FATEBENEFRATELLI A MILANO DA 420 ANNI – Angelo Nocent

Ospedale San Giuseppe Fatebenefratelli Milano

 COME RESTARE A MILANO E DINTORNI A 420 (2007) ANNI DALLA PRIMA PIETRA ?

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Con una rivoluzione culturale

Le cose che direi se fossi invitato alla prossima assise FATEBENEFRATELLI

Fatebenefratelli - Prov. Lombardo-Veneta

Stemma della Provincia Lombardo-Veneta

Fatebenefratelli - Prov. Lombardo-Veneta

Ospedale San Giuseppe in Milano – La Vecchia facciata – Arch. Carlo Francesco Maciachini (1818 – 1899)

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Angelo Nocent

Potrei anche sbagliarmi, ma, al punto in cui siamo, visto che tornare indietro non si può e procedere è assai difficoltoso, se non addirittura rischioso, o si tenta una RI-FONDAZIONE della Provincia o rischiamo di restare impigliati nella rete delle “perdite e profitti”, ossia di quanto di più subdolo e diabolico ci potesse capitare.

Porto all’attenzione di questo gruppo riflessioni che possano aiutare a mettere a fuoco il tema che siamo chiamati a svolgere e che non può essere disgiunto da un contesto sociale preciso, in un tempo storico che non è quello di San Giovanni di Dio né di quei  nostri Confratelli che proprio nel 1588, ossia 420 anni fa, a Milano, il 26 Settembre,  in senso cronologico ma anche metaforico, posero la prima pietra.

DUE PAROLE SUL METODO CONSULTIVO

Credo che comporti dei rischi: primo fra tutti, la banalizzazione. Il tema è complesso e, per affrontarlo, necessitano delle conoscenze e competenze che non so quanti di noi possiedono. Sarebbe stato meglio partire con un canovaccio, una bozza di discussione per non perdersi nel labirinto delle infinite ipotesi, più o meno concretizzabili. Del resto, non si può  delegare a terzi soluzioni che nessuno è in grado di elaborare con vera competenza e scienza e che richiederebbe almeno un punto certo: la fotografia della realtà che ci circonda sia dal punto di vista di patologie ricorrenti sul territorio sia degli attuali approcci da parte delle Istituzioni.

Non credo di esagerare se sostengo che la commissione  così costituita deve dare risposte a quesiti  complessi, superiori alle capacità propositive dei nominati. Non possono improvvisarsi “tuttologhi”  su temi mai studiati o seriamente approfonditi.

Nel campo delle psicopatologie è in crisi e diviso l’intero sistema psichiatrico nazionale.

Noi possiamo farcela da soli?

La risposta è NO!

E’ impensabile credere che da questa commissione possa uscire una linea programmatica di spessore, e per giunta praticabile, che si fa operativa perché l’abbiamo detto noi. Vero è che il progetto dev’essere affrontato con professionisti competenti e che abbiano una Weltanschauung, ossia una  visione del mondo e della vita possibilmente né atea né meccanicistica ma cristiana, cattolica. Non per niente dieci anni or sono è perfino nata l’ AIPPC.

L’AIPPC è un’Associazione Cattolica senza scopo di lucro costituita da circa 400 Soci Ordinari e da oltre 1500 Soci Aderenti e Simpatizzanti.  Fondata  nel 1998 da alcuni diaconi  permanenti e da alcuni fedeli laici, tutti professionisti operanti nell’ambito della salute mentale, l’AIPPC favorisce il dibattito sulle premesse antropologiche che sottendono la prassi professionale, nonché la formazione degli operatori.

Ha ricevuto l’apprezzamento del Santo Padre in data 26/03/1999 e il riconoscimento e l’accoglienza all’unanimità da parte del Forum di Associazioni e Movimenti di ispirazione Cristiana operanti in campo socio-sanitario in data 29/01/2000 S.E. Card. C. Ruini ha nominato, in data 28/10/1999, quale Assistente Ecclesiastico Mons. F. Peracchi

http://www.aippc.net

Ci rendiamo tutti conto che nessuno possiede la chiave miracolistica per aprire la porta del futuro che fatichiamo perfino ad immaginare, giacché, fra l’altro è anche ipotecato da vincoli economici e da condizionamenti strutturali: crisi vocazionale, elevata età media dei religiosi (64 anni) , disorientamento generale, ruoli non definiti, soluzioni generiche demandate a terzi che regolarmente prendono le distanze ed evadono le domande o rispondono con luoghi comuni che non portano da nessuna parte.

