Crea sito

FATEBENEFRATELLI: LE SFIDE DEL PRESENTE SECONDO LA CARTA D’IDENTITÀ DELL’ORDINE – Angelo Nocent

 

1-_Scan10328 

LE SFIDE DEL PRESENTE

SECONDO LA CARTA D’IDENTITÀ DELL’ORDINE 

In questo capitolo si leggono affermazioni che lasciano perplessi: 

8.1 “Creare in ospitalità significa generare e testimniare costantemente un amore vivo, operante, costruttivo, per il fratello nel dolore. Fermarsi costantemente a progettare e pensare il futuro senza creare il NUOVO può mettere l’Ordine fuori dalla storia”. 

“…Oggi, noi Confratelli e Collaboratori abbiamo il compito di essere profeti di speranza, di dignità del sofferente, di amore che viene spento dalla tecnica e dalle leggi del mercato che hanno penetrato il mondo della sanità e dell’assistenza”. 

8.2 “Dopo aver sentito tante invocazioni al cambiamento, oggi siamo chiamati ad andare oltre il cambiamento: dobbiamo avviare un processo destinato a reinventarci e reinventare l’Ospitalità”. 

Un vero sforzo di “formazione nuova” per i Confratelli e per i Collaboratori si impone come scelta prioritaria. Non si può più avere una formazione “provinciale”: occorre avere un respiro mondiale. E’ pertanto indispensabile una valorizzazione delle esperienze delle varie Province dell’Ordine, con interscambi culturali e pastorali per religiosi e collaboratori laici, per avere una nuova spinta, un nuovo entusiasmo, capaci di ispirare una nuova evangelizzazione e d una nuova ospitalità”. 

La prima battuta che mi viene è questa: ragazzi, andiamoci piano; perché le soluzioni non dipendono né dai convegni più o meno numerosi né dall’euforia degli entusiasmi. La nuova evangelizzazione e la nuova ospitalità non sono in esposizione alle grandi fiere internazionali che vendono alta tecnologia. Certe trasformazioni epocali richiedono tanta preghiera e voglia di piegare la gobba e studiare. Tutti sanno che applicarsi costa fatica e forza di volontà. Lavorare e nel contempo riflettere e documentarsi è davvero stressante perché assorbe tutte le energie. A quanti è possibile chiedere questo impegno? E quanti sono i veramente disponibili ? Non è proibito contarsi. 

Redradi Fra Luis - Vescovo con Madre Teresa di CalcuttaMa veniamo alla valorizzazione delle esperienze: chi non ammira Madre Teresa di Calcutta? Epperò di tanti che sentono le sfide del presente, quanti chiedono di essere trasferiti a Calcutta a fare lo stesso lavoro della Madre? Probabilmente se si aprisse una sottoscrizione per un interscambio culturale e pastorale di un mese, la lista si riempirebbe in un attimo. Per restarci a vita, non lo so. 

Un limite nella collaborazione tra votati all’ospitalità e collaboratori, nonostante un processo già avviato da qualche anno, esiste e nessuno può negarlo. Bisogna prenderne atto, ma la spiegazione va ricercata, non elusa. Probabilmente è da attribuirsi ad un limite culturale. 

Il fatto che vi sia in corso un correttivo di rotta, sta a significare che un qualche equivoco di fondo doveva esserci. Però, al di là degli enunciati teologici che in questi anni hanno permesso di costruire una grande teoria teologica sul Popolo di Dio e sul laicato, la fase di concretizzazione dei princìpi si presenta lenta e faticosa. Il dualismo cui assistiamo, non è tanto tra clero e laici, ma fra laicità e sacralità, quest’ultima rappresentata da clero e religiosi. In realtà la Lumen Gentiun, n.31 sostiene che non esiste alcuna sfera della fede che non appartenga al fedele cristiano, il quale deve partecipare alla vita della fede in tutti i suoi elementi costitutivi.

Di fatto però, i laici, più che un segno del Regno profetizzato, risultano una classe distaccata. Probabilmente qui sta il vero scoglio, complici gli stessi laici. Per semplificare, questo è successo storicamente e, forse, perdura: “siccome, Chiesa, mi dai poco, sono tenuto a darti poco”. In realtà quelli che sentono il disagio attualmente sono proprio i religiosi laici, maschili e femminili, che vedono offuscarsi il loro ruolo nella comunità cristiana e nella missione della Chiesa nel mondo, senza intravedere la consistenza del nuovo, più proclamato che strutturato. 

CULTURA È TANTE COSE: 

  • ricerca di senso, pensiero e vita;
  • saper leggere i segni dei tempi riscoprendo in essi il germinare di frammenti di speranza,
  • esprimere una progettualità capace di tenere aperto il rapporto tra i risultati già conseguiti e le attese di risultati nuovi, più ricchi di umanità. 

Se il confronto finora non è avvenuto, o lo è stato solo in modo superficiale (e vi sono buoni motivi per crederlo) bisognerà farlo, senza stancarsi ed avvilirsi. Diffidenza, fastidio, indifferenza, devono costantemente essere superati. Cultura egoistica, pragmatica, efficentistica (a seconda dei casi) non devono diffondersi. Se il confronto non si fa sulle idee e sugli ideali, è giocoforza puntare sulle personalizzazioni esasperate, sulla delegittimazione dell’altro, sul genericismo dei valori di riferimento e dei relativi programmi. Il falso decisionismo parolaio, l’ illusorio efficientismo d’immagine possono depotenziare la concertazione e il dialogo. Dove la realtà odierna registra una posizione di stallo, le cause probabilmente sono da ricercare in quanto s’è detto finora. 

Procedere senza questa saggezza, si rischia di fare del terrorismo psicologico. Se uno dicesse: “E’ ora di finirla! Da domani bisogna fare seriamente!” Prendendo in mano la Carta d’Identità, saltati i capitoli sui principi generali, sui quali siamo tutti in accordo, l’ applicazione alle situazioni concrete metterebbe in seria difficoltà anche i migliori. Prendiamo il problema dei laici Collaboratori: è stato consegnato al Capitolo Generale perché lo affrontasse ed aiutasse a risolverlo. In realtà è stato restituito al mittente, con preghiera di pensarci lui. Ogni Centro, si legge al punto 5.3.6.2. dovrà inventarsi la soluzione su misura: 

Fatto salvo il primo presupposto che viene definito dal dettato legislativo [contratto di lavoro], le altre situazioni che dovranno essere realizzate da ogni singolo Centro, sarà il modo più sicuro di esprimere questo legame che si attua nelle opere di san Giovanni di Dio”.

Non voglio dire che ha fatto male a prendere questa decisione che sembra giunta a smorzare precedenti eccessivi entusiasmi ed aspettative. Dico solo che – vista la confusione regnante fra gli interlocutori – potrebbe risultare perfino benefica. 

San Benedetto Menni fondatore Suore del Sacro Cuore

DALLE SORELLE UN CONTRIBUTO AI FRATELLI 

San Benedetto Menni Priore Generale o.h.

