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FATEBENEFRATELLI: UOMINI NUOVI – “Fate bene a voi stessi, fratelli…” – Angelo Nocent

1-San Giovanni di Dio 9

UOMINI NUOVI

Quando si tratta di intraprendere un’ avventura, è utile che qualcuno si provi a provocare in qualche modo il coraggio, a toccare le corde capaci d’infiammare il cuore, a stimolare il desiderio dell’ignoto. Osservando San Giovanni di Dio mi sembra di poter affermare che il carisma che fa sgorgare gli altri carismi sia il coraggio di fare la rivoluzione. Nella sua visione molto umana della vita, Don Abbondio direbbe che “il coraggio se uno non ce l’ha non se lo può dare”. Per Giovanni di Dio il coraggio che lo anima è dono dello Spirito. Se si getta nelle imprese senza timore è perché sa di poter contare sul divino paracadute. 

Dopo il Giubileo del ravvedimento, ormai è stata varcata la solia del terzo millennio. Ognuno sa con quale spirito ha intrapreso il cammino. Al di là di quello personale, bisognerebbe verificare lo spirito, la grinta che anima il cammino comunitario, quell’abbandonare consolidate certezze per “andare insieme “ verso destini ignoti.

 So che coloro che appartengono a un Ordine religioso, a una Fondazione, quando s’interrogano non si sentono totalmente liberi. Il condizionamento avviene da un’eredità che grava sulle spalle, che si tramanda da generazioni e che dev’essere trasmessa, non impoverita, alle future. Si tratta di strutture, beni immobili, ipoteche, obbligazioni, un insieme di situazioni (debiti, crediti, impegni, progetti in corso…) finalizzate a un preciso obiettivo: la realizzazione del “carisma dell’ospitalità”.

 Purtroppo il vivere per conservare ed accrescere ciò che si possiede, si tratti di laici, si tratti di consacrati, ha intrinseco un inconveniente: rende succubi della paura di perdere il già conquistato. Ma coloro che sono figli della paura, sono “uomini vecchi”.

 Costoro, per giustificarsi, sono costretti, più o meno consciamente,

  • a chiamare pericoloso tutto ciò che è nuovo,
  • a chiamare sicuro tutto ciò che appartiene al passato. 

Fortunatamente la nostalgia di essere uomini nuovi, alberga in ognuno, è nascosta nel cuore. Solo che di uomini veramente nuovi ce ne sono pochi in circolazione “perché in realtà il nuovo è quel qualcosa “in più”, che tutti sperano, sognano, cercano, anche se la paura di perdere il pezzo di terra già ottenuto, blocca nell’avventura della ricerca e della creatività” (Juan Arias). 

Bisogna dire che il pauroso e l’avventuriero, sono due personaggi che ci portiamo dentro come il credente e il non credente. Questi personaggi incredibilmente veri albergano in ognuno di noi. Solo che , “la paura è più vecchia dell’uomo stesso e molte volte ha il sopravvento sul desiderio di avventura” (J.Arias).

San Giovanni di Dio è stato definito “un avventuriero illuminato”, “un uomo che avrebbe avuto bisogno d’incontrare un san Giovanni di Dio e lo ritrovò in se stesso”. E’ di questo tipo di persona che sto parlando, è questo personaggio che mi preme. E’ proprio quest’uomo predisposto all’avventura che ci portiamo dentro, che mi sta a cuore. Egli mi interessa per l’avventura nella Grande Avventura che è Cristo. 

La storia ha già fatto una svolta per mano di Dio: la nascita dell’ Uomo Nuovo, così veramente uomo e così veramente nuovo da essere anche Dio, è già avvenuta in Cristo.

 Noi però

  1. non diventeremo mai veri uomini senza perdere le paure di nascere di nuovo, di lasciare, se occorre, la tenda e la propria terra per andare non si sa dove…
  2. Uomini nuovi sono coloro che hanno la certezza che non esiste il “basta”. Sono i figli dell’infinito; ma un infinito non concepito come un processo continuo di crescita, ma come una possibilità di scoperte sempre nuove, di irruzione dell’imprevedibile nella storia…
  3. Il fatto di un Dio che diventa uomo non è la fine di un processo evolutivo. E’ un salto nel nuovo. E’ un gesto di follia assolutamente gratuito e sconvolgente. E’ l’esplosione del nuovo nel regno del vecchio.
  4. Gli uomini nuovi sono coloro che hanno il coraggio di realizzare già ora ciò che i profeti annunciavano come realtà del domani, perché il nuovo è il futuro fatto attualità.
  5. Cristo non fu un profeta; fu un uomo che cominciò a vivere in un modo nuovo la vita; che guardò la storia con occhi diversi, che ebbe il coraggio di dare all’uomo un nome nuovo e scandaloso; che fece delle cose che nessuno aveva mai fatto”.
  6. Fu l’uomo che non si accontentò di predicare la risurrezione ma che risuscitò.
  7. L’uomo che non si limitò a purificare il tempio, di fare dei concordati e di creare dei sindacati,
  8. ma che annunciò e cominciò a realizzare che l’uomo non ha bisogno di adorare in un tempio ma in spirito e verità,
  9. che annunciò e realizzò che l’uomo è più importante del sabato,
  10. che cominciò a vivere in un regno assurdo, dove si vince perdendo e si nasce morendo e si comanda servendo.
  11. Fu l’uomo che per realizzare il nuovo non ebbe paura di condannare il vecchio,
  12. non come cattivo ma come superato, come non nuovo e quindi non più creativo.
  13. L’uomo che creò il nuovo non nella solitudine ma nella mischia, fra il fango, le contraddizioni e lo scandalo.
  14. Ed è solo così che si riscatta dignitosamente il passato senza ripudiarlo né umiliarlo.
  15. Le ceneri sono sempre qualcosa di sacro. Dalle ceneri ancora calde di ciò che gli uomini sono stati può e deve nascere il fuoco che riaprirà una storia nuova.
  16. L’uomo nuovo è colui che soffre non tanto per paura di perdere ciò che ha, ma piuttosto per il timore di non riuscire a d avere ciò che ancora non ha e lo sente suo, indispensabile per la sua realizzazione mai esaurita completamente” (J.Arias in L’ultima dimensione).

 Ho volutamente inteso far rivivere un clima post conciliare, anni ’70, perché in queste affermazioni stimolanti ho sempre intravisto il ritratto di san Giovanni di Dio.

Si farebbe in fretta a dire che Giovanni di Dio ama. Certo, uno che è preso dall’Amore, non può che amare. Se vogliamo essere sinceri, chi non è amato da Dio? Eppure…

  • Amare non è facile. Spesso uno credete di amare e non fa che amarsi, così rovina tutto.
  • Amare non è sentire: se uno per amare aspetta di essere spinto dalla tua sensibilità, amerà poche persone sulla terra e certamente non i suoi nemici.
  • Amare non è uno slancio istintivo, è la decisione della volontà di andare verso gli altri e di donarsi loro.
  • Amare non è l’opzione di un momento ma di sempre.
  • Chi ama l’altro, lo accetta in partenza così com’è, com’è stato e senza condizione, come sarà.
  • Amare significa incontrarsi e per incontrarsi bisogna accettare di uscire da sé per andare verso un altro.
  • Amare significa comunicare, e per comunicare bisogna dimenticarsi per un altro.

