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Comunicazione e relazionalità in medicina: lo stato dell’arte

giovedì, 16 ottobre 2008

Comunicazione e relazionalità in medicina: lo stato dell’arte

Comunicazione e relazionalità in medicina: nuove prospettive per l’agire medico

poster.jpgAuditorium Policlinico A.Gemelli             Roma, 16-17 febbraio 2007

ASSOCIAZIONE MEDICINA DIALOGO COMUNIONE – AMC

L’universo della medicina oggi richiede inter-relazioni sempre più intense: l’iperspecializzazione esige confronto e collaborazioni interdisciplinari continui, lo sviluppo informatico e telematico consente una condivisione e una diffusione del sapere scientifico.
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Si sono aperte così nuove dimensioni nella comunicazione, nell’informazione medica, nella gestione sanitaria. Sempre più si rende necessario sostanziare la comunicazione con relazioni autentiche. In medicina la relazione ha una valenza del tutto particolare, perché la sofferenza, la malattia e la morte pongono sfide che mettono in discussione il significato stesso della vita e che esigono risposte non facilmente acquisibili.
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Più che mai oggi il medico ha bisogno di imparare “l’arte del relazionarsi”. Il Congresso si propone di presentare i risultati di progetti internazionali condotti in diversi ambiti della medicina, individuare strategie ed elaborare linee culturali che promuovano una formazione alla relazionalità nella prospettiva della fraternità.

 

Messaggio di Chiara Lubich per il Congresso:

“Comunicazione e Relazionalità in Medicina

Chiara LubichSono lieta di rivolgere un saluto e un augurio a quanti sono convenuti in questo Congresso per approfondire il tema della Comunicazione e Relazionalità in Medicina.

Permettetemi di offrire un pensiero spirituale attinente a questo tema.

Quanto posso dire non nasce certamente da conoscenze mediche, ma dall’esperienza di oltre 60 anni in cui, sotto l’azione di uno speciale dono di Dio, riconosciuto come “carisma dell’unità”, ho visto il comporsi di una comunità di persone, delle più varie provenienze, che hanno formato, in certo modo, un piccolo “popolo”, vivente tra tutti i popoli della terra, ben caratterizzato per aver fatto dell’amore reciproco la legge fondamentale della propria vita, testimoniando così che è possibile stabilire interrelazioni che trovano nella reciprocità la loro massima espressione.

Ogni essere umano sente il bisogno di essere amato e di riversare sugli altri l’amore ricevuto. Siamo stati creati, infatti, in dono gli uni per gli altri e realizziamo questo nostro essere impegnandoci ad amare a nostra volta ogni uomo con quell’amore che viene prima di ogni risposta d’amore dell’altro.

Quando, poi, questo amare per primi è vissuto insieme da due o più persone si ha l’amore vicendevole, un amore cioè capace di far sì che i rapporti tra le persone siano tali da superare ogni difficoltà, ogni ostacolo; un amore che porta a vedere l’altro come un altro se stesso, onde comprenderlo fino in fondo e aiutarlo concretamente; un amore capace di farci scoprire fratelli gli uni degli altri, quindi tutti protesi al bene della famiglia umana.

In una parola, un amore che genera fraternità, innescando un processo di rinnovamento in ogni ambito della società.

La nostra esperienza ci dice che questi rapporti fraterni vissuti nella quotidianità della vita personale, familiare e professionale possono liberare risorse inaspettate. Nascono relazioni nuove, piene di significato, che suscitano le più varie iniziative a beneficio del singolo e della comunità. E ciò vale anche per il delicato mondo della medicina.

Il lavorare proprio in questo ambito dà, infatti, la possibilità di amare il prossimo in un crescendo di carità che va rivolta a tutti; una carità che non è mero sentimentalismo, ma concreto agire, sempre attento alle necessità del momento; una carità capace di instaurare con tutti un dialogo profondo che, se vissuto da più, genera comunione, unità.

  • Ma come generare la comunione in un mondo spesso dominato dalla difficoltà dei rapporti, dalla logica del conflitto?
  • Come realizzare l’unità, rendendola effettiva nel quotidiano?

La potremo realizzare vivendo anche noi quel comandamento di Gesù che Egli stesso non ha esitato a definire “suo” e “nuovo”: “Come io vi ho amato, così amatevi anche voi gli uni gli altri” (Gv 13,14; 15,12).

E’ proprio questo amore reciproco, vissuto sulla misura dell’amore di Gesù per noi, fino all’abbandono e alla morte sulla croce, che ci garantisce l’unità.

Il suo abbandono è stato il vertice della sua passione, il culmine, la sintesi di tutti i suoi dolori, del corpo e dell’anima. E’ stato il dramma di un Dio che si sente abbandonato da Dio. E’ lì che Egli sperimenta la più abissale separazione che si possa pensare: prova, in certo modo, la divisione dal Padre suo con il quale è e resta uno.

Ma è proprio gridando in croce: “Dio mio, Dio mio perché mi hai abbandonato?” (Mt 27,46; Mc 15,34 ) e rimettendosi nelle mani del Padre con un supremo atto d’amore, che Egli si fa “medicina” di ogni dolore dell’anima e sollievo di ogni dolore del corpo. E’ lì che Egli dona a tutti gli uomini l’unità con Dio e tra loro, divenendo così il modello del superamento di ogni disunità.

Ed è perciò guardando a Lui, Gesù abbandonato, che riusciamo a superare ogni difficoltà e a costruire rapporti di reciprocità, di unità gli uni con gli altri.

Auguro a ciascuno dei presenti di essere uomini e donne capaci di far nascere e crescere una medicina secondo il cuore di Dio e che questo Congresso sia di stimolo e impegno rinnovato nel lavorare per costruire rapporti veri di fraternità, così che l’impegno culturale sia supportato da un’autentica esperienza di vita comunitaria.


