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CHIESA DI MASSA O CHIESA MINORITARIA?

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LA COMPAGNIA…incarnata nella storia, è chiamata a riflettere.
Domanda. Eminenza, molti anni fa Lei si espresse in termini profetici sulla Chiesa del futuro: la Chiesa, diceva allora, «si ridurrà di dimensioni, bisognerà ricominciare da capo. Ma da questa prova uscirà una Chiesa che avrà tratto una grande forza dal processo di semplificazione che avrà attraversato, dalla rinnovata capacità di guardare dentro di sé. Perché gli abitanti di un mondo rigorosamente pianificato si sentiranno indicibilmente soli… E riscopriranno la piccola comunità dei credenti come qualcosa di completamente nuovo. Come una speranza che li riguarda,come una risposta che hanno sempre segretamente cercato». Pare proprio che abbia avuto ragione. Ma qual è la prospettiva che ci attende in Europa?
Risposta. Per incominciare: la Chiesa si ridurrà numericamente? Quando ho fatto questa affermazione, mi sono piovuti da tutte le parti rimproveri di pessimismo. E oggi tutti i divieti paiono caduti in disuso, tranne quello riguardante ciò che viene chiamato pessimismo e che spesso non è altro che sano realismo. Nel frattempo i più ammettono la diminuzione della percentuale di cristiani battezzati nell’Europa di oggi. In una città come Magdeburgo la percentuale dei cristiani è solo dell’8% della popolazione complessiva, comprendendo – si badi bene – tutte le confessioni cristiane. I dati statistici mostrano tendenze inconfutabili. In questo senso si riduce la possibilità di identificazione tra popolo e Chiesa in determinate aree culturali, ad esempio da noi. Dobbiamo semplicemente prenderne atto.
Domanda. Che cosa significa?
Risposta. La Chiesa di massa può essere qualcosa di molto bello, ma non è necessariamente l’unica modalità di essere della Chiesa. La Chiesa dei primi tre secoli era una Chiesa piccola senza per questo essere una comunità settaria. Al contrario, non era chiusa in sé stessa, ma sentiva di avere una responsabilità nei confronti dei poveri, dei malati, di tutti. Nel suo grembo trovavano posto tutti coloro che da una fede monoteista traevano alimento nella loro ricerca di una promessa. Già le sinagoghe, le comunità ebraiche presenti nelle città dell’Impero Romano avevano costituito una cerchia di simpatizzanti esterni, i cosiddetti timorati di Dio, che si erano avvicinati alla fede ebraica e che ne testimoniavano la grande apertura all’esterno. Il catecumenato della Chiesa antica aveva una funzione simile. Persone che non si sentivano ancora pronte a un’identificazione totale con la Chiesa, potevano in un certa misura avvicinarvisi per poi valutare se compiere il passo definitivo. Questa consapevolezza di non essere un club chiuso ma di essere sempre aperti alla comunità nel suo complesso è sempre stata una componente ineliminabile nella Chiesa. E anche al processo di riduzione numerica che stiamo vivendo oggi dovremo far fronte proprio esplorando nuove forme di apertura all’esterno, nuove modalità di coinvolgimento parziale di coloro che sono al di fuori della comunità dei credenti. Non ho niente in contrario a che persone che durante l’anno non hanno mai messo piede in chiesa vadano alla Messa della notte di Natale o a San Silvestro o in occasione di altre festività perché anche questa è una forma di avvicinamento alla benedizione del sacro, alla sua luce. Ci devono quindi essere forme diverse di coinvolgimento e partecipazione, la Chiesa deve aprirsi interiormente a coloro che stanno ai margini delle sue comunità.
Domanda. Ma la Chiesa di massa non è la più alta conquista della civiltà religiosa? Non è forse la Chiesa davvero universale, accessibile a tutti, la Chiesa che con i suoi mille rami offre un tetto ad ogni uomo? La Chiesa può davvero rinunciare all’ aspirazione a essere una Chiesa di massa e quindi la Chiesa della maggioranza? Questa è una conquista che è pur sempre costata immani sforzi e sacrifici.
Risposta. Dobbiamo prendere atto dell’assottigliarsi delle nostre fila, ma dobbiamo parimenti rimanere una Chiesa aperta. La Chiesa non può essere un gruppo chiuso, autosufficiente. Dobbiamo essere missionari innanzi tutto nel senso di riproporre alla società quei valori che dovrebbero informare di sé la sua coscienza, valori che sono le fondamenta della forma statuale che la società stessa si è data, e che sono alla base della possibilità di costituire una comunità sociale davvero umana. In questo senso il dibattito su ciò che fu una volta la Chiesa di massa – e che in alcuni Paesi continuerà ad essere, e in altri ancora diventerà per la prima volta – proseguirà sicuramente. La Chiesa continuerà a esprimere il suo punto di vista nell’ambito del processo di produzione legislativa e a riproporre i grandi valori umani universali quali stelle polari nel processo di costruzione di un corpo sociale umano. Perché, se il diritto non ha più fondamenta morali condivise, decade anche in quanto diritto. Da questo punto di vista la Chiesa ha una responsabilità universale. Responsabilità missionaria significa appunto, come dice il papa, tentare davvero una nuova evangelizzazione. Non possiamo accettare tranquillamente che il resto dell’umanità precipiti nel paganesimo di ritorno, dobbiamo trovare la strada per portare il Vangelo anche ai non credenti. Esistono già dei modelli. Il neocatecumenato possiede un proprio modello, altre comunità intraprendono altri tentativi. La Chiesa deve ricorrere a tutta la sua creatività per far sì che non si spenga la forza viva del Vangelo. Per plasmare le masse, pervaderle del suo messaggio e agire in loro come il lievito. Proprio come disse Gesù allora a una comunità molto piccola, quella degli Apostoli: siate lievito e sale della terra. La definizione di «lievito» presuppone la dimensione molto piccola da un lato, ma anche l’universalità della responsabilità.