Nella misura in cui si riesce ad ereditare questo suo spirito di uscire da se stessi, di dimenticarsi, ci si sente uomini aperti, attuali, nuovi…. Proviamo a osservarlo beneda vicino il nostro campione. E’ uomo in carne ed ossa, vestito di stracci, insignificante. Sotto il peso di un carico di legna, è uno dei tantio morti di fame che circolano per Granata. Ma guardatelo negl’occhi, fissatelo bene: 

  1. Lui è un uomo tanto libero, tanto innocente, tanto povero da aver perso tutte le paure.
  2. Giovanni è se stesso e non un altro.
  3. Ha la forza di credere che solo i gesti realizzati senza speranza son inutili.
  4. E’ un cristiano che non ha mai perso la fede nell’impossibile.
  5. E’ un “ultimo” e, pertanto, non subisce la tentazione di tornare indietro perché non ha privilegi da difendere. Al contrario, è proprio il tipo che va sempre avanti, che si spinge oltre, che non teme, anzi, che desidera l’avventura evangelica.
  6. La sua vita è sale che pizzica sulle nostre coscienze ma guarisce.
  7. Egli è un agitatore di acque perché non divengano stagnanti.
  8. Lo vedo come un anticipatore che fa sì che il pianeta sanità, tentato di piegarsi su se stesso, impotente, non si fermi.
  9. E’ il classico uomo scomodo per i sistemi economici: “Fate del bene a voi stessi, fratelli,…”
  10. In quel suo salire e scendere le scale, a “stanare” la ricchezza chiusa nei forzieri, l’infaticabile camminatore si presenta come coscienza critica. La sua è una voce striduala, monotona, fastidiosa , che meriterebbe di essere messa a tacere proprio perché ha ragione. Ma chi osa zittire l’uomo che è di Dio!
  11. Osservatelo bene: è come voce di Cielo, folgore, tuono. Chiama, grida, denuncia, rivela, risveglia, fa capire che nessuno è talmente pulito da poter scagliare la prima pietra contro un fratello.
  12. La gente si chiedeva di Cristo: “Ma da dove viene a lui tanta sapienza. Non è il figlio del falegname?”
  13. Di Giovanni di Dio, dagli storici lungo i secoli e dai lettori superficiali, s’è continuato a dire: ” Ma non era caduto da cavallo e aveva sbattuto la testa? E non l’avevano rinchiuso nel manicomio di Granada, dopo aver dato segni di schizofrenia sulla pubblica piazza?”
  14. Lui, Giovanni di Dio, è un profeta che ci ricorda ogni mattina l’uomo e la donna che vorremmo essere, ma che non abbiamo il coraggio di essere.
  15. La sua profezia non è rimasta chiusa nei confini del suo paese.
  16. La sua profezia sta a dire che non ha frontiere e, se parla a tutti, come parla, è perché ci convince che Dio può rivelarsi per bocca degli esclusi.
  17. Forse sarebbe più giusto dire che più che profeta, Giovanni di Dio si fa profezia: consapevole che ognuno porta sangue di Caino nelle vene e necessita di conversione, non sta li a discutere su sfruttati e sfruttatori. Perché nessuno può dire di non essere sfruttatore di nessuno, nel grande, come nel piccolo.
  18. Egli è un capo: il vapo della carovana degli emarginati, degli esclusi. Una folla d’infelici, disperati, analfabeti, solitari, emigrati, esiliati, traditi, scomunicati, anormali, disprezzati, esclusi dall’elenco delle opere di misericordia, sfiduciati, oppressi…
  19. Non è solo capo, ma anche il capo dell’esercito più forte e più libero, quello di coloro che non hanno niente da perdere.
  20. Abbiamo detto che è uomo libero. Sì, però la scuola di libertà l’ha imparata sulla sua pelle, a suon di frusta e di bagni gelati, da incatenato nel manicomio dell’Ospedale Regio, perché ritenuto pericoloso a sé e agl’altri.
  21. Il suo linguaggio di “samaritano” silenzioso e discreto è duro e provocatorio, segno di contraddizione, perché egli ricorda che sulla terra la vita non muore e che Dio non si è ancora pentito dell’uomo.
  22. Egli è un vero portatore di speranza inedita.
  23. Giovanni di Dio ha aperto una breccia che nessuno potrà mai più chiudere.
  24. Ai suoi eredi spirituali ha lasciato un monito: mai mortificare la creatività personale e la libertà della coscienza; mai perdere la speranza di ricominciare; mai rinunciare a parlare una lingua nuova, fatta non di suoni mercantili ma di gesti concreti di vita donata.

Pierluigi MicheliDr. Pierluigi Micheli Primario di Medicina Ospedale San Giuseppe

PIERLUIGI MICHELI – MEDICO DI DIO PER LA CITTA’ DELL’UOMO

Agli operatori in sanità indica una vocazione aperta all’infinito: 

  • Li vuole creatori, perché portatori di un diritto ad avere uno spazio dove poter sperimentare questa loro forza creativa;
  • Li vuole coscienza critica che si misura con altri uomini giusti e veri, per fare della medicina un santuario di ricerca;
  • Li vuole comunità terapeutica per una medicina “Cristizzata”;
  • aperta all’azione dello Spirito,
  • luogo sanante, piscina probatica dove scende il messaggero del Signore ad increspare le acque, segno della divina presenza.
  • Vuole che ritrovino il perché di antichi gesti, di secolari attenzioni per i tanti “derubati” sulla strada di Gerico.

Egli è un liberatore da ogni tentazione nostalgica;

  1. Da cinque secoli è un ispiratore di sogni e di passioni per leviare le pene.
  2. Soprattutto è un atto di fede nella capacità di rinascita dell’uomo. Non per niente i sui primi cinque discepoli provengono da esperienze, a dir poco, balorde.
  3. E’ lì a ricordare che Cristo non ha creato la prima comunità con gli eletti, con i puri, con l’élite, con l’aristocrazia dello spirito, ma con la gente semplice, debole, con pubblicani, pescatori e prostitute.
  4. E’ un santo scomodo perché ha scelto la scomodità come stile di vita, la fatica come un dovere quotidiano. Bruciato, consumato, azzerato per gli altri, è uno schiaffo alla nostra costosissima inefficienza.
  5. Egli è anche un santo pericoloso: non usa armi che “vincono” ma parole che “convincono”. E’ un uomo “povero”. La ricchezza isola, rende individualisti. La povertà obbliga alla comunione, alla condivisione, spinge a incontrare gli altri. Ma l’incontro è la cosa più pericolosa perché è la cosa più creativa e impegnativa, un’occasione di riscatto.
  6. Giovanni di Dio non è un intellettuale di cui ci si può sbarazzare, prendere le distanze, combattere. Egli è un bambino del quale non ci si può liberare. Sta lì a ricordare che la vita vale più di un’idea, che si è grandi solo quando si diventa indifesi, che si è amati solo quando non si ispira paura.
  7. Giovanni di Dio è un provocatore: indica che i nemici più accaniti e più nascosti del “nuovo”, sono i farisei, ossia gli uomini dell’immobilismo, gramigna che non muore mai con nessun diserbante: “sepolcri imbiancati, razza di vipere, guide cieche.
  8. Giovanni di Dio è un veggente: egli non è un santone, a Granada non fa il guru, ma il veggente… Egli è veggente perché ha occhi così pieni di luce da scoprire il mistero senza averne paura, capace di riconoscere la genuinità che si cela dietro ogni volto segnato dalla malattia, dalla sopraffazione, dalla violenza, dalla miseria. I suoi occhi non hanno paura di riconoscere i deboli e i fragili, di prediligere i “rifiuti sociali”.
  9. Egli è un cane da tartufo: ha un fiuto che ravvisa a distanza gli indifesi, i profanati dalla malattia, i visitati dalla solitudine amara, gli emarginati, i colpiti da cecità interiore…tutta la miriade di patologie umane, fisiche e psichiche, spirituali e morali, comprese quelle misteriose non classificate.
  10. Giovanni di Dio è anche un rivoluzionario: è un cristiano che, per la festa di San Sebastiano, al richiamo delle campane, va anche lui a sentire il panegirico, con il proposito di farsi poi il giro delle bancarelle. 
  • Invece finisce “braccato” da Dio che lo vuole, a sua insaputa, fondatore, padre di una moltitudine,
  • lui che non ha mai perseguito una qualunque forma di vita religiosa esistente,
  • che sceglierà, in piena libertà, la forma più consona alla sua indole per realizzare la sua dimensione interiore e il suo impegno di fede,
  • lui che non ha saputo fare altro nella vita che essere una “schiena a disposizione di Dio”.
  • La sua rivoluzione consiste nell’accettare, per fede, di andare, come Abramo, nella terra che gli avrebbe indicato il Signore, in cambio di una discendenza. Il Figlio sacrificato è il Crocifisso. Il figlio da sacrificare è lo squallido egoismo.
  • Il rivoluzionario è uno che si fida di Dio, non uno che ha in mente un suo progetto sovvertitore. Di quest’ultimo si potrà dire che è un ribelle, un agitatore, un oppositore, un contestatore… ma un rivoluzionario no!

