FATEBENEFRATELLI: PADRE TARCISIO MORINI O.H. – “GESU’ INTIMO” – Presentazione

Padre Tarcisio Morini o.h. 2

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Padre Tarcisio Morini 01Padre Tarcisio Mario Morini dei Fatebenefrtelli è nato a Muzzatella il 5 Luglio 1925.

Entrato nel collegio apostolico il 12 Ottobre 1936, è stato ammesso al noviziato il 27 Luglio 1942. Ha emesso la professione dei voti temporanei il 22 Agosto 1943 ed i voti solenni il 10 Ottobre 1949. 

Ha condotto gli studi teologici presso il seminario vescovile di Lodi, frequentato antecedentemente anche da San Benedetto Menni, giacché l’Ordine Ospedaliero operava nel Convento-Ospedale Fissiraga, comodo punto di appoggio per i religiosi avviati al sacerdozio.

Dopo essere stato direttore dell’Aspirantato Fatebenefratelli di Brescia e, successivamente, di Romano d’Ezzelino, a causa di un doloroso tragico incidente, perse la vita, lasciando in tutti l’indelebile ricordo del sacerdote buono e fedele, AMICO INTIMO DI GESU’ per il quale non ha risparmiato intelletto ed energie.

Padre Tarcisio Morini -  FBF-BRESCIA-PILASTRONI-Ex-Aspirantato-disabili3

Un tempo Aspirantato Fatebenefratelli di Brescia

Padre Tarcisio Morini - Ca' Cornaro Romano D'Ezzelino

Un tempo Scuola Apostolica Fatebenefratelli di Romano d’Ezzelino

Padre Tarcisio Morini - Romano d'Ezzelino

Fatebenefratelli Romano d'Ezzelino - Cà Cornaro - Chiesa

Per anni Direttore Spirituale dei seminaristi, Mons. Salvaderi era persona che godeva grande stima anche fuori dai confini  ed era autore di un saggio monografico di successo dal titolo GESU’ INTIMO  meditazioni per chierici e sacerdoti sulla conoscenza e l’amore personale di Gesu (Ed. Ancora).

Padre Tarcisio ha pensato di adattarlo alla spiritualità del Suo Ordine e ne è uscito un nuovo volume, ampliato, con la presentazione dell’Autore che scrive:

P. Tarcisio Morini ohP. Tarcisio Morini, persuaso che il volumetto “GESU’ INTIMO” possa giovare ai Religiosi dell’Ordine Fatebenefratelli, particolarmente negli anni dell’Aspirantato e del Noviziato, ne ha adattato il testo (concretando un desiderio espresso dal Rev,mo P. Mosè Bonardi quando era superiore Generale), ed ha aggiunto di suo, dopo le meditazioni, argomenti opportuni per la direzione spirituale.

Conoscitore della storia dell’Ordine, dei Confratelli che in esso si sono distinti, ma soprattutto contemplatore dell’anima di San Giovanni di Dio, Padre Tarcisio ritiene che occorre insistere su la conoscenza e l’amore personale di Gesù per imitare fedelmente il Fondatore, per attuare col massimo frutto la vocazione ospedaliera.

  • Quanto San Giovanni di Dio amava Gesù !
  • Come viveva intensamente di Lui !
  • Con quale frequenza il nome di Gesù palpita ancora nelle sue lettere !

La sua tenerezza verso gli ammalati era un aspetto di tale amore, ne era effetto ed alimento.

Così sarà sempre per ogni suo seguace: un amore – verso Gesù – illuminato, senza nulla di sentimentale, sostenuto da autentico accostante spirito di sacrificio diventerà energia che rende il Religioso un altro Giovanni di Dio neu rapporti coi malati; ogni atto di carità ospitaliera accenderà più vivo il fuoco dell’amore verso Gesù, donando al Religioso di “vedere” più nitidamente Gesù dovunque, soprattutto – dopo che nel tabernacolo – nel malato.

                                                                                                 Mons. CARLO SALVADERI

Direttore Spirituale del Seminario di Lodi

 15 Agosto 1963

CattedraleDuomo di Lodi

Come si spiega il particolare interesse suscitato da un opuscoletto apparentemente da quattro  soldi?

Il motivo è subito  spiegato: nella Rivista dei Padri Sacramentini, in Associazioni degli Adoratori Consacrati , dell’Autore così si trova scritto:

 “Anima eucaristica” e “gemma del clero lodigiano”, ricercato direttore di spirito di religiosi e laici, noto conferenziere e scrittore di opere ascetiche e agiograficge. Divenuto sacerdote nel 1928, si iscrisse all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, ove fu compagno di studi di Amintore Fanfani, e dei futuri cardinali di Milano e di Torino Giovanni Colombo e Michele Pellegrino, con i quali ebbe una lunga corrispondenza epistolate. Laureatosi in letteratura italiana, insegnò per alcuni decenni nel seminario di Lodi, di cui fu anche vicedirettore.

Al termine di una intensa vita dedicata alla predicazione e alla scrittura ascetica – tra l’altro scrisse anche bellissimi articoli per la rivista dell’Associazione dei Seminaristi adoratori “Credidimus caritati” e per gli “Annali dei Sacerdoti adoratori” – si spense a Lodi nel 1994; il suo capolavoro GESU’ INTIMO, dedicato all’amore personale al Signore Gesù, ebbe numerose edizioni italiane e venne tradotto in diverse lingue europee. 

Tra i suoi tanti scritti sulla devozione al “mirabile Sacramento dell’Eucaristia” si può citare una breve pagina dell’opuscolo Te siti anima mea, composto per le visite eucaristiche dei chierici. In esso Mons. Salvaderi scrive: 

  • Basta che mi trovi davanti all’ostensorio, tra le luci della funzione sacra;
  • basta che mi raccolga davanti al tabernacolo, illuminato solo dalla lampada;
  • basta che pensi all’adorabile Sacramento, per concludere come san Tommaso:
  • quell’Ostia è Gesù, Figlio di Dio e di Maria!
  • Dunque in quel tabernacolo è custodito uno dei più poderosi portenti della sapienza, della potenza, dell’amore.
  • Dunque Gesù è qui è per me…
  • Giunto afflitto vicino all’altare, me ne allontano consolato:
  • dunque aumento la fede e renderò più alacre l’amore”

Nocent-Angelo - Padre Mosè Bonardi

La presentazione dell’allora Priore Provinciale P. MOSE’ BONARDI

” Confratelli carissimi,

                                    ho il piacere di presentarvi la pubblicazione del volumetto “GESU’ INTIMO” di Mons. C. Salvaderi adattato allo spirito della nostra Regola e alle caratteristiche delle nostre tradizioni.

L’opera pregiata, e lo dimostra la larga diffusione che ha avuto in pochi anni: quattro ristampe e 12 adattamenti , entra così, anche nella nostra Provincia, con gli intenti e gli scopi con i quali fu scritta e divulgata: per fare del bene.

Sono meditazioni che preparano il giovane ai grandi ideali, alle battaglie della vita, affidandolo ad un Amico Divino, inculcando nel suo cuore l’amore al soprannaturale, la vita di preghiera, l’unione con Gesù e addestrandolo ai sacrifici e alle rinuncie che lo stato religioso e la vita dell’Apostolo esigono.

Dalla semplice lettura del lavoro, è facile comprendere che si tratta di una vera miniera di un contenuto ascetico e mistico denso, sgorgato da un’anima che ha grandi esperienze nella direzione spirituale delle vite consacrate. Il questo volumetto Mons. Salvaderi ha voluto condensare il meglio che si possa servire alle anime che si sono votate all’ideale della santità e della perfezione.

_Scan10385Cari confratelli, accogliamo questo libro come un dono del Signore, che ci viene offerto proprio a conclusione dei turni dei Santi Esercizi dell’anno di grazia 1963.

Attraverso queste meditazioni di “GESU’ INTIMO” di Mons. Salvaderi,

  • potremo rivivere i propositi fatti nei Santi Esercizi,
  •  impareremo a meglio amare i nostri doveri di stato e quelli particolari della nostra Santa Vocazione, 
  • e ci apparirà con maggiore evidenza quanto sia bello e generoso,
  • camminare,
  • lavorare,
  • costruire,
  • soffrire
  • e compiere ogni atto della nostra giornata terrena accanto al Signore,
  • per Lui e con Lui.

Sentiremo Gesù sempre con noi, nelle gioie e nei dolori;

  • medicina per i nostri mali,
  • refrigerio nelle pene,
  • conforto nelle rinunce.

Si lascerà vedere, come lo vedremo nel dolore e nella sofferenza che popolano le nostre Case, a linee chiare e luminose, e in tanti esseri martoriati dal male, verso i quali ogni giorno sono rivolte le nostre premure, vedremo il nostro Gesù Intimo mistico.  

Una nuova luce inonderà i nostri cuori e rischiarerà il tribolato nostro cammino mostrandoci nella vera realtà la vocazione di privilegio che Egli ci ha donato, e come sia grazia singolare poterla praticare e vivere.

Oh sì, cari Confratelli, da queste sapienti ed affascinanti meditazioni, rivissute nella giornata di Apostolato, ritroveremo il Divin Volto di Gesù impresso nella sofferenza, che espia e merita, scenderanno sui nostri spiriti aiuti e conforti pari alle nostre necessità e fatiche, e la certezza della più grande terrena ricompensa , che ci farà pregustare quella eterna del Paradiso, sospingendoci a donarci con totale dedizione al nostro apostolato di carità.

Ringrazio di cuore l’Autore per averci concesso che il suo prezioso volumetto “GESU’ INTIMO” venga a fare del bene alle nostre anime. Aggiunge, così, meriti a meriti.

San Giovanni di Dio - Il trapassoUn augurio per noi perché non abbiamo a sciupare l’efficacia di bontà e di bene che l’Autore si è santamente proposto nello scrivere queste pagine, che ci vengono offerte e che dobbiamo accogliere dalle mani della Vergine Santa e da quelle del Nostro Santo Patriarca Giovanni di Dio:

Fraternamente vostro Confratello.

                                                                                                          Fr. M. Bonardi                                                                                                                          PROVINCIALE    

Villa d’ Allegno (Brescia) – 25 settembre 1963                   

Villa d'Allegno (Brescia)

 segue…FATEBENEFRATELLI: PADRE TARCISIO MORINI O.H. – GESU’ INTIMO – CAP. 1 : UNA COSA TI MANCA

FATEBENEFRATELLI: CI SONO ANCORA MOLTI SEGNI… – Angelo Nocent

 

Cartoline

FATEBENEFRATELLI: INSIEME PER SERVIRE

Ci sono ancora molti segni che Gesù ha fatto» (Gv 20,20)

Rimescolando vecchie carte, in questi giorni m’è maturata questa riflessione che provo a condividere.

Giovanni Evangelista - ReniCuriosamente Giovanni, morto centenario e con molto tempo a disposizione, termina il suo vangelo premurandosi di avvertirci che avrebbe potuto continuare a scrivere su Gesù. Ma ha scelto di privarci per sempre di «molti segni che Gesù ha fatto». Il perché di questo rifiuto di dirci di più sul Verbo di vita non lo sapremo mai. Ma quale potrebbe essere la ragione di questa negazione?

Giovanni risponde sobriamente, affermando che i segni che ha messo per iscritto nel suo libro «ci sono stati messi perché crediate (…) e perché abbiate la vita nel Suo nome» (20,31).

Giovanni dunque ci lascia un libro volontariamente incompleto. Ma per lui i segni che ci sono dati sono sufficienti perché possiamo «credere in Gesù ed avere la vita nel Suo nome». E’ come se volesse responsabilizzarci.

Non dice tutto, perché noi, credenti,

  • avendo la Sua vita,
  • possiamo e dobbiamo esserne il seguito.
  • Le nostre vite possono diventare nuove pagine del Suo vangelo.

In alrtre parole, ci viene detto che

  • da lettori, adesso sta a noi essere attori,
  • aprirci al soffio di Dio,
  • essere segni di Gesù;

Ci viene detto

  • che ora il Vangelo potrà essere vissuto grazie a noi.
  •  che ora la vita di Gesù può dispiegarsi solo nella nostra.
  • La sua vita è impegnata nella nostra.

Ma non finisce qui:

  • come per il libro di Giovanni, anche le nostre vite non possono dire tutto su Gesù.
  • I segni che facciamo restano limitati, incompleti.
  • Perciò siamo sollecitati alla vigilanza e all’attenzione su ciò che accade sotto i nostri occhi:
  • altri uomini e donne a noi sconosciuti, sono pronti a prendere il testimone.
  • A diventare segni di Gesù a loro volta e a loro modo.
  • Come noi, anche costoro hanno «creduto in Gesù ed hanno la vita nel Suo nome».
  • Tocca ad essi scrivere nuove pagine del suo vangelo.

1-San Giovanni di Dio 9Mi viene in mente San Giovanni di Dio di cui sto leggendo biografie e lettere, la cui vita, dopo l’effusione dello Spirito all’Eremo dei Martiri, a Granada, è stata Vangelo vivo per il suo tempo.

A differenza degli altri, Francesco de Castro, il primo suo biografo, ha scritto di lui solo dopo aver sentito tante narrazioni orali, averle esaminate con pacata attenzione, rigorosa selezione, scartando quando non era in grado di verificarne l’attendibilità, meritandosi così assoluta credibilità. Se non ha potuto dire tutto del Santo uomo di Granada, ci ha tramandato sufficiente materiale di credibilità.

Epperò, altri dopo di lui hanno scritto con la vita nuove pagine. E noi siamo tra coloro che sono chiamati ad assumerci questo compito perché possiamo esserne il seguito di pagine viventi.

PENTECOSTE

L’elemento centrale della fede cristiana è la resurrezione di Gesù di Nazareth, che è festeggiata il giorno di Pasqua.

San Giovanni di Dio 22Ma quest’evento ha diverse sfaccettature che si dispiegano in altre feste come l’Ascensione e la Pentecoste, che fanno parte del mistero pasquale. C’è un modo di celebrare Pasqua che fa dimenticare che, prima della resurrezione, c’è stata la morte di Gesù, una morte vera. E’ quello che ci richiama la festa dell’Ascensione, durante la quale Gesù scompare da questo mondo.
La resurrezione non è la rianimazione del corpo di Gesù. Già la tomba vuota significava che bisognava rinunciare al corpo di Gesù. Anche nelle apparizioni di Gesù, dopo la sua resurrezione, i suoi discepoli non lo riconoscono, è qualcun altro e tuttavia, in un secondo tempo, hanno la certezza che è anche lui. E’ riconosciuto da segni:

  • la frazione del pane per i discepoli di Emmaus (Lc 24, 13-35),
  • una pesca miracolosa per gli apostoli che avevano ripreso il loro mestiere dopo la morte di Gesù (Gv 21).

Curiosa presenza!

Gesù risortoE’ la Pentecoste che significa questa nuova forma di presenza. Questa festa potrebbe chiamarsi la festa della nuova presenza di Gesù tra di noi, una presenza non più materiale, ma spirituale. E’ ora il tempo dello Spirito che Gesù aveva promesso di mandare (Gv 16, 7 e seguenti).

L’irruzione dello Spirito si riconosce dai suoi effetti:

  • apertura delle porte del Cenacolo, nel quale i discepoli si erano rifugiati;
  • sparizione della paura che li teneva rinchiusi;
  • audacia di mostrarsi e di parlare davanti a tutti con persuasione.

L’esperienza di questo dono dello Spirito è stata vissuta dai discepoli sotto forma di vento e di fuoco.

  • Il vento è una circolazione di aria, che è simbolo dello spazio necessario per respirare, muoversi ed entrare in relazione senza schiacciarci reciprocamente; quando siamo troppo stretti, diciamo volentieri: «Lasciatemi respirare».
  • Quanto al fuoco, illumina e riscalda. Abbiamo dunque un luogo illuminato dalla conoscenza: i discepoli comprendono dall’interno che è veramente Gesù e qual è il suo messaggio; sperimentano quello che aveva annunciato Gesù: «Quando verrà lo Spirito di verità, vi condurrà alla verità tutta intera» (Gv 16,13).
  • E’ anche uno spazio caloroso nel quale possono svilupparsi la fiducia e l’amore reciproco.

Questi sono i segni della sua presenza che Gesù ci dà oggi.

Dovunque appaiono queste manifestazioni dello Spirito, Gesù è presente. Là dove sono la Carità e l’Amore, Dio è presente. Ubi caritas et amor, Deus ibi est.

Del resto, è ciò che ci fa capire anche il racconto del cosiddetto Giudizio universale:

«Quando ci è capitato di vederti affamato e ti abbiamo dato da mangiare, assetato e ti abbiamo dato da bere, straniero e ti abbiamo accolto, nudo e ti abbiamo vestito, malato o prigioniero e siamo venuti a visitarti? Ed il re risponderà loro: “In verità vi dico, quando lo avete fatto al più piccolo dei miei fratelli, lo avete fatto a me”» (Mt 25, 37-40).

  • E’ nella qualità della condivisione e del dialogo con gli altri che Gesù si rende presente.
  • Così come nella condivisione eucaristica possiamo parlare di presenza reale;
  • a contrario, forse possiamo dubitare di quella in alcune Eucaristie nelle quali manca una dimensione comunitaria.

La forza che spinge ad uscire da casa propria, da se stessi, è il segno di un invio. Poco prima di sparire agli occhi dei suoi discepoli, Gesù li manda: «Riceverete una forza… Mi sarete allora testimoni a Gerusalemme, in tutta la Giudea e la Samaria e fino ai confini della terra» (At 1,8).

Si tratta di una missione universale, valida per tutti e tutte. «Andate nel mondo intero, proclamate la Buona Notizia a tutta la creazione» (Mc 16,15). E’ ciò che iniziano a fare nel giorno di Pentecoste. Perché non si tratta di fermarsi a guardare il cielo.

Questa Buona Notizia è la stessa di quella annunciata da Gesù con i suoi comportamenti. Quando i discepoli escono dal Cenacolo dopo quest’evento, la loro lingua è capita da tutti, perché è la lingua dei comportamenti, una lingua che parla a tutti e tocca ciascuno al cuore: è la possibilità per tutte e tutti di essere amati ed accolti, di vivere pienamente e liberamente, di ritrovare la propria dignità, di conoscere ed essere conosciuti. E’ così che Gesù può promettere: «Ed io sono con voi per sempre» (Mt 28,20).

Una fra le innumerevoli manifestazioni dello Spirito, ce non sia anche la GLOBULI ROSSI Company, una costoletta di San Giovanni di Dio e San Riccardo, che, senza ambizioni o presunzioni, vuol semplicemente dire cristiani nella società, nella Chiesa locale, – dunque anche nelle istituzioni socio-sanitarie ma non solo – come presenze vive e testimoni di amore evangelico nella vita di ogni giorno, per via del mandato battesimale: “portate i pesi gli uni degli altri”.

San Paolo apostolo-tangi(Gal 6, 1-6) …Portate i pesi gli uni degli altri, così adempirete la legge di Cristo. Se infatti uno pensa di essere qualcosa mentre non è nulla, inganna se stesso. Ciascuno esamini invece la propria condotta e allora solo in se stesso e nn negli altri troverà motivo di vanto: ciascuno infatti porterà il proprio fardello. Chi viene istruito in dottrina, faccia parte diquanto possiede a chi lo istrisce”.

Abbiamo pertanto doni diversi secondo la grazia data a ciascuno di noi.

Chi ha il dono della profezia la eserciti secondo la misura della fede; chi ha un ministero attenda al ministero; chi l’insegnamento all’insegnamento; chi l’esortazione all’esortazione. Chi dà, lo faccia con semplicità; chi presiede, lo faccia con diligenza; chi fa opere di misericordia, le compia con gioia (Rom 12,6-8).

Accanto a tanti fermenti positivi, assistiamo anche a un lento progressivo processo di secolarizzazione del nostro tempo nel quale ad una società dei valori si è ormai sostituita una società competitiva che non rispetta l’uomo per quello che è ma solo se in grado di prendere e vincere.

Buona notiziaOgnuno di noi è insignificante, ma fino a un certo punto. Siamo battezzati e cresimati, quindi portatori di un Messaggio di grande attualità perché è la “BUONA NOTIZIA”. Pertanto, dobbiamo sentirci provocati, pungolati a non metterci in salvo dal “nuovo paganesimo” ma a condividere in nome della carità la vita delle persone.

Come? “Penetrando” la società moderna con lo spirito della Chiesa delle origini. E’ infallibile: a cominciare dai giovani, chi assaporerà la spiritualità del Vangelo gusterà la gioia di vivere da fratelli in Cristo.

San Riccardo Pampuri: Eccomi !Per non dire di san Giovanni di Dio, questo messaggio che vediamo ben incarnato nel laico Dr. Erminio Pampuri e nel religioso Fra Riccardo, è per tutti, uomini e donne, chiamati a vivere la propria esistenza nell’oggi, nella famiglia o nella vita di consacrazione, nella propria professione o nel tempo libero. Tale consapevolezza deve accompagnarci nella quotidianità.

Se il fulcro della spiritualità di San Riccardo Pampuri è la carità che spinge a farsi carico del fratello e della comunità umana, essa si esplicita nei rapporti interpersonali e si proietta nella azione missionaria ed evangelizzatrice. Vivere la Carità nelle relazioni interpersonali significa oggi come sempre, andare al cuore della convivenza umana per instaurare un nuovo modello di socialità normato da una legge di amore.

L’ideale è la comunità dei primi cristiani che viveva “un cuor solo e un’ anima sola” facendo della carità la prima ed irrinunciabile regola di convivenza umana e il mezzo più idoneo per stare vicino ai propri contemporanei e per annunziare il Vangelo di Cristo.

San Riccardo, da medico condotto, scriveva alla sorella suor Longina missionaria al Cairo, che sentiva fortemente il bisogno di una regola di vita. Abbracciando il convento, si è trovato a vivere sotto la Regola di Sant’Agostino che si apre in questi termini:

  • Scopo e fondamento della vita comune.
  •  Questi sono i precetti che prescriviamo a voi stabiliti nel monastero.
  • Il motivo essenziale per cui vi siete insieme riuniti è che viviate unanimi nella casa e abbiate unità di mente e di cuore protesi verso Dio.
  • Non dite di nulla: “È mio“, ma tutto sia comune fra voi. Il superiore distribuisca a ciascuno di voi il vitto e il vestiario non però a tutti ugualmente, perché non avete tutti la medesima salute, ma ad ognuno secondo le sue necessità. Infatti così leggete negli Atti degli Apostoli: Essi avevano tutto in comune e si distribuiva a ciascuno secondo le sue necessità “.

Se io ho un profondo rapporto con il Signore Gesù e vivo un’intensa esperienza di preghiera (non necessariamente solo di formule) io cristiano trovo il significato dei miei giorni per una vita appassionata, segnata dalla speranza e riscaldata dall’amore.

Gli è che siamo chiamati ad incarnare l’ “Ubi charitas et amor”:

Com’è bello, Signor, stare insieme,

ed amarci come ami tu:

qui c’è Dio. Alleluia !


1. La carità è paziente, la carità è benigna,
comprende, non si adira e non dispera mai.

2. La carità perdona, la carità si adatta,
si dona senza sosta con gioia e umiltà.

3. La carità è la legge, la carità è la vita,
abbraccia tutto il mondo e in ciel si compirà.

4. Il pane che mangiamo, il corpo del Signore,
di carità è sorgente e centro di unità.

Riccardo ha detto al mondo e lo ripete oggi anche a noi che vivere nell’amore è stupendo: Amatevi gli uni gli altri come io vi ho amati”: ecco il comandamento dei cristiani, l’unico che, se attuato in verità, consente di riconoscere i discepoli di Gesù (cf. Gv 13,35)

Gesù - Amatevi come vi ho amati
Erminio Pampuri ha faticato molto per trovare la sua strada. Un lungo cammino fatto di difficoltà. Il carisma di San Riccardo alla fine è il medesimo del suo patriarca San Giovanni di Dio, un laico randagio braccato dallo Spirito a quarantatré anni di desideri, di tergiversazioni, di entusiasmi passeggeri.

Giovanni, “el mendigo de Granada”, sembra un randagio che non sa o non vuole scegliere la sua via;

  • è sempre un viaggiatore senza meta;
  • un camminatore con l’ansia dell’arrivo;
  • ma che non trova mai il posto dove posarsi e stabilirsi;
  • un inquieto, sia pure in cerca di Dio,
  • ma che non trova la sua pace in nessun angolo della terra,
  • senza un mestiere perché ne cambia troppi.

Come si sente in lui l’uomo ricercatore di Dio !

  • L’uomo instabile,
  • l’uomo, il vir desideriorum,
  • l’uomo che non sa decidersi,
  • l’uomo, il solitario camminatore alla conquista  della felicita!

( http://sangiovannididio.altervista.org/blog/

1-San Giovanni di Dio 9A partire dal nostro “randagismo”, GLOBULI ROSSI significa ispirarsi a chi ha conosciuto gli sbandamenti, gli avvilimenti ma che, ad un certo momento ha trovato…E s’è buttato anima e corpo. Ognuno, da persona libera, sottomessa allo Spirito, cerchi la propria originalità e peculiarità per esprimere la comune spiritualità.

Melograno-001Siamo come i “chicchi” di un melograno evengelico rappresentato da santi e martiri che si sono consumati fino a dare la stessa vita per la Carità.

Avanti! C’è posto per tutti: religiosi, sacerdoti, bambini, giovani, coppie di sposi, intere famiglie, vedove, gruppi, amici, volontari…

cenacolo-di-gerusalemmeAbbiamo le spalle coperte perché partiamo da Gerusalemme, da quel: “Ho desiderato ardentemente di celebrare questa Pasqua con voi, di mangiare questa Pasqua con voi”.

Ed oggi proviamo ad ispirarci a un testimone contemporaneo chi ha creduto alle parole del Maestro: il vescovo Don Tonino Bello, che ripete alla sua Chiesa, mentre lotta, divorato da un tumore:

don ToninoSono le parole che Gesù disse prima dell’ultima cena proprio nel Giovedì Santo. E anch’io ho desiderato ardentemente di mangiare questa Pasqua con voi; e Gesù dice “prima che io me ne vada”. Ma io non so se me ne andrò, chissà come piacerebbe a me, l’anno prossimo, di poterci trovare ad una solenne smentita, e poter dire: “guarda, ti ricordi che differenza?” e allora renderemmo grazie al Signore. Per adesso, via, andiamo avanti, con grande gioia.

Io ho voluto prendere la parola per dirvi che non bisogna avere le lacrime, perché la Pasqua è la Pasqua della speranza, della luce, della gioia! Dobbiamo sentirlo! Io lo sento veramente, perché è così, perché il Signore è risorto, perché è al di sopra di tutte le nostre malattie, le nostre sofferenze, le nostre povertà; è al di sopra della morte. Quindi ditelo!

Ecco, aggiungo un altro compito a casa: ognuno di voi a qualcuno, a qualche parente che non sta bene, a qualche ammalato. Ditelo: che stai lì…? Lo sai che c’è Gesù vicino a te!? Certo, chi sta a letto la luce del sole domani la vedrà attraverso le finestre – Io, oggi, ho ringraziato il Signore e ho detto: “Da quanto tempo non vedo il sole!” – Comunque, anche se non vedrete la luce del sole direttamente, e la vedrete attraverso le finestre – e gli alberi accarezzeranno le vostre porte e sentirete il canto degli uccelli da fuori – non importa, non importa!

Ci sarà il tripudio, il tripudio pasquale, la gioia pasquale, che penetra come la luce sotto le fessure della porta a raggiungere tutti; e raggiunga soprattutto voi, che godete di buona salute, che potete aiutare gli altri, che date una mano a coloro che soffrono.

Voglio dire: mi raccomando, domani, non contristate – per nessuna amarezza, di casa vostra o per qualsiasi altra amarezza – non contristate la vostra vita! – “Al risorto non è lecito stare se non in piedi, in piedi!” – lo dicevano i padri della Chiesa.

Vi faccio tanti auguri, tanti auguri di speranza, tanti auguri di gioia, tanti auguri di buona salute, tanti auguri perché, a voi ragazzi, ragazze, i sogni fioriscano tutti. Tanti auguri perché nei vostri occhi ci sia sempre la trasparenza dei laghi e non si offuschino mai per le tristezze della vita che sembra ci sommergano.

Vedrete come, fra poco, la fioritura della primavera spirituale inonderà il mondo, perché andiamo verso momenti splendidi della storia, non andiamo verso la catastrofe. Ricordatevelo!

Non sono allucinazioni di uno che delira per la febbre. E’ vero, andiamo in alto, andiamo verso punti risolutori della storia, verso il “punto Omega” Gesù, che è il “punto Omega”, cioè la “zeta”.

  • Potete dirlo… L’ultimo punto dell’alfabeto.
  • In Italiano è “Zeta”,
  • in latino è “Zeta”,
  • in greco è “Omega”,
  • in ebraico “Tau”;
  • il “Tau”, che molti di voi hanno, è l’ultima lettera dell’alfabeto ebraico.
  • E noi andiamo verso l’ultima lettera dell’alfabeto, non verso la fine, ma verso l’inizio!
  • Quindi, gioite!

Il Signore vi renda felici nel cuore, le vostre amicizie siano sincere. Non barattate mai l’onestà con un pugno di lenticchie. Poi vorrei dirvi tante cose, soprattutto vorrei augurarvi la pace della sera, quella pace che si sentiva un tempo quando ci si ritirava vicino al focolare. La pace della sera, quella che possiamo sentire anche adesso, se noi recideremo un pò dei nostri impegni così vorticosi, delle nostre corse così affannate.

Coraggio! Vogliate bene a Gesù Cristo, amatelo con tutto il cuore, prendete il Vangelo tra le mani, cercate di tradurre in pratica quello che Gesù vi dice con semplicità di spirito.

Amate i poveri perché è da loro che viene la salvezza, ma amate anche la povertà. Non arricchitevi, non arricchitevi! Non vale. Nel gioco della vita è sempre perdente chi vince sul gioco della borsa.

Vi abbraccio tutti, ad uno ad uno, e in modo particolare, dal momento che avete fatto questo sacrificio stamattina, voi della mia comunità parrocchiale, a partire da Don Gigi, il parroco della mia comunità parrocchiale, e voi delle comunità vicine…

Grazie per questa vicinanza, che mi fa sentire il vostro calore, il vostro affetto. Io, per parte mia, non posso fare altro che ripagarvi con la mia preghiera e col mio sacrificio.

Ai miei sacerdoti vorrei ribadire tutto quello che nell’Omelia è stato detto, ma ad uno ad uno, nessuno escluso, neppure qualcuno col quale ci può essere stato qualche motivo di screzio, perché c’è sempre.

Vorrei dire a tutti, ad uno ad uno, guardandolo negli occhi: ti voglio bene!

Così come, non potendo adesso stringere la mano di tutti, devo ritirarmi, e, quindi, mi dispiace, di non poter dare la mano a tutti, però, venendo vicino a voi, così, personalmente voglio dire: Ti voglio bene!

Auguri di Buona Pasqua!»

Persone così sono come “globuli rossi” somministrati a un paziente anemico, la maschera di ossigeno a chi è in affanno.

Dio sopra tutte le cose del mondo. Amen Gesù.

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FATEBENEFRATELLI: S. GIOVANNI DI DIO VUOLE ESSERE SUPERATO – Angelo Nocent

 San Giovanni di Dio cambia aabito e nome

 

 “…Quando Giovanni di Dio rivestiva qualche povero del proprio abito, era solito indossare lui quello del povero. Avendolo, perciò, il vescovo visto tanto mal ridotto e tanto miseramente vestito, dopo avergli dato il nome, gli disse: «Fratello Giovanni di Dio, per la vostra vita, giacché vi portate da qui il nome, prendete ora anche la forma dell’abito, perché quello che portate fa ripugnanza e dà disgusto a coloro che per devozione vogliono trattare con voi e farvi sedere alla loro mensa; e perciò indossate un corpetto e un paio di calzoni grigi, con sopra un cappotto di bigello, che sono tre cose in onore della Santissima Trinità». Egli acconsentì volentieri. Ed il vescovo fece comprare subito l’abito e glielo impose con le proprie mani. E così Giovanni se ne andò col nome e con l’abito, benedetto dalle mani del vescovo, e non li cambiò fino alla morte” (De Castro Cap XVII). 

Dal Leviatano:

In una via che si trova sotto i colpi di quelli che lottano da un lato per   una troppo grande libertà e dall’altro per una soverchia autorità, è      difficile passare tra le spade di entrambi senza ricevere ferite.”

                                                                               Thomas Hobbes

ISTITUZIONALIZZAZIONE 

Nelle scienze sociali, l‘ istituzionalizzazione è il processo attraverso il quale determinati valori, pratiche ed orientamenti si strutturano come costruzioni di senso solide e generalmente accettate. È possibile descriverla come un processo di cristallizzazione e codificazione di flussi di senso presenti nella vita culturale di una società, i quali diventando istituzione perdono in larga parte il loro carattere di dinamicità acquisendo una forma stabile e generalmente riconosciuta. 

Ma diciamocela tutta: la sindrome da istituzionalizzazione esiste ed è una condizione psicopatologica che è possibile riscontrare sia in soggetti sottoposti ad una lunga permanenza in istituzioni chiuse (come case di cura, ospedali psichiatrici, prigioni, orfanotrofi) sia anche in soggetti la cui struttura di vita sia improntata al rispetto di rigide e restrittive regole comportamentali (come ad esempio appartenenti ad ordini religiosi, sette, comunità isolanti, gruppi familiari problematici). E’ denominata in Letteratura come “nevrosi istituzionale” ed è generalmente caratterizzata da chiusura in se stessi, indifferenza verso il mondo esterno, apatia, regressione a comportamenti infantili, atteggiamenti stereotipati, rallentamento ideico…

Scrivendo questo titolo mi è venuto da ridere pensando ai miei anni giovanili, quando sognavo di deistituzionalizzare le Istituzioni. Idiosincrasia a parte, che fossero pretese o illusioni, quel che è certo è che oggi siamo allo zoccolo duro. Infatti, se si parla di “laici ospedalieri associati”, bisognerà provare a parlare di statuto (dal latino statutum, participio passatoneutro di statuĕre, ‘stabilire’) . 

Menni - logo_suore_ospitaliereLe Sorelle Ospedaliere, con il contributo di Marcello Zago, Laicos asociados en contexto eclesial, Vida religiosa, non si sono tirate indietro. Proviamo a mettere a fuoco le convergenze nelle esperienze di laici associati: 

  1. Nella relazione associativa la chiave sta sempre nel condividere il carisma;
  2. Spesso però, nelle varie esperienze, si sottolineano con accenti diversi la spiritualità, l’ottica missionaria, la vita comune o lo stile di vita.
  3. Ogni istituto religioso tende a evidenziare la propria dimensione più caratteristica.
  4. Oggi molti chiedono di essere associati più strettamente che in passato alla vita di preghiera e di comunità, e perfino agli orientamenti e alle decisioni degli istituti religiosi, pur rimanendo fedeli alla propria vocazione secolare.
  5. Il carattere di famiglia carismatica si sottolinea specialmente dove ci sono diversi rami o istituti religiosi.
  6. Il punto ideale di convergenza non è l’Istituto religioso ma il carisma che anima e unisce tutti.
  7. La spiritualità attira molti laici ad associarsi agli istituti religiosi per ricevere un “plus d’anima” nel proprio impegno cristiano e sociale. In questo modo gli Istituti manifestano i percorsi di santità in consonanza con essi.
  8. I laici aspirano a formarsi nella spiritualità di un istituto religioso, a riprendere e a prolungare l’esercizio del suo carisma.
  9. Alcuni dicono che per assumere bene un determinato carisma bisogna conoscere profondamente la spiritualità che lo anima e viverla.
  10. La missione fa parte degli impegni degli associati
  11. In alcuni istituti si sottolinea la partecipazione all’attività apostolica propria dell’Istituto.
  12. Alcuni vivono questa partecipazione come lavoro retribuito, altri come volontari.
  13. Alcuni insistono di più nell’incarnare nella propria attività professionale la prospettiva o la missione caratteristica dell’Istituto, come ad esempio l’opzione per i poveri o la priorità dell’evangelizzazione di gruppi o ambienti sociali particolari.
  14. La dimensione comunitaria è vissuta in vari modi secondo gli istituti. In alcuni casi ci sono incontri regolari, a volte settimanali, tra associati e religiosi. In altri, gli associati formano fraternità laicali con incontri regolari tra di loro e la compartecipazione di uno o più religiosi.
  15. Normalmente si insiste sul rispetto dell’autonomia dei diversi stati, con relazioni di comunione e di arricchimento reciproco.
  16. La comunità locale è il punto normale di riferimento e dovrebbe essere il nucleo animatore.
  17. Viene ricordato costantemente il carattere secolare e laicale degli associati. Ciò che in fondo unisce religiosi e associati è, anzitutto, la partecipazione comune alla Chiesa attraverso lo statuto battesimale da cui deriva la comune responsabilità missionaria.
  18. E’ necessario conservare la prospettiva ecclesiologica in cui si realizza la complementarietà e si situano i carismi. Proprio per questa ragione nella formazione si tende a trasmettere lla teologia del laicato e della missione, e non si cura soltanto l’iniziazione al carisma specifico.
  19. Anche il carisma specifico del Fondatore dell’Istituto deve essere interpretato e vissuto dai laici nella vita secolare.
  20. La formazione è messa in risalto, sia prima che dopo, dall’accettazione formale. Include la formazione cristiana generale e la formazione specifica del carisma. La comunità religiosa locale è il punto di convergenza della formazione oltre che di appartenenza.
  21. L’organizzazione degli associati necessariamente deve essere diversificata. Gli statuti appaiono nel contesto di un’evoluzione, normalmente dopo una fase informale.
  22. E’ necessario che le persone manifestino e maturino sul piano pratico locale perché è solo lì che il singolo gruppo può prendere la forma di associazione, di comunione, di fraternità, di famiglia, ecc.
  23. La scelta è influenzata anche da una determinata famiglia religiosa e dalla sua comunità locale. L’approccio e la forma iniziale dipendono da questa caratterizzazione.
  24. E’ opportuno, specialmente all’inizio, non imporre subito ai neonati gruppi delle norme fisse. Importante è che prenda corpo lo spirito di vera comunione, di aiuto reciproco, di servizio condiviso.
  25. Sarà necessario scegliere una persona preparata per seguire e accompagnare l’evoluzione dell’esperienza, senza forzare le tappe. Con il tempo si valuterà l’opportunità di un coordinamento più ampio, nazionale e internazionale.
  26. Generalmente l’accettazione di un associato si fa con rigore, serietà e cordialità. Si esige una preparazione nella conoscenza reciproca, discernimento personale e un periodo di formazione.
  27. In alcuni casi è prevista anche una domanda scritta che dovrà essere valutata e approvata dal/dalla Provinciale o dal Coordinatore Nazionale degli associati e con il consenso del coniuge per i coniugati.
  28. Nulla dev’essere fatto a detrimento della maturità, della qualità umana, dei valori specifici dello stato di vita ecclesiale specifico di ognuno.
  29. L’accettazione si inserisce normalmente in un rito liturgico.
  30. Specialmente quando si partecipa ad una attività si fa anche un contratto.
  31. La durata dell’impegno si determina e varia secondo gli Istituti.
  32. L’aspetto economico è contemplato negli statuti.
  33. Ordinariamente si insiste sullo stile di vita semplice e sulla condivisione dei gruppi per la copertura delle spese di organizzazione. 

Dalle indicazioni emerse, proprio perché generali e di principio, vanno ora calate nelle diverse realtà. Ognuno è chiamato a studiare la sua parte perché in scena, salvo lo Spirito Santo, nessuno è autorizzato a improvvisare. 

Si tratta di un progetto ecclesiale radicalmente cristocentrico ed evangelico che deve stare volutamente perché generatore di una probabile svolta storica che si fatica ancora solo ad immaginare. In questo progetto devono trovare dignitosa collocazione anche i restanti collaboratori che non intendono una partecipazione diretta, profondamente coinvolgente, compresi coloro che, pur non avendo una visione di fede, hanno certamente un ruolo umano e professionale preziosissimo e da mettere in gioco. 

La sintesi è questa: mantenere l’unità nella diversità e nella pluralità delle persone. 

COME NASCE UN MOVIMENTO? 

Prima ancora d’inserire la parte precedente, sussidio certamente utile per muovere i prossimi passi, andavo dicendomi: tutto fa presagire che, prima o poi lo Spirito farà suscitare un movimento in seno alla Chiesa e all’Ordine, capace di rispondere ad esigenze verbalmente ancora non sempre formulate in modo appropriato e chiaro. Però si avverte che siamo vicini. La domanda quindi, di chiedersi come nasca un movimento, un’ associazione, una semplice comunità, è legittima e pertinente, proprio in funzione di un discernimento che competerà ai superiori del momento. 

Anche per non parlare a vanvera, credo sia utile provare a chiederlo a coloro che hanno già fatto questa esperienza cristiana, perché tutto nasce da una testimonianza, per un dono dello Spirito, nulla è prefabbricato a tavolino. Noi possiamo fare tutti i convegni internazionali che vogliamo, promuovere incontri, dirci cose bellissime, immaginare un grandioso futuro, ma… 

Giovanni Paolo II - WojtylaIn un discorso del Papa ai giovani, in Scandinavia, vi è una frase che riassume la ricerca di futuro che assilla un po’ tutti i consacrati: 

  • Come tutti i giovani del mondo” dice il Papa “voi siete alla ricerca di ciò che è importante e centrale nella vita. 
  • Nonostante alcuni di voi siano distanti dal punto di vista geografico e alcuni possano essere anche lontani dalla fede e dall’affidamento in Dio, siete venuti qui perché siete veramente alla ricerca di qualcosa d’importante su cui basare la vostra vita. 
  • Voi volete stabilire salde radici e percepite che la fede religiosa è parte importante per la vita piena che desiderate. Permettetemi di dirvi che io capisco i vostri problemi e le vostre speranze. 
  • Per questo desidero oggi, giovani amici, parlarvi a riguardo della pace e della gioia che possono essere trovate, non nel possedere ma nell’essere. 
  • E l’essere si afferma conoscendo una Persona e vivendo secondo il Suo insegnamento. 
  • Questa Persona si chiama Gesù Cristo, nostro Signore e Amico.
  • Egli è il centro, il punto focale, Colui che tutto riunisce nell’amore”. 

Fra Raimondo Fabello o.h. con Giovanni Paolo III Fratelli di Giovanni di Dio hanno nel cuore una sola ansia, sono mossi da una comune ragione: dare a coloro che incontrano ciò che a loro volta hanno ricevuto, ossia che gli uomini conoscano Cristo. Dio è diventato uomo, è venuto tra i suoi. Che i suoi non Lo conoscano è il peccato più grave, è l’ingiustizia senza paragone, più grande. Solo che prima di portare un annuncio verbale, compiono gesti molto umani (diagnosticare, curare, guarire) che suscitano domande inquietanti: perché devo soffrire? Perché il dolore? 

E’ il momento in cui non si può barare. 

Allora quando ci si presenta agli altri bisogna compiere gesti altamente educativi. Sempre. Tutto deve avvenire dentro l’orizzonte della presenza di Cristo, cioè, nel nostro caso, dell’ospedale, della comunità terapeutica. L’esperienza dell’amore a Cristo dev’essere totalizzante. Tutto ciò che è diviso e staccato dalla Sua presenza andrà in fumo! La divisione è l’inizio della distruzione. Perciò bisogna che tutto avvenga alla luce, sia chiarito, spiegato e aiutato. 

La comunità terapeutica degli operatori sanitari, dove l’incontro con Cristo accade, è il luogo dell’appartenenza del nostro io, il luogo da cui esso attinge la modalità ultima di percepire e di sentire le cose, di coglierle intellettualmente e di giudicarle, di immaginare, di progettare, di decidere, di fare. Il nostro io appartiene a questo “corpo” che è la nostra comunità sanante, e da esso attinge il criterio ultimo per affrontare tutte le cose. Perciò il nostro punto di vista non va per la sua strada, ma si obbliga al paragone e nel paragone obbedisce alla comunità, al Movimento. 

Rilke dice alla moglie, in riferimento a quell’appartenenza breve ma esemplare che è il rapporto uomo-donna: “Dove rimane all’oscuro qualcosa, esso è di un genere che non esige chiarimenti, ma sottomissione“. Grande è la sottomissione che i Fratelli Ospedalieri sperimentano nella vita delle loro Fraternità: è sottomissione al Mistero di Cristo che si rende presente nella comunità e cammina con essa. Questa esperienza va dilatata, condivisa. Finirebbe la disputa sui “Collaboratori”. 

C’è un’ affermazione di Péguy che coglie bene il punto:

  • Quando l’allievo non fa che ripetere non la stessa risonanza ma un miserabile ricalco del pensiero del maestro;
  • quando l’allievo non è che un allievo, fosse pure il più grande degli allievi, non genererà mai nulla.
  • Un allievo non comincia a creare che quando introduce egli stesso una risonanza nuova (cioè nella misura in cui non è un allievo).
  • Non che non si debba avere un maestro, ma uno deve discendere dall’altro per le vie naturali della figliazione, non per le vie scolastiche della discepolanza“. 

Forse un certo disagio dei Collaboratori deriva dal fiutare questo rischio di finire soffocati “per le vie scolastiche della discepolanza” piuttosto che liberati e valorizzati “per le vie della figliolanza”. Anche perché L’Apostolo è chiaro: “se figli, anche eredi”. 

Detto in altre parole, si tratta di mettere Giovanni di Dio, discepolo di Gesù, quale capostipite di una discendenza che è figliolanza. Laici e consacrati come figli che hanno la stessa natura del padre, ma sono persone nuove, realtà nuove. Così nuove che il figlio può fare meglio del padre e il padre può guardare tutto felice il figlio che è diventato più grande di lui. 

Giovanni di Dio vuol essere superato. 

San Giovanni di Dio (2)-001Sì, san Giovanni di Dio desidera essere superato. Ma quello che il figlio fa è più grande solo se realizza di più e meglio il suo carisma, ciò che lui ha profondamente sentito e trasfuso, con la potenza dello Spirito, il datore dei carismi.

In una casa così concepita, per la sua organicità, le due negazioni sono: la ipetitività e l’affermazione dell’opinione individuale, della propria misura, del proprio modo di sentire. Se la fisiologia di questo corpo viene rispettata, si moltiplica e si dilata il grande Mistero della Sua presenza, di Vivente in mezzo a noi. Chi vede non può che rendere gloria a Dio. 

Diversamente siamo davanti a regno diviso che va in rovina. Perché solo la filiazione genera. La collaborazione, a lungo andare, mortifica. A scanso di equivoci, credo sia utile sorseggiare alla Fonte, dove si dice molto chiaramente che gli apostoli sono operai di Dio: 

(2Cor 3, 1-17). 

  • Io, fratelli, sinora non ho potuto parlare a voi come a uomini spirituali, ma come ad esseri carnali, come a neonati in Cristo.
  • Vi ho dato da bere latte, non un nutrimento solido, perché non ne eravate capaci. E neanche ora lo siete;
  • perché siete ancora carnali: dal momento che c`è tra voi invidia e discordia,
  • non siete forse carnali e non vi comportate in maniera tutta umana?
  • Quando uno dice: “Io sono di Paolo”, e un altro: “Io sono di Apollo”, non vi dimostrate semplicemente uomini?
  • Ma che cosa è mai Apollo? Cosa è Paolo? Ministri attraverso i quali siete venuti alla fede e ciascuno secondo che il Signore gli ha concesso.
  • Io ho piantato, Apollo ha irrigato, ma è Dio che ha fatto crescere.
  • Ora né chi pianta, né chi irrìga è qualche cosa, ma Dio che fa crescere.
  • Non c`è differenza tra chi pianta e chi irrìga, ma ciascuno riceverà la sua mercede secondo il proprio lavoro.
  • Siamo infatti collaboratori di Dio, e voi siete il campo di Dio, l`edificio di Dio.
  • Secondo la grazia di Dio che mi è stata data, come un sapiente architetto io ho posto il fondamento; un altro poi vi costruisce sopra. Ma ciascuno stia attento come costruisce.
  • Infatti nessuno può porre un fondamento diverso da quello che già vi si trova, che è Gesù Cristo.
  • E se, sopra questo fondamento, si costruisce con oro, argento, pietre preziose, legno, fieno, paglia, l`opera di ciascuno sarà ben visibile: la farà conoscere quel giorno che si manifesterà col fuoco, e il fuoco proverà la qualità dell`opera di ciascuno.
  • Se l`opera che uno costruì sul fondamento resisterà, costui ne riceverà una ricompensa;
  • ma se l`opera finirà bruciata, sarà punito: tuttavia egli si salverà, però come attraverso il fuoco.
  • Non sapete che siete tempio di Dio e che lo Spirito di Dio abita in voi?
  • Se uno distrugge il tempio di Dio, Dio distruggerà lui. Perché santo è il tempio di Dio, che siete voi.”

 QUALI APPLICAZIONI TRARNE? 

Tra il richiamo della identità da un lato e le logiche di schieramento dall’altro i votati all’ospitalità rischiano di cadere in quello stato di impasse che si sta verificando per i cattolici in politica: una progressiva marginalità e insignificanza della propria presenza nell’istituzione che gli stessi hanno ereditato dai padri e sviluppato negl’anni. 

Se tutto ciò, invece di essere una banale difficoltà del momento, si tramutasse in un punto d’arrivo di un complesso e larvato movimento storico, buon senso vuole che non si proceda ingenuamente e per forza d’inerzia. A bocce ferme, non emerge nulla di disprezzabile sulle diverse posizioni. Ma devono restare ferme o il gioco deve continuare? Se vengono meno le certezze, cedono le reti di protezione e qualcuno finirà a gambe all’aria. Prevedibilmente chi, se non i religiosi ? 

Tra cattolici laici e cattolici consacrati, la conversione delle relazioni e dei Centri passa fisiologicamente attraverso la mediazione della Chiesa, la quale, dal Concilio in poi, privilegia il ministero della profezia, dell’evangelizzazione, della conversione. La Chiesa può aiutare da un lato la politica sanitaria a non imbarcarsi in pericolose avventure, a fuoriuscire dai molti condizionamenti che la opprimono, affinché vengano dispiegate tutte le potenzialità in vista del bene comune. La stessa non può che sollecitare la sperimentazione delle autonome responsabilità degli operatori in sanità, esercitate nella mediazione e nel dialogo. 

IL bipolarismo laici-consacrati, nelle sue manifestazioni non può significare scontro di culture, confronto tra il bene e il male, esercizio di reciproche scomuniche. Serve invece che interessi differenziati (proprietà-dipendenza) diventino mezzo efficace per la realizzazione di valori largamente condivisi: la persona malata al centro delle attenzioni. 

  • Distinzione di compiti,
  • funzioni ed ambienti (ospedale, psichiatria…)
  • tradizione umanistica, personalistica e solidale,
  • uguaglianza,
  • solidarietà,
  • riduzione degli squilibri,
  • sostegno ai deboli e agli svantaggiati,
  • protagonisti sul fronte delle relazioni economiche e sociali,
  • promozione della cooperazione tra privato e pubblico,
  • affermazione del principio di sussidiarietà,
  • attenzione al dialogo, alla cooperazione,
  • essenzialità dell’azione culturale,
  • autonomia laicale e autonomia dei votati all’ospitalità,
  • nell’imprescindibile azione tra fede e prassi,
  • capacità di leggere i segni dei tempi,
  • volontà di camminare insieme,
  • rispetto della libertà religiosa,
  • altro non sono che alcune idee forza da mettere sul piatto della bilancia, perché maturate nella storia di ognuna delle parti nelle molteplici forme d’impegno.

 La difficile strada del rinnovamento della sanità pubblica e privata è insidiata dalla tentazione di 

  • pragmatismi conservativi da un lato
  • e il bisogno di idealità dall’altro,
  • tra omologazione sull’esistente
  • e sua trasformazione sulla base di valori condivisi.

Sia la politica nazionale che la strategia degli istituti religiosi dediti all’assistenza devono recuperare responsabilità ed etica. Gli uni e gli altri devono trovare il coraggio per un grande disegno, un illuminato progetto. 

Oggi mancano politiche di medio e lungo termine, un progetto nel quale far interagire il pubblico, il privato, il privato sociale nel quale gli interessi possano armonizzare l’insieme e le parti. La concertazione è proprio questo: scambiarsi impegni e certezze reciproche in vista di obiettivi condivisi. Nessuno va confiscato ma al contrario valorizzato per quanto di originale può esprimere. Per evitare discriminanti, le trasformazioni con le quali si è chiamati a fare i conti, hanno bisogno di garanzia proprio perché esigono la capacità di coniugare sacrifici pesanti e benefici futuri su una base di equità.

 Le trasformazioni, per essere efficaci, richiedono adeguate forme di partecipazione e di controllo. Poiché bisogna investire in intelligenza, sono richiesti:

  • uno sforzo massiccio nel campo della formazione;
  • un clima di fiducia tra i vari attori, nell’ottica di equità e partecipazione.

 Nessuno può rassegnarsi alle logiche di frammentazione e di sterile contrapposizione. Pagano solo le proposte di aggregazione in vista del bene comune, il più ampio possibile.

 Alle definizioni verticistiche di valori e obiettivi va sostituita la faticosa costruzione di un discorso etico in base al quale dire dei sì e dei no nel dialogo e trasparenza delle regole. Andrebbe valutata l’opportunità di istituire una “Autorità garante” dei collaboratori laici e dei consacrati operanti negli Istituti FBF, non perché si sostituiscano ai Vertici dell’Ordine e nemmeno per esercitare una funzione tutoria, ma quale momento di continuità, di garanzia e di equilibrio tra le parti a tutela dell’insieme che è patrimonio comune. Non una fuga dalle responsabilità, ma un modo concreto di assumerle.

 Per i professionisti riuniti in associazioni e movimenti cattolici, la professione è il luogo ordinario di esercizio della laicità cristiana, momento eminente di quella “vita secondo lo spirito” cui sono chiamati unitamente ai consacrati.

Per tutti, credenti e non credenti, la professione e la professionalità costituiscono l’identità fondamentale dell’appartenenza sociale. Laici e religiosi, con carismi affini e complementari, devono muoversi verso la crescita di “un uomo di fede consapevole di compiere un cammino insieme con gli altri uomini dentro una storia, nella quale Dio realizza il suo piano di azione. Una duplice laicità, caratterizzata , secondo la lezione del concilio, dalla “ricerca” e dalla “coscienza”, intese come “luogo teologico nel quale il credente colloca i problemi di cui è segnata la sua storia e li legge sulla scorta del mistero pasquale, sentendosene compartecipe e testimone come lo è assieme al suo Signore che salva”.

 Il collaboratore che ha in mente San Giovanni di Dio è descritto nella lettera di amicizia e stima che lo lega a Luigi Battista, un giovane un po’ tormentato della città Andalusa di Jaèn, che desidera essere suo compagno in ospedale. Proprio per la grande confidenza che si è generata tra i due, i suggerimenti che Giovanni gli trasmette in uno scritto sobrio ed essenziale, sono di forte umanità ma anche di grande intensità spirituale, una specie di progetto di “vita nello Spirito”. 

Egli descrive la vita e il suo ministero in termini di donazione totale usando due stupende immagini: 

  • la prima è quella del nomade e del pellegrino che, come Abramo, porta senza sapere quale sarà la meta: “Per fede Abramo, chiamato da Dio, obbedì partendo per un luogo che doveva ricevere in eredità, e partì senza sapere dove andava“. (Ebr 11,8) 
  • Mi sembra che andiate come una barca senza remo: infatti molte volte mi sorge il dubbio che anch’io sia un uomo senza indirizzato fisso, cosicché siamo in due a non sapere che fare , né voi né io. Ma Dio è quello che sa e rimedia”.
  •  
  • L’altra immagine, parallela alla precedente, ma usata in senso negativo, si rivela una vera e propria parabola dell’impegno cristiano:
  • Poiché mi sembra procediate come una pietra vagante, sarà bene che andiate un po’ a macerare le vostre carni e a soffrire vita dura, fame e sete e ignominie e stanchezze, e angustie e affanni e contrarietà; tutto ciò si deve patire poter Dio, perché se venite qui, dovete soffrire tutto per amore di Dio”.

 Egli parla al giovane con molta chiarezza. Sa che è un ragazzo fragile ma non ha paura a prospettargli come rimedio l’eroismo, che è proprio quanto gradiscono i giovani. Gli propone un piano essenziale di vita spirituale che raggiunge i vertici dell’agàpe,ossia dell’amore:

  •  
  • Tutti i giorni della vostra vita guardate a Dio,
  • assistete sempre all’intera Messa,
  • confessatevi frequentemente, se sarà possibile,
  • non dormite in peccato mortale neppure una notte,
  • amate nostro Signore Gesù Cristo sopra tutte le cose del mondo,
  • perché per molto che lo amiate, molto più Lui ama voi.
  • Abbiate sempre la carità perché dove non c’è carità non c’è Dio, anche se Dio è in ogni luogo”.

 A sottoscrivere questo itinerario di donazione è “Il fratello minore di tutti, Giovanni di Dio”. Lui è un laico in azione, impegnato con Dio nel sociale, per l’avvento del Regno. Si differenzia dagl’altri laici, suoi collaboratori iniziali e futuri, per la totale donazione a Dio nella verginità quale segno escatologico. Il resto è un’avventura non ancora conclusa. La staffetta continua. 

SEMPLICEMENTE SANTI 

Don-Tonino-Bello-Samaritano_clip_image002Dopo tutti i bei ragionamenti che siamo andati facendo, propongo una sosta in quel di Molfetta, in compagnia del vescovo, don Tonino, di cui è già stata fatta un’anticipazione in apertura. Nella suggestiva paginetta che segue, richiamo ai laici di Azione Cattolica della sua Diocesi, ognuno, laici e consacrati, trova una semplificazione della missione che vale un trattato: 

  • Siate soprattutto uomini.
  • Fino in fondo.
  • Anzi fino in cima.
  • Perché essere uomini fino in cima significa essere santi.
  • Non fermatevi, perciò, a mezza costa: la santità non sopporta misure discrete.
  • E, oltre che iscritti all’Azione Cattolica, siate esperti di Cattolicità Attiva:
  • capaci, cioè, di accoglienze ecumeniche,
  • provocatori di solidarietà planetarie,
  • missionari “fino agli estremi confini”,
  • profeti di giustizia e di pace.
  • E, più che tesserati, siate distributori di tessere di riconoscimento per tutto ciò che è diverso da voi,
  • disposti a pagare con la pelle il prezzo di quella comunione per la quale Cristo Gesù, vostro incredibile amore, ha donato la vita.

                                                                   don Tonino, Vescovo

(Messaggio agli aderenti all’Azione Cattolica diocesana, 8 dicembre 1990) 

VIVERE DA INNAMORATI…”

Questo è l’unico argomento capace di catalizzare una vita. Il vescovo don Tonino ci dice che, essere religiosi o laici in sanità, al di là dei dovuti “distinguo” vuol dire molto precisamente: “innamorarsi di Gesù Cristo”.

Il vescovo prende a modello l’amore umano: 

  • come fa chi ama perdutamente una persona
  • e imposta tutto il suo impegno umano e professionale su di lei,
  • attorno a lei,
  • raccorda le scelte della sua vita,
  • rettifica i progetti,
  • coltiva gli interessi,
  • adatta i gusti,
  • corregge i difetti,
  • modifica il suo carattere,
  • sempre in funzione della sintonia con lei.

 Cosa non fa ad esempio un uomo per la sua donna, perché ha impostato la sua vita su di lei? 

Osservando la vita di tanti nostri amici, dei nostri compagni di studi, ci accorgiamo come l’amore totalizzante investe non soltanto l’aspetto della loro affettività, ma trascina nel suo vortice i giorni, le notte, il riposo, il lavoro, la gioia, il dolore, le delusioni, le speranze. E’ un investimento totale. 

Quando parlo di innamoramento di Gesù Cristo voglio dire questo:un investimento totale della nostra vita.

Per noi il Signore non è una fascia, una frangia, un merletto, sia pure notevole, che si aggiunge al panneggio della nostra esistenza.

L’amore per Cristo, se non ha il marchio della totalità, è ambiguo.

Part-time, il servizio a ore, magari col compenso maggiorato per lo straordinario, con Cristo non è ammissibile; un servizio a ore saprebbe di mercificazione. 

Innamorarsi di Gesù Cristo vuol dire: 

  • conoscenza profonda di lui,
  • dimestichezza con lui,
  • frequenza diuturna della sua casa,
  • assimilazione del suo pensiero,
  • accoglimento senza sconti delle esigenze più radicali del Vangelo.

 Vuol dire ri-centrare davvero la vita intorno al Signore Gesù, perché la nostra esistenza, come diceva Dietrich Bonhoeffer, diventi “un’ esistenza teologica“.

(don Tonino Bello da “Cirenei della Gioia – Ed. San Paolo, pag.81)

FATEBENEFRATELLI: UOMINI NUOVI – “Fate bene a voi stessi, fratelli…” – Angelo Nocent

1-San Giovanni di Dio 9

UOMINI NUOVI

Quando si tratta di intraprendere un’ avventura, è utile che qualcuno si provi a provocare in qualche modo il coraggio, a toccare le corde capaci d’infiammare il cuore, a stimolare il desiderio dell’ignoto. Osservando San Giovanni di Dio mi sembra di poter affermare che il carisma che fa sgorgare gli altri carismi sia il coraggio di fare la rivoluzione. Nella sua visione molto umana della vita, Don Abbondio direbbe che “il coraggio se uno non ce l’ha non se lo può dare”. Per Giovanni di Dio il coraggio che lo anima è dono dello Spirito. Se si getta nelle imprese senza timore è perché sa di poter contare sul divino paracadute. 

Dopo il Giubileo del ravvedimento, ormai è stata varcata la solia del terzo millennio. Ognuno sa con quale spirito ha intrapreso il cammino. Al di là di quello personale, bisognerebbe verificare lo spirito, la grinta che anima il cammino comunitario, quell’abbandonare consolidate certezze per “andare insieme “ verso destini ignoti.

 So che coloro che appartengono a un Ordine religioso, a una Fondazione, quando s’interrogano non si sentono totalmente liberi. Il condizionamento avviene da un’eredità che grava sulle spalle, che si tramanda da generazioni e che dev’essere trasmessa, non impoverita, alle future. Si tratta di strutture, beni immobili, ipoteche, obbligazioni, un insieme di situazioni (debiti, crediti, impegni, progetti in corso…) finalizzate a un preciso obiettivo: la realizzazione del “carisma dell’ospitalità”.

 Purtroppo il vivere per conservare ed accrescere ciò che si possiede, si tratti di laici, si tratti di consacrati, ha intrinseco un inconveniente: rende succubi della paura di perdere il già conquistato. Ma coloro che sono figli della paura, sono “uomini vecchi”.

 Costoro, per giustificarsi, sono costretti, più o meno consciamente,

  • a chiamare pericoloso tutto ciò che è nuovo,
  • a chiamare sicuro tutto ciò che appartiene al passato. 

Fortunatamente la nostalgia di essere uomini nuovi, alberga in ognuno, è nascosta nel cuore. Solo che di uomini veramente nuovi ce ne sono pochi in circolazione “perché in realtà il nuovo è quel qualcosa “in più”, che tutti sperano, sognano, cercano, anche se la paura di perdere il pezzo di terra già ottenuto, blocca nell’avventura della ricerca e della creatività” (Juan Arias). 

Bisogna dire che il pauroso e l’avventuriero, sono due personaggi che ci portiamo dentro come il credente e il non credente. Questi personaggi incredibilmente veri albergano in ognuno di noi. Solo che , “la paura è più vecchia dell’uomo stesso e molte volte ha il sopravvento sul desiderio di avventura” (J.Arias).

San Giovanni di Dio è stato definito “un avventuriero illuminato”, “un uomo che avrebbe avuto bisogno d’incontrare un san Giovanni di Dio e lo ritrovò in se stesso”. E’ di questo tipo di persona che sto parlando, è questo personaggio che mi preme. E’ proprio quest’uomo predisposto all’avventura che ci portiamo dentro, che mi sta a cuore. Egli mi interessa per l’avventura nella Grande Avventura che è Cristo. 

La storia ha già fatto una svolta per mano di Dio: la nascita dell’ Uomo Nuovo, così veramente uomo e così veramente nuovo da essere anche Dio, è già avvenuta in Cristo.

 Noi però

  1. non diventeremo mai veri uomini senza perdere le paure di nascere di nuovo, di lasciare, se occorre, la tenda e la propria terra per andare non si sa dove…
  2. Uomini nuovi sono coloro che hanno la certezza che non esiste il “basta”. Sono i figli dell’infinito; ma un infinito non concepito come un processo continuo di crescita, ma come una possibilità di scoperte sempre nuove, di irruzione dell’imprevedibile nella storia…
  3. Il fatto di un Dio che diventa uomo non è la fine di un processo evolutivo. E’ un salto nel nuovo. E’ un gesto di follia assolutamente gratuito e sconvolgente. E’ l’esplosione del nuovo nel regno del vecchio.
  4. Gli uomini nuovi sono coloro che hanno il coraggio di realizzare già ora ciò che i profeti annunciavano come realtà del domani, perché il nuovo è il futuro fatto attualità.
  5. Cristo non fu un profeta; fu un uomo che cominciò a vivere in un modo nuovo la vita; che guardò la storia con occhi diversi, che ebbe il coraggio di dare all’uomo un nome nuovo e scandaloso; che fece delle cose che nessuno aveva mai fatto”.
  6. Fu l’uomo che non si accontentò di predicare la risurrezione ma che risuscitò.
  7. L’uomo che non si limitò a purificare il tempio, di fare dei concordati e di creare dei sindacati,
  8. ma che annunciò e cominciò a realizzare che l’uomo non ha bisogno di adorare in un tempio ma in spirito e verità,
  9. che annunciò e realizzò che l’uomo è più importante del sabato,
  10. che cominciò a vivere in un regno assurdo, dove si vince perdendo e si nasce morendo e si comanda servendo.
  11. Fu l’uomo che per realizzare il nuovo non ebbe paura di condannare il vecchio,
  12. non come cattivo ma come superato, come non nuovo e quindi non più creativo.
  13. L’uomo che creò il nuovo non nella solitudine ma nella mischia, fra il fango, le contraddizioni e lo scandalo.
  14. Ed è solo così che si riscatta dignitosamente il passato senza ripudiarlo né umiliarlo.
  15. Le ceneri sono sempre qualcosa di sacro. Dalle ceneri ancora calde di ciò che gli uomini sono stati può e deve nascere il fuoco che riaprirà una storia nuova.
  16. L’uomo nuovo è colui che soffre non tanto per paura di perdere ciò che ha, ma piuttosto per il timore di non riuscire a d avere ciò che ancora non ha e lo sente suo, indispensabile per la sua realizzazione mai esaurita completamente” (J.Arias in L’ultima dimensione).

 Ho volutamente inteso far rivivere un clima post conciliare, anni ’70, perché in queste affermazioni stimolanti ho sempre intravisto il ritratto di san Giovanni di Dio.

Si farebbe in fretta a dire che Giovanni di Dio ama. Certo, uno che è preso dall’Amore, non può che amare. Se vogliamo essere sinceri, chi non è amato da Dio? Eppure…

  • Amare non è facile. Spesso uno credete di amare e non fa che amarsi, così rovina tutto.
  • Amare non è sentire: se uno per amare aspetta di essere spinto dalla tua sensibilità, amerà poche persone sulla terra e certamente non i suoi nemici.
  • Amare non è uno slancio istintivo, è la decisione della volontà di andare verso gli altri e di donarsi loro.
  • Amare non è l’opzione di un momento ma di sempre.
  • Chi ama l’altro, lo accetta in partenza così com’è, com’è stato e senza condizione, come sarà.
  • Amare significa incontrarsi e per incontrarsi bisogna accettare di uscire da sé per andare verso un altro.
  • Amare significa comunicare, e per comunicare bisogna dimenticarsi per un altro.

Nella misura in cui si riesce ad ereditare questo suo spirito di uscire da se stessi, di dimenticarsi, ci si sente uomini aperti, attuali, nuovi…. Proviamo a osservarlo beneda vicino il nostro campione. E’ uomo in carne ed ossa, vestito di stracci, insignificante. Sotto il peso di un carico di legna, è uno dei tantio morti di fame che circolano per Granata. Ma guardatelo negl’occhi, fissatelo bene: 

  1. Lui è un uomo tanto libero, tanto innocente, tanto povero da aver perso tutte le paure.
  2. Giovanni è se stesso e non un altro.
  3. Ha la forza di credere che solo i gesti realizzati senza speranza son inutili.
  4. E’ un cristiano che non ha mai perso la fede nell’impossibile.
  5. E’ un “ultimo” e, pertanto, non subisce la tentazione di tornare indietro perché non ha privilegi da difendere. Al contrario, è proprio il tipo che va sempre avanti, che si spinge oltre, che non teme, anzi, che desidera l’avventura evangelica.
  6. La sua vita è sale che pizzica sulle nostre coscienze ma guarisce.
  7. Egli è un agitatore di acque perché non divengano stagnanti.
  8. Lo vedo come un anticipatore che fa sì che il pianeta sanità, tentato di piegarsi su se stesso, impotente, non si fermi.
  9. E’ il classico uomo scomodo per i sistemi economici: “Fate del bene a voi stessi, fratelli,…”
  10. In quel suo salire e scendere le scale, a “stanare” la ricchezza chiusa nei forzieri, l’infaticabile camminatore si presenta come coscienza critica. La sua è una voce striduala, monotona, fastidiosa , che meriterebbe di essere messa a tacere proprio perché ha ragione. Ma chi osa zittire l’uomo che è di Dio!
  11. Osservatelo bene: è come voce di Cielo, folgore, tuono. Chiama, grida, denuncia, rivela, risveglia, fa capire che nessuno è talmente pulito da poter scagliare la prima pietra contro un fratello.
  12. La gente si chiedeva di Cristo: “Ma da dove viene a lui tanta sapienza. Non è il figlio del falegname?”
  13. Di Giovanni di Dio, dagli storici lungo i secoli e dai lettori superficiali, s’è continuato a dire: ” Ma non era caduto da cavallo e aveva sbattuto la testa? E non l’avevano rinchiuso nel manicomio di Granada, dopo aver dato segni di schizofrenia sulla pubblica piazza?”
  14. Lui, Giovanni di Dio, è un profeta che ci ricorda ogni mattina l’uomo e la donna che vorremmo essere, ma che non abbiamo il coraggio di essere.
  15. La sua profezia non è rimasta chiusa nei confini del suo paese.
  16. La sua profezia sta a dire che non ha frontiere e, se parla a tutti, come parla, è perché ci convince che Dio può rivelarsi per bocca degli esclusi.
  17. Forse sarebbe più giusto dire che più che profeta, Giovanni di Dio si fa profezia: consapevole che ognuno porta sangue di Caino nelle vene e necessita di conversione, non sta li a discutere su sfruttati e sfruttatori. Perché nessuno può dire di non essere sfruttatore di nessuno, nel grande, come nel piccolo.
  18. Egli è un capo: il vapo della carovana degli emarginati, degli esclusi. Una folla d’infelici, disperati, analfabeti, solitari, emigrati, esiliati, traditi, scomunicati, anormali, disprezzati, esclusi dall’elenco delle opere di misericordia, sfiduciati, oppressi…
  19. Non è solo capo, ma anche il capo dell’esercito più forte e più libero, quello di coloro che non hanno niente da perdere.
  20. Abbiamo detto che è uomo libero. Sì, però la scuola di libertà l’ha imparata sulla sua pelle, a suon di frusta e di bagni gelati, da incatenato nel manicomio dell’Ospedale Regio, perché ritenuto pericoloso a sé e agl’altri.
  21. Il suo linguaggio di “samaritano” silenzioso e discreto è duro e provocatorio, segno di contraddizione, perché egli ricorda che sulla terra la vita non muore e che Dio non si è ancora pentito dell’uomo.
  22. Egli è un vero portatore di speranza inedita.
  23. Giovanni di Dio ha aperto una breccia che nessuno potrà mai più chiudere.
  24. Ai suoi eredi spirituali ha lasciato un monito: mai mortificare la creatività personale e la libertà della coscienza; mai perdere la speranza di ricominciare; mai rinunciare a parlare una lingua nuova, fatta non di suoni mercantili ma di gesti concreti di vita donata.

Pierluigi MicheliDr. Pierluigi Micheli Primario di Medicina Ospedale San Giuseppe

PIERLUIGI MICHELI – MEDICO DI DIO PER LA CITTA’ DELL’UOMO

Agli operatori in sanità indica una vocazione aperta all’infinito: 

  • Li vuole creatori, perché portatori di un diritto ad avere uno spazio dove poter sperimentare questa loro forza creativa;
  • Li vuole coscienza critica che si misura con altri uomini giusti e veri, per fare della medicina un santuario di ricerca;
  • Li vuole comunità terapeutica per una medicina “Cristizzata”;
  • aperta all’azione dello Spirito,
  • luogo sanante, piscina probatica dove scende il messaggero del Signore ad increspare le acque, segno della divina presenza.
  • Vuole che ritrovino il perché di antichi gesti, di secolari attenzioni per i tanti “derubati” sulla strada di Gerico.

Egli è un liberatore da ogni tentazione nostalgica;

  1. Da cinque secoli è un ispiratore di sogni e di passioni per leviare le pene.
  2. Soprattutto è un atto di fede nella capacità di rinascita dell’uomo. Non per niente i sui primi cinque discepoli provengono da esperienze, a dir poco, balorde.
  3. E’ lì a ricordare che Cristo non ha creato la prima comunità con gli eletti, con i puri, con l’élite, con l’aristocrazia dello spirito, ma con la gente semplice, debole, con pubblicani, pescatori e prostitute.
  4. E’ un santo scomodo perché ha scelto la scomodità come stile di vita, la fatica come un dovere quotidiano. Bruciato, consumato, azzerato per gli altri, è uno schiaffo alla nostra costosissima inefficienza.
  5. Egli è anche un santo pericoloso: non usa armi che “vincono” ma parole che “convincono”. E’ un uomo “povero”. La ricchezza isola, rende individualisti. La povertà obbliga alla comunione, alla condivisione, spinge a incontrare gli altri. Ma l’incontro è la cosa più pericolosa perché è la cosa più creativa e impegnativa, un’occasione di riscatto.
  6. Giovanni di Dio non è un intellettuale di cui ci si può sbarazzare, prendere le distanze, combattere. Egli è un bambino del quale non ci si può liberare. Sta lì a ricordare che la vita vale più di un’idea, che si è grandi solo quando si diventa indifesi, che si è amati solo quando non si ispira paura.
  7. Giovanni di Dio è un provocatore: indica che i nemici più accaniti e più nascosti del “nuovo”, sono i farisei, ossia gli uomini dell’immobilismo, gramigna che non muore mai con nessun diserbante: “sepolcri imbiancati, razza di vipere, guide cieche.
  8. Giovanni di Dio è un veggente: egli non è un santone, a Granada non fa il guru, ma il veggente… Egli è veggente perché ha occhi così pieni di luce da scoprire il mistero senza averne paura, capace di riconoscere la genuinità che si cela dietro ogni volto segnato dalla malattia, dalla sopraffazione, dalla violenza, dalla miseria. I suoi occhi non hanno paura di riconoscere i deboli e i fragili, di prediligere i “rifiuti sociali”.
  9. Egli è un cane da tartufo: ha un fiuto che ravvisa a distanza gli indifesi, i profanati dalla malattia, i visitati dalla solitudine amara, gli emarginati, i colpiti da cecità interiore…tutta la miriade di patologie umane, fisiche e psichiche, spirituali e morali, comprese quelle misteriose non classificate.
  10. Giovanni di Dio è anche un rivoluzionario: è un cristiano che, per la festa di San Sebastiano, al richiamo delle campane, va anche lui a sentire il panegirico, con il proposito di farsi poi il giro delle bancarelle. 
  • Invece finisce “braccato” da Dio che lo vuole, a sua insaputa, fondatore, padre di una moltitudine,
  • lui che non ha mai perseguito una qualunque forma di vita religiosa esistente,
  • che sceglierà, in piena libertà, la forma più consona alla sua indole per realizzare la sua dimensione interiore e il suo impegno di fede,
  • lui che non ha saputo fare altro nella vita che essere una “schiena a disposizione di Dio”.
  • La sua rivoluzione consiste nell’accettare, per fede, di andare, come Abramo, nella terra che gli avrebbe indicato il Signore, in cambio di una discendenza. Il Figlio sacrificato è il Crocifisso. Il figlio da sacrificare è lo squallido egoismo.
  • Il rivoluzionario è uno che si fida di Dio, non uno che ha in mente un suo progetto sovvertitore. Di quest’ultimo si potrà dire che è un ribelle, un agitatore, un oppositore, un contestatore… ma un rivoluzionario no!

