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LA COMPAGNIA E IL Panettone di Papa Benedetto

16 La COMPAGNIA…

E IL PANETTONE DI NATALE DI PAPA BENEDETTO

 

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Nottesanta a Roma:  “Dio ha reso breve la sua Parola, l’ha abbreviata…”

. L’omelia del papa alla messa di mezzanotte di Natale nella basilica di San Pietro, 25 dicembre 2006, suddivisa per punti.

  1. Cari fratelli e sorelle, abbiamo appena ascoltato nel Vangelo la parola che gli Angeli, nella Notte santa, hanno detto ai pastori e che ora la Chiesa grida a noi: “Oggi vi è nato nella città di Davide un salvatore, che è il Cristo Signore. Questo per voi il segno: troverete un bambino avvolto in fasce, che giace in una mangiatoia (Lc 2,11s).
  2. Niente di meraviglioso, niente di straordinario, niente di magnifico viene dato come segno ai pastori. Vedranno soltanto un bambino avvolto in fasce che, come tutti i bambini, ha bisogno delle cure materne; un bambino che è nato in una stalla e perciò giace non in una culla, ma in una mangiatoia.
  3. Il segno di Dio è il bambino nel suo bisogno di aiuto e nella sua povertà. Soltanto col cuore i pastori potranno vedere che in questo bambino è diventata realtà la promessa del profeta Isaia, che abbiamo ascoltato nella prima lettura: “Un bambino è nato per noi, ci è stato dato un figlio. Sulle sue spalle è il segno della sovranità” (Is 9,5). Anche a noi non è stato dato un segno diverso. L’angelo di Dio, mediante il messaggio del Vangelo, invita anche noi ad incamminarci col cuore per vedere il bambino che giace nella mangiatoia.
  4. Il segno di Dio è la semplicità. Il segno di Dio è il bambino. Il segno di Dio è che Egli si fa piccolo per noi. È questo il suo modo di regnare. Egli non viene con potenza e grandiosità esterne. Egli viene come bambino – inerme e bisognoso del nostro aiuto. Non vuole sopraffarci con la forza. Ci toglie la paura della sua grandezza.
  5. Egli chiede il nostro amore: perciò si fa bambino. Nient’altro vuole da noi se non il nostro amore, mediante il quale impariamo spontaneamente ad entrare nei suoi sentimenti, nel suo pensiero e nella sua volontà – impariamo a vivere con Lui e a praticare con Lui anche l’umiltà della rinuncia che fa parte dell’essenza dell’amore.
  6. Dio si è fatto piccolo affinché noi potessimo comprenderLo, accoglierLo, amarLo.
  7. I Padri della Chiesa, nella loro traduzione greca dell’Antico Testamento, trovavano una parola del profeta Isaia che anche Paolo cita per mostrare come le vie nuove di Dio fossero già preannunciate nell’Antico Testamento. Lì si leggeva: “Dio ha reso breve la sua Parola, l’ha abbreviata” (Is 10,23; Rom 9,28).
  8. I Padri lo interpretavano in un duplice senso. Il Figlio stesso è la Parola, il Logos; la Parola eterna si è fatta piccola – così piccola da entrare in una mangiatoia.
  9. Si è fatta bambino, affinché la Parola diventi per noi afferrabile. Così Dio ci insegna ad amare i piccoli. Ci insegna così ad amare i deboli. Ci insegna in questo modo il rispetto di fronte ai bambini. Il bambino di Betlemme dirige il nostro sguardo verso tutti i bambini sofferenti ed abusati nel mondo, i nati come i non nati. Verso i bambini che, come soldati, vengono introdotti in un mondo di violenza; verso i bambini che devono mendicare; verso i bambini che soffrono la miseria e la fame; verso i bambini che non sperimentano nessun amore. In tutti loro è il bambino di Betlemme che ci chiama in causa; ci chiama in causa il Dio che si è fatto piccolo.
  10. Preghiamo in questa notte, affinché il fulgore dell’amore di Dio accarezzi tutti questi bambini, e chiediamo a Dio di aiutarci a fare la nostra parte perché sia rispettata la dignità dei bambini; che per tutti sorga la luce dell’amore, di cui l’uomo ha più bisogno che non delle cose materiali necessarie per vivere.
  11. Con ciò siamo arrivati al secondo significato che i Padri hanno trovato nella frase: “Dio ha abbreviato la sua Parola”. La Parola che Dio ci comunica nei libri della Sacra Scrittura era, nel corso dei tempi, diventata lunga. Lunga e complicata non solo per la gente semplice ed analfabeta, ma addirittura ancora di più per i conoscitori della Sacra Scrittura, per i dotti che, chiaramente, s’impigliavano nei particolari e nei rispettivi problemi, non riuscendo quasi più a trovare una visione d’insieme.
  12. Gesù ha “reso breve” la Parola – ci ha fatto rivedere la sua più profonda semplicità e unità. Tutto ciò che ci insegnano la Legge e i profeti è riassunto – dice – nella parola: “Amerai il Signore Dio tuo con tutto il cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente… Amerai il prossimo tuo come te stesso” (Mt 22,37-40). Questo è tutto – l’intera fede si risolve in quest’unico atto d’amore che abbraccia Dio e gli uomini.
  13. Ma subito riemergono delle domande: Come possiamo amare Dio con tutta la nostra mente, se stentiamo a trovarlo con la nostra capacità mentale? Come amarLo con tutto il nostro cuore e la nostra anima, se questo cuore arriva ad intravederLo solo da lontano e percepisce tante cose contraddittorie nel mondo che velano il suo volto davanti a noi?
  14. A questo punto i due modi in cui Dio ha “fatto breve” la sua Parola s’incontrano.
  • Egli non è più lontano.
  • Non è più sconosciuto.
  • Non è più irraggiungibile per il nostro cuore.
  • Si è fatto bambino per noi e ha dileguato con ciò ogni ambiguità.
  • Si è fatto nostro prossimo, ristabilendo in tal modo anche l’immagine dell’uomo che, spesso, ci appare così poco amabile.
  • Dio, per noi, si è fatto dono. Ha donato se stesso.
  • Si prende tempo per noi. Egli, l’Eterno che è al di sopra del tempo, ha assunto il tempo, ha tratto in alto il nostro tempo presso di sé.

