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FATEBENEFRATELLI: “ULTIME NOTIZIE” – SI FA PER DIRE – LE CASTAGNE SUL FUOCO – Angelo Nocent

Globuli Rossi Company

ULTIME NOTIZIE” – SI FA PER DIRE

Quando avevo praticamente ultimato la mia ricerca, ho scovato in Internet un recente intervento all’A.R.I.S. di Suor Vittoralma Comaschi. Se la prospettiva che viene da lei indicata, non so quanto condivisa, dovesse andare in porto, rimetterebbe in discussione l’orientamento che gli istituti religiosi ospedalieri italiani hanno formalmente assunto, attraverso i capitoli generali nell’ultimo decennio, linea che è emersa anche nelle pagine precedenti.

Prima di fare delle considerazioni su tale ipotesi è utile rifarsi al testo integrale che, per comodità, riporto anche questa volta, senza alterare, in una forma schematica non prevista dall’autrice.

IDENTITA’ E RUOLO DELLE ISTITUZIONI SANITARIE CATTOLICHE NELLA PASTORALE SANITARIA DELLA CHIESA ITALIANA

Intervento di suor Vittoralma Comaschi 

Suor Vittoralma ComaschiPer iniziare questo intervento relativo all’Identità e ruolo delle Istituzioni Sanitarie Cattoliche nella pastorale sanitaria della Chiesa italiana mi si permetta di riprendere alcuni pensieri che P. Umberto Rizzo – per lunghi anni Presidente lungimirante dell’A.R.I.S. – esponeva, alcuni anni or sono, ad Acquaviva delle Fonti in occasione di un Convegno sull’umanizzazione della medicina. All’interrogativo: “Che ne sarà di queste nostre Opere?” proveniente dall’urto di mentalità laiche e laiciste e dalla sempre crescente crisi vocazionale, p. Rizzo dava una provocante risposta di cui riprendo il senso.

a. Dato che non è prevedibile che le nostre Istituzioni, espressioni di intuizioni, di impegno e dedizione di persone consacrate che ci hanno preceduto, rimangano del tutto “nostre” nella loro gestione, esse devono divenire sempre più della Chiesa.

b. È necessario cioè che la Chiesa italiana, nella propria pastorale sanitaria, utilizzando la nostra residuale presenza, si orienti e ci orienti a conservare per le Istituzioni, cui abbiamo dato inizio, l’identità e il ruolo che assicurino la presenza della Chiesa nel Servizio Sanitario nazionale, regionale e locale.

c. Solo se le Istituzioni Sanitarie Cattoliche saranno viste, presentate, volute e sentite come opere della Chiesa, nazionale e locale, nelle quali tutti i cattolici hanno il diritto-dovere di partecipazione e corresponsabilità, esse potranno essere salvate dai molteplici pericoli che le assillano. “Questo – diceva, concludendo, P. Rizzo – non vuol dire ammainare le vele, ne, tanto meno, privare della nostra presenza le Opere tanto amate”.

d. Vuol dire cambiare metodo. Vuole dire rimanere per quelle mansioni che sono più congeniali e tipiche di anime consacrate.

e. Vuole dire rimanere per investire dello spirito dei nostri Fondatori i nuovi Responsabili che continueranno con noi, o forse senza di noi, ma comunque per la Chiesa e con la Chiesa il grande Servizio“.

Il mutamento tanto auspicato da P. Rizzo è ancora in sofferta elaborazione, mentre sono rapidamente e sostanzialmente modificate le regole legislative ed organizzative che disciplinano i servizi sanitari in Italia.

    1. Vuoi per mancanza di religiosi, vuoi per difficoltà ad adeguarsi alle nuove pressanti normative alcune istituzioni sanitarie cattoliche sono state chiuse o si sono trasformate assicurando prestazioni assistenziali e non più sanitarie.

    2. Inoltre altre significative istituzioni sanitarie cattoliche sono state cedute al privato for-profit, che libero da motivazioni se non quello del profitto, meglio è riuscito ad adeguarsi ai nuovi indirizzi legislativi in campo sanitario.

    3. La presenza delle Istituzioni sanitarie cattoliche, laddove era forte nei religiosi e nei laici la motivazione di appartenenza alla Chiesa è cresciuta sul piano qualitativo e quantitativo.

    4. Le Istituzioni sanitarie cattoliche che hanno saputo accettare le provocazioni innovative del mondo laico, sono ora in grado di intervenire, come presenza significativa, nel processo scientifico in corso e nei metodi di cura, salvaguardando la vita in tutti i suoi momenti. Il che ci consente di avere autorevolezza nel dibattito sulle questioni di rilevanza biomedica, ma anche di presentare modelli concreti e operativi alternativi di cura e di ricerca.

    5. Sarà sempre più importante nel futuro, dal punto di vista ecclesiale, affiancare ai documenti di riflessione bioetica la testimonianza concreta – sul campo – della possibilità di fare la migliore medicina rispettando l’etica.

    6. Il Santo Padre, nella Vita consacrata (n. 83) ricorda “ai consacrati e alle consacrate che fa parte della loro missione evangelizzare gli ambienti sanitari in cui lavorano, cercando di illuminare attraverso la comunicazione dei valori evangelici… in piena conformità con l’insegnamento morale della Chiesa, istituendo per questo anche centri di ricerca e di formazione e collaborando fraternamente con gli organismi ecclesiali della pastorale sanitaria“.

    7. Ogni Istituzione Sanitaria Cattolica in Italia, qualunque sia la propria dimensione e ruolo specifico nel settore della medicina, si qualifica come tale solo se è evangelizzata ed evangelizzante, testimone di carità e di comunione ecclesiale.

    8. E ciò ormai non può più essere lasciato ad una programmazione interna alla singola Istituzione, occorre avere un quadro di riferimento ecclesiale, autorevole insieme e ampio per lasciare spazio all’iniziativa dello Spirito e coinvolgere tutte le componenti della Chiesa italiana.

