IL “CONVENTO-OSPEDALE” NATO COME UN AVAMPOSTO MA SU DI UN PRESUPPOSTO – Angelo Nocent

Hospital de San Juan de Dios, Granada Ospedale e Chiesa - 06

IL “CONVENTO-OSPEDALE” NATO COME UN AVAMPOSTO MA SU DI UN PRESUPPOSTO

di Angelo Nocent

Da religiosi e laici pensanti, riprendiamo il cammino sugli impervi sentieri della riflessione su aspetti dell’hospitalitas che sono rimasti più in ombra, alla ricerca di pepite d’oro depositate nel letto del fiume sorgivo di Granada che bagna ormai, per grazia di Dio, i cinque continenti. Un guardare indietro per meglio proiettarci in avanti e sempre pronti al confronto. Con una  consapevolezza di fondo: che “siamo tutti dei guaritori che possono estendersi per offrire salute e siamo tutti pazienti in costante bisogno di cure” (Henri J.M.Nouwen).

Nella relazione sui vent’anni di Exodu, il fondatore Don Antonio Mazzi così esordiva: “Noi siamo nati come un avamposto, non siamo nati come un posto, né come un posto di lavoro, né come un posto dove fermarsi e metter giù le tende. Noi siamo nati per camminare, non siamo nati per stare fermi. Lo dico perché ho l’impressione che qualcuno si sia seduto, o meglio che sia più facile sedersi che camminare”.

Fatebenefratelli - Isola Tiberina 06

Fatebenefratelli - Isola Tiberina 02Alle spalle dei Fatebenefratelli, anch’essi nati come un avamposto, per via di quell’infaticabile e stupefacente “Mendigo de Granada”, ci sono cinque secoli di alti e bassi. I nostri son tempi di magra perché l’ambiguità è in ogni settore: talora si presenta sulla scena in giacca e cravatta ma sa fare le sue comparse anche vestita di saio. Nello specifico, si tratta di reinterpretare, da sottomessi, il carisma tramandato, in funzione di nuovi bisogni della Chiesa, della Società e di una mutata situazione culturale. Se è vero che un carisma non è dato ma affidato, non appartiene alla persona o al gruppo che lo riceve ma alla Chiesa, cioè al Popolo di Dio tutto intero, trovo anacronistico oggi che ci si  muova in totale autonomia, senza interpellare e far partecipi della ri-fondazione almeno i Vescovi delle Chiese locali in cui si opera. E’ possibile che non abbiano nulla da dire e da dare?

Ancora Don Mazzi: “Noi siamo necessari tanto in quanto apriamo una pista, tanto in quanto apriamo delle sggestioni, tanto in quanto siamo sui problemi al momento giusto. Questa è la nostra caratteristica, la nostra identità. Quando ci fermiamo, ci perdiamo. Quando diventiamo un posto, non siamo più noi stessi”. La sua non è che la sintesi verbale dell’operato dei nostri pionieri: Giovanni di Dio, Alfieri, Menni, Magallon, Valdés, Kugler, Pampuri… 

san riccardo pampuri 02Sì, San Riccardo, la figura più attuale ma stranamente surgelata nel  cliché di bravo ragazzo che non ha fatto nulla di speciale, quando invece ha incarnato più vocazioni, lasciando impronte significative in università, sul fronte, nel socio-sanitario di allora, nella Chiesa locale, lavorando tra i giovani, per le missioni, l’Azione Cattolica… e trascinando questo bagaglio di esperienze in convento. Prototipo, non sufficientemente capito, di un nuovo modo di essere frate oggi.

La domanda che da tempo mi ronza nel cervello è questa: a quanti degli operatori sanitari laici interessa davvero la svolta ormai compiuta dal Capitolo Generale straordinario tenutosi a Guadalajara nel Novembre 2009 ed orientato verso la Famiglia Ospedaliera? Unanticipo di risposta  viene da “L’isola della salute”, bimestrale della Curia Generalizia. Il  numero di dicembre 2009 è stata intervistata Rina Monteverdi, Coordinatrice della Pastorale della Salute della Provincia religiosa Lombardo-Veneta e Consigliera Generale di lingua italiana.

