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Giovanni Berlinguer – Il diritto alla salute.

domenica, 12 ottobre 2008

Giovanni Berlinguer – Il diritto alla salute.

Giovanni Berlinguer

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VITA Giovanni Berlinguer è ordinario di Medicina del Lavoro all’Università degli Studi “La Sapienza” di Roma, nonché direttore della Scuola di Specializzazione in Bioetica, presso lo stesso Ateneo. Il principale campo di studi e di interessi di Berlinguer include i problemi clinici sui luoghi di lavoro, l’igiene, l’Epidemiologia, gli indirizzi di Politica Sanitaria, la Demografia, la Storia della Medicina e delle Patologie e la Bioetica. È stato eletto deputato nel Parlamento della Repubblica nel 1972, carica che ha ricoperto fino al 1983, anno in cui è passato alla carica di senatore, ruolo che ha mantenuto fino al 1992. Dal 1982 è Professore Onorario dell’Università Autonoma di Santo Domingo, e nel 1996 ha ricevuto la laurea honoris causa presso l’Università di Montreal. È curatore della rivista Qualità, Equità, nonché membro del comitato editoriale de International Journal of Health Services , e del Comitato Nazionale per la Biosicurezza e le Biotecnologie.

OPERE Giovanni Berlinguer è autore di 38 libri (molti dei quali sono stati tradotti in Argentina, Brasile, Giappone, Messico e Spagna) e di oltre 200 pubblicazioni. Diamo un elenco delle principali: “The Interchange of Diseases and Health between the Old and New Worlds”, American Journal of Public, Ottobre 1992, vol. 82, n.10, pp.1407-1413. Etica della salute, pp. 122, Il Saggiatore, Milano 1994 (tradotto nel 1996 in Brasile e nel 1997 in Argentina). “Ethical Problems in the Relationship Between Health and Work”, in International Journal of Health Services, vol.26, n. 1, pp. 147-171, (1996) La merce finale, Saggio sulla compravendita di parti del corpo umano, (assieme a Volnei Garrafa), Baldini & Castoldi, Milano 1996 (tradotto nel 1996 in Brasile). “Lavoro e salute riproduttiva. Traiettoria di un secolo”, in Recenti progressi in medicina, vol. 88, n. 10, Ottobre 1997, pp.470-478.


Contributi dell’autore all’Enciclopedia Multimediale delle Scienze Filosofiche:

ETICA ED ESPERIENZA

…Ci siamo resi conto solo da pochissimo tempo che quello che facciamo oggi nel nostro ambiente e nelle nostre economie influirà moltissimo sulle condizioni di vita delle future generazioni. L’alterazione dell’ambiente; l’accumulo di debiti che hanno le singole nazioni, che dovranno pagare coloro che non sono ancora nati; l’immenso sviluppo dell’industria degli armamenti… Tutti questi fenomeni creano delle ipoteche nei confronti delle future generazioni e noi cominciamo a rendercene conto, forse, già ora che è, pur sempre, troppo tardi. Sarà necessario, quindi, il ricorso a nuovi principi etici, come il “principio di responsabilità”…

20 gennaio 1999

Puntata registrata con gli studenti del Liceo Classico “Socrate” di Roma

  • GIOVANNI BERLINGUER: Mi chiamo Giovanni Berlinguer. La mia formazione accademica è stata quella di medico igienista. Attualmente insegno alla Facoltà di Scienze dell’Università di Roma, dove dirigo un corso di Bioetica. Adesso vedremo una scheda filmata che introdurrà il tema del nostro dibattito.

L’etica non ha sempre convissuto molto tranquillamente con l’esperienza ordinaria delle persone. Grandi tradizioni etiche hanno, anzi, concepito l’idea di una guida morale della condotta umana come qualcosa di estraneo a ciò che gli individui possono provare e sentire nel loro concreto agire. Lo sviluppo dell’etica, nell’Occidente moderno, è contraddistinto in buona parte da concezioni di questo tipo. In primo luogo è stata proprio la visione cristiana dell’etica a sottovalutare l’importanza dell’autonomia dell’esperienza personale. Il corpo, secondo le concezioni più estreme e radicali del Cristianesimo, con i suoi desideri e le sue passioni è segnato da un’intrinseca inclinazione verso il peccato. La sorgente dell’etica non risiede nel corpo, ma nella capacità dell’anima di dare ascolto ai comandamenti di Dio. Questa immagine degli imperativi morali ricevette quindi, nei secoli successivi alla diffusione del Cristianesimo, una formulazione laica nell’idea che il dovere può comandare ciò che è giusto fare, indipendentemente dal nostro modo personale di vedere il mondo. Questa concezione del dovere morale è stata importante per costituire un’etica che valesse per tutti o per un grande numero di persone. L’Europa è stata lacerata da conflitti morali, legati alle divisioni religiose, e sull’etica è confluita l’esigenza di trovare una base minima, una legge naturale comune a tutti gli uomini. Ma proprio queste spinte verso l’uniformità sociale hanno sottovalutato il punto di vista degli individui. È invece la prospettiva delle persone che è emersa negli ultimi decenni in maniera radicale. La riappropriazione della riflessione da parte degli individui in questioni come i costumi sessuali, gli stili di vita e ora i dilemmi della bioetica sembrerebbe mostrare che è solo un’illusione pensare che le leggi morali abbiano un valore al di fuori dello spazio dell’esperienza dei singoli, delle donne nei confronti del proprio concepimento, delle persone di fronte alla loro morte, dei malati nei confronti dei medici. Tutto ciò sta spingendo a ridisegnare i contorni dell’etica. Se il concetto di dovere assoluto è solo un’illusione ne deriva allora che non esistono affatto dei doveri morali per l’uomo? Ma quale moralità può risultare sensata se prescinde dalle sofferenze, dalle attese e dai destini degli altri esseri umani? Non dovrebbe forse essere questo il punto di partenza di ogni riflessione etica?

