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LE MIE RADICI – Angelo Nocent

              lunedì, 16 aprile 2007

LE MIE RADICI

AQUILEIA – GRADO

LE MIE RADICI


 

Un invito a scoprire le tue radici


Aquileia Lontane nel tempo sono le origini di Aquileia. Nel luogo dove, già in epoca protostorica, si commerciava ambra del Nord scambiandola con oggetti che, via mare, arrivavano dal Mediterraneo e dagli scali del vicino Oriente, i Romani, nel 181 a.C., fondano una colonia di diritto latino.

Questo centro, il cui nome sembra derivare dal fiume Aquilis, conobbe nell’antichità un periodo di grande importanza, tanto da essere considerata  una delle più importanti città del mondo romano. A tutt’oggi esso rappresenta una delle realtà più significative per l’archeologia di età romana, le cui testimonianze spaziano tra il 181 a.C. al 452 d. C.. Di eccezionale importanza sono i documenti e le raccolte di oggetti conservati nel Museo Archeologico Nazionale e preziose testimonianze dell’antico splendore sono i resti del foro e del porto fluviale.Di grande rilievo la Basilica, uno dei più preziosi esmpi dell’arte paleocristina nell’area Altoadriatica.Fu sede del Patriarcato di Aquileia, che governò il Friuli per quasi quattrocento anni.  

Da avamposto militare a capitale della X Regio della Venetia et Histria, la città si sviluppa rapidamente per esclusive ragioni militari relative alle mire espansionistiche dell’impero romano verso le regioni centro-europee e balcaniche. Aquileia divenne fiorente e prospera grazie al vasto commercio che arrivava e partiva dalla città per mezzo di una funzionale e capillare rete stradale. Era dotata di possenti mura difensive e di enormi edifici quali il circo, l’anfiteatro, il teatro, le terme, il foro all’incrocio tra il cardo ed il decumano. Raggiunse il suo apice sotto l’impero di Cesare Augusto: con una popolazione stabile di oltre 200.000 abitanti, divenne una delle maggiori e più ricche città di tutto l’impero. Fu residenza di parecchi imperatori, con un palazzo assai frequentato, fino a Costantino il Grande e oltre. Con la distruzione attilana della metà del V secolo d.C. si ebbe il definitivo collasso economico e sociale che perdurò sino all’epoca medievale.

Particolare della tavola “Peutingeriana” (una mappa degli itinerari principali risalente al sec. V) dove si vede la città romana di Aquileia turrita .

Interno della basilica di Aquileia visto da est. In primo piano il pavimento musivo policromo teodoriano della prima metà del IV s.d.C. 

Aquileia rimane un centro politico culturale cui si fa capo, anche durante le invasioni degli Ungari (X sec. d.C.), nonostante fosse una zona problematica dell’impero, punto di incontro della civiltà latina, g ermanica e slava. Il Patriarca di Aquileia rimase sempre vicino e alleato al potere politico anche quando questo era ormai diventato germanico e nel 1077 l’imperatore Enrico IV concesse a Sigeardo Patriarca l’investitura feudale con titolo ducale sulla Contea dando origine allo Stato della Patria del Friuli.

Scavi archeologici di Saipins e di Saepinum. I segni delle basi delle colonne dei portici che accompagnavano per l’intera lunghezza il decumano, su entrambi i lati. Foto Molise – Sepino

I mosaici di Aquileia

Particolare del mosaico absidale della basilica Fondo Tullio

Aquileia , Basilica. Particolare musivo dell’aula gnostica – II-III s.d.C.- (visibile nella Cripta degli Scavi) presso la basilica. Si notano due costellazioni: quella del Drago (cammuffata da agnello) e quella del Cancro o Gambero.

Il grande mosaico pavimentale è del IV secolo ed è il più esteso di tutto il mondo cristiano occidentale. Non ha un motivo decorativo uniforme e ripetitivo, ma è diviso in dieci tappeti figurati con soggetti biblico simbolici (la lotta fra il gallo e la tartaruga, le quattro stagioni, i ritratti di donatori e benefattori, la Vittoria, la grande scena marina con all’interno la biblica storia di Giona, il Buon Pastore e diversi animali) – Da Aquileia.net

 

Campanile e Basilica di Aquileia

La Basilica Patriarcale sorge accanto al maestoso campanile costruito nel 1030. Realizzata tra gli inizi dell’XI secolo e la seconda metà del XIV, ha forma per lo più romanica, con transetto e tre absidi decorate ad affresco.

Il pavimento a Mosaico della basilica di Aquileia

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Veduta del Porto Fluviale

veduta della copertura della Basilica

 

Foro Imperiale

 

Porto fluviale

 

Porto fluviale

Interno della Basilica

Altare Maggiore

 

Ritratto del Patriarca Poppone nella Basilica


 

Basilica: cattedra patriarcale e altare

 

 

Simbolo di San Luca, affresco absidale della Basilica

 

Basilica: Pala di Pellegrino da San Daniele

 

 

Basilica: Veduta della Cripta (XII sec.)

 

Cripta degli Scavi: mosaico teodoriano

Catino absidale della Cappella di San Pietro


 

Cappella del S. Rosario

 

Foro Imperiale

 

 

Basilica

 

 

Abside della Basilica

 

 

Cripta degli Scavi


 

Cripta degli Scavi: mosaico teodoriano

 

Battistero paleocristiano

 

Cripta degli Scavi

 

Mosaico teodoriano

 

Cripta degli Scavi: mosaico teodoriano

 

Le rovine romane di Aquileia

(donazione del conte Cacellino al patriarca di Aquileia, del castello di Moggio –          opera di Leonardo Rigo di Udine –  chiesa abbaziale- foto Russo)

Narra la leggenda che Marco, fondato il patriarcato di Aquileia per ordine di San Pietro, subì una tempesta nei pressi della laguna veneta mentre ritornava a Roma. La furia degli elementi sospinse la sua barca nelle ancora disabitate isole di Rialto. In sogno gli apparve un angelo del Signore comunicandogli: “Pax tibi, Marce, evangelista meus…”. Pace a te Marco, mio caro evangelista. Sappi che qui un giorno riposeranno le tue ossa. Dopo la tua morte il popolo credente che abita questa terra edificherà in questo luogo una città meravigliosa e si paleserà degno di possedere il tuo corpo.

Il vessillo veneziano.

La più antica testimonianza di un vessillo veneziano viene fornita nel 998 da Giovanni Diacono. Molti comunque pensano che invece del leone marciano ci fosse una croce d’oro su sfondo azzurro. La prova sarebbe nella formella della “Pala d’oro” dove c’è la rappresentazione dell’accoglimento delle reliquie di S. Marco nella basilica dove un armato regge appunto un vessillo con tale simbolo . I colori dello Stato veneziano non sono sempre stati il rosso e il giallo (l’oro) come vediamo adesso ma azzurro e il giallo (l’oro).

 

Stendardi di diversi colori.

Gli stendardi erano con il drappo bianco se la repubblica era in pace, col drappo rosso se in guerra, con drappo azzurro se in alleanza con qualche sovrano e col drappo violetto se in tregua d’armi. Solo la marina ebbe sempre il rosso sia nelle bandiere che nelle uniformi, e per questa ragione anche gli stendardi innalzati sulle antenne della piazza sono sempre stati rossi, perché le antenne stavano a rappresentare ed erano effettivamente alberi di nave.

 

 

 

 

 

 

 

 

http://www.aquileia.net/prima.htm

 

 

 

 

 

CERVIGNANO DEL FRIULI (Ud) 2 metri s.l.m. – 28,48 km² – 12.003 abitanti – C.a.p.: 33052

Frazioni/Località: Muscoli – Scodovacca – Strassoldo

Piazza Unità all’inizio del XX secolo

La storia e i suoi segni  – di Clara Cubi Santorio

La storia di Cervignano è legata a quella della “madre Aquileia”, forte di una posizione geografica privilegiata dalla presenza del fiume Alsa (Aussa o Ausa), navigabile per un buon tratto, e dal passaggio delle strade Julia Augusta (diretta a nord) ed Annia (proveniente da sud-ovest), che rendevano il sito un nodo di viabilità fluviale e terrestre di primaria importanza. Tale funzione Cervignano dovette avere, con le dovute proporzioni, anche prima della fondazione di Aquileia (181 a.C.), quando le strade che collegavano il grande emporio commerciale a Roma e all’Impero non erano che tratturi battuti dall’uomo della protostoria, come attestano alcuni rinvenimenti in tal senso, soprattutto nella zona di Muscoli. Punto nodale per l’economia dell’agro aquileiese in età romana, ne condivise le vicissitudini anche durante le funeste scorrerie dei barbari. Alla discesa dei Longobardi (568 d.C.), Cervignano entrò a far parte del Ducato del Friuli, ed un secolo dopo tornò alla ribalta della storia con la fondazione della Badia di San Michele Arcangelo, ritenuta da alcuni studiosi la più antica abbazia benedettina del Friuli. Del passato splendore restano la dedicazione a San Michele della parrocchia e della chiesa madre, nonché un tratto di pavimento musivo scoperto nel 1915 presso la torre campanaria. Le successive vicende storiche ed economiche della Cervignano medievale si possono desumere da quattro principali atti:

  • la conferma da parte di re Berengario dei beni all’abbazia di San Michele Arcangelo “de Cerviniana” all’abate Abone (anno 912, prima menzione scritta di Cervignano), attestante la volontà di rinascita del venerabile complesso abbaziale dopo le prime scorrerie degli Úngheri;
  • la donazione del Castrum Cirviganum e dei suoi dintorni da parte del Patriarca di Aquileia, Poppone, al Monastero di Santa Maria, tenuto dalle Benedettine fuori le mura della stessa Aquileia, al fine di favorire la ripresa della disastrata situazione economica attraverso il recupero dell’agricoltura;
  • il contratto di livello tra il cosiddetto Monastero e una settantina di “uomini liberi” abitanti in Cirvigane Muscoli, Terzo e San Martino, vincolati a risiedere e a lavorare per 29 anni, a beneficio proprio e della comunità, nei rispettivi luoghi, costituenti un vasto territorio, delimitato per lo più da corsi d’acqua e per questo denominato “Insula Serviliana”, area geografica che si configurò per secoli come un’unica entità amministrativa ed urbanistica;
  • la formazione di una lega in difesa del Patriarca Bertrando di San Genesio, sottoscritta nel 1349 in villa Cirvignani, nella piazza, sotto il vessillo della comunità (degli uomini liberi), documentando la consolidata esistenza del Comune rurale di Cervignano e confermandolo tra i primi sorti in Italia.

 

Tale situazione, costellata di momenti di crescita economica e demografica, permase fino al 1420, anno in cui Cervignano passò, con il resto del Friuli, sotto il dominio della Repubblica di Venezia. A seguito delle lotte tra la Serenissima e l’Austria, Cervignano entrò a far parte dell’Impero Asburgico; il fiume Aussa segnò i confini tra i domini arciducali e quelli veneziani, divenendo oggetto del contendere tra le opposte sponde, specialmente per gli onerosi pedaggi imposti alle imbarcazioni veneziane. Chiusa la parentesi della cosiddetta “guerra di Gradisca” (1615), durante la quale fu gravemente danneggiata, Cervignano concentrò la propria vita economica sull’attività del porto fluviale, che divenne intensa e proficua, poiché vi erano interessate tutte le merci provenienti dal mare, risalenti l’Aussa e destinate all’entroterra: potevano essere vino del Meridione, olio dell’Istria, grano del Polesine o cipolle e cocomeri della Romagna. Dopo un breve intervallo napoleonico (1807-1813), nel 1866, a conclusione della Terza Guerra per l’Indipendenza, il nuovo confine con il Regno d’Italia fu spostato in località Tre Ponti, a circa due chilometri da Cervignano, alla confluenza Aussa-Taglio. La città rimase possedimento austriaco fino al 24 ottobre 1915, quando fu occupata dai soldati italiani che ne fecero un importante centro militare, luogo di smistamento di uomini e di materiali, sede di comando e di assistenza ospedaliera. Durante la seconda guerra mondiale anche Cervignano patì i danni dei bombardamenti, ma fu ancor più dolorosamente colpita da una feroce rappresaglia perpetrata dai tedeschi in ritirata.

 

Oggi Cervignano è una cittadina moderna, dedita al terziario, centro di snodo nei collegamenti, e conferma la propria vocazione storica di ganglio vitale per le comunicazioni e i trasporti, favoriti a livello internazionale dallo scalo ferroviario di recente realizzazione e dall’Interporto Alpe Adria. La recente riapertura (1997) della sala polifunzionale (dedicata a Pier Paolo Pasolini) ha contribuito a offrire nuove occasioni alla vita culturale della città, retaggio di un passato dignitoso la cui testimonianza è in qualche modo “stratificata” soprattutto nella cripta della chiesa di San Michele, dove spazio profano e spazio sacro del tempo attendono di essere consegnati ad una popolazione vissuta fra terra e acqua, in prossimità del mare.

Vista su Piazza Unità d’Italia (nord-ovest) all’intersezione con Via Aquileia, a sinistra

(Photolab Sandro D’Antonio)

I segni della storia

Affresco del secolo XIX raffigurante San Michele arcancelo, Cervignano del Friuli, Chiesa vecchia di S. Michele

Pochi ma significativi segni sono inseriti nel contesto urbano:

  • il già ricordato tratto di pavimento in mosaico, reso con motivi geometrici in bianco e nero e palmetta in cotto, appartenuto all’abbazia benedettina che tanta parte ha avuto nella rinascita della Cervignano medievale (piazza Marconi);
  • la settecentesca Villa Bresciani-Attems (via Trieste), dalla maestosa scalinata in pietra bianca che conduce al portale bugnato, attorniata dai residui dell’antico parco, i quali ombreggiano la Cappella di S. Croce dov’è conservata l’espressione più alta della Cervignano di un tempo: un gigantesco crocifisso processionale del XIII secolo;
  • architetture abitative di un certo pregio come il palazzetto De Molina (via Mercato), le case Zannier (lungo l’Aussa) e, in tempi più vicini a noi, “case d’autore” come quelle Fattor e Vidali (architetto Costantino Dardi, 1962), Bortolotto (architetto A. Masieri, 1950-52) e Zigaina (architetto G. De Carlo, 1958);
  • l’ex scuola di via Roma, ospedale militare durante la prima guerra mondiale, costruzione di onorevole impronta architettonica e di grande valore come luogo vivo nella memoria collettiva; oggi giace purtroppo dimenticato, in uno stato di abbandono e degrado, in attesa del doveroso recupero assieme al vicino borgo “Salomon” (Salomone);
  • il palazzo municipale, la cui torretta emerge dalle folte chiome degli alberi del giardino pubblico di piazza Indipendenza;
  • il duomo costruito nel 1964 da Giacomo della Mea secondo arditi criteri di modernità, funzionali e simbolici, dedicato alla Madonna di Fatima;
  • la chiesa madre di San Michele Arcangelo, riaperta al culto nel 1994, sorta nel 1780 su precedenti costruzioni in quella che era la piazza medievale, luogo di aggregazione per eccellenza dei cervignanesi di allora; all’interno i neorestaurati affreschi dell’insigne pittore veneziano Sebastiano Santi, eseguiti nel 1846;
  • la chiesetta di San Girolamo, prospiciente l’omonima piazza, il cui aspetto antico non rivela la data della costruzione relativamente recente.

La vita sul fiume che porta al mare Un suggestivo scorcio del ponte sull’Aussa (Photolab Sandro D’Antonio) La torretta e i giardini pubblici da via Mazzini (Photolab Sandro D’Antonio) La chiesa di San Michele Arcangelo (Photolab Sandro D’Antonio) Qui ho ricevuto i sacramenti del Battesimo e della Confermazione. Qui ho fatto il chierichetto per anni.

Piazza Indipendenza: il Palazzo del Municipio (Photolab Sandro D’Antonio) Il fiume Aussa (Photolab Sandro D’Antonio)

Piazza Unità d’Italia. Sullo sfondo la chiesa di S. Michele Arcangelo (Photolab Sandro D’Antonio)

Il centro: via Roma (Photolab Sandro D’Antonio) Panoramica del centro cittadino in direzione est (Photolab Sandro D’Antonio)

Chiesa di San Gerolamo

Scorcio del fiume Aussa

Il Municipio


La sua storia inizia, come tutta quella della Bassa Friulana, con la fondazione di Aquileia nel 181 a.C. da parte dei triumviri romani Lucio Manlio Acidino, Publio Scipione Nasica e Caio Flaminio mandati dal senato di Roma a sbarrare la strada ai barbari che minacciavano i confini orientali d’Italia; le terre circostanti alla città furono ben presto assegnate ai veterani, e come in altri luoghi questa strategia permetteva una graduale romanizzazione della regione interessata.

Cervignano è attestato dal 912 con i toponimi Cerveniana o Cirvignanum. Il termine deriva dal nome proprio di un’antica famiglia romana, Cervenius o Cervonius, col suffisso –anus ad indicare appartenenza. L’etimologia popolare lo collega, però, a “cervo”, immaginando che fosse qui presente un bosco popolato di cervi, da cui la parte sinistra del simbolo cittadino. L’ancora sulla parte destra richiama invece l’antico porto fluviale sull’Ausa, un tempo principale motore economico della cittadina.

Fu sede di un’abbaziabenedettina altomedievale dedicata a San Michele Arcangelo, assegnata al celebre monastero aquileiese di S.Maria (secolo XI), e vi esercitò i diritti d’avocazia il conte di Gorizia. Passò sotto Venezia nel 1420 per ritornare poi con il trattato di Worms (1521) nuovamente sotto la contea di Gorizia nell’impero d’Austria, salvo una breve occupazione veneziana durante la guerra di Gradisca nell’anno 1615 e dopo le guerre Napoleoniche periodo in cui Cervignano fungeva agli Austriaci come merce di scambio nei trattati, nel 1779 divenne territorio Francese per pochi mesi e fu ri-ceduta nel 1807 per tornare all’impero asburgico nel 1813. L’Ausa segnò il confine fra impero d’Austria e il regno d’Italia fino alla prima guerra mondiale.

La liberazione dall’Austria

Cervignano fu sede di forti movimenti dell’irredentismo che auspicavano la riunificazione all’Italia. La città fu liberata il 24 maggio1915 dai bersaglieri italiani che entrarono al suono della carica accolti dalla popolazione in festa e divenne sede del comando della III Armata. La città durante il periodo bellico fu soggetta a ripetuti bombardamenti austriaci sull’abitato quale ritorsione nei confronti della popolazione per non essersi sollevata contro l’esercito italiano ma anzi avendolo accolto come liberatore. Dopo la disfatta di Caporetto quanti poterono temendo le rappresaglie dell’esercito asburgico cercarono rifugio nell’Italia Centrale. A confortare e sostenere la popolazione in quello che fu definito ” un lungo anno di squallida miseria e di triste abbandono” furono due sacerdoti, il parroco del paese e il suo catechista Angelo Molaro un uomo di indubbi sentimenti italiani in cui gli irridentisti trovarono un appoggio sicuro quanto discreto. Il 30 ottobre 1918Trieste aveva autoproclamato il distacco dall’Austria, gli irridentisti cervignanesi si ritrovarono a casa del catechista Angelo Molaro stabilendo di tenere una pubblica riunione il giorno dopo per la costituzione ufficiale di un Comitato di Salute Pubblica con i pieni poteri in attesa dell’esercito Italiano liberatore. Nel giorno convenuto fu data pubblica lettura davanti alla cittadinanza intera di un manifesto che tuttora è scolpito su una targa di marmo nella medesima piazza ove ne è stata data lettura. Esso proclama che Cervignano di sua volontà è la seconda città dopo Trieste che da sola si libera del giogo Austriaco. La mattina del 4 novembre entrarono in città i primi soldati italiani, un gruppo di mitraglieri della II Divisione di Cavalleria comandate dal maggiore Federico Noris dei lancieri di Firenze. Nel pomeriggio dello stesso giorno è giunto a Cervignano il generale Oreste De Gasperi a cui il Comitato di Salute Pubblica consegna simbolicmente la cittadina.

Una curiosità, la città fu consegnata all’ufficiale Italiano in nome della Repubblica (il Comitato di Salute Pubblica era infatti un collegio di rappresentanti del popolo con pieni poteri) pertanto Cervignano del Friuli è stata anche se per soli 4 giorni una Repubblica statuaria indipendente.

Manifesto della Liberazione

Targa che commemora la redenzione del popolo Cervignanese ancor prima dell’arrivo delle forze di liberazione militari

Comitato di Salute Pubblica di Cervignano

Cervignano fu sede di forti movimenti dell’irredentismo che auspicavano la riunificazione all’Italia. La città fu liberata il 24 maggio 1915 dai bersaglieri italiani che entrarono al suono della carica accolti dalla popolazione in festa e divenne sede del comando della III Armata. La città durante il periodo bellico fu soggetta a ripetuti bombardamenti austriaci sull’abitato quale ritorsione nei confronti della popolazione per non essersi sollevata contro l’esercito italiano ma anzi avendolo accolto come liberatore. Dopo la disfatta di Caporetto quanti poterono temendo le rappresaglie dell’esercito asburgico cercarono rifugio nell’Italia Centrale. A confortare e sostenere la popolazione in quello che fu definito ” un lungo anno di squallida miseria e di triste abbandono” furono due sacerdoti, il parroco del paese e il suo catechista Angelo Molaro un uomo di indubbi sentimenti italiani in cui gli irridentisti trovarono un appoggio sicuro quanto discreto. Il 30 ottobre 1918 Trieste aveva autoproclamato il distacco dall’Austria, gli irridentisti cervignanesi si ritrovarono a casa del catechista Angelo Molaro stabilendo di tenere una pubblica riunione il giorno dopo per la costituzione ufficiale di un Comitato di Salute Pubblica con i pieni poteri in attesa dell’esercito Italiano liberatore. Nel giorno convenuto fu data pubblica lettura davanti alla cittadinanza intera di un manifesto che tuttora è scolpito su una targa di marmo nella medesima piazza ove ne è stata data lettura. Esso proclama che Cervignano di sua volontà è la seconda città dopo Trieste che da sola si libera del giogo Austriaco. La mattina del 4 novembre entrarono in città i primi soldati italiani, un gruppo di mitraglieri della II Divisione di Cavalleria comandate dal maggiore Federico Noris dei lancieri di Firenze. Nel pomeriggio dello stesso giorno è giunto a Cervignano il generale Oreste De Gasperi a cui il Comitato di Salute Pubblica consegna simbolicmente la cittadina.

Una curiosità, la città fu consegnata all’ufficiale Italiano in nome della Repubblica (il Comitato di Salute Pubblica era infatti un collegio di rappresentanti del popolo con pieni poteri) pertanto Cervignano del Friuli è stata anche se per soli 4 giorni una Repubblica statuaria indipendente.

 

Manifesto della Liberazione

Targa che commemora la redenzione del popolo Cervignanese ancor prima dell’arrivo delle forze di liberazione militari

Comitato di Salute Pubblica di Cervignano

Cervignanesi

La libertà ha trionfato! Il popolo, cosciente dei propri diritti ha spezzato le catene che lo tenevano avvinto. La violenza, la prepotenza dei pochi, la repressione brutale e sistematica dei governi hanno accellerato la fine di ogni schiavitù.Libero sia ogni cittadino in tutte le sue manifestazioni.

E Trieste, sempre prima fra noi Italiani, ha con nobile slancio riconosciuto questo principio proclamando altamente la sua indipendenza dal nesso statale austriaco ed assumendo nello stesso tempo tutti i poteri civili e militari e tutte le istituzioni della città.

Concittadini

Uniamoci al grido di Libertà, che viene da Trieste ed imitaimone l’esempio! Reclamiamo anche noi la Libertà che ci spetta ed usiamo dei diritti che da essa ci derivano!

Cervignanesi

Il comitato di Salute Pubblica, che s’è costituito anche nella nostra Cervignano a tutela dell’interesse cittadino nell’imminenza della nostra redenzione si rivolge a voi tutti con l’invito di riconoscere l’autorità del Comitato e di coadiuvarlo nell’adempimento delle sue funzioni. Sacra e inviolabile sia la proprietà altrui, incondizionato il rispetto personale!

Un velo sul passato, non odio, non vendetta, ma pace, amore e libertà.

Cervignano li 31 ottobre 1918.

ITINERARI *

Si visitano dunque:

  • il Museo Archeologico Nazionale e l’annesso lapidario (via Roma 1, tel. 043191016), che raccolgono ed espongono nelle sale, allestite per materiale, e nelle gallerie, ricchi e preziosi reperti (particolare attenzione meritano gemme e vetri);

  • il Museo Nazionale Paleocristiano allestito nell’antichissima basilica detta “di Monastero” (tel. 043191131), raro esempio di conformità tra contenitore (basilica paleocristiana) e contenuti (reperti inerenti alla vita religiosa dei primi cristiani di Aquileia);

  • il complesso basilicale (basilica, cripta degli scavi, cripta degli affreschi, battistero, campanile), che costituisce un unicum di straordinario interesse religioso, storico ed artistico (degni di considerazione soprattutto i mosaici d’età teodoriana);

  • il sepolcreto, venuto alla luce negli anni Quaranta del XX secolo e lasciato intatto in loco quale espressione diretta del culto che gli antichi aquileiesi riservavano ai loro defunti;

  • il foro, di cui si può ammirare l’ampia angolatura di sud-est che con i suoi resti ci aiuta a ricostruire l’impianto forense e a riviverlo come cuore pulsante della città quale era;

  • il porto fluviale, ganglio vitale dell’Aquileia romana che oggi, con i sui resti in grigia pietra d’Istria, lungo la via Sacra ci parla di incontri, di scambi di crescita e di sviluppo di uomini e cose;

  • gli impianti urbani visibili in più zone di scavo, che con le loro pavimentazioni musive attestano l’opulenza delle case romane e la versatilità dei loro proprietari; i mercati accanto alla basilica; gli oratori tra i quali spicca quello con il mosaico raffigurante il Buon Pastore in vesti orientali;

  • il Cimitero degli Eroi, che all’ombra dei cipressi custodisce le tombe di soldati austriaci ed italiani caduti durante la prima guerra mondiale nonché quella che accoglie le spoglie di dieci militi ignoti dopo che l’undicesima bara era stata trasportata a Roma, sull’Altare della Patria.

Cervignano ha il privilegio di trovarsi a circa 7 km da Aquileia, l’antica città romana, oggi centro archeologico internazionale, dichiarato patrimonio dell’umanità dall’UNESCO, doveroso riconoscimento alla sua storia ultramillenaria e alle superbe testimonianze che essa ha lasciato. Fondata nel 181 a.C. come caposaldo di Roma contro i Galli e le popolazioni subalpine, incrementata nel 169 a.C. da una ulteriore immissione di coloni, diventata municipium, favorita dalla presenza, allora, di un fiume largo 48 m e navigabile per un lungo tratto (il Natisone con il Torre), alla fine del I sec. a.C. la piccola colonia iniziale è già diventata una grande città tranquilla e operosa. L’imperatore Augusto la nomina capitale della X Regione Italica (Venetia et Histria).

Nel I sec. d.C. la città è dedita ad un’intensa attività commerciale: navi onerarie attraccano al suo porto fluviale cariche di merci da e per il Levante; una fornitissima rete viaria favorisce il trasporto dei prodotti dell’arco alpino. Giungono materie prime che gli abili artigiani aquileiesi trasformano in pregiati prodotti finiti; agricoltura, artigianato e commercio fanno di Aquileia uno dei più importanti empori dell’Impero.

Dall’Oriente giunge anche il Cristianesimo, e la metropoli aquileiese diviene subito faro di fede e di civiltà con il complesso basilicale costruito dal vescovo Teodoro subito dopo l’Editto di Milano (313). Sulle aule teodoriane si impostano i successivi interventi architettonici e si radica profondamente la fede dei Padri; trasmessa da vescovi e patriarchi, diffusa da missionari convinti e preparati, raggiungerà le genti dell’Est. Abbandonata dai suoi abitanti dopo le invasioni barbariche, la grande città romana scompare lentamente, in parte depredata, in parte coperta dalla terra che l’ha gelosamente custodita fino a noi affinché potessimo rivivere, attraverso scavi e rinvenimenti, la sua passata magnificenza.

 


A Strassoldo, racchiusi in un delizioso borgo medievale e circondati da corsi d’acqua e risorgive, esistono due corpi fortificati adiacenti: il castello di Strassoldo di Sopra e quello di Strassoldo di Sotto, fra i pochissimi manieri friulani rimasti fin dalle origini di proprietà della medesima famiglia. La leggenda vuole che già nel 565 esistesse in questo sito un maniero detto “dalle due torri”, costruito da Bernero di Strassau con i ruderi di Aquileia distrutta da Attila, e che il nome del luogo abbia tratto origine da Rambaldo di Strassau, uno dei comandanti del generale romano Flavio Ezio che combatté contro Attila nel 451. Delle due torri ne esiste ancora una, cioè la torre “ottoniana” del castello di Sopra, che fu modificata più volte nel corso dei secoli. La torre è la parte più antica del corpo principale, la cui elegante facciata attuale è il risultato di radicali lavori di riatto eseguiti verso la metà del Settecento. Diversamente dalla leggenda, si pensa che il primitivo castello sorgesse, nel X secolo, a difesa della Bassa friulana contro l’invasione degli ungari; ed èanzi probabile che una rocca esistesse ancora al tempo dei longobardi, a guardia del Forum fu lii contro i bizantini che dominavano la laguna di Grado. Schierati con il partito avverso al patriarca Filippo d’Alençon, gli Strassoldo ebbero distrutto il castello superiore nel 1381. Del complesso del castello di Sopra (al quale si accede, come un tempo, dall’austera Porta Cistigna) fanno ancora parte alcuni edifici di origine medievale, tra cui le case destinate un tempo agli artigiani, le scuderie, i granai, la biblioteca. Interessante la pileria, dove fino all’inizio del Novecento veniva pilato il riso destinato alla Corte imperiale di Vienna. Gli Strassoldo, una delle famiglie più antiche del Friuli, appartennero alla classe dei feudatari liberi (presenti cioè in Friuli prima del consolidamento del potere temporale dei patriarchi d’Aquilela) e sedettero all’ottavo posto nel Parlamento della Patria del Friuli. A loro spettano i titoli di conti del Sacro Romano Impero, patrizi veneti, nobili d’Ungheria e del Friuli, nonché di signori di Strassoldo. Essi hanno avuto molti nomi famosi nella storia, tra i quali, ultimo in ordine di tempo, il bisnonno della contessa Elisabetta di Strassoldo, Michele di Strassoldo-Graffemberg, che fu governatore di Milano e della Stiria sotto l’impero austro­ungarico e la cui sorella, Francesca Romana, sposò il feldmaresciallo Radetzky nella chiesa gentilizia che si trova immediatamente di fronte al castello di Strassoldo di Sopra. Il castello di Sopra da alcuni anni è aperto al pubblico per le visite di gruppi, ma anche per convegni, cene di gala, manifestazioni culturali, concerti, matrimoni.

Cervignano del Friuli Il toponimo Strassoldo ha un suono sicuramente germanico, il che si spiega con le origini della famiglia che ebbe la giurisdizione fin dai tempi più antichi sulla località. La prima parte del nome, che rimane ferma in tutte le versioni tramandate dai documenti duecenteschi, è da ricondursi al tedesco Strasse, strada; la seconda varia, ma probabilmente è riconducibile sempre al tedesco hau, sboscare, col significato, dunque, di “terreno disboscato lungo una strada”, ma anche “presidio sulla strada”. Il primo documento che cita “Straso” e del 1188. Con Muscoli e Scodovacca, Strassoldo è frazione di Cervignano del Friuli, un importante centro della Bassa friulana di circa 12.000 abitanti. A Cervignano, nel modernissimo tempio di San Michele, consacrato nel 1968 e caratterizzato dall’ardito gioco di nervature della volta, si può ammirare un pregevole crocifisso bronzeo dello scultore Max Piccini (1966). La vecchia chiesa di San Michele Arcangelo, costruita nel 1614 sul luogo di un precedente edificio, fu rifatta nel 1788 su progetto di Lorenzo Martinuzzi. Lapidi romane murate e un mosaico policromo tardo antico di fattura aquileiese stanno a testimoniare la vetustà di Cervignano. Nel complesso de] castello di Sopra è compresa la chiesa di San Nicolò che fu ampliata e data in uso alla curia verso la metà del Settecento, da Giuseppe di Stras soldo, visto che la chiesa parrocchiale del tempo (Santa Maria in Vineis) era ormai diventata troppo piccola. Oltre all’uso della chiesa, Giuseppe di Strassoldo donò alla curia la cosiddetta “Casa delle vedove”, l’attuale canonica e sessanta campi per mantenere il parroco. All’esterno si può vedere una croce in pietra a treccia, di epoca longobarda, murata nella parete dell’abside. All’interno, dietro l’altare maggiore in marmo settecentesco, è posta una pala semicircolare eseguita nel XIX secolo da Nicolò di Strassoldo. Molto interessante, a destra, l’altare del Cristo risorto, in pietra insolitamente dipinta; senza paragoni nella regione, si pone come prodotto di buona fattura tra quelli eseguiti dagli scultori lombardi in Friuli. Tradizionalmente attribuito a Bernardino da Bissone (XV-XVI secolo), potrebbe essere invece opera di un maestro affine al Pilacorte. La chiesa più conosciuta della zona è Santa Maria in Vineis, edificio votivo, ad aula, con campaniletto a vela in facciata: conserva alcuni affreschi che costituiscono uno degli episodi più rilevanti e meno conosciuti della pittura friulana del Trecento (ultimo quarto di secolo).


 

 

Anche la nuova Parrocchiale di Cervignano, è dotata di “campane elettroniche”, che non ho creduto opportuno registrare.

 

Principali monumenti e opere d’arte

LA CITTA’ ISTRIANA DI ROVIGNO SCORCI INCONSUETI DI UNA CITTA’ UNICA

 

 

foto di lodovico rustico
Rovigno
Rovigno
http://www.istriadalmazia.it/fatogallery/rovigno_gallery/index.htm

Il Patriarcato
   Il Patriarcato d’Aquileia affonda le radici nell’importanza primaziale della Chiesa e della città di Aquileia, che per secoli fu il centro gravitazionale della provincia romana Venetia et Histria. La Chiesa in Aquileia si organizzò in modo definitivo perlomeno dalla metà del III secolo; fu qualificata da numerosi martiri, da vescovi insigni per santità e parola. Dal IV secolo in poi Aquileia, pur nel progressivo esautorarsi dell’impero romano, espresse una fervida e generosa vita cristiana, di cui furono protagonisti insieme con i santi vescovi Valeriano, Cromazio, anche note personalità come lo storico ed esegeta Rufino e il poliedrico Girolamo

Quantunque non si conoscano esattamente quali siano stati i primordi del cristianesimo in Aquileia, il legame di comunione con la Chiesa di Roma e con l’impero romano d’oriente trova espressione in quella tradizione, accreditatasi dal VI secolo in avanti -da quando cioè la Chiesa aquileiese si era trasferita sulle lagune di Grado- che ne attribuisce l’evangelizzazione a san Marco, inviato nei territori dell’alto Adriatico dall’apostolo Pietro. Si narra che Ermacora su presentazione dell’evangelista Marco fu consacrato primo vescovo dallo stesso Pietro. Dopo il suo martirio assieme al diacono Fortunato è celebrato quale patrono della diocesi aquileiese. Nei secoli successivi, e per oltre un millennio fino alla sua destituzione nel 1751, la Chiesa patriarcale di Aquileia -la cui diocesi si estendeva in territorio non solo italico, ma soprattutto in quello sloveno e in parte anche austriaco- fu centro di riferimento ecclesiale per numerose diocesi nell’Italia padana, tanto che Aquileia fu considerata la seconda Chiesa per importanza dopo Roma. Dopo che gli Unni di Attila nel 452 distrussero la città romana, la sede patriarcale si trasferì a Grado. Successivamente le sorti della Chiesa aquileiese seguirono l’evoluzione complessa e drammatica dei regni e degli imperi che via via composero la fisionomia storica e politica di queste contese terre orientali d’Italia. Si determinò pertanto una Chiesa aquileiese marittima e lagunare, detta poi patriarcato di Grado che, gravitante dapprima verso l’impero bizantino, fu dal 1451 assorbito dalla potenza di Venezia e dette origine all’odierno patriarcato lagunare.

La Chiesa aquileiese del retroterra italico e alpino entrò, invece, a far parte dei territori dell’impero germanico. Dal 1077 parte del territorio diocesano fu organizzata in istituzione politico amministrativa che venne sopraffatta nel 1420 dalla potenza di Venezia. Varie furono le sedi del patriarcato di terraferma: dopo Aquileia, il castello di Cormòns, e quindi dal 737, durante il regno longobardo e l’impero franco, la città di Cividale; qui, su mandato imperiale, operò il santo patriarca Paolino.
Il patriarca Poppone, agli inizi dell’impero germanico, rinnovò Aquileia facendovi edificare il palazzo, dove i patriarchi e la loro curia risedettero fino agli inizi del XIII secolo.
Bertoldo di Merania nel 1222 trasferì definitivamente la sede a Udine conservando però il titolo di Patriarca di Aquileia Insidiato dalle potenze esterne quali l’Austria, l’Ungheria, gli Scaligeri, i Veneziani, lo stato patriarcale fu conquistato dalla serenissima Repubblica di Venezia, per essere aggregato ai possedimenti veneti dal 1420 fino al 1797. L’autorità secolare del Patriarcato passò nelle mani delle magistrature venete riconoscendo al Patriarca la sola cura delle anime e il governo di alcuni feudi (San Vito, San Daniele e Trivignano).
L’ampia parabola del Patriarcato d’Aquileia conobbe il suo ultimo momento di gloria con i suoi due ultimi patriarchi Dionisio Delfino (1699/1734) e il cardinale Daniele Delfino (1734/1760). Il patriarca Dionisio si adoperò per dotare il patriarcato di una sede rinnovata adeguando architettonicamente l’edificio, affidando la decorazione ad affresco al giovane Giambattista Tiepolo, e soprattutto predisponendo una monumentale Biblioteca che dotò di 9000 volumi di vari argomenti su tutte le scienze allora coltivate. Successivamente, il nipote Daniele promosse l’istituzione dell’Archivio della Curia patriarcale e della costruzione di una sala annessa al Palazzo.
Pochi anni dopo, il 6 luglio 1751, la bolla pontificia Iniuncta nobis di Benedetto XIV soppresse definitivamente il Patriarcato d’Aquileia e al suo posto, il 19 gennaio 1752, furono istituite le due attuali Arcidiocesi di Udine e Gorizia. I compiti pastorali furono dal papato assegnati all’arcidiocesi di Gorizia (1752) per la parte relativa al territorio imperiale, all’arcidiocesi di Udine (1753) per quella rientrante nei domini della Serenissima.

SANTI ILARIO, vescovo e TAZIANO, diacono, martiri

Il nome di Ilario (Ilaro o Ellaro), associato a Taziano nel Martirologio geronimiano, coincide con quello del secondo vescovo dei catologhi aquileiesi. Un’antichissima tradizione vuole che il vescovo Ilario e il diacono Taziano abbiano subito il martirio sotto Numeriano il 16 marzo 284. In Aquileia era dedicato a Ilario un martyrium ottagonale, sorto probabilmente già nel sec. IV entro le mura della città. Alla fine del sec. VI, per timore dei Longobardi, il patriarca Paolo si rifugiò a Grado, portandovi i corpi dei santi martiri, fra cui quello di Ilario e Taziano. I due santi ebbero larga venerazione ; nella località Gorizia era loro dedicata una piccola chiesa documentata già all’inizio del XIII secolo, che, ampliata, divenne chiesa parrocchiale della città verso il 1460, e, soppresso il Patriarcato d’Aquileia nel 1751, fu eretta cattedrale della nuova arcidiocesi metropolitana allora costituita. Gli stessi martiri sono venerati Patroni principali della città di Gorizia.

Autore:

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Il paradigma di Aquileia

«Aquileia va continuamente riscoperta nel suo profondo significato e valore che ha per la nostra storia passata, ma anche come conseguenza per la nostra storia futura». Così l’arcivescovo di Udine, mons. Pietro Brollo, ha sintetizzato il significato e la portata del secondo incontro di preparazione al 1° maggio, giorno in cui la Repubblica di Slovenia entrerà a far parte dell’Unione Europea, dal titolo «Il paradigma di Aquileia. Segno e stimolo di collaborazione tra le Chiese e di convivenza tra i popoli». L’incontro si è svolto, il 30 marzo scorso, nella suggestiva cornice dell’Abbazia di Rosazzo con la partecipazione di numerose autorità di un folto pubblico attento e qualificato. Nell’introdurre i lavori il moderatore, mons. Marino Qualizza, ha che detto nel Patriarcato di Aquileia si sono incontrati «diversi popoli e culture, che non sono stati appiattiti ma accolti nello spirito della Pentecoste». Nel suo indirizzo di saluto il vice presidente del consiglio regionale, Carlo Monai, ha riconosciuto alla Chiesa Udinese di essere stata attenta, più della politica del passato, alla presenza e al rispetto della cultura slovena. Il sindaco di Manzano, Daniele Macorig, ha sottolineato l’importanza di queste iniziative, che mirano a dare un contenuto più profondo all’avvenimento storico dell’entrata della Slovenia nell’Unione Europea. «Ritrovarci in luoghi come l’abbazia di Rosazzo — ha sottolineato l’arcivescovo di Udine — ci fa respirare la presenza attuale di una storia passata e ci siamo resi conto, altresì, di come gli incontri di persone che sentono la suggestione di questo luogo, provenienti non solo dal Friuli e da ogni dove, ci fanno davvero capire come la disputa sulle radici, che la nuova realtà europea dovrebbe avere, non è affatto inutile. Si sta discutendo sull’opportunità se inserire o meno la menzione delle radici cristiane nella Costituzione europea. Ma al di là del fatto che lo facciano o meno la nostra storia è quella e non possiamo dimenticarlo».

Aquileia antica, ha ricordato mons. Brollo, ha lasciato tracce importanti che stanno alla base della nostra storia e che indicano fusione, incontro di culture, tra quella romana e cristiana, che hanno prodotti i magnifici mosaici della basilica. Da allora Aquileia è stata «luogo di incontro, di accoglienza, di paternità vissuta non con le caratteristiche di chi conquistava per uniformare tutto, ma rappresentava la capacità di fare unità delle diversità». Mons. Brollo ha poi ripercorso le tappe della storia del Patriarcato, il quale come provincia ecclesiastica abbracciava un vastissimo territorio che andava dai confini dell’Ungheria fino alle porte di Milano, ed ha illustrato le grandi figure di patriarchi e teologi che lungo i secoli hanno riproposto ed attuato il paradigma di Aquileia. A cominciare da san Cromazio per arrivare a san Paolino, che nell’opera di conversione dei popoli, che si erano stanziati nel vasto territorio patriarcale, mise in atto già allora «la libertà di coscienza» e diede valore alla cultura.

L’arcivescovo ha poi ricordato il beato Bertrando, ancora principe del ducato, che attuò la volontà di partecipazione del clero al governo spirituale, di crescita comune nel cammino di fede. La fine del Patriarcato, come entità statale e come metropolia, non hanno posto fine alla storia di una Chiesa, che dai quei periodi è diventata abbastanza triste e nell’ultimo secolo anche cattiva. «Pensiamo — ha detto mons. Brollo — a ciò che le ultime due guerre hanno creato nel rapporto tra le nostre genti, che vivevano insieme, in armonia, ma quando uno statalismo così esasperato ha messo gli uni contro gli altri, ha creato quelle fratture che noi oggi siamo impegnati a sanare. Nella nostra tradizione non c’è la frattura. Chi ha vissuto quelle violenze, non le può dimenticare, ma ugualmente dobbiamo ritrovare il paradigma di Aquileia che ci faccia ritrovare un riferimento capace di farci superare queste difficoltà. Come cristiani dobbiamo dare questo apporto: non mettere insieme semplicemente gli interessi economici, ma le anime della gente che vuole essere se stessa in quella stupenda ricchezza che ci viene data nel momento in cui le diversità non diventano contrapposizioni, ma vengono armonicamente utilizzate». «Parlare di Aquileia — ha esordito mons. Franc Rodé, prefetto della Congregazione per la Vita religiosa e già arcivescovo di Lubiana — mi sento a mio agio. L’assenza di tendenze egemoniche nel patriarcato di Aquileia rappresenta qualcosa di straordinario. Nella storia i popoli europei si sono fatti tutto il male che potevano farsi se conveniva loro. Forse è un’idea pessimista, ma c’è qualche verità. Aquileia, invece, è un’eccezione». Mons. Rodé si è poi soffermato sulla visione che hanno gli sloveni del Patriarcato e della sua azione sul loro popolo e sulla loro terra.

