FATEBENEFRATELLI: CI SONO ANCORA MOLTI SEGNI… – Angelo Nocent

 

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FATEBENEFRATELLI: INSIEME PER SERVIRE

Ci sono ancora molti segni che Gesù ha fatto» (Gv 20,20)

Rimescolando vecchie carte, in questi giorni m’è maturata questa riflessione che provo a condividere.

Giovanni Evangelista - ReniCuriosamente Giovanni, morto centenario e con molto tempo a disposizione, termina il suo vangelo premurandosi di avvertirci che avrebbe potuto continuare a scrivere su Gesù. Ma ha scelto di privarci per sempre di «molti segni che Gesù ha fatto». Il perché di questo rifiuto di dirci di più sul Verbo di vita non lo sapremo mai. Ma quale potrebbe essere la ragione di questa negazione?

Giovanni risponde sobriamente, affermando che i segni che ha messo per iscritto nel suo libro «ci sono stati messi perché crediate (…) e perché abbiate la vita nel Suo nome» (20,31).

Giovanni dunque ci lascia un libro volontariamente incompleto. Ma per lui i segni che ci sono dati sono sufficienti perché possiamo «credere in Gesù ed avere la vita nel Suo nome». E’ come se volesse responsabilizzarci.

Non dice tutto, perché noi, credenti,

  • avendo la Sua vita,
  • possiamo e dobbiamo esserne il seguito.
  • Le nostre vite possono diventare nuove pagine del Suo vangelo.

In alrtre parole, ci viene detto che

  • da lettori, adesso sta a noi essere attori,
  • aprirci al soffio di Dio,
  • essere segni di Gesù;

Ci viene detto

  • che ora il Vangelo potrà essere vissuto grazie a noi.
  •  che ora la vita di Gesù può dispiegarsi solo nella nostra.
  • La sua vita è impegnata nella nostra.

Ma non finisce qui:

  • come per il libro di Giovanni, anche le nostre vite non possono dire tutto su Gesù.
  • I segni che facciamo restano limitati, incompleti.
  • Perciò siamo sollecitati alla vigilanza e all’attenzione su ciò che accade sotto i nostri occhi:
  • altri uomini e donne a noi sconosciuti, sono pronti a prendere il testimone.
  • A diventare segni di Gesù a loro volta e a loro modo.
  • Come noi, anche costoro hanno «creduto in Gesù ed hanno la vita nel Suo nome».
  • Tocca ad essi scrivere nuove pagine del suo vangelo.

1-San Giovanni di Dio 9Mi viene in mente San Giovanni di Dio di cui sto leggendo biografie e lettere, la cui vita, dopo l’effusione dello Spirito all’Eremo dei Martiri, a Granada, è stata Vangelo vivo per il suo tempo.

A differenza degli altri, Francesco de Castro, il primo suo biografo, ha scritto di lui solo dopo aver sentito tante narrazioni orali, averle esaminate con pacata attenzione, rigorosa selezione, scartando quando non era in grado di verificarne l’attendibilità, meritandosi così assoluta credibilità. Se non ha potuto dire tutto del Santo uomo di Granada, ci ha tramandato sufficiente materiale di credibilità.

Epperò, altri dopo di lui hanno scritto con la vita nuove pagine. E noi siamo tra coloro che sono chiamati ad assumerci questo compito perché possiamo esserne il seguito di pagine viventi.

PENTECOSTE

L’elemento centrale della fede cristiana è la resurrezione di Gesù di Nazareth, che è festeggiata il giorno di Pasqua.

San Giovanni di Dio 22Ma quest’evento ha diverse sfaccettature che si dispiegano in altre feste come l’Ascensione e la Pentecoste, che fanno parte del mistero pasquale. C’è un modo di celebrare Pasqua che fa dimenticare che, prima della resurrezione, c’è stata la morte di Gesù, una morte vera. E’ quello che ci richiama la festa dell’Ascensione, durante la quale Gesù scompare da questo mondo.
La resurrezione non è la rianimazione del corpo di Gesù. Già la tomba vuota significava che bisognava rinunciare al corpo di Gesù. Anche nelle apparizioni di Gesù, dopo la sua resurrezione, i suoi discepoli non lo riconoscono, è qualcun altro e tuttavia, in un secondo tempo, hanno la certezza che è anche lui. E’ riconosciuto da segni:

  • la frazione del pane per i discepoli di Emmaus (Lc 24, 13-35),
  • una pesca miracolosa per gli apostoli che avevano ripreso il loro mestiere dopo la morte di Gesù (Gv 21).