Ormai, sul “parlare tanto per parlare” dovremmo essere vaccinati. Per usare una metafora, dovremmo dirci che è impossibile chiedere a qualcuno di organizzare un volo spaziale se non ha mai volato. Peggio ancora che si pretenda di dettare le regole e le direttive, quando poi sappiamo che saranno altri chiamati a volare, ossia i laici al posto dei religiosi. Non è polemica ma crudo realismo.  L’ “Armiamoci e partite…” non funziona perché poi, i conti non tornano e ci si meraviglia! E scatta anche il perverso meccanismo dello scaricare colpe e responsabilità su terzi, meglio ancora se già morti. Naturalmente per conti non intendevo solo i dati contabili.

Detto questo,

  • la prima cosa da fare è una mini indagine di mercato: cosa succede intorno a noi?  Se non ne siamo al corrente, allora bisogna istituire un “osservatorio permanente”, indicatore degli umori politici, sociali, territoriali ed ecclesiali.
  • La seconda è di saper cogliere gli orientamenti terapeutici emergenti e gli indirizzi politici della Sanità Regionale per non escluderci da soli dai loro circuiti d’interesse.

Ma nessuno ci proibisce di aprire dei poli di eccellenza di “libera professione”. Vorrà dire che piegheremo la politica a riconoscere percorsi efficaci, fino ad ora  riservati solo a chi può permetterselo.

Ospedale FBF San Giuseppe MIlano

Per non sembrare né polemico né astratto, avendo io dovuto consegnare l’Ospedale San Giuseppe ad altre mani, mi sento di dover chiaramente affermare che noi in questa città ci dobbiamo restare perché abbiamo assunto un impegno con la storia e con tanti benefattori. Ma dobbiamo servirla nel modo più consono oggi, ossia dando risposte alle domande che vengono dalla società e non viceversa. Sarebbe un errore che le nostre opzioni rispondessero a domande che nessuno ha formulato e che ci mettessimo di lena a realizzare quelle cose che interessano poco e niente in questo momento sia alla popolazione che alle Regioni ed alla Chiesa stessa di cui siamo rappresentati sul campo.

Ogni iniziativa richiede una disponibilità finanziaria. Se siamo qui è proprio perché questa non c’è. Vuol dire che dobbiamo fare i conti con l’esistente. Quindi la parola d’ordine è RI-CONVERTIRE.

Nella relazione del Dott. Massimo Bufacchi (Monguzzo 4-5- aprile 2008) sulle Unità Operative visitate, al punto 3) delle indicazioni complessive, ha invitato a privilegiare il settore della riabilitazione psichiatrica, attualmente  il “core bussines” fra le istituzioni del Lombardo-Veneto, anche in termini di investimenti. E lo dice perché – a suo parere – in altri settori di vera eccellenza non si può parlare.

Ma Fra Marco Fabello ha subito evidenziato i punti deboli di questa sollecitazione. Operare in campo psichiatrico sta diventando sempre più pericoloso dato che il territorio sta creando varie alternative all’ospedale psichiatrico e le ASL non vogliono inviare pazienti.

Ciò significa che non bisogna radicarsi sui vecchi modelli, destinati progressivamente  a scomparire. E’ utile invece battere vie nuove anche nel campo delle psicoterapie dove tanti professionisti hanno gia cominciato da tempo.

Su altri fronti ci si muove alla grande da tempo ormai. Propongo a tutti di partecipare al prossimo convegno di Firenze:

Discipline della salute mentale e Chiesa

La fecondità del dialogo culturale …e intrapsichico

Convegno

Firenze – 31 maggio 2008

Le informazioni si trovano sul sito AIPPC già menzionato.

Tutto questo può bastare? No: Don Luigi Verzé (San Raffaele di Milano) insegna: dopo aver costruito ospedali d’eccellenza, ha capito che mancava l’Università. Lo stesso ragionamento l‘ ha fatto l’Opus Dei. Noi non siamo in grado di imitarli e perciò dobbiamo aggrapparci o aggregarci.