Menni - logo_suore_ospitaliere

Mi riferisco alle Suore Ospedaliere del Sacro Cuore di Gesù, fondate da San Benedetto Menni. Il loro XVII Capitolo Generale ha cercato di illuminarle sull’argomento dei collaboratori laici altrettanto sentito, spiegando il significato della collaborazione e indicando percorsi di integrazione e corresponsabilità. (HSC, Cap. Gen. Roma 1994).

La parola d’ordine è: con-dividere, tutti insieme, il “servizio ospedaliero”. Condividere, molto semplicemente significa dividere con…Se si tratta di una torta, non è difficile assimilare il concetto, trattandosi del servizio ospedaliero, tutto si complica.

Teresa Lòpez BeorleguiSecondo la Superiora Generale, Teresa Lòpez Beorlegui, bisogna marciare verso il futuro

  • con passi progressivi,
  • pensati saggiamente,
  • determinati operativamente,
  • realizzati efficientemente. 

Per fare ciò è imprescindibile che 

  • le questioni vengano accuratamente studiate,
  • le scelte avvengano con discernimento.

 Madre Teresa ricorda a tutti che in fondo ad ogni riflessione ci devono essere “loro” – i malati e “Lui” – il Signore“, c’è la ricerca samaritana

  • per arrivare a servire “loro” come “Lui” vuole
  • per servire secondo le necessità di tempi e luoghi in cui viviamo”.

 L’interpretazione dei segni o anche dei sogni premonitori della necessità di un cambiamento di rotta è contenuta nel documento “LAICI OSPEDALIERI – Processo di collaborazione e di integrazione istituzionale” (Roma,15 Ott.1998). 

Come ogni documento d’ispirazione evangelica che si rispetti, richiama i fondamenti teologici che lo supportano e sono, più o meno quelli anticipati anche in questa riflessione. La novità invece è nella richiesta del Capitolo che venga costituito un organismo di “laici associati” che siano continuatori, non solo delle attività, ma anche dello spirito e del carisma dei Fondatori (HSC XVII Cap. Gen. p.43). 

Si tratta indubbiamente di pane per i nostri denti. Laici associati, perché? Ecco la motivazione: 

  1. laici associati per essere maggiormente coinvolti e partecipativi, non per via di un’ipotesi congiunturale di penuria di vocazioni che indubbiamente esiste,
  2. ma “da una riscoperta della Chiesa e del carisma”.
  3. Non solo collaborazione puramente materiale o professionale, come in passato,
  4. ma anche condivisione spirituale o apostolica.
  5. Richiesta di responsabilità “non di chi viene semplicemente a collaborare in quella che è sempre stata ed è la nostra opera”,
  6. ma di chi viene a realizzare la parte che gli compete nel ruolo che la Chiesa ha nel mondo e al suo interno” (Gonzalo Tejerina Arias, Comunidad religiosa y laical, Confer regional CL, Valladolid 1996, pp.18-19).

 Nelle intenzioni del Capitolo Generale, la novità può essere così intesa: 

  1. Una delle varie strade che si aprono ai laici per la loro spiritualità specifica, spiritualità secolare, può essere il carisma di un istituto religioso che per novità e potenziale evangelico può essere offerto come un dono dello Spirito per concretizzare e arricchire la loro fede.

  2. Se un dono dello Spirito suscita oggi nella Chiesa movimenti laicali accanto alla vita religiosa nei quali qualsiasi credente, uomo o donna, giovane o adulto, celibe o coniugato, può trovare un progetto spirituale concreto che lo aiuta a vivere la sua fede, non si può negare che altrettanto può avvenire con il carisma che ha dato origine ad una comunità religiosa”.

  3. Perché ciò possa realizzarsi, “sarà assolutamente determinante che i portatori di tale carisma, l’istituzione religiosa, siano effettivamente una realtà viva che attrae e rende visibili i suoi frutti, i quali derivando da un impegno profondamente vissuto rendano il carisma degno di attenzione e di sequela da parte dei cristiani secolari” (Gonzalo Tejerina Arias o.c., pp.38-39).

  4. I Christifideles laici secolari e laici consacrati, ( n.d.r. fedeli, discepoli di Cristo, s’intende) lungi dall’essere in una situazione di cui lamentarsi, vengono costituiti parte integrante della medesima vocazione.

  5. Dal battesimo e dalla cresima arriva la missione che la Chiesa affida a un Ordine o Congregazione perché la realizzi con altri cristiani.

  6. Il laico cristiano impegnato non viene in funzione di supplenza per ruoli che il religioso materialmente non può più coprire; non viene a prendere dall’Istituzione la sua missione,

  7. Viene invece a realizzare il suo impegno cristiano, personale e non delegabile, nella vita ospedaliera. Egli infatti ha ricevuto la sua missione nell’incontro con Cristo e con la sua appartenenza alla Chiesa.

  8. L’incontro e la collaborazione tra religiosi e fedeli laici esprime comunione ecclesiale e rafforza le energie apostoliche per l’evangelizzazione del mondo. 

La questione scabrosa e antipatica che nessuno vorrebbe affrontare è nei termini che brutalmente metto lì: “Tutto bello! Ma con i soldi come la mettiamo?”

Il problema si pone certamente e l’argomento andrà affrontato. Per il momento mi limito a questa considerazione: secondo me il vero interrogativo a monte è un altro: “Ospitalità: Samaritani o Albergatori?”. La domanda è anche il titolo di una ricerca avviata a parte e, per il momento, solo in termini interrogativi. La risposta è solo apparentemente facile, perché si fa in fretta a dire samaritani! Sui soldi invece, bisognerà riflettere senza indugio. Cosa che personalmente non ho ancora fatto. 

CHI E’ IL LAICO ASSOCIATO? 

Suore Ospedaliere - Volontari 1Il Documento Capitolare HSC precisa che, pur trovandosi tra i collaboratori anche dei laici non credenti che si identificano con i progetti e sono solidali con la cultura ed i valori ospedalieri dell’Istituto confessionale quando promuove il bene comune, la giustizia, la promozione umana, premessa la collaborazione con tutti, quando parla di “laici” in senso stretto, non intende riferirsi a tutti i collaboratori. E’ bene che venga sempre chiarito il significato che si vuole dare al termine “laico”. E, giacché tale distinzione non mi risulta evidenziata nei documenti dei Fratelli Ospedalieri, il termine si presta a ingenerare malintesi e confusione. 

Dalla premessa che siamo tutti chiamati alla santità, consegue che: 

  1. Laico è, per definizione, una figura e un termine teologico ed ecclesiale. Non parliamo di semplici professionisti bensì di laici del popolo di Dio, di coloro ai quali vogliamo offrire una particolare partecipazione al nostro carisma e alla missione ospedaliera a partire dalla fede comune e dalla comune appartenenza alla Chiesa”(Cf.Gonzalo Tejerina Arias, Comunidad religiosa y laical).

