IL BUON SAMARITANO – Una Chiesa che si lascia provocare dal povero – Giuseppe Morotti

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 «La spada dello spirito, che è la Parola di Dio, abiti in abbondanza nella vostra bocca e nei vostri cuori, e tutte le cose che dovete fare, fatele nel nome del Signore».” Costituzioni Carmelitane (n. 82)

Questa è la parabola che non finisce mai di stupire. E’ come una miniera, dalla quale  si continuano  ad estrarre nuove pepite d’oro o pietre preziose.

L’evangelista rivolgendosi a noi, lettori e interlocutori che conoscono a memoria i contenuti della parabola, ci considera come un “padrone di casa” che «estrae dal suo tesoro cose nuove e cose antiche» (Mt 13,52). Epperò, bisogna meritarci la stima.

L’ autore Morotti ci porta a considerazioni non proprio usuali, provocatorie.

A me fanno bene, anche perché, nel narrare la sua esperienza dagli anni del Concilio ad oggi, in parte descrive il mio giovanile percorso ecclesiale che ha segnato profondamente la mia esistenza e ancora mi mantiene nel solco ideale di allora.

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Mi auguro che faccia bene anche ad altri. Perché questa Chiesa che si deve  lasciar provocare dal povero, sono io, sei tu, sono i laici, i consacrati…il Popolo di Dio. E, a voler essere sinceri, siamo in troppi a ritrovarci con la coda di paglia.

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Morotti Giuseppe 01Di MOROTTI GIUSEPPE

Nato a Nembro (BG) nel 1949, si forma presso i Saveriani e viene ordinato prete nel 1974. Con i Piccoli Fratelli del Vangelo di Charles de Foucauld si reca in Iran, condividendo la vita di alcune comunità cristiane ai confini con l’Iraq. Dopo 10 anni nella fraternità di accoglienza di Spello e 5 anni nella fraternità generale di Bruxelles, vive ora con la sua famiglia a Bolzano dove lavora nel Centro di accoglienza della Caritas e anima, nell’ambito parrocchiale, incontri di meditazione e di preghiera sui mistici cristiani e musulmani (sufi).

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-Invece…Questo invece iniziale, ci sorprende, ci prepara ad ascoltare qualcosa di molto importante, che nello stesso tempo suona come un qualcosa di provocante, di scomodante, di alternativo… E’ come se ci venisse detto: in genere nel mondo ci si comporta in un certo modo nei confronti dei poveri , anche da parte nostra , di noi Chiesa…… ma ecco invece come un credente e prima ancora che un credente un uomo autentico degno di essere chiamato tale dovrebbe comportarsi…Un invece che ci mette in guardia, sull’attenti, che ci fa rizzare le orecchie…

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 – un Samaritano: come se non bastasse, ecco che entra in scena un samaritano, un eretico, un impuro, uno scomunicato, un poco di buono, una pietra di scarto che viene scelto come maestro in umanità, maestro potremmo dire oggi di morale e di ecclesiologia: stiamo a vedere cosa ci insegna…

Vorrei sottolineare che quando parliamo di Chiesa non ci riferiamo solo alla Chiesa gerarchica ma alla Chiesa che siamo tutti noi…e che anche quando ci riferiamo alla chiesa gerarchica ci rivolgiamo a lei come ad una madre, amandola profondamente quindi anche quando ci permettiamo e proprio perchè ci permettiamo di criticarla…

Con la consapevolezza inoltre che all’interno di questa Chiesa e fedeli ad essa fino alla morte, ci sono state tantissime persone straordinarie di cui siamo fieri: basta pensare a papa Giovanni, don Tonino Bello, don Helder Camara, mons. Romero, don Mazzolari, don Milani, don Puglisi, madre Teresa, padre Turoldo, solo per fare alcuni nomi…

anche solo per il fatto che queste persone straordinarie vi hanno fatto parte e fino alla morte sia pur passando a volte attraverso incomprensioni e sofferti atti di obbedienza, noi non ce la sentiremmo mai di sbatterle la porta in faccia.

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 -che era in viaggio… una Chiesa autentica, la Chiesa di Gesù, sa mettersi in viaggio, ha il coraggio di uscire dalla propria casa, dai propri confini, sa mettersi per strada… Per mettersi facilmente per strada…bisogna essere poveri ed indigenti… Infatti si mette facilmente in strada, anzi vive addirittura per strada, chi è povero, non solo perché non ha casa ma anche perchè da un lato è libero dalla paura di essere derubato e dall’altro perchè meno carico, meno occupato, meno legato, meno impegnato, più leggero e più libero, può camminare più spedito , lui che proprio perchè non possiede niente di suo, per dimora ha il mondo. E’ sulla strada e non nei palazzi, nei centri decisionali e di potere che si incontrano i poveri, con il loro carico di provocazione.

Dopo lo scandalo provocato dagli abusi di pedofilia, Benedetto XVI ha coraggiosamente invitato la Chiesa alla conversione ed alla penitenza. Vi si coglie un profondo desiderio di coerenza e di verità. Il Cardinal Bagnasco a sua volta si è augurato che la Chiesa possa ritornare ” a servire l’uomo con la simpatia di Dio”. Ma qual’è la conversione di cui la Chiesa ed in questo caso particolare i suoi ministri hanno veramente bisogno per ritornare a servire l’uomo con la simpatia di Dio? E’ sufficiente rendere più rigido e selettivo il discernimento dei già così pochi giovani presenti nei seminari o minacciare di pene gravi coloro che mancano?…

Jon SobrinoHo trovato interessante al proposito un articolo di Joe Sobrino, pubblicato dalla rivista Concilium 2004 del 2010. Egli sostiene che cadremmo in una grossa trappola se insistessimo solamente sui peccati dei singoli peccatori all’interno della Chiesa. Ministri pedofili, mele marce che vanno tolte dalla cesta ma senza pregiudicare una Chiesa che continua a credersi ed a porsi nel suo insieme come casta e santa senza che si senta spinta di conseguenza ad un serio esame di coscienza che la porterebbe a riconoscersi essa stessa anche nella sua configurazione globale e nella sua realtà strutturale come peccatrice e quindi bisognosa di conversione.

