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CONSOLATORI MOLESTI – Angelo Nocent

Giobbe - consolatori molesti

CONSOLATORI MOLESTI

Sfogliando nell’archivio, ho ritrovato una riflessione di tanti anni fa. Forse le cose sono cambiate ma alcune considerazione continuano a mantenere la loro attualità.

 

Giobbe 01Giobbe è il grande perseguitato dalle avversità della vita. Anche se reputato da Dio uomo saggio, egli non ha esitato a definire i suoi amici dei “consolatori molesti”: 

  • “Ho già sentito queste cose,
  • voi mi tormentate invece di confortarmi.
  • Quando smetterete di dire cose inutili?
  • Che cosa vi fa parlare tanto?
  • Anch’io parlerei come voi, se voi foste al mio posto.
  • Potrei annegarvi in un fiume di parole,
  • scuotere la testa per contraddirvi.
  • Potrei farvi coraggio con la bocca,
  • confortarvi a parole”.(Gb.16,2-5).

 Giobbe e la Moglie

Ammalatosi di una malattia ripugnante e dolorosa, Giobbe rimane sottomesso e respinge la moglie che gli consiglia di maledire Dio.

L’essere accanto al malato è una chiamata ad un impegno prezioso e importate, ad un impegno anche molto delicato: 

È “prezioso e importante”, perché per noi la consolazione ha sempre la figura del dialogo. È attraverso la presenza accanto a noi di altre persone – alle quali posiamo dire quello che siamo, sappiamo e desideriamo – che nasce dentro al nostro cuore la consolazione che è una forma di guarigione; è una forma di salute riacquistata, di amore per la vita ritrovata, di voglia di lottare e di impegnarsi di fronte agli ostacoli che la nostra vita incontra e deve affrontare. Quindi, la presenza delle persone accanto al malato, fa parte di una terapia davvero umana, che permette alla persona di reagire alla malattia in modo personale e libero. D’altra parte non è certamente una presenza facile da vivere.

 Non so se ricordate il Libro di Giobbe; è il racconto di quest’uomo che le ha patite tutte fino ad arrivare ad una sofferenza estrema che lo ha emarginato. Lo vanno a trovare degli amici, arrivano da lui e per sette giorni non riescono ad aprire parola, perché Giobbe è così mal messo che le parole agli amici vengono meno. Poi incomincia il dialogo, che dovrebbe essere di consolazione, ma in realtà diventa, a motivo del comportamento degli amici, un dialogo che rende ancora più acerba la sua sofferenza. Giobbe chiamerà i suoi amici «consolatori molesti» (Gb 16,2), perché le parole che gli dicono non lo aiutano a vivere, ad affrontare e a superare la malattia.

 Ora il paradosso è che tutte le parole che gli amici dicono a Giobbe sono vere, e di queste parole si potrebbe trovare nella Bibbia un riferimento marginale, un richiamo, perché stanno dentro al Libro dei Proverbi e della Sapienza. Quindi gli amici di Giobbe dicono delle cose vere, però diventano moleste; addirittura alla fine, quando Dio “tira i fili” della situazione, dà torto agli amici, perché dice: «Non avete detto di me cose rette, come il mio servo Giobbe» (Gb 42,7).

 E uno si chiede: perché? In fondo hanno detto la verità? Il problema credo sia proprio lì. È vero: hanno detto una verità teorica sul senso della malattia, ma non hanno incontrato Giobbe, lui non è la malattia, e non è il problema filosofico della malattia da affrontare e da risolvere. Giobbe è un uomo che patisce e a bisogno di reagire alla malattia in modo positivo, di mantenere l’amore per la vita e di custodire la speranza. Allora il dialogo degli amici deve aiutare Giobbe a raggiungere questo obiettivo. Il mettergli davanti semplicemente la verità nuda e cruda non serve, e può diventare addirittura oppressivo per Giobbe, che si sente dentro ad una gabbia ideologica oltre a quella fisica della sua malattia.

Bisogna trovare quel modo di accostamento che permetta ad una persona di buttare fuori quello che vive e di diventarne in questo modo padrone, e quindi di riuscire a gestire i suoi sentimenti e risentimenti.

