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FATEBENEFRATELLI : FRA ANGELO BERTOGLIO – SOGNANDO LA SPORTA E IL BASTONE – Angelo Nocent

San Giovanni di Dio a44
Sognando la sporta e il bastone…

 

Ieri ho approfittato della Domenica per mettere ordine in cantina. Frugando tra le carte ingiallite degl’anni ’70 che giacciono in un armadio intaccato dalla muffa,  con sorpresa, ho rinvenuto un paio di scritti dell’amico fra Angelo Bertoglio che non ricordavo più di possedere.

Da tempo lo avevo perso di vista ed ho appreso della sua morte solo di  recente attraverso la Rivista ”Fatebenefratelli” che   da un paio d’anni ospita qualche mio scritto.

Sarei andato volentieri ai funerali dell’amico, uomo reietto, tenuto ai margini per tanti anni perché “classificato” con il marchio indelebile di psicopatico. Da quando ho avuto modo di conoscerlo, non l’ho mai sottovalutato, stimandolo invece progressivamente come uomo di Dio  che aveva delle cose da dire ai suoi, senza riuscirvi. E forse è giunto il momento che qualcosa di più si sappia del suo messaggio che c’è fra le righe, talvolta tortuose del suo dire. Da quel poco che ci è rimasto dei suoi appunti, io credo si abbia tutti da imparare.

Da qui l’idea di riportare in luce il cartaceo di  riflessioni maturate in quegl’anni per evitare che finiscano inesorabilmente al macero.  Sono documenti storici  significativi perché riflettono un ‘epoca’, quella post Conciliare, ricca di fermenti, talvolta burrascosa ma carica di promesse.

Prendendo d’imprestito da Mario Capanna, leader del Movimento Studentesco di allora, anch’io mi sento di affermare senza indugio: “Formidabili quegl’anni! “.

Sono  trascorsi ormai quarant’anni anni dalla pubblicazione del primo numero di OPZIONI ’70,  un rudimentale ciclostilato di una ventina di pagine, messo insieme  dai “ragazzi” del Centro Studi FBF di Erba. Un lasso di tempo enorme, durante il quale  è successo di tutto; Uno spezzone di storia che può aiutare a capire le evoluzioni e le involuzioni. Uno specchio delle “brame” che sono quelle di sempre: Dio, la libertà, l’amore, la comunione fraterna…

Perché rispolverare queste pagine che senz’altro patiscono l’usura del tempo?

Per ricordare, farne memoria. Coloro che son venuti dopo, non sono partiti da zero C’è sempre un prima che non va obliato. Così è stato sempre, cosi sarà. Non esistono tempi bui, solo tempi di grazia. Sono le nostre risposte a darne il sapore acre, ad offuscarne gli orizzonti, ad avvelenarli. Così è stato. Così sarà.

Ci sono nomi dimenticati, nomi di dispersi, nomi di caduti in battaglia, nomi ancora sulla breccia… Comunque, sempre nomi scritti nel palmo della mano di Dio.

Davide re 138_32954_1Nonostante le sue grandi “stonature”, le “stecche” clamorose che si colgono nel grande cantore di Dio, il re Davide, siamo qui ancora a parlarne, ad alimentarci  ogni giorno con i suoi Salmi, della sua fede e della sua speranza. Perchè? Perchè non ha dimenticato, rimosso: ” Ma tu vuoi trovare entro di me verità, nel profondo del cuore insegni la sapienza” (51,8 (50). La sua sapienza è in queste parole: “Sono colpevole e lo riconsco, il mio peccato è sempre davanti a me” (5) E che sia un povero di spirito lo si intuisce da queste parole: “ridonami la gioia di chi è salvato, mi sostenga il tuo spirito generoso” (14).

Qualche volta ritornare sui propri passi fa bene. Si capiscono gli errori commessi, si vedono le omissioni, si registrano i limiti e si prende coraggio per proseguire…nonostante tutto.