     15.  Natale è diventato la festa dei doni per imitare Dio che ha donato se stesso a noi.    Lasciamo che   il nostro cuore, la nostra anima e la nostra mente siano toccati da questo fatto!

     16.  Tra i tanti doni che compriamo e riceviamo non dimentichiamo il vero dono:

  • di donarci a vicenda qualcosa di noi stessi!
  • Di donarci a vicenda il nostro tempo.
  • Di aprire il nostro tempo per Dio.
  • Così si scioglie l’agitazione.
  • Così nasce la gioia,
  • così si crea la festa.
  • E ricordiamo nei banchetti festivi di questi giorni la parola del Signore: “Quando offri un banchetto, non invitare quanti ti inviteranno a loro volta, ma invita quanti non sono invitati da nessuno e non sono in grado di invitare te” (cfr Lc 14,12-14).
  • E questo significa, appunto, anche:
  • Quando tu per Natale fai dei regali, non regalare qualcosa solo a quelli che, a loro volta, ti fanno regali,
  • ma dona a coloro che non ricevono da nessuno e che non possono darti niente in cambio.
  • Così ha agito Dio stesso:
  • Egli ci invita al suo banchetto di nozze che non possiamo ricambiare, che possiamo solo con gioia ricevere.
  • Imitiamolo! Amiamo Dio e, a partire da Lui, anche l’uomo, per riscoprire poi, a partire dagli uomini, Dio in modo nuovo!

     17.  Così si schiude infine ancora un terzo significato dell’affermazione sulla Parola diventata “breve” e “piccola”. Ai pastori era stato detto che avrebbero trovato il bambino in una mangiatoia per gli animali, che erano i veri abitanti della stalla.