Dove e con chi? Con l’esistente, senza stupidi orgogli ricorrenti: “Nell’ottocento siamo stati…san Giovanni di Dio a fatto…”. E con grande realismo.

Subito mi vene in mente l’Università Cattolica… Una cosa è certa: non si può stare nel mondo scientifico da disadattati. Gli altri ci sbranano. Magari fornendoci ottimi “consigli suicidi”.

Ma i titoli di studio che possediamo sono adeguati ai tempi?  Se pensiamo di cavarcela con la farsa degli aggiornamenti periodici, sappiamo di mentire a noi stessi. Qualcuno deve prendersi la briga di  andare all’Università e farsi il mazzo.

Ma chi ? Bella domanda !

Un anno dopo che sono nato  è comparsa la POA, ossia la Pontificia Opera Assistenza.  Nel ’70 Paolo VI la sciolse e sono nate le CARITAS. Noi non abbiamo recepito più di tanto il messaggio e non ci siamo adeguati alla direttiva generale ma siamo andati per la nostra strada. I risultati negativi li tocchiamo con mano:

  • crisi d’identità,
  • scollamento dal territorio e dalla Chiesa locale,
  • crisi vocazionale.

In questi giorni ho preso in considerazione lo schema organizzativo di due Caritas nazionali, Milano e Venezia. Entrambi sono collaudati ed efficienti.

Come antidoto agli organismi frammentati, per cui alla fine uno non sa cosa fa l’altro, mi sentirei di suggerire la creazione di un organismo unico che si potrebbe denominare “CARITAS PROVINCIALE”. A presiederlo è il Provinciale, alla stessa maniera che nella Chiesa locale è il Vescovo. Sulla composizione della Direzione e della Consulta si potrà discutere e valutare. Ma da subito dovrebbero essere messe  in circolazione le tre grandi vocazioni della Provincia:

  • PROMOZIONE UMANA – Poveri
  • PROMOZIOPNE CARITAS – Chiesa
  • EDUCAZIONE MONDIALITA’ – Mondo

Sul  “POVERI-CHIESA-MONDO” si vanno a definire la NATURA ed i COMPITI

Visto che la NATURA  è già scritta nelle Costituzioni,  negli Statuti Generali e nella Spiritualità dell’Ordine,  i COMPITI, ossia la progettualità, il metodo di lavoro che è anche scritto in Esodo 3, 7-8, dove si dice che Dio ascolta il grido del suo popolo, osserva la condizione di schiavitù in cui si trova  ed interviene per liberarlo,   schematizzando,  sono indicativamente questi:

  • Animazione
  • Coordinamento
  • Formazione
  • Sensibilizzazione
  • Solidarietà

I COLLEGAMENTI con i Centri FBF rappresentano i flussi informativi e operativi, la rete di circolazione delle idee, delle esperienze, dei risultati…

Fra Raimondo stringe la mano a Giovanni Paolo II

 

RECUPERO DALL’ARCHIVIO:

A FRA COSTANTINO DELLA MURA 

Per coronare l’opera, oggi da fra Marco un messaggino sul cellulare che dice:

L’estate irrompe col suo calore. I giornali raccontano di scandali, guerre e lutti; le persone sembrano vagare nel vuoto della coscienza. Anche l’Ospitalità sembra entrata in crisi. Non ci resta che riprendere il passo e riappropriarci di Dio che vive e ci si presenta nei malati e nei poveri”.

Che strano! In questi alterni passaggi è condensata tutta la crisi della medicina e della società civile e religiosa.

E qui mi viene spontanea una domanda che in questi giorni non mi dà tregua: si può procedere alla riforma o ri-fondazione di un antico Ordine ospedaliero senza porsi degli interrogativi non da ripiegati su se stessi ma con lo sguardo planetario?

Prima di domandarsi dove va l’Ordine o, peggio, di fornirne in anticipo la risposta, prima ancora di aver provocato la domanda, bisognerebbe forse provare a chiedersi dove va la medicina.

Carlo Maria MartiniDue giovanotti, uno di 82 anni, il Card. Carlo Maria Martini e l’altro di 89 anni Il Don Luigi Verzé del San Raffaele di Milano, 61 di Messa, se lo sono chiesti seduti “sulla stessa barca”, appoggiati all’Albero Maestro.

