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Era necessario che l’eroico diventasse quotidiano…

venerdì, 02 novembre 2007

Dal Meeting di Rimini

San                Riccardo Pampuri – “Era necessario che l’eroico diventasse                quotidiano e il quotidiano diventasse eroico
Presentazione della mostra             Mercoledì 27, ore 11.30            

Relatori:

  • Marco Fabello,  Consigliere Generale Fatebenefratelli
  • Ferdinando Michelini, Architetto,  il miracolato
  • Adriano Rusconi, Medico Ospedaliero San Giovanni di Dio
  • Angelo Beretta, Parroco di Trivolzio

Rusconi: Mi è stato detto che più che parlare di                  Pampuri, devo cercare di imitarlo. Pertanto da come ne parlo spero                  che sia evidente quello che ha colpito me nella mia vocazione.                  Infatti io come lui sono cristiano, medico, dedicato a Cristo.

             Pampuri nasce il 2 agosto 1897 (siamo infatti nelle celebrazioni                  del centenario della nascita), decimo di undici figli. Nel 1900                  la madre muore di tubercolosi, e prima di morire affida Erminio                  (che era il bambino più piccolo, l’altro era morto)                  ai suoi due fratelli, Carlo, che faceva il medico condotto a Trivolzio,                  e Maria, che teneva la casa e insieme al fratello conduceva anche                  la fattoria. Il padre e gli altri fratelli vanno a Milano; lui                  viene allevato da questi zii, che chiamerà mamma e papà.                  Gli zii sono molto importanti per la crescita di Pampuri perché,                  essendo due cristiani convinti e maturi, gli danno una educazione                  cristiana matura, gli insegnano che l’unica maniera per                  trattare bene cose e persone, l’unico modo per riconoscere                  con verità le varie circostanze, è quello di trattarle                  e guardarle come le guarda Cristo che è presente.

             Questo giudizio Pampuri l’ha chiaro fin da piccolo. Quando                  fa la prima comunione chiede poi al parroco di poter andare avanti                  ad insegnare il catechismo che ha imparato a quelli più                  piccoli, perché le cose che ha sentito di Cristo sono troppo                  belle e importanti per la vita.

             Fa le prime tre elementari a Trivolzio, la quarta e la quinta                  a Casorate, e quando si tratta di andare al ginnasio, gli zii                  lo mandano dai fratelli a Milano (il padre era già morto),                  e lo iscrivono al Manzoni, un ginnasio vicino all’Università                  Cattolica. L’ambiente era ben diverso da quello degli zii;                  anche a scuola le cose non vanno bene, gli danno due esami a settembre.                  Allora gli zii lo iscrivono al collegio sant’Agostino di                  Pavia, e frequenta il liceo Ugo Foscolo.

             Questo soggiorno dai fratelli è importante perché                  gli permette di conoscere bene la sorella Maria, che l’anno                  dopo, sotto il nome di Longina, parte come suora missionaria al                  Cairo. Con questa sorella mantiene un rapporto epistolare speciale.                  Di Pampuri ci rimangono circa 160 lettere, ma le più importanti                  (66) sono quelle che scrive alla sorella (che le ha conservate                  quasi tutte) perché con lei si confida e si confronta;                  quindi è possibile cogliere da queste lettere il cammino                  spirituale di Pampuri. A questa sorella (all’età                  di quindici anni), scrive una lettera (che non ci è rimasta),                  esprimendo il suo desiderio di dedicarsi a Dio, e la sorella lo                  sconsiglia, conoscendo la sua salute.

             Al collegio sant’Agostino si rivela un ragazzo studioso,                  intelligente, disponibile e devoto. Si confessa tutte le sere.                  Si appassiona ai libri di Salgari ed è un suo compagno                  che deve dirgli di leggere un po’ meno per non sottrarre                  troppo tempo allo studio.

             Termina il liceo e si iscrive all’università a Pavia,                  a medicina. L’ambiente universitario, soprattutto a medicina,                  è fortemente massone. Si iscrive al circolo della FUCI                  Severino Boezio, e l’assistente spirituale di allora, che                  poi diventerà vescovo di Pavia, dice che ne ha portati                  molti di più lui con il suo esempio, che neanche lui vescovo                  con le sue prediche.

             Nell’università pavese c’è un ambiente                  goliardico abbastanza pesante. Pampuri ogni tanto non condivide                  le intraprese dei suoi amici. Allora si ritira. Il giorno dopo                  si ripresenta, dice che cosa secondo lui non è stato giusto                  quello che hanno fatto, e poi si rimette insieme, cosicché                  i suoi compagni si sentono da una parte richiamati, dall’altra                  parte non si sentono tagliati fuori.