Limitarsi ad evidenziare e a segregare questi bubboni purulenti non aiuterebbe la Chiesa a prendere coscienza del suo sangue malato e a non scadere in affermazioni che sanno di una certa arroganza come “la Chiesa è sempre stata contro la violenza” o “La chiesa è sempre stata a difesa della vita e dei più deboli”.

Un’arroganza che deriva purtroppo dalla coscienza radicata di essere l’unica depositaria della Verità e che la spinge addirittura a chiedere perdono con la stessa arroganza, anche se più sottile e velata, come se essa fosse l’unica a chiederlo o a chiederlo meglio degli altri. Ed il tutto con quel “solennismo” o tendenza a dare solennità a tutto ciò che fa e che dice, che sottintende la convinzione che in fondo è lei ad avere sempre ragione od almeno ad avere più ragione degli altri.

Jon Sobrino 2Sobrino continua affermando che purtroppo la Chiesa continua a tener viva la coscienza di superiorità, di destino manifesto sia per quello che Essa deve fare agli altri: la missione, sia per quello che gli altri devono fare alla Chiesa: il rispetto dovuto ad una realtà superiore. Citando Leonardo Boff afferma che “la Chiesa continua a reggersi su due forme di potere: uno secolare, organizzativo, giuridico gerarchico, ereditato dall’impero romano ed un altro spirituale basato sulla teologia politica di Sant’Agostino relativa alla città di Dio che egli identifica con la Chiesa istituzione. Nella configurazione concreta della Chiesa, di conseguenza, ciò che conta non sono tanto il Vangelo o la fede quanto questi poteri considerati come una potestà sacra nello stile imperiale romano di monarchia assoluta”.

Mons. ProanoE Sobrino termina citando un’attitudine ben diversa in quel vescovo profetico Monsignor Proano, che dopo aver condiviso per tutta la vita le lotte emancipatrici dei suoi poveri indios, sul letto di morte confessava alla sua assistente qualcosa che lo tormentava profondamente: “Mi sono convinto che la Chiesa è l’unica responsabile della situazione di oppressione dei popoli indigeni…che dolore…mi sento oppresso da questo peso di secoli.”

Fratel Carlo CarrettoAnche a Bolzano, Angela ed io abbiamo cercato di rispondere a questa domanda presentando la testimonianza che ci ha trasmesso Carlo Carretto con la sua vita. Lui che dopo aver militato da protagonista in una Chiesa appariscente e forte, la Chiesa dei famosi 300 mila caschi verdi da Lui radunati in piazza san Pietro, ha avuto il coraggio di scendere da cavallo e di mettersi in strada.

Carretto Carlo dei piccoli fratelli di GesùConvertito e purificato dagli anni trascorsi sulle strade, sulle piste del deserto al seguito della famiglia di Charles De Foucauld , dalle colline e dagli eremi di Spello, incominciò a sognare la conversione ad una Chiesa contemplativa, ben radicata nella fede e nell’amore del suo Signore e nell’ascolto della sua Parola, ma “nazarena”, che si senta madre, amica, compagna di viaggio, più che maestra di tutto e di tutti.

Una Chiesa conciliare, ecumenica, sempre pronta al dialogo ed all’ascolto, che non si ponga a partire da una posizione di primi, di forti, di privilegiati, di separati, di puri ma che sia ” piccola”, umile e povera per poter essere amabile e poter essere accolta come sorella. Una Chiesa concepita più come “lievito nella pasta” che come “città sul monte”.

papa francesco 2Una Chiesa che prima di parlare dei poveri si preoccupi di essere essa stessa povera insieme ai poveri. Una Chiesa al suo interno meno autoritaria, meno gerarchica, meno verticistica ma più umana, più familiare, più al femminile, più dialogante, più democratica, in cui la fedeltà e l’obbedienza non siano concepite come mutismo acritico, ma come compartecipazione attiva e responsabile.

Gaudium et SpesUna Chiesa non più tentata di coltivare il sogno della cristianità, preoccupata quindi più a distinguersi dal mondo che a dialogare con esso. Una Chiesa che abbia il coraggio di riconoscere che il mondo di oggi può apparire sì un mondo senza Dio ma non senza una eticità, non senza valori.

Una Chiesa per esempio, che invece di continuare a farsi paladina ossessiva e ad oltranza di un concetto astratto di vita, impara dall’uomo laico di oggi a mettere al centro il concetto ben più esistenziale di persona o meglio ancora le persone in carne ed ossa dischiudendosi ad una nuova autenticità, meno ideologica, meno legalista ma più umana, più aderente alla vita ed al servizio di essa.

andreoli_imieimattiMi ha colpito un articolo dello psichiatra Vittorino Andreoli riportato sul Corriere della Sera che riferendosi agli scritti di Zygmund Baumann descrive la cosiddetta “digital generation” rappresentata dai nostri giovani.