Tratto da: J. Ratzinger, “Dio e il mondo”, ed. Paoline, 2001, Pag. 403-406
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QUALE MODELLO PER LA COMPAGNIA…?
QUESTO: “COLLABORATORI DELLA VERITA’ ” (3 Gv 8)…perché non si spenga la forza viva del Vangelo.
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I laici che si mettessero in mente di camminare sulle orme di  Giovanni di Dio e   Riccardo Pampuri, prima o poi saranno colti di sorpresa dalla stessa domanda che un giorno si sentirono rivolgere due fratelli, Andrea e Simone:
Gesù si voltò e vide che lo seguivano. Allora disse:- Che cosa volete? Essi gli dissero:- Dove abiti, rabbì? (rabbì vuol dire: maestro). Gesù rispose:- Venite e vedrete. Quei due andarono, videro dove Gesù abitava e rimasero con lui il resto della giornata. Erano circa le quattro del pomeriggio” (Gv 1, 38-39)
Avete notato il particolare? “…Erano circa le quattro del pomeriggio“.
Proveremo a ragionarci sopra un po’ per giorno. Per oggi basta questo:
  • Le chiamate alla sequela avvengono sempre in forma diretta e personale.
  • Le persone vengono presentate con il loro nome e qualche volta con l’informazione della loro provenienza e del loro mestiere.
  • Il rapporto io-tu, io-voi, emerge con chiarezza.
  • Prima di rivolgere loro la parola, Gesù le raggiunge con lo sguardo.
  • L’indicazione che Gesù «vede» qualcuno prima di chiamarlo è una costante strutturale dei racconti di vocazione.
  • Nello sguardo di Gesù avviene già un incontro, una penetrazione nelle intenzioni nascoste e nella situazione interiore di colui, o di colei, che è visto/a.
  • Presso il lago di Galilea, prima di far «diventare pescatori di uomini» i primi chiamati, Gesù li ha già «pescati» con il suo sguardo.
  • E’ noto che gli evangelisti amano descrivere i sentimenti di Gesù attraverso il suo sguardo, che lascia intuire una varietà di sfumature di espressione e di comunicazione.
  • Nei racconti di vocazione, lo sguardo di Gesù è penetrante, benevolo, incoraggiante, pieno di tenerezza. Nell’episodio del giovane ricco, Marco riferisce con enfasi: «Gesù, fissatolo, lo amò» (Mc 10,21).
  • In seguito a questo episodio, Gesù, «volgendo lo sguardo attorno», parla con i discepoli della difficoltà per i ricchi a entrare nel regno dei cieli.
  • Dopo l’esclamazione dei discepoli: «E chi mai si può salvare?», Gesù «guardandoli» afferma: «Impossibile presso gli uomini, ma non presso Dio! Perché tutto è possibile presso Dio» (Mc 10,27). Gesù rende possibile ciò che è impossibile all’uomo. La sua chiamata è un atto di empowerment, il suo sguardo è trasformante, creatore.

Ma sentiamo il Papa:

Piazza San Pietro Mercoledì, 22 marzo 2006
Gli Apostoli, testimoni e inviati di Cristo
Cari fratelli e sorelle,
la Lettera agli Efesini ci presenta la Chiesa come una costruzione edificata “sul fondamento degli apostoli e dei profeti, avendo come pietra angolare lo stesso Cristo Gesù” (2,29).
Nell’Apocalisse il ruolo degli Apostoli, e più specificamente dei Dodici, è chiarito nella prospettiva escatologica della Gerusalemme celeste, presentata come una città le cui mura “poggiano su dodici basamenti, sopra i quali sono i dodici nomi dei dodici apostoli dell’Agnello” (21,14). I Vangeli concordano nel riferire che la chiamata degli Apostoli segnò i primi passi del ministero di Gesù, dopo il battesimo ricevuto dal Battista nelle acque del Giordano.
