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Il rapporto tra la persona e la comunità

mercoledì, 07 marzo 2007

Il rapporto tra la persona e la comunità

joseph.gifPresentazione della tesi di teologia: alla Facoltà teologica dell’Italia centrale
Il rapporto tra la persona e la comunità nella visione cristiana di Edith Stein
“Cos’è l’uomo?” Questa domanda fondamentaledell’antropologia di tutti i tempi guida anche Edith Stein nei suoi numerosi studi negli ambiti della fenomenologia, della pedagogia, dell’antropologia cristiana e della spiritualità. Edith Stein (1891-1942), ebrea tedesca, convertitasi alla fede cattolica, poi entrata nel Monastero delle Carmelitane Scalze di Colonia, ha dato la sua vita in offerta d’amore, olocausto, per la riconciliazione e la salvezza del popolo ebreo e del popolo tedesco, nonché per la pace in tutto il mondo. Già la sua vita e il suo martirio, nel lager di sterminio ad Auschwitz, è una eloquentissima risposta alla domanda antropologica: l’uomo è un cercatore di Dio, è un pellegrino, che parte dal mondo con tutti i suoi limiti e le sue oscurità, per giungere a quella vita, che non ha più né limiti, né oscurità. E lo è come persona e come comunità.
Leggendo e scoprendo in Cristo la verità essenziale sull’uomo, Edith Stein sviluppa una visione cristiana sull’uomo, rilevando il senso ultimo dell’esistenza umana e la via per realizzare questo senso. Joseph Heimpel è nato nel 1961 in Germania. Laureatosi in filosofia e teologia, entra nel 1996 tra i Carmelitani scalzi della Provincia toscana, nel convento di San Matteo in Arcetri, Firenze. Emette i voti solenni nel 2001, e l’anno seguente è ordinato sacerdote. Consegue la laurea in antropologia teologica Nella Facoltà teologica dell’Italia centrale, a Firenze, egli consegue una ulteriore laurea in antropologia teologica.
INDICE: Introduzione; Presentazione; !. Concezione fenomenologia della persona e della comunità secondo Edith Stein; 2. Persona e comunità nella filosofia cristiana di Edith Stein; 3. La vocazione e l’educazione nella visione di Edith Stein; 4. La Chiesa come spazio personale e comunitario; 5. Valutazione sul contributo di Edith Stein; Cronologia; Bibliografia Collana Tesi di aprrofondimento Dimensioni 13×19 cm Rilegatura Brossura ISBN 88-7229-280-8 Pagine 552 Prezzo € 9,50 Uscita Dicembre 2005
1. Scelta del tema
Il titolo di questa tesi è “Il Rapporto tra la persona e la comunità nella visione cristiana di Edith Stein”. Questo tema unisce l’interesse alla figura di Edith Stein con quello riguardo il problema antropologico della vita sociale di oggi. Con la proclamazione di S. Teresa Benedetta della Croce, Edith Stein, “Compatrona d’Europa”, il Magistero ecclesiale dà ai suoi scritti un valore molto grande nella situazione culturale e sociale attuale. Nel seguente lavoro si cerca, quindi, oltre all’approfondimento sistematico dell’antropologia della Stein, di dimostrare questa attualità del suo pensiero sullo sviluppo dell’uomo dentro il contesto culturale, sociale e spirituale di oggi.
Il tema del rapporto tra la persona e la comunità è presente nelle ricerche di Edith Stein fin dal primo suo studio, la sua tesi sull’empatia (1916), ma sotto diversi punti di vista, a seconda degli argomenti su cui ella scrive. La differenza dei generi di scritti della Stein, trova espressione nella distinzione dei capitoli dello studio presente. Si mette in rilievo il filo del pensiero della Stein riguardo all’essenza della persona e della comunità, che attraversa le sue opere, accennando gli autori tradizionali e moderni con i quali ella si confronta – sia per accoglierne la visione oppure per confutarla. Dall’analisi dei suoi scritti emerge così una visione cristiana della persona e comunità.
2. Edith Stein come figura esemplare della cultura e società moderna
La cultura e società della Germania del secolo XX è segnata per una svolta di grandissima portata. Edith Stein è una figura allo stesso tempo indicativa e profetica per questa svolta:
  • È indicativa, in quanto nella sua vita (perdita della fede paterna, disorientamento riguardo ai costumi sociali e valori tradizionali, dramma della morte di persone care) e nella sua ricerca intellettuale, ella sperimenta i limiti dell’uomo: nonostante tutto l’impegno l’uomo da sé non arriva né a comprendere né a realizzare il senso autentico della sua esistenza.
  • È profetica, in quanto Edith scopre che la ricerca della verità, o del senso dell’esistenza induce e si conclude nella ricerca di Dio. Lo sviluppo della persona e della comunità avviene nel cammino del credente verso Dio quale cammino di fede. La vita e gli scritti di Edith sono un invito all’uomo di oggi di entrare in rapporto con Dio. La morte violenta, accettata già in precedenza come un offerta a Dio per il suo popolo, conferma il suo messaggio profetico.
    L’esistenza e gli scritti di Edith Stein si illuminano a vicenda riguardo a questi significati. Lo studio presente mette in luce la corrispondenza e interdipendenza tra il cammino esistenziale e il concetto intellettuale della Stein sull’uomo, premettendo alcune note biografiche, all’inizio di ogni capitolo principale. Dalla considerazione delle vicende biografiche risulta l’attualità delle sue proposte nel tempo della stesura. Ma la sua intenzione è sempre quella di giungere alla verità oggettiva sull’uomo, che non è soggetto alle opinioni personali o ai mutamenti culturali.
    3. Edith Stein come filosofa
    Gli studi antropologici e pedagogici di Edith Stein, su cui si è concentrato questa ricerca, dimostrano, dal punto di vista intellettuale, un cammino peculiare, che inizia dal pensiero moderno (psicologia, fenomenologia) e va quasi indietro verso il pensiero tomistico e patristico. Ella, però, non abbandona mai i concetti validi della filosofia moderna, bensì delinea una visione filosofica, che coinvolge tutte le conquiste della filosofia e delle scienze, ovvero una philosophia perennis. Edith Stein usa un linguaggio libero da ogni artificio e ricercatezza, ma contraddistinto per un senso di umiltà e di schiettezza, che aiuta molto alla comprensione anche di argomenti complessi della antropologia – stile molto diverso rispetto a molti contemporanei, ad es. Scheler o Heidegger. Alla cognizione aiuta anche il fatto che ella combina la penetrazione teoretica con l’applicazione pratica delle sue indagini sull’essere personale e comunitario.