Curiosa presenza!

Gesù risortoE’ la Pentecoste che significa questa nuova forma di presenza. Questa festa potrebbe chiamarsi la festa della nuova presenza di Gesù tra di noi, una presenza non più materiale, ma spirituale. E’ ora il tempo dello Spirito che Gesù aveva promesso di mandare (Gv 16, 7 e seguenti).

L’irruzione dello Spirito si riconosce dai suoi effetti:

  • apertura delle porte del Cenacolo, nel quale i discepoli si erano rifugiati;
  • sparizione della paura che li teneva rinchiusi;
  • audacia di mostrarsi e di parlare davanti a tutti con persuasione.

L’esperienza di questo dono dello Spirito è stata vissuta dai discepoli sotto forma di vento e di fuoco.

  • Il vento è una circolazione di aria, che è simbolo dello spazio necessario per respirare, muoversi ed entrare in relazione senza schiacciarci reciprocamente; quando siamo troppo stretti, diciamo volentieri: «Lasciatemi respirare».
  • Quanto al fuoco, illumina e riscalda. Abbiamo dunque un luogo illuminato dalla conoscenza: i discepoli comprendono dall’interno che è veramente Gesù e qual è il suo messaggio; sperimentano quello che aveva annunciato Gesù: «Quando verrà lo Spirito di verità, vi condurrà alla verità tutta intera» (Gv 16,13).
  • E’ anche uno spazio caloroso nel quale possono svilupparsi la fiducia e l’amore reciproco.

Questi sono i segni della sua presenza che Gesù ci dà oggi.

Dovunque appaiono queste manifestazioni dello Spirito, Gesù è presente. Là dove sono la Carità e l’Amore, Dio è presente. Ubi caritas et amor, Deus ibi est.

Del resto, è ciò che ci fa capire anche il racconto del cosiddetto Giudizio universale:

«Quando ci è capitato di vederti affamato e ti abbiamo dato da mangiare, assetato e ti abbiamo dato da bere, straniero e ti abbiamo accolto, nudo e ti abbiamo vestito, malato o prigioniero e siamo venuti a visitarti? Ed il re risponderà loro: “In verità vi dico, quando lo avete fatto al più piccolo dei miei fratelli, lo avete fatto a me”» (Mt 25, 37-40).

  • E’ nella qualità della condivisione e del dialogo con gli altri che Gesù si rende presente.
  • Così come nella condivisione eucaristica possiamo parlare di presenza reale;
  • a contrario, forse possiamo dubitare di quella in alcune Eucaristie nelle quali manca una dimensione comunitaria.

La forza che spinge ad uscire da casa propria, da se stessi, è il segno di un invio. Poco prima di sparire agli occhi dei suoi discepoli, Gesù li manda: «Riceverete una forza… Mi sarete allora testimoni a Gerusalemme, in tutta la Giudea e la Samaria e fino ai confini della terra» (At 1,8).

Si tratta di una missione universale, valida per tutti e tutte. «Andate nel mondo intero, proclamate la Buona Notizia a tutta la creazione» (Mc 16,15). E’ ciò che iniziano a fare nel giorno di Pentecoste. Perché non si tratta di fermarsi a guardare il cielo.

Questa Buona Notizia è la stessa di quella annunciata da Gesù con i suoi comportamenti. Quando i discepoli escono dal Cenacolo dopo quest’evento, la loro lingua è capita da tutti, perché è la lingua dei comportamenti, una lingua che parla a tutti e tocca ciascuno al cuore: è la possibilità per tutte e tutti di essere amati ed accolti, di vivere pienamente e liberamente, di ritrovare la propria dignità, di conoscere ed essere conosciuti. E’ così che Gesù può promettere: «Ed io sono con voi per sempre» (Mt 28,20).

Una fra le innumerevoli manifestazioni dello Spirito, ce non sia anche la GLOBULI ROSSI Company, una costoletta di San Giovanni di Dio e San Riccardo, che, senza ambizioni o presunzioni, vuol semplicemente dire cristiani nella società, nella Chiesa locale, – dunque anche nelle istituzioni socio-sanitarie ma non solo – come presenze vive e testimoni di amore evangelico nella vita di ogni giorno, per via del mandato battesimale: “portate i pesi gli uni degli altri”.