    9. Se nella Novo millennio ineunte il Santo Padre ha richiamato le varie Chiese a non dimenticare che tutta la programmazione pastorale non può prescindere dall’obiettivo della “santità”, non dovrà forse entrare anche questo aspetto nella pastorale sanitaria della chiesa in Italia?

    10.  È forse illusorio guardare verso Istituzioni Sanitarie Cattoliche come “scuole di santità” per i degenti, per coloro che li servono servendo in loro Cristo, per i sanitari stessi che non potrebbero santificarsi se non nella loro professione, come noi religiosi siamo chiamati a non dividere vita spirituale, servizio nell’obbedienza, carisma e professione?

    11. Ecco una feconda nuova visuale dell’Istituzione Sanitaria Cattolica che se anche non può essere posta nelle nostre Carte legali, dovrebbe essere nel cuore di ogni cattolico.

    12. Nel documento dell’allora Pontificia Commissione circa l’apostolato per gli operatori sanitari, edito nel 1987, e rivolto ai religiosi, dopo aver richiamato l’importanza del segno della vita religiosa nel mondo della sofferenza e della salute e fatto riflettere sul dovere di essere in esso “testimoni di Dio”, si passava a parlare dei religiosi come “testimoni della comunione”, ma ciò era riferito quasi esclusivamente alla comunione fra i religiosi stessi.

    13. Alla luce di una Chiesa che è tutta comunione qualcosa di nuovo dovrebbe risultare anche nel piano della pastorale sanitaria. Noi religiosi con le nostre Istituzioni abbiamo svolto un ruolo ecclesiale sussidiario.

    14. Non è forse arrivato il momento in cui, davanti alla diversità di situazioni e vastità delle implicazioni il soggetto vero e originario, la Chiesa, si riappropri delle proprie responsabilità ed eserciti una azione di coordinamento a livello nazionale che garantisca davanti al Paese l’interesse che la Chiesa ha per l’uomo “via della Chiesa”, sia esso in età educativa (settore istruzione), sia esso in fase di infermità (settore sanitario)?

    15. Ciò che i religiosi, con le loro Istituzioni Sanitarie Cattoliche, hanno operato nella Chiesa e per la Chiesa contribuendo alla santità del popolo di Dio, all’edificazione della Chiesa, e per la liberazione dell’uomo, continuando a provocare una più evangelica valutazione del mondo della salute come luogo privilegiato di evangelizzazione deve divenire ormai campo di responsabilità di tutta la Comunità ecclesiale.

    16. Non si attenda che le nostre Opere sanitarie muoiano soffocate dalle istituzioni che le hanno in parte imitate, ma che non sempre e non in tutto si ispirano più ai veri e sani principi del Vangelo. Ed è dovere della Chiesa tutta agire perché dalla sanità non si venga emarginati”.

Cosa dire?

Mi sembra che si respiri la solita confusione provocata dalla necessità di far quadrare il cerchio. Credo che tutti capiscano dove stiano le contraddizioni di questo ragionamento condotto sul filo dell’equivoco. Se si imboccata la strada della radicalità bisognerebbe poi essere consequenziali e non mi sembra che la Comaschi lo sia nelle sue conclusioni che invocano un compromesso Chiesa-Stato non so quanto fattibile. 

Suor Vittoralma parte da questo presupposto:

    1. non è prevedibile che le nostre istituzioni rimangano del tutto “nostre” nella loro gestione”.

Dunque è prevedibile che i religiosi perdano in tutto o in parte i loro diritti di proprietà degli attuali istituti di cura che posseggono. Secondo lei due sarebbero i motivi:

    1. urto di mentalità laiche e laiciste,

    2. crescente crisi vocazionale.

Ammette che “il mutamento tanto auspicato da P. Rizzo è ancora in sofferta elaborazione, mentre sono rapidamente e sostanzialmente modificate le regole legislative ed organizzative che disciplinano i servizi sanitari in Italia”. Non dice invece che tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare. Anche se poi è lei stessa al punto 11 ad ammettere l’esistenza di uno scoglio non facilmente sormontabile: “se anche non può essere posta nelle nostre Carte legali, dovrebbe essere nel cuore di ogni cattolico”.

Secondo lei i Vescovi italiani dovrebbero provocare un disegno di legge che salvi la capra e i cavoli. Naturalmente affida alla loro immaginativa di essere gli estensori di uno schema giuridico che sia costituzionale, evangelico, democratico e condiviso da un sufficiente schieramento politico che lo approvi. Rischierà di fare la fine della menzione delle radici cristiane che si vorrebbe nella Costruzione Europea.

La questione, nei termini in cui è posta, probabilmente può essere risolta solo se si accetta la radicalità evangelica della spogliazione dei beni e delle strutture che appartengono ai religiosi e se la comunità ecclesiale è disposta a farsi carico della evangelizzazione degli operatori sanitari e dei malati che si troverebbero esposti su tre fronti alternativi: strutture sanitarie pubbliche, fondazioni no profit, cliniche private.

Poiché fino ad oggi nessuno schieramento politico si è opposto alla presenza dei religiosi in sanità come nella scuola, potranno continuare a restarci fin quando non vanteranno nuove pretese. E quelle di Suor Vittoralba potrebbero risuonare alle orecchie di qualche movimento politico proprio rivendicazioni ingiustificate e scatenare un putiferio.

Desumo che sia lecito porsi alcune domande:

  1. La proposta è realistica?
  2. La proposta è opportuna?
  3. La proposta è appropriata?
  4. E ancora: è lo Stato che soffoca le Istituzioni religiose, che le trascina al collasso?
  5. Non è che il male si annidi altrove, proprio dove non lo si vuole ammettere, ossia in casa propria?

Come si vede, tutte domande serie e legittime che evidenziano un dato: il cerchio va stringendosi. Intendiamoci, non ci troviamo di fronte ad un’improvvisa calamità naturale. Sono temi che si rimuginavano già quarant’anni fa.