La rivoluzione di Giovanni è la stessa cantata da Maria nel Magnifica:

  •  Dio è potente,
  • ha fatto in me grandi cose…
  • Ha dato prova della sua potenza,
  • ha distrutto i superbi e i loro progetti.
  • Ha rovesciato dal trono i potenti,
  • ha rialzato da terra gli oppressi.
  • Ha colmato i poveri di beni,
  • ha rimandato i ricchi a mani vuote.
  • Ha risollevato il suo popolo, Israele…” (Lc 1, 47 ss)

 Solo da queste premesse condivise potrà nascere il “nuovo” di Dio che è Cristo e, in Lui, noi, sua Chiesa sanante del terzo millennio. 

L’invito alla missione ci viene da tutte le direzioni. Diventa puramente retorico, declamazione che cade dall’alto, se non si trova il coraggio di chiedersi perchè in qualche misura è venuta meno o si è contratta questa immagine di ospitalità missionaria. Bisogna guardarsi dal perdere tempo in dispute sul marginale, perdendo di vista l’essenziale: “quando il Figlio dell’uomo ritornerà, troverà ancora la fede sulla terra?” 

C’è il coraggio di sfrondare e di dire l’unum che salva, Gesù e il suo vangelo?

  • Ci si rende conto che sii parla sempre di tutto, poco di Gesù. E quando si parla di Gesù se ne parla come di un fantasma, di un nome?
  • Non è il Gesù dei vangeli che faceva sussultare, ardere il cuore?
  • Si parla troppo di chiesa, di cose ecclesiastiche, di gestioni carismatiche… poco di Gesù.
  • L’essere testimoni va interpretato come dire parole della fede, cosa devo dire agli altri.                             

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CRISTIANI IN SANITÀ

Il ruolo dei laici nella Chiesa è entrato con una veemenza che è doveroso parlare di “evento ecclesiale”, ossia “un evento dello Spirito” che sta chiamando alla ribalta tutti gli ordini religiosi perché si misurino con questo momento, destinato a provocare nella Chiesa una rivoluzione culturale d’ispirazione evangelica.

Anche i Fatebenefratelli hanno ereditato un carisma particolare, trasmesso alla Chiesa dallo Spirito per mezzo di san Giovanni di Dio. Essi stessi si accorgono che esso è motivo di ispirazione per la vita anche di altri consacrati e consacrate, e persino di laici.

Rinnovamento nello Spirito 4Se uno legge con molta attenzione la prima biografia di san Giovanni di Dio, del Castro e le sue lettere rimaste, si accorge che la spiritualità juandediana, tutto sommato, è più laicale che religiosa nel senso del significato che diamo noi oggi al termine, perché è una spiritualità battesimale. In lui, già battezzato, è avvenuto proprio quello che noi oggi chiamiamo “Rinnovamento nello Spirito” e che altri definiscono “Battesimo nello spirito”. Giovanni Ciudade, a quarantacinque anni, folgorato dalla Parola di Dio, è rinato una seconda volta.

Questo suo farsi schiena a disposizione di Dio per i fratelli – ecco il carisma! – può stimolare l’impegno battesimale che ognuno ha con Cristo e dare senso alla vita di chi opera in sanità accanto al malato ma anche a coloro che sono coinvolti in realtà temporali come può essere amministrare un ospedale, seguire la tecnologia, essere nella ricerca, occuparsi del mercato e della finanza. San Giovanni di Dio era un laico cosciente della sua realtà laicale che, investito da un formidabile carisma, ha risposto in modo esemplare senza null’altra finalità che questa: “ Dio sopra tutte le cose del mondo . Amen Gesù“.

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Una stranezza che ho sempre notato è questa: l’Ordine Ospedaliero, non so da quando, aggrega dei laici meritevoli che hanno operato bene nelle sue strutture, spesso e volentieri solo alla vigilia del pensionamento.

Pierluigi Micheli

Penso al dr. Pierluigi Micheli: una bella pergamena, una benedizione papale, una medaglia, una festa, e tutto finisce lì.

Pierluigi Micheli

La mia è una provocazione per dire: perché non si prova “istituire” un movimento di uomini e donne, sposati e non, eventualmente disponibili a uno specifico cammino di fede e di spiritualità di ispirazione Juandediana? Tante volte mi sono chiesto: perché Monguzzo è nato come Centro Studi e non anche come Centro di Spiritualità Juandediana?

Pierluigi Micheli medico umanista

E’ tempo ormai di uscire allo scoperto, senza timori e preclusioni, cominciando dal mondo della sanità per invadere i territori della Chiesa locale. Bisogna mettere a disposizione sacerdoti, religiosi e laici qualificati, e parlarne, far conoscere, diffondere…Bisogna osare, tentare, provare, ascoltare e discernere. Ognuno avrebbe modo di raccontare come stava vivendo il suo impegno battesimale, la sua esperienza diretta di discepolo del Signore nella Chiesa e nella sanità. Sono sicuro che si arriverebbe a questa formidabile sorpresa:

Guarda un po’! Anche voi medici, operatori sanitari a qualsiasi titolo, state vivendo gli stessi valori che stiamo vivendo noi consacrati!“.

Perché gente che vive nelle mansioni più svariate, da Fatebenefratelli, con la stessa fede, la stessa donazione, anche se non legata da vincoli giuridici e senza nemmeno sapere che cosa sia il voto di ospitalità, ce n’è, eccome!

L’ incitamento a riflettere e a scrivere sull’argomento mi è venuto dalla lettura di “Ospitalità impegno con l’uomo”, edito da FBF, 2002. Il volumetto è “il risultato [del lavoro] di una ristretta commissione internazionale che nel 1988, sotto la guida del Padre Generale [Fr. Pierluigi Marchesi], elaborò il testo”, come si legge nella prefazione. 

Da allora sono cambiate tante cose, ma, seguendo l’evolversi delle cose, si ha l’impressione che la questione dei Laici Collaboratori, pur recepita e presente nei documenti ufficiali, talora con eccessiva enfasi, di fatto risulti evasiva. Si vorrebbe…ma non si osa…Così si tende a rimandarla a tempi migliori, proprio per via della complessità del mutamento di rotta. 

Fra Pasqual Fernando PilesFra Pierluigi è morto lasciando in eredità un grande “entusiasmo”, fatto suo dal nuovo Priore Generale dell’Ordine, Fra Pasqual Piles, chiamato a portarlo fuori dalle secche. Bisogna riconoscerlo: nel chiedere a Fratelli e Collaboratori partecipazione per il comune ed impegnativo ideale di farsi prossimo nel terzo millennio dell’era cristiana, non manca di acutezza teologica e di spirito profetico. Da osservatore esterno, mi sembra di poter affermare che il suo Magistero, all’interno dell’Ordine, vada preso con grande serietà ed impegno.

 Nel capitolo “Stile e ruolo della comunità” del volume menzionato, al par. 4.4, pag. 78 si legge: 

  • Tenuto conto della crescente importanza dei laici in tutti i campi e in tutti i centri del nostro Ordine, è indispensabile ridefinire la nostra alleanza con loro.
  • Bisogna precisare lo status e il ruolo che possono acquisire nell’Ordine.
  • Alcuni sono collaboratori retribuiti con grosse responsabilità amministrative e mediche; altri sono benefattori e amici.
  • Ma è necessario riflettere e individuare il posto che possono occupare i volontari a livello di cure sanitarie, assistenza sociale e funzioni amministrative.
  • Uno dei requisiti essenziali è la competenza dei volontari nel settore in cui intervengono, il che può eventualmente comportare la necessità di una formazione adeguata.
  • La vasta gamma di responsabilità che i laici hanno assunto o assumeranno nell’Ordine, ci induce a rivedere e a precisare i vari tipi di rapporti tra loro e le comunità di religiosi.
  • Per queste ultime, i diversi rapporti con i laici dovrebbero costituire una fonte di rinnovamento”.