«Il rispetto delle diversità da parte di Aquileia — ha sottolineato mons. Rodé — è un’eccezione nella storia. La sua azione era improntata a principi diversi, ad un vero spirito cattolico». A questo spirito si richiama san Paolino nell’opera di evangelizzazione degli sloveni, che si estese su un vasto territorio che va fino al fiume Drava comprendendo gran parte dell’attuale Slovenia. Paolino è una di quelle figure ieratiche di pastore dell’alto Medio evo, teologo di grande precisione di pensiero, poeta e musico di talento, collaboratore dell’inglese Alcuino alla corte di Carlo Magno, che diventa patriarca di Aquileia dopo la sottomissione dei longobardi allo stato dei franchi». Nel 796 Paolino convocò «il concilio di Cividale per affermare la vera fede in Gesù vero Dio e vero uomo, correggere certi abusi tra il clero, promuovere la vita spirituale e liturgica tra il popolo, definire le regole del matrimonio cristiano e programmare la missione tra gli sloveni, stabilitisi sul territorio del Patriarcato».

Nell’autunno della stesso anno si riunirono «ad ripas Danubii» Alcuino, i vescovi di Salisburgo e Passau e Paolino e lì stabilirono un metodo particolare di evangelizzazione che fa eccezione per quel tempo ed anche per molti secoli dopo. «Il metodo promosso da Paolino — ha sottolineato mons. Rodé — era in contrasto con le pratiche di quei tempi rudi e violenti. L’esperienza disastrosa di una catechizzazione forzata e di un battesimo imposto ai sassoni, consiglia a Paolino di prendere un’altra via per arrivare al cuore dell’uomo. Si fece difensore di una linea rispettosa della dignità umana, dichiarando che il battesimo non può essere imposto, bensì proposto tramite un insegnamento persuasivo, benigno e dolce perché ciascuno, mosso dal desiderio della sua anima, chiedesse la salvezza. Queste sono le parole di Paolino: “Potrei obbligare l’uomo a ricevere il battesimo, non potrei obbligarlo a credere”. Paolino insistette molto sull’adattamento dei missionari alla mentalità del popolo e non era favorevole al battesimo di massa, ma a quello individuale. Paolino rifiuta le minacce dell’inferno e della spada per convertire i pagani, sostenendo che la fede va accettata con la convinzione». Attraverso quest’opera missionaria, di cui mancano i documenti proprio perché condotta pacificamente, il popolo sloveno è entrato nella grande famiglia dei popoli cristiani ed europei ed ha ereditato le tradizioni liturgiche della chiesa di Aquileia: la Pasqua viene chiamata «Velika noč» (Grande notte) e il mattino di Pasqua si ripetono ancora le processioni festose come al mattino della «Grande notte» aquileiese. Venendo ai nostri giorno mons. Rodé ha detto che l’eredità di Aquileia è di grande attualità. «Ed è proprio questo immenso retaggio che noi, come futura Europa, dobbiamo conservare, imparando a ripensare al nostro passato. La strada del nostro futuro è la strada dell’Unione Europea e della nuova vicinanza alla quale siamo chiamati. Credo proprio che il nostro avvenire possa essere più felice, migliore e più cristiano di quello che ha invece caratterizzato il secolo scorso».

Autore: L.M.

 


 

La spada di Dio
 

 

(dalle note di copertina)
 

Conoscere le vicende del Patriarcato di Aquileia significa andare alle radici di una lunga storia, ricostruire l’eccezionale presenza di una istituzione civile ed ecclesiastica nella memoria di alcuni popoli d’Europa. Dai tempi paleocristiani a quelli delle eresie, dalla rinascita di una terra distrutta dai barbari alle investiture feudali, i Patriarchi, uomini più d’armi che di preghiera, guelfi o ghibellini, sono stati sempre scomodi. Eretici, scomunicati, violenti e vittime della violenza, le loro vicende furono intricate ed intense. Mecenati di lettere ed arti in Italia e in Germania hanno valorizzato i mercati e le città, rivitalizzando le campagne incolte, regnando dal Friuli su una vasta regione d’Europa che andava dalla Lombardia sino all’Ungheria e dalla Stiria all’Adriatico. La loro autorità prevalse per 1500 anni, dal IV secolo fino al 17 luglio 1751, quando papa Benedetto XIV decise con una bolla la morte del Patriarcato.

 


 

Pubblichiamo uno stralcio sul periodo storico del Patriarca Bertrando di Aquileia, e ringraziamo l’autore per la sua cortesia e disponibilità.

 

La spada di Dio
 

 

(dalle note di copertina)
 

Conoscere le vicende del Patriarcato di Aquileia significa andare alle radici di una lunga storia, ricostruire l’eccezionale presenza di una istituzione civile ed ecclesiastica nella memoria di alcuni popoli d’Europa. Dai tempi paleocristiani a quelli delle eresie, dalla rinascita di una terra distrutta dai barbari alle investiture feudali, i Patriarchi, uomini più d’armi che di preghiera, guelfi o ghibellini, sono stati sempre scomodi. Eretici, scomunicati, violenti e vittime della violenza, le loro vicende furono intricate ed intense. Mecenati di lettere ed arti in Italia e in Germania hanno valorizzato i mercati e le città, rivitalizzando le campagne incolte, regnando dal Friuli su una vasta regione d’Europa che andava dalla Lombardia sino all’Ungheria e dalla Stiria all’Adriatico. La loro autorità prevalse per 1500 anni, dal IV secolo fino al 17 luglio 1751, quando papa Benedetto XIV decise con una bolla la morte del Patriarcato.

 


 

Pubblichiamo uno stralcio sul periodo storico del Patriarca Bertrando di Aquileia, e ringraziamo l’autore per la sua cortesia e disponibilità.

 

 

I MIGLIORI ANNI DEL PATRIARCATO
 

 

 
 

Nella storia di tutte le istituzioni umane vi sono dei momenti di faticosa ascesa per affermarsi e, poi, raggiunto l’apice, inizia una rapida e dolorosa decadenza.

Per quanti rimpiangono il Patriarcato di Aquileia l’apice della fama e della potenza, nonché dell’utopia politico- religiosa che esso rappresenta, sembra esser stato raggiunto con due nomi di riferimento: il beato Bertrando di Saint Geniès e Marquardo di Randek, l’uno francese e l’altro Svevo. Ne è convinto anche pre Checo Placereani, il maggior esponente contemporaneo della nostalgia patriarcale.

Il primo è stato esaltato a novello Thomas Beckett, per l’assassinio a tradimento che mette fine ad un ministero assai popolare, sfociato subito in devozione religiosa. L’altro per aver inciso il suo nome sullo spadone con cui è resa solenne a tutt’oggi la messa epifanica del Duomo di Cividale ed aver promulgato le fondamentali Constitutiones Patriae Fori Julii.

Alla prova dei fatti questi sono anche i due nominativi rimasti nella memoria della gente ed hanno oscurato tutti gli altri, certamente ben più grandi per capacità e opere.

 

1. L’interregno di una donna.

Le vicende del Patriarcato lasciano sorpresi per quanto esse siano movimentate e varie. Non ci si sarebbe potuti immaginare, ad esempio che, mancando il titolare, a Vicedomino, quindi a reggente il dominio temporale venga nominata una donna: la contessa vedova Beatrice di Gorizia. Infatti vengono scelti due conservatori per il Patriarcato: la nobildonna e, in spiritualibus, il decano del capitolo di Aquileia, Guglielmo.

Beatrice, vedova del conte Enrico, morto nel 1323, è tutrice del figlio minore e regge la contea con piglio tutt’altro che debole. Ella è una guida sicura nel marasma politico del Patriarcato: gli stessi feudatari le affidano, rispettandone le decisioni, un interregno fra i più difficili, nominandola anche capitano generale, cioè comandante dell’esercito comune con relativa prebenda.

Tutte le cariche patriarcali, infatti, sono a pagamento e chi le ricopre ne lucra molto, cosicché è facile immaginare il perché le casse siano sempre vuote, dati pure i vitalizi pagati a tante persone in virtù dei servigi da offrire e a quanto pare mai offerti.

Durante questo periodo di incertezza il Parlamento diventa un protagonista della scena politica locale assumendo in proprio molte importanti decisioni di governo, ma la sua autorità, ovviamente, deriva soltanto dalla presenza di un Patriarca che la legittimi. Perciò invia dei messi al Pontefice affinché accelleri la sua scelta.

Il Papa è Giovanni XXII francese di Cahors risiedente ad Avignon, eletto perché malaticcio’ affinché non duri a lungo. Pur ridotto a .governare la Chiesa dalla sua camera da letto, il Papa fa sapere ai nobili della Patria del Friuli, di considerare il Patriarcato debitore nei suoi confronti e, quindi, di voler recuperare quanto dovutogli attraverso un prolungamento della vacanza della sede.

 

2. Il buon vecchio Bertrando.

Nel Duomo di Udine, in uno degli altari di sinistra guardando dall’ingresso, racchiuso in una teca alla base della mensa, si conserva il corpo del Beato Bertrando di Saint Geniès . A parte i primi suoi predecessori è l’unico dei patriarchi medioevali ad aver raggiunto tale onore. Del resto è per secoli popolarissimo nella città di Udine che gli dedica feste e processioni, diventando una sorte di terzo protettore della comunità urbana.

Le sue spoglie mortali sono state tenute per secoli in un’arca che egli aveva fatto costruire per collocarvi i resti di Sant’Ermacora e che ora è al centro del Museo del Duomo assieme alle pitture di Vitale da Bologna. In quest’arca si sono mantenuti in ottimo stato i suoi paramenti funebri, dal camice, al piviale, ai calzini, al velo omerale. Da tali vesti, peraltro, è tratta l’immagine dell’aquila patriarcale e vengono dedotti i colori araldici del Friuli antico, il giallo ed il blu.

Per chi s’esalta nella storia del Patriarcato di Aquileia Bertrando è indubbiamente un mito, un po’ quello che ai nostri giorni in ambito ecclesiastico è stato Giovanni XXIII o, per trovare un paragone nella vita civile, Pertini. E’ il nonno buono, saggio, talora esuberante, che serve per ridare credibilità ad una istituzione in forte ribasso.

Nella seconda metà del XIV secolo il Patriarcato di Aquileia non può più nutrirsi della antichità, ha bisogno di un personaggio contemporaneo su cui contare come modello, non al lontano Ermacora, che nulla dice a nobili e popolo ugualmente ignoranti. Bertrando, per caso o per necessità, con la sua tragica fine diventa un eroe, presto beatificato, sul quale si basa il tentativo di rinascita della forza ideale del Patriarcato.

Dottore in “utroquejure”” docente all’università di Toulouse, cappellano papale, uditore di Rota, decano di Angouleme, francese di Cahors, Bertrand de Saint Geniès, è un personaggio già di notevole prestigio, ormai avanzato in età, apparentemente senza grosse ambizioni, quando, nel luglio del 1334, il Papa lo sceglie a reggere il non facile pastorale di Ermacora. La situazione è disperata ed il vecchietto non è molto convinto di farcela, ma il Papa gli garantisce il suo appoggio e così, in ottobre, raggiunge il Friuli.

Promettendo di governare i suoi riottosi e turbolenti sudditi “virga ferrea”, nomina un fac totum di sua fiducia che lo sostituisca ove non può arrivare, rinnova le investiture feudali, tratta la protezione del Re d’Ungheria, convoca il Parlamento per far guerra a Venezia, che scopre come vera rivale del suo dominio. Proibisce, poi, di alienare i castelli, aumenta la talea per i castellani, combatte i catari.

Più che una missione pacificatrice o una promozione di fine carriera la venuta in Friuli dell’anziano prelato pare restituirgli una seconda giovinezza. Ed impugna la spada alla testa del suo esercito e con esso va prima alla conquista di Venzone, sconfiggendo i goriziani a Braulins nel 1336 e poi, addirittura, saccheggia Cormons, assedia Gorizia e i castelli di Belgrado e Latisana nella pianura (1338). Sempre con le armi recupera terre in Istria, in Carinzia e in Cadore. Frena, poi, i Veneziani, i quali, dopo la conquista di Treviso vorrebbero per sè un bel pezzo di terra ferma a spese del Patriarcato. Spegne le residue ambizioni di Rizzardo da Camino.

La soluzione armata appare a Bertrando come l’unica praticabile in tempi tanto controversi. Con le buone non si può più andare avanti ed allora è la spada a muoversi, visto che la mitezza viene beffata dai nobili castellani come dalle comunità. Ai fini pratici divide il territorio per una sua efficace difesa in distretti o quartieri e, per mandare un eloquente messaggio, celebra la messa di Natale del 1340 indossando l’armatura, cedendo ai nemici solo per il freddo.

Al centro dei favori di Bertrando è Venzone, come centro commerciale (vi istituisce un mercato) e come perno del sistema difensivo della vitale strada della Pontebba (da cui Pontebbana) che ha nella Chiusa, Osoppo e il Moscardo, le fortificazioni più significative. Nel 1338 vi consacra il Duomo che noi oggi possiamo ancora ammirare ricostruito per anastilosi dopo il terremoto del 1976.

La Venzone medioevale, pur tanto distrutta dal terremoto del 1976 e rinata oggi con fedeltà all’antico ci ricorda proprio questo vecchio Patriarca, addirittura con una porta, la porta di San Ginesio.

Indubbiamente la guerra può essere suggestiva, ma costa, per cui Bertrando giungerà ad una tregua con il conte di Gorizia. La pacificazione fa si che i mercanti si sentano più sicuri e il Patriarca, diviene, soprattutto per la classe media, artigiani, commercianti, populares, un solido appoggio per le loro istanze, anche perché cerca di riportare all’ordine non solo i feudatari, ma gli ecclesiastici stessi.

Udine città mercantile, che dedica al Patriarca la festa dei fiori, riceve un regalo: il presule sposta dalla piccola Sant Odorico al Tagliamento il capitolo e lo porta in quella chiesa di Santa Maria che è oggi il Duomo ai piedi del castello. Questo contribuisce a fare di Udine un centro di rilievo e ad allargarne l’abitato.

Bertrando è, inoltre, ricordato per aver posto la cuspide sul campanile di Aquileia (quella che noi possiamo tuttora vedere al vertice dell’imponente manufatto) e per aver istituito uno “Studium” a Cividale, qualcosa di simile ad una Università.

A questo punto il Patriarca può dire di riconquistare il terreno perduto, rispetto ai feudatari ed alle comunità, nel ristabilire la propria autorità temporale, ma crescono, paradossalmente gli scontenti. Ai castellani pesa fornire armi, armati e vettovaglie ad un Patriarca bellicoso, mentre il Conte di Gorizia sente venir meno la sua influenza. Infatti il potere del Goriziano è cresciuto in proporzione alla debolezza del potere patriarcale e non può che diminuire con una sua ripresa. Le comunità ed in particolare Cividale sono insofferenti perché si vedono limitate dall’esercizio di un potere assoluto munu militari. A frotte messaggeri vanno verso Avignon a chiedere la rimozione di Bertrando (pratiche non affatto dismesse in Friuli).

Il Patriarca, però, in qualche modo sta contenendo sia l’anarchia sia il deficit finanziario, prescrivendo una politica di rigore, con tagli alle spese e aumento delle tasse. Non può far nulla per sanare le contese fra Udine e Cividale che divengono sempre più aspre. Il clima si sta avvelenando e già nel 1338 subisce un attentato sventato all’ultimo momento.

Riceve con solennità l’imperatore Carlo IV, pur essendo guelfo, proprio per legittimarsi anche dalla parte ghibellina.

Si potrebbe definire che Bertando pratichi una politica tatcheriana, con una accentuazione liberistica dei commerci e meno vincoli burocratico-feudali sull’economia, benché sussistano, anzi si moltiplichino le forme di prelievo fiscale.

Molto disinvolto dal punto di vista finanziario, Bertrando non è disinteressato come molti si affannano a fare credere. Tutt’altro. Attirato dall’usura (nulla di nuovo), nonché da altre pratiche simili per far denaro facilmente, pare non faccia molto per smentire le accuse che gli avversari gli fanno. Peraltro trattiene già per sè anche le decime dovute al Papa. Controprova pare essere il fatto che è rimasto beato senza diventare santo a pieno titolo.

Bertrando può tener duro e vincere la propria battaglia, nonostante l’età, ma, come sempre in Friuli, non comandano gli uomini, ma la natura, l’unica capace di introdurre cambiamenti radicali nelle politiche e negli avvenimenti. Il 1348 è l’anno di uno dei più terribili terremoti nella storia del Friuli: migliaia di morti, i maggiori centri in rovina, una economia locale distrutta. E’ il sisma che entrerà nella cronaca del Villani’“, uno degli avvenimenti più disastrosi nella storia europea del Medio Evo. Subito dopo scoppia un’altrettanto grave pestilenza.

Chi ha vissuto il terremoto del 1976 ha sperimentato i processi di reazione all’evento, a prescindere dai tempi e dai diversi contesti storici, culturali e socio economici. Questi processi sono dirompenti e mettono a dura prova sia il potere civile sia il ruolo e la funzione della Chiesa nel contesto sociale. Se, poi, le due realtà sono fuse le fratture si moltiplicano. Più che dai suoi nemici Bertrando viene sconfitto, dunque, dal terremoto, che annulla il suo disegno politico di restaurazione. E praticamente finisce anche l’illusione di esercitare da parte del Patriarca un vero e proprio primato temporale. Con le sue migliaia di morti e le catastrofiche rovine il terremoto segna, forse, la vera fine della istituzione. Bertrando ne è consapevole? E’ lodata la sua carità nel nutrire ed alloggiare i senza tetto, ma ciò non basta.

Egli si ritrova in una situazione di estrema debolezza (tanto più che pare favorire Udine e i Savorgnani rispetto a Cividale), che lo porterà all’epilogo. Scortato da Federico da Savorgnano il Patriarca è di ritorno da uno dei suoi frequenti viaggi a Padova e il 6 giugno del 1350, nonostante presentimenti e divinazioni, esce dalla fortezza di Sacile per raggiungere Udine. Presso il guado del Tagliamento, sui prati della Richinvelda, un gruppo di congiurati usciti da Spilimbergo, complici i cividalesi ed il conte di Gorizia, lo attendono e lo uccidono. Qui vi è ancora il monumento, una piccola piramide, ove sta scritto “Hic interfectus fuit”.

Il suo corpo per sommo spregio viene coricato su un carretto ove trovano posto anche due prostitute, e, infine, dopo aver subito oltraggi ed insulti, viene lasciato condurre via.

A Udine si preparano al Patriarca funerali solenni ed altrove, presso i suoi nemici, si fa festa, e su di lui fiorisce la leggenda di una morte eroica in difesa dei diritti della Chiesa aquileiese. La leggenda inoltre vuole Bertrando come il vecchio saggio che combatte i cattivi e ribelli feudatari, in nome della giustizia e del popolo. Il buon Bertrando, il nonno che tutti vorrebbero avere, si sovrappone all’altra figura paterna, quella di Ermacora.

A lui si lega la leggenda del “pesce d’aprile”. Un Papa sarebbe guarito per sua intercessione da un grave malanno e per questo avrebbe esentato gli aquileiesi dal mangiar pesce in Quaresima. Solitamente il primo d’aprile si è in tale periodo liturgico per cui proporre un pesce in Aquileia suonava come una burla.

Nel suo racconto agiografico, “Pastorale e Spada” mons. Cargnelutti” esalta la figura di Bertrando pescando a piene mani dalle leggende che fioriscono attorno alla figura di questo singolare prelato, cui vengono già pochi anni dopo la morte, attribuiti dei miracoli.

Nel luglio le truppe del Duca d’Austria conquistano il Friuli.

 

3. Una autorità da restaurare.

Nella seconda metà del Trecento, negli ambienti ecclesiastici patriarchini ci si accorge, forse troppo tardi, che il Patriarcato va ricondotto, se lo si vuol far sopravvivere, all’obbedienza del suo legittimo signore, facendo cessare la frammentazione, con il riconferire autorità e prestigio all’eletto.

Un personaggio di notevole spessore si dedica a questa impresa, succedendo, missione non facile, al popolare Bertrando, Nicolò di Lussemburgo.

E’ un esponente di una delle prime famiglie della feudalità imperiale, un uomo di governo e di potere, che ci sa fare, incominciando con acquistarsi credito beatificando a tempo di record il suo predecessore, costruendogli attorno il mito e facendosene vindice. E’ questa la giustificazione per una politica di dura repressione contro i feudatari ribelli. 11 terrore corre nei castelli dei ribelli o dei presunti tali dopo le uccisioni di Gianfrancesco di Castello, Rizzardo Di Varmo, Simone di Castellerio, Enrico di Spilimbergo (strangolato), Federico da Portis (squartato).

Fratello illegittimo dell’imperatore Carlo IV” Nicolò, già vescovo di Naumburg, si ritrova in un ginepraio. L’omertà copre i responsabili dell’uccisione di Bertrando e da ciò ne deduce che non trattasi di un atto isolato di poche persone, ma di un attacco all’istituzione e di un tentativo per sovvertirla, forse per eliminarla.

Riprendono alla grande, nel frattempo, i conflitti fra feudatari e fra comunità, tanto che il territorio patriarcale è in guerra continua e si dilacera ancor di più. Pure il Duca d’Austria si muove, vista l’anarchia, per raccogliere quante più terre può per se stesso. Sopraggiunge anche una tregua a Budweis in Boemia, paese che è tuttora famoso per la sua birra più che per l’avvenimento in parola.

Il programma del nuovo Patriarca è semplice: raggiungere “un buono e pacifico stato della Patria”. Con la trattativa, forte anche di chi gli sta alle spalle, il fratellastro imperatore, Nicolò ottiene che i “grandi” nemici si ritirino da quanto impropriamente occupato durante la vacanza di sede, ma con i “piccoli” è spietato. C’è una lunga serie di decapitazioni e di demolizioni di castelli dalla pianura (Castel Porpeto) alla montagna (Invillino). Il trattamento di questi nemici interni è crudele e spettacolare (squartati, tenagliati etc) anche perché si tratta di estinguere continue congiure.

Investito Alberto di Gorizia di rinnovati diritti feudali, Nicolò prosegue il suo programma di “pace e giustizia”, convocando più di ogni altro Patriarca, il Parlamento.

Udine con lui diventa sede del potere patriarcale, preferita ad Aquileia ove la ricostruzione è fallita come pure il programma reinsediativo. La palude ha, infatti, di nuovo la meglio sulla città.

Nicolò accarezza anche il sogno di una città tutta sua nel tentare di rifondare Gemona, distrutta dal terremoto, sul piano, chiamandola Carola (dal nome dell’augusto fratello). E ciò non ricorda forse uno dei progetti più controversi del dopo terremoto 1976? Nihil novi sub sole.

Le comunità cittadine sono sempre più agguerrite contro il Patriarca, che, per la classe mercantile diventa un pericolo, soprattutto perché ha affidato la gestione delle imposte a dei funzionari provenienti da Lucca, particolarmente esosi, con il mandato di risanare, con le buone o con le cattive, i bilanci patriarcali. A Cividale viene decapitato il vicario, mentre Udine con una rivolta mette fuori lo stesso Nicolò per un anno intero, dopo aver ucciso il suo rappresentante Giacomo Maroello. Il Patriarca è costretto a starsene ritirato a Suffumbergo.

Nominato per poco tempo e volontà imperiale signore di Siena e da qui regolarmente cacciato, Nicolò muore a Belluno nel 1358, dopo aver indetto un sinodo sulla disciplina del clero ad Aquileia ed aver ufficialmente aperto lo studium di Cividale.

Il Capitolo aquileiese, a questo punto, sta fermo e non sceglie fra i molti candidati alla successione, lasciando ad altri la responsabilità.

La parte guelfa risolleva il capo e nomina Patriarca Ludovico Della Torre, nipote di Pagano e di Raimondo, in carica di vescovo di Trieste. Anche lui, avendo molti conti in sospeso sceglie da un lato la via della repressione e dall’altro quella di un’austerità per sanare almeno una parte dei debiti in modo da poterne contrarre altri per far la guerra in Lombardia.

La politica delle tregue prosegue, ma fra la morte di Nicolò e l’arrivo del nuovo Patriarca c’è una feroce resa dei conti nell’ambiente nobiliare friulano. Viene poi coniata una nuova moneta per ricomporre la politica economica e limitare l’inflazione con un nuovo corso. Per soldi il Patriarca Della Torre si dice disponibile persino a cedere una parte del suo territorio: la tanto ambita fortezza di Sacile o il Cadore alla famiglia ora dominante in Veneto, i Carraresi”.

Proseguono le contese per Venzone ed il duca d’Austria, Rodolfo, attacca il Patriarca. Venezia si rifugia nella neutralità aspettando di guadagnare dalla sconfitta del prelato. Lodovico così si ritrova in un mare di guai. Tenta di domare con le armi i ribelli, partendo da Spilimbergo, ma non vi è nulla da fare.

A questo punto è costretto a cercare un compromesso e va a Vienna dall’imperatore accompagnato dal duca Rodolfo, ma, lungo la strada succedono cose strane: gli vengono rubati i soldi, i bagagli e i cavalli. Giunto nella capitale austriaca sono allontanati i servitori e, praticamente, Ludovico è prigioniero, ostaggio.

In questa situazione non può che sottoscrivere tutto quello che gli viene ordinato. Nel 1362 il duca Rodolfo d’Austria è praticamente padrone del Patriarcato.

Naturalmente in Friuli il Della Torre assomma continue inimicizie a cominciare dall’abate di Moggio e dalle Comunità cittadine che, con insistenza e, con gravi accuse, chiedono alla curia di Avignon di destituirlo. Fra di loro le comunità hanno raggiunto il massimo di litigiosità e non si contano le distruzioni ed i fatti d’arme con morti, feriti, non solo fra gli interessati, ma anche fra gli inermi contadini.

Il Patriarca, dal canto suo, è solo e tutti fanno a gara per affondarlo a cominciare dall’imperatore Carlo VI e da Venezia. Fra tregue ed affronti diretti il Patriarca Della Torre passa male i suoi ultimi anni di vita. Parole vane sono ad esempio quelle di pace che il 3 aprile del 1365 vengono dichiarate dai suoi sudditi a Parlamento.

Malato e senza risorse, poiché gli occupano gran parte dei feudi, Lodovico della Torre scompare a Soffumbergo nel 1365.

 

4. La spada e le costituzioni.

Quando il diacono, solenne, all’antica cadenza patriarchina alza benedicente nel Duomo di Cividale lo spadone di Marquardo (sulla cui elsa sta scritto AN MCCCLXVZ DIE VI IUL TEM. RE MARQUARDI PATR e, nella successiva rievocazione storica, appare il personaggio del Patriarca, lo spettatore non può non rimanere suggestionato da tanta manifestazione di potenza. La spada è un simbolo importante e lo è, soprattutto, nel Medio Evo.

Alla morte del Della Torre l’opinione dei più è che il Patriarcato debba trovare al suo vertice una persona energica e preparata. Il Capitolo di Aquileia lancia un “ballon d’essai” scegliendo, nel 1365, il proprio decano Guglielmo ed attende a proposito le decisioni di Papa ed Imperatore, cui viene inviato a nome della nobiltà il messo Nihil di Maniago.

Pur essendo così decaduto ed in estrema difficoltà, il Patriarcato aquileiese è ancora ambito: lo vorrebbero non solo i tedeschi e i francesi, ma anche i toscani ed i veneziani.

Alla fine la spunta su tutti lo Svevo Marquart o Marquardo di Randeck, vescovo di Augsburg, ma con una vasta esperienza di uomo d’arme, legato imperiale ad Avignon e legato papale in altre parti d’Europa. Marquardo fa un festoso ingresso nella sede patriarcale e poi va a Francoforte per ricevere l’investitura imperiale. Accompagna Carlo IV( 1346- 1378) a Roma, tiene buoni rapporti con i vicini, si allea con i toscani, diventandone capitano generale. Sembra proprio essere il “lucifer aquileiensis” dal titolo di un’opera che gli viene dedicata. Favorisce i mercati e le lettere, vuole far rinascere il prestigio del Patriarcato. Ma Trieste si dà ai veneziani. Per reazione, allora, si lega agli imperiali contro Venezia.

Egli si propone un programma: farla finita con le guerre intestine e gli scandali. Ritiene, pertanto, che il punto di partenza sia determinare una legislazione fissa e precisa di quel che concerne la vita civile del patriarcato in modo da confermare i buoni diritti e non avallarne altri. Significa affrontare i problemi da un altro punto di vista. La legge, forse, può avere più potere della spada e la certezza del diritto sanare controversie affidate al caso.

Nell’estate del 1366 nascono così le Constitutiones Patriae Fori Julii, legge universale, che resteranno in vigore più o meno sino al 1797. Questo passaggio alla legge scritta è importantissimo e segna una indubbia evoluzione.

Ecco il celebre inizio del testo legislativo: “Marquardus Dei gratia sancte sedis Aquilegensis patriarcha, universis et singulis nobilibus ceterisque fidelibus et subiectis status cuiuscumque, nostris ac nobis et ecclesie nostre subiectis salutem et nostre benedictionis affectum. Iustitiam de celo creavit Altissimus ipsamque dotavit jìdgentibus radiis claritatis“.

Ma anche Marquardo si illude della pace. Inizia una lunga guerra con Venezia dalle vicende complicate, che in seguito verrà chiamata guerra di Chioggia, prima per il controllo di Trieste, poi per il vero motivo, contenere l’espansionismo dogale, alleandosi ai genovesi ed al re di Ungheria. Il Friuli è desolato dalle continue scorrerie in armi ed è il disastro.

La personalità di Marquardo appare come l’ultima chance del Patriarcato, ma la sua sconfitta nella guerra con la potenza veneziana emergente è un annuncio della fine.

Un epitaffio viene scritto da uno storico veneziano: lasciò il culto per le armi, ma che può fare Marquardo di diverso per salvare il salvabile?

Nel 1380 il Patriarca muore dopo aver tentato per l’ultima volta di ricostruire la basilica di Aquileia ed i suoi annessi, nell’illusione che il ritorno alle origini possa creare un soffio di vita in più per la realtà patriarcale.

 

P. Renzo Bon

     II nuovo Tempio di S. Michele è edificio modernissimo sorto su progetto dell’architetto udinese Giacomo Della Mea (posa della prima pietra 28-3-1965, consacrazione 13-10-1968). Costruzione di forma circolare in cotto e cemento armato di quasi 33 metri di diametro con protiro e portico interno, si caratterizza per l’ardito gioco di nervature della volta. Il grande Crocifisso bronzeo è opera pregevole dello scultore Max Piccini (1966), la Via Crucis in rame sbalzato è di Giulio Cargnelutti di Tolmezzo.      La vecchia Chiesa di S. Michele Arcangelo, sconsacrata dal 1963, costruita nel 1614 sul luogo di un precedente edificio, fu rifatta nel 1788 su progetto di Lorenzo Martinuzzi. Lapidi romane murate ed un mosaico policromo tardo antico di fattura aquileiese stanno a testimoniare la vetustà di Cervignano.      L’altare maggiore era stato costruito dal goriziano Giovanni Pacassi, scultore e altarista, in modi barocchi all’inizio del XVIII secolo; nel 1716 Pasqualino Lazzarini, pure goriziano, aveva scolpito le statue di S. Michele Arcangelo e di S. Giovanni Battista poste ai lati dell’altare. Nel 1857 Stefano Argenti, milanese, costruì il nuovo altare maggiore in marmo, con ornamenti a intarsio e sculture; nel 1847, intanto, Sebastiano Santi, veneziano, aveva decorato il soffitto della navata del presbiterio con Y Assunzione di Maria Vergine al ciclo, i quattro Evangelisti, il Redentore, i Ss. Giovanni Battista e Michele Arcangelo. Fanno parte del patrimonio della chiesa due tele da poco restaurate. La prima raffigura Cristo crocifisso e i Ss. Sebastiano, Rocco, Carlo Borromeo e Giovanni della Croce e può essere attribuita al francese Pietro Bainville (1674 ca.-1749). Mostra ad un tempo popolaresca esuberanza cromatica ed iconografica e staticità nelle forme di memoria rinascimentale. La seconda è un’Immacolata Concezione e pare opera di un qualche «madonnero» austriaco.      Nella Cappella Bresciani (annessa alla bella e storica villa settecentesca con scenografico ingresso frontonato di epoca neoclassica, corpi laterali, decorazioni a fresco ed interessante arredamento all’interno), costruita nel 1692, si conserva un colossale Crocifisso ligneo di incerta provenienza (dalla chiesa di S. Michele di Cervignano o addirittura dalla Basilica di Aquileia), piuttosto popolaresco nelle forme, ma interessante per l’iconografia e certamente di antica fattura (anche se, probabilmente, non del XIII secolo come è stato detto).      A Pradiziolo (Cà Bolani), Oratorio in onore della Madonna della Salute costruito nel 1730 per volere dei nobili Bolani: interessante la facciata (impanata sormontata da tre statue; il campaniletto a vela è eccezionalmente posto sul muro di sinistra.      Nella frazione di Strassoldo, la Chiesa di S. Nicolò, che in passato rappresentava la chiesa del castello e che solo alla metà del Settecento, rimodernata, divenne la parrocchiale, offre qualche motivo di interesse, già nell’esterno, per una croce di pietra a treccia di epoca medioevale murata nella parete dell’abside. All’interno, altare maggiore in marmo, settecentesco, dietro al quale è posta una pala semicircolare eseguita nel XIX secolo da Nicolo di Strassoldo (Deposizione di Cristo e S. Francesco, copia dal Murillo). Altare del Rosario, a sinistra, in marmi policromi con moderna statua della Madonna con Bambino (XX secolo) e quindici riquadri con i Misteri del Rosario dipinti con mano felice (secolo XVIII). Più interessante, a destra, Voltare del Cristo risorto, in pietra insolitamente dipinta; senza paragoni in Friuli (la parte superiore soltanto ricorda il ciborio del duomo di Tolmezzo, 1505) si pone come prodotto di buona cultura Ira quelli eseguiti dagli scultori lombardi in Friuli. Databile al 1493, è opera elegante del più raffinato tra i lapicidi dell’epoca, Bernardino da Bissone, che alla buona partitura architettonica unisce una bella serie di gradevoli motivi decorativi e di ricordi «classici» (strumenti della Passione entro una corona di alloro con nastri).       Da ricordare ancora, nella chiesa, due pale d’altare raffiguranti Y Angelo Custode e Ognissanti, attribuite entrambe al pittore francese (ma abitante in Palmanova) Pietro Bainville, che firmò la prima opera e la datò al 1739.       Nella facciata della Chiesa di S. Marco, sempre a Strassoldo, rimaneggiata nel XVIII secolo, sono murate cinque patere in marmo con raffigurazioni zoomorfiche (canidi, uccello, aquila e drago) databili al periodo romanico (XII-XIII secolo). All’intemo, bell’altare maggiore settecentesco, con eleganti angeli a tutto tondo e dipinti di Nicolo di Strassoldo (secolo XIX), copia di celebri quadri.      La chiesa più conosciuta della zona è S. Maria in Vineis, edificio votivo ad aula, con campaniletto a vela in facciata: conserva alcuni affreschi che costituiscono uno degli episodi più rilevanti e meno conosciuti della pittura friulana del Trecento, giacché coprono tutte le pareti della chiesuola con Storie di Gioacchino ed Anna, Madonna con Bambino e Santi, Annunciazione e Santi, Natività di Cristo, Adorazione dei Pastori, Fuga in Egitto e Giudizio universale. Per il loro stato di conservazione, purtroppo pessimo, risultano frammentari e talora quasi illeggibili, nonostante un restauro effettuato qualche anno fa. Possono ritenersi eseguiti nell’ultimo quarto del secolo da un gruppo di artisti (tra cui spicca il «Maestro di Strassoldo» autore della Madonna con Bambino) influenzati dalla pittura tomasesca, in cui troviamo, nota caratterizzante, il tono intimistico e cordiale del racconto.       Per quanto riguarda l’architettura civile, oltre alla già nominata Villa Bresciani vanno ricordate: Villa Chiozza (ora sede del «Centro di educazione professionale per imprenditori agricoli» realizzato dall’Ente Regionale per lo Sviluppo dell’Agricoltura) a Scodovacca: edificio del XIX secolo, con ampio e lussureggiante parco, appartenne a Luigi Chiozza, noto studioso di scienze chimiche, collaboratore di Luigi Pasteur; Villa Obizzi, in borgo Gortani (Lobiz), seicentesca, con interessante ampia trifora d’ingresso; il Castello di Sotto e il Castello di Sopra (ricostruito nel 1749, con magnifico parco secolare) a Strassoldo.      Come opere moderne di pregio, un cenno almeno a Villa Bortolotto in via Udine a Cervignano, una delle più ammirate ville del Friuli, costruita dall’architetto Angelo Masieri, seguace del celebre Frank Lloyd Wright, ed a Villa Vidali e Casa Fattor dovute agli architetti Costantino Dardi e Daria Ripa di Meana (1962).

I due altari laterali, nel Tempio di San Michele

ORGANO

Durante la celebrazione della Santa Messa delle 9:30, è stato impartito il Sacramento del Battesimo ad una graziosa “signorina”, che qui sotto posa con uno smagliante sorriso per i visitatori del “natisone”.

Tanti Auguri Anna…!

Le foto qui sotto, si riferiscono alla celebrazione Eucaristica delle 11

 


 

Il Patriarcato

Il Patriarcato d’Aquileia affonda le radici nell’importanza primaziale della Chiesa e della città di Aquileia, che per secoli fu il centro gravitazionale della provincia romana Venetia et Histria. La Chiesa in Aquileia si organizzò in modo definitivo perlomeno dalla metà del III secolo; fu qualificata da numerosi martiri, da vescovi insigni per santità e parola. Dal IV secolo in poi Aquileia, pur nel progressivo esautorarsi dell’impero romano, espresse una fervida e generosa vita cristiana, di cui furono protagonisti insieme con i santi vescovi Valeriano, Cromazio, anche note personalità come lo storico ed esegeta Rufino e il poliedrico Girolamo.

Insidiato dalle potenze esterne quali l’Austria, l’Ungheria, gli Scaligeri, i Veneziani, lo stato patriarcale fu conquistato dalla serenissima Repubblica di Venezia, per essere aggregato ai possedimenti veneti dal 1420 fino al 1797. L’autorità secolare del Patriarcato passò nelle mani delle magistrature venete riconoscendo al Patriarca la sola cura delle anime e il governo di alcuni feudi (San Vito, San Daniele e Trivignano).
L’ampia parabola del Patriarcato d’Aquileia conobbe il suo ultimo momento di gloria con i suoi due ultimi patriarchi Dionisio Delfino (1699/1734) e il cardinale Daniele Delfino (1734/1760). Il patriarca Dionisio si adoperò per dotare il patriarcato di una sede rinnovata adeguando architettonicamente l’edificio, affidando la decorazione ad affresco al giovane Giambattista Tiepolo, e soprattutto predisponendo una monumentale
Biblioteca che dotò di 9000 volumi di vari argomenti su tutte le scienze alloracoltivate. Successivamente, il nipote Daniele promosse l’istituzione dell’Archivio della Curia patriarcale e della costruzione di una sala annessa al Palazzo.

Quantunque non si conoscano esattamente quali siano stati i primordi del cristianesimo in Aquileia, il legame di comunione con la Chiesa di Roma e con l’impero romano d’oriente trova espressione in quella tradizione, accreditatasi dal VI secolo in avanti -da quando cioè la Chiesa aquileiese si era trasferita sulle lagune di Grado- che ne attribuisce l’evangelizzazione a san Marco, inviato nei territori dell’alto Adriatico dall’apostolo Pietro. Si narra che Ermacora su presentazione dell’evangelista Marco fu consacrato primo vescovo dallo stesso Pietro. Dopo il suo martirio assieme al diacono Fortunato è celebrato quale patrono della diocesi aquileiese.
Nei secoli successivi, e per oltre un millennio fino alla sua destituzione nel 1751, la Chiesa patriarcale di Aquileia -la cui diocesi si estendeva in territorio non solo italico, ma soprattutto in quello sloveno e in parte anche austriaco- fu centro di riferimento ecclesiale per numerose diocesi nell’Italia padana, tanto che Aquileia fu considerata la seconda Chiesa per importanza dopo Roma.

Dopo che gli Unni di Attila nel 452 distrussero la città romana, la sede patriarcale si trasferì a Grado. Successivamente le sorti della Chiesa aquileiese seguirono l’evoluzione complessa e drammatica dei regni e degli imperi che via via composero la fisionomia storica e politica di queste contese terre orientali d’Italia. Si determinò pertanto una Chiesa aquileiese marittima e lagunare, detta poi patriarcato di Grado che, gravitante dapprima verso l’impero bizantino, fu dal 1451 assorbito dalla potenza di Venezia e dette origine all’odierno patriarcato lagunare.

La Chiesa aquileiese del retroterra italico e alpino entrò, invece, a far parte dei territori dell’impero germanico. Dal 1077 parte del territorio diocesano fu organizzata in istituzione politico amministrativa che venne sopraffatta nel 1420 dalla potenza di Venezia. Varie furono le sedi del patriarcato di terraferma: dopo Aquileia, il castello di Cormòns, e quindi dal 737, durante il regno longobardo e l’impero franco, la città di Cividale; qui, su mandato imperiale, operò il santo patriarca Paolino.
Il patriarca Poppone, agli inizi dell’impero germanico, rinnovò Aquileia facendovi edificare il palazzo, dove i patriarchi e la loro curia risedettero fino agli inizi del XIII secolo.
Bertoldo di Merania nel 1222 trasferì definitivamente la sede a Udine conservando però il titolo di Patriarca di Aquileia.
Pochi anni dopo, il 6 luglio 1751, la bolla pontificia Iniuncta nobis di Benedetto XIV soppresse definitivamente il Patriarcato d’Aquileia e al suo posto, il 19 gennaio 1752, furono istituite le due attuali Arcidiocesi di Udine e Gorizia. I compiti pastorali furono dal papato assegnati all’arcidiocesi di Gorizia (1752) per la parte relativa al territorio imperiale, all’arcidiocesi di Udine (1753) per quella rientrante nei domini della Serenissima.

LE ORIGINI
Il destino di Grado fu di nascere e vivere in relazione alla più grande e più antica città di Aquileia.
Grado nacque infatti come parte estrema del sistema portuale di Aquileia, come primo scalo per le navi che dall’Adriatico per giungere ad Aquileia dovevano risalire il corso del Natisone, che parzialmente avvolgeva la grande metropoli altoadriatica e le offriva difesa in caso di pericolo ma anche facile collegamento verso il mare.
Il Natisone infatti ben più ricco d’acque dell’attuale Natissia, che scorre pressapoco nel letto del Natisone antico, giungeva anticamente al mare e probabilmente si ramificava attraversando la bassa campagna per confondersi con la laguna.


