FATEBENEFRATELLI: S. GIOVANNI DI DIO VUOLE ESSERE SUPERATO – Angelo Nocent

 San Giovanni di Dio cambia aabito e nome

 

 “…Quando Giovanni di Dio rivestiva qualche povero del proprio abito, era solito indossare lui quello del povero. Avendolo, perciò, il vescovo visto tanto mal ridotto e tanto miseramente vestito, dopo avergli dato il nome, gli disse: «Fratello Giovanni di Dio, per la vostra vita, giacché vi portate da qui il nome, prendete ora anche la forma dell’abito, perché quello che portate fa ripugnanza e dà disgusto a coloro che per devozione vogliono trattare con voi e farvi sedere alla loro mensa; e perciò indossate un corpetto e un paio di calzoni grigi, con sopra un cappotto di bigello, che sono tre cose in onore della Santissima Trinità». Egli acconsentì volentieri. Ed il vescovo fece comprare subito l’abito e glielo impose con le proprie mani. E così Giovanni se ne andò col nome e con l’abito, benedetto dalle mani del vescovo, e non li cambiò fino alla morte” (De Castro Cap XVII). 

Dal Leviatano:

In una via che si trova sotto i colpi di quelli che lottano da un lato per   una troppo grande libertà e dall’altro per una soverchia autorità, è      difficile passare tra le spade di entrambi senza ricevere ferite.”

                                                                               Thomas Hobbes

ISTITUZIONALIZZAZIONE 

Nelle scienze sociali, l‘ istituzionalizzazione è il processo attraverso il quale determinati valori, pratiche ed orientamenti si strutturano come costruzioni di senso solide e generalmente accettate. È possibile descriverla come un processo di cristallizzazione e codificazione di flussi di senso presenti nella vita culturale di una società, i quali diventando istituzione perdono in larga parte il loro carattere di dinamicità acquisendo una forma stabile e generalmente riconosciuta. 

Ma diciamocela tutta: la sindrome da istituzionalizzazione esiste ed è una condizione psicopatologica che è possibile riscontrare sia in soggetti sottoposti ad una lunga permanenza in istituzioni chiuse (come case di cura, ospedali psichiatrici, prigioni, orfanotrofi) sia anche in soggetti la cui struttura di vita sia improntata al rispetto di rigide e restrittive regole comportamentali (come ad esempio appartenenti ad ordini religiosi, sette, comunità isolanti, gruppi familiari problematici). E’ denominata in Letteratura come “nevrosi istituzionale” ed è generalmente caratterizzata da chiusura in se stessi, indifferenza verso il mondo esterno, apatia, regressione a comportamenti infantili, atteggiamenti stereotipati, rallentamento ideico…

Scrivendo questo titolo mi è venuto da ridere pensando ai miei anni giovanili, quando sognavo di deistituzionalizzare le Istituzioni. Idiosincrasia a parte, che fossero pretese o illusioni, quel che è certo è che oggi siamo allo zoccolo duro. Infatti, se si parla di “laici ospedalieri associati”, bisognerà provare a parlare di statuto (dal latino statutum, participio passatoneutro di statuĕre, ‘stabilire’) . 

Menni - logo_suore_ospitaliereLe Sorelle Ospedaliere, con il contributo di Marcello Zago, Laicos asociados en contexto eclesial, Vida religiosa, non si sono tirate indietro. Proviamo a mettere a fuoco le convergenze nelle esperienze di laici associati: 