Figli della cultura post-moderna che porta in sè un rifiuto viscerale contro tutto ciò che si presenta come assoluto, coercitivo ed uniformante, questi giovani si trovano a vivere e a considerare solo il presente , il quì ed ora senza più percepire nè il passato nè il futuro. Ciò li allontana da ogni tentativo di programmazione, fa sì che il loro impegno e le loro relazioni non siano durature anche se sincere, immediate e cariche di emozioni. Sono di conseguenza propensi a lavori di breve durata e possibilmente mutevoli, in grado quindi di offrire stimoli sempre nuovi opponendosi a stili di vita monotoni, abitudinari e ripetitivi come i nostri. Ora secondo l’autore, è vero che questi giovani vanno educati o meglio ancora che la società che produce questi giovani vada ripensata ma nel contempo come si può non tener conto dello stato in cui sono e non riconoscere i valori che questa generazione ci propone, lasciandoci provocare positivamente. Come possiamo di conseguenza noi Chiesa continuare ad entrare come a gamba tesa, quindi in modo violento, su di loro continuando ad esser paladini utopici i dei nostri modelli tradizionali ritenuti indiscutibili ed immutabili come quello dello sposato per tutta la vita, del separato per tutta la vita, del prete per tutta la vita, del celibe per tutta la vita e di una vita sempre più longeva”.

Una Chiesa inoltre, continua a suggerirci Carlo Carretto, che non cavalchi lo spirito che anima gran parte del mondo di oggi che è spirito di efficacia e di competizione. Una Chiesa non incline ai privilegi, alle diplomazie ed alle alleanze politiche, povera per mantenersi libera e libera per essere credibile e profetica.

Oggi in particolare noi Chiesa dovremmo fare attenzione a non lasciarci sedurre da coloro che in cambio di un sostegno incondizionato a presunte esigenze di stabilità o ad alcune prese di posizione che noi portiamo avanti un po’ troppo a mo’ di crociata, ci legano poi le mani e ci chiudono la bocca.

Dobbiamo essere ben coscienti che coloro che furbamente e senza crederci neanche troppo, sostengono le coppie di fatto, sono contro la pillola Ru486, sono contrari ad sperimentazioni sulle cellule staminali e sono pure disposti a sostenere il sovvenzionamento delle scuole cattoliche e a garantire l’8 per mille, sono poi quelli che con il proprio comportamento e con la filosofia di vita ampiamente diffusa attraverso i propri mass-media, promuovono ciò che vi è di più antievangelico e dal punto di vista prettamente umano di ben più deleterio come

  • l’ideale dei soldi a buon mercato,
  • il successo ottenuto ad ogni costo,
  • una vita in cui la sofferenza è esclusa,
  • la povertà è una colpa,
  • l’immigrazione solo una forza lavoro da sfruttare,
  • l’edonismo una virtù,
  • la volgarità un motivo di vanto,
  • la corruzione una abitudine,
  • l’immunità un diritto
  • e la politica una vergognosa compravendita,

svuotando così la società da quelli che sono i veri valori ed aprendo ai nostri giovani la strada dell’edonismo, del guadagno facile, della furberia e della tracotanza.

Paolo VI e AtenagoraUna Chiesa pellegrina, che sa rimettersi in viaggio quindi. E tutti abbiamo esperimentato nel nostro piccolo come, da ogni viaggio si torni un pò più poveri ma rinnovati, arricchiti, cambiati in meglio, più perspicaci, più aperti, meno categorici ed assoluti, più liberi.

Samaritano - lovide

Passandogli accanto…

  • nè sopra nè sotto,
  • nè avanti nè dietro,
  • ma accanto,
  • da colui che si pone alla pari,
  • accanto come un fratello,
  • come un amico.

Nei primi anni del 70 nel Seminario teologico dei Missionari Saveriani di Parma avevamo costituito il “gruppo Navetta”, a partire dal nome del quartiere più povero e degradato della città che frequentavamo.

Denis - Redazione OPZIONI '70Incominciavamo a non credere più ad una missione di Chiesa fatta per andare a portare, ad aiutare, a salvare, a convertire…

Spinti dalle nuove idee sessantottine, incominciavamo a sognare la missione di una Chiesa secondo la quale si andava tra i poveri per condividere, per vivere insieme, per crescere insieme, nel pieno rispetto della peculiarità di ognuno.

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Per prepararci a questo tipo di missione ognuno di noi aveva abbandonato la propria stanza per vivere in sei tutti insieme in un’unica stanza con i letti a castello. Di conseguenza avevamo adottato uno stile di vita sobrio e povero, rinunciando a tante cose superflue, ai nostri registratori e radio personali per tenerne una per tutti… Come possiamo – ci dicevamo – prepararci adeguatamente a condividere domani la vita dei più poveri vivendo in un seminario che ci permette tante comodità…

Fra Pierluigi Marchesi Priore generale Fatebenefratelli o.h. 2Padre Pierluigi Marchesi Priore Generale o.h.Don-Primo-Mazzolari-2Eravamo innamorati allora degli scritti di quel don Mazzolari che diceva: “Il superfluo non va calcolato a partire da ciò che noi ricchi abbiamo in più ma a partire da ciò che hanno in meno, di necessario, i più poveri dei nostri fratelli”.