La rivoluzione di Giovanni è la stessa cantata da Maria nel Magnifica:

  •  Dio è potente,
  • ha fatto in me grandi cose…
  • Ha dato prova della sua potenza,
  • ha distrutto i superbi e i loro progetti.
  • Ha rovesciato dal trono i potenti,
  • ha rialzato da terra gli oppressi.
  • Ha colmato i poveri di beni,
  • ha rimandato i ricchi a mani vuote.
  • Ha risollevato il suo popolo, Israele…” (Lc 1, 47 ss)

 Solo da queste premesse condivise potrà nascere il “nuovo” di Dio che è Cristo e, in Lui, noi, sua Chiesa sanante del terzo millennio. 

L’invito alla missione ci viene da tutte le direzioni. Diventa puramente retorico, declamazione che cade dall’alto, se non si trova il coraggio di chiedersi perchè in qualche misura è venuta meno o si è contratta questa immagine di ospitalità missionaria. Bisogna guardarsi dal perdere tempo in dispute sul marginale, perdendo di vista l’essenziale: “quando il Figlio dell’uomo ritornerà, troverà ancora la fede sulla terra?” 

C’è il coraggio di sfrondare e di dire l’unum che salva, Gesù e il suo vangelo?

  • Ci si rende conto che sii parla sempre di tutto, poco di Gesù. E quando si parla di Gesù se ne parla come di un fantasma, di un nome?
  • Non è il Gesù dei vangeli che faceva sussultare, ardere il cuore?
  • Si parla troppo di chiesa, di cose ecclesiastiche, di gestioni carismatiche… poco di Gesù.
  • L’essere testimoni va interpretato come dire parole della fede, cosa devo dire agli altri.                             

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CRISTIANI IN SANITÀ

Il ruolo dei laici nella Chiesa è entrato con una veemenza che è doveroso parlare di “evento ecclesiale”, ossia “un evento dello Spirito” che sta chiamando alla ribalta tutti gli ordini religiosi perché si misurino con questo momento, destinato a provocare nella Chiesa una rivoluzione culturale d’ispirazione evangelica.

Anche i Fatebenefratelli hanno ereditato un carisma particolare, trasmesso alla Chiesa dallo Spirito per mezzo di san Giovanni di Dio. Essi stessi si accorgono che esso è motivo di ispirazione per la vita anche di altri consacrati e consacrate, e persino di laici.

Rinnovamento nello Spirito 4Se uno legge con molta attenzione la prima biografia di san Giovanni di Dio, del Castro e le sue lettere rimaste, si accorge che la spiritualità juandediana, tutto sommato, è più laicale che religiosa nel senso del significato che diamo noi oggi al termine, perché è una spiritualità battesimale. In lui, già battezzato, è avvenuto proprio quello che noi oggi chiamiamo “Rinnovamento nello Spirito” e che altri definiscono “Battesimo nello spirito”. Giovanni Ciudade, a quarantacinque anni, folgorato dalla Parola di Dio, è rinato una seconda volta.

Questo suo farsi schiena a disposizione di Dio per i fratelli – ecco il carisma! – può stimolare l’impegno battesimale che ognuno ha con Cristo e dare senso alla vita di chi opera in sanità accanto al malato ma anche a coloro che sono coinvolti in realtà temporali come può essere amministrare un ospedale, seguire la tecnologia, essere nella ricerca, occuparsi del mercato e della finanza. San Giovanni di Dio era un laico cosciente della sua realtà laicale che, investito da un formidabile carisma, ha risposto in modo esemplare senza null’altra finalità che questa: “ Dio sopra tutte le cose del mondo . Amen Gesù“.

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Una stranezza che ho sempre notato è questa: l’Ordine Ospedaliero, non so da quando, aggrega dei laici meritevoli che hanno operato bene nelle sue strutture, spesso e volentieri solo alla vigilia del pensionamento.

Pierluigi Micheli

Penso al dr. Pierluigi Micheli: una bella pergamena, una benedizione papale, una medaglia, una festa, e tutto finisce lì.

Pierluigi Micheli

La mia è una provocazione per dire: perché non si prova “istituire” un movimento di uomini e donne, sposati e non, eventualmente disponibili a uno specifico cammino di fede e di spiritualità di ispirazione Juandediana? Tante volte mi sono chiesto: perché Monguzzo è nato come Centro Studi e non anche come Centro di Spiritualità Juandediana?

Pierluigi Micheli medico umanista

E’ tempo ormai di uscire allo scoperto, senza timori e preclusioni, cominciando dal mondo della sanità per invadere i territori della Chiesa locale. Bisogna mettere a disposizione sacerdoti, religiosi e laici qualificati, e parlarne, far conoscere, diffondere…Bisogna osare, tentare, provare, ascoltare e discernere. Ognuno avrebbe modo di raccontare come stava vivendo il suo impegno battesimale, la sua esperienza diretta di discepolo del Signore nella Chiesa e nella sanità. Sono sicuro che si arriverebbe a questa formidabile sorpresa:

Guarda un po’! Anche voi medici, operatori sanitari a qualsiasi titolo, state vivendo gli stessi valori che stiamo vivendo noi consacrati!“.

Perché gente che vive nelle mansioni più svariate, da Fatebenefratelli, con la stessa fede, la stessa donazione, anche se non legata da vincoli giuridici e senza nemmeno sapere che cosa sia il voto di ospitalità, ce n’è, eccome!

L’ incitamento a riflettere e a scrivere sull’argomento mi è venuto dalla lettura di “Ospitalità impegno con l’uomo”, edito da FBF, 2002. Il volumetto è “il risultato [del lavoro] di una ristretta commissione internazionale che nel 1988, sotto la guida del Padre Generale [Fr. Pierluigi Marchesi], elaborò il testo”, come si legge nella prefazione. 

Da allora sono cambiate tante cose, ma, seguendo l’evolversi delle cose, si ha l’impressione che la questione dei Laici Collaboratori, pur recepita e presente nei documenti ufficiali, talora con eccessiva enfasi, di fatto risulti evasiva. Si vorrebbe…ma non si osa…Così si tende a rimandarla a tempi migliori, proprio per via della complessità del mutamento di rotta. 

Fra Pasqual Fernando PilesFra Pierluigi è morto lasciando in eredità un grande “entusiasmo”, fatto suo dal nuovo Priore Generale dell’Ordine, Fra Pasqual Piles, chiamato a portarlo fuori dalle secche. Bisogna riconoscerlo: nel chiedere a Fratelli e Collaboratori partecipazione per il comune ed impegnativo ideale di farsi prossimo nel terzo millennio dell’era cristiana, non manca di acutezza teologica e di spirito profetico. Da osservatore esterno, mi sembra di poter affermare che il suo Magistero, all’interno dell’Ordine, vada preso con grande serietà ed impegno.

 Nel capitolo “Stile e ruolo della comunità” del volume menzionato, al par. 4.4, pag. 78 si legge: 

  • Tenuto conto della crescente importanza dei laici in tutti i campi e in tutti i centri del nostro Ordine, è indispensabile ridefinire la nostra alleanza con loro.
  • Bisogna precisare lo status e il ruolo che possono acquisire nell’Ordine.
  • Alcuni sono collaboratori retribuiti con grosse responsabilità amministrative e mediche; altri sono benefattori e amici.
  • Ma è necessario riflettere e individuare il posto che possono occupare i volontari a livello di cure sanitarie, assistenza sociale e funzioni amministrative.
  • Uno dei requisiti essenziali è la competenza dei volontari nel settore in cui intervengono, il che può eventualmente comportare la necessità di una formazione adeguata.
  • La vasta gamma di responsabilità che i laici hanno assunto o assumeranno nell’Ordine, ci induce a rivedere e a precisare i vari tipi di rapporti tra loro e le comunità di religiosi.
  • Per queste ultime, i diversi rapporti con i laici dovrebbero costituire una fonte di rinnovamento”.

 Nel volume menzionato, ai Laici viene perfino dedicato l’intero capitolo quinto, segno evidente di una recepita sofferenza istituzionale. Dall’analisi storica, la riflessione passa a descrivere la realtà odierna. Fra i sintomi del malessere avvertito, questi sono i più indicativi: 

  1. Oggi i nostri centri sono molti di più che in passato.
  2. L’impegno dei laici è cresciuto di pari passo.
  3. Il mondo di oggi è un mondo di mutamenti.
  4. Come Fratelli noi dobbiamo accettare questa realtà.
  5. Il numero dei Fratelli è diminuito.
  6. L’età media dei Fratelli si è elevata.
  7. La specializzazione oggi è un dato di fatto e, per l’Ordine una sfida.
  8. I Fratelli nutrono grandi timori per il futuro e si sentono a disagio.
  9. E’ necessario che i Collaboratori comprendano la via dei Fratelli e viceversa.” (pag.88)

 Le linee di azione che il testo propone, sono però un elenco d’intenti e di generici buoni propositi che non vanno al di là dei luoghi comuni. La loro inconsistenza deriva dalle mancate premesse: se non si procederà prima a definire teologicamente che cosa s’intende per laici nella chiesa e poi a creare condizioni favorevoli nel terreno che deve accogliere il seme, esso non potrà germogliare.

La realtà mi appare un circolo vizioso, senza vie d’uscita:

  • da un lato i Religiosi, gestori dei Centri assistenziali;
  • dall’altro i Collaboratori laici, sollecitati a far proprio il carisma dell’Ordine.

 Ma chi fra le parti promuove e fa maturare un serio confronto culturale? Qui nulla s’improvvisa né va dato per scontato, perché la strada del “vogliamoci bene!”, senza la fatica dello studio e del dialogo, non porta lontano. 

Nel discorso di chiusura del LXV° Capitolo Generale, Fra Pasqual Piles, ha sottolineato che quello in corso “è stato il Capitolo dei Collaboratori”. 

Egli ha pure manifestato la sua preoccupazione fondamentale: “come mantenere l’identità di san Giovanni di Dio nei nostri Centri”. La preoccupazione, non solo sua, è comprensibilissima, proprio perché i mutamenti culturali procedono lentamente ma sono irreversibili. Egli parte da una constatazione realistica che sperimentano tutti: “è difficile parlare di crescita dell’identità ed è difficile creare una vera famiglia che trascenda i rapporti meramente lavorativi” (n.6). 

Padre Piles in questo contesto compie una virata e si fa interprete di san Giovanni di Dio percepito come profezia per il nostro tempo: 

San Giovanni di Dio ebbe grande fiducia in Angulo, Egli, come ci dice Castro, aveva il suo stesso spirito: il mio compagno Angulo potrà spiegarvi le mie difficoltà (cf.1DS14), scriveva alla Duchessa di Sessa, perché vivevano la missione in simbiosi perfetta ed erano autenticamente integrati”. 

“…tutti miriamo a un medesimo traguardo…sarà bene che ci facciamo forza gli uni gli altri” (2GL11)” 

Enucleo dal suo contesto questa citazione della lettera a Gutierre Lasso perché manifesta la comunione che siamo chiamati a instaurare, Fratelli e Collaboratori, nella missione”. 

Se non ho capito male, padre Piles e tutti i documenti più recenti, spingono oltre il concetto di “collaborazione”. Si è giunti a parlare di “comunione”, quindi di una dimensione alternativa, superiore. Questo è un concetto che va sottolineato e non perso di vista perché c’è molto da dire. 

Egli torna a ribadire che “Il Capitolo ha espresso ancora una volta con chiarezza la volontà dell’Ordine di andare avanti promuovendo l’identità delle nostre istituzioni a partire dai voleri di san Giovanni di Dio e della tradizione, condivisi con i Collaboratori”. 

Nella Lettera Circolare del 2 Febbraio 20001 a tutto l’Ordine Ospedaliero, il Padre Piles riporta alcune sensazioni che sembrano diffuse e che ha raccolto dai Confratelli e Collaboratori:

“ …che non è più come prima, che una volta si agiva in altro modo, che oggi c’è un altro clima”. 

Cosa vuol dire? Egli ammette che in tali affermazioni si nascondano delusioni, possa esserci parte di verità, ma non si lascia scoraggiare: 

dobbiamo affrontare il presente, dare una risposta al mondo d’oggi, integrare il cambiamento che è avvenuto nella nostra società, rispondere alle esigenze dell’ospitalità. Non possiamo tornare indietro, dobbiamo guardare avanti”. 

Gli incoraggiamenti sono sempre utili e fanno anche bene al cuore, ma in cose così complesse, quando si deve passare all’azione, subito comincia ad offuscarsi la vista e non si vede bene da che parte andare. 

Rispondendo ai “Lineamenta” in preparazione al Sinodo dei Vescovi, il Collaboratore laico, rappresentante dell’Ospedale Provinciale per Lungodegenti di Gorizia così si esprimeva: 

“ La crisi delle vocazioni che coinvolge anche il nostro Ordine, rende il cammino più difficoltoso e ci fa meditare seriamente e profondamente sul futuro degli ospedali FBF”. 

Un altro collega , rappresentante della Casa d’Ospitalità F.B.F. di Varazze, faceva questa constatazione:

“…riconosciamo che da anni all’interno dell’Ordine esiste questa grande tensione verso la definizione del ruolo dei Collaboratori; le difficoltà esistono poi nella traduzione spicciola di quanto a volte enfaticamente viene detto”. 

Prendendolo in parola, la riflessione che segue vorrebbe tentare la strada dell’audacia alla quale Padre Piles spinge tutti, Consacrati e Laici: 

L’ospitalità esige risposte audaci, con un movimento in cui interveniamo noi Confratelli e i Collaboratori, con delle esigenze nella modernità dell’assistenza che dobbiamo promuovere”. 

Il comune impegno dovrebbe essere quello di abbandonare i proclami enfatici, sostituendoli con proposte anche modeste, ma concrete. La politica dei piccoli passi. 

Con grande determinazione il Priore Generale spinge verso una “Gestione carismatica”, segno evidente che non lo spaventano né la debolezza dei mezzi né l’inadeguatezza delle persone, perché conta sulla potenza dello Spirito, il vero Audace. Tutto ciò è di buon auspicio. 

Nel Calendario per il sessennio 2000 – 2006 il Priore Generale, quale suo Magistero periodico all’Ordine, ha previsto per l’ otto marzo 2004 il seguente messaggio: “San Giovanni di Dio aperto alla volontà del Padre”. In attesa di leggerlo, nello stesso periodo, fa capolino questo umile contributo da parte di chi non ha proprio nulla da insegnare a nessuno ma che si sente come trascinato ad esporsi, a dire la sua, vuoi per un innato difetto di parlare anche senza essere stato interrogato, vuoi per una sorta di debito contratto nel passato e mai estinto.

Che dire? Che non siano i soliti scherzi del nostro fantastico Iddio?

La riflessione parte prendendo lo spunto dall’indicazione che viene da pag. 94 al punto 12: Studiare la creazione di un’associazione di laici disposta su tre livelli:

  • amicizia;
  • cooperazione nell’apostolato;
  • partecipazione autentica al carisma, per realizzare sempre meglio la nuova alleanza “per servire insieme”.

 Ho notato che questo punto, per quello che mi è dato di leggere, se non è passato inosservato anche al Capitolo Generale, è certamente stato successivamente ridimensionato proprio nella “Carta d’identità dell’Ordine” (1999) che ha preferito delegare ogni iniziativa ai singoli Centri. A me sembra di poter cogliere, tra le righe, una preziosa e rivoluzionaria indicazione, una luce rossa che suggerisce dove cercare la chiave per aprire il nuovo capitolo dell’ospitalità che nel Libro di Dio è già scritto e chiede solo di essere aperto, svelato, attuato. 

In tempi in cui tutti siamo in grado di diagnosticare i malanni della sanità, è utile stimolare la ricerca per adeguate terapie che non siano solo ad effetto placebo. E’ quanto mi sono prefissato in questa ricerca, consapevole che, anche in questo campo, ogni proposta terapeutica ha bisogno di essere studiata, approfondita, sperimentata, testate. D’altra parte, da una qualche ipotesi bisognerà pur partire!

Il rischio è che ogni proposta venga respinta a priori, senza la fatica di averla almeno esaminata. Parto da un postulato: senza una forma stabile di aiuto e sostegno ai Collaboratori che operano nel pianeta sanità, tutto è destinato in breve a naufragare perché le persone cambiano, i legami si spezzano, le dedicazioni laicali finiscono per essere ad tempus, cioè per un periodo, e ad libitum, ossia finché uno può, finché uno riesce, finché uno ha voglia. 

Gli Ordini Religiosi, proprio per la loro congenita tendenza alla continuità, avrebbero bisogno anche di una dedicazione laicale permanente, ossia

  • una dedicazione della vita sulla quale la Chiesa locale, rappresentata dalle Fraternità, possa contare sempre, fare affidamento,
  • sulla quale possa contare anche la società perché non è un impegno temporaneo ritirabile a piacere. 

Nel documento che vedremo in seguito, il Card. Martini docet. Formazione permanente  QUALE MEDICINA?

QUALE OPERATORE SANITARIO?

la protesta sanitaria

L’ Operatore Sanitario del terzo millennio è da inventare. Perché? 

  • Da un lato la Chiesa, da sempre impegnata in prima persona nel mondo della sofferenza e della malattia, in questi anni ha scritto pagine bellissime su se stessa, sull’uomo, sulla storia, sul ruolo dei religiosi e dei laici, sulla sofferenza.
  • Dall’altro, lo Stato (italiano) ha legiferato un cambiamento radicale del Piano Sanitario Nazionale che coinvolge tutti: sani, malati, istituzioni ed operatori sanitari.

E’ da inventare l’operatore sanitario laico cristiano che opera nelle strutture dello Stato ed è da ridefinire anche il ruolo di coloro, uomini e donne, che si trovano a esercitare nelle strutture che appartengono agli Istituti Religiosi. Qualcuno obietterà che il rapporto di collaborazione non è nuovo, perché è sempre esistito. E’ questione d’intendersi. Oggi è richiesto un ripensamento dei propri compiti da entrambe le parti, per ragioni che non sono casuali né di convenienza del momento (carenza di vocazioni religiose) ma come sollecitazione dello Spirito che chiede alla Chiesa di farsi profezia nella sanità del nostro tempo. E la Chiesa siamo tutti insieme. 

Si deve riconoscere che nel potenziale laici s’intravede la possibilità di far esplodere una miniera di carismi, certamente più ampia di quella rivelatasi nella spiritualità originaria di ogni Fondatore. San Giovanni di Dio ha dato il massimo di se stesso. Ma oggi, insieme, si può dare al mondo molto di più, perché esistono nuovi campi di missione o di apostolato che non sono esplorati dai religiosi perché più consoni ai laici. Nel nostro caso si tratta di individuare cammini distinti di partecipazione e di espressione del carisma juandediano nelle sue diverse componenti, mantenendo e garantendo una necessaria autonomia. Bisogna pensare che il Fondatore stesso avrebbe agito così fin dall’inizio se non fosse stato condizionato dalla mancanza di opportunità, di modelli, di mezzi. 

Epperò, nel condividere il carisma, nessuno può sentirsene il padrone. Mi sovviene l’immagine dello scudo crociato, conteso dalle due anime della democrazia Cristiana dopo il ribaltone di “Mani pulite”. I carismi, ospitalità compresa, sono doni dello Spirito per la comunità, non sono proprietà privata di nessuno. Bisognerà non dimenticarsene ai primi malumori inevitabili. 

Inutile nascondersi che gli scogli da superare esistono. Bisognerebbe sconfiggere sia le posizioni rigide e intransigenti, (emerse anche al Capitolo Generale) che quelle facilone che sembrano sostenute da una dimenticanza: quella di parlare solo dopo aver collegato la bocca al cervello. Provo ad esporre alcuni interrogativi: 

  • è ammissibile la partecipazione dei laici al carisma e alla spiritualità senza che prendano parte direttamente alle opere o senza che riproducano le opere tipiche realizzate in passato dall’Ordine?
  • Compete ai religiosi il controllo sui laici?
  • E’ realistico o l’illusione che si possa arrivare a immediati risultati senza aver posto le premesse?
  • Quanto s’intende investire nella formazione per l’assimilazione del carisma e per determinare i decentramenti che non possono essere né rapidi né definitivi se non dopo un paziente collaudo?
  • E’ recepito da religiosi e laici che deve esistere una fase transitoria di ricerca e che questa non può procedere con forzate accelerazioni se si vuol giungere a una meta non ancora conosciuta?
  • E’ già chiaro da chi debba essere gestita la formazione del laicato?
  • Si è a conoscenza se esistono valide esperienze di formazione laicale gestite dai laici?
  • C’è per caso qualcuno che scambia per formazione la mezz’ora di catechesi settimanale che svolge il Cappellano per il personale non impegnato?
  • I documenti devono essere scritti in “clericalese”, farciti di citazioni bibliche o con lo stile che è proprio dei laici nel dire le cose?
  • Sono state individuate le metodologie per la formazione? Dovrà limitarsi ad essere intellettuale o anche accompagnata da esperienze pratiche? E quali?
  • E’ conveniente che le esperienze laicali vengano subito inglobate all’interno delle opere esistenti o è preferibile che vengano svolte all’esterno?
  • Dai movimenti ecclesiali esistenti è possibile, conveniente, utile apprendere le metodologie di un possibile movimento?
  • Potrebbe essere conveniente nella fase iniziale la presenza del religioso che si faccia garante del carisma e promotore perché i laici sviluppino cammini autonomi?
  • E’ stata messa nell’inventario la possibilità di probabili errori reciproci e che questi non devono ingenerare il pretesto per azzerare tutto il lavoro a monte?
  • E’ ipotizzabile che i Collaboratori (uomini e donne) si dividano in a) laici vincolati solo professionalmente dal contratto di lavoro, b) laici associati e c) laici legati in Fraternità?

 Come si vede, quando si comincia a grattare – e qui s’è grattato molto in superficie – insorgono le domande e s’ingenera anche un meccanismo che, sulle prime, tende a scoraggiare. In questi casi ci vuole la fede di Abramo: “vai verso la terra che ti indicherò”. E’ il rovescio di ciò che si fa normalmente prima di mettersi in viaggio: premesso che so dove voglio andare, consulto la carta stradale.

 La sanità che qui si ha in mente, è quella italiana, orientata ormai sempre più verso modelli occidentali, difetti compresi, ed i cristiani di riferimento appartengono alle tre estrazioni seguenti:

 I LAICI descritti nella Lumen Gentium:

“Col nome di laici si intendono qui tutti i fedeli ad esclusione dei membri dell’ordine sacro e dello stato religioso sancito dalla chiesa, i fedeli cioè, che, dopo essere stati incorporati a Cristo col battesimo e costituiti popolo di Dio e, a loro modo, resi partecipi dell’ufficio sacerdotale, profetico e regale di Cristo, per la loro parte compiono, nella chiesa e nel mondo, la missione propria di tutto il popolo cristiano”. 

I LAICI CONSACRATI, esclusi dalla definizione precedente.

  • A questo gruppo appartengono i membri delle famiglie religiose femminili e Maschili, presenti in sanità a qualsiasi titolo. 
  • I laici nel senso di non cristiani, agnostici, atei, ecc., e tuttavia, preziosi professionisti che meritano ogni rispetto, vanno accettati con la loro diversa visione del mondo ed ai quali va chiesto lo stesso atteggiamento nei confronti degl’altri.

Anche se in questo contesto il rapporto con i laici non cristiani è solo accennato, va sottolineato comunque che la laicità accomuna, nel dialogo e nella ricerca, i membri dei tre raggruppamenti. L’obiettivo certamente condiviso da tutti e che insieme si prefiggono di raggiungere, è il benessere della persona malata.

Ai laici di entrambe le estrazioni, per la parte che li divide dal modo di concepire il raggiungimento dell’obiettivo, è chiesto il rispetto e l’accettazione di un modo di essere in sanità, tipico dei religiosi in genere, perché eredi dello spirito di un Fondatore.

Essi sono chiamati ad adeguarsi ai tempi ma non può essere chiesto loro di rinnegare i princìpi ispiratori che li ha portati a una donazione totale della vita. Nel caso dei Fatebenefratelli, si parla di San Giovanni di Dio, del fondatore di Fratelli Ospedalieri che portano il suo nome e che da cinque secoli sono presenza di laici consacrati nella sanità mondiale.

Laici e consacrati, la titoli diversi ma per un comune obiettivo, lavorano in una vigna carica di mistero e che affonda le radici in un passato remoto. Anche se l’Esortazione Apostolica “Cristifideles laici” di Giovanni Paolo II si riferisce prettamente alla vocazione e missione dei laici non consacrati nel mondo, è utile prendere visione dei punti n. 1632 e ss. che si trovano in fondo.

LA CHIESA COSA DICE DEI “LAICI”? 

  La riflessione sui laici, prodotta all’inizio dal Concilio Ecumenico II e poi fino alla esortazione apostolica di Giovanni Paolo II “Christifideles laici” del 1988 e alla lettera apostolica “Novo millennio ineunte” del 2001 hanno fatto sì che il tema del laicato fosse di estrema attualità nella chiesa. 

I Fratelli Ospedalieri di san Giovanni di Dio sono attualmente impegnati alla comprensione del ruolo dei laici nell’attuale visione della Chiesa. L’attualità deriva da due motivi:

  • fedeltà al Fondatore e dei suoi seguaci che da sempre hanno lavorato fianco a fianco con i laici;
  • fedeltà al nostro tempo e quindi agli stimoli positivi ed interessanti che esso ci offre. In un mondo di alta specializzazione, nessuno può pensare di bastare a se stesso. 

Per vicende storiche, l’Ordine degli Ospedalieri non è nato come societas religiosa a più rami, riproduzione della Chiesa in miniatura. Basti pensare che il ramo femminile, se così si può dire, è fondato solo all’inizio del ‘900 da San Benedetto Menni, restauratore dell’Ordine in Spagna e Priore Generale, che lo ha voluto autonomo e totalmente separato. Né mi risulta vi sia stato mai un Terz’Ordine, sulla falsa riga di tanti altri. 

Se ripensare la tradizionale impostazione non è facile, è, tuttavia, doveroso farlo, per fedeltà alla Chiesa, ai documenti conciliari e al magistero dei Pontefici. 

Credo si debba procedere per gradi: assimilare la teologia del laicato, fare spazio ai suggerimenti delle persone coinvolte nel processo, usare intelligenza ed equilibrio, superare lo spirito di passività, di sudditanza o di autonomia e indipendenza, che può sempre insinuarsi da ambo le parti. 

Il documento “Lumen gentium” del Vaticano II° dice così al numero 33: 

  • L’apostolato dei laici è partecipazione alla missione salvifica della Chiesa…
  • ogni laico è testimone ed insieme vivo strumento della missione della Chiesa …
  • i laici sono chiamati a… lavorare affinché il disegno di salvezza raggiunga tutti gli uomini di tutti i tempi, di tutta la terra”. 

Come si vede siamo ben lontani da un qualsiasi atteggiamento passivo del laicato, chiamato a non delegare l’evangelizzazione al clero che deve fare la sua parte ma non anche quella che compete agli altri cristiani.

Al numero 34 lo stesso documento dice:

  • …Gesù Cristo, volendo anche attraverso i laici continuare la sua testimonianza ed il suo servizio, li vivifica con il suo Spirito e li spinge ad ogni opera buona e perfetta”.
  •  
  • Tutte le loro opere, preghiere, iniziative apostoliche …diventano sacrifici spirituali graditi a Dio che nella celebrazione eucaristica sono offerti al Padre con l’offerta del Corpo del Signore Gesù”.

Ed ancora al numero 35: 

  • Cristo….che ha proclamato il Regno del Padre adempie il suo ufficio profetico anche per mezzo dei laici che costituisce suoi testimoni….
  • I laici diventano efficaci araldi della fede….se congiungono ad una vita di fede la professione della fede”. 

Possiamo allora dire che il laico è un testimone esplicito di ciò che crede, testimone con la vita e con la parola.

E sempre al numero 35:

  • I laici quindi…. possono e debbono esercitare una preziosa azione per l’evangelizzazione del mondo” ed “esprimono la loro speranza anche attraverso le strutture della vita.”

Infine al numero 36: 

  • II Signore infatti desidera dilatare il suo regno anche per mezzo dei fedeli laici, il regno cioè della verità e della vita, il regno della santità e della grazia, il regno della giustizia, dell’amore e della pace”. 
  • I fedeli devono perciò riconoscere la natura intima di tutta la creazione, il suo valore… 
  • aiutarsi a vicenda per una vita più santa anche con opere propriamente secolari, affinché il mondo sia imbevuto dello Spirito di Cristo e raggiunga più efficacemente il suo fine nella giustizia, nella carità e nella pace.
  •  
  • Con la loro competenza e con la loro attività contribuiscono validamente a che i beni creati siano fatti progredire dal lavoro umano, dalla tecnica, dalla creatura per l’utilità di tutti gli uomini e siano tra essi più convenientemente distribuiti e portino al progresso universale della libertà umana e cristiana.
  •  Inoltre i laici.. ..risanino le istituzioni e le condizioni del mondo”.

 Sintesi: il laico è

  • un testimone che evangelizza,
  • rende culto a Dio con la propria vita,
  • fa conoscere la giustizia e la pace.

Per concludere una breve citazione del numero 9 della “Christifideles laici” :

  •  I fedeli laici, come tutti i membri della Chiesa, sono tralci radicati in Cristo, la vera vite, da Lui resi vivi e vivificanti”. 

Il laico di cui ci si occupa qui con prioritaria attenzione, è quello che si trova oggi a lavorare nella sanità in stretta collaborazione con il laico consacrato solo perché risulta più facile dare fisionomia concreta a una comunità terapeutica fondamentalmente evangelica, ma nulla impedisce di esportare le acquisizioni nel mondo della sanità pubblica e di essere arricchiti dalle altrui esperienze. 

Nel caso dei Fatebenefratelli questa cooperazione praticamente risale alle origini stesse dell’Ordine che viene riconosciuto come tale solo diversi anni dopo la morte di San Giovanni di Dio. Solo che nel post Concilio è maturata una nuova coscienza e rivalutazione del significato di essere laici nella Chiesa. Tale presa di coscienza, non immediata, non facile, sta progredendo di giorno in giorno. Se il problema di una riflessione critica si pone, è perché la pasta talvolta non dà segni di lievitazione. 

Prima di entrare nel vivo di un’analisi critica, è utile fissare lo sguardo su una indubbia e strabiliante presenza di laico consacrato in sanità: Giovanni Cidade, ribattezzato a suo tempo dalla Chiesa che è in Granada col nome di Giovanni di Dio, a significare il mutamento pasquale avvenuto in lui. Egli è testimonianza viva di come lo Spirito evangelico possa rivoluzionare ogni campo del sociale. 

Non può sfuggire a nessuno il fatto che essere portatori di una ispirazione cristiana significa molte volte andare contro corrente rispetto alle logiche di potere e di mercificazione che possono verificarsi anche in sanità. Significa però andare nella direzione delle esigenze più profonde e antitetiche degli uomini e delle donne del nostro tempo, prendendo sul serio i loro bisogni e le loro aspirazioni, concorrendo a costruire una coscienza comune a partire da quanto ci unisce, anche se questo non sempre corrisponde pienamente alla nostra verità. 

Per curare una sanità malata (medice cura te ipsum!) nessuno può chiamarsi fuori. Al contrario, deve costringere tutti a ripensare e a riprogettare, cominciando da se stessi, a sentirsi impegnati in una grande ricerca di senso. Ciò non esclude la politica, ma la coinvolge facendo leva sui cristiani più direttamente impegnati su quel versante. 

Davanti alla complessità dei problemi, al tormento delle valutazioni e delle scelte, è necessario che il denominatore comune sia la pace fra i portatori di proposte. Un ambiente surriscaldato dalle polemiche di parte ed in permanente conflitto non approderebbe a risultati significativi. 

I problemi della sanità sono molteplici e così riducibili: 

  • il malato come persona,
  • il processo terapeutico,
  • il processo assistenziale
  • il processo gestionale (finanziamenti, gestione risorse)
  • l’etica (aborto, genetica, eutanasia…) 

In presenza di un san Giovanni di Dio tutto fare, i discepoli sono chiamati a coglierne lo spirito che lo animava, non certo ad imitarlo alla lettera. 

La sanità italiana, al di là delle buone intenzioni, per il momento, ha posto al centro delle sue priorità il contenimento della spesa pubblica. Nessuno sostiene che l’uomo malato non debba essere la sola, unica, prioritaria preoccupazione degli amministratori. Di fatto però, con le riserve mentali derivanti dai costi di gestione, lo si decentralizza, dunque lo emargina.

Epperò, va preso atto che la legge 833 ha introdotto per la prima volta il concetto di persona associato a quello di malattia e questi due pilastri ormai sono lì, intoccabili. E c’è anche la legge 180 con un’autentica rivoluzione in campo psichiatrico, probabilmente buona nelle intenzioni, non sempre felicemente applicata. 

Oggi san Giovanni di Dio si troverebbe a dover fare i conti con questo trinomio: medicina-persona-economia. Vi sono sufficienti indizi per dire come si muoverebbe. 

Comincerebbe col dare ragione della sua fede: 

  • “ Nel nome di nostro Signore Gesù Cristo e di nostra Signora la Vergine Maria sempre intatta. Dio prima di tutto e sopra tutte le cose del mondo. Amen Gesù”. Più chiaro di così!
  •  
  • Dato che tutti miriamo a un medesimo traguardo, benché ognuno cammini per la propria strada, e come Dio vuole viene incamminato, sarà bene che ci facciamo forza gli uni gl’altri. ” Altra saggezza!
  •  
  • Fratello mio in Gesù Cristo, [ Gutierre Lasso de Vega] sento molto sollievo a scrivervi, perché mi sembra di parlare con voi e di farvi partecipe dei miei affanni; so che voi li sentite come io l’ho visto dai fatti, perché le due volte che sono stato in codesta città mi avete fatto una così buona accoglienza e mi avete dimostrato tanta buona volontà, nostro Signore Gesù Cristo vi ricompensi in cielo della buona opera che avete fatto per Gesù Cristo, i poveri e per me: Gesù Cristo ve la paghi. Amen Gesù”.
  •  
  • Così io lo professo e lo credo bene e veramente e da qui non mi muovo e lo sigillo e lo chiudo con la mia chiave”.

 Come si vede, qui c’è una determinazione alla quale i suoi Fratelli Ospedalieri non possono rinunciare sia nei confronti dei collaboratori diretti che della politica sanitaria. Il votato all’ospitalità è una persona disarmata ma non sprovveduta e irresponsabile, perché ha ereditato un passato e deve fronteggiare un presente in prospettiva della consegna agli eredi spirituali. Sono coscienti pertanto che si deve procedere con intelligenza e discernimento, per il bene comune. 

Quando ci sono di mezzo i poveri e i malati, Giovanni di Dio è concreto e impudente. Non avrebbe nessuna difficoltà a scrivere alla Regione, quando temporeggia, in questi termini:

Mandatemi subito i 25 ducati perché tanti e molto di più ne devo pagare, e li stanno aspettando”. Questa sua premura materiale è specchio della sua dedizione spirituale. Perché mai dovrebbe agitarsi? Chi glielo fa fare? Cosa gliene viene in tasca? 

Se ai nostri giorni si perde di vista il filo conduttore, il rischio di arenarsi in dispute astratte e inconcludenti è costante. L’amore per i malati, i poveri, i sofferenti sono per lui fonte di ansia continua:

“ Non vogliono più farmi credito” eppure “ogni giorno solo per la legna occorrono sette o otto reali”, “quattro scudi e mezzo e qualche volta cinque per il pane, per la carne, per le galline, per la legna, senza contare le medicine e i vestiti che è un’altra spesa distinta” e “duecento ducati per le camicie, le zimarre, le lenzuola e le coperte” . (A Gutierre Lasso de Vega) 

E’ ansioso, ma non depresso e si controlla con l’ansiolitico della fede:

  • “ Confido solo in Gesù Cristo perché Lui conosce il mio cuore”.
  • “ Quando mi trovo afflitto, non trovo rimedio o consolazione migliore che guardare e contemplare Gesù Cristo Crocifisso e pensare alla sua santissima Passione, alle fatiche e alle angustie che patì in questa vita: tutto per noi peccatori, cattivi, ingrati e misconoscenti”. 

Oggi i Fratelli Ospedalieri, dietro l’incalzare dei debiti potrebbero fare una scelta selettiva delle persone da assistere, orientarsi, ad esempio, verso l’assistenza a pagamento di un libero mercato. A sconsigliare questa alternativa più redditizia è sempre lui, Giovanni di Dio:

Essendo questa una casa per tutti, vi si ricevono indistintamente [persone affette] da ogni malattia e gente d’ogni tipo, sicché vi sono degli storpi, dei monchi, dei lebbrosi, dei muti, dei matti, dei paralitici, dei tignosi e altri molto vecchi e molti bambini, senza poi contare molti pellegrini e viandanti che vengono qui e ai quali si danno il fuoco, l’acqua, il sale, e i recipienti per cucinare il cibo da mangiare”. 

Questo imperativo morale di azionarsi a 360 gradi, anche se lo scenario sociale è mutato rispetto ad allora, gli eredi non possono alterarlo: cambiano i soggetti non i bisogni della gente. 

La collaborazione invocata, a cominciare dalla Chiesa, nasce dalla condivisione: il soggetto per entrambi le parti è lui, il malato. Per maturare una reciproca fiducia bisogna trovarsi, parlarsi, scoprire le carte in tavola, non avere riserve mentali. Questa è una cittadinanza che si consegue attraverso la faticosa e mai definitiva realizzazione di livelli successivi di solidarietà, partecipazione, collaborazione. Il partner al servizio di un progetto condiviso, non è acquisito una volta per sempre.

L’ospedale è una grande opportunità: quella di diventare un laboratorio della speranza per coloro che lo abitano, che ci lavorano e per quelli che si rivolgono per le cure. I punti che vanno consolidati perché fondamentali per una progettualità condivisa sono: 

  • spirito di libertà e di democrazia,
  • intraprendenza e immaginazione creatrice,
  • la coscienza posta come valore irrinunciabile,
  • il riconoscimento dei diritti individuali e collettivi,
  • senso di solidarietà
  • e – come direbbe san Camillo de Lellis, – “più cuore in quelle mani”.

 Per una prassi innovativa, dinamica, vanno ripensati i fondamenti, senza ripiegamenti su se stessi da ambo le parti. Ogni innovazione non può esaurirsi nella difesa di interessi di corto respiro o anche particolari. Non bisogna mai perdere di vista le coordinate di fondo. 

Due ali per volare:

  • coraggio della fede,
  • audacia della ragione.

Card. Fiorenzo Angelini E Fra Pierluigi MarchesiSe c’è una persona che ha tenacemente lavorato per aprire nella sanità contemporanea un solco evangelico è certamente il Card. Fiorenzo Angelici. In occasione del Giubileo, ha rivolto ai medici radunati a Roma per un convegno mondiale un messaggio che credo debbano essere recepito non solo da essi ma da ogni operatore sanitario:

Il vostro Congresso comincia con una celebrazione eucaristica, quasi a sottolineare che, dopo quello del sacerdote, il ministero del medico è il ministero più sacro.

Il vostro ministero, infatti, partecipa dell’azione pastorale ed evangelizzante della Chiesa, “poiché voi siete chiamati ad essere l’immagine viva di Cristo e della sua Chiesa nell’amore verso i malati e i sofferenti” (1).

Siete chiamati ad essere “testimoni del Vangelo della vita” (2).

Vi è una necessaria interazione tra esercizio della professione medica ed azione pastorale, poiché unico oggetto di entrambe è l’uomo, colto nella sua dignità di figlio di Dio, di fratello bisognoso, al pari di noi, di aiuto e di conforto” (3).

L’odierna preghiera ci ricorda che la medicina deve evitare il rischio di essere considerata soltanto una professione. In essa, professione, vocazione e missione si incontrano e si fondono. Essendo la medicina al servizio della vita, i luoghi di ricovero e di cura sono veramente la Casa di Dio, mentre l’opera del medico si affianca a quella creatrice di Dio e redentrice di Cristo.

In questo tempio,[ S.Maria Maggiore] dedicato alla Vergine Maria, “Mater scientiae”, “sedes sapientiae” e “salus infirmorum”, voi raccogliete oggi, in apertura del vostro Congresso, il primo e più forte richiamo alla grandezza e alla nobiltà della vostra professione e missione.

Se lo straordinario e confortante cammino in avanti della scienza medica in tutte le sue branche pone problemi nuovi, la risposta a questi problemi resta sempre la medesima.

È una risposta che poggia su due principi, sui quali, come su di un binario, il medico è costantemente chiamato a muoversi. Essi sono:  il dovere irrinunciabile – peraltro contenuto nel Giuramento di Ippocrate – di ispirarsi a norme morali che lo guidino nel suo servizio alla vita.

Il magistero della Chiesa che, nel nostro tempo, ha guardato con crescente attenzione ai problemi della vostra professione, vocazione e missione, è fermissimo e costante su questi due principi.

Pio XII 2Il 12 novembre 1944, quando il mondo era ancora flagellato dal secondo conflitto mondiale, Pio XII, ricevendo circa 800 illustri scienziati membri della Unione Italiana Medico-biologica “San Luca”, disse:  “La persona del medico, come tutta la sua attività, si muovono costantemente nell’ambito dell’ordine morale e sotto l’impero delle sue leggi. In nessuna dichiarazione, in nessun consiglio, in nessun provvedimento, in nessun intervento, il medico può trovarsi al di fuori del terreno della morale, svincolato e indipendente dai principi fondamentali dell’etica e della religione; né vi è alcun atto o parola, di cui egli non sia responsabile dinanzi a Dio e alla propria coscienza” (4).

Giovanni Paolo II con il suo infermoere ra Cesare GnocchiEcco il primo principio. Nella enciclica Evangelium vitae, che il medico cattolico deve considerare quasi il codice cui costantemente ispirarsi, Giovanni Paolo II, ritornando sull’inscindibile sodalizio tra scienza e fede, ribadisce:  “La questione della vita e della sua difesa e promozione non è prerogativa dei soli cristiani. Anche se dalla fede riceve luce e forza straordinarie, essa appartiene ad ogni coscienza umana che aspira alla verità ed è attenta e pensosa per le sorti dell’umanità. Nella vita c’è sicuramente un valore sacro e religioso, ma in nessun modo esso interpella i soli credenti:  si tratta infatti di un valore che ogni essere umano può cogliere anche alla luce della ragione e che perciò riguarda necessariamente tutti” (5). Nulla, dunque, dell’azione del medico, dalla diagnosi alla terapia, dalla ricerca alle sue molteplici applicazioni, si sottrae all’imperio della legge morale.

Tuttavia, l’ambito, l’itinerario, le conquiste ed anche i limiti nella traduzione pratica di questa irrinunciabile moralità sono dettati dal servizio integrale alla vita dal suo concepimento al suo naturale tramonto. È questo il secondo principio.

Certamente i temi e i problemi attinenti alla ricerca e alla prassi medica che saranno affrontati dal Congresso sono importanti, ma essi devono, per il medico cattolico, essere sostenuti dalla fede, la quale trova sostegno nella ragione che, a sua volta, trova il suo stimolo nella fede.

Il Santo Padre Giovanni Paolo II, nel capitolo quarto dell’enciclica Fides et ratio, che ogni medico cattolico dovrebbe conoscere e meditare a fondo, ci ricorda:  “È, infatti, illusorio pensare che la fede, dinanzi a una ragione debole, abbia maggiore incisività; essa al contrario, cade nel grave pericolo di essere ridotta a mito e superstizione. Alla stessa stregua, una ragione che non abbia dinanzi una fede adulta non è provocata a puntare lo sguardo sulla novità e la radicalità dell’essere. Al coraggio della fede deve corrispondere l’audacia della ragione” (6).

I lavori del vostro Congresso abbiano costante riferimento a queste verità. Il Congresso deve, cioè, essere un momento di forte comunione reciproca, capace di rianimare e rafforzare il vostro impegno. La mia preghiera e il mio pressante e caloroso invito, perciò, è che il vostro Congresso sia un incontro esemplare di servitori o ministri della vita che intendono riaffermare e rafforzare la loro testimonianza di fronte a Dio, alla propria coscienza e al mondo:  un mondo, quello in cui viviamo, che ascolta e segue sempre meno i maestri, ma che cerca testimoni credibili. Il nostro Maestro sia uno solo, Gesù (7), medico delle anime e dei corpi:  sappiate riconoscere il Suo Santo Volto nel Buon Samaritano, nel sofferente e nel malato, nei vostri collaboratori.

Anche per questo noi lo celebriamo come il Volto dei Volti, perché quanto avremo fatto ai più piccoli dei nostri fratelli, lo avremo fatto a Lui (8). La nostra preghiera, in questo mirabile tempio dedicato alla Madre di Cristo, sia di azione di lode per la vostra vocazione, di invocazione del Suo aiuto, ma anche di ringraziamento per quanti, medici e operatori sanitari, in questo momento, in ogni parte del mondo, rendono, anche con l’eroismo del sacrificio della vita, una testimonianza che onora la scienza e la fede, “le due ali con  le  quali lo spirito umano si innalza  verso la contemplazione della verità” (9).

———————————

  •   (1) “Le personnel de la santé dans son ensemble… est appelé à etre une image vivante du Christ et de son Eglise dans leur amour envers les malades et les souffrants”. Jean Paul II, Exhort. Apost. Christifideles Laici (30.12.1988), n. 53.
  •  (2) Jean Paul II, Aux participants au Congrès international sur l’assistance envers les mourants, in L’Osservatore Romano, 18 mars 1992, n. 6.
  • (3) “Il existe une interaction nécessaire entre l’exercice de la profession médicale et l’action pastorale, l’homme étant l’unique objet de l’une et de l’autre, l’homme consideré dans sa dignité de fils de Dieu, de frère en demande, comme nous, d’aide et de réconfort”, Jean Paul II, Au Congrès Mondial des médecins catholiques, 3.10.1982, in Insegnamenti V/3, 676, n. 6.
  • (4) Cfr Pio XII, Discorsi ai Medici. A cura di F. Angelini, Roma 1961, p. 49.
  • (5) Giovanni Paolo II, Lett. enc.Evangelium vitae (25.03.1995), n. 101.
  • (6) Jean Paul II, Lettre enc. Fides et ratio, 48.
  • (7) Cfr Mt 23,10.
  •  (8) Cfr Mt 25,45.
  • (9) Giovanni Paolo II, Lett. enc. Fides et ratio, 1.

Pierluigi Micheli con ilCard. Martini e il Card. Saldarini-002

Basilica di Samn Marco – Milano

Le parole pronunciate nell’omelia funebre pronunciata dal Parroco ed amico Don Giovanni Marcandalli, per la sepoltura del Dr. PIERLUIGI MICHELI:

Fa’ splendere il tuo volto su questa comunità parrocchiale che ti ricorderà sempre come il migliore dei suoi figli, come il più saggio e il più santo fra i suoi fedeli”.

Non sono parole di circostanza ma la prima pietra di un monumento da costruire con preghiere e suppliche all’intercessore che riposa nel Cimitero Monumentale di Milano. Il presbitero in precedenza aveva chiesto un’altra grazia:

  • Fa’ splendere il tuo volto sui tuoi familiari, sui tuoi collaboratori, medici e infermieri (i tuoi “confratelli”).
  • Fa’ splendere il tuo volto sulla “Università della Terza età”, “opera di altissima utilità”.

E l’omelia era cominciata con parole non meno pregnanti, dal sapore di Chiesa delle origini:

Siamo qui attorno alle spoglie mortali (“le sante reliquie”) del nostro fratello Piero, il Dott. Micheli, con una profonda mestizia nel cuore (come Gesù davanti alla tomba dell’amico Lazzaro), perché è stato sottratto alla nostra vista un grande uomo, un  ottimo medico, un vero cristiano, un autentico maestro di vita e, per molti (come per me) un sincero amico”.

Queste sono parole pronunciate nella Chiesa, dalla Chiesa, attraverso il suo Ministro, la longa manus del Vescovo. E sono formulate in un contesto liturgico, Pasquale, alla presenza dello Spirito Santo di Dio che le ha suscitate. 

Pierluigi Micheli

Gloria al Padre, al Figlio, Allo Spirito Santo !

FATEBENEFRATELLI: CAMICI & TONACHE – Angelo Nocent

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PERCHE’ CAMICI & TONACHE

L’ispirazione del titolo mi viene dalla prima biografi di San Riccardo Pampuri del canonico del Duomo di Milano Mons. Giuseppe Gornati. Ma non so se calza ancora. Mi hanno riferito che all’Isola Tiberina, l’antico ospedale romano dei Fatebenefratelli,  un frate vestito da frate ormai lo si può vedere solo dipinto sui muri. E così in altre parti, d’Italia e all’estero.

Il titolo “Camici & Tonache” vorrebbe essere un chiaro riferimento a laici e consacrati associati, distinti da divise, logisticamente separati (casa-convento), ma uniti nell’azione sanante nel nome di Gesù e per mandato della sua Chiesa. Ciò che li distingue agli occhi superficiali è poca cosa, ciò che li unisce unisce, quindi, che li mette in società, è soltanto l’amore a un Amore indicibile.

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Sono stato ferito dagli ammonimenti del vescovo:

  • Sto scrivendo nella sera di San Valentino, la festa degli innamorati.
  • Se voi vi innamoraste di Gesù, così come nella vita vi siete innamorati
  • di una creatura, o di una povera idea…il mondo cambierebbe”.

                                                                         + don Tonino vescovo 

Un inciso: 

Siamo troppo divisi:

  • nei progetti,
  • nei programmi,
  • nei percorsi,
  • nelle mete. 

Siamo troppo arroccati:

  • ognuno nel suo guscio,
  • nel suo ghetto,
  • nella sua casa,
  • nella sua Chiesa.
  • La scomunica diviene stile.
  • La differenza diviene prassi.
  • Il sospetto reciproco diviene metodo.
  •  
  • Ritroviamo le cadenze smarrite del dialogo interper-sonale.
  • Riscopriamo la gioia della corresponsabilità.
  • Assaporiamo il gusto della collaborazione.
  • A tutti i livelli.
  • All’interno della casa.
  • Tra una famiglia e l’altra.
  • Tra parrocchia e parrocchia”

                                                   + don Tonino vescovo 

CamiciCamici & Tonache” devono recepire la voce dello Spirito che dice: “ Io ho un popolo numeroso in questa città” (At 18,18). Quindi, più che perdersi in dispute, dovranno: 

  • riconoscere l’azione dello Spirito nel cuore di ogni uomo che accostano,
  • nel cuore della citta in cui operano,
  • nella storia di ogni componente la comunità terapeutica in cui sono impegnati.
  • Per questo “popolo numeroso”, dovranno lasciare che lo Spirito susciti nella comunità ospedaliera uomini e donne, persone e gruppi che siano come Gesù,
  • Che come Lui pensino, agiscano, soffrano da veri figli di Dio,
  • E come Lui donino la vita per i fratelli.

Fatebenefratelli-TonacheQuesti richiami che precedono il tema che verrà sviluppato, hanno lo scopo di predisporre gli interessati all’azione dello Spirito santo sui singoli come sulla “sanante Chiesa locale”. 

Da una parte

  • c’è il Consolatore,
  • principio invisibile dell’unità,
  • che supera le divisioni e le frantumazioni,
  • dà pace ai cuori,
  • li salda nella gioia della comunione col Padre e col Figlio in Lui,
  • è l’anima dell’unità della chiesa,
  • fa di questa unità un segno, strumento,
  • profezia dell’unità del mondo.

Dall’altra parte

  • Lo Spirito suscita la ricchezza dei doni e dei ministeri più diversi,
  • Spinge a vivere la vita nuova dei risorti come servizio e missione,
  • È Spirito di unità,
  • Soregente di varietà carismatica e ministeriale,
  • Fonte di doni e servizi differenti,
  • Chiamati tutti a contribuire alla crescita comune nell’unico Corpo di Cristo, che è la Chiesa.

 La lettera di Paolo ai Cristiani di Corinto:

  • “vi sono poi diversità di carismi, ma uno solo è lo Spirito;
  • vi sono diversità di ministeri, ma uno solo è il Signore;
  • vi sono diversità di operazioni, ma uno solo è Dio,
  • che opera tutto in tutti.
  • E a ciascuno è data una manifestazione particolare dello Spirito per l’utilità comune ” ( 1Cor 12,4-7). 

La nuova comunità ospedaliera è ancora nella fase progettuale. Da affezionato e fedele discepolo, prendo in prestito dal magistero del Card. C. M. Martini. La nuova realtà ospedaliera dovrà essere pensata in questo modo: 

  • Una comunione ecclesiale,
  • Insieme di diversità riconciliate,
  • Vivificata dallo Spirito,
  • Una varietà unificata nella carità e nella reciprocità (pericoresi), ossia ad imitazione dell’ unità del Dio unico nelle tre Persone della Trinità:
  • abisso di differenze in comunione,
  • comunione dei discepoli sull’esempio della comunione di Gesù con il Padre, origine, modello, meta della comunione ecclesiale,

C’è da sbalordire, perché a questi livelli siamo chiamati. E’ il “COME” giovanneo che illumina il rapporto tra la Trinità e la Chiesa: 

  • Amatevi gl’uni gl’altri, come io ho amato voi” (Gv 15,12; cf. 13,34).
  • Come tu, Padre, sei in me e io in te, sìano anch’essi in noi una cosa sola…
  • siano come noi una cosa sola” (Gv 17,21.22

 Più che da masticare, questi concetti sono da ruminare. Bisogna ritornarci sopra, assimilarli, devono uscire dagl’occhi. Queste sono le forche caudine della cosiddetta “nuova ospitalità” che vuole coniugarsi con i “laici collaboratori”. O si passa da qui o il nuovo è una bufala. 

Come io… Come tu… Come noi…”: 

  1. “ Sotto l’azione dello Spirito la Chiesa vive di un’unità profondissima,
  2. frutto della partecipazione alla vita eterna di Dio,
  3. senza però che l’unità significhi massificazione,
  4. esprimendosi anzi in una varietà di volti, di carismi e di servizi che ha qualcosa di analogo alla varietà esistente fra le stesse Persone divine.
  5. Lo Spirito dunque unifica il diverso e diversifica l’unito,
  6. riconcilia il distinto e distingue nella comunione dei riconciliati.

Vivere secondo lo Spirito richiede perciò la piena accoglienza della sua duplice azione:

  • Rifiuta lo Spirito santo chi opera divisione, quanto chi volesse massificare e appiattire le diversità.
  • Accoglie invece lo Spirito chi promuove e rispetta, valorizzandola, la diversità da Lui suscitata,
  • Si adopera perché tutto concorra all’utilità comune,
  • Serva per l’edificazione dell’unico Corpo del Signore Gesù, che è la Chiesa della Trinità”. (in “Tre racconti dello Spirito”) 

E’ utopistica una simile realtà ospedaliera? Credo proprio di no. Quando si avvierà la discussione sul tema di questa ricerca, nessuno dovrà mai perdere di vista che lo Spirito soffia dove vuole ed ovunque soffi, va bene così. 

Bisognerebbe, pertanto, che ognuno 

  • bandisca le rigidezze e le sclerotizzazioni,
  • si muova senza pregiudizi e forzature,
  • senza chiusure e indebite assolutizzazioni della propria appartenenza,
  • anche dell’appartenenza al corpo visibile della Chiesa cattolica, dell’Ordine religioso, del tal Movimento della tal’altra Associazione.

 E’ parola di Dio: “Dove c’è lo Spirito del Signore c’è libertà” (2Cor 3,17)

  Sennonché,

  • una delle tentazioni più sottili e perfide del Maligno è quella di farci cadere nella tristezza come se Dio ci avesse abbandonato in un mondo cattivo, contro il quale lottiamo ad armi impari, perché l’indifferenza, l’egoismo e la dimenticanza di Dio hanno a poco a poco il sopravvento.
  • E’ questo un grave peccato “contro lo Spirito santo” (cf. Mt 12,31s), che nega in pratica la sua forza e la sua capacità pervasiva, la sua penetrazione come vento e come soffio in tutti i meandri della storia.

  Al contrario, la fiducia nel Signore che “ha un popolo numeroso in questa città” (At 18,10)

  • promuove un discernimento realistico sulle condizioni positive e negative della fede nel nostro mondo,
  • senza indulgere né a vuoti ottimismi né a sterili pessimismi.
  • Lo Spirito santo fa intravedere quella rete di relazioni di amore che lui sta formando nel mondo e che è riflesso di quella rete di relazioni di amore che è la Trinità santa”.

 Nelle pagine successive inizierà il tentativo di una revisione degli atteggiamenti personali rispetto all’agire dello Spirito in noi e nella realtà sanitaria in cui ci troviamo a vivere e ad operare. Trattandosi di svolta rivoluzionaria, occorre forse che gli “uomini rivoluzionari”, trovino anche un coraggioso linguaggio, pronuncino espressioni verbali capaci di riscattare dalle paure che comportano i viaggi e le spedizioni nell’ignoto. Da questo asillo è nato il successivo capitolo.

(        )

   Camici

Cartoline

Fatebenefratelli-Tonache

FATEBENEFRATELLI: ancora su “laici ossia cristiani” – Angelo Nocent

Canobbio  con il vescovo Monari a sinistraDa sin. Il vescovo Luciano Monari con il prof. Don Canobbio

Schematizzando al massimo la lezione del prof. Canobbio, (FATEBENEFRATELLI: LAICI OSSIA CRISTIANI – Angelo Nocent) si potrebbe concludere: 

  1. Il Vangelo resta sempre identico a se stesso,
  2. le circostanze richiedono una traduzione originale dello stesso, passando attraverso la “carne” dei cristiani che sono chiamati a inventare nuove forme di attuazione del Vangelo stesso, senza la pretesa che queste siano eterne.
  3. Tali forme non possono essere “inventate” a tavolino, in quanto è nella pratica che si mostra il valore del Vangelo per l’esistenza umana.
  4. In questo orizzonte si inscrive la questione dei laici cristiani.
  5. La Chiesa non è per sé, bensì per il mondo,
  6. Lo è affinché mondo realizzi il suo destino, che consiste nel compimento della realtà in Cristo.
  7. Resta inscindibile il rapporto tra
  8. memoria dell’origine (ministero ordinato),
  9. presenza della storia (laici),
  10. anticipo dell’eschaton (vita consacrata).
  11. Tuttavia, a seconda del modello cristologico che si assume si può far prevalere l’una o l’altra dimensione.
  12. Nessuna di esse può, però, mancare, pena l’incompiutezza della missione ecclesiale”. 

tonino_bello4A questo punto mi piace riportare un flash di don Tonino Bello Vescovo: 

Laicità non è

  • il livello zero,
  • la zona amorfa,
  • lo spazio neutro,
  • l’area della insignificanza ecclesiale
  • o, tutt’al più, il termine della missione,
  • l’oggetto dell’apostolato.

No.

  • Laicità è vocazione,
  • è dono,
  • è missione,
  • è impegno,
  • è responsabilità enorme.
  •  
  • Il laico non è un ’non prete’,
  • il braccio secolare,
  • non è la longa manus,
  • né l’appendice del clero.

 Quello della laicità è un concetto da studiare per bene, per tirarlo fuori dalle secche dell’atrofia missionaria!” ( + Mons. Antonio Bello ) 

Il monito del vescovo Bello cade a proposito. Quando si parlerà di “Laici Collaboratori” bisognerà evitare di immaginarli come vorremmo che fossero, perché è bene che siano semplicemente ciò che devono essere, non una nuova anomalia nel contesto. 

Paura, disagio? 

Indubbiamente sì, quando, da quale parte non importa,

  • si pongono resistenze all’azione liberante del Consolatore,
  • si indebolisce la fede,
  • la ricerca di realizzazioni umane, concrete, visibili, ad effetto placebo, ruba il posto al primato da accordare all’invisibile,
  • quando il nuovo che avanza, pur ”esperienza vissuta dello Spirito”, viene banalizzato, snobbato, deprezzato, screditato. 

Tali esistenze finiscono per concretizzarsi nella grande tentazione dell’autosufficienza intesa in senso verticale ( “lascia perdere lo spirito…veniamo al dunque…siamo concreti…con i piedi per terra…) ed in senso orizzontale (ma come si fa….ma non c’è sostanza, cultura, consistenza…sono approfittatori…vogliono impadronirsi…dettare legge…) 

FILE PHOTO OF CARDINAL CARLO MARIA MARTININell’esperienza ecclesiale meccanismi di sclerotizzazione o di irrigidimento non sono nuovi. Prendo dal Card. Martini: 

  • La tentazione è “di costituirsi come “chiesa nella Chiesa”, comunità chiusa in se stessa e resistente all’accoglienza delle indicazioni pastorali generali o anche solo al dialogo e alla collaborazione con altre esperienze ecclesiali”;
  • esiste un tarlo sottile che può insinuarsi ovunque, con effetti devastanti: “La monopolizzazione che si può fare della propria esperienza spirituale o di quella del proprio gruppo di appartenenza” produce solo esclusioni, piccolo cabotaggio, meschini giochi di potere.
  • Quando si confrontano gruppi di appartenenze diverse, possono arrivare difficoltà e resistenze non immaginate prima.
  • Va fatto ogni sforzo per “trovare la giusta misura nel rispetto dei cammini individuali di maturazione nella libertà e il coinvolgimento collettivo caldo ed entusiasta nelle comunità di appartenenza all’interno dell’unica comunione ecclesiale”.
  • Sapendo a priori che non tutto sarà rose e fiori, per costruire insieme bisogna accettare e condividere le regole del gioco. 

RELIGIOSI 

Dei laici già s’è detto a lungo in precedenza ed ancora se ne parlerà in seguito. E’ opportuno che gli stessi abbiano chiaro in mente, non come frutto d’immaginazione ma di reale documentazione, che cosa significa essere religiosi oggi. 

I consacrati poi, maggiormente documentati sul ruolo dei laici nella Chiesa, è bene che si presentino al dibattito culturale senza rinnegare le origini né fraintendere l’oggi cui sono chiamati ad elaborare con i laici.

Giustamente diceva i prof. Canobbio che il Vangelo resta sempre identico a se stesso. Le circostanze invece richiedono una traduzione originale dello stesso,     “ passando attraverso la “carne” dei cristiani che sono chiamati a inventare nuove forme di attuazione del Vangelo stesso, senza la pretesa che queste siano eterne. Una migliore reciproca conoscenza, non può che giovare durante la fase di fidanzamento. Che, se son rose, fioriranno. 

Anche su questo tema occorre chiarezza. Al di là delle posizioni teologiche emerse in questi anni, per il momento, come s’è visto, la Lumen Gentium fa ancora testo: 

“Col nome di laici si intendono qui 

  • tutti i fedeli,
  • ad esclusione dei membri dell’ordine sacro
  • e dello stato religioso sancito dalla chiesa,
  • i fedeli cioè, che,
  • > dopo essere stati incorporati a Cristo col battesimo
  • > e costituiti popolo di Dio
  • > e, a loro modo, resi partecipi dell’ufficio sacerdotale, profetico e regale di Cristo,
  • per la loro parte compiono, nella chiesa e nel mondo, la missione propria di tutto il popolo cristiano”. 

Dopo tale esclusione, è utile qui ricordare inoltre, che il Concilio Vaticano II si è espresso dicendo che 

  • “La castità osservata per il Regno dei cieli rende libero il cuore dell’uomo,
  • così da accenderlo maggiormente della carità verso Dio e verso tutti gli uomini,
  • e per conseguenza costituisce un segno particolare dei beni celesti,
  • nonché un mezzo molto adatto per potersi generosamente dedicare al servizio divino e alle opere di apostolato” (PC, n.12).

L’Instrumentum Laboris del Sinodo 1993 dedicato alla Vita Consacrata, aggiunge:

“È soprattutto la verginità che rende particolarmente capaci di

  • avere viscere di misericordia e cuore accogliente verso tutti i figli di Dio,
  • considerati come fratelli e sorelle,
  • membri dello stesso corpo,
  • al di là di qualunque specificazione di sesso e di condizione sociale” ( n. 52). 
  • Precisa inoltre che “Vivere in povertà significa positivamente 
  • sentirsi presi e posseduti dal desiderio di Dio,
  • spendersi totalmente perché venga il suo Regno,
  • soprattutto tra coloro che più lo attendono e ne sono i principali destinatari: 
  • i diseredati e gli emarginati”. 

” Chi fa questa scelta di povertà 

  • lavorerà, con assoluto disinteresse e piena dedizione,
  • perché sia favorita la percezione del regno presente in Gesù,
  • se ne faciliti l’accoglienza attraverso l’instaurazione di uno stile di vita più umano e più degno”.

Lavorare per il Regno di Dio significa preparare lo spazio in cui il Regno si possa incarnare e manifestare” 

Nella recente pubblicazione “IL CAMMINO DI OSPITALITÀ SECONDO LO STILE DI SAN GIOVANNI DI DIO”, al paragrafo 98, viene fatta una precisazione importante, di cui nè sono ancora visibili né si avvertono del tutto le conseguenze, ma dalla quale non si potrà recedere: 

Il nostro cammino spirituale carismatico, comunitario e personale, si situa all’interno del grande cammino del popolo di Dio, della Chiesa.” 

Alla luce delle precedenti riflessioni, qui si si afferma chiaramente che si chiude un’epoca. La nuova è tutta da scrivere. Lo stesso paragrafo individua nella lectio divina, in un contesto sacramentale e liturgico (Culmen et fons), “la miglior guida nei cammini dello Spirito”. 

Le citazioni sono state volutamente poste all’inizio di questa riflessione sul tema dei laici e dei consacrati chiamati a “camminare insieme”, affinché sia chiaro da subito, contro ogni tendenza, 

  • Che i laici non possono sostituire i religiosi e viceversa.
  • Che la svolta epocale “si situa all’interno del grande cammino del popolo di Dio, della Chiesa.
  • Che dalla Parola di Dio, generatrice di segni sacramentali, ognuno dovrà lasciarsi mettere in discussione;
  • Che alla Parola di Dio ognuno dovrà sottomettersi. 

Renato Corti vescovo

Per una maggiore chiarezza e comprensione delle posizioni, riporto un capitolo della Lettera Pastorale “TESTIMONIANZA DELLA CARITA’” del Vescovo Renato Corti alla Diocesi di Novara, anno pastorale 1995/96, così titolato: 

“ COME FRATELLI E SORELLE –   La testimonianza della Vita Consacrata “

 “ Al capitolo dedicato ai Sacerdoti ne voglio aggiungere un altro che, come il precedente, si riconduce direttamente alla natura più profonda della Chiesa e al suo compito essenziale di annuncio del Regno di Dio per lievitare la storia dell’uomo. Mi riferisco alle persone di Vita Consacrata. La loro vocazione è strettamente collegata con la testimonianza della carità e si mantiene fedele al suo significato originale se è intesa e vissuta come esperienza di comunione e di fraternità.

  Vita Consacrata: a chi? e per che cosa?

  Perché infatti uomini e donne si consacrano a Dio, rinunciando al matrimonio e alla famiglia? Forse perché hanno deciso di rinunciare ad amare o perché si sentono incapaci di farlo? Non è certamente questa la prospettiva del Vangelo, quella che Gesù stesso, per primo, ha vissuto, dedicandosi alle cose del Padre suo (cfr Lc 2, 49) e instaurando il Regno di Dio.

Il Concilio Vaticano II si è espresso dicendo che “la castità osservata per il Regno dei cieli rende libero il cuore dell’uomo, così da accenderlo maggiormente della carità verso Dio e verso tutti gli uomini, e per conseguenza costituisce un segno particolare dei beni celesti, nonché un mezzo molto adatto per potersi generosamente dedicare al servizio divino e alle opere di apostolato” (PC, n.12).

E l’Instrumentum Laboris del Sinodo dedicato, nel 1993, alla Vita Consacrata, aggiunge: “È soprattutto la verginità che rende particolarmente capaci di avere viscere di misericordia e cuore accogliente verso tutti i figli di Dio, considerati come fratelli e sorelle, membri dello stesso corpo, al di là di qualunque specificazione di sesso e di condizione sociale” (n.52).

  Abbattere i muri

Credo che si debba molto riflettere, da parte di tutte le anime di Vita Consacrata, sul fatto che la vocazione a loro data li “rende particolarmente capaci di avere viscere di misericordia e cuore accogliente verso tutti, considerati come fratelli e sorelle“. Ciò vuol proprio dire non solo che la vocazione non è un invito a non amare, ma che, al contrario, è una risorsa per avere cuore grande e generoso verso tutti, e per trattare tutti come veri fratelli e vere sorelle.

Dicendo questo non intendo evidentemente sottovalutare il senso propriamente ‘religioso’ della verginità consacrata, né il suo valore di affermazione del futuro escatologico di ogni uomo. Vorrei piuttosto aiutare a capire che la consacrazione totale a Cristo equivale alla consacrazione totale alla ‘missione’ di Cristo. E questo compito consiste nell’instaurare il Regno di Dio e fare, della travagliata esperienza umana, un’esperienza di comunione. Come dice Paolo agli Efesini:

Egli infatti è la nostra pace, colui che ha fatto di due un popolo solo, abbattendo il muro che era frammezzo, cioè l’inimicizia. Per creare in se stesso, di due, un solo uomo nuovo, facendo la pace, e riconciliando tutti e due con Dio in un solo corpo, per mezzo della croce, distruggendo in se stesso l’inimicizia” (Ef 2, 14-17).

Si tratta di dedicarsi,

  • in maniera piena e radicale, alla missione
  • che si estende a tutti i battezzati
  • perché essa splenda nella vita personale,
  • in quella della comunità di cui si fa parte
  • e in tutte le relazioni che quotidianamente si è chiamati ad intessere.

  Un’esperienza da non sprecare

  Comprendere e accogliere questa prospettiva in tutto il suo peso e nella sua bellezza porta a due risultati straordinari.

  1. Il primo è che chi viene chiamato dal Signore a consacrarsi a lui si trova condotto dal Signore a fare una grande, grandissima esperienza di amore, dal mattino alla sera e per tutti i giorni della propria vita, e non affatto ad una esistenza larvale, malinconica, come di chi si mette sul ciglio della strada e osserva, non senza qualche sentimento di invidia, gli altri mentre vivono, gioiscono e amano.

  2. Il secondo risultato, non meno importante, è che il grande miracolo della vita consacrata, accolto nel modo inteso e voluto dal Signore, può diventare una forza straordinaria dentro al convulso cammino della storia, spesso dominata dalla prepotenza del ricco sul povero, del forte sul debole, dell’uomo sulla donna.

Si tratta, allora, come qualcuno ha detto con parola piuttosto forte, di “non sprecare la verginità consacrata” (A. Paoli), e cioè di viverla fino in fondo per quel che essa propone a chi vi è chiamato, tenendo conto che le più svariate forme storiche, passate e presenti, di Vita Consacrata sono tutte destinate a incarnare questa esperienza. Non vi sono cioè chiamati soltanto i Religiosi e le Religiose che hanno, come compito specifico, quello della carità, ma ogni Ordine o Congregazione o Istituto, a cominciare dall’esperienza di fraternità che si deve vivere nella comunità religiosa stessa.

Da questo punto di vista, anche la vita monastica è luogo di comunione, sia nella intensa vita interna alla comunità, sia nell’attenzione e la condivisione sincera del cammino della Chiesa e del mondo, portato nella preghiera e nel cuore alla presenza di Dio, anche per conto di chi non conosce né Dio né la comunione.

Certo, la prospettiva è molto esigente e, per essere tradotta nel concreto, richiede, insieme con la grazia del Signore, una corrispondenza coraggiosa che porta a una sostanziale e solida maturazione affettiva e a un valido discernimento delle più opportune modalità di presenza e di azione nella Chiesa e nella società. Quanto alla maturazione affettiva – dicevo talvolta ai chierici del Seminario – che può diventare serenamente prete chi potrebbe sposarsi bene.

E intendevo riferirmi al necessario cammino di maturazione dell’affetto e del cuore per vivere, in nome di un amore vero, la rinuncia al matrimonio e alla famiglia. Non diversamente dovrei esprimermi con giovani e ragazze che si avviano verso la vita religiosa, non dimenticando che la maturazione affettiva, certo raggiunta in maniera sostanziale negli anni che precedono ogni decisione definitiva, domanda alle persone di rimanere “in cammino” per trovare, di giorno in giorno, quell’ equilibrio che le varie età della vita, insieme al variare delle circostanze, richiedono.

Segni di un mondo nuovo

Insieme con questo cammino, così profondamente personale, altre scelte si impongono, che sono, nello stesso tempo, personali e comunitarie. Una di queste scelte riguarda certamente la povertà. Dice ancora l’Instrumentum Laboris del Sinodo dei Vescovi: “Vivere in povertà significa positivamente sentirsi presi e posseduti dal desiderio di Dio e spendersi totalmente perché venga il suo Regno, soprattutto tra coloro che più lo attendono e ne sono i principali destinatari: i diseredati e gli emarginati”.

E aggiunge: ” Chi fa questa scelta di povertà lavorerà, con assoluto disinteresse e piena dedizione, perché sia favorita la percezione del regno presente in Gesù e se ne faciliti l’accoglienza attraverso l’instaurazione di uno stile di vita più umano e più degno“. Lavorare per il Regno di Dio “significa preparare lo spazio in cui il Regno si possa incarnare e manifestare“.

Perciò l’adorazione dell’unico Dio vivo e vero, che vuol portare nella storia dell’umanità il suo Regno di giustizia e pace, di verità e di grazia nel suo Figlio Gesù Cristo, deve accompagnarsi – anche attraverso scelte di povertà, di libertà dalle cose e di condivisione della vita dei poveri e dei bisognosi – a dei segni del ‘mondo nuovo’ indicato dal Vangelo. Tutto questo passa certamente sempre per la via della testimonianza personale, ma non si può sottovalutare il valore di una testimonianza anche comunitaria, che va dunque attentamente considerata, anzitutto da parte di chi porta delle responsabilità per il suo cammino e le sue scelte.

Mentre è di estremo interesse poter contare, da parte della Chiesa italiana (e anche della società) sulla testimonianza della carità che emerge da molte presenze di Vita Consacrata, vorrei chiedere a Dio, insieme con nuove vocazioni, qualcosa che non è sicuramente meno importante: e cioè che la qualità di vita di tutte le anime consacrate sia tale da esprimersi realmente in una esperienza di comunione fraterna e nella stimolante proposta al mondo di un modo evangelicamente ‘rivoluzionario’ di concepire e di vivere i rapporti interpersonali. “ + Renato Corti vescovo. 