 Alla fine la malattia è evidentemente una sfida. La cosa importante è che dopo riesca a rispondere a questa sfida non smettendo di amare e sperare, ma dando al suo amore e alla sua speranza degli orizzonti e delle prospettive nuove. Questo deve riuscire a fare, e questo evidentemente lo può fare solo il malato con la sua libertà. Chi gli sta vicino è, da questo punto di vista, non uno che si sostituisce al malato e che gli dice quello che lui deve fare; ma uno che sta accanto al malato perché gli vengano meno almeno alcune delle paure che ha, e con lo spazio di libertà che la conversazione apre possa lottare e operare una trasformazione del suo atteggiamento. Questo credo sia un’arte tutt’altra che facile, che probabilmente richiede anche molta esperienza, richiede anche una comunicazione piena di esperienze che altri hanno fatto.”

 Dopo l’ illuminante premessa di un successore degli Apostoli e le sconvolgenti parole di Giobbe, mi sento molto meno sicuro nell’esporre le mie riflessioni maturate a contatto del dolore umano. Il rischio di dire cose vere ma moleste è sempre in agguato. I ben intenzionati amici di Giobbe “hanno detto una verità teorica sul senso della malattia, ma non hanno incontrato Giobbe, lui non è la malattia”.

Vorrei essere accanto a ogni malato. Se ogni uomo che patisce “ ha bisogno di reagire alla malattia in modo positivo, di mantenere l’amore per la vita e di custodire la speranza.”, questi appunti, più che la voce degli amici, vorrebbero fargli sentire vicina una Presenza, L’Amico, discreto, divino, capace di sciogliere ogni paura

 Se dovesse succedere il contrario, ossia che qualcuno leggendo “si senta dentro ad una gabbia ideologica oltre a quella fisica della sua malattia.”, interrompa subito. E’ bene si sappia fin d’ora che la colpa è soltanto mia, non della Parola discesa dal Cielo per suscitare Desiderio, genera Luce, trasmette Vita, guarire ogni sorta d’infermità.

* * *

Giobbe - consolatori molesti 02

 Già dall’infanzia ci sentiamo ripetere per il resto della vita che la Croce è per tutti, in Gesù Cristo, un trono di gloria che porta inevitabilmente, per uno di quei contrasti inspiegabili alla mente umana, proprio alla Risurrezione: “Per Crucem ad Lucem”.

Nessuno dubita che sia vero. Pochi comprendono il significato. Quasi sempre viene citato il seguente passo evangelico:

 “ Poi Gesù disse ai suoi discepoli: «Se qualcuno vuol venire con me, smetta di pensare a se stesso, prenda la sua croce e mi segua.” 

Solitamente la citazione finisce qui e uno capisce quel che capisce, ossia che è pura illusione pensare che si possa escludere la sofferenza dalla vita dell’uomo. In realtà il Vangelo chiarisce molto bene il significato di prendere la croce e seguire il Maestro

  • “ 25 Chi pensa soltanto a salvare la propria vita la perderà; chi invece è pronto a sacrificare la propria vita per me la ritroverà.
  • 26 Se un uomo riesce a guadagnare anche il mondo intero, ma perde la vita, che vantaggio ne avrà? Oppure, c’è qualcosa che un uomo potrà dare per riavere, in cambio, la propria vita?
  • 27 «Il Figlio dell’uomo ritornerà glorioso come Dio suo Padre, insieme con i suoi angeli. Allora egli darà a ciascuno la ricompensa in base a quel che ciascuno avrà fatto. » (Matteo,16)

 Quando uno è ammalato si ritrova con una croce più o meno pesante sulle spalle. La prima considerazione ricorrente è: “Perché a me, proprio a me? Non bastavano i problemi che ho? Cos’ho fatto di male? Se Dio esistesse…! ”

Donna PrassedeQuelli intorno solitamente non sanno cosa dire. I più zelanti talvolta parlano a sproposito. Se poi c’è di mezzo “Donna Prassede”, di Manzoniana memoria, ricca di consigli, desiderosa di far del bene a tutti i costi, capace di prendere Dio per il suo cervello, allora siamo rovinati. 