  • Leggendo Isaia (1,3), i Padri hanno dedotto
  • che presso la mangiatoia di Betlemme c’erano un bue e un asino.
  • Al contempo hanno interpretato il testo nel senso che in ciò vi sarebbe un simbolo dei giudei e dei pagani – quindi dell’umanità intera – i quali abbisognano, gli uni e gli altri a modo loro, di un salvatore: di quel Dio che si è fatto bambino.
  • L’uomo, per vivere, ha bisogno del pane, del frutto della terra e del suo lavoro. Ma non vive di solo pane. Ha bisogno di nutrimento per la sua anima: ha bisogno di un senso che riempia la sua vita. Così, per i Padri, la mangiatoia degli animali è diventata il simbolo dell’altare, sul quale giace il Pane che è Cristo stesso: il vero cibo per i nostri cuori. E vediamo ancora una volta, come Egli si sia fatto piccolo: nell’umile apparenza dell’ostia, di un pezzettino di pane, Egli ci dona se stesso.
  • Di tutto ciò parla il segno che fu dato ai pastori e che vien dato a noi: il bambino che ci è stato donato; il bambino in cui Dio si è fatto piccolo per noi.

     18.  Preghiamo il Signore di donarci la grazia di guardare in questa notte il presepe con la semplicità dei pastori per ricevere così la gioia con la quale essi tornarono a casa (cfr Lc 2,20).

     19.  Preghiamolo di darci l’umiltà e la fede con cui san Giuseppe guardò il bambino che Maria aveva concepito dallo Spirito Santo.

    20.  Preghiamo che ci doni di guardarlo con quell’amore, con cui Maria l’ha osservato.

    21.  E preghiamo che così la luce, che i pastori videro, illumini anche noi e che si compia in tutto il mondo ciò che gli angeli cantarono in quella notte: “Gloria a Dio nel più alto dei cieli e pace in terra agli uomini che egli ama“. Amen!

Grazie , Santo Padre, per il pane della Parola che hai fatto lievitare nei nostri cuori.

Adesso ci rivolgiamo al Monastero di Santa Croce di Fonte Avellana perchè ci insegni l’arte del “ruminare”  .

 

LA LECTIO DIVINA

     * Innocenzo Gargano

 

Si può cominciare col dire che cosa non è una lectio divina: non è studio biblico; non è esegesi; non è una pratica di pietà; non è un’esperienza che si può circoscrivere all’interno di un determinato tempo della giornata; non è una meditazione. Non è tutto questo. Che cosa è?

Padre Benedetto Calati diede questa definizione della lectio divina: la lectio divina è stare con la Parola; in questo senso si può dire: stare con la Bibbia, Antico e Nuovo Testamento. Per cui questo stare con la Parola dovrebbe condurre a quella che viene chiamata anche “preghiera continua”, oppure “contemplazione”.

Nel senso etimologico del termine, “contemplazione” deriva dal verbo “contemplo”, cum-templo, che indica la consapevolezza di condividere lo spazio abitato da Dio; per cui la dimensione pratica, concreta della lectio divina è vivere all’interno di questo spazio in cui tutto risuona di Parola di Dio.

C’è un modello di riferimento monastico nella lectio divina che è il primo monaco e l’archetipo di tutti i monaci, Antonio Abate, del quale Sant’ Atanasio sottolinea l’allenamento iniziale di contatto quotidiano con la Parola di Dio che lo aveva portato a non aver più bisogno del libro della Bibbia perché lui stesso era diventato “biblioteca” dei libri ispirati e che conclude il suo itinerario spirituale potendo essere definito Parola di Dio.

L’itinerario della lectio divina dovrebbe condurre alla stessa esperienza di cui parlava Paolo quando diceva: “Non sono più io che vivo, è Cristo che vive dentro di me” (Gal 2,20), quindi chi si incammina sulla strada della lectio divina dovrebbe poter dire: “Non sono più io che parlo, è la Parola che parla attraverso di me”.