  1. Nella relazione associativa la chiave sta sempre nel condividere il carisma;
  2. Spesso però, nelle varie esperienze, si sottolineano con accenti diversi la spiritualità, l’ottica missionaria, la vita comune o lo stile di vita.
  3. Ogni istituto religioso tende a evidenziare la propria dimensione più caratteristica.
  4. Oggi molti chiedono di essere associati più strettamente che in passato alla vita di preghiera e di comunità, e perfino agli orientamenti e alle decisioni degli istituti religiosi, pur rimanendo fedeli alla propria vocazione secolare.
  5. Il carattere di famiglia carismatica si sottolinea specialmente dove ci sono diversi rami o istituti religiosi.
  6. Il punto ideale di convergenza non è l’Istituto religioso ma il carisma che anima e unisce tutti.
  7. La spiritualità attira molti laici ad associarsi agli istituti religiosi per ricevere un “plus d’anima” nel proprio impegno cristiano e sociale. In questo modo gli Istituti manifestano i percorsi di santità in consonanza con essi.
  8. I laici aspirano a formarsi nella spiritualità di un istituto religioso, a riprendere e a prolungare l’esercizio del suo carisma.
  9. Alcuni dicono che per assumere bene un determinato carisma bisogna conoscere profondamente la spiritualità che lo anima e viverla.
  10. La missione fa parte degli impegni degli associati
  11. In alcuni istituti si sottolinea la partecipazione all’attività apostolica propria dell’Istituto.
  12. Alcuni vivono questa partecipazione come lavoro retribuito, altri come volontari.
  13. Alcuni insistono di più nell’incarnare nella propria attività professionale la prospettiva o la missione caratteristica dell’Istituto, come ad esempio l’opzione per i poveri o la priorità dell’evangelizzazione di gruppi o ambienti sociali particolari.
  14. La dimensione comunitaria è vissuta in vari modi secondo gli istituti. In alcuni casi ci sono incontri regolari, a volte settimanali, tra associati e religiosi. In altri, gli associati formano fraternità laicali con incontri regolari tra di loro e la compartecipazione di uno o più religiosi.
  15. Normalmente si insiste sul rispetto dell’autonomia dei diversi stati, con relazioni di comunione e di arricchimento reciproco.
  16. La comunità locale è il punto normale di riferimento e dovrebbe essere il nucleo animatore.
  17. Viene ricordato costantemente il carattere secolare e laicale degli associati. Ciò che in fondo unisce religiosi e associati è, anzitutto, la partecipazione comune alla Chiesa attraverso lo statuto battesimale da cui deriva la comune responsabilità missionaria.
  18. E’ necessario conservare la prospettiva ecclesiologica in cui si realizza la complementarietà e si situano i carismi. Proprio per questa ragione nella formazione si tende a trasmettere lla teologia del laicato e della missione, e non si cura soltanto l’iniziazione al carisma specifico.
  19. Anche il carisma specifico del Fondatore dell’Istituto deve essere interpretato e vissuto dai laici nella vita secolare.
  20. La formazione è messa in risalto, sia prima che dopo, dall’accettazione formale. Include la formazione cristiana generale e la formazione specifica del carisma. La comunità religiosa locale è il punto di convergenza della formazione oltre che di appartenenza.
  21. L’organizzazione degli associati necessariamente deve essere diversificata. Gli statuti appaiono nel contesto di un’evoluzione, normalmente dopo una fase informale.
  22. E’ necessario che le persone manifestino e maturino sul piano pratico locale perché è solo lì che il singolo gruppo può prendere la forma di associazione, di comunione, di fraternità, di famiglia, ecc.
  23. La scelta è influenzata anche da una determinata famiglia religiosa e dalla sua comunità locale. L’approccio e la forma iniziale dipendono da questa caratterizzazione.
  24. E’ opportuno, specialmente all’inizio, non imporre subito ai neonati gruppi delle norme fisse. Importante è che prenda corpo lo spirito di vera comunione, di aiuto reciproco, di servizio condiviso.
  25. Sarà necessario scegliere una persona preparata per seguire e accompagnare l’evoluzione dell’esperienza, senza forzare le tappe. Con il tempo si valuterà l’opportunità di un coordinamento più ampio, nazionale e internazionale.
  26. Generalmente l’accettazione di un associato si fa con rigore, serietà e cordialità. Si esige una preparazione nella conoscenza reciproca, discernimento personale e un periodo di formazione.
  27. In alcuni casi è prevista anche una domanda scritta che dovrà essere valutata e approvata dal/dalla Provinciale o dal Coordinatore Nazionale degli associati e con il consenso del coniuge per i coniugati.
  28. Nulla dev’essere fatto a detrimento della maturità, della qualità umana, dei valori specifici dello stato di vita ecclesiale specifico di ognuno.
  29. L’accettazione si inserisce normalmente in un rito liturgico.
  30. Specialmente quando si partecipa ad una attività si fa anche un contratto.
  31. La durata dell’impegno si determina e varia secondo gli Istituti.
  32. L’aspetto economico è contemplato negli statuti.
  33. Ordinariamente si insiste sullo stile di vita semplice e sulla condivisione dei gruppi per la copertura delle spese di organizzazione. 