Stando al racconto di Marco (1, 16-20) e di Matteo (4, 18-22), lo scenario della chiamata dei primi Apostoli è il lago di Galilea. Gesù ha da poco cominciato la predicazione del Regno di Dio, quando il suo sguardo si posa su due coppie di fratelli: Simone e Andrea, Giacomo e Giovanni. Sono pescatori, impegnati nel loro lavoro quotidiano. Gettano le reti, le riassettano. Ma un’altra pesca li attende. Gesù li chiama con decisione ed essi con prontezza lo seguono: ormai saranno “pescatori di uomini” (cfr Mc 1,17; Mt 4,19). Luca, pur seguendo la medesima tradizione, ha un racconto più elaborato (5,1-11). Esso mostra il cammino di fede dei primi discepoli, precisando che l’invito alla sequela giunge loro dopo aver ascoltato la prima predicazione di Gesù e sperimentato i primi segni prodigiosi da lui compiuti. In particolare, la pesca miracolosa costituisce il contesto immediato e offre il simbolo della missione di pescatori di uomini, ad essi affidata. Il destino di questi “chiamati”, d’ora in poi, sarà intimamente legato a quello di Gesù. L’apostolo è un inviato, ma, prima ancora, un “esperto” di Gesù.
Proprio questo aspetto è messo in evidenza dall’evangelista Giovanni fin dal primo incontro di Gesù con i futuri Apostoli. Qui lo scenario è diverso. L’incontro si svolge sulle rive del Giordano. La presenza dei futuri discepoli, venuti anch’essi, come Gesù, dalla Galilea per vivere l’esperienza del battesimo di Dio (cfr Gv 1,36), perché sorga in loro il desiderio di un incontro personale con il Maestro. Le battute del dialogo di Gesù con iamministrato da Giovanni, fa luce sul loro mondo spirituale. Erano uomini in attesa del Regno di Dio, desiderosi di conoscere il Messia, la cui venuta era annunciata come imminente. Basta ad essi l’indicazione di Giovanni Battista che addita in Gesù l’Agnello  primi due futuri Apostoli sono molto espressive. Alla domanda: “Che cercate?”, essi rispondono con un’altra domanda: “Rabbì (che significa Maestro), dove abiti?”. La risposta di Gesù è un invito: “Venite e vedrete” (cfr Gv 1,38-39). L’avventura degli Apostoli comincia così, come un incontro di persone che si aprono reciprocamente. Comincia per i discepoli una conoscenza diretta del Maestro. Essi infatti non dovranno essere annunciatori di un’idea, ma testimoni di una persona. Prima di essere mandati ad evangelizzare, dovranno “stare” con Gesù (cfr Mc 3,14), stabilendo con lui un rapporto personale. Su questa base, l’evangelizzazione altro non sarà che un annuncio di ciò che si è sperimentato e un invito ad entrare nel mistero della comunione con Cristo (cfr 1 Gv 13).
A chi saranno inviati gli Apostoli? Nel Vangelo Gesù sembra restringere al solo Israele la sua missione: “Non sono stato inviato che alle pecore perdute della casa d’Israele” (Mt 15,24). In maniera analoga egli sembra circoscrivere la missione affidata ai Dodici: “Questi Dodici Gesù li inviò dopo averli così istruiti: ‘Non andate fra i pagani e non entrate nelle città dei Samaritani; rivolgetevi piuttosto alle pecore perdute della casa d’Israele’” (Mt 10,5s.). Una certa critica moderna di ispirazione razionalistica aveva visto in queste espressioni la mancanza di una coscienza universalistica del Nazareno. In realtà, esse vanno comprese alla luce del suo rapporto con Israele, comunità dell’alleanza. Secondo l’attesa messianica le promesse divine sarebbero giunte a compimento quando Dio stesso, attraverso il suo Eletto, avrebbe raccolto il suo popolo come fa un pastore con il gregge: “Io salverò le mie pecore e non saranno più oggetto di preda… Susciterò per loro un pastore che le pascerà, Davide mio servo. Egli le condurrà al pascolo, sarà il loro pastore; io, il Signore, sarò il loro Dio e Davide mio servo sarà principe in mezzo a loro” (Ez 34,22-24). Gesù è il pastore escatologico, che raduna le pecore perdute della casa d’Israele e va in cerca di esse, perché le conosce e le ama (cfr Lc 15,4-7 e Mt 18,12-14; cfr anche la figura del buon pastore in Gv 10,11ss.). Attraverso questa “raccolta” il Regno di Dio si annuncia a tutte le genti: “Fra le genti manifesterò la mia gloria e tutte le genti vedranno la giustizia che avrò fatta e la mano che avrò posta su di voi” (Ez 39,21).
Così, i Dodici, assunti a partecipare alla stessa missione di Gesù, cooperano col Pastore degli ultimi tempi, andando anzitutto anche loro dalle pecore perdute della casa d’Israele, rivolgendosi cioè al popolo della promessa, il cui raduno è il segno di salvezza per tutti i popoli. Lungi dal contraddire l’apertura universalistica dell’azione messianica del Nazareno, l’iniziale restringimento ad Israele della missione sua e dei Dodici ne diventa così il segno profetico più efficace. Dopo la passione e la risurrezione di Cristo tale segno sarà chiarito: il carattere universale della missione degli Apostoli diventerà esplicito. Cristo invierà gli Apostoli “in tutto il mondo” (Mc 16,15), a “tutte le nazioni” (Mt 28,19; Lc 24,47, “fino agli estremi confini della terra” (At 1,8).

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