Il modello, l’archetipo del monaco è Antonio, ma quando nel Medioevo si cercò di trovare un riferimento interno al Nuovo Testamento per potersi riferire a questo itinerario della lectio divina, il modello per eccellenza fu individuato in Maria, quae prius concepit mente quam corpore, come dice San Bernardo: prima concepì la Parola nella sua realtà spirituale e poi la concepì anche nella carne.

Questo riferimento a Maria ha anche segnato la progressione della lectio divina, scandita in lectio, meditatio, oratio, contemplatio, quattro termini che poi sono diventati abbastanza comuni. Ma il riferimento a Maria era molto importante fin dal tempo di Origene perché i Padri avevano preso sul serio la risposta di Gesù data al grido di quella donna che disse: “Beato il grembo che ti ha portato, beate le mammelle che hai succhiato”; le rispose: “No, piuttosto beati coloro che ascoltano la Parola e la fanno” (Lc 11,27- 28).

Quindi il riferimento a Maria che fa la Parola è un riferimento da legare proprio all’esperienza del parto. Maria ascolta la Parola, permette alla Parola di trovare spazio all’interno del suo grembo, in modo che quando questa Parola è arrivata a maturazione propria, spinga per poter essere partorita al mondo. Ecco perché Origene concludeva che tutti noi siamo chiamati ad essere “madre” della Parola.

Andiamo ora ad approfondire il significato dei termini che caratterizzano la scansione dei momenti della lectio divina .

LECTIO: ASCOLTO ATTENTO E ORANTE

Il primo termine è il verbo ascoltare, un ascolto che non può essere disgiunto dall’attenzione che bisogna porre in questo ascolto. C’era un gioco di parole nella lingua greca che i Padri utilizzavano moltissimo e che consisteva nel mettere la preghiera, in stretta connessione con l’attenzione. Dunque, per poter raggiungere l’esperienza della preghiera occorre ascoltare, ma ascoltare con attenzione; non basta un ascolto qualsiasi.

Il riferimento diretto era alla parabola del seminatore. Sappiamo i quattro modi diversi con cui la Parola può essere ricevuta: c’è il modo superficiale di chi non permette neppure alla Parola di toccare terra che già se la fa portare via da qualcuno o da qualche preoccupazione; c’è poi l’entusiasmo, tipo fuoco di paglia, di chi per un attimo crede di avere già tutto il fervore necessario per far attecchire la Parola però, siccome è superficiale, appena arriva il primo sole spazza via qualunque possibilità di vita della Parola; ci sono quindi le preoccupazioni della vita che accompagnano i desideri dell’uomo: sono le spine che crescono insieme con la Parola e poi alla fine la soffocano.

Quindi l’unico spazio adeguato alla Parola è lo spazio del cuore “buono e disponibile”.

L’ascolto è un ascolto attento, è un ascolto sperimentato all’interno di un cuore buono, che significa cuore pacificato, cuore riconciliato, cuore che vive nella tranquillitas, come la chiamavano i Padri. C’è una condizione che i Padri sottolineavano: è inutile illudersi di poter recepire la Parola in un mare messo sottosopra dai venti. Se il lago è liscio e piano allora basta un alito di vento e l’onda si increspa e arriva fino ai confini del lago; così se anche un solo sassolino cade in un cuore buono, pacificato, sereno, riconciliato, questo sassolino crea movimento e il movimento raggiunge tutta la vita, raggiunge tutto lo spazio occupato dal lago.

Ora su questo punto i Padri insistevano moltissimo e a questo legarono tutto l’accompagnamento del padre spirituale o dell’amico spirituale che permetteva al credente di individuare i guastatori, i disturbatori presenti nel cuore dell’uomo. Questa lotta spirituale la chiamavano il de pugna demonum.

Evagrio, che è un Padre della Chiesa del IV secolo, discepolo di Basilio e di Gregorio Nazianzeno, uno dei grandi Padri spirituali del deserto egiziano, aveva approfondito tantissimo l’analisi di questi disturbatori del cuore e i monaci hanno sempre posto un’enorme attenzione ai loro pensieri.