             Siamo nel 1915, ci sono tumulti fra gli studenti favorevoli all’entrata                  in guerra dell’Italia e quelli contrari, si sparano e vengono                  uccisi due studenti. L’unico che può andare a vedere                  se sono vivi o se sono morti, senza che nessuno spari, è                  lui. E questo segnala la stima che ne avevano e come era conosciuto.

             Intanto la guerra prosegue, e anche Pampuri è chiamato                  alle armi e destinato a Caporetto, in un ospedale da campo, come                  infermiere. Mentre accudisce i feriti parla sia con loro che con                  i superiori, come con i commilitoni, come faceva al liceo e in                  università. Parla a tutti di Cristo. E tutti capiscono                  che quando lui parla di Cristo, parla dell’esperienza di                  Cristo che lui sta facendo, e quindi parla di se stesso.             Caporetto è il luogo dove nel 1917 viene sfondato il fronte                  italiano, costringendo alla ritirata. Sotto questa pioggia di                  acqua e bombe Pampuri vede un carro, attacca la mucca e vi carica                  tutto il materiale sanitario dell’ospedale da campo che                  era stato precipitosamente abbandonato, e compiendo una marcia                  di ventiquattro ore riporta al nuovo fronte italiano tutto il                  materiale. Per questo gli danno la medaglia di bronzo al valore                  militare, ma prende anche una pleurite che lo condizionerà                  per tutto il resto della vita.

             Finita la guerra, continua gli studi e nel 1921 si laurea in medicina                  con 110 e lode. Concorre per una condotta e dopo una breve sostituzione                  a Vernate vince la condotta di Morimondo, paese che sorge intorno                  ad una abbazia, fondata nel 1200 da san Bernardo. La casa del                  medico condotto è nella foresteria del convento, ma già                  da quarant’anni non ci sono più i monaci. Insieme                  a lui va ad abitare la sorella Rita che gli fa da domestica.

             Gli abitanti di Morimondo vedono arrivare questo medico, il quale                  non solo va a Messa tutte le domeniche, ma va a Messa anche tutti                  i giorni, e poi fa ogni giorno mezz’ora di adorazione, a                  mezzogiorno.

             Poi si occupa del catechismo, degli uomini di Azione Cattolica,                  preoccupandosi che vadano a fare gli esercizi a Triuggio, dei                  giovani della GIAC, del movimento missionario; metterà                  in piedi anche la banda parrocchiale di Morimondo.

             Ma la cosa impressionante è come visitava. Trattava l’ammalato                  come se fosse Cristo, e l’ammalato si sentiva trattato con                  una attenzione, una considerazione, una stima, una comprensione                  incredibili. E lui faceva il suo mestiere. In questa sua azione                  cerca una compagnia perché, dice alla sorella, “io                  invece sono pigro e rischio di ridurre Cristo alla mia misura,                  a quello che riesco a fare. Beata te sorella che hai una compagnia                  che ti riaddita sempre Cristo così come è”.                  Cerca questa compagnia dai Gesuiti, che lo fanno visitare dai                  medici di Milano, la cui diagnosi è “questo è                  un cadavere ambulante”, quindi per ragioni di salute non                  lo accettano. Lo stesso fanno anche i Francescani.

             Scrive allora alla sorella dicendo che il Signore vuole che lo                  serva nelle cose che gli mette davanti, e i primi sono i suoi                  malati. “Prega perché io li tratti come Cristo: lui                  solo servire, lui solo aiutare”. I suoi colleghi gli dicono:                  non devi correre a tutte le chiamate, non devi esagerare nell’assistenza,                  tanto tutti devono morire. Come se fosse uno scrupoloso; in realtà                  lui li trattava come se fossero Cristo.

             Capisce di non essere fatto per il matrimonio; dice di essersi                  dedicato a Dio, personalmente. Comincia ad ammalarsi: prima si                  ammala per due mesi, poi ritorna a lavorare, si riammala ancora                  per quattro mesi e capisce che non può più farcela.                  Nella condotta in Morimondo c’erano 1200 abitanti, ma sparsi                  per molti casolari, quindi il lavoro del medico era molto pesante.                  Allora medita di ritirarsi presso gli zii; tuttavia, occupandosi                  del movimento missionario, aveva conosciuto il responsabile del                  movimento di Milano, don Riccardo Beretta, che era diventato il                  suo padre spirituale. Don Riccardo Beretta era compagno di corso                  del maestro dei novizi dei Fatebenefratelli, padre Zaccaria Castelletti.                  Quando padre Zaccaria lo conosce, dice: “costui è                  già santo, stesse anche un giorno solo nel nostro ordine                  può fare solo del bene; io lo prendo”.

