CHI HA PAURA DI FRA RICCARDO PAMPURI ? – Angelo Nocent

CHI HA PAURA DI FRA RICCARDO PAMPURI?

5 Dic 2013

A vent’anni dall’elevazione di Fra Riccardo Pampuri alla gloria degli altari, sarebbe mia intenzione promuovere da queste colonne una riflessione sulla figura, per certi versi ancora enigmatica di un giovane frate medico che le biografie recenti tendono a definire il “santo semplice”. Bella questa: il militare Pampuri, da caporale è arrivato al grado di sergente; ora il Pampuri santo è stato retrocesso a soldato semplice di Cristo, sentenza senza appello, giacché trovato in possesso del solo certificato di Cresima.

Ridiamoci sopra e non perdiamoci d’animo. A me pare che vi siano tanti lati, se non proprio misteriosi e oscuri, almeno poco evidenziati. Scandagliare l’anima di un santo è impresa seria. Non sono sicuro di riuscirvi ma ci proverò, con l’intento di coinvolgere tutta la famiglia ospedaliera dei Centri FBF e – perché no? – anche la Chiesa locale di cui essi sono parte integrante.

Per una simile azzardata avventura prendo il coraggio che non ho, direttamente dal salmo 78:

Popolo mio, ascolta il mio insegnamento,
presta attenzione ad ogni mia parola.
Voglio esprimermi con un racconto,
meditare le lezioni del passato.

È storia per noi familiare,
molte volte l’abbiamo ascoltata,
la ripetevano a noi i nostri vecchi.

Non la terremo nascosta ai nostri figli,
racconteremo alla nuova generazione
le stupende opere del Signore,
la sua potenza,
e i miracoli da lui compiuti” (Sal 78, 1-4).
 

E’ uno strano destino quello del Dr. Erminio, Fra Riccardo Pampuri, santo della Chiesa universale: ammirato in vita, invocato dopo la morte, ora, raggiunta la gloria degli altari, sembra posto come in sordina proprio dalla sua Famiglia che più d’ogni altro dovrebbe porlo sul candelabro in ogni Centro ed accettarne la “provocazione”. In vita, dentista di ripiego; in morte distributore di grazie. Ma è l’unico suo ruolo per il nostro tempo?

Non so perché ma mi accade: ogni volta che guardo Fra Riccardo lui mi manda in crisi. E succede che mi faccio anche pena, in quanto, pur volendo io essere il più laico dei religiosi ed il più religioso dei laici, mi ritrovo a non essere né l’uno né l’altro. Che, se non mi avvilisco, è solo per grazia.

Ma procediamo e allora cominciamo a dire di quel benedett’uomo che fu il Padre Zaccaria Castelletti. Di lui nel mio libro di preghiere di tanti anni fa, tenevo una limpida foto-ricordo della sua morte, trovata non so dove ma conservata a lungo. Quel volto, fissato tante volte in Cappella, m’è rimasto profondamente impresso e ancora nitido nella memoria. Dio solo sa perché sia qui io a parlarne come di un patriarca. Lui è il Superiore Provinciale che il 26 Giugno 1927 accettò la domanda del Dr. Erminio Pampuri che chiedeva di essere ammesso come nuovo aspirante alla vita religiosa, “confidando completamente nell’aiuto della divina Provvidenza”.

A distanza di anni, noi siamo qui a constatare che egli è stato improvvisamente colto come da una profetica visione che mi rimanda al contatto di Elisabetta con Maria. S’è tramandata limpida la foto che i suoi occhi hanno scattato quando si è trovato in presenza del pallido, smunto, gracile medico della condotta di Morimondo, in veste di umile postulante: “Dovesse il giovane Pampuri rimanere anche un sol giorno membro effettivo del nostro Ordine, sia il benvenuto: dopo esserci stato in terra motivo di edificazione, sarà in cielo angelo di protezione”.

A ottantadue anni da quell’evento, a vent’anni dalla sua canonizzazione, dobbiamo riconoscere che la profezia, in parte si è già avverata (“in terra motivo di edificazione”), in parte è in pieno svolgimento (“sarà in cielo angelo di protezione”).

In quel momento il P. Zaccaria, che è anche sacerdote, oltre che Provinciale del Lombardo-Veneto, nella fede, vede già ciò che non è ancora accaduto ma che è possibile. Per uno che recita il Magnificat ogni giorno, è normale. Prendiamo Maria: lei afferma, come già avvenuto, che il Signore ha rovesciato i potenti dai loro troni e mandato a casa i ricchi con un pugno di mosche, quando noi, dopo tanto tempo, siamo ancora testimoni di immani prepotenze nel mondo e di defraudate ricchezze. Il nostro limite ci fa percepire che non sia successo proprio niente. Ma per colei che sogna il sogno di Dio, non ci sono dubbi: il “non ancora” è un “già” che nessuno potrà smentire.

P. Zaccaria non poteva certo immaginare ciò che sarebbe accaduto in quell’arco di tempo che ci separa da quella data:

  • una seconda guerra mondiale;
  • la distruzione dell’Ospedale San Giuseppe di Milano, per i frati il simbolo unitario, sotto l’egida di Sant’Ambrogio, di una storia plurisecolare di alti e bassi, di corsi e ricorsi di prepotenze politiche dalla prima chiamata a Milano;
  • la entusiasmante ripresa post bellica con le strutture rinnovate,
  • l’aspirantato fiorente e promettente,
  • l’apertura missionaria verso l’Africa e Nazareth,
  • il Concilio Vaticano II con i venti del rinnovamento,
  • il travaglio vocazionale della famiglia religiosa,
  • le lotte sindacali,
  • la riforma del Servizio Sanitario Nazionale,
  • i logoranti dibattiti sul rinnovamento, Costituzioni e Statuti ripensati,
  • una fioritura di beatificazioni e canonizzazioni,
  • ma, il più doloroso e inatteso tragico invecchiamento dei membri dell’Ordine, senza un fisiologico ricambio generazionale;
  • poi l’emergente ribalta sulla scena dei Christifideles laici, dibattuto tema all’ordine del giorno, non privo di contraddizioni, sospetti e paure, sia dalla parte dei promotori che dei detrattori; una rivoluzione culturale dagli esiti incerti, per alcuni teologica, per altri demagogica, che avanza proprio in coincidenza di una sorprendente crisi economica istituzionale.

Vorrei soffermarmi su quel “sarà in cielo angelo di protezione”. Il rischio è di attribuire a tale affermazione un significato improprio. Se Fra Riccardo è stato per tutti motivo di edificazione in terra, c’è il rischio che oggi egli non venga colto per ciò che effettivamente è per noi: un segno di contraddizione. Se il suo essere “angelo di protezione in Cielo” viene inteso come un parafulmine sul quale si auspica si scarichino le ire dei tempi nefasti, se questo ruolo assegnatogli dal Provinciale, quasi un atto dovuto in virtù di santa obbedienza, è inteso come una delega di sorveglianza, commissionata al Pampuri, designato come “piantone” a vigilare sulla stanza dei bottoni, e sia, per carità! Ma forse ci allontaniamo dal significato vero di profezia quale egli è per il nostro tempo.

Di lui non basta più distribuire immaginette, offrire opuscoli biografici o collocare nei locali la sua immagine in bronzo dorato, quasi un talismano. So bene che non è nelle intenzioni di nessuno, ci mancherebbe! Ma senza volerlo, tendiamo a coltivare la “pia devozione” verso il santo, senza far emergere la voce del “provocatore”, quale egli è. I pellegrinaggi annuali a Trivolzio fanno bene al cuore ma, forse, bisogna scandagliare la sua vita. Verrebbe da dire: cosa c’è al mondo più della Messa? Nulla. Solo che c’è di mezzo la nostra impermeabilità, complicazione ostacolante l’azione del divino in noi.

Chi ha paura di Fra Riccardo? Domanda solo apparentemente strampalata.

  • Egli ha la forza travolgente della fede. Assomiglia a Pietro che si butta in mare senza esitazione.