Edwars SchillebeeckxIn “Sono un teologo felice”, (EDB), colloquio intervista con Francesco Strazzari, il domenicano Edwars Schillebeeckx esprime un parere sulla vita religiosa che merita attenzione perché aiuta a capire il momento di transizione, non sempre accettato con la dovuta lucidità e serenità. Più che nostalgici rimpianti di un passato irripetibile siamo chiamati a credere che le redini sono ancora in mano allo Spirito Santo. Mentre Lui sa esattamente ciò che vuole, noi viviamo la sindrome del disorientato.

Così il frate domenicano Edward: “Dico una parola sulla vita religiosa, che mi tocca da vicino come frate domenicano. Non è una vita separata dalla vita cristiana. E’, comunque, la scelta di una strada speciale, che impegna con i voti.

I voti religiosi sono delle possibilità dell’esistenza umana in generale. Anche i non religiosi possono vivere una vita celibe per una scelta di vita diversa.. Per la politica, ad esempio. Alla base della vita religiosa vi sono delle possibilità antropologiche. E’ lo stesso discorso che ho fatto sull’etica. Vi è una possibilità umana autonoma, che si può vivere in Domino, nel Signore. IL celibato per il regno di Dio è una possibilità umana, che si vive nel Signore, in vista del regno di Dio. Il celibato in quanto tale non è un di più in rapporto alla vita matrimoniale: è solamente un’altra possibilità umana che il religioso vive per il regno di Dio.

Così pure la poverta come tale non è una virtù. E’ uan situazione umana. Si può vivere la povertà volontariamente per essere solidali con i poveri del mondo. Si può, quindi, vivere in Domino per il regno di Dio.

L’obbedienza è pure una possibilità umana. La si può vivere nel Signore. La vira religiosa nel suo insieme è quindi una possibilità, che può essere vissuta com’unitariamente per ragioni che possono essere diverse dal regno di Dio.

Sono possibilità dell’esistenza umana, che i religiosi assumono per il regno di Dio. La vita religiosa è la vita cristiana in quanto tale, ma vissuta in modo diverso. E’ uno stato di vita speciale in rapporto alla vita cristiana comune, ma non si può dire che questa vita sia un dipiù, un qualcosa che trascende la vita cristiana. Si dice comunemente che la vita religiosa è una via superiore. Non lo penso. E’ un’accentuazione, una possibilità umana nella prospettiva religiosa. Il religioso s’impegna nel mondo in una maniera speciale perché pone l’accento sul carattere escatologico della vita cristiana, non scappando dal mondo.

La vita religiosa – ordini, congregazioni, istituti – è un segno escatologico e quindi ha una certa funzione critica nei confronti del mondo e della chiesa. Nella storia i religiosi hanno sempre avuto questa funzione critica soprattutto nei confronti della chiesa, per la quale spesso sono degli enfants terribles, dei controcorrente. Stimolano e criticano la chiesa.”

Alla domanda: “Come spiega la crisi attuale della vita religiosa?”, Schillebeeckx così risponde:

Si dice che sia dovuta alla mancanza del senso religioso. Non ci credo. Al contrario, vedo che aumenta il senso religioso nel mondo. Non si può dire che in Occidente siamo vittime della secolarizzazione. E’ piuttosto l’istituzione-chiesa che non è più capita come si presenta in certi suoi aspetti. In questa crisi della vita religiosa vedo piuttosto una reazione al soprannaturalismo della vita religiosa, intesa come fuga dal mondo, come mettersi al sicuro dalle disgrazie del mondo. Vi sono oggi molti giovani nel terzo mondo e sono laici. Sono i nuovi preti, i nuovi missionari.

Quello che un tempo facevano preti e missionari, ora sono i laici a farlo. C’è soltanto uno spostamento, non la perdita del senso religioso. Si vede sempre più che il senso religioso deve essere incarnato nell’umanità e dunque nella solidarietà sociale per cambiare le strutture. Sono molti i laici cristiani che s’impegnano nel mondo. Un tempo erano solo preti e religiosi. C’è quindi uno spostamento, non una perdita.

Questa crisi preannuncia tempi nuovi. Non c’è tanto bisogno di nuovi ordini, congregazioni, istituti quanto piuttosto di un nuovo orientamento di questi, che comporta ovviamente un cambiamento delle strutture stesse. Questo convento, ad esempio, l’Albertinum, grande, immenso, è occupato da pochi frati. Ha fatto il suo tempo. Per me si tratta di una crisi di crescita, di aggiornamento della vita religiosa” (pagg.83-84).

In questa chiesa ‘semper reformanda’ come vede i ministeri?

Nella chiesa ci sono più ministeri, che vanno accolti dalla chiesa. La triade vescovi, preti, diaconi va mantenuta nella chiesa; ma vi sono altri ministeri che vanno accolti con una ordinazione, cioè con un riconoscimento ufficiale da parte della chiesa. La separazione fra la triade e gli altri ministeri va superata perché si dice che questi tre appartengono al clero e gli altri al laicato.

Anche in Olanda si dice: “Gli operatori pastorali fanno un lavoro meraviglioso, necessario, ma sono laici” Ma che cosa significa questo? Che cosa vuol dire che sono semplicemente e solo laici? Questo mi chiedo. Di fatto fanno più dei preti nelle parrocchie. Spesso sono loro che hanno sulle spalle la comunità. E così i preti vengono visti come gli uomini dei sacramenti. E’ una riduzione pericolosa”.

Edwars Schillebeeckx 2Questo frate effervescente, “che cammina di pari passo con una penetrante perspicacia”, ha rilasciato tali dichiarazioni nel 1993, a 79 anni. Egli è uno che ha saputo scrivere di sé all’inizio del terzo volume della sua cristologia: “Spero inoltre che fra i miei lettori figureranno alcune autorità, che presteranno l’orecchio a un teologo che non ha fatto altro, durante la sua vita, che cercare a tastoni e balbettando ciò che Dio significa per gli uomini”.

Se è bene che la vita religiosa continui ad interrogarsi, visto che il Perfectae Charitatis, sarebbe la cenerentola dei decreti conciliari, come sostiene qualcuno, perché i Padri non hanno avuto il tempo necessario per approfondire l’argomento, va anche detto che il Concili Vaticano II ha offerto alla vita religiosa e monastica un’occasione di aggiornamento e di purificazione; di conseguenza, un momento di prova. 

Quanto all’ aggiornamento, la documentazione è notevole: 

  • Le Costituzioni sono state rivedute, aggiornate;
  • L’abito religioso ha subito una prudente evoluzione, talvolta è pressoché scomparso;
  • L’obbedienza fa più appello alla responsabilità di ciascuno;
  • Tutti sono abbastanza fieri delle nuove Costituzioni, zeppe di riferimenti biblici, finalmente approvate dalla Santa Sede, per alcuni non senza qualche difficoltà o smacco…
  • La liturgia è diventata più accessibile, l’Ufficio Divino ha favorito la preghiera interiore;
  • I convegni si moltiplicano, le api operose si spostano da un continente all’altro e le vocazioni spariscono.

 oblio-digitaleIn fatto di purificazione, non tocca a me di dire quanto sia stata sufficientemente profonda e se la prova abbia cominciato a portare frutto, perché è bene che ognuno interroghi se stesso.

In questo tempo ci sono i sopravvissuti abbastanza bene all’aggiornamento ma, sul campo dei dibattiti e del confronto, non sono mancati morti e feriti.

Le madri difficilmente dimenticano i figli caduti in battaglia. Stati, Eserciti, Ordini, Congregazioni…invece, molto più facilmente sanno stendere il velo dell’oblio. Il sangue interroga, spinge ad indagare proprio dove invece si è tentati di rimuovere per non vedere. Non è un bene, ma succede. 

Anche il mondo e la cultura che ne scaturisce hanno sentito l’influenza del Concilio e subìto anche una trasformazione in quest’ultimo quarto di secolo. I religiosi sono diventati cittadini del mondo, fratelli e sorelle universali. Il computer è timidamente entrato nei conventi ma ora tutti sono chiamati a fare i conti con lui. 

andre_loufVa sottolineato un aspetto sottile e delicato.

“La società divenuta eccessivamente permissiva, come si dice, ha generato una nuova pedagogia della gioventù, o un’assenza di pedagogia , o una pedagogia di tentativi e ricerche più o meno da disperati, che è comunque più o meno tutto il contrario della pedagogia classica, basata su leggi e su divieti, così come dell’obbedienza che vi si doveva: pedagogia che aveva profondamente segnato la formazione alla vita religiosa e monastica” ( Ab. André Louf ocso) . 

Le conseguenze non saranno indolori e qualcuno comincia a chiederselo: “Se è ormai “vietato vietare”, se il minimo rimprovero o la minima osservazione, per non parlare delle “venerabili” penitenze di un tempo, rischiano di riaprire antiche ferite e di causare nuove frustrazioni, come gestire ormai le regole, i regolamenti, gli usi e i costumi, così l’obbedienza che era loro dovuta, cose tutte che hanno tradizionalmente svolto una parte importante in tutte le forme di vita religiosa?” (ibidem). 

C’è poi l’emergenza delle scienze umane, medicina compresa, che hanno un’impatto sulla spiritualità, sulla teologia, non solo morale che non è ancora stato seriamente valutato. Sospetti, esitazioni, tentennamenti, passi falsi, segneranno le porossime due generazioni, prima di un’integrazione pacifica e fruttuosa. Ma il loro apporto promette di essere considerevole. Del resto le scienze, prodotto dell’uomo psichico, non minacciano, solo sfidano l’uomo pneumatico. Che, se ha buoni motivi per non temere le provocazioni, non può, tuttavia, permettersi di fare lo spavaldo, il sicuro di sé. 

La grande famiglia dei Fatebenefratelli (religiosi, laici, ex pazienti) deve cominciare ad occuparsi di ecologia e di deserto. Cosa vuol dire? Tra la vita religiosa e la vita di tutti i giorni nel mondo, la tradizione ha pensato bene di distanziarsi erigendo un muro di clausura, vero o immaginario, che simboleggiasse quel minimo di distanza di cui forse ancor oggi alcuni sentono il bisogno. 

Tutto ciò non era nato per caso. Il lessico giovanneo insinua una radicale opposizione tra il credente e il mondo, questo mondo

  • che “giace tutto sotto il potere del maligno” (1 Gv 5,19),
  • che non può conoscere Gesù” (cf Gv 16,3),
  • che “non può che odiare i suoi discepoli” (cf Gv 15,18ss).

 Gaudium et SpesOggi che la “Gaudium et Spes” ha aiutato a leggere la parola di Dio con uno sguardo più positivo sul mondo secolare, non c’è da fuggire ma soltanto da mettersi in disparte dal mondo. Come? 

La grande famiglia dei Fatebenefratelli (religiosi, laici, ex pazienti) deve crearsi delle “zone verdi” dove ritrovarsi per “tirare il fiato”, per carburarsi, per conoscersi, entrare in confidenza, aprirsi, ricominciare, riprendere nuovo slancio per il compito che attende ognuno dopo ogni fine settimana che in sanità non sempre corrisponde con il lunedì. Se il week-end nella residenza secondaria è un polmone essenziale, elemento qualificante e indispensabile della geografia moderna, il week-end dello spirito dev’essere previsto e collocato tra la città del dolore (ospedale) e le zone non abitate ma al servizio di questo mondo. Oserei dire “oasi ecologiche” in prospettiva escatologica. 

Mi viene in mente il bistrattato “despicere mundum et amare celestia” d’una colletta liturgica: non ha mai voluto dire “disprezzare il mondo” ma “guardarlo da sopra”, ossia “metterlo al giusto posto”. Coloro che si occupano di sanità se si collocano in disparte al mondo, è per volerlo ammirare, capire, invitarlo, accoglierlo, affinché si riposi, si rilassi, approfitti del silenzio, della calma, trovi il tempo per distendersi, farsi domande, estrinsecarle, sentire le parole della fede dell’asceta, le risposte dell’uomo di Dio… tutti strumenti di supporto alla guarigione, evidentemente adatti per i pazienti del mondo occidentale che vivono in un contesto nevrotizzante. 

Per dirla in lingua spagnola, “liminalidad” , che vuol dire sulla soglia della società civile ma con un piede nel deserto della solitudine con Dio per testimoniarlo a mondo.

Se la grande famiglia non perde mai di vista che Gesù ha costruito la sua Chiesa sul rinnegamento di pietro e sul perdono che gli è stato accordato, che la comunità religiosa ospedaliera è stata costruita e si riedifica non sulla forza né sulla virtù dei suoi membri, ma sulla loro debolezza. Una debolezza senza posa da ognuno confessata e da Lui accolta nella sua misericordia, allora potrà portare una testimonianza davvero profetica. Per guarire, ogni malato ha bisogno di sentirsi dire che “Laddove è abbondato il peccato, ha sovrabbondato la grazia.” Che il perdono è guarire dalla cecità, ritrovare la Persona amata . 

Il discorso non finisce qui. Ma è bene che anche i laici, da subito, imparino il vocabolario espressivo dei religiosi, premessa per un linguaggio nuovo da costruire insieme…

Martiri Fatebenefratelli di Spagna

FATEBENEFRATELLI: LAICI OSSIA CRISTIANI – Angelo Nocent

capitolo-generale-66-rappresentanti-laici Fatebenefratelli: Capitolo-generale-66-rappresentanti-laici – Al centro il Prof. Salvino Leone

 

Preg.mo Angelo Nocent  

Salvino Leone

ho letto il suo articolo sui “collaboratori laici” pubblicato sulla rivista Fatebenefratelli (religiosi-e-laici-nella-gioia-della-fede-e-nella-prospettiva-della-missionedevo dire che sono rimasto sinceramente addolorato per la violenza e la durezza di alcune sue critiche nei confronti del documento da noi prodotto. Certo nessuno ritiene che questo non possa essere esente da critiche ma quelle che lei formula mi sembrano non solo ingiustificate ma anche offensive, per più di un motivo. 

1)     Innanzitutto perché il documento è stato redatto da persone che da numerosi anni (qualcuno anche da più decenni) lavorano fianco a fianco con i Fatebenefratelli condividendone pienamente il carisma e le quotidiane fatiche. Conoscono molto bene, quindi e condividono lo spirito di umiltà, povertà ecc. del quale, a suo avviso sembrerebbero privi.

2)     Non sono certo arrivati con “povertà di idee” ma le ricordo che canonicamente non avevano alcuna “voce in capitolo” essendo lo stesso riservato ai Religiosi. Per cui è stato un atto di grande apertura e profezia, da parte dei Religiosi, l’averci chiamato a presentare un documento.

3)     La Scuola dell’Ospitalità era una semplice e opinabile proposta operativa e, come tale, giustamente collocata alla fine. Il carisma “già posseduto” non si riferisce di certo a tutti i laici ma a quelli che, non per loro scelta ma perdono dello Spirito, lo incarnano già. Riconosciuto o meno.

4)     I laici non “vogliono contare” (ma non è laico anche lei?) ma solo servire insieme ai FBF e stanno dando alcuni possibili suggerimenti per farlo. Il riferimento all’aspetto dottrinale non è nostro ma del card. Newmann e della teologia conciliare. D’altra parte un Ordine non fa affermazioni dottrinali.

5)     Tutti gli aspetti religiosi (affidamento alla Provvidenza, profezia, dimensione sapienziale ecc.) appartengono all’essere dei laici e il Capitolo non ci chiedeva una trattazione sulla teologia del laicato ma “cosa chiedono i laici all’Ordine”.

6)     Mi consenta di dirle che tutti noi non equivochiamo, sappiamo bene cos’è il laicato e il suo rapporto con la vita religiosa. Peraltro mi permetto ricordare che dai tempi del Decretum di Graziano che prevedeva “duo genera Christianorum” alla Christifideles laici e alla Vita Consecrata sono passati più di 8 secoli e la teologia del laicato e della vita religiosa è molto cambiata. Peraltro quanto detto è stato pienamente condiviso dai religiosi che non hanno ravvisato alcuna “volontà sostitutiva” ma solo un fraterno aiuto a venire in soccorso con una forte presenza carismatica laddove la penuria di religiosi avrebbe fatto chiudere una casa.

7)     Ancora più offensivo e calunnioso mi pare il dubbio sul superamento delle logiche “proprietarie” che, contrariamentea quanto lei dice è proprio…francescana. Tutti i laici presenti e i tanti altri che rappresentavamo erano persone che con spirito di sacrificio e abnegazione hanno dato e danno il loro contributo. Certo anche come operai degni della giusta mercede ma ben al di là di quello. Nessuno vuol diventare proprietario o alcuna rivendicazione in tal senso.

8)     10) Quanto alla “farneticazione pura” delle opere gestite da laici è quanto ormai da parecchi anni avviene in molte parti dell’Ordine, con la piena approvazione del Consiglio Generale e l’auspicio che questo possa anche ampliarsi consentendo una piena sopravvivenza e diffusione carismatica, quindi caritativa ed evangelizzatrice. Se questa è farneticazione !!

Ci sarebbero molte altre cose da dire ma mi fermo qui augurandomi che il suo sincero desiderio di una diversa e migliore presenza dei laici possa trovare le più consone vie di espressione. Forse non saranno le nostre ma proprio perché non abbiamo alcuno spirito di protagonismo o prevaricazione l’importante è che si realizzino per il bene dei bisognosi e la gloria di Dio. 

Fraternamente, Salvino Leone 

Da FATEBENEFRATELLI Luglio/Settembre 2007

Come si vede, le divergenze esistono perché al termine “laico” vengono attribuiti significati diversi. Per evitare confusioni, in questo contesto il temine assume un significato preciso e presupposto: 

  • Laico non è, per definizione, una figura e un termine ecclesiale (meglio Christifidelis).
  • Qui non s’intende parlare di significato di laico nel senso di “aconfessionale”, ossia di slegato da qualsiasi autorità confessionale o un semplice professionista,
  • Bensì di laici del popolo di Dio,
  • Ai quali è rivolto l’invito a partecipare al carisma e alla missione dei Fratelli Ospedalieri di San Giovanni di Dio, i Fatebenefratelli,
  • A partire dalla fede comune e dalla comune appartenenza alla Chiesa”.

Leggendo gli scritti che trattano dei “Laici Collaboratori” dei FBF, ho ricavato l’impressione che, al di là delle buone intenzioni, sia strisciante un equivoco di fondo sul termine “laico”.

Per dissiparlo e, proprio perché la confusione ha origini storiche, non trovo di più utile che riportare la riflessione del Prof. Don Giacomo Canobbio, docente di teologia sistematica presso il Seminario di Brescia e presso la Facoltà Teologica dell’Italia Settentrionale, presidente Associazione Teologi Italiani. Egli dissipa con chiarezza e competenza alcune ambiguità che sono ricorrenti nel dibattito in corso. 

giacomo canobbio

LAICI O CRISTIANI: VIE DI CRESCITA E DI IMPEGNO PER VIVERE IL VANGELO

Giacomo Canobbio 

Premesse

“ Vivere il Vangelo comporta necessariamente una “mediazione” : la condizione in cui si vive provoca a cercare nuove sintesi; infatti, se il Vangelo resta sempre identico a se stesso, le circostanze richiedono una traduzione originale dello stesso, passando attraverso la “carne” dei cristiani che sono chiamati a inventare nuove forme di attuazione del Vangelo stesso, senza la pretesa che queste siano eterne. Tali forme non possono essere “inventate” a tavolino, in quanto nella pratica che si mostra il valore del Vangelo per l’esistenza umana.

In questo orizzonte si inscrive la questione dei laici cristiani. In effetti, il problema dei laici diventato acuto quando si vista la necessità di una presenza dei cristiani nella societàà e sembra riproporsi oggi in forma particolarmente acuta, non solo perchè la CEI dopo il Convegno di Palermo del 1995 ha ritenuto opportuno stimolare alla elaborazione di un progetto culturale di orientamento cristiano, bensì anche e soprattutto perché si percepisce che la socieà italiana, nonostante la sua tradizione cattolica, si sta allontanando dalla ispirazione evangelica e questo fatto rende più difficile “inventare” forme di vita cristiana adeguate alle circostanze attuali. La difficoltà evidenzia il nesso tra ethos e coscienza.

  1. All’origine della congiuntura attuale 

La divaricazione tra fede e cultura nel nostro contesto, frutto di una stagione della storia del pensiero che continua a offrire i suoi parametri soprattutto nel termine/concetto di laicità, il quale surrettiziamente viene identificato con razionalità e questa con consenso che prescinde da riferimenti “confessanti”.Se il concetto di laicità può essere utile in quanto indica un punto di incontro tra diverse prospettive, si deve essere avvertiti che esso costituisce un’ astrazione rispetto alle prospettive stesse, e perciò nessuno dovrebbe appropriarsene, pena il far perdere al concetto stesso la sua connotazione universale, per il fatto che lo si assumerebbe nel suo significato di contrapposizione a una (o a qualsiasi) confessione e quindi, in ultima analisi, con valore “confessante”.

Se il concetto di laicità può essere utile in quanto indica un punto di incontro tra diverse prospettive, si deve essere avvertiti che esso costituisce un’ astrazione rispetto alle prospettive stesse, e perciò nessuno dovrebbe appropriarsene, pena il far perdere al concetto stesso la sua connotazione universale, per il fatto che lo si assumerebbe nel suo significato di contrapposizione a una (o a qualsiasi) confessione e quindi, in ultima analisi, con valore “confessante”. I cristiani, pur riconoscendo di vivere in un contesto irreparabilmente pluralista, sono consapevoli che la verità della persona umana ravvisabile in Gesù di Nazareth e a questo non possono mai venir meno, pena il rinunciare a essere cristiani. Sulla scorta di tale convinzione sono consapevoli di offrire con la loro azione un servizio alla società in quanto le dischiudono un orizzonte di trascendimento umano.

All’origine dell’impegno dei cattolici nella vita sociale non sta, perciò, semplicemente la loro condizione di cittadini, bensì una visione antropologica, che non pretende di essere vera perché condivisa, bensì perché “rivelata” e quindi di valore universale. Tale visione va mediata fino a farla diventare cultura. Siccome la cultura un insieme simbolico nel quale si comprende e si organizza l’esistenza, i cattolici non possono che lavorare affinché si costruisca una cultura che si lasci indicare i parametri ultimi da Gesù.

La storia del cristianesimo anche storia di una compenetrazione tra il Vangelo e diversi sistemi simbolici (per la verità non sempre rispettati), fino a produrre nuovi sistemi simbolici, che si sono in parte sclerotizzati, fino ad identificarsi con il Vangelo, in parte accumulati; l’inculturazione del Vangelo si sempre mostrata come anche acculturazione. Del resto, non potrebbe essere diversamente, dati due fattori: la recezione-reinterpretazione del Vangelo avviene sempre da parte di soggetti segnati da una cultura; la trasmissione del Vangelo non avviene in una neutralità culturale. Obiettivo della presenza dei cristiani nella vita sociale , in ultima analisi, la configurazione dell’ethos e quindi della cultura secondo i parametri che essi trovano nel Vangelo.

2. Sulla cultura (tendenzialmente) dominante 

Può essere considerata schematicamente secondo due registri: a) passaggio dalla ragione all’opinione: la ragione “moderna”, che si pensava come emancipazione dalla tutela dell’autorità (Cfr. Kant), era ritenuta capace di verità; la ragione “post-moderna” non si ritiene intenzionata alla verità, ma all’opinione, sempre rivedibile per il fatto che la verità sarebbe inattingibile e ugualmente legittima (“pluralismo” divenuta parola programmatica, anche se, a ben guardare solo nominalistica- mente); coerentemente, sarebbe sogno fallace pensare di cogliere un senso totale e definitivo: basta costruire piccoli frammenti di senso; b) passaggio dalla emancipazione al plagio, con la conseguente massificazione (tutti vogliamo liberamente le stesse cose). L’esito facilmente riscontrabile l’opzionalità di tutte le scelte. Per di più questo viene rivendicato come un diritto sacrosanto.

Libertà non per decidere secondo “ragione” ma secondo la “voglia” o, più nobilmente, secondo l’interesse. In questo gioca un ruolo rilevante il mercato, che modella gli orientamenti vitali in dipendenza dai prodotti. La conseguenza sul piano religioso che al “mercato” delle idee e delle esperienze ognuno può comprare ciò che meglio gli aggrada. Alla luce di questa constatazione l’appello alla dignità e libertà della persona umana si mostra solo come vaniloquio: non si precisa infatti cosa si intenda per “persona umana”.

Al riguardo merita attenzione il linguaggio “politico” degli ultimi tempi: retrocede il riferimento all’uomo e avanza il riferimento al bene economico del Paese. Non pare si tratti di una fine, salutare, della retorica; piuttosto di una perdita di orizzonte antropologico a vantaggio di un orizzonte economico. E’ motivo di riflessione, a questo proposito, constatare che i cosiddetti ‘diritti acquisiti’ sonoin genere privilegi economici e che non é usuale sentire richiamare la distinzione tra ‘diritti acquisiti’ e diritti nativi: si tratta, che lo si ammetta o no, di un segno del dominio della logica del pi forte. 

3. Quale compito per i cristiani?

Di fronte alla cultura dominante i cristiani sembrano impotenti sia per mancanza di mezzi sia per incapacità di lettura critica della situazione. Stante questa constatazione si potrebbe dichiarare impossibile qualsiasi percorso. Le ipotesi che si potrebbero inventare, infatti, sareb bero incapaci di far presa sulla realtà. In effetti né l’appello alla verità sembra in grado di suscitare interesse né la via della carità appare poter incidere sulla creazione di una visione antropologica. A questo riguardo va notato che la via della carità, per quanto eloquente, rischia di risultare funzionale a un sistema sociale che in nome del mercato tende a emarginare i più deboli (la carità in alcune sue manifestazioni ammirata e ‘usata’). Abbandonato il sogno di una nuova cristianità, già mostratesi fallace ai tempi di Leone XIII, si deve assumere anzitutto un compito critico che tenga conto: 

a) della fatica della gente a scegliere nel mercato delle opinioni, una volta tramontato e teorizzato il tramonto del senso della verità (il relativismo sarebbe fratello gemello del fondamentalismo) ; 

b) dell’ incidenza delle situazioni vitali nelle scelte di comportamenti; 

c) della distanza che si evidenzia tra le alte enunciazioni e le scelte vitali di coloro che le propongono; 

d) della retorica e del nominalismo che connota i linguaggi politici. Il compito, lo si diceva sopra, è quello di garantire una nuova presenza, che non può non passare per scelte di carattere ‘politico’. Al riguardo si dovrà essere avveduti che il compito non è facile e richiede tempi lunghi. La storia della DC degli ultimi tempi sta a richiamare l’illusione di poter costruire un ethos evangelicamente ispirato. In questo senso si potrebbe vedere una certe plausibilità nella proposta avanzata da Ardigò di ridare al cristianesimo la sua trascendenza e si potrebbe accogliere la provocazione di Barbara Spinelli secondo cui il compito della Chiesa sarebbe quello di annunciare la verità evangelica. Tuttavia l’una e l’altra provocazione implicano una concezione della missione della Chiesa che rischia di relegarla in un ambito di separatezza. 

4. Quali cristiani devono assumere questo compito?

Tutta la Chiesa: non è più accettabile la separazione di ambiti che attribuiva al clero la Chiesa, il mondo ai laici. Tale visione supponeva che la Chiesa fosse la somma di due categorie, ciascuna delle quali avesse un compito proprio. La visione più corretta sembra invece la seguente. La novità cristiana implica una dimensione di memoria dell’origine, di prospezione del futuro e di presenza alla storia. Le tre dimensioni sono connaturate all’identità e alla missione della Chiesa. Le diverse vocazioni evidenziano l’una o l’altra dimensione.

Le vocazioni dei laici cristiani hanno in comune il compito di richiamare e attuare l’estroversione nativa della Chiesa (la Chiesa vive per il “mondo” sul modello e su mandato di Gesù). La ragione non semplicemente sociologica, bensì teologica: la vocazione cristiana si configura nella sua concretezza mediante le congiunture storiche nelle quali entra in gioco la libertà della persona. Il modellamento della Chiesa da parte dello Spirito si attua mediante il gioco delle libertà, cos che la sua missione si realizza attraverso il concreto configurarsi delle storie per- sonali.

La Chiesa non per sé, bensì per il mondo affinché questo realizzi il suo destino, che consiste nel compimento della realtà in Cristo. Il rapporto tra memoria dell’origine (ministero ordinato), presenza della storia (laici) e anticipo dell’eschaton (vita consacrata), resta inscindibile.

Tuttavia, a secondo del modello cristologico che si assume si può far prevalere l’una o l’altra dimensione. Nessuna di esse può, però, mancare, pena l’incompiutezza della missione ecclesiale. La Chiesa nella sua totalità si rende presente alla società mediante un’azione molteplice, che implica anche l’assunzione di funzioni che creino un tessuto sociale ispirato al Vangelo. Senza tale tessuto sarà estremamente difficile che si possano modellare coscienze evangelicamente ispirate. 

5. Possibili elementi di un percorso educativo 

a) Abituare le persone a pensare e quindi a darsi e dare le ragioni delle scelte che compiono: sullo sfondo di questo sta la convinzione che il soggetto deve essere reso consapevole e quindi adulto (riproporre con coraggio la validità di una ragione “forte”, contro la tendenza a una svalutazione della stessa) ; questo implica riattivare la capacità di interrogare criticamente. Questo suppone che si educhino all’autonomia e alla libertà nel pensare e nell’agire. Il rischio di consegnarsi a nuovi leaders che sarebbero le guide sicure non assente dagli attuali scenari politici. 

b) Compiere scelte che si dimostrino coerenti con i principi che si enunciano. Il principio antropologico della uguale dignità delle persone deve trovare visibilità nel modo di accogliere tutti (contro i personalismi, che si annidano ovunque, e la creazione di personaggi).

A questo riguardo il compito che sta svolgendo la Caritas ha valore “culturale” in due direzioni: difesa della dignità delle persone meno abbienti, che rischiano di essere sempre più emarginate; critica nei confronti di strutture statali che non sanno far fronte non solo alle emergenze, ma neppure alle sacche di povertà che si stanno creando in alcune zone del Paese. Nell’una e nell’altra direzione si evidenzia un modello di società non governato semplicemente dal mercato. 

c) Privilegiare in politica la coerenza al consenso. Questo conduce a governare, ma impone prospettive elaborate da altri centri di potere, ai quali si deve pagare il tributo. La prima crea “solitudini”, ma permette di cercare forme alternative alla occupazione del potere. In tal senso la storia della partecipazione politica dei cattolici in Italia dovrebbe far riflettere in due direzioni: la preoccupazione per il consenso ha condotto a dimenticare l’ispirazione originaria e a non richiedere l’adesione a questa da parte di coloro che servivano a ottenere il consenso; l’identificazione tra politica e partiti ha di fatto condotto a non promuovere i corpi intermedi come luoghi nei quali si possa elaborare qualche progetto: che ne è per esempio degli organi collegiali nelle scuole, delle Associazioni non finalizzate a interessi economici? Quando non sono “occupate” dai partiti languono e gradualmente muoiono.

Di fronte a tale considerazione si potrebbe obiettare che senza partecipazione al potere non si conta nulla e non si può incidere sulla formazione del costume e quindi sulla legislazione, con ulteriore ricaduta sul costume. Ma si può anche osservare che la storia della partecipazione al potere, pur con tanti meriti, fa recensire una certa inefficacia, non addebitabile solo al cambiamento del costume. Per di più ci si dovrebbe domandare: perché quando si aveva più potere non si è stati capaci di incidere maggiormente sul costume?

E’ ovvio che il problema degli schieramenti successivo alla scelta della visione antropologica che si vuol privilegiare. Pare per che su questo difficilmente ci si confronti, in nome delle cose concrete, quelle che veramente contano, si pensa; ma, si dovrebbe osservare, forse le uniche che molti politici riescono a capire: l’identificazione di ciò che è necessario con ciò che si capaci di comprendere e di fare è il principio del totalitarismo. 

d) Preoccuparsi di formare una nuova classe dirigente: compito imprescindibile e non identificabile con la formazione di Managers. La tendenza in atto a scegliere per responsabilità politiche persone capaci di dirigere imprese economiche mostra una comprensione della politica come amministrazione, anzichè come governo.

La convergenza sulle “cose da fare” che non recuperi una base comune di “eticità” alla fine resta in balia dei gruppi più forti. Per questo nel formare la classe dirigente è importante educare al dialogo e nello stesso tempo al senso critico, che suppone sempre coscienza di verità “possibili” (i massimalismi creano solo reazioni uguali e contrarie).

La formazione comincia da lontano. Si lamenta spesso che i giovani sono assenti dai luoghi della politica. Ma chi ha la pazienza di insegnare loro togliendo l’illusione di poter giungere in fretta al potere? Che ne è, per es, della disciplina “educazione civica” nelle scuole? E come non valutare l’incidenza della mimesi nella educazione? Qui si deve accennare anche all’accusa che Galli Della Loggia continua a rivolgere ai cattolici, che avrebbero abbandonato la politica per il volontariato. L’accusa coglie nel segno solo se per politica si intende la gestione del potere. Il volontariato è un sintomo di due fattori: la lontananza delle istituzioni statali dai problemi più urgenti; il desiderio di partecipare a ricostruire il tessuto vitale della società a partire dalle situazioni locali. E’ tuttavia indice anche di un limite: dimentica che i problemi vanno risolti anche a livello strutturale e questo è compito di una politica rinnovata, capace di perseguire il bene delle persone più deboli. In tal senso il volontariato è speculare alla crisi della politica, ma non aiuta questa ad uscire dalla sua crisi.

A questo riguardo si dovrebbe analizzare anche la funzione che i luoghi di formazione della Chiesa svolgono nella preparazione remota della classe dirigente. Pare si possa sostenere che la discussione sulla laicità dello Stato, da un lato, e la scelta religiosa, dall’altro, hanno portato a ritenere che la formazione civile, che è la premessa della formazione politica, non fosse compito di organismi ecclesiali. La conseguenza davanti agli occhi di tutti: la ripartizione di luoghi di formazione ha prodotto deleghe che nessuno ha assunto; soprattutto ha lasciato sguarnita la formazione cristiana dei politici.

 Conclusione 

  • La presenza dei cristiani nella società non è finalizzata a proporre una nuova egemonia politica,
  • bensì a ridare spazio a valori antropologici universali,
  • non perchè sono condivisi da tutti,
  • ma perchè sono veri.
  • Naturalmente senza stravolgere le regole della democrazia, in base alle quali neppure il bene si può imporre.
  • Da qui deriva la pazienza dei cattolici: far passare tutto il bene che si può senza compromessi e senza sfiducia. 

giacomo canobbio 3VOCAZIONE E MISSIONE DEI LAICI NELLA CHIESA E NEL MONDO

  Giacomo Canobbio 

1.L’emergenza del problema 

E’ comunemente noto che il termine vocazione è stato riservato per molto tempo a quei cristiani che vivevano nello stato di perfezione o di consacrazione. La distanza linguistica e concettuale, rispetto al Nuovo Testamento, che si manifesta in tale riserva’ è evidente, se si tiene conto che uno dei termini per indicare i cristiani era appunto “i chiamati”. Tale distanza si comprende osservando che i vocaboli vocazione’, chiamata’, non dicono solo il soggetto che opera quell’azione, ma anche il rapporto tra coloro che sono termine di quell’azione e gli altri: la chiamata è un’azione distintiva nella quale è implicata l’idea di una scelta. 

Certo, si è sempre riconosciuto che la vita cristiana non era appannaggio di qualcuno. Tuttavia si riteneva che mentre alcuni dei cristiani vivessero in una condizione di perfezione, altri, la maggior parte, ne fossero esclusi. I primi avevano ricevuto la vocazione’, gli altri no, per il fatto che permanevano nella condizione comune, quella sociologicamente e teologicamente dominante; in essa non c’erano doveri, né segni distintivi particolari. 

La discussione si trasferiva poi nell’ambito dei “chiamati” e verteva, in genere, su quale stato di vita fosse da ritenere il più perfetto. In tale discussione i contendenti’ erano gli appartenenti alla gerarchia e i monaci (i religiosi): i primi erano ritenuti i perfezionatori’, i secondi i perfezionati’. Lo stato di vita laicale non veniva considerato stato di perfezione per il fatto che il modello di vita santa’ era quello del distacco dal mondo. In tale concezione la dimensione escatologica della vita cristiana entrava come determinante, sicché chi, in forma di anticipo, si dedicava totalmente a Dio veniva considerato nello stato di perfezione (il che non dice che necessariamente era un santo). 

Tale visione era stata elaborata dal medioevo, assumendo una concezione tripartita della società-chiesa, che rispecchiava la concezione della società civile e giustificandola con riferimenti biblici, difficilmente per noi comprensibili (per es. “il cento, il sessanta, il trenta per uno” della parabola del seminatore veniva applicato alle tre categorie dei cristiani: i monaci, gli ordinati e i coniugati). 

lutero-ebreiLa Riforma protestante aveva cercato di scalfire questa visione tornando alla concezione neotestamentaria che privilegiava il comune essere cristiani; ma la controriforma cattolica aveva, polemicamente, come del resto la Riforma, accentuato ancora di più la diversità tra il clero (i religiosi, anche se in sott’ordine) e i laici. 

Il modello ricordato si accompagna negli ultimi secoli al modo di attuarsi del rapporto tra chiesa e società civile: se questa diventa il luogo laico (nel senso sia di aconfessionale che di anticonfessionale) e il laico vive in tale ambito, questi diventa un potenziale miscredente o, almeno, uno che vive fuori dal luogo sacro, nel quale soltanto si è nella condizione di poter acquisire la perfezione. 

Il problema assume contorni nuovi con l’apparire di orientamenti teologici che cercano di valorizzare le realtà terrene (la teologia delle realtà terrene, del lavoro, del matrimonio…).

L’intento di essi è di superare la barriera che si era frapposta tra la creazione e la redenzione: anche ciò che appartiene alla creazione è in rapporto con Dio e ha significato per il rapporto con Dio; vivere questo rapporto non coincide con il lasciare dietro a sé quanto appartiene all’ordine del creato; la redenzione infatti è compimento della creazione.

Se Cristo ha ricapitolato tutto in sé (cf. Ef 1, 10), il cristiano è colui nel quale si opera una sintesi tra creazione e redenzione. Del resto, nei sacramenti elementi naturali vengono assunti per significare realtà soprannaturali e nella chiesa la naturale socialità dell’uomo non viene abbandonata, ma realizzata in forma compiuta. 

congar- ratzingherDentro tale visione appare che la totalità risulta come insieme di naturale- soprannaturale, creazione-redenzione, natura-grazia; binomi nei quali il secondo elemento riscatta e conduce a compimento il primo. Coerentemente, il laico cessa di essere visto come colui che per santificarsi deve lasciare dietro di sé la sua vita; è piuttosto colui che sa riconoscere la consistenza loro propria alle cose: “Il laico è uno per il quale le cose esistono” (Y. Congar).

Ed è anche colui che vede nelle cose la creazione che ha bisogno di essere condotta a compimento, attraverso il contatto con ciò che è sacro. In quanto tale, il laico partecipa alla missione della chiesa in forma originale: suo compito è portare il mondo a Dio affinché esso trovi il suo compimento (si usava a volte il termine consacrare). 

L’idea suppone: 

  • a)una distanza tra la chiesa e la società (mondo);
  • b)una spartizione’ di ambiti per la missione della chiesa (la chiesa al clero, il mondo ai laici);
  • c)una modalità diversa di partecipare al triplice ufficio di Cristo (profetico, sacerdotale e regale);
  • d) un riconoscimento di una vocazione anche ai laici: la loro condizione sociologica è la loro condizione teologica. 

Il Vaticano II assume in buona parte questa visione, attraverso: 

  • a) la descrizione del laico come christifidelis;
  • b) la attribuzione a lui dell’indole secolare;
  • c) l’assegnazione a lui di un ambito privilegiato (non unico) per la missione della chiesa (il mondo);
  • d) il riconoscimento del valore della realtà secolare (la realtà ha una sua consistenza in quanto creazione). 

Questi elementi vanno letti nel contesto più ampio della visione ecclesiologica del Concilio, secondo la quale in forza dei sacramenti della iniziazione cristiana e quindi della loro appartenenza al popolo di Dio, i laici sono dei “chiamati”: la vita cristiana, intesa come configurazione a Cristo, è vita nello Spirito e tutti gli appartenenti a Cristo sono chiamati alla perfezione della carità. 

Il periodo successivo al concilio, assumendo solo un aspetto dell’insegnamento conciliare sui laici’, mette in discussione lo schema che sembrava essere stato proposto dal concilio, quello di una ripartizione tra laici e clero/religiosi in forza di una specifica missione; sottolinea cioè la base comune, l’identità e la dignità cristiana uguale a tutti, e quindi giunge a proporre di superare l’idea degli stati di vita e di parlare del laico come “cristiano e basta”; abbandona quindi la tesi dell’indole secolare come frutto di una stagione teologica particolare, quella che operava con lo schema del rapporto tra naturale e soprannaturale. Non esisterebbe quindi una vocazione laicale, ma solo una vocazione cristiana. Il problema del laico sarebbe in fondo il problema del modo di vivere il cristianesimo nelle attuali condizioni civili. Sarebbe quindi un problema pastorale. 

Il Sinodo del 1987 e la conseguente esortazione apostolica Christifideles laici (30 dic. 1988) non hanno però condiviso questa impostazione e hanno riproposto la dottrina conciliare, attribuendo ai laici come caratteristica peculiare l’indole secolare; di conseguenza han ripresentato il problema della vocazione dei laici, come vocazione particolare alla santità e una forma particolare di attuazione della missione della chiesa. “La vocazione dei fedeli laici alla santità comporta che la vita secondo lo Spirito si esprima in modo peculiare nel loro inserimento nelle realtà temporali e nella loro partecipazione alle attività terrene” (ChL. n. 17). 

2.Verso una soluzione del problema 

NB:

  1. Si suppone, per il momento, che, trattandosi di laici cristiani, o, più genericamente, di cristiani, i sacramenti della iniziazione siano costitutivi della condizione fondamentale che è comune a tutti. Qui si vuol andare alla ricerca di un eventuale elemento di distinzione.
  2. Si suppone altresì quanto detto la volta precedente sulla determinazione della vocazione personale.
  3. Per risolvere il problema è prodromo verificare se esistono dei cristiani laici, oppure se esistono dei “cristiani e basta”.
  4. Si tenga conto che anche nella posizione teologica che sostiene quest’ultima idea, si ritiene che i laici sono i cristiani “di base”, in rapporto ai quali si deve poi decidere chi sia il prete e chi sia il religioso.
  5. In tal senso si può certo dire che i laici sono dei “chiamati”, ma solo come gli altri cristiani in raffronto a quanti cristiani non sono.
  6. Questa posizione lascia però impregiudicato se la condizione dei “cristiani e basta” sia connotata da alcune caratteristiche che non connotano abitualmente gli altri; non permette quindi di rispondere al nostro problema e rischia di pensare al cristiano come a una astrattezza. 

Di fatto i cristiani comuni non esistono: 

  • ciò che è comune è una astrazione dentro una molteplicità di differenze.
  • Tale molteplicità, in base agli elementi ricordati la volta scorsa, non è casuale, ma è frutto dello Spirito.
  • La molteplicità poi non è prefigurabile secondo caratterizzazioni generiche, se non per avere strumenti di catalogazione.
  • Inoltre, se si tiene conto che ogni forma di vita cristiana nel concreto è possibile solo nella chiesa e mediante la chiesa,
  • si può affermare che ogni forma di vita cristiana esprime la chiesa e rappresenta la chiesa. 

Sicché, si può già dire che 

  1. non esiste il laico in senso generico,
  2. ma una molteplicità di cristiani
  3. che hanno in comune di vivere la loro vita realizzando le forme fondamentali dell’umano,
  4. dedicandosi alle attività che edificano la società attraverso la professione, le relazioni sociali, le attività di auto- ed etero-educazione. 

Quanto, poi, costoro compiono 

  • non è estraneo alla loro relazione con Dio,
  • ma è attuazione della loro vocazione;
  • non si trovano infatti per caso nella condizione in cui sono.

 Perché chiamare tale condizione ‘laicale’? 

I nomi delle cose in genere non si inventano e restano anche quando si è compreso che nel nuovo orizzonte di comprensione non sono più adeguati (es. eclatante: il cielo). Il termine laico è entrato nel vocabolario ecclesiastico per indicare coloro che non sono appartenenti al clero; e nel vocabolario civile per indicare ciò che si voleva differenziare o contrapporre alla chiesa o alla religione. E’ chiaro che nei due casi il significato è diverso anche se si può riscontrare una certa affinità, in forza della identificazione intervenuta tra chiesa e clero.

Laico, laicale, in forza della loro storia, stanno a indicare quella condizione, differente rispetto ad altre, in forza della quale alcuni cristiani realizzano il loro riferimento a Cristo dall’interno dell’umano, inteso nella sua integralità. 

Abbandonare il termine ‘laicale’, una volta compreso che l’umano è tipico di tutti i cristiani (anche dei preti e dei religiosi)? 

Se il termine serve a ricordare che quanto ci si trova a essere nella vita comune degli uomini è la realizzazione della propria vocazione, vale la pena tenerlo, pur nella consapevolezza del limite che può mostrare. Ma qual è il termine che può in forma assoluta non ingenerare equivoci o mostrare limiti (si pensi al termine sacerdote, con la sua connotazione cultuale, che il Vaticano II ha mostrato essere ristretta)? 

Ma come si realizza la vocazione laicale? 

In forma sintetica si potrebbe dire: attraverso la valorizzazione del quotidiano. E questo corrisponde a dire che nulla di quanto si vive è ‘profano’, nel senso che non avrebbe alcun significato per la propria crescita di fronte a Dio. Di conseguenza tutto entra a far parte dei “sacrifici spirituali” che il credente offre a Dio. E insieme, tutto è testimonianza profetica, attraverso la quale l’umano viene mostrato come compientesi proprio nel momento nel quale viene vissuto come offerta a Dio (anche questo è un anticipo delleschaton). In tal modo realizzare la vocazione coincide con vivere la vita secondo lo Spirito di Cristo. 

Che differenza c’è quindi tra la vocazione laicale e quella degli altri cristiani? 

Per un certo verso nessuna: tutti infatti offrono la loro vita come sacrificio a Dio; ma è la condizione vitale che si differenzia e quindi determina una modalità diversa nel vivere la vita secondo lo Spirito; l’orientamento è identico, il contenuto è diverso. 

La valorizzazione del quotidiano in tale prospettiva è notevole, ma richiede una capacità ugualmente notevole di coglierlo come luogo dell’incontro con Dio: esso è trasparenza di Dio e proprio per questo luogo della realizzazione di sé. Per poterlo vivere in tal modo è però necessario attingere continuamente alla fonte: anche la vocazione dei laici ha bisogno, e forse più delle altre, di riferirsi allo Spirito, come al principio che aiuta a dare senso a quanto si vive; il quotidiano infatti non sempre è trasparente. 

Da quanto detto sembra però che la cosiddetta indole ‘secolare’ perda quella connotazione di impegno nel mondo che aveva assunto nei decenni precedenti e seguenti al concilio. Al riguardo si deve osservare che la sottolineatura dell’indole secolare tipica dei laici era funzionale a – e nello stesso tempo frutto di – una stagione della vita ecclesiale, quella che apriva la chiesa alla società dopo un periodo di distanza legittimata anche teologicamente. 

giovanni-battista-montini-paolo-viLa riflessione teologica degli ultimi decenni, che ha trovato eco anche in alcune affermazioni del Magistero (cf. Paolo VI), ha mostrato che l’indole secolare è di tutta la chiesa, per il fatto che essa è nel mondo (sperimenta la medesima sorte terrena dell’umanità: GS n. 40) e per il mondo. La missione della chiesa, alla quale tutti i credenti partecipano, non è centripeta, ma centrifuga. Si parla in questo senso di superamento dell’ecclesiocentrismo. Ogni cristiano non fa altro che realizzare la missione della chiesa e quindi resta connotato dalle caratteristiche della stessa. 

Preti, laici e religiosi quindi 

  • non hanno missioni diverse,
  • hanno piuttosto modalità diverse di attuare l’unica missione.
  • Tale diversità nasce dalla condizione vitale nella quale ognuno si trova a vivere. 

Separare ancora: la chiesa al clero, il mondo ai laici, 

  • è non riconoscere che la chiesa non è il risultato di una somma,
  • ma una unità nella quale si determinano distinzioni.
  • I laici non hanno un altro compito; svolgono il compito della chiesa nella condizione nella quale sono chiamati a vivere.
  • Se esistono disposizioni secondo le quali ai laici spetta quanto non spetta al clero (per es. l’impegno politico), esse sono frutto di misure prudenziali nelle attuali contingenze;
  • non sono radicate in fondamenti dogmatici o sacramentali.
  • Certo, dato che sono le contingenze a strutturare gli orientamenti vitali e le modalità della missione, si dovrà concludere che è più logico che sia un ‘laico’ che non un religioso ad assumere un impegno politico, se si vuol mantenere una sottolineatura diversa delle forme di vita cristiana.
  • Ma la sottolineatura rimanda alla totalità,
  • ha funzione di segno per tutti
  • ed evoca in tutti quel che è comune
  • > non è solo dei religiosi essere segno dell’eschaton,
  • > come non è solo dei laici mostrare che il mondo ha valore in quanto creatura di Dio,
  • > e non è solo dei preti richiamare l’origine della chiesa.

Si tenga conto peraltro che se si assumesse in modo rigido il legame tra una forma di vita cristiana e alcune scelte operative, un prete non dovrebbe più fare l’amministratore e un religioso non dovrebbe più insegnare. Tutti rendono presente Gesù Cristo e la chiesa nella misura in cui vivono in conformità alla Spirito, nella condizione vitale loro propria che le contingenze storiche hanno determinato “. 

Ma non finisce qui…

Giuseppe Lazzati 2

FATEBENEFRATELLI: CRISTIANESIMO E CULTURA – Card. Paul Poupard – Mario Pomilio

 

Cultura - Popoli

CRISTIANESIMO E CULTURA1

di Mario Pomilio 10.3.1978  

Mario PolmilioTutte le volte che vedo usata l’espressione “cultura cattolica” provo, francamente, un moto di disagio e mi tornano alla mente le parole che scrisse De Gasperi a Spadolini nel ringraziarlo dell’omaggio di L’opposizione cattolica: “Quanti steccati! Quanti steccati ancora da abbattere”. Gli steccati ai quali alludeva De Gasperi erano quelli elevati all’indomani della presa di Roma, quando i cattolici preferirono chiudersi in una sorta di apartheid, e rifiutando di considerarsi cittadini del giovane Stato unitario, attesero a creare una specie di stato nello Stato. Si trattò d’una grossa occasione storica mancata, come e ormai generalmente riconosciuto e dalla quale derivò una serie d’altri malanni specifici del contesto italiano, a cominciare dall’integralismo. 

Quale infatti avrebbe potuto essere il cammino della nostra unità con i cattolici non schierati a difesa del potere temporale, ma a servizio dell’intera comunità, e ansiosi alla pari sia d’un rinnovamento della società civile che del tessuto religioso dei nostro Paese, ce lo mostrano i vari Manzoni, Rosmini, Gioberti, Tommaseo, l’insieme cioè del cosìddetto cattolicesimo liberale, per il quale l’accusa d’integralismo non vale e nemmeno vale, a rigore, la formula di cultura cattolica. 

Venne invece il 1848 e scavò un fossato che il 1870 rese più profondo e, per decenni, fatale: venne il non expedit, subito tradotto nella formula “né eletti, né elettori”, venne il Sillabo e la condanna delle dottrine moderne, venne la proclamazione del dogma della infallibilità, con tutti i malintesi che si tirò dietro. Vennero insomma gli ultimi atti del pontificato di Pio IX, che comportarono il divorzio e l’antagonismo tra Chiesa e Stato, chiusero i cattolici in un ghetto culturale, suscitarono il clericalismo e il connesso anticlericalismo, fecero sì che i cattolici si dessero ad una “politica” il cui connotato fondamentale era l’opposizione allo Stato liberale (e se non sorse un partito dei cattolici fu perché accettar d’agirvi significava riconoscerlo), si organizzassero a difesa della Chiesa, ribadissero la loro dipendenza dalle autorità ecclesiastiche anche in sede temporale, si dessero strumenti assistenziali e organizzazioni mutualistiche proprie, banche proprie, case editrici proprie, formassero in breve una società nella società.

Risale appunto a quel tempo la nascita d’una cultura cattolica come alcunché di specifico e separato, quale il cattolicesimo liberale non era stato in alcun modo: una cultura che più che cattolica verrebbe da definire ecclesiastica, e che, ad ogni modo, riuscì timida e minore, dal momento che, nei casi migliori, si strinse a difesa della tradizione e rinunziò a fare i conti col coetaneo moto delle idee: sicché quando lo tentò, negli anni del modernismo, mostrò d’esservi mal preparata e li fece male. Parallelamente, dipese da una cultura cosìffatta, e, più propriamente, dall’assenza dei cattolici dal discorso culturale generale, quel tanto di asfittico che ebbe la coetanea cultura laica   si pensi per tutti a Carducci – così ristretta nel suo fideismo positivistico, così congelata in un miope anticlericalismo.

 

E’ storia d’altri tempi, s’intende. Che però quella dizione persista, e persistano alcuni dei malintesi che vi erano connessi, che si continui tuttora a parlare di cultura cattolica e magari di scrittori cattolici come d’una specie a parte, non solo da chi è interessato a tenere i cattolici nel vecchio ghetto, ma dai cattolici stessi deve significare pur qualcosa. Significa, per lo meno, che non s’è del tutto dissipato il vecchio equivoco di una apartheid che faceva del cattolico un uomo di cultura a mezzo servizio allo stesso modo che era un cittadino a mezzo servizio.

Significa, in sostanza, che nemmeno in campo cattolico è stata intesa in tutta la sua portata l’indicazione di Sturzo quando, all’atto di fondare il Partito Popolare, escludeva che esso dovesse essere il partito dei cattolici e lo concepiva invece come un partito di cattolici che intervenissero a parità, cittadini tra i cittadini, nell’opera di costruzione civile della nazione.

Non più cattolici schierati a difesa della Chiesa, ma operanti finalmente a pieno servizio nella società: ecco il senso della laicizzazione introdotta da Sturzo nella politica dei cattolici e l’essenza, se vogliamo, d’una vera e propria rivoluzione che avrebbe dovuto essere bastante da sola a cancellare ogni residuo d’integralismo, che, in effetti, presso i suoi interpreti maggiori vedi De Gasperi – se n’è mostrata capace, e che tuttavia non ha ancora prodotto interi i suoi effetti. 

Per lo meno, non se n’è acquistata definitiva coscienza nel campo culturale, se si continua a parlare di cultura cattolica facendo cadere l’accento più sull’aggettivo che sul sostantivo, senza comprendere che la questione va riportata precisamente ai termini indicati da Sturzo. Non esiste una politica “cattolica”, sembrava dire Sturzo, esistono dei cattolici che fanno politica. Analogamente il problema non è di tenere accesa una cultura cattolica, quanto di formare dei cattolici che facciano cultura, che cioè senza complessi e senza riserve, si pongano al servizio della cultura.

Il problema cioè non è di definire o di elaborare una cultura cattolica separata, secondo un vecchio e ormai sconfitto separatismo religioso, creandogli attorno gli argini culturali, ma d’essere presenti alla cultura di tutti, partecipi da comprimari al moto complessivo delle idee, lavorando e intervenendo alla pari sullo stesso terreno dei laici, anzi accettando la laicità della ricerca come condizione. li dialogo tanto conclamato significa proprio questo: uscire alla grand’aria, lavorare con tale dignità da rendere insostituibile la propria voce e da diventare un punto di riferimento per tutti.

Non più dunque nemmeno lontanamente quel sospetto del “mondo” che usciva dalle pagine del Sillabo e che tuttora, volere o no, ha la sua parte nella minorità culturale dei cattolici, ma abbattere gli ultimi steccati elevati nei quarant’anni durante i quali i cattolici imposero il non expedit anche alla propria presenza culturale per andare definitivamente verso il mondo (non sono forse le proposte del recente Concilio?), far proprie coraggiosamente le tematiche laiche e mondane, esser presenti a tutte le prospettive, e non in ritardo sulle metodologie emergenti, per dialogare senza complessi, da operai della terra allineati con gli altri nel lavoro comune.

La svolta è proprio questa, a patto d’acquisirne coscienza: con una Chiesa che, almeno negli ultimi enunciati, si proclama a servizio esclusivo del mondo, sarebbe curioso rivedere dei cattolici preoccupati di non dilatare il loro impegno mondano nella presunzione, così facendo, di meglio restare al servizio della Chiesa. 

E’ difficile, lo so, per il cattolico affrancarsi del tutto da una timidezza che lo rende esitante a muovere i propri passi da solo e gli fa dimenticare che, se siamo stati fatti liberi, teologicamente, di perderci, saremo liberi, mondanamente, di sbagliare. E’ difficile smuoversi dalla preoccupazione di testimoniare Dio o, peggio, dall’orgoglio di parlare in nome di Dio.

E’ difficile, voglio dire, acquisire definitivamente una coscienza secolare e disporsi ad agire senza pretendere ad ogni costo dei riscontri con l’assoluto, etsi Deus non daretur, come voleva Bonhoeffer. Ha osservato finemente Paolo De Benedetti in un recente libro, La chiamata di Samuele, che “il cristiano è ancora in preda all’antica debolezza di non osare i propri passi nel mondo senza un rapporto oracolare con l’a priori; nelle battaglie del mondo egli pare voler portare con sé l’arca santa, come l’antico Israele“.

Si tratta, a ben pensarci, d’una propensione assai simile a quella del marxista, incapace di pensare etsi Marx non daretur, che ha bisogno per ogni proposizione d’un rapporto oracolare con la propria dottrina e che, quando il materialismo storico non gli appare più sufficiente a spiegare l’insieme dei fenomeni della realtà, pretende di servirsi del materialismo dialettico, questo presunto strumento di conoscenza dimostratosi così fallace al lume della scienza d’oggi.

Una prova, se ce ne fosse bisogno, di come un’ideologia non basta a fare conoscenza, un avviso, per il cattolico, a non operare nel campo della conoscenza come se fosse al servizio d’una ideologia e, implicitamente, a non trattare Dio come se fosse un’ideologia.

Oltre tutto, le arche sante sono sempre impegnative: o non debbono essere portare fuori dal tempio o debbono uscire vittoriose. E troppe volte il cattolico, nella pretesa d’innalzare la sua, l’ha esposta a delle sconfitte, per continuare a rischiare che vadano confuse le ragioni di essa coi propri errori. E del resto non è detto che ad affrontare le battaglie del mondo senza una preliminare dichiarazione di fede debba scapitarne per forza il sentimento religioso.

In un tempo rissoso come il nostro, in cui le ideologie che tengono il campo vogliono a ogni costo aver ragione e tendono a sopraffare quanto non riescono a includere, già la sola onestà intellettuale diventa il segno d’una disposizione religiosa e, in ogni caso, un esercizio di moralità. C’è, intendo, una religiosità che si esplica non nei proclami, ma nella giustezza delle opere, non nel parlare in nome di Dio, ma nel fare quanto si fa come se si fosse al cospetto di Dio: come accade ogni giorno a tanti testimoni silenziosi, e come accadeva, nel nostro campo, a certi formidabili studiosi, si pensi al cardinal Mercati, che attendevano a servire Dio facendo semplicemente della buona filologia. 

Con tutto ciò, beninteso, non si vuol dire affatto che debbano essere abbandonati certi settori che richiedono la presenza specifica del cattolico, oltre a costituire il suo entroterra, il fondamento della sua identità. E’ chiaro che il discorso teologico e quello cristologico, l’interesse per le scienze morali, la ristampa delle grandi opere della tradizione sacra, la storia religiosa ed ecclesiale, perfino certa letteratura devozionale hanno bisogno, se non vogliono declinare, di addetti al lavoro d’ispirazione cattolica.

Si vuol dire piuttosto che la pubblicistica e con essa la vasta e frastagliata editoria cattolica producono fin troppa letteratura devozionale, fin troppo sprecano capitali per qualsiasi scritto abbia sentore di cattolico (ed è evidente che col “fin troppo” si allude alla mediocrità di troppe tesi, e all’ingombro, al danno che produce al mondo cattolico tanta sottocultura), e troppo poco s’avventurano sul terreno delle tematiche laiche e mondane. C’è bisogno di braccia anche qui.

Si è parlato di quel non so che di asfittico che ebbe la nostra cultura nei decenni del separatismo religioso. E a questo punto si può aggiungere che non è stato indifferente per il destino culturale del nostro Paese che tante discipline siano rimaste in pratica monopolio di studiosi a mentalità fortemente laicizzata o ideologizzata, i quali troppo spesso non si sono distinti per serenità. Ma per rimediarvi non si tratta di opporre ideologia a ideologia: si tratta, semmai, d’intervenire negli stessi campi con una produzione di livello tale da diventare per tutti un riferimento insostituibile. 

Per limitarmi ad un solo esempio, le quindici pagine che una certa storia letteraria riserva a Dante contro la sessanta dedicate a Verga rispondono, con tutto il rispetto per Verga, a un preciso piano ideologico che ha chiaramente per bersaglio il cattolicesimo. Ma ad esso non occorre necessariamente rispondere con una crociata. Occorre piuttosto, con serietà di studiosi, ricreare le condizioni perché venga restituito a Dante quel che è di Dante, nella consapevolezza di rendere in tal modo un servizio alla cultura, e in pari tempo domandarsi fino a qual punto questo o altri simili episodi non siano colpa anche dei cattolici, l’effetto della loro perplessa presenza al discorso comune. 

Tutto qui, dunque, dirà qualcuno non senza una punta di delusione. Certo che no. Se finora ci premeva sgombrare il campo da un vecchio equivoco, siamo convinti anche noi che la questione resta aperta. A patto però d’abbordarla da tutt’altro versante. E per fortuna esiste un testo che ha il merito di condensare il meglio della riflessione conciliare in tema d’evangelizzazione, e di farlo inaugurando letteralmente un nuovo corso in materia di rapporti tra Cristianesimo e cultura. Si tratta della Evangelii nuntiandi. E basti leggerne alcune righe per intuire di quale radicale mutamento di rotta si renda interprete: 

“Il Vangelo, e quindi l’evangelizzazione, non si identificano certo con la cultura, e sono indipendenti rispetto a tutte le culture. Tuttavia il Regno, che il Vangelo annunzia, è vissuto da uomini profondamente legati a una cultura, e la costruzione del Regno non può non avvalersi della cultura e delle culture umane. Indipendenti di fronte alle culture, il Vangelo e l’evangelizzazione non sono necessariamente incompatibili con esse, ma capaci di impregnarle tutte, senza asservirsi ad alcuna. La rottura tra Vangelo e cultura è senza dubbio il dramma della nostra epoca, come lo fu anche di altre. Occorre quindi fare tutti gli sforzi in vista di una generosa evangelizzazione della cultura, più esattamente delle culture”. 

Non è chi non scorga il rilievo e l’importanza quasi rivoluzionaria del brano. E quanto accuratamente oltre a ciò esso distingua, nel suo usare alternativamente ora il singolare ora il plurale, tra due diverse accezioni del termine cultura, delle quali l’una largamente corrente e anzi, per effetto delle scienze socio-antropologiche, ormai dominante, specie fuori d’Italia2, l’altra invece, piuttosto stranamente, nemmeno segnalata dai dizionari.

A scorrerne infatti anche i migliori (ma scegliamo di proposito il Dizionario enciclopedico italiano, pur tenendo d’occhio almeno quello di Battaglia), essa sembrerebbe comportare solo due accezioni fondamentali, di cui l’una riferita all’individuo, l’altra alla collettività. Vi si definisce cultura in senso individuale l’insieme delle cognizioni intellettuali di cui è dotata una persona, vi si definisce cultura in senso collettivo l’insieme delle manifestazioni della vita materiale, sociale, spirituale d’un popolo. (Battaglia la descrive come “il complesso delle strutture di organizzazione sociale, dei modi di vita, delle attività spirituali, delle conoscenze, delle concezioni, dei valori che si ritrovano, in forme e a livelli diversissimi, in ogni società”).

Dopo averle ricordate, lasciamole da parte. Quanto alla seconda accezione, quella antropologica, occorrerà ritornarvi, ma lo faremo solo sul finire dei nostro discorso e dopo aver compiuto, come si vedrà, un lungo giro. Quanto alla prima, è troppo neutra e ai nostri fini insignificante. L’immagine dell’uomo non ha l’intensità, nemmeno alla lontana, della stessa espressione gens de lettres, con la quale in mancanza d’altro definivano se stessi quel gruppo d’illuministi che a metà del Settecento, dando vita all’Encyclopédie, inaugurarono un nuovo uso dei sapere e dunque un nuovo modo di fare cultura. Come dire che fino a Settecento avanzato il termine cultura non era ancora nato, benché fosse già operante quanto l’avrebbe qualificato.

Occorreranno alcuni decenni per vederlo venire in luce e diventare d’uso comune, e altri ancora per vederlo subire un’improvvisa intensificazione semantica e dare poi il nome a una battaglia ideologico-politica come quella del Kulturkampf, aprendosi per tal via a quella tale accezione che i dizionari, come si è visto, omettono di segnalare, e che pure è così presente nel nostro linguaggio quotidiano, se solo pensiamo a una serie d’espressioni (cultura laica, liberale, cattolica, marxista, cultura borghese, proletaria, sottoproletaria, cultura egemone, cultura subalterna, sottocultura, controcultura e via dicendo: si sa che a suo tempo s’è parlato anche di cultura fascista) che lo strapparlo all'”innocenza” alla quale la lasciava la generica immagine dell’uomo colto e la fanno assomigliare a un terreno di scontro per le visioni della vita e le ideologie che tengono il campo. 

Il fatto naturalmente non è andato senza contrasti. Julien Benda faceva appunto consistere la trahison des clercs nel fatto d’aver politicizzato e ideologizzato la cultura. Ma Benda aveva torto. Per lo meno non ricordava che la cultura (nel senso, s’intende, che qui c’interessa) portava in sé fin dall’origine i germi che l’avrebbero fatta sconfinare in ideologia. O altrimenti, la cultura che egli faceva oggetto delle proprie nostalgie è tanto distante da noi – e da lui – almeno quanto lo è l’immagine dell’uomo colto anteriormente all’Illuminismo da quella dell’intellettuale d’oggi. 

In mancanza di meglio, cerchiamo di capirci per via d’approssimazioni: la cultura non è scienza, anche se la include, non è generico sapere, anche se lo include, non è nemmeno sapere filosofico, anche se lo include. E’ scienza, sapere, filosofia, ma non in senso autonomo e disinteressato, bensì come proiezione e stimolo dell’azione. Come disse, all’incirca, Benedetto Croce, è la vita teoretica nel suo confondersi con la vita morale e politica. Ovvero anche, se vogliamo appena spostare il tiro, è sapere intensificato in senso etico-politico e impregnato dunque di praticità: il sapere insomma nel momento in cui esce dalla sfera del cosiddetto pensiero puro e incomincia a finalizzarsi in vista d’una ideologia.

E’ addirittura a mezza strada tra l’uno e l’altra, l’anello che congiunge il sapere all’ideologia. Al punto che, cogliendo a volo dalla pubblicistica una frase che ha per lo meno il merito della franchezza, potremmo benissimo descriverla così: “La cultura non ha valore conoscitivo di per sé, essa è eminentemente pratica, serve per modificare il mondo, tant’è vero che non c’è nessuna distinzione filosofica tra cultura e ideologia”. 

Non a caso del resto la storia del concetto di cultura (e del termine relativo) corre parallela a una tradizione filosofica che, a partire dal Settecento, celebra sempre più il primato della ragione pratica, al pensiero affida il compito di guidare la prassi, vuole che esso non sia più tanto avvalorato dalla verifica dei propri asserti, quanto dalla giustezza dei fini pratici che persegue, dissolve anzi se stessa in quanto filosofia affermando con Marx che “i filosofi non hanno fatto che interpretare in diversi modi il mondo; si tratta ora di trasformarlo”. 

Dall’interno del “filosofo” affiora così “l’ideologo”, l’uomo colto d’un tempo (l’homo excultus dei latini) lascia il posto all’odierno operatore di cultura, presso il quale prevale appunto il momento dell’operare pratico; all’antico pensatore subentra via via il maitre à penser o, se vogliamo, l’intellettuale dei nostri giorni, il cui compito in maniera ormai esplicita e deliberata (parafrasando una celebre espressione di Kant) è l’impiego dell’intelletto in vista d’uno scopo pratico.

Quando J.P. Nettl afferma che “Marx era un intellettuale, mentre Hegel non lo era”, segnala con un esempio quanto mai lampante uno spartiacque che diverrà decisivo. Più in breve, la cultura si fa militanza, generando la moderna figura dell’intellettuale (accordiamoci ormai a chiamarlo così), che potrà essere infinite cose, ma una è sostanzialmente: qualcuno devoluto all’impiego eticopolitico del sapere, la cinghia insomma di trasmissione tra questo e l’ideologia. 

La casistica dell’impegno comincia di lì. Creatore di dissenso o creatore del ruolo che di volta in volta le varie ideologie gli verranno assegnando, da allora, per quanto si dibatta, l’intellettuale per definizione ha a che fare col potere, ed è una funzione del potere (ovvero del “Novello Principe”, come dirà poi Gramsci), oppure celebra variamente le sue ribellioni e le sue alienazioni rispetto ad esso. Ma ciò perché la cultura stessa, fin dal momento in cui emerge in quanto nozione, si definisce come funzione del potere. Come hanno scritto Horkheimer e Adorno in Dialettica dell’Illuminismo, “l’Illuminismo ha accantonato l’esigenza classica di pensare il pensiero perché essa lo distrae dall’imperativo categorico di guidare la prassi”. 

Ma se questo è valido per la cultura illuministica, resta valido per tutte le culture che dal Settecento ad oggi ne sono state figlie e nipoti, anzi è per eccellenza il connotato della “cultura”. La quale non sarà né vorrà essere in alcun modo amore o ricerca disinteressata dal sapere, bensì, come sarà detto poi marxianamente, uno strumento per modificare la realtà.

L’anima illuministicopraticista che continuerà pur sempre a portarsi dentro ne farà un’attività volta in sede scientifica a promuovere il momento del fare (e quindi del dominio e dell’utilizzazione della natura) e in sede socio-politica a modificare le condizioni e i rapporti di forza all’interno delle società umane: a preparare insomma insieme Progresso e Rivoluzione. “Verrà un momento – scriveva Gramsci – in cui “le ideologie saranno la vera filosofia, perché esse risulteranno essere quelle volgarizzazioni filosofiche che portano le masse all’azione concreta, alla trasformazione della realtà”. 

Ma è per questo che si diceva che al momento più disinteressatamente conoscitivo è sempre sotteso il momento pragmatico e ideologico, è per questo che ogni cultura si riversa inevitabilmente in ideologia e per tal via si pone il problema del “potere”, e cioè della realizzazione concreta delle proprie premesse. 

Lo sappiamo, il potere è oggi un termine troppo compromesso per non insospettire. Usato però come lo si usa qui non comporta affatto, si badi, cadenze negative, vuol solo designare l’intima politicità della cultura, anche quando non elabora vere e proprie filosofie del potere o, se si vuole, della rivoluzione. Semmai va sottoliricato che per essa s’accentua e diventa permanente la dinamica della cultura, quella febbre di sorpassi che la porta di continuo a morire e rinascere altra, la dialettica insomma che ne segna la storia e fa sì che ciascuna cultura trapassi di norma in ideologia e, bruciando e immolando se stessa nella prassi, prepari l’emergere di nuove culture, diverse bensì per problemi, per ipotesi, per proposte com’è nuovo e diverso il terreno storico in cui operano, ma figlie della prima nella propensione a ripeterne la spirale. Di qui quel tanto di fervido, di vibrante, di impaziente, quel senso d’una perpetua crisi di civiltà alla quale si assiste dal Settecento in poi.

Ma di qui anche la ragione della egemonia di quella, tra le culture, che ha portato alle estreme conseguenze una propensione di questo genere, il marxismo, voglio dire, l’erede e insieme il culmine di tutte le culture che si sono avvicendate nel frattempo nella misura in cui vie ha portato allo scoperto l’intima logica. L’aver accettato francamente di definirsi filosofia della prassi, l’aver identificato senza mezzi termini filosofia e ideologia, cultura e azione pratica, le ha consentito di portare agli ultimi approdi quella smentita all’idea del sapere come conoscenza disinteressata e quell’impegno della cultura come strumento politico che erano già tutte implicite nelle premesse degli Enciclopedisti. 

Con ciò siamo però a metà strada.

Quel che più ci interessava, infatti, in questa sede, non era tanto definire cos’è e come funziona la cultura, quanto identificarne i contenuti più qualificanti. Ebbene, non credo si vada lontano dal vero se si afferma che a partire dalle radici illuministiche essa comporta anzitutto un rifiuto della tradizione ed esprime e collauda l’ideologia della ragione laica, intesa come l’affrancarsi dell’uomo da ogni retaggio del passato – e in prima istanza dalle fedi ricevute e comunque dal trascendente – e il suo porsi come protagonista autonomo del proprio destino in vista d’un progresso che proprio tale autonomia garantisce certo e indefinito.

O, altrimenti, la “cultura” emerge dalla secolarizzazione dei sapere, la accompagna, la asseconda, s’identifica con essa, diventa il veicolo e l’emblema d’una concezione laico-immanentistica che esclude rigorosamente ogni ipotesi religiosa. E anzi proprio questa dorsale laica, se così vogliamo chiamarla, la nota sua più qualificante. In essa, comunque, si riconoscono, indipendentemente dall’infinita varietà delle loro manifestazioni, le varie culture sorte in questi due secoli dal ceppo dell’unica cultura.

Per essa appunto la “cultura” cessa d’essere “sapere” generico e disinteressato e implica e sottende una visione del mondo che è lì a ogni passo per trasformarsi in ideologia. Nella esclusione e spesso nella lotta alla categoria della religiosità, e per essa al Cristianesimo in quanto emblema della tradizione, è il segno unificante di quella che nel suo insieme sarà ben presto orgogliosamente chiamata cultura occidentale, punto d’arrivo dell’evoluzione, pienezza della storia, garanzia dell’uscita dell’uomo da un antico stato di minorità che lo rendeva incapace, come scriveva Kant, di valersi dei proprio intelletto senza la guida di un altro. E non saremo certo noi a negarne la spinta liberatrice, le conquiste e in molti casi l’afflato. 

Bisogna tuttavia coglierle certe parole nei momenti in cui vengono allo scoperto, quando cessano di stare nell’onnicomprensivo delle dichiarazioni di principio per diventare insegne di battaglia. Quello del KuIturkampf – quali che ne fossero i moventi e le forze in campo – è uno di tali momenti. In essa si fa esplicita fino a diventare enunciato e programma politico la lotta della “cultura” contro l'”oscurantismo” religioso.

Per via d’antitesi la “cultura” realizza (o manifesta) l’ideologia di se stessa. La prassi ne porta in luce la vocazione innata e profonda, che è poi fatta di prassi. Di lì a poco la filosofia della prassi, come la chiamava Gramsci, non solo avrà, come si è già notato, il ruolo di portarne alle ultime conseguenze e di collaudarne in un sistema organico l’istinto ideologico-pratico, ma si assegnerà il compito, sempre come voleva Gramsci, di divulgare a tutti i livelli, utilizzando anche le prime scuole, una visione della vita rigorosamente immanentistica e laicistica che, sgomberando il campo da ogni sovrastruttura metafisica, da ogni residuo religioso, dovrà fare da piattaforma al grande balzo destinato a inaugurare il nuovo corso della storia. 

La lotta dell’Illuminismo contro la tradizione, la battaglia del Kulturkampf contro la Chiesa convergono coerentemente nel giudizio che dà il marxismo della religione come oppio dei popolo. L’antioscurantismo borghese sfocia in quello socialista. Culture diverse si avvicendano e si oppongono, ma trovano in quella tale dorsale laica e nel connesso principio della funzione secolarizzatrice del sapere la loro continuità e il loro denominatore comune.