             Così, inaspettatamente, viene preso dai Fatebenefratelli,                  un ordine laico, fondato da san Giovanni di Dio nel 1495. Tranne                  alcuni che sono destinati all’ufficio religioso, alla pastorale                  sanitaria degli ospedali e che sono preti, tutti gli altri sono                  laici e sono infermieri: infatti l’anno di noviziato comprende                  anche il corso di infermiere.

             Pampuri, che quando inizia il noviziato ha trent’anni anni,                  chiede assolutamente di fare tutto quello che fanno gli altri;                  i novizi sono persone di diciotto-vent’anni e Pampuri, che                  era un tipo che ci sapeva molto fare con i giovani, anche nel                  noviziato sta attento ai ragazzi, a fare in modo che non si deprimano,                  che non siano troppo affaticati, che continuamente recuperino                  il motivo per cui sono lì.

             Finito l’anno di noviziato, gli viene chiesto per obbedienza                  di fare il dentista; adesso il dentista è un cosa nobile,                  ma allora fare il dentista era solo fare il cavadenti. Comunque                  accetta questo e si mette a fare il cavadenti, e succede esattamente                  la stessa cosa di Morimondo: la gente si sente trattata con una                  stima, con un’attenzione, con una considerazione incredibili.

             Si riammala, va a Gorizia dai Fatebenefratelli per riprendersi;                  torna a lavorare, poi si riammala, va a Torrino dagli zii, torna                  a lavorare, poi si riammala e capiscono che la questione va verso                  la fine; lui stesso seguiva cardiologicamente l’andamento                  della sua pleurite tubercolare. Allora gli zii chiedono il suo                  avvicinamento a casa e a metà dell’aprile del 1930                  viene trasferito al san Giuseppe a Milano; mentre è lì,                  sono gli ultimi quindici giorni, manda a chiamare tutti i suoi                  vecchi compagni di corso (la maggioranza dei quali non andava                  in Chiesa). Dice che sarebbe morto nel mese della Madonna: il                  1° maggio del 1930 muore; viene fatto il funerale a Torrino                  e da Trivolzio a Torrino – tre chilometri – la gente                  lo segue; mentre il corteo è arrivato a Trivolzio la bara                  non è ancora partita da Torrino. C’è un afflusso                  di gente incredibile; anche al cimitero di Trivolzio, dove viene                  sepolto, non c’è più neanche una zolla di                  terra, c’è solo il cemento perché la gente                  va lì a prendere le zolle di terra, le mette nei sacchetti                  e le tiene come reliquie.             I Fatebenefratelli vanno tutti gli anni a dire la Messa lì;                  il loro superiore nel 1949 dice che, siccome la fama sta crescendo                  e la popolazione continuamente lo chiede, si deve aprire la causa                  di beatificazione; nel 1981 viene dichiarato beato, nel 1989 santo.

             Questa è brevemente la storia di san Riccardo Pampuri;                  da qui volevo fare alcune considerazioni. Anzitutto, come ha fatto                  a trattare le persone, gli avvenimenti, le circostanze, dicendo                  che la consistenza è Cristo? Da chi lo ha imparato, chi                  glielo ha detto? L’ha imparato prima dagli zii e poi dal                  carisma dei Fatebenefratelli; Pampuri ha chiarissimo che il carisma                  è la modalità con cui il Signore si fa riconoscere                  oggi, e lui che non era un tipo ligio e moralista non vuole venire                  meno alla regola dei Fatebenefratelli proprio perché è                  la modalità con cui il Signore si fa riconoscere.

             La seconda questione riguarda proprio questo carisma. San Giovanni                  di Dio e san Camillo de Lellis sono i fondatori degli ordini ospedalieri.                  Tutti e due sono del ‘500; allora c’era la mentalità                  classicheggiante, il gusto del bello, dell’armonico: la                  malattia non era né bella né armonica, dunque non                  era considerata. San Camillo de Lellis si trova a Roma senza neanche                  la camicia, e per poter vivere va a fare l’unico lavoro                  che nessuno voleva fare, l’infermiere. Va a farlo nell’ospedale                  dello Spirito Santo, un ospedale fondato da Innocenzo III e che                  il Papa regnante di allora aveva risistemato e dove i cardinali                  andavano a fare la caritativa. San Camillo de Lellis come san                  Giovanni di Dio riportano le categorie cristiane sull’ammalato,                  ridanno il giudizio ontologico su chi è l’ammalato:                  è figlio di Dio.