Cosa succede quando uno si ammala? Dopo lo smarrimento, prova a guardarsi in giro, a passare in rassegna la sua vita. Subito affiorano ricordi che disturbano; è impossibile cancellarli, rimuoverli. Prima o poi si delinea anche il sospetto-timore che la morte sia in agguato. Proseguendo nel tunnel, dapprima di un buio assoluto, sembra che gl’occhi s’ adeguino alla nuova realtà, fatta di ombre , fantasmi, ma anche di scoperte e sensazioni nuove. Poi arrivano le voci. Par di udire qualcosa di molto indistinto, poi un sussurro, un invito, i morti, il sonno disturbato, improvvisi ed ansiosi risvegli…

 Il Pascoli descrive efficacemente questo stato d’animo nella poesia “La voce “ che a scuola un tempo tutti dovevano memorizzare:

  •  ”C’è una voce nella mia vita,
  • che avverto nel punto che muore;
  • voce stanca,voce smarrita,
  • col tremito del batticuore:
  • voce d’una accorsa anelante,
  • che al povero petto s’afferra
  • per dir tante cose e poi tante,
  • ma piena ha la bocca di terra:
  • tante tante cose che vuole
  • ch’io sappia, ricordi, sì…sì…
  • ma di tante tante parole
  • non sento che un soffio…Zvanî…(G.Pascoli)

 Quando ci sentiamo come chiamati per nome, il non credente che è in noi oppone minor resistenza. Si prova magari a mettere piede in chiesa, girando come smarriti nella penombra. Il silenzio del sacro recinto non mette paura. Lo sguardo cade sui quadri, le statue, gli altari. 

Qualche volta l’impatto è più forte. Se c’è gente, uno si colloca in fondo o dietro a una colonna e si mette a sfogliare un libro di canti, di salmi, trovato sul banco. Se c’è una messa in corso, sulle prime uno s’adegua. Poi, neanche a farlo apposta, sembra trattarsi di una congiura: predica su misura, invece di parole di consolazione, arrivano rimproveri per il lacunoso passato. Se parlano di Gesù misericordioso, è per sottolineare che a Lui sta a cuore la nostra anima, per la quale ha dato la vita. Poi segue il monito per i peccatori che non si ravvedono, non si pentono, non cambiano vita: è vero che Dio perdona anche i peccatori più incalliti, ma, attenzione, non si deve scherzare!

Santa Rita

 Il magone aumenta, il disagio si raddoppia. Voglia di fuga, delusione. Poi, quando finisce e tutti se ne sono andati, l’occhio cade sull’altare della Madonna, sulla statua di santa Rita, di Padre Pio che sembrano bendisposti ad occuparsi più di persone che di anime, ad accoglierle come sono, con i loro malanni fisici e spirituali, il morale si risolleva un poco e cominciano a sciogliersi le labbra che biascicano segrete parole che il cuore trasmette. Si passa poi ad armeggiare nella cassetta delle candele per accendere un lume, e depositare l’offerta. Nel sacro silenzio gli spiccioli che cadono fan tanto rumore per nulla. Che cosa può fare un lumino? E quello grosso sarà più efficace?

 Purtroppo un’ombra ci segue ovunque per insinuarci il dubbio che non bisogna illudersi sulle richieste materiali perché a Dio stanno a cuore soprattutto le nostre anime .

 Il motivo di questo libro invece è di convincere, prove alla mano, che a Dio interessano le persone con tanto di nome e cognome, così come sono: precedenza ai malati.

 Se uno a provato ad aprire il Vangelo, gli è sembrato di capire che ci sono buoni motivi di speranza. Le persone guarite a quei tempi erano forse migliori di noi? Poi ci s’imbatte nuovamente nel cartello che elenca regole chiare e precise: prima viene la salvezza dell’anima, poi quella del corpo. Chi vuol guarire, sta bene che preghi ma si affidi anche a un buon medico perché le guarigioni miracolose sono da considerarsi un fatto eccezionale. La prova? Quanti vanno a Lourdes per guarire? Quanti ritornano guariti? Un conto è la prima comunità apostolica, volutamente sostenuta da Dio con segni e prodigi per il suo radicamento, altra è la realtà attuale.

 La lingua sembra aderire al palato, cessa la salivazione, la testa non trova la più la sua orbita, la tentazione è di mollare.