Imparavamo anche a studiare insieme, a pregare insieme…

  • insieme frequentavamo il quartiere più povero della città per cercare di stare il più possibile con questa gente semplice ed insieme rimettere a nuovo una chiesetta abbandonata in cui trovarci a pregare e a studiare il Vangelo oltre che a fare il doposcuola…
  • insieme trasformare un immondezzaio in un campo di calcio per i ragazzi, insieme organizzare manifestazioni per ottenere dal comune una farmacia, insieme battagliare con il nostro rettore perché desse il permesso al alcuni di noi di andare a lavorare 4 ore al pomeriggio dopo le lezioni di teologia del mattino per non vivere da borghesi sovvenzionati dai benefattori…
  • essere nel contempo più solidali con tanti giovani che allora l’università se la pagavano lavorando e prepararci così nel migliore dei modi ad una missione nei paesi poveri del Sud del mondo che fosse improntata su quella condivisione, su quel vivere accanto, gomito a gomito che era stata innanzitutto il modo di fare missione, il modo di amare di Gesù di Nazareth, figlio del falegname. (Il gallo del Noviziato).

1-Scan10050Queste 480 pagine mi accompagnano dal lontano 1967. Sono le 1000 lire spese bene. Un buon investimento.

  • …vi può essere anche una vera paura della preghiera ed inconsapevolmente ci si rifugia nell’attività” [pag. 225]
  • Gesù desidera che siate votati all’amore dei vostri fratelli… Dacché ho capito questo, io rispetto veramente l’ostinazione di quel povero nomade malato che preferisce morire tranquillamente nella sua tenda, in mezzo all’affetto dei suoi, piuttosto di entrare in un ospedale dove forse guarirebe, ma dove non sarebbe che una cosa anonima. Ricordatevene sempre quando trattate con gli uomini“. [pag. 67]

1-Scan10037Ed è proprio perchè profondamente animato da questi ideali che, una volta scoperta la spiritualità di Charles De Foucauld mi resi conto di aver trovato la mia vera camicia. Dopo un lungo tempo di prova che da giovane prete trascorsi a fare il facchino a Milano, con la proibizione di celebrare la Messa perché non erano ammessi preti al lavoro, (Cardinal Colombo) entrai a far parte di quei Piccoli Fratelli che vedevano il loro ideale di vita magnificamente espresso nel libro “Come loro”di Renè Voillaume, meglio tradotto in francese con “Au coeur des Masses”, nel cuore della gente povera e semplice, accanto, da amico, da fratello o meglio, da piccolo fratello perchè solo facendosi piccoli ci si può mettere accanto e si può diventare veramente fratelli…

1-Scan10050Le 480 pagine che mi tengono compagnia dal 1967. Mille lire di allora, spese bene. Un ottimo investimento.

Riguardo a ciò che vi raccontavo ieri di quel vetraio, se siamo riusciti a costruire una amicizia così profonda fu perchè dall’inizio ci siamo posti a vivere accanto a lui, poveri come lui, bisognosi di aiuto come lui ed in certi casi essendo stranieri, ancora più di lui, guadagnandoci il pane quotidiano attraverso un lavoro semplice come lui…

Allo stesso modo, nel Centro di accoglienza in cui opero vedo altrettanto importante che i poveri che accolgo ogni giorno non mi vedano come l’ educatore, il maestro, il guardiano o uno che è sempre pronto a far loro la morale, ma innanzitutto come uno di loro, uno che sta accanto a loro, un fratello, un compagno di viaggio. Uno che sa accogliere i poveri nelle loro debolezze proprio perchè anch’egli si sente fragile e non ha paura di presentarsi anche con le proprie debolezze.

il buon_samaritano - gli si fece vicinoLo vide…Non dice:lo scorse. Si può passare accanto ad una persona, scorgendola, intravedendola ma senza vederla veramente. Lo esperimentiamo bene nei nostri affollati supermercati: ti trovi immerso in una marea di gente senza però vedere ed essere visto da nessuno, neanche dalla cassiera stremata com’è dal suo lavoro di routine e tutta concentrata nel ritrovare le monete giuste e sufficienti per dare il resto. Il povero poi, lo si scorge sì, ma è ancora più difficile da “vedere”.

Per vedere il povero devi proprio volerlo, devi veramente essere pronto a lasciarti provocare: è una questione di volontà… di cuore… di fede…. Ricordiamo l’invito pressante che Levinas nei suoi scritti rivolge a noi tutti invitandoci a “regarder le visage” sottolineando l’importanza di guardare nel volto di ogni fratello ed in particolare nel volto del povero e dello straniero per poter disarmare le nostre tensioni, le nostre paure e le nostre aggressività in vista di superare i nostri pregiudizi e le nostre divisioni.

Come rimangono positivamente sorpresi gli ospiti del Centro quando appena entrati si sentono salutati con calore e chiamati per nome, quindi visti… Più che il pane per sfamarsi, più che l’acqua per lavarsi è di questo che loro hanno un disperato bisogno, come del resto noi tutti: essere riconosciuti come persone, sentirsi chiamati per nome, rendersi conto che nonostante tutto la loro dignità di persone permane… senza questo riconoscimento anche il pane che viene loro offerto non ha alcun sapore o sa addirittura di amaro.       ” Servire le persone attraverso i loro bisogni“. E’ lo slogan che ci guida nel nostro lavoro che in realtà dovrebbe essere una missione. Servire le persone, cosciente che tutto quello che dici o non dici, che fai o non fai, lo fai o non lo fai a delle persone impastate della tua stessa umanità, immagini del Dio vivente …c’è tutto questo concentrato di umanità e di fede dietro il “lo vide ” del Samaritano.