  2. Parlando di “laici associati”, ci riferiamo a quanti, essendo credenti e assumendo la loro vocazione di laici nella Chiesa e nel mondo, non solo vogliono vivere il carisma, la spiritualità e la missione ospedaliera, ma desiderano arrivare a qualche forma di istituzionalizzazione della loro appartenenza alla nostra Congregazione”.

  3. Nella nostra Congregazione, giungere all’adesione di carattere associativo di “laici ospedalieri associati” significa fare un passo in più verso l’integrazione sulla quale stiamo riflettendo. Un passo che oggi richiede da noi

  • studio attento,
  • riflessione condivisa,
  • sereno discernimento.
  1. Nel proposito di rivitalizzare la Comunità Ospedaliera facendo rivivere il carisma anche ai laici, questi in primo luogo dovrebbero essere coloro con i quali condividiamo il nostro lavoro” Cf.Gonzalo Tejerina Arias, Comunidad religiosa y laical).

  2. Può accadere che quelli che ci stanno accanto ogni giorno siano i meno recettivi alla proposta di condividere almeno in parte la nostra spiritualità e il carisma ospedaliero, o che a noi manchi il coraggio di porgere l’invito proprio a coloro che ci conoscono meglio”.

  3. Che si tratti di una vocazione speciale all’interno della vocazione fondamentale cristiana di seguire Cristo nella Chiesa, viene così motivato: “Un carisma è sempre dato dallo Spirito ad una persona o ad un gruppo perché vivano con autenticità la sequela di Cristo nella Chiesa secondo una dimensione particolare” (Marcello Zago, Laicos en el contexto eclesial, Vida Religiosa, Boletin 12.)

  4. Il primo punto chiave che religiosi e laici associati devono rispettare è l’ecclesialità. “Concretamente significa accettare e vivere la vocazione comune a tutti i discepoli di Cristoi come viene presentata dalle Scritture e dalla tradizione viva della Chiesa”.

  5. Il secondo punto chiave che religiosi e laici associati devono rispettare è la condivisione di una identità all’interno di una famiglia carismatica: “Un carisma particolare è un dono trasmesso dallo Spirito perché sia condiviso da membri della Chiesa per il bene loro e di tutto il corpo di Cristo. La compartecipazione al carisma non è pertanto la partecipazione ad una società di lavoro, né a un club di interessi sociali e religiosi comuni. E’ la partecipazione alla vita dello Spirito che spinge a vivere tutta l’esistenza cristiana secondo un aspetto particolare. Normalmente vi si evidenziano tre dimensioni:

      1. vivere il Vangelo o novità cristiana secondo alcune accen- tuazioni. Non significa fare una selezione del messaggio ma di vivere tutto il Vangelo secondo un determinato aspetto, che ne caratterizza anche la spiritualità. Questo costituisce una spiritualità cristiana speciale che può esprimersi secondo i diversi stati di vita ecclesiale: sacerdotale, religiosa, laicale.

      2. Vivere la dimensione missionaria, cioè apostolica, dovere di ogni cristiano, secondo una visione e finalità proprie. Visione che deve essere incarnata in modo concreto, che varia secondo lo stato di vita e situazioni. Condividere lo stesso carisma nella sua dimensione missionaria non comporta esercitare gli stessi ministeri, che potranno variare secondo lo stato di vita, religioso o laicale, le necessità dei luoghi e dei tempi, e il ruolo concreto.

      3. Vivere la dimensione comunitaria, che è essenziale a tutta la vita cristiana ma che può esprimersi diversamente secondo l’indole carismatica e secondo lo stato di vita, celibe, coniugato o religioso.

  6. Il timore di subordinazione vicendevole viene superato dal rapporto di complementarietà. Poiché il modo di interpretare e vivere il carisma comune va adattato al proprio stato di vita e di azione, le due forme, necessariamente diverse, hanno in comune

  • conoscenza e stima reciproca,
  • accettazione delle persone e dei rispettivi percorsi
  • compartecipazione dei doni .

10. Da tale comunione e complementarietà “nasce un arricchimento e un sostegno reciproco fra religiosi e laici. Si può avere così, all’interno della “famiglia carismatica” una vera esperienza di comunità ecclesiale che permette di superare l’anonimato e l’appartenenza strutturale e rispetta le differenze”.

11. Le strutture dei consacrati sono già elaborate.

12. Le strutture dei laici associati devono essere sviluppate da essi stessi.

13. Le strutture di interdipendenza fra religiosi e associati devono emergere dal dialogo, nel rispetto di entrambe le parti, in modo che tutti possano alla stessa fonte carismatica, assumendo modi concreti di incarnazione secondo il proprio stato. La partecipazione comune rafforza in essi la comunione e la collaborazione e si converte in segno di vita carismatica”.

14. “L’aggregazione dei laici, adulti o giovani, alla nostra vita, è una entità di per sé importante e capace di non essere strumentalizzata a fini di proselitismo”.

15. “Tale aggregazione costituisce un modo di far conoscere ciò che siamo e che vogliamo fare e, oltre a contribuire al nostro rinnovamento, può risultare feconda per la nostra vita e per i nostri progetti. Ministero e carismi sono un dono ma non un fenomeno straordinario, sono servizi necessari per l’edificazione della comunità in cui sono suscitati, si discernono e si alimentano” (Cf. F.Martinez, Iglesia sacerdotal, Iglesia profetica).

      1. 16. Il documento capitolare HSC, a questo punto sottolinea che “non saranno i laici a tirarci fuori dalla situazione vocazionale che attraversiamo. L’aggregazione del laico non è l’ultima occasione che ci si presenta e in cui dobbiamo porre la nostra fiducia”. In questo senso “non ci salveranno i laici”.

      2. Ci salverà la tenacie, quotidiana convinzione che non possiamo morire perché la Vita abita in noi.

    • Ci salverà lo Spirito del Signore
    • e la nostra volontà.
    • Ma lo Spirito del Signore parla ed opera attraverso tutti i figli e le figlie di Dio” (Gonzalo Tejerina Arias, Comunidad religiosa y laical, p.52).
  1. La legittimità di questo processo di comunione fra collaboratori laici e consacrati deriva dal vincolo mantenuto vivo con il resto della comunità cristiana coordinata dai suoi pastori.

  2. Viene citato il documento della Conferenza Episcopale Spagnola “Los cristianos laicos, Iglesia en el mundo”, Madrid 1991, nn13.4, con il quale i pastori stimolano “religiosi e religiose (…)

  • affinché con la testimonianza della loro vita,
  • con l’esperienza della varietà e ricchezza dei carismi
  • e con la collaborazione del loro servizio gratuito,
  • contribuiscano alla promozione di comunità testimoni, punti di riferimento,
  • e di un laicato più evangelico”.
  1. Il documento accenna, senza approfondire, un punto delicato:

Certo se le strutture sociali di servizio ci appartengono, se l’opera è nostra, a noi può competere l’iniziativa, ma non possiamo fare del laico un mero recettore passivo di un ruolo da noi prescritto”.