 Questa è mentalità diffusa nelle nostre chiese e bisogna fare i conti con essa senza perdersi d’animo. Purtroppo quelli che sputano queste drastiche sentenze farebbero bene a rivolgersi allo Spirito Santo per avere lume ed illuminare la gente, già abbastanza sfiduciata in un Dio che sente lontano e poco incline ad immergersi nelle nostre miserie. Chi sparge queste convinzioni non verificate evangelicamente, offende lo Spirito Santo e i malati.

Sono volutamente pungente per fondate ragioni: è sotto gl’ occhi di tutti che per accedere ai maghi si fa la fila, mentre sulla porta di casa dei sacerdoti non c’è un cane in lista d’attesa. Segno che la gente non s’aspetta niente, solo certificati di battesimo, cresima e pratiche per matrimoni o funerali.

 E’ proprio il rovescio di ciò che è accaduto nella tradizione cristiana primitiva nella quale nessuna immagine si è impressa così profondamente come quella di Gesù grande medico: “ iàomai, ìasis, ìama, iatròs ”. I riferimenti nei testi dei Padri della chiesa sono innumerevoli. Le preghiere a Cristo medico che ne sono derivate costituiscono una tradizione fino al dodicesimo secolo, quando la malattia è vista come una prova, fonte di merito e di santità per coloro che la sopportano.

Così la malattia, da elemento negativo da cui Gesù libera guarendo i malati, diviene ambito di comunione mistica con Cristo e mezzo di identificazione con lui: dall’immagine di Gesù medico, del Gesù che guarisce, si passa a quella del Crocifisso a cui il malato stesso si assimila tramite la malattia.

 Ciò è accaduto e indietro non si torna, ma un fatto è certo: Vangelo e Tradizione Apostolica sono concordi che nel suo ministero storico nei confronti dei malati Gesù ha sempre detto di no al male, ha lottato contro il male, ha curato e guarito i malati. Quando Matteo afferma che in Gesù si compiono le parole riguardanti il Servo sofferente che “ha preso su di sé le nostre infermità e si è addossato le nostre malattie” (Is:53,4; Mt. 8,17), lo fa in un contesto nel quale appare chiaro che Gesù guarisce sia i malati fisici che quelli psichici, gli “indemoniati” (Mt.8,16).

 Ha ragione il monaco Enzo Bianchi di sostenere che “ questa istanza di lotta per la guarigione dalla malattia è l’elemento spirituale, sia cristiano che antropologico, fondamentale. “

Sulla malattia e sulla sofferenza sono stati scritti e pronunciati troppi discorsi concettuali. Molti hanno parlato al malato, pochi lo hanno ascoltato.

 La mistica della sofferenza dispone di ottimi professori ma quando si trovano davanti il malato in carne ed ossa incrociano i loro occhi con i suoi o, zitti zitti, si dileguano. Per i secoli dei secoli il Samaritano, additato da Gesù ad esempio, (“va’ e fa anche tu lo stesso”) sarà sempre il segno di contraddizione tra l’osservanza della legge, del sabato, dell’ermeneutica biblica, del diritto canonico, delle norme liturgiche e pastorali…

 Le parole pronunciate dal cardinal Veuillot in ospedale sul letto di morte valgono un trattato: “Sappiamo pronunciare belle frasi sulla malattia. Io stesso ne ho parlato con calore. Dite ai preti di non dire niente: noi ignoriamo quello che è. Ne ho pianto”.

 Ha ragione: tacere è meglio che dire stupidaggini e sciocchezze spirituali, benché in buona fede. Il Vangelo hai malati fa bene, non mette paura. Fanno male al cuore certi discorsi spirituali partoriti da fervorose fantasie.

Scrive Enzo Bianchi che “il cristiano che soffre è anzitutto un uomo che soffre! Proprio per questo lo sguardo che la fede cristiana porta sulla malattia non può farsi ispiratore di atteggiamenti inumani: sia nel senso di produrre una colpevolizzazione del malato, sia nel condurlo a proclamare la malattia un “privilegio” perché unisce più strettamente al Cristo sofferente, o a vedere in essa lo strumento con cui Dio corregge il peccatore, o con cui l’uomo vede accresciuto il proprio merito, e così via.