Loro poi, sì che sanno vedere e come…sono degli autentici specialisti nel vedere…Si accorgono dalla prima parola che rivolgi loro, anzi prima ancora che tu apra bocca, di che umore sei, se la parola o il gesto che poni è qualcosa di formale o proviene veramente dal cuore…

Una cosa che mi ha sempre colpito quando mi sono ritrovato tu a tu con un povero e questo sia nel Centro di accoglienza di Bolzano che in Iran, in America Latina, in Africa, è che contrariamente a noi che quando parliamo con qualcuno la nostra attenzione è concentrata su di lui solo un tanto per cento, perchè nel frattempo, presi dalla nostra frenesia stiamo pensando, progettando, pianificando o addirittura facendo altre cose, il povero invece lo vedi e lo senti presente a te, totalmente, corpo e anima, al 100 per cento…

e non penso neanche che sia per il fatto che sia più dotato di noi…è semplicemente perchè meno occupato, meno preso, più libero di essere tutto se stesso in ogni momento…è capace di impiegare mezz’ora per stirare la sua camicia e non perchè non lo sappia fare meglio di altri, ma perchè ha il tempo di farlo e di farlo bene quasi discorrendo con quella camicia magari la sola che ha, compagna di tante avventure, che conosce quindi in ogni sua piega, ma proprio per questo così cara e così viva di tanti ricordi.

Don Andrea Gallo citazionePurtroppo noi tutti oggi, compresi gli uomini di Chiesa e forse loro in modo particolare, sono sempre meno capaci di subire queste provocazioni dei poveri e questo non perchè meno volenterosi ma solo perchè più presi, più indaffarati…sempre più pochi, sempre più anziani..con sempre più parrocchie e sacramenti da gestire e quindi sempre meno in grado non dico di ascoltare ma neppure di vedere…

Don Angelo Casati - 7-angelo-casati“Quanto abbiamo bisogno – ci dice don Angelo Casati –

  • di una Chiesa che sappia sedersi pazientemente e senza alcuna fretta al pozzo della Samaritana…
  • Una Chiesa mai stanca dell’umanità, mai stanca della compagnia degli uomini e delle donne del nostro tempo, una Chiesa che parla sottovoce ,
  • una Chiesa che sa chiedere un pò d’acqua confessando il suo bisogno,
  • una Chiesa che parla delle cose della vita,
  • che non invade le coscienze,
  • che fa emergere pazientemente le attese del cuore scavando nel bene che rimane, comunque in ogni cuore.
  • Una Chiesa che non ha nel suo stile quello di far sentire un verme nessuno ma che invece ha la passione di portare alla luce la perla preziosa nascosta in ogni cuore.
  • Con che occhi guardiamo noi il povero?
  • Ci abita dentro lo sguardo del rabbì del pozzo per la donna samaritana…
  • Sappiamo sognare come faceva lui, il maestro, davanti ai piccoli germogli?
  • O ci interessa solo il cibo, la nostra voracità di cose, di persone, di potere?
  • Maestro mangia…
  • ma lui e con lui la donna si erano già sfamati e dissetati dal quell’incontro che in ognuno aveva lasciato qualcosa di indelebile”.

buon-samaritano - gli fascò le feriteNe ebbe con-passione… non dice: pietà. Il sentimento di pietà o di commiserazione è un sentimento negativo che umilia il povero ed invece di aiutarlo a ritrovare tutta la propria dignità lo sprofonda sempre maggiormente nella disistima e nel pessimismo. Da parte di chi lo prova, questo sentimento lo preclude inesorabilmente da tutta quella grazia provocatrice e redentrice che rappresenta ogni povero. E’ il sentimento provato in genere da chi il povero lo conosce da lontano, per sentito dire ma che non si è mai lasciato scrutare negli occhi e nel cuore dal povero.

Carlo Maria Martini copfoto_795270La com-passione come conseguenza del “lo vide” è il sentimento del Samaritano che si è scoperto impastato della medesima umanità di quel disgraziato e di cui non solo si vogliono continuare a portare insieme i propri fardelli ma anche i propri sentimenti, ciò che di più peculiare e di più profondo c’è in noi. Una Chiesa attenta quindi in primo luogo a “farsi prossimo“, a scendere dal proprio cavallo, per farsi prossimo come diceva il Cardinal Martini, a scendere dal proprio cavallo per farsi vicina al fratello bisognoso.

Com-patire, patire con, portare con, camminare con: è un sentimento che si fa coinvolgimento totale, fisico, spirituale e che nel contempo si attua nella più grande discrezione e nel profondo rispetto dell’individualità, della libertà e del mistero di ciascuno. Teologia della compassione iniziata da Metz il quale invita tutti i credenti e non credenti in ogni loro riflessione od iniziativa a mettere al centro colui che nel momento attuale patisce.

FratiCella di convento

A tale proposito da tanti anni mi è sempre di grande stimolo una poesia, riflessione di don Angelo Casati di Milano:

  • fiori gigli-bianchi“Non chiamare celibato (castità) una beata solitudine,
  • la torre in cui ti difendi dal mondo.
  • Conosco case in cui non importa di niente e di nessuno.
  • Sono case verniciate di celibato,
  • l’hanno scritto in ogni angolo ma povere d’amore.
  • Conosco case dove disturba il pianto di un bambino,
  • un singhiozzo di donna
  • o l’eco di una marcia che protesta sulle strade…
  • Perché celibato non può essere una stanza vuota,
  • ma la casa che scoppia di amici.
  • Celibato è la tua casa dove piangono senza pudore
  • tutti i bambini e le donne di questo popolo strano
  • e tu con loro (compassione),
  • è marciare con ogni uomo che grida l’ingiustizia.
  • Troppe volte hanno tappezzato di gigli
  • la libertà di non amare veramente nessuno”.
  • Compassione: amare veramente, con passione, anima e corpo”.