Il Ministro della Salute
Roma, 24. GEN. 2007
Gentile Dottoressa,
Le partecipo il mio profondo interesse per i temi che saranno affrontati al Congresso Internazionale “Comunicazione e relazionalità in medicina: nuove prospettive per l’agire medico”, che si svolgerà a Roma il 16 e 17 febbraio prossimo.
Ringrazio Lei e gli organizzatori per aver voluto dar vita ad una così importante iniziativa. Promuovere una scienza medica fondata sul costante rispetto dell’uomo, della sua dignità e integrità, del suo spirito e della sua cultura, significa favorire una medicina in grado di sostenere le sfide che la sofferenza, la malattia e la morte pongono a chi dedica il proprio impegno personale alla tutela della salute e della qualità della vita.
Ogni energia spesa per cercare di intervenire nel complesso mondo della sanità, deve essere orientata affinché ogni donna, ogni anziano, ogni giovane, ogni bambino veda tutelato il diritto al godimento di un livello di salute fisica e mentale il più alto possibile, senza distinzione di razza, credo politico, condizioni economiche e sociali, inqualsiasi momento della propria esistenza.
La mia coscienza mi spinge a credere nella vita e nella possibilità di trovare sempre una speranza, una dignità, un senso di amore e condivisione con gli altri, con la società. Una società che tante volte rinuncia troppo frettolosamente a scandagliare in profondità il senso dell’esistenza umana. Viviamo, senza forse ancora piena coscienza, in un’era nella quale lo sviluppo della scienza medica e delle tecnologie sanitarie ci pongono sempre meno di fronte all’alternativa netta “vita – morte”. Si è, infatti, venuto a delineare un nuovo spazio di vita promosso e tutelato nella sua dignità dalla qualità delle cure e delle relazioni umane.
Oggi si parla tanto, e sempre troppo poco, degli aspetti etici legati al fine vita. E’ necessario, però,soffermarsi anche su cosa è necessario fare affinché mai nessuno sia lasciato soloe senza dignità nella “convivenza con la malattia”.
La iperspecializzazione della medicina porta a risultati importanti, ma ciò richiede collaborazione interdisciplinare, condivisione, diffusione del sapere scientifico, umanizzazione, sia per quanto riguarda il paziente, sia per quanto riguarda la figura dei medici. Medici che devono recuperare un ruolo centrale di azione e di tutela e rinnovare quello spirito di assistenza e di passione per la cura dell’altro. Dobbiamo migliorare l’assistenza e, quindi, l’attenzione al paziente,che non è mai un numero, ma un essere umano che chiede empatia, soprattutto quando si trova ad affrontare i disagi più gravi.
Dobbiamo, pertanto, ridefinire modi e forme del sistema affinché esso sia sempre più orientato verso i bisogni e le esigenze dei cittadini. Contribuiremo così al miglioramento delle condizioni di vita di tutti, delle donne nella loro funzione di madri e di lavoratrici, dei bambininel loro processo di crescita, degli anziani, dei migranti nella ricerca di un mondo migliore.
E’ dunque nel rinnovare il mio plauso all’iniziativa che La prego di portare il mio saluto a quanti saranno presenti e il più sincero augurio di proficuo lavoro.
Con stima
Livia Turco
Flavia Caretta
Associazione M.D.C.
Via Frascati,306
00040 Rocca di Papa

 


             

 

 

1

Intervento di Flavia Caretta

caretta_p.jpgComunicazione e relazionalità in medicina: lo stato dell’arte

Pochi cambiamenti nella vita dell’uomo sono stati così profondi come quelli prodotti negli ultimi decenni dalle scienze biomediche e dalla pratica della medicina.

Gli enormi sviluppi nel campo tecnologico hanno comportato un progresso impensato nelle capacità diagnostiche e terapeutiche, con la nascita conseguente di nuove discipline specialistiche, necessarie per far fronte al rapido aumento delle conoscenze e alle biotecnologie sempre più sofisticate. Ne è derivata una frammentazione del sapere per cui, sul piano clinico, il singolo paziente non viene più curato da un solo medico, ma da più medici, e spesso in collaborazione con esperti di altre discipline.

Accanto a un maximum di capacità analitica però, esiste in genere solo un minimum di capacità sintetica. Lo sforzo professionale è concentrato prevalentemente sull’analisi.

Eppure i referenti concettuali della medicina – salute, malattia, vita, morte – sono attinenti a una dimensione totalizzante e unificante, la persona intera.

Storicamente e tradizionalmente, la medicina è stata identificata con la pratica messa in atto da un medico nel suo incontro con un paziente, un incontro cioè fra persone. Il rapporto medico-paziente rappresenta il nucleo storico della prassi medica.

Ma attualmente, la neutralità e l’obiettività degli esami diagnostici rischiano di farne una “medicina silenziosa” nei confronti del paziente, cioè del “proprietario” della sua malattia.

Il dato clinico può diventare l’unico contenuto di una comunicazione avulsa da una relazione tra persone.

Ancora, conoscere i minimi dettagli del corpo umano non coincide sempre con maggiori capacità di cura. Ad esempio le straordinarie tecniche di immagine possono a volte evidenziare dati che non si sanno interpretare per le ricadute sulla salute della persona, generando incertezza nel medico e di conseguenza nel paziente.

Sembra quanto mai attuale la considerazione di Karl Jaspers (medico, psichiatra e filosofo), nel suo volume “Il medico nell’età della tecnica”: “E’ strano che, in contrasto con le straordinarie capacità operative della medicina moderna, sia emersa non di rado una sensazione di fallimento. Le scoperte delle scienze naturali e della medicina hanno portato ad una competenza senza precedenti. Ma è come se per la massa delle persone ammalate sia divenuto, per ognuna di esse, più difficile trovare il medico giusto. Verrebbe da pensare che, proprio mentre la tecnica va continuamente migliorando le proprie capacità, i buoni medici si siano fatti rari“.

In effetti, nella società del pensiero tecnocentrico e della comunicazione istantanea, il mestiere del medico è preso nel vortice di trasformazioni radicali, cariche anche di incertezze crescenti 1.

I medici, insieme con i pazienti, e con tutte le altre figure che formano “la scena della cura”, prendono parte a queste trasformazioni con un bagaglio di saperi, di sensibilità e di aspettative che si è formato in larga misura in epoca precedente. Un’epoca segnata dalla persuasione moderna che gli essere umani sarebbero stati in grado di tener sotto controllo i fenomeni naturali, comunicativi e sociali, di ricondurre ogni azione umana verso cose o persone, a criteri di trasparenza, prevedibilità, programmazione lineare. Sviluppando saperi sempre più specialistici, inventando tecnologie sempre più ingegnose.

Gli effetti sono stati però ampiamente diversi da quelli previsti.

Paradossalmente, invece di introdurci nell’epoca agognata delle certezze, ci hanno introdotto nell’epoca dell’incertezza permanente 2. Di quella che Ulrich Beck chiama “la società del rischio”.

Ma questo scenario, pur corrispondente alla realtà odierna, non la esaurisce: non si può negare infatti che, soprattutto negli ultimi venti anni, vi sia stato un crescente interesse sulle tematiche della comunicazione e della relazione in medicina, interesse che attesta l’esigenza di recuperare una prospettiva antropologica accanto a quella più specificamente biomedica.

Una comunicazione e una relazione nella quale sono intervenuti cambiamenti epocali, almeno nel mondo occidentale, se pensiamo che in tempi non molto lontani, la relazione medico-paziente era definita come “una storia di silenzio”, nella convinzione che “un buon paziente segue le direttive del medico senza fare obiezioni, senza porre domande”3.

Fino agli anni ’80, una capacità relazionale nell’ambito della medicina era vista come una qualità che un medico poteva possedere o non possedere: l’abilità nella comunicazione era considerata più una modalità del carattere che un aspetto professionale da formare nel corso degli studi e da attuare nella pratica clinica4.