Rina MonteverdiAlla domanda: “Come vede il futuro dei laici nella missione ospedaliera dei Fatebenefratelli?, ha fornito con piena onestà una risposta non sorprendente ma amara:

“Anche noi laici siamo in una fase di riflessione: in questi ultimi 30 anni siamo stati coinvolti nella missione dell’Ordine più che altro a livello ideale, affettivo; adesso, invece, mi sembra di cogliere una richiesta ulteriore: che noi laici diventiamo sempre più attivi, operativi e responsabili nella condivisione della missione ospedaliera all’interno delle opere dei Fatebenefratelli”.

Il suo dire mi rimanda a una sorprendente pagina del Vangelo: Verso le cinque, quando ormai l’ora del tramonto è vicina, il padrone passa un’ultima volta per la piazza e trova ancora degli uomini che se ne stanno lì, delusi e scoraggiati: Perché ve ne state qui tutto il giorno senza far niente?”. Gli risposero: “Perché nessuno ci ha presi a giornata”.

Probabilmente anche i laici in questione non sono stati presi in seria considerazione. Gesù taglia corto:Ed egli disse loro: “Andate anche voi nella vigna.” (Mt 20, 1-16). Ciò significa che per lavorare nella Vigna del Signore non è mai troppo tardi. Epperò servirebbe un’analisi attenta ed equilibrata delle ragioni dei ritardi e delle distonie che potrebbero celare anche una forte resistenza al coinvolgimento, indubbiamente impegnativo.

Fatebenefratelli - Isola Tiberina - San giovanni Calibita 02Mi chiedo se oggi sia realisticamente possibile pensare di colmare un trentennio di letargico torpore  proponendo  un elenco di quesiti elaborati durante il Consiglio Generale Allargato, come si è prospettata di fare la Consigliera intervistata.

Sarebbero operazioni di facciata. Forse bisognerebbe trovare il coraggio di parlare il linguaggio di Don Mazzi, non più giovanotto, ma da sempre in prima linea, che è posizione scomoda:

SANREMO: MORGAN, NON SONO MOSTRO CHE FA APOLOGIA DROGANon ha senso andare negli avamposti come dei pazzi o degli svampiti. Se vogliamo essere persone di avamposto, persone sui bisogni, dobbiamo riflettere, leggere, istruirci. Ho invece l’impressione che alcuni di noi siano analfabeti, non abbiano mai preso in mano un libro…Non possiamo rischiare di essere in frontiera, se non abbiamo dietro una batteria culturale e contemplativa sufficiente per camminare. E la contemplazione è qualcosa in più della cultura…

Mi pare, ad esempio, che proprio in nome dell’avamposto c’è bisogno di riqualificare alcune nostre strutture, di inventarne delle altre, ma soprattutto c’è bisogno che ci riqualifichimo noi… ”.

Con la sua  diagnosi spietata, il prete di Exodus, che sa dire amorevolmente ai suoi cose sgradevoli, indirettamente ci fa la carità di metterci con le spalle al muro, giacché, per un verso o per l’altro, non possiamo non sentirci toccati sul vivo dal suo argomentare. Spero che nessuno si senta particolarmente offeso o risentito ma almeno provocato, questo sì. Vorrebbe dire che è in azione la Grazia.

Quando è uscito il saggio di Pierre Riches “Note di catechismo per ignonati colti” (Mondadori 1982), con il suo parlar dimesso, mite, ma a tratti subitamente inquietante, l’Autore ha aiutato molti credenti e non, a chiarirsi le idee, a costruirsi una “visione del mondo”. Perché di questo c’è bisogno.  La sera prima del suo battesimo (aveva 23 anni), il suo padrino gli chiese: “Ma ci credi davvero?” Rispose: “Se non è vero, è così ben trovato…”. E negli anni successivi aggiunse: “Fino ad oggi non saprei dire se è vero, ma non ho trovato nulla di “meglio trovato”, neanche in Buddha”.