 Nel volume menzionato, ai Laici viene perfino dedicato l’intero capitolo quinto, segno evidente di una recepita sofferenza istituzionale. Dall’analisi storica, la riflessione passa a descrivere la realtà odierna. Fra i sintomi del malessere avvertito, questi sono i più indicativi: 

  1. Oggi i nostri centri sono molti di più che in passato.
  2. L’impegno dei laici è cresciuto di pari passo.
  3. Il mondo di oggi è un mondo di mutamenti.
  4. Come Fratelli noi dobbiamo accettare questa realtà.
  5. Il numero dei Fratelli è diminuito.
  6. L’età media dei Fratelli si è elevata.
  7. La specializzazione oggi è un dato di fatto e, per l’Ordine una sfida.
  8. I Fratelli nutrono grandi timori per il futuro e si sentono a disagio.
  9. E’ necessario che i Collaboratori comprendano la via dei Fratelli e viceversa.” (pag.88)

 Le linee di azione che il testo propone, sono però un elenco d’intenti e di generici buoni propositi che non vanno al di là dei luoghi comuni. La loro inconsistenza deriva dalle mancate premesse: se non si procederà prima a definire teologicamente che cosa s’intende per laici nella chiesa e poi a creare condizioni favorevoli nel terreno che deve accogliere il seme, esso non potrà germogliare.

La realtà mi appare un circolo vizioso, senza vie d’uscita:

  • da un lato i Religiosi, gestori dei Centri assistenziali;
  • dall’altro i Collaboratori laici, sollecitati a far proprio il carisma dell’Ordine.

 Ma chi fra le parti promuove e fa maturare un serio confronto culturale? Qui nulla s’improvvisa né va dato per scontato, perché la strada del “vogliamoci bene!”, senza la fatica dello studio e del dialogo, non porta lontano. 

Nel discorso di chiusura del LXV° Capitolo Generale, Fra Pasqual Piles, ha sottolineato che quello in corso “è stato il Capitolo dei Collaboratori”. 

Egli ha pure manifestato la sua preoccupazione fondamentale: “come mantenere l’identità di san Giovanni di Dio nei nostri Centri”. La preoccupazione, non solo sua, è comprensibilissima, proprio perché i mutamenti culturali procedono lentamente ma sono irreversibili. Egli parte da una constatazione realistica che sperimentano tutti: “è difficile parlare di crescita dell’identità ed è difficile creare una vera famiglia che trascenda i rapporti meramente lavorativi” (n.6). 

Padre Piles in questo contesto compie una virata e si fa interprete di san Giovanni di Dio percepito come profezia per il nostro tempo: 

San Giovanni di Dio ebbe grande fiducia in Angulo, Egli, come ci dice Castro, aveva il suo stesso spirito: il mio compagno Angulo potrà spiegarvi le mie difficoltà (cf.1DS14), scriveva alla Duchessa di Sessa, perché vivevano la missione in simbiosi perfetta ed erano autenticamente integrati”. 

“…tutti miriamo a un medesimo traguardo…sarà bene che ci facciamo forza gli uni gli altri” (2GL11)” 

Enucleo dal suo contesto questa citazione della lettera a Gutierre Lasso perché manifesta la comunione che siamo chiamati a instaurare, Fratelli e Collaboratori, nella missione”. 

Se non ho capito male, padre Piles e tutti i documenti più recenti, spingono oltre il concetto di “collaborazione”. Si è giunti a parlare di “comunione”, quindi di una dimensione alternativa, superiore. Questo è un concetto che va sottolineato e non perso di vista perché c’è molto da dire. 

Egli torna a ribadire che “Il Capitolo ha espresso ancora una volta con chiarezza la volontà dell’Ordine di andare avanti promuovendo l’identità delle nostre istituzioni a partire dai voleri di san Giovanni di Dio e della tradizione, condivisi con i Collaboratori”. 

Nella Lettera Circolare del 2 Febbraio 20001 a tutto l’Ordine Ospedaliero, il Padre Piles riporta alcune sensazioni che sembrano diffuse e che ha raccolto dai Confratelli e Collaboratori:

“ …che non è più come prima, che una volta si agiva in altro modo, che oggi c’è un altro clima”. 

Cosa vuol dire? Egli ammette che in tali affermazioni si nascondano delusioni, possa esserci parte di verità, ma non si lascia scoraggiare: 

dobbiamo affrontare il presente, dare una risposta al mondo d’oggi, integrare il cambiamento che è avvenuto nella nostra società, rispondere alle esigenze dell’ospitalità. Non possiamo tornare indietro, dobbiamo guardare avanti”. 

Gli incoraggiamenti sono sempre utili e fanno anche bene al cuore, ma in cose così complesse, quando si deve passare all’azione, subito comincia ad offuscarsi la vista e non si vede bene da che parte andare. 

Rispondendo ai “Lineamenta” in preparazione al Sinodo dei Vescovi, il Collaboratore laico, rappresentante dell’Ospedale Provinciale per Lungodegenti di Gorizia così si esprimeva: 

“ La crisi delle vocazioni che coinvolge anche il nostro Ordine, rende il cammino più difficoltoso e ci fa meditare seriamente e profondamente sul futuro degli ospedali FBF”. 

Un altro collega , rappresentante della Casa d’Ospitalità F.B.F. di Varazze, faceva questa constatazione:

“…riconosciamo che da anni all’interno dell’Ordine esiste questa grande tensione verso la definizione del ruolo dei Collaboratori; le difficoltà esistono poi nella traduzione spicciola di quanto a volte enfaticamente viene detto”. 

Prendendolo in parola, la riflessione che segue vorrebbe tentare la strada dell’audacia alla quale Padre Piles spinge tutti, Consacrati e Laici: 

L’ospitalità esige risposte audaci, con un movimento in cui interveniamo noi Confratelli e i Collaboratori, con delle esigenze nella modernità dell’assistenza che dobbiamo promuovere”. 

Il comune impegno dovrebbe essere quello di abbandonare i proclami enfatici, sostituendoli con proposte anche modeste, ma concrete. La politica dei piccoli passi. 

Con grande determinazione il Priore Generale spinge verso una “Gestione carismatica”, segno evidente che non lo spaventano né la debolezza dei mezzi né l’inadeguatezza delle persone, perché conta sulla potenza dello Spirito, il vero Audace. Tutto ciò è di buon auspicio. 

Nel Calendario per il sessennio 2000 – 2006 il Priore Generale, quale suo Magistero periodico all’Ordine, ha previsto per l’ otto marzo 2004 il seguente messaggio: “San Giovanni di Dio aperto alla volontà del Padre”. In attesa di leggerlo, nello stesso periodo, fa capolino questo umile contributo da parte di chi non ha proprio nulla da insegnare a nessuno ma che si sente come trascinato ad esporsi, a dire la sua, vuoi per un innato difetto di parlare anche senza essere stato interrogato, vuoi per una sorta di debito contratto nel passato e mai estinto.

Che dire? Che non siano i soliti scherzi del nostro fantastico Iddio?

La riflessione parte prendendo lo spunto dall’indicazione che viene da pag. 94 al punto 12: Studiare la creazione di un’associazione di laici disposta su tre livelli:

  • amicizia;
  • cooperazione nell’apostolato;
  • partecipazione autentica al carisma, per realizzare sempre meglio la nuova alleanza “per servire insieme”.

 Ho notato che questo punto, per quello che mi è dato di leggere, se non è passato inosservato anche al Capitolo Generale, è certamente stato successivamente ridimensionato proprio nella “Carta d’identità dell’Ordine” (1999) che ha preferito delegare ogni iniziativa ai singoli Centri. A me sembra di poter cogliere, tra le righe, una preziosa e rivoluzionaria indicazione, una luce rossa che suggerisce dove cercare la chiave per aprire il nuovo capitolo dell’ospitalità che nel Libro di Dio è già scritto e chiede solo di essere aperto, svelato, attuato. 

In tempi in cui tutti siamo in grado di diagnosticare i malanni della sanità, è utile stimolare la ricerca per adeguate terapie che non siano solo ad effetto placebo. E’ quanto mi sono prefissato in questa ricerca, consapevole che, anche in questo campo, ogni proposta terapeutica ha bisogno di essere studiata, approfondita, sperimentata, testate. D’altra parte, da una qualche ipotesi bisognerà pur partire!

Il rischio è che ogni proposta venga respinta a priori, senza la fatica di averla almeno esaminata. Parto da un postulato: senza una forma stabile di aiuto e sostegno ai Collaboratori che operano nel pianeta sanità, tutto è destinato in breve a naufragare perché le persone cambiano, i legami si spezzano, le dedicazioni laicali finiscono per essere ad tempus, cioè per un periodo, e ad libitum, ossia finché uno può, finché uno riesce, finché uno ha voglia. 