Nella sanità italiana e forse anche europea va delineandosi un bipolarismo cattolico: più Stato/più privato. C’è da chiedersi se sulle Istituzioni Religiose non pesino eccessivamente i ritardi di ieri e di oggi, rispetto ai segni dei tempi. Se una maggiore crescita dell’etica della responsabilità dei laici credenti è ormai necessaria, proprio per colmare cronici ritardi, più che superficiali e paternalistici approcci non si registrano.

Dopo secoli di immobilismo laicale nella chiesa, pretendere ora che vengano bruciate le tappe, riempiti i fossati, eliminati gli steccati è utopistico. Se la Christifideles laici ha il pregio dell’intuizione e di aver impresso un orientamento, Chiese locali e Istituti Religiosi producono più parole e documenti che iniziative mirate.

Dietro questo apparente immobilismo ho l’impressione che qualcosa stia silenziosamente evolvendo. Il naso mi dice che il Movimento “Medicina & Persona” di Comunione e Liberazione ha già fiutato il problema e sta operando all’interno delle Istituzioni Pubbliche e non. Nei prossimi anni li vedremo sulla scena protagonisti di un cambiamento sostanziale del modo di lavorare in ospedale: 

Il nostro scopo è legato a quell’aspetto molto semplice che nasce dalla presenza in un ambiente di lavoro di una persona che ha un’ideale come punto di partenza, in particolare per noi un ideale cristiano. Questo dà vita sicuramente a un giudizio: uno che sia primario, aiuto, assistente o infermiere, se vive questo tipo di lavoro partendo da un ideale, in particolare da un ideale cristiano, non può non giudicare quello che fa, non può non avere un modo originale con cui guarda il suo lavoro non in modo neutrale, tecnico, professionale asettico, ma secondo un modo di guardare la realtà, che è tanto più capace di valorizzare ciò che si fa quanto più grande è il punto di partenza e tanto più importante è il criterio di giudizio.

 Noi ci poniamo prima della rivendicazione, ci chiediamo se ci sia innanzitutto un atteggiamento di gratitudine, d’accettazione, di positività nel nostro lavoro. Ci deve essere una associazione che tuteli questa positività, ci deve essere una associazione che prima di dire le condizioni per cui deve cambiare il lavoro si preoccupi di capire come, nella condizione in cui uno è, può vivere il lavoro che fa, lieto, contento sapendo che ogni giorno si esplica il suo compito nell’ambito sanitario”.

 Davanti a queste istanze i religiosi potrebbero trovarsi in affanno e rivelarsi proprio i primi oppositori. La Compagnia delle Opere costruirà ponti e zattere di salvataggio dove potrebbero trovare riparo naufraghi ed esuli. Il principio ispiratore è chiaro e dichiarato: 

La nostra associazione quindi si pone come scopo quello di creare opere, dopo lo scopo di valorizzare le presenze, nel pubblico o nel privato: opere secondo un’idea che noi abbiamo chiamato di sussidiarietà, riprendendo un principio nato da una Enciclica, la Quadrigesimo anno, per la quale quando i cittadini, le persone sanno autoorganizzarsi, sanno dare risposte ai bisogni che hanno (soprattutto rispetto alla Sanità, all’Assistenza, all’Istruzione e alla Cultura) lo Stato non deve intervenire, può intervenire solo laddove questo non avviene.

Nei settori come la Sanità, la sussidiarietà costituisce la tradizione e la storia perché l’ospedale nasce originalmente dalla cultura cattolica. Ai tempi in cui non c’erano gli antibiotici, i malati infetti erano curati solo da persone per cui l’ideale valeva più della vita: la Sanità è nata e si è sviluppata in questo modo. 

Il terzo livello, è la politica, perché evidentemente oggi ciò che nasce in questo modo dal popolo, secondo il principio di sussidiarietà suggerisce alla politica modelli che funzionano”.

Bisogna ammetterlo: questo Movimento, avendo le mani slegate da vincoli vocazionali, giuridici, patrimoniali, storici e culturali, riesce a muoversi con più agilità, a fare breccia nel cuore di operatori sanitari di ogni grado, progettare la botte nuova, senza l’impiccio di dover rattoppare il vestito vecchio. Ordini e Congregazioni religiose, invece, non sono in grado di muoversi con altrettanta disinvoltura.

A meno che…

Non bisogna disperare. Se non si può competere con la fantasia dello Spirito Santo di Dio, è possibile assecondarlo nei suoi progetti celati e troppo spesso dimenticati nell’archivio eucaristico. O si consultano o non se ne esce. Proviamo a verificare?

  1. E’ lo Spirito a fare l’Eucaristia e quindi la Chiesa.
  2. Prima il pane e il vino vengono trasformati in Corpo e Sangue di Cristo.
  3. Ma a cosa servirebbero i due alimenti se non fosse per trasformare gli offerenti che vi partecipano, nell’unico Corpo di Cristo?
  4. 1 Corinti 10,17: “ Poiché c’è un solo pane, noi, pur essendo molti, siamo un corpo solo: tutti infatti partecipiamo dell’unico pane”.
  5. Quindi noi offerenti diventiamo così il luogo e lo strumento per seminare l’opera di Cristo nel tempo e nello spazio.
  6. Come Gesù è stato il sacramento del Padre, così la Chiesa oggi è il sacramento di Cristo.
  7. La sintesi è questa: sul Calvario l’amore di Dio si è presentato storicamente; nell’Eucaristia, sacramentalmente; nella Chiesa, esistenzialmente come vita donata. E’ proprio ciò che noi oggi chiamiamo Chiesa come “mistero”.
  8. Dentro questa realtà di Chiesa si comunica e matura l’esistenza cristiana dei singoli credenti, sempre frutto dello Spirito, che costruisce nelle coscienze il “santo”, cioè la vita redenta e divinizzata.

La Sua opera si può ravvisare in tre operazioni:

  • incorporazione,
  • conformazione,
  • compimento.