Accanto a questi elementi propri del mondo medico, sono intervenuti anche fattori provenienti dal mondo esterno. La comunicazione è arrivata ad essere la base delle

1 Manghi S., Il medico, il paziente e l’altro. Un’indagine sull’interazione comunicativa nelle pratiche mediche, Franco Angeli, Milano 2005, pp.11-12

2 Barman Z., The individualized Society, Polity Press, Cambridge, 2000 (trad it. La società individualizzata, Il Mulino, Bologna, 2001)

3 Katz J. Physician and patients: A history of silence. In Beauchamp LT, Le Roy W. Contemporary issues in bioethics, , Belmont (CA), Wadsworth Publishing Co 1994

4 Lailaw TS, Kaufman D, Mac Leod H, van Zanten S, Simpson D, Wrixon W. Relationship of resident characteristics, attitudes, prior training and clinical knowledge to communication skills performance. Med Educ. 2006;40:18-27

2

cosiddette civiltà industriali, tanto da costringere la persona ad operare scelte che incidono profondamente sul suo modo di essere e di agire.

5 cfr. Fernandez C. Etica della comunicazione in medicina. Ital Heart J Supp 2002; 3(12): 1225-1228

6 Blumentale D., Effects of market reform on doctor and their patients. Health Aff (Millwood). 1996; 15:170-184; Zoloth-Dorfman L, Rubin S. The patient as commodity: managed care and the question of ethics. J Clin Ethics. 1995; 6:339-357

7 Cassel CK. The patient-physician covenant: an affirmation of Asklepios. Conn Med. 1996; 60:291-293

Tutto quanto attiene alla salute non è sfuggito a questa regola: infatti l’informazione medica viene usata per influenzare i comportamenti personali ma anche collettivi, nella prospettiva di aumentare il livello di salute della popolazione, migliorando la prevenzione e la promozione della salute.

Di conseguenza, il rapporto esclusivo tra medicina e paziente, determinante fino a qualche decennio fa, è stato sostituito da una serie di messaggi, manifesti o subliminali, che hanno finito con il dare vita ad una medicina “universale” che ha scavalcato il medico per raggiungere direttamente l’individuo malato o quello sano che teme di diventarlo 5. Così che il medico qualche volta si trova di fronte un “interlocutore” che sa, o almeno crede di sapere, e avanza pretese di scelte terapeutiche.

Un altro fattore è l’influenza crescente dell’economia sulla medicina, che sembra minacciare la natura essenziale del rapporto medico-paziente. Alcuni affermano che i medici in questa prospettiva corrono il pericolo di essere deprofessionalizzati6. Altri sostengono che il patto di fiducia tra medici e pazienti è minato dalle tendenze al profitto7.

In sintesi, una situazione contraddittoria. Di fronte alle straordinarie possibilità terapeutiche odierne, si assiste parallelamente al processo di aziendalizzazione in sanità, al consumismo farmacologico, alla burocrazia crescente: il rischio è quello di portare ad una medicina decadente e tecnologica dove il malato spersonalizzato diviene oggetto anziché persona e anche la figura del medico si appanna fino a costituire un semplice tecnocrate.

Inoltre, la pratica di una medicina basata sull’evidenza ha cambiato il ruolo del medico da un dispensatore di informazioni mediche ad un raccoglitore e ad un analizzatore delle medesime.

Una domanda fondamentale a questo punto è se la comunicazione tra medico e paziente sia realmente necessaria, e – se lo è – se rappresenti solo una forma di cortesia professionale o soltanto una attestazione dei diritti del paziente.

Se si considera la storia della medicina ai suoi inizi, verso il V secolo a.C., si evidenzia che il medico ippocratico costituisce l’archetipo del medico tanto impegnato

3

8 Larson EB. A new editor for Annals of Internal Medicine- 2001, Annals of Internal Medicine 2001;134(11):1072-1073

9 Firshein J. Spirituality in medicine gains support in the USA. The Lancet 1997; 349 May 3: 1300

10 Faith & Healing. Can prayer, faith and spirituality really improve your physical health? A growing and surprising body of scientific evidence says they can in “Time”, 24 giugno 1996, p. 35

11 Caretta F., Petrini M., Ai confini del dolore. Salute e malattia nelle culture religiose, Città Nuova, Roma 1999

tecnicamente quanto umanamente coinvolto. Uno dei più antichi precetti medici recita: “Dove c’è philanthropia c’è anche philotechnia”.

Significava che l’essere amico dell’uomo (filantropo) era il modo migliore per essergli veramente d’aiuto usando le risorse dell’arte (tecnofilo). Ma significava inoltre che l’impegno tecnico nell’arte medica era il mezzo finalizzato anche al conseguimento di un buon rapporto d’amicizia, giovevole al paziente quanto le altre cure. Ancora, l’antico aforisma “Non c’è medico che non sia filosofo”, ribadiva nel tempo che il medico doveva possedere la philosophia naturalis, cioè conoscere a fondo la natura, compresa quella umana.

Successivamente Rufus di Ephesus, un medico Greco vissuto al tempo dell’impero romano (I secolo d.C.) e noto per la ricchezza delle sue descrizioni cliniche, affermava che è necessario parlare con il paziente, per instaurare una relazione che permette di individuare un migliore trattamento della sua patologia, di conoscere i suoi atteggiamenti verso la vita, che condizionano la terapia.

Facendo un salto ora fino al XIX secolo, Peabody affermava che “Il significato della stretta relazione interpersonale tra medico e paziente non potrà mai essere troppo enfatizzato, in quanto da questo dipendono un numero infinito di diagnosi e di terapie. Una delle qualità essenziali del medico è l’interesse per l’uomo, in quanto il segreto della cura del paziente è averne cura”.

E oggi? Il top nell’ambito scientifico è rappresentato dai trial clinici randomizzati, per i quali esistono metodi clinico-epidemiologici per valutarne l’efficacia; ma nello stesso tempo stanno emergendo metodi più rigorosi anche per valutare il cosiddetto “fattore soggettivo” quale oggetto di ricerca. In questo ambito, il miglioramento della comunicazione tra medici e pazienti, tra operatori sanitari e pazienti, è particolarmente rilevante8.

Ma c’è un altro aspetto, direi quasi sorprendente di fronte alla prospettiva spesso riduttiva della medicina: la riscoperta della spiritualità. Già 10 anni fa9 si affermava che la “spiritualità è il fattore dimenticato in medicina” e, da più parti, si auspicava che venisse inserita nei curricula degli studi di medicina.

Le ricerche volte ad indagare le relazioni fra spiritualità o fede religiosa e stato di salute 10,11 sono andate moltiplicandosi, soprattutto nell’ultimo decennio: si ritiene che già

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12 Wiggers J.H., Donovan K.O., Redman S., et al. Cancer patient satisfaction with care. Cancer 1990;66:610-16

13 Greenfield S., Kaplan S., Ware J-E Jr. Expanding patient involvement in care: effects on patient outcomes. Ann Intern Med 1985;102:520-28

14 Stewart M.A. Effective physician-patient communication and health outcomes: a review. Can Med Assoc J 1995;152:1423-33

15 Levinson W., Roter D.L., Mullouly J.P. et al. Physician-patient communication: The relationship with malpractice claims among primary care physicians and surgeons. JAMA 1997;277:553-59

16 Journal American Medical Association, 1994

17 Buckmann R., La comunicazione della diagnosi, Raffaello Cortina Editore, Milano 2003, pp. 37-39

nell’anno 2.000 almeno 1200 studi pubblicati su riviste scientifiche avevano come oggetto le relazioni tra religiosità e salute, moltissimi dei quali riportavano una correlazione positiva tra queste variabili. Ma se la spiritualità è importante per la salute del paziente, lo dovrebbe diventare anche per il medico del paziente, che deve considerarla elemento essenziale nell’ambito terapeutico.