STUDENTESSA: Perché, pur partendo da quel comune patrimonio costituito un concetto come “etica”, intesa come valore assoluto, sussiste una differenza talmente grande tra l’etica laica e l’etica cristiana?

BERLINGUER: Le differenze tra le varie prospettive morali non esistono soltanto tra l’etica laica e l’etica cristiana, o per meglio dire “religiosa”, perché, in realtà, esistono molte etiche religiose e tante etiche laiche. Non vedo questa contrapposizione come un conflitto centrale in questo dibattito.

STUDENTESSA: Io intendevo riferirmi soprattutto alle posizioni prese dall’etica cristiana cattolica sui problemi dell’eutanasia e dell’aborto.

BERLINGUER: Prendiamo per esempio il problema dell’aborto. Anche gran parte di coloro che hanno favorito l’approvazione della legge che permette alla donna di abortire nei primi tre mesi della gravidanza non sono, comunque, tutti favorevoli all’idea dell’aborto dal punto di vista morale. Personalmente io sono ateo e sono moralmente contrario all’aborto, ma mi sono battuto per l’approvazione della legge, cercando di distinguere il dilemma del giudizio morale che ognuno di noi potrebbe formulare a partire dai propri punti di vista dalle esigenze pratiche, tra cui spicca soprattutto quella di evitare che l’aborto possa rimanere un fenomeno clandestino facendo in modo che la donna possa affrontarlo con il sostegno di un medico o di un ambulatorio, quando ella decida, per ragioni che difficilmente potrebbero risultare sindacabili da parte delle altre persone, di compiere questo atto. Un atto che io ritengo, moralmente, non tanto “biasimevole”, ma comunque umanamente censurabile, o per lo meno discutibile.

STUDENTESSA: Qual è la Sua posizione riguardo l’eutanasia?

BERLINGUER: Io sono fermamente contrario all’eutanasia. In questo mi trovo fondamentalmente d’accordo con le posizioni della Chiesa Cattolica; però ritengo, proprio in base alla valorizzazione della mia esperienza personale di medico, che un individuo possa decidere riguardo a sé stesso, in determinate circostanze, di cessare di vivere e, quindi, di chiedere al proprio medico: “Non curarmi più, lasciami morire”, che sono una scelta e un esito assai differenti da quella di permettere a un medico curante di provocare, deliberatamente, la morte del proprio paziente, soluzione, quest’ultima, che mi trova molto perplesso, anzi ostile, anche se posso comprenderne, nei limiti del possibile, le ragioni “umane”.

STUDENTE: Non pensa che, paradossalmente, proprio le religioni rivelate, e soprattutto la religione cristiana, nei secoli siano andate a cozzare contro quei principi etici di cui esse si sono proclamate, tante volte, portavoce? Non crede che esse abbiano potuto porre un freno allo sviluppo di un pensiero etico fondato sul lavoro della ricerca morale?

BERLINGUER: Farei una prima, immediata, distinzione tra le posizioni proprie della religione cristiana, espresse dal Vangelo e dalla Bibbia in generale, il quale è un testo che contiene degli insegnamenti morali di altissimo profilo, e ciò che, concretamente, la Chiesa ha fatto nella storia, a partire dalla benedizione impartita alla conquista del continente americano, che è stato un atto di brutale aggressione e di sterminio condotto con il beneplacito della Chiesa Cattolica di allora, fino ad arrivare all’Inquisizione, alle guerre di religione, e ad altre malefatte per le quali, proprio in questi anni, la Chiesa sta instaurando e portando avanti un forte processo di autocritica. Questa distinzione mi sembra necessaria. Molti degli insegnamenti morali della religione cristiana sono penetrati ovunque, in molte culture del mondo, e non credo che abbiano nuociuto, anzi hanno favorito lo sviluppo di una morale basata sulla solidarietà, sul rispetto e l’amore per il prossimo. Certamente c’è qualche punto, soprattutto nella dottrina dogmatica della Chiesa, che non mi trova affatto consenziente. Mi riferisco, in particolare, ai punti dolenti segnalati nel filmato, ossia alla negazione del valore intrinseco della volontà umana, in un certo senso del libero arbitrio stesso, che, secondo questa visione, per poter vivere benignamente deve sempre e comunque soggiacere a un volere divino.

