in qualche clinica privata o pubblica col titolo assolutamente onorario di «interno».

Se non ci riesce, può sempre occupare utilmente il suo tempo divertendosi a calcolare tutte le possibilità che gli studi percorsi gli aprono: una rosa di attività (pochissimo o moltissimo distinte l’una dall’altra) il cui numero è così alto da risultare a prima vista incredibile.

Se consideriamo infatti che quella multiforme «Medicina» alla quale un unico diploma indifferenziato dà accesso, può essere distinta in non meno di sei classi (scientifica-pratica, libera-dipendente, generica-specializzata) ciascuna delle quali può distribuirsi su almeno sette categorie applicative: preventiva, d’ambiente (scolastica, militare, di fabbrica, ecc.), tecnica (o di laboratorio), ospitaliera, fiscale e assicurativa, amministrativa e funzionaristica, e finalmente sindacalistica, risulta che la somma totale delle diverse combinazioni possibili in base alla semplice formula xn (dove x è il numero delle classi, cioè 6, e l’esponente n è ancora 6, cioè 7 categorie applicative meno 1, l’amministrativa e funzionaristica, che può essere solo dipendente) e che risponde dunque a 6°, raggiunge l’impressionante valore di 46.656.

66=46.656

Il numero infinitamente minore delle reali possibilità di lavoro medico dipende dal fatto che ciascun sanitario cumula in se stesso, contemporaneamente una serie più o meno ampia dei diversi elementi di combinazione, per lo più allo scopo preminente di ricavarne sufficienti mezzi di vita, essendo di regola insufficiente la retribuzione di ogni singolo servizio.

Ammettendo che la scelta del nostro neolaureto sia già avvenuta, e riguardi una delle possibilità  pratiche, nasce subito il problema di conquistare la «clientela». È a questo scopo, privatamente, che i giovani cercano la frequenza ospitaliera, che offre la prima larga occasione di venire a contatto  con il serbatoio di potenziali pazienti, unita alla possibilità di assimilare la massa di quelle indispensabili nozioni di ordine strettamente pratico, che vengono fornite in modo non organico o francamente insufficiente  dall’istruzione accademica ricevuta nelle aule universitarie. Ed è così che, come il nettare dei fiori, attirando gli insetti, adempie alla fondamentale funzione della fecondazione entomofila, l’ospedale insegna al giovane medico la pratica di quelle piccole, cose neglette dal corso accademico e apprese con l’esempio dolo dalla piccola percentuale dei frequentatori delle Cliniche, quali la tecnica delle iniezioni endovenose e le altre piccole manualità mediche, sulla scorta delle quali e in relazione diretta con la maggior o minore abilità del medico a compierle,  i pazienti giudicano assai spesso il suo «valore».

Negli ultimi anni di corso e nei primi mesi della sua nuova dignità, il neo laureato crede ancora nella Medicina. Naturalmente a quella tradizionale, fondata sul l’incontro benefico del medico con il suo personale malato, cioè a dire con colui che lo chiama tra i mille per la libera elezione, innalzandolo su un così alto piedistallo di rispetto, di fiducia e di aspettazione da trovare del tutto naturale l’incondizionata dittatura di un uomo sulla vita dei suoi pari. Infiammato di sacro entusiasmo, attende solo un cenno per gettarsi all’azione e pulire la faccia del mondo dalla bruttura dei mali. Per il medico neonato l’importanza dei primi pazienti è pari a quello della notte nuziale: l’esito felice o infelice dei primi incontri condizionerà in futuro, nascosto profondamente nel subconscio, la confortante tendenza alla fiducia in sé stesso o il deprimente sospetto di una vita sbagliata.

Ma spesso il primo cliente tarda troppo a venire. E nel frattempo il medico viene a conoscenza delle prime brutture della pratica professionale, come la redditizia pratica dello «smistamento» su base dicotomica verso alcuni specialisti e i laboratori privatamente «convenzionati»  contro i dettami delle deontologia.  Con la quale nozione, e considerata  la grande difficoltà e il reddito inadeguato della Medicina generale, comincia a risentire gli allettamenti  di una di una qualsiasi specializzazione, intesa spesso come possibilità di più facili e maggiori guadagni, invece che come espressione di un interesse particolare.

Ma in ogni campo in cui cerca di inserirsi, si scontrerà, inevitabilmente, con il medesimo fenomeno: la pletora dei colleghi.

Distribuzione ineguale

Che i medici siano molti e sembrino troppi è un fatto indubitabile. Tanto per riferirsi a cifre italiane, i laureati in Medicina sono passati dai 600 all’anno del 1914 ai 4000 circa degli ultimi anni; il numero assoluto di quelli iscritti agli albi professionali dai 23.424 del 1911 agli oltre 74.000 del 1959, con un aumento progressivo della densità per centomila abitanti (totale italiano), da 65 medici nel 1911, a 104 nel 1948, a 140 nel 1954, a 160 nel 1956.

Ma la loro distribuzione è assolutamente ineguale. In  Italia il computo statistico delle provincie, riferito ai 72.527 iscritti nel albi 1958, dimostra 1 medico su 285 abitanti  nella provincia di Roma; 1:416 in quella di Milano, 1:474 a Napoli e, per converso , solo 1:1.148 ad Aosta, 1:1.294 a Cuneo, 1:1.446 a Rovigo.

Il fenomeno è mondiale, e gli altri  Paesi europei rilevano cifre quasi pari alle nostre. Per i nuclei abitati, ad esempio,  si passa in Francia da 1 medico su 4.545 abitanti per i comuni con meno di 1.000 abitanti, a 1:757 per i nuclei da 80 a 100.000 a 1:584 a Marsiglia, a 1:410 a Parigi.

Cosa spinge i medici a inurbarsi?  Il più alto livello di vita ivi esistente. È dimostrato, da ricerche compiute dall’ U.N.E.S.C.O., e pubblicate da Woytinsky, che le spese mediche annuali crescono in  diretta relazione con il reddito. Per riferirsi agli U.S.A.,  dove la situazione, per mancanza di assistenza obbligatoria, è ancora simile alla nostra «libera professione», esse passano gradualmente dai 57 dollari per redditi fino a 1500 dollari, ai 163 dollari dei redditi fino a 5.000, ai 340 dollari dei 10.000 e oltre.

Eppure si parla molto anche  di «pauperizzazione» del medico, e la cosa non è affatto fittizia.

Evidentemente è legge naturale che, come i medici  si trasferiscono nelle città a scopo di miglioramento, così i pazienti si trasferiscano negli ambulatori dei medici dei quali ottengono di più  (estendendosi purtroppo il «più» dalla migliore abilità diagnostica alla maggiore generosità di ricette o di «giorni»).

Così il medico,  sia individualmente sia statisticamente, « o muore di fame o muore di indigestione». Come diretta conseguenza della pletora e della feroce conseguenza ( che giunge talvolta a violare senza ritegno persino le più semplici regole deontologiche), per il discredito riversato sui medici dalle polemiche sindacali, e dalla conoscenza, resa universale dalla stampa, delle indegne «retribuzioni» imposte da alcuni Enti Assistenziali, la gente si è abituata a considerare il medico ( per lo meno quello generico) alla pari di un bene di consumo che diminuisce  di prezzo col crescere della sua produzione in massa. È vero che il costo della Medicina è sempre più alto, ma solo in causa del costo dei medicinali e delle analisi: al contrario il medico generico è sempre più a buon mercato.

Per riferirsi a tariffe ufficiali, la decadenza del valore economico dell’opera medica risulta evidente,  se si pensa che un modesto borgo piemontese conferiva al condotto comunale, nel 1893, un onorar ario annuo di lire 1200  (nell’epoca in cui il solito pollo delle statistiche si pagava 80 centesimi,  e un capomastro 1 lira al giorno). Anche tornando a tempi più vicini, ma ancora precedenti all’esperienza manualistica si massa (il 1936-1937), mentre le uova si vendevano a L.3,90 la dozzina, e la benzina a L. 1,05 al litro, l’onorario minimo per una visita  generica era stabilito in L. 20, per una iniezione endovenosa in L. 25 per una visita specialistica in L. 50. Cioè una  visita normale equivaleva a 5 dozzine di  uova, o a 19 litri di benzina. Una inchiesta francese del controvalore, anch’essa basata sul «poulet» ha rilevato che il più comune atto medico era scambiato contro due polli nel 1914, 1 nel 1939, ½ attualmente.

Le precedenti considerazioni valgono, naturalmente, per l’artigianato medico (tuttavia componente l’80% dei professionisti) restandone finora immune la «aristocrazia» medica, cioè gli specialisti  e i chirurghi di vasta rinomanza e una parte dei titolari di cattedre universitarie.

Ma si tratta di una percentuale assai esigua, non superiore al 6-7% i cui guadagni talvolta troppo elevati sono controbilanciati dagli stipendi vergognosamente bassi, inferiori a quelli legati per le domestiche e gli apprendisti, dei quali alcune amministrazioni ospedaliere «gratificano» gli assistenti  di ruolo, come premio di superati concorsi.

Nonostante tutti questi «handicap» il problema primordiale per il giovane medico resta  quello di vivere «sulla sua laurea», cosa che, assurdamente non è facile come gli aspiranti al titolo dottorale credevano nei sogni rosati del corso accademico.

I metodi possibili per risolverlo sono molteplici, non tutti, peraltro, sul medesimo piano etico o deontologico. La scelta preferenziale di uno di essi, condizionata purtroppo da molti e contrastanti fattori intimi e di ambiente, costituisce la prima vera prova del fuoco,  per la quale,  a differenza dell’epicrisi diagnostica, l’istruzione accademica non dà nessun aiuto e nessuna guida

L’aumento delle spese di esercizio quale fattore di decadimento professionale

Un tempo il medico, giunto al possesso della laurea ed iscrittosi agli Albi professionali, poteva passare immediatamente all’esercizio delle Medicina, accontentandosi i pazienti antichi dei suoi mezzi umani, cioè i sensi e il cervello.

Oggi, invece, un ambulatorio sfornito di almeno una mezza dozzina di luccicanti apparecchi induce il paziente a poco benevoli apprezzamenti, tali da influire negativamente sulla sua scelta. È quindi praticamente un obbligo, anche e sopratutto per il neo-laureato, di immobilizzare grossi capitali in questa scenografia spesso soltanto di figura, indebitandosi per ottenerli e ipotecando così dei guadagni futuri, la cui misura e probabilità costituiscono dei veri azzardi.

Di fronte a questo ostacolo, grave  e per di più imprevisto, una a parte dei laureati uscenti da famiglie non ricche, le quali hanno già sostenuto con fatica progressivamente crescente i diciannove anni di studio improduttivo, si perde di coraggio, «getta alle ortiche» il prezioso bagaglio di cognizioni specifiche e purtroppo esclusive faticosamente accumulato, e si dedica ad altre attività meno lusingatrici ma praticamente più redditizie.

Considerato sul piano dell’economia della comunità ciò assomiglia molto ad uno sciupìo criminoso di pubblico denaro. Tuttavia il fenomeno si verifica (censimento italiano del 1951) in un abbondante 6% dei laureati, cioè, per un contrappeso quasi irrisivo, nella medesima percentuale di quelli, tra i nuovi medici, che si dedicheranno alla carriera accademica.

Una profonda nostalgia dell’arte spinge alcuni di questi involontari apostati della Medicina a ingrossare le già troppe schiere dei «collaboratori scientifici» delle case farmaceutiche, le quali declassano bensì al rango di piazzisti un prezioso materiale umano, tecnicamente preparato a compiti socialmente assai più utili, ma hanno almeno il pregio di pagare generosamente bene e presto, sia in moneta sia in rispetto.

La «Mutualità»

Per la stragrande maggioranza dei giovani medici, la situazione del problema economico si chiama senz’altro «la mutua», i cui assistiti dimostrano esigenze assai più limitate di attrezzatura e di ambiente, e possono essere smistati, all’occorrenza, verso specialisti di ogni ramo senza alcuna formalità, né spesa.

La tendenza sempre più larga verso il «fiduciariato» non corrisponde perciò affatto ad una cosciente adesione ai principi della Medicina socializzata, come qualche volta è stato detto in sedi politiche, ma quasi sempre a una condizione di necessità per chi cerca un immediato frutto alle sue lunghe fatiche.

Il fatto che i vantaggi finanziari eseguibili rimangano, per un tempo più o meno lungo (specie nei centri urbani) a livelli pressappoco infimi, non dimostra alcun effetto deterrente; ne assume al contrario uno lusingatore l’interpretazione della «mutua» (almeno all’inizio) quasi come una terra di emigrazione, dalla quale ricavare, con un forsennato lavoro di qualche anno, i mezzi per tornare a vivere e ad esercitare con soddisfazione nella patria della libera Medicina.

Strana mentalità a dire il vero. Che fa ricordare, per analogia, quei militari inglesi privi di beni di fortuna che accettavano ingaggi addolciti da polpose prebende presso i principotti indiani, con l’intenzione di ritirarsi presto a vivere di rendita. Ma spesso, per il clima o per il costume di vita al quale non potevano più rinunciare, il breve ingaggio si trasformava in legame di tutta la vita; cosa che richiama, sempre per analogia, quel che accade, proprio nella massima parte dei casi, al nostro paradigmatico «mutualista controvoglia».

Ma il desiderio della libera professione rimane. Si spiegano così quelle targhe ineffabili («Mutue e Privati») che possono persino ingenerare il sospetto, in quanti non sono addentro in queste cose, dei due pesi e delle due misure. In pratica però soddisfano anche a una esigenza del pubblico, il quale non incorre ricorre affatto nella libera professione in quella esigua percentuale del 20% che le statistiche dicono non ancora coperto dall’assistenza obbligatoria, ma in misura ben maggiore. Infatti anche i «mutuati» hanno ormai capito, a loro spese, che il problema basilare, in caso di malattia, è soltanto quello di guarire presto e bene, per ritornare immediatamente all’attività; cosa assai più redditizia, nonostante le prime apparenze, della gratuità di un’assistenza inefficiente, e perciò protratta per un tempo assai più lungo.

Su che cosa si fonda, in questi tempi di Medicina socializzata, il richiamo dei liberi professionisti? Non offrono visite o medicine gratuite, né generosità di assenze giustificate dal lavoro, ma danno al paziente, finalmente, la possibilità di un rapporto professionale ed umano basato sulla reciproca fiducia.

Su questo rapporto si fonda (a dimostrare la invariabilità della vera medicina) il ricorso privato ad un medico liberamente scelto, il quale può essere tanto il «libero puro» quanto un mutualista che vi dedica qualche ora libera. Quasi tutti i «mutualisti», infatti, esercitano la doppia attività, però il malato generalmente ricorre, quando sceglie da sé, a un medico diverso da quello il cui timbro orna il suo tesserino. Anche quello, a stretto rigor di termini, lo ha «scelto» lui, ma evidentemente sentendosi non libero, per le limitazioni territoriali o di elenco chiuso che la «mutua» gli ha imposto.

Si paga due volte

Così, oltre tutto, si avvera il paradosso che la società, cercando l’illusione della Medicina gratuita, finisce per pagarla due volte: la prima, quando è sana, attraverso i «contributi»; la seconda quando è malata, in «via breve».

A questa luce si possono spiegare più facilmente le strane inefficienze tecniche, in sede «manualistica» di medici rivelanti altrove una buona preparazione, nonché le pecche funzionali del sistema, tra i quali basilare il sostanziale disinteresse per la personalità del malato. Il mutualista giovane di regola ha molto tempo da usare: all’inizio della sua attività regala generosamente agli Istituti della Medicina di ottima fattura, pago, più che della insufficiente retribuzione, della possibilità di applicare praticamente la sua tecnica e il suo entusiasmo taumaturgico.

La buona fama che così acquisisce attrae a lui una schiera ognor più larga di assistiti, per lo più cronici, scontenti del loro medico introvabile e frettoloso. Ne risulta che in breve tempo anch’egli si trova nelle medesime condizioni dei colleghi più anziani, e costretto ormai come loro, dalla mancanza di tempo, a subire i pericoli della superficialità e i facili allettamenti della terapia sintomatica.

Il medico convenzionato direttamente non ha alcun mezzo (quello finanziario gli è in teoria negato), per limitare l’afflusso dei tesserini a quel tanto che soddisfi i suoi bisogni e non più, lasciandogli il tempo per vivere, oltre che per esercitare degnamente.

Dall’altra parte lo spinge a moltiplicare gli atti medici, sfuggendo i più impegnativi in favore dei più elementari, il livellamento incongruo di tutte le «prestazioni», dal semplice rinnovo di una ricetta alla formulazione prognostica che impegna l’avvenire di un malato e della sua famiglia; cosa, con le attuali tariffe, assai vicina alla prevaricazione: del medico nel primo caso, dell’Ente nel secondo.

Insoddisfatto com’è, il medico potrebbe, quest’è vero, lasciare la «mutua» quando essa gli ha donato, con un anticipo di anni sull’antico, una discreta fama e una sufficiente clientela. Ma la decisione, oltre a rappresentare un’incognita, è resa assai difficile dal fatto che, come ognuno sa, quando arriva la prima automobile crescono i bisogni e il gusto delle comodità, i quali portano ad accettare anche le attività poco congeniali, purché il loro reddito sia sufficienti a soddisfarli.

Il momento cruciale

Questo è il momento più drammatico e penoso, superando il quale scompare finalmente la riserva mentale dell’adesione «provvisoria» e che coincide con la possibilità di gravi pericoli etici o deontologici. Mentre l’arte (per la trascuratezza) si degrada progressivamente anche nella sua saltuaria applicazione ai pazienti cosiddetti «privati», si richiede al mestiere di rendere ai massimi vantaggi con la minor fatica. Ciò può finalmente sospingere, nell’eventualità di deboli freni morali, a indulgere a colpe gravi quali il comparaggio e persino la sfacciata richiesta della «giunta» al bollino.

È naturalmente pacifico che questa pessimistica sequenza di degradazione pratica, deontologica e morale non si verifica nella generalità dei casi, anzi è del tutto eccezionale nella realtà. Ma basterebbe un unico esempio (e la realtà purtroppo, non è così ristretta) per squalificare moralmente un sistema che la rende possibile o la facilita.

Ad una cruda disamina, risulta comunque che nell’ambito della cosiddetta «mutualità» (come è oggi) esistono quasi tutte le condizioni determinanti perché una previsione così tragica possa avverersi. Regolamentazioni cervellotiche e necessità inderogabili di bilancio, indirizzi politici e pressioni demagogiche dal vertice o dalla base, ma sopratutto l’ignoranza fondamentale della realtà assistenziale da parte degli amministrativi che codificano le «normative di erogazione», tutto congiura e rendere estremamente difficile, per il medico, la corretta applicazione sulla scala di massa della sua arte tanto desiderata e tanto benefica.

Nonostante tutte le remore e tutti gli inciampi, la massima parte dei medici mutualisti è cercata, seguita, e persino stimata dai propri assistiti. E questo significa – al di là di ogni agiografico complimento – che esercitano bene il loro mestiere. Ma per farlo sono costretti qualche volta a infrangere (e diciamo pure a «correggere») almeno alcune prescrizioni burocratiche pleonastiche o gratuitamente dannose. Per citare qualche «correzione» tra le più banali ed utili: la incompleta scritturazione dei modulari e la indicazione di urgenza al ricovero ospedaliero.

Quest’ultima pratica sopratutto, può servire da esempio e merita di essere chiarita almeno sommariamente per riconoscere le differenze abissali tra la «realtà assistenziale», cioè i veri bisogni dell’assistibile, e la distorta rappresentazione mentale che se ne fanno i burocrati.

Dunque, quando il medico curante mutualista decide (secondo scienza e coscienza, e in possesso di tutti gli elementi di giudizio) che un suo malato abbisogna di ricovero ospedaliero, si trova nell’alternativa di infrangere o le regole della sua convenzione con l’Ente mutualistico, o quelle della sua coscienza sanitaria.

Se, infatti, come richiede il caso, indica un ricovero ospedaliero semplice, da compiere cioè non perforando il traffico cittadino a strepito di sirena su un’ambulanza, ma su un comune mezzo di trasporto entro le prossime ventiquattr’ore (non di più, evidentemente, altrimenti si curerebbe il suo paziente da sé, almeno per un giorno ancora) sa a priori che non sarà possibile al paziente di ottenerlo.

E questo perché – con un disposto burocratico irridente nella teoria e nel fatto – le richieste di ricovero non urgente sono soggette a «visto» da parte di qualsiasi ente di mutualità. «Visto», ripetiamo, non «controllo medico della necessità». Tanto è vero che nessuno si sogna di visitare il malato, ma è la richiesta del medico che gira di qua e di là per il paese o la metropoli, da un ambulatorio a un ufficio sezionale, in caccia del sospirato «timbro e firma» apposto magari proprio da un medico (ma dietro a una scrivania) dopo code e discussioni penose subite in momenti psicologicamente drammatici; cosa che non fa certo benedire la organizzazione e le sue impostazioni extramediche.

Così il medico mutualista prescrive l’urgenza dei ricoveri per le bronchiti, le flebiti, le appendiciti fredde così via. Ma non volendo perdere del tutto la faccia, almeno sui moduli, aggiunge alla diagnosi reale quel tocco di complicazione inesistente ma attendibile che può giustificare la richiesta, comunque interpretata per quel che vale, e in genere senza stupore, dai medici dell’accettazione ospedaliera.

Resta così dimostrato che il sistema riesce a soddisfare i bisogni degli assistiti (almeno in questi casi) grazie alla continua serie di falsi in atto pubblico, compiuti in favore dell’assistito dal medico, a suo esclusivo rischio materiale e morale. Perché magari accade, se il medico dell’accettazione dell’ospedale non è esperto dei meandri operativi della mutualità che il malato, urgente sulla carta e non in corpore si senta dire in più: «Ma chi è quel cretino di medico…, ecc.» con tutto il danno psicologico che ne consegue, a scapito – come sempre – del cireneo mutualista.

Come regola fissa della mutualità infatti si può affermare che se le «correzioni» del sistema sono in qualche caso possibili a livello dell’assistito, per quanto riguarda il medico esse non hanno alcuna efficacia; né remunerativa né di stima.

Nell’ambito della libera professione, a una intensificazione e a un approfondimento del lavoro svolto corrisponde sempre, presto o tardi, una resa economica o di fama in progressivo crescere. Nel settore della mutualità attuale, il miglioramento del servizio prestato corrisponde sempre ad una perdita. Il maggior tempo dedicato alla singola «prestazione» non appare né viene considerato; chi fa di meno, ance se meglio, paga anzi di tasca sua, rimettendoci nel confronto. Infine – ed è una considerazione urtante – la sola possibilità che il sistema induca a una frettolosità forfettaria ha condotto l’opinione pubblica a «declassare» praticamente il mutualista e la sua capacità diagnostica e terapeutica. Ma se il giudizio dei profani dispiace, la medesima opinione, esplicita o implicita, offende i mutualisti e con loro tutti i medici, se proviene da altri colleghi o addirittura da cosidetti Maestri, i quali ostentano in qualche caso, privatamente o in pubblico, il disprezzo per la «medicina mutualistica» e per chi individualmente la pratica, quasi fosse una sottospecie deteriore e non la loro medesima arte.

Con questo possa poi conciliarsi con i grossi introiti che la mutualità concede prevalentemente ad essi, attraverso al finanziamento dei ricoveri con i «compensi ospedalieri forfettari» o attraverso alle tariffe preferenziali concesse ai numerosi «Centri» dell’una o dell’altra specializzazione, resta finora un insoluto mistero psicologico e pratico.

Tutto questo conduce a concludere che, se la medicina corre oggi il rischio di screditarsi nella pratica, una grossa parta di responsabilità ricade sugli Istituti assistenziali, i quali propugnano in tutto il mondo dei sistemi che, in base a errate premesse, agiscono largamente come corruttori del costume e dell’etica medica moderna. Tanto è vero che altre professioni liberali, per le quali nessuno ha pensato di programmare una socializzazione gratuita (e non sono tuttavia meno costose della Medicina) godono tuttora la piena considerazione e il rispetto del pubblico. Valgono gli esempi banali del notaio, dell’avvocato, dell’ingegnere.

Ma la medicina purtroppo costituisce, come il pane, un bene di consumo di tale immediatezza e importanza da incorrere, per sua disgrazia, nella determinazione di un prezzo politico non corrispondente alla realtà. Per questo il medico riesce a guadagnare più degli altri liberi professionisti, ma solo in caso di successo, lavorando quasi come uno schiavo, e a spese della normalità della sua vita. Né, in pratica, riesce a morire ricco. Anche se il suo livello di vita è apparentemente elevato (e tuttavia costituisce, come l’automobile, quasi un mezzo di «produzione» di lavoro, utile al prestigio professionale nel mondo) la quota di medici che diventano ricchi con la pratica professionale è irrisoria. Disponiamo di uno studio statistico compiuto per la contea di Hartford, Conn., U.S.A, su 144 medici deceduti tra il 1940 e il 1953. Soltanto uno di essi lasciò una fortuna di 1.000.000 di dollari ma alla cui raccolta la medicina aveva contribuito solo in minima parte. Il 55% valeva alla morte meno di 100 mila dollari, il 31% meno di 10.000, il 13% era ancora indebitato.

Cifre, naturalmente, valide solo per gli U.S.A., dove il costo della Medicina è altissimo e le mutue ignote.

In compenso – e quest’ultimo dato può valere anche per tutti gli altri paesi del mondo – il 63% di essi era morto improvvisamente, spesso sul lavoro, per infarto cardiaco o emorragia cerebrale.

Delle qualità ideali del medico cosi scriveva Amiel , nel 1873: «Per me il medico ideale deve essere un uomo con profonda conoscenza della vita dell’anima, che intuisca per divinazione le sofferenze e i disturbi di qualsiasi specie, capace di ridare la tranquillità con la sua sola presenza.»

«Il Dottore ideale deve perciò essere, nello stesso tempo, un genio, un santo, un uomo pio».

Ma proprio questo uomo dalle qualifiche eccezionali, che oltretutto reca con sé la maledizione di vivere tutta la sua vita, e tanto più strettamente quanto più ha successo, a perenne contatto con i dolori degli altri e che, oberato di lavoro ai limiti della resistenza umana e oltre, rileva una incidenza di infarti del 330% rispetto a quella generale, alcuni istituti assistenziali si sono abbassati a offrire la vergognosa quota capitaria annuale di ben 450 lire, e hanno trovato persino chi era disposto ad accettarla!

Cosa è dunque avvenuto, della dignità di questo professionista, di quest’uomo riconosciuto per millenni superiore persino ai Re, perché si lasci trascinare così in basso senza ribellarsi? Cercheremo di analizzare il fenomeno nei prossimi capitoli.

IL MEDICO

Come è perché viene scelta la professione di medico

Il capitolo precedente finiva con una domanda piuttosto cruda, dettata dalla realtà dei fatti. La risposta più ottimistica e rispettosa per i medici è quella di considerare la categoria (che ogni giorno ci fornisce ancora esempi preclari di forza morale, di virtù e di eroismo) come non più omogenea e selezionata su standard elevati, al pari del tempo passato, ma inquinata da apporti individuali meno validi sotto tutti gli aspetti, che potrebbero essere i soli responsabili (a danno dell’intera categoria) della decadenza pratica e sociale della figura del medico.

Effettivamente, mentre ancora un secolo fa la «leva» media degli iscritti a Medicina apparteneva alla borghesia benestante, e spesso era già spiritualmente preparata all’arte da «dinastie» mediche di famiglia, oggi l’afflusso dei neo-immatricolati proviene da tutte le categorie sociali, con prevalenza, almeno numerica, della piccola borghesia impiegatizia; e anche da quello che un tempo si usava definire «proletariato» in percentuale ben maggiore che in antico.

Nella «bontà intrinseca» di un medico, com’è perfettamente ovvio, non interferisce per nulla la sua «estrazione» familiare; ma nel completamento della sua preparazione tecnica (ben lontana dall’essere perfetta al momento della laurea) il censo familiare assume – almeno sulla scala statistica e riferendoci alla presente situazione sociale e professionale – una importanza non trascurabile, alla quale (e alle cui conseguenze) abbiamo già implicitamente accennato in uno dei capitoli precedenti.

Considerato poi il fatto che, se una pletora esiste, essa è di laureati in Medicina piuttosto che di medici, occorrerebbe provvedere in qualche modo a inscrivere nelle scuole mediche i soli giovani che si avvicinano alla medicina per vera vocazione, o (se la parola sembra troppo grossa) almeno per la spinta di un sano interesse, piuttosto che, come accade troppo spesso oggi, in conseguenza di ragionamenti più o meno capziosi, responsabili già pregiudizialmente di equivoci pericolosi.

Per citar qualche esempio di numeri, è chiaro che l’anormale aumento degli iscritti alle Facoltà Mediche nei periodi bellici non si può giustificare con una improvvisa esaltazione dello spirito sanitario o degli ideali umanitari della Croce Rossa, ma appare piuttosto il riflesso sociale del desiderio animale proprio a ciascun uomo, di sfuggire, in qualsiasi modo possibile, alla morte e alla sofferenza.

Matricole di guerra

Ogni conflitto mondiale ha prodotto infatti nelle Facoltà Mediche una ipertrofia di nuove immatricolazioni, le quali perdurano per qualche anno, fino a che si spegne nell’animo degli studenti il «condizionamento» familiare, di solito il solo che spinge il giovane verso una carriera che può tenerlo lontano dai fronti di battaglia o, nella peggiore delle ipotesi, destinarlo a un’«arma» non combattente.

Per l’Italia le cifre sono queste: dai 10.900 iscritti del 1938-1939 si è progressivamente arrivati, nel 1946-1947, a ben 35.000; ma nel 1951 si era già tornati a 22.000. Se tutti gli iscritti del decennio fossero giunti alla laurea, oggi i medici in Italia non sarebbero 74.000 ma molti di più. Dove sono finiti tutti gli altri? Evidentemente, cessato il pericolo, una parte degli studenti, per i quali l’interesse precipuo non era la Medicina ma le maggiori probabilità di salvezza personale che le sembravano connesse, si sono indirizzati ed altre attività più congeniali.

Tuttavia i giovani si inscrivono nelle facoltà mediche anche sulla base di altri atteggiamenti mentali, non meno equivoci di quello «bellico», ma che purtroppo, a differenza di quest’ultimo, si dimostrano persistenti e conducono quasi sempre alla laurea.

La medicina, rende?