             San Riccardo Pampuri fa parte di una schiera di santi di questo                  periodo (san Giuseppe Moscati, Pier Giorgio Frassati) che non                  fondano ordini, che non fanno opere, ma diventano santi perché                  trascorrono la vita dicendo che il significato di quello che accade                  è il Signore presente.             Questa è la caratteristica di Pampuri: riconosce non solo                  che nell’ammalato c’è dentro Cristo, ma negli                  avvenimenti, nelle circostanze. La consistenza delle cose non                  è riducibile solo a quello che si vede, ma è quello                  che le tiene su, che è Cristo.

             Fabello: Si sente dire da più parti che la nostra sia un’epoca                  senza religione e dominata dall’etica dello stordimento:                  la nuova cultura dell’arricchimento che domina il mondo                  tende a rendere la persona insensibile ai simboli e ai prodigi.                  Si dice anche che tutto è ormai secolarizzato e dissacrato                  e ben pochi sanno dove sia e quale sia la strada da percorrere                  per camminare nella verità. In questo panorama, che sembra                  essere quello accreditato dai più, è possibile raggiungere                  la santità? Non è azzardato rispondere che per chi                  vuole è possibile e i santi possono rappresentare le nostre                  vere guide che ci insegnano quali sono i valori veri da seguire:                  l’amore a Dio e al prossimo, la dedizione all’altro,                  la coerenza, la bontà… costi quello che costi. Ci vuole                  coraggio e costanza, è necessario andare controcorrente,                  occorre “rinnegare se stessi e prendere la propria croce”                  e camminare sicuri accanto allo Spirito, luce del mondo della                  nostra vita.

             Per questo può essere di aiuto ripercorrere la vita e l’esistenza                  di san Riccardo Pampuri, non tanto con la pretesa di voler insegnare                  come si raggiunge la santità quanto per comprendere che                  forse la strada è più a portata di mano di quanto                  non si pensi. In particolare, prenderò in considerazione                  soprattutto il periodo in cui Riccardo entrò nell’ordine                  ospedaliero Fatebenefratelli.             Personalità umile e quasi “invisibile” egli maturò                  il senso della sua esistenza nella semplice obbedienza alle circostanze                  offertegli dalla vita e da Dio, servendo il proprio popolo, e                  per qualche verso anche precorrendo i tempi.

             Dalle testimonianze emerse sembra che la sua vocazione fosse quella                  di diventare sacerdote, e lo conferma il fatto che chiedesse di                  entrare nei Gesuiti, ma in quel preciso momento l’autorità                  dello zio medico condotto – a cui era stato affidato a soli                  tre anni – e probabilmente anche la riconoscenza nei suoi                  confronti fu più determinante nella scelta della facoltà                  universitaria di medicina.             È altresì molto importante per una ricostruzione                  della sua vita e del suo cammino spirituale, lo scambio epistolare                  che intrattiene con la sorella suor Longina, missionaria in Egitto.

             Nel 1921 consegue la laurea in medicina non senza momenti di crisi,                  a giudicare da quello che scrive – appunto alla sorella                  suora – appena un anno prima “…in questo anno, che                  dovrebbe essere l’ultimo dei miei studi e il primo della                  mia vita professionale, prega molto, affinché io possa                  attingere tanta forza dalla nostra fede, così bella e così                  santa, da potere finalmente uscire da una vita di sterili desideri                  e di vane aspirazioni per cominciarne una nuova veramente feconda                  di opere che, rendendo a Dio la dovuta lode e ringraziamento abbia                  a farmi più lieto e felice nella pace serena della Sua                  santa amicizia”.

             Dopo la laurea diviene terziario francescano: l’appartenere                  ad un ordine ecclesiale sembra appagare il bisogno di impegnarsi                  in una vita intensamente religiosa. Per dirla con don Giussani,                  si presentò come “una proposta che dimostrò                  come la fede e la vita cristiana fossero capaci di rispondere                  alle problematiche teoriche ed esistenziali che proprio in età                  giovanile hanno la base del proprio rigoglio”.