STUDENTE: Ma alcuni principi etici, secondo Lei, sono ancora attuali? Ad esempio, se prendiamo in considerazione i vari progressi compiuti nel campo dell’ingegneria genetica con la clonazione, non crede che la scienza a volte si dovrebbe fermare di fronte all’urgenza di alcuni basilari principi etici, inerenti alla conservazione della vita e messi in discussione anche da molti partigiani della fecondazione assistita?

BERLINGUER: Anche in questo ambito sento la necessità di fare una distinzione fondamentale; intanto io Vi domanderei: che cos’è la scienza? La scienza è l’insieme di tutte le attività umane protese al conoscere. La conoscenza è un’esigenza fondamentale degli esseri umani. Noi, membri della specie umana, siamo caratterizzati dall’esigenza di conoscere il mondo in cui ci troviamo. Questo è il motivo per cui non bisognerebbe porre alcun freno e nessun ostacolo al divenire della scienza e ai suoi progressi. Esistono però due livelli dell’impresa scientifica: quello euristico e conoscitivo, e quello tecnologico e applicativo. La scienza non è riassumibile nel puro amore per la conoscenza; essa è anche applicazione pratica della conoscenza. Come sappiamo, attraverso le conquiste della nuova genetica, della biologia molecolare, sono a portata di mano sia la possibilità di produrre mostri come quella di curare delle malattie terrificanti. Io non intendo affermare che la clonazione sia sempre e in ogni caso una cosa assolutamente mostruosa. Per esempio la clonazione degli animali potrebbe presentare anche dei vantaggi, pur restando quantomeno discutibile sul piano morale; ma non corrisponde automaticamente a un’assoluta mostruosità per noi esseri umani. La clonazione umana, al contrario, potrebbe esserlo, perché consiste nel produrre un individuo biologicamente identico, il cui corredo genetico è totalmente predeterminato, con caratteristiche scelte non dal caso ma da altri individui come lui. Eticamente parlando, questo atto significherebbe negare a un ipotetico individuo clonato, fin dall’inizio della sua vita, la sua libertà, la sua capacità autonoma di scelta che sono due caratteristiche che ci caratterizzano come persone e che costituiscono la nostra individualità.

STUDENTE: L’etica dovrebbe essere considerata universale e quindi come qualcosa di valido per tutti i periodi storici, oppure dovrebbe essere storicizzata e rapportata al contesto di un determinato momento storico? Molte religioni hanno sviluppato una propria etica, spesso correlata a un’evoluzione storica o dell’economia. Mi riferisco, ad esempio, al celebre saggio di Max Weber L’Etica protestante e lo spirito del capitalismo. Non potrebbe, secondo Lei, essere proprio la storia a condizionare l’evolversi di un determinato tipo di etica?

BERLINGUER: Certamente esiste una forte storicità dell’etica. Uno dei padri fondatori, uno dei più grandi iniziatori dell’indagine etica, Aristotele, giustificava la schiavitù, assieme all’oppressione della donna correlata alla consapevolezza dell’inferiorità assoluta di essa rispetto all’uomo, e fortunatamente nei due millenni successivi questa concezione dell’etica è crollata. Stentano a venire meno, per certi aspetti, alcune forme di schiavitù contemporanea; permane, in alcuni ambienti e presso determinate culture, una discriminazione dei confronti diritti della donna, se non proprio una loro negazione. Ma il sentimento etico comune che si è ormai affermato è un altro, ed è quello per cui sia agli uomini sia alle donne vanno riconosciuti eguali diritti ed eguali opportunità; stiamo parlando del sentimento morale per cui non è lecito comprare e vendere un essere umano come un oggetto. Lo stesso si può dire anche per l’etica della politica, perché fino all’inizio di questo secolo la stessa democrazia reale era un fenomeno assai poco consolidato e diffuso anche laddove, in molti regimi liberali, esisteva il diritto di voto e una certa partecipazione alla vita politica da parte dei cittadini. Avevano diritto di voto solo coloro che godevano di un determinato reddito in base al quale pagavano un certo livello di tasse; il cosiddetto “reddito di cittadinanza”. Il voto alle donne è stato praticamente “concesso”, in quasi tutti i paesi Occidentali, soltanto nella seconda metà di questo secolo. Quindi una trasformazione etica in campo politico esiste.

STUDENTESSA: Stiamo discutendo dei vari tipi di etica: etica religiosa, etica laica, etica politica. Ma, secondo Lei, esiste un valore assoluto e comune dell’etica, un sostrato in grado di accomunare, almeno in un punto, tutte queste diversificazioni?