Si tratta per esempio dell’opinione, diffusa ancora oggi largamente, che la Medicina dia un facile pane ai suoi cultori, e consenta una più pronta e stabile ascesa sociale nel mondo.

Gioca in questo atteggiamento psicologico il riflesso dell’antica dignità del medico e della sua arte, e l’apparenza esteriore della sua vita, di uomo generalmente ben vestito e «motorizzato». Ciò induce, parallelamente al crescere del livello di vita, un numero sempre maggiore di famiglie meno abbienti ad avviare i figli sulla strada della Medicina.

Sarebbe perciò estremamente utile che il pubblico, e particolarmente gli interessati, venissero esattamente informati delle realtà attuali offerte dalle professioni sanitarie, le cui remunerazioni, per quanto effettivamente più alte della media nei casi fortunati sono tuttavia inadeguate alla somma totale di sacrifici che esse impongono giornalmente, e che possono essere sostenuti con serena sopportazione solo se l’esercizio medico si identifica assolutamente con la passione dominante della vita.

In difetto di questa adesione totale, non solo il medico avverte, ogni giorno rinnovato, lo scontento disarmante di un errore non più riparabile, ma, ancor peggio, non riesce più a dare neppur quel che potrebbe, diventa frequentemente scadente nelle sue prestazioni, e si avvia fatalmente all’insuccesso professionale e alla insoddisfazione personale.

È con questi tempi disgraziati, soprattutto, che la Medicina perde il suo prestigio, in quanto è in mezzo a loro, prevalentemente, che alligna la mala pianta del comparaggio e delle altre miserie pratiche, le quali sembrano rinverdire le perdute speranze di un guadagno ottenuto con minore fatica (sia pure a spese di una grave degradazione morale).

Il compito di questa preventiva informazione, altamente meritoria, potrebbe essere demandato a corsi di orientamento professionale, da introdurre obbligatoriamente negli ultimi anni delle superiori, e che naturalmente dovrebbero illustrare, parallelamente alla Medicina, anche le altre attività principali di lavoro che si offrono all’uomo nella società moderna.

Ciò potrebbe attuare una selezione di massa su base psicologica, la cui efficacia è certo difficilmente prevedibile (in relazione alla somma dei molti fattori concorrenti su scala sia individuale sia sociale) ma che porterebbe comunque ad una utile chiarificazione, alla quale si potrebbe sempre fare riferimento per l’applicazione successiva di qualsiasi selezione, togliendo a questa l’eventuale fama di ingiusta discriminazione.

La vocazione «economica»

La medesima esigenza chiarificatrice, applicata al sacerdozio (a parte il giudizio critico preliminare sulla validità della vocazione) prevede durante i successivi gradini del corso clericale la possibilità, più volte rinnovata, senza alcuna infamia per chi se ne va. Per la Medicina, invece (che, sia pure su un piano diverso, impegna ugualmente tutta una vita) nulla di simile. Si presume aprioristicamente che un vero e perfetto medico, questo eccezionale esempio delle possibilità umane al loro limite superiore, si trovi nascosto in ciascuno, senza esclusioni, dalla massa dei nuovi immatricolati, per il solo fatto che può dimostrare la potenzialità economica sufficiente per sostenere l’onere delle tasse universitarie.

Al contrario la realtà è ben diversa, e assai più oscura. Né può essere un indice la percentuale elevatissima dei fuoricorso, pari sul totale delle facoltà mediche italiane nel 1955-1956, al 34% degli iscritti globali, cioè per chiarire meglio, oltre un fuoricorso su due iscritti regolari. Questa massa ingente di statici ipertrofizza, almeno teoricamente, la popolazione scolastica e contribuisce ad abbassare la quota individuale di disponibilità didattica, a scapito dei normali.

Di questo clima di fallimento, o almeno di concordato obbligatorio, ha cominciato ad occuparsi la stampa, ormai da anni, e finalmente l’opinione dei profani viene aggiornata, a ondate ricorrenti, dello stato di disagio esistente nell’ambiente universitario. Accade così che la mancata soluzione interna del problema (cioè la forzosa dimissione dei fuoricorso ingiustificabili o recidivi) comincia a riflettersi negativamente sulle nuove immatricolazioni, le quali sono scese, per le facoltà mediche italiane, del 28% in cinque anni (dal 1951 al 1955).

Evidentemente una certa quota di studenti liceali ha dirottato verso altre facoltà che permettono maggiore completezza di preparazione, oltre al vantaggio di un corso o due anni più breve. Per quelli che credono nella pletora medica (e ignorano che in Italia esistono tremila nuclei abitati senza medico residente) ciò può sembrare un avviamento alla risoluzione di un apparente problema. Ma chi ci assicura che nei «dirottati» non vi siano in potenza dei medici altrettanto e forse più idonei degli iscritti? È un altro grave punto da accertare con serie inchieste e con lo studio da parte di veri competenti.

Comunque, superato il passo preliminare della immatricolazione, lo studente si dedica a un «cursus» preparatorio tecnico e informativo, alla fine del quale consegue l’abilitazione all’esercizio professionale, parola assai fredda e inadeguata ad esprimere l’intensità della dedizione totale, sempre entusiasmante, al sollievo dei propri simili.

Ma è chiaro che (a parte qualsiasi disquisizione sulla efficienza tecnica dell’apparato didattico italiano moderno) il «cursus» informativo è destinato a macinare a vuoto se non trova nello studente, almeno in potenza, i requisiti indispensabile della idoneità professionale futura, ed un loro sufficiente livello.La somma di queste qualità fondamentali (e pregiudiziali) investe almeno quattro piani della personalità, i quali si possono un po’ artificiosamente, contraddistinguere come segue in ordine di importanza crescente:

  1. a) piano fisico;
  2. b) piano mentale e psicologico;
  3. c) piano tecnico-professionale
  4. d) piano etico.

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L’UOMO SENZA FUTURO

Mursia, 1976

L’uomo senza futuro è una rigorosa ricerca scientifica, più affascinante di un romanzo di fantascienza, che denuncia in maniera documentatissima la nostra sfrenata corsa verso il suicidio sociale.

L’autore “limita” la sua indagine alle “cose mediche”, il che include quasi tutta la vita singola e collettiva; ma gli impone l’obbligo (assolto attraverso un’interpretazione assolutamente originale dei documenti disponibili) di ricercare la diagnosi causale dei tragici flagelli moderni: dal drogaggio chimico e ideologico di massa alla sovrappopolazione, dall’inquinamento all’epidemia universale di odio, dal fallimento di ogni assistenza sanitaria organizzata al dilagare “misterioso” delle cardiopatie e del cancro.

Speciani riscopre che è la civiltà delle macchine a uccidere l’uomo; ma, in più documenta che il vizio meccanicistico ha infettato l’attuale medicina, così che anch’essa collabora alla rovina dell’uomo, invece di difenderlo.

Sennonché, a differenza di tutte le critiche precedenti, solo angoscianti perché incapaci di indicare qualsiasi soluzione, la presente ricerca irradia un messaggio di consolazione e di speranza, offrendo, nella medicina a misura d’uomo, l’alternativa per sopravvivere non solo realizzabile ma già realizzata e operante in mezzo a noi.

Ipotesi per un inventario

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Un’antica maledizione cinese si cela dietro questo testo soave: «Ti auguro di vivere in tempi interessanti…». Troppo sottile? Vediamo. Non c’è dubbio che i tempi nei quali ci è toccato di vivere sono davvero i più interessanti dell’intera storia dell’uomo. Esistono oggi più scienziati e più poeti, più pittori e più politici, più libri d’arte e più matematici, più telefoni e più velocità, più macchine e più denaro, più congressi e più pianificazione, più medici e più medicine, di quanti ne siano apparsi durante tutta la vita precedente dell’umanità. Abbiamo fisicamente raggiunto la Luna, e strumentalmente Marte, Venere, e da poco Giove. Eppure il mondo non ha mai sofferto come ora tanta fame e tanta angoscia, tanti squilibri sociali e turbamento, tanti cronici, tanta povertà e tanto cancro. Per limitarci alle cose mediche – argomento esclusivo del libro – l’insoddisfazione privata e pubblica verso l’attuale medicina è così universale da far temere in ogni momento l’esplosione di una rivolta eversiva. Perché?

È un fatto che la crisi della civiltà, diventata ormai globale, sta in mezzo a noi e ci circonda, causa ed effetto insieme del nostro soffrire. La sua intensità, in aumento progressivo da trent’anni, ha sollecitato centinaia di testi critici: da Huizinga a Mumford, da Marcuse a Toffler, da Calder a Malleson. Ma tutte queste lucidissime analisi negative, mai confortate dall’offerta di una possibile alternativa, più che chiarire le idee hanno contribuito ad esasperare (come la propaganda-shock del «fumo = cancro») l’angoscia esistenziale del mondo.

Una sola certezza risulta condivisa tanto dalla critica dei sociologi quanta dalla sofferenza sentimentale collettiva: il progressivo allontanamento dall’uomo delle scienze. Se questo è doloroso per quelle umanistiche, diventa addirittura tragico per l’unica che trova nell’uomo la sua sola validità e significato, cioè la medicina. Eppure è forse, oggi, la più disumanizzata di tutte; anche per questo siamo ora esposti al pericolo definitivo, cioè l’estinzione di specie.

Nel corso della sua storia l’umanità ha ottenuto altre volte il consiglio della medicina: del celebre medico e architetto Imhotep, deificato dagli egizi (e trasformatosi presso i greci in Asclepio), scrivono gli annali del Regno Antico (circa 2800 a.C.), che «la sua scienza ha posto fine a sette anni di carestia». Ma il sistema di canali irrigui, da lui disegnato e costruito per fecondare le terre, ha anche risparmiato all’Egitto la malaria per i successivi quarantacinque secoli, finché nel XVIII la dominazione turca non li ha lasciati insabbiare.

medicina zoppa

Oggi, di fronte a problemi umani ben più gravi e universali, non solo non abbiamo nessun Imhotep sottomano, ma la medicina stessa è in crisi nella pratica, nella teoria, persino nei risultati. La sua struttura attuale in tutto il mondo – tanto più là dove più perfezionata – è ammalata di gigantismo e di pleonasmo, di incompetenza e soprattutto di superbia, perché ha dimenticato la sua identità con l’uomo e pretende di risanarlo aggredendone i più intimi equilibri psico-organici, in gran parte ancora ignoti. Così accade che possa vantare trionfi eccezionali forse illeciti (come le sostituzioni globali del cuore, o le plastiche viscerali ampiamente demolitive nei cancri preagonici) e sogni addirittura le chimere del «cyb-org»;1 ma nello stesso tempo si dimostri penosamente incapace di guarire causalmente un banale raffreddore o una emicrania, e persino un «alito cattivo».

Come sarà anche troppo facile documentare in seguito, non ha saputo né sa, nonostante la priorità assoluta di questi problemi, risparmiare alla comunità umana le sofferenze della civiltà: dall’inquinamento dell’aria, dell’acqua, del suolo, all’eccesso della popolazione; dalla decadenza della qualità della vita all’aumento esponenziale delle malattie psicosomatiche.

Per quest’ultimo settore della patologia umana, che oggi si estende dall’ipertensione arteriosa alle allergie, dagli infarti cardiaci all’asma, dall’ulcera gastroduodenale al diabete, dai disturbi ormonali al cancro, la medicina ufficiale non sa offrire nessun rimedio causale, ma solo un’indigestione di farmaci sintomatici ogni giorno rinnovati, che lasciano il tempo che trovano.

Quel ch’è ancora più grave – e rivela la tragica incompetenza del sistema – essa non riesce neppure a leggere, nelle esatte statistiche disponibili, le evidenti ragioni del loro aumento che è strettamente parallelo alla progressiva disumanizzazione dell’esistenza. Cosicché nei paesi tecnologicamente più avanzati la durata probabile della vita ricomincia a diminuire, dai 70 e più anni raggiunti lentamente dai tempi preistorici fino a ieri (O.M.S. 1971); il che confina nel limbo delle pie illusioni le trionfalistiche previsioni «scientifiche» dei «120 anni di vita nel 2000».


[1] Organismi umani o animali integrati da parti meccaniche o elettroniche potenzianti il loro «rendimento biologico»: per esempio la sostituzione di un occhio con una telecamera; dei polmoni con branchie elettroniche che consentano la respirazione subacquea ai palombari, e così via.

L’inventario essenziale

Considerato il fallimento statistico della civiltà tecnologica, particolarmente grave nella sua espressione medica, e di fronte all’ipotesi concreta di una imminente crisi globale, sembra arrivata l’ultima ora utile per provvedere alla nostra sopravvivenza. Si impone un indilazionabile inventario del ridondante patrimonio strumentale della medicina, discriminato sulla pietra di paragone della sua utilità per l’uomo.

Qualcosa di simile, dunque, ai corredi vitali ai quali si attenevano, con giudizio critico essenziale, le carovane che partivano dalla civiltà dell’800 per raggiungere il Far West; che lasciavano i biscotti e i pianoforti a Boston, ma si portavano dietro le sementi e le zappe, la dinamite e, magari, la chitarra. Altri (Vacca per esempio) hanno già redatto elenchi di manufatti preziosi da tenere in riserva, in previsione di un futuro tecnologicamente più arretrato del presente. Per la medicina questa analisi dell’essenziale irrinunciabile non è ancora stata compiuta; ne avrebbe avuto l’obbligo istituzionale la medicina sociale, ma purtroppo si è dedicata allo studio dei sintomi invece che delle cause dei mali della comunità. Come restaurare insomma gli stucchi sui soffitti, mentre la casa è squassata dal terremoto e brucia.

C’è tuttavia la diffusa sensazione (tra i profani più acuta che tra i medici) che molte delle sue scintillanti conquiste siano in realtà assai meno indispensabili di quel che sembrano e che essa, nella sua totalità, risulti assai meno soddisfacente, per l’uomo, di quanto se ne vanti. Anzi talvolta il suo rapporto moderno con la medicina (paradossale a quello antico, tecnicamente meno valido ma spiritualmente più consolante) ricorda la condizione del prigioniero nei «malconfort» medievale, citato da A. Camus.

Perciò l’obiezione che l’ingrato lavoro di revisione e di scelta critica, al quale questa necessità costringe, risulterebbe superfluo nel caso (da tutti auspicabile) che la prevista crisi non si verificasse, non è sostenibile.

Se la riscoperta della essenzialità umanistica in medicina fosse riconosciuta valida, non occorrerebbe attendere il giorno del giudizio per applicarne nella pratica le conclusioni concrete. La loro adozione immediata potrebbe invece ridurre a livelli più tollerabili i costi e gli impegni sociali delle comunità, che le stanno precipitando verso la bancarotta. Naturalmente ciò imporrà alla medicina d’oggi, che maschera col sovrabbondante orpello tecnologico la sua immensa carica di dubbi, un serio esame di coscienza e probabilmente anche di ribattezzarsi, se vuole riaffermare la sua indispensabile presenza nel mondo, di nuovo a vantaggio dell’uomo e non solo di se stessa. Per questo occorrerà che la medicina (e per essa i suoi cultori) accetti serenamente l’ammonimento scolpito da quindici secoli nel battistero di S. Sofia in Costantinopoli: «Lavati gli errori, non solo la faccia».

La presente ricerca medico-sociale intende documentare la possibile rinascita di una Medicina dell’uomo, che non auspica il ritorno all’empirismo delle caverne, ma la ricerca onesta del vero dovunque esso si trovi, e l’integrazione di ogni apporto valido della millenaria scienza medica nell’eterno significato essenziale dell’arte del guarire. Perciò si propone, sulla stessa linea di umiltà ma di urgenza, come il semplice tentativo di informare meglio tutti, perché non vada perduta colposamente la speranza esigua di un futuro per noi, vivi oggi, e per i nostri figli, domani.

LA MEDICINA«Signore liberaci
dal troppo zelo per le novità;
dall’anteporre la cultura alla saggezza;
la scienza all’arte;
l’intelligenza al buon senso;
dal curare i malati come se fossero malattie;
dal rendere la guarigione più penosa
del persistere del morbo».
SIR JONATHAN HUTCHINSON, Londra, 1904
CAPITOLO I – Origini e significato della medicina

La medicina è nata con il secondo uomo. Cioè, sulla falsariga del Genesi biblico, con la prima donna.

Rimandando a più innanzi la documentazione di questo fenomeno, possiamo chiederci subito il significato della medicina, allo scopo di accertarne la validità passata e presente, ma soprattutto quella futura.

Un errore logico quasi universale, chiaramente implicito nello schema comune del comportamento umano, riguarda il concetto che la medicina serva a curare le malattie. Il che non è vero né in pratica né in teoria; a parte il fatto storico che le malattie sono comparse sulla Terra prima dell’uomo. A. Cockburn, del comitato per lo sviluppo delle risorse umane di Detroit (U.S.A.) è riuscito a documentarne almeno una dozzina presenti, nei primati antropoidi antenati comuni delle scimmie e dell’uomo, da oltre 25.000.000 di anni. Tra esse la dissenteria amebica, la febbre gialla, le artrosi, l’ossuriasi, la malaria, la fromboesia, la sifilide. Coetanee dell’uomo (Homo erectus e sapiens, 750.000-250.000 anni fa) sembrano il tifo, la lebbra e forse il colera; soltanto fuori della preistoria sarebbero comparsi il morbillo, la parotite, il raffreddore comune e l’«influenza», cioè le moderne maledizioni da virus, bisognose, per svilupparsi, di forti concentrazioni di popolazione (tanto virale quanto umana).

Un altro errore di mira, prevalente nell’epoca cosiddetta «scientifica», tende a identificare la Medicina con le medicine. Cioè con gli strumenti tecnici del suo progresso applicativo, dai medicamenti alle attrezzature chirurgiche fino alle possibilità fantascientifiche dell’ingegneria cromosomica. Questo errore di bersaglio, rimasto per millenni più potenziale che reale in conseguenza dell’arsenale esiguo e immutabile del medico, minaccia oggi, ingigantendo contemporaneamente al progresso, di denaturare nell’opinione universale (medici compresi) il vero significato della medicina.

È invece incontestabile che l’apparato strumentale medico, sempre più fascinoso per le meraviglie che ogni nuovo giorno ci regala, si rivela ad una critica disinibita come la parte meno valida della medicina. Esso infatti ha seguito nei millenni la stessa sorte di tutte le realizzazioni tecniche dell’uomo, cioè la insopprimibile tendenza a una durata sempre minore, sia per il continuo superamento operativo sia per la sottomissione alle assurde leggi della moda, della novità o del diverso, nel rifiuto acritico di tutte le realizzazioni precedenti. Soltanto nell’ultimo trentennio i più illuminati storici della medicina si sono accorti della complessità inscritta nello sviluppo delle idee scientifiche e degli strumenti pratici da parte dell’uomo.

Così, mentre H. W. Haggard lo dava ancora nel 1941 come ovvio, già A. Castiglioni, pochi anni dopo, dichiarava non più accettabile l’antiquato concetto delle «fioriture auree» della medicina in tempi prima e dopo oscuri, come quelle connesse con la scuola pitagorica, con Alcmeone e Ippocrate, con Galeno e Salamanca, con la scuola salernitana del 1200 d.C., col Rinascimento italiano, con gli illuministi francesi. Il sottofondo condizionante di questo prolungato errore consisteva nella impossibilità di attingere facilmente come oggi una documentazione completa. Questo manteneva gli studiosi all’oscuro dei collegamenti inapparenti ma reali con altre «facies culturali» risalenti, anello per anello, lungo una catena primigenia della quale non ancora vediamo l’inizio: dai sumeri ai cinesi, dagli indiani agli aztechi, dai maya all’Egitto, all’Atlantide mitica… Tuttavia a mano a mano che la nostra conoscenza della verità si allarga, scopriamo, con sorpresa, che molte tecniche a torto ritenute moderne sono state già largamente utilizzate, poi travolte e dimenticate per nuove mode, e magari riscoperte e ridimenticate.

Cure «moderne» di 75.000 anni fa. – Tra gli esempi documentabili ne esistono di assolutamente incredibili, se non fossero confermati dai reperti archeologici distribuiti nei musei di tutto il mondo. Le fasciature delle mummie egiziane presentano, per dirne una, tutti i sistemi di bendaggio usati e insegnati fino ad oggi (dalla «minerva» alla «spica reversa»); o meglio fino a qualche anno fa, quando l’uso delle reticelle elastiche ha cominciato a fare anche di questa un’arte perduta…

L’enteroclisma ci arriva dagli egiziani, che l’hanno appreso dai fenicotteri sulle rive del Nilo; la detensione endocranica, ottenuta dai neuro-chirurghi con la trapanazione, è documentata su crani fossili di Cro-magnon (40.000) e di Neanderthal (75.000 anni a.C.) con esito in guarigione: le proprietà antiuriche e antiblenorragiche del pepe (che oggi sfruttiamo, dimenticandone l’origine vegetale, sotto la forma dei composti chimici come la piperazina e derivati) sono state descritte e utilizzate dagli araucani e dagli aztechi; i digestivi a base di succo di ananas (oggi tanto di moda) dai più antichi samoani; l’ipnosi medica come anestetico e antiemorragico negli interventi, dagli «stagnatori di sangue» d’Egitto, chiamati durante la rituale trapanazione cranica preagonica su ogni faraone; il concetto e la profilassi dell’allergia («favismo») irrisi come antiscientifici per i successivi 25 secoli, dalla scuola pitagorica; le virtù terapeutiche dell’herba mate e del guaranà, le qualità eccitanti del caffè, del tè, delle foglie di coca, della scopolamina (Datura stramonium) sono state usate fin dalla preistoria centroamericana; il più attivo antiprostatico non ormonale, di recentissima introduzione in terapia, è stato «adottato» concentrando gli estratti naturali della medesima corteccia del Pygeum africanum (Hooker) che da oltre cinquemila anni gli stregoni del Natal (Sudafrica) somministravano ai vecchi della tribù per liberarli dalla difficoltà ad urinare. La radice di Rauwolfia serpentina, usata in India fin dai tempi pre-ariani di Moenjo-Daro, è il miglior trattamento oggi conosciuto e prescritto nell’ipertensione arteriosa, che riesce spesso a curare causalmente grazie alla tripla azione circolatoria, renale e psicotropa. I cardiotonici più attivi (digitale e strofanto) risalgono alla preistoria centroeuropea, centroafricana e centroamericana, dove l’ultimo era usato, insieme al paralizzante curaro (l’unico mezzo chimico che ha reso possibile la grande chirurgia moderna del polmone e del cuore) come veleno delle frecce per la caccia ai grossi mammiferi. Le droghe allucinogene più moderne, dall’hashish o mariuhana alla mescalina alla psilocibina, che hanno recentemente dato origine al settore addirittura fantascientifico degli psicofarmaci, sono usate da millenni in Europa, in Asia e particolarmente in centro-America, sotto la forma naturale del cactus peyotl, del fungo teonanacatl («carne divina»), del convolvolo ololuiqui («serpente verde»).

Per concludere una lista di straordinario interesse, ma che ha qui una semplice finalità dialettica, basterà ricordare che persino la forma (a «foglia di giglio») dello strumento medico per antonomasia, cioè il bisturi, è ritrovabile, perfettamente uguale a quella funzionale attuale, non solo nella romana Pompei, ma in alcuni reperti ateniesi del VII sec. a.C., e persino tra gli stupendi bronzi di 5-7.000 anni fa del museo preistorico di Este (Padova). E sarebbe anche giusto che le nostre donne quando giornalmente trafficano con la base obbligatoria di ogni cosmetica (la universale cold cream) ricordassero che la sua formula ripete, quasi immutata nei secoli, una precisa ricetta del famoso Claudio Galeno, medico dell’imperatore romano Marco Aurelio (II secolo d. Cristo).

Ma l’«emulsione di olio di mandorle, cera d’api e acqua di rose» ch’egli prescriveva con enorme successo alle matrone della corte imperiale, era in realtà giunta a lui da informazioni persiane di quasi certa derivazione indiana, recate a Roma dai legionari di Lucio Vero insieme, purtroppo, alla peste del 166 d. Cristo.

Rieccoci dunque tornati alle donne, alle quali sono state attribuite, all’inizio, la responsabilità e l’onore della nascita della medicina. Vediamone finalmente il perché. Secondo J. E. Pfeiffer, la famiglia è nata con lo Australo-pithecus (quattro-cinque milioni di anni fa), il primo ominide che riveli utensili straordinariamente avanzati e specialistici, indizio certo di attività e progetti comunitari, quindi dell’esistenza di un linguaggio almeno rudimentale, e della possibilità di una organizzazione sociale.

Dal bacio sulla «bua» allo scienziato. – La divisione familiare del lavoro conferiva all’uomo il ruolo di cacciatore, con la conseguente lontananza temporanea dal luogo stabile di residenza, nel quale restavano le donne e i figli (con l’incombenza della raccolta, vicina, di cibi vegetali). Senza alcun dubbio, allora come oggi, i bambini giravano per casa e appena fuori combinavano i soliti piccoli disastri attraverso i quali costruivano la propria esperienza educativa: dalla carezza abrasiva di una suppellettile alla classica bozza in testa, alla vescica sul dito per aver voluto toccare, contro l’avvertimento materno, l’affascinante tizzone rosso.

Allora, come d’altronde oggi, i risultati patologici di questi piccoli guai erano curati esclusivamente dalle madri e da nessun altro, per lo più a base di ipnotiche carezze, e con ottimo esito. Se a questo si aggiungono per la sola donna (mestruazioni!) l’assenza del terrore irrazionale per il sangue e l’esperienza frequente del parto, è certo che la massima disponibilità per la cura del cacciatore ferito risiedeva nelle donne, più che nei suoi compagni di banda. Ma è importante riconoscere in questo comportamento, oltre al fatto tecnico, la comparsa primigenia della motivazione non temporanea della medicina, rimasta valida anche sotto le successive etichette di empirica, sciamanica, sacerdotale, scientifica; l’unica motivazione che possa garantire la sua indispensabilità lungo tutta l’evoluzione futura del genere umano. Essa non è altro che una profonda sollecitazione emotiva indotta nella sfera dei sentimenti (non in quella razionale) dall’atteggiamento interpersonale di solidarietà, coinvolgente nello stesso tempo tanto chi la dona quanta chi la riceve.

La «medicina femmina» è nata dalla evidente necessità che la donna più esperta (o le donne in gruppo, visto che dovunque al mondo le comari adottano da millenni il team-work) non poteva limitare la sua opera benefica al proprio figlio o compagno, ma era eticamente obbligata ad estenderlo a qualsiasi membro sofferente della comunità. E ai suoi pazienti essa donava, oltre alla limitata scienza, sia che questa li guarisse oppure no, tutta intera la sua carica sostanziale di consolazione e di amore. La medesima motivazione etica, esaltata in difesa della comunità, e nella potenza e responsabilità da esse discendenti, è alla radice dello status sociale dello stregone o sciamano, comparso quando la divisione del lavoro si è ulteriormente specializzata col progresso. Per questo nelle pitture paleolitiche (per esempio nella caverna Trois-Frères dell’Ariège) lo stregone, coperto di una pelle di cervo, è rappresentato – come il capo – a parte e sopra la folla dei cacciatori, quale uno dei numi tutelari della tribù.

E, comunque, non si trattava di una sinecura puramente onorifica. Dall’esperimento in proprio della potabilità dell’acqua ad ogni nuovo campo e della commestibilità di ogni frutto sconosciuto, dalla conservazione del fuoco all’esorcismo per la buona caccia, dalla cura dei feriti al mistero delle malattie, dalle nascite alle morti, quasi tutte le manifestazioni importanti della vita avevano (e hanno ancora oggi) poco o molto da spartire con la medicina e con chi la esercita. Senza il sostegno dell’enorme tesoro scientifico presente (e magari anche nonostante quello, come dimostra il troppo facile ricorso alla responsabilità suddivisa) quale medico moderno si sentirebbe disposto ad accollarsi una così terribile responsabilità?

Amplificando progressivamente, nei secoli, il significato e la motivazione originaria di solidarietà singola e comunitaria, la medicina ha guidato l’umanità alla conquista dell’ambiente ostile, per consentire all’uomo la sopravvivenza sempre più facile. Nel corso di questo sforzo, purtroppo coronato da un successo troppo inebriante negli ultimi due secoli, essa è arrivata a perdere quasi del tutto – nella tronfia ricchezza di mezzi e nella troppa certezza di sé – il gusto e persino il ricordo del suo sostanziale significato per l’uomo.

Ora, purtroppo o per fortuna, il tempo della pompa trionfalistica è finito. È il momento di discriminare almeno in questo campo, all’avanguardia etica del mondo, i valori essenziali ed eterni dagli pseudovalori tecnici che ne sono una semplice derivata temporanea. Se ci trovassimo da un’ora all’altra in un tifone atomico, quanta «Medicina» rimarrebbe a disposizione immediata dei pochi superstiti? Forse, nel black-out di ogni sorgente energetica e di ogni tecnologia da essa dipendente, non altro che la motivazione originale della solidarietà interumana, con i soli mezzi umani per esprimerla. Ma quanti «sanitari» modello 1975 sarebbero ancora capaci di «erogarla» in grado soddisfacente, per loro e per gli «assistiti»?

Forse, come all’alba dell’umanità, questo dovere-diritto ricadrebbe ancora una volta sulle donne (che d’altronde non l’hanno mai completamente dimenticato). Cosicché, paradossalmente, di contro alla superbia operativa di tutta la medicina occidentale, in una ipotesi apocalittica le migliori garanzie di sopravvivenza comunitaria potrebbero essere riservate alla Cina di Mao e all’U.R.S.S. dove, sia pure per semplice coincidenza strumentale, il 70% e l’80% rispettivamente dei «medici dai piedi scalzi» e dei «felsher» (medici di base) risultano già ora di sesso femminile.

Capitolo II – Nasce la scienza, s’incrina l’uomo

Il significato sostanziale della medicina e il suo beneficio senza prezzo per l’individuo e la comunità riemergono intatti ancora oggi quando ad esercitarla sia un vero medico. Questo dimostra che il suo nucleo si è trasmesso integro dall’una all’altra generazione dell’umanità preistorica e storica, fino a quella odierna. I ritrovamenti archeologici e l’etnologia hanno inoltre accertato che le sue forme operative sono rimaste simili per decine di millenni (e tuttora nelle culture primitive), accentrandosi nella figura onnipresente dello sciamano, medico e insieme sacerdote. La doppia dignità non sorprende perché, intesa la malattia come espressione della collera degli dei, il solo uomo della tribù che aveva il coraggio di sfidarli per sottrarre il malato al suo destino mentre tutti gli altri – compreso il capo – si allontanavano presi dal terrore, riceveva in compenso una investitura quasi semidivina.