Chi vive una situazione di rottura e di divisione non può cogliere il senso della Parola di Dio. Quindi non ci si può illudere di poter ascoltare la Parola se il cuore non è un cuore pacificato. È ovvio che si tratta di una pacificazione con se stesso, con gli altri, con Dio. Ma la Parola può essere essa stessa pacificante.

MEDITATIO: CUSTODIRE E RUMINARE

Per descrivere l’accoglienza della Parola, immediatamente dopo all’ascolto si incontrano due verbi molto importanti: custodire la Parola e fare guardia alla Parola. Vuol dire che la Parola ha bisogno di una custodia, ha bisogno di una guardia attenta, perché ha dei nemici che vogliono fare di tutto per impedirle di realizzare ciò per cui è stata inviata.

È chiaro che vale l’affermazione di Isaia: “Come la pioggia scende dal cielo e non vi ritorna prima di avere fecondato la terra”(Is 55,10), così anche la Parola ha una sua forza intrinseca per cui certamente ha una dinamica tutta sua. Pensate a quella bellissima parabola di Marco (Mc 4,26-29), a come il contadino che va, getta il seme e poi se ne ritorna a casa e dorme e il seme da se stesso cresce; prima mette bene le radici, poi tira fuori lo stelo e poi finalmente produce il frutto e impone anche il momento della raccolta.

Tuttavia, questo processo spontaneo ha bisogno anche di essere custodito. Se un uomo forte sa custodire la sua casa, tutte le cose della sua casa sono al sicuro, ma se arriva uno più forte di lui, dice il vangelo, lo lega e gli mette sotto sopra la sua stessa casa (Lc 11,21-22). Quindi vuol dire che non è un gioco ascoltare la Parola, custodire la Parola, difendere la Parola. Può essere una vera e propria lotta.

Una volta che questa vigilanza ha ottenuto i suoi frutti nel senso che ha tenuto lontano tutti coloro che vorrebbero impossessarsi della Parola o sostituirsi alla Parola, c’è un’altra dimensione su cui hanno insistito molto i Padri ed è il termine nel quale gli occidentali hanno visto la ruminatio e gli orientali greci la “murikisis”: sono due termini riferiti al momento in cui la Parola che è stata raccolta viene a incontrarsi con altre parole che possono essere anche riferite a fatti. Proprio in questo i Padri hanno poi identificato la meditatio, che comporta in realtà due momenti che sfociano in un terzo.

Il primo momento della meditatio è la possibilità di raccogliere testi che si possono sintetizzare con la pagina immediata di riferimento. Origene raccomandava di stare attenti a confrontare le cose carnali con le cose carnali e le cose spirituali con le cose spirituali e non fare confusione. Era una preoccupazione molto precisa di Origene. Non si prende qualunque testo, ma si cerca di tener conto di ciò che davvero si può sintonizzare per non fare salti o voli pindarici o allegorismi o accomodamenti vari.

In questo primo momento della meditazione si tratta di spaccare la Parola, proprio martellare la Parola, come si martella un ferro rovente e, laddove queste scintille si posano in altri testi della Bibbia o del patrimonio della fede della Chiesa, raccogliere questi testi e farli diventare punti di confronto con la Parola sulla quale si vuole portare la nostra attenzione. Quindi c’era prima una raccolta di questi testi che si possono sintonizzare tra loro e poi il secondo momento era il momento della mellificazione. È in questo senso che i greci parlavano di “murikizein”, che è il verbo che indica l’elaborazione che fa l’ape quando, dopo aver estratto dai singoli fiori il nettare, nell’alveare trasforma il nettare in miele e finché non ha raggiunto la mellificazione rimane lì.

In Occidente si è data più importanza all’altro riferimento simbolico della ruminatio, ma aveva più o meno lo stesso tipo di significato. Il ruminante prima raccoglie nei prati quello che gli serve, però poi ha bisogno di mettersi tranquillo e iniziare, con la ruminatio, la digestione. In realtà è ciò che avviene in ogni processo intellettuale e di studio. Si ricevono molte nozioni, ma se queste nozioni non hanno il tempo di amalgamarsi tra di loro e quindi di essere capaci di reagire reciprocamente attraverso una macerazione, non nasce il nuovo; al più può nascere il ripetitivo.