  1. La collaborazione esigerà da noi, oltre al rispetto per la loro condizione di laici, di aprirci ai loro apporti e suggerimenti, di avere sufficiente apertura e semplicità di spirito per accogliere la loro diversa sensibilità, le loro analisi e le proposte concrete.

  2. Nuovamente ribadisce: “I collaboratori non sono recettori passivi, sono generatori e partecipi attivi di tutto questo dinamismo. Contrariamente, significherebbe cadere in atteggiamenti paternalistici e utilitaristici che i laici più consapevoli e validi della nostra cerchia rifiuterebbero in qualche modo”.

  3. Ciò che s’impone è la formalizzazione di strutture concrete di partecipazione. Tale cooperazione “esige apertura reciproca per un mutuo arricchimento e riconoscimento di ciò che si è e si vive; questo suppone un trattamento cordiale e una collaborazione leale. Non c’è posto per il dubbio, la sfiducia, la paura; sono atteggiamenti che portano all’isolamento, alla solitudine e allo sfinimento”. 

LAICI OSPEDALIERI ASSOCIATI 

Il Documento Capitolare, alla luce degli orientamenti generici esposti, porta ora a fare una riflessione specifica sui laici ospedalieri associati. Per poter vivere una spiritualità di comunione nella missione è presupposto un cambiamento di mentalità reciproco che io non darei tanto per scontato:

  • i religiosi dovrebbero abbandonare il “privilegio di possedere in esclusiva” il carisma,
  • i laici dovrebbero spogliarsi della loro “passività”.

Operazione facile? Neanche per sogno! Possibile? Sì. 

Fin che si tratta di offrire la propria spiritualità ai laici, di renderli partecipi del carisma, di integrarli alla missione apostolica, la convergenza esiste; il difficile è “associarli individualmente o in gruppo, alla istituzione religiosa in forma giuridica” (Victor Codina, Mutuas relaciones entre religioso y laicos, Vida Religiosa, Boletin 12.D’altra parte, non si vede come possa essere eluso il problema. 

Il condividere, il dividere con di religiosi e laici riguarda un fatto preciso: la missione. Secondo le indicazioni che fornisce A. Botana in Identidad y Misiòn compartida, Documentos CELAS, “La missione condivisa non si identifica con un “insieme di compiti” svolti da un gruppo di professionisti sanitari, religiosi e laici, che ridurrebbe tutto a una questione di “gestione: programmazione, coordinamento, divisione dei ruoli, democratizzazione della gestione, applicazione del principio di sussidiarietà, ecc. Missione condivisa significa condividere non solo i ruoli ma il significato di missione. 

Allo scopo di favorire anche il dibattito, qui ho cercato di raccogliere per punti i diversi significati di missione: 

  1. Alla base c’è il mandato che Gesù ha dato alla sua Chiesa e che giustifica la sua stessa esistenza: essere testimoni del Risorto, annunciare la Buona Notizia del Regno non solo a parole ma anche con i fatti. Ogni cristiano, in quanto battezzato e cresimato partecipa a questa missione per diritto e dovere proprio. 
  2. La missione condivisa si riferisce, in una visione di fondo, all’opera evangelizzatrice totale della Chiesa, alla quale partecipano tutti i fedeli in diverse forme:“nella chiesa c’è varietà di ministeri ma unità di missione”.

  3. Ognuno partecipa alla missione secondo i propri doni, ossia secondo il carisma che gli è stato concesso a beneficio della Chiesa per lo sviluppo della sua missione nel mondo.

  4. I carismi sono concessi a determinate persone ma possono essere partecipati anche ad altri, in tal modo sii perpetuano nel tempo come viva e preziosa eredità che genera una particolare affinità spirituale tra le persone. Così è nato il carisma ospedaliero.

  5. La condivisione della missione ospedaliera diventerà, pertanto, la condivisione della missione di “continuare nella Chiesa e per il mondo la missione salvifica di Gesù a favore degli ammalati mentali e minorati fisici e psichici, con preferenza poveri” HSC, cf. Cost.1995,n.3) 

  6. testimoniando che Gesù, Buon Samaritano, rimane vivo tra gli uomini,

  7. annunciando il Vangelo con la stessa vita ospedaliera.

  8. Da tempo i laici partecipano al progetto ospedaliero da “tecnici”, apportando le competenze specifiche in un progetto confezionato dai consacrati.

  9. La Chiesa li invita ad inserirsi in questo progetto in quanto credenti e, quindi impegnati nella missione che la Chiesa realizza mediante il progetto.

  10. Nasce un interrogativo di fondo: se laici e consacrati stanno realizzando uno stesso lavoro, se entrambi partecipano alla stessa missione, stiamo anche svolgendo lo stesso ministero o funzione della Chiesa al servizio dell’umanità inferma e bisognosa? Le rispettive identità apportano una differenza?

  11. La perplessità è originata dal ruolo caratteristico del ministero ospedaliero che è uguale per tutti: accogliere, curare, servire e amare l’umanità lacerata e dimenticata, con gli stessi sentimenti di Gesù Cristo e con la sua stessa abnegazione.

  12. Necessita una precisazione: ognuno è ospedaliero non solo per quello che fa, per il compito concreto che svolge, ma per tutto quello che è e che rappresenta, con tutta la sua persona.

  13. Si possono svolgere compiti na non si può fare il ministro: si è ministro.

  14. Religiosi e collaboratori laici assumono dinanzi alla Chiesa il “ministero dell’ospitalità cristiana” anche se personalizzano il ministero comune in modo diverso.

  15. La differenza proviene dal diverso significato che la missione condivisa ha per ognuno.

  16. L’identità e le differenze originarie vanno cercate non nel lavoro realizzato, che può essere lo stesso, ma nell’essere, nel complesso della persona.

Le attese:

  • Una testimonianza di fede, di trascendenza in tutto ciò che avviene, la consapevolezza che Dio è presente nell’opera dell’ospitalità. Riguarda sia consacrati che laici:
  • – i consacrati, a partire dalla loro consacrazione evangelica,
  • – i laici dal loro impegno evangelico di persone cresimate.
  • Un segno di vita dell’Uomo Nuovo che sta nascendo, manifestazione di una nuova fraternità tra gli uomini, si rivela:
  • – consacrati: nella vita di Fraternità,
  • – laici: nel vissuto comunitario e di associazione fraterna. 
  • Un segno del Regno che indica gli obiettivi finali della missione e i sui destinatari preferenziali:

                  – nei laici in special modo come azione trasformatrice del mondo;

                 – nei consacrati come segno escatologico della nuova realtà. 

  1. Riguardo a questi tre aspetti, come possano consacrati e laici condividere il carisma ospedaliero senza perdere i tratti caratteristici delle rispettive identità di consacrazione e di secolarità è tutto ancora da scrivere e richiede riflessione.

