Crea sito

FATEBENEFRATELLI: ancora su “laici ossia cristiani” – Angelo Nocent

Canobbio con il vescovo Monari a sinistraDa sin. Il vescovo Luciano Monari con il prof. Don Canobbio

Schematizzando al massimo la lezione del prof. Canobbio, (FATEBENEFRATELLI: LAICI OSSIA CRISTIANI – Angelo Nocent) si potrebbe concludere: 

  1. Il Vangelo resta sempre identico a se stesso,
  2. le circostanze richiedono una traduzione originale dello stesso, passando attraverso la “carne” dei cristiani che sono chiamati a inventare nuove forme di attuazione del Vangelo stesso, senza la pretesa che queste siano eterne.
  3. Tali forme non possono essere “inventate” a tavolino, in quanto è nella pratica che si mostra il valore del Vangelo per l’esistenza umana.
  4. In questo orizzonte si inscrive la questione dei laici cristiani.
  5. La Chiesa non è per sé, bensì per il mondo,
  6. Lo è affinché mondo realizzi il suo destino, che consiste nel compimento della realtà in Cristo.
  7. Resta inscindibile il rapporto tra
  8. memoria dell’origine (ministero ordinato),
  9. presenza della storia (laici),
  10. anticipo dell’eschaton (vita consacrata).
  11. Tuttavia, a seconda del modello cristologico che si assume si può far prevalere l’una o l’altra dimensione.
  12. Nessuna di esse può, però, mancare, pena l’incompiutezza della missione ecclesiale”. 

tonino_bello4A questo punto mi piace riportare un flash di don Tonino Bello Vescovo: 

Laicità non è

  • il livello zero,
  • la zona amorfa,
  • lo spazio neutro,
  • l’area della insignificanza ecclesiale
  • o, tutt’al più, il termine della missione,
  • l’oggetto dell’apostolato.

No.

  • Laicità è vocazione,
  • è dono,
  • è missione,
  • è impegno,
  • è responsabilità enorme.
  •  
  • Il laico non è un ’non prete’,
  • il braccio secolare,
  • non è la longa manus,
  • né l’appendice del clero.

 Quello della laicità è un concetto da studiare per bene, per tirarlo fuori dalle secche dell’atrofia missionaria!” ( + Mons. Antonio Bello ) 

Il monito del vescovo Bello cade a proposito. Quando si parlerà di “Laici Collaboratori” bisognerà evitare di immaginarli come vorremmo che fossero, perché è bene che siano semplicemente ciò che devono essere, non una nuova anomalia nel contesto. 

Paura, disagio? 

Indubbiamente sì, quando, da quale parte non importa,

  • si pongono resistenze all’azione liberante del Consolatore,
  • si indebolisce la fede,
  • la ricerca di realizzazioni umane, concrete, visibili, ad effetto placebo, ruba il posto al primato da accordare all’invisibile,
  • quando il nuovo che avanza, pur ”esperienza vissuta dello Spirito”, viene banalizzato, snobbato, deprezzato, screditato. 

Tali esistenze finiscono per concretizzarsi nella grande tentazione dell’autosufficienza intesa in senso verticale ( “lascia perdere lo spirito…veniamo al dunque…siamo concreti…con i piedi per terra…) ed in senso orizzontale (ma come si fa….ma non c’è sostanza, cultura, consistenza…sono approfittatori…vogliono impadronirsi…dettare legge…) 

FILE PHOTO OF CARDINAL CARLO MARIA MARTININell’esperienza ecclesiale meccanismi di sclerotizzazione o di irrigidimento non sono nuovi. Prendo dal Card. Martini: 