BERLINGUER Come ho già rilevato esistono molte etiche. Nel mondo moderno, tuttavia, sono stati affermati dei diritti detti “universali”. Il diritto a poter disporre di sé stessi, il diritto alla libertà, i diritti sociali lentamente stanno diventando, se non un patrimonio comune di ogni società politica, almeno un retroterra diffuso di idee e tendenze comuni. Però, all’interno di questo nucleo fondamentale di ideali di diritto universale, esistono tantissime diversificazioni, spesso sensibili all’esigenza del rispetto dell’autonomia etica dei singoli individui. Ecco perché noi, membri di società basate sul diritto, dovremmo andare alla ricerca di regole che non costituiscano una fonte di costrizione, che non pretendano di determinare e circoscrivere all’interno di percorsi rigidamente chiusi il comportamento dei singoli individui, perché uno tra i valori universali di cui stavo parlando più sopra, un punto fermo e insostituibile, è quello della libertà.

STUDENTESSA: Stavamo parlando di un substrato fondamentale che possa fare da sfondo comune alle diverse varietà di etica. Non pensa che perseguire l’obiettivo della felicità, nel rispetto della libertà di ognuno, possa essere ritenuto proprio ciò che collega tutti queste varietà di orientamenti morali?

BERLINGUER: Io credo proprio di sì. Direi pure, però, che le differenze tra i concetti morali che esistono tra ogni popolo, tra i più svariati individui, tra le differenti correnti ideologiche, non siano delle pure sfumature di dissenso. Esse sono molto più di piccole differenze. Però non c’è dubbio che quello che la Costituzione degli Stati Uniti d’America chiama non tanto “il diritto alla felicità” – come dice qualcuno citando male quel testo costituzionale – ma il diritto a “perseguire” la propria felicità e quindi a trovare una propria strada per essere più felice, credo che questo sia un punto veramente fondamentale e vicino all’essere un patrimonio comune di moltissimi orizzonti morali di tante culture.

STUDENTE: Uno dei tanti motti degli americani è “In God we trust”, cioè “noi confidiamo in Dio”. Ma non le sembra paradossale e iniquo che la cultura di una delle più grandi nazioni del mondo, quella attualmente più potente, gli Stati Uniti d’America, possa attuare questa basilare fonte di discriminazioni religiose?

BERLINGUER: Non mi pare che negli Stati Uniti esista una fonte di discriminazione così netta, perché esistono moltissime religioni attive, presenti e rispettate. Certo l’idea che in una grande nazione, plurietnica e plurireligiosa si possa proclamare, in moltissimi consessi, di credere solo nel Dio della religione cristiana, mi sembra un’anomalia storica. Molto spesso si tende a ridurre a una pura formalità questa affermazione; ma, indubbiamente, le formalità hanno anche un valore indicativo.

STUDENTE: Anche il razzismo è ancora molto forte, soprattutto nel Sud degli Stati Uniti, come in molti altri Stati del mondo. Alle soglie del Duemila molte società del nostro pianeta soffrono ancora di problemi razziali, dopo tutto quello che è successo in questo secolo, dopo la Shoah. Non Le sembra che molte società considerate evolute debbano ancora evolversi moralmente per conquistare il rispetto di alcuni dei principi etici fondamentali?

BERLINGUER: Io non so se il razzismo sia aumentato o diminuito nel mondo. Probabilmente è diminuito. Anche negli Stati Uniti è diminuito notevolmente. Si ripresenta soprattutto in periodi di difficoltà, anche se ormai è dimostrato che non esiste nessuna base scientifica per poter continuare a suddividere l’umanità in “razze” come è stato fatto fino ad adesso. Un tempo veniva giustificato tramite il ricorso alla scienza, poi la scienza ha dimostrato che esistono sicuramente dei ceppi etnici – chiamiamole, se vogliamo, “razze” differenti – ma che, allo stesso tempo, non possono esistere razze superiori e razze inferiori, che è il concetto base di ogni razzismo. Credo che anche in Italia stia serpeggiando ancora qualche forma di razzismo, ma, nel complesso, la società italiana, e in particolare i giovani, reagiscono molto positivamente a questi fenomeni. Molto spesso le nuove generazioni fanno sentire la propria voce in merito anche in questa direzione. Quindi sono abbastanza fiducioso nel fatto che questo fenomeno, che potrebbe essere considerato un orribile tarlo per ogni morale, possa essere, un giorno, definitivamente superato.

STUDENTE: Oggi, in moltissimi dibattiti, si fa sempre più ricorso a svariati tipi di etica per qualsiasi argomento di ordine comune. Perché questo proliferare di un bisogno di “etica”? Stiamo forse perdendo una visione di insieme dell’etica finendo sempre più per frammentarne le basi costitutive?

BERLINGUER: Tra gli oggetti che abbiamo portato in trasmissione c’è un’urna elettorale. Quale potrebbe essere, vi chiederete subito, l’attinenza dell’urna elettorale con il dominio dell’etica? Ebbene, questo oggetto conserva una sua assoluta pertinenza con l’ambito della nostra discussione, perché negli ultimi vent’anni l’etica ha fatto piena irruzione nella politica, portandosi dietro come immediata conseguenza che molto di tutto quello che esisteva di corrotto, di malgovernato, non solo in Italia, ma anche in molti altri paesi del mondo, ha potuto finalmente venire alla luce. Io mi sono domandato spesso: perché tutto questo oceano di malcostume, malgoverno, corruzione e degrado morale ha potuto emergere alla luce del sole soltanto in questi ultimi anni? In Italia si potrebbe rispondere che ciò è avvenuto soprattutto per opera di magistrati coraggiosi e caparbi.