Appare evidente quindi come l’attenzione per la comunicazione e la relazione siano state una costante, presente sin dall’inizio della storia della medicina.

Se si consulta la letteratura medica degli ultimi anni, si trovano innumerevoli articoli su queste tematiche, a testimonianza dell’interesse crescente per esse.

Alcuni studi sottolineano che le difficoltà di comunicazione nella relazione medico-paziente hanno conseguenze negative soprattutto sull’aderenza al trattamento e sul rispetto della prescrizione. La qualità della comunicazione ha un impatto determinante anche sulla soddisfazione del paziente12, sugli outcome 13,14 sui costi sanitari, sulle denunce per malpractice 15.

A questo proposito, già nel 1994 si evidenziava che i due terzi delle cause giuridiche in ambito professionale medico erano da imputare ad un difetto di quantità e qualità della comunicazione interpersonale più che a manchevolezze o errori diagnostici o tecnici 16.

Nella pratica clinica i problemi più frequenti nella comunicazione con il paziente emergono nel momento in cui si dimostra di non ascoltarlo; un altro ostacolo è il ricorso ad un linguaggio tecnico che contraddice lo stesso concetto di comunicazione; comunicazione che esiste, in quanto tale, solo se il messaggio è interpretato e compreso allo stesso modo da chi lo emette e da chi lo riceve. Si è affermato che l’insoddisfazione del paziente per la cattiva comunicazione ha un peso di gran lunga superiore a qualsiasi altra insoddisfazione circa le competenze tecniche 17.

Un’altra considerazione riguarda i contenuti e le modalità della comunicazione.

Negli ultimi decenni si è assistito ad una trasformazione sostanziale: un tempo si attribuiva al medico la discrezionalità nel fornire o no le informazioni al paziente, a seconda che le ritenesse opportune per favorire la sua salute. Nel giro di pochi anni, è

18 Kurtz S, Laidlaw T, Makoul G, Schnabl G. Medical education initiatives in communication skills. Cancer Prevention Control 1999: 3:37-45; Kurtz S, Silverman J, Draper J. Teaching and learning Communication Skills in Medicine, 2nd edn. Abington, Oxon: Radcliffe Publishing Ltd. 2005

stato riconosciuto il diritto esclusivo del paziente di essere informato, diritto rafforzato dalle disposizioni legali di tutela della privacy.

L’impressione tuttavia è che i comportamenti dei sanitari rischiano di essere influenzati non tanto dalle norme deontologiche, quanto piuttosto dal timore di procedimenti giudiziari.

Quando esiste una comunicazione spesso si limita ad un nudo processo informativo: senza coinvolgimento empatico, in assenza di relazione autentica e di un fondamento etico, che non sia quello del rispetto formale dei diritti. Ne è un esempio la richiesta del consenso informato, che si limita in genere ad una semplice sottrazione di responsabilità da parte del medico piuttosto che ad una informazione corretta del paziente.

Esiste quindi un divario tra teoria e pratica: la ricerca scientifica ha ormai sottolineato ampiamente la centralità della comunicazione in medicina e cerca di definire come questa comunicazione può essere pensata, insegnata e attuata18: ma in che misura questo bagaglio scientifico e culturale riesce ad influenzare l’agire medico?

Lo stesso ambito accademico si sta interrogando sui contenuti dell’insegnamento nelle Facoltà di Medicina: si ritiene fondamentale far comprendere agli studenti che una cura efficace si fonda sulla comprensione della storia biologica, psico-sociale e culturale del paziente19. E per raggiungere questo obiettivo, il medico deve essere in grado di utilizzare le capacità comunicative, la conoscenza biomedica e il ragionamento clinico per formulare le ipotesi diagnostiche. Si sostiene la stretta correlazione tra l’attuazione di queste abilità nella pratica assistenziale e vari outcome rilevanti, quali la diagnosi e la terapia, una diminuzione degli errori medici, una riduzione dello stress, una maggior soddisfazione da parte sia del paziente che del medico.

Eppure, nonostante questi sforzi, è raro che venga insegnato agli studenti di medicina come fare per integrare la comunicazione con il ragionamento clinico. A tutt’oggi i giovani medici in genere imparano ancora le modalità del rapporto con il paziente sul campo e dall’esempio dei colleghi più anziani. Ne deriva la necessità di prevedere percorsi formativi efficaci.

In conclusione, potremmo immaginare il rapporto medico-paziente come un percorso: dall’informazione alla comunicazione, dalla comunicazione all’incontro, dove l’ascolto attivo gioca un ruolo fondamentale. Ma potrebbe anche essere un percorso inverso, dato

20 cfr. Johns Hopkins University, Defining thePatient-Physician Relationship for the 21st Century 3rd Annual Disease Management Outcomes Summit October 30 – November 2, 2003 Phoenix, ArizonaV.1 ©2004 American Healthways, In

che in un rapporto umano la neutralità è impossibile: ogni incontro produce presenza e la presenza è sempre comunicazione.

Sullo sfondo allora, quale punto di partenza ed insieme mèta ideali, si può intravedere quell’incontro che non è solo uno scambio tra chi è portatore di un bisogno e chi ha risposte efficaci, non è solo uno scambio tra ruoli: è uno scambio tra persone, in una situazione di suprema densità antropologica.

Uno scambio che può diventare terapeutico anche per il medico stesso.

Si è affermato che “Se la biologia molecolare è stata adottata quale paradigma della medicina del 20mo secolo, il paradigma medico per il 21mo secolo dovrebbe essere centrato sulla relazione” 20.

E’ una sfida da raccogliere perché possa diventare un obiettivo largamente condiviso e attuato.

Ma direi di più: perché non fare di questa proposta un progetto operativo?

La sfida allora è quella di provare a sostanziare l’agire medico delle dimensioni di reciprocità, di comunione, mettendole a fondamento di ogni relazione.

 

 

19 Windish D.M., Pric G.E., Clever S.L., Magaziner J.L., Thomas P.A., Teaching Medical Students the Important Connection between Communication and Clinical Reasoning. Journal of General Internal Medicine 2005;20(12):1108

 

2

Intervento di Mabel Aghadiuno

 

aghadiuno_p_.jpgProfessionalità nella medicina dalla prospettiva di un medico generico

“Un buonissimo fegato”

Ricordo l’emozione di fare il giro visite in reparto, quando ero un giovane studente, accompagnati da un medico che voleva farci sentire una “buona milza” o ascoltare un “interessante soffio cardiaco”. Come tutti i miei colleghi, nei nostri impeccabili camici, ero molto emozionata. Qualcosa dentro di me, però, si ribellava, e una piccola voce mi diceva: “Non è che questo sia proprio giusto!” Non che non salutassimo il paziente, non gli chiedessimo il permesso di esaminarlo o non facessimo tutto ciò che l’agire medico richiedeva. Ma non ero a mio agio, e non mi spiegavo il perché.