L’ospitalità è una fontana che sgorga da questo contesto.

  1. Ezechiele 36, 24-28: “Metterò dentro di voi uno spirito nuovo”.

  2. Matteo 28, 20: “Ecco, io sono con voi tutti i giorni fino alla fine del mondo”.

  3. Giovanni 14, 16-18: “ Non vi lascerò orfani. Io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Consolatore perché rimanga con voi per sempre”.

  4. I manovali sono affiancati dall’Ingegnere, che è anche Direttore dei lavori, ossia il Paraclito: “Prenderà infatti del mio e ve lo annunzierà” (Gv 16,18)

  5. Potentemente rafforzati nell’uomo interiore mediante lo Spirito” (Ef 3,16), siamo coinvolti gradualmente negli atti vitali di conoscenza e di amore che intercorrono tra il Figlio e il Padre, creature nuove, trasformate ma rispettate nella nostra identità di uomini e di interlocutori liberi e personali.

Da qui deriva la vita di preghiera e l’esperienza mistica: contemplo.  Da qui deriva l’azioneagisco.

  1. Contemplazione è la fusione delle due esperienze: l’una sostiene l’altra.

  2. Simo chiamati in sanità a portare misericordia, dal momento che possediamo le stesse viscere di misericordia del Padre compassionevole.

  3. Le Istituzioni sono peccatrici perché noi siamo peccatori.

  4. Nel peccato, Dio è fedele: qui si rivela il suo cuore: “S’è fatto maledizione, peccato, perché nelle sue piaghe noi fossimo guariti” (Is. 55,3).

  5. Romani 5,20: “dove è abbondato il peccato ha sovrabbondato la grazia”.

  6. Le riforme devono rivelare il cuore di Dio.

  7. L’onestà deve rilevare il “giudeo” che c’è in me: “A causa della loro caduta la salvezza è giunta ai pagani; la loro caduta e stata ricchezza del mondo e il loro fallimento ricchezza dei pagani. L’indurimento di una parte d’Israele è in atto fino a che saranno entrate tutte le genti”. (Rom 11,12-25)

  8. Peccato, misericordia, perdono…: tutto è per far brillare la gratuità del dono, quindi la sua universalità; e proprio perché immeritata, asicura il cuore che Lui è salvezza per me, per te, per noi, per tutti!

  9. I discepoli del Signore, nelle diverse espressioni storiche, sono giunti alla medesima conclusione: “ O profondità della ricchezza, della sapienza e della scienza di Dio! Quanto sono imperscrutabili i suoi disegni e inaccessibili le sue vie” (Rom 11,33).

  10. Giovanni di Dio a Granada ha costruito un villaggio-sanità disegnato da Dio. Il collaudato modello è stato esportato e riprodotto nel mondo. Ogni volta che è posto in discussione, vuol dire che al progetto sono state apportate delle varianti abusive, non condivise dall’Architetto. Restaurare vuol dire riportare l’opera all’originale splendore.Si possono rifare il tetto, le grondaie, i pavimenti, ma guai a metterele mani sull’asse portante:eucaristia-medicina-persona.

  11. Maria ha vissuto il più grande travaglio epocale: farsi gremo a disposizione di Dio. Lei ha avuto la pazienza del tempo. Non si è impazientita né irritata e nemmeno scandalizzata quando le parole non davano immediato riscontro. In ogni tempo le parole patiscono i iritardi, non esprimono subito i loro significati, non bastano a farci innamorare dell’Infinito. Solo il tempo che passa sa farci appassionarci di Lui in ogni cosa finita in cui c’imbattiamo.

  12. Chi si mette sui binari del’ospitalità, prende parte alla maternità di Maria, presenza suprema nella storia dell’universo.

  13. Immaginando i giorni di Maria con il Mistero racchiuso nel grembo, che sente, che percepisce, che riconosce, che abbraccia con tutta se stessa, dentro di sé, ritroviamo che l’ esperienza è ripetibile nella comunione con il Corpo e Sangue di Cristo. L’Amèn è il sì determinato e convito all’ Azione dello Spirito che intende fare incarnazione nella nostra fragile carne: “Non sapete che siete tempio di Dio e che lo Spirito di Dio abita in voi?” (1 Cor 3,16).

  14. O in ospedale si fa l’esperienza del triduo pasqule (Cena, Getsemani, Calvario, Sepolcro, Risurrezione), incontro di Cielo e Terra, mescolanza dell’umano e del divino, o non è. Vuol dire edificare semplicemente cliniche, ossia altra cosa, officine di riparazione. Bisogna tenerlo presente nelle riforme.

  15. Se la sofferenza diviene un modo di “obbedire” a Dio, cioè il più nudo atto di fede e di amore, un esprimere la nostra resa a Dio, la fiducia totale e piena, nuda e coraggiosa, ripulitura al massimo da ogni interesse, i votati all’ospitalità devono creare le condizioni perché la ribellione istintiva di ogni malato ceda il posto alla fiduciosa obbedienza: “Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito” (Lc 23,46).

  16. L’albergatore si preoccupa delle medicine, del vitto. Al samaritano sta a cuore che il malato non cada “in preda all’angoscia”(Lc 22,44).

  17. Il ricoverato è Cristo al Getsemani. Se non vengono i discepoli a confortare, dovranno venire gli Angeli: “Allora dal cielo venne un angelo a Gesù per confortarlo; e in quel momento di grande tensione pregava più intensamente. Il suo sudore cadeva a terra come gocce di sangue. (Lc 22,43-44).

  18. Ma non è ciò che chiede il Signore: “ Li trovò addormentati, sfiniti per la tristezza e disse loro: “Perché dormite? Alzatevi e pregate per resistere nel momento della prova”(Lc 22,45). E’ in corso una nuova prova. C’è chi dorme e chi è depresso. Potranno superarla solo gli oranti.