Il pioniere solitario, nell’esporre al Cardinale il metodo che intenderebbe mettere in atto per rigenerare l’uomo di questo terzo millennio. “un metodo mediato dalla taumaturgia che abbiamo nel sangue, il sangue del Figlio dell’uomo-Dio”, da uomo della Chiesa che ha scelto di realizzare il suo sacerdozio sull’ “andate, insegnate, guarite”, così scrive:

“Tutto parte dall’intenzione di offrire all’uomo sempre migliori sussidi, non solo per fargli sapere che cosa è biologicamente e clinicamente, ma anche chi è in quanto potenzialità di pensiero e di spirito.”

Ed aggiunge: “Il corpo dell’uomo è sintesi biologicamente miniaturizzata del cosmo. L’intelligenza e lo spirito sostanzialmente sono analoghi a quelli dell’ordine angelico. Premesso che la vita è di Dio dall’origine, e che Lui solo può determinarne l’inizio e la fine, eccoLe, Eminente Padre, il Progetto San Raffaele di Medicina nuova.

Il vegliardo, sempre creativo e propositivo spiega:

Si tratta, in sintesi, del superamento del concetto di ospedale come REMEDIUM, per farne un luogo di protezione ininterrotta del ben-essere somatico-psichico-intellettuale e spirituale, dall’embrione, o meglio dal DNA, all’età più matura.

Quest’uomo di Dio abituato a “dire e a fare ” ciò in cui crede, sintetizza il concetto in una frase ad effetto: PIU’ ANNI ALLA VITA, PIU’ VITA AGLI ANNI”.

E poi spiga il senso: “ Più anni alla vita, affinché l’uomo abbia il tempo di assestarsi socialmente e ambientalmente conoscendo il mondo che lo circonda quale divino paradiso terrestre. Più vita agli anni, affinché l’uomo, integro fisiologicamente e neurologicamente, sia aiutato a respirare nella sua sfera spirituale”.

Ma questi enunciati come possono essere posti in essere?

Don Verzé lo spiega così: “Per ottenere questi scopi, si deve ricorrere inanzitutto a una medicina “predittiva”, che parte dal sequenziamento del genoma, da informazioni sulle varianti dei nostri circa trentamila geni e delle proteine. Si conoscerà così, predittivamente il rischio di malattia e si avrà la possibilità di prevenirla o di curarla nel modo più mirato.

Ma lo sguardo di Don Luigi è lungimirante: “E’ poi evidente che l’intelletto trarrà beneficio da una maggior salute del corpo, rivelandosi sempre meglio come componente-cerniera tra massa corporea e sfera dell’anima”.

Poi una pausa per ascoltare la voce del Cardinale Martini:

Considero bello che si vogliano offrire all’uomo sempre migliori sussidi, proteggendone il ben-essere somatico-psichico-intellettuale, come Lei dice, sin dall’embrione, o piuttosto dal DNA. All’età più matura e concretamente fino alla morte. Mi piace anche la formula PIU’ ANNI ALLA VITA, PIU’ VITA AGLI ANNI.

Non so esprimere il mio giudizio sui mezzi per raggiungere a questi traguardi, ma sento che Lei si pone totalmente dalla parte, non solo dell’uomo, ma di Dio stesso, che vuole la piena felicità ed espansione di ciascuno di noi.

Mi rallegro anche del fatto che l’intelletto trarrà beneficio da una maggior salute dell’uomo. Quanto all’espressione “medicina predittiva”, vorrei che fosse chiaro che essa rispetta ogni momento dell’essere umano.

Ritengo, tuttavia, soprattutto importante dire che la vita fisica non è tutto, che essa in alcuni casi va anche sacrificata per un bene superiore: penso, per esempio, al martirio.

In tutto questo mi pare che il Vangelo esprima i desideri profondi dell’uomo e gli mostri concretamente come realizzarli, non solo attraverso i progressi, ma anche attraverso le inevitabili rotture”.