San Paolo apostolo-tangi(Gal 6, 1-6) …Portate i pesi gli uni degli altri, così adempirete la legge di Cristo. Se infatti uno pensa di essere qualcosa mentre non è nulla, inganna se stesso. Ciascuno esamini invece la propria condotta e allora solo in se stesso e nn negli altri troverà motivo di vanto: ciascuno infatti porterà il proprio fardello. Chi viene istruito in dottrina, faccia parte diquanto possiede a chi lo istrisce”.

Abbiamo pertanto doni diversi secondo la grazia data a ciascuno di noi.

Chi ha il dono della profezia la eserciti secondo la misura della fede; chi ha un ministero attenda al ministero; chi l’insegnamento all’insegnamento; chi l’esortazione all’esortazione. Chi dà, lo faccia con semplicità; chi presiede, lo faccia con diligenza; chi fa opere di misericordia, le compia con gioia (Rom 12,6-8).

Accanto a tanti fermenti positivi, assistiamo anche a un lento progressivo processo di secolarizzazione del nostro tempo nel quale ad una società dei valori si è ormai sostituita una società competitiva che non rispetta l’uomo per quello che è ma solo se in grado di prendere e vincere.

Buona notiziaOgnuno di noi è insignificante, ma fino a un certo punto. Siamo battezzati e cresimati, quindi portatori di un Messaggio di grande attualità perché è la “BUONA NOTIZIA”. Pertanto, dobbiamo sentirci provocati, pungolati a non metterci in salvo dal “nuovo paganesimo” ma a condividere in nome della carità la vita delle persone.

Come? “Penetrando” la società moderna con lo spirito della Chiesa delle origini. E’ infallibile: a cominciare dai giovani, chi assaporerà la spiritualità del Vangelo gusterà la gioia di vivere da fratelli in Cristo.

San Riccardo Pampuri: Eccomi !Per non dire di san Giovanni di Dio, questo messaggio che vediamo ben incarnato nel laico Dr. Erminio Pampuri e nel religioso Fra Riccardo, è per tutti, uomini e donne, chiamati a vivere la propria esistenza nell’oggi, nella famiglia o nella vita di consacrazione, nella propria professione o nel tempo libero. Tale consapevolezza deve accompagnarci nella quotidianità.

Se il fulcro della spiritualità di San Riccardo Pampuri è la carità che spinge a farsi carico del fratello e della comunità umana, essa si esplicita nei rapporti interpersonali e si proietta nella azione missionaria ed evangelizzatrice. Vivere la Carità nelle relazioni interpersonali significa oggi come sempre, andare al cuore della convivenza umana per instaurare un nuovo modello di socialità normato da una legge di amore.

L’ideale è la comunità dei primi cristiani che viveva “un cuor solo e un’ anima sola” facendo della carità la prima ed irrinunciabile regola di convivenza umana e il mezzo più idoneo per stare vicino ai propri contemporanei e per annunziare il Vangelo di Cristo.

San Riccardo, da medico condotto, scriveva alla sorella suor Longina missionaria al Cairo, che sentiva fortemente il bisogno di una regola di vita. Abbracciando il convento, si è trovato a vivere sotto la Regola di Sant’Agostino che si apre in questi termini:

  • Scopo e fondamento della vita comune.
  •  Questi sono i precetti che prescriviamo a voi stabiliti nel monastero.
  • Il motivo essenziale per cui vi siete insieme riuniti è che viviate unanimi nella casa e abbiate unità di mente e di cuore protesi verso Dio.
  • Non dite di nulla: “È mio“, ma tutto sia comune fra voi. Il superiore distribuisca a ciascuno di voi il vitto e il vestiario non però a tutti ugualmente, perché non avete tutti la medesima salute, ma ad ognuno secondo le sue necessità. Infatti così leggete negli Atti degli Apostoli: Essi avevano tutto in comune e si distribuiva a ciascuno secondo le sue necessità “.

Se io ho un profondo rapporto con il Signore Gesù e vivo un’intensa esperienza di preghiera (non necessariamente solo di formule) io cristiano trovo il significato dei miei giorni per una vita appassionata, segnata dalla speranza e riscaldata dall’amore.