A volte, può essere che il laico nella Chiesa si senta ancora poco valorizzato, poco ascoltato o compreso. Oppure, all’opposto, può sembrare che la ripetuta convocazione dei fedeli laici anche da parte dei pastori non trovi pronta e adeguata risposta, per disattenzione o per una certa sfiducia o un larvato disimpegno. Questa situazione va superata. Una cosa è certa: il Signore ci chiama; chiama ognuno di noi per nome. La diversità dei carismi e dei ministeri nell’unico popolo di Dio riguarda le forme della risposta, non l’universalità della chiamata. Nel mistero della comunione ecclesiale dobbiamo ricercare la coralità di una risposta armonica e differenziata alla chiamata e alla missione che il Signore affida a ogni membro della Chiesa.

Il momento attuale richiede cristiani missionari, non abitudinari. “Attivi, operativi, responsabili…” Sono pii desideri. Ma se non si prende coscienza che è lo Spirito a suggerire i percorsi e le scelte, attraverso la Parola instancabilmente interpellata, si finisce nel vicolo cieco. Per stare insieme bisogna credere. Forse ha ragione Oscar Wilde: “l’uomo può credere all’impossibile, non crederà mai all’improbabile”. Dunque, fede e ragione.

Il binomio inseparabile

Fatebenefratelli - Isola Tiberina 011-Melograno 12La neonata “FMIGLIA OSPEDALIERA” in realtà ha origini remote. Dal primo melograno fiorito a Granada, sinonimo da millenni della fertilità per tutte le culture che si sono lasciate sedurre dai suoi frutti, ricchi di semi di accattivante colore rosso, espressione dell’esuberanza della vita, la “piantumazione” non si è mai arrestata, sconfinando in tutti i continenti. L’ultima, ormai costituita in Provincia, è quella Africana – erezione canonica 17 Agosto 2007 – guidata da Fra’ Roberth Chakana e posta sotto la protezione di Sant’Agostino, l’africano vescovo d’Ippona, città oggi in Algeria.

Una scelta ovvia, naturalmente. Ma forse si va dimenticando che la Chiesa, sapientemente e non a caso, ha dato al nascente Ordine ospedaliero dei Fratelli di San Giovanni di Dio quel sostegno che lo ha tenuto in vita fino ai giorni nostri e che essi hanno affettuosamente sempre chiamato “Regola del nostro santo padre Agostino, vescovo d’Ippona e dottore della Chiesa”. Di questa consegna preziosa, sentita come paternità, ogni convento-ospedale ha mantenuto per secoli anche un impegno formale: leggerla a pranzo e a cena il venerdì di ogni settimana.

Fatebenefratelli - Approvazione Ordine

A guardar bene, Giovanni di Dio e Agostino sono il presupposto per essere un avamposto.  Con la Bolla Licet ex debito del 1 gennaio 1572 il Sommo Pontefice San Pio V non intendeva tanto e solo sottoporre il nuovo Ordine religioso alla Regola, intesa quale codice di norme comportamentali,  quanto piuttosto innestarvi in esso il cuore del padre della Chiesa più caro ed attuale che l’aveva elaborata e vissuta attingendo alle Sacre Scritture, suo nutrimento quotidiano, pane spezzato e da lui  condiviso con i monaci dell’Oratorium suoi fratelli. A colui che nell’atto della professione religiosa ne prometteva osservanza, è come se il Papa di Roma in persona dicesse: “In SAN GIOVANNI DI DIO vedi la carità con gli occhi; in SANT’AGOSTINO la senti con la mente ed il cuore. Va’ e anche tu fa’ lo stesso”.

