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FATEBENEFRATELLI: IGINO GIORDANI il discepolo laico – A cura di Angelo Nocent

IN PUNTA DI PIEDI VERSO IL CAPITOLO GENERALE 2012

LA FEDE E’ UN FUOCO 

“La carità è come l’incendio   che si alimenta  propagandosi” .

Sono parole sue, di IGINO GIORDANI, chiamatoFoco“.

II focolarino Servo di Dio, è un discepolo laico di San Giovanni di Dio, modello anche per la Famiglia Ospedaliera.

 Nessuno ormai ricorda che il suo cuore infuocato ha radici lontane, nessuno sospetta che ad infuocarlo abbia contribuito non solo l’invocato Spirito Santo ma anche il suo inviato speciale San Giovanni di Dio.

Sì, a buon diritto si può sostenere che Igino Giordani, confondatore insieme alla stessa Chiara Lubich, a don Pasquale Foresi ed al vescovo tedesco Klaus Hemmerle del Movimento del Focolare,  è un figlio di San Giovanni di Dio e che ai Focolarini come ai Fatebenefratelli – un’unica sua famiglia – abbia trasmesso istintivamente ad entrambi il carisma del Padre, l’apostolo di Granada, lo attestano le suggestive pagine che ha  dedicato al Patriarca dell’ hospitalitas

(Igino Giordani )

La sporta delle elemosine  di San Giovanni di Dio

Che di tanto padre il Servo di Dio ne sia stato degno erede ed appassionato imitatore, quasi non bastasse la sua vita esemplare, attualmente al settaccio della Congregazione per le Cause dei Santi,  lo attesta l’agiografia edita  nel 1947 dalla Casa Editrice Salani di Firenze, con il seguente titolo: ”GIOVANNI DI DIO SANTO DEL POPOLO”, scittta proprio da lui, il prof. Igino Giordani.

Il bastone di San Giovanni di Dio

Santo del popolo: epìteto più veritiero non poteva esserci. E che sia stato un popolano, a sua volta, a sollecitarne l’attenzione, a provocarne l’anima, uno di famiglia, lo attesta lui stesso nella premessa all’agiografia:

“Questa biografia di San Giovanni di Dio, si aggiunge per ultima alla serie da me apprestata per i “Vittoriosi”: Paolo, Ignazio, Maria di Nazareth…; ma la vita di questo “vittorioso” fu la prima, tra le agiografie da me avvicinate. La lessi, ragazzo di prima e seconda ginnasiale, durante la Messa cantata domenicale, quando, non disponendo d’un libro liturgico, mi leggevo e rileggevo, su un volumetto illustrato, che era un dono dei Fatebenefratelli a mio padre, le avventure di questo ragazzo avventuroso, la cui indole eroica attraeva come quella d’un personaggio di poemi cavallereschi. E così la santità mi venne incontro, per la prima volta, come una fuga di ragazzo, messosi per le strade del mondo, a ricercar Dio e arrivato a scoprire la Maestà dell’Eterno sotto gli stracci del povero.

Dalle pareti affrescate della Cattedrale s’affacciano, tra schiere di seviziatori seminudi e al cospetto dei giudici carnosi, le figure assorte dei martiri e delle martiri tiburtine; e a me pareva che si trattasse di un’unica epopea di sacrifici e di sangue, di lotte e di vittorie, intrecciata alle porte di un’unica casa, dal portoghese del secolo XVI con i tiburtini del secolo III, attorno a Gesù di Nazareth.

All’Ospedale di Tivoli serviva una comunità di Fatebenefratelli, e nella città e nel circondario era tra essi famoso un fra’ Sebastiano: noto per la sua grinta severa che spauriva, per il suo cuore di fanciullo che  innamorava e per la sua scienza d’infermiere che guariva.

Aveva un fare brusco che metteva in fuga gli oziosi, rassicurava i sofferenti.