2013-12-18Ma chi era frate Angelo Bertoglio? Il più grande estimatore di OPZIONI ’70. Un “sempre giovane” passato per le strettoie dell’umiliazione e del “compatimento”. Uno che per primo avrebbe fatto entusiasticamente parte della COMPAGNIA DEI GLOBULI ROSSI- DNAoh, solo che l’avesse conosciuta. Procedendo nella lettura, se ne comprenderà il perché.

Ora che lo abbiamo intercessore in Cielo, sono sicuro che la nostra attuale timidezza si trasformerà progressivamente in coraggio, fino all’eroismo. Di Lui preferirei che riferisse chi l’ha conosciuto più e meglio di me: i suoi confratelli che sulla Rivista lo hanno fedelmente dipinto come mite e buono. Non so se ha posseduto la terra. Certamente possiede il Cielo.

62 anni di professione religiosa: una vera “schiena a disposizione di Dio”

In silenzio e nel nascondimento, come sempre ha vissuto la sua consacrazione religiosa, fra Angelo  Bertoglio è stato chiamato dal Signore all’età di anni 82 e 62 di professione religiosa. La sua morte è avvenuta lo scorso 25 luglio, nel giorno in cui la liturgia celebrava la festa dell’apostolo san Giacomo, uno tra i primi  ad essere chiamato da Gesù alla sua sequela, … fu anche il primo degli apostoli a bere il calice” (cfr. Mt 20,23) della passione di Cristo, a diventare suo testimone con il dono della vita.

Fra-Sergio-SchiavonCosì leggiamo nella lettera di fra Sergio Schiavon, Superiore Provinciale, inviata ai confratelli. Possiamo affermare che pure Fra Angelo è stato unito alla passione di Cristo e, nonostante questo, ha sempre testimoniato Lui anche nell’offerta della sua sofferenza, con serenità e consapevolezza. Infatti, già da alcuni anni la salute del nostro Confratello era sempre più precaria e negli ultimi mesi si era sempre più aggravata; si era così  rivelato necessario il suo ricovero in un reparto del Centro “Sacro Cuore di Gesù” di San Colombano al Lambro..

_Scan10456Qui è stato sempre accudito, curato e seguito sia dai Confratelli della Comunità, che dagli zelanti, attenti e sensibili Operatori del reparto. Già fin dai primi anni della sua formazione nell’Ordine è apparso, a detta dei Confratelli, il suo carattere “chiuso e taciturno, però – sempre essi annotavano – religioso buono, di pietà e laborioso”; tali caratteristiche l’hanno sempre accompagnato nella sua esistenza di consacrato, che ha amato, e quasi cercato, il nascondimento, il silenzio e la semplicità, quella semplicità così ben descritta dalle parole di monsignor Gianfranco Ravasi e che ben si addicono alla figura e allo stile di vita di Fra Angelo: “La semplicità è spontaneità, schiettezza, naturalezza. È sobrietà, franchezza, anche un po’ di ingenuità. Va contro la complicazione, l’ansia da carriera, l’oscurità macchinosa. Ignora l’artificiosità, l’ipocrisia, l’affettazione”.  

 

Prova di questa vera semplicità sono alcuni suoi scritti (Fra Angelo era solito comunicare molto con lettere e bigliettini) che rivelano l’acutezza delle sue vedute e la schiettezza e la lealtà nel rivelare anche le cose un po’ scomode; usava un linguaggio chiaro, a tratti anche forbito; emergeva il suo amore per la verità.

Sapeva rivolgersi anche ai Superiori con chiarezza e profondo rispetto, senza però tacere alcune questioni delicate, offrendo opportuni suggerimenti (una sua espressione colpisce in modo particolare, quando parlava del rapporto tra i Confratelli: “Per amarci bisogna vedersi, incontrarsi, dialogare, intendersi”).