  • E’ uomo che si sbilancia, che sa mettere il piede fuori della barca, che sa uscire da sé perché ha visto il Signore, che sacrifica tutto ciò che lo trattiene e lo occupa.

  • Riccardo è l’immagine della risposta immediata che mi fa uscire da me stesso e mi rimette nella giusta posizione.

  • Noi apparteniamo alla categoria del senso pratico, delle intuizioni, di qualche mezza idea geniale. Nel nostro piccolo siamo anche utili e possiamo onorare Dio anche così.

  • Ma Fra Riccardo viene a dire alla Comunità socio-terapica che ognuno deve rispondere con quei tempi, con quelle misure, con quei ministeri che gli si confanno. Solo, che conta davvero è vedere il Signore e andare verso di Lui, misurarsi con Lui.

  • Per primo, a Brescia Sant’Orsola ha fatto esperienza delle nostre contraddizioni: un misurarci a vicenda, uno studiarsi a vicenda, un fraintendersi vicendevole. E’ il modo migliore di andare nella direzione opposta per poi fermarsi a discutere le reciproche distanze e i diversi ruoli. L’ultima preoccupazione è quella di misurare con Gesù il grido autentico della fede.

  • Ma egli le attraversa senza scottarsi perché sa capire e com-patire: E’ tanto bello convivere con dei santi confratelli, e torna così facile con essi, l’adempimento dei propri doveri”. Tutti fior di santi allora? Non scherziamo! Quelli di San Riccardo a Brescia erano tempi molto simili ai nostri.

Scrive il Gornati che la nuova vita da frate per lui non rappresentava nulla di nuovo “essendo già stato assuefatto all’Ordine sin da quando attendeva come medico alla condotta di Morimondo, sempre feconda di sorprese e di sacrifici, e già sperimentato nella rinuncia alla propria libertà, poiché conosceva da tempo come sia questo il punto che rende esemplare il religioso”.

E’ sintomatico: al LXVI Capitolo Generale che punta su un progetto di ospitalità sullo stile di San Giovanni di Dio, non un cenno se non nelle generiche parole conclusive del neo eletto Priore Generale: “Confido nell’aiuto di San Giovanni di Dio e di tutti i nostri Santi e Beati, che considero come i nostri intercessori privilegiati davanti a Dio”.

A lui si dedicano i Reparti, gli Ospedali, le attività. Ma non è ciò che chiede. Questo frate ha bisogno del “permesso di soggiorno”, del “diritto di cittadinanza”, non di essere relegato nella stratosfera delle “cose celesti” per i nostri bisogni spirituali. Bisogna invece rispolverare i verbi e gli aggettivi di cui è costellata la sua biografia terrena e fare leva su quelli. Insieme, religiosi e laici.

E’ vero: Fra Riccardo pensa, parla e scrive con il linguaggio teologico-ascetico della Chiesa del suo tempo. E’ evidente nelle lettere pervenuteci. Ma noi oggi siamo chiamati a provare a dire le parole e i pensieri che lo hanno fatto santo con il nostro linguaggio che si è notevolmente evoluto ed arricchito, proprio in seguito alla grande riflessione teologico-pastorale della Chiesa a Concilio. E’ doveroso farlo. Perché Fra Riccardo è come una libreria con tanti cassetti. Da fuori si rischia di apprezzare soltanto lo stile, la linea essenziale, morbida, del mobile d’arte povera. Ma solo frugando nei cassetti si può cogliere la ricchezza che vi si cela.

Fra Riccardo non è solo un credente. Egli è anche un “pensante” ed un “amante”. Si può dire che uno dei suoi carismi è proprio quello di “far pensare”. Dove passa, da studente, da soldato, da medico condotto, da frate, da morto… chi lo incontra non è più quello di prima. Deve fare i conti con la fragilità di un giovane medico e la robustezza della sua statura morale. Non è un Socrate e, pur specializzato in ostetricia e ginecologia, non esercita l’arte maieutica di far partorire la verità al suo interlocutore. E’ uno che parla con il contegno. Che sia puro di cuore, povero, obbediente, misericordioso glielo si legge in faccia. E smonta. Perché si viene a sapere che non se n’è stato con le mani in mano. E suscita interrogativi. Ma non solo da frate. Lì viene ufficializzata una “consacrazione” nella Chiesa e per la Chiesa, davanti all’assemblea dei credenti, un rinnovato impegno battesimale.

Ma i voti sono l’ufficializzazione di un processo già cominciato all’università, da terziario francescano e proseguito nella condotta medica che concepisce come un tutt’uno con la Chiesa locale in cui esercita la diaconia dell’animazione, un’anticipazione di ciò che sarà in seguito il suo Convento-Ospedale nei Fatebenefratelli di Brescia.

Dalle testimonianze si evince l’impressione che coloro che lo hanno incontrato abbiano avuto il forte sospetto che in lui abitasse un’altra persona. E non si sbagliavano: “non era più lui che viveva, era Cristo a vivere il lui” (Gal 2,20). Perché ci mette in crisi: perché per lui è acquisito: “Per me infatti il vivere è Cristo e il morire un guadagno. Ma se la mia vita può ancora essere utile al mio lavoro di apostolo, non so che cosa scegliere. Sono spinto da opposti desidèri: da una parte desidero lasciare questa vita per essere con Cristo, e ciò sarebbe certamente per me la cosa migliore!; dall’altra, è molto più utile per voi che io continui a vivere. Convinto di questo, so che resterò e continuerò a rimanere con voi tutti per aiutarvi ancora, e perché proviate quella gioia che viene dalla fede. Così avrete un motivo di più per lodare Gesù Cristo, a causa del mio ritorno tra voi” (Fil.1,21-26) .

Ma come e quando è potuto accadere? Tutti siamo battezzati, cresimati e, per giunta, magari consacrati, ordinati, coniugati. Ma questo “alter ego” perché in noi è così evanescente?

Ce lo spiega molto bene un santo sacerdote, contemporaneo di Fra Riccardo, Luigi Monza, nato a Cislago (Varese) il 22 giugno 1898 che ha un bel consiglio anche per noi, anzi due:

  • “Cristiani, ognuno di voi deve diventare un artista di anime e dobbiamo dipingere la bellezza di Gesù non sulla tela ma nelle anime. E il pennello dell’apostolato non caschi mai di mano”.
  • “come gli Apostoli con la carità pratica dei primi cristiani, per far assaporare la spiritualità del Vangelo e far gustare la gioia di vivere fratelli in Cristo”.

Il Beato Luigi, con due pennellate, ci fornisce il ritratto di Fra Riccardo:

  • Lasciarsi sgretolare nell’amor proprio,
  • lontani dal mondo,
  • bassi fino a terra; 
  • Gesù viene dal cielo
  • senza farsi conoscere. 
  • Il granello è messo sotto terra
  • e Gesù è umiliato
  • fino alla croce:
  • così noi… 
  • Il granello per svilupparsi
  • ha bisogno di disgregarsi sotto terra:
  • così Gesù fu ucciso”. (cf P.d.V., p. 41)

Dio i suoi profeti li manda per tempo, concedendoci i margini per assimilare il loro messaggio, rivoluzionario proprio perché fatto di essenzialità vera. E noi è del vero che abbiamo bisogno, dell’autentico, non di proposte taroccate, di idoli superstiziosi quali possono essere anche alcune idee sostenute tenacemente, largamente condivise, ma senza quel discernimento critico ispirato dal contatto metodico con la Parola, attraverso la lectio divina che anche i laici devono conoscere, praticare e amare.

Aveva il dono di piegare le volontà

Fra Riccardo ci fa paura perché è posto in mezzo a noi come “segno di contraddizione perché siano svelati i pensieri di molti cuori” (Lc 2, 35). L’idea ci sgomenta e pensiamo che debba limitarsi a fare solo grazie e miracoli di guarigione. Per il resto, abbiamo l’ardita convinzione di possedere sufficienti dosi di autosufficienza. Certo, non l’ha mai affermato nessuno e possono sembrare soltanto iIlazioni le mie. Ma bisogna avere il coraggio di ammetterlo: Fra Riccardo è un personaggio ingombrante. La prova? Quando mai il suo nome viene posto all’ordine del giorno per essere interpellato come persona informata sui fatti?