Questo inscindibile binomio, oggi mi pare intaccato. Si punta sul FARE di San Giovanni di Dio, fede incarnata, concreta, tattile e meno sull’ESSEREche è un farsi attraverso quella Parola che non solo viene dall’Alto ma è calibrata per ciascuno. Agostino è propedeutico all’azione. Benedetto XVI ha detto che “ la conoscenza esatta e affettuosa della vita di S. Agostino, suscita la sete di Dio, il fascino di Cristo, l’amore alla sapienza e alla verità, il bisogno della grazia, della preghiera, della virtù, della carità fraterna, l’anelito dell’eternità beata”. Ed ha ricordato anche suoi altri grandi meriti da tesorizzare: “S. Agostino insegna a cercare con coraggio, con fatica, con perseveranza, la verità. Bisogna cercarla con umiltà, disinteresse, diligenza, superare le difficoltà, sciogliere i dubbi, andare a fondo, perché la verità divina apre il cuore, apre la mente, illumina l’uomo”. Ed il Card. Martini,  mandato dal Papa a portare questo suo messaggio sulla sua tomba a Pavia, alla domanda “Ma cosa vuol dire per noi questa ricerca della verità?”, risponde che vuol dire innanzitutto sapere che di questa ricerca della verità siamo ancora molto indietro, conosciamo poco la dottrina di Cristo, conosciamo poco la Sacra Scrittura, abbiamo bisogno di catechesi, ossia di una conoscenza ragionata e approfondita della verità di Dio. Il motivo è che essa ci fa conoscere profondamente la verità di noi stessi.

Ripetendo la dottrina di S. Agostino, Papa Benedetto afferma che l’uomo non si capisce, non intende se stesso, se non in ordine a Dio. Ma l’uomo capisce Dio, lo intuisce, lo comprende, impara a rientrare in se stesso, nel silenzio, nei momenti di meditazione. Così l’uomo sempre più intuisce la luce di Dio che è dentro di lui, capisce Dio e comprende sé stesso. Ecco spiegato il senso del Convento-Ospedale, realtà attualissima di cui anche i laici devono rendersene conto, appropriandosi di questa ricchezza tramandata dalla tradizione. Guai se la sentissero come un ballzello di cui sbarazzarsene.

In una sola riga del prologo della  Regola, Agostino sintetizzata la spiritualità che sarà di Giovanni di Dio e dei suoi discepoli, religiosi o laici: ”Fratelli carissimi, si ami anzitutto Dio e quindi il prossimo, perché sono questi i precetti che ci vennero dati come fondamentali”.

Il Convento-Ospedale regge su questi muri maestri che il Vescovo d’Ippona , uomo di preghiera, dottore della Grazia, della Libertà, della Carità, dell’Umiltà, ha posto a fondamento del vivere, non da uomo astratto, sognatore, ma da credente e pensante. Egli giunge alla fede dopo un lungo travaglio. Non un’astrazione filosofica lo ha cambiato, non un ragionamento o un sillogismo. Ha creduto  nella “carne” del Figlio dell’Eterno Amore che, nel Suo infinito, potendo dirSi totalmente, si è detto nel Logos, in quel suo Verbo donato e perciò stesso uguale al Donatore, dunque “della stessa sostanza del Padre”, come noi crediamo.

“Perché avete paura ?”

Agostino nella sua predicazione non si stancherà di ripetere le parole di Gesù; ma a partire da un fatto: “Questa è la fede dei cristiani, la resurrezione di Cristo” (Ps 120,6). E il suo convincimento lo spiega appassionatamente in tanti modi:“Perdidit enim Christum fructum passionis, si non est veritas risurrectionis / Se Cristo non è veramente risorto, non ha alcuna efficacia la sua passione, la sua croce”. In un’omelia del mercoledì della settimana dopo Pasqua, nel suo argomentare sul brano del vangelo di Luca 24, 44-49, il vescovo ci fornisce la chiave interpretativa per capire san Giovanni di Dio. In aperta polemica con gli gnostici, dopo aver detto che anche i discepoli non riconobbero che Gesù era proprio Lui ma credettero che fosse spirito, al suo uditorio spiega: “Dominum audi; / Ascolta invece cosa dice il Signore: / Quid turbati estis et quare cogitationes ascendunt in cor vestrum?” / Perchè avete paura, e perché sorgono questi pensieri dal vostro cuore?”.