Questa solitudine dell’ape, questo stare tranquillo del ruminante, era stato considerato come l’atmosfera, il tepore, l’ambiente naturale, in cui la Parola poteva avere il tempo di macerare e di formarsi, proprio come un bambino si forma all’interno del grembo materno, con il tempo personale di ciascuno; alcuni sono più veloci, altri sono più lenti; alcuni hanno bisogno di più silenzio, altri di meno; alcuni di più solitudine, altri di meno. Tutti però devono poter garantire alla Parola questo spazio indispensabile perché si formi all’interno di sé. Finché non è matura si resta lì. E questa è la meditatio. Ci si ferma perché ciò che avviene dopo in realtà non appartiene più a noi. Come può succedere anche per le idee creative, è qualcosa che accade, ma noi possiamo soltanto preparare il terreno perché questo qualcosa accada, ma non possiamo forzare l’accadimento.

ORATIO: RISPOSTA DI CONVERSIONE

Cosi è anche per il passaggio dalla meditatio all’oratio. Soltanto quando qualcosa accade, allora ci si accorge che è avvenuta una novità, si è spaccata la pietra, si è aperto il cuore e nasce quella che viene chiamata l’oratio.

L’oratio è quella che potremmo chiamare anche una sorta di illuminazione nuova sulla propria vita oppure sul cammino di una comunità, qualche volta anche una intuizione nuova sul mistero della salvezza del mondo. Questa è l’oratio. Avviene come una specie di scambio reciproco. La Parola che costituisce il testo della nostra lectio è stata illuminata dalle altre parole che abbiamo raccolto intorno al testo e alle quali abbiamo dato il tempo di amalgamarsi e di macerarsi col testo. Quando poi, grazie a questo confronto e a questa macerazione, la pagina è divenuta più chiara, la luce che si sprigiona dalla pagina in realtà illumina anche colui che la legge e gli apre gli occhi.

È in questo tipo di contesto che S. Gregorio Magno parlava di divina eloquia quae cum legente crescunt, cioè si rischiara la Parola e il chiarore che ne risulta si riverbera su chi la legge, il quale scopre da quel momento in poi delle cose che prima non era riuscito a scoprire e si accorge che non sono il frutto di una deduzione di tipo razionale o intellettuale, è semplicemente un dono: il dono dello Spirito.

Ecco perché si parla delle scelte che possono essere anche decisioni di vita. In un batter d’occhio, in un attimo ci si accorge che dobbiamo proprio cambiare completamente la nostra vita. E allora, in conseguenza di questo, può nascere la preghiera. La preghiera è il risultato di questo dono ed è un’ oratio che fa battere il petto, un po’ come era avvenuto per gli abitanti di Gerusalemme dopo il discorso di Pietro: una volta che erano stati presi di petto (“quel Gesù che avete crocifisso, Dio lo ha risuscitato…”), “si sentirono trafiggere il cuore” (At 2, 36-37).

Quindi quando si arriva all’oratio è di questo che bisognerebbe tener conto, e diventa così una preghiera di compunzione, una preghiera di lacrime, che accompagna una decisione di vita. Proprio come, ripeto, gli abitanti di Gerusalemme che si sentivano trafiggere il cuore poi dissero: “Che cosa dobbiamo fare, fratelli?” (At 2, 37). Ho capito di aver sbagliato, che cosa faccio?

Credo che su questo punto bisognerebbe insistere di più, perché questa è la cartina al tornasole per capire se davvero abbiamo fatto lectio divina o invece abbiamo fatto tutta un’altra cosa. Se avviene questo cambiamento interiore, si può parlare di lectio divina altrimenti dobbiamo definirla in un altro modo, bellissimo, utilissimo, necessario, ma non è lectio divina. Se però avviene questo allora ci può essere una gamma enorme di atteggiamenti conseguenti. Cambia la vita e può la vita essere condotta nella compunzione del cuore, aperta alla speranza, aperta quindi alla gioia della risurrezione. Oppure può produrre anche una preghiera di richiesta perché mi rendo conto di quanto avrei dovuto fare, di quanto potrei ancora fare; oppure mi si allarga lo sguardo sulla gente che ho intorno e mi apro alla preghiera per l’altro.