  • La tentazione è “di costituirsi come “chiesa nella Chiesa”, comunità chiusa in se stessa e resistente all’accoglienza delle indicazioni pastorali generali o anche solo al dialogo e alla collaborazione con altre esperienze ecclesiali”;
  • esiste un tarlo sottile che può insinuarsi ovunque, con effetti devastanti: “La monopolizzazione che si può fare della propria esperienza spirituale o di quella del proprio gruppo di appartenenza” produce solo esclusioni, piccolo cabotaggio, meschini giochi di potere.
  • Quando si confrontano gruppi di appartenenze diverse, possono arrivare difficoltà e resistenze non immaginate prima.
  • Va fatto ogni sforzo per “trovare la giusta misura nel rispetto dei cammini individuali di maturazione nella libertà e il coinvolgimento collettivo caldo ed entusiasta nelle comunità di appartenenza all’interno dell’unica comunione ecclesiale”.
  • Sapendo a priori che non tutto sarà rose e fiori, per costruire insieme bisogna accettare e condividere le regole del gioco. 

RELIGIOSI 

Dei laici già s’è detto a lungo in precedenza ed ancora se ne parlerà in seguito. E’ opportuno che gli stessi abbiano chiaro in mente, non come frutto d’immaginazione ma di reale documentazione, che cosa significa essere religiosi oggi. 

I consacrati poi, maggiormente documentati sul ruolo dei laici nella Chiesa, è bene che si presentino al dibattito culturale senza rinnegare le origini né fraintendere l’oggi cui sono chiamati ad elaborare con i laici.

Giustamente diceva i prof. Canobbio che il Vangelo resta sempre identico a se stesso. Le circostanze invece richiedono una traduzione originale dello stesso,     “ passando attraverso la “carne” dei cristiani che sono chiamati a inventare nuove forme di attuazione del Vangelo stesso, senza la pretesa che queste siano eterne. Una migliore reciproca conoscenza, non può che giovare durante la fase di fidanzamento. Che, se son rose, fioriranno. 

Anche su questo tema occorre chiarezza. Al di là delle posizioni teologiche emerse in questi anni, per il momento, come s’è visto, la Lumen Gentium fa ancora testo: 

“Col nome di laici si intendono qui 

  • tutti i fedeli,
  • ad esclusione dei membri dell’ordine sacro
  • e dello stato religioso sancito dalla chiesa,
  • i fedeli cioè, che,
  • > dopo essere stati incorporati a Cristo col battesimo
  • > e costituiti popolo di Dio
  • > e, a loro modo, resi partecipi dell’ufficio sacerdotale, profetico e regale di Cristo,
  • per la loro parte compiono, nella chiesa e nel mondo, la missione propria di tutto il popolo cristiano”. 

Dopo tale esclusione, è utile qui ricordare inoltre, che il Concilio Vaticano II si è espresso dicendo che 

  • “La castità osservata per il Regno dei cieli rende libero il cuore dell’uomo,
  • così da accenderlo maggiormente della carità verso Dio e verso tutti gli uomini,
  • e per conseguenza costituisce un segno particolare dei beni celesti,
  • nonché un mezzo molto adatto per potersi generosamente dedicare al servizio divino e alle opere di apostolato” (PC, n.12).

L’Instrumentum Laboris del Sinodo 1993 dedicato alla Vita Consacrata, aggiunge:

“È soprattutto la verginità che rende particolarmente capaci di

  • avere viscere di misericordia e cuore accogliente verso tutti i figli di Dio,
  • considerati come fratelli e sorelle,
  • membri dello stesso corpo,
  • al di là di qualunque specificazione di sesso e di condizione sociale” ( n. 52). 
  • Precisa inoltre che “Vivere in povertà significa positivamente 
  • sentirsi presi e posseduti dal desiderio di Dio,
  • spendersi totalmente perché venga il suo Regno,
  • soprattutto tra coloro che più lo attendono e ne sono i principali destinatari: 
  • i diseredati e gli emarginati”. 

” Chi fa questa scelta di povertà 

  • lavorerà, con assoluto disinteresse e piena dedizione,
  • perché sia favorita la percezione del regno presente in Gesù,
  • se ne faciliti l’accoglienza attraverso l’instaurazione di uno stile di vita più umano e più degno”.