Dalle indicazioni emerse, proprio perché generali e di principio, vanno ora calate nelle diverse realtà. Ognuno è chiamato a studiare la sua parte perché in scena, salvo lo Spirito Santo, nessuno è autorizzato a improvvisare. 

Si tratta di un progetto ecclesiale radicalmente cristocentrico ed evangelico che deve stare volutamente perché generatore di una probabile svolta storica che si fatica ancora solo ad immaginare. In questo progetto devono trovare dignitosa collocazione anche i restanti collaboratori che non intendono una partecipazione diretta, profondamente coinvolgente, compresi coloro che, pur non avendo una visione di fede, hanno certamente un ruolo umano e professionale preziosissimo e da mettere in gioco. 

La sintesi è questa: mantenere l’unità nella diversità e nella pluralità delle persone. 

COME NASCE UN MOVIMENTO? 

Prima ancora d’inserire la parte precedente, sussidio certamente utile per muovere i prossimi passi, andavo dicendomi: tutto fa presagire che, prima o poi lo Spirito farà suscitare un movimento in seno alla Chiesa e all’Ordine, capace di rispondere ad esigenze verbalmente ancora non sempre formulate in modo appropriato e chiaro. Però si avverte che siamo vicini. La domanda quindi, di chiedersi come nasca un movimento, un’ associazione, una semplice comunità, è legittima e pertinente, proprio in funzione di un discernimento che competerà ai superiori del momento. 

Anche per non parlare a vanvera, credo sia utile provare a chiederlo a coloro che hanno già fatto questa esperienza cristiana, perché tutto nasce da una testimonianza, per un dono dello Spirito, nulla è prefabbricato a tavolino. Noi possiamo fare tutti i convegni internazionali che vogliamo, promuovere incontri, dirci cose bellissime, immaginare un grandioso futuro, ma… 

Giovanni Paolo II - WojtylaIn un discorso del Papa ai giovani, in Scandinavia, vi è una frase che riassume la ricerca di futuro che assilla un po’ tutti i consacrati: 

  • Come tutti i giovani del mondo” dice il Papa “voi siete alla ricerca di ciò che è importante e centrale nella vita. 
  • Nonostante alcuni di voi siano distanti dal punto di vista geografico e alcuni possano essere anche lontani dalla fede e dall’affidamento in Dio, siete venuti qui perché siete veramente alla ricerca di qualcosa d’importante su cui basare la vostra vita. 
  • Voi volete stabilire salde radici e percepite che la fede religiosa è parte importante per la vita piena che desiderate. Permettetemi di dirvi che io capisco i vostri problemi e le vostre speranze. 
  • Per questo desidero oggi, giovani amici, parlarvi a riguardo della pace e della gioia che possono essere trovate, non nel possedere ma nell’essere. 
  • E l’essere si afferma conoscendo una Persona e vivendo secondo il Suo insegnamento. 
  • Questa Persona si chiama Gesù Cristo, nostro Signore e Amico.
  • Egli è il centro, il punto focale, Colui che tutto riunisce nell’amore”. 