  2. La missione dev’essere concretizzata in un progetto di azione in ogni momento e situazione storica. Il carisma che risiede nella Comunità Ospedaliera suscita in essa un duplice movimento:

  • di fedeltà allo Spirito che anima la missione,

  • di creatività per dare la migliore risposta alle necessità attuali.

21. Consacrati e laici, oltre ad una buona pianificazione-organizzazione- efficacia, debbono apportare al progetto segni concreti nel riconoscere che il primo valore è Dio, il Vangelo, la fede in Cristo, buon Samaritano dell’umanità che passò – e passa – facendo del bene e sanando ogni infermità;

22. Segni concreti

  • nel riconoscere che le persone, soprattutto gl’infermi mentali e i disabili fisici e psichici, sono più importanti dei programmi e degli orari;
  • che vale la pena “perdere” il tempo con loro, ascoltandoli, accompagnandoli, servendoli e amandoli pazientemente;
  • segni di opzione per i poveri i piccoli, quelli che nessuno vuole;
  • segni che con la nostra povertà viviamo in solidarietà con loro;
  • segni che quello che conta è il Regno, il fare Chiesa samaritana, essere disposti, insieme agli altri membri della comunità terapeutica, credenti e non credenti, a donare le nostre energie e mezzi materiali.

23. I consacrati all’ospitalità e i laici, più che attratti, sono degli inviati da Dio verso questa porzione della grande Missione totale della Chiesa. Per missione intendono l’Ospitalità, la porzione di missione in cui sono chiamati ad operare.

  1. La fedeltà al carisma ereditato si esprime attraverso la creatività delle risposte concrete ed efficaci alle necessità dei malati mentali, disabili, fisici e psichici. Il Progetto Ospedaliero è l’espressione del contributo dato a partire dalla libertà creativa, per sviluppare la missione.

  2. La missione è azione di Dio affidata all’uomo. Ha bisogno di progettazione (creatività dell’uomo) per essere realizzata. Essa però non si riduce al progetto, va al di là, lo supera. Il Regno è il progetto di Dio ed è oltre le realizzazioni umane, anche se esige la mediazione

  3. Condividere la missione è andare oltre il progetto ospedaliero concreto.

  4. Se la missione è diretta a tutti, nessuno escluso, ha, tuttavia, preferenze dichiarate: i più bisognosi, i più poveri, gli emarginati…sono i destinatari preferenziali. Il progetto dovrà assumere e rendere esplicita tale preferenza.

  5. Non c’è solo il nostro mondo ma anche i paesi in via di sviluppo…

  6. Tra antiche emarginazioni e nuove esclusioni, bisogna scoprire in quest’ora della storia i volti più dimenticati. Per l’HSC essi possono essere: i malati psichici cronici, i cerebrolesi o persone affette da squilibri pur senza arrivare ad una vera e propria patologia…”Affinché la forma espansiva del carisma si sviluppi a livello universale (…) continueremo a dare impulso e priorità alla presenza della Congregazione nei paesi in via di sviluppo” (p.44). 

RISCHI E INCOGNITE 

Come tutte le cose umane, anche la visione esposta presenta dei pericoli che devono essere percepiti e prevenuti. La riflessione delle Sorelle Ospedaliere indica due gravi rischi che possono minacciare il Progetto Ospedaliero nella nuova fase di “missione condivisa”: 

  1. eliminare la missione dall’esperienza del progetto;
  2. eliminare le differenze identificatici di religiosi e laici nella missione condivisa. 

a. Eliminare la missione dall’esperienza del progetto. 

  • Consiste nel fondere l’uno (il progetto) con l’altra (la missione).
  • Ciò accade quando s’imposta la “missione condivisa” con l’ottica del “fare” e della “efficacia”, riducendo il tutto a “condividere funzioni”.
  • Il progetto viene portato avanti come una divisione di incarichi, dimenticando l’ideale della missione e i segni che rivelano la trascendenza del Regno 

Conseguenze: possono essere fatali: 

  • professionalizzazione e scomparsa della coscienza ministeriale,
  • rimozione progressiva e rapida del consacrato, giacchè la “funzione” non ha bisogno del consacrato;
  • Giacchè il consacrato è profeta e, pertanto richiesto dalla missione per essere segno delle dimensioni che rivelano l’iniziativa di Dio, la presenza del Regno, se la missione viene meno, cosa ci sta a fare?
  • Questo rischio può essere provocato, in parte, dalla necessità di dare soluzione urgente alle esigenze delle leggi sanitarie, quando sembra “obbligatorio abbandonare le utopie e andare al concreto”.
  • In alcune realtà (vanno individuate quali, senza esitazione) la situazione attuale di sproporzione tra personale religioso e secolare può occultare la dimensione ministeriale del progetto;
  • Il sogno, dunque, va in frantumi perché, per comodità, per timore o per sfiducia, i laici non sono preparati sotto questo aspetto.

 b. Eliminare le differenze identificatrici di religiosi e laici nella missione condivisa. 

  • Consiste nel fare “tabula rasa” delle differenti identità dei laici e religiosi coinvolti nel progetto;
  • Spesso accade perché non se ne conosce il ruolo differente e complementare rispetto alla missione,
  • Per errata comprensione di ciò che comporta la condivisione della missione.

 Come prevenire il rischio? 

  • Il cammino verso la “missione condivisa” deve essere approfondito, sia dai consacrati che dai laici, nella “esperienza di Dio”.
  • Bisogna convincersi che è l’unico modo per scoprire l’azione ospedaliera come missione.
  • Il laico deve prendere coscienza della sua vocazione e coltivare la spiritualità che ne deriva: matrimonio, famiglia, professione, relazioni sociali…
  • Il laico deve scoprire quale apporto può dare alla missione con i doni personali che, da laico, si esprimono nell’esperienza di lavoro.

  • Il consacrato deve riscoprire che la sua spiritualità passa attraverso la valorizzazione della sua consacrazione come segno profetico di Dio che sta al di là di tutto, e che esige gratuitamente si doni come gratuitamente si riceve. 

Questa riflessione sui rischi è di A. Botana, Identidad y Misiòn compartida, Documentos CELAS.  

2-_Scan10330

SPIRITUALITA’ OSPEDALIERA 

1-_Scan10329

Non ho a disposizione le ultime Costituzioni dell’Ordine Ospedaliero di San Giovanni di Dio. Comunque, la condivisione della spiritualità tra religiosi e laici trova in esse formale legittimazione. 

Il volume sulla Spiritualità dell’Ordine, appena edito dalla Curia Generalizia con il titolo: “IL CAMMINO DI OSPITALITA’ SECONDO LO STILE DI SAN GIOVANNI DI DIO” esce a proposito perché viene finalmente a colmare una lacuna. 