Lavorare per il Regno di Dio significa preparare lo spazio in cui il Regno si possa incarnare e manifestare” 

Nella recente pubblicazione “IL CAMMINO DI OSPITALITÀ SECONDO LO STILE DI SAN GIOVANNI DI DIO”, al paragrafo 98, viene fatta una precisazione importante, di cui nè sono ancora visibili né si avvertono del tutto le conseguenze, ma dalla quale non si potrà recedere: 

Il nostro cammino spirituale carismatico, comunitario e personale, si situa all’interno del grande cammino del popolo di Dio, della Chiesa.” 

Alla luce delle precedenti riflessioni, qui si si afferma chiaramente che si chiude un’epoca. La nuova è tutta da scrivere. Lo stesso paragrafo individua nella lectio divina, in un contesto sacramentale e liturgico (Culmen et fons), “la miglior guida nei cammini dello Spirito”. 

Le citazioni sono state volutamente poste all’inizio di questa riflessione sul tema dei laici e dei consacrati chiamati a “camminare insieme”, affinché sia chiaro da subito, contro ogni tendenza, 

  • Che i laici non possono sostituire i religiosi e viceversa.
  • Che la svolta epocale “si situa all’interno del grande cammino del popolo di Dio, della Chiesa.
  • Che dalla Parola di Dio, generatrice di segni sacramentali, ognuno dovrà lasciarsi mettere in discussione;
  • Che alla Parola di Dio ognuno dovrà sottomettersi. 

Renato Corti vescovo

Per una maggiore chiarezza e comprensione delle posizioni, riporto un capitolo della Lettera Pastorale “TESTIMONIANZA DELLA CARITA’” del Vescovo Renato Corti alla Diocesi di Novara, anno pastorale 1995/96, così titolato: 

“ COME FRATELLI E SORELLE –   La testimonianza della Vita Consacrata “

 “ Al capitolo dedicato ai Sacerdoti ne voglio aggiungere un altro che, come il precedente, si riconduce direttamente alla natura più profonda della Chiesa e al suo compito essenziale di annuncio del Regno di Dio per lievitare la storia dell’uomo. Mi riferisco alle persone di Vita Consacrata. La loro vocazione è strettamente collegata con la testimonianza della carità e si mantiene fedele al suo significato originale se è intesa e vissuta come esperienza di comunione e di fraternità.

  Vita Consacrata: a chi? e per che cosa?

  Perché infatti uomini e donne si consacrano a Dio, rinunciando al matrimonio e alla famiglia? Forse perché hanno deciso di rinunciare ad amare o perché si sentono incapaci di farlo? Non è certamente questa la prospettiva del Vangelo, quella che Gesù stesso, per primo, ha vissuto, dedicandosi alle cose del Padre suo (cfr Lc 2, 49) e instaurando il Regno di Dio.

Il Concilio Vaticano II si è espresso dicendo che “la castità osservata per il Regno dei cieli rende libero il cuore dell’uomo, così da accenderlo maggiormente della carità verso Dio e verso tutti gli uomini, e per conseguenza costituisce un segno particolare dei beni celesti, nonché un mezzo molto adatto per potersi generosamente dedicare al servizio divino e alle opere di apostolato” (PC, n.12).

E l’Instrumentum Laboris del Sinodo dedicato, nel 1993, alla Vita Consacrata, aggiunge: “È soprattutto la verginità che rende particolarmente capaci di avere viscere di misericordia e cuore accogliente verso tutti i figli di Dio, considerati come fratelli e sorelle, membri dello stesso corpo, al di là di qualunque specificazione di sesso e di condizione sociale” (n.52).

  Abbattere i muri

Credo che si debba molto riflettere, da parte di tutte le anime di Vita Consacrata, sul fatto che la vocazione a loro data li “rende particolarmente capaci di avere viscere di misericordia e cuore accogliente verso tutti, considerati come fratelli e sorelle“. Ciò vuol proprio dire non solo che la vocazione non è un invito a non amare, ma che, al contrario, è una risorsa per avere cuore grande e generoso verso tutti, e per trattare tutti come veri fratelli e vere sorelle.