    Il ruolo della fede cattolica è assolutamente determinante nel pensiero filosofico di Edith Stein cristiana. Dopo il suo battesimo, ella sviluppa una concezione antropologica cristiana, a modello di S. Tommaso d’Aquino, in cui le fonti filosofiche e teologiche si spiegano e arricchiscono a vicenda. Si sente in questo in sintonia con la visione di filosofia cristiana di J. Maritain. L’esperienza di Dio (conoscenza e amore di Dio) per l’atto di fede è, quindi un termine centrale nella antropologia cristiana della Stein. Solo a partire dell’esperienza di Dio nella fede, l’uomo comprende se stesso; vale a dire, egli coglie la verità del suo essere in quanto fondata sull’Essere eterno e apprende in maniera sempre più chiara le condizioni per portare a compimento il suo essere in fieri.
    Il suo pensiero antropologico cristiano, infine, indica non solo le fonti teologiche della Rivelazione e della dottrina dogmatica, ma anche la fonte “immediata” della Scienza divina: l’intelligenza soprannaturale attraverso la contemplazione dei misteri della fede. Nella preghiera Edith approfondisce la sua conoscenza del Dio, fattosi uomo in Gesù Cristo. È una conoscenza che spinge all’amore di Dio e del prossimo. Le esposizioni antropologiche e pedagogiche spirano questa conoscenza. In S. Tommaso, Edith Stein ha trovato il modello di un pensatore, la cui ricerca intellettuale della verità è nutrita dalla preghiera e diventa un “Ufficio divino”, cioè un modo di lodare Dio (Lettera del 12 – 2 – ‘28). La figura e gli scritti di Edith Stein confermano l’esperienza dei santi: per comprendere il mistero dell’uomo, occorre fare l’esperienza di Cristo nella vita di fede. I santi esprimono con mirabile ricchezza e varietà questa esperienza.
    Non si può sottovalutare il fatto del pensiero femminile della filosofia steiniana. Ella corregge innanzitutto le visioni unilaterali tipiche dei filosofi moderni, nella stragrande maggioranza ancora frutto del pensiero maschile, come il razionalismo, il biologismo o lo psicologismo, ecc. Il pensiero femminile di Edith Stein dimostra una particolare intuizione per l’esperienza dell’essere umano o, più generalmente, “per tutto ciò che vive” – come ella stessa definisce il carattere specifico dell’essere femminile. L’analisi del suo pensiero dimostra, che anche nella sfera mentale e intellettuale della persona si verifica il significato della distinzione sessuale. Anima forma corporis: la persona si sperimenta, ragiona, percepisce, entra in rapporto con altri, come uomo o come donna. Ma – e questa è forse una delle più grandi intuizioni di Edith – la specificità sessuale non costituisce un motivo di contrapposizione tra esperienza, o pensiero, o sentimento maschile e quello femminile. Questo è l’errore tipico del femminismo laico, le cui sostenitrici si sentono di dover lottare contro il maschilismo (realtà, tuttora molto attuale), sul piano puramente umanistico – immanente. Il “femminismo” della Stein, al contrario, è fondato sulla natura femminile, creata ed elevata da Dio, di cui rappresenta l’immagine “femminile”. Ella rileva la complementarietà dell’essere maschile e femminile: solo insieme possono esprimere l’umanità nella sua integrità, e promuovere la dignità della persona, pari tra uomo e donna. Le profondissime intuizioni sui vissuti umani sono certamente dovute anche alla sensibilità femminile di Edith. Ciò non impedisce che ella accetti i concetti antropologici o ontologici astratti (Husserl, Tommaso), attinenti all’intelligenza tipicamente maschile. Cerchiamo adesso di accennare brevemente il percorso tematico del nostro studio.
    4. C. 1: La concezione fenomenologica della Persona e della comunità.
    Il primo capitolo della tesi esamina il pensiero fenomenologico, che la Stein sviluppa nei suoi primi studi (1916- ’20). È il periodo, quindi, in cui la giovane Edith, estraniata dalla fede ebraica, è alla ricerca della verità dell’uomo, supponendo che il nuovo metodo filosofico di E. Husserl, la “riduzione fenomenologica”, la possa aiutare per giungere a questa meta. Al contempo ella vive un forte idealismo etico, sperimentando, però, sempre più l’insufficienza delle forze intellettuali e morali puramente umane, che non permettono all’uomo di raggiungere quella verità o quel senso, a cui anela. Le sue ricerche fenomenologiche riflettono e sintetizzano le vedute di altri fenomenologi, ma analizzando attentamente i vissuti della psiche umana, Edith approfondisce la concezione fenomenologica dell’empatia che costituisce il rapporto tra l’io e l’altro (comunità). Il concetto dell’Einfühlung (Husserl), significa l’apertura della persona verso il mondo vivente. Attraverso l’empatia la persona può concepire in un certo senso i sentimenti corporali, vissuti psichici (sentimenti interiori, come stanchezza, freschezza), stati d’animo (gioia, tristezza) o i valori morali “non- originari”, vale a dire appartenenti ad un altro soggetto. In altre parole, l’empatia permette di entrare in rapporto con l’altro. La nostra condizione non permette la piena condivisione dei vissuti ed è possibile anche un inganno, per debolezza naturale o mancanza intenzionale.