Su questa base antologica, che ha accompagnato l’uomo fino alle soglie della storia e anche al di là di esse («le frecce di Apollo»), era fatale che finisse per accentuarsi il lato preternaturale o soprannaturale (perciò magico o divino) della medicina, a detrimento di quello puramente fisico, o naturale. Ne è derivata l’identificazione del medico come di colui che, unico, godeva del diretto ed esclusivo contatto con le divinità, e diventava perciò interprete dei loro voleri arcani ai quali – per suo mezzo – la comunità doveva ubbidire.

La usuale istituzionalizzazione di tutte le cose umane ha quindi favorito, in modo sempre più rigido, il monopolio della medicina-sacerdozio da parte di una casta privilegiata, che puntualmente ritroviamo dagli inizi della storia scritta (3500 a.C., a Kish in Mesopotamia), presso gli assiri e i babilonesi, nel popolo ebraico, in India e soprattutto in Egitto. Il modello teocratico non ha affatto impedito il continuo progresso pratico dell’arte, fino a conquiste farmacologiche o chirurgiche di livello rispettabile anche oggi, storicamente registrate nelle tavolette cuneiformi della biblioteca di Ninive, nei papiri egizi di Ebers, di Brugsch, di Edwin-Smith, nella stele sumera di Hammurabi, e in una serie di altri testi specialistici o medico-sociali. È importante tuttavia sottolineare che, essendo la malattia il sintomo di una colpa personale o sociale, la guarigione o la salute venivano spesso impetrate attraverso sacrifici, purificazioni, astensioni (per esempio, dalle carni di maiale, dal sesso nei mestrui e in puerperio) che nella sostanza risultavano validi precetti igienici, ma nella forma si presentavano, ed erano seguiti, come prescrizioni religiose.

Meno teurgiche ma ancora condizionate dal concetto unitario del male quale rottura dell’equilibrio dell’universo si rivelano le antiche medicine cinese e indiana. La prima, più filosofia che esperimento, ha bensì codificato già nel 2700 a.C. una serie di norme empiriche nel Huang-ti Su-wên («Domande semplici dell’Imperatore giallo») e nel Ling-shu-ching («Libro canonico del perno dell’anima») che insieme formano il cosiddetto Nei-ching («Canone della Medicina»). Ma l’ideogramma mandarino della medicina è composto tuttora con i simboli grafici elementari delle sue motivazioni preistoriche e protostoriche: faretra, frecce, colpire, pozione! E l’agopuntura profonda, che rappresenta ancora per metà nella Repubblica Popolare di Mao Tze-tung la normale forma di trattamento medico, sfrutta da oltre cinquemila anni un sistema generale che non ha nulla a che vedere con l’anatomia.

L’armonia universale. – Esso si basa sulla teoria che l’energia dell’universo, espressione dell’Essere primordiale Hsüan (il mistero) e distinta nelle due modalità antinomiche di yin e yang (femmina e maschio), circoli continuamente nel corpo umano lungo quattordici linee verticali dette meridiani. Su queste linee si riflette la sensibilità di ogni singolo organo, cosicché, per combatterne una eventuale insufficienza funzionale, basterà stimolare l’energia del suo meridiano con aghi d’oro o di rame; per frenarne invece l’esuberanza occorrerà disperdere l’energia dello stesso meridiano, con aghi di argento, platino o acciaio. A parte gli innegabili risultati pratici, riscoperti dalla moderna terapia occidentale del dolore, persino il concetto della riflessione cutanea degli organi interni è stato riconosciuto dalla scienza medica, ma solo verso la fine dell’800 (zone di Head).

Ciò dimostra che in medicina (che è la continua ricerca della verità dell’uomo e del mondo) persino una piattaforma filosofica e non sperimentale può condurre ad una superiore consapevolezza delle cose, molto vicina alle conoscenze moderne della scienza. Questo è infatti avvenuto al pensiero medico-filosofico indiano il quale, partendo dai concetti metafisici del Karma (legge dell’azione) e del Samsara (metempsicosi) è giunto, intorno all’VIII sec. a.C., alla interpretazione dell’organismo come un insieme dove l’armonia delle parti rappresenta la condizione essenziale della salute. Da essa deriva la modernissima nozione (chiara alla scienza speculativa ma non sempre ai medici!) che «l’organo palesemente infermo non deve essere curato come avulso dalla unità di cui fa parte, ma invece considerato nel quadro generale, nelle interazioni con tutto il resto e nella resistenza complessiva dell’organismo» (Susruta: Sutrasthana). Che queste non siano semplici vacuità scolastiche lo dimostra la spiegazione della funzione biologica attraverso i tre «dosa»: Kapha o anabolismo; Pitta o catabolismo; Vayu o energia nervosa. (Noi questo, a differenza degli yoghi, l’abbiamo dovuto reimparare biochimicamente nell’ultimo sessantennio!)

Il concetto metafisico dell’armonia, esteso addirittura dal microcosmo-uomo al macrocosmo-universo, ricompare due secoli dopo (VI a.C.) con Pitagora e la sua scuola, nelle colonie greche d’Italia cioè a Crotone, Sibari, Reggio Calabria, Agrigento, e riuscirà a informare di sé lo stesso pensiero medico di Ippocrate di Coo. Fino a quell’epoca nel mondo occidentale, cioè prevalentemente ellenistico, il concetto dominante in medicina era ancora quello tradizionale e leggendario, «eroico» (la medicina di Omero) e, sul piano operativo, empirico. Tuttavia, nello spirito di esasperata libertà individualistica della civiltà greca (ragione unica del suo fiorire e del suo decadere), le interpretazioni pur teologiche delle malattie non avevano consentito il sorgere della solita casta dominante di medici-sacerdoti. Però gli unici luoghi di cura ufficialmente riconosciuti erano ugualmente i templi, eretti in località di straordinaria bellezza, quasi sempre dotati di una sorgente termale che aggiungeva le sue virtù ai consigli dei sacerdoti.

I templi più prestigiosi, e i sacerdoti più celebri per abilità diagnostica e risultati terapeutici, erano quelli di Asclepio, il dio principe della medicina. Il tempio più antico erettogli in Grecia era a Titanos presso Sicione, il più famoso quello di Epidauro nell’Argolide, due regioni assai ricche di serpenti. Il rettile stilizzato, che orna anche oggi il parabrezza delle automobili dei medici, identifica infatti da sempre il culto e l’esercizio della medicina: il caduceo (bastone con il serpente attorcigliato, prima unico poi duplice) è stato ritrovato in bassorilievi di Ninazu (Signore del medico) e del figlio Ningišzida a Ninive, datati 1200 anni prima di Cristo; e la dea medica di Cnosso (Creta) ne portava due, attorcigliati sulle braccia. A parte la simpatia totemica che ne ha favorito il trapianto nell’Argolide, da dove nasceva il dio Asclepio? Essenzialmente da un errore linguistico.

Un errore linguistico deificato. – Si tratta infatti dello stesso celebre visir egizio Imhotep del 2800 a.C., del quale abbiamo già ricordato i canali irrigui. Medico e architetto, è il costruttore del primo edificio in pietra dell’umanità, la stupenda piramide a gradini (mastaba) di Saqqara, di 60 m di altezza e 1600 di perimetro, tomba del faraone Žoser della III dinastia. Deificato dagli egizi per la medicina, l’architettura e la matematica (una specie di triplo premio Nobel ante litteram) gli furono eretti nei successivi due millenni, templi a Menfi, Karnak, Deir-el-Bahari, Deir-el-Medineh, e nell’isola di File (dai Tolomei). La sua cappella commemorativa a Saqqara era chiamata dai greci Asklepieion. Trasferendo i suoi insegnamenti (materia pratica del culto) in patria, i viaggiatori greci equivocarono il termine come «eponimo» da un non mai esistito Asclepio, che prese a battere le strade del mondo ellenico e romano sotto il mutato nome. Lo ritroviamo anche nelle già citate colonie italiane della Magna Grecia, dove la medicina-sacerdozio fioriva come in ogni altra regione dell’Ellade, e dove abbiamo già localizzato Pitagora e la sua scuola filosofica, di probabile derivazione indiana. Esattamente in questa matrice era destinata a nascere, per la prima volta nella storia umana, la scienza medica.

È a Crotone (sede principale della scuola pitagorica) che essa esplode con la straordinaria figura di Alcmeone (circa 500 a.C.) il quale riuscì a sintetizzare il sistema filosofico dell’armonia pitagorica con la diretta osservazione dell’uomo, eredità della scuola medica italiana (Cnido). Alcmeone definisce, con assoluta precisione, il concetto generale della isonomia, cioè della salute come perfetto accordo di tutte le sostanze che compongono il corpo umano (ripreso poi con assai maggiore fortuna pubblicistica dal ben più famoso Ippocrate); con ciò stabiliva il fondamento di quella patologia umorale che fu per più di venti secoli la base di ogni concezione clinica. Il suo merito maggiore sta nell’aver per primo fatto ricorso all’esperimento pratico (autopsie e chirurgia funzionale) per provare la verità dei suoi ragionamenti. È stato così in grado di localizzare nel cervello – invece che nel cuore o nei polmoni – la sede delle sensazioni e il centro della vita intellettiva; nonché di precisare e descrivere alcune lesioni responsabili di disturbi funzionali fino allora misteriosi (le paralisi); ha studiato l’occhio e il meccanismo della visione; ha distinto le arterie dalle vene; ha individuato il decorso dei nervi ottici e scoperto l’origine (cerebrale) del sonno; gli si attribuisce persino la scoperta della tuba uditiva, detta poi «tromba di Eustachio» dall’anatomico marchigiano che la riscoperse a Roma nel 1560.

La prima rivoluzione scientifica. – Ha perciò origine con lui la prima rivoluzione scientifica, dopo la quale l’uomo non sarà mai più un’unità misteriosa ma comincia a distinguersi nelle sue parti singole, tenute insieme solo da un concetto filosofico: l’astrazione «uomo». Ma in assenza di quest’ultimo il fascino analitico della isolata funzione appena scoperta o da scoprire avrebbe potuto deviare l’interesse di ogni ricercatore esattamente e soltanto su una parte avulsa dal tutto. Questo è appunto accaduto, venticinque secoli dopo, quando da quella radice benefica è fiorita la lussureggiante chioma delle specializzazioni microanalitiche, giustificazione di quella produzione industrializzata dell’uomo a pezzi che affligge la nostra età tecnologica.

Nel momento medesimo della sua nascita, la scienza ha dunque incrinato l’uomo. Da allora ad oggi, salvo episodiche inversioni di tendenza, combattute con ogni mezzo per impedire qualsiasi deviazione dal filone aureo tradizionale, la scienza ha continuato ad erigere i suoi fastigi sfruttando – quando più quando meno – le rovine dell’uomo integrale. Pressappoco come facevano i papi e i cardinali romani del Medioevo e della rinascenza, i cui meravigliosi palazzi sono in buona parte contesti dei marmi e delle pietre rubati al Foro e al Colosseo.

Il più famoso utilizzatore del contributo di base fornito da Alcmeone (che oggi definiremmo un ricercatore patologo e neurofisiologo) è stato infatti un primo grandissimo specialista: il clinico Ippocrate di Coo. Nato nei 459 a.C. dal medico Eracleide e da Prassitela, a sua volta figlia del medico Fenarete, assorbì nel prezioso ambiente culturale nativo la somma delle molteplici correnti mediche che vi confluivano: l’osservazione accurata del malato di marchio italico (Cnido); la ricerca analitica di Alcmeone e della sua scuola; infine – come dopo di lui Galeno – l’illuminante studio di antichissimi testi, messigli a disposizione, ancora giovane, dai sacerdoti del tempio di Imhotep in Menfi.

Ippocrate ebbe il merito eccezionale di comporre il tutto in una sintesi originale di tale ampiezza e profondità da farne assai presto il medico più universalmente celebre dei suoi tempi. La fortunata longevità (104 o, più probabilmente, 88 anni) gli consentì non solo di raccogliere intorno a sé, in Coo, la scuola medica più fiorente del mondo, ma di consegnare in cinquantatre opere scientifiche divise in settantadue libri la sua immensa dottrina, esperienza e saggezza. Il corpus hippocraticum, abbinato ai contributi enciclopedici di Celso e Galeno (I e II sec. dopo Cristo) rimase fino al Rinascimento (cioè per ventidue secoli) la materia medica fondamentale dell’insegnamento in Occidente, e il suo autore ne ricavò il titolo di «padre della medicina».

Difatti il contributo positivo di Ippocrate è ancora oggi di valore straordinario; ma è consegnato assai più nei libri «etici» (Aforismi, Il giuramento, Delle prescrizioni, Del comportamento del medico) piuttosto che in quelli di casistica clinica (Delle fratture, Delle ferite al capo, Degli umori, Delle fistole, Dell’uso dei liquidi, Della dentizione, Del parto in sette mesi ecc.). Ciononostante anche in questi esistono linee teoriche e pratiche di enorme progresso metodologico: per esempio la esatta registrazione di alcuni sintomi diagnostici tuttora insegnati perché validi in ogni tempo, come la facies hippocratica preagonica e la succussio hippocratica per la diagnosi non radiologica dei versamenti endotoracici. E ancora il concetto dell’interazione obbligata tra uomo e ambiente, che la medicina sociale inizia soltanto ora ad assimilare (in Delle arie, delle acque e dei luoghi). E ancora la esatta nozione del sintomo, cioè del «segnale» che va inteso come guida per la ricerca della malattia, e mai curato per se stesso. La riaffermazione (dovuta certamente a reminiscenze egiziane e pitagoriche) della fondamentale unità dell’organismo, espressa dall’equilibrio dei quattro umori (sangue, flemma, bile gialla e bile nera), rotto il quale non esiste affezione morbosa che non colpisca tutto l’organismo, anche se si rivela in un organo isolato.

Tuttavia sul piano puramente tecnico, anche Ippocrate deve piegarsi alla legge da lui stesso espressa con insuperata perfezione nei primo degli Aforismi: «La vita è breve, l’arte lunga; l’occasione è fuggevole, l’esperimento fallace; il giudizio difficile». Sul piano etico e comportamentale, invece, alcuni dei suoi concetti rimangono validi in assoluto, anzi – considerata la situazione attuale della medicina – più essenziali ancora che nel suo tempo. Per esempio il comandamento basilare della prudenza in terapia (quante volte oggi infranto?) nel Prius nil nocere, inteso come rispetto della natura guaritrice (vis medicatrix naturae). E ancora l’aver sottratto – per la prima volta – la pratica della medicina tanto alla superstizione magica, quanto alla dipendenza divino-sacerdotale. È perciò merito indiscusso di Ippocrate l’avere innestato sul tronco eterno della medicina («il sentimento della solidarietà umana») la tecnica esatta per esprimerlo in pratica: cioè lo studio e la guarigione dell’uomo ammalato conseguiti con il metodo razionale. E ha impresso il sigillo della sua straordinaria personalità nel lapidario aforisma: «Dove c’è amore per l’uomo, là c’è amore per l’arte».

Invenzione della malattia. – Ma troppi epigoni di Ippocrate, non sorretti dalla sua profondità spirituale, dovevano spesso dimenticarlo. Così appunto il già citato Claudio Galeno, greco di Pergamo, nato all’ombra del famoso tempio di Asclepio (ancora!) ed emigrato a Roma nel 158 d.C., medico della Corte imperiale di Marco Aurelio Antonino, clinico acutissimo e scrittore fecondissimo (oltre centoventi opere mediche). Filtrando col dogmatismo aristotelico l’insegnamento di Ippocrate, e cementandolo con i suoi successi pratici in un sistema rigido, insieme contesto di verità e di errori (purtroppo insegnato per quindici secoli di seguito) egli rivela un interesse per l’arte assai più grande di quello per l’uomo. Pur conservando di Ippocrate la linea strettamente razionale, il suo ragionamento, invece che sintetico e biologico come nel maestro di Coo, diventa rigidamente analitico e morfologico (formale). Con simili premesse teoriche era fatale che Galeno introducesse in medicina due concetti astratti, la cui carica pericolosa, latente per millenni, sta ora raggiungendo la temperatura critica di esplosione.

Il primo è il fondamento sistematico della sua terapia, espresso dalla celebre massima: «contraria contrariis (curantur)», (le malattie si curano con il loro contrario), cioè l’infreddatura con il caldo, la febbre con il freddo, e così via; concetto base della teoria «allopatica» che tuttora domina l’universo medico moderno. Il secondo è l’invenzione di quella fantomatica entità chiamata  «malattia», lo sfortunato equivoco analitico che è riuscito a monopolizzare per quasi due millenni l’interesse, le risorse e la ricerca della medicina ufficiale. Così l’elenco delle malattie identificate risulta di circa 60 in Ippocrate; già di oltre 150 in Galeno; e oggi è assurdamente arrivato a circa 35.000 (IBM, 1973), mentre l’uomo (senza il quale nessuna malattia può esistere) è stato progressivamente e colposamente dimenticato.

Capitolo III – La curva evolutiva della medicina nei secoli

Dopo Galeno la medicina ha costruito il suo edificio mattone su mattone, ciascun d’essi corrispondente alla intera vita di un suo artigiano. Nei testi di storia della medicina sono elencati i nomi di molti di loro con l’analisi erudita dei contributi forniti alla fabbrica della scienza. Ma il Who’s Who medico, sia pure plurimillenario, riveste solo un moderato interesse cronistico. È assai più importante invece riconoscere che nel complesso l’edificio ha resistito abbastanza bene, finora, persino alla crescita esagerata degli ultimi due secoli nonostante i molti «mattoni» sgretolati o vanificati dal tempo.

Probabilmente ciò è dovuto alla incrollabile saldezza delle fondamenta (il sentimento della solidarietà umana); tuttavia oggi, raggiunta l’altitudine di un gigantesco grattacielo, la medicina tende spesso a incantarsi dietro le stelle e i satelliti, trascurando gli uomini che, come quelli visti dalla ringhiera dell’Empire State Building, si rattrappiscono alla insignificante entità di impersonali formiche. In nome di queste formiche umane che riacquisterebbero di colpo la piena dignità e statura di uomini solo che il grattacielo crollasse, è giusto rendersi conto dei veri punti di forza dell’edificio, per conservarne il progetto nell’ipotesi che occorresse ricostruirlo.

Il sinusoide smorzato. – Limitando l’analisi storica al solo filone aureo della medicina occidentale – che ci coinvolge personalmente – è noto da tempo che la sua intensità non è stata costante dalla preistoria ad oggi. Ha invece dimostrato periodi più o meno lunghi di stasi e periodi di rapide accelerazioni, corrispondenti a nuove idee sempre più largamente condivise, e finalmente riassunte con la massima efficacia da un personaggio paradigmatico. È stato appunto questo ritmo discontinuo, abbinato alla limitata informazione, a far sorgere il mito didattico delle cosiddette fioriture auree della medicina.

Non è stato invece fin qui rilevato che la comparsa delle «intensità modificanti» (e relativi nomi paradigmatici) dimostra, negli ultimi quarantasette secoli storici, una frequenza progressivamente maggiore. Ci si potrebbe anche rallegrare di un simile andamento, se la sua obbligatoria contropartita non fosse anche l’espressione della minore potenza di ogni successiva pulsione. È persino possibile, confrontando i periodi di dominio scientifico delle singole «onde», riconoscere quasi l’esistenza di una legge matematica (costante di decremento) che domina la storia naturale del fenomeno.

Infatti, mentre l’influsso razionalistico di Imhotep sembra essere durato tredici secoli prima di essere sopraffatto, persino in Egitto, dalla sua distorsione divino-sacerdotale (esoterica) e superstizioso-magica (popolare), dominanti per dieci secoli fino ad Alcmeone e Ippocrate, è del tutto certo l’intervallo di settecento anni tra questi ultimi e Galeno. Seicento anni circa dopo Galeno la prima nuova pulsione modificante è la fioritura degli ospedali, che precede di cinquecento anni la diffusione europea delle università. Quattrocento anni tra questa e Galileo, soli duecento fino a Spallanzani, cento fino a Pasteur; ma cinquanta tra Pasteur e Freud, e poco più di trenta tra quest’ultimo e l’esplosione della tecnologia in medicina.

Se si traccia un diagramma storico del filone aureo sotto forma di onde colleganti le date delle successive idee-forza (vedi fig. 1), esso assume quasi l’aspetto suggestivo di un sinusoide smorzato, descritto dalla formula di Thomson (T = 2 π √LC) come il «decremento esponenziale di una carica elettrica che va esaurendosi»! È certo che alla sempre maggiore frequenza di scoperte scientifiche si è abbinata, nei secoli, una progressiva diminuzione del prestigio sociale e della credibilità professionale della medicina, nonostante la crescente efficienza delle sue realizzazioni tecniche. Questo fa temere ancora

Fig. 1. – Il «sinusoide smorzato» della medicina.

di più il momento (che il sinusoide di Thomson preannuncia assai vicino) nel quale la frequenza parossistica delle nuove scoperte non permetterà a nessuna di sviluppare un qualsiasi dominio-pilota, tutte vicendevolmente annullandosi. Il tracciato oscillatorio potrebbe allora appiattirsi in una asintote, cioè in quella retta orizzontale continua che tanto per l’elettrocardiogramma (cuore) quanto per l’elettroencefalogramma (cervello) segnala in medicina la cessazione totale di ogni carica elettrica, cioè della vita stessa.

L’analisi motivazionale della medicina. – Che cos’è che non funziona, e rende possibile questo tragico paradosso? Nessuna delle componenti concrete del fenomeno Medicina, ma piuttosto le possibili varianti storiche del suo sottofondo di sentimenti, quell’impalpabile fattore di ogni manifestazione umana, che si definisce motivazione. Per quanto incorporeo, questo moto dello spirito condiziona oggi – in mano agli psicologi, ai socio-psicologi e ai marketing experts – l’investimento e la resa di migliaia di miliardi di dollari in tutto il mondo; le analisi motivazionali garantiscono il successo – o determinano il fallimento – di una forma di frigorifero, o di un modello d’automobile, o di una marca di sigarette. Per vedere se nasca qualcosa di utile, per il futuro, da un’analisi motivazionale condotta sugli sviluppi della medicina ripercorreremo perciò le tappe auree della sua evoluzione storica (vedi fig. 2).

Imhotep: del suo contributo pratico e dottrinale alla scienza non abbiamo documenti originali, se non le opere già ricordate (l’architettura e la canalizzazione). Della sua originalità e del suo immenso valore professionale ci dà prova anche solo quest’ultima insuperata realizzazione medico-sociale, vera bonifica ecologica che per quarantacinque secoli ha garantito la salute e la prosperità economica al popolo egiziano, condizionando il successivo profilo di tutta la civiltà occidentale. Della sua dottrina è rimasta l’impostazione strutturale nel culto e nell’insegnamento sacerdotale ed esoterico, rielaborati ma presi a guida – per loro stessa ammissione – da Ippocrate e da Galeno. L’etichetta che lo distingue è perciò la «medicina» senza alcun aggettivo discriminante, nella piena e globale accezione di fattore benefico per la comunità, sostenuta da una tecnica perfetta (Saqqara!) sbocciata splendida come un’aurora boreale sul sottostante baratro di oscurità. La sua motivazione, dedotta dai fini perseguiti e raggiunti, non può che essere anch’essa globale, cioè, per dirla con la definizione ippocratica, l’«amore per l’uomo e per l’arte».

Fig. 2. – Le «etichette storiche» della medicina e la loro motivazione.

Sciamani e sacerdoti: l’etichetta magica e sacerdotale della medicina viene interpretata come una distorsione del fascio principale della scienza. Non essendo riuscita a conservare il suo standard al livello della perfezione tecnica e della potenza logica di un illuminato come Imhotep (d’altronde deificato esattamente per le sue qualità eccezionali e solitarie), essa è certamente decaduta sul piano tecnico, immiserendolo nell’empirismo da una parte, nel mito dall’altra. Tuttavia ha saputo conservare due qualità fondamentali di valore assoluto: la prima è quella «unità uomo-medicina» che oggi sta riemergendo alla coscienza medica, la seconda è «l’amore per l’uomo», coincidente con la motivazione eterna della medicina, addirittura potenziata dalla povertà dello strumentario scientifico, tanto dottrinale quanto pratico. Per questo i maghi e gli sciamani offrivano senza riserve solo (ma tutta) la loro forza umana al malato, sperando con lui di guarirlo. Non sempre ci riuscivano (come d’altronde nemmeno gli scienziati di tanti secoli dopo), però gli donavano sempre quella consolazione (di accertato valore terapeutico) che oggi il malato cerca, senza trovarla, dentro gli apparecchi scintillanti di cromo e di perspex.

Alcmeone fa nascere la «scienza» ma Ippocrate, che la applica all’uomo inventando la «medicina clinica» riesce sotto questa etichetta a mantenere ancora un perfetto equilibrio tra l’amore per l’arte e quello per l’uomo, che ne è insieme oggetto e soggetto. Questa motivazione gli ha dettato i libri etici, di valore duraturo, e ha favorito la grandezza senza uguali del suo esempio professionale. Non così invece Galeno. In lui, affascinato dall’arte fino al punto da affastellare insieme verità ed errori di giudizio pur di raggiungere la perfezione formale di un sistema dottrinale che rifiuta di riconoscere la diversa realtà dell’uomo, osserviamo la prima vera frattura tra l’uomo e la scienza. La sua invenzione delle «malattie», derivazione analitica obbligata della etichetta di «casistica clinica» che lo classifica, ha reso da quel momento sempre più difficili e dispersivi lo studio e la pratica professionale. E, peggio ancora, è riuscita ad immettere nell’acqua cristallina della medicina una corrente sottilmente adulterata, che a distanza di secoli l’ha resa infine imbevibile e inadatta a sostentare l’uomo.

Il ritorno all’«amore per l’uomo» avviene con l’affermazione degli ospedali. Anche se una cronaca cingalese del IV secolo a.C. dà notizia di un ospedale «per uomini e animali» a Ceylon nel 437 a.C., ed esistevano a Roma, già al tempo di Augusto, le medicatrinae o iatreiae (case di cura private organizzate dai medici), è solo con il riconoscimento giuridico del cristianesimo che ne sorge qualche esemplare permanente. L’intento di queste istituzioni era più caritativo che sanitario, ricoveri in genere per anziani invalidi come quello fondato a sue spese da Placidia, consorte dell’imperatore Teodosio. Con un’altra finalità tecnica, sempre però limitata all’aiuto umano, sorsero nei secoli successivi i cosiddetti xenodochi (ricoveri di forestieri) lungo le strade consolari romane, ad uso e asilo dei pellegrini nei loro viaggi rituali a Roma. La vera nascita dell’ospedale, come organizzazione assistenziale per gli infermi, coincide con la fondazione degli ordini cavallereschi, quale strumento tecnico del loro compito istituzionale. Il primo al mondo, verso l’850 d.C., fu eretto e servito dall’Ordine di Nostra Signora della scala a Siena. I problemi logistici connessi con le crociate imposero poi la diffusione tanto degli ospedali sulle strade di Terra santa, quanto degli ordini cavallereschi (O. di S. Lazzaro, per la cura dei lebbrosi, 967 d.C.; degli Ospitalieri di S. Giovanni di Gerusalemme, 1020 d.C.; dei Templari, 1118 d.C.; dei Cavalieri Teutonici, 1191 d.C. …).

La nuova idea medica rappresentata dagli ospedali si distingue con l’etichetta di «medicina sociale» cioè di servizio medico alla comunità. Essa persisterà per secoli, ampliando nel XVI secolo la sua funzione, non ancora terapeutica, in quella di una difesa sociale contro le malattie (lazzaretti per gli appestati; ospedali «degli incurabili» e così via).

Anche se gli ospedali primevi non curavano, l’incontro tra l’abbondante materiale patologico e la curiosità benefica dei curanti favorì una larga esperienza di sintomi e decorsi, consentendo ai medici una sempre più raffinata abilità di diagnosi e di prognosi. Era giusto perciò che negli ospedali nascessero le scuole mediche, tra le quali famosa quella di Salerno, sviluppatasi intorno a un nucleo ospedaliero monastico (benedettino). Tale fu, nel corso del tempo, il prestigio salernitano, che nel 1134 re Ruggero decretò (e in seguito Federico II di Svevia riconfermò) che «nessuno potesse esercitare la medicina se prima non avesse ottenuto, con pubblico esame, l’approvazione documentata (la laurea!) dei maestri di Salerno».

«Approvazione» tuttavia, non «insegnamento». Questo perché, allora come oggi, negli ospedali il lavoro era durissimo e il tempo sempre insufficiente non consentiva l’insegnamento formale, ma solo quello dell’esempio personale. Nacquero così, per interesse medesimo degli aspiranti alla professione sanitaria, le cosiddette università o studi. Il termine università significava, inizialmente, solo la «federazione corporativa degli scolari» che eleggevano nel consiglio un rappresentante per ogni nazione, uno dei quali, eletto rettore, amministrava l’università e chiamava i lettori (cioè gli insegnanti). La fioritura della nuova idea concreta, nella forma definitiva, avvenne intorno al XII secolo, e la sua validità è confermata dalla fulminea diffusione in Italia e in Europa. La prima università del mondo fu quella di Bologna (privilegiata in un rescritto dell’imperatore Federico Barbarossa del 1158); seguirono Oxford in Inghilterra, 1214; Parigi, 1215; Padova, 1222; Napoli, 1224; Vercelli, 1225; Montpellier, 1228; Ferrara, 1278; Roma, 1303; Parma e Pisa, 1343; Heidelberg, 1385…

Qual è stato il significato, per la medicina, di questa ulteriore conquista scientifica? Insieme favorevole e no, almeno giudicando dagli sviluppi futuri. Infatti la prima grande divisione del lavoro tra chi insegna e chi opera professionalmente ha consentito ai primi un tempo pieno per approfondire gli studi e le ricerche, ma li ha progressivamente distaccati dal contatto con il malato, fecondo di osservazioni sempre nuove e del vero progresso della scienza. E ai secondi, salvo eccezioni personali, ha negato la possibilità di insegnare la realtà se per caso risultasse diversa dalla dottrina scolasticamente accettata.