E calavano dai paesi, giorno per giorno, mucchi di povera gente, vestiti nei costumi, spesso pittoreschi e più spesso sporchi, delle loro montagne solitarie, d’Abruzzo e dei Prenestini, e si accoccolavano sui gradini dell’ospedale, a decifrare, i più bravi, l’indecifrabile monito iscritto sul travertino: Non te pigeat visitare infirmos, che qualcuno più saputo spiegava: – Non t’impicciare di visitare gl’infermi; – e così attendevano di essere visitati da fra’ Sebastiano per pigliarne rabbuffi e pillole e farsi strappare denti cariati dalle gengive e peccati imbarbariti dalle coscienze: il tutto gratis et amore Dei.

Ragion per cui quando salì al potere comunale l’amministrazione massonica, per fare qualche cosa, nel 1923, mandò via i frati dall’ospedale, nel quale erano stati chiamati nel 1729 dal vescovo Placido Pezzangheri, e, quintuplicando le spese, ottenne la riduzione ad un quinto dei servizi, e troncò quel flusso di soprannaturale, che impedisce all’infermiere di divenire un burocrate e all’infermo di sentirsi un tronco cionco.

La gente seguitò a cercare fra’ Sebastiano a Roma e quando lo seppe morto lo pianse come un padre: il quale aveva tanto servito senza stancarsi e aveva tanto brontolato per non piangere di fronte alle miserie senza numero che gli sfilavano quotidianamente davanti.

(Il suo cognome era Bonomi; ammalatosi fu mandato prima a Nettuno poi a Benevento dove morì il 13 gennaio 1910 a sessantadue anni.)

E questa è la caratteristica della santità e della fondazione di Giovanni di Dio: questa specie di compenetrazione della carità e della scienza con la miseria e l’umiltà della gente povera..

E così tornando, dopo tanti anni e tanta guerra, al santo dell’infanzia, mi pare di aver un po’ ripercorso il ciclo che egli poercorse, quando, dopo anni di vita errabonda, come pastore e come soldato, tornò, mutato e irriconoscibile, al paese dei suoi genitori da cui era fuggito bambino. Un ritorno: ché all’ospedale  dei Fatebenefratelli son legate le memorie dei miei genitori e di tante persone care portate là dentro dalla malattia e dalla religione: tante sofferenze lenite, tante lacrime asciugate. Là è morto mio padre: ma non c’erano più i frati; e nella camera mortuaria dove lo rividi danzavano, dentro il buio fitto, i topi.

Nel dare alle stampe questo che in certo qual modo è un tributo di riconoscenza ai benefattori silenziosi e discreti della mia gente, devo ringraziare chi più mi ha incoraggiato e sorretto nella fatica, durata in mezzo a difficoltà e occupazioni esorbitanti:

  • al Rev.mo P. Generale Efrem Blandeau, che ha messo a mia disposizione l’archivio della Casa Generalizia;

  • al Padre Provinciale fra Giovanni Berxhmans Merendi, che ha messo a disposizione la sorridente generosità della sua anima di discepolo di San Giovanni di Dio;

  • al P. Gabriele Russotto che, come storico paziente, più era in gradi di aiutarmi nelle ricerche e come sacerdote aveva più risorse per esortarmi; e last but not least a P. Mondrone che per primo mi ha invogliato a trattare questo soggetto.

  • Non dimentichiamo Mario Salani che subito ha preso fuoco – fuoco d’entusiasmo – al nome di Giovanni di Dio.

Il quale nome, nell’epoca nostra che prende all’insegna il sociale, ci richiama alla socialità cristiana primordiale, più genuina: quella che nutrisce senza far soffrire, che compagina le anime con lo scambio delle ricchezze e il servizio della fraternità. Per essa, san Giovanni di Dio è il santo proletario che oggi ci abbisogna”.

 Urna di San Giovanni di Dio

All’ardore di Igino Giordani, il Padre Gabriele Russotto, fra l’altro, Postulatore delle Cause di Beatificazione di San Riccardo Pampuri e San Benedetto Menni, nonché dei Santi Martiri Spagnoli, ha risposto con altrettanto calore spirituale, quasi uno scambio di doni per alimentare il FOCOLARE DELLA CARITA’ sempre acceso nella santa Chiesa di Dio:  GIOVANNI DI DIO.