Sulla condivisione del carisma così scrive Josè Maria Arnaiz: “Un carisma particolare è un dono trasmesso dallo Spirito. La compartecipazione al carisma è la partecipazione alla vita dello Spirito che spinge a vivere tutta l’esistenza cristiana secondo un aspetto speciale”. (In “Con ellos y con ellas”, Vida Nueva, 1996) 

Ch. Duquoc è del parere che oggi i modi di vivere una spiritualità concreta, pensata per religiosi, possono essere insufficienti a identificare in qualche modo l’esistenza cristiana e l’esistenza religiosa. ‘assunzione di una spiritualità religiosa era comprensibile quando il laicato non aveva una missione vera e propria nella Chiesa ma oggi non avrebbe alcuna giustificazione‘ (Situaciòn historica dek credente y existencia cristiana, S.1965) 

LAICI OSPEDALIERI” HSC coglie in questa osservazione “un avvertimento utile contro il pericolo di colonizzare altri stati di vita con una spiritualità religiosa o clericale di fronte al quale bisognerà porre attenzione; ma non vi è difficoltà a vivere la spiritualità ospedaliera se si partecipa al carisma a partire dalla specificità propria dei laici”.(p.54) 

Le Sorelle Ospedaliere ritengono che l’inconveniente si può evitare: “per animare questa spiritualità possiamo offrire procedure, modalità ed espressioni che alimentino la “vita nello Spirito” dei laici, quella personale e sociale, familiare e professionale. Possiamo e dobbiamo offrire spazi di preghiera e di celebrazione”.

 Pur riconoscendo il peso della giornata lavorativa e la peculiarità della vita familiare, il ritmo e il modo per poter celebrare insieme la fede accolta, condivisa, espressa, vanno assolutamente trovati perché dimensione necessaria ad ogni esperienza di comunione e di missione:

La celebrazione della liturgia eucaristica e anche della penitenza in una comunità viva, fa sentire in modo nuovo la presenza del Signore nel gruppo dei credenti e li apre alla pienezza del potere salvifico e trasformante”. (Gonzalo Tejerina Arias, Comynidad religiosa y laical, pp.46-46). 

Giussani mendicante di CristoViene riferito che qualche collaboratore ha iniziato a studiare la dimensione della spiritualità del laico ospedaliero e che la riflessione richiede uno studio monografico. In attesa, invito a leggere il messaggio di Mons. Luigi Giussani agli infermieri radunati in convegno. Egli si esprime con parole rivelatrici di una premessa che è data per certa in quel contesto di “Associazione Medicina e Persona”, ossia l’aver incontrato Cristo, la Presenza che cambia i destini: 

  • Dico a tutti… la mia gratitudine per una testimonianza offerta in un ambito della vita così esemplare come quello del servizio, umile e appassionato, alla persona in quanto dipendente dal Mistero che fa tutte le cose, così come si documenta nell’esperienza della malattia, del bisogno anche fisico. 
  • In un tempo che ha smarrito il valore della persona come fatta da Dio – salvo celebrarne l’efficienza e l’apparenza di riuscita -, chi per lavoro si dedica alla cura del fratello uomo, è più di altri chiamato a dare l’esempio gratuito di quella condivisione che la vita di Gesù sempre documenta, 
  • Come quel giorno in cui incontrò per strada una madre che accompagnava il figlio al cimitero; le si accostò commosso e se ne uscì con quell’ espressione inimmaginabile: “Donna, non piangere!”; e poi le restituì il ragazzo vivo, miracolo nel miracolo. 
  • Prendersi cura dell’altro fino a questo punto è una cosa dell’altro mondo, in questo mondo. 
  • Quale madre, infatti, può con sicurezza guardare il suo bambino se non nella prospettiva del suo destino? 
  • Allo stesso modo deve sentirsi osservato chi a voi si rivolge per un aiuto concreto o anche solo per uno sguardo di conforto nel dolore, segno di un’amicizia eterna che dà speranza. 
  • Per questo alla domanda che vi siete posti sento di poter rispondere che, sì, è ancora ragionevole e bello fare l’infermiere pur in una condizione pesante e scarsamente ricompensata. 
  • Ragionevole, perché la partecipazione alla vita concreta di chi incontrate – e l’obbedienza alle circostanze come vi si presentano ogni giorno – è per voi il modo di fare la volontà di Dio, un Dio misteriosamente presentito per chi non crede o riconosciuto presente per chi ha fede. 
  • Bello, perché non c’è cosa più entusiasmante che “dare la vita per i propri amici”; e perciò sacrificare vita, energie e tempo affinché l’altro viva, cioè si realizzi secondo l’ampiezza del suo destino che neanche la morte può fermare – voi ne sapete qualche cosa -, tanto è fatto per l’infinito il cuore di ogni uomo”.(Febbraio 2000) sul tema “INFERMIERE: MESTIERE, PROFESSIONE, CARITÀ?!” 

Questa è una pagina di spiritualità ospedaliera indirizzata a laici. Se venisse rivolta a dei religiosi, cosa si potrebbe aggiungere? Un grazie per questo “prendersi cura” a tempo pieno, in povertà, castità e obbedienza. Effettivamente anche questa è una cosa dell’altro mondo, in questo mondo. 

LA COMUNITA’ DI FEDE 

L’atto costitutivo, l’anello di fidanzamento fra queste due realtà complementari che sono i laici ed i consacrati, potrebbe essere espresso attraverso la creazione della comunità di fede quale luogo d’incontro di quanti condividono la missione, luogo in cui si sperimenta il lavoro come grazia e missione. 

Espressione della comunione ecclesiale tra uguali seppur diversi, la Comunità Di Fede (per gli amanti delle sigle: CDF) diventerebbe uno dei segni sostanziali ed evidenti di una nuova identità tra coloro che intendono andare 

  • oltre una propria vita religiosa, 
  • oltre la mera professionalità manifestata in attività sociali,
  • per vivere gli aspetti comuni della fede,
  • per potenziare la crescita degli aspetti specifici della vocazione di ciascuno.
  • A guadagnarne, ad arricchirsi sarebbero tutti: le attività, i consacrati e i laici.

Almeno sulla carta, le Sorelle, in HSC. Identità del collaboratore, p. 5, lo ammettono e lo affermano esplicitamente:

la corresponsabilità e la partecipazione dei laici al nostro carisma dell’ospitalità rappresentano un nuovo periodo nel modo di pensare e di vivere la nostra vita religiosa” . 

Come procedere? L’integrazione ha delle esigenze: 

Consacrati:

  • Revisione di progetti e purificazione interiore;
  • Processo di rinnovamento personale e istituzionale.

 Laici:

  • Presa di coscienza di appartenere ad una società fortemente individualista, secolarizzata, in cui la cultura dominante è molto lontana dalla visione cristiana della realtà e dell’uomo.
  • Disponibilità ad una progressiva revisione di vita, ad una personalizzazione delle scelte, a vivere la vita in una dimensione di fede. 

La corresponsabilità viene come conseguenza. E’ illusorio chiederla a priori, quando uno si muove vagamente nelle nebbie di una proposta che, a livello interiore “è già e non ancora”, perché necessita di un tempo di maturazione. 