ATTILA
E’ certo che a Grado si rifugiò la popolazione di Aquileia guidata dal vescovo Secondo o da Niceta, quando la capitale della Venetia et Histria cadde per opera degli Unni guidati da Attila: ciò avvenne nel 452.
Le tradizioni gradesi, ma anche quelle aquileiesi e venete, concentrarono attorno al nome terribile di un Attila sia la sventura irreparabile di Aquileia sia l’inizio della grandezza della città di Grado.
Grado nasce come figlia di Aquileia, salva la madre e ne eredita la gloria. Nello stesso tempo è anche la madre di Venezia e assicura alla figlia nobiltà ed eredità senza pari. Grado si propose allora come il modello di una situazione emblematica relativamente alla storia civile e culturale di tutta la regione: sopravvivenza nella precarietà, desiderio di affermazione al di là del contingente drammatico


I DUE PATRIARCATI

Nel corso dei secoli la forza e il fascino di Venezia offuscarono profondamente l’importanza di Grado. Ma durante le invasioni barbariche è solo Grado che esercita un’autorità di qualche conto: la funzione ecclesiastica e la personalità del metropolita aquileiese dalla dimora di Grado dominanao ed attraggono.
La precarietà della situazione viene spregiudicatamente superata grazie alla forza che instilla nei vescovi la consapevolezza delle proprie alte tradizioni che si identificano con Aquileia. E’ il momento in cui il vescovo di Aquileia incomincia a rivendicare per sè e per i suoi successori il titolo di patriarca, in quanto la chiesa aquileieise discenderebbe direttamente dalla predicazione apostolica di S. Marco.
La questione si trascina fino alla scontro diretto con il papa e l’imperatore. Così si ebbero due patriarchi a breve distanza: il partiarca di Grado (che si chiamava però sempre patriarca di Aquileia, essendo Grado nient’altro che una sede provvisoria) esercitava la sua autorità sulle diocesi rimaste bizantine.
Il patriarca di Aquileia, che poi si rifugiò a Cormons e a Cividale, esercitava la sua autorità sulle diocesi del regno longobardo. Si iniziarono così quelle incursioni rapinose e reiterate che, partendo da Aquileia, colpirono Grado mirando a togliere a quella sede patriarcale ogni legittimità.


 

IL DECLINO
La caduta del regno longobardo per opera di Carlo, re dei Franchi, si accompagna alla maturazione del potere ducale di Venezia. Grado dall’ottavo secolo in poi è solamente una larva prestigiosa di cui si servono i politici per i loro disegni di egemonia.
Il concilio di Mantova (827) sentenziò la fine del patriarcato di Grado, il quale però non si estinse del tutto ma si identificò sempre più con gli interessi di Venezia. Il castello di Grado continuò a dimostrare la sua efficienza in occasione di assalti che pertivano dalle coste orientali dell’Adriatico da parte di Slavi e Saraceni. Ma per secoli ormai Grado non sarà più al centro di vicende di qualche rilievo.
Qui rimaneva, quasi a compensare la mancanza del patriarca, il conte provveditore, che rappresentava l’autorità centrale e che era scelto tra i membri del Maggior Consiglio.
Grado dal ‘400 in poi è un borgo marinaro con una popolazione anche al di sotto dei 2000 abitanti e con una vita chiusa entro pochissimi interessi al di fuori di quelli che richiede la pesca. Un borgo che vive di ricordi sempre più sfumati ma anche troppo grandi.


 

L’EPOCA MODERNA
Dal 1815 Grado fece parte dell’impero asburgico e, legata dal punto di vista amministrativo piuttosto alla contea di Gorizia che a Venezia, il 24 maggio 1915 fu conquistata dalla truppe italiane.
Ora fa nuovamente parte sia della provincia sia, come anche Aquileia, dell’arcidiocesi di Gorizia, la quale nel 1752 sorse dalla soppressione proprio di quel patriarcato di Aquileia che aveva rappresentato per Grado un polo antitetico di cruciale importanza

La Basilica di San Piero a Grado è un’insigne testimonianza di architettura romanica. Situata in un contesto paesaggistico di notevole suggestione, nel luogo dove la leggenda ritiene fosse sbarcato l’apostolo Pietro, fu edificata, nell’ XI sec. e trasformata nei due secoli che seguirono. L’interno monumentale a tre navate, di grande effetto, conserva tracce di antichi luoghi di culto paleocristiani ( IV sec. ) e pitture a fresco (i Papi) del pittore lucchese Deodato Orlandi ( XIV sec. ). Mentre l’esterno risalta per la bellezza delle tre absidi rivolte ad est e per la particolarità di presentare una quarta abside, ad ovest, in luogo della facciata, il campanile, minato dalle truppe tedesche nella seconda guerra mondiale, attende da anni una dignitosa ricost

 

Monsignor Silvano Fain Parroco di Grado dal 28 aprile 1957
salito alla Casa del Padre
il 19 settembre 1998


JUS PATRONATI

Un antico privilegio che hanno anche altri comuni della provincia  –  Proposto un solo nominativo che è stato accettato – La nomina sarà comunicata quanto prima
Spetta al Consiglio Comunale di Grado di decidere sulla scelta del parroco
Sabato  2  Febbraio  1957  
IL GAZZETTINO
Il neo Consiglio Comunale di Grado è stato convocato d’urgenza ieri l’altro sera per decidere sulla scelta del Parroco. Non è, questa, una notizia di ogni giorno né di ogni luogo. È appunto perché si offre ricca di curiosità e di elementi storici, per lo più ignorati, troviamo opportuno illustrarla con qualche appunto aggiuntivo. Anticamente avveniva che le popolazioni dei comuni erano investite dell’autorità di scelta – che si esprimeva attraverso i capi-famiglia – sul parroco che la Chiesa designava. L’ordinario diocesano, vale a dire il Vescovo o l’Arcivescovo, allorquando si rendeva vacante una parrocchia, indiva un concorso fra i sacerdoti della diocesi e tra i candidati sceglieva quelli che riteneva idonei e presentava quindi la lista di essi al comitato dei Capi-famiglia che decideva sul nominativo di gradimento. Il privilegio veniva trasferito a Grado nel 1864 dai capi-famiglia al Consiglio Comunale. Fu Maria Teresa a decretare la cosa e a darne diretta notizia al podestà di quel tempo Nicolò Corbatto. Ed è appunto da tale data e con la medesima procedura che Grado si è venuta via via scegliendo i propri parroci. Venendo a morte il 7 dicembre scorso Sebastiano Tognon, la necessità della scelta si è ripresentata proprio in questi giorni ed è appunto da tale ragione che il Consiglio Comunale si è riunito l’altra sera. Da una indiscrezione ottenuta, sappiamo tuttavia che non si è dato il caso stavolta di una lista di designati ma della presentazione di un solo nominativo non avendo ritenuto l’ordinario diocesano altri candidati in condizioni tali di idoneità da meritare la segnalazione. In modo che se quel solo sacerdote proposto non fosse stato accettato, si sarebbe ricreata l’esigenza di un nuovo concorso. Ma sappiamo – per quanto la cosa resti sigillata ancora dal segreto, in attesa che il nominativo prescelto riceva la dovuta ratifica da parte dell’organo prefettizio – che ci si è trovati d’accordo l’altra sera sull’unico candidato segnalato. E’ quindi questione di un giorno o due e la nomina sarà resa pubblica.

RUFINO DI AQUILEIA

Tirannio Rufino (345-410) nacque a Concordia, presso Pordenone, da genitori cristiani. Mentre attendeva agli studi in Roma fece conoscenza con S.Girolamo. Visse alcuni anni come monaco in un monastero di Aquileia, e qui ricevette il battesimo. Nel 371 viaggiò in Egitto, dove visitò gli anacoreti che si erano stabiliti nel deserto a Nitria e a Scete. Si trattenne poi per alcuni anni ad Alessandria dove, alla scuola di Didimo il Cieco, fu affascinato dall’insegnamento di Origene. Nel 378 si trasferì a Gerusalemme, ove visse da monaco sul Monte degli Ulivi, e ricevette l’ordinazione sacerdotale dal vescovo Giovanni. Con Girolamo, che nel 386 si stabilì a Betlemme, Rufino mantenne cordiali relazioni, incrinate però da un diverso giudizio sull’ortodossia della dottrina origenista, che sfociò in un aspro dibattito pubblico.

Nel 397 Rufino tornò in Italia, ma l’invasione dei Visigoti nel 407 lo costrinse a lasciare Aquileia. Morì a Messina nel 410.

L’importanza di Rufino nel campo della letteratura cristiana si fonda innanzi tutto sulla sua attività di traduttore. Poiché la conoscenza della lingua greca diventava sempre più rara nell’Occidente, egli si propose di rendere accessibili importanti opere letterarie greche a coloro che si interessavano alle questioni teologiche.

Il “Commento al Simbolo degli Apostoli” è invece un suo scritto originale, nel quale Rufino si pone in dipendenza della catechesi di S.Cirillo di Gerusalemme. Lo scritto offre per la prima volta il testo latino del simbolo apostolico e un elenco dei libri della Sacra Scrittura.


 

O MIA PATRIA…
PATRIARCATO DI AQUILEIA
Il Patriarcato di Aquileia è stato un’entità politico-religiosa esistita dal 568 al 1751 che, soprattutto sotto il profilo ecclesiastico, amministrava un territorio vastissimo con al centro l’odierno Friuli. È fondamentale distinguere tra realtà ecclesiale e realtà politica-territoriale. Come realtà ecclesiale, il Patriarcato di Aquileia è stato la più grande diocesi e metropolita ecclesiale di tutto il medioevo europeo. La seconda dignità dopo Roma. Fino al 811 la sua giurisdizione ecclesiastica arrivava fino al fiume Danubio a nord, al lago Balaton a est e a ovest arrivava fino a Como. A sud ha avuto la giurisdizione ecclesiale dell’Istria fino al 1751, anno della sua estinzione. Nell’811, l’imperatore Carlo Magno portò i confini nord, dal fiume Danubio al fiume Drava. Vastissima anche la diocesi aquileiese. Il Patriarca sovraintendeva sulle diocesi vescovili incluse nella sua giurisdizione metropolitana e ne nominava il vescovo. La sua corte era internazionale poiché comprendeva popoli di lingua ed etnia diversi. Univa il mondo latino con quello germanico e slavo. Nel territorio della sua diocesi svolgeva la funzione di vescovo a mezzo di suoi vicari.
Oltre a svolgere l’autorità religiosa i Patriarchi di Aquileia ottennero l’investitura feudale (10771420) sul Friuli – Patria del Friuli – e in alcuni periodi storici i confini geografici e politici del patriarcato si estesero sino in Istria, Cadore, Carinzia, Carniola e Stiria. Città principali di tale entità statale furono: Aquileia, Forum Iulii (l’odierna Cividale del Friuli) e Udine.
STORIA
Aquileia fu una fiorente città portuale romana, fondata nel 181 a.C. come colonia e avamposto militare. Divenne poi capitale della X Regio “Venetia et Histria”. All’apice della sua importanza, nei primi secoli dell’era cristiana, contava circa 200.000 abitanti ed era la quarta città italiana, dopo Roma, Milano e Capua. Importante porto fluviale sul fiume Natissa, era il punto di partenza dei traffici verso l’area danubiana e quella del Norico e verso le province illiriche e pannoniche.
Sembra che, ancora prima del III secolo, esistesse ad Aquileia una comunità cristiana con forti legami con la Chiesa patriarcale di Alessandria d’Egitto, della quale sarebbe stata emanazione, ipotizzando che i primi missionari arrivassero da Alessandria. Nei primi secoli, la Chiesa era infatti organizzata in 5 patriarcati, con giurisdizione nei propri territori di influenza: era la cosiddetta Pentarchia. Il patriarca di Roma (Papa) aveva il primato d’onore.
Aquileia divenne ben presto un importante centro di cristianizzazione per l’Italia nord-orientale e le regioni limitrofe, tanto che, già nel IV secolo, il suo vescovo era eminente per la vastità del territorio di sua competenza giurisdizionale e la liturgia officiata nel rito, più tardi detto, patriarchino (rimasto in vigore fino al 1596; nel 2007 è stato ristampato in copia anastatica il Missale Aquilejensis Ecclesiae del 1517 con l’antico rito aquileiese). Sul finire del IV secolo (381) ad Aquileia fu celebrato un concilio, promosso da Sant’Ambrogio di Milano e presieduto dal vescovo di Aquileia, Valeriano, che condannò i vescovi filo-ariani Palladio e Secondiniano e le dottrine ariane diffuse in Occidente.
In quel periodo furono create le diocesi suffraganee: Zuglio (Julium Carnicum G.Biasutti: Il cristianesimo primitivo nell’Alto Adriatico), Trento, Concordia Sagittaria ecc…), dipendenti dall’arcivescovo o metropolita di Aquileia.
FONDAZIONE DEL PATRIARCATO
Nel 554 gli arcivescovi metropoliti di Milano e Aquileia si rifiutarono di aderire alla condanna pronunciata dall’Imperatore Giustiniano contro i testi nestoriani noti come Tre Capitoli, dando inizio ad uno scisma noto con il nome di Scisma tricapitolino: nel 557 durante il sinodo provinciale convocato ad Aquileia per l’elezione del nuovo metropolita Paolino, succeduto a Macedonio, con la partecipazione dei vescovi delle diocesi suffraganee, si decise di non riconoscere le conclusioni del Concilio di Costantinopoli II e di rendersi chiesa autocefala. Nel 568, sotto la pressione dell’invasione longobarda, Paolino trasferisce la sede episcopale a Grado, sotto la protezione di Bisanzio, dove è proclamato patriarca. La chiesa di Aquileia si era elevata a Patriarcato per sottolineare l’indipendenza gerarchica da Roma e Costantinopoli, ma nel 606, il patriarcato si divise in due, con un patriarca ad Aquileia (tricapitolino) e uno a Grado (cattolico): questa divisione fu dovuta essenzialmente alla mutata situazione politica della zona: l’entroterra friulano, inclusa Aquileia, sotto la dominazione longobarda e tutto il litorale adriatico della Venetia maritima sotto l’influenza bizantina. Lo scisma dei Tre Capitoli fu definitivamente ricomposto nel 699 con il concilio di Pavia con il ritorno di Aquileia nell’ortodossia cattolica, (la chiesa di Milano era già da tempo ritornata in comunione con Roma). Anche dopo la riconciliazione tra tricapitolini e cattolici, la diocesi di Aquileia continuava ad essere divisa, finché nel 731 venne stabilita la separazione canonica tra il Patriarcato di Aquileia (con suffraganee le diocesi del Friuli) e il Patriarcato di Grado (con suffraganee le diocesi del Ducato di Venezia), in seguito divenuto Patriarcato di Venezia (nel 1105 de facto con il trasferimento della sede patriarcale e nel 1451 de jure con l’istituzione del nuovo titolo). Nell’827 il concilio di Mantova tentò inutilmente di riunificare i patriarcati di Grado e Aquileia.
Inquadrato nel Ducato del Friuli durante il Regno longobardo, a seguito della conquista franca, nel 952 il territorio del Friuli venne sottoposto al Ducato di Baviera, assieme a Istria, Carinzia e Carniola. Ma già nel 976 i territori venivano inquadrati nel nuovo ducato di Carinzia. Il patriarca Poppone (10191042), familiare e ministro dell’imperatore Corrado II, consacrata il 13 luglio 1031 la nuova cattedrale, e cinta di nuove mura Aquileia, si prodigò per liberarsi del controllo del Ducato di Carinzia e si scontrò coi Veneziani a Grado.
DOMINIO TEMPORALE DEI PATRIARCHI
Il 3 aprile 1077 il patriarca Sigeardo di Beilstein ottenne dall’imperatore Enrico IV l’investitura feudale di Duca del Friuli, Marchese d’Istria e il titolo di Principe, costituendo quindi il Principato ecclesiastico di Aquileia, feudo diretto del Sacro Romano Impero.
I successori di Sigeardo si mantennero fedeli alla politica di Enrico IV e poi del figlio Enrico V facendo dello stato friulano la pedina avanzata della politica imperiale in Italia. Nel 1186 Gotffredo il Tedesco incoronò il figlio di Barbarossa, Enrico VI, Re d’Italia, venendo per reazione deposto da papa Urbano III.
Sotto il patriarcato di Volchero (12041218) grande impulso fu dato ai traffici commerciali ed alle attività produttive, fu migliorata la rete viaria e brillante fu anche l’attività culturale. A Volchero successe il patriarca Bertoldo (12181251) il quale ebbe fin dall’inizio un occhio di riguardo per la città di Udine che in breve tempo passò da piccolo villaggio a metropoli. Le mire di conquista dei ghibellini Ezzelino III da Romano e Mainardo III, conte di Gorizia, costrinsero il patriarca a cercare aiuto nel partito avversario (quello guelfo) alleandosi con Venezia e con il duca di Carinzia. Dal 1238, la sede dei patriarchi divenne Udine, che lo rimase per circa due secoli. Divenuto elemento di forza della lega Guelfa il Friuli si avviò in un periodo di declino: il patriarca non riusciva più a conservare la coesione tra i comuni e frequenti divennero i tradimenti, le congiure e le lotte tra vassalli. Il conte di Gorizia divenne il principale avversario dell’autorità patriarcale. Nel 1281 scoppiò un conflitto con la Repubblica di Venezia per il possesso di parte dell’Istria.
Una fase di recupero si ebbe con il patriarcato di Bertrando (13341350) che conseguì numerosi successi sul piano militare e diplomatico senza mai trascurare i suoi doveri di vescovo. Il 6 giugno del 1350, ormai novantenne fu ucciso da una congiura guidata dal conte di Gorizia e dal comune di Cividale. Il patriarca Marquardo di Randeck (13651381) passò invece alla storia per aver promulgato (11 giugno 1366 ) la Costituzione della Patria del Friuli (Constitutiones Patriae Foriiulii) base del diritto friulano. Seguì un lungo periodo di contrasti interni, principalmente tra le città di Udine e di Cividale. Con Cividale si schierarono gran parte dei comuni friulani, i carraresi ed il Re d’Ungheria; con Udine si schierò invece Venezia.
Nel 1411 il Friuli divenne campo di battaglia per l’esercito imperiale (schierato con Cividale) e quello veneziano (schierato con Udine). Nel dicembre del 1411 l’esercito dell’imperatore si impadroniva di Udine; il 12 luglio 1412 veniva nominato nel Duomo di Cividale il patriarca Ludovico di Teck. Il 13 luglio 1419, però, i veneziani occuparono però Cividale e si prepararono alla conquista di Udine, che cadde il 7 giugno 1420, dopo una strenua difesa. Subito dopo cadevano Gemona, S.Daniele, Venzone, Tolmezzo: era la fine dello stato patriarcale friulano. Nel 1445, dopo lunghe trattative, il patriarca Ludovico Trevisan accettò il concordato imposto da Venezia mediante il quale veniva abolito di fatto il diritto di indipendenza del Friuli, che entrò a far parte della Repubblica di Venezia, come entità autonoma retta da un Provveditore Generale.
FINE DEL PATRIARCATO
Nel 1751, con bolla papale, sollecitata da Venezia e degli Asburgo d’Austria, il Patriarcato di Aquileia fu soppresso e al suo posto vennero erette l’arcidiocesi di Udine e l’arcidiocesi di Gorizia. Questo significò il declassamento di Udine, che da sede patriarcale divenne solo sede arcivescovile e l’innalzamento di Gorizia che fino a quel momento era stata solo arcidiaconia all’interno della grande Diocesi di Aquileia.

1968-1971
mercoledì 15 novembre 2006
NASCITA E SVILUPPO DELL’IMPEGNO MISSIONARIO
Mons. Pietro Cocolin, della Diocesi di Gorizia, era stato consacrato Vescovo ad Aquileia il 3 settembre 1967. Pochi giorni dopo la sua consacrazione, al segretario don Giuseppe Baldas, così diceva: “Sono stato consacrato vescovo per tutta la Chiesa. Il Signore mi ha posto a reggere la porzione del popolo di Dio che vive a Gorizia, però la mia responsabilità e di conseguenza la mia sollecitudine deve essere per le Chiese di tutto il mondo, quelle a noi vicine e quelle a noi lontane. Il Signore mi ha fatto responsabile della salvezza di tutti gli uomini del mondo, e di ciò mi chiederà conto”.
Il 1968 si apriva per la Diocesi isontina apparentemente tranquillo; nulla avrebbe lasciato prevedere ciò che sarebbe accaduto. Nel mese di gennaio il vescovo dava avvio alla prima campagna di animazione missionaria che avrebbe dovuto abbracciare l’intero periodo quaresimale: l’attenzione verso gli ultimi assumeva subito un volto, quello dell’Abbé Pierre, il sacerdote francese che aveva scelto di condividere tutto con i clochards (i barboni, i senza fissa dimora) francesi. L’appuntamento, previsto per l’ultimo giorno di febbraio, fu annullato all’ultimo momento per malattia dell’ospite. A questo punto si inserì il caso, o meglio, la Provvidenza. Si cercò una persona che potesse sostituire il conosciuto Abbé Pierre e Voce Isontina, il settimanale diocesano, dava l’annuncio che Raoul Follereau, il “padre dei lebbrosi” aveva accolto l’invito della Consulta giovanile diocesana.
Nel contempo la Consulta lanciava l’iniziativa della raccolta degli oggetti inutili, era l’operazione “Uomini come noi” che fece da frenetica introduzione a Gorizia all’incontro con Follereau: tre giorni di raccolta di carta, stracci, ferro, una novità per allora.
Il merito di aver trasformato una novità in una scelta di carità fu di Raoul Follereau. Parlò due volte a Monfalcone, dove erano in 1300 ad ascoltarlo, e a Gorizia dove si ritrovarono in più di 2000. L’impressione fu enorme e profonda e si può ancora riscontrare in quanti allora incontrarono quell’apostolo della carità. Il settimanale diocesano così chiudeva uno dei numerosi servizi: “Follereau noi giovani ti siamo grati, ti stimiamo, ti amiamo, siamo con te e chissà che qualcuno di noi non riesca a rompere qualche indugio ed a seguirti…”. L’autore dell’articolo non sapeva che tutto era appena iniziato.
Un’osservazione si impone per far cogliere la portata dell’incontro dei giovani isontini con Follereau. Il vero 1968 i giovani della provincia, della Diocesi, lo vissero sull’onda delle parole di quell’avvocato francese, spingendo i carretti carichi di carta e stracci. La loro contestazione prese i binari del cambiamento e della solidarietà e produsse frutti visibili in pochi mesi.
Entro l’anno sorse il Gruppo Missionario Diocesano, formato da giovani di ambo i sessi e sacerdoti che volevano maturare la loro vocazione cristiana e studiare una possibilità di impegno diretto e personale in terra di missione. A metà aprile nel settimanale della Diocesi, un titolo annunciava “La carità della Diocesi ha scoperto Manikrò”, e ancora “Manikrò un nome che nel prossimo futuro sentiremo spesso, un nome da non scordare”.
Manikrò era in effetti uno dei nomi pronunciati da Follereau, un gruppo sperduto di capanne nelle quali un medico francese tentava l’impossibile contro la lebbra. La richiesta di interessarsi a quel villaggio della Costa d’Avorio fu accolta senza esitazioni. Il vescovo aveva incoraggiato il tutto ed anzi anticipato l’impegno con il messaggio per l’Anno della fede del 18 febbraio: “Nella voce dei poveri sentiamo l’appello di Cristo che reclama la carità dei suoi seguaci e facciamo in modo che non perduri lo scandalo di fratelli che non hanno l’indispensabile per sopravvivere mentre noi abbiamo più del necessario”.
Facendo un primo provvisorio bilancio nel messaggio per la Pasqua scrisse: “Abbiamo sentito vicini i nostri fratelli che soffrono la fame e muoiono per la lebbra… Abbiamo cioè vissuto la passione di Cristo… abbiamo sentito in noi il palpito di una nuova vitalità perché chi ama passa dalla morte alla vita. Ecco il senso della nostra Pasqua, colto e vissuto profondamente”.
Nel 1969 “Un pane per l’amore di Dio” divenne lo slogan di un susseguirsi di iniziative che, sull’onda dell’esperienza fatta dodici mesi prima, si allargavano ad abbracciare tutta la Diocesi in forma ufficiale. Follereau venne nel mese di aprile a Gorizia, Ronchi, Grado, Cervignano e parlò anche alla comunità slovena.
Mentre la Diocesi veniva informata sui progressi del gruppo missionario, mons.Cocolin proponeva una riflessione sempre più profonda sull’impegno missionario. Così si pronunciava in occasione della Giornata Missionaria dell’ottobre 1969: “Eravamo abituati a parlare di missioni, di opere missionarie, non di Chiesa missionaria, pensavamo alle missioni come ad una delle svariate opere della Chiesa, non come l’opera essenziale della Chiesa, condizione indispensabile per la sua autenticità”.
Richiamandosi al Concilio (“Ad gentes” in particolare) il vescovo esprimeva con lucidità e forza il suo pensiero: “Nessun vescovo ha il diritto di dire: la mia Diocesi e basta! Nessun parroco può dire: la mia parrocchia e basta! Nessun cristiano può badare solo alla propria fede”. Seguendo queste convinzioni anche la nostra Diocesi sta preparandosi per divenire, in un domani che speriamo non tanto lontano, autenticamente missionaria”. Anche l’autunno 1969 confermò il vescovo nelle sue intuizioni, l’impegno giovanile non accennava a scemare; a Monfalcone si raccoglievano medicinali da inviare in Africa, a Gorizia si ripeteva “l’operazione STOP”: gli automobilisti venivano fermati nei pressi degli incroci e sensibilizzati tramite volantini e richieste di fondi da parte dei giovani delle parrocchie.
Infine nella riunione dell’undici novembre del Consiglio Presbiterale si decisero le destinazioni delle somme raccolte (oltre 25 milioni), la continuazione della campagna anche nel 1970 e, soprattutto, veniva annunciato il prossimo viaggio del vescovo a Manikrò. Con questo viaggio i confini della Diocesi si estesero a tutta la Chiesa. Il viaggio in Costa d’Avorio nel mese di gennaio apriva a un mondo nuovo. Dopo la visita a Manikrò per l’inaugurazione del villaggio di 30 casette per i lebbrosi, il vescovo si dirigeva al villaggio di Kossou, una località distante 140 chilometri ove una ditta italiana era impegnata nella costruzione di una grande diga. Il pensiero di mons.Cocolin fu immediatamente portato ad un impegno maggiore verso quelle popolazioni; proprio come avrebbe poi invitato a fare mons. Duirat, il primo vescovo di Bouaké.
Don Giuseppe Baldas ricorda che il vescovo Pietro in quei giorni andava ripetendo a se stesso e a chi lo accompagnava: “Non possiamo accontentarci di dare qualcosa a questa gente, abbiamo dare noi stessi, dobbiamo venire qui a condividere la vita di questa gente per portare ad essa l’annuncio della salvezza”. Mons. Duirat a conclusione della cerimonia a Manikrò disse: “Brava la Diocesi di Gorizia: ha fatto tanto nel campo della carità per i lebbrosi, ma non avrà fatto niente finché non verrà quaggiù con suo personale a condividere la vita di questa gente”.
Le parole del pastore della Chiesa isontina abbracciarono il problema della missione sotto molte prospettive. E sollecitando la generosità e l’impegno di tutti, diceva ancora: “Ora che ho visto vi posso parlare con più profonda conoscenza della situazione e delle necessità… Abbiamo fatto molto, ma sento il dovere di aggiungere che dobbiamo fare molto di più”.
La campagna quaresimale venne programmata in grande stile. Le finalità erano delineate come aiuto concreto ai lebbrosi di Manikrò ed altri lebbrosari, compreso uno in Alto Volta. Nelle parrocchie la parte formativa avrebbe avuto come momenti “forti” e sussidi le liturgie di inizio quaresima, le veglie di preghiera, la via crucis, la messa della carità nella domenica in Albis, i documentari, le mostre, i numeri unici sulla lebbra, le preghiere di Follereau, i manifesti, i salvadanai… La parte operativa ancora una volta si sarebbe incentrata sulla raccolta della carta e degli stracci sottolineandone soprattutto il valore educativo e formativo.
Essenzialmente informativa l’azione svolta nelle scuole: nelle elementari documentari, depliant e libretti sui lebbrosi, concorso di componimento e di disegno sui lebbrosi (già svoltosi nel 1969), disegni e componimenti e diffusione di un numero unico nelle medie inferiori; diffusione del numero unico (come già nel 1969) alle medie superiori. Nelle fabbriche, non essendovi ancora una pastorale ordinaria del lavoro, sarebbe stata prevista una visita del vescovo.
A coordinare il tutto sarebbero stati delegati un sacerdote e un laico per ogni zona pastorale per collaborare con l’Ufficio Missionario Diocesano. Nelle scuole la collaborazione sarebbe venuta pure, come l’anno precedente, dall’Associazione Italiana Maestri Cattolici. Il programma si presentava quindi dettagliato e articolato forse come pochi altri avvenimenti nella vita diocesana, segno dello sforzo che veniva intrapreso quasi presentendo i passi che sarebbero stati compiuti successivamente. Il Consiglio Presbiterale veniva informato dettagliatamente della situazione in Africa.
La Diocesi di Bouaké poteva contare solo su sei sacerdoti francesi per oltre 300.000 persone di cui 15.000 cristiani. In particolare il sacerdote con la responsabilità di Manikrò doveva occuparsi di non meno di 318 villaggi. L’altra località visitata, Kossou, era una cittadina sui generis. Trecento italiani con le loro famiglie stavano realizzando un’immensa diga che, al suo termine, avrebbe creato un bacino artificiale che avrebbe sommerso centinaia di villaggi. Data la generosa risposta della Diocesi (oltre 31 milioni di lire) il Consiglio Presbiterale prese in considerazione per la prima volta la possibilità di fondare una missione in Costa d’Avorio.
L’anno 1971 si apriva con un bilancio positivo e con l’annuncio di un secondo viaggio in Africa del vescovo. Era lo stesso Raoul Follereau che invitava mons.Cocolin ad accompagnarlo in Alto Volta e Costa d’Avorio. Prima di lasciare la Diocesi il vescovo spiegò ai fedeli e ai sacerdoti i motivi: “Ho deciso di ritornare in Africa… Ho maturato tale decisione per raccogliere ed avere a disposizione mezzi e sussidi, dati e notizie che serviranno a dare alla campagna quaresimale di quest’anno nuovo stimolo. Le finalità discusse e accettate dal presbiterio sono la continuazione della presenza caritativa per i Lebbrosari di Manikrò e Dimbokrò e la costruzione di un centro missionario per la nuova parrocchia che il Vescovo di Bouaké intende erigere poco lontano dalla città…”.
Il viaggio fu un vero e proprio “tour de force”, ma la compagnia di Follereau e la convinzione che si faceva strada nel vescovo resero leggero il peso. Una sera a Bobo-Dioulasso (Alto Volta, ora Burkina Faso) confidò a don Baldas: “Vedi, noi questa fatica la facciamo una volta ogni tanto. I missionari la fanno ogni giorno. Bisogna che tutti sappiano quello che i missionari fanno perché tutti collaborino al lavoro per il Regno di Dio. D’ora in poi non possiamo disinteressarci delle missioni, perché noi abbiamo veduto”. Secondo don Baldas quella sera il vescovo Pietro decise di accettare ciò che il vescovo di Bouaké gli aveva prospettato.
Prima di rientrare in Italia il legame con la Costa d’Avorio si fece a sorpresa più stretto. Durante l’inaugurazione di un nuovo lotto di costruzioni ad Adzopè, all’improvviso il Ministro ivoriano della Sanità insignì, insieme ad altri, il vescovo di Gorizia della decorazione ufficiale per merito della sanità pubblica.
La campagna quaresimale, a forte ispirazione missionaria, come negli anni passati, ebbe il suo coronamento in aprile con la venuta a Gorizia di mons. Dhumeau, vicario generale della Diocesi di Bouaké. Impressionato dall’operato della Diocesi italiana mons. Dhumeau dichiarava: “Questo viaggio avrà risultati meravigliosi per il futuro della due Chiese”.
Il 1972 si aprì con il terzo viaggio in Africa del Vescovo. Poco dopo il suo rientro mons. Cocolin nel Messaggio per la quaresima scriveva: “La Chiesa di Bouaké ringrazia tutti per la generosità dimostrata, i lebbrosi di Manikrò ci conoscono; i pagani e i cristiani dei villaggi ci attendono. Nella loro voce sentiamo Cristo che ci chiama”.
In aprile giunse a Gorizia il vescovo di Bouaké, mons. Duirat. I tempi erano ormai maturi e il mese di luglio risultò decisivo. Alcuni sacerdoti e laici si dichiararono disponibili a partire e mons.Cocolin promosse tra i sacerdoti e le associazioni una consultazione. Chiedendo una risposta in tempi brevissimi si consigliava di esporre il parere dei fedeli o dei gruppi parrocchiali. Risposero 97 sacerdoti su 157 (il 60%), 15 comunità religiose e molte associazioni. Le risposte affermative furono la stragrande maggioranza. La Diocesi, sacerdoti, religiosi e laici, avevano detto “si” all’impegno a Kossou.
Nel rendere note le risultanze della consultazione il vescovo ripercorse le tappe che avevano portato a quel momento, non escluse le diverse “coincidenze”, quale l’incontro in Francia con il vescovo di Bouaké, la risposta della Diocesi, la disponibilità del Pime e delle Suore della Provvidenza a collaborare, la situazione contingente di Kossou. I riferimenti al PIME non erano cosa nuova; il dialogo con questo Istituto Missionario era stato continuo, favorito anche dalla presenza del seminario a Cervignano. In settembre il rapporto divenne più stretto con l’assunzione da parte del PIME della Parrocchia di Nostra Signora di Lourdes a Gorizia. Il mese di ottobre registrò il primo passo operativo verso la nuova realtà che si stava costruendo, le istituzione del Centro Missionario Diocesano.
Il 1972, l’anno zero per la missione a Kossou, si chiudeva con la firma di quattro convenzioni: quella tra i due vescovi, di Bouaké e Gorizia per l’affidamento della missione di Kossou; le due tra le Diocesi e il PIME; quella tra la Diocesi e le Suore della Provvidenza. Dalle convenzioni di ricavava che la Diocesi di Gorizia avrebbe inviato a Kossou un’equipe formata da due sacerdoti diocesani don Gioacchino Raugna e don Luciano Vidoz,, due laici della Diocesi Giuseppe Burgnich e Gianna Pradel, un sacerdote del PIME Padre Gennaro Cardarelli e tre Suore della Provvidenza Suor Fidenzia Martini, Suor Pieralba Bianco, Suor Dores Villotti.

SI APRE L’ANNO CROMAZIANO, AD AQUILEIA EUCARISTIA PRESIEDUTA DAL CARD RODE’ Mercoledì 5, l’udienza di Benedetto XVI su S. Cromazio

(30 novembre, ore 13.30) – Tutto è pronto per l’apertura dell’Anno cromaziano, con un calendario di ben 15 mesi, ricco di iniziative e di significati per ricordare il 16° centenario della morte del grande vescovo e santo aquileiese.

L’apertura delle celebrazioni sarà segnata da una solenne S. Messa, che domenica 2 dicembre alle ore 16 (diretta su Radio Spazio 103 e dal sito internet della Vita Cattolica cliccando su «Ascolta Radio Spazio 103 in diretta) vedrà riuniti nella Basilica di Aquileia i vescovi del Friuli-V.G (mons. Pietro Brollo per l’Arcidiocesi di Udine, mons. Dino De Antoni per l’Arcidiocesi di Gorizia, mons. Ovidio Poletto per la Diocesi di Concordia-Pordenone, mons. Eugenio Ravignani per la diocesi di Trieste) e delle diocesi dell’antico Patriarcato di Aquileia (invitati 35 vescovi di Carinzia, Slovenia, Baviera e Triveneto). A presiederla sarà il cardinale sloveno Franc Rodè, prefetto della Congregazione per gli istituti di vita consacrata e società di vita apostolica, già arcivescovo di Lubiana, una delle Chiese storicamente legate ad Aquileia, dal 1997 al 2004.
A questa inaugurazione ufficiale si aggiunge la catechesi che il Papa Benedetto XVI dedicherà, nell’udienza generale di mercoledì 5 dicembre, alla figura di San Cromazio (diretta su Radio Spazio 103 e dal sito internet della Vita Cattolica cliccando su «Ascolta Radio Spazio 103 in diretta). Partiranno alla volta di Roma anche un paio pullman carichi di pellegrini friulani, organizzati dalla parrocchia udinese di san Cromazio, che non vogliono perdersi l’importante appuntamento. Nelle scorse settimane, i ricercatori e dagli studiosi della figura di Cromazio sono stati invitati anche dagli ambienti vaticani ad approfondire le ricerche storiche sul periodo del massimo splendore della Chiesa di Aquileia.
Come è noto, infatti, Benedetto XVI, proprio di questi mesi, nelle udienze del mercoledì, sta ripercorrendo le tappe della storia personale e sociale dei padri della Chiesa, delineandone nel contempo l’importanza e l’influsso sulla società del tempo e sulla vita della Chiesa intera.
L’iniziativa di suggerire al Pontefice di soffermarsi, nelle catechesi sui padri della Chiesa, anche sulla figura di San Cromazio è partita da due sacerdoti udinesi, che fanno parte del Comitato nazionale; si tratta di don Carlo Gervasi e don Giovanni Driussi.
01/12/2007
O MIA PATRIA…
PATRIARCATO DI AQUILEIA
Il Patriarcato di Aquileia è stato un’entità politico-religiosa esistita dal 568 al 1751 che, soprattutto sotto il profilo ecclesiastico, amministrava un territorio vastissimo con al centro l’odierno Friuli. È fondamentale distinguere tra realtà ecclesiale e realtà politica-territoriale. Come realtà ecclesiale, il Patriarcato di Aquileia è stato la più grande diocesi e metropolita ecclesiale di tutto il medioevo europeo. La seconda dignità dopo Roma. Fino al 811 la sua giurisdizione ecclesiastica arrivava fino al fiume Danubio a nord, al lago Balaton a est e a ovest arrivava fino a Como. A sud ha avuto la giurisdizione ecclesiale dell’Istria fino al 1751, anno della sua estinzione. Nell’811, l’imperatore Carlo Magno portò i confini nord, dal fiume Danubio al fiume Drava. Vastissima anche la diocesi aquileiese. Il Patriarca sovraintendeva sulle diocesi vescovili incluse nella sua giurisdizione metropolitana e ne nominava il vescovo. La sua corte era internazionale poiché comprendeva popoli di lingua ed etnia diversi. Univa il mondo latino con quello germanico e slavo. Nel territorio della sua diocesi svolgeva la funzione di vescovo a mezzo di suoi vicari.
Oltre a svolgere l’autorità religiosa i Patriarchi di Aquileia ottennero l’investitura feudale (10771420) sul Friuli – Patria del Friuli – e in alcuni periodi storici i confini geografici e politici del patriarcato si estesero sino in Istria, Cadore, Carinzia, Carniola e Stiria. Città principali di tale entità statale furono: Aquileia, Forum Iulii (l’odierna Cividale del Friuli) e Udine.
STORIA
Aquileia fu una fiorente città portuale romana, fondata nel 181 a.C. come colonia e avamposto militare. Divenne poi capitale della X Regio “Venetia et Histria”. All’apice della sua importanza, nei primi secoli dell’era cristiana, contava circa 200.000 abitanti ed era la quarta città italiana, dopo Roma, Milano e Capua. Importante porto fluviale sul fiume Natissa, era il punto di partenza dei traffici verso l’area danubiana e quella del Norico e verso le province illiriche e pannoniche.
Sembra che, ancora prima del III secolo, esistesse ad Aquileia una comunità cristiana con forti legami con la Chiesa patriarcale di Alessandria d’Egitto, della quale sarebbe stata emanazione, ipotizzando che i primi missionari arrivassero da Alessandria. Nei primi secoli, la Chiesa era infatti organizzata in 5 patriarcati, con giurisdizione nei propri territori di influenza: era la cosiddetta Pentarchia. Il patriarca di Roma (Papa) aveva il primato d’onore.
Aquileia divenne ben presto un importante centro di cristianizzazione per l’Italia nord-orientale e le regioni limitrofe, tanto che, già nel IV secolo, il suo vescovo era eminente per la vastità del territorio di sua competenza giurisdizionale e la liturgia officiata nel rito, più tardi detto, patriarchino (rimasto in vigore fino al 1596; nel 2007 è stato ristampato in copia anastatica il Missale Aquilejensis Ecclesiae del 1517 con l’antico rito aquileiese). Sul finire del IV secolo (381) ad Aquileia fu celebrato un concilio, promosso da Sant’Ambrogio di Milano e presieduto dal vescovo di Aquileia, Valeriano, che condannò i vescovi filo-ariani Palladio e Secondiniano e le dottrine ariane diffuse in Occidente.
In quel periodo furono create le diocesi suffraganee: Zuglio (Julium Carnicum G.Biasutti: Il cristianesimo primitivo nell’Alto Adriatico), Trento, Concordia Sagittaria ecc…), dipendenti dall’arcivescovo o metropolita di Aquileia.
FONDAZIONE DEL PATRIARCATO
Nel 554 gli arcivescovi metropoliti di Milano e Aquileia si rifiutarono di aderire alla condanna pronunciata dall’Imperatore Giustiniano contro i testi nestoriani noti come Tre Capitoli, dando inizio ad uno scisma noto con il nome di Scisma tricapitolino: nel 557 durante il sinodo provinciale convocato ad Aquileia per l’elezione del nuovo metropolita Paolino, succeduto a Macedonio, con la partecipazione dei vescovi delle diocesi suffraganee, si decise di non riconoscere le conclusioni del Concilio di Costantinopoli II e di rendersi chiesa autocefala. Nel 568, sotto la pressione dell’invasione longobarda, Paolino trasferisce la sede episcopale a Grado, sotto la protezione di Bisanzio, dove è proclamato patriarca. La chiesa di Aquileia si era elevata a Patriarcato per sottolineare l’indipendenza gerarchica da Roma e Costantinopoli, ma nel 606, il patriarcato si divise in due, con un patriarca ad Aquileia (tricapitolino) e uno a Grado (cattolico): questa divisione fu dovuta essenzialmente alla mutata situazione politica della zona: l’entroterra friulano, inclusa Aquileia, sotto la dominazione longobarda e tutto il litorale adriatico della Venetia maritima sotto l’influenza bizantina. Lo scisma dei Tre Capitoli fu definitivamente ricomposto nel 699 con il concilio di Pavia con il ritorno di Aquileia nell’ortodossia cattolica, (la chiesa di Milano era già da tempo ritornata in comunione con Roma). Anche dopo la riconciliazione tra tricapitolini e cattolici, la diocesi di Aquileia continuava ad essere divisa, finché nel 731 venne stabilita la separazione canonica tra il Patriarcato di Aquileia (con suffraganee le diocesi del Friuli) e il Patriarcato di Grado (con suffraganee le diocesi del Ducato di Venezia), in seguito divenuto Patriarcato di Venezia (nel 1105 de facto con il trasferimento della sede patriarcale e nel 1451 de jure con l’istituzione del nuovo titolo). Nell’827 il concilio di Mantova tentò inutilmente di riunificare i patriarcati di Grado e Aquileia.
Inquadrato nel Ducato del Friuli durante il Regno longobardo, a seguito della conquista franca, nel 952 il territorio del Friuli venne sottoposto al Ducato di Baviera, assieme a Istria, Carinzia e Carniola. Ma già nel 976 i territori venivano inquadrati nel nuovo ducato di Carinzia. Il patriarca Poppone (10191042), familiare e ministro dell’imperatore Corrado II, consacrata il 13 luglio 1031 la nuova cattedrale, e cinta di nuove mura Aquileia, si prodigò per liberarsi del controllo del Ducato di Carinzia e si scontrò coi Veneziani a Grado.
DOMINIO TEMPORALE DEI PATRIARCHI
Il 3 aprile 1077 il patriarca Sigeardo di Beilstein ottenne dall’imperatore Enrico IV l’investitura feudale di Duca del Friuli, Marchese d’Istria e il titolo di Principe, costituendo quindi il Principato ecclesiastico di Aquileia, feudo diretto del Sacro Romano Impero.
I successori di Sigeardo si mantennero fedeli alla politica di Enrico IV e poi del figlio Enrico V facendo dello stato friulano la pedina avanzata della politica imperiale in Italia. Nel 1186 Gotffredo il Tedesco incoronò il figlio di Barbarossa, Enrico VI, Re d’Italia, venendo per reazione deposto da papa Urbano III.
Sotto il patriarcato di Volchero (12041218) grande impulso fu dato ai traffici commerciali ed alle attività produttive, fu migliorata la rete viaria e brillante fu anche l’attività culturale. A Volchero successe il patriarca Bertoldo (12181251) il quale ebbe fin dall’inizio un occhio di riguardo per la città di Udine che in breve tempo passò da piccolo villaggio a metropoli. Le mire di conquista dei ghibellini Ezzelino III da Romano e Mainardo III, conte di Gorizia, costrinsero il patriarca a cercare aiuto nel partito avversario (quello guelfo) alleandosi con Venezia e con il duca di Carinzia. Dal 1238, la sede dei patriarchi divenne Udine, che lo rimase per circa due secoli. Divenuto elemento di forza della lega Guelfa il Friuli si avviò in un periodo di declino: il patriarca non riusciva più a conservare la coesione tra i comuni e frequenti divennero i tradimenti, le congiure e le lotte tra vassalli. Il conte di Gorizia divenne il principale avversario dell’autorità patriarcale. Nel 1281 scoppiò un conflitto con la Repubblica di Venezia per il possesso di parte dell’Istria.
Una fase di recupero si ebbe con il patriarcato di Bertrando (13341350) che conseguì numerosi successi sul piano militare e diplomatico senza mai trascurare i suoi doveri di vescovo. Il 6 giugno del 1350, ormai novantenne fu ucciso da una congiura guidata dal conte di Gorizia e dal comune di Cividale. Il patriarca Marquardo di Randeck (13651381) passò invece alla storia per aver promulgato (11 giugno 1366 ) la Costituzione della Patria del Friuli (Constitutiones Patriae Foriiulii) base del diritto friulano. Seguì un lungo periodo di contrasti interni, principalmente tra le città di Udine e di Cividale. Con Cividale si schierarono gran parte dei comuni friulani, i carraresi ed il Re d’Ungheria; con Udine si schierò invece Venezia.
Nel 1411 il Friuli divenne campo di battaglia per l’esercito imperiale (schierato con Cividale) e quello veneziano (schierato con Udine). Nel dicembre del 1411 l’esercito dell’imperatore si impadroniva di Udine; il 12 luglio 1412 veniva nominato nel Duomo di Cividale il patriarca Ludovico di Teck. Il 13 luglio 1419, però, i veneziani occuparono però Cividale e si prepararono alla conquista di Udine, che cadde il 7 giugno 1420, dopo una strenua difesa. Subito dopo cadevano Gemona, S.Daniele, Venzone, Tolmezzo: era la fine dello stato patriarcale friulano. Nel 1445, dopo lunghe trattative, il patriarca Ludovico Trevisan accettò il concordato imposto da Venezia mediante il quale veniva abolito di fatto il diritto di indipendenza del Friuli, che entrò a far parte della Repubblica di Venezia, come entità autonoma retta da un Provveditore Generale.
FINE DEL PATRIARCATO
Nel 1751, con bolla papale, sollecitata da Venezia e degli Asburgo d’Austria, il Patriarcato di Aquileia fu soppresso e al suo posto vennero erette l’arcidiocesi di Udine e l’arcidiocesi di Gorizia. Questo significò il declassamento di Udine, che da sede patriarcale divenne solo sede arcivescovile e l’innalzamento di Gorizia che fino a quel momento era stata solo arcidiaconia all’interno della grande Diocesi di Aquileia.