Croce - cuoreNel suo discorso che qui ho dovuto frammentare, Agostino evidenzia che la fede non nasce da noi, la fede non sorge come un pensiero che proviene dalla mente. “…In cor vestrum descendit fides/..Nel vostro cuore è discesa la fede”. Come dire che il cuore, l’uomo interiore, è essenziale alla fede, ma la fede non è prodotta dal cuore. La fede è accolta dal cuore, è riconosciuta dal cuore, ma non proviene dal cuore umano. Altrimenti sarebbe un’illusione, non fede.

La fede discende dal cuore “quia desuper est / perché [la fede] viene dall’alto”. Ma il Pastore non si tira indietro e risponde alla domanda su come la fede discenda dall’alto nel cuore: “Videte manus meas et pedes meos”. / “Guardate le mie mani a i miei piedi”.

san-giovanni-di-dio-e-il-crocifisso-ovaleIn quel videte c’è un incontro dal quale nasce la fede. E poiché capisce le resistenze umane, aggiunge: “Si parum est videre, / E se vi sembra poco vedere, / palpate; / toccate; / non credite oculis, credite manibus / Non credete agli occhi? Credete alle mani”. Più concreto di così, si muore. Più reale di così, più capace di valorizzare i sensi di così, non saprei!

Ma Agostino si fa ancora più incalzante ed aggiunge: non solo si è fatto vedere, non solo si è lasciato toccare, ma ha mangiato con loro: “[…] Manducavit, et ipse erat. / […] Mangiò ed era proprio Lui”. “Ipse erat / Era lui stesso”:  nel suo corpo trasfigurato dalla potenza della resurrezione, senza la debolezza di prima; “Ipse qui visus est et suspensus / Lo stesso che fu visto sospeso alla croce”.

Il santo Vescovo non intende eludere la seconda domanda che legge negli occhi degli uditori e la introduce lui stesso. Loro hanno visto, loro hanno toccato, loro hanno mangiato con il Signore dopo la risurrezione. E noi che non abbiamo visto il Signore risorto? Noi che non abbiamo avuto la fortuna di toccare le sue piaghe gloriose come Tommaso? Noi che non abbiamo mangiato e bevuto con lui, come attesta san Pietro? Così, già nel primo accenno di risposta, ancora una volta non esclude il vedere: “[…] Audi et vide / […] Ascolta e guarda”. E’ il corrispettivo di “Fides ex auditu” di cui scrive Paolo in Rom 10, 17. Per noi la fede nasce dall’ascoltare. Per Paolo l’ascoltare non è disgiunto dal guardare: la fede nasce da un incontro con chi già vive della grazia della fede e ne ascolta la sua testimonianza: “ex auditu”.

L’infuocato Agostino attinge a tutte le sue risorse di mente e di cuore per farsi capire: “Audi predica, vide completa / Ascolta ciò che è stato promesso, guarda quello che è già attuato / […] caput Ecclesiae erat, quod se vivum, verum, integrum, certum persuadebat / […] era il capo della Chiesa colui che persuadeva i suoi di essere vivo, reale, integro, certo / et ad finem credentium perducebat / e così [facendosi vedere e toccare] li conduceva alla fede di coloro che credono”. Ed amorevolmente aggiunge: tu che non hai visto il Signore risorto, tu che non hai toccato il Signore risorto, tu “[…] audi verba, cerne facta / […] ascolta le parole [ascolta la Tradizione della Chiesa che ti dice che è risorto], guarda con intelligenza i fatti. Guarda quello che Lui risorto opera nel presente. Il guardare con intelligenza è essenziale alla fede. Quella del cristiano non è una fede cieca. E’ pienamente ragionevole e pienamente libera. Ascolta la sua promessa, guarda il suo compiersi: “veritas plena, fides certa / la promessa è stata verificata completamente, la fede è certa”.