Nelle università l’etichetta distintiva della medicina diventa quella scolastica, cristallizzata su schemi immutabili: chi non giura sul verbo di Galeno non può ricevere non solo la lode ma neppure la laurea. La motivazione di questa scienza istituzionalizzata, pletorica già al suo nascere di contributi nozionistici, è naturalmente l’esasperato «amore per l’arte». Ne deriva fatalmente il primo solco, all’inizio così sottile da passare inavvertito, tra l’impostazione didattica della materia e le esigenze della professione dopo gli studi; è questo solco, oggi diventato quasi una voragine, che inferisce al neolaureato il primo trauma della sua vita professionale, per il dilemma non ancora risolto tra accademia e scuola professionale nel corso degli studi medici.

Nel 1453 cade l’Impero d’Oriente; letterati, giuristi e medici vanno profughi in tutta Europa, particolarmente in Italia, e portano le opere originali dei classici ellenici nelle corti che li accolgono. Nello stesso tempo (1436) Giovanni Gutemberg inventa la stampa a caratteri mobili; per quanto riguarda la medicina il risultato straordinario di questo incrocio di destini si esprime nelle oltre 900 edizioni delle principali opere mediche, di nuovo conio o ristampe di classici, che videro la luce già entro il secolo XV. La cultura compie la prima cabrata esponenziale, e il suo filone umanistico diffonde con rapidità inaudita il gusto e addirittura il bisogno di indagare con libero pensiero, rifiutando ogni monopolio della verità.

In medicina il più ingombrante feticcio da abbattere, vecchio già di tredici secoli, erano Galeno e il galenismo, pedissequamente insegnati nelle università, con la «coda» di Avicenna e di tutta la scolastica araba. E fu la lotta, appassionata e violenta. Non si trattò all’inizio (come sempre per ogni nuovo corso dell’umanità) di un moto universale, ma piuttosto della ribellione di individui isolati, di eccezionale potenza mentale e coraggio, pronti a sacrificare l’intera vita sull’altare delle nuove idee. Sennonché la loro meravigliosa offerta al progresso dei posteri li privò, quasi sempre, della comprensione dei contemporanei, incapaci sia di riconoscere una grandezza tanto superiore, sia di deificarli per difesa psicologica, com’era accaduto per Imhotep. Ogni figura di vero scienziato, in questo convulso tempo di «rinascimento», finisce sempre con il conformarsi all’uno o all’altro di due schemi antitetici: o trasformando la sua esistenza in un turbine di violenti contrasti con se stessi e col mondo (come Paracelso), o rinchiudendosi sdegnosamente nella torre d’avorio dei suoi sogni concreti (come Leonardo da Vinci).

Paracelso (Teofrasto Bombast), svizzero di Einsiedeln, figlio di medico e regolare studente a Zurigo, comprese ben presto l’insufficienza dell’insegnamento tradizionale. Lo completò con qualsiasi esperienza ritenesse valida: dalla scuola chimico-mineraria dei Fugger in Carinzia, alla frequentazione privata di alchimisti e astrologi, alla peregrinazione da una università italiana all’altra, fino a quella di Ferrara dove conseguì finalmente la laurea in medicina, pochi anni dopo Nicolò Copernico. Nominato professore di medicina a Basilea nel 1527, osò bruciare pubblicamente le opere di Avicenna per significare drammaticamente il suo rifiuto della autorità «scolastica», e la necessità di ricorrere allo studio diretto per conoscere la realtà della natura. Con tutta questa violenza di pensiero e di opere, che lo ucciderà appena quarantottenne, rifiutò sempre di essere considerato una specie di Lutero medico (cioè eretico e scismatico). Sosteneva invece che era appunto la qualità di medico a pieno titolo ad imporgli l’interesse e la conoscenza di qualsiasi linea valida di ricerca che potesse maggiormente avvicinarlo alla verità. Questa intuizione, tanto moderna da non essere tuttora digerita dalla scienza attuale, la espresse lapidariamente in un motto famoso: «Alterius non sit, quis suus esse potest» (non sia d’altri chi può essere di se stesso).

Leonardo da Vinci, l’esempio più insigne del comportamento alternativo, visse quasi settanta anni; pur completamente autodidatta e probabilmente il più grande e poliedrico ingegno espresso dall’umanità; fu largamente celebre anche nel suo tempo, ma solo come architetto militare e civile (i navigli lombardi), pittore irraggiungibile, scultore equestre e scenografo di corte (a Milano, presso Ludovico il Moro)! Ma tutto l’immenso tesoro scientifico delle sue ricerche «futuribili» nei campi della matematica, della fisica generale, dell’ottica e della prospettiva, della balistica, dell’aerodinamica; le centinaia di invenzioni strumentali, dal paracadute all’aliante, dall’automobile all’aeroplano al sommergibile, e soprattutto il vastissimo corpus di studi anatomici e fisiologici, sono stati da lui consegnati unicamente a se stesso, e rivelati al mondo stupefatto solo 250 anni dopo, da Guglielmo Hunter. In un tempo nel quale la necroscopia era ancora una colpa giuridica e religiosa, Leonardo praticò personalmente (e nel contempo disegnò) almeno trenta dissezioni anatomiche. Ciò gli ha consentito di documentare e commentare, in centinaia di perfette tavole (il primo atlante anatomico esistente) una serie di scoperte attribuite nei secoli successivi ad altri: per esempio l’endocardio e le corde tendinee delle valvole cardiache, il cosiddetto «fascio di His», l’«antro di Higmoro», il meccanismo della visione, l’utero (per la prima volta e antigalenicamente descritto a cavità unica), e la esatta conformazione e posizione dell’embrione e del feto.

Contrariamente ad ogni superficiale apparenza, la motivazione più profonda che spingeva Leonardo nella ricerca, soprattutto medica, non era solo «l’amore per l’arte», ma piuttosto quella, fino allora sconosciuta e rivoluzionaria, di un totale «amore per la verità». Infatti, come scrisse nel Codice atlantico: «nessuna cosa si può amare né odiare, se prima non si ha cognition di quella». È esattamente questo concetto, espresso in tanto lucida forma sessant’anni prima che nascesse Galileo, la chiave d’oro che aprirà la via più fulgida della scienza, cioè la «ricerca sperimentale non preconcetta».

Capirolo IV – La seconda rivoluzione scientifica: l’uomo a pezzi

La seconda (e definitiva) rivoluzione scientifica ha nome Galileo Galilei. È stato infatti quest’altro genio benefico dell’umanità, nato a Pisa nel 1564, a stabilire in forma ineccepibile i principi teorici e le linee applicative del metodo sperimentale, cioè della «via per raggiungere la conoscenza attraverso l’esperienza» (tale è l’esatta traduzione, in linguaggio comune, dei termini di radice greco-latina metodo ed esperimento).

Altri prima di lui, Alcmeone e Ippocrate, Galeno e il chirurgo arabo Albucasis (Abu’l-Qasim az-Zahrawi) erano già ricorsi all’esperimento, sia a fini di conoscenza sia per scegliere le terapie più efficaci. Ma in genere la discesa sul campo pratico veniva offerta – con almeno un pizzico di degnazione – solo come prova facoltativa, e ad uso degli altri, della validità del ragionamento deduttivo (dall’universale al particolare) già concluso che la precedeva. È esclusivamente in grazia di questa impostazione dogmatica che fu possibile al corpus Galenicum di resistere per troppo tempo. Non essendo ciechi, i medici e i chirurghi vedevano bene che quanto era stato loro insegnato differiva profondamente dalla realtà che incontravano ogni giorno; ma essendo considerato il livello gerarchico delle cose osservate assai più basso di quello di un sistema teoretico, la somma degli errori non riuscì a scalfire (per quindici secoli!) la dignità della dottrina.

Soltanto Leonardo applicò in tutta la sua feconda perfezione, prima di Galileo, il metodo sperimentale. Come logica conseguenza raggiunse in un ampio ventaglio di campi scientifici (dall’anatomia all’aerodinamica) la verità. Ma preferì tenersela per sé, giudicando i tempi non ancora maturi per accoglierla.

Le tavole della legge scientifica. – Galileo ritenne invece che ormai lo fossero (mentre le sue famose traversie prima universitarie e da ultimo con il Sant’Uffizio dimostrano ancora il contrario); insegnò quindi senza ipocrisie, dalle cattedre di matematica di Padova e di Pisa, il concetto che l’esperimento non è la conferma a posteriori di una ipotesi prevista con il ragionamento, ma invece è l’unica via per raggiungere la verità obbiettiva, scegliendo criticamente quella più convincente tra le diverse possibilità interpretative offerte dall’osservazione della natura, avvicinata senza pregiudizi.

Questa proposizione avrebbe anche potuto risultare inoffensiva per il suo autore, se Galileo non avesse preteso di applicarla praticamente in ogni momento e campo della sua ricerca. È ben vero che questa chiave d’oro gli consentiva di allargare ogni giorno il patrimonio di conoscenza dell’umanità, fin da quando (1583) diciannovenne e ancora studente di medicina, scoprì la legge dell’isocronismo delle oscillazioni del pendolo controllando sul suo polso i tempi uguali di oscillazione della famosa lampada del duomo di Pisa, mossa da una raffica temporalesca. Ma inevitabilmente ogni nuova scoperta smentiva, con la sua inconfutabile verità, le false affermazioni delle imperanti teorie aristoteliche: dalla caduta uguale dei gravi, al lavoro virtuale in meccanica, al termoscopio e da questo alla teoria cinetica del calore, al cannocchiale. Questo meraviglioso strumento gli consentì, purtroppo, di scoprire le stelle novae e le comete, le macchie solari, le montagne e i crateri della Luna, le fasi di Venere, e i quattro satelliti di Giove (che dedicò ai Medici, i granduchi di Firenze). Ma gli aristotelici si rifiutavano di porre l’occhio al cannocchiale. Aristotele non aveva detto che Giove aveva i satelliti, dunque «questi non c’erano». Il vederli era solo un’illusione dei sensi. Fu di fronte a questa ottusa negazione della libertà che Galileo sfogò il suo spirito mordace di toscanaccio pubblicando, nel 1623, Il Saggiatore, capolavoro polemico che distrugge (matematicamente!) le ipotesi di padre Grassi, un gesuita aristotelico, sulle comete. E, nel 1632, l’opera fondamentale del metodo sperimentale di ricerca: il Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo.

Sennonché la miscela esplosiva dell’asprezza polemica con lo stile affascinante, della perfezione logico-matematica delle scoperte con le loro conclusioni rivoluzionarie, non fu forse l’ultima causa della condanna che la Santa Inquisizione irrogò all’opera e allo stesso Galileo. Ma ancora oggi nessuno scienziato può rileggere senza commossa ammirazione queste «Tavole della Legge» scientifice, perché esse da allora guidano (o almeno lo dovrebbero) tutto il successivo meraviglioso sforzo di conoscenza compiuto dall’umanità.

Naturalmente, come abbiamo già rilevato nel capitolo precedente, anche Galileo, quale simbolo riassuntivo della nuova conquista umana, cioè la scienza sperimentale, ebbe i suoi precursori e i suoi contemporanei nel medesimo movimento di opinione. Tra essi, oltre al già ricordato Leonardo da Vinci, è il filosofo inglese Francesco Bacone, ingegno tanto poliedrico da avergli fatto attribuire addirittura la vera paternità del teatro di Shakespeare, che sarebbe stato un suo nom de plume o un prestanome. Sul piano filosofico Bacone condusse una perfetta analisi del metodo induttivo («dal particolare all’universale»), indicando le esatte linee del metodo sperimentale, che tuttavia non applicò mai.

Un altro filosofo, la cui opera ebbe una grande influenza sulla medicina, è il francese René Descartes. Osservando nella scienza del suo tempo un caos di contradditorie e incerte opinioni, cercò una base valida di partenza nel pensiero cosciente («cogito, ergo sum»), e fondò il suo «Metodo» (Discours de la Méthode, 1637) sul dubbio metodico verso l’autorità della tradizione, e sulle percezioni soggettive, accettando come vero solo quanto i fenomeni insegnavano («Omne est verum, quod dare et distincte percipio»).

L’analisi della natura, che in Galileo è essenzialmente rivolta al macrocosmo (l’universo) è in Descartes applicata anche al microcosmo più vicino e disponibile (l’uomo). Nasce così, con il Traité de l’homme (1664, postumo) il primo tentativo di spiegare l’organismo vivente secondo schemi funzionali, almeno i più facilmente rilevabili, cioè quelli meccanici e quelli fisico-chimici. Geniale in Cartesio è l’interpretazione del corpo come di una macchina, che avrebbe stimolato tutta la fisiologia e le conquiste dei secoli futuri e persino la dottrina darwiniana dell’evoluzione; non altrettanto felice il dualismo tra anima e corpo, le due sostanze derivate che si escludono reciprocamente. Su di esso è germinata una lunga serie di interpretazioni antinomiche dell’uomo, dal vitalismo al positivismo, nessuna delle quali si è rivelata capace di risolvere in modo soddisfacente la sua unità psicofisica ma che ancora purtroppo ingombrano, dopo più di trecent’anni, la via maestra della medicina.

La macchina-uomo «esplosa». – Sul piano morfologico, un precursore della conoscenza sperimentale dell’uomo è, oltre al solito Leonardo, il belga Andrea Vesalio, insegnante di anatomia all’universita di Padova, dove (1543) pubblico l’opera fondamentale De humani corporis fabrica con le stupende tavole di Stefano von Calcar, allievo di Tiziano Vecellio, tuttora probabilmente insuperate dal punto di vista artistico. II valore dell’opera, oltre che documentario, è filosofico e rivoluzionario. Disegnando con artistica esattezza quanto lo scalpello metteva in luce nel corpo fell’uomo, si andavano smascherando gli errori delle intoccabili verità di Galeno. A tal punto radicali che neppure il Vesalio se ne rese conto appieno. Pag.38…

La crisi professionale del medico, oggi

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Sacerdozio, arte, professione, mestiere: così, per tappe successive raggiunte in lento volger di secoli, è decaduta la medicina nell’opinione del mondo. Il mestiere dei medici, oggi, è un nodo gordiano di controverse opinioni e di pratici paradossi: ricevono dai grandi della terra i supremi onori, ma sono nello stesso tempo considerati come loro servi (dove l’assistenza di malattia è organizzata) dai più bassi livelli sociali. In teoria sono sempre più lodati come i salvatori del mondo, nella pratica sono frequentemente insultati dai pazienti con la discussione delle diagnosi e delle ricette.

Che cosa succede dunque alla medicina? Il terreno è così minato da non consentire discorsi opinabili ma soltanto fatti; e cominciamo subito con il riprodurne testualmente qualcuno. «È ora di parlare francamente del medico di famiglia. La verità nuda e cruda è che egli era generoso del suo tempo e del suo colloquio perché aveva ben poco d’altro da offrire…». «Manca, per l’applicazione ottimale della più avanzata scienza della salute, un generico parasanitario (generalist para-professional) un ‘buon vicino come tutti gli altri’ (neighborhood peer) che coordini i servizi specialistici dei professionisti medici, che spieghi gli elementi tecnici ai profani e questi ultimi ai medici, senza danneggiare i loro mutui rapporti».

Traducendo questa pregevole prosa tecnica appunto in linguaggio paraprofessionale ne emerge il vivace schizzo idealizzato di una figura umana ben nota a tutte le piccole comunità, di ogni tempo e di ogni latitudine, cioè, per dirla alla francese, della «sage femme» o, per dirla all’italiana, della comare. Ma il testo citato prosegue: «Il suo stato giuridico dovrà avere chiara definizione, riconoscimento, stabilità e utilizzazione universale». In conclusione, dunque, una comare patentata, con stabilità di carriera.

L’eccesso di tecnicismo. – Le citazioni sono tratte da un «Working paper» edito nel 1967 dall’agenzia federale americana O.E.O., che finanzia opere e servizi intesi al miglioramento del benessere della comunità.

Il manuale, intitolato L’agente sanitario del vicinato (Neighborhood Health Agent) è destinato al personale dei Comprehensive Neighborhood Health Centers, specie di consorzi sanitari per gli indigenti, basati sulla pratica medica di gruppo integrata dai descritti specialisti (non medici) in rapporti umani. In U.S.A. infatti la medicina soffre acutamente di spersonalizzazione non per cause mutualistiche ma per eccesso di tecnicismo e di superspecializzazione.

Forse per questa posizione di avanguardia mondiale, che fa loro provare i danni della civiltà con l’anticipo di qualche decennio sul resto del mondo, lo stesso manuale può esprimere, con crudele chiarezza, una critica ufficiosa che altrove avrebbe fatto gridare allo scandalo, nonostante la sua inoppugnabile verità: «I critici della medicina americana d’oggi ammettono il suo orientamento qualitativo e la sua eccellenza scientifica, ma segnalano simultaneamente la sua disumanizzazione. L’immagine del medico americano si è distorta da quella del saggio amico di famiglia in quella dell’imprenditore, interessato all’affare piuttosto che alla pratica della medicina – troppo occupato per poter comunicare soddisfacentemente con il suo malato. I servizi resi sono divenuti frammentari; mancano di unitarietà, di continuità e di coordinazione; sono in gran parte inaccessibili specialmente ai bisognosi, e frequentemente inaccettabili per chiunque».

L’invenzione della «comare patentata» nel tentativo di riumanizzare capillarmente la medicina segnala le difficoltà che persino l’O.E.O. incontra, per trasferire sul piano pratico quel teorico diritto alla salute codificato all’unanimità, negli ultimi decenni, in documenti giuridici di valore internazionale, dalla Carta Atlantica (1941) alla Carta dell’O.N.U. (1945), allo statuto dell’U.N.E.S.C.O. (1947), alla Costituzione italiana (1947), allo statuto dell’O.M.S. (1948). Le medesime e anche maggiori difficoltà inceppano dovunque il funzionamento delle strutture di difesa collettiva della salute, dalle «mutue» alla medicina di Stato, ai servizi nazionali di sanità. Siamo dunque di fronte a un fenomeno moderno di patologia medico-sociale, universale come una epidemia, che nessun correttivo fiscale o amministrativo sembra capace di estinguere. Non è dunque lecito chiedercene il perché?

In verità la medicina (e la professione ne è solo una espressione ambientale, come il medico pratico solo una sentinella avanzata) sta attraversando una delle crisi più gravi della sua esistenza; il travaglio di questa crisi, che può dar vita a un suo tipo superiore oppure a una mostruosità genetica (e fino ad ora le probabilità sono addirittura a vantaggio del mostro) interessa contemporaneamente l’interno della medicina, oltreché l’esterno.

Nell’intimo c’è crisi tra l’arte tradizionale e la tecnica ingigantita, crisi di equilibrio tra le funzioni, crisi di fiducia, di verità e di vocazione. All’esterno la crisi di rapporto rivela infiniti problemi piccoli e grossi, che tutti insieme possono essere riassunti in uno solo, fondamentale e di principio. Questo riguarda il modo di seguire, senza troppe sofferenze e disastri, e soprattutto conservando all’arte di guarire il suo significato, la fatale evoluzione della medicina da fenomeno di carattere individuale e di natura privata in un altro di carattere collettivo e di interesse pubblico. A renderne più tormentata l’evoluzione vi confluisce una serie di fattori interagenti, spesso dimenticati da quanti riversano esclusivamente sul medico la responsabilità della sua attuale distorsione.

Ricordiamo almeno i principali: l’ambiente comune al medico e a tutti gli altri uomini, il malato, la medicina, il medico, l’atto medico, il rapporto professionale. Negli ultimi cinquant’anni quasi tutte le categorie citate hanno assunto, per ragioni intime o d’ambiente, caratteri, forme, metodiche ed espressioni profondamente diverse da quelle tradizionali rimaste immutate per millenni. Ciononostante gran parte dell’evoluzione che la medicina ha subito nell’ultimo mezzo secolo, e che comprende il progresso tecnico in tutti i suoi settori, la conseguente impossibilità per un uomo singolo di dominarne le infinite peculiarità particolari, il suo costo in esponenziale aumento e infine l’esigenza sociale della difesa della salute a spese della comunità, è in realtà solo forma ambientale, e non sostanza. La sua sostanza è sempre l’uomo, l’uomo singolo, individuale e non ripetibile, nella sua duplice caratteristica di numero statistico sulla carta ma insieme di sofferta umanità privata quando si ammala, guarisce o muore.

Le qualità umane del medico. – Il disagio moderno della medicina, probabilmente il suo più serio peccato sociale, sta nel dimenticare troppo spesso questa realtà. Come dentro la capsula spaziale non c’è solo la tecnica perfezionata, ma l’uomo che la condiziona per il successo o per il fallimento, così anche nel fondo della medicina collettiva o della medicina strumentale esiste l’uomo, sintesi di corpo e d’anima che come tale va inteso, e avvicinato, e rispettato, sotto pena di insuccesso e di insoddisfazione privata e pubblica.

La medicina collettiva, sia essa di gruppo privato o statale, ha edificato nel corso di alcuni decenni un corpus ormai quasi perfetto di schemi e regole e tabelle attuariali. Alla raggiunta perfezione organizzativa non corrisponde però, al momento attuale, una soddisfacente erogazione del bene-medico ai previsti utenti. Non vi è sfuggito nemmeno l’esperimento inglese di assistenza totale «radle to grave» («dalla culla alla tomba») gratuita (cioè finanziata dalle tasse) che è stato il primo National Health Service in ordine di tempo (5 luglio 1948) e che sembrava avere tutti i motivi di successo, poggiando la sua struttura sui risultati di uno studio ventennale, presentato nel 1942 al governo di Sua Maestà dal liberale lord Beveridge.

Il fatto è che persino il grande economista Beveridge aveva trascurato di tabulare, nello studio sociologico preliminare, i due fattori fondamentali di ogni assistenza medica, esattamente quelli che, bene o male impostati, ne garantiscono o al contrario ne screditano la validità operativa. Il primo di essi è la crisi evolutiva attuale della medicina: alla chiarificazione di questo sfuggente elemento di base possono dare un efficiente contributo soltanto i medici, e soltanto dopo averla raggiunta per se stessi (il che, ancora oggi, è francamente eccezionale). Il secondo è, paradossalmente, lo sciamano cioè, per uscire dalla crittografia, l’analisi spregiudicata ma sostanziale della potenza guaritrice del medico, provvedendo a non snaturarla nel suo progettato consumo di massa. Questa purtroppo risiede ancor oggi, pur dopo secoli di coscienza scientifica, prevalentemente nelle qualità umane del medico, piuttosto che nel suo strumentario tecnico up to date; si tratta dunque di un sentimento qualitativo più che di una entità quantizzabile. Per questo non ha trovato posto nelle tabelle attuariali dei sistemi di assistenza collettiva; ma esattamente per questo la loro incompletezza umana li rende dovunque insoddisfacenti, perché infine coloro che li devono usare sono uomini veri, e non i loro assai più comodi artifici numerici, economici o statistici.

È stato persino scritto che «una buona medicina (collettiva) è fatta per un terzo da buone medicine e per due terzi da buone leggi»; dove è dunque l’uomo, in essa? L’uomo medico e l’uomo malato, intendiamo, dove vengono confinati? Appunto per questo spirito di soddisfatto formalismo esteriore, che rifiuta di scendere alla scomoda radice dei fenomeni, la medicina è malata. Visto che chi paga, in proprio e immediatamente, lo scotto pesante della insoddisfazione moderna a suo riguardo sono prevalentemente i medici pratici e di famiglia, non fa alcuna meraviglia che il loro numero diminuisca. Ancora nel 1953 in U.S.A., credendo erroneamente che l’insufficienza dei medici risiedesse nel loro numero (allora di 220.000), mentre era una crisi di presenza spirituale, il National Manpower Council aveva chiesto la «produzione» supplementare di almeno 40.000 medici nel successivo decennio. Oggi in U.S.A. i medici sono saliti a oltre 330.000, ma nei vent’anni trascorsi si è osservato un declino del 42% nei medici di famiglia il cui rapporto numerico è attualmente di uno su tremiladuecento abitanti (pari a quello cioè delle zone europee depresse, superiore persino alla quota individuale del N.H.S. inglese), mentre sono molto aumentati gli specialisti.

In grazia della sempre più larga disponibilità di mercato, è oggi facile che il paziente ricorra direttamente ad essi scavalcando l’introvabile medico di famiglia. Cosicché accade sempre più spesso che gli aerofagici vadano dal cardiologo, e gli epatopazienti dall’otorino, per ronzii e vertigini! Naturalmente – se lo specialista non è anche un ottimo medico generale – restano come prima e peggio. Ma se gli capita di guarire incorrono in un danno ancora peggiore. Infatti soggiacciono a una concatenazione mentale perfettamente logica ma sostanzialmente errata del tipo seguente: sintomo = ricetta = medicamento che guarisce! Da essa paradossalmente è scomparso il «taumaturgo» cioè l’uomo investito del potere divino della guarigione. Ma quando il paziente recupera la sua figura globale, allora, avvertendo acutamente la carenza dei fattori umani nella medicina (che lui stesso ha contribuito a creare) si butta alle critiche più feroci e talora gratuite. Ne dà uno sconfortante elenco il Medical World News (gennaio 1968), riferendo un’inchiesta finanziata dalla American Academy of General Practice. La maggioranza dei pazienti ha fiducia nei propri medici, ma li ritiene in genere assai poveri di calore umano. Nel 75% si considerano ben curati, ma solo il 24% giudica il medico medio appassionato del suo lavoro. Un accenno particolare meritano gli aspetti finanziari della medicina, perché doppiamente illuminanti, sotto il profilo sia individuale sia sociale (esigenza di una fornitura a spese della comunità): i pazienti lamentano in massa che i costi sanitari siano saliti alle stelle.

La fame di medici veri. – La Los Angeles County Society ha pubblicato una ricerca secondo la quale «solo una su quattro volte le lamentele finanziarie dei pazienti sono giustificate». Nelle altre tre, invece, le lagnanze monetarie mascherano motivazioni connesse con scarsità di comunicativa umana e incomprensione. Sarebbero quindi solo il sintomo di una frattura o di una insoddisfazione nel rapporto medico-paziente e ancor più, secondo il Dr. A. Beckmann della Columbia University, «di una enorme ostilità intrinseca verso il medico».

Considerato che da sempre la comparsa del medico è connessa alla fase sgradevole e squilibrante della malattia, è chiaro che l’ostilità non riguarda il medico ma invece la sua insufficienza ad essere ciò che il paziente vorrebbe che fosse per lui. Tant’è che, a fianco delle critiche, la stessa inchiesta ha fatto emergere modelli particolari di medici reali, accettabili e desiderati; non a caso essi si distinguono per le superiori caratteristiche umane assai simili a quelle della figura tradizionale del medico, che risulta un elemento preminente – anche in una società superficialmente avida di tecnicismo – per l’efficienza terapeutica globale. Esistono d’altronde, proprio in U.S.A., conferme di massa di questa fame insoddisfatta di medici veri. Basta ricordare che i programmi televisivi più seguiti (nel 1962) furono quelli impostati sul chirurgo Ben Casey e sul dottor Richard Kildare (rilanciato quest’ultimo con uguale fortuna in Europa). Come ognuno di noi ricorda, era una serie apparentemente monotona di casi clinici, alla cui risoluzione contribuiva però, in modo determinante, la partecipazione umana del medico alla crisi umana del paziente. I motivi del successo? «Viviamo nell’era dell’ansia», ha spiegato il professor S. Jaffe, uno dei supervisori della serie, «e il pubblico ha un bisogno continuo di aiuto e di sicurezza: i medici, quelli veri, anche se personaggi della TV, costituiscono una delle risposte più efficaci a questo bisogno».

Ma come sono i medici oggi? La verità nuda e cruda (per ridirla come il manuale dell’O.E.O. citato all’inizio) è che il medico non è più quello di una volta; ma – a differenza di quel che pensa l’O.E.O. – non perché è più occupato per mantenersi efficiente, ma proprio perché è più efficiente, quindi più certo di stravincere tecnicamente, più superbo dei suoi mezzi, meno umile sul piano umano. Questo complesso di superiorità tecnica (temperato solo in personalità eccezionali da un altrettanto ipertrofico sviluppo delle qualità umane e umanistiche) comporta il rischio di minare alla base il rapporto di solidarietà tra chi richiede e chi dà l’assistenza, che i corsi di studio dimenticano.

Si può ricordare, come esempio di una critica costruttiva all’attuale sistema didattico, l’esperimento di cura domiciliare (Medicaid) messo in atto presso la Tufts University di Boston dal professor Hyman Shrand (pediatria e medicina preventiva). Oltre al lavoro nell’ospedale, Shrand invia presso le famiglie gli studenti degli ultimi anni, abbinati a un medico, ponendoli così a contatto con il sottofondo umano della malattia nelle sue meno mascherabili espressioni. I risultati? Per Shrand il più evidente beneficio dell’intero programma consiste nella sua «umanità». «Oggi non è più necessario discutere i vantaggi del curare i bambini nelle loro case, circondati da quelli che li amano. È invece nuovo ed eccitante registrare i dividendi emotivi accumulati dagli studenti nel contatto con i pazienti a domicilio. I nostri studenti di clinica arrivano a noi come indiscusse autorità in medicina molecolare. Registriamo invece la loro piacevole sorpresa, quando si rendono finalmente conto che il nucleo essenziale della medicina non è la membrana cellulare, ma piuttosto l’essere umano nella sua integrità».

Il concetto qui espresso clinicamente da Shrand costituisce il nucleo intimo di quella Medicina-Uomo che la presente ricerca propone, a vantaggio comune di se stessa e dell’uomo. Ma deve trattarsi sostanzialmente di un assenso sentimentale e quasi fideistico (un ribattezzarsi dunque, come è già stato detto), piuttosto che un giochetto burocratico-amministrativo, come quello inventato dall’O.E.O. È chiaro infatti che, se il medico moderno ha perduto l’umanità, è a lui stesso che occorre ridarla, non a un subalterno «specialista in rapporti umani» al quale il paziente rifiuterebbe l’assenso sentimentale profondo.

Corvisart, il medico di Napoleone, all’imperatore che si rotolava sul tappeto giurando di essere stato avvelenato, gridava con veemenza: «Vergognatevi, Sire; la vostra è vigliaccheria. Non avete che crampi allo stomaco. Alzatevi!». E Bonaparte «guariva». «Non credo alla medicina» diceva, «ma credo in Corvisart». C’è forse qualcuno così ingenuo, da credere che lo stesso effetto sull’imperatore, colto da una crisi acuta di ansietà, l’avrebbe avuta la spiegazione in linguaggio comune dei referti biochimici del succo gastrico, fattagli da una comare patentata sia pure abbigliata da merveilleuse neoclassica?