    Attorno all’atto dell’empatia, Edith Stein concepisce la vita personale. L’Autrice accetta il concetto husserliano del soggetto umano come un flusso di vissuti, che si realizza nella dimensione temporale e spaziale in un (astratto) io-puro. La vita della persona si svolge su diversi piani esistenziali (sentimenti corporali, vita psichica, vita razionale, animo). Si delinea così fin dai suoi primi studi la concezione della profondità interiore dell’anima (ovviamente non geometrica – spaziale), la quale sfocia nel impegno della persona, di vivere nel suo piano più interno e di opporsi alle forze che le tirano verso l’esterno del suo essere. Lo “spazio interno” della persona è, fenomenologicamente, la sua coscienza. La persona “prende coscienza di sé” come soggetto in cui si realizzano i propri vissuti. I vissuti (sentimenti, pensieri, stati d’animo ecc.) influiscono quindi nella persona in modo decisivo, ma non la determinano totalmente (contro D. Hume). Il concetto della profondità della coscienza indica, infatti un fondamento più profondo dei vissuti causali e causanti della psiche umana. Uno specifico della persona è la sua libertà, ovvero, la sua capacità di determinare (liberamente, in certi limiti), la sua esperienza e il suo agire. La libertà è legata alla coscienza, ovvero la comprensione razionale delle finalità per la decisione. Finalmente la libertà significa la capacità morale della persona: essa può comprendere i valori morali (coscienza etica), ponendoli con un libero proposito come fini determinanti per il suo agire personale.
    Edith Stein esamina con grande acutezza la struttura dell’atto libero, argomento molto interessante per il nostro studio, perché entra direttamente nel rapporto fra persona e comunità. Anzitutto per l’agire libero l’uomo attua la sua personalità, cioè le sue potenze e le qualità caratteriali, che sono presenti in lui come predisposizioni, in modo germinale. La libertà è data all’uomo della condizione presente come potenziale, che si attua nel consenso dell’atto libero con la verità. L’esercizio della libertà umana consiste nella scelta dei valori che la persona vuole realizzare nel suo vissuto e nel suo libero agire. A questo proposito la Stein attinge dalla filosofia dei valori di M. Scheler, il quale distingue diversi generi di valori, personali e comunitari, materiali e morali o spirituali, ecc. Come lo Scheler, Edith dimostra che la persona realizza (eticamente) se stessa attraverso la scelta dei valori più alti. Da essi hanno origine anche i rapporti interpersonali ovvero comunitari. I valori sociali più alti sono: la carità, la bontà, la pazienza, ecc., ossia i valori cristiani.
    In termini ontologici, Edith Stein comprende la persona, l’“io”, come origine (soggetto) di forza vivente (Lebenskraft), che si dispiega nella vita corporale e psichica. La persona porta in sé un principio vitale, che scaturisce nel più profondo della persona, ma la persona non lo comprende, se non in situazioni estremi. Durante gli anni che precedono la sua conversione, la Stein sperimenta questa misteriosa forza divina come sprazzi di luce e calore, che irrompono nel suo intimo, quando, nonostante tutto l’impegno, non riesce a trovare il senso dell’uomo. Dopo la sua conversione, il legame soprannaturale dell’uomo con Dio è decisivo per la sua concezione antropologica.
    5. C. 2: Concezione di antropologia cristiana in Edith Stein
    Nei primi trenta anni di vita la Stein batte, dunque, la via della ricerca razionale congiunta all’idealismo etico, per giungere alla verità della vita, ma senza trovare risposte soddisfacenti per i drammi dell’esistenza umana. Perciò ella cade in un grande sconforto. Dal battesimo in poi (1 – 1 – ’22), ella trova in Cristo il senso dell’uomo. Il suo stato d’animo cambia: ella si considera felice di essere figlia della Chiesa e sposa di Cristo (la sua vocazione carmelitana). È una felicità, carica di instancabile attività e di sofferenza, proprio per la sua forte coscienza comunitaria. La conversione alla fede orienta la vita e il pensiero di Edith Stein verso Cristo. Meditando sulla Parola di Dio, studiando i testi del Magistero ecclesiale e inoltre S. Tommaso e altri dottori della Chiesa e confrontandoli con la filosofia moderna, Edith delinea la sua visione antropologica cristiana. Ella descrive così l’esistenza terrena dell’uomo come un cammino dal “Regno della natura” (esistenza temporale) al “Regno dello Spirito, o della grazia” (vita eterna alla quale il credente partecipa nella fede). Il “Regno” indica l’essenza personale e comunitaria dell’uomo.
    La fonte dottrinale primaria dell’antropologia cristiana è la Rivelazione. Riguardo alla natura umana, l’antropologia fa riferimento in particolare ai due racconti della creazione (Gen 1; 2). La creazione dell’uomo e della donna a immagine e somiglianza di Dio o, nella lettura cristiana, a immagine e somiglianza di Cristo, significa la perfezione dell’essere personale (la persona umana, composta da spirito, anima e corpo). Significa anche che originalmente tutte le potenze del corpo e dell’anima umana si sarebbero sviluppate pienamente e in perfetta armonia (natura umana integra). Così anche le relazioni tra le persone, e tra l’uomo e la creazione sarebbero state pienamente attuate. Ciò è inteso con il termine della natura integra: gli uomini avrebbero mantenuti il rapporto filiale con Dio, da cui proviene la vita e ogni bene; essi, infine, avrebbero partecipato alla vita eterna (per grazia, non per natura, solo Dio stesso è infinito, cioè eterno “per natura”).
    Il peccato originale ha cambiato radicalmente la condizione esistenziale. La (libera) disobbedienza alla volontà di Dio causa la rottura del rapporto dell’uomo con Dio e diventa così la ragione dell’indebolimento e della ribellione della natura contro lo spirito. La mancanza delle potenze intellettuali e volitive, comporta la perdita del dominio razionale e morale, e conseguentemente la ribellione delle potenze inferiori (sensitività, istinti) contro la ragione, ovvero la concupiscenza e l’inclinazione al male). La natura decaduta riguarda anche la natura esteriore (la lotta delle creature in cui l’uomo è coinvolto). Il peccato (originale ed attuale) ha pertanto anche conseguenze specifiche nella comunità. Implica infatti il decadimento del rapporto di carità e la sua sostituzione con atteggiamenti di dominio dispotico, la tendenza al possesso e al godimento sfrenato dei beni temporali, compresi gli stessi rapporti umani, a dispetto della dignità dell’uomo. Infine, per il peccato l’uomo perde la grazia dell’immortalità; egli diventa mortale.