Gli Ordini Religiosi, proprio per la loro congenita tendenza alla continuità, avrebbero bisogno anche di una dedicazione laicale permanente, ossia

  • una dedicazione della vita sulla quale la Chiesa locale, rappresentata dalle Fraternità, possa contare sempre, fare affidamento,
  • sulla quale possa contare anche la società perché non è un impegno temporaneo ritirabile a piacere. 

Nel documento che vedremo in seguito, il Card. Martini docet. Formazione permanente  QUALE MEDICINA?

QUALE OPERATORE SANITARIO?

la protesta sanitaria

L’ Operatore Sanitario del terzo millennio è da inventare. Perché? 

  • Da un lato la Chiesa, da sempre impegnata in prima persona nel mondo della sofferenza e della malattia, in questi anni ha scritto pagine bellissime su se stessa, sull’uomo, sulla storia, sul ruolo dei religiosi e dei laici, sulla sofferenza.
  • Dall’altro, lo Stato (italiano) ha legiferato un cambiamento radicale del Piano Sanitario Nazionale che coinvolge tutti: sani, malati, istituzioni ed operatori sanitari.

E’ da inventare l’operatore sanitario laico cristiano che opera nelle strutture dello Stato ed è da ridefinire anche il ruolo di coloro, uomini e donne, che si trovano a esercitare nelle strutture che appartengono agli Istituti Religiosi. Qualcuno obietterà che il rapporto di collaborazione non è nuovo, perché è sempre esistito. E’ questione d’intendersi. Oggi è richiesto un ripensamento dei propri compiti da entrambe le parti, per ragioni che non sono casuali né di convenienza del momento (carenza di vocazioni religiose) ma come sollecitazione dello Spirito che chiede alla Chiesa di farsi profezia nella sanità del nostro tempo. E la Chiesa siamo tutti insieme. 

Si deve riconoscere che nel potenziale laici s’intravede la possibilità di far esplodere una miniera di carismi, certamente più ampia di quella rivelatasi nella spiritualità originaria di ogni Fondatore. San Giovanni di Dio ha dato il massimo di se stesso. Ma oggi, insieme, si può dare al mondo molto di più, perché esistono nuovi campi di missione o di apostolato che non sono esplorati dai religiosi perché più consoni ai laici. Nel nostro caso si tratta di individuare cammini distinti di partecipazione e di espressione del carisma juandediano nelle sue diverse componenti, mantenendo e garantendo una necessaria autonomia. Bisogna pensare che il Fondatore stesso avrebbe agito così fin dall’inizio se non fosse stato condizionato dalla mancanza di opportunità, di modelli, di mezzi. 

Epperò, nel condividere il carisma, nessuno può sentirsene il padrone. Mi sovviene l’immagine dello scudo crociato, conteso dalle due anime della democrazia Cristiana dopo il ribaltone di “Mani pulite”. I carismi, ospitalità compresa, sono doni dello Spirito per la comunità, non sono proprietà privata di nessuno. Bisognerà non dimenticarsene ai primi malumori inevitabili. 

Inutile nascondersi che gli scogli da superare esistono. Bisognerebbe sconfiggere sia le posizioni rigide e intransigenti, (emerse anche al Capitolo Generale) che quelle facilone che sembrano sostenute da una dimenticanza: quella di parlare solo dopo aver collegato la bocca al cervello. Provo ad esporre alcuni interrogativi: 

  • è ammissibile la partecipazione dei laici al carisma e alla spiritualità senza che prendano parte direttamente alle opere o senza che riproducano le opere tipiche realizzate in passato dall’Ordine?
  • Compete ai religiosi il controllo sui laici?
  • E’ realistico o l’illusione che si possa arrivare a immediati risultati senza aver posto le premesse?
  • Quanto s’intende investire nella formazione per l’assimilazione del carisma e per determinare i decentramenti che non possono essere né rapidi né definitivi se non dopo un paziente collaudo?
  • E’ recepito da religiosi e laici che deve esistere una fase transitoria di ricerca e che questa non può procedere con forzate accelerazioni se si vuol giungere a una meta non ancora conosciuta?
  • E’ già chiaro da chi debba essere gestita la formazione del laicato?
  • Si è a conoscenza se esistono valide esperienze di formazione laicale gestite dai laici?
  • C’è per caso qualcuno che scambia per formazione la mezz’ora di catechesi settimanale che svolge il Cappellano per il personale non impegnato?
  • I documenti devono essere scritti in “clericalese”, farciti di citazioni bibliche o con lo stile che è proprio dei laici nel dire le cose?
  • Sono state individuate le metodologie per la formazione? Dovrà limitarsi ad essere intellettuale o anche accompagnata da esperienze pratiche? E quali?
  • E’ conveniente che le esperienze laicali vengano subito inglobate all’interno delle opere esistenti o è preferibile che vengano svolte all’esterno?
  • Dai movimenti ecclesiali esistenti è possibile, conveniente, utile apprendere le metodologie di un possibile movimento?
  • Potrebbe essere conveniente nella fase iniziale la presenza del religioso che si faccia garante del carisma e promotore perché i laici sviluppino cammini autonomi?
  • E’ stata messa nell’inventario la possibilità di probabili errori reciproci e che questi non devono ingenerare il pretesto per azzerare tutto il lavoro a monte?
  • E’ ipotizzabile che i Collaboratori (uomini e donne) si dividano in a) laici vincolati solo professionalmente dal contratto di lavoro, b) laici associati e c) laici legati in Fraternità?

 Come si vede, quando si comincia a grattare – e qui s’è grattato molto in superficie – insorgono le domande e s’ingenera anche un meccanismo che, sulle prime, tende a scoraggiare. In questi casi ci vuole la fede di Abramo: “vai verso la terra che ti indicherò”. E’ il rovescio di ciò che si fa normalmente prima di mettersi in viaggio: premesso che so dove voglio andare, consulto la carta stradale.

 La sanità che qui si ha in mente, è quella italiana, orientata ormai sempre più verso modelli occidentali, difetti compresi, ed i cristiani di riferimento appartengono alle tre estrazioni seguenti:

 I LAICI descritti nella Lumen Gentium:

“Col nome di laici si intendono qui tutti i fedeli ad esclusione dei membri dell’ordine sacro e dello stato religioso sancito dalla chiesa, i fedeli cioè, che, dopo essere stati incorporati a Cristo col battesimo e costituiti popolo di Dio e, a loro modo, resi partecipi dell’ufficio sacerdotale, profetico e regale di Cristo, per la loro parte compiono, nella chiesa e nel mondo, la missione propria di tutto il popolo cristiano”. 

I LAICI CONSACRATI, esclusi dalla definizione precedente.

  • A questo gruppo appartengono i membri delle famiglie religiose femminili e Maschili, presenti in sanità a qualsiasi titolo. 
  • I laici nel senso di non cristiani, agnostici, atei, ecc., e tuttavia, preziosi professionisti che meritano ogni rispetto, vanno accettati con la loro diversa visione del mondo ed ai quali va chiesto lo stesso atteggiamento nei confronti degl’altri.

Anche se in questo contesto il rapporto con i laici non cristiani è solo accennato, va sottolineato comunque che la laicità accomuna, nel dialogo e nella ricerca, i membri dei tre raggruppamenti. L’obiettivo certamente condiviso da tutti e che insieme si prefiggono di raggiungere, è il benessere della persona malata.

Ai laici di entrambe le estrazioni, per la parte che li divide dal modo di concepire il raggiungimento dell’obiettivo, è chiesto il rispetto e l’accettazione di un modo di essere in sanità, tipico dei religiosi in genere, perché eredi dello spirito di un Fondatore.

Essi sono chiamati ad adeguarsi ai tempi ma non può essere chiesto loro di rinnegare i princìpi ispiratori che li ha portati a una donazione totale della vita. Nel caso dei Fatebenefratelli, si parla di San Giovanni di Dio, del fondatore di Fratelli Ospedalieri che portano il suo nome e che da cinque secoli sono presenza di laici consacrati nella sanità mondiale.