Un giorno, il dottore invitò il mio gruppo ad esaminare “un buonissimo fegato”. Siamo tutti andati dietro a lui fino ad arrivare accanto al letto della paziente. In un attimo l’ho subito riconosciuta: era la mia maestra delle elementari. E ho pensato: “Ma questo non è un fegato, è una persona, è la mia maestra”. Era stata la mia insegnante alle elementari. Questa è stata un’esperienza che mi ha accompagnato in tutto il percorso universitario e nella pratica medica. I pazienti devono essere visti nella loro interezza e non come parti frammentarie.

La trasformazione è completa. I miei occhi

Sono microscopi e tubi catodici a raggi-X

tutto insieme, perciò posso vedere i batteri

… e vedere anche attraverso le mie ossa.

Le mie mani sono aghi ipodermici, il tocco

Trasformato in sangue: Devo conoscere i sali

E la composizione chimica, un tipo di intimità

Che non sopporta la riflessione … la mia bocca, per esempio

Così piccola e penetrante, l’arido circuito di un computer

Che non è capace di … assaggiare né dire

Una breve verità come, “Sei bella”, o peggio ancora,

“Stai piangendo proprio come me; sei viva.”

La medicina generica: una definizione Ho studiato per essere un medico generico. La medicina generale non è una specializzazione nel senso in cui si intende questa parola, ma i medici generici sono spesso classificati come gli ultimi nella categoria dei medici. Hanno, però, una particolare specializzazione: i loro pazienti.

Conoscono i loro pazienti, la malattia, e hanno la capacità di diagnosticare lo stato di salute. Per adempiere bene il loro ruolo, devono praticare la medicina in modo olistico, cioè guardare non solo all’aspetto fisico dello stato di salute e della malattia ma anche alle caratteristiche psicologiche, sociali, culturali e – aggiungerei – spirituali. I medici generici – come tutti i medici – devono saper comunicare con i loro pazienti. Una vignetta tratta dalla pratica

Recentemente stavo lavorando in un campo che per me era nuovo. Una signora era entrata con suo marito; erano africani e la signora parlava poco inglese. Ho capito che per 4 volte non si era presentata all’ospedale per l’intervento che doveva fare. La mia prima reazione era sentirmi seccata da questa signora che sprecava delle risorse così preziose. Allora, ho capito che dovevo ascoltarla e cercare di capire perché non si era fatta operare. Il marito mi ha spiegato che la moglie non era andata perché non aveva capito l’intervento a cui sarebbe stata sottoposta. Nessuno le aveva mai dato una spiegazione – perlomeno una spiegazione che lei potesse capire. Sapeva che avrebbe subito una isteroscopia, ma non aveva proprio capito cosa le avrebbero fatto i medici. Allora ho preso un pezzo di carta, ho disegnato l’utero e le ho spiegato cosa implicava la procedura. Il viso della signora allora si illuminò e sembrò più a suo agio.

Poi mi sono chiesta se avevo fatto proprio tutto quello che potevo fare per lei – se le avevo dato una spiegazione che, al suo posto, avrei voluto per me stessa. Mi sono ricordata di un sito web che mostrava dei depliants ai pazienti su una varietà di condizioni mediche e procedure. Così ho aperto il sito web per scaricare e stampare tutta l’informazione riguardo la condizione in cui lei si trovava e l’isteroscopia. Dedicandole un po’ di tempo, ho intuito che probabilmente lei credeva che il ginecologo le avrebbe voluto praticare un’isterectomia. Quando le ho spiegato ciò che avevo capito, la coppia ha subito espresso il loro assenso in maniera concitata. Mi sono immaginata cosa poteva significare un’isterectomia per una donna e soprattutto per lei che era africana – il senso di aver perso la sua identità di donna. Lei e suo marito si sono sentiti sollevati quando hanno capito che l’isteroscopia non era come l’isterectomia. Sono ripartiti esprimendo tanta gratitudine e decisi ad affrontare la procedura prescritta. La consultazione olistica

In aprile 2006, il British Journal of General Practice (rivista per i medici generici)(1) ha pubblicato uno studio riguardante 26 medici generici. Era uno studio sulla valutazione del metodo olistico chiamato “Consultation Quality Index (CQI-2)” (Indice della qualità di consultazione). L’indice si basa sulla compliance del paziente, sulla continuità di cura e sulla durata di consultazione, valutato in 3.044 incontri. I medici generici che avevano un punteggio CQI-2 minore davano meno valore all’empatia e lunghe consultazioni, paragonando a quelli con CQI-2 maggiore. I medici generici che avevano i CQI più bassi erano meno stimati da pazienti e colleghi, che mostravano meno fiducia e meno soddisfazione nei loro confronti. “Entrando” nell’altro

L’empatia è una componente importante della comunicazione. Diceva Dean Koontz: “… le funzioni dell’intelletto non sono sufficienti senza il coraggio, l’amore, l’amicizia, la compassione e l’empatia”. Una fonte anonima afferma: “Il comunicare con empatia è un talento posseduto da pochi”.

Per me, l’empatia vuol dire entrare nell’altro e sentire le cose come lui le sente.

Un giorno una paziente è venuta da me disperata. Era una giovane mamma ‘single’ e voleva abortire immediatamente. Era stata appena visitata dal suo ginecologo, che dopo una ecografia, le aveva detto che il suo bambino aveva “una malformazione cerebrale”. Ho guardato la donna, poi ho visionato la mia interminabile lista di pazienti. Il lavoro alla Chirurgia era stato molto intenso quel giorno, ed ero molto in ritardo. Ho cercato di dare una valutazione veloce della situazione. La donna era decisa ad interrompere la gravidanza: Siccome non seguivo i pazienti per la pratica dell’aborto, lei aveva il diritto di vedere un altro medico al posto mio. La conoscevo abbastanza bene. Veniva spesso al reparto di Chirurgia quando i suoi bambini avevano dei piccoli disagi e anche quando si trattava semplicemente di un raffreddore. Aveva sempre bisogno di essere rassicurata. Come se la sarebbe cavata con un figlio con handicap?

Anche se la mia paziente era decisa ad abortire e forse avrebbe interrotto la gravidanza consultando il mio collega, ho cercato di “entrare” in lei. Dovevo mettere da una parte la mia preoccupazione per tutti i pazienti che aspettavano fuori e mi sono detta che lei e il suo bambino erano le persone più importanti in quel momento. Ho telefonato al suo ginecologo, che mi ha riferito che il bambino aveva encefalocele, ma la paziente non doveva preoccuparsi perché “noi le avremmo proposto di interrompere la gravidanza immediatamente se dopo 2 settimane, al successivo controllo ecografico, l’encefalocele fosse cresciuto.” Gli ho chiesto se era proprio sicuro della diagnosi e lui ha risposto che il medico che aveva praticato l’ecografia raramente si sbagliava. Erano sicuri al 99%.