A questo punto mi verrebbe d’istinto citare il Dott. RyKe Geed Hamer, osannato dai malati, osteggiato dall’Ordine dei Medici, che colleziona lauree ad honorem in medicina in certi Paesi, e processi in altri, otre a riempire periodicamente le cronache dei quotidiani di mezza Europa con le sue vicende. Infatti, oncologo e ricercatore, basta il suo nome perché nel mondo della Sanità si assista ad una levata di scudi. E, se è vero quanto scrivono, “le sue casistiche di guarigione delle malattie degenerative sono impressionanti, tali da far vacillare l’edificio della medicina ufficiale…” (In LA MEDICINA SOTTOSOPRA – E se Hamer avesse ragione?” (Ed. AMRITA).

Per il momento, meglio seguire il Don Verzé che ha le antenne migliori delle mie per captare gli umori della medicina sul Pianeta:

Devo parlare adesso della terza componente che fa dell’uomo un uomo, lo spirito.

L’uomo senz’anima non sarebbe uomo, come non lo sarebbe senza il corpo e senza l’intelletto. Tutte e tre le componenti vanno quindi coltivate all’unisono, anche lo spirito, nello stesso che cura e sviluppa il corpo e l’intelletto.

E’ lo spirito che dà il senso al nostro io, ai nostri ideali, alle fatiche, all’amare, al bisogno di vivere; anzi di continuare a vivere anche dopo il vivere, della vita attuale, di vivere quindi di Dio, con Dio e in Dio.

Perché oggi si impara poco a pensare e non si dà spazio alla conoscenza di Dio e del suo Cristo?

Se ogni uomo conoscesse il Cristo come lo conosco io, uomo qualsiasi, lo amerebbe certamente come io lo amo e magari più di me.

Lo stesso spegnimento della vita non sarebbe strappo, ma consapevole accesso alla patria beata.

Per questo nel progetto di Medicina nuova, devono essere previsti ambienti per conversazioni filosofiche, teologiche e ascetiche. Il Progetto vuole essere un invito all’auto-riscoperta di se stessi, partendo dsalla radice del proprio essere, autentica immagine di Dio. Vuole essere una palestra, per tutte e tre le componenti dell’uomo, che integra:

  • analisi genomico molecolare;
  • medicina predittiva;
  • impostazione di costumi alimentari;
  • promozione dello sviluppo organico fisiologico e cerebrale;
  • cure dinamiche, sport medicalmente gestito, o scienze motorie;
  • e inoltre follow-up, cioè vigilanza e controllo con sistemi telematici dialoganti tra medici competenti e ogni persona cjhe si affida a talke nuova struttura, dovunque si trovi.

 

Come risultato globale, in ospedale si andrà molto meno, si attenueranno i disturbi psicopatici, e si andrà di più in chiesa in forza della riscoperta dell’anima unita dall’intelletto al corpo.

Ecco, ora attendo un suo commento a questo progetto che considero rivoluzionario ed effettuabile, se crediamo che il LOGOS di Dio sia con noi”.

Cardinale Martini

martini_cardinale_visor439_thumb400x275  “Forse Lei si aspetta di più da una mia risposta, ma io non posso entrare in questa descrizione analitica della medicina: mi accomuno alla maggior parte degli uomini, che utilizzano la medicina, ma non la conoscono. Ho colto però una parola sulla quale desidero soffermarmi brevemente: spirito. Essa mi porta a pensare allo Spirito Santo, e questo posso dirlo: sono convinto che lo Spirito Santo spinga a questa ricerca scientifica e quindi sono grato a coloro che la compiono.

C’è anche un’altra affermazione, nella Sua domanda, che voglio sottolineare: l’uomo senza l’anima non sarebbe uomo. Mi sembra che colga gli aspetti fondamentali della questione.

Per quanto riguarda il resto, lo ripeto, posso solo ammirare e cercare di comprendere. Questo non mi autorizza a dare un mio giudizio preciso, anche se le speranze dell’umanità sono riposte nella ricerca e nelle risposte che essa sa conseguire. Ma vorrei anche aggiungere che, per quanto si faccia per la salute dell’uomo, c’è sempre un vincolo invalicabile che è la morte”.

Carlo Maria Martini

Il dialogo tra i due continua ma, per il momento, mi fermo qui, con un invito a te, Fra Costantino ed anche a Fra Marco, come a tanti altri: non isolatevi, non andatevene delusi per i fatti vostri ma uscite dalle cerchie ristrette del numero chiuso e prendete in seria considerazione le provocazione, esaminatele, confutatele…E’ il solo modo per crescere.