    La dottrina cattolica, che Edith Stein segue, dimostra che questo stato di decadimento dell’esistenza umana, diventa in effetti una natura, cioè, una forma interiore, che determina l’esistenza umana. Tutti gli uomini, dopo la caduta dei progenitori (ad eccezione di Gesù Cristo e di Maria), nascono in questo stato naturale. In esso rimane intatta la finalità, accennata in Gen 1 e 2, di rappresentare l’immagine di Dio, nel rapporto di vero amore fra l’uomo e la donna, nella costituzione di un corpo sociale, unito per la carità, in piena armonia tra le membra e mediante il dominio razionale della creazione inferiore. Ma questa finalità, o, come Edith Stein preferisce chiamarla, questa vocazione naturale è irraggiungibile nella condizione in cui l’uomo nasce. Soltanto quando partecipa al dono della salvezza, per l’adesione a Cristo, egli può riacquisire la condizione della natura umana integra, vale a dire, può rientrare nel rapporto filiale con Dio. Edith Stein espone così la sua concezione dell’“uomo nuovo”. È l’uomo (e la donna) che nel rapporto con Cristo mediante la fede e i sacramenti della Chiesa, realizza la vocazione originale, e vive così pienamente come membro della comunità (famiglia, società, stato, Chiesa). Cristo è l’A e l’O, l’archè il telos dell’uomo. Questo assioma teologico dell’antropologia cristiana è sviluppato da Edith Stein nel suo grande studio sull’Ontologia, Essere finito e Essere eterno, a proposito della nozione di Cristo – Logos. Il principio cristologico della persona e della comunità e la struttura dell’atto di fede, che costituisce la relazione personale con Cristo (di amore e conoscenza) sono argomenti molto importanti della nostra tesi.
    Il fondamento della teologia cattolica, appena accennato, sta alla base delle riflessioni antropologiche e pedagogiche di Edith Stein cristiana. Ella lo espone nei suoi studi e ne dimostra le conseguenze per l’esperienza personale e comunitaria e soprattutto le esigenze per l’educazione. Edith dimostra una singolare penetrazione del reciproco coinvolgimento tra natura, libertà e grazia. Ella adotta questa triade dalla teologia di S. Agostino (con cui si sente in una particolare sintonia) e approfondisce l’analisi agostiniana, fatta soprattutto nei libri De libero arbitrio e De Gratia et libero arbitrio, spiegando, come nell’esistenza dell’uomo la grazia previene, accompagna e perfeziona la natura umana a misura della libera collaborazione del credente, per l’atto di fede. La libertà della persona è in stretta relazione con la fede, e solo vivendo nella fede in unione con Dio, l’uomo scopre il vero senso della sua libertà. Questa infatti non è autonomia, in senso di indipendenza della persona da ogni limite del suo libero arbitrio, ma, antropologicamente parlando, la libertà è “ridotta a un punto”. È il punto angolare, in cui l’uomo può orientare il suo agire e il suo essere verso un fine: egli può orientarsi verso Dio (agire secondo verità oggettiva – valori morali, verità di fede), acquistando con l’esercizio continuo, un habitus di fede, che consiste nelle virtù morali, giustizia, temperanza, fortezza, prudenza, bontà, ecc.; oppure può “girarsi verso il male” – (agire per un proprio interesse, in contrasto con la verità morale). Con la ripetizione dell’uso cattivo della libertà (S. Agostino) l’uomo distrugge il fondamento stesso della libertà, la coscienza della verità oggettiva, ed egli diventa schiavo del male o del peccato. Nella libera decisione dell’uomo, di accettare o rifiutare il dono della salvezza, di scegliere cioè, fra la vita o la morte eterna, appare tutta la spaventosa grandezza della sua libertà.
    Ogni atto personale e specialmente l’atto di fede si ricollega a questo punto cardinale della libertà. Fin qui giunge la riflessione filosofica. Alla questione poi, come Dio può attuare la salvezza, che richiede l’accoglienza di fede, nonostante che una gran parte degli uomini non accoglie Dio, non si può rispondere filosoficamente, ma solo contemplando il mistero dell’infinita misericordia divina, cioè, dell’amore di Dio, che si china verso il peccatore. Con la dottrina cattolica, Edith Stein respinge pertanto il concetto agostiniano della predestinazione alla salvezza o alla condanna eterna.
    Edith definisce l’uomo in un rapporto di analogia con Dio. Il termine della analogia è illuminante per l’analisi sul essere umano personale e comunitario. Ella vi imbatte per la sollecitazione di E. Przywara, ma diversamente da lui, che lo intende come concetto storico gnoseologico, l’analogia in Edith Stein tende all’Essere eterno (ESW II, pp. XIVs.). In risposta a Heidegger, che postula la paura dell’annientamento dell’uomo gettato nell’esserci, quale sentimento fondamentale dell’esserci nel tempo (l’uomo), la Stein dichiara nel suo libro Essere finito e Essere eterno perché la sicurezza dell’esserci è ragionevole. Intraprende, quasi all’inverso del cammino di S. Tommaso, la riflessione sul senso dell’essere, partendo quindi non con la questione “De Deo, An Deus sit” (S.th. I, q. 2), ma dalla posizione cartesiana- husserliana della sicurezza dell’essere dell’uomo. Questa sicurezza del proprio essere rimane, nonostante la fugacità dell’esistenza terrena. Essa ha la sua ragione nel fondamento eterno, che sostiene continuamente l’essere umano creato. “Nel mio essere, io scopro un altro Essere che non è mio, ma che è il sostegno e fondamento del mio essere” (Essere, p. 96). Edith Stein dichiara una triplice distinzione nella sicurezza dell’esserci:
  • Sicurezza ingenua, non riflettuta: nei bambini, ma anche nella vita quotidiana degli adulti;
  • Sicurezza temeraria: ignorare o trascurare il fine eterno, caso di adulti, che pretendono di potersi assicurare una sicurezza nell’esistenza terrena; la pretesa viene sempre delusa.
  • Sicurezza fondata soprannaturalmente: per la fede, il credente si affida nelle mani di Dio.