Ho spiegato alla paziente, cercando le parole giuste, in un linguaggio che potesse comprendere, il problema del suo bambino. Voleva ancora abortire immediatamente, perché non poteva sopportare ancora due settimane di attesa. Le ho suggerito di andare a casa e darsi del tempo per pensarci, chiedendo anche di mantenersi in contatto con me, qualsiasi decisione avesse preso. E’ venuta da me dopo qualche giorno, prima di ripetere l’ecografia. Aveva parlato col suo compagno e tutti e due avevano deciso di portare avanti la gravidanza. Lui le aveva assicurato che l’avrebbe mantenuta, anche se il bambino fosse nato con un handicap. Alla fine, è nata una bambina perfetta, senza nessun segno di encefalocele. Comunicazione

La comunicazione non è fatta solo di parole, ma di pause, gesti ed anche di ciò che non viene detto. Un giorno una paziente – una persona anziana che viveva da sola – è venuta da me, e divenne subito chiaro che non aveva alcun disturbo. I sintomi che presentava erano talmente insignificanti che alla fine della visita non avevo capito perché era venuta. Mentre stava andando via, ho compreso – guardando ancora la sua cartella – che era il giorno del suo compleanno. “Buon compleanno!” le ho augurato. Ha fatto un bel sorriso e se ne è andata. Solo quando ha sorriso ho capito perché era venuta: voleva sentirsi dire: “Buon compleanno!” L’arte medica

Il termine “arte” è stato tolto dalla definizione di professionalità medica espletata dal RCP. Penso che sia un termine che dovremmo recuperare. Nel 1936, in un tempo in cui la medicina sperimentava un incremento di “scienza” e di specializzazione, Chancey D. Leake scriveva: “Gran parte di ciò che è scientifico nella medicina lo si impara nei primi 4 anni di studi medici, ma nel resto della sua vita, un medico potrebbe trovarsi carente in quest’arte”. Poi fa una bella descrizione di quest’arte dicendo: “Non c’è nessun musicista, nemmeno Beethoven, più grande del medico che riesce a sviluppare l’armonia dell’adattamento tra le dissonanze di una personalità psicotica; … nessun drammaturgo o attore più grande del medico che svolge il suo ruolo quotidianamente nel dramma eterno e mozzafiato della vita e della morte dei suoi pazienti… Tutti i medici bravi sono artisti.”(2)

Devo ammettere che non ho trovato niente di sconvolgente nella relazione dell’RCP. I medici generici, almeno nel Regno Unito, devono imparare l’abilità della leadership, possono funzionare solo a squadra, e la valutazione è ormai una pratica che ha preso piede. Forse altri professionisti della sanità sono molto più all’avanguardia di noi in questo senso e abbiamo da imparare da loro. La relazione dell’RCP non incoraggia i medici a vedere se stessi come parte di una comunità globale che diventa sempre più piccola e che ha l’imperativo morale di affrontare questioni di sanità globale. Questa relazione non affronta nemmeno le incoerenze della pratica medica (di 1.393 nuove formulazioni chimiche messe nel mercato dal 1975 al 1999, solo 16 erano per malattia tropicali e TBC(3) – malattie dove c’erano vite da salvare – mentre il denaro è impiegato in farmaci utili ad uno “stile di vita” di valore spesso dubbio. Ancora, non risponde adeguatamente alle questioni morali che sorgono da tecnologie sofisticate e da manipolazioni genetiche, né affrontal’insoddisfazione dei nostri pazienti per il nostro modo di fare frammentario e razionale.

Per concludere, la comunicazione è fondamentale nella pratica della medicina. Non la si impara né dai libri né dai manuali ma mettendosi nei panni dell’altro. E’ un’arte dentro l’arte. La comunicazione è a doppio senso perché da un lato io do, ma dall’altro devo essere preparato a ricevere e ad imparare. Un autore e drammaturgo americano, William Saroyan, ha scritto: “I medici non sanno tutto. Capiscono la materia ma non lo spirito. Io e te viviamo nello spirito.” [Dalla Divina Commedia] “Noi non cominciamo a comunicare con i pazienti e con gli altri se non comunichiamo con lo spirito che è in noi.”

Bibliografia

1) Mercer SW & Howie JGR A new measure of holistic interpersonal care in primary care consultations. British Journal of General Practice. April 2006:0960-1643:262.

2) Leake C.D. Pratica Medici Moderni, December, 2936, California and Western Medicine, Vol 45, no.6.

3) Trouiller P et al. Drug development for neglected diseases: a deficient market and a public health policy failure. Lancet 359(9324):2188-94, 2002 Jun.

La poesia di Rafael Campo, intitolata “La Tecnologia e la Medicina” contiene la sua esperienza clinica:

 

3

Intervento di Massimo Petrini

petrini_p.jpgCurare chi cura

Un sottile disagio può pervadere chi si trova a introdurre un discorso sull’arte medica senza averne il titolo accademico: quasi a voler penetrare in un luogo in cui non si ha autorizzazione alcuna, se non quella di una quarantennale pratica professionale a confronto in simultanea con entrambe le prospettive, quella del medico e quella del paziente. Eppure al di là di una legittimazione che derivi da un sapere scientifico e da una specifica professione, il rapporto tra questi tre termini – il paziente, il medico e l’arte della cura – chiama in causa ogni uomo e ogni donna. Il diventare un malato e quindi un “paziente”, è una possibilità che appartiene alla natura umana, in quanto mortale e vulnerabile1.

Consultare un medico, in questo caso, significa necessariamente iniziare con questi una relazione che investe la dimensione fisica e la dimensione emozionale e relazionale.

Una relazione che si può così descrivere: “Due viandanti si incontrano sulla strada della vita: uno porta i suoi bisogni, le sue necessità, i suoi dolori ad un altro che ha studiato per aiutare, dichiara di essere capace di aiutare, è autorizzato a dare questo aiuto. E’ l’incontro tra il paziente e il medico. Il medico risponde esaminando il paziente, prescrivendo esami di laboratorio, farmaci, cambiamenti di vita, eventualmente un intervento chirurgico, nella prospettiva di una possibile guarigione”2.

E’ questa certamente una visione riduttiva, ma vuol evidenziare le modalità con le quali oggi si considera generalmente l’assistenza medica, nei programmi delle facoltà universitarie e nei testi e nelle riviste scientifiche.

Quello che si può evidenziare in questo incontro, freddo e distaccato, è la primaria preoccupazione per il paziente, per la sua patologia, per la sua terapia, per la sua prognosi, ma l’unico interesse è per la dimensione fisica del paziente.