Fra Raimondo Fabello o.h. con Giovanni Paolo III Fratelli di Giovanni di Dio hanno nel cuore una sola ansia, sono mossi da una comune ragione: dare a coloro che incontrano ciò che a loro volta hanno ricevuto, ossia che gli uomini conoscano Cristo. Dio è diventato uomo, è venuto tra i suoi. Che i suoi non Lo conoscano è il peccato più grave, è l’ingiustizia senza paragone, più grande. Solo che prima di portare un annuncio verbale, compiono gesti molto umani (diagnosticare, curare, guarire) che suscitano domande inquietanti: perché devo soffrire? Perché il dolore? 

E’ il momento in cui non si può barare. 

Allora quando ci si presenta agli altri bisogna compiere gesti altamente educativi. Sempre. Tutto deve avvenire dentro l’orizzonte della presenza di Cristo, cioè, nel nostro caso, dell’ospedale, della comunità terapeutica. L’esperienza dell’amore a Cristo dev’essere totalizzante. Tutto ciò che è diviso e staccato dalla Sua presenza andrà in fumo! La divisione è l’inizio della distruzione. Perciò bisogna che tutto avvenga alla luce, sia chiarito, spiegato e aiutato. 

La comunità terapeutica degli operatori sanitari, dove l’incontro con Cristo accade, è il luogo dell’appartenenza del nostro io, il luogo da cui esso attinge la modalità ultima di percepire e di sentire le cose, di coglierle intellettualmente e di giudicarle, di immaginare, di progettare, di decidere, di fare. Il nostro io appartiene a questo “corpo” che è la nostra comunità sanante, e da esso attinge il criterio ultimo per affrontare tutte le cose. Perciò il nostro punto di vista non va per la sua strada, ma si obbliga al paragone e nel paragone obbedisce alla comunità, al Movimento. 

Rilke dice alla moglie, in riferimento a quell’appartenenza breve ma esemplare che è il rapporto uomo-donna: “Dove rimane all’oscuro qualcosa, esso è di un genere che non esige chiarimenti, ma sottomissione“. Grande è la sottomissione che i Fratelli Ospedalieri sperimentano nella vita delle loro Fraternità: è sottomissione al Mistero di Cristo che si rende presente nella comunità e cammina con essa. Questa esperienza va dilatata, condivisa. Finirebbe la disputa sui “Collaboratori”. 

C’è un’ affermazione di Péguy che coglie bene il punto:

  • Quando l’allievo non fa che ripetere non la stessa risonanza ma un miserabile ricalco del pensiero del maestro;
  • quando l’allievo non è che un allievo, fosse pure il più grande degli allievi, non genererà mai nulla.
  • Un allievo non comincia a creare che quando introduce egli stesso una risonanza nuova (cioè nella misura in cui non è un allievo).
  • Non che non si debba avere un maestro, ma uno deve discendere dall’altro per le vie naturali della figliazione, non per le vie scolastiche della discepolanza“. 

Forse un certo disagio dei Collaboratori deriva dal fiutare questo rischio di finire soffocati “per le vie scolastiche della discepolanza” piuttosto che liberati e valorizzati “per le vie della figliolanza”. Anche perché L’Apostolo è chiaro: “se figli, anche eredi”. 

Detto in altre parole, si tratta di mettere Giovanni di Dio, discepolo di Gesù, quale capostipite di una discendenza che è figliolanza. Laici e consacrati come figli che hanno la stessa natura del padre, ma sono persone nuove, realtà nuove. Così nuove che il figlio può fare meglio del padre e il padre può guardare tutto felice il figlio che è diventato più grande di lui. 

Giovanni di Dio vuol essere superato. 

San Giovanni di Dio (2)-001Sì, san Giovanni di Dio desidera essere superato. Ma quello che il figlio fa è più grande solo se realizza di più e meglio il suo carisma, ciò che lui ha profondamente sentito e trasfuso, con la potenza dello Spirito, il datore dei carismi.