 Il fatto che la sofferenza, il male e la morte siano stati abitati da Cristo e che pertanto anche le situazioni di malattia e di sofferenza possano nella fede essere vissute con e in Cristo, non toglie certo quel volto “nemico” che è ineliminabile dalla malattia e che impegna il cristiano anzitutto alla lotta e alla resistenza contro di essa.”

 La sofferenza è una realtà che coinvolge ogni vita umana. Perciò è doveroso ed utile che se ne parli; ma non è tanto per dare risposte prefabbricate ai malati quanto per interrogare noi stessi ed inventarci, nella ricerca inesausta ed inesauribile, cammini di senso.

 Il cristiano non conosce strade che aggirino il dolore ma ne conosce una che lo attraversa insieme con Dio. La malattia introduce nel mondo delle tenebre. In questo mondo Dio c’è, solo che è nascosto. Perché? Forse per farsi cercare e ritrovare.

Alla base di tanti linguaggi fuorvianti sul dolore è l’astrazione della sofferenza che, nella realtà non esiste. Ciò che noi incontriamo non è la sofferenza, bensì donne e uomini che soffrono. Dunque la malattia si può vedere solo nel volto e nel corpo di persone malate. A conferma di ciò basta osservare che alla stessa malattia ognuno reagisce a modo suo, ossia in base al suo mondo di riferimenti culturali e religiosi.

La malattia rischia spesso di spersonalizzare il malato. Epperò è vero anche il contrario: il malato personalizza la malattia. E’ come se ciascuno nella sua malattia fosse chiamato alla responsabilità di “dotare di senso” la propria sofferenza.

 Se le cose stanno così, chi vuol aggirare il dolore se lo scordi: lo si può solo attraversare. Soli, o insieme con Dio.

Le chiese sono luoghi di culto ma dovrebbero diventare anche scuole o case di cura per questa attraversata. Oggi il confessionale non è un punto di partenza ma una meta da raggiungere attraverso i percorsi della pedagogia evangelica che sui esprime nel ministero di guarigione. In questi anni finalmente l’ Estrema Unzione dei malati (per secoli sacramento riservato solo ai moribondi proprio perché estrema) ha ceduto il passo al Sacramento dell’Unzione dei malati, di coloro che chiedono a Dio di ritornare nella comunità risanati, rimessi a nuovo.

La sua riscoperta è dono del Concilio Vaticano Secondo, ossia dello Spirito Santo. Purtroppo, a livello di chiese locali, il Sacramento lascia molto a desiderare. Durante la celebrazione si può assistere alla lettura della lettera dell’Apostolo Giacomo e subito dopo sentire commenti riduttivi e inviti a cercare la guarigione spirituale, la sola che veramente conti. 

Il fatto capitatomi è illuminante. Qualche anno fa, prima di mezzanotte, ho chiamato il parroco. Non era in casa perché aveva una riunione ed ho lasciato un messaggio sulla segreteria telefonica. Al rientro mi ha chiamato. Ho spiegato che la situazione di mia moglie era veramente grave, a causa di una severa aplasia midollare di vecchia data e gli ho esposto il suo desiderio di ricevere i sacramenti. E’ venuto con il camice e la stola su un braccio e le chiavi della macchina e il borsello contenente l’Eucaristia nell’altra mano.

Non nuovi a questa esperienza di fede, gli ho fatto presente che eravamo sicuri di farcela anche questa volta. Lui ha eseguito quello che doveva eseguire e, prima di andarsene, forse per non alimentare le mie illusioni, uscendo mi ha detto: “ Se non funziona, io non ne ho colpa”.

 Grazie a Dio, Confessione, Unzione ed Eucaristia hanno funzionato egregiamente.

Quella notte il parroco se n’è andato ma non l’ho più visto né sentito. Come se nulla fosse, solo a distanza di mesi s’è fatto vivo per la benedizione delle case ( preceduto da relativa busta parrocchiale pro opere di bene).

Sopportiamo tutto, ma non se ne può più. Spero che i fatti mi smentiscano e che l’eccezione capitatami confermi la regola che Gesù vuole guarire ancora. La mia amara delusione è nel vedere che si sfornano in continuazione piani pastorali nazionali, diocesani e parrocchiali, annuali, decennali, con fiumi di suggerimenti sulle cose da fare per cercare di portare Dio a questa società spiritualmente malata, ma sul tema dei malati, una volta invitati ad offrire le loro sofferenze, anche i vescovi scantonano.