STUDENTE: Forse tutto questo “proliferare di etica” è dovuto soltanto al fatto che si va sempre più scoprendo un bisogno di moralità di fronte a tutto ciò che d’inaccettabile è stato constatato nelle nostre società, per porre eventualmente rimedio a molti di questi problemi? O non esiste, secondo Lei, anche un motivo più profondo?

BERLINGUER: Credo che esista anche un motivo più sostanziale. Negli ultimi vent’anni era divenuta una consuetudine diffusissima del pensiero politico liberale in Occidente credere e affermare che le leggi del libero mercato, non solo in campo economico, potessero risolvere i grandi problemi storici delle società umane. Questo non è accaduto, purtroppo, perché le leggi del mercato hanno contribuito a risolvere molti problemi che erano e che sono soprattutto un appannaggio di una parte privilegiata del mondo, senza risolvere i grandi problemi dell’umanità, e mancando così alla promessa fondamentale: il problema della giustizia, il problema della fame, il problema del buongoverno, il problema del rispetto di tanti diritti umani fondamentali. Allora, in molte società e in moltissime culture, è stato avvertito un bisogno profondo di rigenerare le speranze della politica attraverso il ricorso all’etica. Questo, in qualche modo, è cominciato ad accadere già da molto tempo. Ma essendo un fenomeno che nella propria attuazione ha cominciato solo in questi anni a far sentire la propria importanza, siamo ancora ben lontani da una rigenerazione reale del dibattito politico.

STUDENTESSA: Non crede che l’etica abbia raggiunto un periodo di stasi propositiva rispetto alla scienza? Essa continua a progredire, a scoprire nuove leggi e nuovi fenomeni che potrebbero risultare fonte di applicazioni utilissime per l’umanità, mentre l’etica si è come stabilizzata su dei principi che non intende, nella loro sostanza, cambiare di molto. Io penso che questo sia un difetto dell’etica. Lei non crede?

BERLINGUER: Non c’è dubbio che, dal punto di vista del ritmo dei propri tempi di sviluppo ed evoluzione, le discipline scientifiche progrediscano molto più rapidamente della morale, offrendo delle possibilità di soluzione ad alcuni problemi della vita umana che finora non erano neanche pensabili. La procreazione non è più il risultato di un fenomeno soltanto “naturale”, ossia presente solo in natura: può essere realizzata anche tramite un procedimento assistito, artificiale. Il curarsi, o il poter sopravvivere in condizioni di sostegno quasi artificiali in presenza di problemi a causa dei quali, un tempo, si poteva anche morire costituisce, sicuramente, una forte risposta a urgenze non meno importanti di quelle che vediamo emergere nella “domanda di morale” insita in molte persone.

STUDENTESSA: Non crede che i principi dell’etica possano far correre il rischio a tutti noi di veder posti dei limiti alla libera prosecuzione dell’attività scientifica?

BERLINGUER: Mi auguro che ciò non avvenga, ossia che non possa mai sorgere all’interno dei dibattiti in corso nell’ambito della morale alcun limite di sorta alla libera autonomia della ricerca scientifica, perché lo spirito stesso di ogni ricerca avente come obiettivo la conoscenza scientifica è la libertà di ricerca.

STUDENTESSA: Per quanto riguarda i limiti che l’etica potrebbe invocare per le applicazioni di alcune recenti scoperte scientifiche?

BERLINGUER: Io credo che, contrariamente a quanto si potrebbe invocare rispetto al campo della ricerca pura, a molte ricerche applicative bisognerebbe porre dei limiti, soprattutto a quel tipo di ricerche applicative e a quelle stesse applicazioni che potrebbero violare la dignità umana e la sicurezza degli individui. In qualche modo l’umanità è riuscita a porre dei limiti ad alcuni esiti applicativi dello sviluppo tecnologico. L’esempio più celebre è stato quello della più grande forza distruttiva resa possibile dalla scienza: l’energia nucleare. La sua utilizzazione è stata circoscritta entro solo alcune delle sue possibili applicazioni, proprio perché la sua potenziale distruttività ha contribuito a creare una tale reazione nell’opinione pubblica, nei governi e nella comunità internazionale, che si è giunti, seppur faticosamente, a stabilire delle regole che, spero, saranno per sempre rispettate da tutti i paesi, specie quelli più avanzati.

STUDENTE: È possibile parlare di un’etica universale, nonostante le numerose differenze culturali esistenti fra le varie civiltà, ben rappresentate nella varietà e nella relatività dei costumi?