    Il concetto ontologico dell’analogia viene impiegato da S. Agostino anche per esporre la psicologia. Edith Stein accoglie il concetto dell’analogia trinitatis, che parte con l’amore, la prima e fondamentale triade: Deus charitas est (1Io 4,8). La nozione dell’amore comprende in sé l’essere personale e comunitario: come in Dio, l’Unità e la Trinità coincidono, perché Dio è amore, così analogo, la persona e la comunità umana si costituiscono reciprocamente nella misura in cui i singoli in essa vivono in relazioni di (autentico) amore. L’analogia trinitatis comprende tutta l’umanità, in cui i singoli sono uniti, uno con l’altro, per il legame di amore. L’unità dell’umanità sarà pienamente attuata soltanto nella beatitudine eterna. Ma nella vita terrena l’uomo deve avvicinarsi a questo ideale attraverso la vita teologale. Essa si concretizza nella Chiesa, la quale si definisce proprio per questa unità dei credenti come membra sotto il capo, Cristo. La Chiesa è il Regno dei Cieli, che entra nella storia. Quando i cristiani praticano il comandamento dell’amore, essi ricevono l’amore da Cristo, Capo divino e lo trasmettono uno verso l’altro, superando così gli ostacoli della malizia, diffidenza, invidia ecc. e facendo crescere l’unità nella pace e nell’amore.
    L’ideale della vita umana, personale e comunitaria come analogia della Trinità, per il triplice atto: amore – conoscenza – servizio è certo molto lontano dalla realtà della vita sociale, eppure non è irrealizzabile. L’esempio dei santi dimostra che con l’aiuto della grazia, il cristiano diventa sempre più capace di donarsi totalmente, fino ad amare i propri nemici. I cristiani portano così l’amore divino nella società umana e creano la comunità autentica, cioè la comunione di amore.
    La realizzazione dell’esistenza personale e comunitaria richiede la penetrazione dell’esistenza umana dalla vita divina. A ciò mira, in ultima analisi, la formazione cristiana, argomento su cui la Stein riflette in maniera esplicita nelle conferenze sulla vocazione ed educazione, tema del terzo capitolo della nostra tesi.
    6. C. 3: Visione della vocazione e dell’educazione
    Se gli studi antropologici di Edith Stein impressionano per la profonda penetrazione delle basi metafisiche dell’essere umano e per la forza di sintetizzare i concetti della filosofia moderna, con quella scolastica e con le verità di fede in un’unica visione antropologica, i testi sulla vocazione e sull’educazione lo fanno per un altro verso ancora: per la capacità della Stein di applicare le concezioni di antropologia cristiana in proposte per l’educazione. Gli scritti pedagogici contengono l’approfondimento teorico della antropologia e pedagogia e l’esperienza pratica di Edith Stein come professoressa nel liceo di S. Maria Maddalena a Spira, dove insegna per quasi 10 anni. Negli anni ’28 – ’33, ella tiene conferenze su temi della vocazione dell’uomo e della donna, e di educazione, senza aver poi mai avuto il tempo di fare una sintesi del suo pensiero pedagogico. Per avere un filo sistematico, abbiamo seguito nella nostra tesi il duplice schema tradizionale della antropologia cristiana, quello degli stati di natura e della vocazione, che sta in fondo alla sua idea di pedagogia.
    L’educazione si svolge all’interno dei tre stati esistenziali già citati:
  • La natura integra, stato originale della prima coppia umana, prima della caduta nel peccato. Esso è realizzato in Gesù e Maria, che sono, quindi, i modelli universali per l’educazione.
  • La natura decaduta, ovvero, la “condizione sospesa” è quella con cui la pedagogia si deve confrontare; essa significa la debolezza, frammentarietà o indecisione della natura (vita fisica, psichica e razionale – spirituale). Per mettere in atto la vocazione occorre che la natura, sia trasformata dalla grazia.
  • La natura redenta, ovvero il cristiano autentico (Enciclica Divini Illius Magistri), è il fine al quale mira l’educazione cristiana proposta da Edith; essa significa la piena realizzazione della vocazione umana generale e individuale, attuata dalla grazia nella vita di fede.
    Il termine della vocazione, nel progetto pedagogico della Stein è molto significativo. Esso connota che ogni persona porta in sé, oltre alla vocazione generale (homo imago Dei) e specifica maschile o femminile, una precisa finalità personale, alla quale Dio l’ha destinata. Questa vocazione è iscritta nella persona come predisposizione fin dal suo concepimento. Essa si deve sviluppare nell’educazione. La “condizione di sospensione”, però, significa che la vocazione di una persona non è distinguibile con sicurezza, né dall’educatore né dallo stesso giovane in formazione, mediante le vie naturali o scientifiche (anche se l’osservazione di segni e comportamenti e gli strumenti delle scienze e della psicologia sono aiuti nell’educazione). “Il vero Formatore dell’uomo è Dio”, come afferma Edith Stein più volte nelle sue riflessioni. Per svolgere un’opera formativa autentica, che aiuti i giovani a realizzare la loro vocazione, l’attività educativa deve collaborare con la grazia; in altre parole, l’educazione personale deve svolgersi nel contesto della vita di fede.
    Analizzando gli scritti di Edith il nostro studio distingue tre ambiti principali dell’educazione:
  • La famiglia è la prima e fondamentale “comunità formativa” (Div. Illius Magistri); essa pone le basi della persona, perché determina il primo periodo della formazione. Nella famiglia il bambino impara dall’esempio dei genitori gli atteggiamenti personali (in particolare le virtù morali, e sociali) e sviluppa la capacità di entrare in relazione con gli altri. In essa i bambini vengono anche educati nella fede. L’educazione cristiana è il compito più importante dei genitori; essi danno una solida formazione personale ai loro figli nella misura in cui li educano verso il fine soprannaturale dell’uomo, l’essere “figli di Dio”. Per poter svolgere il loro compito è molto importante che i genitori vivano un profondo rapporto di amore sponsale, nutrito dal legame sacramentale con Dio. L’amore, che lo Spirito di Dio effonde nei loro cuori, quando vivono la fede in Cristo, diventa così forza formatrice. I genitori educano i figli, quando trasmettono a loro le virtù della vita comunitaria: la carità, la bontà, la verità nei comportamenti nel parlare e agire, ecc. La famiglia cristiana diventa quindi luogo di educazione personale e comunitaria, quando in essa viene vissuta la fede in Cristo. Pertanto Edith Stein propone caldamente ai genitori di curare nella famiglia la vita di preghiera e dei sacramenti (specie l’Eucaristia) come eventi di somma efficacia formativa.