Ciò che maggiormente Gramsci rimprovererà a Croce sarà di non aver svolto fino in fondo la sua funzione di “papa laico” sviluppando un movimento di cultura che propagasse ed estendesse presso tutte le classi sociali quella visione laica della vita che connotava la sua filosofia: che era un modo di pretendere, secondo una logica che ormai conosciamo, che dalla filosofia passasse all’ideologia. Ma c’è di più: ricorre non a caso, nelle parole di Gramsci, l’appello a un nuovo Kulturkampf.

Si domanda perciò perché il Croce non si sia messo a capo, se non attivamente, almeno dando il suo nome e il suo patrocinio, a un movimento italiano di Kulturkampf, che avrebbe avuto un’enorme importanza storica. Segno che il Kulturkampf non fu un evento occasionale, qualunque fosse la parte politica che lo proclamò, e rientra invece perfettamente in un piano che vede alleate in un’unica nozione di cultura la tradizione borghese e quella socialista.

Inutile dire che un discorso come questo presenta molte zone d’ombra, procede fin troppo per approssimazioni e schematismo. Ma l’importante, in circostanze come la nostra, non è la completezza, ma la plausibilità di quanto ci si propone di mettere in evidenza. Ed io non dubito che si possa ormai essere d’accordo almeno su alcuni punti: 

a) l’esistenza d’una terza accezione del termine cultura, che non ha a che fare né col generico ideale dell’uomo colto, né col concetto antropologico di cultura, e invece corre nervosamente all’interno della tradizione occidentale degli ultimi due secoli, designando un atteggiamento del pensiero contraddistinto dalla maniera ideologico-pratica d’intendere il sapere;

b) il preciso fondale laico-immanentistico, per vari gradi antireligioso e in definitiva anticristiano, che caratterizza simile atteggiamento fino a costituire una sorta di filo rosso che collega e rende omogeneo l’insieme della tradizione al di là della varietà dei suoi svolgimenti e delle spesso opposte sue manifestazioni;

c) l’intima politicità e la connessa tendenza della cultura così intesa a travasarsi in ideologia, per cui, paradossalmente, rovesciando i due termini, si potrebbe affermare che un’ideologia non è altro che una cultura in cerca di potere;

d) la sua storicità, nel senso che ciascuna cultura cerca di norma nella prassi il proprio inveramento e, nel momento stesso in cui mette in crisi il sistema socio-economico-politico vigente in vista d’un nuovo sistema e d’una nuova gestione del potere – che la cultura illuministica vorrà, ad esempio, per dirla molto alla buona, attribuire alla borghesia, e la socialista al proletariato – mette in crisi anche se stessa e ipotizza la propria morte (salvo diventare il seme di quelle che verranno). 

Ce n’è abbastanza, crediamo, per capire come mai il Cattolicesimo si trovasse impreparato e restasse emarginato. In realtà tutto ciò implicava alcunché di così estraneo al retto concetto di Cristianesimo, che l’errore maggiore che si sarebbe potuto commettere era d’accertare il confronto sullo stesso terreno e di provarsi a “fare cultura” in proprio. Ma ci sarebbero voluti due secoli per capirlo.

Nel frattempo ci furono soltanto risposte sbagliate o inadeguate; e vennero in aggiunta crolli che sembrarono generali e finali e che coinvolsero anche le strutture istituzionali del Cattolicesimo (si pensi solo a ciò che avvenne con la rivoluzione francese), vennero riprese che riguardarono soprattutto le strutture e fecero sì che il ritorno cattolico andasse confuso con le nostalgie per l’Ancien Regime e l’opera di restaurazione (come spesso in effetti fu), ci furono silenzi e interventi maldestri che fecero apparire il Cattolicesimo inassimilabile alla cultura moderna, ci fu soprattutto, a partire all’incirca dal 1860, l’ingresso in quella specie di ghetto che si connotò col nome di cultura cattolica, la quale non si sottrasse alla logica di tutte le culture, quella di portare entro di sé una componente ideologica legata, come sempre, alle contingenze storiche. 

Voglio dire che attraverso quella che a partire da allora assunse l’improprio nome di cultura cattolica (e qui richiamiamo ciò che si diceva all’inizio, ma per discuterlo da tutt’altro versante) il Cattolicesimo, al limite, non fece altro che esprimere un’ideologia della propria tradizione, di cui l’insieme delle condanne del Sillabo rappresentò il momento più clamoroso. Col Sillabo il Cattolicesimo entrava in campo contro la culture e le ideologie d’allora, comportandosi esattamente come un’ideologia.

I vari no che pronunziò nei confronti delle visioni del mondo d’allora e dei relativi corollari ideologici si dimostrarono caduchi quanto questi. Degli uni e degli altri la storia fece rapidamente giustizia. Senonché mentre culture e ideologie avevano in preventivo, per loro stessa natura, tale sorte, i dinieghi pronunziati dalla Chiesa per un verso ne ideologizzavano l’immagine, e la facevano apparire nostalgica del passato e sospettosa del progresso, per l’altro legavano al transeunte il suo magistero e lo facevano diventare, perciò stesso, transeunte. 

Con le contraddizioni, insomma, in cui andò a impigliarsi, il Cattolicesimo mostrò quali sono gli errori che più deve evitare. In quanto portatore d’una visione sovratemporale e, se così si preferisce, metastorica, esso non può impunemente risolversi in una cultura, tanto meno accamparsi come cultura tra le culture (o addirittura contro le culture), visto che queste, per come abbiamo fino alla sazietà tentato di dimostrare, nascono accettando francamente la propria storicità, riconoscendo, dico, in partenza il loro carattere di strumenti dialettici – e provvisori – della storia e ipotizzando per tal via la loro stessa fine. Ed io mi domando qual senso avrebbe un cattolicesimo il quale, accettando d’identificarsi in una cultura, accettasse d’entrare in una simile spirale dialettica. 

E’ per tale ragione che, oltre a considerare stramorta quella tale cultura cattolica che venne elaborata in epoca di separatismo religioso, e oltre a giudicare frutto di pigrizia e di mancanza di riflessione critica il fatto che la dizione permanga e venga usata anche dai cattolici, affermo che anche presa in astratto e sottratta alle contingenze che la videro nascere l’espressione rappresenta una vera e propria contraddizione in termini.

Non si attaglia al Cattolicesimo data la sua sovrastoricità, non vi si attaglia inoltre perché il concetto di cultura, in sé preso, è nato e si è definito in antitesi e addirittura come antitesi al Cattolicesimo: è cioè una valenza laico-immanentistica inapplicabile al Cattolicesimo, anzi all’intero Cristianesimo. E tuttavia ci sarebbero volute le risultanze del recente Concilio perché per bocca di Paolo VI si affermasse finalmente che “il Vangelo non si identifica certo con la cultura, ed è indipendente rispetto a tutte le culture”. 

Per ulteriore chiarezza proviamoci a spostare il tiro. Quante volte non udiamo usare l’espressione “l’ideologia cattolica” (è un lapsus normale, ad esempio, e si capisce, da parte della pubblicistica a ispirazione marxista) provandone disagio e scandalo e rifiutandoci istintivamente ad essa? Sappiamo anche perché: Dio non è un’ideologia. Ma perché allora non provare il medesimo disagio di fronte ad un’espressione come cultura cattolica, pur conoscendo ormai l’intima connessione tra cultura e ideologia? Come Dio non è, ripeto, un’ideologia, e perciò stesso una cultura, così anche il Cattolicesimo non è non dico un’ideologia, ma nemmeno una cultura. Che si continui tuttavia a cadere nel malinteso e ad attribuire al fenomeno della fede quanto c’è di transeunte nelle culture umane è un effetto dei ritardi ai quali abbiamo accennato. 

Si possono anche guardare le cose secondo un’altra prospettiva. Abbiamo insistito, lo si rammenterà, sull’intima politicità della cultura e aggiunto anzi (e, speriamo, dimostrato senza dar luogo a banali malintesi) che un’ideologia non è altro che una cultura che si fa prassi in vista del potere. Ma il Cristianesimo, in quanto tale, non ha nulla a che fare con il potere. Potrà aver sofferto, nel corso della storia, di molte compromissioni con l’ordine temporale e commesso in tal senso, anche di recente, molti errori, ma il suo paradosso e il suo riscatto sono stati di non immedesimarvisi.

Nel momento stesso in cui un sistema sembrava catturarlo, ha celebrato le sue rinascite trovandosi da un’altra parte.

  • Se una dialettica ha presieduto alle sue vicende, è stata quella d’essere nel mondo ma non del mondo;
  • d’avere in prospettiva un Regno che “non è di questo mondo» pur quando restava, nel bene e nel male, coinvolto nell’ordine mondano;
  • di non volersi confondere tra le potenze mondane perfino quando operava come vera e propria potenza mondana; d’essere rimasto, nella sostanza, un lievito della storia, e, naturalmente, di tutti i fattori che operano nella storia, ivi inclusa la politica, ma senza per questo confondersi con la politica né tanto meno avere una sua politica;
  • nell’aver insomma tenuto fede alle sue istanze sovratemporali anche quando circostanze, necessità e magari errori più sembravano averlo coinvolto nel temporale. In tal senso ha potuto sbagliare, ma non ha mai tradito.

Se si passa in rassegna quel grande archivio dell’anima cristiana (e del retto modo d’intendere il Cristianesimo) che è l’insieme di coloro che sono stati proclamati santi, non credo ce ne sia nessuno che sia stato riconosciuto tale per le sue virtù politiche; nessuno insomma è stato fatto santo per aver operato, ancorché virtuosamente, nel senso del potere. Lo stesso Tommaso Moro non è stato elevato agli altari né per i suoi meriti di cancelliere e neppure per aver scritto l’Utopia. 

Ma se il Cristianesimo non è né cultura né ideologia, che cosa insomma è? Molto in breve, e con un termine e un concetto assolutamente altri e in nessun modo riducibili alle categorie della cultura, il Cristianesimo è profezia.

Non pensiamo, si capisce, al profeta come a colui che antivede e preannunzia i fatti futuri, che è solo un significato aggiunto. Profeta, nel retto senso, è qualcuno che prolunga nella storia la rivelazione della Parola.

  • E che altro sono il Cristianesimo e la Chiesa, ridotti alla loro nuda essenza, se non appunto questo?
  • In che altro consiste l’essere cristiani se non nel farsi, ciascuno nel suo ambito e secondo i carismi che gli sono stati concessi, testimoni della Parola?
  • Cos’altro caratterizza la situazione del cristiano se non il suo singolare rapporto con il Vangelo? 

Né ciò, sia ben chiaro, esclude il cristiano dalle culture, al modo stesso che non lo esclude dal mondo e dalla storia: le vuole anzi al servizio del mondo e della storia secondo la concretezza insita nella Parola, ma con un suo modo d’essere, un suo proprio spessore, un suo carico di responsabilità, una tendenza a riferire a segni oltremondani anche tutto ciò che opera nel senso del mondano, a sentire e proclamare che il Regno non è di questo mondo e in pari tempo a operare poiché sia di questo mondo, a utilizzare a volta a volta gli strumenti offertigli dal mondo, ivi incluse le culture, rispettandoli e insieme volgendoli a un senso altro, a una diversa prospettiva.

E ciò tuttavia è tenuto a farlo etsi Deus non daretur, perché alla minima presunzione di parlare o agire in nome di Dio, ecco che di Dio avrebbe fatto un’ideologia, della Chiesa un partito. Deve farlo sapendo di non avere deleghe nell’ordine mondano, ma insieme conoscendo le responsabilità che si è assunto relativamente al suo ruolo di testimone della Parola. 

E’ difficile, lo so: è difficile definire l’essere del cristiano quasi quanto è difficile l’essere cristiani. Lo è perché per farlo dovremmo servirci del linguaggio della cultura, e la cultura non può farlo, non possiede gli strumenti adatti. E’ anzi il suo linguaggio stesso, con l’impotenza di cui dà prova, a manifestare fino all’evidenza sia l’alterità fondamentale del cristiano, sia l’alterità della cultura rispetto al Cristianesimo. 

Sulla difficile condizione del cattolico uomo di cultura riteniamo d’aver già offerto sufficienti motivi di riflessione quando all’inizio parlavamo dell’onestà intellettuale che dovrebbe contraddistinguerlo, specialmente in un tempo rissoso come il nostro. E c’è inoltre un uso, da parte del cattolico, dei sapere e della scienza, che investe non tanto il campo conoscitivo, quanto le sue responsabilità morali.

Ci sono uno spessore umano e una forma di “santità” che s’esplicano nell’ordine dei fatti, che possono vedere associate la probità intellettuale e la carità, che comportano, ad esempio, un’attenzione fatta d’amore da parte del cattolico che parla da una cattedra rinunziando a fare ideologia, e con ciò stesso rinunciando a plagiare ideologicamente (come invece troppo spesso hanno fatto altri in questi anni) le giovani intelligenze che sta formando, rispettoso piuttosto della loro autonomia, pensoso dello sviluppo dell’intera loro persona.

Come ci sono del resto (per fare solo un altro esempio) nel cattolico che si dedica al mestiere di scrittore, il quale già porta, nel modo di ritrarre e d’indagare i propri personaggi, una sottile disposizione a percepire la loro essenza creaturale, a sentirli e trattarli anzitutto come anime. E al di là di tutto ciò c’è il grande tema dei fini ai quali sono volti conoscenza e scienza, l’impegno a tener desta l’idea che i progressi che queste comportano e le forme di civiltà che stanno elaborando non debbono in nessun caso perdere di vista l’uomo. 

Ma guai al cattolico che si rifiutasse in nome delle proprie credenze a nuove prospettive scientifiche e a nuovi metodi l’indagine, ovvero eludesse nuovi campi di ricerca giudicandoli contrari ai principi della propria fede. Che penseremmo di costui? Al contrario, egli è tenuto (lo dicevamo già in principio)

  • a far propri coraggiosamente le tematiche e i linguaggi del proprio tempo,
  • ad essere laicamente presente a tutte le prospettive e non in ritardo sulle metodologie emergenti,
  • per operare senza complessi, al fianco degli altri, nel comune servizio della civiltà;
  • sapendo tuttavia che in tale opera egli ha da portare qualcosa di suo, di proprio, di non commensurabile, di permanentemente originale: l’offerta del Vangelo.” 

Paul Poupard carfinaleLE CULTURE CONTEMPORANEE E LA SPERANZA CRISTIANA1

Card. Paul Poupard 07.12.1983 

I. INTRODUZIONE: DALL’OTTIMISMO AL PESSIMISMO 

1. La speranza e il mito di Prometeo (Karl Marx) 

L’Ottocento è stato il secolo delle grandi speranze, del grande ottimismo. La prima rivoluzione industriale e il nascente capitalismo facevano sperare in uno splendido, magnifico futuro. L’impresa industriale era in espansione e prometteva grandi cose. La migliore espressione di questo nuovo spirito imprenditoriale è il canto degli industriali di Rouget de Lisle (1821). 

  • I tempi preparati dai nostri padri
  • finalmente sono arrivati,
  • tutti gli ostacoli sono stati eliminati;
  • entriamo nei giorni della nostra prosperità.
  • Già piegano di fronte a noi
  • la forza e l’errore detronizzati;
  • qualche sforzo ancora e qualche giorno,
  • ed essi cadranno alle nostre ginocchia.

 Ritornello: 

  • Onore a noi, figli dell’industria!
  • Onore, onore ai nostri lavori felici!
  • In tutte le arti, vincitori dei nostri rivali
  • siamo la speranza, l’orgoglio della patria
  • siamo la speranza, l’orgoglio della patria.

 Ma non solo gli industriali erano pieni di buone speranze. Lo era pure quel sottoprodotto della società capitalista che è il movimento socialista; anche se le sue speranze erano diverse, tuttavia non erano meno grandi. Al contrario. E assai nota la frase di Marx su Prometeo che, secondo lui, avrebbe dovuto avere il primo posto nel calendario dei santi atei. Il mito di Prometeo viene così assunto a simbolo ed espressione della speranza dell’umanesimo ateo: il ribelle contro la volontà gelosa degli dei porta all’umanità il benefico fuoco che migliora radicalmente la loro situazione sulla terra. Insomma, un radioso futuro sembrava sorridere all’umanità. La speranza era, in quell’epoca, una virtù esaltante, ma relativamente facile. 

Albert Camus2. La disperazione e il mito di Sisifo (Albert Camus) 

Più o meno cento anni dopo che Marx invocava entusiasticamente il santo Prometeo, un altro personaggio mitico viene ripreso e assunto a espressione di un diffuso sentimento dell’epoca. E’ il mito di Sisifo, come ce lo ha presentato Albert Camus2: espressione di inutilità, di vanità e di assurdità di qualsiasi sforzo umano per migliorare radicalmente la propria situazione. Il grande masso, spinto da Sisifo verso la cima della montagna, quando già sembra aver quasi raggiunto la vetta, disgraziatamente scivola e rotola di nuovo giù nella valle, dove il faticoso processo per l’ennesima volta ricomincia da capo, insensatamente, inutilmente. 

I. Da Prometeo a Sisifo 

Osservando questa sconsolante immagine, ci viene quasi spontaneamente il grido: ma perché fare tutta quest’enorme fatica che risulta completamente inutile? Non è stata forse la somma saggezza dell’uomo espressa nelle parole: vanitas vanitatum et omnia vanitas? Non si cela in questa vita l’inutile fatica dell’assurda attesa di Godot, così genialmente descritta nell’opera teatrale di Samuel Beckett: Aspettando Godot3? 

Samuel Beckett1. L’attesa di Godot (Samuel Beckett) 

Ricordate quella scena desolante: contro l’orizzonte vuoto e sconfinato si staglia un albero quasi secco e lì accanto due poveracci, Vladimiro ed Estregone, occupati in varie sciocchezze: una vecchia rapa, la melodia di una canzoncina, una vecchia scarpa, discussioni che non hanno né capo né coda, e soprattutto grande voglia – che ripetutamente li prende – di andarsene, di abbandonare la scena, di sparire. Ma quando sembra che stiano già per andarsene, ecco che si ricordano di Godot e della sua promessa di venire, e quindi della loro impossibilità di andarsene, poiché devono aspettare Godot.

Non sanno bene chi sia esattamente questo Godot, e non sanno neppure quando precisamente verrà. Uno di loro pensa che verrà di sabato, ma non sa di quale sabato si tratti. E così, con un’enorme voglia di andarsene, questi due poveri diavoli ammazzano il tempo come possono; infine, disperati, gridano: andiamocene, andiamocene! Ma rimangono fermi, lì, sulla scena, come inchiodati.

Ecco l’uomo moderno, sospeso tra Promoteo e Sisifo, l’uomo dell’esistenzialismo moderno, in certi momenti nauseato fino alla morte, nell’indeterminata attesa di un certo Godot, incapace di prendere la radicale decisione di andarsene. E lo spettatore che non se n’è andato alle prime battute, è pervaso da un sentimento di desolazione. Lo spettatore che s’intende un po’ di teologia, subito si rende conto di trovarsi in presenza di una certa escatologia, fuorviante e deformata come si vuole, rna oggi assai diffusa in maniera non riflessa, non tematizzata, e quindi tanto più pericolosa. li merito di Beckett è di averla svelata e messa bene in evidenza sulle scene del teatro, rendendoci così capaci di difenderci dai suoi acidi corrosivi. 

George Orwell2. Il sapere come potere (George Orwell)

La radice di questo cambiamento sta, credo, nel diffuso sentimento di paura che invade ogni uomo che cominci un po’ a riflettere sui fenomeni della vita contemporanea e ad estrapolarli, secondo la loro dinamica propria, in futuro4. Tutti questi fenomeni che ci fanno paura, sono prodotti dall’uomo, dal suo accresciuto e sempre crescente potere trasformativo e distruttivo. Già Descartes in Francia cercava di costruire un sapere capace di rendere l’uomo “le maître et le possesseur de la nature”.

Bacone in Inghilterra quasi identificava il sapere con il potere. E bisogna riconoscere che l’uomo ha fatto un grande progresso sulla strada indicata da questi due maestri del pensiero moderno. Il sapere come potere, come dominio, come capacità di manipolare; il sapere come razionalità scientifico-tecnica che domina e trasforma la natura, il mondo, l’uomo stesso, ecco l’ultima radice di questo grande rivolgimento dell’ottimistica speranza nel suo opposto.

Pensiamo anche al libro di George Orwell 1984, pubblicato nel 1950, che è stato oggetto del Colloquio del Consiglio d’Europa di Strasburgo, nel 1984: “1984: Mythes et réalités – l’homme, l’Etat, la société en question”. Questo sapere, questa razionalità scientifico-tecnica, così tipica di quella civiltà nata in Europa e che da qualche tempo si sta espandendo in tutto il mondo, mettendo in crisi gli alti valori di molte civiltà tradizionali, questo sapere, dico, ha provocato delle gigantesche trasformazioni. 

3. La catena di trasformazioni e rivolgimenti (Erich Fromm) 

Erich FrommPrima di tutto esso sta trasformando profondamente l’ambiente naturale. L’urbanizzazione è galoppante e talvolta caotica; le megalopoli diventano assordanti e malsane; la natura viene danneggiata in modo spesso irreversibile, degenerando in un ambiente sempre più artificiale; il problema dell’inquinamento diventa sempre più urgente.

Questo sapere sta trasformando, inoltre, la stessa base materiale della nostra vita. Il crescente peso dell’industria nei confronti dell’agricoltura mette in moto la cosiddetta rivoluzione terziaria vale a dire, trasforma lo stesso lavoro umano, in quanto aumenta sempre più l’importanza delle occupazioni terziarie (servizi vari) e quaternarie (ricerca), mentre diminuisce l’importanza delle occupazioni primarie (caccia, pesca, raccolta, coltivazione, estrazione dei minerali…) e secondarie, che assicurano la lavorazione dei prodotti dei settore primario5.

Esso sta trasformando persino lo stesso lavoro scientifico. Il crescente peso dell’automazione e della cibernetizzazione, la cosiddetta rivoluzione degli automi, richiede il sempre maggiore contributo della scienza, che in tal modo si trasforma in forma produttiva. Investimenti sempre più grandi vengono fatti nella ricerca scientifica, sia applicata che pura, poiché è stato dimostrato più volte che certe scoperte, in apparenza puramente teoriche, ben presto risultano ricche di svariate applicazioni pratiche.

Tutto questo di conseguenza provoca una profonda trasformazione della stessa composizione o stratificazione della società. La prima rivoluzione industriale trasforma il contadino in operaio. La seconda rivoluzione industriale, come la chiama Norbert Wiener, porta alla nascita e alla formazione della tecno-burocrazia, classe che, come osserva Gurvitch, “detiene i più grandi segreti tecnici, quelli che permettono di manipolare prima di tutto la natura, ma anche, per mezzo suo, gli altri uomini, gruppi e società”.

Il rovescio di questo processo sociale è la marginalizzazione. Il lavoro intellettuale, sempre più impegnativo, porta in tutti i paesi progrediti alla formazione della classe degli emarginati, che costituisce il 15-20% dell’intera popolazione. Si tratta insomma di un nuovo proletariato. Ad esso si riferisce Marcuse quando scrive: “al di sotto della base popolare conservatrice vi è il sostrato dei reietti e degli stranieri, degli sfruttati e dei perseguitati di altre razze e di altri colori, dei disoccupati e degli inabili. Essi permangono al di fuori del processo democratico”. E così cambia il concetto di ricco e povero. La “proprietà” diventa sempre più un insieme di poteri di decisione, come sostiene Gunnar Carlson. Il ricco è colui che si può meglio inserire nel processo produttivo, mentre il povero è colui che sta ai suoi margini o completamente fuori.

Il fatto che con tutte queste trasformazioni la società umana divenga sempre più complessa e si muti in un immenso supersistema che contiene in sé molti sottosistemi con una enorme quantità di variabili rende sempre più problematica la direzione di un tale complesso di sistemi. In altre parole: non si possono più dominare direttamente tutte le variabili del sistema sociale. Ciò crea la diffusa impressione, come scrive Nigel Calder, di essere “passeggeri di un treno imbizzarrito, che sì avventa sulle rotaie sempre più veloce. Qualche passeggero tenta di tirare il segnale di allarme, ma non succede niente; sembra che nella cabina di guida non ci sia nessuno. Noi non sappiamo dove questa linea ci porterà alla fine, ma è evidente la direzione presa nel periodo attuale. Essa ci porta verso nuove armi, nuove industrie, nuovi prodotti meccanici ed elettronici, nuovi farmaci, nuovi inquinanti, nuove fonti di rumore; essa ci porta lontano della natura e dalla vita semplice…Sembra che non ci sia possibilità di salvezza, nessun cambiamento di rotta possibile. ‘Non si può fermare il progresso’, dice la gente”. E sorge la questione drammatica: è possibile un mutamento sociale in direzione dell’essere?6. 

norbert_wiener4. La guerra strisciante (Nobert Wìener) 

Ma non basta. Se si pensa ancora agli attuali blocchi militari, con i loro eserciti e i loro diversi sistemi di missili continentali o intercontinentali, l’immagine del mondo si fa ancora più tetra. E si noti bene che, in questa situazione, di terribile non c’è solo un immenso potenziale distruttivo accumulato dalle due superpotenze, ma anche una guerra, silenziosa, strisciante, che è già in pieno svolgimento.

Nella recensione del libro di Nobert Wiener, Cibernetica, Padre Dubarle scrisse sulle pagine di Le Monde che “una delle più grandiose prospettive che si aprono è la possibilità di dirigere razionalmente le cose umane…di costruire una specie di macchina da governo che potrebbe sostituire – ai fini del bene o del male – il cervello umano e le sue imperfezioni”.

E Wiener, riferendosi alle parole del domenicano francese, osserva dal canto suo che il pericolo non consiste tanto nel dominio della macchina, rimanendo, questa, sempre troppo imperfetta e dipendente dall’uomo, ma nel fatto che questa macchina venga adoperata da un gruppo di uomini. E questa non è una fantasia. Quando von Neumann e O. Morgenstern pubblicarono La Teoria dei giochi, vale a dire il progetto di un automa che gioca a scacchi, Shannon presto avvertì l’importanza di questa teoria per le azioni militari.

E gli anni ’50 hanno dimostrato, come scrive ancora Wiener, che stiamo sviluppando, anche senza la macchina di padre Dubarle, una nuova concezione della guerra, dei conflitti economici e della propaganda, sulla base della teoria dei giochi di von Neumann. Attualmente, quindi, in ambedue le parti del mondo in conflitto, è in funzione una specie di macchina da governo, anche se non consiste di una sola macchina, ma piuttosto di una tecnica meccanica, adatta ai bisogni di un gruppo di uomini simili alle macchine7.

In altre parole, il potere, come ha già acutamente osservato Romano Guardini, si oggettivizza, si rende quasi indipendente dall’uomo, si sviluppa in maniera autonoma, secondo una logica immanente del sistema, diventando anonimo, impersonale, inumano, alienato; cioè si demonizza. Cosa diventa, di fronte a questi fenomeni delle culture di oggi, la speranza cristiana? 

II. DALLA PROSPETTIVA ESCATOLOGICA ALL’INCROLLABILE SPERANZA 

aldous L. Huxley1. Dalle utopie alle anti-utopie e alla futurologia (A. Huxley) 

Non c’è da meravigliarsi se le utopie ottimistiche di Jules Verne sono state oggi sostituite da una specie di anti-utopie, cioè dalle visioni terrificanti della completa distruzione o di un completo asservimento o abbruttimento dell’uomo, come quelle di Orwell, di Huxley, di Capek o di Johannesson. Il guardare verso il futuro non ci esalta più, al contrario, ci terrorizza. E se ancora alcuni decenni fa il compianto Raymond Aron poteva scrivere che “siamo troppo ossessionati dal ventesimo secolo per perdere il tempo con le speculazioni sul ventunesimo”, questo, oggi, non si può dire più. La cosiddetta futurologia – il termine è di O.K. Flechtheim – è stata sviluppata grazie all’opera di Gaston Berger, Bertrand de Jouvenel, Herman Kahn e di tanti altri. Così, secondo l’acuta osservazione di Flechtheim, “nella triarchia passato-presente-futuro, il futuro ora assume un valore ben superiore”8.

Teilhard_de_Chardin(1) 2. Ripresa della prospettiva escatologica (Teilhard de Chardin)

Ciò che a livello tecno-scientifico si chiama futurologia, a livello filosofico (o teologico) si chiama escatologia. Pertanto non c’è proprio da stupirsi se i pensatori più chiaroveggenti del nostro tempo si pongono spontaneamente nella prospettiva escatologica. Così, Nikolaj Berdjaev avverte la necessità di superare la metafisica atemporale dell’essere e di elaborare la metafisica escatologica, a partire dalla quale e sulla base della quale sarebbe possibile assumere coerentemente un atteggiamento e un’azione profetica.

Così padre Teilhard de Chardin sente urgentemente la necessità di abbozzare un modello dinamico del mondo, un modello le cui linee di forza tendono verso il punto Omega, verso il Cristo “evolutore”, verso quella consumazione finale che egli descrive con insolita forza poetica nel suo Le milieu divin. “Come un lampo che guizza da un polo all’altro, la presenza del Cristo, silenziosamente accresciuta nelle cose, di colpo si rivelerà. Spezzando tutte le dighe in cui la trattenevano in apparenza i veli della Materia e la mutua impermeabilità delle anime, essa invaderà la faccia della terra”9.

guardini_romanoEcco perché Romano Guardini esprime la convinzione che questo carattere escatologico della nostra epoca si manifesterà anche nel futuro atteggiamento religioso. Naturalmente, ciò non significa sventolare un’apocalittica di basso prezzo. Nessuno ha il diritto di speculare sulla data della fine del mondo. Quando Guardini parla della vicinanza della fine, ciò va inteso, non temporalmente, ma essenzialmente: cioè, “la nostra esistenza è arrivata nelle vicinanze di una decisione assoluta e delle sue conseguenze: alle più alte possibilità o all’estremo pericolo”10.

E’ evidente che in questo contesto escatologico la speranza acquista un’importanza del tutto particolare; ma questa volta non è più la speranza facile, ottimistica, entusiastica del secolo scorso, come si è espressa nel canto degli industriali o nell’interpretazione marxiana del mito di Prometeo. E’ una esperienza sofferta, difficile, una speranza che è virtù, che è un voluto, conscio, meditato atteggiamento di vita nei confronti della realtà globale. 

Gabriel Marcel3. La filosofia della speranza (Gabriel Marcel) 

Così, nel 1935, un filosofo tedesco tomista, Joseph Pieper, pubblica il suo libro Uber die Hoffnung. Il concetto di status viatoris appartiene, secondo Pieper – e credo giustamente – ai fondamentali concetti della dottrina sulla vita cristiana. E’ chiaro che lo stato d’essere-in-via non è, nel suo senso proprio, una determinazione di luogo. Si tratta piuttosto di determinazione della più intima struttura ontologica della creatura. Questo stato comporta ed implica l’intimo ed ontologico “non-ancora” della creatura. Il “non-ancora” dello status viatoris include, secondo il filosofo tomista tedesco, qualcosa di negativo e qualcosa di positivo, cioè, il non-essere del compimento da un lato e l’orientamento verso il compimento dall’altro. Questa condizione ontologica è poi il fondamento sia della speranza, sia dei timore, in quanto il raggiungimento del bene lontano provoca nell’animo l’anelito di speranza del raggiungimento del bene sperato, e il timore di non arrivarci e di perderlo.

Analoga riflessione troviamo nell’opera del filosofo francese Gabriel Marcel, che nel suo libro Homo viator: prolégomènes à une métaphysique de l’espérance, pubblicata nel 1944, analizza la condizione dell’uomo. L’uomo, in quanto viator, è sempre in via, per cui la sua virtù fondamentale è la speranza. La speranza, secondo il nostro esistenzialista cristiano, è “essenzialmente la disponibilità di un’anima intimamente impegnata nell’esperienza di comunione per compiere l’atto trascendente” in cui viene stabilito il rapporto vitale con il “Tu assoluto”. In altri termini, la speranza – come dirà il filosofo alcuni anni più tardi in Position et approches concrètes du mystère ontologique (1949) – “è un atto che consiste nell’asserire che nel cuore dell’essere, al di là d’ogni dato e di ogni calcolo, esiste un principio misterioso che è in sinergia cori me, che non può volere se non ciò che voglio io, se ciò che io voglio è degno di essere voluto ed è voluto di fatto dal mio essere intero”.

Ed è quanto mai interessante notare che ancora nel pieno imperversare nella filosofia esistenzialistica e del suo taedium vitae, Gabriel Marcel, nel suo scritto L’homme problématique, ha osato scrivere queste parole: “a mio avviso, e lo affermo con qualche esitazione, le filosofie dell’esistenza fondante sull’angoscia hanno fatto il loro tempo e c’è da temere davvero che conducano in un vicolo cieco. Esse possono rinnovarsi, ne sono convinto, solo attraverso una meditazione sulla speranza e sulla gioia11″. 

 ernest-bloch4. La speranza del neomarxismo (Ernest Bloch) 

Il tema della speranza, però, si fa strada, non solo nella filosofia cristiana, ma anche in quella che chiameremo laica, specialmente di ispirazione marxista. Non di quella marxista-leninista che ha anche la sua speranza, ma che è già così ideologizzata, così irrigidita e sclerotizzata, da rappresentare nient’altro che l’apologetica e la legittimazione dell’immenso e incontrollato potere dell’oligarchia partitica. Si tratta piuttosto di quel marxismo che, in nome di un Marx possibilmente più autentico, come questo marxismo pretende, critica o in certi casi persino combatte ciò che è stato costruito nel suo nome. Si tratta del cosiddetto neomarxismo, troppo vario, troppo differenziato per poter essere ridotto ad un comune denominatore, ma, nonostante ciò, animato in gran parte dalla speranza che una vita più umana sia possibile. Colui che più di tutti gli altri ha approfondito il tema della speranza è stato senz’altro Ernst Bloch.

La speranza è vista da lui come l’anima più intima di tutta la realtà, quasi il suo respiro o soffio vitale. Tutto è pervaso da una specie di élan vital, come direbbe Bergson; da un dinamismo, da un anelito che vuole realizzare ciò che non è ancora mai esistito; ciò che ancora nessuno ha mai visto; ciò che gli spiriti più perspicaci e più chiaroveggenti dell’umanità hanno intravisto e anticipato nei loro più arditi sogni e nelle loro più audaci visioni; ciò che non ha avuto ancora luogo sulla terra, che è stato ou-topos, cioè la non ancora realizzata utopia che è l’essenza di tutto e che spinge (pur non essendo) alla propria realizzazione, alla realizzazione dell’Homo con l’acca maiuscola, Homo che finora è latente nel processo mondiale, Homo absconditus, che però, per virtù propria, per mezzo dei lavoro e della rivoluzione, si farà Homo revelatus, uomo pienamente realizzato e manifestato, che logicamente non sarà più soggetto alla corruzione della morte.

Un tale uomo nuovo evidentemente non è ancora nato, noi tutti siamo solo i non-ancora-riusciti tentativi di produrlo, tutto è ancora in via, e l’esito di questo processo è incerto, data la possibilità di conflagrazione e di annientamento totale. Ma la speranza spinge al suo soddisfacimento. In questa prospettiva, allora, la religione per Bloch non è altro che un’immensa anticipazione, un immenso sogno ad occhi aperti dei futuro non ancora realizzato. Ecco perché egli non esita a dire: dov’è la religione, lì è la speranza.

E’ chiaro che un pensatore cristiano noti può accettare il concetto di religione proposto da Bloch. Ma è altrettanto chiaro che in questo universo del pensiero siamo lontano da quella miope e ottusa avversione di Lenin alla religione, espressa, per esempio, nella sua tristemente famosa lettera a Maxim Gorkij, dove dice che “ogni idea religiosa…rappresenta un’indicibile nefandezza…la più ripugnante malattia12″.

Horkheimer__MaxAnche il pensiero del cofondatore della Scuola di Francoforte, Max Horkheimer, è tutto rivolto verso la speranza ed è ancora più aperto alla religione di quanto non’ lo sia stato il pensiero di Bloch. La nostra solitudine, la nostra finitudine, ritiene Horkheimer, non sono proprio una dimostrazione dell’esistenza di Dio, ma sono piuttosto ciò che stimola o suscita in noi la speranza che esista un Assoluto positivo. Dietro ogni autentico agire umano sta la teologia, afferma Horkheimer; e la teologia per lui significa “la consapevolezza che il mondo è fenomeno, che esso non è la verità assoluta, l’ultima”. “La teologia è – e mi esprimo coscientemente con cautela – dice testualmente – la speranza che questa ingiustizia, così caratteristica del mondo, non rimane, che l’ingiustizia non può avere l’ultima parola”. 

Oscar Cullmann5. Il rinnovamento dell’escatologia (Oscar Cullmann) 

Quanti stimoli, quante sfide alla teologia cristiana si celano in questo pensiero laico sulla speranza. Come ha reagito questa? Ha accettato la sfida? Ha tentato di dare una risposta? Credo che sia consolante constatare che la teologia cristiana, nonostante le incertezze e le ambiguità, ha dato una risposta che merita la nostra stima.

A questo proposito va notato prima di tutto il vasto rinnovamento dell’escatologia all’interno del pensiero teologico cristiano. L’escatologia nella teologia scolastica manualistica rappresentava piuttosto la Cenerentola dei trattati teologici maggiori, una specie di appendice spesso dimenticata o sorvolata.

Per questo la cosiddetta “escatologia conseguente” (Gesù aspettava l’imminente venuta del Regno di Dio, mentre al suo posto venne la Chiesa), di Weiss, di Loisy e di Albert Schweitzer, formulata agli inizi del nostro secolo, ha avuto il merito di costituire con la sua posizione estremistica una salutare provocazione che ha suscitato varie reazioni, come l’escatologia atemporale o sovrastorica di Karl Barth o di Emile Brunner, l’escatologia esistenziale di Rudolph Bultmann, l’escatologia realizzata di Charles Herold Dodd o di Hoskyns e Grant; infine l’escatologia anticipata di Oscar Cullmann, la quale può essere considerata come uno dei frutti più maturi e più aderenti al dato rivelato di questa lunga e appassionata discussione, come il più felice equilibrio tra varie istanze, talvolta opposte, delle escatologie precedenti.

L’evento pasquale, la risurrezione di Gesù, rappresenta in questa prospettiva una specie di battaglia decisiva che ha determinato definitivamente l’esito di questa lunga guerra per la salvezza, guerra che continua ancora, sì, ma il cui Victory day non è altro che questione di tempo13.

jurgen-moltmann 6. La teologia della speranza (Jurgen Moltmann) 

Ma non solo l’escatologia diventa il tema prediletto della teologia contemporanea. La stessa speranza diventa oggetto della riflessione teologica a tal punto che ben presto si costituirà tutta una variopinta corrente chiamata teologia della speranza, in cui – e del resto, non può essere altrimenti – si mescolano le cose buone con quelle meno buone.

Harvey CoxIl pericolo di questo indirizzo è che il pensiero teologico si lasci ossessionare dal futuro. “L’unico futuro della teologia è di diventare teologia del futuro”, osa scrivere, in questo clima di euforia per la teologia della speranza, Harvey Cox.

Questo è senz’altro uno spiritoso gioco di parole, ma teologicamente insostenibile. Lo stimolo del pensiero utopico neomarxista è assai chiaro in questa teologia. Anzi, sembra che tutta questa corrente teologica nasca in fondo come risposta dialogica all’escatologia neomarxista. Nella Theologie der Hoffnung di Jurgen Moltmann la cosa è quanto mai evidente. Ma a parte alcune ambiguità14, che purtroppo non mancano in questa teologia, il suo indiscutibile merito consiste nell’attirare l’attenzione dei teologi sui temi della promessa e della storia, della risurrezione nella storia e della risurrezione come promessa, della risurrezione come inizio della seconda creazione e quindi della trasfigurazione di tutte le cose. 

F.X. Durrwell7. La teologia della resurrezione (F.X. Durrwell) 

Ora, quanto al tema della resurrezione, bisogna purtroppo osservare la stessa trascuratezza da parte della teologia scolastica manualistica, che abbiamo notato a proposito dell’escatologia. La resurrezione è stata ridotta solo ad una specie del più grande miracolo con cui si dimostra la missione divina di Gesù, e, quindi, praticamente ridotta ad argomento apologetico. Ma anche qui le acque si sono mosse. Il merito più grande è senz’altro di F.X. Durrwell colla sua preziosa opera La résurrection de Jésus, mystère de salut.

Finalmente viene chiaramente detto e ben dimostrato teologicamente che la risurrezione di Gesù non è soltanto un argomento apologetico, e che il decisivo evento della salvezza e della nostra redenzione non è solo la morte di Gesù e quindi la Croce (come voleva la teoria satìsfactoria), ma la Croce e la Resurrezione nella loro inscindibile unità, secondo le parole di San Paolo, che non esita ad affermare; “…è stato messo a morte per i nostri peccati ed è stato risuscitato per la nostra giustificazione”15. E Durrwell, dal canto suo, riferendosi al motivo che lo ha spinto a scrivere questo libro, aggiunge: “il presente libro nacque dalla commozione d’animo che ci hanno causato questi testi chiave di San Paolo”.

Ecco, dunque, come, da questo momento in poi, l’evento pasquale – la morte e la risurrezione di Gesù – comincia ad acquistare in diverse opere teologiche di Louis Bouyer, Beda Rigaux, Jakob Kremer, Carlo Maria Martini, Jacques Delorme, Marie-Joseph Nicolas e tanti altri, particolarmente il Simposio romano del 1970, le sue vere proporzioni e le dimensioni più profonde16″.

Ora si comincia di nuovo a capire meglio che non si tratta solo di argomento apologetico, ma anche di un mistero, e più precisamente, del mistero pasquale, cioè, del passaggio, della trasformazione o trasfigurazione dell’umanità mortale, del primo Adamo, assunta dal Verbo, in quella dell’ultimo Adamo, dell’uomo nuovo, della nuova creatura, del corpo spirituale o spirito vivificante, che è diventato, in virtù della risurrezione, la fonte inesauribile dello Spirito, il punto di irradiazione della luce e del calore del Paraclito, il fermento della trasformazione del mondo, l’energia della trasfigurazione dell’universo, il capo di un nuovo corpo che è la Chiesa17. 

Alexis Andronikof8. La profezia della fede pasquale (C. Andronikoff) 

Ecco come in questa prospettiva si comprende meglio il fatto che essere annunciatori del mistero pasquale significa essere portatori e testimoni di una verità, la cui evidenza non è chiara adesso, in questo momento, ma apparirà tale solo in futuro. Ma annunciare una verità, la cui evidenza apparirà in futuro e che si possiede quindi solo nella speranza, sì chiama ed è profezia.

Essere portatori e testimoni della fede pasquale significa dunque essere veramente profeti nel nostro mondo, perché contro ogni opinione pusillanime, secondo cui il nostro mondo è quello che è così com’è, immutabile e incorreggibile, eternamente lo stesso e soggiacente irrimediabilmente alle ferree leggi della natura e soprattutto alla legge dell’entropia e della morte, contro questa rassegnazione e disperazione umana noi proclamiamo: Cristo è risorto, con la morte distrusse la morte e rinnovò la vita.

Con la sua resurrezione illuminò la notte del sesto giorno della prima creazione e, dissipando le sue tenebre, ha fatto albeggiare nel cuore della notte il settimo giorno della seconda creazione, il settimo giorno della formazione della nuova umanità, il settimo giorno che non si è ancora concluso ma è in corso, il settimo giorno che non avrà più sera e a cui non succederà più la notte, ma l’ottavo giorno domenicale, il giorno dei beato riposo, l’eterno giorno del Regno compiuto, dove saremo simili a Dio, perché lo vedremo a viso scoperto come egli è18. 

Gaudium et Spes

9. La speranza nel Concilio Ecumenico Vaticano II (Gaudium et Spes) 

Questa speranza dei cristiani però – e il Concilio Vaticano II insiste su questo ripetutamente – “non diminuisce, ma anzi aumenta l’importanza del loro dovere di collaborare con tutti gli uomini per la costruzione di un mondo più umano19″.

La Chiesa, secondo la Gaudium et Spes, “insegna che la speranza escatologica non diminuisce l’importanza degli impegni terreni, ma anzi dà nuovi motivi a sostegno dell’attuazione di essi. Al contrario, invece, se manca il fondamento divino e la speranza della vita eterna, la dignità umana viene lesa in maniera assai grave, come sì constata spesso al giorno d’oggi, e gli enigmi della vita e della morte, della colpa e del dolore rimangono senza soluzione, tanto che non di rado gli uomini sprofondano nella disperazione20″.

Ecco perché il Concilio cerca di rivolgere l’attenzione di tutti a Cristo risorto, “il nuovo Adamo21″, “l’uomo perfetto22″ che è

  • “il fine della storia umana,
  • il punto focale dei desideri della storia e della civiltà,
  • il centro del genere umano,
  • la gioia di ogni cuore,
  • la pienezza delle loro aspirazioni…
  • colui che il Padre ha risuscitato da morte,
  • ha esaltato e collocato alla sua destra,
  • costituendolo giudice dei vivi e dei morti”.

Sì, è vero che “ignoriamo il tempo in cui avranno fine la terra e l’umanità, e non sappiamo il modo con cui sarà trasformato l’universo” – continua l’insegnamento del Concilio   “sappiamo, però, della rivelazione che Dio prepara una nuova abitazione e una terra nuova…”. Ma questa “attesa di una terra nuova non deve indebolire, bensì piuttosto stimolare la sollecitudine nel lavoro relativo alla terra presente”. Essa, infatti, non è vana, non è inutile, non è un’attesa di Godot che radicalmente vanifica qualsiasi sforzo umano per accelerare la sua venuta. Sì, come ci ammonisce il Concilio, è vero che “bisogna accuratamente distinguere il progresso terreno dallo sviluppo del regno di Cristo, tuttavia, nella misura in cui può contribuire a meglio ordinare l’umana società, tale progresso è di grande importanza per il regno di Dio23″.

Quindi, non una passiva, vuota, assurda attesa di Godot ma un’attiva attesa che fa avvicinare il giorno di Cristo “ut Christo venienti bonis operibus occurramus“, dice la lettura della prima domenica di Avvento. Ecco la speranza del Concilio, ecco la speranza della Chiesa. A questo punto vale la pena di riflettere sulle seguenti parole del Concilio “Legittimamente si può pensare il futuro dell’umanità riposto nelle mani di coloro che sono capaci di trasmettere alle generazioni di domani ragioni di vita e di speranza24″. 

papa giovanni XXIII10. Papa Giovanni XXIII, “l’uomo della speranza incrollabile” (Giovanni Paolo II) 

Uomo della speranza è stato, come ci ha ricordato recentemente Giovanni Paolo II, papa Giovanni XXIII. “La nota dominante del suo pontificato – dice papa Wojtyla – è stato il suo ottimismo…Chiamato alle responsabilità del supremo governo della Chiesa, quando solo tre anni, o poco più, mancavano al compimento dell’ottantesimo anno di vita, egli fu un giovane, nelle mente e nel cuore, come un prodigio di natura. Egli sapeva guardare al futuro con incrollabile speranza; egli attendeva per la Chiesa e per il mondo il fiorire di una stagione nuova…una novella Pentecoste…una nuova Pasqua, cioè un grande risveglio, una ripresa di più animoso cammino25″

Francois MauriacCome scriveva Francois Mauriac all’indomani della sua morte: “Giovanni XXIII resterà il papa della speranza”, colui “per mezzo del quale l’accelerazione della storia è diventata l’accelerazione della grazia26“. Obbedienza e pace furono il suo motto. Nel nostro tempo tentato da prometeismo, egli ricorda che la serenità è il frutto della fiducia in Dio, poiché l’uomo di fede è senza paura, sicuro d’essere nelle mani di Dio. Per chi è animato dalla speranza, la storia, malgrado le apparenze, non può precipitare verso il caos attraverso le calamità.

Con questa convinzione di speranza, Giovanni XXIII apre il Concilio manifestando “il suo completo disaccordo con i profeti di disgrazia che annunciano sempre catastrofi, come se il mondo stesse per finire”. Niente affatto! esclama con forza. E, dopo essere riuscito a semplificare la vita, egli riesce, durante la sua agonia dì Pentecoste nell’anno 1963, ad illuminare la morte.

Carlo Maria Martini 04 Lungi, come si è detto, dall’adeguare la Chiesa ai gusti del momento, egli ha ridato al mondo il gusto del Vangelo. Morendo il 3 giugno 1963, egli lascia gli uomini più vicino a Dio e la terra degli uomini dimora migliore. Così, il cardinale Martini poteva dire, durante il rito religioso svoltosi a Milano il 7 giugno 1983: “Non più indietro, non è più a lui che guardiamo adesso, ma all’orizzonte che egli ha aperto al cammino della Chiesa e della storia…obbligati non a descrivere il suo passato, ma a scorgere il futuro che nasce da Lui. Tale è la speranza: senza proiettare la storia nell’eternità, essa vive l’eternità nel tempo27″. 

III CONCLUSIONE: LA SPERANZA O LA FEDE NELL’AMORE 

André Malraux)1. Di fronte alla crisi di speranza: sfida alla Chiesa di Cristo (André Malraux) 

Da quando André Malraux, profeta lirico della “condizione umana”, scriveva il suo famoso libro La Speranza, la situazione culturale del inondo è molto cambiata. E, secondo le celebri parole, l’avvertire non è più quello che era. Si è potuto perfino parlare di un futuro senza avvenire. Fin dalla più tenera età, l’istruzione orientata verso l’acquisizione delle conoscenze, più che verso la riflessione, l’invasione della coscienza da parte dell’ondata crescente delle notizie, il suo abbrutimento per il clamore dei mass media, i continui spostamenti di uomini senza sosta in transumanza, dal lavoro quotidiano fuori del luogo di residenza, ai week-end fuori città e alle vacanze lontano da casa, tutto ciò contribuisce a mantenere gli uomini alla superficie di sé stessi, nell’attimo di una vita senza segreto né mistero. Sicurezza e successo invadono l’orizzonte, mentre il timore dell’avvenire s’accompagna al disincanto per la politica. Insomma, siamo davanti ad una vera rivoluzione della cultura, cioè ad una reale trasformazione della cultura in quanto maniera d’essere uomini.

Dopo il maggio 1968, André Malraux poneva bene la questione essenziale in questi termini, al microfono d’Europa 1, il 21 giugno: “La civiltà cristiana si sviluppava all’interno del cristianesimo. Oggi la civiltà si sviluppa in un certo senso a vuoto. Non si può fare niente per gli studenti, se non si dà loro speranza”.

  • Laicizzazione, urbanizzazione, secolarizzazione, tratti dominanti della nostra nuova cultura, hanno tolto infatti alla fede questa specie di evidenza che due millenni di feconda simbiosi avevano a poco a poco sviluppato.
  • Dio ha cessato d’essere un dato immediato della coscienza collettiva.
  • Le mediazioni tradizionali vengono a mancare.
  • I segni stessi della fede, in uno spazio e in un tempo sacralizzati, sembrano essere svaniti in un mondo secolarizzato, in cui il clima culturale è caratterizzato dall’assenza crescenza dell’idea di Dio.
  • La sessualità e la violenza hanno invaso, sui nostri schermi, la nostra vita quotidiana. E noi vediamo come riprendono forza gli impulsi istintivi e oscuri della vita, sotto il suo aspetto dionisiaco.
  • L’ebbrezza della libertà s’accompagna al rigetto dell’autorità, al rifiuto dei dogmatismo e all’abbandono delle norme etiche.

Questa è la sfida delle nuove generazioni alla Chiesa29, senza dubbio radicale quanto quella del Rinascimento: ai giovani che s’interrogano sul futuro dell’uomo e sono esposti alla disperazione, come dire che il futuro vero dell’umanità è Cristo Gesù, morto per i nostri peccati e risuscitato per la nostra vita? “Gesù Cristo salvatore, speranza degli uomini di oggi30″. 

Emmanuel Mounier,2. La speranza dei disperati (E. Mounier) 

Più di trent’anni fa, Francois Mauriac si chiedeva, durante la Settimana degli intellettuali cattolici francesi dedicata alla “Speranza umana e speranza cristiana”: “Se Dio non esiste e tutto è permesso, ciò che è permesso è innanzi tutto essere disperati31″. Facendogli eco, due anni più tardi, Emmanuel Mounier, nel momento in cui Teilhard de Chardin temeva uno “sciopero della speranza”, pubblicava la sua riflessione impegnata di direttorefondatore della rivista Esprit, dal titolo significativo: “La speranza dei disperati32″. Nulla si oppone maggiormente alla speranza teologale che l’ottimismo ateo del mondo moderno, fondato esclusivamente sull’uomo e le possibilità mitiche che esso gli dà33.

La tentazione atea dell’uomo moderno – Giovanni Paolo II parlerà anche, durante il suo viaggio pastorale a Parigi, il I giugno 1980, di “meta-tentazione” – è quella di riporre speranza in sé stesso, nelle sue proprie forze. Questo falso ottimismo è la negazione stessa della speranza, e l’esperienza di questi ultimi decenni ce lo dimostra; il suo fallimento conduce direttamente alla disperazione. Il mito di un paradiso terrestre, di cui l’uomo sarebbe il demiurgo, rinchiude l’uomo nella prigione del mondo temporale, da cui ci libera la speranza fondata sulla resurrezione di Cristo. Infatti, come dice Gabriel Marcel, “ciò che rischia di incitarci alla disperazione è il sentimento che noi siamo in un vicolo cieco, che non ci sia veramente via di uscita, e qui, beninteso, si potrebbe fare appello ad ogni specie di simboli della letteratura onirica o fantastica, potendosi trasformare del resto l’immagine del vicolo cieco in quella della morsa34″.

Per noi la via d’uscita è la fede in Cristo salvatore. Da Agostino a Pascal, da Kierkegaard a Péguy, questo pregustare la speranza eterna ha ispirato tanti capolavori della letteratura classica, fatti sorgere dall’intimo dalla fede nella promessa di Cristo ai poveri apostoli tremanti nella barca in balia del mare in tempesta: “Sono io, non abbiate timore!”.

giovanni-paolo-ii-lo-sguardo-nelleternoLa voce potente di Giovanni Paolo II gli fa eco, fin dal primo giorno del suo pontificato: “Non abbiate paura! Spalancate le porte a Cristo!“. E ripeterà agli uomini di cultura riuniti a Parigi nella sede dell’Unesco, il 2 giugno 1980: “Sì, il futuro dell’uomo dipende dalla cultura. La pace dei mondo dipende dal primato dello spirito. Il futuro pacifico dell’umanità dipende dall’amore. Non fermatevi. Continuate, continuate sempre“. Sì, la speranza è proprio la virtù del nostro tempo, poiché essa è virtù dei tempi tragici: la speranza umana malata non si lascia guarire se non da mani piene d’amore e di speranza. Operiamo, dunque, con tutte le nostre forze, con la grazia di Dìo che è fonte, sostegno e termine della nostra speranza. 

3. La speranza, virtù dei tempi tragici (Anna Frank e M. Kolbe) 

Il cielo spirMassimiliano kolbeituale dell’umanità contemporanea non è sereno, ma è coperto di pesanti e minacciose nuvole dalle quali ogni tanto si sprigiona qualche improvviso fulmine di conflitto aperto e sanguinoso. Ci sono ancora sfruttamento e oppressione, si pratica la tortura, vengono calpestati in diverse maniere e sistematicamente i diritti fondamentali dell’uomo, soprattutto la libertà della coscienza e la libertà religiosa; esistono ancora i campi di concentramento e talvolta persino di sterminio, questi “Golgota del mondo moderno35″, come sono stati chiamati.

Ma – cosa curiosa, paradossale, stupefacente e allo stesso tempo esaltante – proprio là dove l’umanità è negata nel modo più radicale, totale, là dove l’uomo è ridotto completamente ad un semplice numero, a cui non viene attributo neppure il valore del vestito che porta, là, per una stupefacente dialettica, abbiamo potuto osservare una meravigliosa fioritura dell’umanità.

holocaust-victims1Pensate a quel tragico e pur solenne momento, quando nel campo di Auschwitz si decide l’esecuzione punitiva di alcune decine di prigionieri scelti a casaccio. Uno di essi piange, implora, grida di aver moglie e figli. Orribile scena! La condanna non è una semplice morte, che potrebbe essere in quelle condizioni una liberazione. Un attimo e tutto è finito! No! Si tratta di una morte lenta, lentissima, di fame e di sete, nelle celle della morte. “Appassite come dei tulipani”, ride una delle guardie su quegli scheletri umani che ancora si muovono. Ed ecco in quel momento si fa avanti uno dei prigionieri e si dirige direttamente verso il comandante del Campo, Fritsch. “Voglio morire al posto di uno di questi condannati”.

Quale gesto, quale affermazione estrema di umanità, di libertà, di amore, proprio nel cuore della loro più radicale negazione! Fritsch, detto il sanguinario, guarda il prigioniero con stupore e per la prima volta parla in modo umano con un prigioniero:

  • Per chi vuoi morire?”.
  • Per quello lì, che ha moglie e figli”, suona la risposta.
  • Ma tu chi sei?“, domanda ancora Fritsch.
  • Un prete cattolico”.

Poi segue un silenzio che durante nessun appello è stato tanto lungo. Che cosa passava in quei momenti per la testa di Fritsch?…

  • Infine si limita a dire, questa volta senza ingiurie, senza invettive, semplicemente: “Va’ pure!”.

La procedura è semplice. Il sottocomandante cancella un numero e ne scrive un altro: 16.670. Poi la fila si avvia verso il reparto della morte e sparisce nei bunker della fame.

Tutti sono morti lì, uno dopo l’altro. Ultimo, padre Kolbe, nel giorno della vigilia dell’Assunzione di Maria. “Non abbiamo mai visto il cielo così rosso come quella sera“, si ricordano i prigionieri.

cielo rosso

Anna-FrankPensate ad Anna Frank, a quella fanciulla ebrea, che, dopo essere rimasta per mesi nascosta, lei e la sua famiglia, nel retrobottega di una casa olandese, come topi di fronte al gatto, viene scoperta e finisce nel campo dì concentramento di Bergen-Belsen, dove muore poco prima della fine della guerra. Una fine tragica, disperata? Sotto l’aspetto temporale, sì. Ma è qui che Anna scopre Dio, il Dio dei suoi padri, di cui scriverà nel suo diario: “Dio non mi ha abbandonata e non mi abbandonerà mai“. Non è questa una speranza contro ogni speranza, la speranza di Abramo? Senza dubbio. Ma proprio la piccola Anna Frank è “un’immagine della nostra speranza”, come scrisse di lei mons. Charles Moeller.

Questi uomini, questi simboli del trionfo dell’umanità e dell’amore in mezzo alla loro più radicale negazione, ci permettono di credere ancora nell’uomo, nonostante tutto, e sorreggono e alimentano la nostra speranza e il nostro amore. Il loro esempio ci rivolge continuamente la pressante e inquietante domanda: che cosa avete fatto della speranza degli uomini? Che avete fatto del Signore, speranza del mondo?36

Sì, proprio nel cuore delle culture di oggi37 noi tutti siamo chiamati ad essere testimoni di speranza cristiana, questa speranza che è fede nell’amore38.”

Paul Poupard carfinale Mario Polmilio

Sia la lezione di Pomilio che di Poupard, risultano di estrema attualità. Anche in campo sanitario convivono anime diverse che, pur nell’onestà intellettuale d’ognuna di esprimersi al meglio, non devono dimenticarsi di esistere con altre, egualmente porgitrici di valori.

Gli autorevoli interventi hanno offerto lo spunto per pensare e per capire. Se è in corso il settimo giorno, “giorno che non avrà più sera e a cui non succederà più la notte”, la responsabilità di essere portatori e testimoni della fede pasquale è grande. Se la nostra speranza si chiama ed è profezia, il come regolarsi in…

In questo frangente storico bisognerà regolarsi interpellando costantemente le Scritture. 

Come dice Gabriel Marcel, “ciò che rischia di incitarci alla disperazione è il sentimento che noi siamo in un vicolo cieco, che non ci sia veramente via di uscita”. L’uscita di sicurezza non potrà essere rappresentata dalle nostre prodezze menageriali. La vera soluzione sta nel trinomio incarnato da Cristo e da Lui così espresso: “Io sono la Via, la Verità, la Vita” (Gv 14, 6). Ma non illudiamoci: anche noi abbiamo difficoltà a capirlo e riconoscerlo.

FATEBENEFRATELLI: VOCI LAICHE ALLA RIBALTA – Angelo Nocent

Fatebenefratelli-Barmherzige-Bruder

Con i FATEBENEFRATELLI in sanità

cercatori d’infinito

costruttori di storia 

A CHE PUNTO SIAMO?  

  • A forza di temporeggiare, 
  • si corre un rischio: 
  • di far pervenire la risposta, 
  • quando nel frattempo 
  • è cambiata la domanda.  
  • Signore,
  • concedimi la serenità
  • di accettare le cose che non posso cambiare,
  • il coraggio di cambiare quelle che posso,
  • e la saggezza necessaria per capire la differenza”
  • (R.Niebuhr) 

FBF - World_fbf1

PREMESSA 

La riflessione sul processo di collaborazione e di integrazione istituzionale fra laici e Ordini o Congregazioni religiose operanti in sanità, negli ultimi anni di fine millennio è andata accentuandosi. Grazie anche al contributo sul laicato proveniente dal Sinodo dei Vescovi, all’esortazione apostolica Christifideles laici di Giovanni Paolo II, nonché alle Linee di pastorale sanitaria erogate dalla consulta nazionale della CEI, assistiamo a nuovi interrogativi e fermenti su entrambi i fronti. 

Non mancano coloro che hanno già saputo trarre conclusioni operative, messe in cantiere per la sperimentazione. Ma esistono anche quelli che, fiutando la complessità del problema, hanno ritenuto prudente starsene in disparte ad osservare, in attesa che maturi l’uva del vicino. 

Una simile calcolata prudenza può ingenerare solo pie illusioni proprio perché ogni Istituto non solo è parte in causa, ma ha una sua storia, una fisionomia specifica con le quali deve fare i conti. Temporeggiare non conviene a nessuno. Anzi, più il tempo passa, peggio sarà per gli eredi di tale immobilismo. E’ sempre vero l’antico adagio: “non progredi, regredi”. 

La mia ricerca è approdata casualmente a questi lidi solo perché stavo tentando una rilettura della spiritualità di San Riccardo Pampuri che, nelle biografie moltiplicatesi per la sua canonizzazione, trovo insoddisfacente e riduttiva. Mentre andavo osservando la sua vita di cristiano nella comunità ecclesiale del suo tempo, ricostruivo i suoi rapporti con l’Azione Cattolica, il Terz’ordine di S. Francesco, il Circolo Universitario “Severino Boezio” che indubbiamente hanno lasciato tracce indelebili nella sua anima, mi son trovato a dover fare i conti con la Christifideles laici di Giovanni Paolo II.

Cosi l’indagine su Riccardo, pur a buon punto, si è temporaneamente arenata, anche per la difficoltà di accesso agli archivi storici. In compenso ha preso corpo questa riflessione di urgente attualità, modesto ma sincero contributo al dibattito in corso. 

Per quanto umile, l’apporto che vorrei dare è motivato da un timore che mi auguro infondato ma che avverto con un sesto senso e che, forse, non andrebbe sottovalutato: il rischio che i Fatebenefratelli di alcune Provincie imbocchino lentamente, senza accorgersene, il tunnel dell’estinzione. 

E’ lo Spirito che lo chiede? Fiat! 

A condizione che non si tratti di miopia. In tal caso, sarebbe meglio un intervento correttivo. E’ sotto gli occhi di tutti: il treno della storia marcia a velocità sostenuta e non fa sconti ai ritardatari che non rispettano gli orari per difetto di antenne. I cinque secoli di storia che i Fatebenefratelli hanno sulle spalle non li esonera dai rischi né li esenta dal tributo che sono chiamati a corrispondere oggi. 

Al momento, “VOCI LAICHE ALLA RIBALTA“ si presenta come un sondaggio di opinioni, una raccolta di spunti e riflessioni, di ’intuizioni e proposte. Tutto è da soppesare, discernere, mettere a severo confronto, ponderare, per non correre il rischio di giungere a precipitose conclusioni, più emotive che argomentate. 

In un primo momento il testo doveva ridursi a poche pagine. In seguito, è prevalsa l’esigenza di documentare il più possibile per avvalorare, accreditare ogni ipotesi, ed il discorso è stato allargato anche alle esperienze altrui. 

Sia per mancanza di tempo, sia per il dubbio costante che una simile fatica possa davvero interessare a qualcuno, il materiale raccolto fin’ora non è ancora stato riordinato sistematicamente ma può benissimo essere utilizzato anche come si presenta. Infatti, una volta centrato il primo obiettivo che sarebbe quello di stimolare la curiosità di coloro che ne sono interessati, di provocare un’acuta riflessione, di promuovere un sereno e vivace dibattito, il successivo dovrebbe tradursi in una realistica sintesi operativa. Un nuovo testo, quindi, tutto da perfezionare. 

Dall’inizio, la preoccupazione costante è stata quella di non rimettere in circolazione minestra riscaldata. Perciò ho provato a spingermi oltre il già detto nella letteratura prodotta all’interno dell’Ordine Ospedaliero negli ultimi anni. Non sono del tutto sicuro di esservi riuscito. 

Menni - logo_suore_ospitaliereSolo recentemente ho avuto in mano il Documento del XVII Capitolo Generale – Roma 1994 – delle Suore Ospedaliere del Sacro Cuore di Gesù, fondate da San Benedetto Menni, titolato “LAICI OSPEDALIERI”. E’ indubbiamente una lodevole fatica, scritta a più mani, che si presenta ricca di spunti e che non andrebbe letta tutta d’un fiato per non perdere di vista i suoi capisaldi. Le conclusioni cui sono giunte le Sorelle possono essere più o meno condivise. Ma, vista la consanguineità dei due rami religiosi, le proposte meritano degna attenzione. 

Della preziosa speculazione delle Sorelle che ho disseminato qua e là, mi sono maggiormente interessate le conclusioni cui era arrivato il Capitolo. 

Ho tralasciato di riportare i fondamenti teologici che sottendono il loro documento in quanto erano già presenti anche nel mio lavoro. Inoltre, i passi citati, a differenza del testo originale, talvolta sono stati volutamente schematizzati, allo scopo di favorire una maggior concentrazione del lettore su ogni concetto. Quando poi è stato possibile, ogni proposizione risulta anche numerata per facilitare i riferimenti in fase di dibattito. 

La speranza è una sola: che, fuori da ogni integralismo religioso e assolutizzazione dei valori, nel rispetto delle reciproche autonomie, in mezzo ai rumori e ai fumi, ai pro e ai contro, si riesca a recepire ciò che lo Spirito dice alle Chiese. 

Indicazioni propositive non mancano ma non andrebbero poste subito all’ordine del giorno. Bisognerebbe guardarsi dall’aboccare alle prime suggestioni. Varrebbe invece la pena di sottoporre a macerazione il proprio spirito nei fondamenti teologici che sono di rilevante spessore. Bisogna che da entrambe le sponde si senta il bisogno di passare attraverso il travaglio mentale del mettersi in discussione. A tutti è richiesta la fatica di ascoltare, verificare, studiare, approfondire. Non si possono recepire richiami essenziali, promuovere scelte conclusive che non siano motivati, sostenuti da un’intelaiatura di fede teologica, perché fragilità e inconsistenza non tarderebbero a manifestarisi. 

VOCI LAICHE ALLA RIBALTA” non dev’essere inteso come come un risultato conclusivo preconfezionato. Va preso invece per quello che è: un sussidio, uno strumento di lavoro da utilizzare come guida al dibattito. D’altra parte, senza avere a disposizione una traccia, una bozza, uno schema, risulterebbe difficile avviare un confronto che dovrà essere il più possibile aperto, coinvolgente, franco e leale. 

Quelli della mia età ed oltre, appartengono al cosiddetto “secolo breve”, caratterizzato dalla rapidità e radicalità dei mutamenti intervenuti tra la prima guerra mondiale (1914) ed il crollo del muro di Berlino (1989). Essi non possono non ricordare un piccolo gesto significativo di Papa Giovanni, rivelatore del suo pontificato: egli ha stabilito che nel “Dio sia benedetto!”, recitato dalla Chiesa universale, venisse inserita l’invocazione “Benedetto lo Spirito Santo Paraclito”. Il frutto di tale intuizione di fede s’è visto in breve tempo. 

I ragionamenti umani, per quanto di buon senso, sono sempre sabbia sulla quale è pericoloso edificare. Per evitare che la nuova costruzione cui si dovrà porre mano venga scoperchiata dalle prime raffiche di vento, è consigliabile affidarsi allo Spirito Santo e credere che Egli si farà profezia cammin facendo. Penso che a tale proposito ormai tutti noi abbiamo maturato la stessa convinzione efficacemente espressa dal Card. Carlo Maria Martini nella sua Lettera Pastorale 1997-1998: 

  • Che lo SPIRITO c’è, anche oggi, come al tempo di Gesù e degli Apostoli,
  • C’è e sta operando,
  • Arriva prima di noi,
  • Lavora più di noi e meglio di noi,
  • A noi non tocca né seminarlo né svegliarlo,

Ma anzitutto

  • > riconoscerlo
  • > accoglierlo
  • > assecondarlo
  • > fargli strada
  • > andargli dietro
  • C’è che non si è mai perso d’animo rispetto al nostro tempo;

Al contrario,

  • > sorride
  • > danza
  • > penetra
  • > investe
  • > avvolge
  • >Arriva anche là dove mai avremmo immaginato.
  • >Lo Spirito sta giocando la sua partita vittoriosa nell’invisibile e nella piccolezza “.

 Anche in questa fase di ricerca conviene muoversi, laici e consacrati, con una certezza: Lui “che è il Signore e dà la vita, può suscitare il nuovo di Dio anche nel cuore o nell’ambiente più chiuso, appesantito, o sclerotizzato”.  A. N.

Fatebenefratelli - Hospitalitas

CONTRO OGNI EQUIVOCO 

Dalle origini i Fratelli Ospedalieri di San Giovanni di Dio sono “Chiesa sanante”, compagnia di sofferenti e sventurati di ogni latitudine. Nell’ora del risveglio ecclesiale, l’invito a porre l’attenzione ai dolori e alle sofferenze del pianeta, è rivolto a tutti i cristiani, senza distinzioni e classificazioni gerarchiche, semplicemente perché lo esige il Vangelo. 

La Conferenza Episcopale Italiana in “COMUNICARE IL VANGELO IN UN MONDO CHE CAMBIA”, Orientamenti pastorali per il primo decennio 2000, 29 giugno 2001, al n.45, cosi si rivolge all’intera Chiesa Italiana:

Negli ultimi decenni e anche recentemente non sono mancati , nella vita della Chiesa, cristiani – vorremmo di “profeti” – dallo sguardo penetrante, i quali hanno intuito e intravisto la necessità di esperienze di vita, personali e comunitarie, fortemente ancorate al vangelo per dare un avvenire alla trasmissione della fede in un mondo in forte cambiamento. Abbiamo bisogno di 

  • cristiani con una fede adulta,
  • costantemente impegnati nella conversione,
  • infiammati dalla chiamata alla santità,
  • capaci di testimoniare con assoluta dedizione,
  • con piena adesione,
  • con grande umiltà e mitezza il VANGELO “.

 Ma ciò è possibile soltanto se nella Chiesa rimarrà assolutamente centrale la docile accoglienza dello Spirito, da cui deriva la forza capace di plasmare i cuori e di far sì che le comunità divengano segni eloquenti a motivo della loro vita “diversa”. Ciò non significa credersi migliori, né comporta l’esigenza di separarsi dagli altri uomini, ma vuol dire prendere sul serio il Vangelo, lasciando che sia esso a portarci dove forse non sapremmo neppure immaginare e a costituirci testimoni.”

Da questo “affresco” è immediata la percezione che si è convocati per un viaggio verso le terre sconosciute del nuovo millennio, in situazioni nuove, con mezzi e strumenti inediti, ma con la bussola di sempre: “Duc in altum” (Lc 5,4).

 Solo che oggi il campo della missione si è così dilatato che include perfino le terre da cui una volta i missionari partivano. Ed è principalmente di queste zone che qui ci si vuol occupare, giacché, la fede ha cessato di avvolgere la vita “dalla culla alla tomba” anche nelle nostre contrade. 

Nell’evoluto mondo “post-cristiano” che sociologi e filosofi chiamano”post-moderno”, termine che, di per sé, dice solo che qualcosa è finito, tutti ci troviamo a navigare “a vista”. E’ successo che, dopo circa quattro secoli di alterne vicende tra “Fides et Ratio”, l’orizzonte spirituale dell’uomo occidentale è entrato in una nuova stagione, quella del “pensiero debole”, “intendendo con esso una conoscenza che non pretende più di risalire al fondamento ultimo delle cose, né di stabilire la verità assoluta, ma che si limita alla ricognizione del mondo dei fenomeni, accettandone la verosimiglianza come l’orizzonte più adeguato alle effettive possibilità conoscitive degli uomini”. (G. Savagnone). 

A chi è stato dato di vivere questa fine, è chiesto anche di profetizzare, nello Spirito, la nascita del “nuovo” che urge e dovrà emergere da quelle rovine. 

Sembra che i nemici da temere siano principalmente due o tre:

  • l’abitudine e la noia che ottundono le menti e chiudono i cuori;
  • la presunzione di conoscere già ciò che si vuole comunicare,
  • l’illusione che si possa vivere di rendita solo perché in passato sono state scritte pagine gloriose sulla carità e sull’ospitalità

 Essere “cercatori d’infinito” e “costruttori di storia” significa “fare cultura”. In “Evangelizzazione e ateismo” del 10.Ott.1980 il Papa dice: “…rendere di nuovo cultura la fede nei diversi spazi culturali del nostro tempo”. 

Ciò vuol dire che “la grazia non sostituisce la cultura, ma la purifica dalle scorie che le impediscono di rispecchiare adeguatamente l’identità dell’uomo, ne libera le più profonde risorse, valorizzando e potenziando tutto ciò che di vero, di bello e di bene essa contiene, la apre a prospettive illuminate, che non solo non ne mortificano lo slancio, ma lo esaltano e lo intensificano” (G.Savagnone”) 

Giovanni Paolo II, timoniere della nave, e l’episcopato italiano con lui, dicono che 

  • Occorre “prendere il largo”, verso il mare aperto della missione della Chiesa,
  • in termini religiosi e insieme culturali,
  • sempre di schietta umanità,
  • dentro le nostre comunità e paesi
  • e di fronte alle grandi questioni che interpellano la coscienza delle persone e travagliano le sorti dei popoli .
  • Occorre “andare in profondità”, per un lavoro che scavi dentro e plasmi personalità cristiane autentiche,
  • con una fede adulta,
  • con una fede “pensata“,
  • con una fede capace di tenere insieme i vari aspetti della vita
  • facendo unità di tutto in Cristo” (CEI, ivi, n.5°) 

Da tali premesse, qui solo accennate e presupposte, si arriva alla 

DON-TONINO-BELLOSINTESI: 

  • Siate soprattutto uomini.
  • Fino in fondo.
  • Anzi, fino in cima.
  • Perché essere uomini fino in cima significa essere santi.”

                   + Don Tonino, Vescovo

 CULTURA 

Mario PolmilioHo pensato che il modo più facile per procedere insieme, laici e religiosi, a preparare la svolta storica che ci viene richiesta dalla Chiesa, è di fare il primo tratto di strada riflettendo sul significato del termine “cultura”. Per non sfoggiare una competenza che non ho, ho pensato di far parlare sul tema due uomini di fede, un letterato, Mario Pomilio, e un cardinale, Paul Poupard.