CONTEMPLATIO: ABITATI DA DIO

La lectio divina a questo punto nutre la preghiera, diventa davvero tutt’uno con la preghiera. Una volta che questo è avvenuto è ovvio che poi cambia la vita; la Parola davvero permea, trafigge e trasforma. È quando trasforma che la Parola può essere accostata con animo cosiddetto contemplativo.

In realtà la contemplatio è un lasciarsi abitare dalla Parola perché ormai ci si sente familiari di Dio. È proprio il seguito del discorso di Pietro il quale rispose: “Immergetevi nel Nome, così riceverete lo Spirito Santo ed è ciò che poi garantirà la vostra salvezza e la salvezza dei vostri figli” (At 2,38). Quindi l’immersione nel Nome è la contemplatio, il poter dire: “ecco, dentro di me abita il Signore, io abito nella sua casa perché sono diventato la sua casa”. E da qui tutti i sensi nuovi che permettono poi di recuperare la realtà precedente e di recuperarla con occhi diversi, con udito diverso, con tatto diverso, con sensi diversi.

LA LECTIO NELLA VITA

Adesso come attualizziamo questo? Spesso si sente dire: Queste sono cose da monaci! Ma come “cose da monaci”? Queste sono cose da credenti cristiani. I Padri erano molto consapevoli di questo processo. Dicevano: “Rem tene verba sequentur”. Cerca di essere luce, poi illuminerai. Ma perché ti stai a preoccupare? Gesù l’ha detto nel vangelo: “Vi trascineranno davanti ai tribunali…, non state a pensare prima cosa dovrete dire, cosa dovrete fare. Vi sarà dato in quel momento lì che cosa dire, che cosa fare”. C’è una sorta di precomprensione illuminista tutta basata sulla programmazione, per cui si ritiene chenon succede niente se non siamo noi a guidare volontariamente tutto il processo della lectio.

Un monaco queste cose non le fa. Ve lo dico proprio chiaramente: non le fa; non si programmano i momenti successivi di lectio, meditatio, oratio e contemplatio. Ho letto alcuni autori che addirittura specificano: “i primi venti minuti si fa la lectio, poi venti minuti di meditatio, poi venti minuti di oratio, poi le deduzioni pratiche”. No, non sono proprio d’accordo. Questo è umiliare la lectio divina e non permettere allo Spirito di essere libero, di esprimersi con la sua libertà che è propria dello Spirito. Certo, questo significa avere tanta fiducia, significa davvero credere nella forza della Parola.

Dunque è una scelta di vita, non è una pratica di pietà da aggiungere alle altre. Non è, ho detto prima, uno studio esegetico della Bibbia, essa suppone però l’esegesi. È importante chiarire bene il senso letterale, il senso storico-critico, perché altrimenti rischiamo di far dire alla Parola quello che noi vogliamo che dica. Ubbidienza significa sottostare alla Parola nel suo significato oggettivo, letterale e storico-critico, raggiunto con tutta la pazienza, lo studio, che è proprio della conoscenza delle leggi filologiche, storiche dei testi biblici come di qualunque altro tipo di testo.

Stiamo attenti, non si fa la lectio divina campata per aria. Bisogna avere questa consapevolezza: se da una parte il testo bibblico va studiato in tutto e per tutto come un testo umano, dall’altra bisogna essere anche consapevoli che è lo spazio in cui abita la Parola di Dio; cioè è una specie di tabernacolo.

È assai difficile far passare questo messaggio, eppure per il primo millennio della storia della Chiesa, e fortunatamente nei monasteri fino ad oggi, davvero non si è fatta molta differenza tra la presenza reale della Parola all’interno della Bibbia e la presenza reale della Parola all’interno dei segni sacramentali del pane e del vino. Veramente non si è fatta molta differenza!