 Una parte di responsabilità è da attribuirsi alle religiose ed ai religiosi ospedalieri che dovrebbero sensibilizzare il vescovo di cui sono la longa manus e la chiesa locale, se è vero che ne sono il segno escatologico e nella quale sono chiamati ad esercitare il carisma. Qui c’è un grande lavoro di recupero da mettere in atto. Infatti, ciò che dovrebbe occupare il posto centrale nelle chiese locali è accennato nei gruppi del Rinnovamento nello Spirito che, tuttavia, ci tengono a precisare che “ in essi non si parla mai di “preghiera di guarigione”, ma di “preghiera di intercessione per ottenere la guarigione, evitando così il pericolo che si crei una sorta di automatismo del tipo: ogni volta che si prega deve avvenire una guarigione. Anzi, l’elemento fondamentale della nostra spiritualità è l’accettazione della volontà di Dio e dell’esperienza della croce. L’esperienza del Rinnovamento non si basa sulla buona salute del corpo, quanto sulla disponibilità ad amare Dio nelle gioie e nei dolori. Quindi la preghiera per ottenere la guarigione è solo uno degli aspetti attraverso cui si manifesta l’attività dei nostri gruppi”. ( Martrinez – Avvenire 10 Dic.2000)

 Recentemente la Congregazione per la Dottrina della Fede, a firma del Cardinal Joseph Ratzinger, ha emanato l’ ”Istruzione circa le preghiere per ottenere da Dio la Guarigione”. Accolta più o meno favorevolmente, c’è da augurarsi che ora tutti facciano tesoro soprattutto delle preziose indicazioni dottrinali e non ci si fermi a enfatizzare solamente le repressive disposizioni disciplinari. I richiami possono essere utili e necessari quando insorgono fanatismi e abusi, ma sarebbe eccessivo non mangiare più carne per via di qualche “mucca pazza”.

 Anche qui ci viene in soccorso Agostino, il santo vescovo d’ Ippona. Pizzicato non so da chi e per che cosa, ha risposto a quelli che storcevano il naso: “ E’ meglio che non ci comprendano gli eruditi piuttosto che non ci capiscano i popoli”. Questa citazione girava proprio in applicazione della Riforma Liturgica voluta da Concilio Vaticano secondo, su cui alcuni avevano da ridire.

 Che non sia preferibile tollerare qualche eccesso piuttosto che venga impedito a Dio di manifestare il Suo potere e volere sanante su coloro che glielo chiedono? I richiedenti sono tanti, simili a pecore senza pastore. Forse talvolta si sbanda solo per mancanza di adeguate scuole-guida.

 Dico sinceramente che non ho mai digerito la “spiritualità del malato” semplicemente perché non ha senso. La spiritualità cristiana nella sua essenza non può che essere “una  e inalterabile, come afferma il L.Bouyer, ossia vita secondo lo Spirito: “…………………….”(1Ts 5,10) Inoltre un malato, per quanto menomato, è una persona che dispone di potenzialità positive e vitali che deve valorizzare e nessuno è chiamato ad aiutarlo ad impoverirsi e deformarsi fino a essere considerato solo nella parte monca, malata della sua persona.

 Esempio clamoroso dei nostri giorni è Giovanni Paolo secondo: le membra lo limitano ma la persona è viva e vitale. Ha scritto un’enciclica sul dolore umano ma chiede ogni giorno a Dio l’aiuto e per la sua salute fisica la Chiesa intera prega per lui. In lui “Spirito di Dio” e “spirito dell’uomo” (cf.Rom.8,16) sono co-protagonisti: la situazione di debolezza (asthéneia) in cui la malattia lo getta è lo spazio che attira l’aiuto dello Spirito Santo (Rom.8,26): “ Lo Spirito viene in aiuto alla nostra debolezza”).