L’angoscia del medico. – Come l’imperatore dei francesi, anche il più disincantato cittadino dell’era dei jet crede ancora nel medico, quando ha la fortuna di incontrarlo (ha imparato però a riconoscere, sempre più acutamente, la differenza tra questo raro esemplare e il semplice «laureato in medicina» che una volta coincidevano, nella sua stima ed opinione). Ma, a documentare la enorme crisi professionale della medicina attuale, diventa oggi addirittura lecita questa domanda paradossale: «Siamo sicuri che almeno i Corvisart credano ai Corvisart?».

Infatti da alcune evidenti situazioni di malessere individuale e collettivo sembra purtroppo di no. Anche (e si può dire soprattutto) i medici più degni di tale qualifica avvertono una dolorosa incertezza sul loro significato e sulla loro utilità per l’uomo, in questo tempo di metamorfosi della medicina.

Uno di questi e J. Hamburger, direttore del Centro nefrologico all’ospedale Necker di Parigi. In un saggio del 1972 (La puissance et la fragilité) analizza con esattezza scientifica, sotto la quale tuttavia traspare l’angoscia ad ogni pagina, la situazione straordinariamente sofferta del medico appunto perché per la prima volta veramente padrone – con le sue scelte – del destino e della vita di chi gli si affida.

Il contrasto tra la «potenza» e la «fragilità» si ripropone oggi quasi ad ogni suo intervento, e diventa lo stress di tutta la vita, alla drammatica ricerca di una certezza che continuamente gli sfugge. Un tempo essere medico era molto più semplice (eppure un’inchiesta U.S.A. del 1950 accertava già per i medici una incidenza di infarti cardiaci del 330% rispetto alla media generale): si poteva fare relativamente poco contro le malattie, ma quel poco non costringeva a pesare le alternative tra due rischi, sempre più spinti quanto più l’intervento può risultare efficace. Chi ha la responsabilità (globale) del paziente è sempre più costretto a delegare la sua scelta ai superspecialisti depositari di un sapere settoriale maggiore del suo; e ciò non contribuisce a lasciarlo tranquillo.

Hamburger riconosce la continua e progressiva distanza tra le conquiste ultime della scienza e la loro nozione nel campo medico generale. E propone una rete di terminali ai quali qualsiasi medico in professione possa attingere, momento per momento, la più aggiornata «conoscenza obiettiva».

Sennonché a questo punto si scontra con l’esigenza giornaliera della scelta singola per l’uomo singolo. Si accorge allora che essa si trasforma, da puro fatto tecnico, in un preciso caso morale da risolvere volta per volta; e ancora che la mitizzata conoscenza obiettiva, le cui certezze nascono dalla misura della realtà in termini probabilistico-statistici, non gli può essere di alcun aiuto esattamente perché – in ordine alle stesse leggi della probabilità – le certezze statistiche risultano completamente inapplicabili alla problematica del caso singolo, riproposto dunque ogni volta alla sua personale scelta, contesta di dubbi e d’angoscia. Hamburger giunge perciò a proporre un accordo tecnico «da parte di ricercatori professionisti» sui criteri da adottare nelle scelte «etiche»; e non si accorge così di cadere in uno schema deterministico, alla lunga più stressante e più antiumano di quella stessa angoscia che vorrebbe annullare o ridurre.

Egli, inoltre, trascura la probabilità zero che quell’accordo fra tecnici da lui auspicato possa mai verificarsi. Difatti il profeta moderno più noto della «conoscenza vera od obiettiva» espressa in termini apparentemente rigorosi di caso, necessità e selezione, è il suo compatriota J. Monod, premio Nobel 1965 per la medicina e fisiologia, attribuitogli per le ricerche sull’informazione genetica e sulla biologia molecolare. Ma il suo vangelo (Il caso e la necessità) riesce ad estrarre dalla esperienza di ricerca, riproposta con drammatico stile e affascinante linguaggio, non altro che una risposta già nota e screditata al quesito fondamentale del «perché viviamo». Per dichiarazione medesima di Monod ad Hamburger (v. Cambiare il destino: colloquio tra J. Hamburger e J. Monod in «Panorama», n. 366, 1973) la sua tesi conclusiva si riallaccia al positivismo scientifico di Comte e alla teoria sintetica di Haldane, Huxley (J.), e Simpson, entrambe già largamente superate.

Lungi da noi l’idea di entrare qui nel merito della tesi di Monod; ci importa tuttavia ricordare che un biologo almeno altrettanto grande, quel F. Jacob che, guarda il caso, ha ottenuto anch’egli il premio Nobel per la medicina e fisiologia, per lo stesso anno 1965, e per ricerche nel medesimo campo della biologia molecolare e genetica come Monod (e perciò a lui abbinato) afferma e dimostra, nel suo volume La logica del vivente esattamente il contrario di quest’ultimo. Di fronte ai medesimi fatti sperimentali, avvicinati forse con un maggiore rispetto che gli rivela le lacune sempre più intime della loro «conoscenza scientifica», F. Jacob si trova costretto, con pieno rigore epistemologico, ad avanzare una lunga serie di interrogativi «tecnici» esattamente là dove J. Monod precede con certezza dogmatica nel «panbiologismo molecolare» e nelle sue conseguenze meccanicistiche, persino per l’uomo. Mentre Monod si rivela dunque «riduzionista» (cioè intende l’organismo come un tutto che può essere spiegato in base alle sole proprietà delle sue parti componenti), Jacob si dichiara apertamente «integrista» (cioè si rifiuta di pensare che tutte le proprietà di un essere vivente, il suo comportamento, le sue attività, possano essere spiegate sulla base delle sole strutture molecolari. Il tutto, insomma, non è semplicemente la somma delle parti).

Questo atteggiamento più aperto gli ha fatto dire in una intervista del 1972: «Non è un caso che tutte le grandi scoperte contrastassero con la verità del momento in cui nacquero: qualcosa che non collimava con la “spiegazione del mondo” in quel momento accettata… La verità ha una durata effimera, e già in questo sta la punizione del conoscere. Il sapere non è fatto per consolare: disinganna, inquieta, ferisce».

È la risposta più certa – e più deludente – alla ricerca appassionata ma ingenua di Hamburger. Dunque il medico di oggi, nell’esercizio cosciente della sua professione, resta solo, non essendogli possibile sperare in alcuna comoda delega di responsabilità, neppure verso l’«onnipotente» scienza dell’ultimo minuto. Questo è appunto il sigillo infrangibile della sua terribile crisi nel mondo moderno, «esplosione atomica» di un esame di coscienza iniziato 80 anni fa e tuttora ben lungi dall’essere concluso.

Capitolo VI – La rivoluzione tecnologica: l’uomo scompare

Nel capitolo precedente è apparsa per un attimo alla ribalta (per invito di J. Hamburger) la gigantesca protagonista extraumana della medicina moderna, cioè la tecnologia.

Ogni mestiere, professione o arte, per non parlare delle scienze (e la medicina è stata ed è tutte queste cose insieme…) si è valso nei secoli di uno strumentario tecnico via via più perfezionato, come espansione artificiale dei suoi strumenti naturali (occhio, orecchio, mani…). A un certo momento storico, circa un secolo fa, la tecnica delle macchine ha sviluppato prodotti così raffinati da riuscire a sostituire quasi tutto l’uomo (come animale da fatica o da traino, come schiavo e come artigiano) dimostrandosi più efficienti e meno costosi di lui. Che questa rivoluzione delle macchine sia all’origine insieme dello smodato progresso e della decadenza umanistica e morale delle società occidentali è cosa ormai ovvia. Meno ovvia è la considerazione che essa ha falsato con la troppa facilità i valori meno deperibili dell’intelletto umano. Così i pittori e gli scultori, finché avevano nei loro corredo tecnico, dalla preistoria in poi solo i pennelli e gli stili, il mazzuolo e lo scalpello hanno prodotto faticosamente opere da museo capaci di parlare al cuore di tutti; oggi che si valgono di martelli pneumatici e di presse, e di materie plastiche che consentono ogni ardimento e avventura, quasi tutta la loro produzione – anche se lucrativa come non mai – appare incapace di sollecitare qualsiasi colloquio sentimentale.

La tecnica in medicina. – Quale partecipante alla realizzazione dell’uomo, neppure la medicina poteva sfuggire al medesimo destino. Ma diversamente dal mezzo di trasporto e dall’arte informale – dei quali si può anche fare a meno, restando ugualmente vivi – la sua degenerazione tecnologica rivela in sé i  germi già rigogliosi di una tragedia globale, destinata a coinvolgere non solo la sua espressione formale (la professione), non solo quella sostanziale (l’amore verso gli uomini), ma addirittura la sua efficienza e utilità, e alla fine persino il suo oggetto (cioè l’uomo stesso, tanto come medico, quanto come paziente).

Dall’inizio dei tempi fino ad un molto prossimo ieri, il medico di fronte al malato doveva raccogliere gli elementi del giudizio solo attraverso i mezzi sensoriali naturali: il suo «occhio clinico», il tatto delle mani sulla pelle e contro i visceri, l’odorato (nelle gangrene e nel colera, nella peste), l’orecchio nudo sul torace, persino il gusto (se assaggiava, come usava nel ’700, l’urina del suo paziente, alla ricerca del diabete mellito, cioè dolce!) ma null’altro di più. II tecnicismo medico era quasi inesistente: per la diagnosi (extraradiologica) della pleurite essudativa si usava la succussio hippocratica (lo scuotimento del paziente, inventato da Ippocrate); ma non la percussione digitale, che oggi didatticamente la precede, perché essa fu introdotta in clinica solo nel 1786 da Jean N. Corvisart des Marets, il già ricordato medico di Napoleone, che l’aveva vista usare dai bottai delle sue tenute, per riconoscere il livello del vino attraverso la parete opaca dei tini.

Esisteva già naturalmente (come di tutte le scoperte occidentali, dalla polvere da sparo agli spaghetti ai razzi) un precedente tecnico in Cina; a parte la acupuntura vecchia di cinquemila anni, Ch’in Yuch-jen aveva descritto, nei V sec. a.C., le «74 varietà diagnostiche del polso», rielaborate in forma perfetta verso il 280 d.C. da Wang Shu-ho nei dieci volumi del Mo-ching (Canone del polso). Ma si trattava, secondo la comune opinione, di una fra le tante panzane antiscientifiche affastellate dal veneziano Marco Polo nel suo Milione (ca. 1300 d.C.), quindi indegne di essere ricordate.

Persino il più semplice rilievo quantitativo, tanto naturale oggi che il paziente motiva su di esso la richiesta di visita («Dottore, il mio bambino ha 39° di febbre…») e addirittura neonato, rispetto alla età incommensurabile della cura dei malati: infatti la misura clinica della febbre, per mezzo del termoscopio di Galileo, fu introdotta da Santorio Santorio, professore a Padova, nel 1615. E lo stetoscopio da auscultazione da R. Th. Laennec nei 1815; le prime somministrazioni non orali dei medicamenti da Ch. G. Pravaz nel 1830, con l’invenzione dell’ago cavo e della siringa; la misurazione della pressione arteriosa dal varesino S. Riva-Rocci, 1895; e nello stesso anno, con la scoperta dei raggi X da parte di W. Roentgen, il medico acquisiva la magica potenza di vedere dentro nell’uomo, senza ferirlo.

Dai primi del ’900, seguendo il solito schema del sinusoide smorzato, le scoperte si fanno sempre più frequenti ma insieme sempre più specialistiche: nel 1903 l’elettrocardiogramma (E.C.G.) con C. Matteucci e W. Einthoven; nel 1929 l’elettroencefalogramma (E.E.G.) con H. Berger; negli anni ‘30 la radio stratigrafia, negli anni ‘50 la roentgencinematografia e via, orma all’infinito. Molti degli apparati strumentali relativi a questa ondata di tecnicismo, scintillanti di cromature e affollati di quadranti dei cruscotti di un Jumbo, ingombrano gli studi dei neolaureati, arredati a spese e cura della famiglia, a partire dall’ormai onnipresente apparecchio radiologico. Ma purtroppo il più delle volte la loro funzione è prevalentemente di  Status symbol» piuttosto che di utile sussidio diagnostico.

A parte l’enorme spesa d’impianto e di esercizio che la medicina strumentale comporta, interessa qui rilevare due gravissimi pericoli ad essa strettamente correlati. Il primo riguarda il mito della infallibilità dei mezzi tecnici e dei loro referti, tanto più radicato quanto meno ciascun medico ne ha diretta conoscenza(e con ciò l’esatta nozione delle possibilità statiche di errore) da esso consegue l’abdicazione frequente del medico ai suoi mezzi umani, considerati a torto insufficienti e tecnicamente obsoleti di fronte a quelli extraumani.

Il secondo pericolo si identifica con l’essenza stessa dell’esplosione tecnologica. Dopo la produzione di apparecchi meccanici sempre più perfezionati, l’elettricità li ha resi ancora più  efficienti, e infine l’ingegneria elettronica li ha mitizzati. Non tanto per averli miniaturizzati comprimendo in volumi minimi delle capacità favolose, ma piuttosto per l’atmosfera messianica che ha circondato l’utilizzazione sociale e scientifica degli ordinatori o computer. (Per esempio all’inizio, e in gran parte anche oggi, non è possibile acquistarli ma solo affittarli il che li parifica, giuridicamente, ad uomini liberi invece che a schiavi  meccanici!).

Il riconoscimento tecnico delle capacità straordinarie dei computer, tanto superiori per volume mnemonico e per supposta velocità elaborativa a quelle del cervello umano, si è trascinato appresso, disgraziatamente, anche l’equivoco di una loro inesistente superiorità a livello di scelta critica, che invece è a loro totalmente negata. Per questo è stata definita ingenua la proposta di J. Hamburger, circa il ricorso ai mezzi tecnologici come a un «deus ex machina» in grado di risolvere i terribili problemi informativi, ma soprattutto etici, che assillano l’esercizio moderno della medicina. è assolutamente irrazionale credere che il libero accesso ai terminali possa riprodurre, per lo stregone moderno quel legame esclusivo con la divinità nel quale risiedeva la radice della dignità e della potenza del suo arcaico collega tribale.

L’ente superiore di quest’ultimo (almeno nell’opinione sua e dei malati, quindi come «fede guaritrice») era onnipotente; il computer supremo del mondo, anche se avesse nei suoi tamburi di memoria tutta la scienza in continua espansione, non sarebbe neppure onnisciente. Per questo l’attuale esplosione tecnologica, a chi la esamini senza pregiudizi, riecheggia, magari per un impulso del subconscio, un sottofondo musicale denso di aspettazione fremente, avviato a un crescendo sabbatico e a una tempesta orgiastica incontrollata. Lo stesso cioè dell’apprenti sorcier del poema sinfonico di Dukas, che scatena le potenze infernali ma non riesce più, in assenza del suo «primario mago», a tenerle sotto controllo, finendone a sua volta – controllato e travolto.

L’esplosione della tecnologia.- Tuttavia, per quanta forse irriverente, è difficile sottrarsi al medesimo accostamento anche analizzando razionalmente il fenomeno. In questi tempi di medicina per tutti la tecnologia sanitaria e la bioingegneria sembrano promettere la soluzione di ogni problema di programmazione e di gestione; per questo raccolgono adesioni sempre più vaste, come documenta la nascita, quasi a ritmo di fissione nucleare, di sodalizi ad esse dedicate: in U.S.A. per esempio il Committee on Interplay of Engineering with Biology and Medicine (della N. Acad. Eng.) nei 1967, la Biomedical Engineering Society nei 1968, la Medical Electronics Section (della E. Industries Assoc.) nel 1969, la Society for Advanced Medical Systems nel 1969 e così via in tutto il mondo, da allora.

Tuttavia di fronte a una valanga così improvvisa di studi, progettazioni, applicazioni pratiche della tecnica elettrica ed elettronica in tema di salute, di perfetti studi teoretici e applicativi di sistemistica volti a ogni fine sanitario, desta una certa perplessità la grave carenza di ricerche relative al significato e alle interazioni del fenomeno, massiccio e deflagrante, con la nostra attuale realtà psicosociale. Dopo il grandissimo Wiener, ben pochi se ne interessano. Ed è colpa pesante perché quando i mutamenti sociali, da ordinati e progressivi, si fanno – come ora – improvvisi, urgenti e rivoluzionari, nasce su di essi (J. Whittico jr.) «l’eta del discontinuo e dell’incongruo».

Che la tecnologia aiuti gli uomini, nessuno l’ha messo mai in dubbio. A differenziarci radicalmente dagli animali bastano la ruota e il fuoco, con le loro infinite conseguenze. Tra le quali, a tempo debito, è giunta la mongolfiera cantata dal Monti, e il traforo del Fréjus immortalato nel «Ballo Excelsior» quando ancora la scienza e la vita camminavano sottobraccio, mutualmente spianandosi le difficoltà dell’esistenza. Ma nessun poeta ha cantato la nascita ben più importante dell’UNIVAC né dei calcolatori della seconda generazione. Non per disinteresse, forse, ma come riflesso dell’indigestione tecnica. In virtù d’essa le promesse della tecnologia ci hanno quasi reso impossibile il vivere, appunto perché mantenute. In una sua relazione (Los Angeles 1965) l’allora presidente della American Medical Association, J.Z. Appel, ricordava che «oltre il 90% degli scienziati di tutta la storia umana sul pianeta Terra sono vivi e lavorano oggi. E le conoscenze mediche sono cresciute più negli ultimi 30 anni che in tutto il resto della storia umana». Ma il futuro ci riserva di peggio: «l’ampiezza di queste conoscenze, in crescendo esponenziale, ha già superato in volume tutta la materia medica insegnata e studiata dieci anni fa». Ciò equivale a dire che nessuna istruzione medica può mai aspirare ad essere completa. Ne consegue che la stessa istruzione, ormai indominabile non soltanto dal proverbiale uomo solo ma neppure da una singola specializzazione (che infatti si scindono a ritmo accelerato), riesce a conferire al neolaureato un intossicante miscuglio di orgoglio e spesso di superbia pubblica, ma insieme di insicurezza privata laddove la piccola scienza antica, conscia dei suoi invalicabili limiti, conferiva ai medici la giusta miscela di umiltà e di sicurezza (entro quei limiti) che li rendeva preziosi e benefici.

Tecnologia «bianca». – Naturalmente, come per la magia la Kabbala insegna che esiste la bianca (benefica per l’uomo) oltre alla nera (malefica), anche la tecnologia rivela una estrema potenza di bene, innegabile e affascinante. Per riferirci solo alle sue implicazioni sanitarie, la tecnologia bianca ha reso possibile il godimento di massa di un prezioso e dimenticato aforisma di Ippocrate: «La salute dipende dal tempo, ma spesso anche dalla opportunità». L’opportunità originaria, per esempio, è quella dell’incontro spazio-temporale tra il malato e il medico, una volta reso estremamente difficile dalla mancanza di mezzi di comunicazione. L’automazione, preziosa per i costi nell’industria, può essere applicata con vantaggio anche in medicina allo svolgimento di lavori ripetitivi di grande massa, dove la pazienza umana si esaurisce a scapito dell’attendibilità (analisi biochimiche e di laboratorio; registrazione e aggiornamento di cartelle cliniche; e tutto il fardello burocratico che ruba al pensiero medico larghissime somme dello scarso tempo disponibile).

A livello della precipua specializzazione dei calcolatori (cioè non tanto la semplice raccolta mnemonica ma la elaborazione significativa di dati biomedici di massa), la loro introduzione ha prodotto un risultato prezioso mai raggiunto in millenni di arte medica: ha cioè richiesto ai medici di quantizzare e definire i fenomeni normali e patologici, per renderli idonei al confronto statistico; un esame di coscienza scientifico, euristicamente benvenuto. Ancora più essenziale e l’apporto della teoria dei sistemi all’inquadramento matematico della logica medica, con la pressante compulsione (sia in diagnostica sia in terapia) a tenere conto solo dei concetti e dati fondamentali, eliminando spietatamente quelli superflui.

Importantissima la possibilità, data dalla combinazione automazione-calcolatori, della creazione e applicazione di sistemi di «pattern-recognition» (riconoscimento formale), in ordine ai quali è possibile eseguire l’analisi istantanea di significatività delle onde ECG ed EEG, e dei cromosomi cellulari, con precisione maggiore di quella del controllo umano. Infinitamente prezioso – per l’enorme risparmio di tempo, ricordando che il calcolatore opera in tempo reale cioè dà la risposta nel tempo stesso in cui gli si pone la domanda – il lavoro dei computer nella archiviazione dei dati relativi alla letteratura medica, ormai impossibile per chiunque, per la solita crescita esponenziale (sistema MEDLARS [= Medical Literature Analysis Retrieval System] e altri). è sufficiente imparare il linguaggio dei calcolatori, uno qualsiasi dei molti già disponibili (FIDACSYS, BUGSYS), per chiedere al computer centralizzato, da un qualsiasi terminale o per telefono, come a un enciclopedico direttore di cattedra sempre disponibile, la soluzione di qualsiasi dubbio tecnico. Oltretutto il calcolatore, se collegato telefonicamente a una biblioteca medica (come è già stato attuato alla Harvard Medical School) si aggiorna continuamente da solo. Ma, la risposta, esatta, verrebbe in termini di probabilità statistica, perciò tanta più vera quanta più la statistica è ampia, perciò tanto meno applicabile all’angosciante caso singolo, e del tutto inutile per l’etica della scelta, come abbiamo già visto.

Altri tre grandi benefici della tecnologia elettronica sono: a) il monitoraggio continuo o periodico, ospedaliero o ambulatorio (nel senso proprio, cioè col paziente che cammina, portandosi sotto l’ascella una scatoletta miniaturizzata che registra tutto di lui, e lo trasmette a un centro di controllo); b) l’uso dei calcolatori come macchine insegnanti a disposizione dell’enorme numero e dell’insufficienza didattica degli studenti in medicina. Non è fantascienza. L’uso dei calcolatori per il «gioco dei dirigenti» è già una realtà, adottata da alcune grandi società americane. Infine, c) la possibilità, considerata la raccolta automatizzata dei reperti e la loro elaborazione in tempo reale della realizzazione degli AMHT (Centri multifasici di controllo della salute), sull’esempio del primo, il celebre Kaiser Permanente of  North California.

Tecnologia «nera». – C’è però l’altra faccia della medaglia, quella nera, che paradossalmente dipende dall’ipertrofia, insostenibile biologicamente, delle promesse tecniche mantenute.

Cominciamo dalla famosa «opportunità» di Ippocrate. L’auto ha finalmente avvicinato, nel momento del bisogno, il paziente e il medico. Ma ora per il traffico caotico delle città torna ad allontanarli, questa volta senza alcuna speranza di soluzione. è così che (J. Truxal, 1969) per far giungere un traumatizzata in ospedale occorrevano solo 22′ nel Vietnam (zona di guerra) e 45′ a New York. E per la stessa ragione E. H. Bishop, ginecologo americano, ha dedicato serie ricerche alla previsione del travaglio di parto (misurazioni pelviche), avendo riscontrato che, in determinate ore del giorno, il trasporto in ambulanza dal domicilio al più vicino ospedale ha elevate probabilità di finire con un parto in ambulanza, nel mezzo di una coda ad un semaforo. Più traumatizzante e pericoloso dunque di quello tradizionale e sottosviluppato di una donna Bantu appesa ad un albero, e aiutata dalle comari più esperte del villaggio.  L’automazione è teoricamente la panacea di ogni problema nell’industria lo dimostra ogni giorno, adeguandosi perfettamente alla natura dei servizi ivi richiesti (ripetitivi, con interventi decisionali semplici) e ai problemi di sviluppo. Sennonché «nella cura della salute (C. D. Flagle, 1969) non esistono alternative più semplici delle procedure tradizionali»; ciò conduce, fatalmente, all’esigenza teorica e pratica (R. Rushmer, bioingegnere dell’Università di Washington, 1969) di una continua iperspecializzazione orizzontale e verticale, circoscritta a categorie sempre più ristrette perché possano risultare omogenee e quindi automatizzabili. è chiaro che l’estrapolazione terminale del concetto condurrebbe al reparto iper-specialistico per il paziente singolo.

Collegata a questa impostazione è la richiesta sovrabbondante di medici, sempre più numerosi ma sempre più insufficienti. Sono già superate le cifre previste da Appel a Los Angeles, quando giudicava che, col tasso di richiesta presente «i medici in USA avrebbero dovuto essere, nel 2000, circa 550.000».

In realtà nel 1969 erano già diventati (E. Egeberg sottosegretario del HEW) 324.000, ma sempre più scarsi cosicché non ha più nemmeno sapore di paradosso l’affermazione di R. Fein (The Doctor Shortage: an economic analysis, Wash. 1967) secondo il quale, continuando così l’incremento di popolazione e la espansione della domanda, «fra 50 anni sarebbe necessaria metà della popolazione, per curare l’altra meta». Quanta alla codificazione esatta dei dati, purtroppo in medicina non tutto è quantizzabile (per esempio gli stati d’animo) e il confine tra dati fondamentali e superflui è quanto mai aleatorio. è esattamente qui – infatti – che si applica l’affermazione di A. Chapomis (1965) relativa alla «documentata superiorità dell’uomo sul calcolatore, a livello della percezione e della sintesi complessa».

Ma esiste un pericolo ancor più serio, e soprattutto progressivo: la delega continuamente dilatata di responsabilità alla tecnologia disabitua i medici all’esercizio non assistito della loro arte. E non si parla della iperspecializzazione e della responsabilità suddivisa, ma del fatto che già oggi ben pochi medici si fidano a fare diagnosi senza radiografie, e perciò molti tisiologi non sanno più auscultare il torace, molti urologi e ortopedici trascurano di palpare il paziente; e domani sarà così per tutti, senza eccezione.

D’accordo che la medicina è così affascinante da attrarre persino i computer: il calcolatore dell’università del Missouri, programmato per scegliersi un lavoro, si è proposto per l’insegnamento medico, la ricerca, la diagnosi e la terapia (Appel, 1965)! Ma la delega totale della pratica e dell’aggiornamento condurrebbe senz’altro all’atrofia e alla rigida dipendenza fattuale e psicologica dal dio-calcolatore.

Se venisse la guerra atomica, come ci troveremmo, con i calcolatori distrutti? Anche questa non è fantascienza: quando alle 17,15 del 9 novembre 1965 la rete di energia (controllata dai calcolatori) saltò, e mise al buio 30.000.000 di americani in nove stati e tre province canadesi per dieci ore, anche i calcolatori si spensero. L’equilibrio mentale della comunità restò affidato a un fattore imprevedibile, cioè alle universali radioline a transistor che mantennero i contatti interpersonali e impedirono il panico e la catastrofe. Ma se già allora gli interventi medici li avessero eseguiti i computer, invece che medici, uomini al lume di candela, come sarebbe finita? Si potrà obiettare l’eccezionalità dell’evento; e allora restiamo pure sul concreto terreno di ogni giorno.

In quest’ultimo quarto di secolo le realizzazioni della medicina tecnologica hanno espanso esponenzialmente la domanda, senza prima espandere la capacità del sistema. E le spese sanitarie crescono ovunque al mondo fino ad essere insostenibili. Ma di questi due argomenti, e dei loro pesanti riflessi psicosociali e socioeconomici, discuteremo in un prossimo capitolo. Qui vogliamo per ora accantonarli, limitandoci ad illuminare il paradosso sempre più grave e contestabile del «discontinuo e incongruo» che la tecnologia offre all’umanità, per la sua stessa benefica natura.

Quella meraviglia tecnica che è un AMHT (il centro multifasico di salute), smista in un anno un massimo di 30.000 pazienti, al ritmo vertiginoso di uno ogni quattro minuti di tempo operativo. Ne esistono negli USA circa 140, ma per coprire uniformemente tutta la popolazione attuale ne occorrerebbero (J. Truxal) circa 4.000. Ora anche ammesso di spremere dalle tasche dei contribuenti gli altri 12 miliardi di dollari necessari non si tratta solo di una questione di finanziamento.

Le nuove macchine tecnologiche possono essere anche fornite, ma esiste chi «le faccia andare»? II prof. P. Stefanini, al Convegno ANIPLA di Milano (gennaio 1971) su «L’automazione nella assistenza sanitaria» ha lamentato la gravissima scarsità di personale tecnico in grado di operare con i microscopi elettronici, la macchina cuore-polmoni, i nefro-dializzatori. Anche ammettendo che questo paralizzante problema di uomini possa essere risolto (forse con i supercomputer?) i più recenti sviluppi dimostrano che il progresso tecnologico sta divorando se stesso. Infatti anche i plus ultra AMHT, nei quali i programmatori politici ripongono le più rosee speranze di una difesa sanitaria di massa, risultano già concettualmente e praticamente superati! Essi forniscono in tempo reale, analizzando automaticamente il sangue prelevato dal paziente, una impressionante lista di misure quantitative delle costanti biologiche: dal numero degli eritrociti per millimetro cubico al tasso di emoglobina; dalle concentrazioni dei sali (di magnesio, calcio, fosforo, ferro, potassio, sodio) a quelle del colesterolo, dei lipidi, della bilirubina, persino il tenore dei principali enzimi normali e patologici (dalle transaminasi [GOT e GPT] alle LDH, HBDH, GLDH, CPK, G – 6 – PDH ecc., ecc.).

Sennonché, a parte i dubbi sempre più documentati sulla attendibilità singola dei reperti, sta crescendo nei loro confronti (e nei confronti addirittura di tutta l’enorme massa di esami di laboratorio finora immessi nei calcolatori centralizzati) una demolitiva critica di fondo sulla utilità diagnostica dei dati istantanei. Il più recente Simposio sulla Strutturazione del laboratorio moderno (Mannheim, Germania, 16 gennaio 1974) ha concluso unanimemente «che gli esami effettuati su campioni isolati (che costituiscono oltre il 99% delle analisi chimico-cliniche attuali) non riescono a mettere in evidenza la “regolazione biologica”. Quest’ultima, cioè la variazione nel tempo dei valori (che esprime in numeri non altro che l’incessante pulsare della vita), può essere rilevata solo attraverso il monitoraggio continuo (come si fa già, oggi, nelle cosiddette unita coronariche, per i seguenti parametri biologici: ECG, battito cardiaco e aritmie, pressioni arteriosa e venosa, ventilazione polmonare, gittata cardiaca, temperatura, EEG). è certo tecnicamente possibile ricorrere all’impiego di autoanalizzatori da 6 a 12 canali per ottenere misurazioni continue in vivo; i costi divengono però proibitivi e le difficoltà assai maggiori. Ciò nondimeno, nel prossimo futuro, l’analisi dei singoli valori biologici verrà relegata a un ruolo piuttosto secondario e cederà il passo a taluni monitoraggi importanti».

