LA PAROLA CHE RISANA – Angelo Nocent

Particolare Cristo e adultera di Andrea Vicentino

ll Vangelo ci dice che con parole e gesti di guarigione, Gesù annuncia il Regno di Dio.
Conosciamo il dolore della malattia, le ferite della solitudine, l’angoscia dell’insignificanza.
Ricerchiamo affannosamente percorsi di guarigione e di liberazione. Il desiderio di una vita felice e l’esperienza continua del limite della nostra esistenza ci muovono alla ricerca di possibili riscatti, nella speranza di una redenzione o quanto meno di una vita migliore.
Mossi da questo desiderio, ci poniamo in ascolto di alcuni racconti di guarigione tratti dal Vangelo di Marco, per ricevere una Parola che risana, che libera. Si tratta di un ascolto non ingenuo che fa i conti con l’attualità: il fermarci sulle scene evangeliche vuole, infatti, porsi non solo come studio o analisi di un testo ma anche come interrogazione critica rispetto a diagnosi e prognosi semplificatrici, con pericolosi effetti collaterali.
Solo facendo seriamente i conti con i discorsi e la vita di Gesù che annuncia il Regno di Dio e lotta contro il male, che fa udire i sordi e fa parlare i muti, possiamo comprendere in che senso la Parola di Cristo si pone come annuncio di guarigione, laboratorio di risurrezione, rivelazione del Dio della vita.
Mettersi alla scuola del Vangelo è più che una psicoterapia.
  • Perché non lasciare che il suono delle sue parole ci raggiunga in profondità? 
  • Perché non provare a credere che la Parola di Dio ha il potere di entrare tra gli anfratti inespugnabili dell’animo umano e, quindi, di guarire e sanare proprio dove i tradizionali percorsi terapeutici trovano ostacoli e barriere insormontabili ?
Qui si è deciso di partire dalla SALMOTERAPIA, preghiera di lode, di ringraziamento, di lamentazione e richiesta di perdono. Utile sarebbe marciare di pari passo con le pagine evangeliche più significative. I testi che vengono proposti andrebbero affrontati in prima battuta con un’appropriata esegesi biblica:
1. La liberazione dallo spirito immondo (Marco 1, 21-28)
2. La guarigione di un lebbroso (Marco 1, 40-45)
3. La guarigione di un paralitico e di un uomo dalla mano inaridita (Marco 2, 1-12; Marco 3, 1-12)
4. La liberazione dell’indemoniato di Gerasa (Marco 5, 1-20)
5. La guarigione dell’emorroissa e la risurrezione della figlia di Giairo (Marco 5, 21-43)
6. La guarigione di un sordomuto (Marco 7, 31-37)
7. La guarigione del cieco di Betsaida; la guarigione di Bartimeo (Marco 8, 22-30; Marco 10, 46-52)
8. La liberazione dallo spirito muto (Marco 9, 14-29)