Gli è che siamo chiamati ad incarnare l’ “Ubi charitas et amor”:

Com’è bello, Signor, stare insieme,

ed amarci come ami tu:

qui c’è Dio. Alleluia !


1. La carità è paziente, la carità è benigna,
comprende, non si adira e non dispera mai.

2. La carità perdona, la carità si adatta,
si dona senza sosta con gioia e umiltà.

3. La carità è la legge, la carità è la vita,
abbraccia tutto il mondo e in ciel si compirà.

4. Il pane che mangiamo, il corpo del Signore,
di carità è sorgente e centro di unità.

Riccardo ha detto al mondo e lo ripete oggi anche a noi che vivere nell’amore è stupendo: Amatevi gli uni gli altri come io vi ho amati”: ecco il comandamento dei cristiani, l’unico che, se attuato in verità, consente di riconoscere i discepoli di Gesù (cf. Gv 13,35)

Gesù - Amatevi come vi ho amati
Erminio Pampuri ha faticato molto per trovare la sua strada. Un lungo cammino fatto di difficoltà. Il carisma di San Riccardo alla fine è il medesimo del suo patriarca San Giovanni di Dio, un laico randagio braccato dallo Spirito a quarantatré anni di desideri, di tergiversazioni, di entusiasmi passeggeri.

Giovanni, “el mendigo de Granada”, sembra un randagio che non sa o non vuole scegliere la sua via;

  • è sempre un viaggiatore senza meta;
  • un camminatore con l’ansia dell’arrivo;
  • ma che non trova mai il posto dove posarsi e stabilirsi;
  • un inquieto, sia pure in cerca di Dio,
  • ma che non trova la sua pace in nessun angolo della terra,
  • senza un mestiere perché ne cambia troppi.

Come si sente in lui l’uomo ricercatore di Dio !

  • L’uomo instabile,
  • l’uomo, il vir desideriorum,
  • l’uomo che non sa decidersi,
  • l’uomo, il solitario camminatore alla conquista  della felicita!

( http://sangiovannididio.altervista.org/blog/

1-San Giovanni di Dio 9A partire dal nostro “randagismo”, GLOBULI ROSSI significa ispirarsi a chi ha conosciuto gli sbandamenti, gli avvilimenti ma che, ad un certo momento ha trovato…E s’è buttato anima e corpo. Ognuno, da persona libera, sottomessa allo Spirito, cerchi la propria originalità e peculiarità per esprimere la comune spiritualità.

Melograno-001Siamo come i “chicchi” di un melograno evengelico rappresentato da santi e martiri che si sono consumati fino a dare la stessa vita per la Carità.

Avanti! C’è posto per tutti: religiosi, sacerdoti, bambini, giovani, coppie di sposi, intere famiglie, vedove, gruppi, amici, volontari…

cenacolo-di-gerusalemmeAbbiamo le spalle coperte perché partiamo da Gerusalemme, da quel: “Ho desiderato ardentemente di celebrare questa Pasqua con voi, di mangiare questa Pasqua con voi”.

Ed oggi proviamo ad ispirarci a un testimone contemporaneo chi ha creduto alle parole del Maestro: il vescovo Don Tonino Bello, che ripete alla sua Chiesa, mentre lotta, divorato da un tumore:

don ToninoSono le parole che Gesù disse prima dell’ultima cena proprio nel Giovedì Santo. E anch’io ho desiderato ardentemente di mangiare questa Pasqua con voi; e Gesù dice “prima che io me ne vada”. Ma io non so se me ne andrò, chissà come piacerebbe a me, l’anno prossimo, di poterci trovare ad una solenne smentita, e poter dire: “guarda, ti ricordi che differenza?” e allora renderemmo grazie al Signore. Per adesso, via, andiamo avanti, con grande gioia.

Io ho voluto prendere la parola per dirvi che non bisogna avere le lacrime, perché la Pasqua è la Pasqua della speranza, della luce, della gioia! Dobbiamo sentirlo! Io lo sento veramente, perché è così, perché il Signore è risorto, perché è al di sopra di tutte le nostre malattie, le nostre sofferenze, le nostre povertà; è al di sopra della morte. Quindi ditelo!