BERLINGUER: Nelle sue Lezioni di etica Kant scrive che un principio etico trova il proprio ambito fondamentale di verifica “quando può essere riconosciuto universalmente”. Ma afferma anche che “l’etica può proclamare dei principi universali, mentre l’antropologia ci insegna come si comportano effettivamente gli uomini e le donne” e che quindi, se si prescindesse dalla condizione antropologica in cui gli esseri umani si trovano a vivere, la proclamazione di un principio universale potrebbe diventare una vacua predicazione. Ed è in questo conflitto tra principi universali e comportamenti reali che si deve cercare una soluzione improntata al mantenimento e alla difesa della libertà e della autonomia individuale, perché le esigenze di ogni essere umano, che i diritti fondamentali tentano di promuovere e cementare, sono il precipitato di storie, vicende, esperienze importanti e irripetibili di moltissime persone, di ognuno di noi. Ecco perché bisogna trovare una soluzione a questo divario tra la relatività culturale esistente nel mondo e il bisogno effettivo di principi etici con un fondamento universale.

STUDENTE: Un’etica universale potrà essere riconosciuta come tale solo quando si instaureranno delle condizioni universali, ossia condivisibili da tutti gli uomini, perché essa possa subire una tale mutazione. I fattori diversificanti possono essere, infatti, numerosissimi: geografici, storici, religiosi, linguistici. Anche all’interno di una stessa città, per esempio, l’etica di un ragazzo costretto a vivere in modo disagiato, in una zona dove per motivi di sopravvivenza si può essere costretti a compiere delle azioni che potrebbero risultare moralmente deprecabili dal resto dei cittadini che vivono in condizioni più agiate, risulterà basata su premesse iniziali differenti se non opposte a quelle di molti dei propri concittadini. Che ne pensa?

BERLINGUER: In una città, come in qualsiasi ambiente urbano o non urbano, dove esistano zone privilegiate accanto ad altre zone, o ambienti sociali, disagiate, potrebbero instaurarsi e svilupparsi comportamenti moralmente differenti. Molto spesso – e questa non è una novità – i comportamenti “moralmente negativi” delle zone disagiate sono sempre risultati notoriamente riconoscibili rispetto a quelli delle zone privilegiate, che godono di un più alto numero di risorse utili per nascondere meglio i propri fallimenti morali. Questo potrebbe essere un punto di partenza per la nostra analisi. Ma è stato anche documentato che la violenza urbana, come per esempio la microcriminalità, sia uno dei fenomeni più negativi diffusi nelle metropoli dell’Occidente avanzato. È un fenomeno tanto più grave quando le differenze di reddito e di conoscenze possono risultare maggiori in un determinato spazio. Non a caso il Brasile è una delle nazioni più violente del mondo, perché in quel paese esiste la massima accumulazione di ricchezza e la massima distribuzione di miseria. Ed esiste il ricorso sistematico alla tutela politica dei privilegi più esclusivi, che per la stragrande maggioranza non sono raggiungibili da parte dei ceti più sfortunati. In presenza di casi come quello brasiliano, pur non ritenendo giustificato il ricorso alla violenza, io credo pienamente comprensibile che molti giovani, spesso giovanissimi, ricorrano a metodi immorali per risolvere le proprie condizioni di disagio. Molto spesso sono le popolazioni disagiate la parte di umanità che subisce la violenza; certamente non sono i disagiati a perpetrare per primi la violenza reale.

STUDENTESSA: Parliamo del sistema economico e culturale americano, che è un modello al quale sembra stiano tendendo, purtroppo, quasi tutti i paesi dell’emisfero occidentale. Non è forse vero che questo modello di vita ha come base etica e motivazionale il successo finanziario e la remunerazione economica? Questo risulta abbastanza evidente nel modello sanitario e previdenziale americano dove l’etica di un medico di fronte al proprio paziente può differenziarsi al variare del reddito del paziente stesso. Negli Stati Uniti un paziente che non possa permettersi le cure necessarie può essere, senza nessun problema, sbattuto fuori dall’ospedale e inviato in strutture fatiscenti. Si pensi anche alle motivazioni di tipo esclusivamente economico che stanno alla base di tantissime ricerche mediche, ricerche che dovrebbero essere motivate dallo scopo di alleviare i mali dell’umanità. L’etica rischia così di rimanere un ostaggio nelle mani della logica del profitto!

BERLINGUER: Certamente, se venisse affermata l’idea che la nostra identità individuale, fatta di scopi, ideali, e motivazioni, possa essere determinata soltanto dai nostri interessi economici, e si curassero solo quei malati in grado di pagarsi in toto spese e prestazioni mediche, questo significherebbe una rottura con quei principi di libertà e giustizia che sono alla base di una democrazia che voglia dirsi tale. Ho detto “principi di libertà” anche perché – sembrerà una banalità – i più svantaggiati, in società di questo tipo, sono speso i meno liberi. Esiste, inoltre, un’altra deformazione del diritto in campo medico che si sta affermando tramite la difesa e la promozione, per ora per la verità abbastanza contenuta, di una altra forma di determinismo non sociale bensì genetico. Questa ideologia sotterranea consiste nella tendenza a dire che noi esseri umani siamo soltanto il risultato dello sviluppo del nostro” pool genico”, della nostra eredità genetica, per cui tutto, in noi, può dipendere dai nostri geni. Anche da questo punto di vista noi potremmo risultare non più liberi di quanto lo siano delle macchine. Ma se non fossimo più liberi di essere ciò che siamo non ci sarebbe più una vera e propria morale, poiché qualsiasi valutazione etica di un atto deve dare per fondata l’idea che colui che agisce è una persona libera. Una scelta, come sappiamo, è sempre il frutto di una capacità di saper distinguere e scegliere il bene o il male, proprio o altrui. Se invece si riuscisse a scoprire che noi, membri di questa specie, siamo violenti a causa dei nostri geni, che siamo aggressivi perché la specie umana è di per sé aggressiva, allora non solo i filosofi morali resterebbero disoccupati, ma tutti gli esseri umani si ritroverebbero incapaci di decidere il proprio destino sia individualmente che collettivamente. Devo dire che guardo con una certa preoccupazione a queste tendenze che vanno sempre più diffondendosi in molti ambienti scientifici.