Nessuno si aspetta qualcosa da lui, quasi fosse un estraneo, non in grado di comprendere le nostre traversie terrene. A ottant’anni dalla morte che non abbia proprio nulla da dire a noi contemporanei? Ha fatto i miracoli che ci occorrevano per farlo santo? Bene. Abbiamo raggiunto l’orgoglioso desiderio di vederlo sugli altari per dare lustro all’Ordine cui è appartenuto e delegandogli il ruolo di promotore vocazionale. Ammettiamolo: s’è puntato più sul pellegrinaggio, la devozione, la pastorale dell’immaginetta, del quadro, della statuetta…cose che aiutano e che fanno presa quando siamo infelici.

Ma la devozione non può e non deve bastare. Necessita l’implicazione. Ed è proprio quella che ci fa paura, per la sua radicalità . Egli è stato mandato perché noi non fossimo più gli stessi. Possiamo fingere di non averlo mai incontrato? Di lui ci restano solo gli aneddoti edificanti ? Sarebbe grave. Abbiamo tutti bisogno di lasciarci mettere in discussione, se è vero che crediamo più ai testimoni che ai maestri.

Che la sua testimonianza sia provocatrice lo prova la tendenza ad ignorarlo. Uno strano meccanismo della mente che tende a farci mettere sempre in evidenza il “Padre”, San Giovanni di Dio, tutto sommato, meno ingombrante per il fatto di essere vissuto cinque secoli fa. Lo si preferisce al giovane figlio prediletto, contemporaneo, suo orgoglio, sua corona, con il medesimo ardore caritativo e capace di parlare con le nostre categorie culturali. Chi è genitore sa che, per un padre non c’è di peggio che sottostimargli un figlio, frutto delle sue cure, erede dei suoi ideali, lusingato dalla sua riuscita. Relegare Fra Riccardo nella sfera del privato, dell’intimo, pretenderne il ruolo d’intercessore a gettone e non farlo sedere al tavolo degli incontri decisionali, estrometterlo dal quotidiano, non è assolutamente il modo migliore per onorare il “Padre”. Anzi!

E’ un testimone ha scritto: “Quando parlava si sentiva che l’anima era col Signore e lo si ascoltava poi volentieri per il suo equilibrio e tatto nel giudicare bene le cose. Quando una questione era un po’ complicata,, Fra Riccardo si concentrava in raccoglimento di preghiera, poi rendeva semplice anche ciò che prima sembrava tanto difficile, e aveva il dono di piegare le volontà”.

Lo abbiamo etichettato “il santo semplice”? Bene: allora il Fra Riccardo vero è nelle sue stesse parole. Ad una parente, suora domenicana di Melegnano, un giorno ha detto: “Senti, Maria, noi siamo quasi della stessa età: di noi due chi si farà santo per primo? Io non desidero altro che offrire quel poco di bene che potrò fare con la grazia di Dio e servendo a lui solo”. Più semplice di così? Era il mese del sacro Cuore di Gesù quando incominciò a procedere diritto e svelto nelle vie che dovevano condurlo alla desiderata santità, tutta cristocentrica.

Con ciò non intendo sminuire l’affermazione di Laura Cioni che nel suo libro ci prospetta un Pampuri dalla personalità tenace e mite, che maturò il senso della sua esistenza nell’obbedienza alle circostanze che gli furono date da vivere, servendo il proprio popolo nella vita civile e coltivando la pietà nei modi della sua epoca. Ma proprio per queste ragioni oggi va compiuto lo sforzo di estrarlo dai pantani delle semplificazioni. Quando si dice che la sua esistenza è priva di ogni evento che possa essere giudicato eccezionale, cosa si vuol sottintendere, che non aveva le stimmate? E allora?

La santità cristiana comune è la santità di un popolo ed è la capacità di vedere la santità che esiste, di fatto, e che ognuno può incontrare quotidianamente per strada, sul lavoro, nelle lettere che ricevo. Fra Riccardo, educato alla santità dalla sua gente, ci mette in crisi perché i nostri laboratori concettuali non sono sensibili e non riescono a concepire e percepire questo momento di Chiesa. Ritenendola troppo ovvia, siamo poco propensi a cogliere il gratuito di Dio.

Se Fra Riccardo è la rivelazione della Sua creatività che si manifesta nell’oggi ovunque, senza esclusione di ambienti, che senso hanno certi paragoni? La santità è semplicemente questo: “Non ostacolate l’azione dello Spirito Santo “ ( 1 Tess 5, 19). Perché è Lui a toccare le nostre realtà in maniera genuina ed autentica. E’ così dalla Chiesa delle origini. E’ così dal Vangelo della gioia di cui ci parla più volte Luca, quando ci riporta la parola di Gesù: “C’è più gioia in cielo per un peccatore che si converte che non per novantanove giusti che non hanno bisogno di penitenza” (Lc 15). Fra Riccardo è stato mandato a propagandare il Vangelo della misericordia! Chissà perché talora ci crea disagio l’idea che Dio possa veramente cambiare il cuore dell’uomo! Ma non ha mandato il Figlio proprio per questo?.

Fra Riccardo mostra in modo luminoso quanto la presenza dello Spirito agisca sugli uomini di ogni tempo, anche tra quelli sperduti tra le campagne del pavese, molto simili ai pastori di Betlemme, primi a ricevere il grande annunzio. La sua è santità né semplice né complessa ma solo straripante. Noi fatichiamo a coglierla in tutta la sua portata. Siamo come gli apostoli dopo la pesca infruttuosa: non riusciamo a tirare in barca la rete stracolma di pesci.

Oggi che i frati la scopa non la usano che raramente, né vuotano i pitali e le sputacchiere, devono calarsi nelle profondità del suo sentire per trasmettere e additare ai Christifideles laici, la sua dimensione contemplativa della vita che sempre ha sorretto la sua azione di soldato, universitario, medico e frate.

La grazia che ti chiedo oggi, Fra Riccardo, è proprio questa: non startene come ibernato sulle guglie del duomo di Milano ma vieni a sederti al tavolo delle nostre contraddizioni per dire la tua sapiente parola.

Frate, medico, infermiere laureato, tecnico, amministratore delegato…? Che ci fai qui? Questa è la provocazione di Fra Riccardo, il “dottorino” della mutua.

A ottant’anni dalla sua morte, egli ormai può essere recepito da noi come il vecchio Simeone che ha consumato i suoi occhi nella flebile penombra del Tempio aspettando ciò che ostinatamente voleva credere. Come Simeone, ormai Fra Riccardo vede ciò che noi ignoriamo; il suo sguardo, così avvezzo a fissare il Bambino e la giovane coppia dei Suoi genitori, vede col cuore di chi possiede ormai l’eterna luce di Dio. Ha trascorso l’esilio, combattuto la corsa, tagliato il traguardo, investito nel Vangelo ed è risultato promosso a pieni voti.

Ora siamo noi nell’attesa, l’estenuante attesa, non scevra dal diabolico sospetto di esserci sbagliati ad investire nel Vangelo, di aver sperato invano, di aver investito male speranze e sogni. Epperò, sappiano gli amici anziani che leggono, di avere un patrono, Fra Riccardo, il santo dell’attesa; imparino gli amici giovani, guardando a Fra Riccardo, a diventare donne e uomini che sanno aspettare…Ma anche osservare, gettando il cuore oltre l’ascolto.

Vita consacrata: parola di Dio vissuta 

Mi chiedo:

  • Ora che Erminio Filippo, Fra Riccardo Dott. Pampuri, dalla Chiesa è stato proclamato “Santo”, è ancora utile scrivere di lui?
  • C’è qualcosa di nuovo che può essere aggiunto al già detto?