Paul Poupard carfinaleEntrambi ci porteranno ad osservare il panorama da alte vette. Nessuno deve farsi prendere dal panico delle altezze. E’ meglio per tutti prendere coscienza sia della vastità dei problemi che dei limiti rappresentati dalle nostre eventuali deboli vedute. Questo senso d’impotenza è condizione ideale perché Dio possa intervenire ed operare prodigi. In sanità è già successo. San Giovanni di Dio ne è la dimostrazione.

Il laico Pomilio ed il Card. Poupard  si trovano qui:

FATEBENEFRATELLI: LE SFIDE DEL PRESENTE SECONDO LA CARTA D’IDENTITÀ DELL’ORDINE – Angelo Nocent

 

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LE SFIDE DEL PRESENTE

SECONDO LA CARTA D’IDENTITÀ DELL’ORDINE 

In questo capitolo si leggono affermazioni che lasciano perplessi: 

8.1 “Creare in ospitalità significa generare e testimniare costantemente un amore vivo, operante, costruttivo, per il fratello nel dolore. Fermarsi costantemente a progettare e pensare il futuro senza creare il NUOVO può mettere l’Ordine fuori dalla storia”. 

“…Oggi, noi Confratelli e Collaboratori abbiamo il compito di essere profeti di speranza, di dignità del sofferente, di amore che viene spento dalla tecnica e dalle leggi del mercato che hanno penetrato il mondo della sanità e dell’assistenza”. 

8.2 “Dopo aver sentito tante invocazioni al cambiamento, oggi siamo chiamati ad andare oltre il cambiamento: dobbiamo avviare un processo destinato a reinventarci e reinventare l’Ospitalità”. 

Un vero sforzo di “formazione nuova” per i Confratelli e per i Collaboratori si impone come scelta prioritaria. Non si può più avere una formazione “provinciale”: occorre avere un respiro mondiale. E’ pertanto indispensabile una valorizzazione delle esperienze delle varie Province dell’Ordine, con interscambi culturali e pastorali per religiosi e collaboratori laici, per avere una nuova spinta, un nuovo entusiasmo, capaci di ispirare una nuova evangelizzazione e d una nuova ospitalità”. 

La prima battuta che mi viene è questa: ragazzi, andiamoci piano; perché le soluzioni non dipendono né dai convegni più o meno numerosi né dall’euforia degli entusiasmi. La nuova evangelizzazione e la nuova ospitalità non sono in esposizione alle grandi fiere internazionali che vendono alta tecnologia. Certe trasformazioni epocali richiedono tanta preghiera e voglia di piegare la gobba e studiare. Tutti sanno che applicarsi costa fatica e forza di volontà. Lavorare e nel contempo riflettere e documentarsi è davvero stressante perché assorbe tutte le energie. A quanti è possibile chiedere questo impegno? E quanti sono i veramente disponibili ? Non è proibito contarsi. 

Redradi Fra Luis - Vescovo con Madre Teresa di CalcuttaMa veniamo alla valorizzazione delle esperienze: chi non ammira Madre Teresa di Calcutta? Epperò di tanti che sentono le sfide del presente, quanti chiedono di essere trasferiti a Calcutta a fare lo stesso lavoro della Madre? Probabilmente se si aprisse una sottoscrizione per un interscambio culturale e pastorale di un mese, la lista si riempirebbe in un attimo. Per restarci a vita, non lo so. 

Un limite nella collaborazione tra votati all’ospitalità e collaboratori, nonostante un processo già avviato da qualche anno, esiste e nessuno può negarlo. Bisogna prenderne atto, ma la spiegazione va ricercata, non elusa. Probabilmente è da attribuirsi ad un limite culturale. 

Il fatto che vi sia in corso un correttivo di rotta, sta a significare che un qualche equivoco di fondo doveva esserci. Però, al di là degli enunciati teologici che in questi anni hanno permesso di costruire una grande teoria teologica sul Popolo di Dio e sul laicato, la fase di concretizzazione dei princìpi si presenta lenta e faticosa. Il dualismo cui assistiamo, non è tanto tra clero e laici, ma fra laicità e sacralità, quest’ultima rappresentata da clero e religiosi. In realtà la Lumen Gentiun, n.31 sostiene che non esiste alcuna sfera della fede che non appartenga al fedele cristiano, il quale deve partecipare alla vita della fede in tutti i suoi elementi costitutivi.

Di fatto però, i laici, più che un segno del Regno profetizzato, risultano una classe distaccata. Probabilmente qui sta il vero scoglio, complici gli stessi laici. Per semplificare, questo è successo storicamente e, forse, perdura: “siccome, Chiesa, mi dai poco, sono tenuto a darti poco”. In realtà quelli che sentono il disagio attualmente sono proprio i religiosi laici, maschili e femminili, che vedono offuscarsi il loro ruolo nella comunità cristiana e nella missione della Chiesa nel mondo, senza intravedere la consistenza del nuovo, più proclamato che strutturato. 

CULTURA È TANTE COSE: 

  • ricerca di senso, pensiero e vita;
  • saper leggere i segni dei tempi riscoprendo in essi il germinare di frammenti di speranza,
  • esprimere una progettualità capace di tenere aperto il rapporto tra i risultati già conseguiti e le attese di risultati nuovi, più ricchi di umanità. 

Se il confronto finora non è avvenuto, o lo è stato solo in modo superficiale (e vi sono buoni motivi per crederlo) bisognerà farlo, senza stancarsi ed avvilirsi. Diffidenza, fastidio, indifferenza, devono costantemente essere superati. Cultura egoistica, pragmatica, efficentistica (a seconda dei casi) non devono diffondersi. Se il confronto non si fa sulle idee e sugli ideali, è giocoforza puntare sulle personalizzazioni esasperate, sulla delegittimazione dell’altro, sul genericismo dei valori di riferimento e dei relativi programmi. Il falso decisionismo parolaio, l’ illusorio efficientismo d’immagine possono depotenziare la concertazione e il dialogo. Dove la realtà odierna registra una posizione di stallo, le cause probabilmente sono da ricercare in quanto s’è detto finora. 

Procedere senza questa saggezza, si rischia di fare del terrorismo psicologico. Se uno dicesse: “E’ ora di finirla! Da domani bisogna fare seriamente!” Prendendo in mano la Carta d’Identità, saltati i capitoli sui principi generali, sui quali siamo tutti in accordo, l’ applicazione alle situazioni concrete metterebbe in seria difficoltà anche i migliori. Prendiamo il problema dei laici Collaboratori: è stato consegnato al Capitolo Generale perché lo affrontasse ed aiutasse a risolverlo. In realtà è stato restituito al mittente, con preghiera di pensarci lui. Ogni Centro, si legge al punto 5.3.6.2. dovrà inventarsi la soluzione su misura: 

Fatto salvo il primo presupposto che viene definito dal dettato legislativo [contratto di lavoro], le altre situazioni che dovranno essere realizzate da ogni singolo Centro, sarà il modo più sicuro di esprimere questo legame che si attua nelle opere di san Giovanni di Dio”.

Non voglio dire che ha fatto male a prendere questa decisione che sembra giunta a smorzare precedenti eccessivi entusiasmi ed aspettative. Dico solo che – vista la confusione regnante fra gli interlocutori – potrebbe risultare perfino benefica. 

San Benedetto Menni fondatore Suore del Sacro Cuore

DALLE SORELLE UN CONTRIBUTO AI FRATELLI 

San Benedetto Menni Priore Generale o.h.

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Mi riferisco alle Suore Ospedaliere del Sacro Cuore di Gesù, fondate da San Benedetto Menni. Il loro XVII Capitolo Generale ha cercato di illuminarle sull’argomento dei collaboratori laici altrettanto sentito, spiegando il significato della collaborazione e indicando percorsi di integrazione e corresponsabilità. (HSC, Cap. Gen. Roma 1994).

La parola d’ordine è: con-dividere, tutti insieme, il “servizio ospedaliero”. Condividere, molto semplicemente significa dividere con…Se si tratta di una torta, non è difficile assimilare il concetto, trattandosi del servizio ospedaliero, tutto si complica.

Teresa Lòpez BeorleguiSecondo la Superiora Generale, Teresa Lòpez Beorlegui, bisogna marciare verso il futuro

  • con passi progressivi,
  • pensati saggiamente,
  • determinati operativamente,
  • realizzati efficientemente. 

Per fare ciò è imprescindibile che 

  • le questioni vengano accuratamente studiate,
  • le scelte avvengano con discernimento.

 Madre Teresa ricorda a tutti che in fondo ad ogni riflessione ci devono essere “loro” – i malati e “Lui” – il Signore“, c’è la ricerca samaritana

  • per arrivare a servire “loro” come “Lui” vuole
  • per servire secondo le necessità di tempi e luoghi in cui viviamo”.

 L’interpretazione dei segni o anche dei sogni premonitori della necessità di un cambiamento di rotta è contenuta nel documento “LAICI OSPEDALIERI – Processo di collaborazione e di integrazione istituzionale” (Roma,15 Ott.1998). 

Come ogni documento d’ispirazione evangelica che si rispetti, richiama i fondamenti teologici che lo supportano e sono, più o meno quelli anticipati anche in questa riflessione. La novità invece è nella richiesta del Capitolo che venga costituito un organismo di “laici associati” che siano continuatori, non solo delle attività, ma anche dello spirito e del carisma dei Fondatori (HSC XVII Cap. Gen. p.43). 

Si tratta indubbiamente di pane per i nostri denti. Laici associati, perché? Ecco la motivazione: 

  1. laici associati per essere maggiormente coinvolti e partecipativi, non per via di un’ipotesi congiunturale di penuria di vocazioni che indubbiamente esiste,
  2. ma “da una riscoperta della Chiesa e del carisma”.
  3. Non solo collaborazione puramente materiale o professionale, come in passato,
  4. ma anche condivisione spirituale o apostolica.
  5. Richiesta di responsabilità “non di chi viene semplicemente a collaborare in quella che è sempre stata ed è la nostra opera”,
  6. ma di chi viene a realizzare la parte che gli compete nel ruolo che la Chiesa ha nel mondo e al suo interno” (Gonzalo Tejerina Arias, Comunidad religiosa y laical, Confer regional CL, Valladolid 1996, pp.18-19).

 Nelle intenzioni del Capitolo Generale, la novità può essere così intesa: 

  1. Una delle varie strade che si aprono ai laici per la loro spiritualità specifica, spiritualità secolare, può essere il carisma di un istituto religioso che per novità e potenziale evangelico può essere offerto come un dono dello Spirito per concretizzare e arricchire la loro fede.

  2. Se un dono dello Spirito suscita oggi nella Chiesa movimenti laicali accanto alla vita religiosa nei quali qualsiasi credente, uomo o donna, giovane o adulto, celibe o coniugato, può trovare un progetto spirituale concreto che lo aiuta a vivere la sua fede, non si può negare che altrettanto può avvenire con il carisma che ha dato origine ad una comunità religiosa”.

  3. Perché ciò possa realizzarsi, “sarà assolutamente determinante che i portatori di tale carisma, l’istituzione religiosa, siano effettivamente una realtà viva che attrae e rende visibili i suoi frutti, i quali derivando da un impegno profondamente vissuto rendano il carisma degno di attenzione e di sequela da parte dei cristiani secolari” (Gonzalo Tejerina Arias o.c., pp.38-39).

  4. I Christifideles laici secolari e laici consacrati, ( n.d.r. fedeli, discepoli di Cristo, s’intende) lungi dall’essere in una situazione di cui lamentarsi, vengono costituiti parte integrante della medesima vocazione.

  5. Dal battesimo e dalla cresima arriva la missione che la Chiesa affida a un Ordine o Congregazione perché la realizzi con altri cristiani.

  6. Il laico cristiano impegnato non viene in funzione di supplenza per ruoli che il religioso materialmente non può più coprire; non viene a prendere dall’Istituzione la sua missione,

  7. Viene invece a realizzare il suo impegno cristiano, personale e non delegabile, nella vita ospedaliera. Egli infatti ha ricevuto la sua missione nell’incontro con Cristo e con la sua appartenenza alla Chiesa.

  8. L’incontro e la collaborazione tra religiosi e fedeli laici esprime comunione ecclesiale e rafforza le energie apostoliche per l’evangelizzazione del mondo. 

La questione scabrosa e antipatica che nessuno vorrebbe affrontare è nei termini che brutalmente metto lì: “Tutto bello! Ma con i soldi come la mettiamo?”

Il problema si pone certamente e l’argomento andrà affrontato. Per il momento mi limito a questa considerazione: secondo me il vero interrogativo a monte è un altro: “Ospitalità: Samaritani o Albergatori?”. La domanda è anche il titolo di una ricerca avviata a parte e, per il momento, solo in termini interrogativi. La risposta è solo apparentemente facile, perché si fa in fretta a dire samaritani! Sui soldi invece, bisognerà riflettere senza indugio. Cosa che personalmente non ho ancora fatto. 

CHI E’ IL LAICO ASSOCIATO? 

Suore Ospedaliere - Volontari 1Il Documento Capitolare HSC precisa che, pur trovandosi tra i collaboratori anche dei laici non credenti che si identificano con i progetti e sono solidali con la cultura ed i valori ospedalieri dell’Istituto confessionale quando promuove il bene comune, la giustizia, la promozione umana, premessa la collaborazione con tutti, quando parla di “laici” in senso stretto, non intende riferirsi a tutti i collaboratori. E’ bene che venga sempre chiarito il significato che si vuole dare al termine “laico”. E, giacché tale distinzione non mi risulta evidenziata nei documenti dei Fratelli Ospedalieri, il termine si presta a ingenerare malintesi e confusione. 

Dalla premessa che siamo tutti chiamati alla santità, consegue che: 

  1. Laico è, per definizione, una figura e un termine teologico ed ecclesiale. Non parliamo di semplici professionisti bensì di laici del popolo di Dio, di coloro ai quali vogliamo offrire una particolare partecipazione al nostro carisma e alla missione ospedaliera a partire dalla fede comune e dalla comune appartenenza alla Chiesa”(Cf.Gonzalo Tejerina Arias, Comunidad religiosa y laical).

  2. Parlando di “laici associati”, ci riferiamo a quanti, essendo credenti e assumendo la loro vocazione di laici nella Chiesa e nel mondo, non solo vogliono vivere il carisma, la spiritualità e la missione ospedaliera, ma desiderano arrivare a qualche forma di istituzionalizzazione della loro appartenenza alla nostra Congregazione”.

  3. Nella nostra Congregazione, giungere all’adesione di carattere associativo di “laici ospedalieri associati” significa fare un passo in più verso l’integrazione sulla quale stiamo riflettendo. Un passo che oggi richiede da noi

  • studio attento,
  • riflessione condivisa,
  • sereno discernimento.
  1. Nel proposito di rivitalizzare la Comunità Ospedaliera facendo rivivere il carisma anche ai laici, questi in primo luogo dovrebbero essere coloro con i quali condividiamo il nostro lavoro” Cf.Gonzalo Tejerina Arias, Comunidad religiosa y laical).

  2. Può accadere che quelli che ci stanno accanto ogni giorno siano i meno recettivi alla proposta di condividere almeno in parte la nostra spiritualità e il carisma ospedaliero, o che a noi manchi il coraggio di porgere l’invito proprio a coloro che ci conoscono meglio”.

  3. Che si tratti di una vocazione speciale all’interno della vocazione fondamentale cristiana di seguire Cristo nella Chiesa, viene così motivato: “Un carisma è sempre dato dallo Spirito ad una persona o ad un gruppo perché vivano con autenticità la sequela di Cristo nella Chiesa secondo una dimensione particolare” (Marcello Zago, Laicos en el contexto eclesial, Vida Religiosa, Boletin 12.)

  4. Il primo punto chiave che religiosi e laici associati devono rispettare è l’ecclesialità. “Concretamente significa accettare e vivere la vocazione comune a tutti i discepoli di Cristoi come viene presentata dalle Scritture e dalla tradizione viva della Chiesa”.

  5. Il secondo punto chiave che religiosi e laici associati devono rispettare è la condivisione di una identità all’interno di una famiglia carismatica: “Un carisma particolare è un dono trasmesso dallo Spirito perché sia condiviso da membri della Chiesa per il bene loro e di tutto il corpo di Cristo. La compartecipazione al carisma non è pertanto la partecipazione ad una società di lavoro, né a un club di interessi sociali e religiosi comuni. E’ la partecipazione alla vita dello Spirito che spinge a vivere tutta l’esistenza cristiana secondo un aspetto particolare. Normalmente vi si evidenziano tre dimensioni:

      1. vivere il Vangelo o novità cristiana secondo alcune accen- tuazioni. Non significa fare una selezione del messaggio ma di vivere tutto il Vangelo secondo un determinato aspetto, che ne caratterizza anche la spiritualità. Questo costituisce una spiritualità cristiana speciale che può esprimersi secondo i diversi stati di vita ecclesiale: sacerdotale, religiosa, laicale.

      2. Vivere la dimensione missionaria, cioè apostolica, dovere di ogni cristiano, secondo una visione e finalità proprie. Visione che deve essere incarnata in modo concreto, che varia secondo lo stato di vita e situazioni. Condividere lo stesso carisma nella sua dimensione missionaria non comporta esercitare gli stessi ministeri, che potranno variare secondo lo stato di vita, religioso o laicale, le necessità dei luoghi e dei tempi, e il ruolo concreto.

      3. Vivere la dimensione comunitaria, che è essenziale a tutta la vita cristiana ma che può esprimersi diversamente secondo l’indole carismatica e secondo lo stato di vita, celibe, coniugato o religioso.

  6. Il timore di subordinazione vicendevole viene superato dal rapporto di complementarietà. Poiché il modo di interpretare e vivere il carisma comune va adattato al proprio stato di vita e di azione, le due forme, necessariamente diverse, hanno in comune

  • conoscenza e stima reciproca,
  • accettazione delle persone e dei rispettivi percorsi
  • compartecipazione dei doni .

10. Da tale comunione e complementarietà “nasce un arricchimento e un sostegno reciproco fra religiosi e laici. Si può avere così, all’interno della “famiglia carismatica” una vera esperienza di comunità ecclesiale che permette di superare l’anonimato e l’appartenenza strutturale e rispetta le differenze”.

11. Le strutture dei consacrati sono già elaborate.

12. Le strutture dei laici associati devono essere sviluppate da essi stessi.

13. Le strutture di interdipendenza fra religiosi e associati devono emergere dal dialogo, nel rispetto di entrambe le parti, in modo che tutti possano alla stessa fonte carismatica, assumendo modi concreti di incarnazione secondo il proprio stato. La partecipazione comune rafforza in essi la comunione e la collaborazione e si converte in segno di vita carismatica”.

14. “L’aggregazione dei laici, adulti o giovani, alla nostra vita, è una entità di per sé importante e capace di non essere strumentalizzata a fini di proselitismo”.

15. “Tale aggregazione costituisce un modo di far conoscere ciò che siamo e che vogliamo fare e, oltre a contribuire al nostro rinnovamento, può risultare feconda per la nostra vita e per i nostri progetti. Ministero e carismi sono un dono ma non un fenomeno straordinario, sono servizi necessari per l’edificazione della comunità in cui sono suscitati, si discernono e si alimentano” (Cf. F.Martinez, Iglesia sacerdotal, Iglesia profetica).

      1. 16. Il documento capitolare HSC, a questo punto sottolinea che “non saranno i laici a tirarci fuori dalla situazione vocazionale che attraversiamo. L’aggregazione del laico non è l’ultima occasione che ci si presenta e in cui dobbiamo porre la nostra fiducia”. In questo senso “non ci salveranno i laici”.

      2. Ci salverà la tenacie, quotidiana convinzione che non possiamo morire perché la Vita abita in noi.

    • Ci salverà lo Spirito del Signore
    • e la nostra volontà.
    • Ma lo Spirito del Signore parla ed opera attraverso tutti i figli e le figlie di Dio” (Gonzalo Tejerina Arias, Comunidad religiosa y laical, p.52).
  1. La legittimità di questo processo di comunione fra collaboratori laici e consacrati deriva dal vincolo mantenuto vivo con il resto della comunità cristiana coordinata dai suoi pastori.

  2. Viene citato il documento della Conferenza Episcopale Spagnola “Los cristianos laicos, Iglesia en el mundo”, Madrid 1991, nn13.4, con il quale i pastori stimolano “religiosi e religiose (…)

  • affinché con la testimonianza della loro vita,
  • con l’esperienza della varietà e ricchezza dei carismi
  • e con la collaborazione del loro servizio gratuito,
  • contribuiscano alla promozione di comunità testimoni, punti di riferimento,
  • e di un laicato più evangelico”.
  1. Il documento accenna, senza approfondire, un punto delicato:

Certo se le strutture sociali di servizio ci appartengono, se l’opera è nostra, a noi può competere l’iniziativa, ma non possiamo fare del laico un mero recettore passivo di un ruolo da noi prescritto”.

  1. La collaborazione esigerà da noi, oltre al rispetto per la loro condizione di laici, di aprirci ai loro apporti e suggerimenti, di avere sufficiente apertura e semplicità di spirito per accogliere la loro diversa sensibilità, le loro analisi e le proposte concrete.

  2. Nuovamente ribadisce: “I collaboratori non sono recettori passivi, sono generatori e partecipi attivi di tutto questo dinamismo. Contrariamente, significherebbe cadere in atteggiamenti paternalistici e utilitaristici che i laici più consapevoli e validi della nostra cerchia rifiuterebbero in qualche modo”.

  3. Ciò che s’impone è la formalizzazione di strutture concrete di partecipazione. Tale cooperazione “esige apertura reciproca per un mutuo arricchimento e riconoscimento di ciò che si è e si vive; questo suppone un trattamento cordiale e una collaborazione leale. Non c’è posto per il dubbio, la sfiducia, la paura; sono atteggiamenti che portano all’isolamento, alla solitudine e allo sfinimento”. 

LAICI OSPEDALIERI ASSOCIATI 

Il Documento Capitolare, alla luce degli orientamenti generici esposti, porta ora a fare una riflessione specifica sui laici ospedalieri associati. Per poter vivere una spiritualità di comunione nella missione è presupposto un cambiamento di mentalità reciproco che io non darei tanto per scontato:

  • i religiosi dovrebbero abbandonare il “privilegio di possedere in esclusiva” il carisma,
  • i laici dovrebbero spogliarsi della loro “passività”.

Operazione facile? Neanche per sogno! Possibile? Sì. 

Fin che si tratta di offrire la propria spiritualità ai laici, di renderli partecipi del carisma, di integrarli alla missione apostolica, la convergenza esiste; il difficile è “associarli individualmente o in gruppo, alla istituzione religiosa in forma giuridica” (Victor Codina, Mutuas relaciones entre religioso y laicos, Vida Religiosa, Boletin 12.D’altra parte, non si vede come possa essere eluso il problema. 

Il condividere, il dividere con di religiosi e laici riguarda un fatto preciso: la missione. Secondo le indicazioni che fornisce A. Botana in Identidad y Misiòn compartida, Documentos CELAS, “La missione condivisa non si identifica con un “insieme di compiti” svolti da un gruppo di professionisti sanitari, religiosi e laici, che ridurrebbe tutto a una questione di “gestione: programmazione, coordinamento, divisione dei ruoli, democratizzazione della gestione, applicazione del principio di sussidiarietà, ecc. Missione condivisa significa condividere non solo i ruoli ma il significato di missione. 

Allo scopo di favorire anche il dibattito, qui ho cercato di raccogliere per punti i diversi significati di missione: 

  1. Alla base c’è il mandato che Gesù ha dato alla sua Chiesa e che giustifica la sua stessa esistenza: essere testimoni del Risorto, annunciare la Buona Notizia del Regno non solo a parole ma anche con i fatti. Ogni cristiano, in quanto battezzato e cresimato partecipa a questa missione per diritto e dovere proprio. 
  2. La missione condivisa si riferisce, in una visione di fondo, all’opera evangelizzatrice totale della Chiesa, alla quale partecipano tutti i fedeli in diverse forme:“nella chiesa c’è varietà di ministeri ma unità di missione”.

  3. Ognuno partecipa alla missione secondo i propri doni, ossia secondo il carisma che gli è stato concesso a beneficio della Chiesa per lo sviluppo della sua missione nel mondo.

  4. I carismi sono concessi a determinate persone ma possono essere partecipati anche ad altri, in tal modo sii perpetuano nel tempo come viva e preziosa eredità che genera una particolare affinità spirituale tra le persone. Così è nato il carisma ospedaliero.

  5. La condivisione della missione ospedaliera diventerà, pertanto, la condivisione della missione di “continuare nella Chiesa e per il mondo la missione salvifica di Gesù a favore degli ammalati mentali e minorati fisici e psichici, con preferenza poveri” HSC, cf. Cost.1995,n.3) 

  6. testimoniando che Gesù, Buon Samaritano, rimane vivo tra gli uomini,

  7. annunciando il Vangelo con la stessa vita ospedaliera.

  8. Da tempo i laici partecipano al progetto ospedaliero da “tecnici”, apportando le competenze specifiche in un progetto confezionato dai consacrati.

  9. La Chiesa li invita ad inserirsi in questo progetto in quanto credenti e, quindi impegnati nella missione che la Chiesa realizza mediante il progetto.

  10. Nasce un interrogativo di fondo: se laici e consacrati stanno realizzando uno stesso lavoro, se entrambi partecipano alla stessa missione, stiamo anche svolgendo lo stesso ministero o funzione della Chiesa al servizio dell’umanità inferma e bisognosa? Le rispettive identità apportano una differenza?

  11. La perplessità è originata dal ruolo caratteristico del ministero ospedaliero che è uguale per tutti: accogliere, curare, servire e amare l’umanità lacerata e dimenticata, con gli stessi sentimenti di Gesù Cristo e con la sua stessa abnegazione.

  12. Necessita una precisazione: ognuno è ospedaliero non solo per quello che fa, per il compito concreto che svolge, ma per tutto quello che è e che rappresenta, con tutta la sua persona.

  13. Si possono svolgere compiti na non si può fare il ministro: si è ministro.

  14. Religiosi e collaboratori laici assumono dinanzi alla Chiesa il “ministero dell’ospitalità cristiana” anche se personalizzano il ministero comune in modo diverso.

  15. La differenza proviene dal diverso significato che la missione condivisa ha per ognuno.

  16. L’identità e le differenze originarie vanno cercate non nel lavoro realizzato, che può essere lo stesso, ma nell’essere, nel complesso della persona.

Le attese:

  • Una testimonianza di fede, di trascendenza in tutto ciò che avviene, la consapevolezza che Dio è presente nell’opera dell’ospitalità. Riguarda sia consacrati che laici:
  • – i consacrati, a partire dalla loro consacrazione evangelica,
  • – i laici dal loro impegno evangelico di persone cresimate.
  • Un segno di vita dell’Uomo Nuovo che sta nascendo, manifestazione di una nuova fraternità tra gli uomini, si rivela:
  • – consacrati: nella vita di Fraternità,
  • – laici: nel vissuto comunitario e di associazione fraterna. 
  • Un segno del Regno che indica gli obiettivi finali della missione e i sui destinatari preferenziali:

                  – nei laici in special modo come azione trasformatrice del mondo;

                 – nei consacrati come segno escatologico della nuova realtà. 

  1. Riguardo a questi tre aspetti, come possano consacrati e laici condividere il carisma ospedaliero senza perdere i tratti caratteristici delle rispettive identità di consacrazione e di secolarità è tutto ancora da scrivere e richiede riflessione.

  2. La missione dev’essere concretizzata in un progetto di azione in ogni momento e situazione storica. Il carisma che risiede nella Comunità Ospedaliera suscita in essa un duplice movimento:

  • di fedeltà allo Spirito che anima la missione,

  • di creatività per dare la migliore risposta alle necessità attuali.

21. Consacrati e laici, oltre ad una buona pianificazione-organizzazione- efficacia, debbono apportare al progetto segni concreti nel riconoscere che il primo valore è Dio, il Vangelo, la fede in Cristo, buon Samaritano dell’umanità che passò – e passa – facendo del bene e sanando ogni infermità;

22. Segni concreti

  • nel riconoscere che le persone, soprattutto gl’infermi mentali e i disabili fisici e psichici, sono più importanti dei programmi e degli orari;
  • che vale la pena “perdere” il tempo con loro, ascoltandoli, accompagnandoli, servendoli e amandoli pazientemente;
  • segni di opzione per i poveri i piccoli, quelli che nessuno vuole;
  • segni che con la nostra povertà viviamo in solidarietà con loro;
  • segni che quello che conta è il Regno, il fare Chiesa samaritana, essere disposti, insieme agli altri membri della comunità terapeutica, credenti e non credenti, a donare le nostre energie e mezzi materiali.

23. I consacrati all’ospitalità e i laici, più che attratti, sono degli inviati da Dio verso questa porzione della grande Missione totale della Chiesa. Per missione intendono l’Ospitalità, la porzione di missione in cui sono chiamati ad operare.

  1. La fedeltà al carisma ereditato si esprime attraverso la creatività delle risposte concrete ed efficaci alle necessità dei malati mentali, disabili, fisici e psichici. Il Progetto Ospedaliero è l’espressione del contributo dato a partire dalla libertà creativa, per sviluppare la missione.

  2. La missione è azione di Dio affidata all’uomo. Ha bisogno di progettazione (creatività dell’uomo) per essere realizzata. Essa però non si riduce al progetto, va al di là, lo supera. Il Regno è il progetto di Dio ed è oltre le realizzazioni umane, anche se esige la mediazione

  3. Condividere la missione è andare oltre il progetto ospedaliero concreto.

  4. Se la missione è diretta a tutti, nessuno escluso, ha, tuttavia, preferenze dichiarate: i più bisognosi, i più poveri, gli emarginati…sono i destinatari preferenziali. Il progetto dovrà assumere e rendere esplicita tale preferenza.

  5. Non c’è solo il nostro mondo ma anche i paesi in via di sviluppo…

  6. Tra antiche emarginazioni e nuove esclusioni, bisogna scoprire in quest’ora della storia i volti più dimenticati. Per l’HSC essi possono essere: i malati psichici cronici, i cerebrolesi o persone affette da squilibri pur senza arrivare ad una vera e propria patologia…”Affinché la forma espansiva del carisma si sviluppi a livello universale (…) continueremo a dare impulso e priorità alla presenza della Congregazione nei paesi in via di sviluppo” (p.44). 

RISCHI E INCOGNITE 

Come tutte le cose umane, anche la visione esposta presenta dei pericoli che devono essere percepiti e prevenuti. La riflessione delle Sorelle Ospedaliere indica due gravi rischi che possono minacciare il Progetto Ospedaliero nella nuova fase di “missione condivisa”: 

  1. eliminare la missione dall’esperienza del progetto;
  2. eliminare le differenze identificatici di religiosi e laici nella missione condivisa. 

a. Eliminare la missione dall’esperienza del progetto. 

  • Consiste nel fondere l’uno (il progetto) con l’altra (la missione).
  • Ciò accade quando s’imposta la “missione condivisa” con l’ottica del “fare” e della “efficacia”, riducendo il tutto a “condividere funzioni”.
  • Il progetto viene portato avanti come una divisione di incarichi, dimenticando l’ideale della missione e i segni che rivelano la trascendenza del Regno 

Conseguenze: possono essere fatali: 

  • professionalizzazione e scomparsa della coscienza ministeriale,
  • rimozione progressiva e rapida del consacrato, giacchè la “funzione” non ha bisogno del consacrato;
  • Giacchè il consacrato è profeta e, pertanto richiesto dalla missione per essere segno delle dimensioni che rivelano l’iniziativa di Dio, la presenza del Regno, se la missione viene meno, cosa ci sta a fare?
  • Questo rischio può essere provocato, in parte, dalla necessità di dare soluzione urgente alle esigenze delle leggi sanitarie, quando sembra “obbligatorio abbandonare le utopie e andare al concreto”.
  • In alcune realtà (vanno individuate quali, senza esitazione) la situazione attuale di sproporzione tra personale religioso e secolare può occultare la dimensione ministeriale del progetto;
  • Il sogno, dunque, va in frantumi perché, per comodità, per timore o per sfiducia, i laici non sono preparati sotto questo aspetto.

 b. Eliminare le differenze identificatrici di religiosi e laici nella missione condivisa. 

  • Consiste nel fare “tabula rasa” delle differenti identità dei laici e religiosi coinvolti nel progetto;
  • Spesso accade perché non se ne conosce il ruolo differente e complementare rispetto alla missione,
  • Per errata comprensione di ciò che comporta la condivisione della missione.

 Come prevenire il rischio? 

  • Il cammino verso la “missione condivisa” deve essere approfondito, sia dai consacrati che dai laici, nella “esperienza di Dio”.
  • Bisogna convincersi che è l’unico modo per scoprire l’azione ospedaliera come missione.
  • Il laico deve prendere coscienza della sua vocazione e coltivare la spiritualità che ne deriva: matrimonio, famiglia, professione, relazioni sociali…
  • Il laico deve scoprire quale apporto può dare alla missione con i doni personali che, da laico, si esprimono nell’esperienza di lavoro.

  • Il consacrato deve riscoprire che la sua spiritualità passa attraverso la valorizzazione della sua consacrazione come segno profetico di Dio che sta al di là di tutto, e che esige gratuitamente si doni come gratuitamente si riceve. 

Questa riflessione sui rischi è di A. Botana, Identidad y Misiòn compartida, Documentos CELAS.  

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SPIRITUALITA’ OSPEDALIERA 

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Non ho a disposizione le ultime Costituzioni dell’Ordine Ospedaliero di San Giovanni di Dio. Comunque, la condivisione della spiritualità tra religiosi e laici trova in esse formale legittimazione. 

Il volume sulla Spiritualità dell’Ordine, appena edito dalla Curia Generalizia con il titolo: “IL CAMMINO DI OSPITALITA’ SECONDO LO STILE DI SAN GIOVANNI DI DIO” esce a proposito perché viene finalmente a colmare una lacuna. 

Sulla condivisione del carisma così scrive Josè Maria Arnaiz: “Un carisma particolare è un dono trasmesso dallo Spirito. La compartecipazione al carisma è la partecipazione alla vita dello Spirito che spinge a vivere tutta l’esistenza cristiana secondo un aspetto speciale”. (In “Con ellos y con ellas”, Vida Nueva, 1996) 

Ch. Duquoc è del parere che oggi i modi di vivere una spiritualità concreta, pensata per religiosi, possono essere insufficienti a identificare in qualche modo l’esistenza cristiana e l’esistenza religiosa. ‘assunzione di una spiritualità religiosa era comprensibile quando il laicato non aveva una missione vera e propria nella Chiesa ma oggi non avrebbe alcuna giustificazione‘ (Situaciòn historica dek credente y existencia cristiana, S.1965) 

LAICI OSPEDALIERI” HSC coglie in questa osservazione “un avvertimento utile contro il pericolo di colonizzare altri stati di vita con una spiritualità religiosa o clericale di fronte al quale bisognerà porre attenzione; ma non vi è difficoltà a vivere la spiritualità ospedaliera se si partecipa al carisma a partire dalla specificità propria dei laici”.(p.54) 

Le Sorelle Ospedaliere ritengono che l’inconveniente si può evitare: “per animare questa spiritualità possiamo offrire procedure, modalità ed espressioni che alimentino la “vita nello Spirito” dei laici, quella personale e sociale, familiare e professionale. Possiamo e dobbiamo offrire spazi di preghiera e di celebrazione”.

 Pur riconoscendo il peso della giornata lavorativa e la peculiarità della vita familiare, il ritmo e il modo per poter celebrare insieme la fede accolta, condivisa, espressa, vanno assolutamente trovati perché dimensione necessaria ad ogni esperienza di comunione e di missione:

La celebrazione della liturgia eucaristica e anche della penitenza in una comunità viva, fa sentire in modo nuovo la presenza del Signore nel gruppo dei credenti e li apre alla pienezza del potere salvifico e trasformante”. (Gonzalo Tejerina Arias, Comynidad religiosa y laical, pp.46-46). 

Giussani mendicante di CristoViene riferito che qualche collaboratore ha iniziato a studiare la dimensione della spiritualità del laico ospedaliero e che la riflessione richiede uno studio monografico. In attesa, invito a leggere il messaggio di Mons. Luigi Giussani agli infermieri radunati in convegno. Egli si esprime con parole rivelatrici di una premessa che è data per certa in quel contesto di “Associazione Medicina e Persona”, ossia l’aver incontrato Cristo, la Presenza che cambia i destini: 

  • Dico a tutti… la mia gratitudine per una testimonianza offerta in un ambito della vita così esemplare come quello del servizio, umile e appassionato, alla persona in quanto dipendente dal Mistero che fa tutte le cose, così come si documenta nell’esperienza della malattia, del bisogno anche fisico. 
  • In un tempo che ha smarrito il valore della persona come fatta da Dio – salvo celebrarne l’efficienza e l’apparenza di riuscita -, chi per lavoro si dedica alla cura del fratello uomo, è più di altri chiamato a dare l’esempio gratuito di quella condivisione che la vita di Gesù sempre documenta, 
  • Come quel giorno in cui incontrò per strada una madre che accompagnava il figlio al cimitero; le si accostò commosso e se ne uscì con quell’ espressione inimmaginabile: “Donna, non piangere!”; e poi le restituì il ragazzo vivo, miracolo nel miracolo. 
  • Prendersi cura dell’altro fino a questo punto è una cosa dell’altro mondo, in questo mondo. 
  • Quale madre, infatti, può con sicurezza guardare il suo bambino se non nella prospettiva del suo destino? 
  • Allo stesso modo deve sentirsi osservato chi a voi si rivolge per un aiuto concreto o anche solo per uno sguardo di conforto nel dolore, segno di un’amicizia eterna che dà speranza. 
  • Per questo alla domanda che vi siete posti sento di poter rispondere che, sì, è ancora ragionevole e bello fare l’infermiere pur in una condizione pesante e scarsamente ricompensata. 
  • Ragionevole, perché la partecipazione alla vita concreta di chi incontrate – e l’obbedienza alle circostanze come vi si presentano ogni giorno – è per voi il modo di fare la volontà di Dio, un Dio misteriosamente presentito per chi non crede o riconosciuto presente per chi ha fede. 
  • Bello, perché non c’è cosa più entusiasmante che “dare la vita per i propri amici”; e perciò sacrificare vita, energie e tempo affinché l’altro viva, cioè si realizzi secondo l’ampiezza del suo destino che neanche la morte può fermare – voi ne sapete qualche cosa -, tanto è fatto per l’infinito il cuore di ogni uomo”.(Febbraio 2000) sul tema “INFERMIERE: MESTIERE, PROFESSIONE, CARITÀ?!” 

Questa è una pagina di spiritualità ospedaliera indirizzata a laici. Se venisse rivolta a dei religiosi, cosa si potrebbe aggiungere? Un grazie per questo “prendersi cura” a tempo pieno, in povertà, castità e obbedienza. Effettivamente anche questa è una cosa dell’altro mondo, in questo mondo. 

LA COMUNITA’ DI FEDE 

L’atto costitutivo, l’anello di fidanzamento fra queste due realtà complementari che sono i laici ed i consacrati, potrebbe essere espresso attraverso la creazione della comunità di fede quale luogo d’incontro di quanti condividono la missione, luogo in cui si sperimenta il lavoro come grazia e missione. 

Espressione della comunione ecclesiale tra uguali seppur diversi, la Comunità Di Fede (per gli amanti delle sigle: CDF) diventerebbe uno dei segni sostanziali ed evidenti di una nuova identità tra coloro che intendono andare 

  • oltre una propria vita religiosa, 
  • oltre la mera professionalità manifestata in attività sociali,
  • per vivere gli aspetti comuni della fede,
  • per potenziare la crescita degli aspetti specifici della vocazione di ciascuno.
  • A guadagnarne, ad arricchirsi sarebbero tutti: le attività, i consacrati e i laici.

Almeno sulla carta, le Sorelle, in HSC. Identità del collaboratore, p. 5, lo ammettono e lo affermano esplicitamente:

la corresponsabilità e la partecipazione dei laici al nostro carisma dell’ospitalità rappresentano un nuovo periodo nel modo di pensare e di vivere la nostra vita religiosa” . 

Come procedere? L’integrazione ha delle esigenze: 

Consacrati:

  • Revisione di progetti e purificazione interiore;
  • Processo di rinnovamento personale e istituzionale.

 Laici:

  • Presa di coscienza di appartenere ad una società fortemente individualista, secolarizzata, in cui la cultura dominante è molto lontana dalla visione cristiana della realtà e dell’uomo.
  • Disponibilità ad una progressiva revisione di vita, ad una personalizzazione delle scelte, a vivere la vita in una dimensione di fede. 

La corresponsabilità viene come conseguenza. E’ illusorio chiederla a priori, quando uno si muove vagamente nelle nebbie di una proposta che, a livello interiore “è già e non ancora”, perché necessita di un tempo di maturazione. 

Io spero che ci si renda conto che stiamo parlando di cose robuste, di cibi non adatti per chi ha denti da latte. Non è per scoraggiare, ma, da quanto ho potuto leggere sull’argomento in questi ultimi anni, vedo una sottovalutazione del problema, accompagnata da una gioconda faciloneria. A leggere certe sparate, si ha l’impressione che la grande svolta possa avvenire tra la sera e la mattina. Supposto che si ponga mano all’aratro oggi stesso, per essere più realista del re, oserei dire che, salvo miracoli, chi pianta datteri non mangia datteri. 

Hospitalitas

Le Sorelle Ospedaliere, almeno nelle alte sfere, sembrano credere davvero alla CDF. Anche le idee risultano chiare e distinte:

  • Questa comunità di credenti intorno al carisma ospedaliero trova un fattore radicale nel nostro carisma di consacrazione religiosa.
  • Attraverso questo carisma di profezia radicale del Regno di Dio, con disponibilità più immediata alla sequela del Signore, la nostra vita consacrata è il dono dello Spirito per suscitare nella Chiesa fascino, ammirazione e sequela tra i numerosi fedeli laici del Popolo di Dio sensibili alle esigenze del battesimo.
  • In quanto consacrate, la nostra relazione con il laico in un progetto di vita e di missione, ha la responsabilità di essere segno profetico di radicalità evangelica”.

 Le Sorelle dicono che, per avere una pianta frondosa, bisogna piantare una radice viva. La pianta frondosa di una realtà ecclesiale viva si può ottenere a certe condizioni: 

  • se intorno a noi non nasce questa esperienza di Chiesa,
  • se il nostro operare nella funzione sociale rimane limitato a ciò che è puramente professionale,
  • è possibile che stiamo patendo una grave sterilità spirituale e carismatica, vale a dire che lo “Spirito riposa, sosta”, non è attivo tra di noi. 

Le Sorelle non si fermano qui. Per raggiungere questo obiettivo – sembrano molto determinate – è necessario disporre di comunità religiose che: 

  • abbiano: una chiara identità carismatica assimilata e vissuta, la conseguente capacità di comunicarla agli altri, e siano disposte alla partecipazione,
  • vivano: un’intensa spiritualità ed un forte dinamismo evangelizzatore,
  • sappiano: entusiasmare e animare i laici a partecipare al carisma della Congregazione secondo il proprio carattere secolare e il differente stile di vita, invitandoli a scoprire nuove forme di ospitalità. 

Cosa se ne deduce? 

  • Che senza idee chiare non si va da nessuna parte.
  • Che la comunità religiosa, oggi, dovrebbe diventare
  • un centro di irradiazione di forza spirituale,
  • di collaborazione ecclesiale,
  • di vigore apostolico;
  • dovrebbe essere modello e stimolo,
  • causa e possibilità per creare comunità.

 CONVIVENZA COMUNITARIA TRA RELIGIOSI E LAICI? 

Le Sorelle il problema se lo sono posto. Nella dimensione della comunione, fra le tante idee circolanti e ricorrenti, “alcuni suggeriscono di pensare a qualche forma di convivenza comunitaria tra religiosi e laici oltre alla comunione carismatica. E’ ciò che avviene in alcuni movimenti attuali. In questa possibilità vi è indubbiamente il rischio di snaturare del tutto la specificità della vita fraterna in una comunità stabile di persone consacrate. 

Tuttavia, bisogna riconoscere che a volte la comunità religiosa chiusa in se stessa si rende appartata, quasi nascosta, o è addiritura ignorata dall’ambiente sociale, e perde la capacità di essere quel segno luminoso che dovrebbe”. (Bruno Secondin, “El futuro de la vida religiosa. La partecipacòn de los laicos en el carisma de los istiitutos religiosos) 

QUALE SFIDA PER I VOTATI ALL’OSPITALITÀ OGGI? 

Provo ad elencare le sfide che si presentano dall’opzione per i laici collaboratori associati, perché diventi più facile il riscontro sul già fatto e il da farsi. E’ prioritario: 

  1. Che le comunità religiose promuovano ed incoraggino la comunità ospedaliera;
  2. Che vi si inseriscano senza perdere la propria identità di comunità consacrate;
  3. Che si presentino, per via del carisma, come
  • segno della presenza di Dio: luogo di raccoglimento e di preghiera;
  • segno di fraternità: luogo dove si accoglie e si condivide;
  • segno di dedizione alla missione: comunità “intenzionale”
  1. La comunità religiosa deve trovare il suo nuovo “status” dentro la comunità ospedaliera:

  • un nuovo tipo di relazioni che possono modificare il suo funzionamento interno,
  • una chiara coscienza del suo significato profetico di fronte alla “Comunità Ospedaliera”,
  • un modo nuovo di porsi di fronte alla missione nella quale ha il compito di manifestare la sua dedizione alle dimensioni e agli obiettivi più dichiaratamente evangelizzatori. (A. Bota, Identidad y Missiòn compartida, Documentos CELAS.

5. Il religioso deve dare una testimonianza efficace dei valori del Regno ad un laico eccessivamente guidato dai criteri e dai valori del mondo in cui si vive; va mostrato il significato esistenziale e trascendente dei tre voti:

  • la verginità consacrata, come segno della spiritualità che è la dimensione fondamentale di ogni amore;
  • la povertà religiosa, come testimonianza preziosa di austerità a favore della libertà interiore e della solidarietà esteriore, esigenze di ogni cristiano;
  • l’obbedienza religiosa come incarnazione dell’appello alla rinuncia di sé e alla disponibilità personale, esigenza di ogni esistenza cristiana. (S. Gonzalo Tejerina Arias, Comunidad religiosa y laical).

6. “L’odierna situazione sociale e culturale esige che in nome del Regno s’introducano anche nella convivenza, nel linguaggio e nei progetti, gli elementi gratuiti e non soltanto quelli funzionali e produttivi.

E’ la testimonianza di quell’ideale che infrange le barriere di ciò che è razionalmente impossibile per proporre la libertà e il servizio, la gratuità e la speranza, la trascendenza e la pace.

Accanto ai laici che si sforzano di prolungare la vita, di produrre la ricchezza necessaria, di creare condizioni umane di giustizia, dignità, solidarietà, unità, esistono i religiosi cui viene chiesto

  • di essere una parabola inquietante all’interno della Chiesa,
  • di essere i segni di un mondo nuovo,
  • di un’altra scala di valori,
  • di pienezza trascendente e misteriosa,
  • per il sostegno e la prefigurazione di quella fraternità universale che la Chiesa cerca appassionatamente” (Cf.B. Secndin, El futuro de la vida religiosa. La partecipacòn de los laicos en el carisma de los istiitutos religiosos)

  1.  Prendere coscienza che i laici edificano i religiosi apportando la testimonianza ispirata cristianamente,
  2. Che i laici aiutano a superare forme ambigue di fuga dal mondo,
  3. Che i laici aiutano a sviluppare la consacrazione a Dio come impegno al servizio dell’uomo e della società,
  4. Che i laici aiutano a vincere la tentazione di una sacralità formale,
  5. Che i laici aiutano a vincere il pericolo di insensibilità di fronte a situazioni di ingiustizia e oppressione di persone e gruppi umani,
  6. Che i laici aiutano a vincere il pericolo di dimenticare che la lotta per la giustizia è parte necessaria della evangelizzazione.,
  7. Che i laici aiutano a relativizzare la forte istituzionalizzazione di cui talvolta soffrono gli Ordini e Congregazioni,
  8. Che i laici aiutano i religiosi ad aprirsi a sensibilità nuove, a urgenze e impegni apostolici, alla conoscenza tecnica dei problemi sociali;
  9. Che i laici offrono la testimonianza del loro stato di vita, nel lavoro, nel matrimonio, e nella famiglia;
  10. L’amore coniugale dei cristiani dice ai consacrati che l’amore è concreto, incarnato, personalizzato, creativo, che nella sua condizione sacramentale è spazio di incontro con Dio ed esperienza di salvezza cristiana.
  11. Il consacrato prende coscienza che i collaboratori laici possono apportare la relazione con il mondo e l’apertura ad esso, la sensibilità e interpretazione dei segni dei tempi, possono essere vincolo di unione e canale di interpretazione tra la famiglia ospedaliera e il mondo esterno, ponte tra la società e l’Istituzione religiosa,
  12. Il consacrato prende coscienza che la presenza dei laici, pur nel medesimo spirito, è una presenza singolare, con un apporto specifico, quale la visione secolare di tutti i valori che identificano la famiglia ospedaliera, una visione e un’esperienza laica della fede e della missione; trasmette i valori della famiglia creando un arricchimento morale reciproco tra famiglia ospedaliera e famiglie personali. 

Come si vede, la collaborazione porta intrinsecamente ad uno scambio dei doni. Questi saranno più copiosi quando i gruppi laici, in seno alla stessa famiglia spirituale, parteciperanno per vocazione e a modo proprio al carisma e alla missione degli Ordini e delle Congregazioni. 

FORMAZIONE 

Ritengo sia il problema cruciale su entrambi i fronti, anche se i religiosi, per un certo verso, partono avvantaggiati. 

A pag. 62 di “Laici Ospedalieri”, il nostro Dr. D. Gonzalo Tejerina Arias de la Facultad de Teología de Salamanca, ripetutamente citato, così introduce l’argomento: 

  1. La formazione come approfondimento razionale dell’oggetto e delle ragioni della fede in generale e del carisma in particolare, costituisce un elemento necessario per sviluppare e continuare le proposte su cui riflettiamo.
  2. Considerata la mutua implicazione e interdipendenza nella fede tra la conoscenza del Dio rivelato, la donazione affettiva a Lui, la prassi della fraternità evangelica e l’impegno cristiano, il deficit della conoscenza oscura e indebolisce l’esperienza.
  3. E’ evidente che un laico in maggioranza non formato nella fede configura una Chiesa e delle comunità di scarsa vitalità (in cui non mancano responsabilità di alte figure ecclesiali). Al contrario, l’esistenza di un laicato ben formato suppone ed equivale ad una comunità ecclesiale in pieno vigore.
  4. Nel progetto per costituire una comunità credente di convocati dal carisma ospedaliero è necessario, quindi, un buon piano operativo e un buon programma di formazione.
  5. Fra i contenuti concreti dell’azione formativa dentro la comunità laico-religiosa aperta alle grandi istanze della cultura attuale, è d’obbligo menzionare espressamente la teologia della Chiesa come Popolo di Dio, mistero di comunione e di missione;
  6. Dalla compenetrazione concettuale e affettiva con questa ecclesiologia dipende in gran parte la progressiva maturazione dell’impegno laicale.
  7. All’interno di questa ecclesiologia trova posto lo studio della teologia del laicato, della vita religiosa e del ministero, indispensabile a tutti per impostare correttamente una collaborazione reciproca.
  8. La testimonianza della nostra vita [di consacrati] è indispensabile per la trasmissione del carisma, ma è imprescindibile anche una buona formazione.
  9. E’ necessaria la verbalizzazione e l’espilicitazione, la spiegazione e l’approfondimento.
  10. E’ necessario un piano concreto e sufficiente di formazione dei collaboratori con un settore specifico sul carisma dell’ospitalità.
  11. L’impostazione e lo sviluppo della formazione devono essere curati nel modo e nella forma per evitare di produrre effetti contrari a quelli desiderati (pedagogia e metodologia).
  12. Non è sufficiente la buona volontà di far parte della famiglia ospedaliera, è necessario organizzare un programma di formazione che faccia conoscere il carisma e la sua storia, la spiritualità e i suoi mezzi impliciti: stile di preghiera, di apostolato e di organizzazione, le intenzioni storiche e i testimoni eminenti.
  13. In questo processo formativo sono necessari anche momenti e modalità d’incontro con l’Istituzione, seri e sistematici, al fine di verificare la fedeltà di svolgimento e la coerenza dei nuovi percorsi”. 

Perché non si perda mai di vista un punto fondamentale di tutta la riflessione, credo sia il caso di ribadire un concetto già espresso altrove: 

Laico è, per definizione, una figura e un termine teologico ed ecclesiale. Non parliamo di semplici professionisti bensì di laici del popolo di Dio, di coloro ai quali vogliamo offrire una particolare partecipazione al nostro carisma e alla missione ospedaliera a partire dalla fede comune e dalla comune appartenenza alla Chiesa”. (Cf.Gonzalo Tejerina Arias, Comunidad religiosa y laical). 

Se lo si dimentica, questa pretesa di adeguata formazione finisce per sembrare esagerata, maniacale. E’ evidente che il numero di coloro, uomini e donne, che risponderanno a tale chiamata non potrà essere di massa. Di qui la necessità di convergere le persone interessate verso corsi di base tenuti e sostenuti economicamente da più Istituti Religiosi interessati, allo scopo di poter disporre di docenti qualificati e sedi dignitose.

Oserei dire di più: il carisma dell’ospitalità impone che non si dimentichi di formare laici anche per la sanità pubblica. Dovrebbe essere Religiosi e Rreligiose ospedalieri, ossia espressione dalla Chiesa sanante, devono sentire ed assumere anche questo impegno ecclesiale, altrimenti di nessuno. Se l’Associazione Medicina e Persona già lo fa, attraverso Comunione e Liberazione, presente nel pubblico e nel privato, non possono essere assenti i carismatici per definizione. Purtroppo c’è una proverbiale tendenza è andare ognuno per la propria strada:      ognuno per sé e Dio per tutti”.

In un’altra pagina riporto il documento pontificio che richiama un po’ tutti ad assumere il proprio carico di fatica tra assistenza e missione. 

Hospitalitas 02

FATEBENEFRATELLI: “ULTIME NOTIZIE” – SI FA PER DIRE – LE CASTAGNE SUL FUOCO – Angelo Nocent

Globuli Rossi Company

ULTIME NOTIZIE” – SI FA PER DIRE

Quando avevo praticamente ultimato la mia ricerca, ho scovato in Internet un recente intervento all’A.R.I.S. di Suor Vittoralma Comaschi. Se la prospettiva che viene da lei indicata, non so quanto condivisa, dovesse andare in porto, rimetterebbe in discussione l’orientamento che gli istituti religiosi ospedalieri italiani hanno formalmente assunto, attraverso i capitoli generali nell’ultimo decennio, linea che è emersa anche nelle pagine precedenti.

Prima di fare delle considerazioni su tale ipotesi è utile rifarsi al testo integrale che, per comodità, riporto anche questa volta, senza alterare, in una forma schematica non prevista dall’autrice.

IDENTITA’ E RUOLO DELLE ISTITUZIONI SANITARIE CATTOLICHE NELLA PASTORALE SANITARIA DELLA CHIESA ITALIANA

Intervento di suor Vittoralma Comaschi 

Suor Vittoralma ComaschiPer iniziare questo intervento relativo all’Identità e ruolo delle Istituzioni Sanitarie Cattoliche nella pastorale sanitaria della Chiesa italiana mi si permetta di riprendere alcuni pensieri che P. Umberto Rizzo – per lunghi anni Presidente lungimirante dell’A.R.I.S. – esponeva, alcuni anni or sono, ad Acquaviva delle Fonti in occasione di un Convegno sull’umanizzazione della medicina. All’interrogativo: “Che ne sarà di queste nostre Opere?” proveniente dall’urto di mentalità laiche e laiciste e dalla sempre crescente crisi vocazionale, p. Rizzo dava una provocante risposta di cui riprendo il senso.

a. Dato che non è prevedibile che le nostre Istituzioni, espressioni di intuizioni, di impegno e dedizione di persone consacrate che ci hanno preceduto, rimangano del tutto “nostre” nella loro gestione, esse devono divenire sempre più della Chiesa.

b. È necessario cioè che la Chiesa italiana, nella propria pastorale sanitaria, utilizzando la nostra residuale presenza, si orienti e ci orienti a conservare per le Istituzioni, cui abbiamo dato inizio, l’identità e il ruolo che assicurino la presenza della Chiesa nel Servizio Sanitario nazionale, regionale e locale.

c. Solo se le Istituzioni Sanitarie Cattoliche saranno viste, presentate, volute e sentite come opere della Chiesa, nazionale e locale, nelle quali tutti i cattolici hanno il diritto-dovere di partecipazione e corresponsabilità, esse potranno essere salvate dai molteplici pericoli che le assillano. “Questo – diceva, concludendo, P. Rizzo – non vuol dire ammainare le vele, ne, tanto meno, privare della nostra presenza le Opere tanto amate”.

d. Vuol dire cambiare metodo. Vuole dire rimanere per quelle mansioni che sono più congeniali e tipiche di anime consacrate.

e. Vuole dire rimanere per investire dello spirito dei nostri Fondatori i nuovi Responsabili che continueranno con noi, o forse senza di noi, ma comunque per la Chiesa e con la Chiesa il grande Servizio“.

Il mutamento tanto auspicato da P. Rizzo è ancora in sofferta elaborazione, mentre sono rapidamente e sostanzialmente modificate le regole legislative ed organizzative che disciplinano i servizi sanitari in Italia.

    1. Vuoi per mancanza di religiosi, vuoi per difficoltà ad adeguarsi alle nuove pressanti normative alcune istituzioni sanitarie cattoliche sono state chiuse o si sono trasformate assicurando prestazioni assistenziali e non più sanitarie.

    2. Inoltre altre significative istituzioni sanitarie cattoliche sono state cedute al privato for-profit, che libero da motivazioni se non quello del profitto, meglio è riuscito ad adeguarsi ai nuovi indirizzi legislativi in campo sanitario.

    3. La presenza delle Istituzioni sanitarie cattoliche, laddove era forte nei religiosi e nei laici la motivazione di appartenenza alla Chiesa è cresciuta sul piano qualitativo e quantitativo.

    4. Le Istituzioni sanitarie cattoliche che hanno saputo accettare le provocazioni innovative del mondo laico, sono ora in grado di intervenire, come presenza significativa, nel processo scientifico in corso e nei metodi di cura, salvaguardando la vita in tutti i suoi momenti. Il che ci consente di avere autorevolezza nel dibattito sulle questioni di rilevanza biomedica, ma anche di presentare modelli concreti e operativi alternativi di cura e di ricerca.

    5. Sarà sempre più importante nel futuro, dal punto di vista ecclesiale, affiancare ai documenti di riflessione bioetica la testimonianza concreta – sul campo – della possibilità di fare la migliore medicina rispettando l’etica.

    6. Il Santo Padre, nella Vita consacrata (n. 83) ricorda “ai consacrati e alle consacrate che fa parte della loro missione evangelizzare gli ambienti sanitari in cui lavorano, cercando di illuminare attraverso la comunicazione dei valori evangelici… in piena conformità con l’insegnamento morale della Chiesa, istituendo per questo anche centri di ricerca e di formazione e collaborando fraternamente con gli organismi ecclesiali della pastorale sanitaria“.

    7. Ogni Istituzione Sanitaria Cattolica in Italia, qualunque sia la propria dimensione e ruolo specifico nel settore della medicina, si qualifica come tale solo se è evangelizzata ed evangelizzante, testimone di carità e di comunione ecclesiale.

    8. E ciò ormai non può più essere lasciato ad una programmazione interna alla singola Istituzione, occorre avere un quadro di riferimento ecclesiale, autorevole insieme e ampio per lasciare spazio all’iniziativa dello Spirito e coinvolgere tutte le componenti della Chiesa italiana.

    9. Se nella Novo millennio ineunte il Santo Padre ha richiamato le varie Chiese a non dimenticare che tutta la programmazione pastorale non può prescindere dall’obiettivo della “santità”, non dovrà forse entrare anche questo aspetto nella pastorale sanitaria della chiesa in Italia?

    10.  È forse illusorio guardare verso Istituzioni Sanitarie Cattoliche come “scuole di santità” per i degenti, per coloro che li servono servendo in loro Cristo, per i sanitari stessi che non potrebbero santificarsi se non nella loro professione, come noi religiosi siamo chiamati a non dividere vita spirituale, servizio nell’obbedienza, carisma e professione?

    11. Ecco una feconda nuova visuale dell’Istituzione Sanitaria Cattolica che se anche non può essere posta nelle nostre Carte legali, dovrebbe essere nel cuore di ogni cattolico.

    12. Nel documento dell’allora Pontificia Commissione circa l’apostolato per gli operatori sanitari, edito nel 1987, e rivolto ai religiosi, dopo aver richiamato l’importanza del segno della vita religiosa nel mondo della sofferenza e della salute e fatto riflettere sul dovere di essere in esso “testimoni di Dio”, si passava a parlare dei religiosi come “testimoni della comunione”, ma ciò era riferito quasi esclusivamente alla comunione fra i religiosi stessi.

    13. Alla luce di una Chiesa che è tutta comunione qualcosa di nuovo dovrebbe risultare anche nel piano della pastorale sanitaria. Noi religiosi con le nostre Istituzioni abbiamo svolto un ruolo ecclesiale sussidiario.

    14. Non è forse arrivato il momento in cui, davanti alla diversità di situazioni e vastità delle implicazioni il soggetto vero e originario, la Chiesa, si riappropri delle proprie responsabilità ed eserciti una azione di coordinamento a livello nazionale che garantisca davanti al Paese l’interesse che la Chiesa ha per l’uomo “via della Chiesa”, sia esso in età educativa (settore istruzione), sia esso in fase di infermità (settore sanitario)?

    15. Ciò che i religiosi, con le loro Istituzioni Sanitarie Cattoliche, hanno operato nella Chiesa e per la Chiesa contribuendo alla santità del popolo di Dio, all’edificazione della Chiesa, e per la liberazione dell’uomo, continuando a provocare una più evangelica valutazione del mondo della salute come luogo privilegiato di evangelizzazione deve divenire ormai campo di responsabilità di tutta la Comunità ecclesiale.

    16. Non si attenda che le nostre Opere sanitarie muoiano soffocate dalle istituzioni che le hanno in parte imitate, ma che non sempre e non in tutto si ispirano più ai veri e sani principi del Vangelo. Ed è dovere della Chiesa tutta agire perché dalla sanità non si venga emarginati”.

Cosa dire?

Mi sembra che si respiri la solita confusione provocata dalla necessità di far quadrare il cerchio. Credo che tutti capiscano dove stiano le contraddizioni di questo ragionamento condotto sul filo dell’equivoco. Se si imboccata la strada della radicalità bisognerebbe poi essere consequenziali e non mi sembra che la Comaschi lo sia nelle sue conclusioni che invocano un compromesso Chiesa-Stato non so quanto fattibile. 

Suor Vittoralma parte da questo presupposto:

    1. non è prevedibile che le nostre istituzioni rimangano del tutto “nostre” nella loro gestione”.

Dunque è prevedibile che i religiosi perdano in tutto o in parte i loro diritti di proprietà degli attuali istituti di cura che posseggono. Secondo lei due sarebbero i motivi:

    1. urto di mentalità laiche e laiciste,

    2. crescente crisi vocazionale.

Ammette che “il mutamento tanto auspicato da P. Rizzo è ancora in sofferta elaborazione, mentre sono rapidamente e sostanzialmente modificate le regole legislative ed organizzative che disciplinano i servizi sanitari in Italia”. Non dice invece che tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare. Anche se poi è lei stessa al punto 11 ad ammettere l’esistenza di uno scoglio non facilmente sormontabile: “se anche non può essere posta nelle nostre Carte legali, dovrebbe essere nel cuore di ogni cattolico”.

Secondo lei i Vescovi italiani dovrebbero provocare un disegno di legge che salvi la capra e i cavoli. Naturalmente affida alla loro immaginativa di essere gli estensori di uno schema giuridico che sia costituzionale, evangelico, democratico e condiviso da un sufficiente schieramento politico che lo approvi. Rischierà di fare la fine della menzione delle radici cristiane che si vorrebbe nella Costruzione Europea.

La questione, nei termini in cui è posta, probabilmente può essere risolta solo se si accetta la radicalità evangelica della spogliazione dei beni e delle strutture che appartengono ai religiosi e se la comunità ecclesiale è disposta a farsi carico della evangelizzazione degli operatori sanitari e dei malati che si troverebbero esposti su tre fronti alternativi: strutture sanitarie pubbliche, fondazioni no profit, cliniche private.

Poiché fino ad oggi nessuno schieramento politico si è opposto alla presenza dei religiosi in sanità come nella scuola, potranno continuare a restarci fin quando non vanteranno nuove pretese. E quelle di Suor Vittoralba potrebbero risuonare alle orecchie di qualche movimento politico proprio rivendicazioni ingiustificate e scatenare un putiferio.

Desumo che sia lecito porsi alcune domande:

  1. La proposta è realistica?
  2. La proposta è opportuna?
  3. La proposta è appropriata?
  4. E ancora: è lo Stato che soffoca le Istituzioni religiose, che le trascina al collasso?
  5. Non è che il male si annidi altrove, proprio dove non lo si vuole ammettere, ossia in casa propria?

Come si vede, tutte domande serie e legittime che evidenziano un dato: il cerchio va stringendosi. Intendiamoci, non ci troviamo di fronte ad un’improvvisa calamità naturale. Sono temi che si rimuginavano già quarant’anni fa.

Nella sanità italiana e forse anche europea va delineandosi un bipolarismo cattolico: più Stato/più privato. C’è da chiedersi se sulle Istituzioni Religiose non pesino eccessivamente i ritardi di ieri e di oggi, rispetto ai segni dei tempi. Se una maggiore crescita dell’etica della responsabilità dei laici credenti è ormai necessaria, proprio per colmare cronici ritardi, più che superficiali e paternalistici approcci non si registrano.

Dopo secoli di immobilismo laicale nella chiesa, pretendere ora che vengano bruciate le tappe, riempiti i fossati, eliminati gli steccati è utopistico. Se la Christifideles laici ha il pregio dell’intuizione e di aver impresso un orientamento, Chiese locali e Istituti Religiosi producono più parole e documenti che iniziative mirate.

Dietro questo apparente immobilismo ho l’impressione che qualcosa stia silenziosamente evolvendo. Il naso mi dice che il Movimento “Medicina & Persona” di Comunione e Liberazione ha già fiutato il problema e sta operando all’interno delle Istituzioni Pubbliche e non. Nei prossimi anni li vedremo sulla scena protagonisti di un cambiamento sostanziale del modo di lavorare in ospedale: 

Il nostro scopo è legato a quell’aspetto molto semplice che nasce dalla presenza in un ambiente di lavoro di una persona che ha un’ideale come punto di partenza, in particolare per noi un ideale cristiano. Questo dà vita sicuramente a un giudizio: uno che sia primario, aiuto, assistente o infermiere, se vive questo tipo di lavoro partendo da un ideale, in particolare da un ideale cristiano, non può non giudicare quello che fa, non può non avere un modo originale con cui guarda il suo lavoro non in modo neutrale, tecnico, professionale asettico, ma secondo un modo di guardare la realtà, che è tanto più capace di valorizzare ciò che si fa quanto più grande è il punto di partenza e tanto più importante è il criterio di giudizio.

 Noi ci poniamo prima della rivendicazione, ci chiediamo se ci sia innanzitutto un atteggiamento di gratitudine, d’accettazione, di positività nel nostro lavoro. Ci deve essere una associazione che tuteli questa positività, ci deve essere una associazione che prima di dire le condizioni per cui deve cambiare il lavoro si preoccupi di capire come, nella condizione in cui uno è, può vivere il lavoro che fa, lieto, contento sapendo che ogni giorno si esplica il suo compito nell’ambito sanitario”.

 Davanti a queste istanze i religiosi potrebbero trovarsi in affanno e rivelarsi proprio i primi oppositori. La Compagnia delle Opere costruirà ponti e zattere di salvataggio dove potrebbero trovare riparo naufraghi ed esuli. Il principio ispiratore è chiaro e dichiarato: 

La nostra associazione quindi si pone come scopo quello di creare opere, dopo lo scopo di valorizzare le presenze, nel pubblico o nel privato: opere secondo un’idea che noi abbiamo chiamato di sussidiarietà, riprendendo un principio nato da una Enciclica, la Quadrigesimo anno, per la quale quando i cittadini, le persone sanno autoorganizzarsi, sanno dare risposte ai bisogni che hanno (soprattutto rispetto alla Sanità, all’Assistenza, all’Istruzione e alla Cultura) lo Stato non deve intervenire, può intervenire solo laddove questo non avviene.

Nei settori come la Sanità, la sussidiarietà costituisce la tradizione e la storia perché l’ospedale nasce originalmente dalla cultura cattolica. Ai tempi in cui non c’erano gli antibiotici, i malati infetti erano curati solo da persone per cui l’ideale valeva più della vita: la Sanità è nata e si è sviluppata in questo modo. 

Il terzo livello, è la politica, perché evidentemente oggi ciò che nasce in questo modo dal popolo, secondo il principio di sussidiarietà suggerisce alla politica modelli che funzionano”.

Bisogna ammetterlo: questo Movimento, avendo le mani slegate da vincoli vocazionali, giuridici, patrimoniali, storici e culturali, riesce a muoversi con più agilità, a fare breccia nel cuore di operatori sanitari di ogni grado, progettare la botte nuova, senza l’impiccio di dover rattoppare il vestito vecchio. Ordini e Congregazioni religiose, invece, non sono in grado di muoversi con altrettanta disinvoltura.

A meno che…

Non bisogna disperare. Se non si può competere con la fantasia dello Spirito Santo di Dio, è possibile assecondarlo nei suoi progetti celati e troppo spesso dimenticati nell’archivio eucaristico. O si consultano o non se ne esce. Proviamo a verificare?

  1. E’ lo Spirito a fare l’Eucaristia e quindi la Chiesa.
  2. Prima il pane e il vino vengono trasformati in Corpo e Sangue di Cristo.
  3. Ma a cosa servirebbero i due alimenti se non fosse per trasformare gli offerenti che vi partecipano, nell’unico Corpo di Cristo?
  4. 1 Corinti 10,17: “ Poiché c’è un solo pane, noi, pur essendo molti, siamo un corpo solo: tutti infatti partecipiamo dell’unico pane”.
  5. Quindi noi offerenti diventiamo così il luogo e lo strumento per seminare l’opera di Cristo nel tempo e nello spazio.
  6. Come Gesù è stato il sacramento del Padre, così la Chiesa oggi è il sacramento di Cristo.
  7. La sintesi è questa: sul Calvario l’amore di Dio si è presentato storicamente; nell’Eucaristia, sacramentalmente; nella Chiesa, esistenzialmente come vita donata. E’ proprio ciò che noi oggi chiamiamo Chiesa come “mistero”.
  8. Dentro questa realtà di Chiesa si comunica e matura l’esistenza cristiana dei singoli credenti, sempre frutto dello Spirito, che costruisce nelle coscienze il “santo”, cioè la vita redenta e divinizzata.

La Sua opera si può ravvisare in tre operazioni:

  • incorporazione,
  • conformazione,
  • compimento.

L’ospitalità è una fontana che sgorga da questo contesto.

  1. Ezechiele 36, 24-28: “Metterò dentro di voi uno spirito nuovo”.

  2. Matteo 28, 20: “Ecco, io sono con voi tutti i giorni fino alla fine del mondo”.

  3. Giovanni 14, 16-18: “ Non vi lascerò orfani. Io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Consolatore perché rimanga con voi per sempre”.

  4. I manovali sono affiancati dall’Ingegnere, che è anche Direttore dei lavori, ossia il Paraclito: “Prenderà infatti del mio e ve lo annunzierà” (Gv 16,18)

  5. Potentemente rafforzati nell’uomo interiore mediante lo Spirito” (Ef 3,16), siamo coinvolti gradualmente negli atti vitali di conoscenza e di amore che intercorrono tra il Figlio e il Padre, creature nuove, trasformate ma rispettate nella nostra identità di uomini e di interlocutori liberi e personali.

Da qui deriva la vita di preghiera e l’esperienza mistica: contemplo.  Da qui deriva l’azioneagisco.

  1. Contemplazione è la fusione delle due esperienze: l’una sostiene l’altra.

  2. Simo chiamati in sanità a portare misericordia, dal momento che possediamo le stesse viscere di misericordia del Padre compassionevole.

  3. Le Istituzioni sono peccatrici perché noi siamo peccatori.

  4. Nel peccato, Dio è fedele: qui si rivela il suo cuore: “S’è fatto maledizione, peccato, perché nelle sue piaghe noi fossimo guariti” (Is. 55,3).

  5. Romani 5,20: “dove è abbondato il peccato ha sovrabbondato la grazia”.

  6. Le riforme devono rivelare il cuore di Dio.

  7. L’onestà deve rilevare il “giudeo” che c’è in me: “A causa della loro caduta la salvezza è giunta ai pagani; la loro caduta e stata ricchezza del mondo e il loro fallimento ricchezza dei pagani. L’indurimento di una parte d’Israele è in atto fino a che saranno entrate tutte le genti”. (Rom 11,12-25)

  8. Peccato, misericordia, perdono…: tutto è per far brillare la gratuità del dono, quindi la sua universalità; e proprio perché immeritata, asicura il cuore che Lui è salvezza per me, per te, per noi, per tutti!

  9. I discepoli del Signore, nelle diverse espressioni storiche, sono giunti alla medesima conclusione: “ O profondità della ricchezza, della sapienza e della scienza di Dio! Quanto sono imperscrutabili i suoi disegni e inaccessibili le sue vie” (Rom 11,33).

  10. Giovanni di Dio a Granada ha costruito un villaggio-sanità disegnato da Dio. Il collaudato modello è stato esportato e riprodotto nel mondo. Ogni volta che è posto in discussione, vuol dire che al progetto sono state apportate delle varianti abusive, non condivise dall’Architetto. Restaurare vuol dire riportare l’opera all’originale splendore.Si possono rifare il tetto, le grondaie, i pavimenti, ma guai a metterele mani sull’asse portante:eucaristia-medicina-persona.

  11. Maria ha vissuto il più grande travaglio epocale: farsi gremo a disposizione di Dio. Lei ha avuto la pazienza del tempo. Non si è impazientita né irritata e nemmeno scandalizzata quando le parole non davano immediato riscontro. In ogni tempo le parole patiscono i iritardi, non esprimono subito i loro significati, non bastano a farci innamorare dell’Infinito. Solo il tempo che passa sa farci appassionarci di Lui in ogni cosa finita in cui c’imbattiamo.

  12. Chi si mette sui binari del’ospitalità, prende parte alla maternità di Maria, presenza suprema nella storia dell’universo.

  13. Immaginando i giorni di Maria con il Mistero racchiuso nel grembo, che sente, che percepisce, che riconosce, che abbraccia con tutta se stessa, dentro di sé, ritroviamo che l’ esperienza è ripetibile nella comunione con il Corpo e Sangue di Cristo. L’Amèn è il sì determinato e convito all’ Azione dello Spirito che intende fare incarnazione nella nostra fragile carne: “Non sapete che siete tempio di Dio e che lo Spirito di Dio abita in voi?” (1 Cor 3,16).

  14. O in ospedale si fa l’esperienza del triduo pasqule (Cena, Getsemani, Calvario, Sepolcro, Risurrezione), incontro di Cielo e Terra, mescolanza dell’umano e del divino, o non è. Vuol dire edificare semplicemente cliniche, ossia altra cosa, officine di riparazione. Bisogna tenerlo presente nelle riforme.