Shalôm!

Angelo Nocent

Fatebenefratelli - Prov. Lombardo-Veneta

1-porta-nuova-mlanoI Fatebenefratelli sono a Milano dai primi di ottobre del 1587. A chiamarli fu l’arcivescovo Gaspare Visconti, riprendendo un antico progetto del suo predecessore, il cardinale Carlo Borromeo (1538-1584).
I primi contatti per l’acquisto di una sede idonea avvennero tra l’arcivescovo e il primo priore generale, Fra Pietro Soriano. La scelta cadde su un convalescenzario nella periferia più salubre della città, a Porta Nuova.

Il loro operare era già conosciuto a Milano e in molte altre città italiane. Dalla Spagna infatti, dove il loro santo padre Fondatore Giovanni di Dio aveva aperto i primi ospedali, erano giunti a Roma nel 1570 per seguire le pratiche di riconoscimento della nascente Congregazione.

Il 22 settembre 1588, l’arcivescovo Visconti pose la prima pietra del nuovo complesso ospedaliere in Porta Nuova a Milano. L’edificio venne poi arredato con le suppellettili donate da San Carlo ad un convalescenzario di San Rocco col desiderio di affidarle ai “Frati ospedalieri”. In seguito fu eretta la chiesa intitolata a Santa Maria Aracoeli dalla quale prenderà il nome anche l’ospedale.

Nel bienne 1589-90 accolsero ben otto Confratelli; due di questi, Michele De’ Vecchi e Gabriele Longo, diventeranno priori generali.

Nel 1605, a diciassette anni dell’ingresso in città, misero già a disposizione della popolazione un convalescenziario con 30 posti letto.

La nascita della Provincia Lombardo-Veneta di Sant’Ambrogio risale al 1608, quando nel Capitolo Generale fu nominato il primo Provinciale Fra Pietro Zucchinelli, Confratello milanese. Fino a quel momento gli ospedali di Milano, Acqui (1595), Cesena (1596), Torino (1597), Cremona (1603) e Bologna (1607), che erano stati nel frattempo fondati, costituivano un Commissariato Generale.

Nel 1630, anno della grande carestia e della terribile peste, i Fatebenefratelli furono impegnati soprattutto ad assistere i dimessi dal Lazzaretto. Il tributo di sangue pagato da questi Confratelli per soccorrere gli appestati non rallentò le vocazioni che, anzi aumentarono sensibilmente. Qualche anno più tardi la Provincia si arricchì di altri due conventi ospedali: Gorizia (1656) e Filetto (1665).

Più di un Confratello della Lombardo-Veneta si distinse nei vari campi spirituale, pastorale, organizzativo e medico scientifico. Alcuni di questi furono addirittura chiamati a reggere il governo dell’Ordine nel corso del XVII secolo.Tra il 1715 ed il 1779 in Provincia si aprirono altri cinque ospedali: San Sorvolo a Venezia (1715), SS. Pietà, ospedale militare a Zara (1741), Sant’Antonio di Padova a Lodi (1749), San Nevolone a Faenza (1762) e un altro ospedale Militare a Corfù (1779).

Nel 1713, con l’avvento al potere di Giuseppe II d’Austria, la Lombardia e parte del Veneto passarono dal dominio spagnolo a quello austriaco, anche i Fatebenefratelli, come altri istituti religiosi, subirono un vero e proprio collasso.
Influenzato dalle teorie filosofiche illuministiche e razionalistiche Giuseppe II (1741-1790) voleva ricondurre la religione alla sua “purezza primitiva” distruggendone l’aspetto mistico e assegnando al clero una funzione socialmente utile.

Nel 1776 sospese l’ammissione di nuovi candidati nell’Ordine, proibì ogni Vincolo e rapporto con il superiore generale a Roma, nel 1781 soppresse,con un editto, i monasteri e i conventi dove non si praticava l’insegnamento e le attività ospedaliere e infine arrivò a chiudere anche gli ospedali escludendo i Fatebenefratelli dalla vita dell’Ordine per diversi decenni.