A PROPOSITO DI VOCAZIONE

Nessuno meglio dei religiosi Fatebenefratelli d’Italia è in grado di comprendere l’urgenza di un ricambio generazionale che assicuri persone generose e sante per l’annuncio del vangelo della misericordia in parole ed opere tra le corsie dei luoghi di cura. 

Fra-Sergio-Schiavon-o-h-Il Card. Dionigi Tettamanzi così proclamava di recente dall’ambone del Duomo di Milano:

Solo da una coscienza limpida e gioiosa della grandezza e bellezza della vocazione ricevuta e, insieme, dell’importanza e urgenza della missione che vi è connessa, può nascere e crescere il bisogno di pregare perché anche altri fratelli e sorelle accolgano e vivano la vocazione al ministero e alla vita consacrata.

La scarsa preghiera per le vocazioni – Dio non voglia la non preghiera –non è forse un segno oggettivo che noi sacerdoti e persone consacrate non siamo veramente innamorati ed entusiasti del dono e del compito che il Signore ci ha dato? Non ci è lecito gustare in modo egoistico la grazia della vocazione e gioirne senza allargare il nostro cuore nella preghiera perché tanti altri possano condividere con noi lo stesso compiacimento e la stessa spirituale letizia!”.

Ed aggiungeva:

Ed ora, alla luce del Percorso pastorale diocesano “ Mi sarete testimoni”, vorrei condividere con voi una riflessione sulla vocazione nella prospettiva specifica della missionarietà. Mi soffermo brevemente sul binomio inscindibile vocazionemissione. Potremmo presentarlo così, con due piccole frasi, quanto mai semplici ma dal contenuto assai ricco e stimolante: Non c’è vocazione senza missione, non c’è missione senza vocazione! 

Sì, non c’è vocazione senza missione. La vocazione, infatti, non è una realtà a sé, chiusa in se stessa. Per sua natura, per il suo intimo significato è polarizzata alla missione. È interiormente scossa da un dinamismo, ossia da un movimento inarrestabile e insopprimibile, che la ordina e la conduce alla missione. 

La vocazione è sempre “per” qualcosa. Più precisamente, è per servire il disegno che Dio rivela e affida a colui che viene chiamato. In una parola: la vocazione è essenzialmente missionaria; non può non essere missionaria. E dunque la missionarietà è dimensione costitutiva e ineliminabile della vocazione. 

Ciò significa che la conoscenza amorosa del disegno di Dio – nella sua bellezza e urgenza – è il prerequisito necessario, è la condizione indispensabile per accogliere la vocazione. In realtà, è Dio stesso che ci presenta il suo disegno su di noi e quindi la missione che intende affidarci nella Chiesa e nel mondo, e conseguentemente ci chiama. 

Dobbiamo allora partire dalla missione per decifrare, comprendere e vivere la nostra vocazione. È questo un dato molto importante e gravido di conseguenze. L’esperienza ci dice che nel discernimento vocazionale spesso corriamo il rischio di uno sguardo eccessivamente centrato sul proprio io: sulle proprie capacità e sui propri limiti, sulle proprie attese e sulle proprie paure. 

Occorre uno sguardo più aperto e coraggioso: i nostri occhi devono fissarsi sulla grande causa del Regno di Dio nella storia, sulle sfide e sui compiti immani che la Chiesa oggi deve affrontare, sulle urgenze di rinnovamento umano e spirituale della nostra società. Certo, è uno sguardo che può incutere non poca paura, ma che insieme è capace di sprigionare entusiasmo ed audacia grandi. E comunque diventa una sfida alla libertà della persona, che non può sottrarsi alla fondamentale conseguenza di tale sguardo: accogliere o rifiutare la vocazione del Signore. 

Preghiamo perché i chiamati – preti e diaconi, persone consacrate, missionari, coniugi e genitori, fedeli laici – vivano la missione ricevuta con una tale fedeltà e generosità da divenire testimoni, educatori e amici dei ragazzi, degli adolescenti e dei giovani nel loro discernimento vocazionale. Solo mostrando con la vita quotidiana il fascino e l’urgenza della loro “avventura missionaria”, potranno aiutarli ad accogliere e a seguire la vocazione del Signore. 

Non c’è missione senza vocazione. In che senso la missione non è mai disgiunta dalla vocazione? Nel senso che la missione scaturisce dalla vocazione e si configura come il realizzarsi della vocazione: è il alla vocazione! La missione nel suo svilupparsi diviene, pertanto, un’obbedienza continuata alla vocazione ricevuta. 

E ancora: non c’è missione senza vocazione nel senso che la vocazione dà significato, forza e slancio alla missione: la plasma, la alimenta, la stimola e la sostiene.

In questa prospettiva, per custodire e far crescere il binomio – una specie di “alleanza” – vocazione-missione, è necessario tenere sempre fresca e vigile in noi una triplice coscienza. Occorre, anzitutto, riconoscere che è il Signore a mandarci; è lui che ci manda chiamandoci a “condividere” la sua stessa missione: «Come il Padre ha mandato me, anch’io mando voi» (Giovanni 20, 21). 

In secondo luogo, dobbiamo credere che lui è sempre presente e operante con la sua grazia, come ci ricorda la finale del Vangelo di Marco parlando della missione degli Undici: «Allora essi partirono e predicarono dappertutto, mentre il Signore operava insieme con loro e confermava la parola con i prodigi che l’accompagnavano» (Marco 16, 20). 

È necessario, infine, essere convinti che noi siamo solo – ma quale stupenda dignità è nascosta in questo fatto! – strumenti o «servi inutili», come afferma Gesù stesso: «Così anche voi, quando avrete fatto tutto quello che vi è stato ordinato, dite: Siamo servi inutili. Abbiamo fatto quanto dovevamo fare» (Luca 7, 10). 

C’è una splendida illustrazione del binomio vocazione-missione, che ritroveremo tra poco nella nostra Veglia: è l’esperienza del profeta Geremia, un’esperienza altamente paradigmatica e insieme intimamente affascinante, perché ciascuno di noi ritrova tutto se stesso nel personalissimo dialogo di Dio con il suo profeta. 