In una casa così concepita, per la sua organicità, le due negazioni sono: la ipetitività e l’affermazione dell’opinione individuale, della propria misura, del proprio modo di sentire. Se la fisiologia di questo corpo viene rispettata, si moltiplica e si dilata il grande Mistero della Sua presenza, di Vivente in mezzo a noi. Chi vede non può che rendere gloria a Dio. 

Diversamente siamo davanti a regno diviso che va in rovina. Perché solo la filiazione genera. La collaborazione, a lungo andare, mortifica. A scanso di equivoci, credo sia utile sorseggiare alla Fonte, dove si dice molto chiaramente che gli apostoli sono operai di Dio: 

(2Cor 3, 1-17). 

  • Io, fratelli, sinora non ho potuto parlare a voi come a uomini spirituali, ma come ad esseri carnali, come a neonati in Cristo.
  • Vi ho dato da bere latte, non un nutrimento solido, perché non ne eravate capaci. E neanche ora lo siete;
  • perché siete ancora carnali: dal momento che c`è tra voi invidia e discordia,
  • non siete forse carnali e non vi comportate in maniera tutta umana?
  • Quando uno dice: “Io sono di Paolo”, e un altro: “Io sono di Apollo”, non vi dimostrate semplicemente uomini?
  • Ma che cosa è mai Apollo? Cosa è Paolo? Ministri attraverso i quali siete venuti alla fede e ciascuno secondo che il Signore gli ha concesso.
  • Io ho piantato, Apollo ha irrigato, ma è Dio che ha fatto crescere.
  • Ora né chi pianta, né chi irrìga è qualche cosa, ma Dio che fa crescere.
  • Non c`è differenza tra chi pianta e chi irrìga, ma ciascuno riceverà la sua mercede secondo il proprio lavoro.
  • Siamo infatti collaboratori di Dio, e voi siete il campo di Dio, l`edificio di Dio.
  • Secondo la grazia di Dio che mi è stata data, come un sapiente architetto io ho posto il fondamento; un altro poi vi costruisce sopra. Ma ciascuno stia attento come costruisce.
  • Infatti nessuno può porre un fondamento diverso da quello che già vi si trova, che è Gesù Cristo.
  • E se, sopra questo fondamento, si costruisce con oro, argento, pietre preziose, legno, fieno, paglia, l`opera di ciascuno sarà ben visibile: la farà conoscere quel giorno che si manifesterà col fuoco, e il fuoco proverà la qualità dell`opera di ciascuno.
  • Se l`opera che uno costruì sul fondamento resisterà, costui ne riceverà una ricompensa;
  • ma se l`opera finirà bruciata, sarà punito: tuttavia egli si salverà, però come attraverso il fuoco.
  • Non sapete che siete tempio di Dio e che lo Spirito di Dio abita in voi?
  • Se uno distrugge il tempio di Dio, Dio distruggerà lui. Perché santo è il tempio di Dio, che siete voi.”

 QUALI APPLICAZIONI TRARNE? 

Tra il richiamo della identità da un lato e le logiche di schieramento dall’altro i votati all’ospitalità rischiano di cadere in quello stato di impasse che si sta verificando per i cattolici in politica: una progressiva marginalità e insignificanza della propria presenza nell’istituzione che gli stessi hanno ereditato dai padri e sviluppato negl’anni. 

Se tutto ciò, invece di essere una banale difficoltà del momento, si tramutasse in un punto d’arrivo di un complesso e larvato movimento storico, buon senso vuole che non si proceda ingenuamente e per forza d’inerzia. A bocce ferme, non emerge nulla di disprezzabile sulle diverse posizioni. Ma devono restare ferme o il gioco deve continuare? Se vengono meno le certezze, cedono le reti di protezione e qualcuno finirà a gambe all’aria. Prevedibilmente chi, se non i religiosi ? 