 

VIVO E PALPITANTE

Tra un numero e l’altro del suo giornale, il carissimo Giordani ha trovato il tempo di scrivere une altro libro; e questa volta, non un libro polemico di questioni sociali o politico-religiose, ma di agiografia , che è anche sociale ed apologetico: la vita di san Giovanni di Dio.

Presentare agli uomini dei nostri giorni, così terribilmente agitati e disorientati, i grandi santi della Chiesa, specialmente quelli che spesero tutte le loro inesauribili ricchezze  di mente e di cuore, in odo più tangibile al bene dell’umanità e a sollievo delle tante sue sofferenze  non è davvero un lavoro inutile, ma un contributo reale alla ricostruzione materiaale e morale della grande famiglia  umana, divisa e dilaniata dalla cieca furia di una guerra senza precedenti.

L’attuale crisi, che travaglia penosamente la famiglia umana, è crisi di carità. Nei cuori di molti non arde più la carità che Cristo portò sulla terra; ed è questo il danno più grande che ci poteva capitare. Molti hanno rigettato l’amore di Cristo e perciò sono caduti nella barbarie, sono tornati ad essere lupi gli uni con gli altri, sbranandosi a vicenda con diabolico furore: tremenda vendetta dell’amore rigettato!  Il ritorno tra noi delle grandi figure della carità cristiana perciò non può non fare del bene a tante anime, smarrite tra i pensamenti di un razionalismo arido e gli accorgimenti di un materialismo infecondo. Benvenute dunque in mezzo a noi queste care figure della santità e della carità cristiana.

San Giovanni di Dio è un santo della carità, ma di una santità e di una carità tutta sua. Nella scuola della santità Giovanni di Dio si può dire un autodidatta.

Non appartiene a una corrente di spiritualità, non crea una scuola speculativa con un suo orientamento personale: si forma da sè, attingendo direttamente alle fonti tradizionali dell’ascetica cristiana, guidato soltanto, o quasi, dalle ispirazioni della grazia che lentamente ma decisamente lo spinge alla santità, in lui tanto austera e pur tanto dolce.

La santità di Giovanni riflette, e non poteva essere altrimenti, il carattere cavalleresco e avventuriero del suo secolo. Ma le sue avventure furono le avventure della carità.

La carità lo avvolse interamente nel raggio del suo calore e della sua luce, lo spinse irresistibilmente nel fortunato solco dell’amore di Dio e del Prossimo, e lo condusse nei bassifondi della sua città di adozione per portarvi cibo e indumenti, cure e medicine, luce e redenzione.

La carità divenne la pasione di questo umile figlio del Portogallo, vivente in terra di Spagna, che portava profondamente scolpiti nella sua grande anima l’ardore e la fantasia della penisola Iberica.

In questa biografia Giordani è riuscito felicemente, come c’era da attendersi, a presentarci quella peculiarità della vita di Giovanni di Dio.

Il suo Giovanni di Dio è il “santo proletario”, come egli stesso dice, “che oggi ci abbisogna”; il santo che “aveva sentito come non pochi, la solidarietà col popolo: con tutto il popolo, ricchi e poveri, ma soprattutto con i poveri, perché più tribolati, e aveva vissuto la loro vita come la propria vita. Aveva gettato la sua anima per loro e l’aveva ritrovata tra loro”.

Qui mi pare che stia tutto Giovanni di Dio.

Giordani ci ha dato un Giovanni di Dio vivo e palpitante, con tutta la sua ardente ed amabile umanità, libero da quella cornice di leggende, formatesi intorno a lui, le quali più che ingrandirlo lo diminuivano e lo allontanavano tanto da noi.

Nel santo, in qualunque santo, noi vogliamo vedere l’uomo che brucia delle nostre passioni, che combatte e vince le nostre stesse battaglie.

Le biografie precedenti invece ci hanno presentato Giovanni di Dio circonfuso di prodigi e di miracoli, in modo da metterlo tanto ma tanto al di sopra della nostra povera natura umana.

In questa biografia Giordani non distrugge il santo, ma ci dà la vera statura del santo e ci dice qual’è il suo eroismo..

In lui” scrive il carissimo autore “l’eroismo non deve ricercarsi con indagine psicologica: balza a ogni passo: è il suo stato d’ogni giorno e d’ogni notte.”