1968-1971
mercoledì 15 novembre 2006
NASCITA E SVILUPPO DELL’IMPEGNO MISSIONARIO
Mons. Pietro Cocolin, della Diocesi di Gorizia, era stato consacrato Vescovo ad Aquileia il 3 settembre 1967. Pochi giorni dopo la sua consacrazione, al segretario don Giuseppe Baldas, così diceva: “Sono stato consacrato vescovo per tutta la Chiesa. Il Signore mi ha posto a reggere la porzione del popolo di Dio che vive a Gorizia, però la mia responsabilità e di conseguenza la mia sollecitudine deve essere per le Chiese di tutto il mondo, quelle a noi vicine e quelle a noi lontane. Il Signore mi ha fatto responsabile della salvezza di tutti gli uomini del mondo, e di ciò mi chiederà conto”.
Il 1968 si apriva per la Diocesi isontina apparentemente tranquillo; nulla avrebbe lasciato prevedere ciò che sarebbe accaduto. Nel mese di gennaio il vescovo dava avvio alla prima campagna di animazione missionaria che avrebbe dovuto abbracciare l’intero periodo quaresimale: l’attenzione verso gli ultimi assumeva subito un volto, quello dell’Abbé Pierre, il sacerdote francese che aveva scelto di condividere tutto con i clochards (i barboni, i senza fissa dimora) francesi. L’appuntamento, previsto per l’ultimo giorno di febbraio, fu annullato all’ultimo momento per malattia dell’ospite. A questo punto si inserì il caso, o meglio, la Provvidenza. Si cercò una persona che potesse sostituire il conosciuto Abbé Pierre e Voce Isontina, il settimanale diocesano, dava l’annuncio che Raoul Follereau, il “padre dei lebbrosi” aveva accolto l’invito della Consulta giovanile diocesana.
Nel contempo la Consulta lanciava l’iniziativa della raccolta degli oggetti inutili, era l’operazione “Uomini come noi” che fece da frenetica introduzione a Gorizia all’incontro con Follereau: tre giorni di raccolta di carta, stracci, ferro, una novità per allora.
Il merito di aver trasformato una novità in una scelta di carità fu di Raoul Follereau. Parlò due volte a Monfalcone, dove erano in 1300 ad ascoltarlo, e a Gorizia dove si ritrovarono in più di 2000. L’impressione fu enorme e profonda e si può ancora riscontrare in quanti allora incontrarono quell’apostolo della carità. Il settimanale diocesano così chiudeva uno dei numerosi servizi: “Follereau noi giovani ti siamo grati, ti stimiamo, ti amiamo, siamo con te e chissà che qualcuno di noi non riesca a rompere qualche indugio ed a seguirti…”. L’autore dell’articolo non sapeva che tutto era appena iniziato.
Un’osservazione si impone per far cogliere la portata dell’incontro dei giovani isontini con Follereau. Il vero 1968 i giovani della provincia, della Diocesi, lo vissero sull’onda delle parole di quell’avvocato francese, spingendo i carretti carichi di carta e stracci. La loro contestazione prese i binari del cambiamento e della solidarietà e produsse frutti visibili in pochi mesi.
Entro l’anno sorse il Gruppo Missionario Diocesano, formato da giovani di ambo i sessi e sacerdoti che volevano maturare la loro vocazione cristiana e studiare una possibilità di impegno diretto e personale in terra di missione. A metà aprile nel settimanale della Diocesi, un titolo annunciava “La carità della Diocesi ha scoperto Manikrò”, e ancora “Manikrò un nome che nel prossimo futuro sentiremo spesso, un nome da non scordare”.
Manikrò era in effetti uno dei nomi pronunciati da Follereau, un gruppo sperduto di capanne nelle quali un medico francese tentava l’impossibile contro la lebbra. La richiesta di interessarsi a quel villaggio della Costa d’Avorio fu accolta senza esitazioni. Il vescovo aveva incoraggiato il tutto ed anzi anticipato l’impegno con il messaggio per l’Anno della fede del 18 febbraio: “Nella voce dei poveri sentiamo l’appello di Cristo che reclama la carità dei suoi seguaci e facciamo in modo che non perduri lo scandalo di fratelli che non hanno l’indispensabile per sopravvivere mentre noi abbiamo più del necessario”.
Facendo un primo provvisorio bilancio nel messaggio per la Pasqua scrisse: “Abbiamo sentito vicini i nostri fratelli che soffrono la fame e muoiono per la lebbra… Abbiamo cioè vissuto la passione di Cristo… abbiamo sentito in noi il palpito di una nuova vitalità perché chi ama passa dalla morte alla vita. Ecco il senso della nostra Pasqua, colto e vissuto profondamente”.
Nel 1969 “Un pane per l’amore di Dio” divenne lo slogan di un susseguirsi di iniziative che, sull’onda dell’esperienza fatta dodici mesi prima, si allargavano ad abbracciare tutta la Diocesi in forma ufficiale. Follereau venne nel mese di aprile a Gorizia, Ronchi, Grado, Cervignano e parlò anche alla comunità slovena.
Mentre la Diocesi veniva informata sui progressi del gruppo missionario, mons.Cocolin proponeva una riflessione sempre più profonda sull’impegno missionario. Così si pronunciava in occasione della Giornata Missionaria dell’ottobre 1969: “Eravamo abituati a parlare di missioni, di opere missionarie, non di Chiesa missionaria, pensavamo alle missioni come ad una delle svariate opere della Chiesa, non come l’opera essenziale della Chiesa, condizione indispensabile per la sua autenticità”.
Richiamandosi al Concilio (“Ad gentes” in particolare) il vescovo esprimeva con lucidità e forza il suo pensiero: “Nessun vescovo ha il diritto di dire: la mia Diocesi e basta! Nessun parroco può dire: la mia parrocchia e basta! Nessun cristiano può badare solo alla propria fede”. Seguendo queste convinzioni anche la nostra Diocesi sta preparandosi per divenire, in un domani che speriamo non tanto lontano, autenticamente missionaria”. Anche l’autunno 1969 confermò il vescovo nelle sue intuizioni, l’impegno giovanile non accennava a scemare; a Monfalcone si raccoglievano medicinali da inviare in Africa, a Gorizia si ripeteva “l’operazione STOP”: gli automobilisti venivano fermati nei pressi degli incroci e sensibilizzati tramite volantini e richieste di fondi da parte dei giovani delle parrocchie.
Infine nella riunione dell’undici novembre del Consiglio Presbiterale si decisero le destinazioni delle somme raccolte (oltre 25 milioni), la continuazione della campagna anche nel 1970 e, soprattutto, veniva annunciato il prossimo viaggio del vescovo a Manikrò. Con questo viaggio i confini della Diocesi si estesero a tutta la Chiesa. Il viaggio in Costa d’Avorio nel mese di gennaio apriva a un mondo nuovo. Dopo la visita a Manikrò per l’inaugurazione del villaggio di 30 casette per i lebbrosi, il vescovo si dirigeva al villaggio di Kossou, una località distante 140 chilometri ove una ditta italiana era impegnata nella costruzione di una grande diga. Il pensiero di mons.Cocolin fu immediatamente portato ad un impegno maggiore verso quelle popolazioni; proprio come avrebbe poi invitato a fare mons. Duirat, il primo vescovo di Bouaké.
Don Giuseppe Baldas ricorda che il vescovo Pietro in quei giorni andava ripetendo a se stesso e a chi lo accompagnava: “Non possiamo accontentarci di dare qualcosa a questa gente, abbiamo dare noi stessi, dobbiamo venire qui a condividere la vita di questa gente per portare ad essa l’annuncio della salvezza”. Mons. Duirat a conclusione della cerimonia a Manikrò disse: “Brava la Diocesi di Gorizia: ha fatto tanto nel campo della carità per i lebbrosi, ma non avrà fatto niente finché non verrà quaggiù con suo personale a condividere la vita di questa gente”.
Le parole del pastore della Chiesa isontina abbracciarono il problema della missione sotto molte prospettive. E sollecitando la generosità e l’impegno di tutti, diceva ancora: “Ora che ho visto vi posso parlare con più profonda conoscenza della situazione e delle necessità… Abbiamo fatto molto, ma sento il dovere di aggiungere che dobbiamo fare molto di più”.
La campagna quaresimale venne programmata in grande stile. Le finalità erano delineate come aiuto concreto ai lebbrosi di Manikrò ed altri lebbrosari, compreso uno in Alto Volta. Nelle parrocchie la parte formativa avrebbe avuto come momenti “forti” e sussidi le liturgie di inizio quaresima, le veglie di preghiera, la via crucis, la messa della carità nella domenica in Albis, i documentari, le mostre, i numeri unici sulla lebbra, le preghiere di Follereau, i manifesti, i salvadanai… La parte operativa ancora una volta si sarebbe incentrata sulla raccolta della carta e degli stracci sottolineandone soprattutto il valore educativo e formativo.
Essenzialmente informativa l’azione svolta nelle scuole: nelle elementari documentari, depliant e libretti sui lebbrosi, concorso di componimento e di disegno sui lebbrosi (già svoltosi nel 1969), disegni e componimenti e diffusione di un numero unico nelle medie inferiori; diffusione del numero unico (come già nel 1969) alle medie superiori. Nelle fabbriche, non essendovi ancora una pastorale ordinaria del lavoro, sarebbe stata prevista una visita del vescovo.
A coordinare il tutto sarebbero stati delegati un sacerdote e un laico per ogni zona pastorale per collaborare con l’Ufficio Missionario Diocesano. Nelle scuole la collaborazione sarebbe venuta pure, come l’anno precedente, dall’Associazione Italiana Maestri Cattolici. Il programma si presentava quindi dettagliato e articolato forse come pochi altri avvenimenti nella vita diocesana, segno dello sforzo che veniva intrapreso quasi presentendo i passi che sarebbero stati compiuti successivamente. Il Consiglio Presbiterale veniva informato dettagliatamente della situazione in Africa.
La Diocesi di Bouaké poteva contare solo su sei sacerdoti francesi per oltre 300.000 persone di cui 15.000 cristiani. In particolare il sacerdote con la responsabilità di Manikrò doveva occuparsi di non meno di 318 villaggi. L’altra località visitata, Kossou, era una cittadina sui generis. Trecento italiani con le loro famiglie stavano realizzando un’immensa diga che, al suo termine, avrebbe creato un bacino artificiale che avrebbe sommerso centinaia di villaggi. Data la generosa risposta della Diocesi (oltre 31 milioni di lire) il Consiglio Presbiterale prese in considerazione per la prima volta la possibilità di fondare una missione in Costa d’Avorio.
L’anno 1971 si apriva con un bilancio positivo e con l’annuncio di un secondo viaggio in Africa del vescovo. Era lo stesso Raoul Follereau che invitava mons.Cocolin ad accompagnarlo in Alto Volta e Costa d’Avorio. Prima di lasciare la Diocesi il vescovo spiegò ai fedeli e ai sacerdoti i motivi: “Ho deciso di ritornare in Africa… Ho maturato tale decisione per raccogliere ed avere a disposizione mezzi e sussidi, dati e notizie che serviranno a dare alla campagna quaresimale di quest’anno nuovo stimolo. Le finalità discusse e accettate dal presbiterio sono la continuazione della presenza caritativa per i Lebbrosari di Manikrò e Dimbokrò e la costruzione di un centro missionario per la nuova parrocchia che il Vescovo di Bouaké intende erigere poco lontano dalla città…”.
Il viaggio fu un vero e proprio “tour de force”, ma la compagnia di Follereau e la convinzione che si faceva strada nel vescovo resero leggero il peso. Una sera a Bobo-Dioulasso (Alto Volta, ora Burkina Faso) confidò a don Baldas: “Vedi, noi questa fatica la facciamo una volta ogni tanto. I missionari la fanno ogni giorno. Bisogna che tutti sappiano quello che i missionari fanno perché tutti collaborino al lavoro per il Regno di Dio. D’ora in poi non possiamo disinteressarci delle missioni, perché noi abbiamo veduto”. Secondo don Baldas quella sera il vescovo Pietro decise di accettare ciò che il vescovo di Bouaké gli aveva prospettato.
Prima di rientrare in Italia il legame con la Costa d’Avorio si fece a sorpresa più stretto. Durante l’inaugurazione di un nuovo lotto di costruzioni ad Adzopè, all’improvviso il Ministro ivoriano della Sanità insignì, insieme ad altri, il vescovo di Gorizia della decorazione ufficiale per merito della sanità pubblica.
La campagna quaresimale, a forte ispirazione missionaria, come negli anni passati, ebbe il suo coronamento in aprile con la venuta a Gorizia di mons. Dhumeau, vicario generale della Diocesi di Bouaké. Impressionato dall’operato della Diocesi italiana mons. Dhumeau dichiarava: “Questo viaggio avrà risultati meravigliosi per il futuro della due Chiese”.
Il 1972 si aprì con il terzo viaggio in Africa del Vescovo. Poco dopo il suo rientro mons. Cocolin nel Messaggio per la quaresima scriveva: “La Chiesa di Bouaké ringrazia tutti per la generosità dimostrata, i lebbrosi di Manikrò ci conoscono; i pagani e i cristiani dei villaggi ci attendono. Nella loro voce sentiamo Cristo che ci chiama”.
In aprile giunse a Gorizia il vescovo di Bouaké, mons. Duirat. I tempi erano ormai maturi e il mese di luglio risultò decisivo. Alcuni sacerdoti e laici si dichiararono disponibili a partire e mons.Cocolin promosse tra i sacerdoti e le associazioni una consultazione. Chiedendo una risposta in tempi brevissimi si consigliava di esporre il parere dei fedeli o dei gruppi parrocchiali. Risposero 97 sacerdoti su 157 (il 60%), 15 comunità religiose e molte associazioni. Le risposte affermative furono la stragrande maggioranza. La Diocesi, sacerdoti, religiosi e laici, avevano detto “si” all’impegno a Kossou.
Nel rendere note le risultanze della consultazione il vescovo ripercorse le tappe che avevano portato a quel momento, non escluse le diverse “coincidenze”, quale l’incontro in Francia con il vescovo di Bouaké, la risposta della Diocesi, la disponibilità del Pime e delle Suore della Provvidenza a collaborare, la situazione contingente di Kossou. I riferimenti al PIME non erano cosa nuova; il dialogo con questo Istituto Missionario era stato continuo, favorito anche dalla presenza del seminario a Cervignano. In settembre il rapporto divenne più stretto con l’assunzione da parte del PIME della Parrocchia di Nostra Signora di Lourdes a Gorizia. Il mese di ottobre registrò il primo passo operativo verso la nuova realtà che si stava costruendo, le istituzione del Centro Missionario Diocesano.
Il 1972, l’anno zero per la missione a Kossou, si chiudeva con la firma di quattro convenzioni: quella tra i due vescovi, di Bouaké e Gorizia per l’affidamento della missione di Kossou; le due tra le Diocesi e il PIME; quella tra la Diocesi e le Suore della Provvidenza. Dalle convenzioni di ricavava che la Diocesi di Gorizia avrebbe inviato a Kossou un’equipe formata da due sacerdoti diocesani don Gioacchino Raugna e don Luciano Vidoz,, due laici della Diocesi Giuseppe Burgnich e Gianna Pradel, un sacerdote del PIME Padre Gennaro Cardarelli e tre Suore della Provvidenza Suor Fidenzia Martini, Suor Pieralba Bianco, Suor Dores Villotti.