             Verso la grande scelta

             Qualche mese fa durante la celebrazione per il centenario della                  sua nascita fra Pasquale Piles – priore generale di Fatebenefratelli                  – ha definito tutti questi momenti della sua vita “di                  grandissimo significato e vissuti con molto anticipo sul suo tempo”.             Lo vediamo prima sotto le armi durante la grande guerra e dopo                  come medico condotto, servitore leale dello Stato ma anche capace                  di prenderne le distanze, come quando rifiutò l’imposizione                  di iscriversi al partito fascista e di rifiutare la pensione di                  guerra attribuitagli per le gravi conseguenze di salute subite                  durante la ritirata di Caporetto “perché ho già                  lo stipendio da medico condotto”. Chi, oggi, farebbe una                  cosa simile?

             Ancora una volta però esprime – in una lettera alla                  sorella suora – il disagio interiore: “… devo raccogliermi                  una buona volta dalla mia troppa dissipazione, per attendere con                  più attenzione ed amore e tranquillità allo studio                  e alla cura dei miei ammalati, poiché essendo questi affidati                  in modo tutto speciale ed esclusivo a me, per dovere professionale,                  di questi dovrò rendere conto al Signore” ed anche                  “… prega affinché la superbia, l’egoismo e                  qualsiasi altra mala passione non abbiamo ad impedirmi di vedere                  sempre Gesù sofferente nei miei malati. Lui curare, Lui                  confortare”.             Di qui a poco tenterà di bussare alla porta dei Francescani                  poi a quella dei Gesuiti, subendo netti rifiuti; saranno i Fatebenefratelli                  ad accoglierlo.

             Il 6 giugno del 1927 Riccardo stilò la domanda di ammissione                  all’ordine e informando i parenti della decisione, chiedeva                  loro “le più sentite scuse per il grave dispiacere                  recato”. Scrive nella domanda a fra Zaccaria Castelletti:                  “seguendo il di Lei consiglio e confidando completamente                  nell’aiuto della Divina Provvidenza mi rivolgo a Lei umilissimamente                  onde essere ammesso a far parte dell’Ordine di San Giovanni                  di Dio” e qualche giorno più tardi scrive alla sorella                  suor Longina “… nonostante la salute un po’ cagionevole                  e gli esiti di pleurite il Padre provinciale dell’Ordine                  Ospedaliero dei Fatebenefratelli mi ha detto che ben volentieri                  mi avrebbe accolto (se ne avevo la vocazione). Da un po’                  di tempo come già sai, sentivo il bisogno di una regola                  per poter continuare in una via buona senza pericolo di troppo                  gravi cadute, ho accettato la fraterna offerta, ed il giorno 6                  ho presentato la domanda di ammissione… I doveri materiali,                  dovendo anche in questa nuova via svolgersi nel campo medico,                  stando anche alle spiegazioni e informazioni datemi, certo non                  riusciranno superiori alle mie forze e probabilmente, con una                  maggiore regolarità di vita esse potranno sempre meglio                  stabilirsi: in tutti i modi accetterò volentieri quanto                  il Signore vorrà mandarmi”.

             Sembra a questo punto sempre più chiaro il “piano                  divino”: i Fatebenefratelli lo accolgono per l’ospitalità                  (quarto voto che li differenzia dagli altri voti religiosi) “tanto                  ricevuta quanto poi offerta” e in più è un                  ordine religioso ospedaliero e quindi in grado di realizzare a                  pieno le sue potenzialità umane e spirituali. E oltre tutto                  in pochissimo tempo a disposizione: morirà infatti dopo                  tre anni.             Il suo essere religioso nei Fatebenefratelli è stata una                  testimonianza di grande semplicità tanto nell’esercitare                  la sua professione quanto nel fare le pulizie in corsia o nel                  rifare il letto ai malati: da frate trova la forma definitiva                  della sua vocazione battesimale alla santità.             Proporre San Riccardo come un “santo nato” è                  riduttivo; ha “voluto essere santo”. Nella sua mitezza                  si è impegnato per la santità in un contesto personale                  e storico estremamente difficile e non solo nel cercare un istituto                  religioso che lo accogliesse. Da tutto questo emerge la figura                  di una persona di una certa fortezza e determinazione.             Scrive don Giussani: “Le figura dei grandi santi sono spesso                  dominate dall’importanza che nella loro vita spirituale                  si è data alla forza di volontà. Ed è vero                  che esse ne sono un esempio impressionante. Ma tutto ciò                  è come la conseguenza ovvia di ben altro. L’equivoco                  potrebbe essere nel non capire che la volontà per il santo                  non è tanto volontà di riuscire, ma è un                  volere di Dio, il desiderio attivo di un Altro”.