FORSE LE NUOVE GENERAZIONI…

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sr Maria Rita e fra Simone

Suor Maria Rita e Fra Simone
VOCAZIONE 
E’ la parola che dovresti amare di più. 
Perché è il segreto di quanto sei importante agl’ occhi di Dio. 
Sì, perchè se ti chiama vuol dire che ti ama!
(Mons. Tonino Bello)
il buon_samaritano - gli si fece vicino

Gli si fece vicino: dalla mia esperienza nel centro di Ascolto quello che i poveri cercano, quello di cui hanno bisogno e nel contempo risulta come l’aiuto più efficace che possiamo rendere loro è quello di farsi loro vicini…non solo fisicamente ma anche affettivamente quindi accogliendoli come sono, senza giudicarli, senza fare loro delle morali…i loro difetti, i loro sbagli, le loro dipendenze già le conoscono loro meglio di noi e se ne avessero la forza se ne libererebbero volentieri…ma non riescono perchè sono soli… perchè non c’è un quadro affettivo intorno a loro che li motivi e li sostenga…

noi possiamo essere le prime pedine capaci di ricomporre questo quadro affettivo ma solo se sappiamo farci e stare loro vicini così, come siamo, senza maschere, come loro, senza voler nascondere a tutti i costi la nostra vulnerabilità e la nostra debolezza….non chiedono altro, da mangiare sanno trovarselo in tanti modi meglio di noi, questuando, elemosinando ed al limite anche rubando…ma qualcuno che conosce l’arte di star loro vicino in un modo autentico, da fratello, da sorella, da amico, senza attitudini di malsano paternalismo, è difficile da trovare…

Mi ha sempre colpito il proverbio arabo che dice: “Se vuoi tracciare diritto il tuo solco, punta l’aratro verso una stella“. Sono giunto ad un momento della mia vita in cui sono tentato di fare un bilancio. E questo per cogliere il senso più profondo di tutto quello che ho vissuto, capire ciò che può veramente unificarla, scoprire la stella verso cui puntare l’aratro per poter tracciare nel migliore dei modi il solco che mi rimane da vivere.

Senza molto riflettere e illuminato da tutto ciò che il Signore mi ha dato da viver fino ad ora ed in particolare dalle tante esperienze fatte insieme ai poveri, c’è una risposta seducente che affiora spontanea nella mia mente e nel mio cuore: “Ciò che ti resta da vivere giocalo totalmente sulla relazione“: è questa la stella verso cui devi puntare…Non è nello strafare per te e per gli altri che tu ti sentirai profondamente realizzato come uomo e come donna ma nella capacità che avrai di vivere la Relazione a tutti i livelli e quindi con te stesso, con gli altri, con Dio, con il Creato.

Ma se considero con ancora più profondità tutto ciò che fino ad ora mi è stato dato da vivere mi rendo conto che non è sufficiente dire : punta tutto sulla Relazione.

  • Ma quale relazione?
  • Quando una relazione può dirsi vera ed autentica?

Mi è infatti capitato di esperimentare in me stesso ed intorno a me come spesso ci possiamo fare delle illusioni e quanto male ci si possiamo fare in nome dell’amore. Quanti amori sono stati e sono vissuti in modo possessivo, fusionale, inibitorio ed addirittura violento…

Per questo motivo delle parole come “amore” “comunione” e perfino “gratuità” che nel passato mi erano molto care, stanno lasciando il posto ad un’altra parola che in questo momento mi sembra più significativa, dinamizzante e responsabilizzante; “reciprocità” od in termini biblici “alleanza“, ed in termini più familiari “amicizia“. Quindi un farsi vicini, per guarire insieme, per crescere insieme, per umanizzarsi insieme, per camminare insieme…in una attitudine di sana reciprocità….

Abbiamo esperimentato tutti come anche l’unione fisica che dovrebbe costituire l’espressione più profonda e più esaltante dell’amore tra un uomo ed una donna possa risolversi nella violenza più umiliante se non è vissuta nella reciprocità…

Quante volte abbiamo esperimentato come all’interno di una condivisione gomito a gomito quotidiana e reciproca con le persone semplici e povere, ne siamo usciti dal punto di vista umano e spirituale purificati ed arricchiti.

Quante volte volendo far conoscere con entusiasmo quel Gesù che costituisce l’amore della nostra vita, ci siamo sentiti a nostra volta evangelizzati e confermati nella nostra fede e nella nostra speranza.

Siamo tutti al corrente come una evangelizzazione portata avanti al di fuori di questa reciprocità si sia risolta in una aberrante violenza nei confronti di numerose culture. Purtroppo anche oggi si continua a parlare di nuova evangelizzazione del mondo moderno ma considerandolo come un malato da guarire e non anche come un qualcuno da cui poter ricevere ed essere arricchiti.

I popoli indigeni ci ricordano come sia importante porci in una attitudine di rispetto e di reciprocità nei confronti della Madre Terra.

Noi non facciamo ormai più fiducia ai paesi ricchi che attraverso i loro organismi come la Banca Mondiale o il Fondo Monetario si propongono di risolvere i problemi della povertà del Sud povero ma facendolo a partire dal loro punto di vista senza entrare in dialogo con coloro che si propongono di soccorrere, probabilmente per non rimettersi in causa e non svelare quanta ipocrisia ci sia dietro il loro paternalismo. Non vogliono capire che un futuro ancora vivibile per tutta l’umanità dipende solamente dalla nostra volontà di metterci con realismo all’ascolto degli impoveriti…