Laici e consacrati, la titoli diversi ma per un comune obiettivo, lavorano in una vigna carica di mistero e che affonda le radici in un passato remoto. Anche se l’Esortazione Apostolica “Cristifideles laici” di Giovanni Paolo II si riferisce prettamente alla vocazione e missione dei laici non consacrati nel mondo, è utile prendere visione dei punti n. 1632 e ss. che si trovano in fondo.

LA CHIESA COSA DICE DEI “LAICI”? 

  La riflessione sui laici, prodotta all’inizio dal Concilio Ecumenico II e poi fino alla esortazione apostolica di Giovanni Paolo II “Christifideles laici” del 1988 e alla lettera apostolica “Novo millennio ineunte” del 2001 hanno fatto sì che il tema del laicato fosse di estrema attualità nella chiesa. 

I Fratelli Ospedalieri di san Giovanni di Dio sono attualmente impegnati alla comprensione del ruolo dei laici nell’attuale visione della Chiesa. L’attualità deriva da due motivi:

  • fedeltà al Fondatore e dei suoi seguaci che da sempre hanno lavorato fianco a fianco con i laici;
  • fedeltà al nostro tempo e quindi agli stimoli positivi ed interessanti che esso ci offre. In un mondo di alta specializzazione, nessuno può pensare di bastare a se stesso. 

Per vicende storiche, l’Ordine degli Ospedalieri non è nato come societas religiosa a più rami, riproduzione della Chiesa in miniatura. Basti pensare che il ramo femminile, se così si può dire, è fondato solo all’inizio del ‘900 da San Benedetto Menni, restauratore dell’Ordine in Spagna e Priore Generale, che lo ha voluto autonomo e totalmente separato. Né mi risulta vi sia stato mai un Terz’Ordine, sulla falsa riga di tanti altri. 

Se ripensare la tradizionale impostazione non è facile, è, tuttavia, doveroso farlo, per fedeltà alla Chiesa, ai documenti conciliari e al magistero dei Pontefici. 

Credo si debba procedere per gradi: assimilare la teologia del laicato, fare spazio ai suggerimenti delle persone coinvolte nel processo, usare intelligenza ed equilibrio, superare lo spirito di passività, di sudditanza o di autonomia e indipendenza, che può sempre insinuarsi da ambo le parti. 

Il documento “Lumen gentium” del Vaticano II° dice così al numero 33: 

  • L’apostolato dei laici è partecipazione alla missione salvifica della Chiesa…
  • ogni laico è testimone ed insieme vivo strumento della missione della Chiesa …
  • i laici sono chiamati a… lavorare affinché il disegno di salvezza raggiunga tutti gli uomini di tutti i tempi, di tutta la terra”. 

Come si vede siamo ben lontani da un qualsiasi atteggiamento passivo del laicato, chiamato a non delegare l’evangelizzazione al clero che deve fare la sua parte ma non anche quella che compete agli altri cristiani.

Al numero 34 lo stesso documento dice:

  • …Gesù Cristo, volendo anche attraverso i laici continuare la sua testimonianza ed il suo servizio, li vivifica con il suo Spirito e li spinge ad ogni opera buona e perfetta”.
  •  
  • Tutte le loro opere, preghiere, iniziative apostoliche …diventano sacrifici spirituali graditi a Dio che nella celebrazione eucaristica sono offerti al Padre con l’offerta del Corpo del Signore Gesù”.

Ed ancora al numero 35: 

  • Cristo….che ha proclamato il Regno del Padre adempie il suo ufficio profetico anche per mezzo dei laici che costituisce suoi testimoni….
  • I laici diventano efficaci araldi della fede….se congiungono ad una vita di fede la professione della fede”. 

Possiamo allora dire che il laico è un testimone esplicito di ciò che crede, testimone con la vita e con la parola.

E sempre al numero 35:

  • I laici quindi…. possono e debbono esercitare una preziosa azione per l’evangelizzazione del mondo” ed “esprimono la loro speranza anche attraverso le strutture della vita.”

Infine al numero 36: 

  • II Signore infatti desidera dilatare il suo regno anche per mezzo dei fedeli laici, il regno cioè della verità e della vita, il regno della santità e della grazia, il regno della giustizia, dell’amore e della pace”. 
  • I fedeli devono perciò riconoscere la natura intima di tutta la creazione, il suo valore… 
  • aiutarsi a vicenda per una vita più santa anche con opere propriamente secolari, affinché il mondo sia imbevuto dello Spirito di Cristo e raggiunga più efficacemente il suo fine nella giustizia, nella carità e nella pace.
  •  
  • Con la loro competenza e con la loro attività contribuiscono validamente a che i beni creati siano fatti progredire dal lavoro umano, dalla tecnica, dalla creatura per l’utilità di tutti gli uomini e siano tra essi più convenientemente distribuiti e portino al progresso universale della libertà umana e cristiana.
  •  Inoltre i laici.. ..risanino le istituzioni e le condizioni del mondo”.

 Sintesi: il laico è

  • un testimone che evangelizza,
  • rende culto a Dio con la propria vita,
  • fa conoscere la giustizia e la pace.

Per concludere una breve citazione del numero 9 della “Christifideles laici” :

  •  I fedeli laici, come tutti i membri della Chiesa, sono tralci radicati in Cristo, la vera vite, da Lui resi vivi e vivificanti”. 

Il laico di cui ci si occupa qui con prioritaria attenzione, è quello che si trova oggi a lavorare nella sanità in stretta collaborazione con il laico consacrato solo perché risulta più facile dare fisionomia concreta a una comunità terapeutica fondamentalmente evangelica, ma nulla impedisce di esportare le acquisizioni nel mondo della sanità pubblica e di essere arricchiti dalle altrui esperienze. 

Nel caso dei Fatebenefratelli questa cooperazione praticamente risale alle origini stesse dell’Ordine che viene riconosciuto come tale solo diversi anni dopo la morte di San Giovanni di Dio. Solo che nel post Concilio è maturata una nuova coscienza e rivalutazione del significato di essere laici nella Chiesa. Tale presa di coscienza, non immediata, non facile, sta progredendo di giorno in giorno. Se il problema di una riflessione critica si pone, è perché la pasta talvolta non dà segni di lievitazione. 

Prima di entrare nel vivo di un’analisi critica, è utile fissare lo sguardo su una indubbia e strabiliante presenza di laico consacrato in sanità: Giovanni Cidade, ribattezzato a suo tempo dalla Chiesa che è in Granada col nome di Giovanni di Dio, a significare il mutamento pasquale avvenuto in lui. Egli è testimonianza viva di come lo Spirito evangelico possa rivoluzionare ogni campo del sociale. 

Non può sfuggire a nessuno il fatto che essere portatori di una ispirazione cristiana significa molte volte andare contro corrente rispetto alle logiche di potere e di mercificazione che possono verificarsi anche in sanità. Significa però andare nella direzione delle esigenze più profonde e antitetiche degli uomini e delle donne del nostro tempo, prendendo sul serio i loro bisogni e le loro aspirazioni, concorrendo a costruire una coscienza comune a partire da quanto ci unisce, anche se questo non sempre corrisponde pienamente alla nostra verità. 

Per curare una sanità malata (medice cura te ipsum!) nessuno può chiamarsi fuori. Al contrario, deve costringere tutti a ripensare e a riprogettare, cominciando da se stessi, a sentirsi impegnati in una grande ricerca di senso. Ciò non esclude la politica, ma la coinvolge facendo leva sui cristiani più direttamente impegnati su quel versante. 

Davanti alla complessità dei problemi, al tormento delle valutazioni e delle scelte, è necessario che il denominatore comune sia la pace fra i portatori di proposte. Un ambiente surriscaldato dalle polemiche di parte ed in permanente conflitto non approderebbe a risultati significativi. 

I problemi della sanità sono molteplici e così riducibili: 

  • il malato come persona,
  • il processo terapeutico,
  • il processo assistenziale
  • il processo gestionale (finanziamenti, gestione risorse)
  • l’etica (aborto, genetica, eutanasia…) 

In presenza di un san Giovanni di Dio tutto fare, i discepoli sono chiamati a coglierne lo spirito che lo animava, non certo ad imitarlo alla lettera. 