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Altro capitolo doloroso per l’Ordine ospedaliere in Italia fu quello relativo alle due occupazioni francesi: repubblicana (1796-1799) e imperiale (1804-1814). La Provincia, grazie al prestigio del Priore Provinciale, Fra Giovanni Caldara, risulterà tra le meno vessate dell’Ordine. In Lombardia dalla sopressione generale vennero esclusi i conventi ospedale: Santa Maria Aracoeli di Milano, Santa Maria Incoronata di Cremona, e Sant’Antonio di Padova di Lodi.

L’ottocento fu il secolo più ricco di personalità per i frati ospedalieri e la Provincia Lombardo-Veneta annoverò figure eminenti: medici, chirughi, chimici, farmacisti, botanici: Fra Innocenze Monguzzi (1771-1843), Fra Giovanni Portalupi (1775-1851), Fra Ottavio Ferrarlo (1787-1867), Fra Giovanni Maria Alfieri (1807-1888), Fra Benedetto Nappi (1808-1878) Fra Prosdocimo Salerio (1815-1877), Fra Celso Broglio (1820-1884), Fra Antonio Maria dell’Orto (1824-1898), Fra Benedetto Menni (1841-1914).

Il 17 marzo 1861 fu proclamato il Regno d’Italia con Torino capitale; nel Capitolo Generale del 1862 venne nominato Generale Fra Giovanni Maria Alfieri, già Priore del convento ospedale di San Servolo a Venezia.

Il suo governo durerà ventisei anni, dal 1862 al 1888, e segnerà nel profondo la storia dell’intero Ordine. A lui si deve, con l’aiuto determinante di Fra Benedetto Menni, la restaurazione dell’Ordine in Spagna e l’atto ufficiale di unificazione dell’Ordine nel 1888 tra le due antiche Congregazioni di Spagna e d’Italia.

A mano mano che il Regno Sardo-Piemontese si annetteva i territori, venivano emanate leggi sempre più restrittive per gli ordini religiosi, fino al sopraggiungere della legge del 7 luglio 1866 che sanciva la soppressione di tutti gli ordini compresi gli enti morali ecclesiastici e, senza distinzioni, l’incameramento dei relativi beni. Furono chiusi 27 ospedali e 145 religiosi professi allontanati, i Fatebenefratelli tentarono di continuare il loro
operato non più come ente od Ordine religioso, ma come associazione laica ospedaliera ma ben presto vennero allontanati dagli ospedali. Tra i beni persi in questi anni bisogna ricordare l’antico ospedale Aracoeli di Milano, che, successivamente riaperto senza la loro presenza, prenderà il nome “Fatebenefratelli” con cui oggi è ancora conosciuto.

Ospedale Fatebenefratelli - Porta Nuova

Tornata la quiete dopo le burrasche provocate dall’unificazione del Regno d’Italia, nel 1869 aprirono un ospedale a Brescia, nel 1870 una nuova Casa a Milano: il convento ospedale San Giuseppe. Nel 1875 anche la loro casamadre, che era annessa al Fatebenefratelli, venne trasferita presso l’Ospedale San Giuseppe in via San Vittore dove rimase fino al 1986. Attualmente la Curia Provinciale ha sede in Cernusco sul Naviglio (Mi).

Le due guerre mondiali li videro ancora impegnati nell’assistenza alle vittime civili dei bombardamenti e ai feriti negli ospedali militari.
L’ultimo conflitto coinvolse nei bombardamenti alcune loro case: Milano, Brescia: S. Orsola, Gorizia.

Bisogna ricordare l’impegno missionario sostenuto dalla Provincia: i Fatebenefratelli in Medioriente a Nazareth, dal 1959 gestiscono un Ospedale, prima affidato alla Provincia Austriaca; in Africa, nel 1955 avevano realizzato a Chisimaio (Somalia) un ospedale regionale che furono costretti ad abbandonare nel 1962; ad Afagnan (Togo), nel 1961 fondarono un Ospedale, e altrettanto a Tanguiéta (Benin) nel 1970.