Dicendo questo non intendo evidentemente sottovalutare il senso propriamente ‘religioso’ della verginità consacrata, né il suo valore di affermazione del futuro escatologico di ogni uomo. Vorrei piuttosto aiutare a capire che la consacrazione totale a Cristo equivale alla consacrazione totale alla ‘missione’ di Cristo. E questo compito consiste nell’instaurare il Regno di Dio e fare, della travagliata esperienza umana, un’esperienza di comunione. Come dice Paolo agli Efesini:

Egli infatti è la nostra pace, colui che ha fatto di due un popolo solo, abbattendo il muro che era frammezzo, cioè l’inimicizia. Per creare in se stesso, di due, un solo uomo nuovo, facendo la pace, e riconciliando tutti e due con Dio in un solo corpo, per mezzo della croce, distruggendo in se stesso l’inimicizia” (Ef 2, 14-17).

Si tratta di dedicarsi,

  • in maniera piena e radicale, alla missione
  • che si estende a tutti i battezzati
  • perché essa splenda nella vita personale,
  • in quella della comunità di cui si fa parte
  • e in tutte le relazioni che quotidianamente si è chiamati ad intessere.

  Un’esperienza da non sprecare

  Comprendere e accogliere questa prospettiva in tutto il suo peso e nella sua bellezza porta a due risultati straordinari.

  1. Il primo è che chi viene chiamato dal Signore a consacrarsi a lui si trova condotto dal Signore a fare una grande, grandissima esperienza di amore, dal mattino alla sera e per tutti i giorni della propria vita, e non affatto ad una esistenza larvale, malinconica, come di chi si mette sul ciglio della strada e osserva, non senza qualche sentimento di invidia, gli altri mentre vivono, gioiscono e amano.

  2. Il secondo risultato, non meno importante, è che il grande miracolo della vita consacrata, accolto nel modo inteso e voluto dal Signore, può diventare una forza straordinaria dentro al convulso cammino della storia, spesso dominata dalla prepotenza del ricco sul povero, del forte sul debole, dell’uomo sulla donna.

Si tratta, allora, come qualcuno ha detto con parola piuttosto forte, di “non sprecare la verginità consacrata” (A. Paoli), e cioè di viverla fino in fondo per quel che essa propone a chi vi è chiamato, tenendo conto che le più svariate forme storiche, passate e presenti, di Vita Consacrata sono tutte destinate a incarnare questa esperienza. Non vi sono cioè chiamati soltanto i Religiosi e le Religiose che hanno, come compito specifico, quello della carità, ma ogni Ordine o Congregazione o Istituto, a cominciare dall’esperienza di fraternità che si deve vivere nella comunità religiosa stessa.

Da questo punto di vista, anche la vita monastica è luogo di comunione, sia nella intensa vita interna alla comunità, sia nell’attenzione e la condivisione sincera del cammino della Chiesa e del mondo, portato nella preghiera e nel cuore alla presenza di Dio, anche per conto di chi non conosce né Dio né la comunione.

Certo, la prospettiva è molto esigente e, per essere tradotta nel concreto, richiede, insieme con la grazia del Signore, una corrispondenza coraggiosa che porta a una sostanziale e solida maturazione affettiva e a un valido discernimento delle più opportune modalità di presenza e di azione nella Chiesa e nella società. Quanto alla maturazione affettiva – dicevo talvolta ai chierici del Seminario – che può diventare serenamente prete chi potrebbe sposarsi bene.

E intendevo riferirmi al necessario cammino di maturazione dell’affetto e del cuore per vivere, in nome di un amore vero, la rinuncia al matrimonio e alla famiglia. Non diversamente dovrei esprimermi con giovani e ragazze che si avviano verso la vita religiosa, non dimenticando che la maturazione affettiva, certo raggiunta in maniera sostanziale negli anni che precedono ogni decisione definitiva, domanda alle persone di rimanere “in cammino” per trovare, di giorno in giorno, quell’ equilibrio che le varie età della vita, insieme al variare delle circostanze, richiedono.