Io spero che ci si renda conto che stiamo parlando di cose robuste, di cibi non adatti per chi ha denti da latte. Non è per scoraggiare, ma, da quanto ho potuto leggere sull’argomento in questi ultimi anni, vedo una sottovalutazione del problema, accompagnata da una gioconda faciloneria. A leggere certe sparate, si ha l’impressione che la grande svolta possa avvenire tra la sera e la mattina. Supposto che si ponga mano all’aratro oggi stesso, per essere più realista del re, oserei dire che, salvo miracoli, chi pianta datteri non mangia datteri. 

Hospitalitas

Le Sorelle Ospedaliere, almeno nelle alte sfere, sembrano credere davvero alla CDF. Anche le idee risultano chiare e distinte:

  • Questa comunità di credenti intorno al carisma ospedaliero trova un fattore radicale nel nostro carisma di consacrazione religiosa.
  • Attraverso questo carisma di profezia radicale del Regno di Dio, con disponibilità più immediata alla sequela del Signore, la nostra vita consacrata è il dono dello Spirito per suscitare nella Chiesa fascino, ammirazione e sequela tra i numerosi fedeli laici del Popolo di Dio sensibili alle esigenze del battesimo.
  • In quanto consacrate, la nostra relazione con il laico in un progetto di vita e di missione, ha la responsabilità di essere segno profetico di radicalità evangelica”.

 Le Sorelle dicono che, per avere una pianta frondosa, bisogna piantare una radice viva. La pianta frondosa di una realtà ecclesiale viva si può ottenere a certe condizioni: 

  • se intorno a noi non nasce questa esperienza di Chiesa,
  • se il nostro operare nella funzione sociale rimane limitato a ciò che è puramente professionale,
  • è possibile che stiamo patendo una grave sterilità spirituale e carismatica, vale a dire che lo “Spirito riposa, sosta”, non è attivo tra di noi. 

Le Sorelle non si fermano qui. Per raggiungere questo obiettivo – sembrano molto determinate – è necessario disporre di comunità religiose che: 

  • abbiano: una chiara identità carismatica assimilata e vissuta, la conseguente capacità di comunicarla agli altri, e siano disposte alla partecipazione,
  • vivano: un’intensa spiritualità ed un forte dinamismo evangelizzatore,
  • sappiano: entusiasmare e animare i laici a partecipare al carisma della Congregazione secondo il proprio carattere secolare e il differente stile di vita, invitandoli a scoprire nuove forme di ospitalità. 

Cosa se ne deduce? 

  • Che senza idee chiare non si va da nessuna parte.
  • Che la comunità religiosa, oggi, dovrebbe diventare
  • un centro di irradiazione di forza spirituale,
  • di collaborazione ecclesiale,
  • di vigore apostolico;
  • dovrebbe essere modello e stimolo,
  • causa e possibilità per creare comunità.

 CONVIVENZA COMUNITARIA TRA RELIGIOSI E LAICI? 

Le Sorelle il problema se lo sono posto. Nella dimensione della comunione, fra le tante idee circolanti e ricorrenti, “alcuni suggeriscono di pensare a qualche forma di convivenza comunitaria tra religiosi e laici oltre alla comunione carismatica. E’ ciò che avviene in alcuni movimenti attuali. In questa possibilità vi è indubbiamente il rischio di snaturare del tutto la specificità della vita fraterna in una comunità stabile di persone consacrate. 

Tuttavia, bisogna riconoscere che a volte la comunità religiosa chiusa in se stessa si rende appartata, quasi nascosta, o è addiritura ignorata dall’ambiente sociale, e perde la capacità di essere quel segno luminoso che dovrebbe”. (Bruno Secondin, “El futuro de la vida religiosa. La partecipacòn de los laicos en el carisma de los istiitutos religiosos) 

QUALE SFIDA PER I VOTATI ALL’OSPITALITÀ OGGI? 

Provo ad elencare le sfide che si presentano dall’opzione per i laici collaboratori associati, perché diventi più facile il riscontro sul già fatto e il da farsi. E’ prioritario: 

  1. Che le comunità religiose promuovano ed incoraggino la comunità ospedaliera;
  2. Che vi si inseriscano senza perdere la propria identità di comunità consacrate;
  3. Che si presentino, per via del carisma, come
  • segno della presenza di Dio: luogo di raccoglimento e di preghiera;
  • segno di fraternità: luogo dove si accoglie e si condivide;
  • segno di dedizione alla missione: comunità “intenzionale”
  1. La comunità religiosa deve trovare il suo nuovo “status” dentro la comunità ospedaliera:

  • un nuovo tipo di relazioni che possono modificare il suo funzionamento interno,
  • una chiara coscienza del suo significato profetico di fronte alla “Comunità Ospedaliera”,
  • un modo nuovo di porsi di fronte alla missione nella quale ha il compito di manifestare la sua dedizione alle dimensioni e agli obiettivi più dichiaratamente evangelizzatori. (A. Bota, Identidad y Missiòn compartida, Documentos CELAS.

5. Il religioso deve dare una testimonianza efficace dei valori del Regno ad un laico eccessivamente guidato dai criteri e dai valori del mondo in cui si vive; va mostrato il significato esistenziale e trascendente dei tre voti:

  • la verginità consacrata, come segno della spiritualità che è la dimensione fondamentale di ogni amore;
  • la povertà religiosa, come testimonianza preziosa di austerità a favore della libertà interiore e della solidarietà esteriore, esigenze di ogni cristiano;
  • l’obbedienza religiosa come incarnazione dell’appello alla rinuncia di sé e alla disponibilità personale, esigenza di ogni esistenza cristiana. (S. Gonzalo Tejerina Arias, Comunidad religiosa y laical).

6. “L’odierna situazione sociale e culturale esige che in nome del Regno s’introducano anche nella convivenza, nel linguaggio e nei progetti, gli elementi gratuiti e non soltanto quelli funzionali e produttivi.

E’ la testimonianza di quell’ideale che infrange le barriere di ciò che è razionalmente impossibile per proporre la libertà e il servizio, la gratuità e la speranza, la trascendenza e la pace.