SPIEGAZIONE DEL SIMBOLO
1. Il mio animo, o fedelissimo papa Lorenzo, non tanto è riluttante a scrivere quanto neppure capace, ed io so che non è senza pericolo presentare al giudizio di molti un ingegno di modesta capacità. Ma, per dirla col tuo permesso, temerariamente tu mi forzi, in nome dei sacramenti di Cristo che noi riceviamo con la massima reverenza, a scrivere per te qualcosa sulla fede secondo la tradizione e l’interpretazione del Simbolo: perciò, anche se il peso della tua imposizione è al di sopra delle nostre capacità (non ignoro infatti le parole dei sapienti che molto giustamente affermano esser pericoloso dire di Dio anche cose vere), tuttavia se tu aiuterai con la preghiera l’obbligo derivante dalla richiesta che imponi, cercheremo di dire qualcosa più per rispetto di obbedienza che per presunzione d’ingegno; e questa esposizione non tanto sarà degna delle meditazioni dei perfetti quanto sarà adattata all’ascolto di coloro che sono piccoli in Cristo e si iniziano alla fede.
So che alcuni illustri scrittori hanno scritto su questo argomento brevemente e in modo ortodosso. Invece l’eretico Fotino ha scritto in proposito non per chiarire agli ascoltatori il significato delle parole (del Simbolo) ma per trarre a sostegno della sua dottrina ciò ch’era stato detto in forma semplice e conforme alla fede, dato che lo Spirito Santo aveva provveduto che in queste parole non vi fosse alcunché di ambiguo, di oscuro, di discordante col resto del discorso.
Infatti proprio a proposito di questo testo si realizza la profezia che dice: “È parola infatti che conclude con brevità ed equità, poiché il Signore parlerà con poche parole sulla terra” (Is. 10, 23; Rom. 9, 28). Perciò noi cercheremo sia di conservare la semplicità propria delle parole degli apostoli sia di completare ciò che è stato tralasciato dai precedenti interpreti. Ma perché diventi più chiaro il significato di questo testo che è – come abbiamo detto – di poche parole, esporrò dall’origine il motivo per cui questa tradizione è stata data alle Chiese.
2. Come tramandano i nostri predecessori (At 2, 14), dopo l’ascensione del Signore, quando per la venuta dello Spirito Santo sopra ad ognuno degli apostoli si posarono lingue di fuoco perché essi parlassero con diversi e svariati linguaggi sì che nessuna gente straniera, nessuna lingua barbara sembrasse loro inaccessibile e preclusa, fu loro comandato di partire alla volta di ogni singola nazione per predicare la parola di Dio (At 1, 5). Sul punto di partire e di separarsi gli uni dagli altri, stabiliscono in comune la norma della loro futura predicazione, perché non avvenisse che, allontanandosi gli uni dagli altri, comunicassero qualcosa di diverso a coloro che invitavano ad abbracciare la fede di Cristo. Perciò stando tutti insieme e ripieni di Spirito Santo, mettendo insieme ciò che ognuno sentiva, compongono – come abbiamo detto – questa breve traccia della loro futura predicazione, e stabiliscono di dare tale norma a quanti avrebbero creduto.
La vollero chiamare simbolo per molte e motivate ragioni. Infatti in greco la parola simbolo significa indizio e apporto collettivo, cioè ciò che più persone mettono insieme: infatti proprio questo fecero gli apostoli in quei loro discorsi, mettendo insieme ciò che ognuno sentiva. È detto poi indizio e segno perché in quel tempo, come dice l’apostolo Paolo ed è riferito negli Atti degli apostoli (2Cor 11, 13; At 15, 1; Rom 16, 18). molti dei Giudei circoncisi fingevano di essere apostoli di Cristo e per guadagno e ingordigia partivano a predicare, nominando, sì, Cristo ma annunziandolo non secondo le schiette linee della tradizione. Perciò essi stabilirono questo segno, al fine che si riconoscesse colui che annunziava Cristo veramente secondo le norme apostoliche. Dicono infine che anche nelle guerre civili viene osservata tale usanza: poiché uguale è la foggia delle armi e medesimo il suono della voce e uno solo il modo di vivere e uguali le norme del combattere, ognuno dei generali dà ai suoi soldati simboli che sono tenuti segreti, che in latino sono definiti segni (signa) e indizi (indicia): in tal modo, se per caso ci si imbatte in qualcuno di cui non si è sicuri, questi interrogato sul simbolo, rivela se sia nemico o amico.
Stabilirono infine che tali norme non fossero trascritte su fogli di qualsiasi genere bensì fossero ritenute a memoria, perché fosse certo che nessuno le avrebbe apprese da un testo scritto, che talvolta può anche venire nelle mani di chi non è credente, e che invece tutti le avrebbero apprese dalla tradizione degli apostoli. Perciò, come abbiamo detto, al momento di allontanarsi per andare a predicare, gli apostoli stabilirono questa norma della loro concordia e della loro fede: non come i figli di Noè, al momento di allontanarsi gli uni dagli altri costruirono con mattoni cotti e catrame una torre la cui cima toccasse il cielo (Gen 11, 1-9); ma con pietre vive e perle del Signore edificarono una difesa della fede che potesse stare salda di fronte al nemico: né i venti l’avrebbero spinta giù né i fiumi in piena l’avrebbero travolta né i turbini delle tempeste l’avrebbero scossa (1Pt 2, 5; Mt 13, 45; 7, 27). Perciò bene a ragione i figli di Noè, che sul punto di separarsi fra loro costruirono la torre della superbia, furono condannati a confondere le loro lingue, perché nessuno potesse comprendere le parole del suo vicino; invece agli apostoli, che costruivano la torre della fede, è stata donata la conoscenza di tutte le lingue: così è stato dimostrato che quello era segno di peccato, questo invece segno di fede.
3. Ma ormai è tempo che noi diciamo qualcosa anche proprio riguardo a questo tesoro, in cui in primo luogo è presentata la fonte e origine di tutte le cose, con le parole: Credo in Dio Padre onnipotente. Ma prima di cominciare a trattare proprio del significato delle parole, ritengo che non sia fuor di luogo rammentare che in diverse Chiese troviamo che qualcosa è stato aggiunto a queste parole. Invece non consta che ciò sia avvenuto nella Chiesa di Roma, ritengo perché di lì non ha tratto origine alcuna eresia e vi si conserva l’antica usanza che coloro i quali stanno per ricevere la grazia del battesimo ripetano il Simbolo pubblicamente, cioè mentre ascolta il popolo dei fedeli; e per certo quelli che li hanno preceduti nella fede e stanno ad ascoltare non tollererebbero l’aggiunta di una sola parola. Invece in altri luoghi, per quanto è possibile comprendere, a causa di alcuni eretici è stata aggiunta qualche parola, per mezzo della quale si pensava di respingere il significato della nuova dottrina. Noi poi seguiamo la norma che abbiamo ricevuto nella Chiesa di Aquileia con la grazia del battesimo.
Innanzitutto è posta la parola Credo, come dice anche l’apostolo Paolo scrivendo agli Ebrei: “È necessario infatti che prima di tutto colui che si accosta a Dio creda che quello esiste e ricompensa quanti credono in lui” (Eb 11, 6). E il profeta afferma: “Se non avrete creduto, neppure comprenderete” (Is 7, 9). Al fine perciò che ti si apra l’accesso alla comprensione, giustamente tu prima di tutto affermi di credere, perché nessuno sale sulla nave e affida la propria vita al mare profondo se prima non crede di potersi salvare; né il contadino seppellisce i semi nei solchi e sparge in terra la biada, se non avrà creduto che verranno le piogge e ci sarà anche il calore del sole, sì che la terra nutrita e riscaldata produrrà abbondante messe e la farà crescere con lo spirare dei venti. Non c’è insomma alcuna azione che si possa compiere in vita se non avrà preceduto il credere. E allora che c’è da meravigliarsi se accostandoci a Dio innanzitutto noi affermiamo di credere, là dove senza di questo non si può vivere neppure la vita di tutti i giorni? Abbiamo premesso all’inizio queste considerazioni, perché i pagani son soliti obiettarci che la nostra religione, in quanto priva di fondamento razionale, si fonda soltanto sulla forza di persuasione che deriva dal credere. Perciò abbiamo dimostrato che nulla può esser fatto o può sussistere se non avrà preceduto la forza del credere. Infatti anche i matrimoni vengono fatti perché si crede che nasceranno i figli; e i giovani sono mandati a scuola ad apprendere le varie discipline perché si crede che la scienza del maestro si trasfonderà nei discepoli; e uno prende le insegne del potere perché crede che gli ubbidiranno città e popoli e anche l’esercito in armi. Che, se nessuno intraprende tutte queste azioni se prima non avrà creduto che esse potranno realizzarsi, perché mai ben più a ragione non si dovrebbe giungere alla conoscenza di Dio per mezzo del credere? Ma vediamo ormai che cosa ci proponga il Simbolo col suo testo abbreviato.
4. Credo in Dio Padre onnipotente. Quasi tutte le Chiese d’Oriente tramandano così: Credo in un solo Dio Padre onnipotente. E ancora, nella frase che segue, dove noi diciamo: e in Gesù Cristo, unico Figlio suo, nostro Signore, gli orientali tramandano: e in un solo Signore nostro Gesù Cristo, unico Figlio suo, cioè professano un solo Dio e un solo Signore, secondo l’autorità dell’apostolo Paolo (1Cor 8, 6). Ma questo punto lo riprenderemo appresso; ora invece esaminiamo l’espressione in Dio Padre onnipotente. Dio, secondo quanto può pensare la mente dell’uomo, è definizione di quella natura o sostanza che è al di sopra di tutto. Padre è parola che racchiude un mistero profondo e indicibile. Quando senti nominare Dio, intendi una sostanza senza inizio e senza fine, semplice e senza alcuna mescolanza, invisibile incorporea indicibile incomprensibile, nella quale nulla c’è di aggiunto, nulla di creato. Non ha infatti creatore colui che è il creatore di tutte le cose. Quando senti nominare il Padre, intendi il Padre del Figlio, il quale Figlio è immagine della suddetta sostanza (Eb 1, 3; Col 1, 15). Come infatti nessuno è detto signore se non ha un possedimento o un servo su cui esercita il dominio, e come nessuno è detto maestro se non ha un discepolo, così anche un padre in nessun modo può essere definito tale se non ha un figlio. Perciò con lo stesso nome con cui Dio è definito Padre si dimostra che anche il Figlio deve parimenti sussistere col Padre.
In che modo poi Dio Padre abbia generato il Figlio, non voglio che tu lo esamini né che con troppa curiosità ti introduca nel mistero di questa profondità: c’è infatti pericolo che, mentre scruti con troppa insistenza lo splendore della luce inaccessibile, tu venga a perdere anche quella modesta capacità visiva che per dono divino è stata data ai mortali (Prov 25, 27). Che se poi tu credi che su questo argomento bisogna sforzarsi in ogni modo di comprendere, proponiti prima alla mente le realtà che sono alla nostra portata: se riuscirai a spiegarle coerentemente, allora spingiti dalle realtà terrestri a quelle celesti, dalle visibili alle invisibili (Rom 1, 20). Dapprima spiega, se ne sei capace, ed esponi in che modo la mente, ch’è dentro di te, generi la parola e quale sia in essa lo spirare della memoria. Come mai queste facoltà, pur diverse di fatto e per operazione, tuttavia sono una cosa sola per sostanza e natura? e come mai, pur procedendo dalla mente, non si distaccano mai da questa? Se poi queste facoltà, benché si trovino in noi e nella sostanza della nostra anima, tuttavia ci sembrano tanto più nascoste quanto più sono invisibili all’occhio corporeo, esaminiamo realtà più accessibili. In che modo la fonte genera da sé il fiume? da quale forza è trasportata la rapida corrente? perché mai, pur costituendo il fiume e la fonte una sola e inseparabile realtà, tuttavia né la fonte può essere intesa o chiamata come il fiume né il fiume come la fonte? E tuttavia chi avrà visto il fiume vede anche la fonte. Esercitati prima nella spiegazione di queste cose ed esamina, se sei capace, ciò che hai tra le mani: e allora passeremo a realtà più sublimi. E non credere che io ti voglia convincere a salire subito dalla terra al di sopra dei cieli; ma prima, se sei d’accordo, ti condurrò a questo firmamento che si vede con gli occhi, e qui, se sei capace, spiega la natura di questa luce visibile: in che modo questo fuoco celeste generi da sé lo splendore della luce; in che modo produce anche il vapore; e pur essendo tre di fatto, tuttavia nella sostanza sono una cosa sola.
Se sarai riuscito a indagare tutte queste realtà, sappi che il mistero della generazione divina è tanto più eccelso e trascendente quanto il creatore è più potente delle creature, quanto l’artefice è superiore alla sua opera, quanto colui che sempre è, è più nobile di colui che ha cominciato ad essere dal nulla. Perciò bisogna credere che Dio è Padre del suo unico Figlio e nostro Signore, non bisogna sottoporlo ad esame. Infatti non è permesso allo schiavo discutere circa la nascita del padrone. Lo ha affermato il Padre dal cielo dicendo: “Questo è il mio Figlio diletto, nel quale mi sono compiaciuto: ascoltatelo” (Mt 17, 5): il Padre afferma che quello è suo Figlio e comanda di ascoltarlo. Il Figlio dice: “Chi ha visto me ha visto anche il Padre”, e: “Io e il Padre siamo una cosa sola”, e: “Io sono uscito da Dio e sono venuto in questo mondo” Gv 14, 9; 10, 30; 16, 28). Ma allora chi oserà mettersi in mezzo, per discutere, fra queste parole del Padre e del Figlio, e dividere la divinità, distinguere la loro volontà, spezzare la sostanza, tagliare a mezzo lo Spirito, dire che non è vero ciò che afferma la verità?. Perciò Dio è vero Padre, in quanto Padre della verità, e non crea dall’esterno ma da ciò ch’egli stesso è genera il Figlio: in quanto sapiente genera la sapienza, in quanto giusto la giustizia, in quanto eterno l’eternità, in quanto immortale l’immortalità, in quanto invisibile l’invisibile, in quanto luce lo splendore, in quanto mente la parola.
5. Quando poi abbiamo detto che la Chiesa d’Oriente tramandano un solo Dio Padre onnipotente e un solo Signore, bisogna intenderlo in questo modo: uno è detto non riguardo al numero ma riguardo alla totalità. P. es., se uno dice: un uomo, o: un cavallo, qui egli ha introdotto uno in senso numerico; infatti ci può essere un secondo uomo e un terzo, e così per il cavallo. Ma là dove non si può aggiungere un secondo e un terzo, se si dice uno, questo nome non ha valore numerico ma indica la totalità. Così, se, p. es., diciamo: un sole, qui uno è detto in modo tale che non si può aggiungere un secondo e un terzo: infatti il sole è uno solo. Perciò ben più a ragione quando si dice un solo Dio, uno è detto con valore non di numero ma di totalità: cioè, egli è detto uno solo perché non ce n’è altri. Analogamente anche riguardo al Signore bisogna intendere che uno solo è il Signore Gesù Cristo, per mezzo del quale Dio Padre esercita la dominazione su tutte le cose. Di conseguenza la parola che segue definisce Dio onnipotente.
Dio pertanto è detto onnipotente perché esercita il dominio su tutte le cose. Ma tale dominio il Padre esercita per mezzo del Figlio, secondo quanto dice anche l’Apostolo: “Perché per suo mezzo sono state create tutte le cose, visibili e invisibili: sia i troni sia le dominazioni sia i principati sia le potenze” (Col 1, 16). E di nuovo, scrivendo agli Ebrei, dice: “Per suo mezzo stabilì i secoli, e lui ha costituito erede di tutte le cose” (Eb 1, 2). Che se per mezzo del Figlio il Padre ha stabilito i secoli e per suo mezzo sono state create tutte le cose ed egli è l’erede di tutte le cose, è anche per suo mezzo che il Padre esercita il dominio su tutte le cose. Infatti, come la luce deriva dalla luce e la verità dalla verità, così dall’onnipotente è nato l’onnipotente, secondo quanto anche nell’Apocalisse di Giovanni è detto dei Serafini: “E non si fermavano mai notte e giorno dicendo: Santo santo santo il Signore Dio, che era e che è e che verrà onnipotente” (Ap 4, 8). È definito onnipotente colui che verrà: e chi altro è colui che verrà se non Gesù Cristo il Figlio di Dio?
Qui è aggiunto nel Simbolo: invisibile e impassibile. È bene sapere che queste due parole non si trovano nel Simbolo della Chiesa di Roma. Ma sappiamo che presso di noi sono state aggiunte a causa dell’eresia di Sabellio, cioè quella che i Latini definiscono Patripassiana, in quanto afferma che proprio il Padre è nato dalla Vergine e sostiene che egli si è fatto visibile e ha patito nella carne. Pertanto, al fine di respingere tale empietà riguardo al Padre, i nostri predecessori hanno aggiunto tali parole ed hanno definito il Padre invisibile e impassibile. Sappiamo infatti che il Figlio, non il Padre, è nato nella carne e in forza della nascita carnale il Figlio è diventato visibile e passibile. Ma per quanto attiene alla sostanza immortale della divinità che per lui è una sola e la stessa del Padre, in tal senso non crediamo visibile e passibile né il Padre né il Figlio né lo Spirito Santo. In quanto poi il Figlio si è degnato di assumere la carne, egli nella carne è stato visto ed ha patito. Tutto ciò anche il profeta aveva predetto con queste parole: “Questo è il nostro Dio: e nessun altro sarà ritenuto tale a confronto con lui. Ha trovato ogni via di conoscenza e l’ha data a Giacobbe suo figlio e ad Israele suo diletto. Dopo è apparso in terra e si è trattenuto fra gli uomini” (Bar 3, 36-38).
6. Il Simbolo continua così: e in Gesù Cristo unico Figlio suo nostro Signore. Gesù è parola di lingua ebraica, che presso di noi significa salvatore. Cristo prende nome dal crisma, cioè dall’unzione. Leggiamo nei libri di Mosè che Ause figlio di Nave, allorché fu eletto capo del popolo, mutato nome da Ause fu chiamato Gesù (Num 13, 16), e ciò fu al fine di dimostrare che questo è il nome che si addice ai principi e ai capi, almeno a quelli che traggono a salvezza i popoli che li seguono. Perciò fu chiamato Gesù quello che introdusse nella terra promessa il popolo che era stato tratto fuori dalla terra d’Egitto ed era stato liberato dalle peregrinazioni nel deserto: ed è chiamato Gesù questi che, tratto fuori il popolo dalle tenebre dell’ignoranza e richiamatolo dagli errori del mondo, lo introduce nel regno dei cieli. Cristo poi è nome che è proprio del pontefice e dei re: infatti anticamente i pontefici e i re venivano consacrati con l’atto dell’unzione. Ma quelli, in quanto mortali e corruttibili, venivano unti con l’unzione di materia corruttibile; invece questo, unto dallo Spirito Santo, diventa Cristo, come di lui dice la Scrittura: “Il Padre lo ha unto con lo Spirito Santo inviato dal Cielo” (At 10, 38); ed Isaia aveva prefigurato, parlando in persona del Figlio: “Lo Spirito del Signore è sopra di me: perciò mi ha unto e mi ha mandato a predicare la buona novella ai poveri” (Is 61, 1).
Poiché abbiamo spiegato che cosa significhi Gesù, cioè colui che salva il popolo, e che cosa significhi Cristo, cioè colui ch’è stato fatto pontefice in eterno, (Eb 6, 20), da ciò che segue vediamo riguardo a chi sono detti questi nomi: Unico Figlio suo nostro Signore. In questo modo apprendiamo che questo Gesù, del quale abbiamo parlato, e Cristo, del quale abbiamo trattato, è l’unico Figlio di Dio e nostro Signore. Cioè, perché tu non creda che quei vocaboli umani ti propongano un insegnamento terreno, perciò è stato aggiunto che questo è l’unico Figlio di Dio e nostro Signore. Infatti uno nasce da uno, perché uno solo è lo splendore della luce e una sola la parola del cuore: la generazione incorporea non degenera in un numero plurale né c’è divisione là dove colui che nasce mai viene separato da colui che lo genera. È unico, come l’intelligenza alla mente, come la parola al cuore, come la potenza al forte, come la sapienza al sapiente. Come infatti il Padre è definito dall’apostolo il solo sapiente, così anche solo il Figlio è definito Sapienza (Rom 16, 27; 1Cor 1, 24). Perciò il Figlio è unico: e poiché per gloria eternità forza regno potenza egli è ciò che è il Padre, tuttavia tutte queste prerogative non le ha senza principio, come il Padre, ma le deriva dal Padre, in quanto Figlio; e mentre egli è il capo di tutto, tuttavia suo capo è il Padre. Infatti è scritto: “Capo di Cristo è Dio” (1Cor 11, 3).
7. Ma quando senti definire: Figlio, non voglio che tu pensi ad una generazione carnale, ma ricorda che ciò si dice di una sostanza incorporea e di una natura semplice. Se infatti, come già sopra abbiamo detto, nella generazione della parola dal cuore, dell’idea dalla mente, dello splendore dalla luce, non si ricerca alcunché di tal genere né in tale generazione si pensa ad alcunché di fragile, quanto più puramente e santamente dobbiamo pensare del creatore di tutte queste cose? Ma forse tu mi dirai che questa che ho portato come esempio è una generazione non sostanziale: infatti la luce non produce uno splendore sostanziale né il cuore genera una parola sostanziale: invece affermiamo che il Figlio di Dio è stato generato sostanzialmente. A questa obiezione in primo luogo risponderemo che anche riguardo ad altre cose, quando si portano degli esempi, questi non possono avere completa somiglianza con la cosa per la quale sono stati assunti, ma presentano somiglianza soltanto parziale, in forza della quale sono stati presi come esempi. P. es., dato che nel vangelo è detto: “Il regno dei cieli è simile al lievito che la donna mette in tre misure di farina” (Mt 13, 33), crederemo forse che il regno dei cieli sia così completamente simile al lievito che anche la sua sostanza sia altrettanto palpabile e fragile al punto da potersi inacidire e corrompere? o non piuttosto l’esempio è stato assunto soltanto per dimostrare che grazie alla predicazione del Verbo di Dio le menti umane possono crescere e svilupparsi insieme, grazie al lievito della fede? Analogamente, quando diciamo: “Il regno dei cieli è simile ad una rete calata in mare, che prende ogni genere di pesci” (Mt 13, 47), crederemo forse che la sostanza del regno dei cieli sia paragonata in tutto alla natura del lino, con cui si fa la rete, o ai nodi, con cui si intrecciano le maglie? e invece il paragone non è stato prodotto soltanto al fine di dimostrare che, come la rete trae sulla spiaggia i pesci dal profondo del mare, così grazie alla predicazione del regno dei cieli le anime umane sono liberate dal profondo errore di questo mondo? Di qui è chiaro che gli esempi non sono in tutto simili alle cose di cui sono esempi: altrimenti, se fossero in tutto uguali, non sarebbero più detti esempi, ma sarebbero piuttosto proprio quelle cose di cui ci si sta occupando.
Dobbiamo poi osservare che nessuna creatura può essere tale quale il suo creatore: perciò, come è senza esempio la sostanza divina, così è anche senza esempio la nascita divina. Aggiungeremo ancora che tutte le creature derivano dal nulla. Se pertanto, in quanto creata dal nulla, non è sostanziale quella creatura che genera da sé (un’altra creatura), in questo essa conserva la condizione della sua origine: invece la sostanza di quella luce eterna, che è sempre esistita, poiché in sé non ha nulla di non sostanziale, non ha potuto produrre da sé uno splendore non sostanziale. Perciò ben a ragione diciamo che il Figlio è unico. Infatti è unico e solo colui ch’è nato in questo modo, e ciò ch’è unico non può avere alcun termine di confronto, né colui ch’è il creatore di tutte le cose può esser simile alle sue creature quanto alla sostanza.
Pertanto questo è Gesù Cristo unico Figlio di Dio, ch’è anche nostro Signore. Unico si può riferire sia a Figlio sia a Signore: infatti Gesù Cristo è il solo veramente Figlio e il solo veramente Signore. Gli altri, anche se son detti figli, son detti tali per grazia di adozione, non per realtà di natura. E se altri son definiti signori, son detti tali in forza di un potere ch’è stato loro concesso, non senza origine. Ma questo solo è unico Figlio e unico Signore come dice anche l’Apostolo: “E un solo Signore Gesù Cristo, per mezzo del quale tutte le cose” (1Cor 8, 6). Così la norma di fede che ci è stata proposta, dopo aver presentato l’indicibile mistero della nascita del Figlio dal Padre, ora scende alla condiscendenza e all’economia della umana salvezza e colui che sopra aveva definito unico Figlio di Dio, ora lo definisce anche nostro Signore.
8. Che è nato per opera dello Spirito Santo da Maria Vergine. Questa fra gli uomini è nascita dovuta all’economia della salvezza, mentre quella è della sostanza divina: questa è di condiscendenza, quella di natura. Nasce per opera dello Spirito Santo da Maria Vergine: e certo a questo punto si richiedono più puri le orecchie e l’intelletto. Infatti a questi, che poco fa hai appreso nato indicibilmente dal Padre, ora apprendi che dallo Spirito Santo è stato preparato un tempio nel segreto del ventre verginale; e come nella santificazione dello Spirito Santo non si deve intendere nessuna fragilità, così anche nel parto della Vergine non si deve intendere alcuna corruzione. Ora infatti al mondo è stato dato un nuovo parto e non senza ragione. Chi infatti in cielo è unico Figlio, conseguentemente anche in terra è unico e nasce in modo unico. Su questo argomento sono a tutti note e riecheggiate nei vangeli le parole dei profeti, i quali affermano che “Una vergine concepirà e partorirà un figlio” (Is 7, 14). E anche il meraviglioso modo del parto il profeta Ezechiele aveva anticipatamente indicato, definendo simbolicamente Maria porta del Signore, cioè attraverso la quale il Signore è entrato nel mondo. Dice pertanto così: “La porta che guarda ad oriente sarà chiusa e non verrà aperta e nessuno vi passerà attraverso, perché proprio il Signore Dio d’Israele passerà attraverso questa porta, e sarà chiusa” (Ez 44, 2). Che cosa di altrettanto evidente si sarebbe potuto dire della consacrazione della Vergine? Rimase in lei chiusa la porta della verginità; attraverso di essa il Signore Dio d’Israele è entrato in questo mondo, e attraverso di essa è venuto dal ventre della Vergine, e in eterno la porta della Vergine è rimasta chiusa, poiché la verginità è stata preservata. Per tal motivo lo Spirito Santo è detto creatore della carne del Signore e del suo tempio.
Comincia già da qui a comprendere anche la maestà dello Spirito Santo. Infatti riguardo a questo anche la parola del vangelo afferma che, quando l’angelo parlò alla Vergine e le disse: “Partorirai un figlio e gli darai nome Gesù: infatti salverà il suo popolo dai suoi peccati”, ed ella rispose: “In che modo avverrà questo, dal momento che non conosco uomo”, allora l’angelo di Dio le disse: “Lo Spirito Santo verrà su di te e la potenza dell’Altissimo ti adombrerà: perciò ciò che da te nascerà santo sarà chiamato Figlio di Dio” (Lc 1, 31. 34. 35; Mt 1, 21). Osserva dunque la Trinità che coopera scambievolmente. È detto che lo Spirito Santo viene sulla Vergine e la potenza dell’Altissimo l’adombra. Ma qual è la potenza dell’Altissimo, se non proprio Cristo, che è potenza di Dio e sapienza di Dio? (1Cor 1, 24). Ma questa potenza di chi è? Dell’Altissimo, è detto. Perciò è presente l’Altissimo, è presente anche la potenza dell’Altissimo, è presente anche lo Spirito Santo. Questa è la Trinità, che dovunque è nascosta e dovunque appare, distinta nei nomi e nelle persone, sostanza inseparabile della divinità. E benché soltanto il Figlio nasca dalla Vergine, tuttavia è presente anche l’Altissimo, è presente anche lo Spirito Santo, perché venga santificato il concepimento della Vergine e il suo parto.
9. Queste verità, in quanto sono affermate sulla base dei libri dei profeti, possono forse confutare i Giudei, per quanto essi siano infedeli e increduli. Ma i pagani sono soliti prenderci in giro, quando sentono che noi affermiamo il parto di una vergine. Perciò in poche parole bisogna rispondere anche alle loro calunnie. Ogni parto esige – come credo – tre condizioni: che la donna sia di età adulta, che ci sia l’uomo, che la donna non sia impedita dalla sterilità. Di queste tre condizioni, in questo parto che noi affermiamo ne è mancata soltanto una, l’uomo; e la sua funzione, poiché colui che nasceva non era un uomo terreno ma celeste (1Cor 15, 47), affermiamo ch’è stata assunta dallo Spirito celeste, restando così preservata l’incorruttibilità della Vergine. E d’altra parte, perché mai sembra strano che una vergine abbia concepito, dal momento che l’uccello d’Oriente, che chiamano Fenice, si sa che nasce e rinasce senza coniuge a punto tale che è sempre uno solo e nascendo e rinascendo succede sempre a se stesso? E certo tutti sanno che le api ignorano l’accoppiamento e senza congiungimento producono la prole. Si sa inoltre che anche alcune altre creature nascono in tal modo. Sembrerà allora incredibile che per la restaurazione dell’intero universo sia avvenuto per potenza divina ciò di cui l’esempio osserviamo anche nella nascita degli animali?
E d’altra parte ci si deve meravigliare che ciò sembri impossibile proprio ai pagani, i quali credono che la loro Minerva sia nata dal cervello di Giove. Che cosa è più difficile a credere e che cosa è più contro l’ordine di natura? Qui c’è una donna, qui è preservato l’ordine di natura, qui a suo tempo ci sono stati concepimento e parto. Invece lì non c’è neppure sesso femminile, ma soltanto l’uomo e il parto. Chi crede una tale cosa perché si deve meravigliare di quell’altra?. Ma anche Bacco affermano nato dalla coscia di Giove. Ecco un portento d’altro genere, e pure viene creduto. Anche Venere, che chiamano Afrodite, credono che sia stata generata dalla spuma del mare, come dimostra anche la composizione del suo nome. Affermano che Castore e Polluce sono nati da un uovo, i Mirmidoni dalla formica. E mille altri portenti, che contravvengono all’ordine di natura, eppure a loro sono sembrati degni di esser creduti, come le pietre scagliate da Deucalione e da Pirra e la messe di uomini nata di lì. E mentre prestano fede a tali e tante invenzioni, soltanto questo sembra loro impossibile; che una donna in età adulta abbia concepito un frutto divino non per contaminazione di uomo ma per ispirazione di Dio? Che se sono così difficili a credere, mai avrebbero dovuto prestar fede a quelle tante e tanto turpi mostruosità. Se invece sono facili a credere, molto più prontamente avrebbero dovuto accogliere queste nostre verità così pure e così sante, piuttosto che quelle loro storie tanto indegne e turpi.
10. Ma forse obietteranno che certo Dio avrebbe potuto far sì che una vergine concepisse e anche partorisse: ma sembra indegno che quella così grande maestà sia passata attraverso gli organi genitali di una donna: dove, anche se non ci fosse stata contaminazione derivante da unione con un uomo, tuttavia ci sarebbe stata l’offesa del vergognoso contatto prodotto dal puerperio. A costoro rispondiamo brevemente secondo il loro modo di vedere. Se uno vede un bambino che viene ucciso in mezzo al fango profondo e, pur essendo uomo importante e potente, entra nel fango, per così dire, in punta di piedi per liberare il bambino che sta morendo, tu accuserai quest’uomo di essersi contaminato per aver calpestato un po’ di fango ovvero lo loderai per la sua pietà, dato che ha salvato la vita a uno che stava per morire? E questa considerazione può esser fatta anche a proposito di un uomo comune. Torniamo invece ora alla natura di colui ch’è nato. Quanto pensi che gli sia inferiore la natura del sole? Certamente quanto la creatura è inferiore al creatore. Ora osserva: se un raggio di sole giunge al fondo di una fossa fangosa, forse ne risulta di qui per qualche parte contaminato? o riterremo offesa per il sole anche solo l’aver illuminato quella sozzura? Di quanto la natura del sole è inferiore alle realtà di cui stiamo parlando? Eppure non crederemo che una qualche materia sozza e turpe messa sul fuoco possa contaminarlo.
Dato che evidentemente così è riguardo alle cose materiali, pensi tu forse che quella trascendente e incorporea natura, che è al di sopra di ogni fuoco e di ogni luce, possa in qualche modo essere insozzata e contaminata? Osserva infine anche questo. Noi diciamo che Dio ha creato l’uomo dal fango della terra (Gen 2, 6). Che se consideriamo vergognoso per Dio riscattare la sua opera, molto più vergognoso riterremo averla creata così dall’inizio. Ed è superfluo chiedere perché mai egli sarebbe passato attraverso membra vergognose, dato che potresti chiedere perché mai avrebbe creato tali membra. Del resto non la natura ma la consuetudine ci ha insegnato che tali parti del corpo sono vergognose. Infatti tutte le parti del corpo sono state fatte da un solo e stesso fango e si distinguono soltanto per gli usi e le funzioni naturali.
11. Ma per risolvere completamente questa difficoltà non tralascerò neppure di rilevare che la sostanza di Dio, ch’è del tutto incorporea, non può inserirsi nei corpi né essere accolta da questi in modo primario, se non tramite la mediazione di una sostanza spirituale che possa essere capace di accogliere lo spirito divino. Per fare un esempio, la luce può illuminare tutte le membra del corpo, ma non può essere percepita da nessuna tranne che dal solo occhio: infatti soltanto l’occhio è capace di percepire la luce. Così nasce il Figlio di Dio dalla Vergine non unito in modo primario soltanto con la carne, ma generato essendo l’anima mediatrice fra la carne e Dio. Pertanto, dato che l’anima è un’entità intermedia ed è capace di accogliere il Verbo divino nell’intimo recesso dello spirito razionale, Dio è nato dalla Vergine senza contrarre quell’offesa che tu pensi. E così non dobbiamo immaginare niente di vergognoso là dove era presente la santificazione dello Spirito Santo, e l’anima, che era capace di accogliere Dio, diventava capace anche di accogliere la carne. Nulla devi ritenere impossibile là dove era presente la potenza dell’Altissimo; nulla devi pensare di umana fragilità là dove era presente la pienezza della divinità.
12. Crocifisso sotto Ponzio Pilato e sepolto, discese nell’inferno. L’apostolo Paolo insegna che gli occhi del nostro cuore debbono essere illuminati per comprendere quale sia l’altezza e la larghezza e la profondità (Ef 1, 18; 3, 18). Altezza larghezza profondità sono descrizione della croce. Infatti Paolo ha chiamato profondità quella parte ch’è conficcata in terra; altezza quella parte che protesa nell’aria si erge in alto; larghezza infine quella parte che distesa si allarga a destra e a sinistra. Poiché dunque ci sono tante specie di morte, con le quali gli uomini sono soliti uscire da questa vita, l’Apostolo vuole che noi con cuore illuminato conosciamo il motivo per cui di tutte queste specie è stata scelta proprio quella della croce per la morte del Salvatore.
A tale proposito bisogna sapere che la croce era segno di trionfo: infatti il trofeo è il segno del trionfo, in quanto è segno della vittoria sul nemico. Poiché dunque Cristo col suo avvento ha sottomesso parimenti a sé i tre regni (questo infatti indica Paolo là dove dice: “In nome di Gesù si piegherà ogni ginocchio, delle creature celesti e terrestri e infernali” [Fil 2, 10]) e tutti e tre li ha vinti con la sua morte, è stata prescelta una specie di morte che fosse adatta ad indicare il mistero: infatti sollevato in alto e sottomettendo le potenze dell’aria, riportava vittoria su queste potenze eccelse e celesti; teneva poi le mani distese tutto il giorno, come dice il profeta (Is 65, 2), rivolto al popolo ch’è in terra, per accusare gl’increduli e invitare i credenti; con quella parte poi della croce che è immersa sotto terra sottometteva a sé i regni infernali.
13. Infatti – per dire in breve qualcosa anche sugli argomenti più segreti – quando Dio all’inizio fece il mondo vi mise a capo alcune gerarchie di potenze celesti da cui fosse retto e amministrato il genere umano. Che così sia stato fatto indica Mosè nel cantico del Deuteronomio, dove dice: “Quando l’Eccelso divideva i popoli, stabilì i confini delle genti secondo il numero degli angeli di Dio” (Deut 32, 8). Ma alcuni di costoro, come anche colui ch’è chiamato principe del mondo (Gv 12, 31), usarono del potere ch’era stato dato loro da Dio non secondo le norme con le quali l’avevano ricevuto; e così insegnarono agli uomini a ubbidire non ai precetti divini bensì alle loro prevaricazioni: perciò è stata scritta a nostro danno l’obbligazione derivante dai peccati, perché, come dice il profeta, siamo stati venduti a causa dei nostri peccati (Is 50, 1). Infatti ognuno riceve un prezzo per la propria anima quando abbia soddisfatto i suoi cattivi desideri.
Ma questa obbligazione di noi tutti, ch’era in mano di quei pessimi reggitori, Cristo col suo avvento l’ha strappata via ed ha privato quelli di tale potere. Proprio a questo allude Paolo con parole piene di mistero, là dove dice di Cristo: “Distruggendo l’obbligazione che era contro di noi e inchiodandola sulla croce, espose alla pubblica derisione i principati e le potenze, trionfando su di loro in se stesso” (Col 2, 14-15). Perciò quei reggitori, che Dio aveva messo a capo del genere umano, voltisi alla tirannia con spirito di ribellione, intrapresero ad aggredire gli uomini ch’erano stati loro affidati e a debellarli con l’arma del peccato, secondo quanto accenna con parole coperte il profeta Ezechiele dicendo: “In quel giorno avanzeranno gli angeli affrettandosi a distruggere l’Etiopia, e ci sarà tra quelli gran turbamento nel giorno dell’Egitto, perché quel giorno verrà” (Ez 30, 9). Perciò a ragione è scritto che Cristo, dopo averli privati di tutto il loro potere, ha trionfato su di loro e ha trasferito il potere da loro agli uomini come egli stesso dice nel Vangelo ai suoi discepoli: “Ecco, vi ho dato il potere di calpestare i serpenti e gli scorpioni, e tutta la forza del nemico” (Lc 10, 19). Così la croce di Cristo ha assoggettato costoro, che male avevano usato del potere loro concesso, a quelli che una volta erano stati loro soggetti.
A noi poi, cioè al genere umano, insegna per prima cosa a resistere fino alla morte contro il peccato ed ad accettare volentieri la morte per la fede. Infine con questa sua croce propone a noi anche esempio di ubbidienza, come a quelli, che una volta erano stati nostri reggitori, ha stabilito pene per la loro protervia. Senti infatti come l’apostolo vuole insegnarci l’ubbidienza per mezzo della croce di Cristo: “Abbiate in voi gli stessi sentimenti ch’erano in Cristo Gesù: egli, essendo nella natura di Dio, non tenne gelosamente per sé l’essere uguale a Dio, ma annientò se stesso assumendo la forma di schiavo; fatto a somiglianza degli uomini e reso nell’aspetto come un uomo, fu ubbidiente fino alla morte, e alla morte di croce” (Fil 2, 5-8). Poiché infatti è grande maestro colui che opera in conformità del suo insegnamento, egli ha insegnato che le persone pie debbono osservare l’ubbidienza anche a costo della morte, morendo egli stesso il primo per essa.
14. Ma forse qualcuno si potrebbe spaventare ad ascoltare una tale dottrina: infatti trattiamo ora della morte di colui che poco fa abbiamo detto essere sempiterno insieme con Dio Padre e generato dalla sua sostanza, e che abbiamo insegnato essere una cosa sola col Padre per regno eternità maestà. Ma non voglio che ti spaventi, o fedele ascoltatore: colui che ora senti dire morto, fra poco di nuovo lo vedrai immortale. Infatti egli accoglie la morte per depredare la morte.
Infatti il mistero dell’incarnazione, che or ora abbiamo esposto, è stato determinato da questo motivo: che il Figlio di Dio nella sua divina potenza, come un amo, rivestito di aspetto umano e, secondo quanto ha detto or ora l’apostolo, reso nell’aspetto come un uomo (Fil 2, 7), potesse invitare alla lotta il principe del mondo. Consegnando a questo la sua carne come esca, egli lo ha afferrato grazie all’amo della divinità che gli si era profondamente conficcato dentro, e con l’effusione del sangue immacolato – infatti solo lui non conosce macchia di peccato – ha distrutto i peccati di tutti: di quelli almeno che avevano segnato col suo sangue la porta della loro fede (Es 12, 7). Se un pesce afferra l’amo ch’è nascosto dall’esca, non soltanto porta via l’esca insieme con l’amo ma egli stesso è strappato via dall’acqua, per essere poi esca per gli altri pesci: così anche colui che esercitava l’impero della morte ha portato via il corpo di Gesù per darlo alla morte, senza accorgersi che dentro quel corpo era nascosto l’amo della divinità; così quando l’ha divorata, egli stesso subito è rimasto attaccato e, rotti i cancelli dell’inferno, è tirato via quasi che fosse tratto fuori dal profondo del mare, al fine di essere esca per altri.
Che così sarebbe stato già lo aveva prefigurato il profeta Ezechiele con la stessa immagine dicendo: “Ti tirerò fuori con il mio amo e ti distenderò sulla terra. I campi saranno ripieni di te e radunerò su di te tutti gli uccelli del cielo e sazierò di te tutte le bestie della terra” (Ez 32, 3-4). Anche David dice: “Lo ha dato come esca ai popoli d’Etiopia” (Sal 73, 14). E Giobbe parla in modo analogo sullo stesso mistero: afferma infatti in persona di Dio che gli parla: “O condurrai il dragone con un amo o porrai una cavezza intorno alle sue narici” (Giob 40, 20).
15. Perciò Cristo ha patito nella carne senza danno o offesa per la sua divinità ma al fine di operare la salvezza per mezzo della debolezza della carne, la natura divina è discesa nella morte, non per essere trattenuta dalla morte secondo la legge delle creature mortali, ma per aprire le porte della morte a quelli che grazie a lui sarebbero risorti. È come se un re si rechi ad una prigione ed entrato dentro apra le porte, sciolga catene e ceppi, infranga cancelli e chiavistelli, conduca fuori alla libertà quelli che erano incatenati e restituisca alla luce e alla vita quelli che sedevano nell’oscurità e all’ombra della morte (Sal 106, 10). Diremo allora che il re, certo, è stato in prigione, ma tuttavia non nella condizione che era stata di quelli che venivano tenuti in prigione: ma quelli vi erano tenuti per scontare le pene, egli invece c’è venuto per rimettere le pene.
16. Quelli che hanno tramandato il Simbolo hanno anche indicato nel modo più preciso il tempo in cui tutto ciò è avvenuto: sotto Ponzio Pilato, per evitare che la tradizione dei fatti, incerta e generica in qualche parte, riuscisse meno probante. Bisogna poi sapere che nel Simbolo della Chiesa di Roma non è aggiunta l’espressione discese nell’inferno, ed essa non è in uso neppure nelle Chiese d’Oriente: ma lo stesso concetto di queste parole è espresso là dove è detto che egli è stato sepolto.
Ma poiché tu sei molto attaccato e interessato alle Sacre Scritture, certamente mi dirai che tutte queste verità debbono essere confortate da più perentorie testimonianze tratte appunto di lì. Quanto più infatti è importante ciò che si deve credere, tanto più necessita di testimonianze idonee e al di sopra di ogni dubbio. Ciò che tu chiedi è giusto e ragionevole: ma noi, in quanto ci rivolgiamo a chi conosce la Legge, per esigenza di brevità tralasciamo una gran massa di testimonianze. Presenteremo tuttavia poche cose fra le tante, se ci si accontenta anche di queste, sapendo che a quanti si dedicano allo studio delle Sacre Scritture si spalanca a tal proposito un immenso mare di testimonianze.
17. Innanzitutto bisogna sapere che il valore della croce non è uno solo e lo stesso per tutti: ma essa ha un significato per i pagani, un altro per i Giudei, un altro per i credenti, come anche l’apostolo dice: “Noi poi predichiamo Cristo crocifisso: scandalo per i Giudei e pazzia per i pagani, ma per quanti sono stati chiamati sia Giudei sia Greci potenza di Dio e sapienza di Dio” (1Cor 1, 23-24). E in un altro luogo: “Infatti la parola della croce è pazzia per quanti periscono, ma per coloro che si salvano è potenza di Dio” (1Cor 1, 18). Infatti i Giudei, che dalla Legge avevano appreso che il Cristo sarebbe rimasto in eterno (Gv 12, 34), traevano motivo di scandalo dalla sua croce, perché non vollero credere nella sua resurrezione. Ai pagani poi sembrava pazzia credere che Dio era morto, perché essi ignoravano il mistero della incarnazione. I fedeli invece, che avevano creduto che Cristo era nato, aveva patito ed era risorto dai morti, giustamente credevano che era potenza di Dio quella che aveva vinto la morte.
Per prima cosa dunque ascolta come dalla parola profetica di Isaia è indicato che i Giudei, cui i profeti avevano predetto queste verità, non avrebbero creduto, e invece avrebbero creduto quelli che mai avevano ascoltato ciò dai profeti: “Coloro – egli dice – cui questo non è stato annunziato, vedranno, e coloro che non hanno ascoltato, comprenderanno” (Is 52, 15). Lo stesso Isaia in questo modo predice che, mentre non credettero quelli che meditavano la legge di Dio dalla fanciullezza alla vecchiaia, tutto il mistero della salvezza sarebbe stato trasferito ai pagani: “Ecco – egli dice –, il Signore degli eserciti preparerà a tutte le genti un banchetto su questo monte: berranno la gioia, berranno vino, si ungeranno di profumi su questo monte: dà ai pagani tutti questi beni. Questa è la volontà del Signore onnipotente riguardo a tutti i pagani” (Is 25, 6-7).
Ma forse quelli che si vantano della conoscenza della Legge ci obietteranno: Bestemmiate voi che affermate che il Signore è stato soggetto alla corruzione della morte e alla passione della croce. Ma allora leggete quanto trovate scritto nelle Lamentazioni di Geremia, là dove egli dice: “Lo spirito del nostro volto, Cristo Signore, fu preso a causa dei nostri peccati, riguardo al quale abbiamo detto: Sotto la sua ombra vivremo fra i pagani” (Lam 4, 20). Ascolta come quello profetizza che Cristo Signore è stato preso e per noi, cioè a causa dei nostri peccati, è stato dato in preda alla corruzione; e poiché il popolo ch’è rimasto incredulo è stato rigettato via, dice che all’ombra del Signore vivremo non in Israele ma fra i pagani.
18. Che se poi non sembra troppo laborioso, voglio indicare come nei profeti siano stati predetti tutti i particolari che riferiscono i vangeli: in tal modo quelli che ricevono i primi rudimenti della fede possono tenere scritte nel loro cuore queste testimonianze, perché non si insinui in loro alcuna funesta incertezza riguardo al contenuto di questa loro fede.
Il vangelo ci insegna che Giuda, uno degli amici e dei commensali di Cristo, lo tradì (Mt 26, 14-16): ascolta come ciò venga predetto nei Salmi: “Uno che ha mangiato il mio pane, ha teso l’insidia contro di me” (Sal 40, 10). E in un altro luogo: “I miei amici e i miei congiunti si sono avvicinati e stettero contro di me” (Sal 37, 12). E ancora: “Si sono ammorbidite le loro parole più dell’olio, ed esse erano dardi” (Sal 54, 22). Vuoi vedere in che modo si sono ammorbidite? “Venne – è detto – Giuda da Gesù e gli disse: Salve, Maestro, e lo baciò” (Mt 26, 49). Con l’allettamento dolce di un bacio infisse il dardo esecrando del tradimento. Per cui il Signore gli dice: “Giuda, con un bacio tradisci il Figlio dell’uomo?” (Lc 22, 48).
Senti dire che egli è stato valutato trenta monete d’argento dalla cupidigia del traditore (Mt 26, 15). Ascolta anche su questo particolare la parola del profeta: “Dissi loro: Se vi par bene, datemi la ricompensa oppure dite di no”. E subito dopo: “E ricevetti trenta monete d’argento e le gettai nella casa del Signore per essere fuse” (Zac 11, 12-13). Non è proprio questo ciò che si legge nel vangelo, che Giuda preso da penitenza riportò indietro il danaro, lo gettò nel tempio e si allontanò? (Mt 27, 3-5). Bene anche il profeta ha parlato di ricompensa di Giuda, col sentimento di chi accusa e rimprovera. Infatti tante opere buone Gesù aveva fatto presso di loro: aveva dato la vista ai loro ciechi, l’uso dei piedi agli zoppi, la possibilità di muoversi ai paralitici; aveva restituito anche la vita ai morti (Gv 10, 32; Mt 11, 5). In contraccambio di tutti questi benefici gli danno la morte, valutata al prezzo di trenta monete d’argento. Nel vangelo è detto anche ch’egli fu legato. Lo aveva predetto la parola del profeta, dicendo così per bocca di Isaia: “Guai alle loro anime, perché hanno fatto un pessimo pensiero contro sé stessi, dicendo: Incateniamo il giusto, perché ci è molesto” (Is 3, 9; Ez 38, 10; Sap 2, 12).
19. Ma qualcuno obietterà: Ma dobbiamo intendere tutto ciò del Signore? Che forse il Signore poteva essere preso dagli uomini e tratto in giudizio? Proprio di questo ti convincerà il medesimo profeta con queste parole: “Il Signore verrà in giudizio con gli anziani e con i capi del popolo” (Is 3, 14). Proprio il Signore viene giudicato secondo la testimonianza del profeta: non solo giudicato ma flagellato, percosso nel volto con le mani e sputacchiato (Gv 19, 1-3); e per noi sopporta ogni offesa e indegnità. E poiché tutti si sarebbero stupiti ad udire tali cose dagli apostoli, ecco che ancora il profeta in loro persona esclama e dice: “Signore, chi ha creduto alla nostra parola?” (Is 53, 1). Infatti era incredibile che si dicesse che Dio Figlio di Dio avesse patito tali tormenti; perciò questi vengono predetti dai profeti affinché non avessero a dubitare coloro che avrebbero creduto. Ecco pertanto che lo stesso Cristo Signore dice in sua persona: “Ho presentato la mia schiena ai flagelli e le mie guance alle percosse, e non ho distolto la mia faccia dalla vergogna degli sputi” (Is 50, 6).
Fra gli altri patimenti è scritto anche che legatolo lo condussero al cospetto di Pilato (Mt 27, 2). Anche questo ha predetto il profeta, là dove dice: “E legatolo lo condussero in dono al re Iarim” (Os 10, 6). A meno che uno non faccia questa obiezione: Ma Pilato non era re. Ma sta a sentire che cosa dice il vangelo subito dopo: “Pilato, ad udire ch’egli era della Galilea, lo mandò ad Erode, che allora era re in Israele” (Lc 23, 6-7). Ed a ragione il profeta ha aggiunto il nome Iarim, che significa selvatico. Infatti Erode non era della casa d’Israele né di quella vigna israelitica, che il Signore aveva portato fuori dall’Egitto e aveva piantato in cima ad un fertile colle (Is 5, 1); ma era selvatico, cioè apparteneva alla selva degli stranieri: per questo è chiamato selvatico, come quello che mai era cresciuto dai tralci della vite d’Israele. E anche ciò che ha detto il profeta: “in dono”, si adatta benissimo. Allora infatti – come afferma il vangelo (Lc 23, 12) – Erode e Pilato, che prima erano nemici, fecero pace e come dono per la loro riconciliazione mandavano legato Gesù l’uno dall’altro. Ma che cosa importa questo, purché Gesù dovunque riconcilii quelli che sono in discordia, ristabilisca la pace e la concordia? Anche di questo è scritto in Giobbe: “Il Signore riconcilia i cuori dei principi della terra” (Giob 12, 24).
20. È anche raccontato che, volendolo Pilato lasciar libero, tutto il popolo gridò: “Crocifiggilo, crocifiggilo” (Gv 19, 12; Lc 23, 21). Lo aveva predetto il profeta Geremia, dicendo in persona proprio del Signore: “La mia eredità è diventata per me come un leone nella selva: ha lanciato contro di me la sua voce; per questo l’ho avuta in odio, e per questo ho abbandonato – egli dice – la mia casa” (Ger 12, 8. 7). E ancora in un altro passo: “Su chi avete aperto la vostra bocca e contro chi avete sciolto le vostre lingue?” (Is 57, 4). È scritto che, mentre veniva giudicato, Gesù taceva (Mt 26, 63). Molti passi della Scrittura ne son testimoni. Nei Salmi è scritto: “Sono diventato come uno che non sente e che non ha nella sua bocca parole per rimproverare” (Sal 37, 15). E ancora: “Ma io come un sordo non ascoltavo, ed ero come muto che non apre la sua bocca” (Sal 37, 14). E ancora un altro profeta: “Come un agnello di fronte al tosatore, così non ha aperto la sua bocca; nell’umiliazione fu portato il giudizio contro di lui” (Is 53, 7-8).
È scritto che gli fu imposta una corona di spine (Mc 15, 17). Riguardo a questo ascolta nel Cantico dei cantici, sull’iniquità di Gerusalemme, la voce del Padre che si meraviglia dell’ingiuria fatta al Figlio e dice: “Uscite e osservate, figlie di Gerusalemme, la corona con la quale lo ha coronato sua madre” (Ct 3, 11). E così un altro profeta ricorda le spine: “Ho aspettato che (la vigna) producesse uva; invece ha prodotto spine; non giustizia ma iniquità” (Is 5, 2. 7). Tuttavia, perché tu conosca anche le verità più segrete, era necessario che colui che era venuto a portar via i peccati del mondo, purificasse anche la maledizione della terra; essa infatti, a causa del peccato del primo creato, aveva ricevuto la sentenza per la prevaricazione, con queste parole del Signore: “La terra sarà maledetta per la tua azione, e produrrà per te spine e triboli” (Gen 3, 17-18). Perciò Gesù vien coronato di spine, affinché quella prima sentenza di condanna fosse abolita. È condotto alla croce, e al legno viene sospesa la vita di tutto il mondo (Mt 27, 35). Vuoi avere anche su questo la conferma delle parole del profeta? Ascolta Geremia che dice: “Venite e gettiamo il legno nel suo pane e spazziamolo via dalla terra dei vivi” (Ger 11, 19). E ancora Mosè, quasi compiangendoli, dice: “E la tua vita sarà sospesa davanti ai tuoi occhi, e temerai giorno e notte e non crederai alla tua vita” (Deut 28, 66). Ma dobbiamo passare oltre: infatti abbiamo già oltrepassato il limite della brevità che ci eravamo proposti e abbiamo protratto con lunga argomentazione il discorso abbreviato. Tuttavia aggiungeremo ancora qualcosa, per non trascurare completamente ciò che abbiamo incominciato.
21. È scritto che Gesù, colpito al fianco, emise insieme acqua e sangue (Gv 19, 34). Certo questo particolare ha significato occulto: infatti proprio lui aveva detto: “Scaturiranno dal suo ventre fiumi di acqua viva” (Gv 7, 38). E ha emesso anche quel sangue che i Giudei avevano chiesto che ricadesse su di loro e sui loro figli (Mc 27, 25). Perciò ha emesso l’acqua che purificasse i credenti, ed ha emesso il sangue che condannasse gl’increduli. Ma si può anche intendere che in questo particolare è simboleggiata la duplice grazia del battesimo: una è quella che viene data per mezzo dell’acqua battesimale; l’altra è quella che viene cercata per mezzo del martirio con l’effusione di sangue: infatti l’uno e l’altro sono chiamati battesimo. Che se ricerchi anche perché è detto che egli emise acqua e sangue non da altro membro ma proprio dal fianco, mi sembra che qui nel fianco sia indicata, per tramite della costola, la donna. Infatti poiché la fonte del peccato e della morte derivò dalla prima donna, che fu la costola del primo Adamo (Gen 2, 22), per questo anche la fonte della redenzione e della vita scaturisce dalla costola del secondo Adamo.
22. È scritto che durante la sua passione discesero le tenebre dall’ora sesta all’ora nona (Mt 27, 45). Sta a sentire anche su questo punto la testimonianza del profeta che dice: “Il sole tramonterà per te a mezzogiorno” (Am 8, 9). E ancora il profeta Zaccaria: “In quel giorno – dice – non ci sarà luce. Ci sarà freddo e gelo in un giorno, e quel giorno è noto al Signore, e non ci sarà giorno né notte, e ci sarà luce al tramonto” (Zac 14, 6-7). Che cosa di altrettanto evidente avrebbe potuto dire il profeta, sì che sembrasse non tanto predire cose future quanto raccontare cose già passate? Ha predetto anche il freddo, anche il gelo: per questo infatti Pietro si riscaldava al fuoco (Gv 18, 18), perché era freddo; ed egli soffriva il freddo non soltanto del tempo ma anche della fede. Il profeta ha aggiunto ancora: “E quel giorno è noto al Signore, e non ci sarà né notte né giorno”. Che significa: Non ci sarà notte né giorno?. Che forse non ha parlato chiaramente delle tenebre che sono sopraggiunte durante il giorno, e della luce che è stata richiamata indietro? Quello non fu un giorno: infatti non cominciò col sorgere del sole. Né fu vera e propria notte: infatti non intraprese dall’inizio il cammino che le è assegnato, dopo ch’era stato completato il corso del giorno, né lo condusse fino al termine stabilito: ma la luce, allontanata dal delitto degli empi, tornò al tramonto. Infatti dopo l’ora nona, scacciate le tenebre, il sole è restituito al mondo. E di questo stesso fatto un’altra testimonianza dice: “E di giorno si oscurerà la luce sopra la terra” (Am 8, 9).
23. La predicazione del vangelo c’insegna anche che i soldati si divisero le vesti di Gesù e trassero a sorte la sua tunica (Mt 27, 35). Anche questo lo Spirito Santo ha avuto cura che fosse annunziato dalla parola del profeta, che dice: “Si sono divise le mie vesti e hanno gettato la sorte sul mio vestito” (Sal 21, 19). Ma i profeti non hanno neppure taciuto di quella veste che – com’è scritto – i soldati gli fecero indossare per schernirlo, cioè la veste purpurea (Mt 27, 28). Ascolta infatti che cosa dice Isaia: “Chi è costui che viene da Edom? e le sue rosse vesti da Bosra? Perché è rosso il tuo vestito, e le tue vesti come quelle che vengon fuori da un torchio pigiato?” (Is 63, 1-2). Sì che egli stesso risponde: “Da solo ho pigiato il torchio, figlie di Sion” (Is 63, 3). Uno solo è infatti colui che non ha commesso peccato ed ha portato via il peccato del mondo (1Pt 2, 22; Gv 1, 29). Se infatti la morte è potuta entrare a causa del peccato di uno solo, quanto più ha potuto essere restituita la vita per opera di un solo uomo, ch’era anche Dio? (Rom 5, 12).
24. È scritto anche che Gesù è stato dissetato con aceto o con vino mirrato, ch’è più amaro del fiele (Mt 27, 34.48). Ascolta che cosa su questo aveva predetto il profeta: “Per cibo mi hanno dato fiele e nella sete mi hanno dato da bere aceto” (Sal 68, 22). E riferendosi a questo fatto già a suo tempo Mosè diceva di quel popolo: “Delle vigne di Sodoma è la loro vite, e i loro tralci sono di Gomorra; la loro uva è di fiele e il loro grappolo è amaro” (Dt 32, 32). E rimproverandoli dice ancora: “Popolo sciocco e non saggio, hai contraccambiato così il Signore?” (Dt 32, 6). Anche nel Cantico sono prefigurati gli stessi fatti, dove è ricordato anche il giardino nel quale fu crocifisso. Infatti il Signore dice così: “Sono entrato nel mio giardino, sorella mia sposa, e ho vendemmiato la mia mirra” (Ct 5, 1), dove chiaramente ha indicato il vino mirrato col quale fu dissetato.
25. È scritto che subito dopo rese lo spirito (Mt 27, 50). Anche questo era stato preannunziato dal profeta, che in persona del Figlio diceva al Padre: “Nelle tue mani affido il mio spirito” (Sal 30, 6). È raccontato che fu sepolto e che all’entrata della tomba fu apposta una grande pietra (Mt. 27, 60). Ascolta che cosa su questo abbia predetto la parola profetica di Geremia: “Hanno messo a morte in una fossa la mia vita e hanno posto una pietra su di me” (Lam 3, 53). È questo un accenno chiarissimo fatto dalla parola del profeta alla sua sepoltura. Ma stanne a sentire anche altri: “Il giusto – è scritto – fu tratto via dal cospetto dell’iniquità e il suo posto sarà in pace” (Is 57, 1). E altrove: “E darò i cattivi per sua sepoltura” (Is 53, 9). E ancora un altro passo: “Giacendo hai dormito come un leone e come un leoncello: chi lo risveglierà? (Gen 49, 9).
26. Anche la sua discesa all’inferno (Rom 10, 7; 1Pt 3, 18-20) è prefigurata con chiarezza nei Salmi, dove egli dice: “Mi hai tratto nella polvere della morte” (Sal 21, 16). E ancora: “Che giovamento c’è nel mio sangue, mentre discendo nella corruzione?” (Sal 29, 10). E ancora: “Son disceso nel fango profondo e non c’è sostegno per me” (Sal 68, 3). Anche Giovanni dice: “Sei tu che verrai? – senza dubbio nell’inferno – o aspettiamo un altro?” (Lc 7, 20). Sì che anche Pietro dice: “Cristo messo a morte quanto alla carne, ma riportato in vita quanto allo spirito, con questo spirito va anche a predicare a quegli spiriti che erano stati chiusi in carcere, che erano stati increduli nei giorni di Noè” (1Pt 3, 18-20). Qui è anche spiegato che cosa egli abbia operato nell’inferno. Ma proprio il Signore, quasi riferendosi al futuro, dice per mezzo del profeta: “Non abbandonerai l’anima mia nell’inferno e non permetterai che il tuo santo provi la corruzione” (Sal 15, 10). E nondimeno, con parola profetica egli dimostra ancora che questo si è verificato, quando dice: “Signore, hai condotto fuori dall’inferno la mia anima e mi hai salvato da quelli che discendevano nella fossa” (Sal 29, 4).
27. Poi il Simbolo continua: Il terzo giorno è risorto. La gloria della resurrezione ha dissolto in Cristo tutto ciò che appariva debole e fragile. Se poco fa non ti sembrava possibile che l’immortale venisse a morte, osserva ora come non possa essere mortale colui che, vinta la morte, è detto essere risorto. E comprendi in questo la bontà del creatore, perché egli avendo pietà di te è disceso fin là dove tu eri stato precipitato a causa del peccato. Né accuserai d’impotenza Dio creatore di tutte le cose, sì da credere che la sua creatura a causa della caduta sia stata imprigionata là dove egli non poteva arrivare per liberarla. Parliamo di livelli inferiori e superiori in relazione a noi, che chiusi in una ben delimitata forma corporea, siamo ristretti entro i limiti della norma che ci è stata assegnata. Ma per Dio, ch’è dovunque e non manca da nessuna parte, che cosa è inferiore e che cosa superiore? E tuttavia nell’incarnazione si realizza anche questa delimitazione.
È risorta la carne che era stata deposta nel sepolcro, perché si adempisse ciò ch’era stato predetto dal profeta: “Non permetterai che il tuo santo provi la corruzione” (Sal 15, 10). Perciò torna vincitore dai morti, traendo con sé le spoglie dell’inferno: infatti ha condotto fuori coloro ch’erano trattenuti dalla morte, come egli stesso aveva predetto con queste parole: “Quando sarò innalzato, trarrò tutto a me” (Gv 12, 32). E di ciò è testimone anche il vangelo, là dove dice: “Si aprirono i sepolcri, e molti corpi di santi che vi riposavano risorsero e apparvero a molti, ed entrarono nella città santa” (Mt 27, 52-53): per certo entrarono in quella città santa della quale l’apostolo dice: “Ma la Gerusalemme di lassù è libera, essa ch’è la madre di tutti noi” (Gal 4, 26). Come dice in altro passo anche agli Ebrei: “Era giusto che colui, per il quale e dal quale sono state create tutte le cose, volendo condurre alla gloria molti figli, elevasse a perfezione, per mezzo dei patimenti, l’autore della loro salvezza” (Eb 2, 10). Perciò (Cristo) ha collocato nel più alto dei cieli alla destra del trono di Dio la carne elevata a perfezione dai patimenti, per mezzo della quale con la potenza della resurrezione aveva riparato il peccato del primo creato; sì che anche l’apostolo dice: “Insieme con lui ci ha resuscitato e insieme ci ha fatto sedere nei cieli” (Ef 2, 6). Infatti egli era il vasaio che, come c’insegna il profeta Geremia, “il vaso che gli era sfuggito di mano e si era rotto, di nuovo lo tirò su con le sue mani e lo plasmò di nuovo, come volle” (Ger 18, 4). Così il corpo, che aveva assunto mortale e corruttibile, innalzato dalla pietra del sepolcro e fatto immortale e incorruttibile, egli ha voluto collocare non già in terra ma in cielo e alla destra del Padre. Di questi misteri sono piene le Scritture del Vecchio Testamento: non ne ha taciuto nessun profeta, nessuno scrittore di leggi, nessuno scrittore di salmi; ma ne parla quasi ogni pagina sacra. Mi sembra perciò superfluo indugiare a radunare testimonianze. Addurremo tuttavia pochi passi, proprio pochi, rinviando alle stesse fonti dei libri divini quanti vogliono abbeverarsi più copiosamente.
28. È detto subito nei Salmi: “Mi ero assopito e immerso nel sonno, e mi svegliai perché il Signore mi difenderà” (Sal 3, 6); e in un altro passo: “Per lo strazio dei miseri e il gemito dei poveri subito mi leverò, dice il Signore” (Sal 11, 6); e in un altro passo, come sopra abbiamo detto: “Signore, hai condotto fuori dell’inferno la mia anima, mi hai salvato da quelli che discendevano nella fossa” (Sal 29, 4); e ancora: “Perché rivolto a me mi hai ridato la vita e mi hai tratto fuori di nuovo dalla profondità della terra” (Sal 70, 20). E nel modo più chiaro nel Salmo 87 è detto di lui: “E diventò come un uomo senza aiuto, libero fra i morti” (Sal 87, 5-6). Il salmista non ha detto “uomo”, ma “come un uomo”. Infatti era come un uomo, perché era disceso nell’inferno; ma era libero tra i morti, perché la morte non lo poteva trattenere: perciò una parola presenta la natura dell’umana fragilità, e l’altra la natura della maestà divina. Il profeta Osea ha predetto con evidenza anche il terzo giorno in questo modo: “Ci risanerà dopo due giorni; e il terzo giorno risorgeremo e vivremo al suo cospetto” (Os 6, 3). Osea qui parla nella persona di quelli che, risorgendo con lui il terzo giorno, sono richiamati dalla morte alla vita; e son questi che dicono: “Il terzo giorno risorgeremo e vivremo al suo cospetto”. Invece Isaia dice apertamente: “Colui che trasse fuori dalla terra il grande pastore delle pecore” (Is 63, 11).
Quanto poi al fatto che le donne avrebbero visto la sua resurrezione, mentre gli scribi, i farisei e il popolo non avrebbero creduto, anche questo Isaia predice con tali parole: “Donne, che venite dallo spettacolo, accorrete: infatti non è un popolo che abbia raziocinio” (Is 27, 11). Quanto poi a quelle donne di cui si dice che vennero al sepolcro, lo cercarono e non lo trovarono, come di Maria si dice che venne prima dell’alba e, non avendolo trovato, disse piangendo all’angelo che stava là: “Hanno portato via il Signore e non so dove l’hanno messo” (Lc 24, 1-3; Gv 20, 1. 13), anche tutto ciò è predetto nel Cantico dei cantici così: “Nel mio letto ho cercato quello che la mia anima ha amato; di notte l’ho cercato e non l’ho trovato” (Ct 3, 1. 2). Anche riguardo alle donne che lo trovarono e abbracciarono i suoi piedi, ecco la predizione nel Cantico dei cantici: “Lo abbraccerò e non lo lascerò andar via, lui che l’anima mia ha amato” (Ct 3, 4). Ecco per ora poche testimonianze fra le tante: infatti cerchiamo di essere brevi e perciò non ne possiamo mettere insieme di più.
29. È asceso in cielo, siede alla destra del Padre: di li verrà a giudicare i vivi e i morti. Questo contiene la continuazione del discorso abbreviato sulla fede, dove è chiaro ciò che vien detto ma bisogna ricercare in che senso tutto ciò debba essere inteso: infatti una volta che non intendiamo secondo la dignità della divinità l’essere asceso e l’essere seduto e l’essere in procinto di venire, con tali espressioni sarà indicato l’agire dell’umana fragilità. E infatti, realizzato completamente ciò che aveva operato in terra e richiamate dall’inferno le anime prigioniere, si dice che Gesù ascende in cielo, come aveva predetto il profeta: “Ascendendo in alto, ha condotto prigioniera la prigionia, ha dato doni agli uomini” (Sal 67, 19 Ef 4, 8). Quei doni, cioè, che Pietro, negli Atti degli apostoli, indicava nello Spirito Santo: “Perciò esaltato dalla destra di Dio, ha effuso questo dono, che voi vedete e ascoltate” (At 2, 33). Perciò Cristo ha dato agli uomini il dono dello Spirito Santo, perché i prigionieri, che prima il diavolo aveva condotto giù nell’inferno a causa del peccato, egli grazie alla resurrezione dalla sua morte li ha richiamati in cielo.
È asceso in cielo, non dove prima il Verbo Dio non era stato (infatti egli era sempre in cielo e rimaneva presso il Padre), ma dove il Verbo fatto carne prima non aveva seduto. Poiché infatti tale ingresso appariva nuovo ai custodi e principi delle porte del cielo, al vedere la natura della carne che entrava nel recesso più intimo del cielo, essi dicono l’un l’altro, come riferisce David pieno di Spirito Santo: “Alzate, principi, le vostre porte e innalzatevi, porte eterne, ed entrerà il re della gloria. Chi è questo re della gloria? Il Signore forte e potente, il Signore potente in battaglia” (Sal 23, 7-8). Certo queste parole vengono pronunziate non a causa della potenza della divinità, ma per la novità rappresentata dalla carne che ascendeva alla destra di Dio. E dice altrove lo stesso David: “È asceso Dio fra il giubilo, il Signore al suono della tromba” (Sal 46, 6). È costume infatti che il vincitore ritorni dalla battaglia al suono della tromba. Di lui è detto anche: “Egli stabilisce in cielo il suo trono” (Am 9, 6). E ancora altrove: “Egli è salito sui Cherubini ed ha volato, ha volato sulle ali dei venti” (Sal 17, 11).
30. Anche sedere alla destra del Padre è mistero della carne assunta. Infatti ciò non si adatta convenientemente alla incorporea natura di Cristo senza l’assunzione della carne; ed è non la natura divina bensì quella umana che progredisce fino alla sede celeste. Per cui è detto: “Da allora, Signore, è preparata la tua sede: da ogni tempo tu sei” (Sal 92, 2). Perciò è preparata già da ogni tempo la sede in cui si sarebbe seduto colui nel cui nome “si piegherà ogni ginocchio: delle creature celesti e terrestri e infernali, e ogni lingua proclamerà che il Signore Gesù Cristo è nella gloria di Dio Padre” (Fil 2, 10-11). Di questo David dice così: “Ha detto il Signore al mio Signore: Siedi alla mia destra, finché io ponga i tuoi nemici sgabello dei tuoi piedi” (Sal 109, 1). Infatti proprio spiegando nel vangelo queste parole, il Signore diceva ai Farisei: “Ma se David, ispirato dallo Spirito, lo chiama Signore, come può essere suo figlio?” (Mt 22, 45). Con ciò dimostra che secondo lo spirito egli è Signore, e secondo la carne è figlio di David. Sì che proprio il Signore dice ancora: “Anzi vi dico: D’ora in avanti vedrete il Figlio dell’uomo sedere alla destra della potenza” (Mt 26, 64). E l’apostolo Pietro dice di Cristo: “Egli, che siede in cielo alla destra di Dio” (1Pt 3, 22). E anche Paolo, scrivendo agli Efesini: “Secondo l’operazione – dice – della sua smisurata potenza, che egli ha realizzato in Cristo, risuscitandolo dai morti e facendolo sedere alla sua destra” (Ef 1, 19-20).
31. Che verrà a giudicare i vivi e i morti, ce lo insegnano molte testimonianze delle Sacre Scritture. Ma prima di riferire queste predizioni dei profeti, ritengo opportuno richiamare alla mente che questa tradizione di fede vuole che noi giorno per giorno stiamo attenti e preparati all’arrivo del giudice, sì da predisporre le nostre azioni come se siamo sul punto di render conto al giudice che sta per arrivare (1Pt 4, 5). Era proprio questo ciò che diceva il profeta dell’uomo felice, che “dispone con giustizia le sue parole” (Sal 111, 5). Quanto poi al fatto che è detto che egli giudica i vivi e i morti, ciò non significa che verranno al giudizio alcuni vivi e altri morti, bensì che egli giudicherà insieme le anime e i corpi, dove come anime sono indicati i vivi e come corpi i morti. Proprio il Signore dice così nel vangelo: “Non temete quelli che possono uccidere il corpo ma non possono far nulla all’anima; ma temete piuttosto colui che può mandare a perdizione nella Gehenna e l’anima e il corpo” (Mt 10, 28).
32. Ma ora, se sembra opportuno, dimostriamo brevemente che anche queste verità sono state predette dai profeti. Se poi vorrai maggior numero di testimonianze, tu stesso le metterai insieme da tutta l’ampiezza delle Scritture. Ecco quel che dice il profeta Malachia: “Ecco, viene il Signore onnipotente; e chi sosterrà il giorno del suo arrivo, o chi sosterrà la sua vista? Poiché egli al suo arrivo sarà come il fuoco dei fonditori e come la liscivia dei lavandai. E siederà per fonderli e purificarli come l’argento e come l’oro” (Mal 3, 1-3). Ma perché tu apprenda con maggiore chiarezza chi sia questo Signore, di cui si parla in tal modo, sta a sentire cosa dice anche il profeta Daniele: “Io contemplavo nella visione notturna: ed ecco che sulle nubi del cielo veniva come un Figlio di uomo, e arrivò fino all’Antico dei giorni e fu presentato al suo cospetto; e a lui fu dato principato onore e regno; e tutti i popoli tribù lingue gli serviranno; e il suo potere è potere eterno, che non passerà, e il suo regno non vedrà la corruzione” (Dan 7, 13-14). Di qui perciò impariamo a conoscere non soltanto la venuta e il giudizio, ma anche il suo potere e il suo regno: cioè, che il suo potere è eterno, e che il suo regno non vedrà né termine né corruzione. Come anche nel vangelo si dice: “E del suo regno non ci sarà fine” (Lc 1, 33). Per cui è del tutto estraneo alla fede chi sostiene che un giorno il regno di Cristo avrà fine.
Dobbiamo tuttavia sapere che questa venuta di Cristo apportatrice di salvezza il nemico cercherà di simulare con astuta frode, per trarre in inganno tutti i fedeli; e in luogo del Figlio dell’uomo, di cui aspettiamo la venuta nella maestà di suo Padre, presenterà il figlio della perdizione con prodigi e miracoli menzogneri, sì da introdurre in questo mondo, invece di Cristo, l’Anticristo del quale proprio il Signore ha fatto ai Giudei questa predizione nel vangelo: “Io sono venuto in nome del Padre mio e non mi avete accolto; verrà un altro in proprio nome, e questo lo accoglierete” (Gv 5, 43). E dice ancora: “Allora vedrete l’abominazione della desolazione nel luogo santo, come dice il profeta Daniele. Chi legge comprenda” (Mt 24, 15). Infatti Daniele nelle sue visioni ci dà molti esaurienti insegnamenti circa l’insorgere di questo errore; ma sarebbe troppo difficoltoso addurre qui tali esempi, perché si tratta di racconti molto estesi: perciò rinviamo chi vuole conoscere questo argomento in modo più esauriente, a rileggersi piuttosto proprio le visioni. Ma di questo parla anche l’apostolo: “Nessuno v’inganni in alcun modo, perché prima dovrà venire l’apostasia e si rivelerà l’uomo del peccato, il figlio della perdizione, che avversa e si erige contro tutto ciò che viene definito e venerato come Dio, sì da sedere nel tempio di Dio, manifestando se stesso come se fosse Dio” (2Tess 2, 3-4). E poco dopo: “E allora si rivelerà l’empio, che il Signore Gesù ucciderà col soffio della sua bocca e lo annienterà con lo splendore della sua venuta. L’avvento di costui sarà accompagnato dalle opere di Satana, con ogni potenza miracoli e prodigi menzogneri” (2Tess 2, 8-9). E ancora poco dopo: “Perciò Dio permetterà che essi cadano nell’errore, perché credano alla menzogna, e siano giudicati tutti quelli che non hanno creduto alla verità” (2Tess 2, 11-12).
Perciò questo errore ci viene predetto dalle parole dei profeti, del vangelo e degli apostoli, al fine che nessuno in luogo della venuta di Cristo creda alla venuta dell’Anticristo. Ma, come ha detto proprio il Signore, “quando vi diranno: Ecco, Cristo è qui, oppure: È lì, non credete. Infatti verranno molti falsi cristi e molti falsi profeti e trarranno in inganno molti” (Mt 24, 23-24). Ma vediamo come egli abbia presentato il segno del vero Cristo: “Come il lampo – dice – risplende da Oriente fino a Occidente, così sarà la venuta del Figlio dell’uomo” (Mt 24, 27). Quando poi il vero Signore Gesù Cristo sarà venuto, siederà e giudicherà, come è detto nel vangelo: “Separerà le pecore dai capretti” (Mt 25, 32), cioè, separerà i giusti dagli ingiusti. Come anche l’apostolo scrive: “Tutti noi dobbiamo presentarci davanti al tribunale di Cristo, per ricevere ognuno ciò che gli spetta secondo quanto ha operato quando era nel corpo, sia bene sia male” (2Cor 5, 10). Infatti saremo giudicati non soltanto per ciò che avremo fatto ma anche per ciò che avremo pensato, secondo quanto dice ancora l’apostolo: “Reciprocamente tra di loro con pensieri che li accusano e anche li difendono, nel giorno in cui Dio giudicherà i segreti degli uomini” (Rom 2, 15-16). E con ciò basta su questo argomento.
33. Appresso, nell’esposizione di fede è scritto: E nello Spirito Santo. Le verità che qui sopra sono state tramandate in forma un po’ più particolareggiata su Cristo, riguardano il mistero della sua incarnazione e della sua passione. Poiché esse riguardano la stessa persona (del Figlio), sono inserite nella parte intermedia del Simbolo e così hanno ritardato un po’ la menzione dello Spirito Santo. Se invece si fosse tenuto conto soltanto della divinità, allo stesso modo con cui all’inizio è detto: “Credo in Dio Padre onnipotente” e subito dopo: “In Gesù Cristo unico suo Figlio nostro Signore”, così subito dopo seguirebbe: “E nello Spirito Santo”. Infatti tutte le altre verità che sono tramandate su Cristo, si riferiscono – come abbiamo detto – all’economia della carne. Perciò nella menzione dello Spirito Santo si completa il mistero della Trinità.
Infatti come diciamo un solo Dio e non c’è altro Padre, e come diciamo un solo Figlio unigenito e non c’è altro unigenito, così anche lo Spirito Santo è uno solo e non ci può essere un altro Spirito Santo. Pertanto a fine di distinguere le persone sono distinti i termini che indicano le relazioni, con i quali intendiamo come Padre colui dal quale derivano tutte le altre realtà e che non ha padre egli stesso; questo è il Figlio, in quanto è nato dal Padre; questo è lo Spirito Santo, in quanto procede dalla bocca di Dio e santifica ogni cosa. E per dimostrare che una sola e la stessa è la divinità della Trinità, come diciamo di credere in Dio Padre, aggiungendo, cioè, la preposizione in, così diciamo di credere anche in Cristo suo Figlio e così anche nello Spirito Santo. Ma perché risulti più chiaro ciò che diciamo, comproviamolo con ciò che segue.
34. Infatti subito appresso il Simbolo continua: La santa Chiesa, la remissione dei peccati, la resurrezione di questa carne. Non è detto: “Nella santa Chiesa” né “nella remissione dei peccati” né “nella resurrezione della carne”. Se infatti fosse stata aggiunta la preposizione in, uno solo e il medesimo sarebbe stato il valore insieme con le espressioni che precedono. Invece in queste espressioni in cui si definisce la fede intorno alla divinità, si dice: “in Dio Padre” e “in Gesù Cristo suo Figlio” e “nello Spirito Santo”. Invece nelle altre espressioni, che trattano non della divinità ma delle creature e dei misteri della salvezza, non si aggiunge la preposizione in sì che si dica: “nella santa Chiesa”, ma si deve credere soltanto “la santa Chiesa”, cioè, non come se fosse Dio, ma come Chiesa riunita insieme per Dio. Così si deve credere “la remissione dei peccati” e non “nella remissione dei peccati”; e “la resurrezione della carne” e non “nella resurrezione della carne”. Così grazie a questa preposizione di una sola sillaba si distingue il Creatore dalle creature e le realtà divine sono separate da quelle umane.
Lo Spirito Santo è colui che nel Vecchio Testamento ha ispirato la legge e i profeti, e nel Nuovo i vangeli e gli apostoli. Sì che anche l’apostolo dice: “Ogni Scrittura ispirata da Dio è utile ad insegnarsi” (2Tim 3, 16). Perciò a questo punto sembra conveniente enumerare uno per uno, come ho appreso dalle testimonianze dei padri, quali siano i libri del Vecchio e del Nuovo Testamento, che secondo la tradizione dei nostri predecessori noi crediamo ispirati proprio dallo Spirito Santo.
35. Del Vecchio Testamento ci sono stati tramandati all’inizio i cinque libri di Mosè: Genesi, Esodo, Levitico, Numeri, Deuteronomio. Dopo di questi Giosuè, figlio di Nave, e il libro dei Giudici insieme con Ruth. Dopo di questi i quattro libri dei Re, che gli Ebrei contano come due; quello dei Paralipomeni, che è detto libro dei Giorni, e due libri di Esdra, che presso gli Ebrei sono contati come uno solo; e il libro di Esther. I libri dei profeti sono: Isaia, Geremia, Ezechiele, Daniele; e inoltre un solo libro dei Dodici profeti. Libri isolati sono anche quello di Giobbe e i Salmi di David. Di Salomone tre libri sono stati tramandati alle Chiese: Proverbi, Ecclesiaste, Cantico dei cantici. Con questi libri è concluso il numero dei libri del Vecchio Testamento.
Fanno parte del Nuovo Testamento i quattro vangeli: di Matteo, Marco, Luca, Giovanni; gli Atti degli apostoli, che scrisse Luca; quattordici lettere dell’apostolo Paolo; due lettere dell’apostolo Pietro; una di Giacomo, fratello del Signore e apostolo; una di Giuda; tre di Giovanni, l’Apocalisse di Giovanni. Questi sono i libri che i nostri padri hanno riunito nel canone e sui quali hanno voluto che fossero fondate le verità della nostra fede.
36. È opportuno però sapere che ci sono anche altri libri, che i nostri predecessori hanno chiamato non canonici bensì ecclesiastici: la Sapienza, ch’è detta di Salomone; e un’altra Sapienza, ch’è detta del figlio di Sirach; questo libro presso i latini con termine generico è chiamato Ecclesiastico, col quale nome non si indica l’autore del libro bensì la qualità del contenuto. Della stessa categoria fanno parte il libro di Tobia, quello di Giuditta e i libri dei Maccabei. Relativi al Nuovo Testamento sono il libro ch’è detto del Pastore ovvero di Erma, e quello ch’è intitolato Due vie o Giudizio di Pietro.
Tutti questi libri i nostri padri vollero che fossero letti nelle Chiese ma non che fossero addotti per confermare l’autorità della fede. Tutti gli altri scritti li hanno chiamati apocrifi e hanno proibito che fossero letti nelle Chiese. Queste norme, che – come ho detto – ci sono state tramandate dai nostri padri, mi è sembrato opportuno riportare in questo punto del libro per istruzione di quelli che imparano i primi rudimenti della fede, perché sappiano da quali fonti essi debbano attingere la bevanda della parola di Dio.
37. Poi la tradizione di fede afferma: la santa Chiesa. Già sopra abbiamo spiegato il motivo perché non sia detto anche qui: “nella santa Chiesa”, ma “la santa Chiesa”. Perciò coloro che sopra hanno appreso a credere in un solo Dio nel mistero della Trinità, debbono credere anche questo: che una soltanto è la santa Chiesa, nella quale una sola è la fede, uno solo il battesimo, nella quale si crede in un solo Dio Padre e in un solo Signore Gesù Cristo Figlio suo e in un solo Spirito Santo. Questa perciò è la santa Chiesa, che non ha macchia né ruga (Ef 5, 27). Infatti anche molti altri hanno riunito chiese intorno a sé, come Marcione Valentino Ebione Mani e tutti gli altri eretici. Ma quelle chiese non sono senza macchia e ruga di perfidia; perciò di loro diceva il profeta: “Ho odiato la chiesa dei malvagi e non siederò insieme con gli empi” (Sal 25, 5). Invece di questa Chiesa, che conserva integra la fede di Cristo, ascolta che cosa dice lo Spirito Santo nel Cantico dei cantici: “Una sola è la mia colomba, una sola la perfetta per sua madre” (Ct 6, 8). Perciò chi riceve questa fede nella Chiesa, non si volga ai concili di vanità e non si metta con quelli che fanno il male (Sal 25, 4).
Infatti concilio di vanità è quello che fa Marcione, il quale nega che il Padre di Cristo sia il Dio creatore, che per mezzo di suo Figlio ha creato il mondo. Concilio di vanità è ciò che insegna Ebione, che bisogna credere in Cristo in modo tale da praticare la circoncisione della carne, l’osservanza del sabato, la solennità dei sacrifici e tutte le altre osservanze secondo la lettera della Legge. Concilio di vanità è ciò che insegna Mani, che per prima cosa ha affermato di essere proprio lui il paracleto; poi dice che il mondo è stato fatto dal male, nega che Dio sia il creatore, respinge il Vecchio Testamento; afferma che ci sono una natura buona e una cattiva, reciprocamente coeterne; sostiene secondo la dottrina dei Pitagorici che le anime degli uomini secondo diversi cicli di generazione passano nelle pecore, nelle bestie feroci e in altri animali; nega la resurrezione della nostra carne, sostiene che la nascita e la passione di Cristo sono avvenute non nella realtà della carne ma in apparenza.
Concilio di vanità è anche ciò che ha sostenuto Paolo di Samosata e poi il suo successore Fotino: che Cristo non è nato prima dei tempi dal Padre ma ha avuto inizio da Maria; e ritiene non che egli Dio sia nato come uomo ma che da uomo sia diventato Dio. Concilio di vanità è anche ciò che hanno insegnato Ario ed Eunomio, i quali sostengono che il Figlio di Dio non sia nato dalla stessa sostanza del Padre, ma sia stato creato dal nulla. Concilio di vanità è anche quello che fanno coloro i quali affermano, sì, che il Figlio deriva dalla sostanza del Padre, ma separano e distaccano lo Spirito Santo, mentre invece il Salvatore nel vangelo ha dimostrato che una sola e la stessa è la potenza e la divinità della Trinità, dicendo: “Battezzate tutte le genti nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo” (Mt 28, 19). Ed è evidentemente empio che l’uomo separi ciò che è unito in forza della divinità. Concilio di vanità è anche quello che non molto tempo fa ha riunito una ostinazione tenace e perversa, affermando che Cristo certo ha assunto carne umana, ma non anche un’anima razionale, mentre invece una sola e la stessa salvezza è stata apportata da Cristo alla carne e all’anima e alla sensibilità e alla mente. È concilio di vanità anche quello che Donato ha riunito in Africa accusando falsamente la Chiesa di aver consegnato i libri sacri; e quello che ha messo su Novaziano rifiutando la penitenza ai peccatori e condannando le seconde nozze, anche se talvolta la necessità abbia costretto a contrarle.
Perciò tutte queste fuggile quali riunioni di malvagi. E anche quelli, se ce ne sono, di cui si dice che affermino che il Figlio di Dio non vede e conosce il Padre allo stesso modo con cui è conosciuto e visto dal Padre, che il regno di Cristo dovrà finire e che la carne non risorgerà conservando intatta la sostanza della sua natura, che non ci sarà il giusto giudizio di Dio nei riguardi di tutti gli uomini e che il diavolo sarà assolto dalla meritata punizione: tutti costoro – lo ripeto – i fedeli rifiutino di ascoltarli. Tieniti invece ben saldo alla santa Chiesa, che afferma Dio Padre onnipotente e l’unigenito suo Figlio Gesù Cristo nostro Signore e lo Spirito Santo nell’unità di una medesima sostanza; che crede che il Figlio di Dio è nato dalla Vergine e ha patito per la salvezza degli uomini ed è risuscitato dai morti con la medesima carne con la quale è nato; che spera che egli stesso verrà giudice di tutti; e in lui predica la remissione dei peccati e la resurrezione della carne.
38. Quanto alla remissione dei peccati, dovrebbe bastare il solo credere. A che infatti ricercare cause e motivazioni là dove è fondamentale il perdono? E invece, mentre non è soggetta a critiche la generosità del re terreno, la liberalità divina è messa in discussione dalla temerarietà degli uomini. Infatti i pagani sono soliti irriderci dicendo che noi inganniamo noi stessi ritenendo che possano essere espiati con parole delitti che sono stati commessi con l’azione. E dicono: Che forse può non essere omicida colui che ha commesso un omicidio o non essere adultero chi ha fatto adulterio? In che modo uno che sia reo di tali crimini vi sembra diventare d’un tratto santo e puro? Ma a tali obiezioni, come ho detto, rispondo meglio con la fede che con la ragione. Infatti colui che ci ha fatto questa promessa è re di tutti, signore del cielo e della terra. E a colui che mi ha creato uomo dalla terra non vuoi che io creda che da peccatore mi può rendere innocente? E colui che, quando ero cieco, mi ha fatto vedere e, quando ero sordo, mi ha fatto sentire e che mi ha fatto camminare quando ero zoppo, egli non potrà ridarmi l’innocenza che ho perduto?
E tuttavia veniamo anche alla testimonianza della stessa natura. Non sempre è criminoso uccidere un uomo: ma è criminoso ucciderlo per malvagità e non secondo le leggi. Perciò, dato che talvolta questa azione è giusta, se io mi trovo in tale situazione, non è l’azione che mi condanna ma l’anima che mi ha mal consigliato. Ma allora, se in me viene corretta l’anima che è diventata peccatrice e nella quale c’è stata l’origine del crimine, perché tu non credi che io possa diventare innocente, così come prima sono stato peccatore? Infatti, come sopra abbiamo detto, tutti sanno che il peccato sta non nell’azione ma nella intenzione. E allora, come la cattiva volontà, per malvagia istigazione del demonio, mi ha assoggettato al peccato e alla morte, così la stessa volontà, volta al bene per il buon volere di Dio, mi restituisce all’innocenza e alla vita. Simile ragionamento vale anche per tutti gli altri peccati; e così vediamo che la nostra fede non è in contrasto con la ragione naturale, in quanto la remissione dei peccati è accordata non alle azioni, che non possono essere cambiate, bensì all’anima, che certamente può passare dal male al bene.
39. Le ultime parole del Simbolo, che affermano la resurrezione dei morti, nella loro stringata brevità, portano a compimento la somma di tutta la perfezione, benché anche a tal proposito la fede della Chiesa sia impugnata non solo dai pagani ma anche dagli eretici. Infatti Valentino nega nel modo più assoluto la resurrezione della carne, e anche Mani, come sopra abbiamo dimostrato. Ma costoro non hanno voluto ascoltare il profeta Isaia che dice: “Risorgeranno i morti e si sveglieranno quelli che sono nei sepolcri” (Is 26, 19), e neppure Daniele, il più sapiente di tutti, che afferma: “Allora risorgeranno quelli che sono nella polvere della terra: questi alla vita eterna, questi altri invece alla vergogna e alla confusione eterna” (Dan 12, 2). D’altra parte, anche dai vangeli, ch’essi sembrano accettare, avrebbero dovuto imparare dal Signore Salvatore nostro che, insegnando ai Sadducei, dice: “Quanto poi al fatto che i morti non risorgerebbero, non avete letto come venga detto a Mosè nel rovo: il Dio di Abramo e il Dio di Isacco e il Dio di Giacobbe? Non è Dio dei morti ma dei vivi” (Mt 22, 31-32; Mc 12, 26-27). E in un passo precedente di questo stesso contesto ha anche ricordato quale e quanta sia la gloria della resurrezione, dicendo: “Nella resurrezione dei morti né gli uomini avranno moglie né le donne avranno marito, ma saranno come gli angeli di Dio” (Mt 22, 30).
Perciò la potenza della resurrezione conferisce agli uomini la condizione angelica, perché coloro che sono risorti dalla terra vivano non più di nuovo in terra con gli animali, bensì in cielo con gli angeli. Ma ciò vale per quelli che saranno ammessi a tale condizione in forza di un modo di vita sufficientemente puro: cioè, coloro che già ora custodendo la carne come compagna dell’anima nel servizio di Dio, l’avranno assoggettata con il freno della pudicizia all’obbedienza dello Spirito Santo; in tal modo, purificatala da ogni sozzura di peccato e trasformatala in gloria spirituale per virtù della santificazione, meriteranno di introdurla anche nel consorzio degli angeli.
40. Ma gl’infedeli obiettano e dicono: Ma la carne, che si dissolve putrefatta o si muta in polvere e talvolta anche viene inghiottita dal profondo del mare e viene dispersa dai flutti, in che modo può ricomporsi di nuovo e reintegrarsi insieme, sì che da essa venga di nuovo formato il corpo dell’uomo? A costoro indirizziamo subito una prima risposta con le parole di Paolo: “Sciocco tu! Ciò che semini non prende vita se prima non muore; e quello che tu semini non è il corpo che dovrà nascere, ma semini un nudo chicco di grano o di qualche altra semente. Dio poi gli dà corpo come vuole” (1Cor 15, 36-38). E perciò quel che vedi annualmente accadere per i semi che getti in terra, non credi che possa verificarsi per la tua carne, che per legge divina viene seminata in terra? Perché – ti prego – valuti tanto poco la potenza di Dio da non ritenere possibile che la polvere dispersa di una qualsiasi carne possa riunirsi e ricomporsi secondo la sua forma originaria, mentre vedi che la capacità dell’uomo riesce a scorgere anche le vene dei metalli immerse nel profondo della terra? Infatti l’occhio del competente scorge l’oro là dove l’inesperto vede soltanto terra. E a colui che ha creato l’uomo non concediamo neppure tanto quanto può riuscire a fare l’uomo ch’è stato creato da lui? Così, mentre la capacità dell’uomo mortale scopre che c’è una vena propria dell’oro, un’altra propria dell’argento e una molto diversa del bronzo, e che sotto la superficie della terra sono nascoste vene diverse di piombo e di ferro, non crederemo che la potenza divina sia in grado di individuare e ritrovare le componenti naturali proprie di ogni corpo carnale, anche se esse sono disperse?
41. Ma cerchiamo ancora di aiutare con ragionamenti naturali le anime che vengono meno nella fede. Immaginiamo che uno mescoli insieme semi diversi e indiscriminatamente li dissemini e li sparga qua e là in terra. Che forse il principio formale di ogni seme, dovunque questo sarà capitato, non farà nascere a tempo opportuno il germe secondo la natura della sua specie e non riprodurrà lo stelo secondo la sua forma e il suo corpo? Analogamente, ammettiamo anche che la sostanza di una qualsiasi carne sia stata variamente dispersa in diversi luoghi: tuttavia, allorché per volontà di Dio arriderà la primavera per i corpi seminati in terra, il principio formale che c’è in ogni carne ed è immortale – infatti è carne dell’anima immortale – raccoglierà da terra e riunirà insieme le parti componenti della sua sostanza e li restituirà a quella forma che una volta la morte aveva dissolto. Così avviene che a ogni anima non viene restituito un corpo estraneo o variamente mescolato, ma proprio quello suo, che aveva già avuto: in tal modo, in ragione delle prove della vita presente, la carne insieme con la sua anima o sarà premiata, se si sarà ben comportata, o sarà punita, se si sarà comportata male. Perciò la nostra Chiesa ha qui fatto al Simbolo una prudente e provvidenziale aggiunta, sì che, mentre le altre Chiese tramandano: “la resurrezione della carne”, essa tramanda, con l’aggiunta di un solo aggettivo: “la resurrezione di questa carne”: di questa, cioè, che colui che fa la professione tocca con la mano, mentre fa sulla fronte il segno della croce. Così ognuno dei fedeli sa che, se avrà custodito pura dal peccato la sua carne, questa sarà vaso per uso onorevole, utile al Signore, adatto per ogni opera buona; se invece la sua carne si sarà contaminata nel peccato, essa sarà vaso d’ira per la morte (2Tim 2, 21; Rom 9, 22).
Se poi uno a questo punto desidera saperne di più sulla gloria della resurrezione e sulla grandezza delle promesse, troverà che questi argomenti sono esposti quasi in ogni libro della Sacra Scrittura. Di tutte queste testimonianze noi ora qui ne ricorderemo solo poche, che servono di richiamo, e così termineremo l’opera che tu ci hai richiesto. L’apostolo Paolo afferma che i morti risorgeranno portando questi argomenti: “Se poi non c’è la resurrezione dei morti, allora neppure Cristo è risorto. Ma se Cristo non è risorto, è vana la nostra predicazione e priva di senso la nostra fede” (1Cor 15, 13-14). E poco dopo: “Ma ecco che Cristo è risorto dai morti, primizia di coloro che sono morti. Come infatti per causa di un uomo è venuta la morte, così per causa di un uomo ci sarà la resurrezione dei morti. Come infatti tutti sono morti in Adamo, così tutti avranno vita in Cristo; ma ognuno secondo il suo posto: prima di tutti Cristo, poi quelli che sono di Cristo al momento della sua venuta; quindi ci sarà la fine” (1Cor 15, 20-24). E dopo aggiunge anche queste parole: “Ecco che vi svelo un mistero: tutti certo risorgeremo, ma non tutti saremo trasformati (o, come troviamo in altri codici: “non tutti saremo morti, ma tutti saremo trasformati”): in un attimo, in un batter d’occhio, al suono dell’ultima tromba: i morti risorgeranno incorruttibili e noi saremo trasformati” (1Cor 15, 51-52). E scrivendo ai Tessalonicesi dice così: “Non voglio, fratelli, che voi siate nell’ignoranza riguardo a coloro che sono morti, perché non abbiate a rattristarvi come quegli altri che non hanno la speranza. Infatti se crediamo che Gesù è morto ed è risorto, così anche quelli che sono morti Dio trarrà a sé per mezzo di Gesù e insieme con lui. Ecco infatti che cosa vi diciamo sulla parola del Signore: noi che viviamo, che siamo superstiti, all’arrivo del Signore non precederemo coloro che sono morti. Infatti il Signore stesso al comando dato dalla voce dell’arcangelo e dalla tromba di Dio scenderà dal cielo e i morti che sono in Cristo risorgeranno per primi. Poi noi che viviamo, che siamo superstiti, insieme con quelli saremo tratti sulle nubi incontro a Cristo in aria: e così staremo sempre col Signore” (1Tess 4, 13-17).
42. Perché poi tu non creda che la resurrezione dei morti sia annunziata soltanto dalla nuova predicazione di Paolo, ascolta che cosa abbia predetto già tanto tempo fa il profeta Ezechiele ispirato dallo Spirito Santo: “Ecco, io aprirò i vostri sepolcri e vi trarrò fuori dai vostri sepolcri” (Ez 37, 12). E sta a sentire con quanta chiarezza predica la resurrezione dei morti anche Giobbe, tutto traboccante di parole misteriose: “C’è speranza per l’albero – egli dice –: infatti se sarà stato tagliato, potrà ancora germogliare, e il suo virgulto non viene mai meno. Se sarà invecchiato, la sua radice è piantata nella terra; e se il suo tronco sarà morto sulla roccia, rifiorirà al sentore dell’acqua e farà nascere il ramo quasi fosse una pianta novella; e se l’uomo sarà morto, se n’è andato, e se il mortale sarà caduto, ormai non esisterà più?” (Giob 14, 7-10). Non ti sembra che con queste parole Giobbe ammonisca gli uomini in modo un po’ coperto e dica così: A tal punto sono sciocchi gli uomini che, mentre vedono germogliare di nuovo da terra il tronco di un albero tagliato e il legno morto ricevere di nuovo la vita, essi ritengono che per sé non ci sarà nulla di simile al legno e all’albero? Perché poi tu sappia che si deve leggere in forma interrogativa la frase: “e se il mortale sarà caduto, non risorgerà?” (Giob 14, 12), abbine prova da ciò segue. Infatti Giobbe subito aggiunge: “Se infatti l’uomo sarà morto, vivrà” (Giob 14, 14). E poco dopo dice: “Aspetterò fino a esistere di nuovo” (Giob 14, 14). E dice ancora: “Egli risusciterà sulla terra la mia pelle, questa che ora è secca” (Giob 19, 25-26).
43. Questi passi siano stati addotti a comprovare la nostra professione di fede, con la quale nel Simbolo affermiamo la resurrezione di questa carne. Infatti l’aggiunta di “questa” osserva quanto sia in armonia con tutti questi concetti che abbiamo ricordato dalle testimonianza delle Sacre Scritture. Che cos’altro infatti è indicato nelle parole di Giobbe che abbiamo riportato sopra, quando dice: “risusciterà la mia pelle, questa che ora è secca” (Giob 19, 26), cioè, quella che patisce questi tormenti? non dice forse apertamente che avverrà la resurrezione di questa carne, di questa – dico – che ora sopporta i patimenti delle tribolazioni e delle tentazioni? E quando l’apostolo dice: “Bisogna che questo corpo corruttibile rivesta l’incorruttibilità e questo corpo mortale rivesta l’immortalità” (1Cor 15, 53), che forse la sua non è parola di chi in certo modo tocca col dito il suo corpo? Perciò questo corpo, che ora è corruttibile, sarà incorruttibile per la grazia della resurrezione, e questo corpo, che ora è mortale, sarà rivestito dalle prerogative della immortalità. In tal modo, come Cristo, risorgendo dai morti, ormai non muore più e la morte non dominerà più su di lui (Rom 6, 9), così anche quelli che risorgono in Cristo, non saranno più soggetti alla corruzione e alla morte, non perché venga abolita la natura della carne, ma perché sarà trasformata la sua condizione e la sua qualità. Perciò il corpo che risorgerà dai morti sarà incorruttibile e immortale, non solo il corpo dei giusti ma anche dei peccatori: dei giusti, perché possano rimanere sempre con Cristo; dei peccatori, perché paghino le pene dovute, senza mai essere distrutti e annientati.
44. Che i giusti rimarranno sempre con Cristo Signore, già sopra lo abbiamo spiegato, dove abbiamo addotto le parole dell’apostolo: “Poi noi che viviamo, che siamo superstiti, insieme con quelli saremo tratti sulle nubi incontro a Cristo in aria: e così staremo sempre col Signore” (1Tess 4, 17). Non meravigliarti se la carne dei santi sarà trasformata dalla resurrezione in tanta gloria da essere tratta al cospetto del Signore sospesa sulle nubi e trasportata in aria, dal momento che lo stesso apostolo, descrivendo quanta dignità Dio conferirà a quelli che lo amano, dice: “Egli che trasformerà il corpo della nostra umiliazione in conformità del corpo del Figlio della sua gloria” (Fil 3, 21). Perciò non c’è niente di assurdo nel dire che i corpi dei santi saranno innalzati in aria sulle nubi, dato che vien detto che essi saranno trasformati in conformità dell’aspetto del corpo di Cristo, che siede alla destra di Dio. E il santo apostolo aggiunge ancora riguardo a sé e a quanti gli son pari per meriti e sede: “Ci ha risuscitato insieme con Cristo e insieme ci ha fatto sedere in cielo” (Ef 2, 6).
Dal momento che la resurrezione dei morti comporterà, secondo le promesse, tali magnificenze e molte altre a queste simili, non sarà certo difficile credere anche a questo che i profeti hanno predetto: “I giusti risplenderanno come il sole e come il fulgore del firmamento nel regno di Dio” (Dan 12, 3). Infatti che difficoltà ci sarà a credere che essi avranno lo splendore del sole e saranno adornati dal fulgore delle stelle e di questo nostro firmamento, dal momento che è preparata loro in cielo la vita e la compagnia degli angeli di Dio e di loro si dice che saranno resi conformi alla gloria del corpo di Cristo (Fil 3, 20-21)? Proprio guardando a questa gloria promessa dalla parola del Salvatore (Mt 13, 43), il santo apostolo ha detto: “Viene seminato un corpo animale, risorgerà un corpo spirituale” (1Cor 15, 44). Se infatti è vero, come certamente è vero, che la divina bontà assocerà tutti i giusti e i santi al consorzio degli angeli, è certo che trasformerà anche i loro corpi nella gloria del corpo spirituale.
45. Né tale promessa ti sembri essere in contrasto con i principi naturali del corpo. Noi infatti crediamo, secondo quanto è scritto, che Dio, prendendo fango dalla terra, plasmò l’uomo (Gen 2, 7); e questo è il principio naturale del nostro corpo, che per volontà di Dio la terra si trasformi in carne: ma allora perché ti sembra assurdo e contraddittorio se, per il medesimo principio per cui diciamo che la terra ha progredito fino a formare il corpo animale, crediamo che a sua volta il corpo animale progredisca fino a diventare corpo spirituale?.
Tali affermazioni e molte altre simili a queste troverai nelle Sacre Scritture riguardo alla resurrezione dei giusti. D’altra parte, come sopra abbiamo detto, anche ai peccatori sarà dato in forza della resurrezione uno stato di incorruttibilità e immortalità che, come ai giusti serve alla perennità della gloria, così ai peccatori serve al prolungamento della tristezza e della pena. Così attesta anche la parola del profeta che abbiamo ricordato poco fa, là dove dice: “E molti risorgeranno dalla polvere della terra: questi alla vita eterna, questi altri alla confusione e alla vergogna eterna” (Dan 12, 2).
46. A questo punto abbiamo compreso con quanta venerazione Dio onnipotente sia detto Padre, per quale mistero il Signore nostro Gesù Cristo sia ritenuto suo unico Figlio, con quale perfezione sia nominato il suo Spirito Santo, e come la santa Trinità sia una cosa sola quanto alla sostanza, ma distinta per relazione e persone. Abbiamo anche compreso il significato del parto della Vergine, della nascita del Verbo nella carne, del mistero della croce; quale sia l’utilità della discesa di Dio nell’inferno, quale il significato della gloria della resurrezione e del richiamo delle anime dalla prigionia dell’inferno, dell’ascensione al cielo e dell’attesa del giudice venturo. Infine abbiamo compreso quale conoscenza si debba avere della santa Chiesa contro i concili di vanità, quale sia il numero dei libri della Sacra Scrittura e quali le sètte eretiche da evitare; come nella remissione dei peccati la ragione naturale non contrasti affatto con la liberalità divina, e come la resurrezione della nostra carne sia confermata non solo dalle parole della Scrittura ma anche dallo stesso esempio del nostro Signore e Salvatore e dalla logica coerenza della ragione naturale. Se professiamo queste verità in modo organico e completo secondo la norma della tradizione presentata sopra, allora preghiamo che a noi e ai nostri ascoltatori il Signore conceda che, custodita la fede che abbiamo ricevuto e terminata la corsa, noi aspettiamo la corona di giustizia che ci è riservata (2Tim 4, 7-8) e siamo annoverati fra coloro che risorgono alla vita eterna, liberi dalla confusione e dalla vergogna eterna, per Cristo nostro Signore, per mezzo del quale è a Dio Padre onnipotente con lo Spirito Santo gloria e impero nei secoli dei secoli. Amen.