Fra Angelo era anche cosciente dei suoi limiti e li accettava serenamente; questi però non gli hanno impedito di essere un autentico testimone dell’Ospitalità al servizio dei malati. Sappiamo, infatti, che, finché la salute glielo ha permesso, a San Colombano, soprattutto nel pomeriggio di ogni domenica, apriva il grande salone dell’animazione del Centro e accoglieva e intratteneva gli ospiti che vi si recavano, essendo per loro un vero punto di riferimento.

Anche se la sua presenza era spesso discreta e silenziosa, quasi defilata, il nostro Confratello era pure pronto al dialogo serio e aperto con le persone che lo volevano accostare e a dare consigli a coloro che li chiedevano.

Mi piace richiamare anche un altro aspetto della vita di questo nostro Confratello: egli fu un autentico “uomo di preghiera”; la sua era una preghiera semplice, ma convinta e costante, espressa sia negli atti di comunità, che in modo personale; quando non era impegnato in altre faccende, aveva sempre la corona tra le mani.

Era sua abitudine affidare tutti e tutto alla preghiera, certo dell’aiuto del Signore, nella consapevolezza che Egli può elargire quelle grazie necessarie per portare a termine ogni cosa in modo positivo.

Fra Angelo si mostrava sempre interessato al problema delle vocazioni e anche in questo la sua preghiera era intensa; ora che egli è stato chiamato dal divino Maestro potrà ancor più intercedere perché altre persone possano seguire Cristo nella vita consacrata nell’ospitalità, affinché il carisma di san Giovanni di Dio possa essere vissuto e realizzato in una continuità fruttuosa e positiva. Il ricordo della vita e dell’attività del nostro Confratello defunto aiuti tutti noi a vivere sempre più e meglio il nostro servizio di Ospitalità.

In questa eucaristia stiamo ringraziando Dio per la vita di Fra Angelo; lo facciamo in questa chiesa di San Colombano che egli spesse volte ha frequentato, pregando con la comunità religiosa e, in modo particolare, con tutti suoi amici ammalati, così li chiamava.

Da questo luogo vogliamo esprimere il nostro grazie al Signore per il dono prezioso della vocazione religiosa e della chiamata all’ospitalità di Fra Angelo, vocazione vissuta nella fede e nel dono come servizio ai malati, come attento servo di Dio.  nostro grazie a te Fra Angelo per la tua presenza conciliante in ogni momento della tua vita.

Il nostro Confratello si era definito il missionario del grazie e del sorriso come segno tipicamente evangelico. Con questa finalità e soprattutto per la sua apertura fraterna e sociale, non solo ubbidisce alla voce dello Spirito, facendosi mite strumento di incontro e di dialogo con tutte le persone, malati e collaboratori, ma si mette alla ricerca con tenacia e con purezza di cuore della verità e della giustizia, promovendo la comprensione e la solidarietà tra quanti lo hanno avvicinato. .

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Riflettendo su questa affascinante pagina evangelica delle Beatitudini non possiamo non pensare alla vita del nostro confratello defunto il quale negli ultimi anni ha rivissuto nella sua silenziosa sofferenza, a volte incompresa, la sua esistenza illuminata dal discorso della Montagna.

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Se ci lasciamo guidare nel ricordo delle varie manifestazioni e contatti che gli sono stati congeniali, sostenuti a volte da una critica costruttiva, fra Angelo ha sempre operato contante persone che spesso conosceva attraverso la corrispondenza e scritti a lui abituali, rafforzando in lui il desiderio di sentirsi parte attiva della Chiesa, in cammino verso la speranza cristiana offrendo nella sua semplicità la stima verso ogni uomo specialmente verso i più poveri, ben coscio che tutto viene da Dio.

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Anche negli ultimi anni, nonostante la malattia, alimentava sempre nella sua mente e nel cuore una sua grande aspirazione: quella di essere e di sentirsi animatore e ludopedista del nostro Centro specie attraverso lo sport. Mi pare di sentire ancora i suoi appelli … perché non si organizzano delle partite di calcio, o altro, fra collaboratori e con l’esterno; perché non sosteniamo un giornalino informativo per gli ospiti e collaboratori?