Ecco, aggiungo un altro compito a casa: ognuno di voi a qualcuno, a qualche parente che non sta bene, a qualche ammalato. Ditelo: che stai lì…? Lo sai che c’è Gesù vicino a te!? Certo, chi sta a letto la luce del sole domani la vedrà attraverso le finestre – Io, oggi, ho ringraziato il Signore e ho detto: “Da quanto tempo non vedo il sole!” – Comunque, anche se non vedrete la luce del sole direttamente, e la vedrete attraverso le finestre – e gli alberi accarezzeranno le vostre porte e sentirete il canto degli uccelli da fuori – non importa, non importa!

Ci sarà il tripudio, il tripudio pasquale, la gioia pasquale, che penetra come la luce sotto le fessure della porta a raggiungere tutti; e raggiunga soprattutto voi, che godete di buona salute, che potete aiutare gli altri, che date una mano a coloro che soffrono.

Voglio dire: mi raccomando, domani, non contristate – per nessuna amarezza, di casa vostra o per qualsiasi altra amarezza – non contristate la vostra vita! – “Al risorto non è lecito stare se non in piedi, in piedi!” – lo dicevano i padri della Chiesa.

Vi faccio tanti auguri, tanti auguri di speranza, tanti auguri di gioia, tanti auguri di buona salute, tanti auguri perché, a voi ragazzi, ragazze, i sogni fioriscano tutti. Tanti auguri perché nei vostri occhi ci sia sempre la trasparenza dei laghi e non si offuschino mai per le tristezze della vita che sembra ci sommergano.

Vedrete come, fra poco, la fioritura della primavera spirituale inonderà il mondo, perché andiamo verso momenti splendidi della storia, non andiamo verso la catastrofe. Ricordatevelo!

Non sono allucinazioni di uno che delira per la febbre. E’ vero, andiamo in alto, andiamo verso punti risolutori della storia, verso il “punto Omega” Gesù, che è il “punto Omega”, cioè la “zeta”.

  • Potete dirlo… L’ultimo punto dell’alfabeto.
  • In Italiano è “Zeta”,
  • in latino è “Zeta”,
  • in greco è “Omega”,
  • in ebraico “Tau”;
  • il “Tau”, che molti di voi hanno, è l’ultima lettera dell’alfabeto ebraico.
  • E noi andiamo verso l’ultima lettera dell’alfabeto, non verso la fine, ma verso l’inizio!
  • Quindi, gioite!

Il Signore vi renda felici nel cuore, le vostre amicizie siano sincere. Non barattate mai l’onestà con un pugno di lenticchie. Poi vorrei dirvi tante cose, soprattutto vorrei augurarvi la pace della sera, quella pace che si sentiva un tempo quando ci si ritirava vicino al focolare. La pace della sera, quella che possiamo sentire anche adesso, se noi recideremo un pò dei nostri impegni così vorticosi, delle nostre corse così affannate.

Coraggio! Vogliate bene a Gesù Cristo, amatelo con tutto il cuore, prendete il Vangelo tra le mani, cercate di tradurre in pratica quello che Gesù vi dice con semplicità di spirito.

Amate i poveri perché è da loro che viene la salvezza, ma amate anche la povertà. Non arricchitevi, non arricchitevi! Non vale. Nel gioco della vita è sempre perdente chi vince sul gioco della borsa.

Vi abbraccio tutti, ad uno ad uno, e in modo particolare, dal momento che avete fatto questo sacrificio stamattina, voi della mia comunità parrocchiale, a partire da Don Gigi, il parroco della mia comunità parrocchiale, e voi delle comunità vicine…

Grazie per questa vicinanza, che mi fa sentire il vostro calore, il vostro affetto. Io, per parte mia, non posso fare altro che ripagarvi con la mia preghiera e col mio sacrificio.

Ai miei sacerdoti vorrei ribadire tutto quello che nell’Omelia è stato detto, ma ad uno ad uno, nessuno escluso, neppure qualcuno col quale ci può essere stato qualche motivo di screzio, perché c’è sempre.

Vorrei dire a tutti, ad uno ad uno, guardandolo negli occhi: ti voglio bene!

Così come, non potendo adesso stringere la mano di tutti, devo ritirarmi, e, quindi, mi dispiace, di non poter dare la mano a tutti, però, venendo vicino a voi, così, personalmente voglio dire: Ti voglio bene!

Auguri di Buona Pasqua!»

Persone così sono come “globuli rossi” somministrati a un paziente anemico, la maschera di ossigeno a chi è in affanno.

Dio sopra tutte le cose del mondo. Amen Gesù.

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