Segni di un mondo nuovo

Insieme con questo cammino, così profondamente personale, altre scelte si impongono, che sono, nello stesso tempo, personali e comunitarie. Una di queste scelte riguarda certamente la povertà. Dice ancora l’Instrumentum Laboris del Sinodo dei Vescovi: “Vivere in povertà significa positivamente sentirsi presi e posseduti dal desiderio di Dio e spendersi totalmente perché venga il suo Regno, soprattutto tra coloro che più lo attendono e ne sono i principali destinatari: i diseredati e gli emarginati”.

E aggiunge: ” Chi fa questa scelta di povertà lavorerà, con assoluto disinteresse e piena dedizione, perché sia favorita la percezione del regno presente in Gesù e se ne faciliti l’accoglienza attraverso l’instaurazione di uno stile di vita più umano e più degno“. Lavorare per il Regno di Dio “significa preparare lo spazio in cui il Regno si possa incarnare e manifestare“.

Perciò l’adorazione dell’unico Dio vivo e vero, che vuol portare nella storia dell’umanità il suo Regno di giustizia e pace, di verità e di grazia nel suo Figlio Gesù Cristo, deve accompagnarsi – anche attraverso scelte di povertà, di libertà dalle cose e di condivisione della vita dei poveri e dei bisognosi – a dei segni del ‘mondo nuovo’ indicato dal Vangelo. Tutto questo passa certamente sempre per la via della testimonianza personale, ma non si può sottovalutare il valore di una testimonianza anche comunitaria, che va dunque attentamente considerata, anzitutto da parte di chi porta delle responsabilità per il suo cammino e le sue scelte.

Mentre è di estremo interesse poter contare, da parte della Chiesa italiana (e anche della società) sulla testimonianza della carità che emerge da molte presenze di Vita Consacrata, vorrei chiedere a Dio, insieme con nuove vocazioni, qualcosa che non è sicuramente meno importante: e cioè che la qualità di vita di tutte le anime consacrate sia tale da esprimersi realmente in una esperienza di comunione fraterna e nella stimolante proposta al mondo di un modo evangelicamente ‘rivoluzionario’ di concepire e di vivere i rapporti interpersonali. “ + Renato Corti vescovo. 

Edwars SchillebeeckxIn SONO UN TEOLOGO FELICE”, (EDB), colloquio intervista con Francesco Strazzari, il domenicano Edwars Schillebeeckx esprime un parere sulla vita religiosa che merita attenzione perché aiuta a capire il momento di transizione, non sempre accettato con la dovuta lucidità e serenità. Più che nostalgici rimpianti di un passato irripetibile siamo chiamati a credere che le redini sono ancora in mano allo Spirito Santo. Mentre Lui sa esattamente ciò che vuole, noi viviamo la sindrome del disorientato.

Così il frate domenicano Edward: “Dico una parola sulla vita religiosa, che mi tocca da vicino come frate domenicano. Non è una vita separata dalla vita cristiana. E’, comunque, la scelta di una strada speciale, che impegna con i voti.

I voti religiosi sono delle possibilità dell’esistenza umana in generale. Anche i non religiosi possono vivere una vita celibe per una scelta di vita diversa.. Per la politica, ad esempio. Alla base della vita religiosa vi sono delle possibilità antropologiche. E’ lo stesso discorso che ho fatto sull’etica. Vi è una possibilità umana autonoma, che si può vivere in Domino, nel Signore. IL CELIBATO per il regno di Dio è una possibilità umana, che si vive nel Signore, in vista del regno di Dio. Il celibato in quanto tale non è un di più in rapporto alla vita matrimoniale: è solamente un’altra possibilità umana che il religioso vive per il regno di Dio.

Così pure LA POVERTA’ come tale non è una virtù. E’ uan situazione umana. Si può vivere la povertà volontariamente per essere solidali con i poveri del mondo. Si può, quindi, vivere in Domino per il regno di Dio.