Nell’Anno di san Paolo, apostolo e missionario del Vangelo ad pochi mesi dopo il Sinodo dei Vescovi sul tema “La Parola di Dio nella vita e nella missione della Chiesa”, trovo non solo che sia utile indagare sullo stesso tema, riferendolo alla vita e alla missione di Fra Riccardo nella Chiesa ieri e oggi, ma che sia anche doveroso, giacché facilmente si scoprono spetti legati alla sensibilità contemporanea. Negli ormai ottant’anni che ci separano dalla sua morte è successo di tutto: la econda guerra mondiale, il Concilio Vaticano secondo, la caduta del muro di Berlino…ed è in corso una delle crisi  conomiche mai sperimentate fin’ora, con una mobilità di popoli in tutte le latitudini che fanno presagire due cose:

  • che il nostro mondo è ad una svolta epocale;
  • che nelle nostre teste c’è confusione, crisi d’identità e bisogno di guardare in alto e di prendere il largo.

Avere per amico un dottore può essere anche un onore. Avere per amico un santo è certamente una grande fortuna da augurare a tutti.

Se il racconto biblico della presentazione di Gesù al tempio “costituisce un’eloquente icona della totale dedizione della propria vita per quanti sono chiamati a riprodurre nella Chiesa e nel mondo, mediante i consigli evangelici, “i tratti caratteristici di Gesù vergine, povero ed obbediente”” (Vita consecrata, n. 1), nel nostro caso esso offre una chiave di lettura anche della vita consacrata del Pampuri.

Ecco la prima grande sorpresa: se la vita consacrata, per il fatto di ripresentare la forma di vita di Cristo, è Parola di Dio per la Chiesa e per il mondo, il consacrato fra Riccardo è stato e lo è ancor più oggi che è stato elevato agli onori degli altari per l’intera Chiesa universale: Parola di Dio per la Chiesa e per il mondo.

Il secondo motivo di stupore: se è vero che la Chiesa si riconosce sommamente realizzata nella donazione di sé a Cristo, la vita consacrata rappresenta questo vertice ecclesiale e quindi Parola vissuta, cioè pronunciata e accolta con la vita, segno della presenza di Cristo e del mistero della Chiesa.

Se poniamo attenzione alla biografia di San Riccardo, il fascino di Dio lo coglie già durante il ginnasio, al collego Sant’Agostino di Pavia. Si può dire che la sua donazione a Cristo sia già totale negli anni del liceo. La sua è già una vocazione: essere fermento nella pasta, là dove si viene a trovare. La voglia di essere sale della terra e luce del mondo gli derivano dalla frequentazione abituale del Vangelo che si porta dietro perfino nello zaino militare, con le Lettere di San Paolo e l’Imitazione di Cristo. Lo attesta proprio il prof. Meda che del Pampuri è stato compagno di università e sotto le armi.

In entrambi questi periodi emerge un Pampuri che si spende generosamente e senza risparmio.

Il servizio militare rappresenta l’accettazione di un sacrificio generoso ad alto rischio, che servirà almeno a lenire le sofferenze di una guerra atroce e inutile dove un suo fratello di sangue perderà letteralmente la vita, rendendogli ancor più amara la chiamata di leva.

All’università si butta in uno sforzo generoso di recupero dei mesi perduti al fronte, per riportarsi alla pari con gli studi che son stati seri e proficui, come lo attesta il 110 e lode della laurea in medicina e chirurgia.

Mentre apprende la scienza medica, già tutto fa presagire che l’impegno non è tanto in vista di una brillante carriera ma è finalizzato a una missione. I suoi compagni di università e i docenti sono stati i primi a notare lo spirito che lo animava. O meglio, che era posseduto dallo Spirito che lui lasciava meravigliosamente agire senza porre resistenza.

Dove attingeva i generosi ideali? Al solito posto: vedi Marco 6, 7-13; Luca 9, 1-6: “Gesù percorreva città e villaggi, insegnava nelle sinagoghe e annunziava il regno di Dio, guariva tutte le malattie e tutte le sofferenze. Vedendo le folle Gesù ne ebbe compassione, perché erano stanche e scoraggiate, come pecore che non hanno un pastore. Allora disse ai discepoli: “La messe da raccogliere è molta, ma gli operai sono pochi. Pregate dunque il padrone del campo perché mandi operai a raccogliere la sua messe“.

Gesù chiamò i suoi dodici discepoli e diede loro il potere di scacciare gli spiriti maligni, di guarire tutte le malattie e tutte le sofferenze. I nomi dei dodici apostoli sono questi: innanzi tutto Simone, detto Pietro, e suo fratello Andrea; Giacomo e Giovanni, figli di Zebedèo; Filippo e Bartolomeo; Tommaso e Matteo, l’agente delle tasse; Giacomo figlio di Alfeo e Taddeo;  Simone, che era del partito degli zeloti, e Giuda l’Iscariota, che poi fu il traditore di Gesù.

Gesù mandò questi Dodici in missione dopo aver dato queste istruzioni: “Non andate fra gente straniera e non entrate nelle città della Samaria. Andate invece fra la gente smarrita del popolo d’Israele. Lungo il cammino, annunziate che il regno di Dio è vicino. Guarite i malati, risuscitate i morti, sanate i lebbrosi, scacciate i demòni. Come avete ricevuto gratuitamente, così date gratuitamente.”

Per questa ragione, il tempo non lo ha dedicato solo al sapere, in vista della professione medica, ma anche alla crescita della vita interiore, grazie anche agli animatori del Circolo Universitario Severino Boezio che hanno saputo trasmettergli un tale gusto del Vangelo da farne di lui una forza di traino, un esempio persuasivo anche per gli altri giovani.

Le condizioni del tempo, dominato nella vita pubblica dal liberalismo settario, nella cultura dal positivismo ateo, rendono difficile ed aspra, ma perciò tanto più vera e intensa l’attività della nuova Associazione. 

Erminio ha esercitato una vera attività apostolica tra gli studenti, in un clima politico-culturale dominato dal liberalismo settario, da un diffuso positivismo ateo e da un anticlericalismo pronunciato ed esteso. Una situazione difficile ed aspra, facilmente infiammabile.

A buon diritto Don Giussani lo ha additato a Comunione e Liberazione come modello del Movimento. Si potrebbe dire che il Pampuri è un “Ciellino” ante litteram. Egli allora ha onorato la FUCI, espressione universitaria dell’Azione Cattolica; oggi è a pieno titolo ispiratore di entrambi i movimenti, ma non dei soli.

Non va trascurato un altro fatto importante e significativo: che, proprio in questo periodo è così provocato dalla Parola di Dio che nel 1921, l’anno della laurea, si iscrive al Terz’Ordine di San Francesco, facendovi la professione l’anno dopo, assumendo il nome di Fra Antonio.

Ciò significa giocarsi in prima persona. Il cristiano Erminio vive un Battesimo adulto. Man mano che cadono i denti da latte, si nutre dei cibi solidi della Parola di Dio e dell’ascetica cristiana ben espressa nell’Imitazione di Cristo.

Gli effetti della Cresima si fanno via via sempre più visibili: egli si assume la responsabilità di essere testimone del Vangelo in prima persona, senza i se e senza i ma. Un impegno ecclesiale che si rafforzerà sempre più nelle tappe successive, quando con la donazione di sé a Cristo nella vita consacrata raggiunge il vertice ecclesiale: farsi Parola vissuta, cioè pronunciata e accolta con la vita, per essere segno della presenza di Cristo e del mistero della Chiesa nel mondo.

Il poeta, scrittore e giornalista pavese Federico Binaghi, nel suo “Un epistolario rivelatore” del 1964, dopo aver letto tutto ciò che era in circolazione sul Servo di Dio, si poneva quell’interrogativo che assilla chiunque si accosti a questa figura di santo, apparentemente fatto di nulla, chiedendosi: “Chi fu dunque quest’uomo ?”.