STUDENTE: Lei crede che si debba per forza perseguire il raggiungimento di un’etica il più possibile universale, oppure che la varietà di usi e costumi e di prospettive culturali sull’etica siano un bene per l’intero consorzio umano?

BERLINGUER: La varietà di usi e costumi è un bene straordinario ed è una ricchezza della cui importanza noi dovremmo acquisire maggiore consapevolezza. Non si ha idea di quanto si possa imparare dagli altri, a partire dalle culture diverse; sia da quelle più vicine come da quelle più lontane dalla nostra.

STUDENTE: Esistono, però, anche dei risvolti negativi a questo rispetto assoluto per le differenze culturali tra etica ed etica. Si pensi alla condizione delle donne in Islam, ad esempio.

BERLINGUER: Sì; ma io non credo che tutti gli usi e costumi siano da accettare automaticamente. La condizione delle donne in Islam, ma anche la condizione delle donne in molti paesi “civili”, non è certamente lodevole o all’altezza di quelle che dovrebbero essere le normali esigenze di rispetto e di dignità di tante cittadine dell’Occidente. Basti pensare che le violenze sessuali sono ancora molto diffuse nel nostro paese, anche se sono state approvate delle leggi, anche se il diritto all’integrità del proprio corpo, alla propria sessualità è stato affermato abbastanza diffusamente; ma nonostante tutti questi passi in avanti, in molte, troppe realtà del nostro paese, siamo ancora lontanissimi dal soddisfare tutte queste esigenze di rispetto della dignità femminile.

STUDENTESSA: L’eccessiva varietà di usi e costumi non mi sembrerebbe propriamente un bene, perché essi potrebbero andare soggetti a dei radicali mutamenti storico – temporali. Io credo che dovrebbero contribuire a fornire un fondamento stabile e comune, a formulare un’etica che possa risultare universalmente accettabile da tutta l’umanità. Altrimenti potrebbe affermarsi una varietà di interpretazioni dell’etica, che, tendendo a moltiplicarsi, potrebbe generare un caos!

BERLINGUER: Mi sembra che Lei percepisca la varietà morale, anche il pluralismo etico, soltanto come una condizione storicamente transitoria, dopo la quale si potrebbe giungere a uniformare le prospettive dei più svariati approcci umani al problema etico almeno sotto il profilo dei principi basilari. Se questo omogeneizzazione avvenisse in modo coatto io credo che saremmo in presenza di un vero e proprio disastro per il genere umano. Se mai avverrà una sorta di unificazione culturale delle prospettive etiche, essa dovrà realizzarsi liberamente e spontaneamente.

STUDENTESSA: Non mi riferivo a una tendenza generale al conformismo etico coatto. Parlavo della possibilità di contribuire, ognuno a partire dalle proprie possibilità, alla creazione di un’etica che possa essere, sotto il profilo normativo dei propri principi, universale: senza eliminare le varietà, ma componendo le varietà in un qualcosa di unificato.

BERLINGUER: Allora i nostri orizzonti si stanno avvicinando. Lei sta suggerendo di spostare l’attenzione sull’esigenza di un’etica “universale” nei propri principi fondamentali, non verso un’etica onnicomprensiva, che possa essere accettata da tutti mettendo d’accordo le esigenze di tutti. Io credo che, in questo secolo, ci si sta avvicinando a questo traguardo, perché il nostro secolo è stato il secolo che ha proclamato, con una solenne dichiarazione, che ha compiuto, proprio lo scorso anno, cinquanta anni, i diritti universali dell’uomo, poi i diritti universali dell’uomo e della donna, e ancora i diritti dei bambini, degli anziani, degli handicappati, i diritti dei malati, e così via. Naturalmente stiamo parlando di una serie di risposte a delle esigenze storicamente fondamentali, risposte che troppo spesso sono rimaste dei puri proclami, ma che hanno finito per cementare e costituire un “tessuto etico” dal valore universale. Forse l’espressione “tessuto etico universale” è più adatta ai nostri scopi di analisi e di discussione che non l’espressione “etica universale”, perché, banalmente, in ogni tessuto potrebbero esserci trame e colori diversi.