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Da qui si comprende la sua semplicità, ma nel contempo la volontà di animare e di dare il suo contributo per la giusta causa. La perseveranza in questo suo impegno gli ha dato la carica e il sostegno per superare la solitudine  e alcuni momenti di sfiducia.

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Avendo guardando nella sua vita personale e riscoprendo ancora una volta la sua semplicità, onestà d’animo e buon cuore, veramente ci rattristiamo per la sua dipartita, che diventa per tutti noi monito e sprone per una più responsabile attenzione verso la persona che accostiamo e non solo nello scorgere in essa il primo protagonista del proprio recupero, ma pure nello scorgere in essa il pensiero, lo spazio, il messaggio di Dio risuonante in noi.

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Pur addolorati, per la perdita di un amico con il quale abbiamo percorso insieme oltre trenta anni, il nostro pensiero sale a Dio perché lo accolga, ne siamo certi, accanto a sé fra le braccia di San Giovanni di Dio e di tutti gli ammalati che lo hanno conosciuto in terra. 

La fede ci conforta con il suo messaggio: non lo abbiamo perduto, egli è entrato nella vera vita e sarà accanto a noi come intercessore presso il buon Dio.   

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Fra Angelo Bertoglio era nato il 9 aprile 1924 a Casalpusterlengo, attualmente in provincia di Lodi, e battezzato alcuni giorni dopo con il nome di Giuseppe.

 

Il 23 ottobre 1941 inizia il suo cammino formativo nell’Ordine dei Fatebenefratelli, essendo accolto presso il nostro Convento – Ospedale di Varese. Da qui, dopo alcuni mesi, è trasferito a Erba, presso l’ospedale “Sacra Famiglia” per compiere il periodo di Noviziato, iniziato il 26 luglio 1942.

 

Sempre ad Erba, il 22 agosto 1943, emette la Professione temporanea. Viene poi inviato a Lodi, per prestare il suo servizio presso l’ospedale “Sant’Antonio”, quindi a Gorizia, presso l’ospedale “San Raffaele Arcangelo” e poi a Brescia, presso l’allora istituto “Sacro Cuore di Gesù”.

 

Qui, il giorno 11 aprile 1948 emette la Professione Solenne. Dopo il servizio in questo Centro Assistenziale, eserciterà il suo apostolato a Solbiate Comasco, presso la Casa di Riposo “San Carlo Borromeo” e, da ultimo, a SanColombano al Lambro, presso il Centro “Sacro Cuore di Gesù”.

 

Ma passiamo a “OPZIONI ’70″. 

 

 Cos’era? Un modestissimo ciclostilato di una ventina di facciate, scritto da alcuni ragazzi, un po’ infervorati, un  po’ ingenui, un po’ delusi…E tra costoro c’era anche lui, il non più giovane ma il “sempre giovane”,

 

Missionario del grazie e del sorriso,  questo umile uomo di Dio, dallo sguardo profetico, sognatore, poco considerato,  taciturno (per natura o per scelta?) ma presente sulla scena, preso dal fervore del rinnovamento, fu felice, felicissimo di essere stato invitato a dare un contributo di fede e di esperienza. Un sogno coltivato per anni nel cassetto e soffocato dentro l’anima perché i tempi, prima di allora, non lo avevano permnesso.

 

Sono usciti soltanto 6 numeri. Sufficienti per produrre scompiglio e  qualche sgomento.

 

Una piccola Pentecoste o un fuoco di paglia?

 

I pareri sono discordi. Certamente una turbolenza. Alcuni, come il sottoscritto, portano ancora i segni delle salutari zuccate contro il muro. 

 

Epperò il suo è un graffio sempre permeato di quella  inusitata carità fraterna che sa dire amorevolmente in faccia, senza rancore, quanto altri sanno solo mormorare dietro le spalle, giacché lanciare i sassi nascondendo la mano per non compromettersi è uno sport che paga in ogni tempo. Ed è praticato anche in convento.