Soffermatosi a lungo sull’epistolario, constatava gli evidenti e pronunciati segni di una santità luminosa e intensa, seppur non ancora pienamente riconosciuta, “in attesa che il Vicario di Cristo la dichiari in tutto il mondo,

  • ad esempio di ogni cristiano,
  • a conforto di tutti gli ammalati,
  • a incitamento di tutti gli incerti,
  • a confusione di tutti i perversi”. 

Il pronunciamento c’è stato: Riccardo è santo della Chiesa universale.

Ma il Binaghi s’era posto ulteriori incalzanti interrogativi che interpellano anche noi e mettono in discussione il nostro bieco modo non solo di concepire la vita ma di vivere il Battesimo. Sono considerazioni che ci mettono a nudo e non ci lasciano scampo, giacché d’ispirazione tutta evangelica:

  • Che importa salire negli spazi, approdare sulla luna se un giorno questi nostri occhi mortali dovranno inesorabilmente chiudersi per sempre e il nostro corpo sprofondare sotto terra?…
  • Che importa se l’arte, la scienza, i prodigi delle macchine più perfette non avranno servito a mostrare all’anima nostra l’onnipotenza di Dio, la grandezza della sua misericordia, la follia del suo amore per noi?
  • Che importa conquistare tutto il mondo se perderemo l’anima nostra?

Fra Riccardo è proprio la risposta sensibile e vibrante a tutte le interpellanze del Binaghi: egli s’è fatto manifesta Parola di Dio per la Chiesa e per il mondo, avendo assunto “i tratti caratteristici di Gesù vergine, povero ed obbediente”.

Il Pampuri ha fatto tutto quello che ha fatto – scrive ancora il Binaghi – “pur di portare nel cuore di tutti coloro che avevano la ventura di avvicinarlo, il Nome di Gesù, la fede nel Padre comune, la presenza dello Spirito Santo”. Caspita! Ti par poco?

E aggiunge: “Fu un testimone dello Spirito Santo:

  • fu una delle sue voci più fervide, amorevoli, umili ma costanti, limpide e fascinose;
  • non aveva bisogno di parlare, il suo esempio parlava di lui e del suo amore e trascinava tutti con sapiente e sottile diplomazia alla fede, alla verità, alla gioia del vivere in Cristo.
  • Era sempre sereno: gli studenti lo amavano: chi non voleva cedere alla sua spiritualità non poteva però fare a meno di rispettarlo.
  • Parlava poco, sommessamente, ma quando il tema cadeva sulla Fede, non finiva più di parlare: esuberante, allora, e ardente e fluido e rapinoso travolgeva tutti gli ostacoli, abbatteva ogni contradditorio, trascinava tutti gli animi.
  • Una vita intensa, una giornata che non finiva mai: anche se di notte correva al capezzale degli ammalati, al mattino, come sempre era pronto alla Messa, era felice alla Comunione.

Questa è vita secondo Lo Spirito, un camminare lasciandosi guidare da Lui: «Camminate secondo lo Spirito (…). Se vi lasciate guidare dallo Spirito, non siete sotto la Legge».

Queste sono le strade praticate dal Signore per le vie della Palestina. Ecco perché San Riccardo oggi è Parola di Dio per la Chiesa e per il mondo, perché non è rimasto tra le mura del Cenacolo. La Parola del Signore, pronunciata duemila anni fa, attraverso i testimoni è viva ed efficace e si rivela più potente e più forte delle nostre debolezze.

Riccardo ha chiesto come Maria che avvenisse in lui secondo la Parla che gli veniva detta dal Vivente Spirito del Crocifisso Risorto, presente nelle Scritture. Da Maria ha appreso lo spirito di disponibilità che gli ha permesso di ritrovare la verità di se stesso nei percorsi che il Signore di volta in volta gli ha indicato.

La sua esistenza, seppur breve, rimanda al secondo Isaia, cantore della topografia divina:

Fra poco farò qualcosa di nuovo, anzi ho già cominciato, non ve ne accorgete? Costruisco una strada nel deserto, faccio scorrere fiumi nella steppa.” (Is 43, 19) .

Non soffriranno più la fame o la sete, né il sole, né il vento caldo del deserto li colpirà. Li condurrò con amore,li guiderò a fresche sorgenti. Farò passare attraverso le montagne facili strade” (Is 49, 10-11).  

Riccardo è stato mandato a mettere in guardia, a provocare, cominciando dai suoi dai suoi “fratelli d’abito”, la Chiesa intera, un Popolo di Dio dalla troppo facile confusione tra le scelte e cammini umani e i sentieri del suo Signore:

  • Cercate il Signore,ora che si fa trovare.
  • Chiamatelo, adesso che è vicino.
  • Chi è senza fede e senza legge cambi mentalità;
  • chi è perverso rinunzi alla sua malvagità!
  • Tornate tutti al Signore, ed egli avrà pietà di voi!
  • Tornate al nostro Dio che perdona con larghezza!
  • Dice il Signore: “I miei pensieri non sono come i vostri
  • e le mie azioni sono diverse dalle vostre” (Is 55, 6-8).

Quelli di Fra Riccardo sono trentatré anni di migrazione. E’ un itinerante con la fede di Abramo, ripetutamente chiamato a migrare sulle strade di Dio. Le sue sono tutte tappe di un esodo permanente che si conclude il 1 Maggio 1930, in Via San Vittore, 12 a Milano. 

Un cammino emblematico fatto di ripetute richieste di aiuto, come fa Israele, per poter conoscere e percorrere le vie del Signore:

  • Tutti i sentieri del Signore sono verità e grazia per chi osserva i suoi precetti” (Sal 25,10).
  • Beato l’uomo che teme il Signore e cammina nelle sue vie, santo in tutte le sue opere” (Sal 145, 17) 

Nell’inconro di Riccardo con Gesù di Nazareth ci viene dato di riconoscere come tutte le strade umane possono essere strade del Signore, se percorse con Gesù che è la “via” (Gv 14,6).

Riccardo, che ha confidenza con le Scritture di cui si alimenta quotidianamente con una lettura orante, la lectio divina, sa che il cristianesimo delle origini, descritto negli Atti degli Apostoli, è qualificato come la “via”. Nell’Anno Paolino è bene cogliere il cammino di conversione dell’Apostolo che il Pampuri non ha mai perso di vista: 

Saulo intanto continuava a minacciare i discepoli del Signore e faceva di tutto per farli morire. Si presentò al sommo sacerdote, 2e gli domandò una lettera di presentazione per le sinagoghe di Damasco. Intendeva arrestare, qualora ne avesse trovati, uomini e donne, seguaci della nuova fede, e condurli a Gerusalemme. 


Cammin facendo, mentre stava avvicinandosi a Damasco, all’improvviso una luce dal cielo lo avvolse. 4Allora cadde a terra e udì una voce che gli diceva:

  • Saulo, Saulo, perché mi perseguiti?

  • 5E Saulo rispose:
  • Chi sei, Signore?
  • E quello disse:
  • Io sono Gesù che tu perseguiti! 6Ma su, àlzati, e va’ in città: là qualcuno ti dirà quello che devi fare.


7I compagni di viaggio di Saulo si fermarono senza parola: la voce essi l’avevano sentita, ma non avevano visto nessuno. 8Poi Saulo si alzò da terra. Aprì gli occhi ma non ci vedeva. I suoi compagni allora lo presero per mano e lo condussero in città, a Damasco. 9Là passò tre giorni senza vedere. Durante quel tempo non mangiò né bevve. 


10A Damasco viveva un cristiano che si chiamava Ananìa. Il Signore in una visione lo chiamò:

Ananìa!
Ed egli rispose:
Eccomi, Signore!
Allora il Signore gli disse:

 

– Àlzati e va’ nella via che è chiamata Diritta. Entra nella casa di Giuda e cerca un uomo di Tarso chiamato Saulo. Egli sta pregando 12e ha visto in visione un uomo, di nome Ananìa, venirgli incontro e mettergli le mani sugli occhi perché ricuperi la vista.