Scopriamo d’altro canto con gioia che il nostro Dio è il Dio dell’alleanza, un Dio che chiama l’uomo ad un amore reciproco e responsabile nel pieno rispetto della propria libertà. Il Dio di Abramo, presentato come l’amico di Dio, il Dio di Mosè con il quale egli parlava faccia a faccia. Il Dio di Gesù che non ama mai di una maniera paternalistica ma rispettosa e responsabilizzante riassumendo il suo insegnamento nell’ “amatevi gli uni gli altri come io vi ho amato“. L’importanza quindi di farsi viciniall’altro, al diverso, al povero ma non in qualsiasi maniera ma nell’unico modo in grado di farci crescere e di salvarci insieme, che è quello della reciprocità.

buon-samaritano - gli fascò le ferite

 – e gli fasciò le ferite… E’ chiaro che se uno si ritrova mezzo morto per strada perchè malmenato dai briganti, va raccolto e curato, se uno sta gelando di freddo su una panchina gli va data una coperta, se uno sta crepando di fame gli va dato da mangiare, se uno è lurido come un ippopotamo gli va data la possibilità di fare una doccia…Tutto questo è necessario. Proprio per questo esistono i Centri diurni e notturni della Caritas e di tante altre associazioni. Ma attenzione, se la Carità si ferma quì, se la Carità viene relegata nei centri Caritas e se i si limita a disinfettare questi bubboni, rimane una ben povera benché necessaria carità.

Una vera Carità deve mirare a promuovere la persona nella sua globalità, deve quindi arrivare alle cause che originano le varie povertà per cercare di eliminarle. Ci risulta ormai chiaro da ciò che abbiamo detto in precedenza, come il modo migliore per fasciare le ferite dei poveri sia quello di fasciare le ferite della società intera e del creato tutto.

Bisogna allora far sì che non siano più dei principi egoisti e profondamente inumani oltre che antievangelici come l’assolutizzazione della proprietà privata e il conseguente principio della liceità del massimo profitto a regolare la società. Questi principi, in un mondo in cui non ci sono più distanze fanno sì che la ricchezza si concentri sempre più nelle mani di pochi.

Questi pochi, sono capaci di influenzare i poteri politici, di controllate l’economia ed il commercio mondiali asservendo così politicamente ed economicamente i paesi poveri. Ci vengono imposti per giunta dai mas media che essi stessi scaltramente detengono, modelli esagerati ed artificiali di sviluppo, di consumo, di spreco e di inquinamento che stanno svuotando di umanità e di speranza gli stessi paesi ricchi.

Viene imposto di conseguenza un ritmo di vita frenetico, competitivo ed arrivista che ci svuota dei veri valori mettendo per giunta sul lastrico un sempre maggior numero di persone spesso le più fragili, ma anche le più delicate e le più sensibili e per questo meno atte a lasciarsi imbrigliare e strumentalizzare.

E sono proprio costoro che incontriamo ogni giorno sempre più numerosi nelle stazioni e nei parchi delle città che sia pur con una bottiglia in una mano e la canna nell’altra, ad di là dei loro comportamenti spesso anomali e addirittura ripugnanti continuano ad essere la spie provvidenziali di quanto male va il mondo e della necessità che si cambi al più presto di rotta pena la distruzione del creato e dell’umanità stessa.

“La bocca del Lupo”: I due protagonisti hanno un sogno. Vaccinati dalla loro lunga vita di emarginazione non si lasciano accaparrare dai sogni stravaganti e spropositati proposti dai mass-media: sogni di ricchezze a non finire, di grandi viaggi, di grandi orge e sbornie…

No… il loro sogno è molto semplice, sano ed umano al punto che potrebbe costituire il paradigma su cui costruire una nuova più umana società: una piccola casetta in collina, con attorno un poco di terra dove tenere qualche gallina e dove sopratutto stare insieme, dando quindi la priorità alla relazione.

Vi vorrei segnalare un libro che mi è parso molto interessante intitolato: “la misura sbagliata delle nostre Vite” Edizioni Etas, di Stiglitz, Sen, Fitoussi. E’ il risultato di una ricerca promossa dal presidente francese rivolta a trovare un altro indicatore economico al di là del Pil. Vi viene dimostrato come il PIL non basti per valutare benessere e progresso sociale.

La ricchezza negli ultimi anni è aumentata ma moltissime persone sono convinte di stare peggio. Non basta l’aumento del Pil se raggiunto a discapito dell’ambiente, del tempo di lavoro, della sicurezza, della solidità delle relazioni sociali, delle speranze di un avvenire migliore, sopratutto dei giovani. “Non ha senso infatti, come ricorda Pietro Bevilacqua nel “Il grande saccheggio” Laterza, chiedersi “quando arriverà la ripresa dopo la grande crisi, visto che non di congiuntura negativa si tratta ma di un capitalismo entrato in un’epoca di distruttività radicale a danno delle strutture della società cannibalizzando gli strumenti della democrazia e desertificando il senso della vita. Per evitare visioni apocalittiche bisogna allora ripensare politica ed economia sostituendo all’ossessione della crescita in tempi brevi, la ricerca di nuovi equilibri volti a promuovere innanzitutto la qualità della vita in modo di ridare di nuovo speranza all’umanità attualmente così sfiduciata.”

Santo Domingo - Catedral_Primada_-_exterior

Cattedrale di Santo Domingo

Nella denuncia di questi pericoli si è distinta la Teologia della Liberazione portata avanti dal basso, dai teologi Latino-americani ben radicati nelle loro masse di poveri ma purtroppo sempre guardati dalla Chiesa come la minaccia che comporta il manto rosso del torero quando viene guardato dal toro. Dobbiamo dire con onestà che anche le Encicliche sociali dei nostri Papi, sia pur dall’alto, hanno saputo ben stigmatizzare e denunciare queste situazioni di ingiustizia e di involuzione ma senza mai venire prese troppo sul serio: e questo perchè?…

arturo-paoliLa risposta ce la da Arturo Paoli dicendoci: “La Chiesa deve avere il coraggio di mettere le mani nelle piaghe dei nostri fratelli, di entrare con umiltà ma con coraggio nel vivo dei conflitti che vive oggi la nostra società, prendendo decisamente e senza compromessi la parte degli ultimi. Ma per fare tutto questo è necessario non essere compromessi…e per non essere compromessi è necessario non avere nulla di mondano da difendere e quindi essere poveri”.