  15. Se la sofferenza diviene un modo di “obbedire” a Dio, cioè il più nudo atto di fede e di amore, un esprimere la nostra resa a Dio, la fiducia totale e piena, nuda e coraggiosa, ripulitura al massimo da ogni interesse, i votati all’ospitalità devono creare le condizioni perché la ribellione istintiva di ogni malato ceda il posto alla fiduciosa obbedienza: “Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito” (Lc 23,46).

  16. L’albergatore si preoccupa delle medicine, del vitto. Al samaritano sta a cuore che il malato non cada “in preda all’angoscia”(Lc 22,44).

  17. Il ricoverato è Cristo al Getsemani. Se non vengono i discepoli a confortare, dovranno venire gli Angeli: “Allora dal cielo venne un angelo a Gesù per confortarlo; e in quel momento di grande tensione pregava più intensamente. Il suo sudore cadeva a terra come gocce di sangue. (Lc 22,43-44).

  18. Ma non è ciò che chiede il Signore: “ Li trovò addormentati, sfiniti per la tristezza e disse loro: “Perché dormite? Alzatevi e pregate per resistere nel momento della prova”(Lc 22,45). E’ in corso una nuova prova. C’è chi dorme e chi è depresso. Potranno superarla solo gli oranti.

A PROPOSITO DI VOCAZIONE

Nessuno meglio dei religiosi Fatebenefratelli d’Italia è in grado di comprendere l’urgenza di un ricambio generazionale che assicuri persone generose e sante per l’annuncio del vangelo della misericordia in parole ed opere tra le corsie dei luoghi di cura. 

Fra-Sergio-Schiavon-o-h-Il Card. Dionigi Tettamanzi così proclamava di recente dall’ambone del Duomo di Milano:

Solo da una coscienza limpida e gioiosa della grandezza e bellezza della vocazione ricevuta e, insieme, dell’importanza e urgenza della missione che vi è connessa, può nascere e crescere il bisogno di pregare perché anche altri fratelli e sorelle accolgano e vivano la vocazione al ministero e alla vita consacrata.

La scarsa preghiera per le vocazioni – Dio non voglia la non preghiera –non è forse un segno oggettivo che noi sacerdoti e persone consacrate non siamo veramente innamorati ed entusiasti del dono e del compito che il Signore ci ha dato? Non ci è lecito gustare in modo egoistico la grazia della vocazione e gioirne senza allargare il nostro cuore nella preghiera perché tanti altri possano condividere con noi lo stesso compiacimento e la stessa spirituale letizia!”.

Ed aggiungeva:

Ed ora, alla luce del Percorso pastorale diocesano “ Mi sarete testimoni”, vorrei condividere con voi una riflessione sulla vocazione nella prospettiva specifica della missionarietà. Mi soffermo brevemente sul binomio inscindibile vocazionemissione. Potremmo presentarlo così, con due piccole frasi, quanto mai semplici ma dal contenuto assai ricco e stimolante: Non c’è vocazione senza missione, non c’è missione senza vocazione! 

Sì, non c’è vocazione senza missione. La vocazione, infatti, non è una realtà a sé, chiusa in se stessa. Per sua natura, per il suo intimo significato è polarizzata alla missione. È interiormente scossa da un dinamismo, ossia da un movimento inarrestabile e insopprimibile, che la ordina e la conduce alla missione. 

La vocazione è sempre “per” qualcosa. Più precisamente, è per servire il disegno che Dio rivela e affida a colui che viene chiamato. In una parola: la vocazione è essenzialmente missionaria; non può non essere missionaria. E dunque la missionarietà è dimensione costitutiva e ineliminabile della vocazione. 

Ciò significa che la conoscenza amorosa del disegno di Dio – nella sua bellezza e urgenza – è il prerequisito necessario, è la condizione indispensabile per accogliere la vocazione. In realtà, è Dio stesso che ci presenta il suo disegno su di noi e quindi la missione che intende affidarci nella Chiesa e nel mondo, e conseguentemente ci chiama. 

Dobbiamo allora partire dalla missione per decifrare, comprendere e vivere la nostra vocazione. È questo un dato molto importante e gravido di conseguenze. L’esperienza ci dice che nel discernimento vocazionale spesso corriamo il rischio di uno sguardo eccessivamente centrato sul proprio io: sulle proprie capacità e sui propri limiti, sulle proprie attese e sulle proprie paure. 

Occorre uno sguardo più aperto e coraggioso: i nostri occhi devono fissarsi sulla grande causa del Regno di Dio nella storia, sulle sfide e sui compiti immani che la Chiesa oggi deve affrontare, sulle urgenze di rinnovamento umano e spirituale della nostra società. Certo, è uno sguardo che può incutere non poca paura, ma che insieme è capace di sprigionare entusiasmo ed audacia grandi. E comunque diventa una sfida alla libertà della persona, che non può sottrarsi alla fondamentale conseguenza di tale sguardo: accogliere o rifiutare la vocazione del Signore. 

Preghiamo perché i chiamati – preti e diaconi, persone consacrate, missionari, coniugi e genitori, fedeli laici – vivano la missione ricevuta con una tale fedeltà e generosità da divenire testimoni, educatori e amici dei ragazzi, degli adolescenti e dei giovani nel loro discernimento vocazionale. Solo mostrando con la vita quotidiana il fascino e l’urgenza della loro “avventura missionaria”, potranno aiutarli ad accogliere e a seguire la vocazione del Signore. 

Non c’è missione senza vocazione. In che senso la missione non è mai disgiunta dalla vocazione? Nel senso che la missione scaturisce dalla vocazione e si configura come il realizzarsi della vocazione: è il alla vocazione! La missione nel suo svilupparsi diviene, pertanto, un’obbedienza continuata alla vocazione ricevuta. 

E ancora: non c’è missione senza vocazione nel senso che la vocazione dà significato, forza e slancio alla missione: la plasma, la alimenta, la stimola e la sostiene.

In questa prospettiva, per custodire e far crescere il binomio – una specie di “alleanza” – vocazione-missione, è necessario tenere sempre fresca e vigile in noi una triplice coscienza. Occorre, anzitutto, riconoscere che è il Signore a mandarci; è lui che ci manda chiamandoci a “condividere” la sua stessa missione: «Come il Padre ha mandato me, anch’io mando voi» (Giovanni 20, 21). 

In secondo luogo, dobbiamo credere che lui è sempre presente e operante con la sua grazia, come ci ricorda la finale del Vangelo di Marco parlando della missione degli Undici: «Allora essi partirono e predicarono dappertutto, mentre il Signore operava insieme con loro e confermava la parola con i prodigi che l’accompagnavano» (Marco 16, 20). 

È necessario, infine, essere convinti che noi siamo solo – ma quale stupenda dignità è nascosta in questo fatto! – strumenti o «servi inutili», come afferma Gesù stesso: «Così anche voi, quando avrete fatto tutto quello che vi è stato ordinato, dite: Siamo servi inutili. Abbiamo fatto quanto dovevamo fare» (Luca 7, 10). 

C’è una splendida illustrazione del binomio vocazione-missione, che ritroveremo tra poco nella nostra Veglia: è l’esperienza del profeta Geremia, un’esperienza altamente paradigmatica e insieme intimamente affascinante, perché ciascuno di noi ritrova tutto se stesso nel personalissimo dialogo di Dio con il suo profeta. 

È un dialogo che si ripete anche con ciascuno di noi e che suscita nel nostro cuore parole e atteggiamenti colmi di stupore, di gratitudine, di fiducia. E se ora parlo al singolare, è proprio per dare voce a quel colloquio intimo e singolarissimo che il Signore intavola con tutti e vuole provocare in ciascuno di noi qui presenti. 

  • «Prima di formarti nel grembo materno, ti conoscevo» (Geremia 1, 5). Sì, o Dio, sono stupito e commosso nel sentirmi da te conosciuto prima di apparire e di sbocciare nel grembo di mia madre.
  • «Prima che tu uscissi alla luce, ti avevo consacrato» (ivi). Sono grato e incantato, o Signore, nel sapermi da te “consacrato”, ossia destinato a una missione.
  • «Ti ho stabilito profeta delle nazioni» (ivi). È sempre grandiosa e sorprendente la missione che tu, o Dio, mi affidi. È grandiosa, perché è sulla misura del tuo amore, che so essere senza misura!
  • Chi o che cosa mi potrà spaventare? Su di te, sulla tua parola ripongo la mia fiducia e trovo serenità e sicurezza.
  • Tu sai che cosa vuoi da me e io so che non mi abbandoni. So che tu, nel tuo immenso amore, investi grande fiducia su di me, mi dai una consegna: «va’ da coloro a cui ti manderò e annunzia ciò che io ti ordinerò. Non temerli, perché io sono con te per proteggerti» (vv. 7-8).
  • Sì, ho piena fiducia in te, o Signore. Non ho paura della missione che mi affidi, la missione di essere costituito «sopra i popoli e sopra i regni per sradicare e demolire, per distruggere e abbattere, per edificare e piantare» (v. 10).
  • Non ho paura e non temo, perché tu stendi la tua mano, tocchi la mia bocca e metti su di essa le tue parole (cfr. v. 9), perché tu sei con me e mi proteggi.
  • Nessun dubbio mi può vincere o frenare: anche se quella che mi affidi è una missione difficilissima e impegnativa, so che posso portarla a compimento perché essa riposa sulla certezza di essere chiamato dal tuo amore e sostenuto dalla tua fedeltà onnipotente.

Carissimi, continuiamo la nostra Veglia, il cui cuore – dicevamo – è la preghiera per le vocazioni. In questo senso, la Veglia si pone come testimonianza del valore e dell’importanza che tutti noi attribuiamo a tale preghiera. 

Di conseguenza, si pone come invito a una preghiera che deve farsi costante – direi quotidiana – e che deve vedere coinvolti i singoli, le famiglie, le comunità parrocchiali, le diverse aggregazioni ecclesiali e, in modo tutto particolare, quanti devono impegnarsi nel discernimento e nell’accompagnamento vocazionale: la fascia dei ragazzi, degli adolescenti e dei giovani e quella dei genitori e dei vari educatori. 

Quanto scrive il Papa nella sua lettera Novo millennio ineunte, ossia che «le nostre comunità cristiane devono diventare autentiche “scuole” di preghiera» (n. 33), non può non trovare una sua specifica applicazione proprio nella preghiera per le vocazioni, così che si realizzino l’augurio e l’invocazione di Giovanni Paolo II, che nel Messaggio scrive: «Lo Spirito Santo renda la Chiesa intera un popolo di oranti, che elevano la loro voce al Padre celeste per implorare sante vocazioni per il sacerdozio e la vita consacrata» (n. 4). In questo «popolo di oranti», ciascuno di noi ha il suo posto, un posto importante e insostituibile: non disertiamolo mai! 

Questa preghiera ci aiuterà a custodire e intensificare sempre di più in noi – i “chiamati” – la coscienza del grande dono del Signore e insieme l’intima e feconda alleanza tra vocazione e missione. 

Vogliamo ricordare qui, a conclusione, il sentimento profondo che riempiva il cuore di san Carlo Borromeo e che ha voluto esprimere nel Discorso tenuto durante l’ultimo Sinodo della sua vita (1584) con questo appello (rivolto ai sacerdoti, ma valido per tutti): «Pensiamo bene, carissimi fratelli, di quali grandi e quali degne cose Dio ha messo nelle nostre mani! 

Che forza dovrebbe tenere questa considerazione per esercitare una vita degna di consacrati. Il popolo necessita di un alimento solido: non limitiamoci ad essere ombra, ma incarnazione viva della disciplina cristiana… La candela, per illuminare gli altri, deve consumarsi. Così dobbiamo fare noi: consumare noi stessi per santificare gli altri… Tutti siamo certamente deboli, lo ammetto, ma il Signore Dio mette a nostra disposizione mezzi tali che, se lo vogliamo, possiamo far molto. Senza di essi però non sarà possibile tener fede all’impegno della propria vocazione».

IL CORAGGIO DELLA VOCAZIONE

Al di là di ogni retorica che può soffocare l’evento,

  • ogni vocazione è un gesto di coraggio che nasce da una trama di relazioni.
  • Ogni vocazione è coraggio di una libertà adulta che si consegna.
  • Ma questo coraggio è il mistero di ogni vocazione. È il mistero stesso di diventare adulti.

Il mistero non è l’eroico votarsi ad una vita di sacrifici, di lacrime e sangue, tipicamente dell’asceta e del martire.

  • La chiamata ad essere schiene a disposizione di Dio avviene e prende autorevolezza attraverso ogni parola cristiana, ogni annuncio, pronunciati nel contesto della comunione che l’Evangelo genera, propizia, nutre e feconda.
  • A generare la vocazione è la comunità cristiana. Lo stesso vescovo che, ad esempio, celebra un’ordinazione sacerdotale, è lui stesso segno di questa comunione sulla quale egli stesso, per la medesima via tramata di relazioni e di grazia che è la sua vocazione, è sguardo autorevole (episcopé) e cura attenta.

Leggendo l’Antico Testamento, balzano in evidenza alcune vocazioni:

  • Isaia afferrato,
  • Geremia sedotto,
  • Osea tradito

Per quanto affascinante e suggestivo l’accostamento, neanche la vocazione del prete può essere spiegata con queste immagini se sono le uniche messe in csampo per spiegare il mistero di una vocazione. Con Giovanni Battista, ultimo profeta e primo discepolo, termina l’esperienza dei profeti solitari. Essa termina con il primo atto di regale nobiltà del Signore : la chiamata di dodici uomini perché stessero con lui. Da quel momento inpoi sarà sempre la comunità cristiana a generare la vocazione. Persino i seminari, i postulandoti, i noviziati non fanno che ricevere e custodire un’intuizione che che non appartiene loro. E questo è precisamente il prodigio di ogni vocazione.

E’ evidente quindi che ogni vocazione, a cominciare da quella laicale, nasce nel grembo della comunità cristiana. L’utero, la matrice è lì. Quando la procreazione è assistita (procreazione in vitro) nascono le complicazioni, perché questo è il disegno tracciato dall’Eterno: “Pregate il padrone della messe perché mandi operai nella sua messe”.

Il sorgere di una vocazione, la sua trama è

  • nelle infinite relazioni di bimbo che la comunità accoglie,
  • di ragazzino cui insegna ad aprire gl’occhi alla grazia,
  • di giovane che educa a sollevare lo sguardo verso gli ampi orizzonti di Dio.

Ogni vocazione cristiana vive di questo prodigio così poco clamoroso, di questa opera dello Spirito voluta e costruita nel lento intrecciarsi di sguardi accesi, di parole scambiate, di passi sicuri e lieti. Per questa grazia si diventa preti ma anche frati, suore e cristiani laici. Nomi e volti, parole e silenzi, sorrisi e timori sono il cuore vivente da cui emerge il coraggio di una consegna:

  • per questo una prima messa, una professione religiosa, una consegna del crocifisso,
  • ma anche un battesimo, una cresima, un matrimonio,
  • sono festa innanzitutto della comunità cristiana che, a dispetto della sua mediocrità, a dispetto del proprio peccato – davvero come una madre – si scopre capace di generare.

La festa che non è semplicemente enfasi retorica ma celebrazione, nella comunità genitrice, delle mille parole scambiate, degli infiniti gesi ricevuti e donati che la Parola ha fecondato ancora una volta. Perché la comunità è perenne mistero, intreccio di incontri, di relazioni e di grazia, chiamata a custodire il Mistero che ogni giorno contempla, dal quale il disegno giorno dopo giorno si svela, si fa.

Il Card. Carlo Maria Martini nella veglia del 27 marzo 1999 ha così spiegato il senso di una comunità, di una festa, di inviti, chiamate, di vocazioni smarrite, respinte o ritrovate: Mi ha molto impressionato il titolo della veglia in traditione symboli” di quest’anno:

  • “E cominciarono a far festa“,
  • insieme con la citazione dalla parabola di Lc 15 fatta dal diacono all’inizio “Mangiamo e facciamo festa,
  • seguita poi dall’altra “Bisognava far festa e rallegrarsi
  • e infine ripresa dall’invito accorato della seconda parabola, quella degli invitati a cena, che abbiamo appena ascoltato (Lc 14): “Venite, è pronto, invito a cui nessuno degli invitati risponde, invito di fronte al quale tutti trovano scuse.

 E’ come se questi inviti ripetuti toccassero una delle difficoltà dell’uomo contemporaneo in occidente: cioè la ritrosia a far festa, la fatica a rallegrarsi di cuore, a cantare un inno alla vita, la ritrosia a godere per qualche evento veramente positivo, come quello di una riconciliazione raggiunta, del ritorno di un fratello che era andato lontano. Quanto è difficile oggi fare davvero festa! 

Non mancano certamente, nel nostro mondo opulento di oggi, le occasioni di festa, anzi di festini[…] Ma è come se tutte queste occasioni non fossero espressioni spontanee di gioia sincera. […] E’ un fatto che queste ore di eccitazione sono spesso paradisi artificiali, non nascono da una esultanza genuina del cuore, nascondono molta tristezza e solitudine. Dopo questi momenti ci si ritrova soli, stanchi e assonnati, nervosi e irascibili, pigri e svogliati nel riprendere la fatica di ogni giorno. 

Perché facciamo fatica a fare festa davvero, in maniera non artificiosa, ma spontanea, semplice e sincera? 

In primo luogo perché pesano su di noi tragedie talmente gravi che nessun divertimento di questo mondo può farci dimenticare. Pensiamo in particolare in questi giorni alla tragedia del Kossowo, dove emerge tutta l’assurdità della violenza etnica, tutta la difficoltà di instaurare un dialogo fruttuoso tra le parti. E questa sera vogliamo pregare molto per tutte le parti in lotta e in particolare per i più deboli, per le popolazioni martoriate, per i bambini, per gli anziani, per le madri disperate. Ma pensando a loro, a quei volti induriti e tristi che vediamo nelle immagini televisive, ci si stringe il cuore e non vorremmo più sentire parlare di festa o di gioia. 

Ma c’è anche nello sfondo il tema più generale della malattia, della morte, della caducità delle cose, di tutte le speranze non realizzate. Ho qui tra le mani la lettera da poco ricevuta di una ragazza di 22 anni di un nostro oratorio, una ragazza che amava molto la danza, e che nella mia ultima visita pastorale alla sua parrocchia si era impegnata a far eseguire dai bambini una danza per accogliermi. Ebbene, questa ragazza lieta e generosa, Lucia, dopo aver lottato per altre un anno contro un tumore aggressivo, è morta proprio l’altro giorno. Nell’ultima lettera, del 16 marzo scorso, mi scriveva: “Io ho continuato la mia danza sui fuochi ardenti del dolore e della sofferenza combattendo il male che continua ad aggredirmi con violenza“. […] 

Ecco, episodi come questi ci addolorano, pesano su di noi e ci impediscono di fare festa nel cuore perché ci sentiamo tutti gravati dalla esperienza della malattia, della sofferenza e della morte fisica. Quanti mali, quanti dolori, quante lacrime: e chi avrebbe mai voglia di far festa quando pensa a queste cose? 

Ma ci sono anche dei motivi più sottili e interiori che si oppongono alla festa. Sono quelli che la parabola del figliol prodigo ci fa conoscere nel figlio maggiore: irritazione, suscettibilità, sensazione di non essere trattati giustamente, incomprensione dell’amore del padre, risentimenti che covano dentro. Ma io penso che oltre al figlio maggiore anche il minore rientrato a casa rimanesse un po’ restio e incredulo di fronte alla grande festa fatta preparare dal padre. Si sarà chiesto: ma perché tutto questo chiasso, tutta questa gioia? In fondo sono uno sconfitto. […] 

A me pare dunque che non solo il figlio maggiore, ma anche il minore abbia fatto fatica a capire il grande amore del padre e il suo bisogno di una festa straordinaria. Avrebbe preferito rimanere chiuso nella sua camera, in silenzio, per macerare dentro la sua umiliazione, per leccarsi le piaghe della sua disgrazia. 

E’ dunque difficile fare festa sul serio, senza riserve e rimpianti. Io penso che anche in tutte le scuse degli invitati della seconda parabola, quella di Lc 14, che hanno chi comprato un campo, chi comprato cinque paia di buoi, chi preso moglie, c’è espressa la ritrosia che tutti noi sentiamo a partecipare a una festa che non sia soltanto esteriore ma che sia espressione di gioia sincera, di serenità interiore, di fraternità senza sottintesi. Si inventano allora mille scuse, ci si riempie di mille appuntamenti, per non mostrare né a sé né agli altri che c’è tristezza dentro, per non dire neppure a se stesso che si ha paura a confrontarsi con la gioia autentica. 

Ebbene, proprio per questo comprendiamo che solo la rivelazione dell’amore senza limiti del Padre è capace di darci questa voglia di fare festa senza infingimenti e senza menzogne. Solo l’amore senza limiti, quell’amore che come dice san Paolo “tutto copre, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta” (1 Cor 13,7), quell’amore che perdona e riabbraccia, che riabilita e salva, che supera morte e odio, vendetta e rivalsa, solo esso è capace di coinvolgerci in una gioia senza sottintesi. Solo il saperci fino in fondo amati, capiti, guariti dentro, stimati, ritenuti importanti da colui che ci conosce fino in fondo ci permette di scioglierci in un canto che nasce dal cuore. Solo la certezza di questo amore ci permette questa sera, malgrado tutto, di fare festa insieme. 

E’ la certezza che questa ragazza di cui ho parlato, Lucia, mi esprimeva nelle ultime righe della sua lettera – testamento: “Ho moltissimo dolore ma sono sicura che dietro a tutto ciò c’è un bellissimo disegno divino per me“. Lucia sperava ancora in quel momento che in quel bellissimo disegno ci fosse anche la sua guarigione fisica. Ma ora sa, contemplando il volto del Padre nei cieli, che questo disegno è ancora più grande e va oltre la vita fisica, apre alla danza della gioia eterna. 

Lucia ha compreso quel disegno divino che consegniamo questa sera ai catecumeni e che riaffermiamo insieme coralmente in questa “traditio symboli“. Il disegno di un Padre onnipotente che ha inviato il suo Figlio perché nella sua morte e risurrezione noi tutti avessimo la vita e la gioia senza fine. Quel disegno che ci fa dire: Credo la risurrezione della carne, credo la vita eterna. E’ questo disegno che malgrado tutto ci permette di sperare e anche di fare festa, mentre preghiamo per la pace, per la fraternità, per la giustizia nel mondo, per tutti i sofferenti e dedichiamo la nostra vita a ideali che non verranno mai meno “.

Alle toccanti raccomandazioni dei nostri vescovi Martini e Tettamanzi, alle tante considerazioni sul chiamarci e richiamarci di Dio, ogni comunità di fede è provocata a dare una una risposta senza esitazioni: 

“ Noi ci impegnamo…
Ci impegnamo noi, e non gli altri;
unicamente noi, e non gli altri;
né chi sta in alto, né chi sta in basso;
né chi crede, né chi non crede.
Ci impegnamo,
senza pretendere che gli altri si impegnino,
con noi o per conto loro,
con noi o in altro modo.
Ci impegnamo
senza giudicare chi non s’impegna,
senza accusare chi non s’impegna,
senza condannare chi non s’impegna,
senza cercare perché non s’impegna.

Il mondo si muove se noi ci muoviamo,
si muta se noi mutiamo,
si fa nuovo se qualcuno si fa nuova creatura.
La primavera incomincia con il primo fiore,
la notte con la prima stella,
il fiume con la prima goccia d’acqua
l’amore col primo pegno.
Ci impegnamo
perché noi crediamo nell’amore,
la sola certezza che non teme confronti,
la sola che basta
a impegnarci perpetuamente.

Grazie, don Primo Mazzolari, “tromba dello Spirito Santo”. Non hai solo incitato il tuo gregge alla marcia ma sei partito in testa al momento di attraversare la palude. Hai fatto strada, aperto il varco, rischiato per primo, marcato il sentiero. Se ogni chiamato si assumesse il ruolo assegnatogli, gli sbandati si ridurrebbero, i timorosi si rianimerebbero e la grande schiera dei

  • codardi
  • fifoni
  • meschini
  • pavidi
  • timidi
  • vigliacchi
  • vili

che popolano il mio cuore, si vergognerebbe di

  • parlare,
  • progettare,
  • suggerire,
  • prospettare,

in permanente attesa che vadano avanti gli altri a togliere le castagne dal fuoco. Amen.

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FATEBENEFRATELLI: A VENT’ANNI DAL CONVEGNO “Religiosi e Laici insieme per servire – 1988” – A. Nocent

L’orologio di Piazza della Loggia a Brescia  

  • A CHE E ORA PASSA LO SPIRITO SANTO ?
  •   
  • DOV’E’ FINITO IL CORAGGIO  DI AVERE CORAGGIO ? 

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Carissima Rina Monteverdi,

Urna contenente i resti mortali di San Giovanni di Diooggi, 28 Novembre 2008, si fa memoria della Traslazione delle Reliquie di San Giovanni di Dio nell’attuale Bailica di Granada. Ma per la Famiglia Ospedaliera c’è un ulteriore motivo di giubilo: domani 29 Novembre, dalla Chiesa che è in Cuba,  FRA OLALLO VALDES dei Fatebenefratelli, verrà proclamato  “Beato” ed assurgerà all’onore degli altari.

Dunque, festa in Cielo e anche in Terra per questo nuovo gioiello di famiglia che va ad aggiungersi alla collezione di santi e martiri dell’Ordine, come ennesima PRO-VOCAZIONE per una nuova CON-VOCAZIONE.

Mi rivolgo a lei da questo sito, quale Segretaria del Convegno “RELIGIOSI E LAICI INSIEME PER SERVIRE” che si è svolto a Brescia nell’ormai lontano 1988, perché testimone laica e memoria storica di un avvenimento importate ma, forse, oggi sottovalutato, se non dimenticato e rimosso. 

L’artistico ed antico orologio di Piazza della Loggia ha inesorabilmente continuato a scandire le ore. Ma è mia impressione che il tempo si sia fermato. Non certo per via dell’orologio della torre che funziona benissimo, ma per l’immobilismo umano capace di emozioni momentanee, di ardui propositi, di grandi entusiasmi temporanei, per tornare poi progressivamente alla quiete. Come potrebbe essere che a farla da padrona è la paura dell’ignoto e si vive con la sofferenza nel cuore per la difficoltà di passare dalle parole ai fatti, dai progetti all’azione. E poi c’è l’incomunicabilità pluridirezionale che fa vivere di riseve mentali: lo penso ma non lo dico.

Le attenuanti ci sono: mente e cuore sono instabili, vacillanti, variabili, inconcludenti… Facilmente diventiamo disattenti, distratti, trascurati, quando non anche egoisti, opportunisti, indifferenti… 

Insomma: ognuno di noi è capace di grandi fuochi di paglia che poi s’impegna premurosamente a spegnere. E, se non lo facciamo noi,  non mancano mai i pompieri di turno, sempre vigili e pronti a buttar acqua sul fuoco: “ma vaaa…son tutte chiacchiere…!”.

Se sono qui a ribadirle quanto le ho già scritto qualche giorno fa, quando le chiedevo di inviarmi una parte degli Atti da mettere sul web, è perché ci credo. Credo che è una richezza che non deve andare dispersa. Alcuni protagonisti di allora come i Padri Marchesi ,  Onorio Tosini o  Raimondo Fabello, ormai ci seguono dal Cielo. Mi domando: che non siano proprio loro, alla scadenza del ventesimo anniversario di quelle “giornate di Brescia”  cariche di patos e di attese, a sollecitare il recupero dei valori emersi allora ed in larga parte ancora utili e preziosi?

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SCRIPTA MANENT

Che  non sia il caso di riprendere in mano quelle riflessioni? I venuti dopo, scoprirebbero l’impegno assunto dai predecessori e quelli di allora, con rinnovato entusiasmo, potrebbero riprendere a sognare con i più giovani “visionari” di oggi, per rifarci alla profezia di Ezechiele, ripresa in Atti degli Apostoli, 2,17: “Avverrà negli ultimi giorni”, dice il Signore, “che io spanderò il mio Spirito sopra ogni persona; i vostri figli e le vostre figlie profetizzeranno, i vostri giovani avranno delle visioni, e i vostri vecchi sogneranno dei sogni”.

Sono parole confortanti, che ogni tanto vanno recuperate. Se c’è tra le Chiese Cristiane, una generale presa di coscienza che stiamo vivendo e siamo entrati nel periodo di storia predetto dalle Scritture, possiamo starcene illusoriamente fuori? Quando si rileggono alcuni passi di quel momento riflessivo, l’incoraggiamento dei vescovi locali, lo stimolo del Priore Generale, la determinazione del Priore Provinciale ed anche di alcuni Laici, nonostante difficoltà e resistenze, come è dato di capire, bisogna ammettere che la profezia era in atto.

Da una lettura complessiva si avverte che allora tutto faceva presagire di essere ad una svolta storica, direi epocale. S’erano scorti alcuni segni dei tempi e si tentava di non far passare invano un tempo di grazia. Ciò che le scrivevo qualche giorno fa è proprio per via di questa impressione che ormai sembra essersi affievolita, diradata. E quando un terreno, anche ricco di umus, va incontro alla siccità, la germinazione ne risente, i nuovi virgulti dissecano, l’orto impoverisce e la delusione ha il sopravvento.   

Se mi permetto di riprenderle, è per ravvivare la speranza, risvegliare la nostalgia di lavorare per l’edificazione del Regno. A nessuno è chiesto di fare miracoli ma di operare con le sue povere mani. E in queste parole che le ho spedito,  c’è l’eco delle confidenze dell’amico Fra Raimondo:

 Carissima Rina Monteverdi, Dio ricompensi il tempo che mi ha dedicato.  Grazie anche alla sua collaborazione, spero di riuscire a rimettere in circolazione quella passione che vent’anni fa c’era ma che mi sembra si sia affievolita. E non è bene. Perché non progredire, vuol dire regredire, scivolare lentamente sempre più nell’indifferenza. 

Rileggendo quegli Atti, mi rendo conto che lo Spirito è passato, ha parlato, ha mandato a dire cose importanti. Non è Lui che si è dimenticato dei FBF. E’ il sordomutismo che si è impossessato della situazione. Qui ci vogliono solo le miracolose parole del Maestro: “Effatà -Apriti!”. Vangelo di Marco (Mc 7, 31-37). E noi abbiamo il compito di riproporle, nella convinzione che sono ancora sostanzialmente efficaci”.

A prescindere dalle mie considerazioni, l’importanza di quel documento e del convegno stesso, sono stati sottolineati proprio dal Vicario Provinciale di allora, Fra Sergio Schiavon, nella Prefazione agli Atti che venivano dati alle stampe:

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Fra Sergio Schiavon o.h.Il Convegno di Maggi/Giugno 1988 “Insieme per servire” ha rappresentato certamente un momento importante di incontro e di sintesi per le realtà operanti nella nostra Provincia. 

La riflessione sul tema dell’Ospitalità, punto di riferimento costante e fondamentale per tutti i partecipanti, ha favorito l’individuazione di come si è ospitali nelle varie Case. 

La raccolta dei contributi del Convegno vuole avere il significato di proseguire nella riflessione sui contenuti dell’Ospitalità, Carisma che San Giovanni di Dio ha trasmesso al suo Ordine. Attraverso i Religiosi Fatebenefratelli si intende riproporli ai collaboratori laici affinché nei nostri centri assistenziali l’Ospitalità divenga il comune stile operativo. 

Auguro che la ricchezza di questi lavori divenga patrimonio di tutti così che i nostri malati possano accorgersi di essere realmente i destinatari della nostra premura, della nostra attenzione, della nostra Ospitalità.    Fra Sergio Schiavon  Vicario Provinciale

Dalla Curia Provinciale,  8 marzo 1989 Festa di San Giovanni di Dio”.

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Nel 1988 si celebra anche il LXII Capitolo Generale. Priore Generale viene eletto Fra Brian O,Donnell, cui toccherà di celebrare il terzo centenario della canonizzazione di San Giovanni di Dio che presenterà il Fondatore come “Servo e Profeta”. Così si legge in “LA NUOVA EVANGELIZZAZIONE E L’OSPITALITA’ ALLE SOGLIE DEL TERZO MILLENNIO”(1993):egli “vede il futuro della nostra vita nella dimensione della testimonianza profetica, dimensione che incarneremo scegliendo un approccio contemplativo alla vita, in particolare alla sofferenza e al dolore, mettendo i poveri e gli emarginati al centro del nostro servizio, facendo nostra una spiritualità tesa all’integrazione e all’interconnessione, vivendo uno stile di vita sempre più semplice ed aprendoci in tutto questo ad altri religiosi e laici…La nostra vita ha subito profonde trasformazioni, ma dobbiamo vivere nella convinzione che siamo tornati nelle mani del vasaio”.

Sono parole forti, un invito ad un impegno morale non indifferente, quasi da capogiro. Alla fine del 1992 egli si porrà un interrogativo: “Come vanno le cose?” Il documento di risposta è di un realismo spietato. Misto al tono profetico con il quale diagnostica i mali, chiamandoli con il loro nome, fa anche un semplicissimo calcolo delle probabilità che ognuno è in grado di ripetere e prevede quegli anni difficili che sono inesorabilmente arrivati e che dureranno a lungo.

Non per citarmi ma per dire quanto sia utile  il comunicare nella fede, ad un amico, Fra Luigi, uno dei tanti un po’ delusi ma non rassegnati, ricordando le parole di Gesù: “andate…guarite (prendete a cuore)…annunciate…”  che è il “mandatum novum” del Signore alla sua Chiesa, (Mt…) racchiuso in quei tre verbi di moto e non di stagnazione,  così recentemente scrivevo:  

“… ogni tanto faccio ritorno alla tua “lettera aperta”.  Io a Milano, tu a Gorizia…, siamo come un pulviscolo, un puntino nero che occupa anche meno di due metri di circonferenza. Ma nulla c’impedisce di essere cittadini del pianeta, di avere come patria il mondo. Anche se la dimensione che occupiamo è inevitabilmente ristretta e il nostro ambito professionale non ci permette di esprimerci più di tanto, io, tu, noi…abbiamo voce che può andare lontano, raggiungere l’umanità, i confini della terra, perché è  promessa del Signore che sarà con noi sino alla fine dei tempi. E siamo membra vive, vasi intercomunicanti. 

Henri_Bergson_02Ricordo lucidamente la squallida aula del seminario di Brescia, durante l’ora di filosofia. Banchi di Carlo uno, sui quali erano passate generazioni di seminaristi, pareti grigiastre. Ma l’atmosfera, straordinaria. Studiavamo Bergson. E il professore, quando parlava, suscitava proprio ciò che il pensatore  sostiene: che quando parla un uomo di profonda spiritualità, tutt’attorno qualcosa si mette a vibrare, si forma in chi ascolta un impercettibile eco. 

Mazzolari Don PrimoTeilhard_de_Chardin(1)Sui vent’anni ho avuto modo di appassionarmi sia di Don Primo Mazzolari che del gesuita  Teilhard du Chardin. Del primo Aldo Pedrone ha scritto: “Un fuoco di ceppo antico, accanto al quale ci si ritempra e ci si riconosce“; Teilhard invece così lui stesso si definisce: “Un umile risuonatore riflettente una certa vibrazione, una certa nota umana e religiosa che è ovunque nell’aria attualmente e nella quale le genti si sono riconosciute e ritrovate . E un’altra volta scriverà: “La mia natura ha più del trapano che fora, che dell’olio che facilita la corsa del progresso.

Alle volte sembra di essere chiamati a compiti ingrati. Non è tanto il precorrere i tempi che fa soffrire,[supposto che accada] giacché bisogna mettere nel conto che comporta sempre qualche disagio d’incomprensione. La gratifica è data dalla pace interiore che ne deriva se il suscitatore è lo Spirito. Noi, di questi tempi, sembra di dover rincorrere l’autobus, appena passato, per veder di raggiungerlo alla successiva fermata. E ti viene il fiatone.

Quarant’anni fa si doveva aprire il cammino a colpi d’ascia, come attraversando una boscaglia rimasta inesplorata. S’è provato a combattere, strappare, tagliare…con un certo furore giovanile.

1-_Scan10307Sto rileggendo gli Atti, pubblicati esattamente vent’anni fa, Provinciale Fra Raimondo, che è stato anche l’animatore del Convegno Bresciano “RELIGIOSI E LAICI insieme per servire”. C’è anche un bell’intervento di Fra Pierluigi, Generale. Come si avverte che di lì è passato lo Spirito Santo! Io allora non c’ero ed ora mi ritrovo a soffiare sulle brace rimaste ancora accese sotto le ceneri, di un tempo caratterizzato da lenta, progressiva sfiduciata malinconia. 

Caro amico, se abbiamo l’interno vivo, impetuoso, trascinante, benché fragili e limitati, siamo capaci di profezia. Perché la Parola di Dio che ci alimenta  e ci forgia l’anima, è impossibile contenerla a lungo. Dal cuore alle labbra il passo è breve. E se io, tu, noi…tacessimo griderebbero le pietre che calpestiamo camminando. 

Fai tuoi questi sentimenti e trasmettili ai tuoi confratelli ed amici. L’unione fa la forza. Forse, sulle prime, potrebbero prenderti per esaltato, ma poi, finiranno per capire ed allearsi. 

Scrive Don Mazzolari in una prefazione: “Il sacerdote è un innamorato, e gli innamorati non scrivono se prima non sono schiaffeggiati da una delusione che ben conosco e che è tutt’altra cosa che un raccorciamento del cuore 

 Non so quanto coraggio abbiano potuto infondergli quelle considerazioni che andavo facendo ad alta voce, più a me stesso che a lui. Credo abbiano giovato reciprocamente. L’essere spintonati a fare cose grandiose e poi non trovare nemmeno il modo per comunicare nella fede, scambiarci le esperienze è avvilente per tutti e produce quella rassegnata sensazione d’impotenza. Non lo crede anche lei, carissima Rina? Quante volte ci troviamo a parlare inutilmente da soli! 

Anche se la conosco soltanto di nome, attraverso la Rivista FBF, mi permetta d’incoraggiarla a trasmetta anche ai suoi colleghi laici dei Centri che ha più facilmente modo di raggiungere, un poco di questa passione che non deve spegnersi.

Da laica, provi a smuovere le ceneri sedimentate e riprenda a soffiare perché il fuoco, che non è spento, si riattivi. “Gli anni passano, i bimbi crescono, le mamme imbiancano…”, diceva una vecchia canzone che forse lei non ricorda. Ma il cuore non invecchia. Anzi !  E se ci sono dei “sempre giovani”, questi sono proprio i santi, a cominciare dall’ultimo, fresco di nomina: Fra Olallo Valdès.

Che non ci siano laici che intendano parlarsi di cose che vanno al di là del contratto di lavoro? E se sì, perché non fraternizzare in un modo, non necessariamente di stampo monastico? ll mondo è piccolo. Io parlo gratis  con mio figlio in Giappone, a tutte le ore del giorno e della notte e per la durata che voglio.  Attiviamo gli strumenti della comunicazione: con SKYPE è possibile chiamare gli utenti Skype in tutto il mondo gratis:http://www.skype.com/intl/it/welcomeback/ . I convegni oggi si possono fare da seduti senza prendere l’aereo. Possibile che la soluzione migliore sia sempre la più costosa e perciò impraticabile?

Facciamo maturare e circolare le idee se non vogliamo seppellirci con le nostre mani.

Dominante nel Convegno di Brescia è stata la figura dell’amico compianto, Fra Raimondo Fabello, allora Priore Provinciale. E’ un’eredità che non può e non deve andare dispersa. Lui ha parlato poco e scritto ancor meno; ma se andiamo in profondità e badiamo all’essenza, ha intuìto giusto e realizzato solo in parte quel progetto ideale lasciato in eredità e rileggibile negli Atti del Convegno. 

L’IRCSS di Brescia è lì a testimoniare: oggi senza una rivoluzione culturale non si può stare sulla piazza perché i posti vengono occupati da chi ha le carte maggiormente in regola. Come si può dedurre dalla filosofia che sottende il Centro di Ricerca di Brescia, a Firma del Presidente di allora Fra Raimondo e del  Direttore Scientifico Paolo Maria Rossini, linea che non è mutata e che riproduco a parte (> ReL – UN MODELLO DI COLLABORAZIONE: IRCSS Centro S.Giovanni di Dio – Brescia), lo sforzo di realizzazione non è stato indifferente. Ma non basta. Bisogna proseguire in quell’ottica: RELIGIOSI E LAICI INSIEME PER SERVIRE. 

Forse oggi a quell’ “insieme “bisognerebbe aggiungere un tassello in più: COSTRUTTORI DI FRATERNITA’, APRENDO ALLE FORZE RELIGIOSE E LAICHE ESTERNE, come indica il 66° Capitolo Generale dell’Ordine, rifacendosi all’art. 46 delle Costituzioni: “Consapevoli dei nostri limiti, ricerchiamo e accettiamo la collaborazione di altre persone, professionisti o no, volontari o collaboratori, ai quali ci sforziamo di partecipare il nostro spirito nella realizzazione della nostra missione“. 

LAICI

Il tema dei Laici è fra le priorità che il Governo Generale dell’Ordine si è dato per il sessennio 2006-2012 (Vedi programma). Avendo personalemente preso posizione sulla Rivista FBF circa la Dichiarazione dei Laici rappresentanti al 66° Capitolo Generale, per la prima volta in numero di donne e uomini assai rilevante, finirei di essere in palese contraddizione se mi fermassi alla critica.  Mi è parso perciò doveroso passare alla “pars construens” con una serie di proposte che gli interessati potranno analizzare e valutare.

Non so quanto i buoni propositi espressi dai Laici presenti all’assise internazionale trovino riscontro nel quotidiano dei Centri d’Italia. Proprio a tale scopo mira la prima proposta : partire da un’indagine conoscitiva. Se non si radiografa la situazione, non si può giunge alla diagnosi e tanto meno alla terapia. Per ottenere questo obiettivo ho già elaborato un sistema di consultazione WEB che potrà raggiungere chiunque disponga di una mail. La possibilità di rispondere tranquillamente anche dal proprio domicilio velocizza le risposte e snellisce le procedure.

Ma prima di dare vita a quasta iniziativa, è indispensabile che sia preceduta da un’altra che avrà il compito di verificarla nei dettagli e di suggerire eventuali modifiche. Si tratterebbe di creare una Segreteria permanente  LAICI-RELIGIOSI FBF, che, a mio avviso, dovrebbe essere composta da due religiosi (di cui uno sacerdote) e sei laici, maggiormente impegnati in qualche settore apostolico di diversa area geografica della Provincia. Sarebbe un vero peccato non coinvolgere anche la Provincia Romana, affine per tematiche e problematiche comuni. Facendo convergere le sempre risicate risorse umane, invece della frammentazione, potrebbe emerga un unico e compatto indirizzo laicale italiano.  

La invito, pertanto, a farsi portavoce di questa fondamentale e prioritaria iniziatva, caldeggiata dal Priore Generale, nel caso già non esistesse. Di questo nuovo organismo sarebbe utile facessero parte non solo i Laici dipendenti ma anche Laici simpatizzanti esterni, come già prevedono le Costituzioni dell’Ordine all’art.46.  

“IPS”: una Segreteria permanente

RELIGIOSI-LAICI FBF di lingua italiana.

Tanto per essere concreti e laici propositivi…

 I compiti da affidare a questa Segreteria che chiamerei “I P S” (i-pi-esse da Insieme Per Servire) si possono così schematicamente riassumere:

  •  acquisire competenza e conoscenza sulle tematiche relative alla collaborazione  apostolica e sulle riflessioni in atto nella Chiesa e nell’Ordine dei Fatebenefratelli, seguendo il costante evolversi di questo dibattito. 
  • acquisire conoscenza delle esperienze di collaborazione in atto nelle proprie zone e settori apostolici, siano esse efficienti o problematiche, col il compito di individuarne i punti di forza e di debolezza; 
  • acquisire conoscenze su quanto sta avvenendo all’estero in questo ambito e favorire relazioni di scambio e approfondimento di esperienze; 
  • essere punto di riferimento per gli Organi di Governo della Provincia Lombardo-Veneta (e Provincia Romana), nel caso in cui abbiano bisogno di consulenza e confronto su problemi e temi inerenti la collaborazione; 
  • promuovere la collaborazione e la formazione alla collaborazione, in generale e in particolare nei diversi settori apostolici, attraverso tutte le occasioni e gli strumenti che si riterranno più opportuni (articoli, pubblicazioni, web, incontri, seminari, ecc). 

La Segreteria dovrebbe avere la durata di tre anni, al termine dei quali dovrebbe avvenire la verifica del funzionamento, la rispondenza agli obiettivi e le disponibilità personali, per operare gli aggiustamenti necessari e confermare o meno ruolo e funzioni. 

Se l’impresa riuscisse, sarebbe il maggior tributo che Religiosi e Laici  FBF possano offrire in questo momento alla Chiesa che ha beatificato Fra Olallo Valdès, e all’Ordine che ha perorato la causa. Per i Fatebenefratelli si tratta di un altro gioiello di famiglia che va ad arricchire il patrimonio di Santi e Martiri, nuova PRO-VOCAZIONE di Dio per una nuova CON-VOCAZIONE.

BOZZA PER UNA CONSULTAZIONE ELETTRONICA

INDAGINE SULLA COOPERAZIONE TRA FATEBENEFRATELLI E LAICI IN ITALIA NEL 2008

  Sulle forme e modi in cui si realizza la collaborzione 

Agli amici e collaboratori dei Fatebenefratelli (nei Centri e non) va detto che è ormai parte integrante del nostro agire di religiosi, in opere proprie o non ed alle quali abbiamo dato vita insieme, la corresponsabilità e la cooperazione apostolica che è il vero motivo di esistere.

Una condivisa analisi dei problemi, il progettare insieme, il mettere in campo le nostre diverse e complementari vocazioni e sensibilità, sono il modo migliore per affrontare le difficoltà e le fatiche di un simile percorso che richiede conoscenza reciproca, pazienza, disponibilità al cambiamento, capacità di porsi in un’otiìtica differente dal passato, attraverso una vera e propria rivoluzione culturale per i religiosi e per i laici.

Le esperienze già in atto nell’Ordine, ci confortano e ci indicano che questa è una strada possibile e frittuosa ma che richiede anche premesse di fondo fondamentali, come la condivisione di una vita di fede, di una adeguata preparazione e di una prassi di riflessione comune.

Di tutto questo si è provato a parlare insieme in un Convegno di vent’anni fa, dal tema: “RELIGIOSI E LAICI INSIEME PER SERVIRE – BRESCIA 1988”.

Da allora sono successe tante cose ed ora i tempi ci impongono di non tergiversare ma di affrontare realisticamente il momento storico in cui viviamo, in considerazione sia delle sollecitazioni che vengono dal Governo Generale dell’Ordine che dal Convegno Ecclesiale di Verona. 

PRESENTAZIONE DELLE INIZATIVE ESISTENTI

SEZIONE ANAGRAFICA

Inizio modulo

Fine modulo

Le domande a griglia aperta sono concepite per favorre una maggiore libertà di espressione. E’ prevedibile che si otterrà una base di risultati molto ampia, distribuita su varie tipologie di risposta. Se non si otterrano picchi analitici significativi, si ricaveranno, tuttavia, orientamenti indicativi. Che è proprio quanto interessa in questa fase. 

  ECC. …

 

LAICI COLLABORATORI

Da appunti che sto elaborando, ricavo le seguenti considerazioni:

Il termine “collaboratori” figura nelle Costituzioni dell’Ordine, anno1984, assieme ad altre figure di persone comprese nell’art.46 che ha per titolo: “Stile e forme di apostolato”. 

Al punto “b” si dice espressamente: 

“consapevoli dei nostri limiti,ricerchiamo ed accettiamo la collaborazione di altre persone, professionisti o no, volontari o collaboratori, ai quali ci sforziamo di partecipare il nostro spirito nella realizzazione della nostra missione”. 

Al par. 23. a riguardante “Lo stile dell’ospitalità secondo il nostro Fondatore”, viene fatta la seguente constatazione: “viviamo così compenetrati con la nostra missione che i nostri collaboratori si sentono spinti ad agire nello stesso modo”. 

Al par. 51.4 che tratta della “Pastorale Ospedaliera” si legge: “sensibilizziamo i nostri collaboratori affinché, esercitando le loro capacità umane e professionali, agiscano sempre con il massimo rispetto per i diritti dei malati; invitiamo a partecipare direttamente alla pastorale coloro che si sentono motivati dalla fede.” 

A tale data, ossia circa trent’anni dopo il Concilo Vaticano II, pur con un rapporto plurisecolare di cooperazione con i laici, presenti dalla prima nella comunità ospedaliera di San Giovanni di Dio, non vengono ancora recepite le nuove acquisizioni dottrinali dei Padri concilari e del Magistero. 

La spinta maggiore sul compito insostituibile dei laici nella Chiesa e nel mondo, mortificato dopo ilConcilio di Trento per tante ragioni storiche, è venuta dall’accento che la nuova dottrina del Magistero pone su tre punti:

  • la ecclesiologia di comunione,
  • la dimensione storica della salvezza,
  • l’autonomia dell’ordine temporale.

Senza la necessaria premessa chiarificatrice che deve essere espressa esplicitamente ed acquisita come patrimonio culturale sia dai religiosi che dai laici,  si continuerà a parlare di collaborazione in termini equivoci e inadeguati, destinati a creare problemi, suscitare interrogativi e a deludere entrambe le componenti. Se i Laici sono la “testata d’angolo” sulla quale costruire la nuova rete di rapporti professionali ed apostolici, allora bisogna dirlo forte e promuovere la loro preparazione culturale. Non c’è bisogno di cominciare da zero perché già esistono strutture preposte e persone preparate per farlo. Si tratta solo di programmare una progressione di recupero dei ritardi.  Il calcolo delle probabilità su come sataranno le cose fra quindic’anni lo ha già fatto l’ex Priore Generale Brian O,Donnell, basta andar a rileggere.

Sulla base di quanto già recepito dalle Costituzioni, se è facoltà degli STATUTI GENERALI emanare direttive organizzative sulla vita religiosa e la gestione dei centri di assistenza, le norme sulla cooperazione devono essere teologicamente fondate se si vuole che il rapporto sia autentico ed efficace e la linea di azione sia chiara e incisiva.

Non va dimenticato che il LXVI Capitolo Generale dell’Ordine, prendendo atto della presenza massiccia di laici delegati, provenienti dai cinque continenti, nei documeti conclusivi ha palesemente espresso e sancito che la presenza dei laici, ai fini della missione, è necessaria ed insostituibile.

Con un po’ più di lungimiranza e determinazione, i Padri Capitolari avrebbero dovuto sancire quanto già dieci anni fa i Gesuiti hanno espresso nel decreto 13 della Congregazione Generale 34°. L’affermazione perentoria dei figli di Sant’Ignazio è questa: “Una lettura dei segni dei tempi dopo il Vticano II indica in maniera inequivocabile che la Chiesa del terzo millennio sarà la “Chiesa del laicato”.

Ma la parte ancor più carica di conseguenze, è al n.1: “La Compagnia di Gesù riconosce come una grazia per i nostri giorni e come una speranza per il futuro che i laici “prendano parte viva, responsabile e consapevole alla missione della Chiesa in quest’ora magnifica e drammatica della storia”. Noi cerchiamo di rispondere a questa grazia ponendoci al servizio della piena realizzazione della missione del laicato, e ci impegnamo a questo scopo cooperando con i laici alla missione”.

Come si vede, qui il concetto è capovolto: sono i religiosi, con i loro carismi, a farsi collaboratori dei laici, chiamati sulla scena da PROTAGONISTI. Responsabilmente, operazioni del genere non si portano a termine in ventiquattro ore ma con un lento e paziente cammino di  RI-CONVERSIONE che non umilia i religiosi ma li esalta e li considera guide spirituali che hanno tanto da “SVELARE” ai laici, abbandonati per secoli al loro destino di emarginati per mille motivi storici.

Sulla cooperazione professionale non c’è molto da dire, giacché al di là di tutto, essa è sancita dai contratti di lavoro che vincolano entrambe le parti contraenti ed è tutelata dalle norme  Diritto. 

Altra cosa è la cooperazione apostolica tra Fatebenefratelli e fedeli laici. Se essa non viene considerata una mossa strategica suggerita dal bisogno di far fronte alla diminuzione delle vocazioni, ma una scelta profetica richiesta dallo Spirito Santo a tutta la Chiesa e fondata sulla nuova dottrina del Magistero, bisogna che lo si dica a chiarissime lettere, accettandone poi le conseguenze logiche. E va promossa con ogni mezzo, definendo ruoli e funzioni. Fare discorsi generici è come promuovere il cambiamento con lo stampo gattopardiano: cambiare tutto, affinché resti tutto come prima. 

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FATEBENEFRATELLI: INSIEME PER SERVIRE – CONCLUSIONI DEL PRIORE PROVINCIALE Fra Raimondo Fabello o.h.

 

Cemmo, arte rupestre. Località del convegno

CONCLUSIONI  DEL PRIORE PROVINCIALE

Fra Raimondo Fabello o.h.

fra-raimondo-fabello-lamico-in-cielo-150x150Credo di non dover aggiungere molto a tutto quello che è stato detto e tutto quello che abbiamo imparato con l’aiuto di Dio. Alcune cose che volevo dire alla fine, sono già state delle dai relativi capigruppo, quindi è inutile starle a ripetere. 

lo vorrei dire soltanto che mi pare, anche da quanto è stato detto, che lo scopo del corso ha risposto alle aspettative, si potrebbe dire anche discretamente.

Abbiamo avuto due insufficienze, non so se per ché è stato sbagliato nel questionario. Sul contenuto del corso ci sono state due insufficienze soltanto.

Un altro discorso che era uscito un po’ come contestazione era quella degli infermieri professionali che non hanno avuto la relazione magistrale. In effetti può essere una carenza, però io mi chiedo che allora tutti gli altri gruppi dovevano fare la loro relazione magi strale allo stesso livello. Credo che alla fine del corso questo sia altrettanto chiaro, non si parlava di infermieri si parlava di operatori, quindi se il sottoscritto, la dottoressa Inzoli o il dottor Pulici avessero avuto un alternarsi in questo momento era proprio il caso di metterla, perché non parlavano come medici ma in riferimento ad un tema specifico che era affidato a delle persone. Credo che alla fine di tutto,  forse questo discorso  può perdere un po’ del suo peso.

Fra Raimondo Fabello incontra Giovanni Paolo IIDevo confermare la carenza dei nostri Priori prima di tutto e anche degli altri responsabili all’interno della casa. Ci sono difficoltà dappertutto, ci sono anche per i belli.

Per quanto riguarda i Priori, il 18giugno saranno tutti informati, e sentiranno la lamentela che è nata dal Convegno.

E già stato accennato al valore fondamentale che ha avuto il lavoro di gruppo in questo Convegno, lo recupero soltanto per dire che, forse anche all’interno delle casa dove tornerete, ci sarà probabilmente la necessità di sostenere questo gruppo. Nella domanda di valutazione, mi pare quella relativa ai singoli gruppi delle case, c’era la domanda se vi sentivate di partecipare in futuro in alcune cose o comunque impegnarvi come gruppo.

Se non erro, mi pare che le risposte siano tutte risultate positive. Questo è un fatto importante proprio di mettersi nel gruppo a discutere come avete fatto qui, senza pretendere di arrivare chissà dove prima di non essere chiaro il discorso all’interno del gruppo. Il detto gruppo, possibilmente allargato. Come qua ci saranno dei problemi, bisognerà cercare di risolverli.

Credo che, non so se posso dirlo perché i Priori magari qui presenti mi sconfesseranno, oggi io ho l’impressione netta, e l’ho detto molte volte anche ai Priori, che i Priori hanno un po’ paura della forza di chi hanno davanti, cioè hanno paura dei, chiamiamoli, dipendenti in questo momento, hanno paura di tutti  quei problemi che spesso vengono portati avanti e qualche volta non se la sentono di mettersi in contatto.  Credo che questi gruppi, come sono nati oggi, hanno la possibilità di recuperare anche questa integrazione all’interno della comunità. I  Priori, non tutti. Quindi io credo che il discorso del gruppo è importante posto anche all’interno delle Comunità dove tornerete.

Dicevo prima, ma è già stato fatto, bisogna che ringraziamo il Padre Eterno anche perché mi ha fatto notare che noi spesso figuriamo più come datori di lavoro, che non come religiosi. Se questa è l’immagine forse è un’immagine sbagliata anche se purtroppo o per fortuna, siamo sia datori di lavoro che religiosi.

Fra Raimondo Fabello al microfonoIo ritengo che quando la Santa Madre Chiesa ha approvato l’Ordine Religioso, lo dicevo già all’inizio, ci ha chiamato «Ordine Ospedaliero di San Giovanni di Dio». Ci sono anche degli esempi storici che ci hanno ftatto notare spessissimo come quando non abbiamo operato in Ospedali nostri spesso queste esperienze sono fallite. Ancora ai giorni nostri questo non vuol dire che io sia per l’ospedale a tutti i costi, però ci so no delle esperienze storiche anche attuali che fuori dall’ospedale, non dico fuori perché vengono fatte fuori dall’ospedale, ma che non hanno comunque riferimento con l’ospedale, non danno l’impressione di tenere, quindi io credo che come siamo stati approvati come Ordine Ospedaliero di San Giovanni di Dio, lo dicevo anche nella relazione finale, probabilmente ancora oggi il nostro centro dev’essere l’ospedale; dal quale può uscire, possono muoversi anche altri tipi di attività, ma probabilmente il riferimento finale e concreto dev’essere l’ospedale. La scelta di San Giovanni di Dio è stata molto chiara, «Voglio l’ospedale come lo voglio io». Noi forse non riusciamo a farlo funzionare come vogliamo noi, inteso nel senso buono, cioè nel senso dell’ospitalità, e speriamo di farlo funzionare sempre meglio con l’aiuto che anche da queste cose possono venir fuori. D’altra parte mi è parso di vedere che tutti i gruppi ritengono come loro funzioni anche questo tipo di impegno.

Fra Raimondo Fabello- il pubblico del convegnoDevo anch’io ringraziare, se no faccio brutta figura perché l’hanno fatto tutti, tutti i partecipanti al Convegno. Bisogna forse ringraziare anche quelli che sono rimasti a casa, come qualcuno ha fatto, dobbiamo ringraziare i nostri malati e forse più di’tutti loro, per ché tutti ci siamo mossi non tanto per andare a vede re se possiamo imbrogliarci a vicenda, se possiamo aiutarci a vicenda per interessi nostri personali, ma alla fine di tutto è proprio questo rimorso che ci spinge, che ci viene dal malato che non vediamo qualche volta curato in tutte le sue necessità che gli competono.

Sentivo prima, sempre per restare in quell’argo mento, le canzoni e quelle parole del «treno dei desideri che  all’incontrario va» proprio perché non c’è lo sciopero; io credo che qualche volta anche all’interno delle case ci sarà bisogno di questo treno dei desideri che vada pure all’incontrano; c’è un’altra delle canzoni che diceva “nemmeno un prete per chiacchierar»;  io spero, che dopo questo Convegno qualche prete e qualche frate in più potrete cercare e cercatelo se avete bisogno di chiacchierare, perché magari anche il prete e il frate hanno bisogno di chiacchierare.  Buon ritorno alle case, auguri. Auguri nel senso di preghiera, come si faceva notare l’altro ieri, preghiera e allo stesso tempo desiderio. Io parlo a titolo proprio personale,  – qualche volta negli atti concreti un po’ meno – però , dentro di me ho sempre avuto una grossa stima dei miei collaboratori e quando dico queste cose le dico con la stessa stima  che ho sia con quelli che lavorano bene, sia con quelli che delle volte non lavorano bene perché hanno anche loro i loro problemi. Quindi vediamo se c’è qualcosa da una parte o dall’altra per trovare un’accordo. Dicevo  auguri perché e poi quello che viene dello sui tre quattro fogli, buon viaggio e buona ospitalità. Tra i ringraziamenti, credo che vada detta una cosa, dato che qualcuno oltre i disagi propri personali ha anche i disagi legati alla propria famiglia.Quindi, quando arriva te a casa, ringraziate anche le famiglie per le difficoltà che hanno dovuto sopportare. 

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FATEBENEFRATELLI: RELIGIOSI E LAICI A CONVEGNO – INSIEME PER SERVIRE 1588 – 1988 – Angelo Nocent

RELIGIOSI E LAICI A CONVEGNO

INSIEME PER SERVIRE

1588 – 1988

QUATTRO SECOLI DEI FATEBENEFRATELLI A MILANO

Da Cemmo in quei giorni è passato lo Spirito Santo: “convenire è proprio il senso della Chiesa, tanto più quando è per studiare i modi di applicare la carità“, ha detto il vescovo Bruno Foresti. Se è vero che “Tanto si ha lo Spirito quanto si ama la Chiesa” (S.Agostino), è impensabile che una Chiesa orante ed in ascolto, non abbia percepito i Suoi suggerimenti.

Vent’anni dopo, alcuni dei protagonisti di allora sono già in Cielo come intercessori. Si può vivere come se non li avessimo mai incontrati?  Il Signore che ce li ha donati non lo ha fatto perché scriviamo belle pagine su di loro ma perché la loro testimonianza sia custodita dalla coscienza dell’Ordine, e diventi sorgente permanente di riflessione e di impegno.

Da allora tante cose sono cambiate.

A quanto pare, passati gli entusiasmi di quel momento storico, non il solo, dopo aver assistito ad una fioritura di santi e di martiri Fatebenefratelli, assisi alla gloria degli altari – avvenimento senza precedenti – la stanchezza e una depressione di massa sembra spopolare sia tra i religiosi che tra i laici.

E’ il caso di rifarsi alla saggezza dei padri:

  • ora fugit ne tardes:
    Il tempo fugge, non indugiare.
  • Hora horis cedit, pereunt sic tempora nobis: ut tibi finalis sit bona. vive bene:
    Le ore si susseguono veloci e così passano i nostri giorni: vivi con accortezza perchè l’ultimo ti sia favorevole.
  • Horae volant:
    Il tempo vola.

Meglio ancora alla Parola di Dio.

L’apostolo Paolo, il maratoneta del Vangelo, nel bimillenario commemorativo:

Voi sapete bene che viviamo in un momento particolare. È tempo di svegliarsi, perché la nostra salvezza è ora più vicina di quando abbiamo cominciato a credere. La notte è avanzata, il giorno è vicino! Buttiamo via le opere delle tenebre e prendiamo le armi della luce.  Comportiamoci onestamente, come in pieno giorno: senza orge e ubriachezze, senza immoralità e vizi, senza litigi e invidie. Non vogliate soddisfare i cattivi desideri del vostro egoismo, ma piuttosto vivete uniti a Gesù Cristo, nostro Signore” (Rom 13. 11-14)

L’Apocalisse:

“Per la chiesa che è nella città di Sardi, scrivi questo: Così dice il Signore, che tiene in mano i sette spiriti di Dio e le sette stelle: Io vi conosco bene. Tutti vi credono una chiesa vivente, ma in realtà siete morti. 2 Svegliatevi! Rafforzate la fede dei pochi che sono ancora viventi, prima che muoiano del tutto! Di quello che fate, non ho trovato nulla che il mio Dio possa considerare ben fatto. 3 Ricordate come avete ricevuto la parola e siete diventati credenti: ebbene, mettetela in pratica; cambiate vita! Se continuate a dormire, verrò come un ladro, all’improvviso, e piomberò su di voi senza che sappiate quando”. 4 “Tuttavia ci sono alcuni di voi, a Sardi, che non si sono macchiati di infedeltà. Essi vivranno con me, vestiti di tuniche bianche, perché ne sono degni. 5 “I vincitori saranno vestiti così, con bianche tuniche: io non cancellerò i loro nomi dal libro della vita. Anzi, li riconoscerò come miei seguaci davanti a Dio, mio Padre, e davanti ai suoi angeli. 6 “Chi è in grado di udire ascolti ciò che lo Spirito dice alle chiese.

Fra Sergio Schiavon o-h-

L’allora Vicario Provinciale Fra Sergio Schiavon, per  la ricorrenza di San Giovanni di Dio – 8 Marzo 1989 – presentava gli Atti del Convegno tenutosi l’anno prima, gg.29/05 – 03/06 1988 presso il Centro di Spiritualità “MATER DIVINAE GRATIAE” di via S: Emiliano, 30 in Brescia. Egli così scriveva: 

“Il Convegno di Maggio/Giugno 1988 “INSIEME PER SERVIRE” ha rappresentato certamente un momento importante di incontro e di sintesi per le realtà operanti nella nostra Provincia. La riflessione sul tema dell’Ospitalità, punto di riferimento costante e fndamentale per tutti i partecipanti, ha favorito l’individuazione di come si è ospitali nelle varie Case.

 La raccolta dei contributi del Convegno vuole avere il significato di proseguire nella riflessione sui contenuti dell’Ospitalità, Carisma che San Giovanni di Dio ha trasmesso al suo Ordine. Attraverso i Religiosi Fatebenefratelli si intende riproporli ai collaboratori laici affinché nei nostri centri assistenziali l’Ospitalità divenga il comune stile operativo.

Auguro che la ricchezza di questi lavori divenga patrimonio di tutti, così che i nostri malati possano accorgersi di esserew i destinatari della nostrav premura, della nostra aattenzione, della nostra Ospitalità. Fra Sergio Schiavon o.h.  Vicario Provinciale .

 

 SPIRITO E DINAMICA

PER UN NUOVO SERVIRE

Fra Pierluigi Marchesi o.h.L’INTERVENTO DI FRA PIERLUIGI MARCHESI Priore Generale.

  • Al M.R. P. Raimondo Fabello Provinciale dalla Provincia Lombardo-Veneta
  • Ai Reverendi Confratelli partecipanti al Convegno 

1. A voi tutti, fratelli in Gesù, che vivete questo storico momento, con animo trepidante, gioioso e teso verso l’evoluzione che il mondo dell’OSPITALITA’ sta vi vendo, coinvolgendo anche il nostro Ordine e i suoi collaboratori, a voi tutti invio il mio fraterno saluto.

2. Un saluto ricco di speranze e di timori; un saluto che si trasforma soprattutto in un augurio che a Bre scia sappiate “INSIEME” trovare spirito e dinamica per un NUOVO SERVIRE, un augurio che a Brescia nasca veramente un giorno nuovo, una storia nuova.

3. Sono certo che le celebrazioni in ricordo della nostra secolare presenza in Lombardia non sono considerate come una semplice commemorazione, ma pensate e vissute con il gusto della rifondazione, nel comune rispetto della nostra memoria storica e dei valori dell’Ospitalità.

4. Abbiamo più volte dichiarato con convinzione, che oggi la nostra testimonianza nel mondo sanitario de ve orientarsi alla formazione di uomini capaci di assicurare efficienza gestionale, efficacia terapeutica e umanizzazione.

5. Questo messaggio è stato ripreso e, a volte con debole eco, a volte come bandiera entusiasta, è stato riportato nei nostri Centri e proclamato in maniera meno equivocabile al II Congresso Internazionale dei Collaboratori Laici recentemente celebrato a Roma.

6. Una nuova alleanza tra laici e religiosi si delinea e, in certi luoghi, si attua già con impegno, umiltà e creatività.

7. Sono convinto che questa ‘NUOVA ALLEANZA” non si improvvisa, ma va preparata con discernimento, con piani normativi, con capacità progettuale e con l’umiltà di chi sa sbagliare e nello stesso tempo verificare e correggere.

8. Tuttavia, malgrado i nostri proclami, che risalgono ormai al lontano 1980 dobbiamo ancora una volta rammaricarci per le incertezze, le titubanze, le paure che ci impediscono di percorrere nuove strade con i Laici nel mondo della sanità. Temiamo ancora di perdere, in favore di altre membra del Corpo di Cristo, quell’identità o quell’immagine che ci siamo costruita a nostra misura e che ci impedisce di vedere oltre i nostri limiti personali e istituzionali e ci chiude alla collaborazione autentica mentre la storia e l’evoluzione del nostro mondo sanitario-assistenzale non si arre sta più e forse non ci aspetta più.

9. Consentitemi di incoraggiarvi nel continuare a riflettere sulla vostra vocazione come fratelli” dediti al la lode di Dio nel servizio agli ammalati.

10. La nostra missione fondata sull’esecuzione dei con sigli evangelici, è orientata all’ospitalità. Questa, come carisma, è per tutti coloro che lo ricevono, un dono di Dio.

11. Laici e religiosi, siamo tutti “corresponsabili” di questo dono.

12. Corresponsabili saremo se, da religiosi, riusciremo a comprendere i laici con i loro doni e instaureremo rapporti creativi per la costruzione di progetti chiari e flessibili.

13. Da molte parti viene richiesto di definire meglio la nostra filosofia, quella che ispira la nostra specifica politica del Vangelo di misericordia.

14. In questo lavoro di definizione, apriamo le nostre menti ad una comprensione diversa del nostro passato orientato ad un avvenire sempre più problematico. Le forme di assistenza per il futuro, più che di strutture, avranno bisogno di persone disposte a condividere l’utopia che sta alle origini della nostra vocazione di cristiani — religiosi e laici — il servizio nell’amore.

15.      Tuffo intorno a noi muta e, per gestire questo mutamento, dobbiamo far ricorso alle nostre risorse più profonde: la solidarietà tra uomini, la comunione fra cristiani, il servizio verso tutti i bisognosi.

16. Pensare l’ospedale dell’avvenire può costituire una fuga piacevole dall’incerto presente. Vorrei dirvi, con tutta la forza della mia anima, che il nostro sguardo può puntare al futuro solo se comprendiamo il presente vissuto.

17. Per tracciare nuovi scenari nel mondo della sanità, dobbiamo sapere da dove veniamo; non per prepararci dei “ritorni” comodi, ma per disegnare percorsi sensati, fattibili e credibili nel rispetto della nostra sto ria.

18. Dalla cultura della separatezza dobbiamo passare alle culture della solidarietà e della comunione, in umiltà, ridiventando tuffi discepoli alla scuola di Cristo, uomo nuovo.

19. La nostra fede ci sostenga, non come piedistallo per le nostre elevazioni, egoistiche, ma come anima interiore per il discernimento e le scelte del nostro camminare verso il futuro.

20. Ritorniamo alle sorgenti della sacra scrittura, al gusto della preghiera e della vita liturgica, celebrata in comune; alla condivisione nella vita e nelle professioni.

21. Senza coraggio non si fa il futuro, specie di una istituzione.

22. Senza coraggio di progetti e di cultura nuova, non si vive la storia di oggi.

23. Senza coraggio non si fa l’Ospitalità nuova e si corre il grave rischio di fare delle istituzioni ospedaliere, non centri di Vita, ma luoghi sofisticati di nuovo e tormentato dolore per l’uomo che passa attraverso la malattia e attraverso la sofferenza.

24. Non abbiate dunque paura di essere coraggiosi! Trovate il coraggio di essere testimoni, il coraggio di essere animatori, il coraggio di essere profeti, il coraggio di essere precursori, ricercatori, per servire meglio. per servire insieme.

25. Il mondo ci chiama ad annunziare, ancora oggi, il Vangelo ai poveri, perché gioiscano; ai malati, per ché guariscano; ai più piccoli, perché vivano: accettare questa sfida è l’inizio del nostro progetto per il futuro !

26. Ascoltando queste mie parole, qualcuno potrebbe commentare che il Generale è lontano dalla realtà, è un utopista.

27. Vorrei poter pagare personalmente con la mia carne e la mia anima per il trionfo di questa meravigliosa utopia e, a questo proposito mi sia concesso riportare quanto ebbi a dire a conclusione del Convegno dei Collaboratori Laici del mese di marzo scorso: “…l’utopista non è né un visionario senza i piedi ben piantati in terra, né un nostalgico dell’impossibile, che si consola (o cerca alibi) guardando inerte al passato. L’utopista è colui che si dispone oltre il presente e oltre l’esistente: e, ditemi voi, che altro è un cristiano se non colui che ha in sé la speranza di una realtà che trascende il presente?

28. E, come si può essere veri operatori della carità e della sanità, se non si ha il respiro dell’utopia?

29.      L’utopia è più che mai necessaria oggi, in un mo mento storico come il nostro, che vede soprattutto i giovani (e qui ce ne sono tanti, ma non fanno parte della massima anonima) appiattirsi, adagiarsi materialisticamente sul ‘quotidiano’, sul presente singolo, perché privi di memoria storica e di progettualità individuale e comunitaria.

30. L’utopia è necessaria, infine, perché per noi il 2000 è quasi presente: e per ospitare degnamente dobbiamo dare ai nostri progetti la forza interiore dell’utopia”.

31. Carissimi fratelli, a tutti un ringraziamento per il nostro lavoro e per il vostro impegno.

32. L’Ordine dei Fatebenefratelli, i suoi malati, il Gverno Centrale dell’Ordine, vi ringraziano e vi incoraggiano.

33. Grazie per essere stati protagonisti di questo Convegno, nella speranza che siate co-protagonisti del nostro comune destino e co-protagonisti dalla storia del quinto secolo della diletta Provincia Lombardo Veneta nel nostro Ordine.

34. Che Dio perdoni i nostri peccati di omissione verso l’unione di laici e religiosi e mandi nei nostri cuori lo Spirito consolatore che ci dia coraggio nella solitudine e forza di testimoniare insieme il suo amore in un nuovo modo di servire l‘uomo nel dolore.

35. Che Dio benedica i religiosi della Provincia Lombardo Veneta, benedica voi tutti, collaboratori laici e le vostre famiglie; benedica i nostri ammalati nell’auspicio che da questo Convegno giunga a tutti loro un soffio di speranza e la gioia di un sorriso nuovo.

36. Fraternamente nel Gesù dell’ospitalità.

Dalla Cura Generalizia , il 20 maggio 1988

Fra Pierluigi Marchesi

 brescia-cattedrale-e-duomo-vecchio-02-204x300

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bruno-foresti-vescovo-di-brescia-01-233x300-150x150MONS. BRUNO FORESTI Vescovo di Brescia

Bisogna rivedere un po’ le cose, proiettarsi nel futuro con spirito nuovo, adatto ai tempi.

Voglio compiacermi perché questa ricorrenza è stata celebrata proprio in questo modo: vi sento insieme, religiosi e laici, a convegno (convenire è proprio il senso della Chiesa) tanto più quando è per studiare i modi di applicare la carità.

Ma vi sento già Chiesa proprio perché siete insieme, religiosi e laici, e vivete qui in reciproca carità! in funzione di un servizio sempre migliore, ma già realizzando all’interno vostro questo servizio di reciproca carità; perché credo che ciascuno darà il suo contributo e questo è per esprimere la carità.

Una pluralità di voci, di presenze e poi, come vi dicevo, per lo stile propriamente in cui voi vivete.

Ora il mio augurio è proprio questo: che il vostro “stare insieme”, nella carità, nella ricerca del bene, in vista del servizio ai fratelli si prolunghi sempre in un tutto armonioso e più cristiano stare insieme proprio in vista al servizio dei fratelli. Ed in tal senso ci sovviene l’esempio di Maria Santissima, colei che va a visi tare Elisabetta, la parente, sulla montagna.

La Madonna si è della serva del Signore, in servi zio, per il servizio, Lei, la serva del Signore.

Non è solo per il fatto che si è posta in servizio, ma perché si è sentita serva, è questa la cosa importantissima. Un conto è esercitare un servizio, un conto è sentirsi servi.

E tutta la dimensione della persona che è orientata in vista di quell’azione, non è l’aspetto esteriore ma quello interiore, profondo, psicologico, spirituale a costituire la Madonna serva: la fede senza le opere è vuota, non c’è uno spirito di carità e di servizio senza le opere, però, beninteso, il cuore è più grande della ma no dell’uomo.