             Con i Fatebenefratelli

             Scrive ancora don Giussani nell’introduzione al volume Il                  santo semplice – vita di san Riccardo Pampuri: “San                  Riccardo Pampuri dei Fatebenefratelli incarna l’ideale della                  santificazione della vita di ogni giorno e in lui ognuno può                  trovare un frammento del proprio cammino”.             Scriveva a suor Longina il 23 agosto 1927: “I miei soliti                  difetti della sventatezza, disordine, pigrizia purtroppo non sono                  rimasti a Morimondo, ma mi hanno seguito anche sotto il nuovo                  abito. Siccome però sarebbe troppo grave pericolo ed inconveniente                  che essi continuassero più a lungo rendendomi un cattivo                  religioso invece del mediocre secolare di prima io spero, con                  uno sforzo di buona volontà, sotto la protezione di Gesù                  crocifisso, di Maria e del nostro fondatore Giovanni di Dio di                  riuscire gradatamente a liberarmene fino a quel tanto che può                  essere compatibile con la vita di un buon religioso”.             E qualche mese più tardi da novizio scrive sempre alla                  sorella suor Longina: “… prega tanto mia buona sorella,                  perché il Signore dia sempre al nostro caro ordine dei                  religiosi sempre buoni, osservanti e santi; è tanto bello                  convivere con dei santi confratelli, e torna così facile,                  con essi, l’adempimento dei propri doveri”.

             Il 24 ottobre 1928 diventa finalmente fra Riccardo e scrive con                  molta gioia alla sorella: “… eccoci infine più fraternamente                  uniti nell’amore e nel servizio di Dio, nel comune vincolo                  dei sacri voti: possiamo così veramente gustare, anche                  a distanza di tante e tante centinaia di miglia ‘quanto                  sia dolce e soave l’abitare insieme in quel Cuore divino’                  nel Quale solo le anime nostre possono trovare, con la mirabile                  Comunione dei Santi, la loro perfetta pace e piena felicità…”.             Dopo la professione lo incaricano di tenere dei corsi di aggiornamento,                  dei corsi di infermiere, e quindi gli affidano la direzione del                  gabinetto dentistico dell’ospedale di Brescia, a cui ricorrono                  soprattutto i poveri.             Intanto la sua salute comincia a peggiorare (a suor Longina nel                  1929) anche se non trapela in modo chiaro dalle missive: “…                  alla vigilia di ritornare a Brescia ottimamente rimesso in salute                  ringrazio di nuovo di tutto cuore te e le tue ottime consorelle                  di avermi tanto aiutato a riacquistarla con tante fervide preghiere…”                  ed anche allo zio medico (Brescia 5 settembre 1929) “…                  io vado sempre migliorando e il processo infiammatorio è                  in completa via di regressione essendo discesa ormai a 37.4 la                  temperatura serotina…” e fino agli ultimi giorni della                  sua vita accennerà solo velatamente ai gravi problemi di                  salute.             L’epilogo è il coronamento delle sue aspirazioni.                  Dio è sempre più vicino: una grave caduta di pleurite                  che lo affliggeva da tempo, degenerata in tubercolosi, gli fa                  capire che la morte è prossima. Da medico esperto quale                  egli è, Pampuri si prepara all’appuntamento con serenità,                  anzi con gioia. Quanti lo hanno visto negli ultimi giorni trascorsi                  nell’ospedale milanese di san Giuseppe, hanno concordato                  nel sottolineare il suo stato d’animo: “Pareva uno                  alla vigilia delle nozze – ha dichiarato il nipote Alessandro                  durante i processi canonici – l’idea del Paradiso                  lo affascinava”.             Si spegneva il 1° maggio 1930: era il giorno di sabato dedicato                  alla vergine Maria, alle ore 22 circa; il Papa lo eleva agli onori                  dell’altare e il 1° ottobre 1989 lo iscrive nell’albo                  dei santi.