13Anania rispose:

– Signore, ho sentito molti parlare di quest’uomo e so quanto male ha fatto ai tuoi fedeli in Gerusalemme. 14So anche che ha ottenuto dai capi dei sacerdoti l’autorizzazione di arrestare tutti quelli che invocano il tuo nome.
15Ma il Signore disse:

– Va’, perché io ho scelto quest’uomo. Egli sarà utile per farmi conoscere agli stranieri, ai re e ai figli d’Israele. 16Io stesso gli mostrerò quanto dovrà soffrire per me.


17Allora Ananìa partì, entrò nella casa e pose le mani su di lui, dicendo: “Saulo, fratello mio! È il Signore che mi manda da te: quel Gesù che ti è apparso sulla strada che stavi percorrendo. Egli mi manda, perché tu ricuperi la vista e riceva lo Spirito Santo”.

18Subito dagli occhi di Saulo caddero come delle scaglie, ed egli ricuperò la vista. Si alzò e fu battezzato. 19Poi mangiò e riprese forza.

      Saulo predica a Damasco

Saulo rimase alcuni giorni a Damasco insieme ai discepoli, 20e subito si mise a far conoscere Gesù nelle sinagoghe, dicendo apertamente: “Egli è il Figlio di Dio”. 21Quanti lo ascoltavano si meravigliavano e dicevano: “Ma costui non è quel tale che a Gerusalemme perseguitava quelli che invocavano il nome di Gesù? Non è venuto qui proprio per arrestarli e portarli dai capi dei sacerdoti?”. 22Saulo diventava sempre più convincente quando dimostrava che Gesù è il Messia, e gli Ebrei di Damasco non sapevano più che cosa rispondergli.

      Saulo riesce a sfuggire agli Ebrei 


23Trascorsero così parecchi giorni, e gli Ebrei fecero un complotto per uccidere Saulo; 24ma egli venne a sapere della loro decisione. Per poterlo togliere di mezzo, gli Ebrei facevano la guardia, anche alle porte della città, giorno e notte. 25Ma una notte i suoi amici lo presero, lo misero in una cesta e lo calarono giù dalle mura.

      Saulo arriva a Gerusalemme


26Giunto in Gerusalemme, Saulo cercava di unirsi ai discepoli di Gesù. Tutti avevano paura di lui perché non credevano ancora che si fosse davvero convertito. 27Ma Bàrnaba lo prese con sé e lo condusse agli apostoli. Raccontò loro che lungo la via il Signore era apparso a Saulo e gli aveva parlato, e che a Damasco Saulo aveva predicato con coraggio, per la forza che gli dava Gesù. 28Da allora Saulo poté restare con i credenti di Gerusalemme. Si muoveva liberamente per la città e parlava apertamente nel nome del Signore. 29Parlava e discuteva anche con gli Ebrei di lingua greca, ma questi cercavano di ucciderlo. 30I credenti, venuti a conoscenza di questi fatti, condussero Saulo a Cesarèa e di là lo fecero partire per Tarso.
31La chiesa allora viveva in pace in tutta la Giudea, la Galilea e la Samaria. Si consolidava e camminava nell’ubbidienza al Signore e si fortificava con l’aiuto dello Spirito Santo”- (Atti 9, 1-31)

Nel suo peregrinare sulle vie del Signore, il Pampuri fa pensare a un altro passo degli Atti, dove si parla di un certo Apollo e che lui ha certamente presente ed in quella stessa ottica sembra muoversi nei diversi contesti in cui viene a trovarsi: “A Efeso in quei giorni arrivò un Ebreo, un certo Apollo, nato ad Alessandria d’Egitti. Parlava molto bene ed era esperto nella Bibbia. 

25Apollo era già stato istruito nella dottrina del Signore; predicava con entusiasmo e insegnava con esattezza quello che riguardava Gesù; egli però conosceva soltanto il battesimo di Giovanni il Battezzatore.


26Con grande coraggio Apollo cominciò a predicare nella sinagoga. Priscilla e Aquila lo sentirono parlare: allora lo presero con loro e lo istruirono più accuratamente nella fede cristiana.


27Apollo aveva intenzione di andare in Grecia; i fratelli lo incoraggiarono e scrissero ai cristiani di quella provincia di accoglierlo bene. Appena arrivato, Apollo, sostenuto dalla grazia di Dio, si rese molto utile a quelli che erano diventati credenti. 28Egli infatti sapeva rispondere con sicurezza alle obiezioni degli Ebrei e pubblicamente, con la Bibbia alla mano, dimostrava che Gesù è il Messia promesso da Dio” (Atti 18, 24-25).  

C’è un terzo aspetto degli Atti che Riccardo ha assimilato guardando all’Apostolo: essere decisi, forti, ma anche lasciarsi usare:


“24Alcuni giorni dopo, Felice fece chiamare Paolo per sentirlo parlare della fede in Cristo Gesù: era presente anche sua moglie, Drusilla che era ebrea. 25Ma quando Paolo cominciò a parlare del giusto modo di vivere, del dovere di dominare gli istinti e del giudizio futuro di Dio, Felice si spaventò e disse: “Basta, per ora puoi andare. Quando avrò tempo ti farò richiamare”. 26Intanto sperava di poter ricevere da Paolo un po’ di soldi: per questo lo faceva chiamare abbastanza spesso e parlava con lui.


27Trascorsero così due anni. Poi al posto di Felice venne Porcio Festo. Ma Felice voleva fare un altro favore agli Ebrei, e lasciò Paolo in prigione.” ((Atti 24-27). 

Per il Pampuri l’importante è riuscire ad attuare la raccomandazione di Paolo, per una vita che abbia un senso:  

Poiché avete accolto Gesù Cristo, il Signore, continuate a vivere uniti a lui. 7Come alberi che hanno in lui le loro radici, come case che hanno in lui le loro fondamenta, tenete ferma la vostra fede, nel modo che vi è stato insegnato. E ringraziate continuamente il Signore. 8Fate attenzione: nessuno vi inganni con ragionamenti falsi e maliziosi. Sono frutto di una mentalità umana o vengono dagli spiriti che dominano questo mondo. Non sono pensieri che vengono da Cristo.


9- 10Cristo è al di sopra di tutte le autorità e di tutte le potenze di questo mondo. Dio è perfettamente presente nella sua persona e, per mezzo di lui, anche voi ne siete riempiti.


11Uniti a lui, avete ricevuto la vera circoncisione: non quella fatta dagli uomini, ma quella che viene da lui e che ci libera dalla nostra natura corrotta. 12Infatti quando avete ricevuto il battesimo, siete stati sepolti insieme con Cristo e con lui siete risuscitati, perché avete creduto nella potenza di Dio che ha risuscitato Cristo dalla morte. 13Un tempo, quando voi eravate pagani pieni di peccati, eravate addirittura come morti. Ma Dio che ha ridato la vita a Cristo, ha fatto rivivere anche voi. Egli ha perdonato tutti i nostri peccati. 14Contro di noi c’era un elenco di comandamenti che era una sentenza di condanna, ma ora non vale più: Dio l’ha tolto di mezzo inchiodandolo alla croce. 15Così Dio ha disarmato le autorità e le potenze invisibili; le ha fatte diventare come prigionieri da mostrare nel corteo per la vittoria di Cristo.” (Col 2, 6-16). 

Ma l’aspetto rilevante di questa Parola biblica applicata a Riccardo è cogliere ciò che traspare da quel suo ripetuto abbandonarsi alla “volontà di Dio”. Per Riccardo la via o i sentieri sono del Signore, non tanto perché ci portano verso di Lui, ma perché sono percorsi da Lui o da noi ma con il Signore, operante in noi. Pur nello sforzo ascetico, più che il primato della capacità, lo sforzo, il merito personale, Riccardo esalta il primato dell’economia che regge la vita del cristiano: tutto è dono divino.  