Nel 1968, insieme ai Confratelli della Provincia Romana, compirono la scelta di classificare gli istituti, con tutti i relativi adeguamenti, amministrativi e strutturali, per poterli inserire nel piano sanitario nazionale.
La Provincia Lombardo-Veneta annovera due Confratelli che hanno raggiunto la gloria degli altari:
— Fra Benedetto Menni (1841-1914), che fece rifiorire l’Ordine in Spagna, Portogallo, Messico e fondò le Suore Ospedaliere del Sacro Cuore di Gesù, fu beatificato da Giovanni Paolo II il 23 giugno 1985;
— Fra Riccardo dott. Pampuri (1897-1930), morto a 33 anni, che per la straordinarietà della sua vita nello sforzo incessante di fare del bene al prossimo fu beatificato da Giovanni Paolo II il 4 ottobre 1981 e il 1° novembre 1989 dallo stesso Papa fu canonizzato.

CHIESE SCOMPARSE: SANTA MARIA IN ARACOELI DA VECCHIE FOTO E DA RICOSTRUZIONE TRIDIMENSIONALE

Santa Maria in Aracoeli o San Giovanni di Dio, onestamente non ho mai capito perché i due nomi (forse il secondo nome derivava dal vicino ospedale), era una chiesa barocca di Milano, lungo il naviglio di via Fatebenefratelli, all’angolo col corso di Porta Nuova. Quest’angolo milanese in cent’anni ha cambiato totalmente aspetto, non si è salvato nulla di quello che c’era nelle vecchie foto a noi arrivate. Sparito il Naviglio, la chiesa, i palazzi attorno e l’Ospedale, eppure secondo me doveva avere un fascino straordinario.

La storia dell’Istituto prese avvio nel lontano 1588 quando l’arcivescovo di Milano Gaspare Visconti fondò con le autorità civili l’Ospedale Fatebenefratelli. L’area individuata è adiacente al Collegio dei Nobili, potente istituzione legata a San Carlo Borromeo, arcivescovo di Milano dal 1560 al 1584, sulla quale prende avvio la costruzione di un ospedale/convento su progetto di Martino Bassi. Dal 1634 nell’ospedale sono accolti i malati in luogo dei convalescenti.

Col progetto di Giovanni Battista Pessina e di Aurelio Trezzi, del 1630, nell’ospedale ampliato trovano ricovero i malati acuti. Allo stesso momento risale la costruzione della nuova chiesa, dedicata a Santa Maria d’Aracoeli.

In età napoleonica il complesso ospedaliero è interessato da eventi sfavorevoli, ma la destinazione assistenziale e benefica contribuiscono a limitarne i danni; un ambizioso progetto di ammodernamento è avviato dall’architetto Pietro Gilardoni e realizzato tra il 1822 e il 1843. L’organo firmato da Natale Morelli, nella bella cappella dell’ospedale, entra in funzione nel 1853, tredici anni dopo l’inaugurazione del riformato istituto ospedaliero.

Nella seconda metà dell’Ottocento si susseguono le tappe di una lunga decadenza, contraddistinta dalla soppressione degli ordini religiosi e dal passaggio della direzione dell’istituto ai laici nel 1870, dall’allontanamento dei religiosi nel 1885, dall’unificazione col vicino ospedale Fatebenesorelle ( o Ciceri) e l’annessa Opera Pia Agnesi, sino alla demolizione del vecchio edificio e della chiesa, culminata nel 1937. La facciata, nonostante i maltrattamenti era sostanzialmente originale e integra; il fianco più dimesso era un aspetto riscontrabile in non poche chiese del ’600, eppure venne demolita senza remore.

Oltre all’Ospedale Fatebenefratelli e alla chiesa su quest’angolo perduto c’era anche il bel Palazzo Pourtales Cramer (distrutto dopo pochi anni) via Fatebenefratelli 7. Il palazzo ampiamente rimaneggiato attorno alla metà del XVIII secolo era strutturato su due piani intorno a due cortili e aveva una facciata in stile tardobarocco. Verso il corso di Porta Nuova presentava una loggia o belvedere. Aveva un ampio giardino con alberi d’alto fusto, statue e una fontana.

Testo in parte proveniente da Lombardiabeniculturali.it
E un grazie per la collaborazione ad Alessandro Fortuna 

  
 Io mi sono cimentato in una approssimativa ricostruzione in 3D per dare forma a qualcosa oramai sparito e giunto a noi solo tramite le foto.
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