Tra cattolici laici e cattolici consacrati, la conversione delle relazioni e dei Centri passa fisiologicamente attraverso la mediazione della Chiesa, la quale, dal Concilio in poi, privilegia il ministero della profezia, dell’evangelizzazione, della conversione. La Chiesa può aiutare da un lato la politica sanitaria a non imbarcarsi in pericolose avventure, a fuoriuscire dai molti condizionamenti che la opprimono, affinché vengano dispiegate tutte le potenzialità in vista del bene comune. La stessa non può che sollecitare la sperimentazione delle autonome responsabilità degli operatori in sanità, esercitate nella mediazione e nel dialogo. 

IL bipolarismo laici-consacrati, nelle sue manifestazioni non può significare scontro di culture, confronto tra il bene e il male, esercizio di reciproche scomuniche. Serve invece che interessi differenziati (proprietà-dipendenza) diventino mezzo efficace per la realizzazione di valori largamente condivisi: la persona malata al centro delle attenzioni. 

  • Distinzione di compiti,
  • funzioni ed ambienti (ospedale, psichiatria…)
  • tradizione umanistica, personalistica e solidale,
  • uguaglianza,
  • solidarietà,
  • riduzione degli squilibri,
  • sostegno ai deboli e agli svantaggiati,
  • protagonisti sul fronte delle relazioni economiche e sociali,
  • promozione della cooperazione tra privato e pubblico,
  • affermazione del principio di sussidiarietà,
  • attenzione al dialogo, alla cooperazione,
  • essenzialità dell’azione culturale,
  • autonomia laicale e autonomia dei votati all’ospitalità,
  • nell’imprescindibile azione tra fede e prassi,
  • capacità di leggere i segni dei tempi,
  • volontà di camminare insieme,
  • rispetto della libertà religiosa,
  • altro non sono che alcune idee forza da mettere sul piatto della bilancia, perché maturate nella storia di ognuna delle parti nelle molteplici forme d’impegno.

 La difficile strada del rinnovamento della sanità pubblica e privata è insidiata dalla tentazione di 

  • pragmatismi conservativi da un lato
  • e il bisogno di idealità dall’altro,
  • tra omologazione sull’esistente
  • e sua trasformazione sulla base di valori condivisi.

Sia la politica nazionale che la strategia degli istituti religiosi dediti all’assistenza devono recuperare responsabilità ed etica. Gli uni e gli altri devono trovare il coraggio per un grande disegno, un illuminato progetto. 

Oggi mancano politiche di medio e lungo termine, un progetto nel quale far interagire il pubblico, il privato, il privato sociale nel quale gli interessi possano armonizzare l’insieme e le parti. La concertazione è proprio questo: scambiarsi impegni e certezze reciproche in vista di obiettivi condivisi. Nessuno va confiscato ma al contrario valorizzato per quanto di originale può esprimere. Per evitare discriminanti, le trasformazioni con le quali si è chiamati a fare i conti, hanno bisogno di garanzia proprio perché esigono la capacità di coniugare sacrifici pesanti e benefici futuri su una base di equità.

 Le trasformazioni, per essere efficaci, richiedono adeguate forme di partecipazione e di controllo. Poiché bisogna investire in intelligenza, sono richiesti:

  • uno sforzo massiccio nel campo della formazione;
  • un clima di fiducia tra i vari attori, nell’ottica di equità e partecipazione.

 Nessuno può rassegnarsi alle logiche di frammentazione e di sterile contrapposizione. Pagano solo le proposte di aggregazione in vista del bene comune, il più ampio possibile.