  • La scuola svolge il compito della seconda “comunità formativa”, la società civile. Essa deve venire in aiuto della famiglia, supplendo negli ambiti, dove alla famiglia mancano i mezzi necessari per compiere l’educazione (educazione intellettuale, culturale, professionale). A motivo della mancanza della maggior parte delle famiglie, di dare una formazione personale adatta (la famiglia è infatti una comunità imperfetta, cioè, non autosufficiente), la scuola deve portare a termine anche l’educazione personale e sociale dei giovani. Edith Stein critica l’impostazione illuminista dei programmi scolastici del suo tempo nelle scuole in Germania (indirizzo che persiste fino ad oggi nella pedagogia istituzionale nella forma di un scientismo laicista). Questi programmi tendono a sopravalutare le materie scientifiche e linguistiche, minimizzando l’importanza delle materie di fede e morale e mancando così a trasmettere ai giovani i valori cristiani, fondamentali della vita personale e sociale. Edith vede, al contrario, l’istruzione religiosa al centro dell’insegnamento scolastico. Essa deve portare i giovani non soltanto alla conoscenza concettuale di Dio, ma alla prassi della fede, ovvero all’esperienza di Dio nella preghiera e nella vita secondo i valori spirituali e morali.
  • La Chiesa, terza comunità formativa ha il compito esplicito di educare i giovani per diventare cristiani adulti, persone, cioè, che vivono in un vivo rapporto con Dio. La Chiesa educa mediante i genitori e insegnanti cristiani e in modo specifico attraverso i religiosi e sacerdoti, impegnati nel campo della educazione. Essa si autodefinisce “comunità formativa soprannaturale”. Essa deve, dunque, dispensare i mezzi di grazia (liturgia, sacramenti) e definire i termini della formazione personale e sociale (dottrina di fede e di morale), ma soprattutto la Chiesa deve essere luogo di formazione personale e sociale, creando spazi per l’incontro con Dio, nella preghiera personale e comunitaria (Liturgia).
    I tre ambiti si intrecciano nella formazione, e devono completarsi reciprocamente. La formazione è determinata dalla vocazione naturale e soprannaturale dell’uomo come la Rivelazione ce la presenta. Prendendo spunto dallo schema biblico, in Gen 1+2, Edith Stein dichiara, così, dove necessita il maggiore impegno educativo:
  • La vocazione soprannaturale è compresa in Gen 1,26: “E Dio disse: facciamo l’uomo a nostra immagine e nostra somiglianza…”. L’Incarnazione di Dio in Gesù Cristo conferma questa realtà e la realizza per la grazia della salvezza. L’uomo è chiamato a partecipare alla vita eterna. Questa chiamata è la meta a cui mira l’esistenza terrena ed è pertanto il punto d’orientamento della pedagogia cristiana. La realizzazione di questa vocazione avviene nella vita della fede. Partecipando per mezzo della fede alla grazia di Cristo, la persona viene interiormente formata dalla grazia: egli diventa figlio di Dio, immagine di Cristo. Vivendo ed agendo secondo la fede, il credente porta il Regno dei Cieli in terra.
  • La vocazione naturale è congiunta a quella soprannaturale: “Dio li benedisse e disse loro: siate fecondi e moltiplicatevi, riempite la terra; soggiogatela e dominate sui pesci del mare…” (Gen 1,28).
    Dal pensiero della Stein si può desumere una triplice finalità naturale (unitamente da realizzare perché riguardano sempre tutta la persona):
    1. La vocazione individuale e la relazione uomo – donna; la vita familiare. Contro le visioni distorte del femminismo laico, la Stein sviluppa la sua visione della natura maschile e femminile, a partire della vocazione maschile e femminile secondo la Rivelazione. Lo stato attuale (condizione sospesa) della natura umana è segnata per la degenerazione delle potenze che costituiscono la vita della persona: le potenze inferiori (sentimenti, movimenti corporali, istinti ecc.) non si sottomettono più alle potenze superiori (ragione, volontà), e queste sono soggette all’errore. Questo stato di degenerazione della natura umana porta al ripiegamento su se stesso e a un rapporto di prepotenza e schiavitù tra i sessi che segna ovviamente la famiglia e la società, impedendo il raggiungimento del fine vocazionale a entrambi, uomo e donna. La lotta tra i sessi distrugge la libertà e dignità dell’essere maschile e femminile e deve essere affrontata mediante una educazione ispirata dalla fede in Cristo. Per l’esperienza di Cristo nella vita di fede sia l’educatore che il ragazzo o la ragazza comprendono il senso autentico, e dunque la bellezza e dignità della vocazione maschile o femminile. Lo Spirito di Cristo guida e forma interiormente il giovane, fortificandolo contro gli influssi deteriori, che contrastano la dignità della propria vocazione. La devozione mariana ha un valore particolarmente grande nell’educazione morale. Usando i “mezzi di grazia”, la preghiera personale e liturgica, la lettura della Parola di Dio e i sacramenti, genitori o educatori e figli accolgono la volontà di Dio ed entrano in un vivo rapporto di conoscenza e amore con Cristo, Maria e gli altri santi. Quando i giovani si affidano alla guida di Cristo, essi vengono formati da Lui, realizzando così la propria vocazione (la natura integra) riguardo la vita personale e comunitaria.