La sanità italiana, al di là delle buone intenzioni, per il momento, ha posto al centro delle sue priorità il contenimento della spesa pubblica. Nessuno sostiene che l’uomo malato non debba essere la sola, unica, prioritaria preoccupazione degli amministratori. Di fatto però, con le riserve mentali derivanti dai costi di gestione, lo si decentralizza, dunque lo emargina.

Epperò, va preso atto che la legge 833 ha introdotto per la prima volta il concetto di persona associato a quello di malattia e questi due pilastri ormai sono lì, intoccabili. E c’è anche la legge 180 con un’autentica rivoluzione in campo psichiatrico, probabilmente buona nelle intenzioni, non sempre felicemente applicata. 

Oggi san Giovanni di Dio si troverebbe a dover fare i conti con questo trinomio: medicina-persona-economia. Vi sono sufficienti indizi per dire come si muoverebbe. 

Comincerebbe col dare ragione della sua fede: 

  • “ Nel nome di nostro Signore Gesù Cristo e di nostra Signora la Vergine Maria sempre intatta. Dio prima di tutto e sopra tutte le cose del mondo. Amen Gesù”. Più chiaro di così!
  •  
  • Dato che tutti miriamo a un medesimo traguardo, benché ognuno cammini per la propria strada, e come Dio vuole viene incamminato, sarà bene che ci facciamo forza gli uni gl’altri. ” Altra saggezza!
  •  
  • Fratello mio in Gesù Cristo, [ Gutierre Lasso de Vega] sento molto sollievo a scrivervi, perché mi sembra di parlare con voi e di farvi partecipe dei miei affanni; so che voi li sentite come io l’ho visto dai fatti, perché le due volte che sono stato in codesta città mi avete fatto una così buona accoglienza e mi avete dimostrato tanta buona volontà, nostro Signore Gesù Cristo vi ricompensi in cielo della buona opera che avete fatto per Gesù Cristo, i poveri e per me: Gesù Cristo ve la paghi. Amen Gesù”.
  •  
  • Così io lo professo e lo credo bene e veramente e da qui non mi muovo e lo sigillo e lo chiudo con la mia chiave”.

 Come si vede, qui c’è una determinazione alla quale i suoi Fratelli Ospedalieri non possono rinunciare sia nei confronti dei collaboratori diretti che della politica sanitaria. Il votato all’ospitalità è una persona disarmata ma non sprovveduta e irresponsabile, perché ha ereditato un passato e deve fronteggiare un presente in prospettiva della consegna agli eredi spirituali. Sono coscienti pertanto che si deve procedere con intelligenza e discernimento, per il bene comune. 

Quando ci sono di mezzo i poveri e i malati, Giovanni di Dio è concreto e impudente. Non avrebbe nessuna difficoltà a scrivere alla Regione, quando temporeggia, in questi termini:

Mandatemi subito i 25 ducati perché tanti e molto di più ne devo pagare, e li stanno aspettando”. Questa sua premura materiale è specchio della sua dedizione spirituale. Perché mai dovrebbe agitarsi? Chi glielo fa fare? Cosa gliene viene in tasca? 

Se ai nostri giorni si perde di vista il filo conduttore, il rischio di arenarsi in dispute astratte e inconcludenti è costante. L’amore per i malati, i poveri, i sofferenti sono per lui fonte di ansia continua:

“ Non vogliono più farmi credito” eppure “ogni giorno solo per la legna occorrono sette o otto reali”, “quattro scudi e mezzo e qualche volta cinque per il pane, per la carne, per le galline, per la legna, senza contare le medicine e i vestiti che è un’altra spesa distinta” e “duecento ducati per le camicie, le zimarre, le lenzuola e le coperte” . (A Gutierre Lasso de Vega) 

E’ ansioso, ma non depresso e si controlla con l’ansiolitico della fede:

  • “ Confido solo in Gesù Cristo perché Lui conosce il mio cuore”.
  • “ Quando mi trovo afflitto, non trovo rimedio o consolazione migliore che guardare e contemplare Gesù Cristo Crocifisso e pensare alla sua santissima Passione, alle fatiche e alle angustie che patì in questa vita: tutto per noi peccatori, cattivi, ingrati e misconoscenti”. 

Oggi i Fratelli Ospedalieri, dietro l’incalzare dei debiti potrebbero fare una scelta selettiva delle persone da assistere, orientarsi, ad esempio, verso l’assistenza a pagamento di un libero mercato. A sconsigliare questa alternativa più redditizia è sempre lui, Giovanni di Dio:

Essendo questa una casa per tutti, vi si ricevono indistintamente [persone affette] da ogni malattia e gente d’ogni tipo, sicché vi sono degli storpi, dei monchi, dei lebbrosi, dei muti, dei matti, dei paralitici, dei tignosi e altri molto vecchi e molti bambini, senza poi contare molti pellegrini e viandanti che vengono qui e ai quali si danno il fuoco, l’acqua, il sale, e i recipienti per cucinare il cibo da mangiare”. 

Questo imperativo morale di azionarsi a 360 gradi, anche se lo scenario sociale è mutato rispetto ad allora, gli eredi non possono alterarlo: cambiano i soggetti non i bisogni della gente. 

La collaborazione invocata, a cominciare dalla Chiesa, nasce dalla condivisione: il soggetto per entrambi le parti è lui, il malato. Per maturare una reciproca fiducia bisogna trovarsi, parlarsi, scoprire le carte in tavola, non avere riserve mentali. Questa è una cittadinanza che si consegue attraverso la faticosa e mai definitiva realizzazione di livelli successivi di solidarietà, partecipazione, collaborazione. Il partner al servizio di un progetto condiviso, non è acquisito una volta per sempre.

L’ospedale è una grande opportunità: quella di diventare un laboratorio della speranza per coloro che lo abitano, che ci lavorano e per quelli che si rivolgono per le cure. I punti che vanno consolidati perché fondamentali per una progettualità condivisa sono: 

  • spirito di libertà e di democrazia,
  • intraprendenza e immaginazione creatrice,
  • la coscienza posta come valore irrinunciabile,
  • il riconoscimento dei diritti individuali e collettivi,
  • senso di solidarietà
  • e – come direbbe san Camillo de Lellis, – “più cuore in quelle mani”.

 Per una prassi innovativa, dinamica, vanno ripensati i fondamenti, senza ripiegamenti su se stessi da ambo le parti. Ogni innovazione non può esaurirsi nella difesa di interessi di corto respiro o anche particolari. Non bisogna mai perdere di vista le coordinate di fondo. 

Due ali per volare:

  • coraggio della fede,
  • audacia della ragione.

Card. Fiorenzo Angelini E Fra Pierluigi MarchesiSe c’è una persona che ha tenacemente lavorato per aprire nella sanità contemporanea un solco evangelico è certamente il Card. Fiorenzo Angelici. In occasione del Giubileo, ha rivolto ai medici radunati a Roma per un convegno mondiale un messaggio che credo debbano essere recepito non solo da essi ma da ogni operatore sanitario:

Il vostro Congresso comincia con una celebrazione eucaristica, quasi a sottolineare che, dopo quello del sacerdote, il ministero del medico è il ministero più sacro.

Il vostro ministero, infatti, partecipa dell’azione pastorale ed evangelizzante della Chiesa, “poiché voi siete chiamati ad essere l’immagine viva di Cristo e della sua Chiesa nell’amore verso i malati e i sofferenti” (1).

Siete chiamati ad essere “testimoni del Vangelo della vita” (2).

Vi è una necessaria interazione tra esercizio della professione medica ed azione pastorale, poiché unico oggetto di entrambe è l’uomo, colto nella sua dignità di figlio di Dio, di fratello bisognoso, al pari di noi, di aiuto e di conforto” (3).

L’odierna preghiera ci ricorda che la medicina deve evitare il rischio di essere considerata soltanto una professione. In essa, professione, vocazione e missione si incontrano e si fondono. Essendo la medicina al servizio della vita, i luoghi di ricovero e di cura sono veramente la Casa di Dio, mentre l’opera del medico si affianca a quella creatrice di Dio e redentrice di Cristo.

In questo tempio,[ S.Maria Maggiore] dedicato alla Vergine Maria, “Mater scientiae”, “sedes sapientiae” e “salus infirmorum”, voi raccogliete oggi, in apertura del vostro Congresso, il primo e più forte richiamo alla grandezza e alla nobiltà della vostra professione e missione.