             San Riccardo Pampuri è il secondo santo dell’ordine                  dei Fatebenefratelli dopo il fondatore san Giovanni di Dio “il                  pazzo di Dio”. Non è facile trovare tra i due delle                  caratteristiche comuni – sebbene in qualche recente biografica                  si parla della loro “fatale malattia ai polmoni contratta                  dopo eroici gesti” oppure del comune istinto di carità                  o anche della dedizione per gli infermi – anche per i quasi                  cinquecento anni che li separa. E forse cercare dei parallelismi                  non è necessario: la sua breve permanenza nel nostro ordine,                  atto finale della sua vita, è appunto provvidenziale ed                  è un privilegio che ci ha concesso il Signore e nello stesso                  momento è stata, per la Chiesa e per i fedeli, la possibilità                  di essere conosciuto nel mondo.             Il carisma di San Giovanni di Dio si attualizza in san Riccardo                  Pampuri attraverso l’anticipazione di quella che oggi chiamiamo                  “nuova evangelizzazione per una nuova ospitalità”.             Non fece opere clamorose ma la straordinaria partecipazione di                  popolo ai suoi funerali dimostra quanto egli avesse lavorato tra                  la sua gente, con quale amore e con quanta dedizione, tanto che                  la Chiesa di Trivolzio, dove si trovano ora le sue spoglie, è                  meta sempre più frequentata da fedeli e pellegrini che                  chiedono le “grazie” per ritrovare la salute fisica                  e la pace spirituale.             Anche la preghiera, composta da monsignor Giovanni Volta, vescovo                  di Pavia, traccia il profilo di una figura nata e vissuta nella                  semplicità della fede e dell’amore: “San Riccardo,                  hai camminato un tempo per le strade della nostra terra, hai pregato                  nel silenzio delle nostre chiese, hai servito con amore ed intelligenza                  gli ammalati nelle nostre case, sei stato accogliente verso ogni                  persona che ti ha cercato. Oggi, come un tempo i tuoi malati,                  anch’io cerco e mi rivolgo a te perché tu mi aiuti                  a guarire nel corpo e nello spirito e mi ottenga dal Signore la                  tua stessa fede”.              Michelini: Ero malato gravemente; quando mi hanno messo sulla                  barella per portarmi in sala operatoria, la cosa che ho visto                  prima di perdere la conoscenza a causa della puntura, è                  stato, sopra la porta della sala operatoria, un quadro con il                  ritratto di san Riccardo Pampuri, e naturalmente l’ho pregato.                  Poi ho perduto la conoscenza per tante ore. Il mio intestino si                  era rotto e i medici hanno fatto svelto a chiudere l’operazione                  che avevano fatto, e mi hanno mandato a morire. A un certo punto,                  invece, mi sono svegliato e vicino a me c’era un frate che                  mi assisteva, e io ho creduto che fosse san Riccardo, anche perché                  gli assomigliava molto, e ho chiamato: “Padre Riccardo, la                  ringrazio perché adesso…”; ma subito non sono stato                  tranquillo perché non ero sicuro di ciò che dicevo.                  Intanto quel padre, che mi aveva dato anche l’estrema unzione,                  e che aspettava solo di assistermi nei miei ultimi momenti, si                  è spaventato perché parlavo forte. Un ammalato che                  è stato operato così non ha più voce, invece                  io gridavo; allora è andato a chiamare i dottori, i quali                  mi hanno voltato da tutte le parti, increduli; poi è cominciata                  la notizia che non poteva essere che un miracolo aver subito un’operazione                  simile e poi guarire immediatamente. Sono stato visitato da tanti                  medici ma nessuno può dire niente: ci sono le lastre, le                  radiografie durante la malattia, l’operazione e dopo l’operazione,                  e non c’è nessuna parola da dire se non “miracolo”.

             Beretta: San Riccardo non nasce santo, ma ha voluto diventare                  santo, si confessava tutti i giorni, e poi pregava. San Riccardo                  non è un santo fuori dal mondo; certo prega, ma prega per                  fare, è un santo concreto, vicino a noi. Rifiuta il matrimonio                  però sa che cosa è il matrimonio; dice a un suo                  collega medico: “Non è prendere una donna che ci faccia                  i mestieri o ci faccia da mangiare, non è nemmeno prendere                  una perché ha i capelli belli. Il matrimonio è un                  camminare insieme verso Dio”. Il suo impegno in parrocchia                  è concreto: cerca i reclams per il bollettino parrocchiale,                  organizza le pesche in parrocchia.

             San Riccardo si può definire con due sue frasi: ‘Pensare                  sempre e solo al Signore e lasciare che il Signore pensi a noi’.                  Questo è l’essenziale.             Trivolzio è un paese di 1020 abitanti: non c’è                  sulle carte geografiche: Dio ha scelto questo piccolo paese per                  essere un richiamo, per dire qualcosa ai cristiani che oggi lo                  vogliono ascoltare.             La devozione a San Riccardo c’è sempre stata: diventa                  beato, diventa santo, ci sono i miracoli, di Michelini a Milano,                  poi un miracolo avvenuto a Gorizia, ed uno di un ragazzo spagnolo                  per cui diventa santo; i Fatebenefratelli lo fanno conoscere in                  tutto il mondo, ma la devozione a san Riccardo rimane una devozione                  locale.