Desmond_tutu Chiesa AnglicanaDesmond Tutu, questo coraggioso vescovo del Sud-Africano che fu tante volte imprigionato e minacciato di morte per le sue posizioni profetiche affermava: “Vi ripeto che quello che faccio e dico non è conseguenza del mio credo politico. No, è la mia fede in Cristo che mi obbliga a comportarmi così. E’ la mia lettura del Vangelo che mi porta a interessarmi delle discriminazioni operate nei confronti dei miei fratelli. Un Dio che non si cura delle sofferenze del povero, dell’oppresso, dello sfruttato e delle vittime dell’ingiustizia è un Dio che io non adorerò mai”.

Santo Domingo - Catedral_Primada_-_exteriorCattedrale di Santo Domingo

Volti dei poveri

La Chiesa Latino Americana che a partire dalla Conferenza di santo Domingo non parla più di “poveri” in generale ma dei “volti dei poveri” nel senso che, contrariamente a ciò che purtroppo si è verificato nei regimi comunisti totalitari, mentre ci si impegna per liberare i poveri dal peso delle ingiustizie che li opprimono non si possono dimenticare le singole persone dei poveri che già da subito esigono di essere considerate come persone e trattate con una tenerezza che parte dal cuore e che per essere autentica non può non esprimersi che attraverso tutta la persona a partire dal tratto umano e fisico.

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A questo proposito Maria Ayerra, animatrice pastorale spagnola, sposa e madre scrive così in maniera provocatoria ai religiosi ed alle religiose:

Un giorno quando alla fine della vita saremo giudicati sull’amore, dovremo render conto delle strette di mano che noi abbiamo represso e dato con freddezza, delle volte che qualcuno si è allontanato da noi senza uno sguardo d’amico. Ci verranno ricordati tutti i malati, i depressi, gli emarginati che avremo aiutato senza accarezzarli, ai quali avremo risolto i nostri problemi senza dare loro la nostra amicizia, ai quali abbiamo dato delle cose senza dare noi stessi, senza guardare negli occhi, senza farsi attenti alla loro persona, ma soltanto al loro caso.

Ogni volta – continua questa sposa spagnola – che mi sono sentita stretta la mano da un prete o da un consacrato in maniera fredda e distaccata, con lo sguardo basso, quasi con la paura di sfiorarmi, io come donna, contenta di esserlo, mi sono sentita profondamente umiliata e trattata come oscuro oggetto di desiderio. E come mi disgustano le consacrate che con l’intenzione di non suscitare desiderio, nascondono la loro femminilità sotto abiti squallidi ed antiestetici, senza rendersi conto che quello che suscitano è solo sgradimento e rigetto“.

il buon samaritano - lo portò dall'albergaatore

– Lo portò ad una locanda…abbi cura di lui…Questo Samaritano risulta veramente simpatico perchè sa vincere il suo delirio di onnipotenza come lo chiamano gli psicanalisti. Egli avrebbe potuto rinunciare completamente al suo viaggio, ritornare a casa sua con il malcapitato, coinvolgere la moglie già ben occupata dai suoi numerosi figli nella cura di questo disgraziato magari per vantarsi davanti a se stesso, a Dio ed al prossimo di quanto lui è stato misericordioso a costo magari di mandare a rotoli la sua famiglia…

Il Samaritano è nel contempo umile e realista: sa che da solo non può fare tutto… sa che altri lo possono aiutare ed anche in modo più competente, si mette quindi in rete, pur non lavandosene le mani, affida il malcapitato ad un albergatore…Come è facile a volte cavalcare il povero per farci grandi…

Deposizione

Ciò che spenderai di più te lo rifonderò al mio ritorno…Non lo scarica. Rrimane lui il referente. GR - Globuli Rossi company

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One thought on “IL BUON SAMARITANO – Una Chiesa che si lascia provocare dal povero – Giuseppe Morotti

  1. IL MONDO DI DOMANI
    CONFINI NON AVRA…
    LA MIA ACQUA TI DARO’…

    SPEZZATI CUORE MIO, MA SOLO PER AMORE…

    Il diciotto di novembre
    di un anno che non so,
    anche un passero da un ramo
    per paura se ne andò.

    Venne buio all’improvviso
    e la vita sua finì.
    Il ragazzo che sorride,
    lo chiamavano così.

    Ragazzo che sorridi
    non avverrà mai più
    che resti senza sole
    la nostra gioventù.

    Il mondo di domani
    confini non avrà
    ed una mano bianca
    la nera stringerà.

    Spezzati cuore mio
    ma solo per amore.
    Spezzati cuore mio
    ma solo per pietà.

    Fratello, abbracciami,
    chiunque sia, abbracciami,
    se sete un giorno avrai
    la mia acqua ti darò.

    Spezzati cuore mio
    ma solo per amore.
    Spezzati cuore mio
    ma solo per pietà.

    Fratello, abbracciami,
    chiunque sia, abbracciami,
    se sete un giorno avrai
    la mia acqua ti darò.

    Il diciotto di novembre
    di un anno che verrà,
    anche il passero sul ramo
    il tuo sole prenderà.

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