Quello che il Simposio non ha detto, ed è il risvolto tragico del nuovo fatale «progresso», è che l’impiego dei 6-12 canali per un giorno soltanto per ogni caso ridurrebbe la capacità di un AMHT a un centoventesimo di quella attuale. Perciò, per soddisfare le esigenze dell’intera popolazione U.S.A., ne occorrerebbero non più 4.000 ma centoventi volte di più, cioè 480.000, instaurando con questa sola ipotesi un clima di paranoia organizzativa o, più semplicemente, l’annullamento di ogni ambizioso programma di massa. A meno che gli AMHT selezionino fra tutti i cittadini i rari eletti ai taluni monitoraggi importanti. Ma come e chi sceglierà? Tra i negri o tra i WASP1 tra i nordisti o tra i sudisti, tra i grassi o tra i magri, o magari con una lotteria nazionale? E gli esclusi, tuttavia paganti come chiunque altro il servizio, come reagiranno?

Qui basta solo segnalare che, per sua stessa ammissione, dalla medicina tecnologica è finalmente scomparso (oltre al medico) anche l’uomo che essa cerca di analizzare. Non è infatti possibile dare altra interpretazione al rifiuto della validità dei reperti isolati; la stessa sorte, in breve tempo, subiranno anche i previsti fasci temporali delle costanti biologiche per quanto estesi. Ciò significa la cruda ammissione, per la medicina tecnologica, della incapacità a circoscrivere l’uomo (o a riprodurlo nella sua integrità) in formule analitiche per quanto complicate e costose.

Riemerge qui, ancora, il dilemma non risolto tra l’orgoglioso e falso riduzionismo di Monod e l’integrismo di Jacob, matrice dell’angoscia globale di Hamburger. E tuttavia la stessa ammissione di sconfitta, che in chiave negativa appare ai superficiali come un difetto scientifico, può essere invece, in chiave positiva, l’inizio tecnico della riscossa dell’uomo, visto che egli si rivela sorprendentemente superiore, nella sua sintesi reale, ai mitizzati robot elettronici che l’illusione tecnocratica ci propone da adorare come dei.

Capitolo VII – Il tabù in medicina

Il tabù è l’interdizione o divieto sacrale, alogico, di persone, cose, luoghi, tempi, parole, descritto nel 1777 dall’esploratore inglese Cook, a Tonga, in Polinesia, come stranezza propria a comunità incivili. Ma ricerche successive ne hanno ritrovato l’esistenza anche in altre civiltà attuali (India) o antiche (ebrei, greci, romani), in genere legata a riti religiosi o filosofici. Dovunque i tabù più importanti riguardano la nascita, la morte, il versamento di sangue: in sintesi simbolica quindi la vita, nel suo sorgere, nel suo mantenersi, nel suo spegnersi.

Il significato del tabù è stato chiarito da S. Freud, quale indice di un conflitto intrapsichico tra intensi desideri inconsci e il divieto di tradurli in atto. «Nei riguardi della persona o dell’oggetto tabù il primitivo sente perciò, al tempo stesso, attrazione-repulsione e terrore, come il nevrotico ossessivo nei confronti di certi oggetti o situazioni» (Totem e tabù). I desideri più colpiti dal tabù sono – secondo Freud – quelli dell’incesto e del parricidio; in sintesi quindi ancora e sempre la vita, negli strumenti antropomorfici del suo trasmettersi. Per quanto possa sembrare impossibile a chi la crede tutta scienza e macchine, la medicina soffre acutamente, oggi assai più che nei tempi andati, di una gravissima interdizione irrazionale, cioè di un vero e proprio tabù, nei confronti della morte o della sua supposta inevitabilità.

rivela. – È esattamente in ordine al suddetto tabù che, sebbene la lotta alla morte sia la sostanza stessa dell’arte medica, il paziente terminale è un vero paria nell’ospedale moderno. Ne fa fede una ricerca compiuta all’Università di Chicago dalla psichiatra Elizabeth K. Ross. Essa ha scoperto che l’accettazione della morte prossima attraversa cinque distinte fasi psicologiche, che importa conoscere e seguire (sarebbe lecito aggiungere «con amore») perché la frustrazione sia ridotta al minimo. Invece accade tutto il contrario; «il paziente che muore è circondato dalla cospirazione del silenzio. Le infermiere sono più lente a rispondere alle sue chiamate, i medici lo sorvolano nel loro giro». La ricerca della Ross è riuscita, limpidamente, a enucleare nel comportamento il tabù: «Lo schermo difensivo che cerchiamo di erigere tra il paziente e l’idea della morte è in realtà destinato a proteggere noi, non il diretto interessato». Analoghe conclusioni, questa volta desunte dal comportamento dei malati, sono state espresse dal dr. S. C. Klagsbrun, psichiatra del St. Luke’s Hospital di New York, dopo un esperimento di 18 mesi in una divisione di cancerosi. Rovesciando l’atteggiamento di freddezza dei medici e delle infermiere nel reparto ha osservato che la vita è rivissuta da questi pazienti, fino al momento terminale. Sappiamo già che questa freddezza non è altro che lo schermo difensivo della Ross, sintomo irrazionale del tabù della morte che scatta però di fronte al cancro anche mesi, quando non anni, prima che il paziente sia veramente terminale ma già condannato. Ciò ne fa un paradigma perfetto del malato cronico e senza speranza, per l’analisi delle interdizioni alogiche che il mondo dei sani, quello dei malati, e infine quello della medicina, rivelano di fronte a una tale evenienza umana.

Il tabù contro il cancro agisce a tutti i livelli d’incontro, dalla propaganda alla ricerca. Esso si rivela già nell’atteggiamento dei sani di fronte alla malattia, e persino nei termini usati per indicarla. In un tempo di definizioni precise come il presente, il cancro è l’unica malattia ad essere del tutto «innominata», tal quale il personaggio manzoniano dei Promessi Sposi. Carcinoma e cancro infatti non sono altro che l’antichissimo nome egizio di granchio tradotto in greco ( ?a?????? )e in latino (cancer), derivato dal frequente aspetto simile al crostaceo, cioè di una massa centrale con gettate radiali periferiche (come le chele del granchio) che gli imbalsamatori egiziani osservavano aprendo l’addome dei cadaveri da mummificare. Tumore è puro latino (tumor), ma significa solamente gonfiore (della parte affetta); sarcoma (dal greco s????µa) vuol dire solo massa carnosa; neoplasia descrive unicamente, alla greca, la nuova formazione (di tessuto); eteroplasia, che vorrebbe forse esprimere un minimo giudizio patogenetico («formazione estranea») e addirittura un falso scientifico, riconosciuto tale dalla scoperta del microscopio in poi. Né i termini composti («oncologia, oncologo») hanno maggior significato: dal greco ?????, (volume, mucchio, corpo voluminoso) essi definiscono puramente la scienza e lo scienziato (=  logia) del «mucchio», cioè ancora del tumore! Nel linguaggio comune ci si riferisce ad esso, con un inchino psicologico simile a quello del rabbino quando incontra nella Torah il nome di Jehova, come a «qualcosa di brutto» o a «un brutto male». Nelle necrologie il suo sinonimo corrente e costantemente «un male incurabile».

Nella diagnosi. – I profani stupiscono perché alla diagnosi di cancro segue, spesso a brevissima distanza di tempo, l’esito infausto tra le sofferenze consuete. I medici esperti invece sanno che la malattia ha un decorso assai lungo, in genere più o meno latente, e soltanto alla fine l’andamento si fa tumultuoso, penoso per tutti e indomabile.

Ma quando si pensa che i testi clinici riportano ancora come sintomi più o meno precoci del tumore polmonare il dolore, l’emoftoe e il dimagramento, mentre qualsiasi medico di schermografia li considera quasi terminali, risalta appieno la contraddizione tra la realtà e il suo riconoscimento medico attuale. Lo stesso vale per altri organi: un adenocarcinoma del colon uccide quattro soli mesi dopo la diagnosi; ma per quanti anni, prima, è stato curato come colite cronica senza mai guarire? E la casistica potrebbe moltiplicarsi all’infinito. Non si fa qui questione di incapacità o superficialità diagnostiche. Importa solo riconoscervi il fattore strettamente connesso al tabù: cioè la reazione inconscia del medico di fronte alla supposta condanna inappellabile che seguirebbe alla diagnosi di cancro. Essa conduce a una vera rimozione psicologica del sospetto di cancro dall’arco delle possibilità diagnostiche differenziali, e a una diversa giustificazione dei sintomi presenti, fino al momento nel quale la diagnosi si impone da sola (o più spesso ad altro sanitario, meno emotivamente coinvolto con il paziente in causa).

D’altronde la diagnosi del cancro, non «precoce» (come si usa dire), ma in fase «preclinica» (cioè prima che esplodano i sintomi terminali) è dichiaratamente di una difficoltà estrema, e non ha nulla di specifico. Per non parlare di quelli endoaddominali non occlusivi, dove la radiologia è del tutto cieca, e l’unico mezzo di accertamento sono quelle dita che quasi nessun medico usa più, per quelli ovarici ad esempio, maligni nei 25-40 per cento delle statistiche, l’ultimo congresso italiano di Ostetricia e Ginecologia lo dichiara addirittura impossibile (F. Gasparri). Solo per qualche tipo la diagnosi è possibile (polmonari ad esempio) sia per la trasparenza radiologica del viscere sia nella varietà broncogena per l’uso di analisi citodiagnostiche (Papanicolau) del materiale espettorato. Solo a questa situazione di privilegio è probabilmente dovuto il forte incremento differenziato del cancro polmonare negli ultimi decenni.

Nella prognosi. – Considerata soprattutto dai medici – più ancora che dai pazienti – irrimediabilmente infausta, la prognosi è la chiave motivazionale del comportamento diagnostico analizzato in precedenza. In questa fase (E. K. Ross) «i medici sono soliti fare due errori: dire al paziente condannato che non si può fare più nulla per lui e stimare la probabile durata ulteriore della sua vita». Essi riflettono, ancora una volta, la reazione polinesiana al malefico genio del tabù. Che cosa possono fare gli eroici pescatori abituati a distrarre a mani nude lo squalo tigre per salvare un compagno, di fronte allo stesso fratello colpito dalla maledizione sacrale? Null’altro che lasciarlo morire, per non esserne a loro volta infettati. Contro ogni legge della logica e della umanità noi facciamo lo stesso. E incorriamo così in altri due errori alogici di condotta, addirittura contrastanti.

Il primo si riferisce alle possibilità di guarigione spontanea. Per quanto eccezionale e misteriosa, la letteratura ne registra circa una sessantina di casi (i 5 di Stewart, 1952; i 18 complessivi di Cowdry, 1955; Shore, 1936; Dunphy, 1950; Penner, 1953; Sumner, 1953; Levison, 1955; Malleson, 1955; Buffoni, 1955; Brusa e Orlandi, 1939; Wohlbach e Cushing, 1927;Wyatt e Farber, 1941; Natale, 1957; i 3 di Sirtori e Pizzetti, 1956; gli 11 di Duke-Elder, 1940; i 19 di Park e Lees, 1950; e pochi altri). Invece di ricavare, da queste realtà, materiale logico per distruggere il mito della totale invincibilità, il medico medio sa parlare soltanto di «condanna senza appello, a meno di un miracolo»; dove ricompare il ricorso a un evento irrazionale e misterioso, come all’unico capace di opporsi all’altrettanto misterioso e irrazionale tabù.

Il secondo errore, paradossale, si attua in un paralogismo inibente, del tipo: «il vero tumore è quello che non guarisce». Probabilmente è soltanto questa inguaribilità per petizione di principio che impedisce ai medici di riconoscere – e alla letteratura di registrare – i molti altri casi di regressione spontanea che la statistica permette di prevedere, anche semplicemente in ordine alla pura casualit

Nella terapia. – Già sul piano logico, la terapia del cancro soffre di gravissimi «handicap» per la ragione fondamentale espressa dal poeta latino Marziale ancora 1900 anni fa: «…non intellecti / nulla est curatio morbi» (non c’e cura per un male ignoto). L’epigramma ci risuona tragicamente nelle orecchie ad ogni nuovo caso, richiamato dall’assenza di una qualsiasi teoria generale accettabile e documentata sul cancro.

Per questo da tanti anni la scienza ha cercato di combattere il concreto (o almeno il limitato comprensibile) nel tessuto da asportare, nella cellula da asfissiare o affamare o avvelenare o atomizzare, piuttosto che tentare – chissà dove, chissà come – di imbrigliare l’ignoto stimolo causale olo-organico della deviazione neoplastica localizzata. Questo vale anche – di massima – per le terapie antiproliferative introdotte dal 1945 in poi: le azotoipriti e gli alchilanti, gli ormoni sessuali, gli antibiotici, gli alcaloidi, gli antimetaboliti e gli enzimi, le quali tutte, dichiaratamente, non sono cure, ma solo trattamenti. Per converso quasi tutti i farmaci a supposta azione generale (vincristina, vinblastina, colchicina) sono arrivati alla sperimentazione scientifica dalla medicina popolare (delle Ande peruviane con la vinca rosea e v. peruviana; delle Alpi centroeuropee, con il colchicum) che, ignorando per principio il funzionamento dell’organismo, pretende di curare l’uomo tutto intero e magari con semplici estratti di fiori (curiosamente sempre alpini e di colore rosazzurro!). Cura del tumore come sintomo, o possibile cura dell’uomo deviante, sono due strade diverse che forse finiranno felicemente per confluire, sempreché diminuisca anche in questa fase il peso eccessivo del tabù, che sembra tuttora inibire ai medici l’uso contemporaneo delle tre possibili terapie (chirurgica, radiante e medica) demandando la lotta contro la maledizione sacrale ai soli sacrali ferro e fuoco, nella moderna versione del bisturi e delle particelle subatomiche (solo lo 0,59% su 2033 casi rivisti statisticamente da A. Serio: «Il cancro» 1966, 3, sono stati trattati con tutte e tre.)

Ma nella fase terminale successiva, con il malato cachettico, sempre più anemizzato e dilaniato dalla sofferenza, il medico resta solo, con la terapia tradizionale: estratti epatici e morfina; una specie di belletto biologico che «ricostituisce» il tumore prima ancora dell’organismo, abbinato a un tranquillante che serve soltanto ai parenti del malato.

In questa sua solitudine, ripetuta ad ogni nuovo caso che è costretto ad assistere, il medico matura, nei confronti del cancro, una gravissima frustrazione personale, radice del nichilismo prognostico che è stato già ricordato. Nonostante i periodici bollettini di vittoria sulla malattia, la realtà cruda è che in tutto il mondo il cancro è diventato la seconda causa di morte (dopo le malattie cardiocircolatorie), uccidendo più di 300 uomini ogni ora. Resta, almeno nei profani, il condizionamento della speranza, indotto dalle troppo incensate conquiste della scienza medica nell’ultimo secolo. Senonché A. Sabin, lo scopritore del vaccino antipolio, intervistato a Siena nell’ottobre 1973 sul tema di un possibile vaccino anticancro, è stato costretto a dire solo che «le sue ricerche sono alla fine del principio» e che «là dove esiste una teoria virale è auspicabile che vi sia la possibilità della scoperta di un vaccino e in tal senso vi sono studi nei campo della immunologia» («Battaglie Sanitarie», 15 novembre 1973). A parte il fatto che i più aggiornati immunologi di tutto il mondo, riuniti nell’ultimo Brooke Lodge Meeting a Milano, febbraio 1974, hanno concordemente smentito questa possibilità, l’intero testo attribuito a Sabin può essere definito, in dissacrante gergo giornalistico ma in piena verità scientifica, come «aria fritta». Cosicché i medici, che a differenza della gente comune lo comprendono, continueranno come ora, di fronte all’evenienza di un cancro personale (incurabile e riconosciuto), ad abdicare ad ogni speranza e alla loro razionalità, il che si avvera tanto se lo accettano santificandosi, quanto se decidono di accorciare le loro vite.

Perché i medici si suicidano. – Una delle statistiche umane meno attendibili riguarda il suicidio. Per conseguirlo l’uomo si vale – più spesso che no – degli strumenti consueti del suo lavoro; i soli che vengano registrati appartengono invece al modulo tradizionalmente terrificante del tuffo dal ventesimo piano, del cappio sull’architrave, della pistola alla tempia o del gas. Ma Emma Rothschild per esempio, in un saggio recentissimo sull’automobile (1974), riferisce uno studio medico-sociale di Houston (Texas), secondo il quale «negli incidenti d’auto mortali una vittima su sette sarebbe semplicemente un suicida». Poiché anche i medici usano l’auto la loro categoria partecipa a questa nascosta statistica al pari di qualunque altra. Ma in più hanno a disposizione in ogni istante una somma incredibile di mezzi letali (chimici e biologici) e soprattutto le conoscenze per raggiungere il fine che si propongono senza scandalo (né contestazioni assicurative). Per questa ragione le statistiche, già tragicamente illuminanti di per sé, vanno sicuramente aumentate di una quota destinata a restare per sempre ignota, dipendente dalla facilitazione tecnica che rende i medici legalmente signori della vita e della morte altrui (nonché della propria).

Il suicidio nelle classi culturalmente superiori è una realtà statistica nota da gran tempo. Per quanto riguarda i medici (già come studenti, Cady, 1970) essi prevalgono su tutte le altre categorie professionali, a parità di età. Tra i medici stessi prevalgono gli psichiatri, come segnala Freeman (1967), che ha rivisto tutte le necrologie settimanali dello J.A.M.A. («Journal of American Medical Association») dal 1895 in poi. Per l’Inghilterra il tasso accertato di suicidio è nei medici maschi superiore del 225% alla media per le stesse età e classi sociali; più di 1 su 50 medici si uccidono; il 6% di tutte le morti dei medici sotto i 65 anni sono per suicidio, cioè lo stesso che per ca. polmonare; infine persino le mogli dei medici superano di molto la media generale per questo atto («Brit. Med. Journ.» 1964).

Nella linea generale della presente ricerca, ci interessa soprattutto il significato dei fatti: a questo proposito il B.M.J. avanza alcune interpretazioni, ma dimentica la più importante. Esso segnala: la disponibilità dei veleni, il drogaggio facile ed eccessivo, lo stress professionale intollerabile e senza pause, la frequente infelicità familiare e personale, la solitudine di tutta la vita, l’ambivalenza (odio-amore per la morte) che ha condizionato la scelta della professione medica, la «non paura» della morte, e persino l’«anomia» di Durkheim. Ma, dalle statistiche di Dorpat (1968) risulta che il 70% dei suicidi hanno severe malattie fisiche, in genere incurabili. Ogni medico può attingere senza controlli dall’armadio farmaceutico le alte dosi di droghe sintomatiche che nega ai suoi pazienti, e rendono la vita ancora tollerabile. Per una sola le droghe non funzionano, e questo è il cancro, malattia tanto psicosomatica da investire e distruggere il corpo e l’anima insieme. È esatto che il medico, in genere, non teme la morte; conosce dalla sua esperienza d’ogni giorno che essa è priva di dramma per chi la subisce, e persino quasi sempre anche di sofferenza. Ma gli fa paura il dolore, soprattutto quello incomprimibile, soprattutto quello inutile… e lo evita uccidendosi, cioè rassegnandosi al tabù invincibile, come il papua che si copre il capo con la coperta e attende nell’angolo più buio della capanna la morte, che nulla e nessuno può evitargli. L’ipotesi avanzata appare poi l’unica in grado di spiegare l’altrimenti misterioso eccesso di suicidi tra le mogli dei medici. In una consimile evenienza personale anch’esse si accorciano la vita perché finiscono con il condividere, per mimetismo psichico e obblighi consolatori le stesse convinzioni tecniche ed esperenziali proprie al consorte medico. Questa tragica parentesi statistica, non opinabile perché pagata in prima persona, rivela l’intollerabile potenza del tabù maledetto, con il quale il cancro incatena ancora non solo i medici, ma tutta l’attuale medicina.

Il tabù nella ricerca. – Persino nella ricerca scientifica, che dovrebbe essere campo di privilegiato dominio della logica razionale, il peso del tabù-cancro si fa sentire. Delle migliaia di contributi annuali, la massima parte è di casistica clinica o di tecnica chirurgica, o di statistica; ciò ritrasforma il cancro – almeno per convenzione nosografica – in una malattia come tutte le altre. Ma le ricerche intese ad aggredire il mistero, cioè non il tumore già nato, ma il perché affascinante e terribile del suo insorgere, sono estremamente rare e ancor più raramente firmate da oncologi specialisti. D’altronde è anche vero che in questo particolare ambito bioteoretico, per sua natura assai più attinente alla metafisica che alla concretezza quantizzabile, è sempre presente un elevato rischio di inganno pseudoscientifico, magari in buona fede.

Per questo ogni troppo entusiasta adepto della medicina, che abbia mai osato proporre al suo capo d’Istituto una simile linea di indagine, si è sentito regolarmente rispondere di dedicarsi piuttosto a lavori più concreti e redditizi. Lo stesso accade a chi vuole ricercare farmaci attivi contro il male. O peggio ancora a chi intende registrarli affinché medici e malati possano liberamente disporne, senza ricorrere alle forniture clandestine di questo o quel discusso taumaturgo. In tal caso – per lo meno in Italia – il tabù-cancro si difende da mezzo secolo con la forza punitiva della legge. Il R. Decreto L. 7 agosto 1925, n. 1732, recita infatti, all’art. 3: «Non possono in nessun caso essere registrate specialità che vantino: a) omissis; b) virtù terapeutiche speciali per quelle infermità che saranno determinate dal Regolamento». E il successivo Regolamento, all’art. 17: «La registrazione… è negata: 1) 2) 3) omissis; 4) quando alla specialità siano attribuite virtù terapeutiche di sicuro effetto contro il cancro, il lupus, la tisi polmonare e quelle altre malattie che verranno determinate con decreto del ministro dell’Interno…». Altro che petizione di principio! Qui abbiamo addirittura le malattie incurabili per rescritto burocratico. Così i medici guariscono da 30 anni lupus e tubercolosi con farmaci preziosi che il fabbricante (a scanso di sanzioni penali) è costretto a definire ancora oggi solo «coadiuvante nelle malattie da myc.tub.»; così come i pochi prodotti anticancro in commercio sono etichettati come «analgesici» (reg. 5406) o «coadiuvanti» o, al massimo, «antimitotici», «citostatici», «antiblastici» (reg. 10476) sperando che il legislatore abbia dimenticato il greco del liceo!

Comunque, come scriveva A. Chevallier, direttore dell’Istituto di ricerche sulle macromolecole di Strasburgo («Il cancro», 1958, 4), «non si è mai avuta tanto netta la sensazione che lo studio dei problemi posti all’umanità dal cancro, dalla sua esistenza, dal suo sviluppo, dal suo trattamento, non può essere utilmente intrapreso se non nel contesto puramente scientifico (gnoseologico!) che accompagna i diversi aspetti della malattia».

Il che significa che per conoscere il cancro, cioè la vita deviante, è sufficiente, ma necessario, conoscere con precisione le leggi della vita pluricellulare non deviante, alle quali il tumore si sottrae. Tuttavia, anche dopo Watson e Crick con la loro scoperta dell’elice della vita, siamo sicuri di essere prossimi a questa fondamentale conoscenza, o almeno di procedere sulla strada giusta? Nel caso particolare, siamo assolutamente certi che il tumore sia una malattia o non piuttosto un sintomo? L’equivoco si è ripetuto troppe volte in medicina, facendo per esempio classificare la pellagra tra le malattie della pelle mentre è una carenza della vitamina B, e la oligofrenia fenilpiruvica tra quelle del cervello, mentre è un errore congenito del metabolismo, per mancanza dell’enzima fenilalanina-idrossilasi. E per lo stesso diabete, anticamente inteso come malattia del rene, poi del pancreas e delle isole di Langerhans (donde insulina), si pensa ormai con insistenza alla neuroipofisi, ricercando ben lontano dal pancreas le motivazioni primarie dell’affezione.

Nel rapporto umano. – Ma dove il tabù del cancro esplode con tutta la sua furia malefica e compie i massimi guasti è nel rapporto umano, tanto a livello del singolo quanto a quello della comunità. In questi ultimi anni, parallelamente all’affermarsi della psicosomatica, si sono moltiplicati gli studi sull’etica medica nelle malattie gravi o terminali. Il problema di fondo riguarda il quesito: «Si deve dire la verità, al paziente?». I teologi insistono rigidamente sul suo obbligo, affermando che «il tacerla è ingiusto, immorale, un furto»; i medici, più pragmatisti ma più umani, si lasciano guidare «da un precetto che trascende la virtù di dire la verità per il solo scopo di dire la verità, e questo è: non fare del male, finché possibile» (B. C. Meyer). Il che è molto consolante e in genere attuato, insieme con la delicata assistenza fino all’exitus, purché la malattia mortale non sia quella tabù. Se è questa, la sua sola presenza dissacra e scompagina ogni comportamento usuale sul piano umano, professionale e persino deontologico. A livello del rapporto umano, per lo stress emotivo che il medico subisce, il malato di cancro – benché il più bisognoso – è spesso il meno seguito di tutti, o il meno volentieri. Sono sempre malati scomodi, esasperati nella sensibilità e modificati profondamente nel carattere dalla malattia (anche prima che la diagnosi si chiarifichi!), dei quali si teme la domanda critica e l’angoscioso crollo spirituale. Inoltre è in questo caso sempre documentabile, salvo isolate eccezioni, «il comune errore di supporre che, fintanto non gli sia detta la verità, il malato non la conosca» (B. C. Meyer). Il medico assiste invece come regola – sentendo crescere il malessere ad ogni incontro – ad un modulo stereotipo di tragedia degli equivoci: il malato lo sa e non lo dice; i parenti lo sanno e non lo dicono; il malato sa che i parenti lo sanno e non lo dicono… Tutto questo costruisce e mantiene un clima di grave turbamento psicoemotivo, che rende assai più tormentoso del solito l’ingresso nella rassegnazione. Talvolta questa è raggiunta, insieme ad una stupefacente serenità, solo quando un errore o una svista fanno partecipe il malato del suo vero stato; in ordine al quale, per tragico che sia, si risente investito della qualità di adulto, invece che regredito all’infanzia con lo schermo di tante pleonastiche menzogne.

Ma c’è anche di peggio che «non dire la verità». È l’inganno preordinato che viene perpetrato sul paziente nei casi più gravi, quando (e non è vero) «non c’è più nulla da fare». In queste occasioni il chirurgo, che ha aperto e chiuso per l’impossibilità di asportare il tumore, fa spesso credere al malato, in combutta assurda con i parenti, che «è stata tolta la cisti renale, o l’appendice, o l’ulcera gastrica…». Così, proprio mentre la fine si avvicina a passi sempre più rapidi anche in seguito allo stress psico-biologico dell’intervento, l’uomo direttamente interessato, per giunta imbottito di droghe smemoranti, non è in grado di mettere un qualsiasi ordine ai suoi affari privati di ogni tipo, il che sarebbe suo esclusivo e inalienabile diritto. Si potrebbe parlare di comportamento illogico, se non addirittura di truffa; in realtà è strettamente logico, in ordine al tabù della malattia, e riaffiora in cento modi diversi nell’assistenza al malato di cancro. Persino, paradossalmente, nella guarigione. Quando questa avviene, a seguito di uno sforzo tecnico ma soprattutto spirituale da parte dei curanti, in qualsiasi modo venga ottenuta, i necessari controlli e la protratta somministrazione di terapie stabilizzanti vengono subite (dal malato che ignora il rischio mortale che ha corso) con sempre maggiore intolleranza, fino talvolta a trascurarle; e al posto di una gratitudine infinita per il medico accade persino di incontrare il risentimento. O addirittura l’irrisione più frustrante, allorché controlli clinici successivi, costretti a riconoscere la scomparsa di una cirrosi epatica o di un linfosarcoma, sono così prigionieri della «petizione di principio» citata («il vero tumore è quello che non guarisce») da smentire la diagnosi infausta di partenza, magari accertata da loro stessi!

Le sfide al tabù. – Sul piano collettivo il tabù-cancro si esprime nella immutabile attrazione-repulsione della massa. Il cancro fa notizia sempre e dovunque, nei salotti e sulla stampa generica: i titoloni e i grassetti si sprecano, sia che parli il dottor Bonifacio delle capre, o il premio Nobel prof. Szent-Gyorgyi del legame equilibratore degli enzimi cellulari, la gliossalasi, che sarebbe il dernier cri (luglio 1969, al convegno dei premi Nobel a Lindau) in tema di cancerogenesi. E a seguito della notizia aumentano le tirature, sulla cresta di innumeri impossibili illusioni, lasciandosi dietro una torbida scia di delusioni in chi è riuscito ad acquisire la medicina-miracolo, e di frustrazioni in chi non vi è riuscito; coinvolgendo in un esasperato e caotico bailamme di contrastanti emozioni i commentatori medici e le comari al supermercato, i telecronisti e i «miracolati», gli esperti e i ministri della Sanità. In questo clima picaresco, che ogni volta peggiora, i pochi che la passione spinge a sfidare il tabù sanno in anticipo che avranno rovinata la vita, o almeno la reputazione scientifica e umana.

La pubblicità, improvvisa e spesso indesiderata, trasforma le loro ricerche private e senza mezzi, i loro risultati limitati o imperfetti, in un esplosivo e irritante fatto di costume, politico, scandalistico; tutto, fuorché scientifico e razionale. Eppure, nonostante ogni più nera certezza, la linea alternativa degli sfidanti teorici e pratici del tabù è in tutto il mondo abbastanza nutrita, essendo in fondo il cancro «la cattiva coscienza della medicina moderna». In Italia sono stati fortunati quelli che, come Protti con le micotorule, il chimico agrario Schenck con gli estratti di lieviti, il chirurgo Annessa con le sue teorie radiomagnetiche, il dr. Algranati con l’arsenico pentavalente e l’ergotamina, non sono andati in pasto alle gazzette, incontrando solo delusioni e amarezze private.