L’OBBEDIENZA è pure una possibilità umana. La si può vivere nel Signore. La vira religiosa nel suo insieme è quindi una possibilità, che può essere vissuta com’unitariamente per ragioni che possono essere diverse dal regno di Dio.

Sono possibilità dell’esistenza umana, che i religiosi assumono per il regno di Dio. La vita religiosa è la vita cristiana in quanto tale, ma vissuta in modo diverso. E’ uno stato di vita speciale in rapporto alla vita cristiana comune, ma non si può dire che questa vita sia un di più, un qualcosa che trascende la vita cristiana. Si dice comunemente che la vita religiosa è una via superiore. Non lo penso. E’ un’accentuazione, una possibilità umana nella prospettiva religiosa. Il religioso s’impegna nel mondo in una maniera speciale perché pone l’accento sul carattere escatologico della vita cristiana, non scappando dal mondo.

La vita religiosa – ordini, congregazioni, istituti – è un segno escatologico e quindi ha una certa funzione critica nei confronti del mondo e della chiesa. Nella storia i religiosi hanno sempre avuto questa funzione critica soprattutto nei confronti della Chiesa, per la quale spesso sono degli enfants terribles, dei controcorrente. Stimolano e criticano la chiesa.”

Alla domanda: “Come spiega la crisi attuale della vita religiosa?”, Schillebeeckx così risponde:

Si dice che sia dovuta alla mancanza del senso religioso. Non ci credo. Al contrario, vedo che aumenta il senso religioso nel mondo. Non si può dire che in Occidente siamo vittime della secolarizzazione. E’ piuttosto l’istituzione-Chiesa che non è più capita come si presenta in certi suoi aspetti. In questa crisi della vita religiosa vedo piuttosto una reazione al soprannaturalismo della vita religiosa, intesa come fuga dal mondo, come mettersi al sicuro dalle disgrazie del mondo. Vi sono oggi molti giovani nel terzo mondo e sono laici. Sono i nuovi preti, i nuovi missionari.

Quello che un tempo facevano preti e missionari, ora sono i laici a farlo. C’è soltanto uno spostamento, non la perdita del senso religioso. Si vede sempre più che il senso religioso deve essere incarnato nell’umanità e dunque nella solidarietà sociale per cambiare le strutture. Sono molti i laici cristiani che s’impegnano nel mondo. Un tempo erano solo preti e religiosi. C’è quindi uno spostamento, non una perdita.

Questa crisi preannuncia tempi nuovi. Non c’è tanto bisogno di nuovi ordini, congregazioni, istituti quanto piuttosto di un nuovo orientamento di questi, che comporta ovviamente un cambiamento delle strutture stesse. Questo convento, ad esempio, l’Albertinum, grande, immenso, è occupato da pochi frati. Ha fatto il suo tempo. Per me si tratta di una crisi di crescita, di aggiornamento della vita religiosa” (pagg.83-84).

In questa chiesa ‘semper reformanda’ come vede i ministeri?

Nella chiesa ci sono più ministeri, che vanno accolti dalla chiesa. La triade vescovi, preti, diaconi va mantenuta nella chiesa; ma vi sono altri ministeri che vanno accolti con una ordinazione, cioè con un riconoscimento ufficiale da parte della chiesa. La separazione fra la triade e gli altri ministeri va superata perché si dice che questi tre appartengono al clero e gli altri al laicato.

Anche in Olanda si dice: “Gli operatori pastorali fanno un lavoro meraviglioso, necessario, ma sono laici” Ma che cosa significa questo? Che cosa vuol dire che sono semplicemente e solo laici? Questo mi chiedo. Di fatto fanno più dei preti nelle parrocchie. Spesso sono loro che hanno sulle spalle la comunità. E così i preti vengono visti come gli uomini dei sacramenti. E’ una riduzione pericolosa”.