Queste mie parole non vogliono essere una presentazione del libro, si capisce: i libri di Giordani si presentano da sè; ma un vivo ringraziamento, mio personale e di tutti i miei confratelli.

Giordani ha fatto un lavoro utile e prezioso anche atutto l’Ordine Ospedaliero di San Giovanni di Dio.

                                                                                      P. Gabriele Russotto O.H.

La collaborazione con i Fatebenefratelli non si è conclusa con questa biografia. Il Giordani sull’omonima Rivista della Provincia Lombardo-Veneta  ha continuato a scrivere per anni. In questa citazione, trovata casualmente in internet, ancora si parla della carità in termini di fuoco, il suo chiodo fisso:

Igino Giordani, Il Santo della Carità ospedaliera, Fatebenefratelli, 1965:

Tra la fine del Quattrocento e il principio del Cinquecento, i lettori d’Italia, scoperto, come un mondo nuovo, il mondo classico, veleggiavano nei mari della cultura umanistica come nelle acque d’un arcipelago magnifico. Alcuni poi volavano tra i fantasmi della cavalleria come toccassero i margini d’un firmamento malioso. Evadevono gli uni e gli altri dalla realtà d’una politica mediocre e d’una economia che languiva.

Contemporaneamente i navigatori portoghesi, spagnoli e inglesi, con l’aiuto degli ultimi pionieri di Genova, scoprirono terre nuove, veleggiando in mari ignoti alla ricerca di ricchezze spettacolose, smaniosi di evadere dalla povertà…“

  • *Chi assiste i poveri assiste [Cristo]: e non tanto fa [bene] ad essi quanto fa bene a se stesso: chè il Giudice eterno ci giudica in base alle prestazioni a favore dei bisognosi. (p. 126)

  • *La carità è come l’incendio che si alimenta propagandosi […]. (p. 134)

Fatebenefratelli 

L’incendio dell’ OSPEDALE REGIO di Granada

di Igino Giordani

“…Un  giorno che Giovanni attendeva  alle sue mille e una occupazione per portare avanti la complicata azienda della miseria, un accorrere di gente urlante, spaventata, gli portò la notizia  che l’ospedale regio ardeva. Si trattava del grande edificio che avevano fatto costruire i re cattolici Ferdinando e isabella: L’edificio dove Giovanni aveva sofferto e goduto del suo soffrire e dove centinaia di fratelli erano ricoverati.

Al pensiero di quelle creature in pericolo, di quelle membra sofferenti esposte alle fiamme, Giovanni non ci vide più; Balzò in piedi e, lasciato a mezzo il suo lavoro, corse, portato a volo dall’amore; e quando sboccò nella spianata, tra la calca che gemeva e urlava, gli si parò innanzi l’edificio avvolto di fumo.

Le Fiamme stavano investendo la più gran parte dello stabile e tra gli urli dei ricoverati lassù, e le strida della folla giù, si sentivano crollare i primi tetti. Giovanni vide solo nel suo pensiero quelle creature che dalla corsia invocavano soccorsi, e immaginò gli invalidi nei giacigli, i dementi nei ceppi…; e fattosi largo tra la ressa avanzò arditamente verso il portone, donde fuggivano inservienti e ricoverati che potevano muoversi.

La gente lo riconobbe:

– Giovanni di Dio! Giovanni di Dio! –

E il grido sonò tanto implorazione quanto meraviglia.

Nell’andito invaso di fumo Giovanni, che conosceva bene lo stabile, avanzò ardito e salì le scale. Era solo: e solo un pazzo poteva avventurarsi in quella bolgia. Non sentendo nè l’arsura nè la stanchezza, cominciò a entrare e uscire per i dormitori, invasi di fumo, entro cui saettavano laceranti le invocazioni selvagge o fioche degli immobilizzati: e dai giacigli ne sollevò uno e lo portò verso l’uscio; e poi un altro; e poi un terzo…; e così di seguito, senza stramazzare sotto il peso.