Ma per altri (C. Jolles-Fonti, A. Vieri e la colchicina diluita) sono scoppiati i pubblici cataclismi a tutti noti. Ed è lo stesso in tutto il mondo, persino nel tollerante Brasile, per il dottore «espirita» L. Neiva e il suo Aveloz, persino nell’anticonformista America U.S.A., che consente libera cittadinanza ai culti lucrativi più strani, ma impedisce arbitrariamente la distribuzione interstatale del Laetrile dei Krebs padre e figlio, e si rifiuta da anni di sottoporre a prove cliniche comparative il Krebiozen di Durovic e A. C. Ivy, nonostante quest’ultimo sia professore emerito di Fisiologia, e fino a poco tempo fa preside della Facoltà medica dell’Università dell’Illinois.

Qualche volta, tuttavia, vengono istituite d’autorità, sotto la pressione dell’opinione pubblica, commissioni di esperti che dovrebbero controllare obiettivamente questo o quello specifico antitumorale. A parte l’equivoco di base (il «tumore» è un sintomo, non la malattia) è molto sospetto che nessuna commissione abbia mai accertato nulla di utile, neppure limitato, in qualsiasi prodotto ufficialmente indagato. Evidentemente ad un certo momento dei loro lavori, già preconcetti in partenza, esse vengono sopraffatte dal peso incombente del tabù, e tutto termina in un caos di passionalità inconcludente.

Con ciò si vuole solo avvertire che la obiettività deve basarsi sull’assoluta assenza di pregiudizi condizionanti, e che è altrettanto pesante la responsabilità di un giudizio positivo quanto di uno negativo; infine che può essere pericoloso respingere, con un frettoloso marchio di ciarlataneria le cose difficili da comprendere, attualmente. Di quest’ultimo risvolto può far fede la storia di un altro Koch (W. F.) di Detroit, U.S.A., professore di embriologia all’Università del Michigan (1910-13) poi di fisiologia al Detroit Medical College (1914-1919). Nel 1919 annunciò la scoperta di una «panacea» utile anche contro il cancro. Ne seguì il solito cataclisma personale e la bufera di controverse opinioni, nonché la fama di «quack» (ciarlatano). E persino (1943 e 1946) due processi sensazionali («il Governo contro W. F. Koch») che non riuscirono peraltro ad acquisire alcuna prova di colpa. I suoi libri (Cancer and Its Allied Diseases, 1929; e The Chemistry of Natural Immunity, 1938) sono stati definiti «le più abili contraffazioni di seria letteratura scientifica negli annali della pseudo scienza» (Fads & Fallacies in the name of Science di M. Gardner, 1957). Nonostante tutto questo, e la testimonianza dei chimici governativi (1943) che «il preparato non era chimicamente differenziabile dall’acqua distillata», suscita una inquietante perplessità il fatto che Koch definisse il suo prodotto «catalizzatore cellulare» e lo chiamasse glyoxylide, cioè gli attribuisse le stesse funzioni, la stessa indeterminabilità chimica e persino l’ugual nome (ma esattamente cinquant’anni prima) della gliossalasi comunicata da Szent-Gyorgyi a Lindau 1969!

La logica razionale contro il tabù. – Uno dei fenomeni più sconcertanti ma certi, in tema di tabù dei primitivi, è che esso provoca la morte negli indigeni, mai negli esploratori o missionari che ne studiano razionalmente gli effetti. Ne consegue che, se la catafratta impermeabilità del cancro sorge dal tabù che lo difende, l’unica arma per penetrarla debba essere la logica razionale, sostituita, ad ogni livello d’incontro, all’attuale comportamento alogico di fronte alla malattia. Cominciando per esempio da una definizione corretta del fenomeno; come insegna Freud, dare un nome a una paura è gia esorcizzarla cioè dominarla logicamente; ed è il primo indispensabile passo verso la sua conquista; poi provvedendo, immediatamente, a una migliore sistemazione del rapporto umano.

Trattandosi qui della più globale ed intima affezione psicosomatica, ogni errore squilibrante di comportamento – prima e dopo l’esplosione del sintomo tumore – non può che peggiorarne il decorso, e favorire le recidive. Per converso ogni spinta favorente il ritorno all’equilibrio psicologico personale, comunque ottenuta, dalla rassegnazione all’estetista, dalla meditazione al parrucchiere, dalla sublimazione esperienziale al far l’amore come prima e meglio (vedi l’opera preziosa delle associazioni «Attive come prima» per le mastectomizzate, in Italia voluta dalla signora Ada Burrone e sostenuta da Pietro Bucalossi, presidente della Lega anticancro), riveste non solo un interesse assistenziale, ma l’altissimo valore di un presidio medico-profilattico, a parità di titolo, e probabilmente superiore, a quelli chimici o radianti tradizionali.

A livello del comportamento medico nella diagnosi e nella prognosi, il terrore irrazionale del tabù può essere sradicato solo dalle conquiste della ricerca, causali però, non solo sintomatiche; o almeno da una teoria logica e documentata dell’affezione (esorcismo). Nell’attesa, si impone l’urgenza di togliere (al medico!) parte della sua paura tabuistica, sublimandola in una donazione di tecnica e di amore a questi nostri fratelli disgraziati, quasi gli unici che la scienza attuale non sa guarire. Ma perché questo avvenga, occorre insegnare ai medici (cosa che l’attuale corso medico non fa) le delicatezze e la potenza dell’assistenza ai cronici terminali, dei quali i cancerosi sono il paradigma più ossessivo e la falange ormai più numerosa. Per la ricerca, infine, l’evasione dal tabù significa il rifiuto dell’atteggiamento psicologico di casta, di fronte al pericolo che minaccia la sopravvivenza dell’uomo dall’interno, e che sfida tutta la medicina a dimostrare finalmente quello che vale e che può. Come una delle tante espressioni esistenziali dell’uomo, anche il cancro non può essere, sul piano della logica, che una malattia come tutte le altre, senza nulla di misterioso. Il persistere millenario del suo mistero dipende dalla insufficienza dei nostri occhi, tuttora ciechi di fronte alla realtà psicosomatica unitaria dell’uomo integrato.

Se è vero, comunque, che la scienza non si mortifica per non essere subito vittoriosa, è anche vero che gli ultimi cento anni di ricerche eccezionali, sostenute da finanziamenti mai eguagliati nella storia dell’uomo con risultati a dir poco sconfortanti, dovrebbero pure insegnarle qualcosa di tecnico sul piano razionale, oltre all’umiltà sul piano del sentimento. Cioè la scienza dovrebbe infine riconoscere – dal più elementare sillogismo – che se i mezzi e i ricercatori sono (com’è certo) validi, l’errore non può risiedere che nel filone specialistico fino ad oggi coltivato con fideistica e dogmatica esclusività. Per ripartire bene non resta altra scelta che evaderne, anche se risulta penoso abbandonare – sia pure per più ampi ma incerti orizzonti – i culti tradizionali tanto stereotipati quanto redditizi.

Persino il prof. Umberto Veronesi, segretario generale del Congresso Internazionale del Cancro, Toscana settembre 1974, è costretto a scrivere: «Oggi, accantonate le speranze di una soluzione a breve termine, gli scienziati stanno seriamente meditando sulla nuova strategia da adottare nella ricerca antitumorale… Alcuni ritengono che per raggiungere una soluzione definitiva e integrale bisognerebbe addirittura “ricominciare da capo” naturalmente su basi nuove, con strumenti nuovi e con mezzi decuplicati, e indicano anche le tre grandi direttrici di marcia: 1) la identificazione e la eliminazione dei fattori causali…».

Queste, per i meno informati, possono sembrare proposte insensate. Eppure è quanto la più responsabile lotta anticancro sta cercando di compiere in questo momento, magari in sordina per timore (illecito) di scandalo o di critica. A prescindere dalle opposizioni sempre più convinte alla chirurgia allargata e alle iper-irradiazioni postoperatorie, il Memorial Sloan-Kettering Institute for Cancer Research di New York (la più avanzata punta traente della ricerca nel mondo), dopo quattro lustri perduti nell’inseguire la troppo facile ipotesi dell’inesistente virus dei tumori umani, ha chiamato nel 1973 a suo direttore il dr. R. A. Good, immunologo d’avanguardia (ma, fino a quel momento, anche pediatra esercitante!). La notizia, passata sui giornali scientifici senza particolare emozione come una semplice sostituzione personale, può avere invece un significato assai più pregnante, e documentare l’auspicata inversione di tendenza. Cioè l’intento di studiare l’uomo (e il cancro) tutto intero e non a pezzi: come complesso reattivo sintetico (anche se ancora mediato attraverso i meccanismi immunitari) piuttosto che analiticamente, per cellule singole. Se questa interpretazione non è illusoria, la strada che si apre davanti a noi si dimostrerà presto ben più diritta e feconda di quella incredibilmente tortuosa e sterile che ci sta ormai dietro le spalle.

on Protestant, l’indice siglato dell’americano tipo.

Capitolo VIII – La crisi di verità della medicina moderna

Padre Agostino Gemelli, fondatore e rettore dell’Università cattolica del S. Cuore, diceva in una prolusione accademica che «il medico moderno, tutto chiuso nella visione dei metodi e delle applicazioni tecniche… ha smarrito la visione umana dell’uomo… e vive di una paurosa miseria intellettuale». è vero, purtroppo, ma è tutta colpa sua? Un’inchiesta americana, riferita a RAI-Milano dal prof. Battaglia, ha accertato il settantacinque per cento di alte motivazioni etico-sociali tra le matricole di medicina (basate sull’amore e la solidarietà umana, sue eterne radici); ma al momento della laurea la quasi totalità delle motivazioni originali era sostituita da altre, più pragmatistiche e razionali (predominanti: il prestigio, la carriera, il guadagno…). Che cosa c’è dunque di tanto sbagliato nelle Facoltà, che riesce a distorcere molte preziose vocazioni di medico nelle loro caricature incomplete e insoddisfacenti di «operatori sanitari»?

Presso quasi tutte le facoltà mediche del mondo, i neolaureati in medicina vengono catapultati brutalmente, dalla atarassia delle aule accademiche e dalle responsabilità atomizzate delle corsie, nella tragedia della società attuale. Di fronte alla terribile responsabilità globale (giuridica, penale, economica, umana, morale) che grava già sul primo loro atto medico, nessuno gli ha mai insegnato neppure i rudimenti della lingua che vi si parla, dei costumi che vi imperano, delle motivazioni che la condizionano. Ciò li equipara paradossalmente a veri missionari nell’ignoto proiettati in una cultura aliena ed alienante, in mezzo alla quale si ritengono illusoriamente preparati ad agire con vantaggio loro e dei pazienti.

Chi gli insegna per esempio le piste più sicure per districarsi nella paurosa giungla dell’ambiente moderno, dove il già delicatissimo rapporto medico-malato e paradossalmente complicate dalla diffusione dei mezzi di massa (condizionamento dei sani), dalla scomparsa universale della relazione interpersonale, dall’ansia esasperata del vivere (la corsa al guarire), dalla pusillanimità e dalla mollezza dei costumi (edonismo, ricerca della immediata compressione del sintomo), dalla pressione economica ogni giorno più vorticosa? Chi gli insegna come conservare almeno la essenzialità senza fronzoli alla visita mutualistica di sette minuti (per «capitolato»), abituato com’è fino all’ultimo giorno dei corsi a veder visitare un raffreddore per un’ora intera, da un consesso aulico di almeno cinque elementi accademicamente titolati? Chi gli insegna a riconoscere in tempo il tranello malvagio della differenza tra «visita» e «prestazione»? Chi gli insegna la farmacognosia, la farmacodinamica, la posologia, le indicazioni, le controindicazioni, la tossicità acuta e cronica, di se stesso come medicina? Chi gli insegna soprattutto la tecnica delicatissima e pericolosa dell’avvicinamento medico al malato difficile, al cronico senza remissione, al condannato alla morte più disperata? Nei programmi dei corsi, ogni anno più intasati di ultraspecializzazioni, nessuno.

Così le università continuano (giustamente) a pretendere cinque anni di specializzazione prima di consentire una resezione emorroidaria, ma nemmeno un’ora per la preparazione psicologica del medico di fronte all’uomo che soffre. Eppure questo, e non altro, è il fondamento della formazione del medico, come sosteneva anche J. Romano, nell’indirizzo di apertura del congresso di medicina interna di Miami 1964 («e l’imparare il ruolo specifico del medico nella sua relazione personale con il paziente»).

La vera formazione, completata dal «saper leggere» l’uomo sano e malato e dal gusto dell’informazione autonoma per conoscerlo sempre meglio, è l’unica garanzia per l’espansione continua delle capacità professionali e delle qualità umane del medico. Ma le nostre strutture didattiche si illudono di sostituire la formazione (che è un impegno filosofico e critico di libertà finalizzata) con la indigestione informazionale pre-laurea e la cosiddetta formazione permanente post-laurea, che è ancora e soltanto informazione di aggiornamento. D’accordo che l’ipertrofia tccnico-specialistica della medicina stimola ad un affannoso inseguimento delle nozioni sempre nuove, e allo studio dei mezzi più idonei a diffonderle. Ma l’informatica, branca scientifica di tutto rispetto, combatte una battaglia perduta in partenza di fronte a una realtà medica che raddoppia ogni decennio il suo patrimonio culturale, al ritmo biologicamente insostenibile di duemila nozioni nuove ogni giorno; il cui solo vocabolario (secondo A. Manuila, capo dell’Ufficio pubblicazioni dell’O.M.S.) comprende ormai 150.000 parole, quando Racine per i suoi drammi immortali ne ha usate solo duemila.

Sa perciò di patetico il rinvio alle enormi capacità dei calcolatori per l’elaborazione della massa sovrumana dei dati, considerato che il destinatario finale non è il computer, ma il limitato cervello dell’uomo che deve applicarli.

D’altronde l’aggiornamento continuo è un obbligo per i suoi riflessi giuridici e penali (Introna) ma, considerata l’accertata impossibilità per ogni medico di essere aggiornato su tutto quanta riguarda la medicina, se ne deduce che la pratica professionale è diventata uno degli azzardi più paradossali e impensabili, esponendo il medico singolo a pesanti colpe penali senza alcuna contropartita di convenienza.

L’aggiornamento impossibile. – Per tornare agli studenti, da secoli si usano nelle scuole superiori le famose dispense. La ragione della loro persistente fortuna e utilità sta nel fatto che ogni libro di testo, appena uscito, è superato da chi inventa di continuo la scienza, un tempo prerogativa privilegiata delle università. Oggi il fenomeno è esasperato a tal punto che se il laureando dovesse uscire, per contratto, dalle università informato degli apporti ultimi della sua scienza, dovrebbe rimettersi a studiare le materie di base, in un ciclo sempre più frenetico, mai concluso. Per quanto riguarda l’aggiornamento dopo la laurea, è impossibile trasferire tutte le nozioni nuove a tutti i medici; ma è in errore anche chi crede che sia possibile almeno per ogni singola specializzazione. Per prima cosa i congressi – mezzo tecnico che per cent’anni ha favorito l’avanzamento della scienza e la sua pubblicizzazione – sono oggi strutturati su una serie di interventi preordinati spesso attribuiti più per prestigio di scuole che per importanza di contributo. Ciò ne accentua il dogmatismo rigido, inutilizzandoli sotto il profilo di uno scambio fecondo di singole e libere esperienze, a vantaggio di tutti. Inoltre il tempo medio di stampa dei loro atti ufficiali si aggira sui 18-24 mesi, annullando anche il loro valore di aggiornamento. Da ultimo l’indirizzo analitico-iperspecialistico e l’ipertrofia del progresso medico sono riusciti a vanificarli. Infatti, considerando il ritardo tipografico, l’unico modo di ricavarne qualcosa di utile e di nuovo è di parteciparvi direttamente. Ma a quali, fra i troppi doppioni?

Ci sono ormai dei mesi nell’anno (immediatamente prima e dopo l’estate, per evidenti ragioni ricettive) nei quali sono in corso uno o due congressi il giorno, e persino due o più contemporanei sul medesimo tema, a centinaia di km di distanza.

Esempi? Maggio 1974: il 2-5 a Ischia, della Assoc. europea centri antiveleni; il 2-4 a Milano il 4° corso naz. di aggiornamento in Rianimazione; il 2-5 a Pescara sull’attualità in sindromi di urgenza; il 4-5 a Bologna, sul pronto soccorso; il 18-19 a Castrocaro dell’Assoc. ital. medici di pronto soccorso; il 30 a Roma, il simposio internazionale di terapia intensiva… il 6-9 a Salerno sulla patologia del pancreas e il 23-26 a Belgirate della soc. it. di Diabetologia… il 23-26 a Roma della soc. ORL latina, e il 9-12 giugno a Stresa, dell’assoc. degli ORL ospedalieri… L’elenco è tratto da un bollettino informativo molto incompleto che segnala solo i convegni italiani d’importanza nazionale. Quando poi un congresso è d’importanza mondiale le cose addirittura peggiorano. Gli ultimi due del cancro (X, Houston 1970; XI, Toscana 1974) hanno richiamato circa 8000 studiosi ciascuno, che nessuna singola aula né città poteva contenere. Per questo l’XI si è articolato in 2 sedi residenziali (Firenze e Montecatini) e in ben 6 sedi scientifiche (Firenze, Montecatini, Lucca, Pisa, Siena, Perugia) e sul piano dei lavori in 10 diversi congressi («Conferences»), 44 simposi, 8 corsi di studio e centinaia di comunicazioni. Le rigide esigenze organizzative di questa allucinante investimento spazio-temporale di massa ha perciò costretto l’Unione internazionale a vietare ai partecipanti qualsiasi spostamento dall’uno all’altro simposio o «conference ». Quindi ciascun d’essi ha seguito esclusivamente il tema della sua iper-specializzazione analitica, ma è stato defraudato tecnicamente del confronto con le linee parallele di ricerca, che costituiva il significato sostanziale di questo strumento scientifico; lo stesso che oggi rischia di andare perduto, soffocato dalla pompa e dal gigantismo.

Probabilmente è per reazione a questo amore insoddisfatto che i medici tendono a disertarli o a frequentarne prevalentemente le manifestazioni turistiche o mondane. Il medesimo atteggiamento si estende a tutte le possibili ramificazioni della stessa formula. Nella preziosa relazione (S. Remo 1971) di H. Gastaud, preside della Facoltà medica di Aix-Marseille, la presenza dei medici ai diversi sussidi di aggiornamento (sui 6.000 circa della sua zona) è stata la seguente: agli stages ospitalieri (3 mattine all’anno) 1 su 120; alle conferenze di dipartimento (ogni venti giorni) 1 su 140; alle giornate mediche (una volta l’anno) 1 su 60 tra gli interni, 1 su 200 tra gli esterni; alla televisione medica 4 su 100 (ma il sessanta per cento la contesta come dispersiva e dannosa); invece alle conferenze di quartiere da 60 a 80 su 100. Il significato di questa preferenza è illuminante: i convegni di quartiere promettono livelli di informazione assai più umili degli incomunicabili Moloch scientifici; ma in essi è possibile incontrare altri uomini (per lo più conosciuti e di uguale formazione) afflitti dagli stessi irrisolti problemi pratici, e parimenti in cerca di aiuto.

Uguale significato esprime anche la crescente fortuna, in questi ultimi anni, di canali informativi semplici ma più adeguati alla comune misura d’uomo. Tra essi le riviste d’impostazione sintetica e linguaggio volutamente elementare (come «il ruolo terapeutico» di Milano); o le lezioni-dibattito promosse da «Stampa Medica» o le essenziali e duramente oneste schede informative del «Medical Letter on Drugs and Therapeutics» di New Rochelle (U.S.A.), già arrivate a diffusione internazionale; o i bollettini di documentazione al pubblico, ormai in una decina di lingue, dell’I.C.R.F. (Independent Citizens Research Foundation) americana, sulle malattie degenerative; e molti altri, tra i quali persino le crociere di studio. Nessuno di questi mezzi pretende di risolvere i grandi problemi della medicina di oggi, ma solo di fornire a chi li usa una limitata quantità di bit informativi, in forma accessibile, assimilabile e non controversa. Svolgono insomma un piccolo traffico di pattuglia sulla fronte troppo estesa dell’esercito medico in marcia; e se una pattuglia non vince la guerra e neppure una battaglia, nessuno si stupisce, perché tale è il suo destino. Ma, quando un’intera armata scatta all’offensiva e fa notizia sul piano mondiale, ed è costretta infine a segnare il passo dove già risiedeva, la perplessità dei profani, e soprattutto dei medici, sfiora quasi i limiti dello scandalo.

È quanto è accaduto per il X congresso del cancro (Houston 1970), il primo Golia spettacolare dell’U.I.C.C. Un suo resoconto redatto da un ricercatore per i ricercatori (in «Negri News», maggio 1970), ricorda il linguaggio elusivo dei bollettini di Stato maggiore di ogni guerra perduta: «Quanto allo stato attuale della ricerca, riteniamo di dover dire francamente che anche l’incontro di Houston ha dimostrato come i progressi siano estremamente lenti e non abbiano ancora fatto registrare niente di veramente risolutivo». La formula «congresso» è ormai talmente esaurita che persino gli antichi dominatori della scena, i capiscuola veri o presunti, li frequentano malvolentieri e per motivi preminenti di prestigio.

Ma quelli invece tra loro che hanno qualcosa di nuovo da dire (e da imparare) usano le moderne formule di incontro scientifico, cioè i workshop (letteralmente: officina o laboratorio) o i meeting riservati, che si vanno moltiplicando specie nei paesi anglosassoni. In essi, esclusivamente per invito e senza alcun partecipante estraneo, si raccolgono da tutto il mondo piccoli gruppi di scienziati che si scambiano, a tavola rotonda e senza inibizioni, a voce e non a stampa, i più recenti risultati positivi e negativi delle loro ricerche in corso, su temi estremamente circoscritti e senza alcuna concessione allo spettacolo.

Il metodo costituisce uno dei più validi tentativi di superamento dei legami scolastici e dell’isolamento nella ricerca; ma esso non è altro che la riedizione moderna delle accademie scientifiche, le quali nacquero appunto per soddisfare a questa esigenza. Con in più i vantaggi delle comunicazioni attuali, che consentono la presenza al cenacolo di specialisti non solo locali, nonché l’immediata pubblicizzazione dei lavori attraverso conferenze stampa o interviste ai partecipanti, sui comuni canali di informazione del pubblico. Tuttavia in questo si nasconde un doppio pericolo, raramente avvertito: da una parte la loro qualifica costante di primi della classe con la conseguente aspettativa messianica, ben di rado soddisfatta; dall’altra la partecipazione – indiretta ma inevitabile – dei profani psicologicamente impreparati al lavoro tormentoso e sempre aleatorio della ricerca scientifica, dove per una certezza è necessario digerire mille dubbi ed errori.

Cosicché anche questa nuova ed inerme nudità della scienza, vera democratizzazione degli interessi di casta, contribuisce alla smitizzazione della medicina scientifica, ma anche ad aggravare la sua crisi di verità.

La crisi di verità. – Una delle ragioni per le quali la pubblica opinione ha finora creduto al mito della scienza è che essa gode, presto o tardi, i vantaggi delle sue novità, ma ignora i macroscopici infortuni di giudizio che hanno da sempre oscurato la storia delle conquiste scientifiche. Per non parlare ancora di Galileo e di Paracelso, basta ricordare E. Jenner e la vaccinazione antivaiolosa (1796); e l’ostetrico ungherese T. F. Semmelweiss.

Nel 1847, giovane assistente ventinovenne a Vienna, egli scoprì la causa (infezione) della febbre puerperale che uccideva misteriosamente migliaia di puerpere, soprattutto nei grandi ospedali. Impose allora nel suo reparto a tutti i medici e ostetriche un accuratissimo lavaggio delle mani (lo stesso usato a tutt’oggi dai chirurghi), ogni volta che visitavano una madre in travaglio; con il che la mortalità nelle sue corsie cadde quasi a zero, mentre nelle altre persisteva altissima. Ma l’aver scoperto nel medesimo tempo la causa e la cura di un flagello secolare, nonché il concetto e la pratica della moderna asepsi, gli valse solo l’espulsione dall’ospedale di Vienna e in seguito persino dalla cattedra universitaria di Budapest, offertagli nel 1855. Vittima delle più crudeli persecuzioni morì a 47 anni, in manicomio. Tuttavia quindici anni dopo la sua morte, la scienza ufficiale gli intitolava la clinica ostetrica di Vienna, dove era avvenuta la scoperta, e nel 1894 gli veniva eretto un monumento a Budapest! E ancora il dentista americano W. T. G. Morton, inventore dell’anestesia con etere, rovinato professionalmente e lasciato morire nella miseria più scandalosa; o l’infortunio dell’intero senato accademico di Wurzburg nei confronti del suo rettore (!) W. C. Roentgen, irriso quale demente quando (1896) presentò ai suoi fisici la scoperta dei raggi X, che non volle brevettare e neppure chiamare col suo nome (ne ricevette però il premio Nobel per la fisica nel 1901); o quello di Pettenkofer, membro della commissione ufficiale di studio sul colera, quando bevendo polemicamente nel calore della discussione, a Berlino 1884, la coltura di vibrione del colera isolata in Egitto da Roberto Koch – già famoso per la scoperta del bacillo tubercolare – «dimostrò» non ammalandosi (perché digiuno da ore, quindi con molto succo gastrico libero e intensamente acido, ad altissimo potere sterilizzante) che «Koch si era sbagliato»!

E infine, tra le mille altre topiche che tralasciamo, A. Einstein, la cui teoria della relatività (1905) risultò così conturbante per gli esperti da fargli attribuire il premio Nobel per la fisica non soltanto in ritardo (1921), ma evitando accuratamente di citarla nella motivazione.

Un tempo tuttavia l’infortunio era privato, e solo il tardivo riconoscimento era pubblico, cosicché il Mito della Scienza Infallibile ne godeva – immeritatamente – i riflessi. Oggi le manca l’elasticità del ripensamento, per la ripresa diretta di ogni suo passo importante, e così avviene che i medici siano ogni giorno più confusi e la gente disincantata. Di fronte all’accavallarsi di certezze in contrasto tutti hanno ormai paura di credere. Come credere ancora al tracciato ECG, se (Cunning) la metà degli elettrocardiogrammi da sforzo nelle donne normali presenta un quadro ischemico cioè di pre-infarto? Come credere al valore degli esami se il 27° Congresso della soc. tedesca dell’app. Digerente e Ricambio dichiara (ott. 1972) che è impossibile con qualsiasi mezzo (angiografia, contrasto retrogrado, ultrasuoni, scintigrafia, ecografia) raggiungere precocemente la diagnosi di carcinoma del pancreas? Come credere alla infallibilità della medicina ufficiale, quando un congresso (Medicina pratica, 1973) segnala che la tanto celebre iperplasia del timo non è una malattia, ma anzi sempre il segno di una difesa immunologica, e quindi non va irradiata (!) com’è stato invece fatto in milioni di casi da trent’anni?

E che cosa pensare quando la reazione critica a un mezzo indiscusso parte dagli ambienti più qualificati, naturalmente dopo che un primo coraggioso oppositore si è accollato tutti i rischi professionali e finanziari della ribellione, in difesa dei pazienti? è accaduto per il coma insulinico nella schizofrenia. Introdotto nel 1932 (Berlino), furono istituite in ogni reparto psichiatrico costose unità di insulinoterapia. Ma nel 1953, dopo che praticamente tutti gli schizofrenici d’Europa e d’America avevano subito una o più volte la cura, il dott. H. Bourne, nell’autorevole rivista inglese «Lancet» (Il Mito dell’Insulina) rilevò gli errori di giudizio di tutte le pubblicazioni scientifiche sul metodo. Nacque il solito cataclisma fino a che, quattro anni più tardi, Ackner e collaboratori dimostrarono, con il primo studio controllato dopo un quarto di secolo di universale applicazione, che il coma insulinico (nonostante i gravi pericoli per la vita dei pazienti) non presentava alcun vantaggio sui comuni sedativi barbiturici. Al suo lavoro fece immediatamente seguito una marea di conferme da parte dei neuropsichiatri, che lo usavano sui pazienti solo perché il non farlo era colposo o «eretico». Cosicché «oggi (Malleson) il coma insulinico è usato assai raramente nella schizofrenia».

Se questo riguarda il passato, c’è anche chi discute il presente o addirittura il futuro. Un qualificatissimo ricercatore (G. Mathé, direttore dell’Istituto di Cancerologia e Immunogenetica dell’Hopital P. Brousse di Villejuif, Francia) in un riassunto delle conquiste di oncologia nell’anno 1971 (su «Médecine et Hygiène» del gennaio 1972) scrive testualmente: «La chemioterapia (antitumorale) è la branca terapeutica che suscita le ricerche più vaste e più costose. II prodotto dell’anno è il cis-platinum-di-amino-di-cloruro, attualmente in prova a Dallas, a Belhesda e a Villejuif. Ma la chemioterapia deve ancora chiarire due punti deboli: la sua estensione (troppa) e la sua umanizzazione (troppo poca)… La troppa estensione nasce da un’azione abusiva, perché spesso non diretta scientificamente; per esempio l’applicazione stereotipata di una combinazione doppia, o quadrupla o sestupla di medicamenti sull’uomo, senza che alcuno studio sperimentale abbia documentato il loro interesse oppure addirittura il contrario (per esempio l’associazione di methotrexate e di asparaginasi è meno attiva del methotrexate da solo). Il n’est pas impossible qu’actuellement, avec cette mode des chimiothérapies “totales”, cette  méthode thérapeutique tue plus de malades qu’elle n’en guérit».

Ma provate a consigliare a un paziente (o a un parente) di rifiutare la chemioterapia, e daranno a voi  dell’assassino, quasi che vi rifiutaste di tendere l’unica mano soccorritrice al malato caduto nella fossa dei serpenti!