 Il saggio monaco di Bose sostiene che “il malato è chiamato ad assumere questa lotta contro il male proprio nella situazione di debolezza in cui lo pone la malattia. E’ una debolezza molteplice: non solo fisica, ma che investe il livello psichico, affettivo, relazionale. Il malato è una totalità che soffre. Nella malattia tutte le relazioni, con se stesso, con gli altri, con le cose e con Dio, subiscono un profondo mutamento. La malattia diviene così un osservatorio.

 Qui si vede chiaramente che la “diminuzione umana” è assunta come “debolezza in Cristo” (“ Cor 13,4: Cristo fu crocifisso per la sua debolezza, ma vive per la potenza di Dio. E anche noi che siamo deboli in lui, saremo vivi con lui per la potenza di Dio”.

 Molti cristiani, più o meno consciamente, sono insofferenti a certi discorsi, perché eredi di una tradizione che ha talmente esasperato la visione cristiana della malattia e della sofferenza da risultare blasfema sia teologicamente che antropologicamente. Nel suo libro Souffrance, Dorotthee Sölle parla addirittura di “sadismo teologico. Ne è efficace illustrazione il seguente testo tardomedievale:

 “ Se l’uomo sapesse come la malattia gli sarebbe più utile, non vorrebbe mai vivere senza malattia. Perché? Perché l’infermità del corpo è la salute dell’anima…Come? Grazie alla malattia del corpo, la sensualità viene estinta, la vanità distrutta, la curiosità cacciata, il mondo e la vanagloria ridotti a niente, l’orgoglio svuotato, l’invidia allontanata, la lussuria bandita…Facendo odiare il mondo, essa dispone all’amore di Dio”. (ms. Rawlinson 894 conservato a Oxford).

 Probabilmente se a un malato si desse una martellata in testa gli farebbe meno male. A questa pesante eredità che riflette l’immagine di un Dio contro l’uomo, il nostro tempo è chiamato a reagire con tutte le forze.

 Personalmente, se ne fossi investito, prima di incitare una persona a portare la sua croce opterei per una verifica del suo rapporto con Dio. Se se lo sente nemico, bisogna aiutarla a eliminare l’ostacolo delle aberrazioni deplorevoli di cui è rivestito. Quando sarà riemerso il volto originale del Salvatore Gesù fotografato dai vangeli,( “Chi vede me vede il Padre”) non sarà difficile credere che Colui che passava “facendo del bene a tutti, sanando ogni tipo di infermità” è ancora in circolazione.

 Col malato bisogna essere franchi e sinceri: 

  1. Dio non è responsabile o complice delle nostre sventure;
  2. Dio non è indifferente, lontano e sordo al nostro dolore;
  3. Dio non è muto ma dal Suo silenzio parla e guarisce;
  4. Dio è impotente con chi non si aspetta niente da Lui.

 Poi bisogna aggiungere con altrettanta onestà che nella vita c’è croce e croce. Per esempio, quando le croci provengono da apatiacecità spiritualeegoismoorgogliodivisioni interiori ed esterne, da rancorischiavitù ad ogni forma di menzogna materiale o spirituale…non ci possono essere equivoci: queste non sono croci da portare ma da scaricare il più presto possibile. Infatti, tali stati d’animo possono ingenerare paralisi spirituale e conseguenti malattie psicosomatiche.

 Purtroppo, le malattie fisiche ci mettono subito paura mentre ciò che attiene allo spirito viene sottovalutato e trattato con indifferenza. Non è saggio però minimizzare. Meglio sarebbe prendere coscienza della pericolosità di una cancrena spirituale od emozionale. All’inizio è un nulla. Poi, per scongiurare il pericolo di vita bisogna intervenire con il bisturi. Ma amputare non è semplice. Spesso il chirurgo è Dio stesso che provvidenzialmente interviene a spostarci dal binario morto.

 L’uomo che non è in armonia con se stesso e con gli altri è un malato, anche se gli esami del sangue sono negativi. La cancrena spirituale ha effetti deleteri anche sul fisico di persone che non bevono, non fumano, sono moderate nel cibo e si dedicano allo sport.

 Per la salute della mente, per guarire le ferite dei ricordi, per affrontare il disordine interiore e di relazione, necessitano adeguate terapie che non sono farmacologiche ma non per questo meno efficaci. Ne parleremo in seguito.