Edwars Schillebeeckx 2Questo frate effervescente, “che cammina di pari passo con una penetrante perspicacia”, ha rilasciato tali dichiarazioni nel 1993, a 79 anni. Egli è uno che ha saputo scrivere di sé all’inizio del terzo volume della sua cristologia: “Spero inoltre che fra i miei lettori figureranno alcune autorità, che presteranno l’orecchio a un teologo che non ha fatto altro, durante la sua vita, che cercare a tastoni e balbettando ciò che Dio significa per gli uomini”.

Se è bene che la vita religiosa continui ad interrogarsi, visto che il Perfectae Charitatis, sarebbe la cenerentola dei decreti conciliari, come sostiene qualcuno, perché i Padri non hanno avuto il tempo necessario per approfondire l’argomento, va anche detto che il Concili Vaticano II ha offerto alla vita religiosa e monastica un’occasione di aggiornamento e di purificazione; di conseguenza, un momento di prova. 

Quanto all’ aggiornamento, la documentazione è notevole: 

  • Le Costituzioni sono state rivedute, aggiornate;
  • L’abito religioso ha subito una prudente evoluzione, talvolta è pressoché scomparso;
  • L’obbedienza fa più appello alla responsabilità di ciascuno;
  • Tutti sono abbastanza fieri delle nuove Costituzioni, zeppe di riferimenti biblici, finalmente approvate dalla Santa Sede, per alcuni non senza qualche difficoltà o smacco…
  • La liturgia è diventata più accessibile, l’Ufficio Divino ha favorito la preghiera interiore;
  • I convegni si moltiplicano, le api operose si spostano da un continente all’altro e le vocazioni spariscono.

 In fatto di purificazione, non tocca a me di dire quanto sia stata sufficientemente profonda e se la prova abbia cominciato a portare frutto, perché è bene che ognuno interroghi se stesso.

In questo tempo ci sono i sopravvissuti abbastanza bene all’aggiornamento ma, sul campo dei dibattiti e del confronto, non sono mancati morti e feriti.

Le madri difficilmente dimenticano i figli caduti in battaglia. Stati, Eserciti, Ordini, Congregazioni…invece, molto più facilmente sanno stendere il velo dell’oblio. Il sangue interroga, spinge ad indagare proprio dove invece si è tentati di rimuovere per non vedere. Non è un bene, ma succede. 

Anche il mondo e la cultura che ne scaturisce hanno sentito l’influenza del Concilio e subìto anche una trasformazione in quest’ultimo quarto di secolo. I religiosi sono diventati cittadini del mondo, fratelli e sorelle universali. Il computer è timidamente entrato nei conventi ma ora tutti sono chiamati a fare i conti con lui. 

andre_loufVa sottolineato un aspetto sottile e delicato.

“La società divenuta eccessivamente permissiva, come si dice, ha generato una nuova pedagogia della gioventù, o un’assenza di pedagogia , o una pedagogia di tentativi e ricerche più o meno da disperati, che è comunque più o meno tutto il contrario della pedagogia classica, basata su leggi e su divieti, così come dell’obbedienza che vi si doveva: pedagogia che aveva profondamente segnato la formazione alla vita religiosa e monastica” ( Ab. André Loufocso) . 

Le conseguenze non saranno indolori e qualcuno comincia a chiederselo: “Se è ormai “vietato vietare”, se il minimo rimprovero o la minima osservazione, per non parlare delle “venerabili” penitenze di un tempo, rischiano di riaprire antiche ferite e di causare nuove frustrazioni, come gestire ormai le regole, i regolamenti, gli usi e i costumi, così l’obbedienza che era loro dovuta, cose tutte che hanno tradizionalmente svolto una parte importante in tutte le forme di vita religiosa?” (ibidem). 