Ovunque il Pampuri è passato, nel suo fare del bene a tutti, ha sempre inteso di essere mandato per un annuncio, lo stesso di cui parla Paolo ai Corinzi: 

17Cristo non mi ha mandato a battezzare, ma ad annunziare la salvezza” ( 1Cor 1,17)

6Il Cristo che vi ho annunziato è diventato il solido fondamento della vostra vita. 7Perciò non vi manca nessuno dei doni di Dio mentre aspettate il ritorno di Gesù Cristo, nostro Signore. 8Egli vi manterrà saldi fino alla fine. (1Cor 1,6-8). 

La portata di questa affermazione è ben esplicata dall’apostolo nella menzionata lettera ai Corinti e che il Cardinale ha fatto sua quando si è presentato alla Chiesa che è in Miano, inviato per esserne il Pastore. In quel programma apostolico c’è il ritratto dell’umile Fra Riccardo Pampuri, il disarmato di Dio, forte soltanto della sua Parola che dà vita anche alla carne più fragile e inferma:

Vengo dunque tra voi mandato dal Signore, attraverso la missione conferitami da Papa Giovanni Paolo II: e vengo per portarvi un annuncio, quello di cui parla san Paolo ai Corinzi. E’ il vangelo che voi avete ricevuto nel quale restate saldi e dal quale anche ricevete la salvezza: cioè

  • Gesù Cristo morto e risorto”,
  • redentore dell’uomo,
  • di ogni uomo e di ogni donna che viene in questo mondo,
  • Gesù Cristo morto per noi,
  • Gesù il vivente che ci ama come Dio sa amare.
  • Gesù proclamato nella predicazione e nella catechesi,
  • glorificato nella liturgia,
  • Gesù nostra giustizia, cibo, vita, perdono, speranza, amicizia, trasparenza, fraternità;
  • Gesù che deve crescere in ciascuno di noi e in ogni nostra comunità, perché l’amore cresca.
  • Gesù figlio di Dio, manifestazione della bontà di Dio che si mette a nostro servizio e che ci mette in stato di servizio a favore di tutti gli uomini e le donne del nostro tempo e specialmente dei malati, degli oppressi, degli afflitti, dei disperati.
  • Ecco l’unico oggetto del mio annuncio,
  • l’unica cosa che avrò a cuore di dire e ripetere con gesti e parole, in pubblico e in privato, a tutti voi e con tutti voi, in particolare con tutto il presbiterio, fino a che il Signore mi darà vita e parola”.

 Ma, al di là delle sigle e di come lo vediamo noi, è curioso scoprire, come il Pampuri si vede, quale percezione ha di se stesso. Da un lato si evidenzia in lui una tale fame e sete di Dio che sembra insaziabile; dall’altra da far sollevare allo scrittore pavese Federico Binaghi, già nel 1964, nel suo “Un epistolario rivelatore”, un interrogativo che si pone anche oggi: “Chissà cosa c’era dentro l’anima per sentirsi sempre così colpevole!..”  

E’ Parola di Dio per la Chiesa e per il mondo

Lo dimostra ritardando gli studi, nella professione medica, raggiungendo l’apice nella consacrazione della vita a Dio nell’Ordine degli Ospedalieri che, nel voto di ospitalità assume il significato di una dedizione ai fratelli fino a dare la vita e il sangue, se occorre.

Tale ricorrenza, inoltre, è motivo per ringraziare il Signore per il dono delle persone consacrate che con la loro vita di conformazione a Cristo, di testimonianza al Vangelo e con la loro generosa disponibilità ad annunciarlo nei vasti campi della missione attraverso i diversi servizi carismatici, sono portatori, come lo fu l’apostolo Paolo, della bellezza di Dio e dei doni che lo Spirito del Signore diffonde nel loro genere di vita.

La testimonianza profetica della vocazione dei consacrati e delle consacrate si fonda sull’amore di Gesù, che ha trasformato le loro esistenze, e richiama la stessa passione evangelica di san Paolo, come ha affermato Benedetto XVI il 28 giugno 2008 nei primi vespri dei santi apostoli Pietro e Paolo:  l’apostolo Paolo “ci ha donato una professione di fede molto personale, in cui apre il suo cuore e rivela quale sia la molla più intima della sua vita. “(…) Vivo nella fede del Figlio di Dio, che mi ha amato e ha dato se stesso per me” (Lettera ai Galati 2, 20).

Tutto ciò che Paolo fa, parte da questo centro. La sua fede è l’esperienza dell’essere amato da Gesù Cristo in modo tutto personale; (…) è l’essere colpito dall’amore di Gesù Cristo, un amore che lo sconvolge fin nell’intimo e lo trasforma. La sua fede non è una teoria, un’opinione su Dio e sul mondo. La sua fede è l’impatto dell’amore di Dio sul suo cuore”.

È questo anche il movente che spinge ogni persona consacrata a donarsi a Dio e ai fratelli e che compendia tutta un’ampia riflessione sul valore fondante dell’amore per l’identità del cristiano e connota ancor più coloro che si donano al Signore alla radice stessa della loro vocazione e semplicemente li fa essere servi per amore del Vangelo.

Un fatto che certamente segnò la svolta decisiva nella vita di san Paolo fu l’evento di Damasco, l’incontro sconvolgente del giovane Saulo, feroce persecutore della Chiesa, con Gesù di Nazareth, che gli si manifestò con le parole:  “(…) Saulo, Saulo, perché mi perseguiti?… Io sono Gesù che tu perseguiti!” (Atti degli Apostoli, 9, 4-5), rivelazione divina che lo trasformò in apostolo e missionario delle genti.

Tale cristofania sulla via di Damasco operò la conversione di san Paolo e fu l’investitura divina della sua missione, quale annunciatore del vangelo ai pagani. Egli dirà nella Lettera ai Filippesi:  “(…) Sono stato conquistato da Gesù Cristo” (3, 12), e da colui che “si compiacque di rivelare a me suo Figlio perché lo annunziassi in mezzo ai pagani” (Lettera ai Galati 1, 15-16).

È sempre il Signore che fa breccia nel cuore di ogni consacrato, chiamandolo alla comunione personale con lui e guidandolo in un’esistenza trasformata dal suo amore. La persona consacrata nel suo rapporto dialogico con Dio diventa così “epifania dell’amore di Dio nel mondo” (Vita consecrata, cap. III) e può ripetere con san Paolo:  “Per me (…) il vivere è Cristo” (Lettera ai Filippesi 1, 21),  perché  ”l’amore  del  Cristo ci spinge” (Seconda lettera ai Corinzi 5, 14).

La vita fatta donazione di amore, che le persone di vita consacrata vivono tramite i consigli evangelici, trova la sua sorgente e la sua forza nell’ascolto della Parola di Dio. Sul terreno dell’esperienza, infatti, tra i consacrati si avverte un notevole impulso verso la Bibbia come desiderio di ascoltare la Parola di Dio, per cui l’incontro con il Vangelo è la categoria privilegiata attraverso cui presentare la fede cristiana all’uomo d’oggi.

L’incontro con la Parola diviene così un fatto esistenziale interpersonale e un’esperienza religiosa da vivere. Il recente Sinodo dei Vescovi afferma:  “La vita consacrata nasce dall’ascolto della Parola di Dio e accoglie il Vangelo come sua norma di vita.

Alla scuola della Parola, riscopre di continuo la sua identità e si converte in evangelica testificatio per la Chiesa e per il mondo. Chiamata ad essere “esegesi” vivente della Parola di Dio, essa stessa è una parola con cui Dio continua a parlare alla Chiesa e al mondo” (Proposizione 24).

In questo cammino con la Parola di Dio le persone di vita consacrata, come esorta il concilio Vaticano ii, “abbiano quotidianamente tra le mani la Sacra Scrittura, affinché dalla lettura e dalla meditazione dei Libri sacri imparino “la sovreminente scienza di Gesù Cristo” (Filippesi 3, 8)” (Perfectae caritatis, n. 6) e trovino rinnovato slancio nel loro compito di educazione e di evangelizzazione specie dei poveri, dei piccoli e degli ultimi con il Vangelo “promuovendo nei modi consoni al proprio carisma scuole di preghiera, di spiritualità e di lettura orante della Scrittura” (Vita consecrata, n. 94).