 Alle definizioni verticistiche di valori e obiettivi va sostituita la faticosa costruzione di un discorso etico in base al quale dire dei sì e dei no nel dialogo e trasparenza delle regole. Andrebbe valutata l’opportunità di istituire una “Autorità garante” dei collaboratori laici e dei consacrati operanti negli Istituti FBF, non perché si sostituiscano ai Vertici dell’Ordine e nemmeno per esercitare una funzione tutoria, ma quale momento di continuità, di garanzia e di equilibrio tra le parti a tutela dell’insieme che è patrimonio comune. Non una fuga dalle responsabilità, ma un modo concreto di assumerle.

 Per i professionisti riuniti in associazioni e movimenti cattolici, la professione è il luogo ordinario di esercizio della laicità cristiana, momento eminente di quella “vita secondo lo spirito” cui sono chiamati unitamente ai consacrati.

Per tutti, credenti e non credenti, la professione e la professionalità costituiscono l’identità fondamentale dell’appartenenza sociale. Laici e religiosi, con carismi affini e complementari, devono muoversi verso la crescita di “un uomo di fede consapevole di compiere un cammino insieme con gli altri uomini dentro una storia, nella quale Dio realizza il suo piano di azione. Una duplice laicità, caratterizzata , secondo la lezione del concilio, dalla “ricerca” e dalla “coscienza”, intese come “luogo teologico nel quale il credente colloca i problemi di cui è segnata la sua storia e li legge sulla scorta del mistero pasquale, sentendosene compartecipe e testimone come lo è assieme al suo Signore che salva”.

 Il collaboratore che ha in mente San Giovanni di Dio è descritto nella lettera di amicizia e stima che lo lega a Luigi Battista, un giovane un po’ tormentato della città Andalusa di Jaèn, che desidera essere suo compagno in ospedale. Proprio per la grande confidenza che si è generata tra i due, i suggerimenti che Giovanni gli trasmette in uno scritto sobrio ed essenziale, sono di forte umanità ma anche di grande intensità spirituale, una specie di progetto di “vita nello Spirito”. 

Egli descrive la vita e il suo ministero in termini di donazione totale usando due stupende immagini: 

  • la prima è quella del nomade e del pellegrino che, come Abramo, porta senza sapere quale sarà la meta: “Per fede Abramo, chiamato da Dio, obbedì partendo per un luogo che doveva ricevere in eredità, e partì senza sapere dove andava“. (Ebr 11,8) 
  • Mi sembra che andiate come una barca senza remo: infatti molte volte mi sorge il dubbio che anch’io sia un uomo senza indirizzato fisso, cosicché siamo in due a non sapere che fare , né voi né io. Ma Dio è quello che sa e rimedia”.
  •  
  • L’altra immagine, parallela alla precedente, ma usata in senso negativo, si rivela una vera e propria parabola dell’impegno cristiano:
  • Poiché mi sembra procediate come una pietra vagante, sarà bene che andiate un po’ a macerare le vostre carni e a soffrire vita dura, fame e sete e ignominie e stanchezze, e angustie e affanni e contrarietà; tutto ciò si deve patire poter Dio, perché se venite qui, dovete soffrire tutto per amore di Dio”.

 Egli parla al giovane con molta chiarezza. Sa che è un ragazzo fragile ma non ha paura a prospettargli come rimedio l’eroismo, che è proprio quanto gradiscono i giovani. Gli propone un piano essenziale di vita spirituale che raggiunge i vertici dell’agàpe,ossia dell’amore:

  •  
  • Tutti i giorni della vostra vita guardate a Dio,
  • assistete sempre all’intera Messa,
  • confessatevi frequentemente, se sarà possibile,
  • non dormite in peccato mortale neppure una notte,
  • amate nostro Signore Gesù Cristo sopra tutte le cose del mondo,
  • perché per molto che lo amiate, molto più Lui ama voi.
  • Abbiate sempre la carità perché dove non c’è carità non c’è Dio, anche se Dio è in ogni luogo”.