Se lo straordinario e confortante cammino in avanti della scienza medica in tutte le sue branche pone problemi nuovi, la risposta a questi problemi resta sempre la medesima.

È una risposta che poggia su due principi, sui quali, come su di un binario, il medico è costantemente chiamato a muoversi. Essi sono:  il dovere irrinunciabile – peraltro contenuto nel Giuramento di Ippocrate – di ispirarsi a norme morali che lo guidino nel suo servizio alla vita.

Il magistero della Chiesa che, nel nostro tempo, ha guardato con crescente attenzione ai problemi della vostra professione, vocazione e missione, è fermissimo e costante su questi due principi.

Pio XII 2Il 12 novembre 1944, quando il mondo era ancora flagellato dal secondo conflitto mondiale, Pio XII, ricevendo circa 800 illustri scienziati membri della Unione Italiana Medico-biologica “San Luca”, disse:  “La persona del medico, come tutta la sua attività, si muovono costantemente nell’ambito dell’ordine morale e sotto l’impero delle sue leggi. In nessuna dichiarazione, in nessun consiglio, in nessun provvedimento, in nessun intervento, il medico può trovarsi al di fuori del terreno della morale, svincolato e indipendente dai principi fondamentali dell’etica e della religione; né vi è alcun atto o parola, di cui egli non sia responsabile dinanzi a Dio e alla propria coscienza” (4).

Giovanni Paolo II con il suo infermoere ra Cesare GnocchiEcco il primo principio. Nella enciclica Evangelium vitae, che il medico cattolico deve considerare quasi il codice cui costantemente ispirarsi, Giovanni Paolo II, ritornando sull’inscindibile sodalizio tra scienza e fede, ribadisce:  “La questione della vita e della sua difesa e promozione non è prerogativa dei soli cristiani. Anche se dalla fede riceve luce e forza straordinarie, essa appartiene ad ogni coscienza umana che aspira alla verità ed è attenta e pensosa per le sorti dell’umanità. Nella vita c’è sicuramente un valore sacro e religioso, ma in nessun modo esso interpella i soli credenti:  si tratta infatti di un valore che ogni essere umano può cogliere anche alla luce della ragione e che perciò riguarda necessariamente tutti” (5). Nulla, dunque, dell’azione del medico, dalla diagnosi alla terapia, dalla ricerca alle sue molteplici applicazioni, si sottrae all’imperio della legge morale.

Tuttavia, l’ambito, l’itinerario, le conquiste ed anche i limiti nella traduzione pratica di questa irrinunciabile moralità sono dettati dal servizio integrale alla vita dal suo concepimento al suo naturale tramonto. È questo il secondo principio.

Certamente i temi e i problemi attinenti alla ricerca e alla prassi medica che saranno affrontati dal Congresso sono importanti, ma essi devono, per il medico cattolico, essere sostenuti dalla fede, la quale trova sostegno nella ragione che, a sua volta, trova il suo stimolo nella fede.

Il Santo Padre Giovanni Paolo II, nel capitolo quarto dell’enciclica Fides et ratio, che ogni medico cattolico dovrebbe conoscere e meditare a fondo, ci ricorda:  “È, infatti, illusorio pensare che la fede, dinanzi a una ragione debole, abbia maggiore incisività; essa al contrario, cade nel grave pericolo di essere ridotta a mito e superstizione. Alla stessa stregua, una ragione che non abbia dinanzi una fede adulta non è provocata a puntare lo sguardo sulla novità e la radicalità dell’essere. Al coraggio della fede deve corrispondere l’audacia della ragione” (6).

I lavori del vostro Congresso abbiano costante riferimento a queste verità. Il Congresso deve, cioè, essere un momento di forte comunione reciproca, capace di rianimare e rafforzare il vostro impegno. La mia preghiera e il mio pressante e caloroso invito, perciò, è che il vostro Congresso sia un incontro esemplare di servitori o ministri della vita che intendono riaffermare e rafforzare la loro testimonianza di fronte a Dio, alla propria coscienza e al mondo:  un mondo, quello in cui viviamo, che ascolta e segue sempre meno i maestri, ma che cerca testimoni credibili. Il nostro Maestro sia uno solo, Gesù (7), medico delle anime e dei corpi:  sappiate riconoscere il Suo Santo Volto nel Buon Samaritano, nel sofferente e nel malato, nei vostri collaboratori.

Anche per questo noi lo celebriamo come il Volto dei Volti, perché quanto avremo fatto ai più piccoli dei nostri fratelli, lo avremo fatto a Lui (8). La nostra preghiera, in questo mirabile tempio dedicato alla Madre di Cristo, sia di azione di lode per la vostra vocazione, di invocazione del Suo aiuto, ma anche di ringraziamento per quanti, medici e operatori sanitari, in questo momento, in ogni parte del mondo, rendono, anche con l’eroismo del sacrificio della vita, una testimonianza che onora la scienza e la fede, “le due ali con  le  quali lo spirito umano si innalza  verso la contemplazione della verità” (9).

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  •   (1) “Le personnel de la santé dans son ensemble… est appelé à etre une image vivante du Christ et de son Eglise dans leur amour envers les malades et les souffrants”. Jean Paul II, Exhort. Apost. Christifideles Laici (30.12.1988), n. 53.
  •  (2) Jean Paul II, Aux participants au Congrès international sur l’assistance envers les mourants, in L’Osservatore Romano, 18 mars 1992, n. 6.
  • (3) “Il existe une interaction nécessaire entre l’exercice de la profession médicale et l’action pastorale, l’homme étant l’unique objet de l’une et de l’autre, l’homme consideré dans sa dignité de fils de Dieu, de frère en demande, comme nous, d’aide et de réconfort”, Jean Paul II, Au Congrès Mondial des médecins catholiques, 3.10.1982, in Insegnamenti V/3, 676, n. 6.
  • (4) Cfr Pio XII, Discorsi ai Medici. A cura di F. Angelini, Roma 1961, p. 49.
  • (5) Giovanni Paolo II, Lett. enc.Evangelium vitae (25.03.1995), n. 101.
  • (6) Jean Paul II, Lettre enc. Fides et ratio, 48.
  • (7) Cfr Mt 23,10.
  •  (8) Cfr Mt 25,45.
  • (9) Giovanni Paolo II, Lett. enc. Fides et ratio, 1.

Pierluigi Micheli con ilCard. Martini e il Card. Saldarini-002

Basilica di Samn Marco – Milano

Le parole pronunciate nell’omelia funebre pronunciata dal Parroco ed amico Don Giovanni Marcandalli, per la sepoltura del Dr. PIERLUIGI MICHELI:

Fa’ splendere il tuo volto su questa comunità parrocchiale che ti ricorderà sempre come il migliore dei suoi figli, come il più saggio e il più santo fra i suoi fedeli”.

Non sono parole di circostanza ma la prima pietra di un monumento da costruire con preghiere e suppliche all’intercessore che riposa nel Cimitero Monumentale di Milano. Il presbitero in precedenza aveva chiesto un’altra grazia:

  • Fa’ splendere il tuo volto sui tuoi familiari, sui tuoi collaboratori, medici e infermieri (i tuoi “confratelli”).
  • Fa’ splendere il tuo volto sulla “Università della Terza età”, “opera di altissima utilità”.

E l’omelia era cominciata con parole non meno pregnanti, dal sapore di Chiesa delle origini:

Siamo qui attorno alle spoglie mortali (“le sante reliquie”) del nostro fratello Piero, il Dott. Micheli, con una profonda mestizia nel cuore (come Gesù davanti alla tomba dell’amico Lazzaro), perché è stato sottratto alla nostra vista un grande uomo, un  ottimo medico, un vero cristiano, un autentico maestro di vita e, per molti (come per me) un sincero amico”.

Queste sono parole pronunciate nella Chiesa, dalla Chiesa, attraverso il suo Ministro, la longa manus del Vescovo. E sono formulate in un contesto liturgico, Pasquale, alla presenza dello Spirito Santo di Dio che le ha suscitate. 

Pierluigi Micheli

Gloria al Padre, al Figlio, Allo Spirito Santo !