 Non è infrequente che una guarigione fisica sia la conseguenza della guarigione di una o più malattie spirituali. Qui c’è la risposta al miracolo che non scatta immediatamente dopo una preghiera di guarigione. La preghiera sollecita l’intervento dello Spirito Santo, consigliere, consolatore, medico, farmaco. Egli, che sa di che cosa abbiamo bisogno prima ancora che glielo domandiamo, procede con una “infiltrazione” mirata, destinata ad operare efficacemente sulla radice della pianta più che sull’organo malato. Nel periodo di quarantena, la cui durata è affidata all’Agricoltore, si determinerà la germinazione attraverso il mirabile scambio tra l’uomo che porta in dote “debolezza” e lo Spirito che la “assume” come “debolezza in Cristo “, trasformandola in “forza e potenza nella debolezza”. 

 Dio ci vuole sani non solo in apparenza. Medici e medicine hanno il loro giusto posto nel paterno piano di salvezza di Dio. Ma la medicina, per essere uno strumento di grazia, non va considerata un idolo. I maghi dovrebbero proprio starsene fuori dalla vita di un malato e non illudere chi è in difficoltà con presunti poteri di collegamento con la buon’anima di Padre Pio.

 Gesù, il Cristo, cioè il Salvatore, è il vero medico dell’uomo. Nella Sua vita pubblica ha esercitato un vero ministero di guarigione. Il mandato di fare altrettanto lo ha trasmesso agli apostoli, ai discepoli, alla chiesa nascente. Egli ha guarito ma ha anche insegnato ed esercitato i suoi primi discepoli a prodigarsi per i malati di ogni genere, illuminandoli anche sul perché di alcuni insuccessi. Pure oggi coloro che esercitano il ministero di guarigione, agiscono nel nome di Gesù. Il suo Santo Spirito è il solo protagonista di ogni guarigione vera, stabile e profonda.

 A scanso di equivoci, è bene dire chiaramente che coloro che cercano solo il benessere fisico percorrono la strada delle illusioni. Va corretto anche l’opposto e diffuso luogo comune che ritiene essenziale e primaria solo la salute spirituale. Per costoro chi non possiede la salute fisica ha una grande opportunità per farsi santo. E giù, quindi, a citare asceti e mistici bramosi di “patire e non morire” per amore del Signore.

 Io credo che costoro sono dei cristiani pericolosi perché, al di là delle buone intenzioni, usando le frasi fatte, seminano sensi di colpa in chi, spiritualmente. si ritrova ancora con i denti da latte e non è pronto a entrare nell’ottica della sofferenza meritoria. L’uomo di fede crede al Vangelo, al potere e volere sante di Cristo anche oggi. Evita quindi di caricare pesi sulle spalle degli altri, preferendo assumerli sulle sue; timidamente chiede luce allo Spirito il quale sa di che cosa abbiamo bisogno prima ancora che formuliamo domande.

 Davanti ai malati guai ad assumere un atteggiamento diverso da quello insegnato da Gesù. Meglio ripassare quotidianamente la lezione evangelica che parlare a sproposito al mare sterminato di persone sofferenti. Dio è giustizia ma nessuno di noi è stato nominato giustiziere. L’unica carica cui deve aspirare un cristiano è “farsi Samaritano”, ossia “prossimo”.

 Gesù è un medico che non ha studiato nelle nostre università. Egli non si è mai occupato di malattie ma ha sempre cercato malati che ha guarito nel corpo, nella mente, nello spirito.

 Lo Spirito Santo è la grande Medicina che nessuno riesce a produrre in laboratorio e a vendere in farmacia. Il nome commerciale è facile: AMORE MISERICORDIOSO DI DIO. Prima dell’uso, come per ogni farmaco che si rispetti, bisogna leggere attentamente le istruzioni contenute nel Vangelo. A coloro che lo chiedono – ricchi o poveri – il miracoloso farmaco viene dato gratuitamente, senza ticket, da Colui che ci ha creati a sua immagine e somiglianza e soffre nel vederci come pecore smarrite, senza pastore.

 Un giorno ha detto di riconosce sue pecore, ad una ad una, dalla voce. Gli basterebbe un tuo lamento per precipitarsi a soccorrerti.

giobbe - Ma io so che il mio salvatore vive