Poi Agostino finisce per domandarsi che cosa distingua coloro che credono da coloro che non credono e così risponde anche alle inquietudini delle donne e degli uomini del nostro tempo: “[…] Gratia Domini fecit separationem / […] La grazia del Signore ha fatto la distinzione”. La cosa che ti distingue è l’aver ricevuto, senza alcun merito, un dono gratuito che l’altro non ha ricevuto: la grazia del Signore.

Il discorso non finisce qui. Mi limito a dire che dimenticare Agostino è come perdere una staffa: si fatica a pedalare, si procede in affanno e da ultimo si crolla esausti.

Si può essere faro sulla città solo se ri-generati dalla Parola. Sul portone d’ingresso di ogni istituto vedrei bene questa puntualizzazione: “Qui i votati all’Ospitalità sono donne e uomini che si lasciano soccorrere e curare dalle Scritture nelle quali Dio si fa prossimo.” Sarebbe come esibire la carta d’identità a chi vi accede. Un gesto rassicurante: ci permettiamo di curare, assistere, ospitare,  perché per primi accettiamo  di essere curati, assistiti, ospitati da Colui che il vescovo Ambrogio considera il Medico per eccellenza: “Cristo è tutto per noi: se vuoi curare una ferita, egli è medico; se sei riarso dalla febbre, è fontana; se sei oppresso dall’iniquità, è giustizia; se hai bisogno di aiuto, è forza; se temi la morte, è vita; se desideri il cielo, è via; se fuggi le tenebre, è luce; se cerchi cibo, è alimento”.

Il Convento-Ospedale evoca il concetto che lì, in quella struttura socio-sanitaria c’è un “angolo monastico”, dove il primato è dichiaratamente di Dio e vi si respira la divina umanità di Cristo che si svela proprio nella fase critica di un disagio fisico o psichico. Presenza che si può avvertire per il Suo “darsi” proprio in  appuntamenti inconsueti: la malattia, la morte: ”Dopo aver amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine” (Gv 13,1). Un contesto in cui si avverte il tempo di Dio, l’ora che si manifesta, metabánein, il passago dalla morte alla vita, lo Spirito che si s-vela, cioè l’amore che ri-genera, fa ri-nascere, ri-vivere.

Messa - Ecco l'Agnello di DioCosì concepito, il Convento-Ospedale è un faro che lampeggia per richiamare la Comunità territoriale all’esperienza della Presenza di Dio nelle situazioni in fibrillazione. E la comunità terapeutica, con i supporti tecnico-scientifici, ha il ruolo di farla percepire ogni volta che accosta i disagi o ne è interpellata. Non ci si bada. Ma quel “sed tantum dic verbo et sanabitur anima mea”, forse consunto dalla ripetitività quotidiana, è momento terapeutico per eccellenza. E quel “dic verbo” ablativo e non “verbum”, accusativo, non è a caso. E’ usato in funzione di complemento di mezzo e potrebbe tradursi con “fa con una parola“.

E’ la sottolineatura che anche la semplice parola di Gesù diventa veicolo potente della Grazia-ri-generatrice-divinizzante. Tale percezione in Mt 8,16, viene ribadita: “et eiciebat spiritus verbo“, “ed egli scacciò gli spiriti con la parola“. L’evangelista, che avrebbe potuto anche non precisare, sottolinea l’azione: Gesù libera non “a parole”, “parlando”, ma con la forza che è nella Parola, ossia in Lui che è Verbo incarnato, la sola capace di raggiungere le ferite profonde del mistero uomo.