Aula Paolo VI Mercoledì, 5 dicembre 2007
San Cromazio d’Aquileia
Cari fratelli e Sorelle
!
nelle ultime due catechesi abbiamo fatto un’escursione attraverso le Chiese d’Oriente di lingua semitica, meditando su
Afraate persiano e sant’Efrem siro; oggi ritorniamo nel mondo latino, al Nord dell’Impero Romano, con san Cromazio di Aquileia. Questo Vescovo svolse il suo ministero nell’antica Chiesa di Aquileia, fervente centro di vita cristiana situato nella Decima regione dell’Impero romano, la Venetia et Histria. Nel 388, quando Cromazio salì sulla cattedra episcopale della città, la comunità cristiana locale aveva già maturato una storia gloriosa di fedeltà al Vangelo. Tra la metà del terzo e i primi anni del quarto secolo le persecuzioni di Decio, di Valeriano e di Diocleziano avevano mietuto un gran numero di martiri. Inoltre, la Chiesa di Aquileia si era misurata, come tante altre Chiese del tempo, con la minaccia dell’eresia ariana. Lo stesso Atanasio – l’alfiere dell’ortodossia nicena, che gli ariani avevano cacciato in esilio –, per qualche tempo trovò rifugio ad Aquileia. Sotto la guida dei suoi Vescovi, la comunità cristiana resistette alle insidie dell’eresia e rinsaldò la propria adesione alla fede cattolica.
Nel settembre del 381 Aquileia fu sede di un Sinodo, che vide convenire circa 35 Vescovi dalle coste dell’Africa, dalla valle del Rodano e da tutta la Decima regione. Il Sinodo si proponeva di debellare gli ultimi residui dell’arianesimo in Occidente. Al Concilio prese parte anche il presbitero Cromazio, in qualità di esperto del Vescovo di Aquileia, Valeriano (370/1-387/8). Gli anni intorno al Sinodo del 381 rappresentano “l’età d’oro” della comunità aquileiese.
San Girolamo, che era nativo della Dalmazia, e Rufino di Concordia parlano con nostalgia del loro soggiorno ad Aquileia (370-373), in quella specie di cenacolo teologico che Girolamo non esita a definire tamquam chorus beatorum, “come un coro di beati” (Cronaca: PL XXVII,697-698). In questo cenacolo – che ricorda per alcuni aspetti le esperienze comunitarie condotte da Eusebio di Vercelli e da Agostino – si formarono le più notevoli personalità delle Chiese dell’Alto Adriatico.
Ma già nella sua famiglia Cromazio aveva imparato a conoscere e ad amare Cristo. Ce ne parla, con termini pieni di ammirazione, lo stesso Girolamo, che paragona la madre di Cromazio alla profetessa Anna, le sue due sorelle alle vergini prudenti della parabola evangelica, Cromazio stesso e il suo fratello Eusebio al giovane Samuele (cfr Ep VII: PL XXII,341). Di Cromazio e di Eusebio Girolamo scrive ancora: “Il beato Cromazio e il santo Eusebio erano fratelli per il vincolo del sangue, non meno che per l’identità degli ideali” (Ep. VIII: PL XXII,342).
Cromazio era nato ad Aquileia verso il 345. Venne ordinato diacono e poi presbitero; infine fu eletto Pastore di quella Chiesa (a. 388). Ricevuta la consacrazione episcopale dal Vescovo
Ambrogio, si dedicò con coraggio ed energia a un compito immane per la vastità del territorio affidato alla sue cure pastorali: la giurisdizione ecclesiastica di Aquileia, infatti, si estendeva dai territori attuali della Svizzera Baviera, Austria e Slovenia, giungendo fino all’Ungheria.             Quanto Cromazio fosse conosciuto e stimato nella Chiesa del suo tempo, lo si può arguire da un episodio della vita di san Giovanni Crisostomo. Quando il Vescovo di Costantinopoli fu esiliato dalla sua sede, scrisse tre lettere a quelli che egli riteneva i più importanti Vescovi d’Occidente, per ottenerne l’appoggio presso gli imperatori: una lettera la scrisse al Vescovo di Roma, la seconda al Vescovo di Milano, la terza al Vescovo di Aquileia, Cromazio appunto (Ep. CLV: PG LII, 702). Anche per lui, quelli erano tempi difficili a motivo della precaria situazione politica. Molto probabilmente Cromazio morì in esilio, a Grado, mentre cercava di scampare alle scorrerie dei barbari, nello stesso anno 407 nel quale moriva anche il Crisostomo.
Quanto a prestigio e importanza, Aquileia era la quarta città della penisola italiana, e la nona dell’Impero romano: anche per questo motivo essa attirava le mire dei Goti e degli Unni. Oltre a causare gravi lutti e distruzioni, le invasioni di questi popoli compromisero gravemente la trasmissione delle opere dei Padri conservate nella biblioteca episcopale, ricca di codici
. Andarono dispersi anche gli scritti di san Cromazio, che finirono qua e là, e furono spesso attribuiti ad altri autori: a Giovanni Crisostomo (anche per l’equivalente inizio dei due nomi, Chromatius come Chrysostomus); oppure ad Ambrogio e ad Agostino; e anche a Girolamo, che Cromazio aveva aiutato molto nella revisione del testo e nella traduzione latina della Bibbia. La riscoperta di gran parte dell’opera di Cromazio è dovuta a felici e fortunose vicende, che hanno consentito solo in anni recenti di ricostruire un corpus di scritti abbastanza consistente: più di una quarantina di sermoni, dei quali una decina frammentari, e oltre sessanta trattati di commento al Vangelo di Matteo.
Cromazio fu sapiente maestro e zelante pastore. Il suo primo e principale impegno fu quello di porsi in ascolto della Parola, per essere capace di farsene poi annunciatore: nel suo insegnamento egli parte sempre dalla Parola di Dio, e ad essa sempre ritorna. Alcune tematiche gli sono particolarmente care: anzitutto il mistero trinitario, che egli contempla nella sua rivelazione lungo tutta la storia della salvezza. Poi il tema dello Spirito Santo: Cromazio richiama costantemente i fedeli alla presenza e all’azione della terza Persona della Santissima Trinità nella vita della Chiesa. Ma con particolare insistenza il santo Vescovo ritorna sul mistero di Cristo. Il Verbo incarnato è vero Dio e vero uomo: ha assunto integralmente l’umanità, per farle dono della propria divinità. Queste verità, ribadite con insistenza anche in funzione antiariana, approderanno una cinquantina di anni più tardi alla definizione del Concilio di Calcedonia. La forte sottolineatura della natura umana di Cristo conduce Cromazio a parlare della Vergine Maria. La sua dottrina mariologica è tersa e precisa. A lui dobbiamo alcune suggestive descrizioni della Vergine Santissima: Maria è la “vergine evangelica capace di accogliere Dio”; è la “pecorella immacolata e inviolata”, che ha generato l’”agnello ammantato di porpora” (cfr Sermo XXIII,3: Scrittori dell’area santambrosiana 3/1, p. 134).
Il Vescovo di Aquileia mette spesso la Vergine in relazione con la Chiesa: entrambe, infatti, sono “vergini” e “madri”. L’ecclesiologia di Cromazio è sviluppata soprattutto nel commento a Matteo. Ecco alcuni concetti ricorrenti: la Chiesa è unica, è nata dal sangue di Cristo; è veste preziosa intessuta dallo Spirito Santo; la Chiesa è là dove si annuncia che Cristo è nato dalla Vergine, dove fiorisce la fraternità e la concordia.
Un’immagine a cui Cromazio è particolarmente affezionato è quella della nave sul mare in tempesta — e i suoi erano tempi di tempesta, come abbiamo sentito — : “Non c’è dubbio”, afferma il santo Vescovo, “che questa nave rappresenta la Chiesa”
(cfr Tract. XLII,5: Scrittori dell’area santambrosiana 3/2, p. 260).
Da zelante pastore qual è, Cromazio sa parlare alla sua gente con linguaggio fresco, colorito e incisivo. Pur non ignorando il perfetto cursus latino, preferisce ricorrere al linguaggio popolare, ricco di immagini facilmente comprensibili
. Così, ad esempio, prendendo spunto dal mare, egli mette a confronto, da una parte, la pesca naturale di pesci che, tirati a riva, muoiono; e, dall’altra, la predicazione evangelica, grazie alla quale gli uomini vengono tratti in salvo dalle acque limacciose della morte, e introdotti alla vita vera (cfr Tract. XVI,3: Scrittori dell’area santambrosiana 3/2, p. 106). Sempre nell’ottica del buon pastore, in un periodo burrascoso come il suo, funestato dalle scorrerie dei barbari, egli sa mettersi a fianco dei fedeli per confortarli e per aprirne l’animo alla fiducia in Dio, che non abbandona mai i suoi figli.
Raccogliamo infine, a conclusione di queste riflessioni, un’esortazione di Cromazio, ancor oggi perfettamente valida: “Preghiamo il Signore con tutto il cuore e con tutta la fede – raccomanda il Vescovo di Aquileia in un suo Sermone -preghiamolo di liberarci da ogni incursione dei nemici, da ogni timore degli avversari. Non guardi i nostri meriti, ma la sua misericordia, lui che anche in passato si degnò di liberare i figli di Israele non per i loro meriti, ma per la sua misericordia. Ci protegga con il solito amore misericordioso, e operi per noi ciò che il santo Mosè disse ai figli di Israele: Il Signore combatterà in vostra difesa, e voi starete in silenzio. È lui che combatte, è lui che riporta la vittoria… E affinché si degni di farlo, dobbiamo pregare il più possibile. Egli stesso infatti dice per bocca del profeta: Invocami nel giorno della tribolazione; io ti libererò, e tu mi darai gloria
” (Sermo XVI,4: Scrittori dell’area santambrosiana 3/1, pp. 100-102).
Così, proprio all’inizio del tempo di Avvento, san Cromazio ci ricorda che l’Avvento è tempo di preghiera, in cui occorre entrate in contatto con Dio. Dio ci conosce, conosce me, conosce ognuno di noi, mi vuol bene, non mi abbandona. Andiamo avanti con questa fiducia nel tempo liturgico appena iniziato.
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Aspetti catechistico-liturgici dell’opera di Cromazio di Aquileia
Flavio Placida
ed. Rubbettino, 2006
Temi di catechetica, per la pertinente attualità delle problematiche da essa affrontate sia sul piano teologico che su quello pastorale, ma al contempo temi o autori della grande Tradizione della Chiesa, che rappresentano come il Concilio Vaticano II ha autorevolmente evidenziato, pozzo profondissimo e ricco dal quale continuamente e fruttuosamente può attingersi non solo la Verità evangelica nella sua originaria freschezza, ma anche la modalità per un’appropriazione di essa che sia sempre nel solco della Tradizione, ed al contempo sempre nuova ed attuale per poter parlare all’uomo di sempre.
Parlare degli aspetti catechistici di un’opera significa sempre inquadrarne la vitalità a partire dalla risonanza che essa assume lungo l’asse diacronico della storia. Cathechesis è risonanza: perdurare nel tempo di un’eco che avvolge l’eternità nell’istante. Secondo un’immagine trasmessaci da David Tracy nel suo Analogical Imagination, un classico è tale perché vive del “passato presente” dei suoi autori, anche quando esso – e succede sempre – trascolora nel futuro ermeneutico dei suoi interpreti. La semiologia e la letteratura di ogni epoca ci mostrano esempi felici di questa “risonanza creativa”, che nel caso di un’opera di indole e contenuto religioso si avvantaggia anche dell’intrinseca fecondità del suo settore di referenza. Il classico religioso, in quanto espressione di quella sacramentalis communicatio che è propria di ogni processo incarnativo, non può che riverberare la composta dignità delle sue potenzialità catechetiche. È per questo continuamente attuale, efficacemente innestato nella vitalità della Parola di cui è obliqua risonanza e persistente incarnazione.
In questo spirito, ho affrontato quello che fin dall’inizio mi è sembrato compito affascinante e delicato: tratteggiare in modo sistematico, documentato e scientifico, il pensiero teologico-catechetico di un grande pastore e maestro della fede, per riproporre all’attenzione della ricerca teologica attuale un ulteriore modello di annunzio energico del Vangelo della grazia. Dopo tutto la figura e la ricchezza teologica di Cromazio di Aquileia, non solo non possono più passare inosservate nell’immenso universo della letteratura cristiana antica, ma alla luce degli ultimi rinvenimenti e restituzioni delle sue opere avvenute a causa di un fortunato e paziente lavoro di ricerca eseguito accuratamente da J. Lemarié e da R. Étaix, e dagli studi successivi che si sono realizzati su tale argomento fino ad oggi, credo si debbano ancora approfondire e valorizzare diversi aspetti della sua teologia. 
Inoltre la scelta di questo pastore, Cromazio di Aquileia, è stata dettata anche dalla peculiarità della sua persona, soprattutto in riferimento al suo pensiero, alla sua opera, insieme pastorale e culturale, alla sua personalità, all’ambiente in cui si è inserito il suo magistero catechetico, alla sensibilità poliedrica e la capacità di mediazione dimostrate nell’inculturazione dell’annuncio della persona di Gesù e del suo mistero di salvezza.
Circa ilmetodo adottato emergerà palese dalla struttura generale del mio lavoro, e dall’impostazione data ai singoli capitoli, come a partire da un’indagine storica si sia tentato, com’è del resto tipicamente suggerito da una diffusa sensibilità contemporanea, di ricostruire l’orizzonte culturale in cui si è venuta affermando l’opera teologica, catechetica, e pastorale del Vescovo di Aquileia. Partire dalla storia è stato inevitabile momento della nostra ricerca per poter cogliere nella loro pregnanza dottrinale, gli insegnamenti del pastore aquileiese, e poter dare il giusto risalto agli influssi, esercitati e ricevuti da questa Chiesa locale fortemente viva, ponte tra due mondi (quello orientale e quello occidentale), in cui Cromazio esercitò il suo ministero. Va pure sottolineato che uno sguardo al contesto storico mi ha consentito oltre che un dominio a livello sincronico dello scenario cristiano in quel momento determinato che fu il IV sec., anche uno sguardo diacronico, mirante a collocare il ruolo della Chiesa aquileiese e del suo pastore nella costituzione e nello sviluppo della Tradizione ecclesiale. Tradizione che vide in tempo coevo come protagonista ancora più eccellente di Cromazio l’eminente e santo dottore di Milano, Ambrogio, nonché altri pastori e maestri quali, per citarne alcuni, Zenone di Verona, Gaudenzio di Brescia, Massimo di Torino.
Come è normale per una ricerca teologico-catechetica che voglia rispettare i moderni canoni della scientificità, questa mia opera come accennavo in precedenza, si avvantaggia di molte competenze e studi di navigati ed esperti teologi, catecheti e altri studiosi versati in più campi del sapere, i quali hanno messo e continuano a mettere a disposizione di chi ha fatto della teologia, per esigenze pastorali ed in vista della formazione e della salvezza delle anime, la sua ragione di vita. A tal proposito penso di poter dire che avendo attraversato in buona parte l’impervio mare delle numerose pubblicazioni, che periodicamente si succedono, tramite opere monografiche, articoli, raccolte ed altro, ho potuto avvalermi circa il nostro autore, di ciò che di più recente ed aggiornato si sia prodotto in materia. Questo senza pregiudicare pubblicazioni classiche la cui consultazione è stata e sarà sempre indispensabile. Tale dato se testimonia la validità bibliografica della mia ricerca, pone in evidenza anche una sua peculiarità: essa rappresenta un bilancio, un’ampia sintesi aggiornata del molto materiale prodotto sul vescovo di Aquileia, ma non manca di un approccio personale ed una rilettura dei testi che possa dare nell’attuale panorama teologico, in riferimento alla catechetica particolarmente, spunti nuovi per l’approfondimento sempre attuale nell’approccio al pensiero dei Padri della Chiesa.
Mi prefiggevo, e la progressiva lettura del vasto materiale esaminato mi ha confermato in questa intenzione, di far emergere l’attualità di questo pastore e del suo “modello” catechistico, certo che dalla Tradizione possono derivare suggerimenti sempre pertinenti alle difficoltà dei tempi che si vivono. Se il Vangelo è vino sempre nuovo da dover versare in otri sempre nuovi, è altrettanto vero che, circa l’essenzialità del messaggio della fede da annunciare e le più o meno grandi intuizioni teologiche da difendere, per una migliore inculturazione della verità della salvezza, questo “Maestro nella fede” appare tutt’ora di un insegnamento autorevole. Facendo estrema sintesi di quello che in questo mio lavoro vorrò provare, l’insegnamento principe che deriva dall’autorevole testimonianza di Cromazio è quello della santità della vita, e perciò dell’efficacia dell’azione pastorale. Egli fece suo il mistero che annunciò ed al cui servizio mise la propria vita.
Circa i limitidi questo mio lavoro è bene subito mettere in evidenza che, per ovvi motivi non ha potuto riprendere ed esaminare tutti gli ambiti in cui il pensiero del vescovo aquileiese si è mosso, spaziando su quegli orizzonti ampli a cui una fede veramente vissuta non può non aprire. Tuttavia vuole presentarsi come un proposta nuova di lettura dei dati disponibili, nella convinzione che il materiale studiato possa fornire al pastore e catecheta moderno uno stile di cui certo si potrà appropriare con grande beneficio. Al di là dei doni personali, che caratterizzarono irrepetibilmente la figura del nostro autore, la sua fu vera opera ecclesiale che seppe avvalersi, in piena sintonia con lo spirito di comunione, sovente oggi richiamato dal Concilio Vaticano II ai nostri giorni, dei molti doni che Pastori grandi quanto lui e più di lui per santità di vita e dottrina teologica, avevano profuso a vantaggio della Chiesa.
Circa la strutturazione del mio lavoro è bene che dia una giustificazione metodologica per una migliore comprensione della sua esposizione. Ciò che primariamente risulterà evidente sfogliando l’indice è una prima divisione in due parti che a partire da alcuni dati storici e bibliografici vuole introdurre progressivamente nel tema trattato, per giungere nella seconda parte, dove sistematicamente la tesi prende in esame il pensiero di Cromazio sotto cinque aspetti. Preciso subito che troverà sistemazione già nella prima parte una sintesi introduttiva della teologia cromaziana, che a mio avviso accompagnerà e faciliterà un successivo approfondimento nella parte sistematica.
Nella seconda parte il primo degli aspetti ad essere trattato, ed è il più corposo per l’importanza trasversale della materia trattata, è quello liturgico denso di spunti teologici e fonte preziosa oltre che via maestra per penetrare nell’universo teologico-catechetico cromaziano. Partendo dalla realtà liturgica della Chiesa aquileiese e considerando soprattutto i Sermoni pronunciati durante lo svolgersi dell’anno liturgico ho colto alcune sfumature che caratterizzano la catechesi del nostro autore, in vista di un autentico inserimento dei suoi fedeli nel mistero di Cristo e della Chiesa.
L’aspetto omiletico/catechetico analizza lo stile predicatorio di Cromazio. Esso, benché semplice e chiaro nell’espozizione, non prescinde dalle regole classiche della retorica antica. Attraverso l’uso di immagini, paragoni e simbologia numerica che applica e attualizza alla vita della sua comunità, vuole convincere il suo popolo che il mistero di Cristo e della Chiesa che egli annuncia non è estraneo alla loro vita.
L’aspetto ecclesiale, come gli altri aspetti considerati, appare dalle riflessioni teologiche che il nostro autore presenta durante la spiegazione della Parola  di Dio. La Chiesa è il grande amore di Cromazio. Essa è il “frutto spontaneo” prodotto dalla redenzione operata da Cristo. La Chiesa è punto di arrivo e di partenza, inizio di un nuovo cammino di Dio con gli uomini.
Anche l’aspetto mariano occupa un posto di primaria importanza nella teologia di Cromazio. Nel mio lavoro si evince come, sottolineando l’importanza del ruolo di Maria nell’economia della salvezza, ella viene presentata come vergine, madre, sposa e in figura anche vedova. Inoltre attraverso il ricorso di immagini applicate a Maria il nostro autore vuole sottolineare gli aspetti unici e singolari della vita di Maria in relazione alla Trinità. 
Nel capitolo che tratta l’aspetto ascetico si evidenziano le testimonianze più significative tratte dagli scritti di Cromazio sulla vita spirituale dei cristiani di Aquileia del IV sec., e come gli stessi più o meno, incarnavano i valori evangelici secondo il loro stato di vita.
Nella conclusione volendo rilevare come si attualizza il messaggio e la catechesi di Cromazio, maestro, pastore e catecheta, espongo come essa è sempre determinata dalle linee dominanti della sua biografia, del suo insegnamento e dal modo con cui esse si intersecano con la quotidianità complessa dei nostri giorni. Nel caso di Cromazio, ho voluto prima di tutto evidenziare alcuni aspetti fondamentali della sua catechesi catecumenale, partendo dall’analisi dei cosiddetti Sermoni quaresimali. Successivamente, alla luce di alcuni documenti offertici dell’episcopato italiano in questo ultimo decennio sull’Iniziazione cristiana dei fanciulli e degli adulti, evidenzio quanto, per le nostre comunità ecclesiali, sia ancora valido e salutare proporre una catechesi a modello catecumenale, senza ovviamente distogliere lo sguardo dalla ricca esperienza di coloro i quali sono stati gli “inventori” di questo itinerario di iniziazione.
Credo sia il caso di evidenziare un’ulteriore annotazione di carattere formale. Ho voluto, in modo intenzionale, offrire i testi dell’opera di Cromazio, come di altri autori cristiani da me citati, nella loro versione originale, in latino. Pur considerando il rischio di appesantire la lettura del testo mi è sembrato utile far risaltare e gustare la bellezza di questi capolavori, autentici e originali tesori della Tradizione ecclesiale. 
In ultimo, seppur già qualcosa si è accennato, vorrei spendere qualche breve considerazione sulla specificità della mia ricerca. Il mio lavoro ha come mire precise, ispirandosi alla riscoperta dei Padri che ha caratterizzato la seconda metà del Novecento teologico, quelle di:
Riproporre all’attenzione dei pastori e dei catechisti la figura e la catechesi del Vescovo aquileiese come vero pastore e catecheta. In un tempo in cui il recente Magistero mira con fermezza a recuperare una figura di pastore primariamente “annunciatore del Vangelo” (cf. Giovanni Paolo ii, Pastores gregis, Esortazione Apostolica post-sinodale, nn° 26, 31; Id., Discorso ai Vescovi della Conferenza Episcopale di Francia in visita “ad limina Apostolorum”, n° 1, 20 Febbraio 2004, e i riferimenti magisteriali ivi citati), Cromazio si staglia all’orizzonte come persona profondamente immersa ed avvinta da questo ministero di annuncio della salvezza. In quanto successore degli Apostoli egli è testimone autorevole della Risurrezione di Cristo, e lo è per mezzo di una instancabile “attività” catechetica, volta alla spiegazione del mistero di Cristo, da lui definito “celeste mistero”.
Recuperare tratti essenziali e paradigmatici del suo insegnamento e della sua catechesi: piena fedeltà alla Tradizione ed all’insegnamento degli Apostoli, matrice ecclesiale della sua teologia, visione globale della fede della Chiesa ed al contempo appropriazione sintetica e personale dei dati della fede, tanto che non si troverà mai citato nei suoi testi l’opera di quei Padri di cui si è nutrito e che di certo ha presente.
Non bisognerà attendersi da lui novità né di contenuti, né d’impostazioni sul piano speculativo, ma le sue doti nell’assimilazione del depositum fidei e nella sua esposizione sono di eccezionale rilievo.
È inutile negare che la frequentazione di questo maestro, mi ha dato una fondamentale chiave di accesso per penetrare più profondamente il complesso e variegato mondo della teologia contemporanea; nello stesso tempo mi ha anche consentito l’acquisizione di una familiarità più grande con i Padri, vero coronamento di una ricerca teologica, al fine di assimilarne lo spirito.
Alla scuola di Cromazio mi sono confermato nella convinzione che gli studi patristici non possono fare a meno di una solida conoscenza della storia della Chiesa, che rende possibile una visione unitaria dei problemi, degli avvenimenti, delle esperienze, delle acquisizioni dottrinali, spirituali, pastorali e sociali delle varie epoche. In tal modo mi sono reso conto del fatto che il pensiero cristiano, se comincia con i Padri, non finisce con loro. Esso, infatti, mai appare come un inutile archeologismo, ma come uno studio creativo che aiuta a conoscere meglio i nostri tempi ed a preparare quelli futuri.
Il Patriarcato di Aquileia è in teoria, la più classica delle monarchie medioevali. La sua fonte di autorità e di potere deriva da Dio, la cui volontà si esprime attraverso gli anziani ed il popolo, ai quali spetta la scelta del loro Vescovo. Con il passar del tempo, sia l’Imperatore, sia il Papa, a seconda di chi ha più forza al momento, finiscono per nominare direttamente il Patriarca. Ricevuta la comunicazione del preposito del Capitolo aquileiese circa il nome del prescelto, il Papa, previa una somma non lieve per le casse del Patriarcato, invia la bolla di nomina e, all’eletto fa rimettere da un arcivescovo o da un cardinale il pallio dell’autorità metropolitica e l’anello episcopale. Se non è già vescovo, il nuovo Patriarca viene consacrato, secondo un’antica usanza, dall’arcivescovo di Milano. Le origini del Patriarcato non sono per nulla tranquille mostrando una fede serena: sono invece nel mezzo di una lotta teologica ed ideologica che continuerà anche nei secoli successivi. Fin dall’inizio vi hanno sede tutte le correnti del cristianesimo: in un bassorilievo, Pietro e Paolo sono raffigurati contrapposti l’uno all’altro, a muso duro, come due lottatori. Tra il III e IV secolo, la città ebbe una nuova carica culturale, legata a convinzioni religiose profonde. Così rinacquero gli interessi storici e letterari, legati anche alle questioni dottrinali. Nel IV secolo si maturò anche l’architettura cristiana primitiva di Aquileia e la ricchezza dei suoi mosaici pavimentali riflettono una notevole sensibilità artistica; vi si nota un sincero impegno religioso e culturale a tutti i livelli. Così appare l’opera letteraria di Rufino o di Cromazio che indica moralità, religiosità, rispetto per la socialità del popolo aquileiese. Nel concilio di Forum Iulii (Cividale) del 796 si prescrive la festività della domenica, distinta però dal sabato, pur con l’astensione dal lavoro. Questa astensione era ben radicata e lo dimostrano i decreti del 1499 e del 1603. Siccome non era ammissibile che questa consuetudine si fosse diffusa appena durante il IV o V secolo, quando vigeva un’opposizione a tutto quanto c’era di giudaico, è certo che quest’uso (cui si può aggiungere la venerazione per una certa “Santa Sàbida” o Sancta Sabbata) avesse una primitiva matrice giudaica, facilmente comprensibile in una città cosmopolita come Aquileia. La maturazione cristiana non si sarebbe staccata molto presto da questa usanza. Lo stesso cristianesimo sembrava anche essere imbevuto dall’ebraismo alessandrino. Lo prova la presenza del Vescovo Atanasio d’Alessandria nel 345. La cultura aquileiese non è facilmente comprensibile per il fervore di idee e di contradditori di carattere filosofico. La città, centro commerciale ed industriale, politico e militare, cui l’ebraismo sembrava inizialmente non tanto diverso dal cristianesimo, accettava anche culti misteriosi, come ad esempio quello di Mitra ed altri culti locali. Ma questo, dopo il 250, coincise con l’inizio di un episcopato regolare, che eliminò tutte queste credenze. I più antichi mosaici cristiani d’Aquileia, legati al nome del Vescovo Teodoro, portano ad una posizione dottrinalmente impegnata, in linea anche con l’ortodossia., che prende il significato di corretta dottrina (da non confondere con Chiesa ortodossa, nata da uno scisma). La forma particolare del Credo od Ordo symboli di Aquileia, come riferito da Rufino, contiene formule antiche, che quando, verso la metà del terzo secolo, fu rielaborato divenne definitivamente ortodosso. Il catalogo dei Vescovi della Chiesa d’Aquileia inizia con Ermacora, continua con quelli di Ilario, di due Crisogono, per giungere infine a Teodoro, Vescovo tra il 308 e il 319. Questo fu il primo Vescovo che sedette sulla cattedra di Aquileia dopo il rescritto di Costantino del 313, con cui si concedeva libertà al cristianesimo. E’ lo stesso Vescovo che, assieme al Diacono Agatone firma gli atti del Concilio di Arles del 314 e che ha legato al suo nome i mosaici pavimentali delle due aule che egli volle ricostruire. In ambedue si trova infatti la stessa formulazione: THEODORE FELIX. L’inizio dell’episcopato di Ermagora dovrebbe corrispondere alla metà del III secolo, che si pensa sia stato il periodo decisivo per la reazione ortodossa. Prima di Teodoro, tutti i nomi dei Vescovi d’Aquileia sono presenti nel Martirologio e nelle Passiones che riguardano i martiri. I più noti sono Ilario e Taziano (morti sotto Domeriano, 284), Canzio, Canziano, Canzianilla (morti sotto Diocleziano e sepolti a San Canzian d’Isonzo, 303-304) e Proto, Ermacora e Fortunato, Crisogono. Che i martiri fossero ornamento e decoro della Chiesa, Cromazio lo ribadisce spesso nei suoi sermoni. Aquileia ha bisogno di costruirsi una storia propria nella quale vantare le sue origini. E la trova dapprima nella figura di Ermacora, vescovo martire con episodi miracolosi e di pietà. Ma Ermacora non è abbastanza “autorevole”. Ci vuole qualcuno più prestigioso. E se i primi cristiani vengono da Alessandria, perchè non pensare che il loro evangelizzatore sia venuto pure lui ad Aquileia? Marco è dunque incontestabilmente autorevole e la tradizione vuole che sia l’evangelizzatore di Alessandria, ivi catturato e messo a morte, colui che ha dato origine ad Aquileia. Se i cristiani di Aquileia vengono dalla chiesa madre di Alessandria, allora Marco è il loro padre spirituale. Al Vescovo Teodoro (308-319 c.a) successero Agapito e Benedetto, con i quali si giunge al 342. In questo periodo, ad Aquileia, oltre ai contraccolpi delle vicende politiche e militari seguite alla morte di Costantino, si intrecciarono le accese polemiche, provocate dall’eresia ariana, condannata nel 325 dal Concilio di Nicea. Il Vescovo di Aquileia, Fortunaziano (342-369), fu eletto in coincidenza con gravi tumulti scoppiati proprio negli edifici di culto aquileiesi e durante il Concilio di Sardi, (oggi Sofia) del 343, dove egli sottoscrisse gli atti contro gli ariani. Nel 345 Fortunaziano ospitò ad Aquileia Atanasio di Alessandria, che predicava l’ortodossia e lottava contro l’arianesimo. In questo periodo fu costruta una nuova grandiosa basilica. Ma Fortunaziano non fu sempre coerente con se stesso: nel 358, assieme ad altri Vescovi, sottoscrisse il credo ariano di Sirmio. Valeriano (369-387/388) succeduto a Fortunaziano, fece uscire la chiesa di Aquileia da questa posizione ambigua: mentre Milano è ancora ariana, Aquileia acquista un ruolo importante tra le chiese dell’Italia settentrionale, non solo, ma anche in quelle adriatico-danubiane, del Norico e della Pannonia. Nel Concilio convocato da Papa Damaso a Roma (369-371), Valeriano appare come il capo degli ortodossi contro gli ariani, facendo in modo che Aquileia divenga un nodo primario, sia gerarchico che politico. Nel 375, ad Aquileia l’arianesimo era sradicato, e Gerolamo riconosce ai clerici aquileienses i meriti per il loro zelante esercizio della fede. Grazie a questa vigorosa azione in favore dell’ortodossia, nel 381, Aquileia divenne sede di un Concilio con la presenza di Valeriano stesso, ma guidato da Ambrogio da Milano (339-397), alla presenza dei Vescovi della Dalmazia, dell’illiria e della Provenza. L’Imperatore, pur convocando il Concilio, dissuade, con una sua lettera, i Vescovi dell’Oriente dal parteciparvi. Ad Aquileia arrivano cosi’ solo 35 Vescovi dell’area padano-danubiana-adriatica. Essi, condannando Palladio di Raziaria, Secondiano di Singiduno ed un prete di nome Attalo, eliminano gli ultimi focolai ariani ancora attivi nelle regioni ad oriente dell’Italia. Fu proprio in occasione di questo Concilio, che furono inviate agli Imperatori quattro lettere sinodali. Una di queste conteneva l’indicazione della fedeltà e del rispetto verso la Chiesa d’Alessandria. La presenza determinante di Ambrogio al Concilio sancisce anche l’affermarsi di Milano come metropoli dell’Italia settentrionale anche in campo ecclesiastico. Proprio in quell’anno infatti, l’Imperatore d’Occidente sceglie Milano, anzichè Treviri, come sua sede. Ed è qui che inizia la vera decadenza di Aquileia, perchè viene lasciata in disparte nel riordino delle città imperiali, perchè troppo esposta geograficamente ad est e poco difendibile. A Valeriano successe Cromazio (388-408), eletto anche per l’ascendente di Atanasio di Alessandria. Il suo nome è soprattutto legato ai 45 sermoni e ad un Commento al Vangelo di Matteo. Attraverso questi testi, Cromazio espone la sua dottrina, che si fonda sull’insegnamento dei padri della chiesa occidentale. Egli predica un ideale di carità, che dovrebbe animare la sua chiesa e gli aquileiesi tutti, ed invita con forza alla concordia ed alla unanimità. Davanti a lui, alla sua santità si sfaldò la virulenza di Gerolamo con la sua aggressività nei confronti di Rufino. Quest’ultimo soggiornò a lungo ad Aquileia dove scrisse numerose opere ed altre ne tradusse dal greco. Documento è il suo Commentario sul Simbolo e le Benedizioni dei Patriarchi, scritte subito dopo la sua partenza da Aquileia (408), dovuta con ogni probabilità alla morte di Cromazio ed alla contemporanea incursione di Alarico. Anche Rufino mette in risalto l’importanza di Cromazio come costruttore dei valori spirituali di Aquileia. In questo periodo, sorsero molti nuovi edifici: la nuova basilica cattedrale, costruita sopra l’aula meridionale di Teodoro e completata con un solenne battistero ottogonale; la basilica di Monastero, legata ad una comunità monastica; quella di Beligna, martiriale e dedicata al culto delle reliquie degli apostoli; quella di San Felice, quella di Sant’Ilario e quella di San Giovanni in Piazza o in Foro. Ai tempi di Cromazio sono anche frequenti gli scambi con l’Oriente, che portò numerosi vantaggi ad Aquileia. Bisogna anche ricordare che alla regione ecclesiastica aquileiese appartenevano i municipi di Trieste, Concordia, Zuglio (Iulium Carnicum), Cividale (Forum Iulii) e che in quel periodo furono smembrati in favore di un’organizzazione episcopale autonoma, salva restando l’autorità metropolitana di Aquileia. La giurisdizione aquileiese comprendeva una ventina di vescovadi in Italia ed un’altra decina oltre le Alpi. Durante il V secolo, Alarico cinse d’assedio la citta’ per ben due volte (401-402 e 408) ed Attila la saccheggiò nel 452. Dopo le devastazioni di Attila e dei suoi Unni, la responsabilità di assicurare lo sviluppo civile e culturale di Aquileia venne assunto dalla Chiesa. Successivamente vi fu il passaggio di Teodorico e, nel 489 la battaglia con Odoacre. Seguirono l’occupazione bizantina nel 552 e l’invasione longobarda del 568 e quella franca del 774. Ulteriori distruzioni avvennero nel IX e X secolo da parte degli ungari. Ma ritorniamo nel 407 quando, per la precarietà della situazione politica, Agostino fece costruire il castrum di Grado, dove il Vescovo talora si recava. Infatti, quando il porto di Aquileia divenne inagibile perchè fortemente interrato, Grado la sostituì a tutti gli effetti, e divenne oltremodo importante quando il Vescovo portò in questo rifugio il popolo aquileiese, assumendo su di sè tutta la responsabilità e l’autorità. Lo spostamento della sede imperiale da Milano a Ravenna, avvenuta nel 402, accrebbe l’importanza di tutto l’alto Adriatico, perchè qui l’Imperatore andava spesso per garantirsi contatti più sicuri con l’Oriente. Aquileia accolse, ma solo saltuariamente , la Corte imperiale. L’ultimo Imperatore a soggiornarvi fu Valentiniano III, nel 425. Ad Agostino seguirono vari Vescovi: Ianuario o Gennaro (+ nel 447), Niceta, che cercò di ricostruire dopo i gravi danni prodotti dal passaggio di Attila, Marcelliano (+504) che si adoperò a ripristinare gli edifici di culto estremamente danneggiati. Opere di ricostruzione e di abbellimenti furono fatte eseguire da Giustiniano nel 552 dopo che Narsete tolse Aquileia e Grado ai Goti. Le gravi traversie del V secolo rinfocolarono la consapevolezza degli aquileiesi di appartenere ad una chiesa importante, di essere depositari di una tradizione di fedelta’, ancorata nell’ortodossia. Nel 557, in occasione di un Concilio provinciale, opponendosi ai deliberati del II Concilio ecumenico di Costantinopoli (553), Aquileia, insinuando l’origine apostolica della propria chiesa, sostituì in pratica l’autorità di Roma con la proclamazione di un’origine fondata sulla predicazione apostolica. Potè così autorizzare l’assunzione del titolo patriarcale, che infatti i Vescovi di Aquileia cominciarono ad assumere fra il sesto e settimo secolo. Il termine Patriarca aveva una grande valenza perchè già in epoca giustinianea le sedi riconosciute erano non di un semplice “Vescovo”, ma di un “Patriarca” e si trovavano solo a Gerusalemme, Antiochia, Alessandria , Roma, Costantinopoli e Aquileia. Patriarca vuol dire in greco “Primo Padre”, nome che nella traduzione biblica venne attribuito solo ai grandi personaggi della Genesi. Nel 568, all’arrivo dei Longobardi, Grado offrì sicuro rifugio al Vescovo Paolo o Paolino (557-569), che trasportò il tesoro della chiesa di Aquileia, di cui oggi è rimasta solo una cassetta-reliquario in argento che contiene le reliquie dei martiri Canzio, Canziani e Canzianilla. Nel 579, a Grado, Elia convocò un Concilio provinciale, in cui venne confermata la fedeltà di tutti i Vescovi. Erano presenti, attorno al Vescovo o Arcivescovo di Aquileia (già allora lo si chiamava con il termine orientale di Patriarca), Vescovi della costa veneta, dell’Istria e delle terre occupate dai longobardi: l’unità spirituale ed ecclesiastica sopravviveva e superava la divisione politica. D’intesa col Papa, le pressioni dell’Esarca, residente a Ravenna, fecero crollare le resistenze dei gradesi. Alla morte di Severo (588-606), successore di Elia, il Patriarcato si divise: un Patriarca, Candidiano (606-612), appoggiato dai Bizantini, rimase a Grado; Giovanni (dal 606 in poi), ancora scismatico, ritornò ad Aquileia dandole il ruolo di sede principale, con giurisdizione sui vescovadi rimasti nell’ambito longobardo. Nel 628, alla morte di un successore di Candidiano, il Patriarca gradese Fortunato fuggì, con una parte del tesoro e ritornò nelle terre aquileiesi, rifugiandosi nel Castello di Cormons. Tanto il Papa Onorio quanto l’Imperatore Eraclio ridettero immediatamente prestigio alla fedele sede di Grado, mandandovi un nuovo Patriarca Primigenio e un nuovo tesoro, dando così anche a Grado il diritto di fregiarsi del titolo patriarcale. Non è ben chiara la posizione del Patriarca di Aquileia nell’ambito del Ducato del Friuli: si conoscono a malapena i nomi dei Patriarchi fino al 699, che vide la fine dello scisma aquileiese. Da quel momento si ebbero “due Patriarchi” (Paolo Diacono). Grado rimase staccata dal resto, mantenendo le sue proiezioni verso il Mediterraneo. Aquileia, con Cividale, ne rimase estranea e, nel corso del medioevo, tutta la sua regione verrà a far parte di altre unità continentali. L’unità regionale non sarà più ricostituita. Da questo momento, Aquileia inizia un tramonto senza fine: la città si spopola sempre più; le campagne vengono trascurate e la malaria incomincia ad infierire. La scissione del patriarcato di Aquileia non fu mai più sanata. Furono inutili i tentativi dei Patriarchi come Sereno (715-730), Callisto, suo successore, o come Massenzio (811-837), Popone (1019-1032) e Vodolrico II (1161-1182). Callisto e Poppone ricorsero anche alla violenza per sottomettere Grado. Ciò anche se il Sinodo di Mantova (827) ed il Convegno di Venezia (1180) sentenziarono in favore dell’autorità di Aquileia. Invano. Grado e la rispettiva giurisdizione sopravvissero egualmente. Aquileia rimaneva la metropoli per i vescovadi dell’entroterra, ma voleva che fosse riconosciuta la precedenza e la legittimità della sua supremazia anche rispetto a Grado. La giurisdizione aquileiese era esercitata sulle chiese di Como, Mantova, Verona, Vicenza, Padova, Treviso, Trento, Belluno, Feltre, Concordia, Ceneda, Trieste, Capodistria, Parenzo, Pola, Pedena, Emona (Cittanova). La Diocesi di Aquileia fu, per tutto il medioevo, la più vasta d’Europa. Dopo la fine dello scisma (699) il Patriarcato di Aquileia si inserisce nelle vicende culturali e politiche dei Duchi del Friuli e dei Re d’origine longobardo-friulana. Negli ultimi decenni del Ducato friulano bisogna ricordare i patriarchi Callisto e Sigualdo (+787). Sotto quest’ultimo, il Friuli fu occupato dai Franchi. Grande figura fu quella del Patriarca Paolino (787-802) ricostruttore del Friuli, Poeta e Vescovo. Egli cercò di risollevare l’inerzia ed il decadimento che dominava su Aquileia. Svecchiò l’antica liturgia aquileiese; collaborò con l’opera condotta da Carlo Magno nell’organizzazione dello Stato e delle chiese; fissò i confini sulla Drava, in accordo con l’Arcivescovo di Salisburgo. Anche gli Sloveni ricordano la sua figura con gratitudine. Ma egli pensava all’ineluttabilità della fine di Aquileia, al contrario del Patriarca Massenzio, che reagì con forza, rivolgendo maggiore attenzione ad Aquileia (più che a Cividale). Dette un nuovo assetto alla basilica patriarcale ed iniziò un nuovo entusiasmo per la vita culturale e religiosa di Aquileia. Anche grazie alle donazioni imperiali, rifiorì anche la vita monastica e si riebbe un’intensa circolazione di uomini di cultura e di idee.