    2. La vita sociale si connette come finalità vocazionale a quella della vita della famiglia. Questa è infatti la prima scuola di vita comunitaria. Ma la famiglia ha bisogno delle istituzioni civili (scuola) per compiere l’educazione sociale dei figli. Il nodo dell’educazione per la vita sociale consiste nella formazione della coscienza riguardo ai valori morali ed estetici. Materia adatta per l’educazione della coscienza sono la letteratura, la storia, la cultura umanistica, l’antropologia e ancora l’istruzione religiosa. Occorre che genitori e educatori facciano il possibile, soprattutto con il proprio buon esempio, perché le virtù morali e sociali divengano abiti nelle personalità dei giovani. Anche riguardo alla educazione sociale emerge la visione antropologica soprannaturale della Stein. Molto interessante è la sua consapevolezza, che ciascuna persona ha un suo ruolo preciso all’interno del corpo civile ovvero dell’umanità. È una visione evidentemente legata a quella di S. Paolo, della comunità dei cristiani come membra al corpo di Cristo. Questa immagine è effettivamente lontana dalla realtà della vita sociale, segnata spesso dalla concorrenza e prepotenza di una persona contro l’altra, ma essa non perde per questo la sua attualità; rimane anzi valida come ideale di educazione sociale. Ideale, che è realizzabile ancora solo nella vita di fede. Da Cristo Capo scaturisce lo Spirito che unisce i credenti come membra, sia nella società civile che nella comunità cristiana, producendo per la collaborazione dei membri i frutti dello Spirito, che caratterizzano la comunità cristiana: amore, gioia, pace, ecc. (Gal 5,22s.).
    3.  L’educazione riguardo al rapporto con la creazione emerge in pochi accenni negli scritti pedagogici della Stein, che sono tuttavia importanti, anche a ragione dell’attualità della questione. Essi dimostrano ancora la visione ontologica nella linea di S. Tommaso e dello Pseudo- Dionigi, ovvero dell’uomo che è parte di un’unica creazione materiale e spirituale, e che sta nella “gerarchia ontologica” fra il mondo materiale e quello spirituale, unendo tutti e due nella sua persona. Nella Rivelazione, il rapporto dell’uomo con la creazione è compreso nel suo compito di dominare sulla creazione, nel senso di coltivarla e custodirla (Gen 1,28; 2,15). Questa vocazione è oscurata per il peccato originale: l’uomo dello stato decaduto tende a sfruttare la natura e a manipolarla senza riguardo al senso originale delle creature. Il ritorno al rapporto originale con la natura inizia con l’uomo stesso. Edith Stein accoglie la visione tomista della persona quale microcosmo, che rispecchia il macrocosmo. Quando l’essere dell’uomo è pacificato, ovvero, quando le potenze inferiori si sottomettono a quelle superiori (ragione, volontà), anche il rapporto dell’uomo con la natura esteriore è armonioso. Immagine per questo stato di natura interiore ordinata e pacificata è l’uomo delle Beatitudini (Mt 5,3-12): Gesù Cristo.
    Per superare le tendenze e gli impulsi della natura decaduta, che impediscono lo sviluppo della personalità autentica e delle relazioni comunitari, necessita l’elemento dell’ascesi nell’educazione. Bisogna che i giovani si abituano alla serietà nel lavoro e nello studio, e alla sobrietà nello stile di vita in genere; occorre l’educazione al distacco e alla rinuncia di bisogni che eccedono il necessario per la vita e l’acquisizione di una coscienza dei valori cristiani. Tutto questo fa parte di ogni educazione sociale, ma si realizza efficacemente solo nella vita di fede ovvero nel imitazione di Cristo. Partecipando per la fede alla vita di Cristo, la natura interiore (le potenze della persona) viene rigenerata, e l’uomo “pacificato” potrà riprendere il suo ruolo di dominatore delle creature inferiori della natura (esteriore); redento da Cristo il cristiano diventa collaboratore di Dio nella creazione, ovvero, come Edith dichiara, egli diventa corredentore nella creazione che, come dice S. Paolo, geme e soffre sperando di essere liberata dalla schiavitù della corruzione (Rm 8,21s.).
    7. C. 4: La Chiesa come spazio personale e comunitario
    Al capitolo sull’educazione sussegue uno sul pensiero ecclesiologico della Stein. Nelle sue conferenze sull’educazione appare una concezione di Chiesa, basata sull’esperienza di Chiesa nella preghiera e soprattutto nella liturgia (eucaristica). Tra le diverse immagini di Chiesa ella preferisce quella della Chiesa come Corpo di Cristo e Sposa di Cristo – Madre dei credenti. La Chiesa partecipa la vita di Cristo ai credenti nell’ascolto della Parola di Dio, nella celebrazione dei sacramenti e nella risposta di fede (preghiera, vita di fede). “Essa ha le sue radici in Cielo”, come dice la Stein: è istituita da Cristo, e attraverso la Chiesa, Cristo è presente nella storia e nell’umanità “fino alla fine del mondo” (Mt 28,20). La funzione della Chiesa quale mediatrice della grazia deriva dalla sua essenza: Corpo (mistico) di Cristo. L’unione essenziale della Chiesa con Cristo significa che la liturgia, specialmente l’Eucaristia, hanno un valore educativo inestimabile. La Stein ritorna spesso sull’importanza di una accurata preparazione della liturgia e sulla necessità di introdurre i giovani molto presto nella liturgia eucaristica. Ivi vengono formati dal Signore stesso.
    In alcune meditazioni sul valore della preghiera e della offerta di se stessi, come espressione di una sequela di Cristo sempre più coinvolgente, Edith Stein approfondisce le sue riflessioni riguardo alla Chiesa come sacramento di comunione. Infatti la Chiesa non è solo comunione in una dimensione “orizzontale”, cioè storico- immanente, ma è prima di tutto comunione dell’umanità con Dio; è koinonia in Cristo, che trascende l’esperienza temporale eppure entra dentro l’esperienza e l’agire umano, personale e comunitario. La grazia, vita di Dio non è separata dalla natura, non opera nel credente, sottratto dalla sua relazione con il mondo visibile, ma anzi è il modo “ordinario” della grazia di operare la comunione con Dio attraverso la mediazione umana (e non “immediatamente” a modo di miracoli). Nella misura del suo abbandono nelle mani di Dio il cristiano diventa mediatore della koinonia con Dio per gli altri. Questa mediazione della comunione con Dio avviene in diversi modi e con diversa intensità come dichiara Edith, considerando la vita dei santi:
  • Nella preghiera dei credenti (intercessione, supplica per i fratelli),
  • Nelle opere di fede (carità operosa, bontà e pazienza, perdono, accoglienza, ecc.),
  • Nell’accettazione delle sofferenze per amore di Cristo e dei fratelli,
  • Nel dono della vita fino all’accettazione della morte per amore di Cristo e della Chiesa.