Da solo salvò quanti malati, uomini e donne, erano restati; dopo di che, sapendo quel che la masserizia valesse per i poveri infermi, si mise con una rapidità e una forza prodigiosa, a radunar e gittar dalla finestra letti, mobilia, e coperte, quanto potè. Ciò fatto accorse a dare una mano ai volenterosi che s’erano accinti a spegnere l’incendio, ma a un certo punto una lingua di fuoco eruppe alle sue spalle, sbarrandogli la ritirata, mentre l’incendio ardeva urlando in faccia a lui. Una nuvola di fumo, tra il croscio delle travi, lo avviluppò, sì che la gente da basso, avendo osservato la scena, emise un urlo di terrore, convinta che egli fosse stato travolto nel vortice delle vampe.

La voce della sua eroica morte, con la rapidità del vento che alimentava la fiamma, si sparse tra la folla; e un clamore di lamenti si levò d’ogni parte. Ma a un tratto se lo videro balzar fuori dal groviglio, e discesa rapidamente la scala, vennir via ratto e illeso. Solo le ciglia erano arse. E allora la gente non potè reprimere l’impressione che egli fosse stato salvato con un miracolo, essendo passato visibilmente tra le fiamme; e un miracolo verosimile fu, il quale conferisce un colorito di fiamma alla carità di quest’uomo, offertosi intero agli altri, sì che la liturgia ricorda l’episodio nell’orazione della sua Messa festiva, pregando Dio che per i meriti del suo Giovanni, i vizi nostri siano medicati dal fuoco della carità divina.

Ma di consimili episodi, – narra il fido Francesco Castro – se ne potrebbero narrare molti.

Il gesto appare più eroico quando, investigando le cause dell’incendio, si comprese che esso era esploso a motivo dei troppi fornelli accesi in cucina per preparare un banchetto pantagruelico, a base di polli, pernici, e altri volatili d’eccezione per ordine e uso dell’amministratore che era un personaggio titolato, e quando faceva le cose le faceva con opulenza sardanapalesca, con i fondi dei poveri.

A noi che abbiamo seguìto dall’età di otto anni le vicende avventurose di Giovanni di Dio, il suo sprezzo del pericolo non desta sorpresa; e così non ci sorprendono i suoi atti di coraggio di prima e di poi.”  (Pag. 179-182)

Quindi andò a dissetarsi. Nel tornare verso l’albero, il bambino gli porse un melograno: un bel melograno aperto da cui sporgeva una croce; e gli disse:  – Giovanni di Dio, la tua croce sarà a Granata. – Ciò detto, scomparve.

Miracolo o leggenda, di lì è venuto alla famiglia di Giovanni di Dio il simbolo:

un melograno aperto con una croce a sommo…”.  

(Igino Giordani, “San Giovanni di Dio – UN SANTO DEL POPOLO”)

DUOMO DI TIVOLI

Sono affreschi del Duomo di Tivoli, gli stessi di cui ci parla nella presentazione; santi e gloriosi martiri che nella sua fantasia facevano un tutt’uno con San Giovanni di Dio.

 Igino Giordani (1894-1980) è stato nel panorama della vita politica, culturale e religiosa del Novecento una figura di primo piano: uomo politico, giornalista, scrittore, ha pubblicato opere nei campi più diversi, dalla polemica all’apologetica, alla sociologia cristiana e all’agiografia. Un personaggio noto a tutti – attraverso gli scritti e l’intensa attività politica e intellettuale –- nella veste pubblica.

Meno noto invece il volto “domestico”. Il presente volumetto – scritto da uno dei suoi quattro figli – vuole aprire idealmente le porte di casa Giordani e far conoscere una figura diversa che completa e arricchisce il ritratto pubblico. Emerge da queste pagine, un padre ben presente nella vita dei propri figli, amorevolmente impegnato nella loro crescita.

«Lasciati liberi di scorrazzare ovunque nella grande casa di via Monte Zebio n. 28, nel quartiere Prati di Roma dove siamo nati, liberi di assalire la grande libreria di nostro padre che scalavamo sconsideratamente fino al soffitto, liberi di organizzare partite di calcio nel lungo corridoio, liberi di scarabbocchiare fogli e giornali, libri e riviste […] debbo confessare che abbiamo avuto una splendida infanzia, libera e felice». (dalla Prefazione)             

Il Servo di Dio con i giovani

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