 

Durante le ripetute incursioni ungariche (899-942), la regione fu sempre più legata all’iniziativa del solo Patriarca: è significativo che nel 921 fosse il Patriarca Federico (900-922) a mettersi a capo della difesa della terra friulana. La rinascita di Aquileia, promossa dai Principi-Patriarchi, ha il suo momento più felice con Poppone, famigliare e ministro di Corrado II. Egli acquistò una completa indipendenza dal Duca di Carinzia e si preoccupò di ridare vita alla città: tentò di dare maggior efficienza al porto per aumentare i commerci e combattè contro Grado (1023-1042), protetta da Venezia, per dare maggior importanza alla capitale. Da Poppone Aquileia aveva avuto anche una nuova amplissima cinta muraria ed una basilica ricostruita in modo più consono alla sua cultura tedesca. Nel 1077 Enrico IV concede al Patriarca Sigeardo (1068-1077) l’investitura feudale, con prerogative ducali sulla Contea del Friuli. Questo atto corrispondeva alla nascita di uno stato patriarcale. Il Patriarca diventa un Principe che unisce due sovranità. Il vessillo azzurro con al centro un’aquila gialla dai rostri aperti ed il becco rossi, non ha niente a che vedere con l’aquila bicipite del dominio absburgico, ma è l’insegna del Patriarcato di Aquileia. La concessione imperiale fu data pensando che Aquileia poteva rappresentare una testa di ponte per la potenza imperiale in Italia. Vassallo imperiale, il Patriarca riceve generose dotazioni ed è investito dell’autorità ecclesiastica; porta cioè il “pastorale e la spada” contemporaneamente. In Oriente in questo periodo si va per le Crociate e vi si recano anche i nobili del Patriarcato. Ma per Gotifredo (o Godofredo o Goffredo), pur ottimo oratore ed amministratore, le cose finiranno assai male: verrà sospeso a divinis da papa Urbano per aver incoronato a Milano nel 1186 Re d’Italia Enrico, figlio di Federico Barbarossa. La storia di Aquileia-città viene ormai assorbita nella storia della regione. Anche il Patriarca vi soggiornava sempre meno e la popolazione era ridotta a poche centinaia di abitanti. In antitesi fu preferita la città di Udine con il Patriarca guelfo Bertrando di San Genesio (1334-1350) che abbellì questa città, ricostruendo il palazzo patriarcale, pur non trascurando Aquileia. Nel 1348 un forte terremoto sconvolse Aquileia, e non fu l’unico nel medioevo. Esso danneggiò gravemente la basilica, ricostruita nell’aspetto attuale dal Patriarca Marquardo di Randeck (1365-1381), che portò anche a termine i lavori di precedenti Patriarchi, alcuni della famiglia dei Torriani, sepolti nella stessa basilica, come del resto era avvenuto per i tanti patriarchi da Poppone in poi. Marquardo era vescovo di Ausburg, con grande esperienza di uomo d’armi, legato imperiale ad Avignone e legato papale in altre parti d’Europa. Sull’elsa della sua spada stava scritto AN MCCCLXVI DIE VI IUL TEM. RE MARQUARDI PATR. Nel 1420 Venezia mise fine allo stato patriarcale friulano occupandolo militarmente, malgrado la disperata resistenza del Patriarca Ludovico di Teck. Dissolto il potere temporale, la chiesa di Aquileia avrebbe potuto ora svolgere meglio almeno il suo compito religioso e benefico. Avrebbe potuto dare unità alle genti ed alle terre che aveva per secoli riunite. Invece i nuovi Patriarchi furono scelti fra le Famiglie Patrizie venete, che abitavano lonatano sia da Aquileia che dal Friuli. Della crisi di Aquileia ne risentì direttamente anche l’isola di Grado, il cui Patriarca, fin dalla prima metà del XII secolo si era trasferito a Venezia, sopprimendone di fatto sia il Patriarcato che la Diocesi di Castello (1451). Alla fine dello stato patriarcale di Aquileia seguì pure il declino economico del Friuli, di cui esso era stato parte attiva. Nella seconda metà del secolo, ripetute invasioni turche devastarono ancora una volta la pianura friulana. Aquileia-città fece parte della Repubblica veneta fino al 1521 (Trattato di Worms), quando entrò a far parte della contea di Gorizia, nell’ambito dell’Impero. La Diocesi di Aquileia invece era in uno stato precario e non poteva essere retta in maniera uniforme in quanto si estendeva ad Oriente nell’Impero e ad ovest nelle terre di Venezia. Nel 1574 si cercò di porre rimedio a questa situazione istituendo l’Arcidiaconato di Gorizia, quale premessa di trasferimento della sede patriarcale a Gorizia. Aquileia offriva un quadro molto triste di trascuratezza e di depressione. Venivano anche colpevolmente disperse le ultime reliquie della vita cristiana antica: l’antico rito patriarchino veniva abbandonato. Il senso di colpa fu assunto da alcuni patriarchi aquileiesi e soprattutto da Giovanni Grimani (1585-1593). Essi non si curarono nemmeno della ristampa dei testi liturgici aquileiesi. Così il clero fu indotto ad usare i testi liturgici romani, come prescritto dal Papa Pio V. La soppressione della particolare liturgia aquilese fu decisa dal Concilio provinciale di Udine (1596) su iniziativa del Patriarca Francesco Barbaro (1593-1616). Ma la divisione di fatto avvenne quando (1625-1628) l’Imperatore Ferdinando II vietò ai suoi sudditi di avere contatti col cosiddetto Patriarca di Aquileia. Costui aveva cercato di impedire ogni smembramento con vari interventi, invano. La gravità e la confusione imperavano anche per la penetrazione delle infiltrazioni luterane nella Carniola e nel Goriziano. La plurisecolare controversia dell’estensione patriarcale nei due stati contigui fu risolta con la bolla di Papa Benedetto XIV (1751), Iniuncta nobis,che decretava la scomparsa di quella che era stata definita “la seconda dignità dopo quella romana”. Maria Teresa otterrà dal Papa la soppressione dell’antica istituzione: vennero formate due Arcidiocesi, una a Gorizia (1752) ed una ad Udine (1753) che ereditavano ciascuna una porzione della giurisdizione aquileiese. Gorizia, nell’Impero, era a capo di una provincia che comprendeva Como, Trento, Trieste, Pedena; ad Udine facevano capo le Diocesi di Padova, Vicenza, Verona, Treviso, Ceneda, Belluno-Feltre, Concordia, Capodistria, Cittanova, Parenzo e Pola. Venne diviso anche il tesoro di Aquileia con le sue reliquie. Si rinnovava così il pianto, dopo mille anni, del Patriarca Paolino per il commercio delle reliquie dell’antica metropoli. Nella seconda metà del settecento, con il trionfo della politica di Giuseppe II, furono chiusi i monasteri e venduti gli antichi edifici di culto. Aquileia divenne un’umile borgata della bassa pianura friulana. La storia di Aquileia più recente vede avvenimenti di ordine politico o amministrativo: nel 1915 fu conquistata dalle truppe italiane; nel 1923, soppressa la provincia di Gorizia, fece parte della provincia del Friuli. Ricostituita quest’ultima nel 1927, Aquileia ed il mandamento di Cervignano rimasero legate a Udine. Il Patriarcato di Aquileia, nei suoi 1500 anni di vita, ha permesso una coesione di popoli e di etnie diverse, sviluppando e mescolando le tre maggiori culture presenti nel suo territorio, quella tedesca, slovena e ladina; ha incentivato i commerci, ha liberalizzato i servi, è intervenuto nella bonifica del territorio. Ha lasciato i segni ancor oggi di una potenza perduta.ADDENDA

I PATRIARCHI di AQUILEIA (d.C.)