 A sottoscrivere questo itinerario di donazione è “Il fratello minore di tutti, Giovanni di Dio”. Lui è un laico in azione, impegnato con Dio nel sociale, per l’avvento del Regno. Si differenzia dagl’altri laici, suoi collaboratori iniziali e futuri, per la totale donazione a Dio nella verginità quale segno escatologico. Il resto è un’avventura non ancora conclusa. La staffetta continua. 

SEMPLICEMENTE SANTI 

Don-Tonino-Bello-Samaritano_clip_image002Dopo tutti i bei ragionamenti che siamo andati facendo, propongo una sosta in quel di Molfetta, in compagnia del vescovo, don Tonino, di cui è già stata fatta un’anticipazione in apertura. Nella suggestiva paginetta che segue, richiamo ai laici di Azione Cattolica della sua Diocesi, ognuno, laici e consacrati, trova una semplificazione della missione che vale un trattato: 

  • Siate soprattutto uomini.
  • Fino in fondo.
  • Anzi fino in cima.
  • Perché essere uomini fino in cima significa essere santi.
  • Non fermatevi, perciò, a mezza costa: la santità non sopporta misure discrete.
  • E, oltre che iscritti all’Azione Cattolica, siate esperti di Cattolicità Attiva:
  • capaci, cioè, di accoglienze ecumeniche,
  • provocatori di solidarietà planetarie,
  • missionari “fino agli estremi confini”,
  • profeti di giustizia e di pace.
  • E, più che tesserati, siate distributori di tessere di riconoscimento per tutto ciò che è diverso da voi,
  • disposti a pagare con la pelle il prezzo di quella comunione per la quale Cristo Gesù, vostro incredibile amore, ha donato la vita.

                                                                   don Tonino, Vescovo

(Messaggio agli aderenti all’Azione Cattolica diocesana, 8 dicembre 1990) 

VIVERE DA INNAMORATI…”

Questo è l’unico argomento capace di catalizzare una vita. Il vescovo don Tonino ci dice che, essere religiosi o laici in sanità, al di là dei dovuti “distinguo” vuol dire molto precisamente: “innamorarsi di Gesù Cristo”.

Il vescovo prende a modello l’amore umano: 

  • come fa chi ama perdutamente una persona
  • e imposta tutto il suo impegno umano e professionale su di lei,
  • attorno a lei,
  • raccorda le scelte della sua vita,
  • rettifica i progetti,
  • coltiva gli interessi,
  • adatta i gusti,
  • corregge i difetti,
  • modifica il suo carattere,
  • sempre in funzione della sintonia con lei.

 Cosa non fa ad esempio un uomo per la sua donna, perché ha impostato la sua vita su di lei? 

Osservando la vita di tanti nostri amici, dei nostri compagni di studi, ci accorgiamo come l’amore totalizzante investe non soltanto l’aspetto della loro affettività, ma trascina nel suo vortice i giorni, le notte, il riposo, il lavoro, la gioia, il dolore, le delusioni, le speranze. E’ un investimento totale. 

Quando parlo di innamoramento di Gesù Cristo voglio dire questo:un investimento totale della nostra vita.

Per noi il Signore non è una fascia, una frangia, un merletto, sia pure notevole, che si aggiunge al panneggio della nostra esistenza.

L’amore per Cristo, se non ha il marchio della totalità, è ambiguo.

Part-time, il servizio a ore, magari col compenso maggiorato per lo straordinario, con Cristo non è ammissibile; un servizio a ore saprebbe di mercificazione. 

Innamorarsi di Gesù Cristo vuol dire: 

  • conoscenza profonda di lui,
  • dimestichezza con lui,
  • frequenza diuturna della sua casa,
  • assimilazione del suo pensiero,
  • accoglimento senza sconti delle esigenze più radicali del Vangelo.

 Vuol dire ri-centrare davvero la vita intorno al Signore Gesù, perché la nostra esistenza, come diceva Dietrich Bonhoeffer, diventi “un’ esistenza teologica“.

(don Tonino Bello da “Cirenei della Gioia – Ed. San Paolo, pag.81)