Nel secondo millennio è stata sottolineata di più la dimensione legata al sacramento del pane e del vino perché era stata contestata dagli eretici. Ma adesso abbiamo la possibilità di riequilibrare tutto questo. Del resto il Concilio Vaticano II lo dice in modo molto chiaro. Il testo della Bibbia è da considerare come l’arca in cui è contenuto il tesoro della Parola di Dio.

La comprensione di un testo non si ha sottomettendo il testo al giudizio della ragione, quasi possedendolo con la nostra definizione razionale. La comprensione di un testo, come quello della Bibbia, si ha relazionandosi al testo stesso. Se non nasce un innamoramento della Parola che è dentro il testo, è pia illusione pensare di poter fare il cammino della lectio divina. Per potere entrare nella lectio divina in modo tale che la Parola incida nella vita deve partecipare il cuore; non basta che partecipi soltanto la mente.

È l’uomo nella sua integralità che si accosta alla Parola e permette alla Parola di potersi rivelare; ed è ovvio che il cammino è poi sempre parallelo: da una parte siamo noi che sottomettiamo la Parola al giudizio della nostra analisi, ma dall’altra è la Parola che sottomette noi alla sua analisi che ci cambia. E solo se questo cambiamento è parallelo, allora si cammina insieme e insieme si raggiunge anche lo scopo.

LA COLLATIO, FRUTTO DI UNA BUONA LECTIO

Un altro dei problemi che purtroppo non sono afffontati, secondo me, in modo serio è questo della collatio, spesso identificata con la lectio divina. Si pensa che sia una lectio divina. Ma la lectio divina è sempre personale. Io potrò fare anche una lectio divina in pubblico, ma sarà la mia lectio divina.

Il problema è che, se uno non s’incammina in questa strada personale di fare della Parola di Dio il centro della propria vita, quindi la compagna di viaggio, stando con la Parola quotidianamente, non può illudersi poi di poterne parlare in pubblico. Perché in pubblico poi si finisce o di fare un’ esegesi più o meno ricercata, a seconda della preparazione delle persone, dove poi parla chi ne sa qualcosa di più; oppure si finisce col fare una specie di terapia di gruppo intorno alla Parola, che è peggio ancora.

In realtà la collatio, quella che noi tentiamo di fare una volta alla settimana quando ci troviamo fra monaci, è mettere insieme quella che noi chiameremmo l’oratio a cui è arrivato ciascuno durante la settimana. Se noi facciamo la collatio sul testo domenicale, significa che il testo domenicale è molto ricco e quindi se ne prende una pagina sola.

Io da anni prendo solo il vangelo, altri prendono soltanto la prima lettura, altri il salmo; non c’è nessuna prescrizione. Significa che devi aver fatto la tua lectio personale fin dal lunedì, se la collatio la fai il sabato. E se siamo un gruppo, una comunità, che vuole fare questo tipo di cammino, vuol dire che ci deve essere un impegno di tutti a fare questo itinerario personale; dopo di che basta anche un minuto, basta anche una frase per mettere in comune ciò che è stato “distillato”, quella goccia di miele che nella nostra solitudine, nel nostro silenzio, abbiamo elaborato. Altrimenti si fa una chiacchierata e, una chiacchierata dopo l’altra, dopo un po’ si smette perché è tempo perso, ed è giusto che si smetta.

Uno si deve familiarizzare con la Bibbia al punto che poi la Parola quasi spontaneamente ti si mette davanti. Potete benissimo stare con un versetto solo durante tutta la giornata, perché il problema non è il quantitativo di tempo da dare. Molte volte nelle storie dei Padri del deserto si parla della cosiddetta preghiera “monologhistos”, una parola sola; l’importante è stare con la Parola. Non è la quantità di tempo o la quantità di testo che riusciamo a programmare. Possiamo tenere soltanto un versetto che ci accompagna però durante tutta la giornata e lo memoriamo, lo ruminiamo, e domani ne prendiamo un altro e dopodomani un altro… Questo è già un camminare con la Parola.

* Testo non rivisto dall’Autore

43 Risposte a “LA COMPAGNIA E IL Panettone di Papa Benedetto”

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