SAN MARCO (?) 49 d.C.   REVANGERO TEDESCO 1065
S. ERMAGORA GERMANICO 50   SIGEARDO TEDESCO 1068
S. ILARIO PANNONICO 276   ENRICO TEDESCO 1077
CRISOGONO TRACIO 286   FEDERICO SLAVO 1084
S. TEODORO TRACIO 308   ULRICO DI CARINZIA 1086
CRISOGONO AQUILEIESE 318   RICCARDO DI PREMARIACCO 1120
AGAPITO AQUILEIESE 319   PELLEGRINO I DI CARINZIA 1130
S. BENEDETTO ROMANO 332   ULRICO DI TREFFEN 1162
FORTUNATO PALESTINESE 343   GITIFREDO TEDESCO 1182
S. VALERIANO 367   PELLEGRINO II TEDESCO 1195
S. CROMAZIO ISPANICO 387   VOLCHERO DI             ELLENBRECHTSKIRCHEN 1204
AGOSTINO BENEVENTANO –             DELFINO ALTINATE – MASSIMO 406   BERTOLDO DI ANDECHS MERANIA 1218
GENNARO ISTRIANO –             SECONDO 444   GREGORIO DI MONTELONGO 1251
NICETA – MARCELIANO –             MARCELLINO ROMANO 458   RAIMONDO DELLA TORRE 1271
STEFANO MILANESE 515   PIETRO DI GERA 1299
MACEDONIO 536   OTTOBONO DEI RAZZI 1301
PAOLINO ROMANO 568   GASTONE DELLA TORRE 1317
PROBINO 573   PAGANO DELLA TORRE 1319
ELIA AQUILEIESE 575   BERTRANDO DI S.GENESIO 1334
SEVERO RAVENNATE 589   NICOLO’ DI LUSSEMBURGO 1350
GIOVANNI 605   LUDOVICO I DELLA TORRE 1359
MARZIANO ISTRIANO 633   MARQUARDO DI RANDECK 1365
FORTUNATO 633   FILIPPO D’ALENÇON 1381
FELICE 649   GIOVANNI DI MORAVIA 1387
GIOVANNI 660   ANTONIO I GAETANI 1395
PIETRO 670   ANTONIO II PANCERA 1402
SERENO 698   LUDOVICO II DI TECK 1411
CALLISTO 730   FINE DELLO STATO PATRIARCALE 1420
GIOVANNI 772   LUDOVICO SCARAMPI 1440
SIGINALDO LONGOBARDO 774   MARCO BARBO 1465
S. PAOLINO AUSTRIACO 777   ERMOLAO BARBARO 1491
ORSO 804   NICOLO’ DONATO 1493
MASSENZIO 814   DOMENICO GRIMANI 1497
ANDREA 844   MARINO GRIMANI 1517
INDELMARIO 857   MARCO GRIMANI 1529
LUPO 878   GIOVANNI GRIMANI 1545
VALPERTO 879   DANIELE BARBARO 1550
FEDERICO FRANCO 884   FRANCESCO BARBARO 1585
LEONE LONGOBARDO 897   ERMOLAO BARBARO 1596
ORSO 909   ANTONIO GRIMANI 1622
LUPO 932   AGOSTINO GRADENIGO 1628
ENGELFREDO 945   MARCO GRADENIGO 1629
RODOALDO 963   GIROLAMO GRADENIGO 1656
GIOVANNI 994   GIOVANNI DELFIN 1658
POPPONE CARINZIANO 1019   DIONIGI DELFIN 1699
EBERARDO LONGOBARDO 1044   DANIELE DELFIN 1734
GOTEBALDO TEDESCO 1049   SOPRESSIONE DEL PATRIARCATO             COME GIURISDIZIONE ECCLESIASTICA 1751

 

UDIENZA GENERALE
Aula Paolo VI Mercoledì, 5 dicembre 2007
San Cromazio d’Aquileia
Cari fratelli e Sorelle!
nelle ultime due catechesi abbiamo fatto un’escursione attraverso le Chiese d’Oriente di lingua semitica, meditando su
Afraate persiano e sant’Efrem siro; oggi ritorniamo nel mondo latino, al Nord dell’Impero Romano, con san Cromazio di Aquileia. Questo Vescovo svolse il suo ministero nell’antica Chiesa di Aquileia, fervente centro di vita cristiana situato nella Decima regione dell’Impero romano, la Venetia et Histria. Nel 388, quando Cromazio salì sulla cattedra episcopale della città, la comunità cristiana locale aveva già maturato una storia gloriosa di fedeltà al Vangelo. Tra la metà del terzo e i primi anni del quarto secolo le persecuzioni di Decio, di Valeriano e di Diocleziano avevano mietuto un gran numero di martiri. Inoltre, la Chiesa di Aquileia si era misurata, come tante altre Chiese del tempo, con la minaccia dell’eresia ariana. Lo stesso Atanasio – l’alfiere dell’ortodossia nicena, che gli ariani avevano cacciato in esilio –, per qualche tempo trovò rifugio ad Aquileia. Sotto la guida dei suoi Vescovi, la comunità cristiana resistette alle insidie dell’eresia e rinsaldò la propria adesione alla fede cattolica.
Nel settembre del 381 Aquileia fu sede di un Sinodo, che vide convenire circa 35 Vescovi dalle coste dell’Africa, dalla valle del Rodano e da tutta la Decima regione. Il Sinodo si proponeva di debellare gli ultimi residui dell’arianesimo in Occidente. Al Concilio prese parte anche il presbitero Cromazio, in qualità di esperto del Vescovo di Aquileia, Valeriano (370/1-387/8). Gli anni intorno al Sinodo del 381 rappresentano “l’età d’oro” della comunità aquileiese.
San Girolamo, che era nativo della Dalmazia, e Rufino di Concordia parlano con nostalgia del loro soggiorno ad Aquileia (370-373), in quella specie di cenacolo teologico che Girolamo non esita a definire tamquam chorus beatorum, “come un coro di beati” (Cronaca: PL XXVII,697-698). In questo cenacolo – che ricorda per alcuni aspetti le esperienze comunitarie condotte da Eusebio di Vercelli e da Agostino – si formarono le più notevoli personalità delle Chiese dell’Alto Adriatico.
Ma già nella sua famiglia Cromazio aveva imparato a conoscere e ad amare Cristo. Ce ne parla, con termini pieni di ammirazione, lo stesso Girolamo, che paragona la madre di Cromazio alla profetessa Anna, le sue due sorelle alle vergini prudenti della parabola evangelica, Cromazio stesso e il suo fratello Eusebio al giovane Samuele (cfr Ep VII: PL XXII,341). Di Cromazio e di Eusebio Girolamo scrive ancora: “Il beato Cromazio e il santo Eusebio erano fratelli per il vincolo del sangue, non meno che per l’identità degli ideali” (Ep. VIII: PL XXII,342).
Cromazio era nato ad Aquileia verso il 345. Venne ordinato diacono e poi presbitero; infine fu eletto Pastore di quella Chiesa (a. 388). Ricevuta la consacrazione episcopale dal Vescovo
Ambrogio, si dedicò con coraggio ed energia a un compito immane per la vastità del territorio affidato alla sue cure pastorali: la giurisdizione ecclesiastica di Aquileia, infatti, si estendeva dai territori attuali della Svizzera Baviera, Austria e Slovenia, giungendo fino all’Ungheria.
Quanto Cromazio fosse conosciuto e stimato nella Chiesa del suo tempo, lo si può arguire da un episodio della vita di san Giovanni Crisostomo. Quando il Vescovo di Costantinopoli fu esiliato dalla sua sede, scrisse tre lettere a quelli che egli riteneva i più importanti Vescovi d’Occidente, per ottenerne l’appoggio presso gli imperatori: una lettera la scrisse al Vescovo di Roma, la seconda al Vescovo di Milano, la terza al Vescovo di Aquileia, Cromazio appunto (Ep. CLV: PG LII, 702). Anche per lui, quelli erano tempi difficili a motivo della precaria situazione politica. Molto probabilmente Cromazio morì in esilio, a Grado, mentre cercava di scampare alle scorrerie dei barbari, nello stesso anno 407 nel quale moriva anche il Crisostomo.
Quanto a prestigio e importanza, Aquileia era la quarta città della penisola italiana, e la nona dell’Impero romano: anche per questo motivo essa attirava le mire dei Goti e degli Unni. Oltre a causare gravi lutti e distruzioni, le invasioni di questi popoli compromisero gravemente la trasmissione delle opere dei Padri conservate nella biblioteca episcopale, ricca di codici. Andarono dispersi anche gli scritti di san Cromazio, che finirono qua e là, e furono spesso attribuiti ad altri autori: a Giovanni Crisostomo (anche per l’equivalente inizio dei due nomi, Chromatius come Chrysostomus); oppure ad Ambrogio e ad Agostino; e anche a Girolamo, che Cromazio aveva aiutato molto nella revisione del testo e nella traduzione latina della Bibbia. La riscoperta di gran parte dell’opera di Cromazio è dovuta a felici e fortunose vicende, che hanno consentito solo in anni recenti di ricostruire un corpus di scritti abbastanza consistente: più di una quarantina di sermoni, dei quali una decina frammentari, e oltre sessanta trattati di commento al Vangelo di Matteo.
Cromazio fu sapiente maestro e zelante pastore. Il suo primo e principale impegno fu quello di porsi in ascolto della Parola, per essere capace di farsene poi annunciatore: nel suo insegnamento egli parte sempre dalla Parola di Dio, e ad essa sempre ritorna.
  • Alcune tematiche gli sono particolarmente care: anzitutto il mistero trinitario, che egli contempla nella sua rivelazione lungo tutta la storia della salvezza.
  • Poi il tema dello Spirito Santo: Cromazio richiama costantemente i fedeli alla presenza e all’azione della terza Persona della Santissima Trinità nella vita della Chiesa.
  • Ma con particolare insistenza il santo Vescovo ritorna sul mistero di Cristo. Il Verbo incarnato è vero Dio e vero uomo: ha assunto integralmente l’umanità, per farle dono della propria divinità. Queste verità, ribadite con insistenza anche in funzione antiariana, approderanno una cinquantina di anni più tardi alla definizione del Concilio di Calcedonia.
  • La forte sottolineatura della natura umana di Cristo conduce Cromazio a parlare della Vergine Maria. La sua dottrina mariologica è tersa e precisa. A lui dobbiamo alcune suggestive descrizioni della Vergine Santissima: Maria è la “vergine evangelica capace di accogliere Dio”;
  • è la “pecorella immacolata e inviolata”, che ha generato l’”agnello ammantato di porpora” (cfr Sermo XXIII,3: Scrittori dell’area santambrosiana 3/1, p. 134).
  • Il Vescovo di Aquileia mette spesso la Vergine in relazione con la Chiesa: entrambe, infatti, sono “vergini” e “madri”. L’ecclesiologia di Cromazio è sviluppata soprattutto nel commento a Matteo. Ecco alcuni concetti ricorrenti:
  • la Chiesa è unica, è nata dal sangue di Cristo;
  • è veste preziosa intessuta dallo Spirito Santo; la Chiesa è là dove si annuncia che Cristo è nato dalla Vergine, dove fiorisce la fraternità e la concordia.

Un’immagine a cui Cromazio è particolarmente affezionato è quella della nave sul mare in tempesta — e i suoi erano tempi di tempesta, come abbiamo sentito — : “Non c’è dubbio”, afferma il santo Vescovo, “che questa nave rappresenta la Chiesa” (cfr Tract. XLII,5: Scrittori dell’area santambrosiana 3/2, p. 260).
Da zelante pastore qual è, Cromazio sa parlare alla sua gente con linguaggio fresco, colorito e incisivo. Pur non ignorando il perfetto cursus latino, preferisce ricorrere al linguaggio popolare, ricco di immagini facilmente comprensibili. Così, ad esempio, prendendo spunto dal mare, egli mette a confronto, da una parte, la pesca naturale di pesci che, tirati a riva, muoiono; e, dall’altra, la predicazione evangelica, grazie alla quale gli uomini vengono tratti in salvo dalle acque limacciose della morte, e introdotti alla vita vera (cfr Tract. XVI,3: Scrittori dell’area santambrosiana 3/2, p. 106).

Sempre nell’ottica del buon pastore, in un periodo burrascoso come il suo, funestato dalle scorrerie dei barbari, egli sa mettersi a fianco dei fedeli per confortarli e per aprirne l’animo alla fiducia in Dio, che non abbandona mai i suoi figli.
Raccogliamo infine, a conclusione di queste riflessioni, un’esortazione di Cromazio, ancor oggi perfettamente valida:

Preghiamo il Signore con tutto il cuore e con tutta la fede – raccomanda il Vescovo di Aquileia in un suo Sermone –

  • preghiamolo di liberarci da ogni incursione dei nemici, da ogni timore degli avversari.
  • Non guardi i nostri meriti, ma la sua misericordia, lui che anche in passato si degnò di liberare i figli di Israele non per i loro meriti, ma per la sua misericordia.
  • Ci protegga con il solito amore misericordioso, e operi per noi ciò che il santo Mosè disse ai figli di Israele: Il Signore combatterà in vostra difesa, e voi starete in silenzio.
  • È lui che combatte, è lui che riporta la vittoria… E affinché si degni di farlo, dobbiamo pregare il più possibile. Egli stesso infatti dice per bocca del profeta: Invocami nel giorno della tribolazione; io ti libererò, e tu mi darai gloria” (Sermo XVI,4: Scrittori dell’area santambrosiana 3/1, pp. 100-102).

Così, proprio all’inizio del tempo di Avvento, san Cromazio ci ricorda che l’Avvento è tempo di preghiera, in cui occorre entrate in contatto con Dio. Dio ci conosce, conosce me, conosce ognuno di noi, mi vuol bene, non mi abbandona. Andiamo avanti con questa fiducia nel tempo liturgico appena iniziato. © Copyright 2007 – Libreria Editrice Vaticana


Da Betlemme al Friuli, le statue del presepe in omaggio a San Cromazio

Simboleggia un filo diretto tra la Terra Santa e il Friuli. Ma è soprattutto l’omaggio all’anno cromaziano il presepe realizzato nell’unica parrocchia al mondo intitolata a San Cromazio d’Aquileia, nel quartiere udinese del Villaggio del Sole. Una tradizione che nella parrocchia si ripete da anni e che in occasione di queste festività natalizie assume ancora più valore per i festeggiamenti del Santo di Aquileia padre della Chiesa e vescovo di Aquileia dal 388 al 408. Un evento, l’anno cromaziano, per il quale i vescovi del Friuli Venezia Giulia hanno invitato il Santo Padre, Benedetto XVI, in Friuli nel marzo del 2009. E intanto, nella parrocchia di San Cromazio, in festa per un intero anno, il parroco don Carlo Gervasi, insieme alla comunità dei fedeli, ha deciso di far realizzare un presepe con statue in legno d’ulivo provenienti direttamente dalla Terra Santa. Statue alte 40 centimetri, una capanna realizzata – come l’intero presepe da uno dei fedeli, Pasquale Riccitelli – con gli stessi mattoni con cui è stata costruita al chiesa di San Cromazio e come contorno le foto del pellegrinaggio in Terra Santa che don Carlo Gervasi, insieme a un centinaio di fedeli della parrocchia, ha intrapreso nell’agosto dello scorso anno. «Proprio durante il pellegrinaggio attraverso Gerusalemme, Nazareth, Betlemme, vedendo le statue in legno – spiega Riccitelli – la parrocchia ha deciso di acquistarle per aiutare economicamente i cristiani della Palestina che vivono una condizione di grande difficoltà». Per questo, nel presepe che sarà esposto fino al tre febbraio, è presente anche una cassetta per le offerte che verranno destinate in Terra Santa.
Gianpiero Bellucci

Solennità dei Ss. Ilario Vescovo e Taziano Diacono – Gorizia, Chiesa Metropolitana, 16 marzo 2006

giovedì 16 marzo 2006

  1. “Però noi abbiamo questo tesoro in vasi di creta, perché appaia che questa potenza straordinaria viene da Dio e non da noi”( 2 Cor 4,7).                 Con queste parole vogliamo celebrare la Solennità dei SS.Ilario e Taziano principali Patroni della città di Gorizia, lasciandoci illuminare dalle parole dell’autore, Paolo.                 Proviamo ad immaginare lo stato d’animo dell’apostolo nel momento in cui ha scritto queste parole.                 Egli veniva criticato dei segni di debolezza del suo ministero. Era stato in visita a Corinto, ma i contrasti erano stati così forti, che aveva preferito ripartire. Tanto che alcune persone avevano avuto l’impressione che se ne era andato, per non essere stato capace di affrontare i problemi, di non aver risolto la situazione ‘in loco’; per loro se ne era andato via, prendendo per così dire l’uscita di sicurezza. Poi a distanza aveva scritto una “lettera” fra le lacrime.
    Ad essi Paolo era sembrato un indeciso, uno che non sapeva gestire la situazione, mancante di coraggio, incapace di portare a compimento con coerenza ciò che aveva programmato. Se rivendicava a sé il titolo di apostolo, doveva quanto meno avere l’autorità di prendere in mano la situazione, manifestare il valore, la dignità, l’autorità apostolica!                 Mostrasse le qualità di Colui che lo aveva mandato!                 E siccome Dio è grande e potente e glorioso, fosse egli pure grande, potente, glorioso ! Così i suoi contraddittori!                 A ben riflettere, negli avversari dell’apostolo era presente l’ideologia che veste personalità carismatiche, affascinanti, emozionanti nel parlare.                 Per l’apostolo non è questo il modo di testimoniare il Signore. La grazia di Dio convive con la nostra fragilità. Siamo a immagine e somiglianza di Dio, ma continuamente esposti alle debolezze umane e al male, perciò dice: “Abbiamo questo tesoro in vasi di creta” , l’immagine è efficace e densamente ricca di significati.                 Siamo argilla, plasmata dalla mano del Vasaio (cfr Gn 2; Is 64,7; Ger 8,1-11). La nostra fragilità è sostanziale.                 Il riflesso di Dio che si comunica nell’apostolato non può essere prodotto dalle qualità umane, dall’abilità o dal carisma dell’apostolo. Dio stesso ha scelto di affidare se stesso a chi è segnato da una fragilità strutturale (l’essere umano) e da una storia di fragilità personale (il peccato) con un amore che rischia il Calvario. Il fatto prodigioso che questo vaso sia di creta, è la storia della salvezza.                 Nel vaso d’argilla dunque sta l’annuncio propriamente cristiano dell’Incarnazione : la pienezza di Dio sulla debolezza umana.
  2. Il tema della fragilità porta poi a delineare elenchi di difficoltà : “siamo infatti tribolati…, ma non schiacciati; siamo sconvolti, ma non disperati; perseguitati ma non abbandonati; colpiti, ma non uccisi” (2 Cor 4,8-9).                 Sono le difficoltà che Ilario e Taziano hanno affrontato per vivere in se stessi la vita di Gesù. È la legge della croce, ma nel contempo della vita; è la sofferenza dell’evangelizzazione, perché Cristo sia generato in tutti, perché non si è mai visto un parto in cui una persona soffre e gli altri generano. È l’esperienza della paternità e maternità : morire a se stessi, perché il sacrificio compiuto ha valore per la vita dei figli. Le sofferenze del ministero – dice Paolo – continuano a plasmare quel vaso che siamo noi.                 È possibile dunque vivere ogni condizione di ministero con grande spirito di fiducia, riconoscendo le difficoltà presenti e reali senza demoralizzarsi, ma, al contrario, essendo consapevoli che in queste sofferte fatiche c’è un germe di grazia, di vita e di risurrezione.
    La prova appartiene al mandato apostolico e lo feconda.
  3. Di fronte a una tale visione della vita apostolica, mi pare si apra per noi, fratelli e sorelle, un orizzonte di grande libertà, profondamente evangelico : tutto è per la comunità, anche se la comunità non è tutto. Non dobbiamo pertanto dimenticare che essere latori del Vangelo, a volte, condurrà a fare esperienza di morte (Ilario e Taziano sono lì a confermarlo), ma la forza e la bellezza stanno insieme alla debolezza e alla povertà.                 Non saremo noi abbastanza forti, per non dirci deboli, ma non saremo mai così deboli da perderci nello scoraggiamento. È il mistero del tesoro in un vaso di creta.                 Le nostre faticose fragilità sono un ambone da cui il Signore può annunciare il suo Vangelo.
  4. È bello ricordare ciò nella Solennità odierna, a dei cristiani ai quali Cristo ha affidato il compito di continuare la sua opera di salvezza. Certamente è il mondo l’orizzonte al quale rivolgersi, ma il mondo al quale portare l’annuncio cristiano inizia là dove siamo chiamati a vivere. È quanto ci chiede il documento Testimoni di Gesù Risorto, speranza del mondo, che intende prepararci per il Convegno ecclesiale di ottobre 2006 a Verona.                 Scopo del IV° Convegno ecclesiale nazionale è quello di aiutare i fedeli ad essere testimoni di Gesù Risorto, cominciando con il “narrare l’incontro con Lui, facendo sorgere il desiderio di Lui in chi vede e ascolta e sua volta decide di farsi discepolo” (Traccia di riflessione, n° 10).                 La testimonianza deve infatti narrare il contenuto della speranza cristiana, ma, nel contempo deve indicare anche il cammino che porta a riconquistarla.
    E l’esercizio della testimonianza contempla anche un’area dell’esperienza personale e sociale che ha una valenza antropologica che interpella ogni cristiano e ogni comunità.                 Nella festa della città è opportuno che ricordiamo che un ambito di riferimento della vita dell’uomo è quello della cittadinanza, in cui si esprime la dimensione dell’appartenenza sociale e civile degli uomini.                 Un cristiano non può dimenticare che è radicato in una storia civile, dotata delle sue tradizioni e dei suoi personaggi, e insieme il suo significato universale di civiltà politica.                 Siamo al contempo al centro di processi di globalizzazione in cui la cittadinanza si trova ad essere insieme locale e mondiale.                 Pur considerandoci, aiutati dalle statistiche ufficiali, in una oasi di relativa tranquillità (Gorizia tra le prime città vivibili d’Italia), i grandi problemi della cittadinanza mondiale non ci sono estranei..
    Siamo coinvolti negli emergenti problemi della fame e della povertà, della giustizia economica internazionale, della emigrazione, della pace e dell’ambiente.                 I cristiani non possono non chiedersi : che cosa apporta la speranza cristiana all’impegno di cittadinanza?
    Sanno che l’impegno civile, nel rispetto della sua specificità sociale e politica, può essere un modo della testimonianza cristiana.
    Devono cercare di evitare che l’interesse per le grandi questioni della cittadinanza del nostro tempo si riduca a una questione di schieramento ideologico, stimolando invece forme di impegno significativo.                 Un cristiano sa di trovare nella Dottrina sociale della Chiesa un riferimento fecondo al suo agire, non preferendo o premettendo la sua opinione alla Dottrina, il suo vedere parziale a quello condiviso dalla Comunità.
    Carissimi fratelli e sorelle, l’apostolo Pietro nella sua prima lettera, richiamata dai vescovi nel percorso verso Verona, ci esorta ad essere testimonidi Gesù Risorto con “dolcezza”, “rispetto” e “retta coscienza”. E ci invita ad un atteggiamento umile nei confronti della verità, da cui nasce anche attenzione verso gli altri e verso le condizioni della loro esistenza, così che la testimonianza non sia mai fonte di divisione o di contrasto, ma sempre di edificazione vicendevole.                 Non so se siamo riusciti sempre a mettere in pratica l’esortazione dell’apostolo, vorremmo però farlo per essere testimoni di Gesù Cristo, speranza del mondo in “questa stupenda e drammatica scena temporale e terrena” (Paolo VI, Testamento) che è la nostra vita.

Amen

† Dino De Antoni             Arcivescovo Metropolita di Gorizia

            (Ph. Foto Agency Anteprima)

 

La lite tra Girolamo e Rufino, due umani padri della Chiesa (Marco Ronconi)


La lite tra Girolamo e Rufino,             due umani padri della Chiesa

di Marco Ronconi *

Se perfino tra Girolamo e Rufino è scoppiata la « discordia che ora ci fa piangere, quale amico non si potrà d’ora in poi temere come un possibile futuro nemico?». Sant’Agostino cercava così, nel 404, di appianare un dissidio che fece epoca e che, a raccontarlo, sembra un romanzo. Girolamo dì Stridone è lo stesso san Girolamo cui si attribuisce l’inizio della traduzione latina della Bibbia, la cosiddetta Vulgata. Le sue opere sono capisaldi dell’arte poetica cristiana, dell’esegesi e della letteratura ascetica. Già prima di divenire segretario di papa Damaso, la padronanza della retorica latina e greca, oltre che la discreta conoscenza dell’ebraico, ne facevano un intellettuale ricercato da molti, famoso per la rara competenza cosmopolita, ma anche per il carattere passionale e poco incline alla diplomazia. Rufino di Concordia non fu mai elevato agli altari, ma a lui si rifecero, tra gli altri, Agostino, Giovanni Cassiano, Cassiodoro, Benedetto da Norcia e Isidoro di Siviglia. Secondo j. Gribomont e buona parte della critica contemporanea, le traduzioni che elaborò dal greco al latino di opere capitali per la cristianità hanno «recato un contributo decisivo alla cultura, biblica e non, del Medioevo latino». E grazie a lui, ad esempio, se ancora oggi conosciamo alcuni testi di Origene, andati perduti nell’originale.

Entrambi cresciuti vicino ad Aquileia alla scuola del vescovo Cromazio, entrambi traduttori ed esegeti, entrambi monaci e legati a nobildonne romane (Melania per Rufino e Paola per Girolamo), con cui fondarono monasteri in due diversi punti di Gerusalemme, avevano chiaramente idee diverse sui metodi di traduzione della Bibbia e sull’interpretazione della vita ascetica, ma nessuno immaginava quanto sarebbe accaduto nella controversia su Origene, il primo intellettuale cristiano di livello enciclopedico, vissuto ad Alessandria nel III secolo. La controversia nacque dal fatto che i testi di Origene, scritti evidentemente prima delle elaborazioni dottrinali dei grandi concili, si prestavano a interpretazioni difficili. All’epoca di Girolamo e Rufino, erano guardate con sospetto alcune sue spiegazioni sulla resurrezione della carne, sulla salvezza del diavolo, sull’esegesi allegorica e sulla preesistenza delle anime.

Nel 398, in particolare, inizia una “raccolta di firme” per mettere all’indice l’alessandrino. Girolamo, che pure ha mostrato fino a quel punto incomparabile stima per colui che ha elogiato come grandissimo maestro aderisce al movimento antiorigenista, suscitando le critiche di molti, tra cui Rufino, che lo bollano in modo sottile ma inequivocabile come un traditore. Per lettera, volano parole grosse – soprattutto da parte di Girolamo – ma i due, complici anche amici comuni, riescono a riconciliarsi quasi subito, al punto che Rufino, presentando la traduzione di una delle opere più notevoli di Origene, cita Girolamo come modello del particolare metodo adottato. Il cardinale della Repubblica ceca Tomàš Špidllìk lo spiega così: «Non tutti coloro che traducono letteralmente i termini rendono bene anche il pensiero dell’autore. Per comprendere bene un testo bisogna amarlo. Ed è ciò che fa Rufino. Egli ammira il pensiero di Origene e perciò, nonostante la sua libertà nei termini, rende spesso meglio le idee principali del grande maestro alessandrino». Per preservare il buono della dottrina di Origene, quindi, non esita a smussare, togliere e ricomporre i testi, come del resto era costume tipico dell’epoca.

Il problema è che quando Girolamo legge la dedica, va su tutte le furie. Non vuole in nessun modo il suo nome legato all’alessandrino e, tra gli epiteti più lievi con cui parla di Rufino, risuonano «scorpione», «asino», «canaglia». Traduce poi la stessa opera senza nessuno degli accomodamenti di Rufino, per mostrare non solo quanto sia pericolosa, ma anche quanto poco credibile sia il lavoro dell’ex amico. Questi dà allora alle stampe un’Apologia, in cui ribatte chiedendo a Girolamo: «Che cosa è più audace e temerario: tradurre questi libri di Origene, dei quali quasi tutta la materia avevi già esposto in altre opere e tutte le dottrine che ora condanni avevi già pubblicate in opere tue: oppure alterare i libri della Sacra Scrittura […] basandoti su una traduzione nuova del testo ebraico? Quale di queste due azioni ti sembra più illecita?». La tenzone crescerà ancora, fino a livelli d’acrimonia e di colore stupefacenti, su cui non ci addentriamo oltre. A un certo punto Rufino smise di replicare, mentre «finalmente è stata schiacciata la testa dell’idra», è la non criptica frase con cui Girolamo commentò la morte dell’altro.

Personalmente, pur comprendendo lo scoramento di Agostino, quando mi capita oggi di considerare l’importanza che hanno avuto le opere di questi uomini nella tradizione cristiana, avverto un qualche retrogusto di consolazione: amo infatti immaginare Girolamo e Rufino da qualche parte, sotto lo sguardo paziente e vigilante di un angelo, continuare ancora a discutere animatamente, l’uno un po’ più burbero e focoso, l’altro più sospirante e silenzioso, e capisco sempre più come il termine “Padri della Chiesa” sia sapientemente ricco di umanità e soprattutto plurale.

* teologo e insegnante di religione

(da Jesus, dicembre 2006)

Era l’ottava di Pasqua, una Pasqua alta, aprilina, quando le campane dell’isola, dopo i mattutini, si misero a chiamare a gran voce. E tutto il paese già sapeva che cosa significasse quel richiamo e grandi e piccoli s’erano levati in fretta, per andare incontro al nuovo parroco, che non conoscevano, ma di cui avevano già sentito dire meraviglie, e che tutti attendevano con fiduciosa speranza. Di che? Non avrebbero saputo dire: ma certo ognuno attendeva quasi un dono personale, un qualche bene per sé e perché i suoi più cari…Già erano pronte le barche dei pescatori, tutte pavesate a festa, ornate di fiori, che sarebbero andate a prelevare il Pastore, ai limiti della terraferma. La più bella, la più potente, l’avevano preparata per lui con un trono sulla tolda coperta da grandi tappeti. E ovunque fiori, a mazzi, a corone, a festoni; e tante bandiere garrule e festose, da far impazzire i bimbi di gioia e far sorridere di contentezza anche i vecchi. Le adiacenze del porto erano nere di gente. E puro era il cielo primaverile, e giovane e ridente il nuovo sole. Perfino nelle pietre dei moli c’era un tepore che commoveva, e l’acqua del porto aveva un intimo tremore di gioia. Ad un certo momento cominciarono a tonare i petardi. Era in arrivo. La gente ondeggiava sulle rive come un campo di grano sotto il maestrale. La processione s’affacciò sul canale che veniva dalla terraferma. Tutti gli occhi erano là in fondo. Ed ecco il corteo imboccare il canale del porto. Anche io ero tra la mia gente, col cuore in tumulto. Ecco sfilare nel sole alto e nella romba solenne dei motori, la barca che portava assiso in trono, il giovane Arciprete. Era tutto vestito di viola; aveva, appesa a una collana d’oro, la croce pettorale come un vescovo, e un’aria assorta e commossa, quasi di vittima sacra. I miei occhi si velarono, e quasi inconsapevolmente dissi: “Benedictus qui venit in nomine Domini”. Non era facile venire tra noi, nel nome del Signore. Quella massa nera di gente che sotto il sole osannava, era come il suo mare, che cambia facilmente di umore. Pareva che volessero buttarli ai piedi le loro anime. Ma incerta è la nostra capacità di devozione; ma dubbia la nostra capacità di farci cavi per accogliere la Parola e incarnarla nella quotidianità. Guardavo al nobile viso, pallido di commozione dell’arciprete. Volentieri lo avrei baciato. E all’uomo avrei detto: “Grazie fratello per la tua volontà di sacrificio. Avrai bisogno di tutta la tua fede, di tutta la tua umiltà, di tutta tua capacità d’amore, di tutta la tua giovane forza, per superare la solitudine e l’amarezza di un prossimo domani. Dio ti assista. Te lo auguro con tutto il cuore; e di ogni tua opera, di ogni bene che farai, fin d’ora ti ringrazio. Non ti lasciare ingannare dal nostro entusiasmo; dalla nostra capacità di volgere in canto chiaro tutta la vita. Siamo marinai e tu della terra ferma; ogni vento ci muove e ci porta via. Non sappiamo la legge che obbliga alla costanza, alla fermezza. E sappiamo mordere la mano che ci benefica. Dio t’aiuti, prete! E la tua lotta contro la nostra morte sia vittoriosa”.

Biagio Marin

16 febbraio A.D. 1957    –    VITA NUOVA
I gradesi esultanti preparano solenni accoglienze a Mons. Fain
Un manifesto del Comune di devoto ossequio al nuovo Arciprete
Con la morte di mons. Sebastiano Tognon, Arciprete Decano di Grado, si era presentato un problema non indifferente da risolvere per la successione, anche per il particolare carattere che riveste nell’isola lagunare la persona e l’autorità del Parroco il quale, in una località abbarbicata tenacemente a nobilissime tradizioni, vi interpreta le glorie di un Patriarcato, che nei secoli l’hanno resa famosa.
La nomina di mons. Silvano Fain, risaputa tempestivamente, ha portato un fermento di vera letizia nel buon popolo gradese soddisfatto che un procedimento alquanto complesso avesse avuto una conclusione tanto sollecita e felice.
Mons. Silvano Fain nasce a Cormons il 19 giugno 1921. Entrato nel Seminario di Gorizia nell’ottobre del 1932, assolse agli studi ginnasiali e teologici e venne consacrato sacerdote da S.E. mons. Carlo Margotti il 4 giugno 1944. Durante l’anno scolastico 1944-45 fu prefetto generale del Seminario Teologico Centrale di Gorizia e inoltre catechista dell’Istituto per Geometri, sempre nel capoluogo isontino. Dal 1945 al 1949, ospite a Roma del Seminario Francese, frequentò il Pontificio Ateneo “Angelicum” conseguendo nel luglio del 1947 la laurea “magna cum laude” in teologia, dissertando una tesi su San Girolamo e Ruffino d’Aquileia. Continuò poi per un successivo biennio gli studi al Pontificio Istituto Biblico, ottenendo l’abilitazione all’insegnamento della Sacra Scrittura. Rientrato in diocesi occupò diversi e delicati incarichi. Per quanto riguarda l’insegnamento fu catechista all’Istituto Tecnico di Gorizia, insegnante di scienze bibliche nei Corsi Teologici e di francese ed altre materie nel Ginnasio-Liceo del Seminario. Qui da professore fu nominato in seguito pro-Rettore. Il 17 aprile 1951, a soli 30 anni, venne elevato alla dignità di canonico teologo del Capitolo Metropolitano Teresiano di Gorizia. Divenne segretario del Comitato per l’Anno Mariano, esaminatore prosinodale, convisitatore per le visite pastorali, segretario della Commissione per le Conferenze del Clero, consigliere della Pia Opera Diocesana per le Vocazioni e il Seminario, censore dei libri, promotore di giustizia del Tribunale ecclesiastico metropolitano.
Nel 1952 e ‘53 mons. Fain si fece particolarmente notare per praticità organizzativa rivestendo la carica di segretario per il Congresso Eucaristico diocesano e per le celebrazioni del bicentenario dell’Arcidiocesi di Gorizia. I suoi molteplici contatti con tutte le autorità misero in risalto le sue doti di intelligenza, prudenza e capacità. Nel maggio 1954 fu nominato presidente dell’Opera Pontificia di Assistenza, fu in continuo movimento, in un susseguirsi interminabile di viaggi e di attività benefiche, provvedendo al funzionamento della mensa pontificia ed all’assistenza degli operai dei corsi di addestramento professionale e di tanti cantieri di lavoro; non ultima l’attività a favore delle colonie marine montane dei bambini della diocesi. Grande merito di mons. Fain fu la ideazione e costruzione del grandioso complesso della Colonia alpina dell’O.D.A. a Forni di Sopra.
“La gente ondeggiava sulle rive… Ecco sfilare nel sole alto e nella romba solenne dei motori, la barca che portava, assiso in trono, il giovane Arciprete…”

La Basilica di Sant’Eufemia

“Dio che ha iniziato in te la sua opera, la porti a compimento”

“Le implorazioni, denominate Rogazioni, esprimono la fede della Chiesa e le attese dell’umanità”. Si celebrano nei tre giorni prima dell’Ascensione, con itinerari diversi, alle prime ore del giorno. E’ caratteristica dell’Isola l’invocazione “AB INUNDATIONE AQUARUM” cui risponde coralmente il popolo “LIBERA NOS, DOMINE” e il celebrante benedice il mare.

1965 La “Regina degli Angeli”, ritorna alla sua Chiesa ancora e sempre circondata dalla devozione e dall’amore del popolo.

1972 Il Patriarca di Venezia, card. Albino Luciani (che sarà poi Papa Giovanni Paolo I) e il Monsignore entrano nella basilica di Sant’Eufemia. Il solenne pontificale suggellerà ancora una volta il legame storico-religioso tra Grado “Madre di Venezia” e la Città di San Marco.

Fra le iniziative liturgiche, monsignor Silvano Fain ha desiderato che i Vesperi fossero cantati tutte le domeniche e non soltanto nelle solennità. Infatti aveva saputo capire e assaporare la bellezza dei Salmi nell’espressione gioiosa di un latino popolarizzato dai fedeli, partecipanti con il canto. Un canto popolare non monodico, ma quasi polifonico, tuttora mantenuto, nei versi corali che rendono di eccezionale rilevanza il particolare modo di cantarli. I toni melodici (i cinque e più toni del psalterium) irrompono, dopo l’intonazione, per la risposta corale. “Non nobis Domine, non nobis, sed nomini tuo da gloriam” (Non a noi, Signore, non a noi, ma al tuo nome sia data gloria). Un latino, a volte comprensibile, a volte misterioso, per poi esplodere, con il tono quinto, a quella forma di grido di gioia, a ripieno d’organo e a ripieno di voci, entusiaste e sazie. Sazie di un bene ricevuto nella riconoscenza al Signore per poter dire, anzi cantare, con cuore e con voce convinta, il grazie di riconoscenza. Perché:
“In te Domine speravi: non confundar in aeternum” (In te Signore, io spero: non sarò deluso in eterno).
Un latino comprensibile, tradotto in un’espressione d’amore alla propria fede di secoli.

“Travagiào” in ufficio parrocchiale

Il mistero profondo della celebrazione pare rinforzato dall’atmosfera sprigionata dall’austera e suggestiva chiesa di Santa Maria delle Grazie.

Due feste che sottolineavano momenti della vita del poeta Biagio Marin: Ss. Pietro e Paolo, la nascita e San Bìagio, l’onomastico. In queste occasioni l’Arciprete, insieme ad alcuni amici rappresentanti delle istituzioni ed associazioni locali si recavano dal poeta per un saluto augurale ed intrattenersi con lui. Il poeta gradiva particolarmente la visita di giovani famiglie, in questo caso accompagnate da mons. Silvano Fain (foto del  3 febbraio 1985). E’ simpatico questo episodio: l’abbraccio affettuoso di Marin ai bambini.

Gruppo di rosarianti in Calle Marchesan. Grado si connota per il suo particolare affetto alla Madre di Dio. La devozione mariana è verificabile nell’assiduità con cui molte persone si riuniscono per innalzare la preghiera alla Madonna presso le numerose edicole votive, presenti nel centro storico ed anche nei rioni periferici.

Presiedere l’eucarestia costituisce il fulcro del ministero sacerdotale. Animato dalla carità pastorale, in un clima di preghiera e secondo uno stile di radicalità evangelica, il Parroco ha costantemente vissuto tale centralità. Nel quarantesimo della sua missione pastorale a Grado, luogo privilegiato di celebrazione e ringraziamento non poteva che essere l’altare, l’altare maggiore di Sant’Eufemia.

Negli anni la stessa affabilità, gli stessi impegni… e lo stesso sorriso.


 

Martedì 7 giugno 1994   –   IL PICCOLO

Tutta l’isola in festaper monsignor Fain

La chiesa diocesana e la comunità cristiana di Grado – e, attraverso loro, alcune rappresentanze significative della chiesa di Roma, di altre chiese locali e di rappresentanze varie – hanno pregato e ringraziato insieme Dio per i cinquant’anni di vita sacerdotale di monsignor Silvano Fain, parroco di Grado. E l’altro giorno attorno al parroco dell’Isola del sole si radunata una folla di fedeli; sembrava di trovarsi in Basilica nei momenti di maggiore intensità religiosa. Fedeli commossi e plaudenti i presenti, così come commosso era monsignor Silvano Fain. Una lunga concelebrazione (il parroco assieme a tanti sacerdoti che hanno collaborato con lui in questi lunghi anni) sentita e vissuta intensamente, con lo splendido accompagnamento della corale-orchestrale “Santa Cecilia”, con alla fine qualche momento per ricordare l’avvenimento e per i messaggi. Una lunga serie di telegrammi e di lettere è giunta a Grado, tra cui spicca la lettera del cardinale Sodano che, a nome del Papa, ha voluto far giungere a monsignor Fain il suo augurio. E poi ancora il messaggio del vescovo titolare di Grado, Crescenzio Sepe, e quelli del cardinale di Venezia, dei vescovi di Gorizia, Udine e Bolzano, dei frati del santuario di Barbana e dei responsabili delle Camere dei medici della Germania dell’Austria. E molti segni di riconoscenza, di stima o di semplice augurio sono pervenuti da tanti, gradesi e non, da associazioni e, per tramite di questo articolo, anche da parte del nostro giornale. Un momento molto significativo è stato quello del dono (un pregevole anello con inciso il monogramma di Elia) che sindaco Corbatto ha voluto offrire al parroco a nome di tutta la comunità. Alla fine l’omaggio del gruppo “Santa Cecilia” che ha intonato dapprima un brano friulano, quello cantato per accogliere monsignor Fain, originario di Cormons, quando 37 anni fa era giunto a Grado, e poi “Cussì xe nato Gravo”, una canzone che racchiude tutto il fascino e la storia dell’Isola del sole. Alla conclusione della cerimonia è giunto un breve ringraziamento del parroco rivolto al Signore e alla Madonna e poi ai genitori, alla parrocchia che lo ha visto nascere, ai vescovi e soprattutto “alla mia parrocchia” quella di Grado. Nonostante nell’arco di questi lunghi anni si siano passati momenti belli e meno belli, monsignor Silvano Fain ha affermato che a Grado la solidarietà è un sentimento ancora vivo. Dopo la celebrazione religiosa si è svolta la “Festa popolare” promossa dal Consiglio Pastorale Parrocchiale e con l’intervento di diverse associazioni ed enti locali: qualche assaggio di pietanze gradesi e poi musica, canti e scenette, tutto in omaggio all’amato parroco che, ricordiamo, i gradesi si erano scelti direttamente 37 anni fa.
            postato da angelonocent

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