 

             Sono arrivato a Trivolzio nel 1988, l’anno prima che lui                  diventasse santo; a Trivolzio ci sono tre cose: il canto, l’oratorio                  e san Riccardo. Quando sono arrivato mi piaceva molto l’oratorio,                  ero stato vent’anni a far scuola coi ragazzi, e quindi mi                  sono dato a rinnovare l’oratorio. E l’oratorio è                  stato, nei primi anni in cui ero a Trivolzio, il centro della                  mia attenzione. Ma il secondo anno che ero a Trivolzio, San Riccardo                  diventa santo: con questo c’è stato un rilancio della                  devozione. Ma è ancora una devozione locale: la domenica                  eravamo solo noi a Trivolzio, solo il 1° Maggio c’era                  tantissima gente. Il 9 Dicembre del’88, ho messo un registro                  vicino all’altare di San Riccardo, in cui la gente avrebbe                  dovuto mettere le firme, invece la gente incomincia a scrivere,                  a chiedere: il primo registro dura tre anni, il secondo tre anni;                  dal ’95 ad adesso ce ne sono ventuno…

             La svolta è avvenuta il 1° Gennaio 1995.

             Comunione e Liberazione conosce San Riccardo a Coazzano, vicino                  a Trivolzio, dove c’è una casa di Comunione e Liberazione                  intitolata a San Riccardo Pampuri già da tempo. Ma io nel                  1995 pensavo già al centenario, cercavo di far qualcosa,                  pensavo di adattare l’oratorio per qualche manifestazione:                  improvvisamente a un certo punto il Signore, che è imprevedibile,                  arriva a un qualcosa, qualcosa che non è un disegno di                  CL, come qualcuno ha anche pensato, o un disegno di altri. Mi                  chiamano in Chiesa un sabato, era la fine di gennaio, c’era                  la Chiesa piena: tutti dicono che san Riccardo ha fatto un miracolo.                  Il dottor Rusconi mi ha chiesto le lettere di san Riccardo; mi                  mandano la fotocopia di “Trenta Giorni”, con la lettera                  della Cristina Bologna, che raccontava il miracolo fatto da San                  Riccardo il 1° Gennaio. Poi esce “Tracce” di febbraio,                  con la vita di san Riccardo e sempre la testimonianza della Cristina                  Bologna. A marzo “Tracce” scrive la vita del Moscati                  di Napoli con tantissimi altri miracoli, eppure la gente di Napoli                  arriva a Trivolzio.             Ciò che porta la gente a Trivolzio, più di “Tracce”                  e di qualsiasi altra cosa è l’invito di monsignor                  Giussani: “Andate da San Riccardo a dire un Gloria”.                  La gente arrivava, le prime volte magari titubante, con la paura                  che il parroco li mandasse via… poi vista la disponibilità                  e l’accoglienza – San Riccardo è stato accogliente                  – la gente è aumentata, tutte le domeniche c’era                  la Chiesa piena.             Un’altra svolta è stato il raduno di Gioventù                  Studentesca nel Giugno del ’95. Arrivano quelli di GS e                  mi dicono: “Possiamo fare qui il raduno? 1500 o 2000 persone”,                  ne parlo col sindaco e lui mi dice: “Ma lei è matto!                  Un paese di 1000 persone, 2000 persone dove le mettiamo?”.                  Dico: “Lei non si preoccupi”. Mandiamo i pullman in                  una cascina, dentro l’oratorio avviene tutto, la Messa nella                  casa… abbiamo fatto quasi 1600 comunioni.             Per me è stata una sorpresa bellissima il vedere i tantissimi                  giovani arrivare: adesso arrivano specialmente al sabato sera                  gli studenti di Milano, in Chiesa ci sono quasi duecento giovani.                  Nei registri chiedono soprattutto la vocazione, di trovare la                  propria vocazione: san Riccardo aveva chiaro che la sua vocazione                  non era il matrimonio, però ha tribolato a trovare la vocazione                  vera.             Non abbiamo chiamato la gente, la gente è arrivata. Quest’anno                  cerchiamo di fare qualcosa per il centenario, guardiamo al futuro,                  e certamente non vogliamo rinunciare alla semplicità, la                  stessa semplicità di san Riccardo.

46 Risposte a “Era necessario che l’eroico diventasse quotidiano…”

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