C’è poi l’emergenza delle scienze umane, medicina compresa, che hanno un’impatto sulla spiritualità, sulla teologia, non solo morale che non è ancora stato seriamente valutato. Sospetti, esitazioni, tentennamenti, passi falsi, segneranno le porossime due generazioni, prima di un’integrazione pacifica e fruttuosa. Ma il loro apporto promette di essere considerevole. Del resto le scienze, prodotto dell’uomo psichico, non minacciano, solo sfidano l’uomo pneumatico. Che, se ha buoni motivi per non temere le provocazioni, non può, tuttavia, permettersi di fare lo spavaldo, il sicuro di sé. 

La grande famiglia dei Fatebenefratelli (religiosi, laici, ex pazienti) deve cominciare ad occuparsi di ecologia e di deserto. Cosa vuol dire? Tra la vita religiosa e la vita di tutti i giorni nel mondo, la tradizione ha pensato bene di distanziarsi erigendo un muro di clausura, vero o immaginario, che simboleggiasse quel minimo di distanza di cui forse ancor oggi alcuni sentono il bisogno. 

Tutto ciò non era nato per caso. Il lessico giovanneo insinua una radicale opposizione tra il credente e il mondo, questo mondo

  • che “giace tutto sotto il potere del maligno” (1 Gv 5,19),
  • che non può conoscere Gesù” (cf Gv 16,3),
  • che “non può che odiare i suoi discepoli” (cf Gv 15,18ss).

 Gaudium et SpesOggi che la “Gaudium et Spes” ha aiutato a leggere la parola di Dio con uno sguardo più positivo sul mondo secolare, non c’è da fuggire ma soltanto da mettersi in disparte dal mondo. Come? 

La grande famiglia dei Fatebenefratelli (religiosi, laici, ex pazienti) deve crearsi delle “zone verdi” dove ritrovarsi per “tirare il fiato”, per carburarsi, per conoscersi, entrare in confidenza, aprirsi, ricominciare, riprendere nuovo slancio per il compito che attende ognuno dopo ogni fine settimana che in sanità non sempre corrisponde con il lunedì. Se il week-end nella residenza secondaria è un polmone essenziale, elemento qualificante e indispensabile della geografia moderna, il week-end dello spirito dev’essere previsto e collocato tra la città del dolore (ospedale) e le zone non abitate ma al servizio di questo mondo. Oserei dire “oasi ecologiche” in prospettiva escatologica (Monguzzo!). 

Mi viene in mente il bistrattato “despicere mundum et amare celestia” d’una colletta liturgica: non ha mai voluto dire “disprezzare il mondo” ma “guardarlo da sopra”, ossia “metterlo al giusto posto”. Coloro che si occupano di sanità se si collocano in disparte al mondo, è per volerlo ammirare, capire, invitarlo, accoglierlo, affinché si riposi, si rilassi, approfitti del silenzio, della calma, trovi il tempo per distendersi, farsi domande, estrinsecarle, sentire le parole della fede dell’asceta, le risposte dell’uomo di Dio… tutti strumenti di supporto alla guarigione, evidentemente adatti per i pazienti del mondo occidentale che vivono in un contesto nevrotizzante. 

Per dirla in lingua spagnola, “liminalidad” , che vuol dire sulla soglia della società civile ma con un piede nel deserto della solitudine con Dio per testimoniarlo a mondo.

Se la grande famiglia non perde mai di vista che Gesù ha costruito la sua Chiesa sul rinnegamento di pietro e sul perdono che gli è stato accordato, che la comunità religiosa ospedaliera è stata costruita e si riedifica non sulla forza né sulla virtù dei suoi membri, ma sulla loro debolezza. Una debolezza senza posa da ognuno confessata e da Lui accolta nella sua misericordia, allora potrà portare una testimonianza davvero profetica. Per guarire, ogni malato ha bisogno di sentirsi dire che “Laddove è abbondato il peccato, ha sovrabbondato la grazia.” Che il perdono è guarire dalla cecità, ritrovare la Persona amata . 

Il discorso non finisce qui. Ma è bene che anche i laici, da subito, imparino il vocabolario espressivo dei religiosi, premessa per un linguaggio nuovo da costruire insieme…

Martiri Fatebenefratelli di Spagna