In altre parole un uomo o una donna sani – il medico – incontra un uomo o una donna – il paziente, che si dichiara malato. Un uomo o una donna sani – il medico – che se pur interrogato dal volto del malato che rispecchia una comune umanità, riafferma questo

1 Cfr. Gensabella Furnari M., Prefazione, in Id. (a cura), Il paziente il medico e l’arte della cura, Rubbettino, Soveria Mannelli 2005, p. 5

2 Caretta F., Petrini M., Accanto al malato Lineamenti di assistenza sanitaria e pastorale, Città Nuova, Roma 1995, p. 58

suo stato di piena salute rapportandosi al paziente senza alcuna implicazione personale, considerata un ostacolo per un agire scientifico e professionale.

3 Russo M.T., La ferita di Chirone. Itinerari di antropologia ed etica in medicina, Vita e Pensiero, Mlano 2006, p. 8

Questo atteggiamento, che pretende di essere distaccato e impassibile anche di fronte ad un’esistenza umana sofferente, è il frutto di una formazione professionale tecnico-scientifica che ha costruito il proprio potere sull’estromissione della soggettività umana – trascurando il vissuto dei pazienti, ma anche quello degli stessi operatori.

Ma è tutto vero come appare? Ignorare problematiche psicologiche e spirituali non significa che queste non esistano. La convivenza quotidiana con le situazioni di dolore, di sofferenza può suscitare numerosi e ambivalenti sentimenti, anche inconsciamente, non sempre facili da riconoscere o da accettare. Accanto a sentimenti di compassione e pietà generati dalla sofferenza dell’altro, possiamo trovare anche sentimenti di repulsione, paura, rabbia, ansia, evocati per esempio dalle grida strazianti o dai lamenti incessanti.

Nella realtà, ogni domanda di cura racchiude non soltanto una semplice richiesta di aiuto tecnico in vista del recupero della salute, ma anche una esigenza di relazione. Ignorare questa dimensione, significherebbe ridurre la medicina ad applicazione di una tecnica, trasformando il rapporto tra medico e paziente in una prestazione di servizi, senza tener conto che esso è in primo luogo attenzione ad una persona. La medicina, pertanto, non è solo un sapere, né solo una tecnica e neppure la sintesi di entrambe. E’ una relazione interumana che sorge per un bisogno, quello della cura e per l’offerta di un aiuto tecnico: come tale, essa ha ai due poli due soggetti, il medico e il malato, che, in quanto persone, hanno un bisogno essenziale di comprendersi e di comprendere. Il medico deve comprendersi nella propria responsabilità professionale e comprendere il paziente nei suoi vissuti e nelle sue richieste; il malato deve comprendersi nella propria situazione di fragilità e comprendere il medico nella sua volontà di aiuto3.

Tra scienza medica e medicina vi è una differenza sostanziale: la prima considera l’uomo come oggetto di indagine, studiandone i processi fisiologici attraverso l’osservazione, il confronto, il controllo. La scienza medica diventa medicina solo quando è finalizzata a promuovere la salute attraverso la cura, ossia quando si rivolge all’uomo non più come oggetto, ma come soggetto. Pertanto la si è definita come una teoria pratica sulla realtà umana, ossia non la semplice applicazione di una tecnica,

4 Pellegrino E.D., Thomasma D.C., A Philosophical Basis of Medical Practice. Toward a Philosophy of the Healing Professions, Oxford University Press, New York 1981, p. 173-174

quella della cura, a un soggetto passivo, ma un incontro interpersonale che coinvolge il medico e il malato, modificando entrambi4.

Il rapporto medico – paziente può essere considerato in molteplici prospettive, accanto alle prospettive culturali, sociologiche, psicologiche, cliniche, etiche qui si vuol considerare la prospettiva della comune cittadinanza umana.

In questa prospettiva, allora, il rapporto medico paziente si può considerare esclusivamente nell’ottica di un paziente malato? Il medico è veramente”sano”, tenuto conto che una stessa umanità contraddistingue il medico e il paziente?

Questa situazione umana comporta i limiti derivanti dalla stessa natura umana, condivisa sia dall’operatore che dal paziente, e pone ambedue su un piano di uguaglianza. Anche per il medico esiste la possibilità di ammalarsi, anche il medico ha la certezza della morte. Ma ancora, la salute non è solo l’assenza di malattia. Essere in salute significa essere in armonia con se stessi, con gli altri e con l’ambiente: sia l’ambiente naturale, sia quello socio-culturale, e non certamente per ultimo, per molti è anche un buon rapporto con il Trascendente.

Uno stato di salute che è momentaneo, che si perde e si riacquista nel corso della vita quotidiana. Ma ancora, quali esperienze di malattia, di disabilità, di vecchiaia, di morte hanno segnato l’esperienza personale del medico? Ma ancora, che significato dà il medico alla sofferenza che incontra quotidianamente in un bambino, in un anziano, in un morente?

E in senso più generale, che risposte si danno a domande quali: “Ha un senso questa sofferenza umana? Che senso ha nella vita dell’uomo? Quale è il senso del mio lavoro?

Risposte così importanti che esiste il rischio che l’incontro con la vulnerabilità e la fragilità dell’altro possa diventare un peso eccessivo, addirittura intollerabile quando si è soli a sopportarlo, e possa indurre atteggiamenti di fuga o al contrario tentativi di risposte onnipotenti.

Se il contesto lavorativo, ma forse anche la condivisione del paziente, non offrono il giusto supporto per elaborare il carico emotivo, il rischio di cadere nella sindrome del burn-out è molto elevato. Come è noto, può cominciare a manifestarsi come una forma di esaurimento, caratterizzata da stanchezza e logoramento unite a una demotivazione per il proprio lavoro e a un inaridimento emotivo nel rapportarsi con gli altri, fino a

5 Merluzzi A., ErosAgape Un’unica forma di amore, Edizioni OCD, Roma Morena 2006, p. 106

6 Nussbaum M., L’intelligenza delle emozioni, Il Mulino, Bologna 2004

degenerare in sentimenti di indifferenza o addirittura di ostilità, cinismo e rabbia verso la sofferenza di chi ha bisogno di cure.

Una sofferenza che imprigiona e condiziona il paziente, che molte volte però ha la prospettiva di uscirne, mentre per il medico costituisce lo sfondo quotidiano della sua vita professionale.

Una sofferenza che è un elemento di crescita nella storia di un uomo o di una donna. Questa affermazione non vuol essere una esaltazione della sofferenza – atteggiamento scorretto anche in una prospettiva religiosa – ma ne è piuttosto una lettura razionale: il momento del dolore è un momento di straordinaria verità che costringe chiunque a porsi quesiti ineludibili nei confronti del senso della propria vita. Se si vuole incontrare il dolore degli altri si deve anzitutto riconciliarsi con il dolore che è dentro di noi. Per poter curare, nel senso più ampio del termine, si deve prendere atto del proprio bisogno di essere curati.