È un dialogo che si ripete anche con ciascuno di noi e che suscita nel nostro cuore parole e atteggiamenti colmi di stupore, di gratitudine, di fiducia. E se ora parlo al singolare, è proprio per dare voce a quel colloquio intimo e singolarissimo che il Signore intavola con tutti e vuole provocare in ciascuno di noi qui presenti. 

  • «Prima di formarti nel grembo materno, ti conoscevo» (Geremia 1, 5). Sì, o Dio, sono stupito e commosso nel sentirmi da te conosciuto prima di apparire e di sbocciare nel grembo di mia madre.
  • «Prima che tu uscissi alla luce, ti avevo consacrato» (ivi). Sono grato e incantato, o Signore, nel sapermi da te “consacrato”, ossia destinato a una missione.
  • «Ti ho stabilito profeta delle nazioni» (ivi). È sempre grandiosa e sorprendente la missione che tu, o Dio, mi affidi. È grandiosa, perché è sulla misura del tuo amore, che so essere senza misura!
  • Chi o che cosa mi potrà spaventare? Su di te, sulla tua parola ripongo la mia fiducia e trovo serenità e sicurezza.
  • Tu sai che cosa vuoi da me e io so che non mi abbandoni. So che tu, nel tuo immenso amore, investi grande fiducia su di me, mi dai una consegna: «va’ da coloro a cui ti manderò e annunzia ciò che io ti ordinerò. Non temerli, perché io sono con te per proteggerti» (vv. 7-8).
  • Sì, ho piena fiducia in te, o Signore. Non ho paura della missione che mi affidi, la missione di essere costituito «sopra i popoli e sopra i regni per sradicare e demolire, per distruggere e abbattere, per edificare e piantare» (v. 10).
  • Non ho paura e non temo, perché tu stendi la tua mano, tocchi la mia bocca e metti su di essa le tue parole (cfr. v. 9), perché tu sei con me e mi proteggi.
  • Nessun dubbio mi può vincere o frenare: anche se quella che mi affidi è una missione difficilissima e impegnativa, so che posso portarla a compimento perché essa riposa sulla certezza di essere chiamato dal tuo amore e sostenuto dalla tua fedeltà onnipotente.

Carissimi, continuiamo la nostra Veglia, il cui cuore – dicevamo – è la preghiera per le vocazioni. In questo senso, la Veglia si pone come testimonianza del valore e dell’importanza che tutti noi attribuiamo a tale preghiera. 

Di conseguenza, si pone come invito a una preghiera che deve farsi costante – direi quotidiana – e che deve vedere coinvolti i singoli, le famiglie, le comunità parrocchiali, le diverse aggregazioni ecclesiali e, in modo tutto particolare, quanti devono impegnarsi nel discernimento e nell’accompagnamento vocazionale: la fascia dei ragazzi, degli adolescenti e dei giovani e quella dei genitori e dei vari educatori. 

Quanto scrive il Papa nella sua lettera Novo millennio ineunte, ossia che «le nostre comunità cristiane devono diventare autentiche “scuole” di preghiera» (n. 33), non può non trovare una sua specifica applicazione proprio nella preghiera per le vocazioni, così che si realizzino l’augurio e l’invocazione di Giovanni Paolo II, che nel Messaggio scrive: «Lo Spirito Santo renda la Chiesa intera un popolo di oranti, che elevano la loro voce al Padre celeste per implorare sante vocazioni per il sacerdozio e la vita consacrata» (n. 4). In questo «popolo di oranti», ciascuno di noi ha il suo posto, un posto importante e insostituibile: non disertiamolo mai! 

Questa preghiera ci aiuterà a custodire e intensificare sempre di più in noi – i “chiamati” – la coscienza del grande dono del Signore e insieme l’intima e feconda alleanza tra vocazione e missione. 

Vogliamo ricordare qui, a conclusione, il sentimento profondo che riempiva il cuore di san Carlo Borromeo e che ha voluto esprimere nel Discorso tenuto durante l’ultimo Sinodo della sua vita (1584) con questo appello (rivolto ai sacerdoti, ma valido per tutti): «Pensiamo bene, carissimi fratelli, di quali grandi e quali degne cose Dio ha messo nelle nostre mani! 

Che forza dovrebbe tenere questa considerazione per esercitare una vita degna di consacrati. Il popolo necessita di un alimento solido: non limitiamoci ad essere ombra, ma incarnazione viva della disciplina cristiana… La candela, per illuminare gli altri, deve consumarsi. Così dobbiamo fare noi: consumare noi stessi per santificare gli altri… Tutti siamo certamente deboli, lo ammetto, ma il Signore Dio mette a nostra disposizione mezzi tali che, se lo vogliamo, possiamo far molto. Senza di essi però non sarà possibile tener fede all’impegno della propria vocazione».

IL CORAGGIO DELLA VOCAZIONE

Al di là di ogni retorica che può soffocare l’evento,

  • ogni vocazione è un gesto di coraggio che nasce da una trama di relazioni.
  • Ogni vocazione è coraggio di una libertà adulta che si consegna.
  • Ma questo coraggio è il mistero di ogni vocazione. È il mistero stesso di diventare adulti.

Il mistero non è l’eroico votarsi ad una vita di sacrifici, di lacrime e sangue, tipicamente dell’asceta e del martire.

  • La chiamata ad essere schiene a disposizione di Dio avviene e prende autorevolezza attraverso ogni parola cristiana, ogni annuncio, pronunciati nel contesto della comunione che l’Evangelo genera, propizia, nutre e feconda.
  • A generare la vocazione è la comunità cristiana. Lo stesso vescovo che, ad esempio, celebra un’ordinazione sacerdotale, è lui stesso segno di questa comunione sulla quale egli stesso, per la medesima via tramata di relazioni e di grazia che è la sua vocazione, è sguardo autorevole (episcopé) e cura attenta.