    Nella vita di fede, i santi vengono mossi dallo Spirito Santo; essi sono misticamente coinvolti nella vita trinitaria, ovvero, come la teologia dogmatica esplicita, nella “economia della creazione e della salvezza”. I santi sono così esempi stupendi della dignità della persona e diventano i più efficaci operatori di comunione tra gli uomini.
    8. C. 5: Valutazione sul contributo di Edith Stein
    L’ultimo capitolo della tesi è dedicato a una valutazione del contributo della Stein, descritta nella forma di un confronto della situazione culturale e sociale attuale nel mondo occidentale. Si citano a proposito le voci di alcuni filosofi e teologi contemporanei, e il Magistero ecclesiale riguardo ai problemi attuali. Questo modo di un confronto implicito sembrava il più adeguato e corrispondente al tema. Infatti, la Visione cristiana di Edith Stein sulla persona e comunità è bene fondata nella più autorevole tradizione filosofica e teologica.
    In un primo paragrafo si delineano due problemi fondamentali, strettamente collegati, della società occidentale odierna, il soggettivismo e la crisi della libertà, mettendo in rilievo, sommariamente, le origini storiche, nella corrente dell’umanesimo filosofico, da Cartesio, Rousseau, a Kant, Hegel e le diverse scuole da essi discendenti). S’è messa in evidenza la crescente diffusione del problema nel XX secolo. Le proposte del Magistero e dei teologi citati, pur non citando la Stein, dimostrano una vicinanza con la Stein in molte delle questioni.
    In diversi ambiti della società occidentale odierna si è formata una mentalità secolarista e laicista, sostituendo quella di origine cristiana e rovesciando quindi, l’ordine dei valori etici ed estetici, che determinano la vita personale e sociale. Il secolarismo porta all’oscuramento del valore del sacro nel rapporto dell’uomo con se stesso, con l’altro e con il mondo. L’uomo perde così la sua specifica dignità (homo imago Dei). Egli viene profanato diventando oggetto del calcolo economico, della scienza e del consumo. Alcuni settori della vita socio- culturale manifestano con particolare drammaticità il rovesciamento dei valori etici. Di conseguenza, i beni della creazione e le capacità in sé buoni dell’intelligenza umana (ricerca scientifica, tecnica, mass media, ecc.) si volgono contro l’uomo, minacciando l’esistenza anzitutto dei deboli, indifesi e distruggendo così il rapporto sociale. Il Magistero dichiara che all’inizio di questi tristi fenomeni sociali è l’alienazione dell’uomo da Dio. Per realizzare la sua dignità, l’uomo, come persona e come comunità, deve nuovamente entrare nella comunione con Dio (cfr. Giovanni Paolo II, Ecclesia in Europa).
    Il problema della “profanazione dell’uomo” nella mentalità del secolarismo appare particolarmente nella pedagogia, dove il pluralismo dei valori ha ormai portato a un relativismo etico nelle istituzioni di educazione. Esse non sono affatto in grado di dare una base di valori etici comuni, necessari per ogni società umana e in particolare per la società democratica. Nella mentalità consumista, si confondono sempre più i confini tra bene e male morale. La pedagogia che pretende un pluralismo di valori, in realtà non può realizzare il suo compito più importante, di formare le coscienze riguardo ai valori fondamentali della società democratica. Così la scuola lascia i giovani indifesi contro proposte false (ideologie, edonismo, eudemonismo, ecc.), che distruggono il rapporto sociale. Contro le forze distruttive non possono affatto proteggere le misure giuridiche (potere civile, diritto penale) quando difetta la formazione della coscienza etica. Come conseguenza della mancanza di coscienza cristiana c’è da constatare un aumento delle violazioni dei diritti umani proprio nelle democrazie “laicisti”. L’educazione cristiana si dimostra come l’unica forza efficace di formare le coscienze nel rispetto dei valori umani fondamentali per la società civile. Infatti i valori morali della fede coincidono con i valori civili che sono alla base della società democratica. La Chiesa, e quindi ogni cristiano ha oggi più che mai il compito di vivere e proporre alla società civile i valori della fede e della morale. Per la sua vita di fede, il cristiano porta la forza della grazia nella società civile, coinvolgendo sempre più le realtà del mondo nel progetto divino della salvezza.
    L’elaborazione delle voci autorevoli del magistero e dei teologi citati conferma così il valore del pensiero antropologico di Edith Stein nei problemi attuali riguardo ai rapporti sociali. Così, per la riflessione antropologica, ma anche per un dialogo interdisciplinare tra teologia e scienze, è molto interessante la compenetrazione della fede e della ragione nella visione antropologica di Edith Stein. Anche le sue riflessioni sul ruolo della Chiesa nella società civile potrebbero contribuire nel dibattito attuale in Europa su questo punto. Le sue esposizioni sulla natura umana, sul rapporto fra uomo e donna, e i rapporti sociali, specialmente le sue dichiarazioni sulle questioni di educazione morale e del ruolo della fede nell’educazione, possono dare un apporto preziosissimo nella pedagogia attuale.
    Inoltre si sono messe in rilievo alcune questioni aperte nel pensiero di Edith Stein, le quali richiederebbero un ulteriore approfondimento o chiarimento. Esse riguardano specialmente la sua opera Essere finito e Essere eterno, opera molto denso di significato ma non priva di voci critiche.
    Al termine del ultimo capitolo abbiamo un breve accenno sulla ricezione del pensiero filosofico e pedagogico della Stein, constatando un grande interesse nella figura e negli scritti spirituali di Edith Stein, ebrea- cattolica, santa e martire, da parte della spiritualità cattolica. Ma non si può dire lo stesso riguardo al pensiero antropologico e pedagogico della Stein. A parte alcuni studiosi dell’ambito della teologia cattolica, il suo contributo antropologico è ancora oggi largamente ignorato da parte di studiosi laici, ma anche dalla teologia. L’elevazione di Santa Edith Stein a “compatrona d’Europa” potrà dare un’ulteriore incentivo per riprendere e approfondire le sue proposte per l’antropologia e la pedagogia, oltre a dare nuovi stimoli per la vita spirituale dell’uomo e della donna di oggi, incoraggiandoli alla ricerca di Dio

43 Risposte a “Il rapporto tra la persona e la comunità”

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