La considerazione del dolore, così come quella della propria morte, non sono soltanto la condizione per comprendere il dolore dell’altro, ma sono anche il presupposto per capire le condizioni estreme della vita e i suoi significati: soltanto l’ascolto e l’accoglienza del malato può offrire risposte sensate su cosa è meglio e cosa è peggio fare, su cosa è giusto e su cosa no, cosa più opportuno e cosa meno5.

Allora, il processo assistenziale può essere visto più realisticamente come un cammino insieme, per un tratto della vita, di due persone – il medico e il paziente – ferite nella loro umanità e se l’operatore può apportare conoscenze tecniche, il paziente può apportare il valore di un vissuto umano, nella possibilità e, forse, nella necessità di un reciproco aiuto.

Occorre superare l’idea che ci sia un universo di “sani” che si occupa di un universo “di malati”: lo spiega Jean Vanier, fondatore di una rete di comunità per l’accoglienza dell’handicap “L’Arche” quando afferma che la comunità terapeutica è un luogo dove persone non del tutto sane si occupano di persone non del tutto malate.

La relazione di aiuto che permea le professioni di cura è fonte di emozioni e sentimenti per entrambi i soggetti che vi sono coinvolti. La richiesta di sostegno e di protezione dell’uno è invito all’altro ad uscire da sé, dai propri perimetri conosciuti per andare oltre il limite, che non è l’onnipotenza ma apertura all’incontro.6,7

L’essere umano inizia a diventare persona proprio nel momento in cui si identifica nei bisogni dell’altro, vi si immedesima, e questo anche e soprattutto quando l’altro è vulnerabile, indifeso, quando l’incontro con l’altro è – nel suo grado estremo – assunzione completa dell’altro come responsabilità 8.

Un altro che abita in un mondo nuovo, nel quale chiede al medico di andare, poiché tutto il suo mondo precedente è stato messo in scacco dall’evento patologico9

Ecco allora che il proverbio citato da Gesù nel Vangelo di Luca, che peraltro la tradizione accredita come medico, “Medico cura te stesso.. ” assume un significato che va oltre l’interpretazione puramente esegetica.

Significativa è, in questo ambito, la figura di Chirone, che apprese da Apollo l’arte di guarire e la trasmise ad Asclepio, ma fu portatore egli stesso di una ferita inguaribile così da essere “archetipo di colui che cura e nel contempo presenta una ferita che non si rimargina mai. La figura di Chirone tiene insieme questa duplicità: la cura rivolta verso altri nel contempo richiede cura per sé. Curando le ferite altrui, Chirone in parte allevia la propria ferita”10. Emblema della strutturale fragilità della medicina, dove la possibilità di curare è condizionata alla capacità di percepire la propria ferita, vale a dire alla conoscenza del limite e alla disposizione a imparare da esso.

Tutto quanto detto sulla relazione con il paziente però, non ha esclusivamente un valore umano, psicologico ed etico, ma deve essere considerato anche nella prospettiva di una migliore pratica professionale. Già nella concezione platonica della salute dell’uomo considerato in senso globale, si affermava che, come non si può curare un organo o una parte del corpo umano se non tenendo sotto controllo il corpo nel suo insieme, così non si può curare l’uomo nella sua interezza senza curare anche l’anima. “Curare anche l’anima” significa rispondere agli interrogativi del paziente. Ogni incontro con la malattia suscita nel paziente interrogativi sul suo futuro, sul significato della nuova situazione di vita e sulla realtà della morte. Il medico dovrebbe aiutare il paziente a dare un senso alla realtà della malattia a cominciare dal dare la sicurezza di una vicinanza assistenziale.

Ma ancora, in tempi molto più recenti, si è affermato che senza la persona non si può capire la malattia; senza la persona non si può realizzare la guarigione. Forse si può ottenere la guarigione in senso riduttivo, intesa come restaurazione di uno status quo ante. Ma in senso antropologico pieno, la guarigione differisce dal recupero della salute come stato precedente e comprende variabili quali l’aumento di consapevolezza, il cambiamento dello stile di vita, l’acquisizione di una conoscenza di sé. La guargione, cioè, non può darsi senza la partecipazione attiva della persona

Oggi si parla molto della bioetica delle cure di fine vita: è facilmente constatabile come un miglior colloquio con il paziente sia, in molti casi, indispensabile per dirimere problematiche non altrimenti risolvibili.

Infine, l’obiettivo della guarigione fisica del paziente non può essere l’unica finalità dell’attività professionale, poiché questa spesso non è raggiungibile: basti pensare alle persone disabili, alle persone anziane con patologie croniche, alle persone nella fase terminale della malattia.

E’ necessario richiamare un più realistico concetto di guarigione che dia sempre la possibilità di avere un obiettivo terapeutico. Obiettivo sempre possibile, se intendiamo la guarigione come la capacità di una persona di non farsi schiacciare dalla situazione di vita, così che abbia il coraggio, la fede, la forza di rimanere “padrone” della situazione e di saperla gestire, per quanto umanamente possibile. Allora il paziente sarà aiutato ad avere la forza di affrontare e gestire la situazione di vita minacciata dalla sofferenza, dalla disabilità, dalla morte.

Un recente romanzo italiano “Cosa sognano i pesci rossi” – ove i pesci rossi sono i pazienti chiusi negli ambienti vitrei di un reparto di Terapia Intensiva – è scritto dal Direttore di un Reparto di Anestesia e Terapia Intensiva: nel romanzo emerge la figura di un medico, “…chirurgo di discrete capacità tecniche, ancora in fase di crescita professionale: è uno di quei pochi medici che, se gli venisse posta la domanda classica “Ma perché hai studiato Medicina?”, potrebbe sinceramente rispondere. “Perché volevo guarire la gente”. E la risposta non avrebbe altri sottintesi, quali guadagnare tanti soldi, avere potere, diventare famosi, appagare il proprio ego o avere il proprio posto nel mondo. Invece questo medico vuole guarire la gente, punto. Gli piace la gente. Gli piace la vita. Ogni malato che non guarisce non è una sconfitta personale, è una sconfitta della vita e la vita non può essere sconfitta. Gli piace la gente perché la gente è la vita. Gli piace ascoltarla, la “gente”, ed è sempre disponibile per tutti. E non è certo un asceta o un santo e nemmeno un missionario. Gli piace curare le persone. Sembra quasi incredibile”11.

7 Spinsanti S., Curare e prendersi cura. L’orizzonte antropologico della nuova medicina, CIDAS, Roma 1998.

8 Merluzzi A., ErosAgape Un’unica forma di amore, Edizioni OCD, Roma Morena 2006, p. 105

9 Cf. Cattorini P,. Malattia e alleanza, A.Pontecorboli, Firenze 1994, p. 29

10 AA.VV., La ferita del centauro, Moretti e Vitale, Bergamo 2005, p. 87

11 Venturino M., Cosa sognano i pesci rossi, Mondadori, Milano 2005, p. 141

 

http://www.mdc-net.org/index.php/lang-it/congresso-2007.html

ASSOCIAZIONE MEDICINA DIALOGO COMUNIONE – AMC

2.670 Risposte a “Comunicazione e relazionalità in medicina: lo stato dell’arte”

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