 Vi ho dello che la Madonna si dice la serva del Signore, non perché farà qualche cosa o perché si metterà nelle opere, ma perché la stessa si sente proprio di essere dipendente del Signore e di voler essere scelta, anche in un senso di grandezza e di fierezza, dal Signore per il suo piano eccezionale; però con l’umiltà di chi dice “Ecco sono solo nelle Sue mani, e sono nelle Sue mani perché Lui è grande e misericordioso, ha fallo grandi cose Lui che è potente e Santo è il Suo Nome”, ed io sono nelle Sue mani affinché la Sua Misericordia trionfi.

Ecco, questo spirito di sentirsi proprio al servizio della misericordia di Dio è ciò che d rende umili, per chéla Misericordia è grande e noi siamo piccoli.

E anche quella che ci dà fierezza e gioia, perché noi siamo stati scelti dal Signore per essere le Sue mani, i Suoi occhi, in qualche modo il Suo sorriso ed in altro modo il Suo cuore, il cuore di Cristo che ci rende ancora più cristiani, “cor Christi cor Mariae”, ma anche quello che è il cuore di Cristo, il Figlio naturale di Maria, diventa anche il cuore del Figlio adottivo.

E allora mi pare che davvero in questa festa della Visitazione di Maria Vergine a Elisabetta, noi dobbia mo proprio pregarLa perché ci dia il cuore di servi. Questo atteggiamento spirituale di servi, questo desiderio di rendersi utili ed insieme l’umiltà, il desiderio e la fierezza addirittura di essere stati scelti dal Signore, per questo che è orazione, è chiamata, è dono, però è anche umiltà.

Che cosa posso fare se non sono inserito nel pia no di Dio, se Dio non rende potente il mio sorriso, se non rende potente la mia mano, se non rende potente il mio futuro? Umiltà dunque, però anche gioia, fierezza e generosità.

Ecco la Madonna davvero diventa come il modello del servire insieme; siete Chiesa, siamo Chiesa per servire. La Chiesa è serva, è, insieme, servizio e mo dello della Chiesa, e il tipo di Chiesa è Maria, Come si serve? Ecco le qualità cui accennavo: questa gioia, questa fierezza, generosità e, d’altra parte però l’umiltà, il non credere, perché ci rendiamo utili ai fratelli, di essere tanto bravi, tanto santi.

E poi l’attenzione che Maria ha avuto verso la cugina Elisabetta: le ha portato aiuto ma ha portato pure benedizione, santificazione.

Casi come il cristiano che si pone al servizio del malato, deve aver presente la globalità della persona: ha un corpo, ha un’anima e, nel contesto e nella concezione biblico-ebraica, uno spirito, Il corpo relaziona bile con i suoi dinamismi, l’anima che è il principio vi tale ed anche psicologico e, chiamiamolo così, di sensibilità e lo spirito, l’uomo in quanto orientato verso l’alto.

Questa è la tripartizione secondo il concetto ebraico di uomo: l’uomo è tutto corpo, è tutto anima, è tutto spirito, però, evidentemente, visto in aspetti distinti e con esigenze distinte.

Ebbene, ecco, Maria certamente ha avuto una sensibilità estrema, ha espresso la sua gioia nel suo Magnificat; un corpo giovane che si è mosso in servizio, ma anche, orientando verso il cielo Elisabetta, provocando in lei il dono dello Spirito, il dono della profezia e, soprattutto, questo sussulto di gioia del bimbo nel suo grembo che alcuni Padri hanno interpretato come presantificazione.

lo credo che questo debba essere sempre, tenuto tanto presente da voi, l’educazione al servizio, come educazione, dicevo, per sentirsi servi nella luce di Ma ria! anche a svolgere il servizio con queste intenzioni di Maria tenendo presente la globalità della persona! il corpo e, perciò,.}a professionalità. Non si può servi re un ammalato, (sono stato in ospedale anch’io qual che giorno), senza avere quell’attenzione, conoscen za e professionalità, è molto importante, Attenzione dunque a quest’aspetto del servizio e poi anche all’a nima, alla sensibilità, alla psicologia.

Allora ecco l’attenzione di un tocco di mano, l’attenzione dello sguardo, il sorriso. L’uomo ha bisogno di questo. Bisogna aggiornare il cuore, perché una ma no che tocca un’altra mano se parte da un cuore che ama, che è sensibile, è diverso da un altro, tocca in modo diverso, si può dire che c’è una trasmissione di qualche cosa che c’è dentro: non voglio parlare di pranoterapia perché siamo ad altri livelli, però è qualcosa che tocca perché c’è il cuore diverso, l’occhio è di verso.

 Quando gli innamorati si guardano, gli occhi brillano in modo diverso, quando un medico, quando un assistente guarda il malato in un certo modo…

E poi lo spirito. L’uomo, nella visione cristiana, è trascendente, va in alto, guarda in alto, confida in un destino che è quello ed allora non si può trascurare anche se non si fa, evidentemente, dello spiritualismo a buon mercato, non si può trascurare questo aspetto.

L’uomo visto nella sua globalità e, da parte nostra, se siamo cristiani, orientati verso la globalità: la salute fisica, la psicologia serena ma anche l’orientamento verso Dio. Soprattutto quando questo Dio si fa vicino, maggiormente quando ti vuole chiamare, allora vuole professionalità, vuole l’atto e lo spirito apostolico, non ché cuore largo e spirito apostolico.  

lo desidero ora augurarvi ed esortarvi insieme: l’augurio è già preghiera, se non è come tanti auguri che si fanno cosi di consuetudine, ma se è un augurio ve ro è preghiera per un cristiano.  

“Ti auguro che davvero questo avvenga in te, e l’amore è preghiera”, visto nella visione cristiana è preghiera.

E allora io voglio augurarvi, ed è già preghiera, però sussidio questo augurio con la Messa di stamattina, con la preghiera vera, con la preghiera che accompagna i vostri lavori, che davvero voi siate insieme qui a cercare il modo con cui servire meglio i fratelli: per servi non solo meglio da un punto di vista tecnico, ma per servire bene il fratello dando a questo senso il significato che dava 5. Giovanni di Dio quando diceva “Fate bene fratelli”. Certo, S.Giovanni di Dio non pensava alla professionalità solamente, ma a qualco sa di più grande che comprende anche quella ma non si limita a quella.

Fate bene fratelli !

 SUOR MICHELA CASSI

Vice Superiora delle Suore Dorotee da Cemmo

 Innanzitutto il benvenuto al Convegno da parte della Comunità. E desiderio di ciascuna di noi che ognuno si trovi in questi giorni il più possibile a suo agio, un po’ possibilmente in famiglia, e per questo veramente chiediamo che ciò di cui hanno bisogno, con molta libertà lo possono chiedere.

Abbiamo visto la grande premura con cui hanno preparato il Convegno qui nella nostra casa e cerchiamo, per quanto ci è possibile, di favorire questo loro impegno.

Presento ora brevemente la nostra Congregazione.

Cemmo è un piccolissimo paese della Valcamonica. E piccolissimo adesso come lo era 140 anni fa quando è nata la Congregazione. Essa é sorta come scuola, quindi per l’educazione e la formazione, ma con l’attenzione a far si che chi veniva formato ed educato nei piccoli paesi della valle diventasse a sua vol ta capace di educare e formare.

Il nostro carisma specifico è animare e formare i laici, animare perché la vita cresca e sia sempre più forte. Ecco, penso che se ci unisce un dono è un po’ questo: la passione per la vita, perché la vita sia sempre migliore nei fratelli.

Lo facciamo, ripeto, attraverso opere formative ed educative nelle quali si inserisce anche questa struttura che prepara, organizza, offre esperienze di preghiera, corsi di spiritualità di vario tipo aperti indistintamente a diverse categorie.

Penso di aver dello a sufficienza per quanto ci riguarda e da parte di tulle noi della Comunità, nuova mente buon lavoro.

1-_Scan10322Convegnisti – Fra Raimondo è il settimo da sinistra

LO STILE, LE CARATTERISTICHE E LE PARTICOLARITA’ DELLA NOSTRA OSPITALITA’

RELATORE:   FRA RAIMONDO  FABELLO  Priore Provinciale

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 Convegnisti – Fra Raimondo è il sesto da sinistra

  “Curare significa usufruire anche delle tecnologie per aiutare il malato a capire il significato dell’esperienza che sta vivendo”. NON AVERE PAURA DI AVERE CORAGGIO”.

Fra Raimondo Fabello al microfonoMi è stato affidato l’in­carico di tratteggiare le caratteristiche e lo svilup­po della Ospitalità, il Cari­sma specifico di noi Fate­benefratelli, attraverso i secoli a partire da Giovan­ni di Dio fino ai giorni no­stri. Non tratterò l’aspettoteologico della Ospitalità dei Fatebenefratelli e neppure quello del voto di religione che emettiamo all’atto del­la professione religiosa, ma cercherò di evidenziare quelle caratteristiche, quelle particolarità che possono rappresentare vorrei quasi dire lo “stile” della nostra Ospitalità..

Ho detto che l’Ospitalità rappresenta il nostro cari­sma specifico; penso sia utile definire cosa intendia­mo per carisma e lo faccio con le parole delle nostre attuali Costituzioni: “Il nostro carisma nella Chiesa è un dono dello Spirito, che porta a configurarci con il Cri­sto compassionevole e misericordioso del Vangelo, il quale passò per questo mondo facendo il bene a tutti e curando ogni sorta di malattia e infermità. In virtù di questo dono siamo consacrati dall’azione dello Spiri­to Santo, che ci rende partecipi in modo singolare, del­l’amore misericordioso del Padre.

Questa esperienza ci comunica atteggiamenti di benevolenza e donazio­ne. ci rende capaci di compiere la missione di annun­ciare e di realizzare il Regno tra i poveri e gli ammala­ti; essa trasforma la nostra esistenza e fa sì che attra­verso la nostra vita si renda manifesto l’amore specia­le del Padre verso i più deboli, che noi cerchiamo di salvare secondo lo stile di Gesù.

Mediante questo ca­risma manteniamo viva nel tempo la presenza miseri­cordiosa di Gesù di Nazareth: Egli, accettando la vo­lontà del Padre, con l’incarnazione si fà simile agli uo­mini suoi fratelli; assume la condizione di servo; si iden­tifica con i poveri, gli ammalati e i bisognosi, si dedica al 10[0 servizio e dona la sua vita in riscatto per tutti”.

E’ in virtù di questo dono e cercando di realizzare questi atteggiamenti su Il’ esempio di Cristo che si è svi­luppata nei secoli la nostra Ospitalità, all’inizio in mo­do sublime in Giovanni di Dio, e poi anche nei suoi figli, mediante opere concrete, iniziando dal primo ospedale fondato dallo stesso Giovanni di Dio in Gra­nada nel 1539

SA GIOVANNI DI DIO  (1495-1550)

San Giovanni di Dio a NazarethGiovanni Ciudad (poi  chiamato di Dio) nasce in Por­togallo, a Montemor-o-Novo nel 1495; a nove anni in modo misterioso lascia la casa paterna e lo ritroviamo in Spagna e dopo una vita avventurosa. ma anche an­siosa di capire cosa Dio vuole da lui, dopo una parti­colare illuminazione della grazia, riesce a fondare il suo primo ospedale.

E dotato sicuramente di doni di natura sui quali si sovrappongono i doni della grazia, mediante i quali di­venterà il grande riformatore dell’ospedale e dell’assi­stenza sanitaria e il grande Santo della Carità.

Gli aspetti caratteristici (preludio e inizio dell’Ospi­talità di cui stiamo trattando) che determinano e accom­pagnano la dedizione, il servizio, le attenzioni, l’amo­re di Giovanni di Dio verso i poveri e i malati si posso­no così delineare:

  • _Scan10159Egli operava per amore di Dio e per la sua gloria. Il Castro, il biografo più autorevole, scrive: “In tutte le opere che faceva si prefiggeva come scopo principa­le che ne risultasse gloria e onore a nostro Signore, sì che la cura del corpo fosse mezzo per la salvezza dell’anima” (Cap. XIX).
  • Egli viveva l’esperienza di essere stato per primo amato da Dio. Il Castro conferma: “Aveva l’ansia dei santi, di dare cioè se stesso in mille modi per amore di Colui che era stato tanto munifico con lui” (Cap. XIV).
  • Egli si immedesimava nei poveri, nei bisognosi. La sua vera e profonda umiltà lo poneva tra gli ultimi. “Tut­to il tempo che servì nostro Signore lo passò nell’an­nientare e disprezzare se stesso e mettersi al posto più basso e umile in ogni forma e maniera che gli fosse possibile” (Castro, Cap. XXI).
  • La carità di Giovanni di Dio non aveva limiti. “Il suo cuore non sopportava di vedere il povero patire ne­cessità, senza apportarvi rimedio” (Castro, Cap. XVI).
  • Giovanni di Dio confidava totalmente nella provvi­denza ma si adoperava in tutto quello che poteva fa­re. Ai suoi poveri diceva “Confidate nel Signore poi­ché Egli provvederà a tutto, come suoi fare con colo­ro che da parte loro fan quello che possono”.
  • Giovanni di Dio è un uomo anche molto pratico e concreto: al giovane Luigi Battista che voleva entrare a far parte dei suoi aiutanti, scrive: “Se venite qui do­vrete obbedire molto e lavorare molto di più di quanto abbiate lavorato e tutto nelle cose di Dio, e consumar­vi nell’attendere ai poveri”.
  • Giovanni di Dio è un grande organizzatore, come vedremo in seguito.

Con questo spirito e con queste doti, Giovanni di Dio costruisce il suo modello di assistenza e per pri­ma cosa vuole un ospedale in cui poter ricevere e cu­rare i poveri e i pellegrini “a modo suo”, secondo le proprie intuizioni e i propri metodi fondati sull’amore, nonostante a Granada esistessero già almeno altri cin­que ospedali tra cui l’ospedale reale ove egli stesso era stato ricoverato e trattato come pazzo e dove ave­va iniziato a curare con amore quelli che erano con lui ricoverati.  

San Giovanni di Dio (2)-001

Giovanni di Dio va alla ricerca dei bisognosi e tutti quelli che trova, poveri, storpi, paralitici, pazzi, li porta nel suo ospedale: per primo nella storia da a ciascu­no il suo letto (nei primi tempi una semplice stuoia), li divide a seconda delle patologie, e per sesso. Ac­canto all’ospedale crea una grande stanza dove pos­sono essere accolti i pellegrini (che in quel tempo nu­merosi si recavano ai grandi santuari) e per tutti pro­cura il cibo necessario, mèdiante la questua e gli aiuti che gli provenivano dai benefattori.

Giovanni curava i suoi malati ma mirava alla loro salvezza spirituale e pertanto li faceva pregare, li esor­tava alla confessione e voleva che fossero riconoscenti verso i loro benefattori, pregando per loro.

Nel suo primo ospedale faceva tutto da solo an­che perché nessuno osava avvicinarlo a motivo della sua recente presunta pazzia; ma dopo breve tempo trovò alcuni aiutanti che lo coadiuvassero: di essi cer­tamente doveva molto fidarsi e sicuramente doveva averi i ben preparati se per molte ore del giorno affida­va loro l’ospedale mentre egli si prodigava per mille altre necessità oltre alla questua quotidiana che egli faceva rivolgendosi alla gente di Granada con le pa­role “Fate bene fratelli, a voi stessi per amore di Dio”.

Di una volta almeno si racconta che Giovanni di Dio rimase assente sette mesi dall’ospedale per recarsi a cercare aiuti fino a Valladolid, alla corte del Re. In que­sta occasione, tra l’altro, continuava a fare del bene a chiunque trovava nel bisogno anche se era andato a cercare aiuti per il suo ospedale, e a chi se ne la­mentava rispondeva “Darlo qui o darlo a Granada è sempre far del bene per amore di Dio, il quale sta in ogni luogo” (Castro, Cap. XVI).

Sempre oltre all’ospedale, tutti quelli che si rivol­gevano a lui “” (Castro, Cap. XIII).

E ogni venerdì, “giorno in cui si commemora la no­stra redenzione”, Giovanni di Dio si dedicava alla re­denzione delle prostitute e per tutte quelle che riusci­va a convertire trovava i pezzi per una vita onorata, compresa la dote per quelle che volevano espiare en­trando in qualche convento sia per quelle che erano portate al matrimonio.

 Si potrebbero dire molte altre cose, credo tuttavia di aver già fatto comprendere quale erano le caratte­ristiche dell’ospitalità di Giovanni di Dio. 

Affidando i suoi duecento malati ad Anton Martin e una copia del quaderno dei debiti all’arcivescovo, Giovanni di Dio morì in Granada l’a marzo 1550 dieci anni soltanto dall’inizio della sua opera ed i funerali fu­rono un autentico trionfo.  

L’Ospitalità, dopo Giovanni di Dio

Giovanni di Dio mai pensò di fondare un Ordine religioso ma solo che ai suoi po­chi discepoli (non più di una decina) nominando suo successore Anton Martin. Egli faceva ogni cosa come l’aveva imparata dal maestro e dopo tre anni soltanto passò il testamento come l’aveva avuto da Giovanni di Dio al suo succes­sore. Nel frattempo tuttavia aveva trasferito “ospeda­levenissero assistiti i suoi poveri e i suoi malati e questo lasciò in testamento  in un ambiente più ampio e fondato un nuovo ospe­dale a Madrid. Iniziava la diffusione; il piccolo seme in breve tempo diventerà un albero rigoglioso.

Questi ospedali e quelli che vennero più tardi pro­vengono direttamente dallo spirito e dalla organizza­zione del fondatore e, nei primi secoli furono copia fe­dele di quello di Granada. Era una organizzazione completa e capi Ilare, con personale religioso e laico numeroso e ispirata a tale larghezza di vedute che po­trebbe far onore anche ai nostri attuali ospedali.

Ciò ha facilitato la diffusione stessa dell’Ordine, ar­gomento che oggi non possiamo trattare, ma rappre­senta anche quello stile di ospitalità che ha caratteriz­zato l’Ordine nei primi secoli, praticamente fino alla sua soppressione iniziata a partire dagli anni 1730 e fino alla fine del1aOO. Quando S. Pio V approvò l’Istituto, nel 1572, si dice abbia esclamato “Questo è il fiore che mancava nel giardino della Chiesa di Dio!”.

Vale la pena di riportare alcuni aspetti di quella or­ganizzazione, come li troviamo nelle prime Regole e Costituzioni, stese per l’ospedale di Granada. Queste note sono anche una dimostrazione delle capacità or­ganizzative di Giovanni di Dio.

Leggiamo: “Essendo questo un ospedale realmen­te generale, dove concorrono tanti poveri infermi sia uomini che donne quasi tutti mantenuti con le elemo­sine date dai fedeli, conviene che vi siano molti mini­stri, sia fratelli per raccogliere dette elemosine, che al­tri officiali necessari per il governo della casa, per l’am­ministrazione dell’azienda, per la cura e il sollievo dei poveri” .

E ancora, dopo aver detto che l’ospedale deve avere un sacerdote per la cura delle anime, si dice “Si avrà un fratello maggiore (superiore) e 23 fratelli pro­fessi e dell’abito, una donna che sia madre e prefetta delle sale delle donne inferme, un infermiere maggio­re e altri minori in ciascuna sala, un refettoriere, un can­tiniere, un dispensiere, un guardarobiere, un cuoco, un sacrestano, un medico, un chirurgo, un barbiere, tre portieri, un maggiordomo (economo, amministra­tore).

E ancora, l’ospedale doveva avere una speziera che forniva medicinali e droghe ai ricoverati e vende­va anche agli esterni.

Lo spirito che doveva sempre animare i fratelli lo possiamo dedurre da quanto viene prescritto per il Fra­tello maggiore:

Poiché lo scopo principale dell’ospe­dale è la cura e il conforto dei poveri di Gesù Cristo, ordiniamo al fratello maggiore di essere mite, pio, ca­ritatevole con i poveri; di compenetrarsi molto delle loro infermità, di non impazientirsi e di non riguardare co­me un peso la loro importunità, ma piuttosto li conforti e consoli con parole amorevoli e con opere caritate­voli e procuri che si dia loro il necessario sostentamento di giorno e di notte, secondo la qualità delle malattie, come pure la biancheria dei letti, che dev4essere lim­pida, in modo che, mediante il conforto ad essi arre­cato, possano recuperare la salute più facilmente. E perché ciò possa conseguirsi meglio avrà premura di recarsi ogni giorno in tutte e singole le corsie dei ma­lati, uomini e donne, chiedendo a ciascuno di essi se ha bisogno di qualche cosa, …se gli infermieri lo tratti­no male o non gli diano il necessario, onde possa ri­mediare a tutto con discrezione e prudenza in modo che le necessità siano sollevate e le colpe punite, …co­me pure deve recarsi abitualmente nei vari uffici… per vedere e rendersi conto se vi sia la pulizia necessaria e la regolarità e diligenza degli officiali in detti uffici”.

Per quanto riguarda i fratelli infermieri viene stabi­lito “che gli infermieri siano fratelli dell’abito e non aven­done a sufficienza, il Fratello maggiore procurerà di trovare uomini di buona vita e buon esempio e carita­tevoli che disimpegnino l’ufficio con amore e carità”.

Per la cura dei malati viene prescritto: “Quando si riceve il malato povero, prima di metterlo a letto, se possibile, gli si lavino il viso e le mani, gli si taglino i capelli e le unghie e se non si pregiudica la salute gli lavino i piedi in modo che stia con molta limpidezza; dopo di che lo mettano a letto assestato bene, con len­zuoli e biancheria limpida, cuscini, berrettino e cami­cia dell’ospedale, se l’infermo non la portasse; tutto ciò si dovrà cambiare ogni otto giorni”.

Gli infermieri dormiranno nelle corsie dei malati per accorrere subito alle loro necessità e a tal fine veglie­ranno nei rispettivi turni e nelle ore della notte, affin­ché per loro disattenzione o negligenza nessuno muoia senza qualcuno vicino, o si scopra, o caschi dal letto o faccia qualche altra cosa non decente, che possa essere evitata con l’aiuto e l’assistenza di detti infer­mieri”, i quali devono “trovarsi presenti alla visita del medico, perché ssano poi eseguire meglio quanto sarà prescritto”.

E ancora, l’infermiere maggiore che nelle corsie ha ogni autorità “su tutti gli infermieri, anche se siano pro­fessi, e ministri e officiali” e che deve far loro compie­re quanto è prescritto “comandandoli e aiutandoli”, “se necessario accompagnerà il medico nella visita e farà eseguire con diligenza tutto quello che prescriverà; do­vrà essere presente alla distribuzione del vitto e darà disposizione sul modo di ammanirlo bene e limpida­mente”.

Non meno chiare sono le disposizioni per i medici. “Il medico verrà molto presto al mattino, e il chirurgo dopo sorto il sole, perché possano isitare in tempo i malati e si possa in tempo provvedere il necessario sia per quello che riguarda il vitto come per quello che riguarda i medicinali, e cosi anche ritorneranno la se­ra, quando fosse necessario, e di questo noi faccia­mo un obbligo di coscienza”, e viene aggiunto “Fac­ciamo obbligo ai detti medico e chirurgo di avere pa­zienza nel curare gli infermi, visitandoli con calma, se­renità e tempo, informandosi delle loro malattie con af­fabilità e carità, per applicare meglio il rimedio e la me­dicina che conviene, ponendosi dinanzi agli occhi della mente il pensiero che è Gesù Cristo, loro Redentore, colui che cura l’infermo e, così facendo, Egli li illumi­nerà perché quelle e altre cure riescano bene e pa­gherà loro il cento per uno come ha promesso”.

Vì sono ancora molte altre raccomandazioni e pre­scrizioni, ma credo che quelle menzionate siano già molto chiarificatrici e non credo abbiano bisogno di particolari commenti.

Siamo nell’anno 1585. Questo stile, questo spirito di progresso, tipici dell’Ospitalità di Granada vengo­no riportati sebbene in termini diversi in tutte le Costi­tuzioni dell’Ordine fino ai giorni nostri.

L’Ospitalità e la diffusione dell’Ordine

La diffusione dell’Istituto fu rapida e estesa se si pensa che nel 1685 contava già 224 opere nei cinque continenti.Questo sviluppo è stato possibile anche per il lar­go spazio libero che i Fatebenefratelli hanno trovato. In effetti le Religiose fino alla metà del secolo XVII si dedicavano raramente ai malati e l’assistenza laica de­gli infermieri era assai deficitaria. Inoltre il loro servizio nell’armata spagnola e poi in quella portoghese li ha portati in ogni parte del mondo e spesso, ove giunge­vano, viste le necessità delle popolazioni incontrate, si operavano per farsi affidare ospedali già esistenti o per erigere un loro ospedale. I mezzi venivano offerti spesso dagli stessi governi.

I religiosi che invece ritor­navano dalle campagne militari rientravano con la mas­sima semplicità alle primitive occupazioni. In questo modo l’Ordine iniziò anche la sua presenza in Italia. Infatti, anche se non tutte le notizie storiche sono state verificate completamente, i Padri Soriano e Arias, che erano imbarcati con le truppe spagnole per la Batta­glia di Lepanto (1571) contro i Turchi, passando per Napoli, decisero di fondarvi il primo ospedale.

Nello scorrere dei tempi, l’assistenza ospedaliera si qualificava sempre più e iniziavano a delinearsi le specializzazioni. Anche in questi momenti l’Ordine fu spesso anticipatore. Soltanto a titolo di esempio. ricor­do che già nelle Costituzioni del 1587 venivano previsti i convalescenziari per il consolidamento della salu­te, il recupero delle forze per un buon ritorno al lavoro. Leggiamo infatti: “Nessun infermo sarà dimesso fi­no a quando non abbia passato alcuni giorni di con­valescenza e quando negli ospedali dei nostri fratelli non si avesse la comodità di fare la convalescenza l’in­fermo venga trasferito in altri ospedali in cui si possa fare”.

I primi ospedali italiani sono sorti quasi tutti per as­sistere i convalescenti. Fin dal 1600, soprattutto in   Francia, si sviluppò una specializzazione psichiatrica. Il Ce­lebre Pinel, nel suo “Traité de la manie”, fa un elogio dell’ospedale di Charenton, ospedale psichiatrico e maison de force (manicomio criminale). In questo ospe­dale sarà più tardi rinchiuso il tristemente famoso De Sade. E anche dopo la restaurazione dell’Ordine in Francia, la legge sugli alienati del 30 giugno 1838 ha raccolto numerosi suggerimenti e consigli del P. Gio­vanni di Dio de Magallon.

Per l’Italia è interessante rileggere un passo del Re­golamento dell’ospedale di Ancona (1840) in cui eb­be rinomanza il P. Vernò. Vi si legge: “I pazzi entrati in convalescenza saranno tolti dalla divisione in cui han­no dimorato nel tempo della malattia e verranno collo­cati nelle stanze del convalescenziario dove resteran­no per tre mesi divisi interamente da tutti gli alienati”. “Nessuno dovrà essere ozioso, ma la loro occupazio­ne deve essere scelta secondo le disposizioni naturali degli individui, secondo la loro professione e la spe­cie di alienazione che soffersero”. “Nel corso della con­valescenza saranno gli uomini qualche volta chiamati a pranzo dal rev.do Priore dell’ospedale e le donne dal medico direttore. L’ospedale presterà i mezzi per questi convitti di prova”.

Altre opere si specializzarono per le forme derma­tologiche e soprattutto celtiche, altre per l’assistenza ai bambini rachitici e scrofolosi, altre per la cura e la rieducazione di handicappati fisici e psichici.

L’Ospitalità e la formazione professionale

Un ulteriore aspetto che ha caratterizzato l’ospita­lità dei Fatebenefratelli durante i secoli è certamente quello della formazione professionale. Per il suo fine specifico di assistere gli infermi, l’Or­dine ha coltivato con impegno, secondo il livello del progresso culturale e tecnico dei tempi, gli studi me­dici, chirurgici, farmaceutici e infermieristici per la for­mazione dei suoi religiosi e non loro soltanto.

All’inizio la formazione avveniva con “esercizio pra­tico e con le lezioni al letto del malato, impartite man mano che ne capitava l’occasione, dal medico, dal Fra­tello maggiore e dai fratelli più anziani e più esperti.

I Novizi stessi dovevano essere istruiti dal Maestro nonsolo per quanto riguardava la vita ascetica e religiosa ma anche sull’assistenza ai malati, “servendo nelle sale degli infermi e nei vari uffici e altri ministeri della ca­sa”. Alcuni Padri Generali ordinano di far scuola di filosofia ai novizi e ai Neoprofessi per avviare  poi alcu­ni allo studio della medicina e di istruirli in modo che “imparino a cavar sangue, di chirurgia e di spezieria”.

Tutto ciò è stato certamente facilitato fin dall’inizio dalla presenza e dall’attività di alcuni valorosi medici, chirurghi, speziali (farmacisti) che entrarono nell’ordi­ne e per la collaborazione di laici preparati. La prima scuola di chirurgia risale al 1553 presso l’ospedale di Anton Martin di Madrid. In essa si istruivano i religiosi che poi ottenevano “la convalidazione dinanzi al tribu­nale del protomedico”. Alla scuola partecipavano an­che religiosi di altri Ordini e, giovani che avevano ini­ziato il tirocinio pratico presso qualche medico. Era de­stinata alla preparazione di chirurghi minori (non sa­pevano il latino), barbieri, flebotomi e infermieri e in se­guito (dopo il 1556) anche allo studio delle malattie del­la pelle (soprattutto celtiche), odontoiatria, ORL e uro­logia. Chi voleva diventare chirurgo maggiore o me­dico, dopo un corso preparatorio di latino, grammati­ca e matematica. si iscriveva alla università.

Per modestia religiosa i fratelli addottorati erano esentati dalla cerimonia di investitura.

Anche in Italia questo aspetto fu molto curato, non sto ad elencare le scuole qui sviluppatesi. Certamen­te il livello professionale dei religiosi ed il numero dei laureati doveva essere alto se (ancora oggi sembra esagerato) il Capitolo provinciale del 1785 prescrive­va che “Non si dovessero accettare all’abito se non persone dotate di speciale vocazione al nostro Istitu­to, e atti agli studi allo stesso propri tanto di medicina, chirurgia e farmacia quanto di conteggio per le cose amministrative”.

Questi religiosi inoltre dovevano essere molto sti­mati e richiesti se la Santa Sede è intervenuta per vie­tare la loro opera fuori dagli Ospedali. Nel Capitolo ge­nerale del 1738, per cercare di superare questo divie­to, viene fatta notare l’impossibilità di adeguarvisi “per­ché ne segue disaffezione da parte di coloro che so­no devoti ai nostri conventi, sospensione di elemosi­ne e grande mancanza da parte dell’Ordine verso per­sone di ogni classe, che sollecitano il conforto di es­sere curate nei loro mali da un religioso chirurgo, ri­ponendo in questa loro buona opinione il consegui­mento della guarigione. Per tale motivo non si può ne­gare a essi ciò che specificamente appartiene alla no­stra professione e al nostro Istituto”.

Molti fratelli, oltre che per l’amoroso servizio pre­stato ai più poveri, furono in effetti insignì per aver cu­rato principi, re e Papi e per vari contributi dati alla scienza alcuni figurano negli annuali; uno, il Beato Ric­cardo Pampuri è anche annoverato tra i Santi.

L’Ospitalità nelle Missioni dell’Ordine

Giovanni di Dio ebbe un animo altamente missio­nario, anche secondo la terminologia moderna, non prefiggendosi altro fine che la gloria di Dio e la salvez­za delle anime.

Lo stesso spirito missionario passò ai suoi primi di­scepoli e si diffuse rapidamente, sempre inquadrato nell’ambito del suo fine specifico, cioè all’assistenza degli infermi soprattutto negli ospedali. Tra i missiona­ri troviamo parecchi martiri. Oggi l’ordine annovera ol­tre 20 opere missionarie ove i religiosi manifestano e dimostrano con fatti concreti quanto altri missionari in­segnano con la predicazione e la catechesi.

L’Ospitalità nelle guerre, nelle epidemie e altre necessità.

L‘Ospedale per i Fatebenefratelli è sempre stato il punto di riferimento privilegiato, tuttavia essi hanno realizzato l’Ospitalità anche in molte altre occasioni in cui la loro opera è stata ritenuta necessaria o utile. Durante le guerre, come abbiamo visto anche all’inizio della diffusione dell’Ordine, i religiosi hanno par­tecipato come medici e infermieri al seguito degli eser­citi, talora come responsabili della organizzazione sa­nitaria militare; altre volte hanno trasformato i loro ospe­dali in ospedali militari, altre ancora sono stati chiama­ti a organizzare e dirigere ospedali militari. Sono nu­merose le attestazioni di benemerenza ricevute sia per l’organizzazione che hanno saputo realizzare sia so­prattutto per la loro dedizione e i loro servizi a favore dei feriti dell’uno e dell’altro fronte.

Durante le epidemie (P. Gabriele Russotto nella sua opera “S. Giovanni di Dio e il suo Ordine Ospedalie­ro” ne elenca 75 in cui sono intervenuti i Fatebenefra­telli) sono parecchi i religiosi che hanno lasciato la vita per assistere i malati. Tra questi lo stesso Anton Mar­tin, tre anni dopo la morte del Fondatore come abbia­mo già visto e il Beato Giovanni Grande (1600). Per restare a noi, nella peste di Milano del 1630, siamo certi della morte di almeno 14 religiosi.

Nella calamità naturali e in caso di disastri ugual­mente l’Ospitalità ha spinto i religiosi a intervenire con la loro dedizione. Accenno soltanto a titolo di esem­pio agli ultimi in ordine di tempo: lo scontro ferroviario di Benevento nel 1953, il terremoto di Agadir (Maroc­co) del marzo 1960, i terremoti del Friuli e dell’lrpinia.

L’Ospitalità  oggi

Le leggi repressive che erano quasi riuscite a sop­primere l’Ordine Ospedaliero, ovviamente non pote­vano sopprimere “Ospitalità, carisma, dono dello Spi­rito alla sua Chiesa, e, verso la fine del secolo scorso, l’Ordine ospedaliero inizia in modo molto intenso la sua restaurazione per opera di santi e coraggiosi religiosi, tra i quali spicca la figura del Beato Benedetto Menni. Peggiorano soltanto la loro situazione le opere oltre la cosiddetta “cortina di ferro”. Intensa si manifesta l’o­pera dei Fatebenefratelli durante le due guerre mon­diali. In Italia si caratterizzano con le loro case di cura aperte a tutti, tra le poche convenzionate con tutti gli Enti assistenziali, e i loro istituti psichiatrici.

Con una scelta coraggiosa entrano nel servizio sanitario nazionale mediante la lassificazione delle loro Case di cura e in occasione della attuazione della leg­ge 180 del 1978, si rifiutano di abbandonare al loro destino i malati psichiatrici che erano affidati alle loro cure, nonostante disagi economici notevoli e contesta­zioni varie.

concilio-vaticano secondoIl Concilio Vaticano Il richiama tutti gli Istituti religiosi a rinnovarsi e a riformulare le proprie Costituzioni.

Anche la società civile, e con essa il mondo sani­tario, vivono una profonda trasformazione.

In questo contesto, per quanto riguarda il mondo sanitario, si possono sottolineare alcuni aspetti positi­vi, quali: una profonda evoluzione delle strutture sani­tarie e ospedaliere, una più adeguata preparazione professionale degli operatori sanitari, una maggior par­tecipazione nella gestione della salute e del v%nta­riato, e altri negativi, quali: una tecnologia esagerata e disumanizzante, una burocratizzazione e una politi­cizzazione eccessiva del mondo sanitario, l’emargina­zione di alcune categorie di pazienti (malati cronici, an­ziani, tossicodipendenti, ecc.) e la progressiva assimi­lazione di una cultura di morte rappresentata dall’a­borto e dalla eutanasia.

Per quanto riguarda l’Ordine Ospedali ora si riscon­trano alcuni elementi preoccupanti, tra i quali:

  • il calo nelle vocazioni e l’età media dei religiosi,
  • la preparazione culturale e professionale non più ade­guata ai tempi,
  •  la scarsa incisività apostolica all’inter­no delle proprie Opere,
  • la difficoltà a gestire strutture divenute complesse,
  • la difficoltà a realizzare rapporti cordiali di collaborazione e di fiducia con i collabora­tori laici,
  • una certa incapacità a influire sulla umanizzazione delle strutture ed a stimolare i nostri collabo­ratori.

In questi contesti sono state riformulate le nostre  Costituzioni e Statuti Generali in cui vengono ripresi ritrascritti in termini conciliari gli aspetti legati al Carisma dell’Ordine, si rinnovano i criteri per la formazio­ne dei religiosi, si riformulano i criteri di amministrazione e governo delle Comunità e delle Opere assistenziali e si identificano i criteri che danno lo stile della nostra Ospitalità. Per questo nostro convegno ritengo utile soffermarmi su questa parte, elencandone qualche  aspetto.

  • Nella realizzazione della nostra missione occorre collaborare con altri organismi della Chiesa e dello Stato (C45).
  • Occorre ricercare e accettare la collaborazione di altre persone, professionisti e no, volontari e collaboratori, ai quali ci sforzeremo di partecipare il nostro spirito nella realizzazione della nostra missione (C.46).
  • Occorre inserirsi individualmente e come comuni­tà, nei centri e negli organismi dello Stato per svolge­re una missione di evangelizzazione e di servizio nel mondo della salute (C.47). 
  •  Nella pastorale ospedaliera dobbiamo sensibilizza­re i nostri collaboratori affinché esercitando le loro ca­pacità umane e professionali, agiscano sempre con il massimo rispetto per i diritti dei malati, inoltre dobbiamo invitare a partecipare direttamente alla pastorale coloro che si sentono motivati dalla fede (C.51).   

 Gli statuti  Generali, inoltre, dichiarano i nostri centri assistenziali come confessionali e cattolici (S.53), e definiscono i principi fondamentali che orientano e ca­ratterizzano l’assistenza nelle nostre opere, nel modo seguente (S. 54):   

  • Avere come centro di interesse di quanti viviamo e lavoriamo nell’ospedale o in qualsiasi altra  opera as­sistenziale il malato.
  • Promuovere e difendere i diritti del malato, dell’an­ziano e dell’invalido, tenendo conto della loro dignità personale.
  • Riconoscere il diritto della persona assistita a es­sere informata del suo stato di salute.
  • Osservare le esigenze del segreto professionale… – Difendere il diritto a morire con dignità…
  • Rispettare la libertà di coscienza delle persone che assistiamo e dei collaboratori, fermi nell’esigere che si rispetti l’identità dei nostri centri ospedalieri. – Rifiutare la ricerca di lucro osservando e esigendo che non si ledano le norme economiche giuste.

E poiché questi principi devono essere accettati e rispettati da tutte le persone che collaborano con noi, “si ponga la massima attenzione nella scelta del per­sonale tecnico, amministrativo e ausiliario…, tenendo presente non solo la loro preparazione e la loro com­petenza professionale, ma anche la loro sensibilità di fronte ai valori umani e ai diritti dei malati, conforme agli orientamenti della Chiesa e degli organismi che proteggono i diritti dei malati” (S. 55).

L’Ordine Ospedaliero intero è impegnato ad assi­milare e vivere gli impegni derivanti dalle nuove Co­stituzioni e Statuti Generali. Alcuni religiosi sono diso­rientati e talvolta restii al cambiamento. Per recare mag­gior impulso e più energia a tutto ciò e per cercare di superare le resistenze, il Superiore Generale ha offer­to a tutti tre grandi riflessioni, che ci stanno ancora im­pegnando:

  • Il Rinnovamento (1978), mediante il quale abbia­mo cercato di riscoprire le radici della vocazione ospe­daliera per viverla e testimoniarla secondo le esigen­ze dei tempi.
  • L’Umanizzazione (1981), mediante la quale e uma­nizzando noi stessi e le nostre strutture, cerchiamo ri­pristinare “la nostra alleanza con l’uomo che soffre” e di infondere un impulso più stimolante alla nostra co­munità e ai nostri collaboratori per una assistenza che si centra sull’uomo e che lo serve con dignità ed effi­cienza.
  • L’Ospitalità verso il 2000 (1986), che facendoci toc­care con mano l’attualità e l’urgenza del nostro Carisma, ci sospinge, in questo mondo che si  trasforma tanto velocemente, a una continua verifica e adatta­mento dei nostri atteggiamenti, e alla ricerca di even­tuali nuovi ruoli apostolici che meglio realizzano la no­stra Ospitalità.

In questa prospettiva, per taluni aspetti carica di ansietà e per altri capace di entusiasmi, cerchiamo di vivere oggi la nostra Ospitalità, orientata verso il mil­lennio. Ci accompagna uno slogan: “Non avere pau­ra di avere coraggio” e un programma forse ancora non ben delineato per essere sempre più autentica­mente “testimoni”, “guide morali”, “coscienza critica”, “anticipatori” e “ricercatori” anche ai nostri giorni co­me lo fu all’inizio S. Giovanni di Dio.

L’Ospitalità insieme con i Fatebenefratelli 

Un ampio movimento si è sviluppato all’interno di tutto l’Ordine per realizzare quella che è stata definita “la nuova alleanza con i laici”, dopo che cause più di­verse hanno portato ad una condizione di disagio che fanno soffrire tutti, religiosi e laici, cappellani e suore, e che soprattutto si ripercuotono negativamente nella qualità del servizio che assieme dobbiamo dare al ma­lato. Anche semplicemente come cristiani credo che dobbiamo reciprocamente chiederci perdono e assie­me chiedere perdono ai nostri malati e a Dio per la poca carità qualche volta esercitata.

Abbiamo visto precedentemente come le Costitu­zioni impegnano i religiosi a trasmettere le caratteristi­che del carisma del!’ ospitalità ai nostri collaboratori e ad invitarli a partecipare alle attività pastorali. Nelle nostre opere ci sono laici cristiani impegna­ti e non. Per i primi vale il comandamento di amare Dio e amare il prossimo, allo stesso modo di come è richiesto per i religiosi; per essi operare in una struttu­ra religiosa e nello stile della ospitalità di Giovanni di Dio rappresenta inoltre una nuova o maggiore oppor­tunità per esercitare il suo apostolato specifico, “par­tecipazione alla stessa missione salvifica della Chiesa” (LG .33) tra i malati che assiste e tra i colleghi con i quali opera.

Se necessario, anche per effetto della collabora­zione che i religiosi affidano, i laici cristiani impegnati, ma non solo loro, saranno in grado, e talora anche mo­ralmente impegnati, di dare consigli ai religiosi e di esercitare verso di essi la correzione fraterna.

All’interno dell’Ordine si ipotizza anche la possibi­lità di istituzionalizzare sotto la bandiera dell’ospitalità qualche movimento laicale.

Altri coinvolgimenti sono già stati iniziati, quali ad esempio “La fondazione internazionale Fatebenefra­telli” costituita per la formazione medica, infermieristi­ca e tecnica e per la ricerca in campo sanitario, “as­sociazioni di volontariato ospedaliero”, l’associazione “Con i fatebenefratelli per i malati lontani”, costituita per promuovere l’assistenza sanitaria nei paesi in via di sviluppo.

Nei secoli scorsi, a partire dal primo ospedale di Granada sono sorte anche associazioni religiose e veri istituti religiosi che si sono ispirati alla Ospitalità dei Fatebenefratelli; ne cito due tuttora esistenti: le “Piccole suore dei poveri” che professano gli stessi nostri quat­tro voti, e le “Suore ospedaliere del S. Cuore di Ge­sù”, fondate dal nostro Beato Benedetto Menni e che possono essere considerate il ramo femminile dell’Or­dine Ospedaliero.

Conclusione

Non so se sono riuscito a esprimere chiaramente l’essenza, la grandezza e nello stesso tempo l’impe­gno della nostra Ospitalità. Mi auguro che questo convegno ci aiuti a parteci­parne lo spirito, ci renda capaci di assimilarlo ancora di più e a trovare nuove soluzioni o proposte perché lo possiamo diffondere a tutti i collaboratori e testimo­niarlo, assieme, ciascuno secondo il proprio stato, a gloria di Dio e a beneficio dei nostri malati e dei nostri poveri.

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L’ESSENZIALITA’ DI SAN RICCARDO PAMPURI: “RIPARTIRE DA DIO” –

Carlo Maria Martini benedice con l'EvangelarioQUANDO LO SPIRITO CI PARLA DELL’EUCARISTIA

Il Dr. Erminio Pampuri, sentendosi chiamato al Congresso Eucaristico di Genova, ci andò da credente. Ma aveva chiesto di tornare apostolo. E fu esaudito.

Nella lettera pastorale dell’Arcivescovo Carlo Maria Martini che aveva annunciato proprio durante la processione del Corpus Domini sui Navigli di Milano, dal titolo “RIPARTIAMO DA DIO” ho scoperto che vi è meravigliosamente tracciato, l’itinerario spirituale del Dr. Erminio Pampuri,  il futuro San Riccardo. 

Scrive il suo primo biografo: “…Qualche tempo dopo i fedeli, recandosi al cimitero per la visita domenicale ai loro defunti lessero sulla lapide la seguente iscrizione:

San Riccardo Pampuri - la tomba a Trivolzio

1-immagine6

Venne distribuita un’immagine-ricordo che recava questa epigrafe:

” Come l’immagine soave di Fr. Riccardo dottor Pampuri – medico chirurgo dei Fatebenefratelli – così resti imperituro il profumo delle sue virtù non comuni – Umile e modesto – visse la sua breve ma operosa giornata  – tutta nel lavoro e nella preghiera. – Spirito magnanimo in corpo tanto delicato – dovunque passò – in seno alla famiglia adorata – nelle aule universitarie – al letto degli infermi – nelle file della Gioventù cattolica – in mezzo agli ammalati, ai confratelli – dell’Ordine Ospedalierodi S. Giovanni di Dio – diede prova luminosa – di quanto possa il cuore umano – quando è traboccante di amore divino – attinto ed alimentato – nelle lunghe veglie eucaristiche. – Mentre col desiderio lo rincorriamo in cielo – ne raccogliamo gli esempi – ne invochiamo la protezione”.

Lui stesso, frutto di un miracolo eucaristico, di quell’ “amarti e farti amare!” mai venuto meno e che ancora risuona nella Chiesa universale, non posso immaginare quanto avrebbe gioito ad ascoltare dalla Chiesa del suo tempo parole simili a quelle dell’Arcivescovo Martini, lui che ha testimoniato questo primato di Dio.

Sono queste le parole che a Genova si era lasciato incidere nel cuore:

  • Gesù Cristo,
  • contemplare Lui,
  • imparare da Lui,
  • imitare Lui,
  • seguire Lui.

Le stesse che il Cardinale sul battello, lungo i Navigli, mentre reggeva l’ostensorio, ha sentito ribollire nelle sue vene.

Anche allora si parlava del “Corpus Domini”, del “Sacro cuore di Gesù” e i riferimenti alle lettere di San Paolo che lui tanto amava, non mancavano. Per non dire del Manzoni, quello dei letterati ma anche dei popolani così avvezzi a ripartire ogni giorno da Dio, invisibile ma percepita Presenza, sì che di bocca in bocca, pur nelle amarezze, passava questa manzoniana giaculatoria: la c’è, la c’è la Provvidenza…

concilio-vaticano secondoMa il Concilio Vaticano II con i suoi profeti era in incubazione e quelle che riporto sono parole risuonate nella Chiesa Lombarda 45 anni dopo la sua morte. E a paiono proprio ispirate per tratteggiare la spiritualità del giovane medico santo, allora “vento impetuoso”, roveto ardente di fede e carità nella sua Chiesa locale.

Da un lato c’è lui, il Pampuri, che, noi della Compagnia,  abbiamo scelto come modello perché incarna le vocazioni del laico e del religioso. Dall’altra c’è la guida spirituale, il condottiero Martini che ha ispirato il nostro voler essere “schiene a disposizione di Dio” nel territorio in cui viviamo ed operiamo. GLOBULI ROSSI come metafora che rimanda all’antidoto contro tutte le forme di anemia sociale, di patologie dello spirito,  a partire proprio dal “CORPUS DOMINI: 

  • questo è il mio Corpo, offerto”,
  • questo è il calice del mio Sangue …versato…” 

Basti pensare a quanto scrive da di medico condotto: 

Morimondo, 6 ottobre 1923 – Al principio dello scorso mese ho avuto la grazia inestimabile di partecipare alla chiusura del Congresso Eucaristico nazionale di Genova. Quali torrenti di grazia ha riversato Gesù Eucaristico durante quel suo gloriosissimo trionfo! Le anime nostre ne sono state ricolme, e solo la piccolezza di queste, del povero nostro cuore poteva mettere un limite alla sua generosità infinita. Egli avrebbe voluto che noi avessimo infinitamente dilatato il nostro cuore per poterlo infinitamente arricchire dei suoi doni. 

Mio Gesù, mi hai chiamato a Genova, credente,

fammi ritornare apostolo!

Amarti e farti amare !” (Lett. 30)

Ostensorio ambrosiano

Carlo Maria martini-cardinale18 giugno 1995, domenica del Corpus Domini: processione sui Navigli. Sto tenendo fra le mani l’ostensorio con il pane consacrato che è il Signore Gesù morto e risorto per noi e moltissima gente adora il Signore con me. Si concentrano in quest’ostia i ricordi dell’anno, la conclusione del Sinodo, le memorie di quindici anni di episcopato a servizio di questo popolo. 

Contemplo il Signore e mi prende come un brivido di spavento per la sua inermità. È qui osannato da tanta gente, eppure è debole e tutto si lascia fare dalle nostre mani. Potremmo fare di Lui qualunque cosa e non reagirebbe, come non ha reagito nella Passione. È questo il Signore della gloria, l’Onnipotente, Colui che tiene in mano i destini dei popoli! Di questo Signore della Gloria noi conosciamo poco; davvero è al di là di ogni nostro atto di intelligenza, non comprendiamo il rapporto tra la sua infinità e la sua inermità. È Dio e perciò al di sopra di ogni nostro pensiero: Deus semper maior, Dio sempre più grande di quanto non possiamo immaginare o comprendere. 

Eppure Tu, o Signore Gesù, sei qui per noi e l’ostia che contemplo è la Tua vita per noi. Tu sei il nostro tutto, Colui al di là del quale non possiamo cercare altro, perché in Te vediamo il Padre. A Te consegno le intercessioni e le preghiere di tutta la Chiesa di Milano al termine del Sinodo, in un momento in cui le è chiesto di ripartire per camminare verso il nuovo millennio. 

Ma ripartire come? e da dove? Qui la Tua essenzialità, o Signore, mi grida: mi sono spogliato di tutto, ho lasciato perdere tutto, per mostrare solo il Padre, il Suo amore per voi. Sì, ne sono certo: da Dio occorre ripartire, dall’Essenziale, da ciò che unicamente conta, da ciò che dà a tutto essere e senso. 

Sarà “Ripartiamo da Dio” il titolo della lettera pastorale che segna il nostro ripartire come Chiesa di Milano dopo la sosta del Sinodo, che avevo a suo tempo paragonato alla sosta degli Ebrei presso le palme di Elim: 

  • Qui arrivarono a Elim, dove sono dodici sorgenti d’acqua e settanta palme.
  • Qui si accamparono presso l’acqua” (Esodo 15,27). 

È giunto anche per noi quel momento che il libro dell’Esodo segnala al versetto seguente: “Levarono l’accampamento da Elim, e tutta la comunità degli Israeliti arrivò al deserto di Sin, che si trova tra Elim e il Sinai” (Esodo 16,1). 

È chiaro che la meta finale è il Sinai, l’incontro col Dio dell’alleanza, e il cammino passa per il deserto, luogo dell’essenzialità. Di tale essenzialità, che è poi il primato di Dio, vorrei parlare in questa lettera. 

Anche per rispondere a un interrogativo corrente: La Chiesa che parla spesso di solidarietà, di giustizia sociale ecc. sa ancora parlare di Dio? 

Non si tratta quindi di una lettera programmatica nel senso formale del termine. Il programma del 1995/96 si impone da sé: è l’assimilazione paziente e graduale del testo e delle prescrizioni sinodali, con alcuni adempimenti – di cui parlerò nell’ultima parte – che riguardano la ripresa e la riscrizione dei progetti pastorali delle parrocchie e delle altre realtà ecclesiali alla luce del Sinodo e una riflessione sul difficile momento vocazionale che stiamo vivendo. 

Qui esporrò le premesse di questo lavoro, le condizioni spirituali in cui va eseguito, in continuità con la mia lettera di presentazione del Sinodo, pubblicata il 1° febbraio 1995 e che vi invito a rileggere in appendice. Mi riferisco in particolare a quella pagina dove dicevo: come la Chiesa degli Apostoli, ripartiamo da Dio! 

Dal Dio nel quale viviamo, ci muoviamo e siamo, dal Dio dei nostri padri, dal Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe, dal Dio dell’Alleanza e delle Scritture, dal Dio del nostro Signore Gesù Cristo, dal Dio che ci ha guidato fino ad oggi e guida il nostro cammino verso il terzo millennio, dal Dio mistero inesauribile, dal Dio Padre, Figlio e Spirito Santo! (cf n.6). 

Un testimone straordinario del mistero trascendente ci accompagnerà nel cammino: è il Cardinale Alfredo Ildefonso Schuster, nostro Arcivescovo dal 1929 al 1954, che tanti di noi ricordiamo, da cui tanti – ancora oggi viventi – hanno ricevuto il sacramento della cresima o l’ordinazione sacerdotale. Il Papa lo proclamerà beato il prossimo 12 maggio 1996. Schuster è passato in questo mondo testimoniando il primato di Dio, uomo “tutto preghiera”, uomo partecipe dei dolori di questo mondo ma proteso verso i beni eterni. 

Alcuni anni fa (1987) abbiamo contemplato il nuovo beato, il Card. Andrea Carlo Ferrari,, nell’ambito del nostro programma pastorale “educare”, come Vescovo educatore di un popolo. Quest’anno potremo invocare il Card. Schuster perché ci insegni a esprimere nella nostra vita e nella nostra Chiesa il primato di Dio. 

La presente lettera comprende quattro parti: 

  1. – nella prima vorrei esprimere i motivi per cui sento importante per noi ora “ripartire da Dio”;
  2. – nella seconda mi domanderò che cosa ciò significa in concreto;
  3. – nella terza dirò in che modo una Chiesa locale è chiamata a vivere il primato di Dio;
  4. – nella quarta spiegherò alcuni adempimenti pratici.

Quattro domande dunque: 1. Perché ripartire da Dio? 2. Che cosa comporta il primato di Dio?  3. Come una Chiesa lo vive? 4. Che cosa fare in pratica quest’anno? 

  1. RIPARTIRE DA DIO: PERCHÉ? 

Non basta che io senta interiormente l’urgenza di questo tema. Debbo provare a esprimerne le ragioni per chi mi legge. Lo farò convocando successivamente tre interlocutori: san Paolo, Manzoni e me stesso in quanto Vescovo da quindici anni in questa Archidiocesi. Certe cose che si hanno dentro può essere più facile comunicarle in dialogo. 

San Paolo apostolo-tangi1.1. Vorrei anzitutto dialogare con te, Paolo apostolo, che nella lettera ai Galati e in quella ai Romani proponi il vangelo della Grazia, un radicale ripartire da Dio.

  • Perché questa insistenza?
  • quali destinatari avevi davanti?
  • di che cosa avevano bisogno? 

Paolo: “Avevo davanti a me due tipi di destinatari. Da una parte mi rivolgevo a quei figli della Legge che erano tentati di prenderla come totalità rassicurante, quella che oggi chiamereste una “ideologia pratica”. È una mentalità che induce a pensare che nel “fare” certe cose e nel farle “proprio così” ci sia la chiave di tutto.

Erano tentati di presunzione, della pretesa di possedere in qualche modo il mistero. Ad essi ricordavo che il Dio di Abramo è il Dio che liberamente promette senza nostro previo merito e che il senso della vita sta nel perdutamente affidarsi al Suo mistero santo. 

Questo mistero è insondabile e non può essere imprigionato nei nostri schemi, non dipende dalle nostre osservanze, non è legato ai nostri principi retributivi. “O profondità della ricchezza, della sapienza e della scienza di Dio! Quanto sono imperscrutabili i suoi giudizi e inaccessibili le sue vie!” (Rom 11,33). 

Dall’altra parte mi rivolgevo ai pagani di quei tempi: erano “soli”, senza Dio, con tante divinità, numerose quanto inutili. La loro tentazione era l’ingordigia delle gioie presenti, da cui l’apatia, l’insensibilità, lo sbriciolarsi del senso della vita in mille cose inconcludenti. 

Ad essi volevo richiamare l’esigenza di unificare l’esistenza sull’orizzonte ultimo, di fondare la dignità e la bellezza delle cose penultime e quotidiane nell’ultimo orizzonte e nell’ultima Patria. Non si può vivere di maschere o di piccoli idoli: occorre misurarsi sull’Oltre, su quel Mistero assoluto che ci intimorisce e ci attrae, di cui dolore e morte sono come sentinelle. Ma essi avevano “cambiato la verità di Dio con la menzogna” e avevano “adorato la creatura al posto del creatore” (Rom 1,25)”. 

Chiedo a Paolo: “Ritieni che queste due tentazioni siano ancora presenti in noi, perfino nella nostra Chiesa?” 

Paolo: “Rileggete attentamente le mie lettere e vedrete che parlano di voi. Parlano in primo luogo a voi che vi sentite tranquillamente dentro la Chiesa. Date per scontato quel punto di partenza che è il primato di Dio e vi affidate sovente a un dio che è opera della vostra fantasia e non l’al di là di essa, l’al di là di ogni cosa che può essere pensata o immaginata. 

Vi fate delle sicurezze con pratiche umane, anche religiose, con gesti e preghiere. Volete sempre trovare la chiave risolutiva dei problemi religiosi e pastorali che vi assillano, così da possederla e adoperarla a piacere. Se parlate di “programmazione” è per sentirvi a posto, per poter accusare altri e magari Dio stesso dei vostri insuccessi. Questo non è mettere al primo posto Dio e la sua gratuità! Questo è fare di Dio uno strumento della propria realizzazione umana e pastorale! Perché non lasciate spazio alle “sorprese” di Dio? 

Le mie lettere parlano inoltre a chi ricerca evasioni per non pensare seriamente al suo futuro e al senso globale della sua vita. Denuncio la povertà e l’insufficienza di molte esistenze che si credono “piene”. Chi non adora il Dio che è al di là di ogni cosa, è schiavo degli idoli. Occorre ripartire dal Mistero indicibile, riprendere in mano con la Sua grazia il significato totale della propria esistenza: e questo è possibile!”. 

ALESSANDRO MANZONI thumbnail1.2. Interrogo ora un testimone più vicino al nostro tempo, un cristiano ambrosiano che ha vissuto fino in fondo le ansie del cuore umano alle soglie dell’età moderna: Alessandro Manzoni. Gli chiedo: come hai vissuto il primato di Dio? perché fra tante cose necessarie per i tuoi contemporanei ti sei dedicato a proporre loro l’unico necessario, Dio e la sua provvidenza? 

Manzoni: “Ho capito che con Dio non si deve perdere, ma “capitolare”. Lui ascolta i nostri perché più veri, quelli che nascono dai dolori più intimi: ci risponde col Suo silenzio e con l’infinita compassione del Suo amore. È quello che ho vissuto di fronte alla morte dei miei amori più cari e che ho espresso nelle frasi ancora smozzicate e incompiute del “Natale del 1833” 

  • (“Si che tu sei terribile
  • / Si che tu sei pietoso… i preghi
  • / Doni, concedi e neghi… Ma tu pur piangi e)[1]. 

Ma l’ho vissuto anche di fronte alle grandi mutazioni del mio tempo. Le spinte di questi cambiamenti, i violenti dinamismi che avevano scosso le società europee, li ho sentiti anzitutto in me. Dopo una lunga ed estenuante lotta, dopo aver cercato di costruirmi una vita e una fama a mio modo secondo le idee del tempo, mi sono arreso a Dio. Ho intravisto che in Lui si realizzava quanto in qualche modo, confusamente, cercavo. 

Non è stato facile, neanche dopo. Ho imparato che la lotta con Lui dura tutta la vita, perché Lui è sempre al di là; crediamo di averlo capito ed è Altro. In fondo sono rimasto fino alla fine un uomo affaticato nella ricerca, un uomo conscio della sua debolezza e che si sforzava ogni giorno di ricominciare a credere, ad affidarsi. 

Voi che giustamente riposate nell’equilibrio di tante mie pagine, nell’armonia – da me descritta – di destini ritrovati dopo lunghi dolori, sappiate che tutto ciò a me è costato molto e che Dio mi ha sempre sorpreso, fino all’ultimo. Non è il mio un cristianesimo facile. Non mi stupisco quindi del vostro tempo inquieto, non sono lontano dalle vostre angosce”. 

1.3. E a me, da tre lustri Vescovo di questa Chiesa, che cosa dice il primato di Dio? 

card. MartiniQuindici anni fa vi ho proposto “la dimensione contemplativa della vita” come chiave antropologica per l’oggi, come asse portante del nostro essere e del nostro agire quale Chiesa di Milano. Oggi vengo a riproporvi l’assoluto primato di Dio, il soli Deo gloria. Perché? Direi per le stesse ragioni di allora, ripensate oggi, e per le stesse ragioni di Paolo e del Manzoni, rilette nel contesto odierno. 

1.3.1. Che cosa intendevo allora proporre, sottolineando il valore della contemplazione nella nostra civiltà convulsa e anche nella nostra Chiesa? Intendevo ricordare un unico e molteplice primato: il primato di Dio, di Gesù Cristo, della grazia, della persona, dell’interiorità (o del “cuore”). Il primato di Dio rispetto a ogni iniziativa o attività umana, il primato di Gesù Cristo sulla Chiesa, quello della grazia sulla morale, quello della persona sulle strutture, quello dell’interiorità sul fare esteriore. Il primato dell’essere sull’avere. 

Il primato di Dio su ogni iniziativa umana: Dio è il Padre che ama per primo, che comunica se stesso e si dona in Gesù prima ancora di ogni attesa umana , il primo nel perdonare gratuitamente, Colui da cui tutto viene, tutto dipende, a cui tutto tende e tutto ritorna. È importante anzitutto sentirci amati. 

Il primato di Gesù Cristo, figlio del Padre, immagine perfetta di Dio e figura dell’uomo perfetto, riferimento di ogni crescita umana autentica. Lo scopo di ogni cammino umano è divenire come Gesù, figli di Dio in Lui. Nessuno uomo o donna può realizzarsi se non in Gesù Cristo, nessuno potrà mai essere più autenticamente persona umana di Lui. Il punto di arrivo di ogni cammino umano è Gesù Cristo e lo sguardo di ogni uomo e di ogni donna deve anzitutto fissarsi su Gesù Cristo, contemplare Lui, imparare da Lui, imitare Lui, seguire Lui. 

Contemplarlo, accettarlo, seguirlo nella sua vita, nella sua passione, nella sua morte. Non c’è mai stata realizzazione umana più alta di quella della croce. Non è dunque anzitutto importante costruire la Chiesa, ma seguire Gesù Cristo. È il seguirlo, il guardare a Lui per primo, l’entrare in Lui, il partecipare alla sua vita di Figlio che ci fa Chiesa. La Chiesa è l’assemblea di coloro che sono veramente figli di Dio in Gesù Cristo, vivendo come Lui ha vissuto, amando come Lui ha amato e morendo come Lui è morto, affidandosi al Padre. 

Il primato della grazia, cioè dello Spirito Santo, dono del Padre all’uomo in Gesù, per farci vivere come Gesù Cristo e farci amare come Gesù ha amato. Questa grazia è, per l’uomo afflitto dal male, benevolenza e misericordia del Padre, liberazione dalla colpa, vittoria del bene sul male, azione divina che trae il bene anche dal male. È l’amore del Padre effuso nei nostri cuori per mezzo dello Spirito che ci permette di agire moralmente seguendo gli esempi di Gesù Cristo, uomo perfetto, giusto, onesto, verace, mite, saggio e coraggioso, che dà la vita per i suoi nemici. Qui sta la radice di ogni vera moralità. 

In tale luce appare la dignità della persona umana e della sua libertà. La persona umana è il rispondente di Dio nella creazione, fatto per rispondere con amore all’amore di Dio in Gesù e continuare nel mondo l’opera intelligente e costruttiva del Padre. La persona umana ha in mano i destini del mondo, è responsabile del senso della storia, è chiamata a collaborare al disegno di riconciliare in unità l’umanità intera. Simbolo reale e segno efficace di questo formidabile compito storico di rifare “una” l’umanità è l’Eucaristia. 

Nella persona umana decisivo è il “cuore”, l’interiorità. È il luogo delle decisioni libere, degli affetti profondi che cambiano la vita e dei grandi orientamenti che danno senso alla storia. Tutta la vicenda umana si gioca nell’intimo dell’uomo. La Parola di Dio che illumina e salva è destinata al cuore umano, lo tocca nell’intimo e lo trasforma. Di qui la fondamentale importanza del silenzio, dell’attenzione vigile, della riverenza e disponibilità interiore di fronte a Dio che si comunica: in una parola, l’importanza della “dimensione contemplativa della vita”. 

1.3.2. Quanto ho richiamato come sintesi “teologica” di ciò che sottostava alla “dimensione contemplativa della vita” può essere ridetto, in chiave di sintesi “epocale”, a partire dalle ragioni di Paolo e del Manzoni rilette oggi. 

All’inizio del mio ministero, in anni ancora sotto la malìa delle ideologie che pretendevano di cavalcare la tigre della storia, proporre il primato di Dio voleva dire segnalare il limite costitutivo di ogni visione ideologica, totalizzante. Come Paolo, contro chi aveva fatto della stessa Legge un assoluto, aveva proposto la libertà di Dio e della Sua grazia, così io intendevo proporre Dio come misura ultima di tutto, critica inesorabile delle presunzioni mondane e della violenza da esse esercitata sulla realtà. L’89 ha mostrato come quell’indicazione cogliesse nel segno: un mondo senza Dio si disgrega, diventa alienante e violento anche contro se stesso. 

Oggi non è venuta meno l’urgenza di vigilare contro le catture ideologiche, sempre ammalianti per il loro carattere di scorciatoia semplificante. Esse esistono, nella società e nella Chiesa, anche se di segno diverso da quelle degli anni ’80. Tuttavia si fa forse ancora più urgente il bisogno di parlare ai “nuovi pagani” (l’espressione la mutuo da S. Natoli, I nuovi pagani, Milano 1995). Sono coloro che, privi dell’orizzonte totale e rassicurante dell’ideologia ed insieme privi di un “ultimo Dio” capace di salvare il mondo, vorrebbero ricondurre tutto al frammento, all’attimo, alla dignità dell’essere umani, soltanto umani e basta, con tutta la caducità che questo comporta. 

Ai “nuovi pagani” vorrei richiamare il Mistero più grande, come faceva Paolo di fronte agli orfani degli idoli del suo tempo. Vorrei gridare che vivere significa rispondere all’appello del Mistero assoluto, Orizzonte del mondo e della vita, verso cui si volge l’interrogazione più profonda del cuore. 

Vivere veramente, senza sterili forme rinunciatarie, senza lasciarsi accattivare dalla subdola tentazione del pensiero debole, significa lasciarsi illuminare dal grido di trascendenza che abita nel cuore del nostro cuore. 

Significa dare ascolto al dinamismo della nostra ricerca di un luogo o di un evento dove l’Altro si offra al nostro spirito inquieto. Significa non pacificare a buon prezzo l’inquietudine interiore, ma aprirle spazi di intelligenza e di desiderio: “Non è la conoscenza che illumina il Mistero – diceva P. Evdokimov – è il Mistero che illumina la conoscenza”. 

Ai credenti, tentati di contrapporre al nichilismo postmoderno, orfano dell’ideologia, un cristianesimo dalle certezze facili, malato esso stesso di ideologia, vorrei proporre la fede indagante, non negligente, del Manzoni: un abbandonarsi credente al primato di Dio che non rinuncia a porsi le domande cruciali della vita, a vivere la sofferenza, a portare la Croce, ma in compagnia del Dio che soffre, di Colui che “Volle l’onte, e nell’anima il duolo / E l’angosce di morte sentire / E il terror che seconda il fallire / Ei che mai non conobbe il fallir“[2]. 

A tutti i nostri fedeli vorrei ripetere la testimonianza di Dietrich Bonhoeffer, morto martire della barbarie nazista cinquant’anni fa, il 18 aprile 1945. Al fallimento dell’ideologia totalitaria e violenta egli non contrapponeva un’altra ideologia né una rinuncia decadente e priva di senso, bensì il far compagnia a Dio nel suo dolore per gli uomini.

Così si esprime nella poesia Cristiani e pagani, contenuta nella raccolta delle lettere e degli scritti dal carcere:

 

  • Uomini vanno a Dio nella loro tribolazione,
  • piangono per aiuto, chiedono felicità e pane,
  • salvezza dalla malattia, dalla colpa, dalla morte.
  • Così fanno tutti, tutti, cristiani e pagani.
  • Uomini vanno a Dio nella sua tribolazione,
  • lo trovano povero, oltraggiato, senza tetto né pane,
  • lo vedono consunto da peccati, debolezza e morte.
  • I cristiani stanno vicino a Dio nella sua sofferenza.
  • Dio va a tutti gli uomini nella loro tribolazione,
  • sazia il corpo e l’anima del suo pane,
  • muore in croce per cristiani e pagani
  • e a questi e a quelli perdona”. [3] 

Paolo e Manzoni, ripensati nel nostro tempo, mi danno le ragioni per tornare a proporvi il primato di Dio proprio oggi, fra la nostalgia delle certezze perdute, provata da alcuni, e il trionfo degli idoli e delle maschere, sostenuto da altri per riempire il vuoto del nulla e del non senso. 

È ciò che il Papa ci invita a fare in questa fine millennio. Che cos’è la Tertio Millennio Adveniente se non un pressante invito a ritornare al Dio di Gesù Cristo come alla misura ultima di tutto, di tutti, della Chiesa stessa? Non si comprende così l’appello al pentimento e alla conversione anche per la Chiesa? 

Ho dunque richiamato le ragioni per questo appello: ripartiamo da Dio! Ma che cosa vuol dire in concreto per noi, pellegrini del mondo postmoderno, ripartire da Dio? che cosa vuol dire per la Chiesa ambrosiana, appena uscita dal Sinodo? che cosa vuol dire per la nostra società milanese, in un tempo di transizione e di incertezza? 

2. RIPARTIRE DA DIO: CHE COSA IMPLICA? 

Sono i profeti a insegnarci che cosa significa ripartire da Dio. Profeta è “colui che tiene lo sguardo fisso verso il Dio che viene” (Martin Buber), ma ha allo stesso tempo i piedi ben piantati sulla terra. Mi sembra che oggi ci sia penuria di profeti: 

  • c’è chi guarda in alto mentre i suoi piedi sembrano aver perduto il contatto con la terra degli uomini (è la tentazione dei tanti spiritualismi caratteristici di un’età che si è autodefinita New Age);
  • c’è chi è talmente incollato al proprio frammento di terra da perdere di vista l’insieme e l’orizzonte più grande.

 

Ripartire da Dio richiede il coraggio di riproporsi le domande ultime, di ritrovare la passione per le cose che si vedono perché sono lette nella prospettiva del Mistero e delle cose che non si vedono. 

Si potrebbe esprimere in tre modi il “che cosa” della proclamazione del primato di Dio. 

  1. 1. Rispetto al cammino personale significa non dare mai nulla per scontato nel nostro cammino di fede, non cullarci nella presunzione di sapere già ciò che è invece perennemente avvolto nel mistero; significa santa inquietudine e ricerca.
  2. 2. Rispetto al nostro agire comunitario e sociale significa mettere tutti i nostri progetti umani sotto la Signoria di Dio e misurarli solo sul Vangelo.
  3. 3. Rispetto ai frutti che tale atteggiamento suscita, significa godere una esperienza di profonda serenità e pace. 

2.1. L’inquietudine della notte della fede 

Ripartire da Dio vuol dire sapere che noi non lo vediamo, ma lo crediamo e lo cerchiamo così come la notte cerca l’aurora. Vuol dunque dire vivere per sé e contagiare altri dell’inquietudine santa di una ricerca senza sosta del volto nascosto del Padre. Come Paolo fece coi Galati e coi Romani, così anche noi dobbiamo denunciare ai nostri contemporanei la miopia del contentarsi di tutto ciò che è meno di Dio, di tutto quanto può divenire idolo. Dio è più grande del nostro cuore, Dio sta oltre la notte.

 

Egli è nel silenzio che ci turba davanti alla morte e alla fine di ogni grandezza umana; Egli è nel bisogno di giustizia e di amore che ci portiamo dentro; Egli è il Mistero santo che viene incontro alla nostalgia del Totalmente Altro, nostalgia di perfetta e consumata giustizia, di riconciliazione, di pace. 

Come il credente Manzoni, anche noi dobbiamo lasciarci interrogare da ogni dolore: dallo scandalo della violenza che sembra vittoriosa, dalle atrocità dell’odio e delle guerre, dalla fatica di credere nell’Amore quando tutto sembra contraddirlo. Dio è un fuoco divorante, che si fa piccolo per lasciarsi afferrare e toccare da noi. 

Sui Navigli, portando Gesù in mezzo a voi, non ho potuto non pensare a questa umiliazione, a questa “contrazione” di Dio, come la chiamavano i Padri della Chiesa, a questa debolezza. Essa si fa risposta alle nostre domande non nella misura della grandezza e della potenza di questo mondo, ma nella piccolezza, nell’umiltà, nella compagnia umile e pellegrinante del nostro soffrire. 

È come nel cammino verso Emmaus (cf Luca 24,13-35). Da principio il Signore si fa sentire stimolando e interrogando l’inquietudine dei discepoli. Poi si manifesta nelle parole che spiegano le Scritture, le quali fanno comprendere ai due discepoli che c’è qualcosa al di là di quanto essi credevano di aver capito. Ma quando Gesù si rivela nella frazione del pane, subito scompare ed essi lo cercheranno correndo incontro ai fratelli. Gesù stimola, attrae, si manifesta, e insieme invita ad andare oltre, a non contentarsi della formula ricevuta o della gioia di un momento. 

Talora presumiamo di avere già raggiunto la perfetta nozione di ciò che Dio è o fa. Grazie alla Rivelazione sappiamo di Lui alcune cose certe che Egli ci ha detto di Sé, ma queste cose sono come avvolte dalla nebbia della nostra ignoranza profonda di Lui. Non di rado mi spavento sentendo o leggendo tante frasi che hanno come soggetto “Dio” e danno l’impressione che noi sappiamo perfettamente ciò che Dio è e ciò che Egli opera nella storia, come e perché agisce in un modo e non in un altro. 

La Scrittura è assai più reticente e piena di mistero di tanti nostri discorsi pastorali. Preferisce il velo del simbolo o della parabola; sa che di Dio non si può parlare che con tremore e per accenni, come di “Qualcuno” che in tutto ci supera. 

Gesù stesso non toglie questo velo, Lui che è il Figlio: ci parla del Padre ma “per enigmi”, fino al giorno in cui svelatamente ci parlerà di Lui. Questo giorno non è ancora venuto, se non per anticipazioni che lasciano ancora tante cose oscure e ci fanno camminare nella notte della fede.

 

Perciò anche la Chiesa, fatta a immagine della Trinità, non può capire mai a fondo se stessa né può cessare di ricercare con passione e pazienza la sua identità. Molti discorsi pastorali nascondono l’illusione di sapere tutto sulla Chiesa e sui suoi cammini nel mondo, cose se si trattasse solo di applicare delle regole e di dedurre conclusioni da principi. Ma la Chiesa ha la sua origine nel Padre che è prima di ogni principio e va accolta come dono che si rinnova ogni giorno per la forza sorgiva dello Spirito. 