Sappiamo tutti che il cammino verso la vita piena è difficoltoso e l’attitudine paziente verso le avversità spesso scarseggia anche nei più audaci e nei potenti. Peggio ancora se veniamo crocifissi da un male.  Il Convento-Ospedale lo vedrei non  soltanto come sede di cura, ma anche pedagogico luogo di prevenzione; o rifugio per quando c’è la paura di ciò che sta accadendo. Perché tra quelle mura la Parola dell’Apocalisse è  o dovrebbe essere di casa e per nulla terrorizzante ma consolatoria:

  • “...sulla terra angoscia di popoli in ansia…”

  • … risollevatevi e alzate il capo…”

  • …State attenti a voi stessi, che i vostri cuori non si appesantiscano in dissipazioni, ubriachezze e affanni della vita…

  • … che quel giorno non vi piombi addosso all’improvviso…”

  • … Vegliate in ogni momento pregando, perché abbiate la forza di sfuggire a tutto ciò che sta per accadere…)

  • Allora vedranno il Figlio dell’uomo venire su una nube con grande potenza e gloria.

Come non vedere la mano dello Spirito di Gesù, Presenza energica, che la porge  proprio “nell’angoscia di popoli in ansia” (Lc 21,25-28.34-36).

Allora il Convento-Ospedale, più che di un luogo, dovrebbe suscitare l’idea di una comunità educante perché condividente. Una realtà che non è solo di professionisti della salute ma anche di contemplativi, persone che partecipano al dolore della città sofferente, che si fanno dichiaratamente carico dei destini degli uomini, cui sta a cuore la guarigione integrale: “risollèvati e alza il capo”.

Pedagoghi del valore di “un’attesa vigilante” di cui le Scritture sono pervase. Straordinariamente valido il consiglio sul silenzio interiore che Don Giuseppe Dossetti ha dettato nella Piccola Regola ai suoi monaci più di mezzo secolo fa ma che fa bene anche ai laici: un “progressivo venir meno di ogni fantasia, di ogni programma, di ogni apprensione per il futuro, di ogni pensiero non richiesto dal dovere immediato”.

E’ l’entrare in tensione spirituale per fare spazio al sogno di Dio. La gente deve sapere che in quel silenzio vigilano le sentinelle del mattino che “pre-vedono” l’alba e la fanno presagire a  coloro che sono nel pieno della notte popolata di fantasmi. Penso a Giovanni di Dio che sul letto di morte, lui, la vigile sentinella di Granada che ha sempre dato, ha potuto ritrovare la serenità solo dopo aver messo il suo grande cruccio, il libro dei debiti, nelle mani del Vescovo che se li è accollati. Mirabile scambio di dolore e consolazione. Proprio nell’ora del Viatico.

Nel Sermone 229/J,2-5  dice sostanzialmente questo: Cristo persuadeva i suoi di essere vivo e così li conduceva alla fede.

bibbia-prontuario farmaceutico2Un faro sulla città solo se ri-generati dalla Parola

Se è vero che i FBF sono nati come un avamposto nella Chiesa, devono farsi promotori di un lavoro preventivo di rieducazione di massa che dovrebbe vedere alleati in un progetto comune il Convento-Ospedale, solidale ed ospitale per vocazione, con le Parrocchie,  i tanti Istituti Religiosi, i Movimenti, senza esclusione degli Operatori in ospedali pubblici. Lo vedrei anche come la seconda casa del Vescovo, sistematicamente presente per ammaestrare e consolare. Si sente fortemente il bisogno di “avventurieri illuminati”, avamposti con il DNA del Fondatore Giovanni di Dio, per nuove frontiere.

Farneticazione? Forse. Epperò “vi è un’intelligenza del cuore che sa leggere le parole che la mente non capisce” (Primo Mazzolari, 4 nov.1935).          

Segue…

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