Eddy Merckx batte provetta. – Ma anche al di fuori di queste tragedie, e navigando in acque più amene, il mito della scienza inciampa oggi in perdite di faccia di contenuto in fondo risibile ma che, per la loro immediata e universale diffusione, la ridimensionano quando non la squalificano (termine sportivo assai adatto all’episodio che citeremo). Nella conferenza di fine anno alla fondazione Erba di Milano, tra le realizzazioni 1973 il prof. C. Sirtori ha citato che «si arriva a misurare un femtogrammo, cioè un milionesimo di miliardesimo di grammo di una sostanza». Ma quando (per esempio con la gascromatografia) la scienza pretende di applicare in pratica le sue incredibili finezze tecniche, non sempre riesce vittoriosa. è accaduto col famoso controllo antidoping del corridore ciclista Eddy Merckx dopo la sua vittoria nel Giro di Lombardia 1973 (esattamente la sua 321ma!). La ricerca nell’urina di eventuali droghe stimolanti ha data esito positivo, e come risultato la squalifica del vincitore. Il quale – non avendo alcun bisogno di droghe per vincere sempre, come fa da quindici anni – aveva in realtà bevuto, fino a due giorni prima, un semplice sciroppo per la tosse (Mucantil) contenente una minima quantità di nor-efedrina come broncodilatatore. Ma l’implacabile gascromatografo aveva rivelato ancora i suoi residui infinitesimali a 48 ore di distanza. Sennonché, costretta a decidere tra il giudizio della macchina e l’uomo-Merckx, l’opinione pubblica ha scelto quest’ultimo, e la sua vittoria anche sulla provetta ha assunto il significato sentimentale di una pericolosa ribellione umana nei confronti della inumana verità scientifica. Un’altra stigmata di sfiducia che il tempo faticherà a riparare, inserita com’è nella sfera sentimentale piuttosto che in quella razionale.

Come ancora la notizia, immediatamente pubblicizzata dalla stampa, dell’«alcool messo sotto accusa: non disinfetta!» emessa da una tavola rotonda (Milano, 8-4-1974) della soc. ital. di Chemioterapia. L’improvvisa pubblica distruzione (oltretutto infamante) del mito del disinfettante più comune e più conosciuto dai profani (ma chi glielo ha insegnato??), usato come tale dal XIV secolo in poi, ha fatto sulla gente lo stesso effetto dell’abolizione papale (per accertata inesistenza) di santa Filomena per i siciliani, che ne vantano i miracoli, e di san Giorgio per i lattai, Genova e l’Inghilterra, che lo hanno per patrono da millenni (ma chi glielo ha concesso??). Cioè il risultato di una dissacrante crisi di fiducia verso tutta la religione e, per l’alcool, verso tutta la scienza. Comunque queste disfunzioni potrebbero essere considerate semplici anomalie relative alla inflessibile legge statistica (non tutte le ciambelle riescono col buco), sempre che le sedi più elevate del prestigio scientifico, quelle che hanno per statuto mezzi e tempo per correggere eventuali errori di un immediato giudizio, mantenessero la loro adamantina attendibilità, al di sopra di tutti. Ma la sconfortante risposta è purtroppo No.

In ordine allo statuto di fondazione, delineato da Alfred Nobel (inventore della dinamite) nel suo testamento del 27 novembre 1895, i celeberrimi premi Nobel, consegnati il 10 dicembre di ogni anno nel giorno anniversario della sua morte, dovevano premiare con una grossa quantità di denaro ma soprattutto con la riconoscenza di tutta l’umanità «Le persone che avessero compiuto le più importanti scoperte o invenzioni nell’anno precedente»… «donando all’umanità il massimo beneficio». Questo per cinque distinti campi: fisica, chimica, fisiologia e medicina, letteratura, e pace. Ora, tralasciando le tempeste polemiche che hanno accompagnato quasi da sempre l’attribuzione di quest’ultimo premio (Pauling; Kissinger e Le-DucTho nel 1973, peggio ancora per E. Sato e G. Mc Bride nel 1974, così da far chiedere un diverso criterio delle scelte…) è istruttivo ma poco consolante scorrere l’elenco e le motivazioni dei premi attribuiti dalla massima assise scientifica del mondo, scegliendo fra le «proposte basate sul principio della competenza e della universalità» inviate alla Fondazione dalle seguenti categorie (per la fisiologia e medicina): 1) membri della Facoltà medica del Karolinska Institutet di Stoccolma; 2) membri della Classe medica della Reale accademia delle scienze svedese; 3) premi Nobel in fisiologia o medicina; 4) membri delle Facoltà mediche di Uppsala, Lund, Oslo, Copenhagen ed Helsingfors; 5) membri di almeno sei altre Facoltà mediche del mondo; 6) altri scienziati ritenuti idonei.

Era evidente l’intenzione di A. Nobel di assicurare a qualsiasi scelta l’avallo più completo della scienza ufficiale di tutta la terra. E così di fatto avviene. Ma qual è il risultato? Che spesso le scoperte veramente fondamentali vengono ignorate perché troppo grandi o non ancora digerite, in favore di apporti esclusivamente tecnologici presto superati, se non peggio. Per questo nella fisica si leggono con orgoglio i nomi di Roentgen (raggi X, 1901), di P. e M. Curie (radium e radioattività naturale, 1903), di G. Marconi e C. Braun (telefonia senza fili, 1909), di M. Planck (teoria dei quanta, 1918), di E. Fermi (radioattività artificiale, 1938); con minore orgoglio di A. Einstein (1921, non per la teoria della relatività!), di G. Lippmann (fotografia a colori per interferenza, 1908), di C. T. Wilson (camera a nebbia per il rilievo dei traccianti radioattivi, 1927), o di P. Blackett (perfezionamento della camera di Wilson, 1948), e persino di N. G. Dalen («per la sua invenzione dei regolatori automatici per gli accumulatori a gas dei fari e gavitelli», 1912).

Quanto alla fisiologia e medicina, e ai suoi riflessi immediati sulla salute delle comunità umane, l’analisi è altrettanto sconcertante. Anche qui, a fianco di vere pietre miliari nel destino umano (von Behring, possibilità della sieroterapia, 1901; T. H. Morgan, ruolo dei cromosomi nell’ereditarietà, 1933) incontriamo una serie di premi su base tecnologica o strumentale  (Ry. Finsen, cura attinica del lupus, 1903; A. Gullstrand, ricerche sulla diottrica dell’occhio, 1911; W. Einthoven, elettrocardiogramma, 1924; G. H. Whipple e G. R. Minot, cura dell’anemia con estratti di fegato, 1934). Inoltre alcune gravi dimenticanze o scorrettezze (dovute forse non alle persone ma all’organizzazione privilegiata delle proposte): per esempio il Nobel a Sir R. Ross (1902), per la scoperta del ciclo biologico zanzara-uomo del plasmodio malarico, ha del tutto trascurato l’opera precedente dell’italiano G. B. Grassi; o quello gravissimo del 1923, che attribuì il premio «per la scoperta dell’insulina» (quindi per curare il diabete) a Banting e Macleod, dimenticandosi affatto del giovane C. H. Best, primo ideatore della scoperta ancora da studente, avversato come visionario finché trovò in Banting il ricercatore disposto a sperimentare le sue idee! è ben vero che Banting divise immediatamente con Best il suo premio, ma nessuno ha mai aggiunto il nome di Best all’elenco del Nobel.

Ma c’è qualcosa di peggio. Nel 1927 il Premio fu attribuito a J. Wagner-Jauregg «per il valore curativo dell’inoculazione della malaria nel trattamento della demenza paralitica» e dopo qualche anno nessuno la usò più come il coma insulinico, per i suoi accertati pericoli e la riconosciuta inutilità. E nel 1949 lo ricevette A. Egas De Abreu Moniz, «per la sua scoperta del valore curativo della leucotomia in certe psicosi» soprattutto la schizofrenia. Moniz aveva pubblicato nel 1936 una brillante monografia sulla resezione dei lobi frontali dal resto del cervello. L’intervento, che «amputava» definitivamente la personalità del paziente, divenne di gran moda così che (Malleson) dal 1940 in poi furono leucotomizzati circa 10.000 soggetti in Inghilterra, e oltre 25.000 negli U.S.A. Dal 1951 già qualche neuropsichiatra cominciò ad avere forti dubbi, finché nel 1958 Robin pubblicò la prima ricerca controllata sui risultati a distanza: non solo i pazienti così trattati non erano stati aiutati dalla cura, non solo rivelavano degenze in istituti mentali più lunghe degli altri, ma nel 18 per cento sviluppavano anche l’epilessia (oltre alla consueta e inalterata schizofrenia). Annota A. Malleson, nel suo stile scozzese-tacitiano: «La leucotomia non è più un intervento popolare per la cura della schizofrenia».

Ma se l’avallo alla lobotomia frontale interessava i soli malati di mente esiste nella lista dei Nobel un infortunio che stiamo pagando tutti quanti. Nel 1948 il Premio (sempre per fisiologia e medicina) fu concesso a P. H. Muller «per la sua scoperta dell’alta efficacia del DDT come veleno da contatto contro numerosi artropodi». Oltre che contro gli artropodi, purtroppo agisce anche contro di noi. Ora, ricordando la motivazione statutaria dei Nobel («per il massimo beneficio dell’umanità») e la nostra tragica lotta attuale contro il veleno cellulare che ha invaso tutto il nostro ambiente e noi stessi anche prima di nascere, del quale non ci potremo liberare in meno di altri cento anni, e di fronte persino alla sua accertata cancerogenicità (Taylor), dobbiamo dedurne che neppure la scienza al suo massimo livello (le persone singole sono in questo caso fuori discussione) riesce a vedere più in là del suo stesso naso, ed è incapace di attingere una sintesi globale e soprattutto di difendere l’uomo, suo artefice e destinatario.

Terminiamo l’elenco con il cancro, cioè il nemico più terribile – e invitto – della scienza. In relazione al tabu che lo difende, risulta il grande dimenticato nell’elenco dei premi Nobel. Non è sempre stato così: nel 1926 il premio è stato attribuito al danese Johannes Andreas Fibiger «per la sua scoperta della Spiroptera carcinoma» cioè del bacillo del cancro, il quale naturalmente non esiste. La scottata della fondazione (ma in nome e per conto di tutta la scienza ufficiale) è stata tanto forte da averle fatto attendere esattamente quarant’anni per richiamare la malattia-tabu nei suoi protocolli. Nel 1966 il premio è stato attribuito a P. Rous («per la scoperta di virus induttori di tumori») e a C. B. Huggins («per il trattamento ormonale del cancro prostatico»); ma questo ripensamento è stato possibile solo in dispregio della norma statutaria fissata da A. Nobel («scoperte dell’anno precedente») e per la eccezionale longevità degli interessati (i Nobel possono essere concessi solo a viventi). Infatti, Rous è vissuto 91 anni (1879-1970) e ne aveva 87 al momento del premio; e quanto alle ricerche premiate, le sue risalivano a più di 40 anni prima, e quelle di Huggins a circa 30.

Si sa che tutto è in discussione, nel mondo moderno; ma l’avanguardia più esposta è la scienza, in particolare la scienza medica perché ci riguarda più da vicino e intimamente. Non c’è dunque nulla da meravigliarsi se in questa crisi globale di verità, per una medicina che rifiuta i suoi caratteri umani in favore di quelli scientifici, la gente cerca rimedio alla insicurezza acquistando una illusoria certezza da chi si pone, per principio, al di fuori di ogni inquadramento scientifico. Per questo a Milano (ma è così dovunque nelle metropoli più civilizzate) esercitano oggi almeno 4.000 maghi e veggenti per un giro d’affari complessivo di oltre venti miliardi di lire all’anno. («Il Milanese» n. 148, 1974).

Capitolo IX – Il futuribile e la medicina

Poco dopo il 1945 un fisiologo francese, tutt’altro che in vena d’ironia, dichiarò che l’Homo sapiens del terzo millennio avrebbe avuto gambe semiatrofiche, occhi miopi, padiglioni auricolari rudimentali, forze organiche irrisorie, testa assolutamente calva e rachitica a causa della ipertrofia dell’unico organo stimolato dal processo della civiltà, cioè la corteccia cerebrale. È lecito invece dubitarne, non avendo egli tenuto conto del non ancora nato cervello elettronico e della sua invasione (negli U.S.A. erano 12 nel 1950, e già 40.000 nel 1968, secondo Norwood). Da quando per esempio il costo ormai irrisorio degli orologi ne ha reso universale la diffusione, non esiste neppure più un contadino in grado di calcolare, con un semplice sguardo all’altezza del sole, l’ora del giorno con sufficiente approssimazione (per non parlare dei cittadini, e dell’ora legale). E con i computer da tasca, chi penserà più?

Gli Isaia in mezze maniche. – Per studiare appunto l’interferenza della civiltà sull’uomo è nata da una ventina d’anni la futurologia, il cui campo di ricerca è il futuro possibile o futuribile (termine coniato dal teologo spagnolo Molina), cioè la probabile realtà del mondo fra 10 anni (futuro presente) o 100 (prossimo), o 1.000 (intermedio) o 10.000 anni (lontano). A queste indagini si sono dedicati, con metodo interdisciplinare, insospettabili organismi scientifici: tra gli altri l’Institute of Technology di California e del Massachusset (il famoso M.I.T.) in U.S.A., l’Accademia sovietica delle scienze, la Rand Corporation of America, il ministero della sanità della Germania Federale, e la Croce Rossa Internazionale (1972). Oltre alla proiezione futura delle realizzazioni tecnologiche attuali occorre anche studiare i loro probabili riflessi sul modo psicologico del vivere singolo e collettivo. (Y. Hayashi; psico-futurologia.)

Sennonché fino a pochissimi anni fa le uniche previsioni attendibili sono state espresse dagli autori di fantascienza. Che cosa c’è per esempio di più azzeccato, a oltre settant’anni di distanza nel futuro, delle descrizioni di Jules Verne del missile lunare (Dalla Terra alla Luna) o del sottomarino atomico (il Nautilus del capitano Nemo in 20.000 leghe sotto i mari), battezzato perciò in suo onore come il precursore del romanzo?

E così, a livello sociopsicologico, non si può non riconoscere forte validità al futuribile descritto da George Orwell e Aldous Huxley rispettivamente in 1984 e Brave New World scritti circa quarant’anni fa, con sorpresa persino dei loro autori (A. Huxley in: Brave New World Revisited, 1958: «Nel 1931 quando scrivevo Brave New World, ero convinto che ci fosse ancora tempo, e parecchio. Invece le mie profezie si avverarono assai più presto di quel che pensassi…»). Che dire delle «fantasie» sociologiche di R. Heinlein, di R. Shektey, di M. Kornbluth, dei coniugi Gillon, di G. Gamov, di I. Asimov (Io, Robot, per esempio)? Soltanto questo, che le previsioni contenute nei loro libri sono del tutto possibili, essendo ricavate dai fatti concreti e dalle tendenze attuali con lo stesso rigoroso metodo delle ricerche di futurologia scientifica. (D’altronde molti autori di fantascienza, tra i quali Gamov e Asimov, sono o sono stati professori universitari, in genere di fisica o matematica; e hanno partecipato a gruppi di ricerca futurologica). Lo stesso metodo ha addirittura permesso al celeberrimo biologo francese Jean Rostand di scrivere nel 1962, a proposito della ingegneria cromosomica un libro (Aux frontières du surhumain) assai più avanzato del romanzo fantascientifico di Franck Herbert sullo stesso argomento The eyes of Heisenberg del 1966.

Le previsioni sbagliate. – Tuttavia persino la stretta adesione alla concretezza delle tendenze tecnologiche può portare a risultati aleatori; così è avvenuto che le Meravigliose avventure di Saturnino Farandola, un romanzo di avventure per ragazzi pubblicato a dispense appena cinque anni dopo il salto aereo dei fratelli Wright a Kitty-hawk (1903) riempia il cielo moderno di elicotteri più pesanti dell’aria, ma anche che un fisiologo aerospaziale (prof. R. Margaria, nel 1969) neghi in un’intervista concessa al giornalista Ugo Apollonio la possibilità di sbarcare sulla Luna «se non entro i prossimi trenta anni» mentre questa avvenne, come tutti ricordano, appena il 20 luglio dell’anno dopo (in L’uomo nel 2000, 1968). Per questa totale insicurezza insita nel comportamento dell’uomo, mentre disponiamo di previsioni abbondanti e attendibili a livello tecnico e operativo (nuove fonti di energia, reddito economico, sistemi industriali, sviluppo tecnologico) i contributi sul futuribile medico risultano estremamente scarsi: due soli su oltre 150 articoli originali in tutta la raccolta della rivista specializzata «I Futuribili»; addirittura nessuno in una raccolta (1968) di saggi dei massimi futurologi del mondo: Kahn, Wiener, Pierce, de Sola Pool, Mesthene e altri, che vanno dagli armamenti allo spazio, dai trasporti all’istruzione, dai computer all’economia, come saranno fra 50 anni. (Forse che il mondo del 2018 sarà senza medicina?).

Essi appaiono, inoltre, spesso correlati al dominio di una specializzazione esclusiva; per questo errore anche l’affascinante volume di P. Stefanini e U. Apollonio (Nuovi orizzonti della Medicina, 1970) si rivela semplicemente come la proiezione stereotipata nel futuro, senza alcuna alternativa, delle realizzazioni tecnologiche attuali della scienza, in chiave prevalentemente chirurgica e cibernetica. Vediamone qualcuna.

Gli psicofarmaci come arma di guerra, incruenta ma globale. La stimolazione biochimica alla crescita di nuovi arti ed organi. La fecondazione in vitro dell’ovulo umano e il reimpianto in un sostituto dell’utero materno. L’adattamento artificiale dell’organismo umano a peculiari richieste funzionali extraterrestri o extragalattiche (cyb-org). La realizzazione di una programmazione sanitaria universale e soddisfacente… questi, e centinaia d’altri, gli spunti medici che il futuribile ci riserva, come dotazione automatica di una imminente età dell’oro. Essi peccano però, in genere, di insufficienza critica: pongono infatti l’accento sulla realizzabilità tecnica, ma quasi mai sulla loro pratica attuabilità e sulle inevitabili conseguenze individuali e sociali.

L’altra faccia del miracolo. – Fino all’avvento delle cattedre di resuscitologia, non esisteva miracolo più sovrumano della resurrezione di Lazzaro. Ma già qell’aggressivo polemista del Carducci aveva annotato che – vedendola dall’altro lato – il disgraziato Lazzaro era stato l’unico uomo a morire due volte. Oggi il triste primato è stato largamente battuto, per esempio alcuni anni fa da un vicepresidente della accademia sovietica delle scienze, risuscitato ben sette volte (e morto otto). Ma il risultato più straordinario della rianimazione artificiale è stato di ordine metafisico, riuscendo (Speciani, 1968) a rendere relativa e opinabile una delle più incrollabili certezze dell’uomo, cioè la morte (quando comincia, e quando finisce? E che cosa è dunque, la morte? Per immediata antilogia: quando inizia la vita? E dove? Nella cellula o nell’organismo? E che cosa è l’organismo? Quando comincia a vivere come complesso unitario? E quando, come complesso unitario, muore?).

Per attenerci a miracoli meno eccezionali, l’aumento della aspettativa media di vita (alla nascita) dai 20 anni della preistoria ai 70 del 1960, esprime un fatto di per sé ottimo, e tale da inorgoglirci. Ancora di più se si pensa che la componente maggiore del fenomeno coincide con la compressione universale della mortalità infantile, scesa dal 500 per mille del 1900 al 100 per mille del 1950, e al 30 per mille addirittura negli ulteriori 15 anni, nel complesso dei paesi europei. La quasi totale vittoria della scienza contro le malattie infettive ci assicura anche nella vita adulta, salvo l’interferenza delle malattie degenerative. Ma già nel momento presente, per non parlare del futuro, qual è il risultato statistico di questa meravigliosa conquista? Anzitutto l’aumento esponenziale della popolazione in tutto il mondo, che diamo per scontato. Poi, tragico e attuale, l’aumento straordinario dei cronici, degli invalidi, dei disadattati fisicamente (per i quali nessun paese ha saputo preordinare tempestivamente leggi e difese sociali idonee).

Molto di più sono cresciute invece le spese per questa quota di popolazione: le pensioni di invalidità e vecchiaia (INPS, Italia) sono salite da 1 miliardo e 165 milioni del 1922, a 364 miliardi e 750 milioni del 1955, a 2.800 miliardi e 600 milioni del 1968, a 4.991 nel 1973, a 7.365 nel 1974.

Si sono cioè moltiplicate di oltre 6.300 volte in dieci lustri (conteggi in lire 1965!). A parte il fatto della prevedibile bancarotta sociale, c’è – a documentare la tragedia psicologica del vecchio nella società moderna – la statistica mondiale dei suicidi, che accerta per il gruppo oltre i 65 anni un tasso sette volte superiore a quello globale della comunità (Speciani, relaz. XI congr. Med. sociale, Modena 1967). Il prof. Vittorio Puddu (in L’uomo del 2000 di Ugo Apollonio) afferma, certo pensando alla «conquista» delle cardiopatie, che «in ogni caso, l’uomo del prossimo futuro vivrà 120 anni». Potrebbe vivere forse; a meno che non si suicidi in massa ben prima, sopraffatto dalla noia e dalla alienazione, visto che le attuali balorde leggi antibiologiche lo costringono a pensionarsi, in piena efficienza fisica e mentale, a meno di metà della sua speranza di vita, non utilizzando incoscientemente una somma irripetibile di esperienze e di saggezza.

Bioingegneria cromosomica e trapianti. – Ricorderemo ancora che, come parziale arginamento della marea montante e della presa di potere degli ipofrenici, con conseguenze immaginabili persino sull’ulteriore progresso della civiltà, la scienza offre un metodo che consentirebbe la nascita – a piacere, nel luogo e nella quantità utile – di un drappello di Einstein, o di Descartes, o di Edison. Si tratta delle «banche dello sperma» dove potrebbe essere conservato anche per millenni seme particolarmente iperdotato, donato all’umanità da geni ed eroi durante la loro vita. Ne accennava J. Rostand nel 1962 (Aux frontieres du surhumain), ma la realizzazione pratica era già, solo dieci anni dopo, in largo uso sperimentale. T. Mann, Rowson e tutto il gruppo della stazione di fisiologia della riproduzione della Università di Cambridge, Inghilterra, riescono correntemente ad ottenere vitelli Hereford da vacche Frisone, agnelli Border-Leicester da pecore Dorpet, con uova fecondate in Inghilterra e generate in Australia, e così via. Usano spermi conservati a -79° (anidride carbonica solida) e persino a -196° (azoto liquido) («Pan. Med.» 1, 1972). La sola proiezione futura di questo pilastro tecnologico è la sua applicazione all’uomo, null’altro. Ma qui iniziano i guai. Infatti né le vacche Hereford né le pecore Dorpet hanno personalità giuridica, quindi non possono fare testamento mentre l’uomo sì; e quando se ne dimentica, vi provvede automaticamente la società, attraverso le sue leggi. Nel caso che un uomo abbia un figlio duecent’anni dopo la sua morte naturale (e i figli si fanno con la cromatina genetica, non con i baci e le carezze), come si comporterà la legge a proposito delle eredità già chiuse? O le terrà sempre aperte finché rimanga una goccia di seme attivo, nella «banca»? Le complicazioni legali del caso, studiate da Pierre Sagaut (in Rostand, l.c.) sono tali da distruggere quasi tutta la struttura giuridica esistente, o, più probabilmente, da inibire il ricorso effettivo a un progresso tecnologico realizzabile, come questo.

Per quanto riguarda la ingegneria cromosomica in senso più stretto, cioè la possibilità di lavorare sui cromosomi portatori dei caratteri dell’organismo globale, correggendo eventuali anomalie dannose (o determinando la comparsa di caratteri presunti favorevoli, tipo cyb-org naturali) anche qui il futuro e già abbondantemente cominciato. Il primo atto di qualsiasi intervento (in biologia e no) è di conoscere con precisione il campo sul quale si intende agire. E la patologia dei cromosomi (autosomi) ha conosciuto uno sviluppo esplosivo dopo che Lejeune, Gauthier e Turpin (1959) hanno scoperto che la idiozia mongoloide o sindrome di Down dipende da un cromosoma in più in una delle 23 paia normali. Così essa si chiama oggi «trisomia 21», ma si conoscono già patologie speciali cromosomiche (1 in più o 1 in meno, mezzo in meno o in più e così via) per decine di altre sindromi, da quella di Klinefelter a quella di Turner, dalla sindrome di Wolf-Hirschhorn a quella di Patau, a quella di Edwards, oltre ad almeno 18 malattie metaboliche ereditarie.

Dalla necessità alla realizzazione, in medicina il passo è breve e difatti è già avvenuto. Ci attendiamo perciò presto l’azione modificante, e le sue successive conseguenze etiche, verso la costruzione di qualche nuova superrazza; cioè l’avverarsi scientifico del folle sogno di tutti i dittatori. Infatti due anni fa il biologo americano J. Shapiro, dopo essere riuscito a sintetizzare per la prima volta un gene, abbandonò la professione di ricercatore per non contribuire a scoperte pericolose per l’umanità. Ma nell’estate 1974 un gruppo di biologi della Stanford University, California, è riuscito a trasferire alcuni geni del rospo africano Xenopus Laevis nel patrimonio ereditario di un batterio, la Escherichia coli. A seguito di questa scoperta, e per le insorgenti perplessità morali, una decina di biologi «cromosomici» ha pubblicato nelle due maggiori riviste scientifiche del mondo («Nature» e «Science») un appello ai colleghi perché sospendano le ricerche nel campo della ingegneria genetica. Nonostante l’assenso della Gordon Conference (un convegno annuale della più avanzata biologia internazionale) esistono tuttavia ben poche probabilità che l’appello venga ascoltato.

Quanto ai trapianti d’organo efficienti, già oggi assommano in tutto il mondo a migliaia (di massima, reni). Se si risolverà il problema del rigetto e dei medicamenti antirigetto che stimolano tumori nei soggetti trapiantati, non esisteranno limiti tecnici alle sostituzioni. Pancreas, cuore, polmoni, cervello. Qui altro inciampo: dal 1967 il neurochirurgo R. White, del Metropolitan Hospital di Cleveland, U.S.A., riesce a mantenere in vita, per ore o giorni, un cervello isolato di M. Rhesus, collegato alle carotidi di un altro macaco. Se invece che all’esterno il cervello senza corpo fosse immesso dentro la scatola cranica dell’ospite, il trapianto diverrebbe completo. Ma chi sarebbe la scimmia ospite? Il suo corpo o il suo nuovo cervello? Trasferite il dilemma sull’uomo, e avrete un nuovo argomento per tenervi svegli di notte. O, se non voi, i teologi morali.

Vogliamo scendere più al pratico? Purtroppo anche così l’empasse non svanisce, anzi. Già oggi, col rischio quasi certo della morte solo procrastinata, nessun trapiantologo fatica a convincere i riceventi. Il difficile è trovare donatori. Benissimo, faremo le banche degli organi. Ma chi le rifornirà? Quando il mercato psicosociale premerà con la forza tremenda dei voti sui legislatori per rendere possibile a tutti (in regime di medicina socializzata!) un trapianto vitale, gli amministratori della comunità non avranno altra scelta che quella di rifornire le banche di organi freschi e sani comminando la pena capitale (altro che rieducazione del delinquente!) per infrazioni normative sempre più lievi, come il fumare al cinema, o la sosta vietata. Oppure – o anche parallelamente – nascerà da una richiesta altamente retributiva, e continuamente insoddisfatta, la borsa nera degli organi, a beneficio di bande di assassini di pochi scrupoli, a impunità garantita. Di questo macabro risvolto sociale si è interessato un bel racconto di fantascienza (La terza mano); ma anche quotidiani serissimi e gravi come il «New York Times» e la «Komsomolskaya Pravda» (citati da A. Toffler in The Future Shock), nonché recentemente (8 giugno 1974) il «Corriere della Sera» a proposito del prelievo di ipofisi umane entro le 24 ore dal decesso, lecito in altri Stati, ancora illegale in Italia, per estrarne a scopo terapeutico l’ormone somatotropo (STH). E persino autorevoli riviste scientifiche: il «British Med. Journal» riferisce (1974) che a Cambridge sono stati sospesi i trapianti renali per «penuria del materiale».

Qualcuno ha forse una terza via da proporre?

Lo stress universale. – Considerato che in ogni campo scientifico il progresso raddoppia le informazioni in dieci anni, risulta che nel tempo di una vita, oggi, le conoscenze acquisite nei primi anni di scuola si moltiplicano per 64 (Appel, Toffler). Ciò significa che tutti siamo, a distanze brevissime da ogni apprendimento, superati da una valanga fissionistica di nozioni, ormai impossibili a digerirsi.

Ad un certo punto si può anche decidere di chiudere gli occhi e le orecchie, rifiutando ogni ulteriore informazione. Ma non è invece possibile rifiutare lo scontro con i risultati pratici del progresso tecnologico, che si esprimono per esempio in una vorticosa rotazione dei beni di consumo, sempre più rapida (il 55% dei prodotti in commercio non esistevano 10 anni fa; in compenso il 42 per cento di quelli di 10 anni fa è scomparso…). Lo stesso modulo si applica persino alle medicine e ai metodi di terapia, sia pure con minore rapidità. Lo stesso, ancora, investe tutta la vita moderna. L’investimento neurale gravissimo che questa continua rivoluzione di mutamenti comporta per tutti, è un terrificante e incomprimibile fattore di stress (nel significato esatto di H. Selye), che ci investe in ogni attimo della giornata, da quando usciamo di casa a quando vi ritorniamo. Ora, di fronte a uno stress esterno insostenibile (lavoro, preoccupazioni, guerre, epidemie) tradizionalmente l’uomo si rifugiava nella famiglia, «hortus conclusus» intorno alla sua personalità, finalmente disarmata. Un solo indice demoscopico: la ipernatalità immediatamente successiva ai medesimi periodi di stress sociale. Sarebbe scomodo (sovrappopolazione) ma forse il minore tra due mali, se lo stesso metodo fosse possibile anche oggi. Ma non lo è già più, e sempre meno lo sarà in futuro. La rivoluzione della famiglia e del suo significato è in atto da decenni, ora è giunta all’esplosione finale. Non solo è diventata il semplice dormitorio di individui isolati, appartenenti a categorie differenti e tra loro incomunicanti, non solo aliena gli anziani e non ha più tempo per allevare i figli, ma è in discussione persino come sostanza d’istituto. Huxley ne prevedeva la scomparsa nel suo Brave New World ma la realtà ha già superato le sue previsioni. Proposte di leggi sempre più avanzate (verso cosa?) nel Nord Europa riconoscono personalità giuridica alle plurifamiglie (poliandriche o poliginiche). Toffler spinge la linea logica fino ai «pro-genitori» cioè