Leggendo l’Antico Testamento, balzano in evidenza alcune vocazioni:

  • Isaia afferrato,
  • Geremia sedotto,
  • Osea tradito

Per quanto affascinante e suggestivo l’accostamento, neanche la vocazione del prete può essere spiegata con queste immagini se sono le uniche messe in csampo per spiegare il mistero di una vocazione. Con Giovanni Battista, ultimo profeta e primo discepolo, termina l’esperienza dei profeti solitari. Essa termina con il primo atto di regale nobiltà del Signore : la chiamata di dodici uomini perché stessero con lui. Da quel momento inpoi sarà sempre la comunità cristiana a generare la vocazione. Persino i seminari, i postulandoti, i noviziati non fanno che ricevere e custodire un’intuizione che che non appartiene loro. E questo è precisamente il prodigio di ogni vocazione.

E’ evidente quindi che ogni vocazione, a cominciare da quella laicale, nasce nel grembo della comunità cristiana. L’utero, la matrice è lì. Quando la procreazione è assistita (procreazione in vitro) nascono le complicazioni, perché questo è il disegno tracciato dall’Eterno: “Pregate il padrone della messe perché mandi operai nella sua messe”.

Il sorgere di una vocazione, la sua trama è

  • nelle infinite relazioni di bimbo che la comunità accoglie,
  • di ragazzino cui insegna ad aprire gl’occhi alla grazia,
  • di giovane che educa a sollevare lo sguardo verso gli ampi orizzonti di Dio.

Ogni vocazione cristiana vive di questo prodigio così poco clamoroso, di questa opera dello Spirito voluta e costruita nel lento intrecciarsi di sguardi accesi, di parole scambiate, di passi sicuri e lieti. Per questa grazia si diventa preti ma anche frati, suore e cristiani laici. Nomi e volti, parole e silenzi, sorrisi e timori sono il cuore vivente da cui emerge il coraggio di una consegna:

  • per questo una prima messa, una professione religiosa, una consegna del crocifisso,
  • ma anche un battesimo, una cresima, un matrimonio,
  • sono festa innanzitutto della comunità cristiana che, a dispetto della sua mediocrità, a dispetto del proprio peccato – davvero come una madre – si scopre capace di generare.

La festa che non è semplicemente enfasi retorica ma celebrazione, nella comunità genitrice, delle mille parole scambiate, degli infiniti gesi ricevuti e donati che la Parola ha fecondato ancora una volta. Perché la comunità è perenne mistero, intreccio di incontri, di relazioni e di grazia, chiamata a custodire il Mistero che ogni giorno contempla, dal quale il disegno giorno dopo giorno si svela, si fa.

Il Card. Carlo Maria Martini nella veglia del 27 marzo 1999 ha così spiegato il senso di una comunità, di una festa, di inviti, chiamate, di vocazioni smarrite, respinte o ritrovate: Mi ha molto impressionato il titolo della veglia in traditione symboli” di quest’anno:

  • “E cominciarono a far festa“,
  • insieme con la citazione dalla parabola di Lc 15 fatta dal diacono all’inizio “Mangiamo e facciamo festa,
  • seguita poi dall’altra “Bisognava far festa e rallegrarsi
  • e infine ripresa dall’invito accorato della seconda parabola, quella degli invitati a cena, che abbiamo appena ascoltato (Lc 14): “Venite, è pronto, invito a cui nessuno degli invitati risponde, invito di fronte al quale tutti trovano scuse.

 E’ come se questi inviti ripetuti toccassero una delle difficoltà dell’uomo contemporaneo in occidente: cioè la ritrosia a far festa, la fatica a rallegrarsi di cuore, a cantare un inno alla vita, la ritrosia a godere per qualche evento veramente positivo, come quello di una riconciliazione raggiunta, del ritorno di un fratello che era andato lontano. Quanto è difficile oggi fare davvero festa! 

Non mancano certamente, nel nostro mondo opulento di oggi, le occasioni di festa, anzi di festini[…] Ma è come se tutte queste occasioni non fossero espressioni spontanee di gioia sincera. […] E’ un fatto che queste ore di eccitazione sono spesso paradisi artificiali, non nascono da una esultanza genuina del cuore, nascondono molta tristezza e solitudine. Dopo questi momenti ci si ritrova soli, stanchi e assonnati, nervosi e irascibili, pigri e svogliati nel riprendere la fatica di ogni giorno. 

Perché facciamo fatica a fare festa davvero, in maniera non artificiosa, ma spontanea, semplice e sincera? 

In primo luogo perché pesano su di noi tragedie talmente gravi che nessun divertimento di questo mondo può farci dimenticare. Pensiamo in particolare in questi giorni alla tragedia del Kossowo, dove emerge tutta l’assurdità della violenza etnica, tutta la difficoltà di instaurare un dialogo fruttuoso tra le parti. E questa sera vogliamo pregare molto per tutte le parti in lotta e in particolare per i più deboli, per le popolazioni martoriate, per i bambini, per gli anziani, per le madri disperate. Ma pensando a loro, a quei volti induriti e tristi che vediamo nelle immagini televisive, ci si stringe il cuore e non vorremmo più sentire parlare di festa o di gioia. 

Ma c’è anche nello sfondo il tema più generale della malattia, della morte, della caducità delle cose, di tutte le speranze non realizzate. Ho qui tra le mani la lettera da poco ricevuta di una ragazza di 22 anni di un nostro oratorio, una ragazza che amava molto la danza, e che nella mia ultima visita pastorale alla sua parrocchia si era impegnata a far eseguire dai bambini una danza per accogliermi. Ebbene, questa ragazza lieta e generosa, Lucia, dopo aver lottato per altre un anno contro un tumore aggressivo, è morta proprio l’altro giorno. Nell’ultima lettera, del 16 marzo scorso, mi scriveva: “Io ho continuato la mia danza sui fuochi ardenti del dolore e della sofferenza combattendo il male che continua ad aggredirmi con violenza“. […] 

Ecco, episodi come questi ci addolorano, pesano su di noi e ci impediscono di fare festa nel cuore perché ci sentiamo tutti gravati dalla esperienza della malattia, della sofferenza e della morte fisica. Quanti mali, quanti dolori, quante lacrime: e chi avrebbe mai voglia di far festa quando pensa a queste cose? 