Accanto ai laici che si sforzano di prolungare la vita, di produrre la ricchezza necessaria, di creare condizioni umane di giustizia, dignità, solidarietà, unità, esistono i religiosi cui viene chiesto

  • di essere una parabola inquietante all’interno della Chiesa,
  • di essere i segni di un mondo nuovo,
  • di un’altra scala di valori,
  • di pienezza trascendente e misteriosa,
  • per il sostegno e la prefigurazione di quella fraternità universale che la Chiesa cerca appassionatamente” (Cf.B. Secndin, El futuro de la vida religiosa. La partecipacòn de los laicos en el carisma de los istiitutos religiosos)

  1.  Prendere coscienza che i laici edificano i religiosi apportando la testimonianza ispirata cristianamente,
  2. Che i laici aiutano a superare forme ambigue di fuga dal mondo,
  3. Che i laici aiutano a sviluppare la consacrazione a Dio come impegno al servizio dell’uomo e della società,
  4. Che i laici aiutano a vincere la tentazione di una sacralità formale,
  5. Che i laici aiutano a vincere il pericolo di insensibilità di fronte a situazioni di ingiustizia e oppressione di persone e gruppi umani,
  6. Che i laici aiutano a vincere il pericolo di dimenticare che la lotta per la giustizia è parte necessaria della evangelizzazione.,
  7. Che i laici aiutano a relativizzare la forte istituzionalizzazione di cui talvolta soffrono gli Ordini e Congregazioni,
  8. Che i laici aiutano i religiosi ad aprirsi a sensibilità nuove, a urgenze e impegni apostolici, alla conoscenza tecnica dei problemi sociali;
  9. Che i laici offrono la testimonianza del loro stato di vita, nel lavoro, nel matrimonio, e nella famiglia;
  10. L’amore coniugale dei cristiani dice ai consacrati che l’amore è concreto, incarnato, personalizzato, creativo, che nella sua condizione sacramentale è spazio di incontro con Dio ed esperienza di salvezza cristiana.
  11. Il consacrato prende coscienza che i collaboratori laici possono apportare la relazione con il mondo e l’apertura ad esso, la sensibilità e interpretazione dei segni dei tempi, possono essere vincolo di unione e canale di interpretazione tra la famiglia ospedaliera e il mondo esterno, ponte tra la società e l’Istituzione religiosa,
  12. Il consacrato prende coscienza che la presenza dei laici, pur nel medesimo spirito, è una presenza singolare, con un apporto specifico, quale la visione secolare di tutti i valori che identificano la famiglia ospedaliera, una visione e un’esperienza laica della fede e della missione; trasmette i valori della famiglia creando un arricchimento morale reciproco tra famiglia ospedaliera e famiglie personali. 

Come si vede, la collaborazione porta intrinsecamente ad uno scambio dei doni. Questi saranno più copiosi quando i gruppi laici, in seno alla stessa famiglia spirituale, parteciperanno per vocazione e a modo proprio al carisma e alla missione degli Ordini e delle Congregazioni. 

FORMAZIONE 

Ritengo sia il problema cruciale su entrambi i fronti, anche se i religiosi, per un certo verso, partono avvantaggiati. 

A pag. 62 di “Laici Ospedalieri”, il nostro Dr. D. Gonzalo Tejerina Arias de la Facultad de Teología de Salamanca, ripetutamente citato, così introduce l’argomento: 

  1. La formazione come approfondimento razionale dell’oggetto e delle ragioni della fede in generale e del carisma in particolare, costituisce un elemento necessario per sviluppare e continuare le proposte su cui riflettiamo.
  2. Considerata la mutua implicazione e interdipendenza nella fede tra la conoscenza del Dio rivelato, la donazione affettiva a Lui, la prassi della fraternità evangelica e l’impegno cristiano, il deficit della conoscenza oscura e indebolisce l’esperienza.
  3. E’ evidente che un laico in maggioranza non formato nella fede configura una Chiesa e delle comunità di scarsa vitalità (in cui non mancano responsabilità di alte figure ecclesiali). Al contrario, l’esistenza di un laicato ben formato suppone ed equivale ad una comunità ecclesiale in pieno vigore.
  4. Nel progetto per costituire una comunità credente di convocati dal carisma ospedaliero è necessario, quindi, un buon piano operativo e un buon programma di formazione.
  5. Fra i contenuti concreti dell’azione formativa dentro la comunità laico-religiosa aperta alle grandi istanze della cultura attuale, è d’obbligo menzionare espressamente la teologia della Chiesa come Popolo di Dio, mistero di comunione e di missione;
  6. Dalla compenetrazione concettuale e affettiva con questa ecclesiologia dipende in gran parte la progressiva maturazione dell’impegno laicale.
  7. All’interno di questa ecclesiologia trova posto lo studio della teologia del laicato, della vita religiosa e del ministero, indispensabile a tutti per impostare correttamente una collaborazione reciproca.
  8. La testimonianza della nostra vita [di consacrati] è indispensabile per la trasmissione del carisma, ma è imprescindibile anche una buona formazione.
  9. E’ necessaria la verbalizzazione e l’espilicitazione, la spiegazione e l’approfondimento.
  10. E’ necessario un piano concreto e sufficiente di formazione dei collaboratori con un settore specifico sul carisma dell’ospitalità.
  11. L’impostazione e lo sviluppo della formazione devono essere curati nel modo e nella forma per evitare di produrre effetti contrari a quelli desiderati (pedagogia e metodologia).
  12. Non è sufficiente la buona volontà di far parte della famiglia ospedaliera, è necessario organizzare un programma di formazione che faccia conoscere il carisma e la sua storia, la spiritualità e i suoi mezzi impliciti: stile di preghiera, di apostolato e di organizzazione, le intenzioni storiche e i testimoni eminenti.
  13. In questo processo formativo sono necessari anche momenti e modalità d’incontro con l’Istituzione, seri e sistematici, al fine di verificare la fedeltà di svolgimento e la coerenza dei nuovi percorsi”. 

Perché non si perda mai di vista un punto fondamentale di tutta la riflessione, credo sia il caso di ribadire un concetto già espresso altrove: 

Laico è, per definizione, una figura e un termine teologico ed ecclesiale. Non parliamo di semplici professionisti bensì di laici del popolo di Dio, di coloro ai quali vogliamo offrire una particolare partecipazione al nostro carisma e alla missione ospedaliera a partire dalla fede comune e dalla comune appartenenza alla Chiesa”. (Cf.Gonzalo Tejerina Arias, Comunidad religiosa y laical). 

Se lo si dimentica, questa pretesa di adeguata formazione finisce per sembrare esagerata, maniacale. E’ evidente che il numero di coloro, uomini e donne, che risponderanno a tale chiamata non potrà essere di massa. Di qui la necessità di convergere le persone interessate verso corsi di base tenuti e sostenuti economicamente da più Istituti Religiosi interessati, allo scopo di poter disporre di docenti qualificati e sedi dignitose.

Oserei dire di più: il carisma dell’ospitalità impone che non si dimentichi di formare laici anche per la sanità pubblica. Dovrebbe essere Religiosi e Rreligiose ospedalieri, ossia espressione dalla Chiesa sanante, devono sentire ed assumere anche questo impegno ecclesiale, altrimenti di nessuno. Se l’Associazione Medicina e Persona già lo fa, attraverso Comunione e Liberazione, presente nel pubblico e nel privato, non possono essere assenti i carismatici per definizione. Purtroppo c’è una proverbiale tendenza è andare ognuno per la propria strada:      ognuno per sé e Dio per tutti”.

In un’altra pagina riporto il documento pontificio che richiama un po’ tutti ad assumere il proprio carico di fatica tra assistenza e missione. 

Hospitalitas 02