Questo discorso potrebbe essere frainteso, quasi si trattasse di “rimettere continuamente in discussione tutto”. Le certezze che ci sono date in dono sono ben certe e ciascuno le può ritrovare nel Catechismo della Chiesa Cattolica. Esse sono faro e guida per i nostri cammini, però non sono più di una “lampada che brilla in un luogo oscuro, finché non spunti il giorno e la stella del mattino si levi nei vostri cuori” (2Pt 1,19). Non ci dispensano dalla fatica dell’interrogarci, dal timore di illuderci, dal bisogno di esaminarci con umiltà su quanto diciamo e operiamo ogni giorno. 

2.2. L’ultima misura di tutto 

Ripartire da Dio vuol dire confrontare con le esigenze del Suo primato tutto ciò che si è e che si fa: Egli solo è la misura del vero, del giusto, del bene. Vuol dire tornare alla verità di noi stessi, rinunciando a farci misura di tutto, per riconoscere che Lui soltanto è la misura che non passa, l’áncora che dà fondamento, la ragione ultima per vivere, amare, morire. Vuol dire guardare le cose dall’Alto, vedere il Tutto prima della parte, partire dalla Sorgente per comprendere il flusso delle acque. 

Ripartire da Dio vuol dire misurarsi su Gesù Cristo e quindi ispirarsi continuamente alla Sua parola, ai Suoi esempi, così come ce li presenta il Vangelo. Vuol dire entrare nel cuore di Cristo che chiama Dio “Padre”. Il Vangelo, quando è letto con spirito di fede e di preghiera ci rimanda a un Dio che è sempre al di là delle nostre attese, che supera e sconcerta le nostre previsioni; è l’esperienza che facciamo ogni volta che ci dedichiamo seriamente alla “lectio divina”. Non sappiamo ancora leggere convenientemente il Vangelo se non ci sentiamo spinti verso l’Oltre misterioso di Dio, verso il segreto del Padre, non riducibile a nessuna misura o comprensione umana. 

Ripartire da Dio vuol dire abbandonare al soffio dello Spirito il nostro cuore inquieto, perseverare nella notte dell’adorazione e dell’attesa. È questa la sola via per uscire dalla violenza dell’ideologia senza cadere nella condizione di naufragio del nichilismo, senza etica e senza speranza. 

Il Dio con noi è il Dio che può aiutarci a trovare le vere ragioni per vivere e vivere insieme. Rispetto alle acque basse in cui sembra stagnare oggi la vita civile, sociale e politica del nostro Paese, partire da Dio significa trovare senso, slancio, motivazione per rischiare e per amare. “Quando ami, non dire: ho Dio nel cuore. Di’ piuttosto: sono nel cuore di Dio”[4]. 

Ripartire da Dio significa riconoscere di essere nel cuore di Dio per un’esperienza di fede e di amore vissuti: riconoscere di essere nati per imparare ad amare di più, a osare di più, ad andare oltre i limiti delle nostre comodità e dei nostri piccoli traguardi. 

2.3. Esperienza di pace e riconciliazione interiore 

Ripartire da Dio significa farsi pellegrini verso di Lui aprendosi al dono della Sua Parola, lasciandosi riconciliare e trasformare dalla Sua grazia. Non c’è altro porto di pace, altra sorgente di vita che vinca la morte. Solo il Dio della vita sa dare riposo al nostro cuore inquieto; solo Lui può liberarci dalla paura di amare e contagiarci il coraggio di scelte di libertà da noi stessi, di servizio agli altri. Solo chi si riconosce amato dal Dio vivo, più grande del nostro cuore, vince la paura e vive il grande viaggio, l’esodo da sé senza ritorno per camminare verso gli altri, verso l’Altro. 

Questa esperienza di pace e riconciliazione interiore la facciamo soprattutto quando diamo a Dio tempi gratuiti di preghiera, di silenzio, di ascolto della Parola; quando siamo fedeli alla preghiera quotidiana, senza fretta, con calma, con amore; quando dedichiamo a Dio con gioia il tempo della Messa domenicale; quando lasciamo che dalle nostre labbra scaturisca la lode al Padre, il ringraziamento per le cose belle e buone che ci dà, per le persone che incontriamo e anche per gli eventi sofferti di cui non capiamo subito il senso. 

Avere a cuore l’Eterno è al tempo stesso la sfida più profonda e l’offerta più grande che sia possibile vivere: testimoniare questo primato di Dio è il compito più alto che i credenti possano assolvere in questo tempo di cambiamento e di inquietudine. 

Anche qui il Manzoni ci ha detto parole incisive, descrivendo in tanti episodi del suo romanzo la pace del cuore che invade l’animo di chi, in momenti burrascosi e oscuri, si affida alla provvidenza divina: Agnese, Lucia, fra’ Cristoforo, l’Innominato… Potremmo dire che Manzoni ha capito come nel cuore della nostra gente il primato di Dio si esprime spesso in quella fiducia semplice nella Provvidenza che impedisce all’attivismo di trasformarsi in ansietà della vita.

 

3. RIPARTIRE DA DIO COME CHIESA DI MILANO

 

Il messaggio del primato di Dio e della Sua grazia potrebbe risuonare etereo, evanescente. Non lo era per Paolo, che parlava a destinatari ben precisi, rispondendo a sfide concretissime. Non lo era per il Manzoni, che si professava parte viva della Chiesa del suo tempo, segnata dalle prove di mutamenti epocali. C’è tuttavia il rischio che lo sia per noi, se lo proporremo solo a parole o come singoli.

 

Al di là del compito di incarnare nella propria vita le conseguenze del primato di Dio, c’è per tutti noi il compito di viverlo insieme. La forza e la concretezza del messaggio passano attraverso la credibilità con cui lo proporremo come Chiesa, come corpo di Cristo presente nella storia, come umanità chiamata a riconoscere nei pensieri, nelle parole e nelle opere di tutti i giorni il primato di Dio, come uomini  e donne cui il primato di Dio dà senso al vivere e alle scelte ordinarie e straordinarie, abituali o impreviste dell’esistenza.  Si tratta di rendere visibile e in qualche modo percepibile il fatto che esiste in questo mondo un’esperienza di comunione possibile sotto il primato di Dio. Quale l’ideale di comunità che ne risulta? 

3.1. Una comunità alternativa 

C’è un aspetto di profonda verità in coloro che riscoprono la Chiesa come “comunità alternativa”, a partire dall’esperienza della Chiesa degli Apostoli. Di fronte alla solitudine dell’uomo prigioniero dei propri idoli, la comunità dei discepoli che si vogliono bene annuncia il dono di una comunione nuova, possibile per la grazia di Dio. 

Il popolo dell’Alleanza deve essere riconoscibile per la verità e la libertà dei rapporti che lo costituiscono: sotto il primato di Dio la Chiesa avverte le pesantezze da cui deve liberarsi, il cammino di rinnovamento e di riforma che deve intraprendere. 

Ci è di guida in questo impegno il Papa che così fortemente ha invitato la Chiesa a riconoscere il peso delle sue colpe nella storia per purificarsi e rinnovarsi sotto lo sguardo di Dio, nella gloria del perdono domandato e ottenuto. La Tertio Millennio Adveniente può essere capita solo nella luce dell’assoluto primato di Dio anche sulla Sua Chiesa. 

La testimonianza della possibilità e concretezza di una comunità alternativa nella storia sotto il primato di Dio non è cosa facile. Si paga al caro prezzo della vita giocata per il Signore in scelte di libertà vera e di donazione al prossimo. 

Dio è fuoco divorante ed è sempre terribile cadere nelle mani del Dio vivente: ma è pure esperienza che ci rende pienamente umani, realizzando la sete del nostro cuore inquieto e dando senso alle opere e ai giorni della nostra vita. 

Il Dio vivente non è un Dio rassicurante e comodo, ma Custodia che racchiude nel santuario dell’adorazione le risposte ultime, e nutre della promessa della fede – non delle presunzioni dell’ideologia – l’impegno di chi crede. Per questo una simile comunità rappresenta nella storia in qualche modo una “utopia” da ricercare sempre con coraggio rinnovato, ma anche una iniziale realizzazione di fraternità che potremmo cogliere tanto più quanto più ci faremo piccoli, semplici, tenendo aperti gli occhi del cuore e cercando di valorizzare ogni più modesta attuazione di amore evangelico. 

Ma come intenderla in concreto una tale comunità? Non è facile dirlo.Il concetto di “comunità alternativa” si presta anche a fraintendimenti. Ma ha un valore provocatorio e stimolante: ci aiuta a capire il disegno di Dio di “radunare i dispersi” (cf Gv 11,52). 

Come si può dunque definire una “comunità alternativa”? E’ una rete di relazioni fondate sul Vangelo, che si colloca in una società frammentata, dalle relazioni deboli, fiacche, prevalentemente funzionali, spesso conflittuali. In tale quadro di società la comunità alternativa è la “città sul monte”, è il “sale della terra“, è la “lucerna sul lucerniere“, è “luce del mondo” (cf Mt 5,13-16). 

Una riflessione sulla comunità cristiana come comunità alternativa è rinata in anni recenti. Al di là delle proposte talora un po’ utopiche o a rischio di chiusura ideologica, il tema è certamente legato al progetto di Gesù per una nuova umanità: purché si intenda questo progetto in senso largo e aperto, come progetto che si realizza in molti modi analogici, che rimane sempre aperto alla creatività dello Spirito. 

Una comunità alternativa nel senso del Vangelo non è dunque una setta, né un gruppo autoreferenziale che si distacca orgogliosamente dal tessuto sociale comune, né un’alleanza di alcuni per emergere e contare. Non è perciò necessariamente e sempre visibile come gruppo compatto, perché sa accettare anche la diaspora, può cioè trovarsi, per diverse circostanze storiche, in “dispersione”. Ma nell’insieme ha caratteri di visibilità e in ogni caso, visibile o meno, agisce sempre come il lievito, le cui particelle operano in misterioso collegamento fra loro e si sostengono a vicenda per far fermentare la pasta. 

Nel Nuovo Testamento ci sono offerti diversi modelli di comunità alternative: quello della chiesa di Gerusalemme, descritto in At 2-5, quello vigente nelle comunità di Antiochia o Filippi o Efeso o Corinto, che comprende sia rapporti interni fra i membri di ogni comunità locale, sia ricchi scambi tra comunità diverse con forme molteplici di comunione nella preghiera, nella fede, nella carità. I testi del Nuovo Testamento ci mostrano che tali comunità non erano esenti da problemi, divisioni, tensioni, scandali: ma tutto ciò era occasione di revisione e alla fine di crescita nella fede, nel perdono e nell’amore. 

Comunità alternativa non significa dunque comunità perfetta o senza difetti, ma comunità che si lascia formare e correggere dall’azione dello Spirito santo per porre quelle premesse di comunione e di perdono che preludono alla Gerusalemme celeste. 

Anche con tutti i suoi peccati la comunità alternativa rimane un ideale di fraternità in divenire, destinato a mostrare a una società frammentata e divisa che possono esistere legami gratuiti e sinceri, che non ci sono solo rapporti di convenienza o di interesse, che il primato di Dio significa anche emergere di ciò che di meglio c’è nel cuore dell’uomo e della società. 

La Chiesa è, nel suo insieme e nelle mille diverse realizzazioni analogiche, una simile comunità, e come tale ha una funzione di orientamento e di proposta di senso alla comunità più larga degli uomini e delle donne di tutto il mondo. Lo è sia come comunità cattolica sia come comunione di chiese cristiane che credono in Cristo e che si sforzano, malgrado le loro divisioni (che sono una dolorosa controtestimonianza) di dare l’esempio di molteplici convergenze e scambi di doni spirituali e materiali, in spirito di amicizia e di gratuità, in un sincero cammino ecumenico. 

Fate tutto senza mormorazioni e senza critiche, perché siate irreprensibili e semplici, figli di Dio in mezzo a una generazione perversa e degenere, nella quale dovete risplendere come astri nel mondo, tenendo alta la parola della vita”: così san Paolo esortava la piccola comunità di Filippi, immersa in un mondo pagano senza cuore e senza speranza, a dare testimonianza anche col modo di stare insieme con pazienza e con amore (Fil 2,14-16). 

C’è dunque una funzione di illuminazione e di orientamento (“splendere come astri nel mondo”) che è affidata non solo alla testimonianza dei singoli ma anche ai diversi modi di fare comunità che si riscontrano nella storia della Chiesa e che si collegano tutti nell’essere diverse manifestazioni dell’unico Corpo di Cristo. Per questo la “comunità alternativa” rimanda a quella comunione misteriosa che è all’origine di tutto e che è il mistero di Dio. 

3.2. Radicata nel mistero di Dio 

Essere Chiesa sotto il primato di Dio significa “corrispondere” al dono del Suo amore, nel senso di una analogica “corrispondenza tra ciò che Dio è in Sé, nel suo mistero trinitario e ciò che ci chiede di essere tra noi”. “La formula più corrente mediante la quale Giovanni dà espressione alla realtà escatologica della Chiesa è la semplice congiunzione ‘come’ (kathòs). Essa non soltanto stabilisce un legame di somiglianza tra Cristo e i suoi discepoli, ma indica che ciò che è in Dio deve essere pure in coloro che gli appartengono”[5]. 

La comunione di amore tra il Padre e il Figlio è al tempo stesso la sorgente, il modello e la patria della comunione fraterna che dovrà legare i discepoli fra loro: “I testi in kathòs, che affermano una corrispondenza ontologica fra le persone divine e la comunità cristiana, sfociano in un comando: ‘Amatevi gli uni gli altri, come io ho amato voi’ (Gv 15,12: cf 13,14); o in una preghiera: ‘Che essi siano uno, come noi siamo uno’ (Gv 17,21.22)”[6]. 

Due “no” vanno pronunciati senza riserve in questo sforzo di coniugare l’assoluto primato dell’Eterno e il nostro cammino di Chiesa. Il “no” a una comunione troppo tenue e il “no” a una comunione che divenga chiusura. Nella prima la solitudine non è vinta, nella seconda il Mistero rischia di essere soffocato. Ciò che ci viene chiesto oggi è di essere la Chiesa dell’amore: un popolo di donne e uomini liberi che accettano di vivere sotto l’assoluto primato di Dio e perciò nell’esperienza di comunione fraterna che deriva dal partecipare della Sua grazia, vivificati dal Suo amore. 

Non dobbiamo illuderci che ciò sia facile né che dia luogo senz’altro a comunità idilliache. Sarebbe una grande illusione e farebbe torto alla fatica e al lungo cammino del disegno redentivo di Gesù. Ascoltiamo un maestro di vita, Jean Vanier, fondatore della comunità dell’Arca: 

Desideriamo vivere in un mondo perfetto, una comunità perfetta, una chiesa perfetta… Questa idea della perfezione, alla quale ci aggrappiamo, è così profondamente ancorata in noi che ci spinge a negare le nostre ferite e a disprezzare quelle degli altri, a condannare una comunità che non è perfetta o non corrisponde al nostro ideale”. 

Così una comunità non si crea, ma si distrugge. Invece “il senso di appartenenza sgorga dalla fiducia, fiducia che è accettazione progressiva degli altri, così come sono, con i loro doni e i loro limiti, essendo ognuno chiamato da Gesù. Così diventiamo coscienti che il corpo della comunità non può mai essere perfettamente uno. È la nostra condizione umana. 

È normale per noi non essere perfetti. Non dobbiamo piangere sulle nostre imperfezioni perché non veniamo giudicati per questo. Il nostro Dio sa che, da molti punti di vista, siamo zoppi e a metà ciechi. Non vinceremo mai la corsa alla perfezione nei giochi olimpici dell’umanità! Ma possiamo camminare insieme con speranza e rallegrarci di essere amati nelle nostre spaccature. 

Possiamo aiutarci gli uni gli altri a crescere nella fiducia, la compassione e l’umiltà, a vivere nell’azione di grazia, imparare a perdonare e a chiedere perdono, ad aprirci di più agli altri, ad accoglierli e a fare ogni sforzo per portare la pace e la speranza nel mondo. È per questo che ci radichiamo in una comunità: non perché è perfetta, meravigliosa, ma perché crediamo che Gesù ci raduna per una missione. Ce la dà come una terra nella quale siamo chiamati a crescere e a servire”[7]. 

3.3. In realizzazioni concrete 

Come si realizza concretamente nella storia la comunione della Chiesa sotto il primato di Dio, a immagine della Trinità santa?

Provo a chiederlo ai protagonisti della prima ora e a me stesso dopo questi anni di servizio pastorale nella Chiesa ambrosiana. 

Fra i testimoni della prima ora, come all’inizio ho interrogato Paolo, adesso vorrei interrogare il pescatore Pietro. Lo scelgo quale figura di ogni discepolo che consapevolmente ha scelto di vivere la propria vita nella sequela di Cristo sotto il primato di Dio, quale immagine cioè di un cristiano “impegnato” dei nostri tempi – vescovo, presbitero, diacono, consacrato o consacrata, laico – deciso a giocarsi per il Regno. 

Vorrei inoltre interrogare qualcuno di quella folla che nei vangeli segue Gesù un po’ da lontano, spesso solo spinto dal desiderio di ottenere qualcosa, di saziare una fame anche terrena.

3.3.1. Pietro, il pescatore di pesci fatto pescatore di uomini mi dice: “Aver detto sì alla Sua chiamata ad amarlo (cf Gv 21,15ss) mi ha reso responsabile degli altri davanti a Lui (“pasci” cioè nutri “le mie pecore”). 

Il senso di responsabilità davanti a Dio e per il mondo è il primo esigente volto dell’appartenergli con tutto il cuore. Ho dovuto dire no a ogni tentazione di disimpegno e di fuga, a ogni voler andarmene da solo, per conto mio, senza gli altri o separato da loro. L’amore a Cristo mi urge dentro, per essere al servizio di Dio solo nel servizio degli altri. Ed è vivendo tale responsabilità nell’amore che mi sono accorto di dover “tendere le mani” (Gv 21,18), di dovermi perdutamente arrendere al disegno di Dio su di me, rinunciando ai miei calcoli, perfino ai miei progetti pastorali, per lasciarmi docilmente condurre da prigioniero del Signore dove Lui ha voluto e vorrà per me: “Un altro ti cingerà e ti porterà dove tu non vuoi” (Gv 21,18)”. 

Essere pescatore di uomini significa farsi carico anche della fede di altri, riconoscere che l’unica cosa che conta è servire Dio e amare gli altri secondo il cuore di Dio. Qualunque sia la tua vocazione e il tuo carisma nella Chiesa, essere discepolo di Gesù e pescatore di uomini significa vedere tutto nella luce della fede in Lui e nulla anteporre alla Sua chiamata, farsi carico del prossimo come se n’è fatto carico Lui, radunare le pecore perdute come le ha radunate Lui, vivere la passione per la causa del Regno come l’ha vissuta Lui. 

Perciò la Chiesa avrà sempre bisogno di discepoli così, siano essi ministri ordinati o consacrati o laici impegnati, uomini e donne. Senza di loro la Chiesa si risolve in burocratica e vuota ripetizione di gesti: dove non c’è il primato di Dio riconosciuto, celebrato e testimoniato nella fede viva, nella carità operosa, nell’ardente speranza, tutto rischia di inaridirsi e morire. Ripartire da Dio significa per la Chiesa essere la comunità dei discepoli che Gesù ama e invia. 

3.3.2. E tu, che fai parte della grande folla che seguiva Gesù (cf Gv 6,2), perché sei qui? che cosa ti interessa di Lui, così che non vorresti distaccartene e desideri ancora essere chiamato “cristiano”, mentre d’altra parte non hai il coraggio di seguire Cristo fino in fondo né intendi farti carico della fede di altri? 

È questa oggi la condizione di tanti, che va sotto il nome di “adesione parziale”, “scelta soggettivistica” di alcuni contenuti della fede rispetto ad altri, cristianesimo di abitudine ecc. Qual è la condizione reale di questi nostri fratelli e sorelle che sono presenti ancora a molte eucaristie domenicali o almeno nelle grandi feste e nei grandi passaggi della vita (battesimi, matrimoni, funerali ecc.), ma che non si vedono quasi mai nei momenti dell’impegno attivo nella comunità o là dove c’è bisogno di prendere pubblicamente posizione per Gesù Cristo e la sua Chiesa? 

Prendendo spunto dalla “grande folla” e dalle sue diverse reazioni, di cui ci parla il capitolo 6 del vangelo secondo Giovanni, cerco di dare voce a qualcuno fra questi molti nostri fratelli e sorelle. Perché, se non sei deciso a impegnarti fino in fondo, tuttavia hai comunque seguito Gesù fino all’altra riva del mare di Galilea e ora sei di nuovo qui (cf Gv 6,1)? 

Uno della folla: “L’ho seguito vedendo i segni che faceva sugli infermi (cf Gv 6,2). In questo mondo senza segni e senza profeti Egli mi ha attratto, mi ha incuriosito, mi ha fatto sperare che avesse qualche risposta anche per i miei problemi. Non posso dire di avere sentito “amore” per Lui, forse non sarei capace di “perdere” la mia vita per il Vangelo: ma avevo bisogno di segni, di risposte, e sono andato. 

Lui è stato ospitale con me: mi ha parlato, con parole non sempre comprensibili, ma nuove, mi ha nutrito con un pane che non sapevo bene donde venisse. Mi ha fatto bene questo contatto, anche se poi sono andato via, tornando alle mie occupazioni, senza aver troppo capito che cosa era successo, però arricchito di un po’ di forza dentro, di un po’ di conforto e di desiderio di incontrare ancora sul cammino della mia vita altri segni così. 

Lui è stato ospitale con me…Perché dovreste voi, che vi dite Sua Chiesa, comportarvi diversamente da Lui? Perché dovreste essere una comunità chiusa, di pochi eletti, di impegnati al cento per cento, e disprezzare o allontanare me che faccio parte della “gran folla”? Senza contare che qualcuno di quelli come me ha iniziato a impegnarsi a fondo e neppure io escludo che un giorno potrei farlo…”. 

La voce del Vescovo: Sono parole che mi toccano, perché Gesù è stato a lungo con persone come te e non le abbandona di sua iniziativa. Il capitolo 6 di Giovanni mostra Gesù impegnato in un lungo discorso con gente che alla fine si allontana, almeno per qualche tempo (“Da allora molti dei suoi discepoli si tirarono indietro e non andavano più con lui” Gv 6,66). Ma non è Gesù a respingerli. Egli continua a spiegare e a chiarire il suo pensiero fin che gli è possibile. 

Nella nostra Chiesa siamo ben coscienti della vastità di un simile problema. Una larga percentuale dei nostri battezzati in Occidente appartiene a questa categoria e ad essi pensiamo in particolare quando parliamo di “nuova evangelizzazione” (dimenticando forse che è tutta la comunità che deve lasciarsi penetrare dalla spada del Vangelo). 

Certamente rimangono valide le prescrizioni disciplinari e canoniche che stabiliscono che cosa è e che cosa non è compatibile con la piena appartenenza alla comunità cristiana. Tuttavia sentiamo che la Chiesa è come una grande rete che raccoglie ogni sorta di pesci (cf Mt 13,47-50), un grande albero presso cui nidificano a loro vantaggio molte specie di uccelli (cf Mt 13,31-32). 

Una Chiesa che è sotto il primato di Dio Padre universale sente il dovere di essere ospitale, paziente, longanime, lungimirante. Non può arrogarsi il giudizio definitivo sulle persone e sulla storia, che spetta soltanto a Dio. La Chiesa è una grande città, le cui porte non devono essere chiuse a nessuno che chieda sinceramente asilo. Guai se la Chiesa dei discepoli dell’amore divenisse una setta o un gruppo esclusivo o se gruppi nella Chiesa, che possono porre lecitamente condizioni rigorose per i loro membri, le volessero porre per la Chiesa intera! 

Uno della folla: “Mi sento confortato e sollevato dalle tue parole. Certamente i bisogni per cui tanta gente come me si rivolge alla Chiesa possono essere anche molto umani (cf Gv 6,26): bisogno di conforto, di una parola di vita, di consolazione, sapere che esiste un punto di riferimento morale serio, qualche aiuto concreto…Perché dovreste rinfacciarmi queste cose? È vero: potrei riceverle, poi andarmene e forse non tornare più.

Ma Gesù non mi ha negato queste cose, anche se poi ha continuato a predicare il Regno, a chiamarmi a conversione…Mi auguro dunque una Chiesa ospitale verso tutti, che annunci il Vangelo senza sconti, come pure senza preclusioni o settarismi”. 

La voce del Vescovo: E io che cosa sento di fronte a queste affermazioni? 

Certamente mi toccano e in qualche modo mi mettono in imbarazzo. Vorrei davvero che la mia Chiesa fosse ospitale e nello stesso tempo non vorrei che si creassero confusioni rispetto alla verità del Vangelo. Come Paolo, Pietro e Giovanni voglio mettermi sotto l’assoluto primato di Dio: tutto ciò che la mia Chiesa ha seminato l’ha fatto con la Sua grazia, è Sua grazia. 

Guai a me se volessi verificare i risultati, contare i fedeli, vedere subito i frutti. Devo affidarmi perdutamente a Colui che mi ha chiamato ad amarlo e a seguirlo, lasciandomi cingere e portare da Lui. È il solo modo per vivere la responsabilità pastorale nella verità e nella pace. 

Devo inoltre capire che i tanti che mi ascoltano distratti, che mi incontrano una volta e poi vanno via, i tanti “disimpegnati” fra i miei cristiani, sono amati tantissimo da Dio e vanno amati da me che voglio vivere sotto il primato di Dio. A loro devo andare per annunciare il Vangelo a tempo e fuori tempo; devo ascoltare le loro domande, anche le più materiali; devo capire che il loro cuore sta sotto il primato di Dio e va aiutato ad aprirsi a Lui nella libertà. 

La Chiesa è cammino da massa a popolo dell’Alleanza: in questo cammino c’è chi è più avanti e chi è più indietro, chi si muove solo ora e chi si stanca. Guai a me se riducessi la Chiesa a comunità di giusti e di perfetti! L’icona della Trinità per la Chiesa non è punto di partenza, ma punto di arrivo, dono già iniziato che deve tuttavia compiersi in itinerari progressivi e costanti, finché giungano a pieno compimento le promesse di Dio.

 Agli altri, ai pescatori di uomini, a coloro che hanno accettato di farsi carico della fede di altri, agli impegnati, chiedo di condividere con me la responsabilità verso l’annuncio del Regno, di costruire insieme questa Chiesa pronta come sposa adorna per il Suo Sposo, in cammino verso il giubileo del 2000. 

3.4. In cammino verso il duemila 

Il Papa ci chiede di programmare in comunione con tutta la Chiesa il cammino di preparazione al grande Giubileo. Egli pensa a un itinerario trinitario, scandito negli ultimi tre anni di questo millennio e preceduto da un tempo antepreparatorio, al quale già appartiene il presente anno pastorale. 

La meta di tale itinerario verso il 2000 è radunare i dispersi nel grande evento della riconciliazione giubilare, attraendo le genti verso tanti focolai di amore e di fede, dove i discepoli dell’amore testimonino in semplicità e letizia, in parole e in opere, il Vangelo della carità. Per questo la nostra preparazione al prossimo Convegno di Palermo (20 – 24 novembre 1995) è già parte di questo cammino. Sarà pure importante ripensare al cammino decennale compiuto dal Convegno diocesano di Assago del novembre 1986, in particolare per quanto riguarda le Scuole di formazione all’impegno sociale e politico. 

Il Papa ricorda poi il ruolo dei Sinodi e il contributo delle singole Chiese mediante i giubilei: “Nel cammino di preparazione all’appuntamento del 2000 si inserisce la serie di Sinodi, iniziata dopo il Concilio Vaticano II: Sinodi generali e Sinodi continentali, regionali, nazionali e diocesani” (n.21). “Nella preparazione dell’anno 2000 hanno un proprio ruolo da svolgere le singole Chiese, che con i loro Giubilei celebrano tappe significative nella storia della salvezza dei diversi popoli” (n.25). 

Per noi dunque il Sinodo diocesano concluso il 1° febbraio 1995 rappresenta una tappa importante nella preparazione al 2000. L’assimilazione del Sinodo, prevista per l’anno pastorale 1995/96 sarà un nostro modo di vivere con tutta la Chiesa la preparazione al grande Giubileo. Ci aiuterà, come già sopra ricordato, la figura del card. Schuster, il nostro prossimo beato. 

In questa preparazione si inserirà, nell’anno pastorale successivo (1996/97) un Giubileo ambrosiano di grande rilievo: il decimosesto centenario della morte di sant’Ambrogio (3 aprile 397). Un apposito comitato sta preparando il programma che sarà reso noto presto. Questo anno pastorale sarà anche il primo dei tre immediatamente precedenti il 2000 e sarà perciò dedicato a Gesù Cristo Salvatore (cf Tertio Millennio Adveniente, nn. 40-43). Il motto di sant’Ambrogio “Omnia Christus est  nobis” – “Cristo è tutto per noi ” – ci aiuterà a cogliere il rapporto fra il primato di Dio e la signoria di Cristo sulla nostra vita e sul mondo. 

L’anno 1997/98 sarà dedicato allo Spirito Santo e ci impegnerà a renderci docili al soffio dello Spirito dovunque esso spiri e a lasciarci guidare da Lui come Chiesa in perenne conversione e riforma per proclamare il primato di Dio.

 

L’anno 1998/99 sarà dedicato a Dio Padre di tutti. Cercheremo di cogliere come il primato di Dio si esprime nella molteplicità delle ricerche di Lui e nel movimento ecumenico. 

L’anno 2000 sarà l’anno giubilare del soli Deo gloria: “l’obiettivo sarà la glorificazione della Trinità, dalla quale tutto viene e alla quale tutto si dirige, nel mondo e nella storia” (Tertio Millennio Adveniente, n.55). 

4. ALCUNI ADEMPIMENTI PRATICI PER IL 1995/96 

Come ho ricordato all’inizio, questa non vuol essere una lettera programmatica, bensì ispirativa. 

  • È un invito a esaminarci sul primato di Dio nella nostra vita personale, nelle nostre relazioni, nella vita della Chiesa e della società.
  • È un invito a dare il primo posto a ciò che proclama e riconosce il primato di Dio su tutte le altre cose.
  • È un invito in particolare a vivere momenti di preghiera “gratuita”, di adorazione e di lode. 

Tutto ciò è destinato a dare aria e luce al nostro contesto spesso gravato da tanti problemi e preoccupazioni.

A questa luce risaltano alcuni obiettivi che sono propri di un anno postsinodale. È anzitutto un anno destinato a una lettura sistematica del Sinodo, con l’aiuto degli appositi sussidi. 

È un anno da dedicarsi, da parte dei Consigli pastorali parrocchiali e delle altre istituzioni formative, alla riscrizione del progetto pastorale.

È un anno nel quale vorrei stendere la “Regola di vita del cristiano ambrosiano” che ho già iniziato a prevedere con l’aiuto del Consiglio Pastorale diocesano, delle claustrali, dei giovani. 

Sant'Ambrogio vescovoÈ infine un anno nel quale dobbiamo prevedere gli impegni futuri del triennio giubilare, che per noi sarà caratterizzato dall’anno centenario della morte di sant’Ambrogio (397-1997). 

Nella luce del primato di Dio ci viene dunque chiesto di affrontare  alcuni adempimenti pratici, che traducono quanto abbiamo detto in fatti concreti. Con quale spirito vivremo questi adempimenti? come tradurremo il messaggio di questa lettera in un cammino postsinodale che esprima il nostro “ripartire da Dio”? 

La lettera dei Vescovi lombardi dell’8 settembre 1994 “La fede in Lombardia” contiene molti spunti significativi al proposito. Da parte mia richiamo alcuni suggerimenti conclusivi. 

4.1. Riscrivere il progetto pastorale 

La riscrizione del progetto pastorale avrà come punto di partenza questa domanda: 

  • la nostra Chiesa, la nostra comunità, sa ancora parlare di Dio?
  • parlano di Dio le nostre assemblee liturgiche?
  • le nostre catechesi fanno presentire il Mistero insondabile, quello che non si comunica solo con le parola, ma anche con i gesti, i silenzi, gli esempi della vita?
  • insegnamo a pregare, a immergersi nel Mistero santo?
  • i nostri ragazzi sentono che c’è una ragione profonda del nostro interesse educativo, quella di aprirli a ciò che è al di là delle cose visibili, di far gustare loro l’amicizia con Gesù figlio di Dio e fratello nostro?
  • la nostra carità è sostenuta dalla riverenza amorosa verso il povero perché vede in chi è nel disagio il Cristo sofferente e glorioso (“l’avete fatto a Me”. Cf Mt 25,40)?

Data l’importanza di questa riscrizione del progetto pastorale aggiungo in appendice alcune riflessioni sulla storia e la metodologia di questa fondamentale attività di una parrocchia e di una istituzione educativa, attività che non deve mai considerarsi conclusa ma va regolarmente e pazientemente ripresa in ordine a un continuo aggiornamento del nostro modo di fare pastorale. 

4.2. La preghiera nelle nostre comunità 

In questa luce invito a rivedere con particolare cura il capitolo della preghiera delle nostre comunità, sia di quelle parrocchiali come di tutte le altre: l’invito si può ritenere quindi anche esteso, sempre nel rispetto dell’autonomia e delle tradizioni proprie dei singoli Istituti, anche a tutte le comunità di vita consacrata. 

  • Il nostro modo di pregare in comune lascia trasparire qualcosa del mistero di Dio?
  • se un non credente entrasse in chiesa nel momento della preghiera o di una celebrazione, si sentirebbe portato a gustare qualcosa di un al di là invisibile ma presente, adorato, amato, cercato con tutta l’ansia del cuore?
  • Le nostre comunità insegnano a pregare?
  • Facciamo conoscere i metodi di preghiera, il metodo della “lectio divina”, le tradizioni semplici di orazione che ci vengono dall’antichità cristiana?
  • chi volesse imparare a pregare può venire da noi senza sentirsi costretto a cercare in tradizioni lontane o esoteriche un avviamento al modo di incontrare Dio nella preghiera e nel silenzio?
  • il nostro modo di cantare sostiene la preghiera, eleva lo spirito e il cuore a Dio e ce ne fa presagire la grandezza e la bontà?
  • La preghiera dei preti e dei consacrati è visibile, esemplare, capace di far desiderare la gioia della preghiera? avviene talvolta ciò che è avvenuto a Gesù, che dopo la sua preghiera si sente domandare: insegna a pregare anche a noi così (cf Lc 11,1)?
  • Le indicazioni ripetute date in questi anni per la preghiera in famiglia hanno avuto qualche riscontro?
  • Se ne è parlato qualche volta negli incontri, nei consigli pastorali?
  • si è cercato insieme, con le famiglie più impegnate, di vedere come aiutare altre famiglie a riscoprire qualcosa di questo tesoro?
  • le missioni popolari hanno avuto come frutto una ripresa della preghiera in famiglia?

 4.3. La messa festiva 

La messa festiva è vissuta come momento di elevazione della mente e del cuore a Dio, come occasione privilegiata della proclamazione del primato di Dio?

Cosa facciamo perché sia davvero quella “sosta che rinfranca”, quel momento in cui il cristiano beve alla sorgente della vita?

Abbiamo mai pensato a come vivere un po’ anche noi, pur tenendo conto delle diversità culturali, quella gioia della messa domenicale che caratterizza le comunità del terzo mondo?

Le diverse celebrazioni eucaristiche conducono al cuore del mistero di Gesù morto e risorto che proclama il primato del Padre?

Ricordiamo che non si tratta spesso di accrescere il contenuto didattico o didascalico delle celebrazioni, talora fin troppo carico. Il primato di Dio non lo si proclama solo a parole, ma con i silenzi, i gesti, il ritmo lento e grave, il tono raccolto, il cuore che vibra, il canto che comunica le vibrazioni del cuore, la musica che non distrae ma raccoglie ed eleva…

 

4.4. Gli esercizi spirituali 

Un momento tipico in cui si esprime nel concreto il primato di Dio è quello degli Esercizi spirituali. Sono un tempo gratuito dato a Dio solo per amore di Lui soltanto. Si potrà rileggere la lettera dei Vescovi Lombardi “Gli Esercizi spirituali e le nostre comunità cristiane” del 1992. Sarebbe molto bello se ogni comunità parrocchiale potesse celebrare in quest’anno il primato di Dio con gli Esercizi spirituali in parrocchia.

4.5. Il catecumenato degli adulti 

Vorrei anche richiamare l’attenzione da avere per quanti, giovani e adulti, sempre più numerosi anche da noi, scelgono oggi di “ripartire da Dio” iniziando il cammino in vista del battesimo. Il Sinodo ha parlato, nella cost. 97, di come aiutare le comunità cristiane a impostare in modo corretto ed efficace gli itinerari previsti per l’iniziazione cristiana, soprattutto il cammino di catecumenato degli adulti non battezzati. E’ un punto sul quale saremo chiamati in futuro a porre un’attenzione crescente, in vista di una proclamazione costante del primato di Dio per ogni uomo o donna che lo cerca con cuore sincero. 

4.6. Affrontare la sfida della carenza di vocazioni 

Un ultimo pensiero lo dedico a un punto nel quale la nostra proclamazione del primato di Dio entra in una difficile tentazione epocale. Ci chiediamo: come proclamare con fiducia il primato di Dio quando sembrano venir meno le vocazioni sacerdotali, alla vita consacrata, al servizio missionario? 

La destinazione dei sacerdoti novelli di questi ultimi anni ha messo infatti in luce ancor più chiaramente un fenomeno che si avvertiva già da qualche tempo: la scarsità di preti giovani e il progressivo innalzarsi dell’età media del clero. Aumentano le parrocchie con un solo parroco, mentre diminuiscono gli aiuti per le messe festive e per i sacramenti, in particolare la confessione. 

I parroci dunque vedono aumentare le loro attività, e magari hanno pure il dovere di seguire frazioni o chiese che fino a poco tempo prima erano seguite nella cura pastorale da altri sacerdoti. Aumentano pure le situazioni nelle quali sacerdoti giovani o ancora abbastanza vicini al mondo dei giovani vengono incaricati di seguire la pastorale giovanile di più parrocchie, mentre non sempre trova risposta la domanda di parroci di parrocchie piccole e vicine perché un vicario parrocchiale abbia cura della pastorale giovanile di più parrocchie . 

Anche la vita consacrata è toccata dallo stesso fenomeno: è come se nel mondo occidentale venisse meno la capacità di osare per Dio, di dedicarsi per tutta la vita a una vocazione impegnativa. I giovani stentano a fare scelte definitive. 

Le comunità cristiane reagiscono in maniere diverse al mutamento. E le loro reazioni sono talvolta motivate da paragoni rispetto ad altre situazioni nelle quali la penuria di vocazioni ancora non si è mostrata con tutta la chiarezza che essi vedono sotto i loro occhi. 

Una prima reazione istintiva può essere quella di sorpresa o di sfiducia, perché si ritiene che non si sia provveduto alla comunità secondo le attese. Oppure si avverte un senso di stanchezza che abbatte ancora di più la capacità di reagire e di suscitare risposte pastorali diversificate. 

Penso alle situazioni nelle quali si stenta a collaborare tra presbiteri di parrocchie vicine, o ai Decanati nei quali la riunione dei presbiteri o dei Consigli Pastorali decanali non divengono occasione per risparmiare e ridistribuire energie e per collaborare più strettamente al perseguimento di mete pastorali comuni. 

Penso a quelle comunità in cui la notizia che le Suore dovranno lasciare la parrocchia per carenza di vocazioni suscita al momento iniziative volte a prolungare la loro presenza, ma non conduce a una seria interrogazione né sulle carenze vocazionali della parrocchia né sul modo di attivarsi da parte dei laici per assumere le loro responsabilità. 

Vi è un secondo tipo di risposta negativa: sospinti dalle abitudini acquisite in tempi di abbondanza di clero, non ci si sforza di individuare mete prioritarie per la vita della comunità, e così la proposta pastorale si fa generica, senza la capacità di sostenere la individuazione e la crescita di energie nuove attraverso la cura delle diverse vocazioni che la comunità cristiana ha nel suo interno. 

Nella linea di una corretta reazione alla difficoltà in cui siamo immersi, ricordavo già negli scorsi anni – in occasione della Messa crismale del Giovedi santo – l’importanza “di svolgere un’attività vocazionale libera e fiduciosa, non preoccupata e ansiosa”, basata sulla partecipazione della fede di Abramo, e scaturente da un cuore “affidato alle promesse del Signore”, frutto di un “volto di Chiesa che sa attrarre perché umile e semplice”.[8]

 

Più dolorosa, e alla fine debilitante, è la reazione di presbiteri e cristiani che si lasciano prendere dal nervosismo nei confronti della situazione, e hanno la tentazione della polemica verso questa o quella situazione, questo o quel responsabile della vita della comunità parrocchiale, o decanale o diocesana.

 

Quali gli atteggiamenti positivi, giusti, quelli per i quali il Signore permette questa prova, per purificare, santificare, edificare la Sua Chiesa?

 

Anche qui occorre avere il coraggio di rifarci anzitutto al primato di Dio.

Gesù andava attorno per le città e i villaggi, insegnando nelle loro sinagoghe, predicando il vangelo del regno e curando ogni malattia e infermità. Vedendo le folle ne sentì compassione, perché erano stanche e sfinite, come pecore senza pastore. Allora disse ai suoi discepoli: “ La messe è molta, ma gli operai sono pochi! Pregate dunque il padrone della messe che mandi operai nella sua messe!”” (Mt 9,35 38).

 

È dunque il padrone della messe Colui a cui fare riferimento! A noi è chiesto di entrare nel cuore del Signore, di guardare con i Suoi occhi, con uno sguardo sostenuto dalla certezza della misericordia preveniente del Padre e di imparare a vivere la tentazione epocale che nasce dalla penuria di vocazioni, affinché vengano accresciute la nostra fede e la nostra speranza.

 

Per vivere in maniera cristiana questa sfida pastorale che ci prepara al duemila, occorre che ciascuno di noi apra il cuore nella fede per comprendere il Signore che educa il suo popolo e per partecipare ai sentimenti di Gesù di fronte alle folle “stanche e sfinite”. Mi sembra che la sofferenza del nostro tempo e della nostra Diocesi nel ripensare il modo con cui le nostre forze possono rispondere ai bisogni pastorali, sia la grande prova che attende la Chiesa occidentale nel nuovo millennio. Ad altri tipi di persecuzioni per il Vangelo che le generazioni cristiane hanno sperimentato si sostituisce per noi oggi questo dolore della penuria e della sproporzione delle forze, drammaticamente sperimentato da tutto un popolo cristiano.

 

Comprendiamo meglio allora che cosa significa condividere la passione per il Regno che è stata l’anelito del cuore di Cristo e sentire come Lui chiama ancora oggi tanti a seguirlo. Questa condivisione stimola i preti e tutti i consacrati e le consacrate a proporre a molti giovani di associarsi a loro nel cammino della sequela per il Regno.

 

Dobbiamo fare comprendere con la nostra vita e con le nostre parole, che fare il prete, dedicare tutto se stessi a Cristo, è anche umanamente una forma di vita piena e appagante. Dobbiamo suscitare, incoraggiare, accompagnare cammini vocazionali fin dalla preadolescenza. Le diverse iniziative del Seminario minore, della Comunità propedeutica, della Pastorale vocazionale e della Pastorale giovanile, in particolare il “Gruppo Samuele” vanno conosciute e utilizzate assai di più.

 

Segnalo in particolare che non abbiamo finora dato il dovuto rilievo alla novità del Diaconato permanente e ai grandi frutti che da esso possono derivare per la nostra pastorale anche per una migliore ridistribuzione delle forze sul territorio.

 

* Mentre ci impegniamo a pregare il Padrone della messe e a collaborare con Lui perché mandi molti validi operai nella sua vigna, occorre imparare a cogliere i nuovi segni della speranza e a dare spazio alle nuove realtà vocazionali del laicato, della famiglia, della dedizione personale.

 

Frutto di una autentica disposizione di fede e di speranza nei confronti della situazione odierna sarà la capacità di sollecitare una collaborazione più generosa ed efficace all’opera di evangelizzazione e di cura della fede. Ricordiamo l’importanza di laici seriamente dedicati al Vangelo, alla cui ricerca e formazione dobbiamo porre molta attenzione.

 

* Essenziale però rimane lo spirito di collaborazione e di reciproca accogliente attenzione che vediamo ormai svilupparsi tra i preti e i laici soprattutto nell’ambito del Decanato. È in questa “pastorale unitaria” che risiede ora la nostra maggiore speranza di sostenere e aiutare una evoluzione del modo di vivere delle comunità parrocchiali in tempi di penuria di sacerdoti.

 

Unità pastorale” diviene quindi non soltanto uno strumento pratico di azione in determinate circostanze, bensì un modo globale di rispondere alla sfida che caratterizza questi decenni della nostra Chiesa.

 

CONCLUSIONE: PORTANDO GESÙ PER LE VIE DI MILANO

 

Signore, ti sto sostenendo fra le mie mani, mentre la gente ti adora e ti loda, ma in realtà sei Tu che stai sostenendo me, sei Tu che stai sostenendo questo popolo. Esso contempla il primato del tuo amore, che ti ha messo qui nelle specie del pane, in memoria vivente della tua passione e morte, della tua debolezza e della tua solitudine.

 

  • Signore, nella tua debolezza e solitudine

  • Tu sei la nostra forza.

  • Tu sei il risorto,

  • Tu cammini in mezzo a noi dando vita e speranza.

  • Tu non deludi coloro che si appoggiano a Te e credono al primato del tuo amore.

  • Tu ci inviti a ripartire da Te, a ripartire dopo il nostro Sinodo dalla proclamazione del primato del Padre tuo, a rifarci a quelle cose essenziali da cui deriva ogni nostra forza e gioia.

  • Nutrici, o Signore, col tuo pane.

  • Nutrici con quelle cose che danno senso alla nostra vita, fa’ che nella contemplazione di Te nel tuo vangelo noi attingiamo coraggio per riprendere il nostro cammino verso la fine del secondo millennio, incontro al mistero di Dio.

  • Maria, Madre di Gesù e della Chiesa, tu che dall’alto del Duomo vedi il lungo itinerario del tuo popolo, fa’ che troviamo la via giusta.

  • Non permettere che ci smarriamo tra le molteplici strade del nostro mondo.

 

Ci accompagnino in questo viaggio verso l’eternità di Dio i nostri santi, in particolare i santi vescovi che in questo secolo hanno retto la nostra Chiesa. Beato cardinal Ferrari, e tu che sarai presto proclamato beato, cardinale Ildefonso Schuster, intercedete per noi!

 

+ Carlo Maria Card. Martini

Arcivescovo

Milano, 8 settembre 1995

 

Appendice 1

Appunti per una riscrizione del progetto pastorale parrocchiale

1. Nel quadro del triennio sull’educare, precisamente nella lettera pastorale “Itinerari educativi” del 1988, domandai a tutte le parrocchie e alle altre istituzioni formative di dotarsi di un progetto pastorale. L’obiettivo che mi prefiggevo era di suscitare una sempre maggiore coscienza del carattere responsabile dell’ “agire pastorale”.  Mi pareva importante che i sacerdoti e i laici impegnati, per poter svolgere efficacemente il proprio ministero e sfuggire alla tentazione del disimpegno o dello scoraggiamento, riflettessero sullo stile e il metodo usato da Dio per “educare il suo popolo” interrogandosi sugli obiettivi e gli itinerari dell’agire pastorale.

2. Non mi muovevano tanto argomentazioni di principio, né considerazioni metodologiche astratte. Piuttosto mi preoccupavo di stimolare a trovare soluzioni concrete e praticabili a talune difficoltà vissute da preti e laici, che mi venivano segnalate in occasione delle visite pastorali alle parrocchie e ai decanati.

In primo luogo, molti operatori pastorali lamentavano la fatica di ritradurre in concreto nel vissuto ordinario delle comunità parrocchiali le proposte contenute nelle Lettere pastorali che di anno in anno si susseguivano; quando ciò poi accadeva, v’era il rischio che, per dare spazio alle nuove sollecitazioni del Vescovo, si finisse per soppiantare o trascurare altre iniziative, magari attivate soltanto l’anno precedente.

Inoltre una conoscenza sempre più assidua delle parrocchie ambrosiane mi aveva convinto della necessità di sfuggire ad una duplice tentazione nella vita pastorale: da un lato, il rischio della routine, che conduce a rappresentarsi la vita pastorale come una ripetizione di gesti e parole; dall’altro, il pericolo di un attivismo frenetico che sconfina spesso nell’arbitrio e nell’improvvisazione. Tutte queste difficoltà mi suggerirono di richiamare l’attenzione della diocesi sulla necessità che ogni parrocchia provvedesse a farsi carico in prima persona di dare vita ad un ponderato e sapiente sforzo di progettazione e verifica dell’agire pastorale. Ecco dunque le motivazioni che stavano alla base della richiesta di redigere un progetto pastorale in ogni parrocchia. In altre parole, come ebbi a dire poco tempo dopo ad una folta rappresentanza di membri dei Consigli pastorali parrocchiali nel Duomo di Milano, era mia intenzione richiamare l’evidenza che l’educare non è soltanto cosa del cuore, ma è pure cosa della testa, cioè richiede metodo, intelligenza; non basta educare a casaccio o a stagioni nel lanciare un’idea dimenticando poi tutto. Educare esige pazienza, metodo, perseveranza e il progetto scritto è utilissimo per verificare successivamente le attuazioni e le distanze.

3. Ben presto ebbi modo di verificare che la richiesta avanzata di redigere un progetto pastorale parrocchiale aveva colto nel segno. Un primo riscontro lo rinvenni in interventi di valenti studiosi, che riflettendo su alcuni aspetti della teologia pastorale convenivano nell’assegnare una particolare importanza all’obiettivo di una seria programmazione della vita della parrocchia. Mi limito a citarne uno: “Programmare, e lavorare con un progetto, è alternativo al procedere a rimorchio o estemporaneamente. Programmare è conseguenza del riconoscimento di una responsabilità, da un lato, e dell’esigenza di una logica nell’agire dotata di qualche stabilità, dall’altro. Programmare nell’azione pastorale suppone anzitutto di non avere delegato ad altri di pensarla e di deciderla, quasi pronti o rassegnati ad accettare qualsiasi passo a scatola chiusa; e di non immaginare la vita della chiesa legata ad un discernimento (o piuttosto ad un estro, ad un arbitrio) estemporaneo, così incoerente e privo di una logica di continuità da vanificare ogni sguardo prospettico. Nell’uno e nell’altro caso, la rinuncia a programmare supporrebbe un’abdicazione di umanità, che non avrebbe probabilità di senso cristiano” (C. Tullio).

Un ulteriore riscontro lo si ebbe dalla recezione della proposta da parte delle comunità parrocchiali della Diocesi. A partire dal settembre dell’anno successivo (1989) si è potuto provvedere ad un’analisi critica di quasi 700 progetti, dalla quale emergeva complessivamente un confortante segnale di maturità circa la consapevolezza che ispira l’intensa attività pastorale delle nostre comunità (cf M. Vergottini, Rilettura dei progetti educativi parrocchiali, Ambrosius 5 (1990), pp. 456-485). Oggi, non soltanto il numero delle parrocchie che hanno provveduto ad una stesura del rispettivo progetto è ulteriormente cresciuto, ma alcuni di tali contributi, già riveduti e corretti, costituiscono un segnale inequivocabile della maturità con cui ci si accinge come Chiesa a farsi carico del compito della evangelizzazione e della testimonianza della carità.

4. Qualche anno più tardi, nella Lettera alla città di Milano, “Alzati e va’ a Ninive” (marzo 1991), tesa a sottolineare la necessità di una nuova, coraggiosa e coerente evangelizzazione, ho avuto modo di riconsiderare l’urgenza della stesura di un progetto parrocchiale. Nel quadro di una pastorale imperniata sulla figura della parrocchia veniva posto l’accento su due strumenti privilegiati, utili a favorire una “fede adulta” fra quanti a vari livelli prendono parte attiva alla vita della comunità cristiana: precisamente il consiglio pastorale parrocchiale e il progetto pastorale. Il consiglio pastorale parrocchiale – osservavo – abilita un gruppo di persone mature a esprimere, alla luce della fede e in rapporto con le indicazioni della Chiesa un giudizio unitario sulla vicenda della comunità intera e a essere parte attiva nel promuovere anche negli altri una reale capacità di condivisione. Mediante il progetto pastorale poi la parrocchia individua le urgenze, le possibilità, le priorità e gli appuntamenti con cui essa intende annunciare il Vangelo a ogni condizione di vita.

Sullo stretto legame che intercorre fra queste due dimensioni dell’agire pastorale, il “consigliare” e il “programmare” avevo avuto già modo di riflettere in occasione della pluriennale attività dei Consigli presbiterale e pastorale, che in questi anni sono stati per me un’occasione privilegiata per ripensare il piano pastorale diocesano e per prendere coscienza dell’utilità di  celebrare un nuovo Sinodo. Proprio a conclusione dell’attività del II Consiglio pastorale diocesano fui sollecitato a tracciare un profilo spirituale del “consigliare” nella Chiesa. Ricordo di aver sottolineato come colui che consiglia deve avere la comprensione amorevole della complessità della vita in genere e della vita ecclesiastica in specie. Il consigliare infatti non è un atto puramente intellettuale, bensì un atto misericordioso che tenta di guardare con amore le situazioni umane concrete – parrocchie, decanati, Chiesa, società civile, società economica -. Il consigliere nella comunità deve inoltre avere un grande senso del consiglio come dono. Dono da richiedere nella preghiera, perché non si può presumere di averlo, e da vivere con distacco. Il consiglio non è un’arma di cui posso servirmi per mettere al muro gli altri; è un dono a servizio della comunità, è la misericordia di Dio in me.

Il consigliare è pure il momento dell’indagine e della creatività. Parecchi dei nostri Consigli pastorali parrocchiali sbagliano su questo punto: propongono un tema, chiedono il parere dei singoli membri, ciascuno dice la prima idea che gli viene in mente, e poi si vede la maggioranza. Invece, occorre non una semplice raccolta di pareri, ma una istruzione di causa, che valorizzi il gusto dell’indagine e del confronto con le soluzioni già date in altri luoghi e situazioni.

5. Finalmente, il recente Sinodo 47° ha recepito appieno tutte queste sollecitazioni nel capitolo “La parrocchia luogo della corresponsabilità pastorale” dove si afferma che il progetto pastorale è “espressione oggettiva, segno e alimento della comunione che anima e fonda la comunità visibile della parrocchia” (cost 142, § 3); e ancora: “le linee fondamentali del progetto pastorale di ogni parrocchia sono quelle disposte dalla Chiesa universale e da quella diocesana, ma queste vanno precisate per il cammino della concreta comunità parrocchiale ad opera in particolare del parroco con il consiglio pastorale. Il progetto pastorale di ogni parrocchia deve interpretare i bisogni della parrocchia, prevedere le qualità e il numero dei ministeri opportuni, scegliere le mete possibili, privilegiare gli obiettivi urgenti, disporsi alla revisione annuale del cammino fatto, mantenere la memoria dei passi. Esso è un punto di riferimento obiettivo per tutti, presbiteri, diaconi, consacrati e laici; come pure per tutte le associazioni, i movimenti e i gruppi operanti in parrocchia. Va tenuto infine presente che la precisazione dei criteri oggettivi di conduzione della parrocchia favorisce la continuità della sua vita al di là del cambiamento dei suoi stessi pastori” (cost 143, § 3).

Per poter interpretare il testo delle due costituzioni, in tutta la sua densità e le sue sfumature, suggerisco ai Consigli pastorali parrocchiali di meditarlo insieme, alla luce della mia Lettera di presentazione del Sinodo, dell’Introduzione del Libro Sinodale e di questa ultima lettera. Un tale esercizio di rilettura renderà il Consiglio pastorale sempre più consapevole della sua identità e dei suoi compiti.

6. Nel quadro della cura che da oggi in poi caratterizzerà la nuova stagione della Chiesa ambrosiana stabilisco dunque che ogni comunità parrocchiale debba provvedere da quest’anno ad una revisione del progetto pastorale – o, eventualmente, alla prima elaborazione -, alla luce delle disposizioni del Sinodo che costituisce il criterio normativo per misurare e riorientare la vita delle nostre comunità. Eventuali eccezioni o difficoltà saranno sottoposte ai Vicari Episcopali di zona.

Se è vero che l’azione pastorale modella forme e strutture in modo che nella Chiesa ogni persona possa incontrare il Signore in termini personali per conoscerlo e seguirlo in un cammino spirituale semplice e applicabile a tutti, si comprende come l’adempimento della stesura/revisione di un progetto pastorale parrocchiale debba essere avvertito non già come un dovere in più, che si aggiunge alla lista delle tante “cose da fare”. Prima ancora che un atto di obbedienza nei confronti di un’esplicita richiesta del Vescovo, la realizzazione del progetto è un servizio a se stessi, alla propria realtà parrocchiale, così da favorire una ripresa di autoconsapevolezza critica sulla qualità del lavoro apostolico, provvedendo ad una verifica sui bisogni e le risorse educative in loco, riprofilando mezzi, tempi e criteri di realizzazione degli obiettivi prefissati. In gioco dunque sta anzitutto la necessità di maturare sempre più consapevolezza che il momento progettuale costituisce un requisito essenziale dell’agire pastorale, prospettiva questa che proprio in quanto consente di metterci nuovamente a contatto con il disegno salvifico che il Signore ha per ciascun uomo e donna, diviene scoperta che infonde sollievo e insieme incita ad un impegno più esigente ed appassionato nella missione evangelica e nell’edificazione ecclesiale.

Redigendo un progetto pastorale la comunità si assume la responsabilità di operare una decisione pastorale saggia e muove da un attento esercizio di discernimento spirituale/pastorale, per rispondere all’interrogativo di come “qui e ora”, per “questi” uomini e donne la comunità cristiana è in grado di formulare e predisporre itinerari di incontro con il Signore. L’icona evangelica del padrone di casa che estrae dal suo tesoro “cose nuove e cose antiche” (cf Mt 13,52) risulta estremamente istruttiva del saggio equilibrio di un’attenta valorizzazione della ricchezza di iniziative della nostra tradizione ambrosiana e insieme della disponibilità a inventare nuove modalità per liberare la forza del vangelo.

7. Nel sollecitare le parrocchie al compito della revisione del progetto pastorale, ritengo utile suggerire alcuni criteri che possono favorire una tale impresa. Certo, la realizzazione di un progetto pastorale è atto che impegna originalmente la singolarità e la personalità di ogni comunità parrocchiale, per cui non si può affatto ipotizzare l’esistenza di uno schema-base eventualmente da personalizzare a piacere. Nondimeno, senza pregiudicare la libertà e l’inventiva di ciascuna comunità, richiamo alcuni suggerimenti di carattere metodologico.

* L’obiettivo sotteso alla realizzazione di un progetto pastorale parrocchiale non dev’essere quello di elaborare in proprio una sorta di “teologia della parrocchia”, né di fare una silloge di documenti magisteriali, neppure di proporre soltanto una puntuale registrazione delle “tante cose che attualmente si fanno”. Il progetto, in quanto interessa una specifica parrocchia, deve tenere presente la sua storia, la sua condizione, il suo contesto socio-culturale e spirituale; deve focalizzare l’attenzione sugli itinerari di fede che vengono offerti alle persone che vivono in parrocchia, come cura premurosa nei loro confronti. È utile, infine, trovare una proficua chiave di lettura (per es. le quattro costituzioni conciliari, oppure la triade Parola, Eucarestia, Diaconia, o altri schemi biblici o teologici, quali l’articolazione suggerita dai cinque progetti pastorali: contemplazione   Parola   Eucarestia   missione   “farsi prossimo”, o altri suggeriti dal Libro sinodale) che possa consentire di contemplare il “volto” della Chiesa e insieme misurare la vicinanza/distanza dell’esperienza ecclesiale vissuta.

* Il punto di partenza deve essere l’analisi della situazione in cui la parrocchia opera (quartiere/paese, abitanti – famiglie – lavoro).  Non si tratta di dar vita ad una ricerca sofisticata sotto il profilo sociologico, ma di pervenire ad una conoscenza meno superficiale dell’ambiente socio-culturale in cui è inserita la comunità parrocchiale, così da valutare l’incidenza dei mutamenti sociali sull’ethos ed il vissuto spirituali delle persone che vivono in quel determinato territorio, in modo da avvertire bisogni e resistenze in ordine alla proposta del messaggio credente. Per venire incontro alle difficoltà delle parrocchie con minori potenzialità, e insieme per evitare inutili sprechi, è auspicabile che ogni decanato possa costituire l’ambito di osservazione sul territorio e di rilevazione dei comportamenti.

* Si tenga presente la parola chiave del Sinodo, cioè quella di “unità pastorali”, per programmare l’attività della parrocchia nel quadro della collaborazione interparrocchiale e decanale.

* Prima di accingersi alla stesura materiale del testo è bene aver riflettuto a sufficienza sulla struttura dello stesso, affinché assuma coerenza, organicità, sinteticità. Il momento progettuale acquisterà sempre più valore allorquando eserciti una funzione critica nei confronti della prassi pastorale vigente, segnalando attenzioni, priorità, correzioni ed omissioni nel lavoro pastorale ordinario. In questa linea, è opportuno che si prendano in considerazione anche quei capitoli della pastorale che generalmente risultano scottanti e spesso scoperti (l’accostamento dei “lontani”, l’educazione socio-politica, il post-cresima, ecc.).

* Il progetto pastorale parrocchiale risulta tanto più credibile quanto più in esso si percepisce la coscienza di essere partecipe del cammino della Chiesa locale, di essere docile al magistero episcopale, dunque quanto più è dato registrare un respiro ed una memoria diocesana. Il Libro del Sinodo, unitamente alle più recenti Lettere pastorali, in particolare  quest’ultima “Ripartire da Dio”, inquadrate nella cornice dell’insegnamento del Papa, costituiscono i testi-base da cui deve muovere questo sforzo di progettazione/programmazione/verifica del lavoro parrocchiale.

* Un’ultima e decisiva acquisizione è infine lo sforzo di pervenire al ritrovamento di una chiave di lettura originale, personale, capace di mostrare il carattere “proprio” ed irrepetibile, che lega questo progetto a questa comunità. Il “leit motiv” può essere un’icona evangelica, una cifra ideale, un idea-guida, capace di fornire sinteticamente il tutto nel frammento, l’angolo di visuale grazie al quale ci si apre alla realtà nella sua interezza. Si tenga presente la cost. 140 del Sinodo su “Le diverse tipologie di parrocchie della Diocesi”. Diversa sarà per esempio la sintesi unitaria che caratterizza una parrocchia con una storia millenaria rispetto ad una di recente costituzione magari ancora in attesa di realizzare l’edificio-chiesa. In ultima analisi, non bisogna dimenticare che l’obbedienza nella vita cristiana ed ecclesiale è creativa e interpellante proprio in quanto essa nasce dalla decisione della libertà: a nessuna parrocchia è consentita un’anonima assimilazione del piano diocesano, ad ogni comunità è richiesta invece una personale riappropriazione del cammino diocesano a partire da un forte ricentramento sull’essenziale, per “ripartire da Dio”.

Appendice 2 Lettera di presentazione alla Diocesi del Sinodo 47°


[1]  A. Manzoni, Il Natale del 1833 (primo getto), da M. Pomilio, Il Natale del 1833, Milano 1983, p. 133

[2]  A. Manzoni, Inni Sacri – La Passione, strofa 6

[3]  D. Bonhoeffer, Resistenza e resa, Alba 1988, p. 427

[4] cf  Gibran Kahlil Gibran, Il profeta, Milano 1987, p. 20

[5] P. Le Fort, Les structures de l’Eglise militante selon Saint Jean, Paris 1979, p. 172

[6] ib.

[7] Jean Vanier, Il corpo spezzato, Milano 1990, p 98ss.

[8] cf La fede di Abramo e la parsimonia di Giuseppe, Giovedi santo 1991, p. 12; cf anche Un presbiterio che si rigenera, Giovedi santo 1990

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SAN RICCARDO PAMPURI: LA MISTICA DELL’ORDINARIO – Angelo Nocent

San Riccardo Pampuri - Chiesa di Zeloforamagno (MI)

Sballottato tra una religione troppo intimista e un impegno chiuso nell’orizzontalismo, l’uomo d’oggi deve ritrovare il giusto equilibrio. È valido per tutti l’imperativo della lettera pastorale del Cardinal Martini: “Ripartiamo da Dio!”, per riconoscerlo poi nei fratelli e portarlo loro. “Chi non conosce il volto di Dio attraverso la contemplazione, non lo potrà riconoscere nell’azione, sebbene risplenda sul volto degli umiliati e oppressi”.

 Esperienza ed esperienze di Cristo 

Parlando dell’esperienza di Cristo, ci si riferisce non ad esperienze o momenti speciali di presenza avvertita, ma ad una maturazione crescente in noi di tutta la vita cristiana, centrata sulla persona di Cristo. E’ un percorso lento e graduale che converte la conoscenza in incontro, l’incontro in amicizia, l’amicizia in trasformazione”.  

È la “mistica dell’ordinario”, è la religiosità dei poveri, è la santità di tutti e per tutti, come la “piccola via” di santa Teresa di Gesù Bambino , di San Riccardo Pampuri e di Charles de Foucauld. 

  1. «Le cose che hai udite da me, trasmettile a persone fidate, le quali siano in grado di ammaestrare a loro volta anche altri» (2 Tim 2,2).

  2. Ma tu, uomo di Dio, … tendi alla giustizia, alla pietà, alla fede, alla carità, alla pazienza, alla mitezza. Combatti la buona battaglia della fede.» (1 Tm 6,11-12)

  3. Noi abbiamo riconosciuto e creduto all’Amore che Dio ha per noi.” (1Gv 4, 16)

  4. Quando Colui che mi scelse fin dal seno di mia madre e mi chiamò con la sua grazia si compiacque di rivelare a me suo Figlio perché lo annunziassi … subito … partii …” (Gal 1, 15-17)

  5. Ed essi si dissero l’un l’altro: Non ci ardeva forse il cuore nel petto mentre conversava con noi lungo il cammino, quando ci spiegava le Scritture?” (Lc 24, 32)

  6. Maestro io ti seguirò dovunque andrai!” Gesù gli rispose: Le volpi hanno le loro tane e gli uccelli dell’aria i loro nidi, ma il Figlio dell’uomo non ha dove posare il capo.” (Mt 8, 19-20)

  7. Cammina umilmente con il tuo Dio!” (Mi 6, 8)

  8. Ho sentito la voce del Signore che diceva: “Chi potrò mandare? Chi andrà per noi? E io dissi: Eccomi manda me!” (Is 6, 8)

  9. Mi fu rivolta la Parola del Signore: “Prima di formarti nel grembo materno, ti conoscevo, prima che tu uscissi alla luce, ti avevo consacrato …” (Gr 1, 4-5)

  10. Ecco io sono con te e ti proteggerò dovunque tu andrai; poi ti farò ritornare in questo paese, perché non ti abbandonerò senza aver fatto tutto quello che ti ho detto”. (Gn 28,15)

  11. Il Signore disse ad Abram: “Vattene dal tuo paese, dalla tua patria e dalla casa di tuo padre, verso il paese che io ti indicherò!” (Gn 12, 1) 

San Riccardo Pampuri medico 2

S. RICCARDO PAMPURI IN BREVE 

San Riccardo nasce il 2 agosto 1897 a Trivolzio (PV). Rimasto orfano a soli tre anni, fu accolto nella casa di due zii materni che lo allevarono come un figlio, dandogli una solida formazione religiosa unita all’esempio di una generosa carità. Durante gli studi universitari e il servizio militare approfondì la sua spiritualità facendosi terziario francescano e impegnandosi attivamente anche nell’apostolato della cultura. 

Nel 1915 si iscrive alla facoltà di Medicina presso l’Università di Pavia dove si laurea a pieni voti nel 1921. Più che un medico, il Pampuri era un istituzione di carità, come confermano le molte testimonianze dei pazienti che furono curati da lui. Professionalmente preparato, generoso e instancabile ad ogni chiamata, si era proposto di vedere Gesù nei suoi malati, che lo amavano e lo seguivano anche come indiscusso “leader” spirituale. 

La decisione di abbracciare la vita religiosa era andata maturando nel dottor Pampuri mano a mano che egli approfondiva la sua esperienza di fede. Trovò nell’Ordine dei Fatebenefratelli il modo ideale di conciliare la sua professione di medico con la sete di Dio che lo bruciava da sempre.

Gli bastarono tre anni per sigillare la sua intensa esperienza di fede e di amore con una morte serena. Fra Riccardo Pampuri morì a Milano il 1 maggio 1930, a soli 33 anni. I suoi funerali furono un autentico trionfo popolare, a conferma della sua fama di santità. Il 1 aprile 1949 l’Arcivescovo di Milano, Cardinal Schuster, apriva il processo di canonizzazione di Fra Riccardo Pampuri. 

Il 4 ottobre 1981, Fra Riccardo veniva dichiarato beato. Il 1 novembre 1989 fu canonizzato con una solenne cerimonia presieduta da Papa Giovanni Paolo II (fu la prima canonizzazione dopo l’attentato che il Papa subì in Piazza San Pietro). San Riccardo è il Santo del nostro tempo: semplice, umile, preparato, dedito ai malati, apostolo, sereno, credente, Un testimone in tutto e per tutto. 

  • A lui possono salutarmente guardare, per la sua ardente fede, i medici cattolici;
  • a lui possono utilmente ispirarsi tutti gli operatori sanitari per la sua rigorosa coscienza professionale;
  • a lui possono fiduciosamente rivolgersi tutti gli ammalati per apprendere come vivere la loro sofferenza e per chiederne l’intercessione;
  • come lui i giovani possono generosamente dare un senso allo loro vita e incarnare i veri ideali umani e cristiani. 

Sono le parole del Santo Padre, Giovanni Paolo II: «Voi siete chiamati a umanizzare la malattia». Un messaggio rivolto all’Ordine Ospedaliero di San Giovanni di Dio per la promozione di una medicina più umana, con il malato e per il malato. Un messaggio che deve essere trasformato in progetto di vita da chi vede nella malattia – fisica, mentale, morale che sia – un’ opportunità di crescita e non solo uno spiacevole incidente di percorso. 

Nessun uomo sano si riconosce nella malattia e nei malati. E’ estranea la malattia, come una condizione cui non si appartiene, ed estranei sono i malati, perché privati di quelle facoltà che si ritengono normali: 

  • parola,
  • vista,
  • udito,
  • libertà nei movimenti,
  • autonomia nell’espletare le funzioni fisiologiche…

Eppure tutti, prima o poi, facciamo l’esperienza di un ricovero in ospedale: quando va bene, per il classico piccolo intervento;ancora meglio, se al nostro fianco ci sono i familiari, ad assisterci con l’amore che addolcisce ogni sofferenza. E’ allora che si pensa: “per fortuna non sono solo.” 

Qui si fonda tutta l’antropologia e l’eccelsa dignità spirituale dell’essere umano. Di questo annuncio i mistici sono gli araldi più convincenti. Questa grazia è specialissima, straordinaria e non ha niente a che vedere con fenomeni miracolosi di vario genere (aure luminose, levitazione, stimmate ecc.). Neppure consiste nelle visioni o nelle locuzioni interiori. 

Giovanni Paolo II con il suo infermoere ra Cesare Gnocchi

BEATIFICAZIONE 

Giovanni Paolo II: “Erminio Filippo Pampuri, decimo di undici figli, a 24 anni è medico condotto e a 30 anni entra nell’Ordine Ospedaliero di san Giovanni di Dio (Fatebenefratelli). Solo tre anni dopo moriva. 

È una figura straordinaria, vicina a noi nel tempo, ma più vicina ancora ai nostri problemi ed alla nostra sensibilità. Noi ammiriamo in Erminio Filippo, diventato nell’Ordine Fra Riccardo Pampuri, il giovane laico cristiano, impegnato a rendere testimonianza nell’ambiente studentesco, come membro attivo del Circolo Universitario “Severino Boezio” e socio della Conferenza di san Vincenzo de’ Paoli; il dinamico medico, animato da una intensa e concreta carità verso i malati e i poveri, nei quali scorge il volto del Cristo sofferente. 

Egli ha realizzato letteralmente le parole, scritte alla sorella suora, quando era medico condotto: “Prega affinché la superbia, l’egoismo e qualsiasi altra mala passione non abbiano ad impedirmi di vedere sempre Gesù sofferente nei miei malati, Lui curare, Lui confortare. Con questo pensiero sempre vivo nella mente, quanto soave e quanto fecondo dovrebbe apparirmi l’esercizio della mia professione!”. 

Lo ammiriamo anche come religioso integerrimo di un benemerito Ordine, che, nello spirito del suo Fondatore san Giovanni di Dio, ha fatto della carità verso Dio e verso i fratelli infermi la propria missione specifica e il proprio carisma originario. “Voglio servirti, o mio Dio, per l’avvenire con perseveranza ed amore sommo: nei miei superiori, nei confratelli, nei malati tuoi prediletti: dammi la grazia di servirli come servirei Te”: così scriveva nei propositi in preparazione alla professione religiosa. 

La vita breve, ma intensa, di Fra Riccardo Pampuri è uno sprone per tutto il Popolo di Dio, ma specialmente per i giovani, per i medici, per i religiosi. Ai giovani contemporanei egli rivolge l’invito a vivere gioiosamente e coraggiosamente la fede cristiana; in continuo ascolto della Parola di Dio, in generosa coerenza con le esigenze del messaggio di Cristo, nella donazione verso i fratelli. 

Ai medici, suoi colleghi, egli rivolge l’appello che svolgano con impegno la loro delicata arte animandola con gli ideali cristiani, umani, professionali, perché sia una autentica missione di servizio sociale, di carità fraterna, di vera promozione umana. Ai religiosi ed alle religiose, specialmente a quelli e quelle che, nell’umiltà e nel nascondimento, realizzano la loro consacrazione fra le corsie degli ospedali e nelle case di cura, Fra Riccardo raccomanda di vivere lo spirito originario del loro Istituto, nell’amore di Dio e dei fratelli bisognosi.” (04. 10. 1981) 

DISCORSO DI GIOVANNI PAOLO II ALL’ASSEMBLEA DEI SUPERIORI E DELLE SUPERIORE D’ITALIA 

Castelgandolfo, 15 ottobre 1981 

1. Desidero manifestarvi anzitutto, la mia sincera gioia per questo incontro con voi, esponenti qualificati degli Ordini e Congregazioni maschili e femminili d’Italia, qui accompagnati dal Segretario della Sacra Congregazione per i religiosi, che rappresentate centoventi Istituti maschili, con trentasettemila religiosi, e seicentocinquanta Istituti femminili, con centoquarantacinquemila religiose. 

Alla legittima letizia per questo incontro desidero aggiungere anche il vivo compiacimento per codesta assemblea nazionale congiunta che si realizza per la prima volta in Italia e che è stata preparata dagli Organismi interessati con ammirevole impegno sia per quanto concerne la parte liturgica – preghiera comunitaria e celebrazioni eucaristiche – sia per il numero, l’ampiezza e la profondità dei temi meditati e studiati insieme, che vertono sulla presenza e il valore della vita religiosa nella Chiesa e nel mondo, sull’efficacia e l’apporto della vita religiosa nella costruzione della Chiesa, nonché sul tema specifico della vita religiosa di fronte ai mutamenti culturali e strutturali della società italiana, nella quale voi tutti, fratelli e sorelle, siete chiamati ad operare apostolicamente ed a rendere esemplare ed incisiva testimonianza della fecondità della vostra