Ma ci sono anche dei motivi più sottili e interiori che si oppongono alla festa. Sono quelli che la parabola del figliol prodigo ci fa conoscere nel figlio maggiore: irritazione, suscettibilità, sensazione di non essere trattati giustamente, incomprensione dell’amore del padre, risentimenti che covano dentro. Ma io penso che oltre al figlio maggiore anche il minore rientrato a casa rimanesse un po’ restio e incredulo di fronte alla grande festa fatta preparare dal padre. Si sarà chiesto: ma perché tutto questo chiasso, tutta questa gioia? In fondo sono uno sconfitto. […] 

A me pare dunque che non solo il figlio maggiore, ma anche il minore abbia fatto fatica a capire il grande amore del padre e il suo bisogno di una festa straordinaria. Avrebbe preferito rimanere chiuso nella sua camera, in silenzio, per macerare dentro la sua umiliazione, per leccarsi le piaghe della sua disgrazia. 

E’ dunque difficile fare festa sul serio, senza riserve e rimpianti. Io penso che anche in tutte le scuse degli invitati della seconda parabola, quella di Lc 14, che hanno chi comprato un campo, chi comprato cinque paia di buoi, chi preso moglie, c’è espressa la ritrosia che tutti noi sentiamo a partecipare a una festa che non sia soltanto esteriore ma che sia espressione di gioia sincera, di serenità interiore, di fraternità senza sottintesi. Si inventano allora mille scuse, ci si riempie di mille appuntamenti, per non mostrare né a sé né agli altri che c’è tristezza dentro, per non dire neppure a se stesso che si ha paura a confrontarsi con la gioia autentica. 

Ebbene, proprio per questo comprendiamo che solo la rivelazione dell’amore senza limiti del Padre è capace di darci questa voglia di fare festa senza infingimenti e senza menzogne. Solo l’amore senza limiti, quell’amore che come dice san Paolo “tutto copre, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta” (1 Cor 13,7), quell’amore che perdona e riabbraccia, che riabilita e salva, che supera morte e odio, vendetta e rivalsa, solo esso è capace di coinvolgerci in una gioia senza sottintesi. Solo il saperci fino in fondo amati, capiti, guariti dentro, stimati, ritenuti importanti da colui che ci conosce fino in fondo ci permette di scioglierci in un canto che nasce dal cuore. Solo la certezza di questo amore ci permette questa sera, malgrado tutto, di fare festa insieme. 

E’ la certezza che questa ragazza di cui ho parlato, Lucia, mi esprimeva nelle ultime righe della sua lettera – testamento: “Ho moltissimo dolore ma sono sicura che dietro a tutto ciò c’è un bellissimo disegno divino per me“. Lucia sperava ancora in quel momento che in quel bellissimo disegno ci fosse anche la sua guarigione fisica. Ma ora sa, contemplando il volto del Padre nei cieli, che questo disegno è ancora più grande e va oltre la vita fisica, apre alla danza della gioia eterna. 

Lucia ha compreso quel disegno divino che consegniamo questa sera ai catecumeni e che riaffermiamo insieme coralmente in questa “traditio symboli“. Il disegno di un Padre onnipotente che ha inviato il suo Figlio perché nella sua morte e risurrezione noi tutti avessimo la vita e la gioia senza fine. Quel disegno che ci fa dire: Credo la risurrezione della carne, credo la vita eterna. E’ questo disegno che malgrado tutto ci permette di sperare e anche di fare festa, mentre preghiamo per la pace, per la fraternità, per la giustizia nel mondo, per tutti i sofferenti e dedichiamo la nostra vita a ideali che non verranno mai meno “.

Alle toccanti raccomandazioni dei nostri vescovi Martini e Tettamanzi, alle tante considerazioni sul chiamarci e richiamarci di Dio, ogni comunità di fede è provocata a dare una una risposta senza esitazioni: 

“ Noi ci impegnamo…
Ci impegnamo noi, e non gli altri;
unicamente noi, e non gli altri;
né chi sta in alto, né chi sta in basso;
né chi crede, né chi non crede.
Ci impegnamo,
senza pretendere che gli altri si impegnino,
con noi o per conto loro,
con noi o in altro modo.
Ci impegnamo
senza giudicare chi non s’impegna,
senza accusare chi non s’impegna,
senza condannare chi non s’impegna,
senza cercare perché non s’impegna.

Il mondo si muove se noi ci muoviamo,
si muta se noi mutiamo,
si fa nuovo se qualcuno si fa nuova creatura.
La primavera incomincia con il primo fiore,
la notte con la prima stella,
il fiume con la prima goccia d’acqua
l’amore col primo pegno.
Ci impegnamo
perché noi crediamo nell’amore,
la sola certezza che non teme confronti,
la sola che basta
a impegnarci perpetuamente.

Grazie, don Primo Mazzolari, “tromba dello Spirito Santo”. Non hai solo incitato il tuo gregge alla marcia ma sei partito in testa al momento di attraversare la palude. Hai fatto strada, aperto il varco, rischiato per primo, marcato il sentiero. Se ogni chiamato si assumesse il ruolo assegnatogli, gli sbandati si ridurrebbero, i timorosi si rianimerebbero e la grande schiera dei

  • codardi
  • fifoni
  • meschini
  • pavidi
  • timidi
  • vigliacchi
  • vili

che popolano il mio cuore, si vergognerebbe di

  • parlare,
  • progettare,
  • suggerire,
  • prospettare,

in permanente attesa che vadano avanti gli altri a togliere le castagne dal fuoco. Amen.

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