Il Testo biblico deve diventare oggetto di quotidiana ruminatio e di confronto per un discernimento personale e comunitario in modo tale che Dio possa tornare, secondo le parole di sant’Ambrogio, a passeggiare con l’uomo come nel paradiso terrestre.

Specie la lettura orante della Parola di Dio (lectio divina), fatta insieme dalle persone consacrate, diventa il luogo per una rinnovata crescita vocazionale e un valido ritorno al Vangelo e allo spirito dei fondatori auspicato dal Vaticano II e sempre riproposto dal magistero della Chiesa come afferma Giovanni Paolo II: 

“La Parola di Dio è la prima sorgente di ogni spiritualità cristiana. Essa alimenta un rapporto personale con il Dio vivente e con la sua volontà salvifica e santificante. È per questo che la lectio divina, fin dalla nascita degli Istituti di vita consacrata, in particolar modo nel monachesimo, ha ricevuto la più alta considerazione. Grazie ad essa, la Parola di Dio viene trasferita nella vita, sulla quale proietta la luce della sapienza che è dono dello Spirito” (Vita consecrata, n. 94).

In particolare, le persone consacrate valorizzino il confronto comunitario con la Parola di Dio, che recherà comunione fraterna, gioiosa condivisione delle esperienze di Dio nella loro vita e faciliterà loro una crescita nella vita spirituale.

Molti sono stati i riferimenti alla vita cristiana e alla vita consacrata che il Sinodo dei Vescovi ha fatto in riferimento alla Parola di Dio. Una delle sottolineature più importanti emerse nell’Assemblea sinodale è stata quella relativa alla necessità di comprendere il senso e la dimensione dell’espressione “Parola di Dio” con il suo concetto analogico.

La Parola di Dio non va semplicemente identificata con le Sacre Scritture, testimonianza privilegiata della Parola, perché la Parola precede ed eccede la Bibbia stessa. La Parola, infatti, è essenzialmente una Persona, è Gesù Cristo, di cui il versetto di Giovanni 1, 14 sull’incarnazione, è la sintesi della fede cristiana. Il cristianesimo non è la religione del libro, ma la religione della Persona, di Gesù Cristo  evento centrale della storia umana, che offre a tutti i credenti la chiave ermeneutica per comprendere le Scritture.

Naturalmente il contesto adeguato e privilegiato per ascoltare la Parola di Dio è la liturgia ecclesiale, in particolare l’Eucaristia, dove la Chiesa vive l’unità dei due Testamenti e celebra la presenza del Cristo vivo, che svela il senso delle Scritture Sante. È in questo contesto che la comunità di fede, aperta a tutta la Tradizione viva della Chiesa, continua a nutrire il popolo di Dio nell’unica mensa della Parola e del Pane eucaristico.

Un contributo tra i più incisivi del Sinodo è stato quello di approfondire una riflessione teologica per situare con chiarezza la Scrittura nell’ambito teologico che le spetta, quello della sacramentalità, per cui il Libro sacro è totalmente relativo al mistero della Parola e ne è mediazione efficace. 

Da questo ruolo sacramentale della Bibbia sono seguite alcune attuazioni pastorali: 

il rapporto tra Bibbia e liturgia, dove la Scrittura trova nel contesto liturgico il proprio luogo di annuncio, di ascolto e di attuazione;

  • il rapporto tra Bibbia e comprensione teologica, per cui l’esegesi scientifica si deve aprire al progetto di salvezza, che trova il suo centro in Cristo sapendo valorizzare il dialogo tra esegeti, teologi e pastori;
  • infine, il rapporto tra Bibbia e Chiesa, in quanto la Tradizione vivente precede il Libro, gli offre l’ambiente vitale, grazie anche al magistero. B

Benedetto XVI, infatti, ha affermato:  “La storia della salvezza non è una mitologia, ma una vera storia ed è perciò da studiare con i metodi della seria ricerca storica”.

Un altro tema che ha suscitato vasto interesse tra i padri sinodali è stato quello della predicazione e specie dell’omelia, che dovrebbe essere mistagogica, cioè portare i fedeli presenti alla celebrazione ad un incontro di esperienza e di conversione con la persona del Signore e ad avvicinare ogni credente al mistero pasquale di Cristo.

In questa luce la Proposizione 15 sull’omelia recita:  “Essa conduce al mistero che si celebra, invita alla missione e condivide le gioie e i dolori, le speranze e le paure dei fedeli (…).

L’omelia deve essere nutrita di dottrina e trasmettere l’insegnamento della Chiesa per fortificare la fede, chiamare alla conversione nel quadro della celebrazione e preparare all’attuazione del mistero pasquale eucaristico”.

Per questo il Sinodo ha rivolto a tutti un caldo invito all’incontro vitale e diretto con la Scrittura perché da questa nasca “una nuova stagione di più grande amore per la Sacra Scrittura da parte di tutti i fedeli del popolo di Dio, cosicché dalla loro “lettura orante” e fedele nel tempo si approfondisca il rapporto con la persona stessa di Gesù”.

Il Sinodo, dunque, è stato un’esperienza che ha fortemente richiamato tutta la Chiesa, e in particolare le persone religiose impegnate nel campo della vita apostolica, al primato della Parola di Dio nell’annuncio e nella vita di fede, sottolineando sia la ricerca esegetico-teologica della Bibbia, che fa cogliere “il senso spirituale” del Testo sacro e permette di giungere al contenuto delle Scritture secondo il principio dell’ispirazione che anima l’intera Bibbia, sia una pastorale intimamente ancorata alla Parola di Dio e a un accesso comprensibile dei credenti al Libro sacro, accompagnato dall’azione dello Spirito Santo, che è il vero esegeta delle Scritture.

Il messaggio della Conferenza episcopale italiana per la Giornata mondiale della vita consacrata del 2 febbraio 2009 esorta le persone consacrate a un rinnovato e generoso slancio apostolico, affermando:  “Questa Giornata sia per tutti i consacrati e le consacrate l’occasione per rinnovare l’offerta totale di sé al Signore nel generoso servizio ai poveri, secondo il carisma dell’Istituto di appartenenza. Le comunità monastiche e religiose siano oasi nelle quali si vive il primato assoluto di Dio, della sua gloria e del suo amore, nella gioia della comunione fraterna e nella dedizione appassionata ai poveri, agli ultimi, ai sofferenti nel corpo e nello spirito”.

Si tratta, in conclusione, di abbandonarsi alla lode silenziosa del cuore in un clima di semplicità e di preghiera adorante come ha fatto Maria, la Vergine dell’ascolto e della Parola:  “Eccomi, sono la serva del Signore, avvenga di me quello che hai detto” (Luca 1, 38), perché tutte le Parole di Dio si riassumono e vanno vissute nell’amore (cfr. Deuteronomio 6, 5; Giovanni 13, 34-35).

  • Fra Riccardo, sul letto di morte, a tutti, quando lasciavano la stanza, ripeteva: “Arrivederci in Paradiso.
  • Alla zia Maria che non si dava pace, sorridendo le diceva: “Sono contento e felice di aver fatto la volontà di Dio…Siamo sulla via del cielo. Ed ora che mi vedo vicino a raggiungerlo sono felice”.
  • A Brescia, un mese prima di morire, il 29 Marzo 1930, scriveva alla sorella: “Io bisogna che mi attacchi alla bontà e alla misericordia del Signore e che faccia esclusivamente conto su questa“.
  • Negli ultimi giorni di vita, febbricitante e molto sofferente, diceva a don Riccardo Beretta che lo aveva orientato verso i Fatebenefratelli: “Padre, come mi accoglierà Iddio?” E, guardando in alto, soggiungeva: “L’ho amato tanto e tanto l’amo“.

 Che cos’è tutto questo se non la parafrasi del Magnificat?