di Italo Minestroni
GESU’ GUARISCE UN LEBBROSO
(Marco 1, 40-45; Matteo 8, 1-4; Luca 5, 12-15)
Fra le numerose guarigioni operate da Gesù, durantela Sua missione evangelizzatrice per tutta la Galilea, gli evangelisti ne narrano particolareggiatamente una, e cioè la guarigione di un lebbroso.
Che brutta malattia è la lebbra. E’ una malattia cronica, contagiosa, determinata dal bacillo di Hansen (dal nome dello studioso che per primo ne ha isolato il virus nel 1871), caratterizzata dall’apparizione sulla pelle e su talune mucose i macchie bianche e nere, di nodosità e tumori o di vescicole con evoluzione ulcerosa, con alterazioni trofiche e anestesia delle parti colpite.
Fino a qualche anno fa era giudicata inguaribile; oggi è curabile, se diagnostica e curata in tempo. E’ ancora frequente nei paesi caldi. A lungo andare dà la cancrena delle membra colpite, le quali cadono, mutilando il povero colpito.
La lebbra esisteva in Israele fino dai tempi di Mosè, e il libro del Levitico dà a tal proposito minute prescrizioni (capp. 13-14). Appena i sacerdoti avevano accertato la presenza del male in un individuo, questi era bandito dalla società e condannato a vivere lontano dall’abitato, in grotte o in capanne o in sepolcri.
Quando il lebbroso sentiva qualcuno avvicinarsi dalla sua parte, doveva agitare il campanello che teneva in mano e gridare: “impuro, impuro. Non ti accostare”, perché la lebbra costituiva un’impurità legale e chiunque toccava un lebbroso diventava immondo presso gli ebrei.
Si trattava non solo di una misura igienica, ma anche di ordinaria polizia. Gli Ebrei ritenevano la lebbra, come tutte le malattie e la morte, un castigo dei peccati personali. Quando il lebbroso era guarito (il che avveniva allora molto raramente), toccava al sacerdote accertarne la guarigione. Dopo questo accertamento, il lebbroso guarito doveva recarsi al tempio di Gerusalemme per offrirvi, assieme ad altre cerimonie, il sacrificio di un agnello o di un passero in espiazione del peccato. Ciò fatto poteva rientrare nel consorzio umano.
La scena che riferisce la guarigione di un lebbroso ad opera di Gesù, si svolge in una piccola città della Galilea nelle vicinanze di Cafarnao.
  • Un lebbroso del vicinato ha inteso parlare delle numerose guarigioni operate da Gesù di Nazareth.
  • Trasportato dal desiderio e dalla fiducia, egli dimentica le prescrizioni della legge, entra nella città, s’unisce la popolo e cerca di vedere e di avvicinarsi a Gesù.
  • Quando gli fu vicino «buttandosi in ginocchio lo pregò, dicendo: Se tu vuoi , puoi mondarmi! ».
La sua fede nella potenza di Gesù è assoluta, sebbene gli Ebrei ritenevano che la guarigione della lebbra esigeva uno speciale intervento della divinità, cioè un miracolo.
Gesù «si muove a pietà», vedendo la sincerità della sua fede, «estende la mano, lo tocca e gli dice Lo voglio, sii mondato». A quel contatto, a quel comando «la lebbra sparì da lui, e fu mondato».
L’anima del lebbroso e riboccante di gioia e di riconoscenza, e moltiplica la testimonianza all’indirizzo del suo benefattore. Ma Gesù cambia bruscamente sembiante, diventando severo e prendendo un tono di minaccia, « gli fa severe ammonizioni e lo manda subito via, dicendogli: Guardati dal farne parola ad alcuno, ma va’, mostrati al sacerdote e offri per la tua purificazione quel che Mosè ha prescritto; e questo serva loro di testimonianza ».
Il lebbroso si allontana, ma, preso da vivo desiderio di glorificare il suo benefattore « appena partito, si dette a proclamare e divulgare il fatto». In conseguenza di ciò si ebbe una tale affluenza di popolo «che Gesù non poteva più entrare palesemente in città; ma se ne stava fuori in luoghi deserti». Ma nemmeno questo atteggiamento valse a tener lontana la gente da lui, perché anche lì « accorreva a lui gente da ogni parte».
Come Gesù nel caso narrato, anche Mosè e il profeta Eliseo guarirono la lebbra di alcuni malati. Ma Gesù nel suo modo di operare li sorpassa entrambi.
Un certo Naaman, generale supremo dell’esercito siriano, andò dal profeta Eliseo a chiedere la guarigione della lebbra (2 Re cap. 5). Ed Eliseo lo mandò a lavarsi sette volte nella acqua del fiume Giordano per avere la guarigione, mostrando così che il potere della guarigione non era in lui né da lui. E Naaman, sebbene sospettoso dell’efficacia del metodo, ottenne la guarigione.
Mosè guarì dalla lebbra sua sorella Myriam, elevando a Dio una preghiera per essa (Levitico cap. 12).
  • Gesù non prega, ma comanda.
  • Tocca il lebbroso e questo tocco e la parola di comando sono la causa reale e unica della sua guarigione.
  • E poiché questa guarisce è un miracolo,
  • e ogni miracolo è opera di Dio, il potere, di cui Gesù dispone, è dunque divino.
  • E poiché questo potere gli appartiene come proprio, essendone non solo il depositario, poiché ne dispone a suo talento, quando e come vuole, dobbiamo concludere che Gesù è Dio.

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