STUDENTESSA: Lei pensa che questa dicotomia emersa fra le esigenze di un’etica universalmente accettabile e il rispetto delle differenze culturali dei diversi paesi e delle diverse condizioni socio-economiche dei popoli del mondo potrà mai ricomporsi in una qualche futura soluzione di tipo universalistico, arrivando così a realizzare un vero e proprio tessuto etico unitario forte, accettato in tutto il mondo, in tutte le condizioni socio-economiche e presso tutti le culture umane?

BERLINGUER: Penso che a questo obiettivo ci si debba avvicinare, ma farei subito due osservazioni rispetto al problema da Lei sollevato. La prima osservazione è che i principi etici di cui abbiamo parlato non sono, già oggigiorno, sempre applicati in ogni contesto bisognoso di essi. Questo è il dramma fondamentale di questa carenza etica presente nel mondo. Vengono continuamente proclamati dei diritti definiti come universali, ma poi basta andare a leggere le cronache quotidiane per vedere quanto siano continuamente violati. Seconda osservazione: quali principi etici potremmo mai cercare di affermare in modo accettabile all’unanimità? Uno di questi principi, per esempio, su cui mi piacerebbe sentire la Vostra opinione, è il principio della nostra presunta responsabilità verso le generazioni future. Partiamo constatando un presupposto difficilmente aggirabile: noi esseri umani, abitanti dell’emisfero occidentale, finora abbiamo perseguito un’etica della prossimità. Il principio “Ama il prossimo tuo”, andando a controllare l’interpretazione più radicale e, al tempo stesso, più realistica della Bibbia e in particolare del Nuovo Testamento, non stava a indicare con la locuzione “prossimo” – in latino proximus – soltanto il primo “vicino”, ma chiunque possa, anche idealmente, risultare “vicino a noi”, nello spazio e nel tempo. Ci siamo resi conto solo da pochissimo tempo che quello che facciamo oggi nel nostro ambiente e nelle nostre economie influirà moltissimo sulle condizioni di vita delle future generazioni. L’alterazione dell’ambiente, l’accumulo di debiti che hanno le singole nazioni, e che dovranno pagare coloro che non sono ancora nati, l’immenso sviluppo dell’industria degli armamenti. Tutti questi fenomeni creano delle ipoteche nei confronti delle future generazioni e noi cominciamo a rendercene conto, forse, già ora che è, pur sempre, troppo tardi. Sarà necessario, quindi, il ricorso a nuovi principi etici, come il “Principio di responsabilità”, come è stato chiamato dal filosofo tedesco Hans Jonas, dove per responsabilità si intende “responsabilità verso tutte le specie viventi e verso le future generazioni, ossia verso i lontani, nello spazio e nel tempo”. Mi pare che esso possa essere ritenuto uno dei principi emergenti la cui importanza comincia a vedersi affermata solo di recente.

STUDENTE: Navigando su Internet abbiamo trovato una grande varietà di materiali e di fonti sull’argomento. Passiamo da pagine che possono riguardare, per esempio, la medicina, ad altre su “L’etica e la giustizia”, e ancora “Dieta, una questione morale”, oppure “i Dieci comandamenti dell’etica dell’uso dei computer”, o ancora “Le implicazioni etiche del rapporto tra medico e malato”, “Si deve sottomettere la sicurezza all’etica?” , o addirittura “Gli investimenti etici”. Ci sono moltissimi siti riguardanti questi argomenti, alcuni anche abbastanza sorprendenti, che possono far sorridere. Eppure questa grandissima quantità di informazioni, questa grande polisemia della parola “etica”, dovrebbe farci riflettere un po’ di più.

BERLINGUER: Alcune di queste tematiche mi sembrano un po’ bizzarre. Per esempio non riesco bene a capire, pur essendo medico di formazione, quale possa essere il rapporto tra l’etica e il problema della dieta, se non, forse, nel fatto che l’umanità possa sembrare caratterizzata da una divisione tra una parte minoritaria, che, letteralmente, “mangia troppo” e che quindi può risultare obesa, e una parte purtroppo maggioritaria che non mangia abbastanza. Ma questo non è problema dietologico, è problema di giustizia applicata alla nutrizione. Però questa molteplicità di significati e di campi in cui vediamo svilupparsi l’etica tutto sommato mi piace, perché sta a significare che la domanda per una moralità più alta sta diffondendosi in maniera sempre più variegata, forse perché, per lungo tempo, abbiamo sofferto di una “crisi di astinenza di morale”. Forse siamo stati un po’ troppo lenti e tardivi nel riflettere sull’etica, nonché, soprattutto, nell’applicare i principi etici fondamentali ai più svariati ambiti della società umana. Non so se questa sia un’interpretazione filosoficamente possibile del rapporto tra “etica” e “dieta”, ma comunque mi auguro che adesso si possa tutti iniziare a nutrirci abbondantemente di morale, non solo proclamandola, ma soprattutto praticandola.

Da ENCICLOPEDIA MULTIMEDIALE DELLE SCIENZE FILOSOFICHE