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LETTERA APERTA: Fra Luigi Garbin o.h. ai suoi fratelli

 

COMUNICARE 

NELLA FEDE

Fra Luigi Garbin – LETTERA APERTA

AI CONFRATELLI DELLA PROVINCIA LOMBARDO-VENETA

Gorizia,  25 Marzo 2008,

Festa dell’Annunciazione 

DOV’E’ LA PROFEZIA ?

Carissimi tutti,

questa mia è indirizzata sia a coloro che nell’Ordine  ricoprono cariche di responsabilità che a coloro che esercitano il ministero della misericordia nei ruoli assegnati a ciascuno. L’idea di scrivere e di condividere uno stato d’animo, sgorga da uno sviscerato amore per l’Ordine che ho cercato di servire per quasi un cinquantennio, certamente con infiniti limiti ma anche con equivalente passione.

Chi più chi meno, noi siamo gente che vive di ricordi. Sulla nostra bocca ricorrono spesso certe espressioni: “Nel 1500 siamo stati… nel 1800 avevamo…abbiamo fatto…nel ‘900 siamo andati…” In realtà, più che parlare di noi, stiamo tessendo l’elogio di coloro che ci hanno preceduti. E’ bellissimo. Ma a noi è chiesto di essere figli del nostro tempo e di lasciare OGGI un segno nel solco.

Vi scrivo perché  ho la sensazione che noi OGGI stiamo andando a smantellare dove altri hanno edificato. Non mi riferisco solo alle opere murarie ma anche ai grandi progetti ideali. Il perché di un simile atteggiamento nel quale nessuno vorrebbe riconoscersi, è scritto in quelle pagine del Padre Brian O’Donnell, Priore Generale dal 1988 al 1994 che forse  troppo in fretta abbiamo archiviato, quasi per scaramanzia. giacché egli aveva evidenziato, vent’anni or sono, i mali che sempre più ci affliggono. Sarebbe opportuno riprenderla in mano, non fosse altro per renderci conto che l’immobilismo è un male da combattere perché è generato dalla paura. Essa funge da anestetico, ipnotizza. Solo al risveglio ci si accorge, quando ormai è troppo tardi, delle tante inconcludenze e di come il tempo messo a nostra disposizione sia scorso veloce. Basti per tutte questa breve citazione che il Confratello ci ha scritto quando ognuno di noi aveva esattamente vent’anni di meno.

“Sfiducia nella vita religiosa dei religiosi stessi

Oggi fra i religiosi si nota un diffuso senso di scoraggiamento. Molti di loro si chiedono, perché la forma di vita che essi amano e hanno scelto esercita un’attrazione così debole sugli uomini e sulle donne di questo tempo.

“Alcuni credono addirittura che per l’antichità delle nostre istituzioni e per la perdita del nostro entusiasmo carismatico iniziale non siamo più in grado di mettere a disposizione dei nostri membri mezzi adeguati per la loro santificazione, credono che siamo mal equipaggiati per affrontare le nuove sfide apostoliche e che le nostre strutture non facilitano un impegno radicale evangelico in povertà e in fedeltà ai segni del tempo” (José Cristo Rey Garcia Paredes).

Nei convegni in cui ci si interroga sulla situazione attuale della vita religiosa, si sente spesso dire che è più facile fondare un nuovo istituto religioso, che rinnovare uno vecchio. Le cause dell’attuale crisi vengono attribuite in generale al fatto che i sentieri di una volta non sono più percorribili, mentre quelli nuovi non sono ancora sufficientemente chiari.

Segni di estinzione o segni del tempo?

Alcuni tendono a interpretare i fatti che ho appena delineato come segni inequivocabili che la vita religiosa va estinguendosi e che altri gruppi prenderanno il suo posto all’interno della Chiesa e nel servizio al popolo di Dio.

Quello che sta succedendo, in realtà è che noi religiosi siamo chiamati a ricollocarci all’interno di una Chiesa che guarda sempre di più all’esterno (José Cristo Rey Garcia Paredes).

E in questo contesto siamo soprattutto chiamati a entrare in un nuovo rapporto con gli altri membri della Chiesa, in particolar modo con i laici.

Vedendo cessare noi religiosi il nostro ruolo di figure di comando nella missione della Chiesa, abbiamo preso coscienza come il Signore della messe, in una maniera che noi non ci saremmo mai immaginato, abbia già risposto tutto questo tempo alla nostra preghiera “perché mandi operai per la sua messe” (Lc. 10, 2).

Il calo numerico dei religiosi e la riduzione delle nostre attività insieme alla nascita di altri gruppi ecclesiali e la necessità che i religiosi riacquistino la fiducia nella vita religiosa ci mettono di fronte ad una realtà che ci aiuta a riconoscere una verità che altrimenti forse non saremmo riusciti a riconoscere. Questa verità è:

Il carisma della vita religiosa non è determinato né dal numero dei religiosi, né dal prestigio e dall’efficienza delle sue istituzioni e dei suoi servizi e né dalle alte cariche che i suoi membri raggiungono nella società o nella Chiesa.

Ma se la vita religiosa non è più determinata dai criteri, ai quali ci siamo abituati, da che cosa sarà determinata in futuro? 

IL FUTURO

Mentre nessuno può rivendicare la facoltà di prevedere il futuro della vita religiosa, in tutto il mondo i religiosi stanno identificando alcuni movimenti che sembrano di grande importanza per ciò che concerne lo sviluppo futuro della vita religiosa.

Testimonianza profetica

Una cosa che sembra abbastanza chiara è che i religiosi in futuro saranno chiamati sempre di più a giocare un ruolo profetico nella Chiesa e nella società.

Questo è anche il motivo per cui, all’inizio di questo discorso, ho dedicato tanto spazio alla dimensione profetica della vita e dell’opera di San Giovanni di Dio,

Mediante il suo essere profeta chiamò sia la Chiesa che la società, che ambedue si perdono volentieri nei propri piani, ad attendere prima di tutto al disegno di Dio.

Animati dallo stesso spirito noi Fatebenefratelli non permetteremo mai che il nostro servizio ai poveri e agli ammalati diventi un tranquillante per la società, ma faremo di tutto, affinché il nostro servire, in qualunque forma esso venga attuato, serva “per la loro promozione, impegnandoci evangelicamente contro ogni forma di ingiustizia e manipolazione umana e collaborando al dovere di risvegliare le coscienze di fronte al dramma della miseria” (Cost. l2c) (Discorso di Fra Brian O’Donnell per il 3° Centenario della canonizzazione di S. Giovanni di Dio).

Se vent’anni dopo mi permetto di scrivervi ed esternarvi il mio stato d’animo è perché alla mia età, più che un frate “rassegnato, mi sento un “indignato”. Sì, un frate profondamente indignato per quanto sta avvenendo in Provincia, in modo più o meno larvato e sotto l’incalzare di spinte emotive che incoraggiano i superiori  a prendere decisioni irrazionali ed antistoriche, ancorché animati di buone intenzioni e di giustificati motivi che sono sempre prevalentemente economici. Non sono qui a negarne o a sottovalutarne l’importanza ma a mettere in discussione il metodo che non è certamente in linea con lo spirito dei nuovi Statuti e delle rinnovate Costituzioni.

Ormai siamo rimasti in 49 religiosi, in buona parte anziani, spesso avviliti e sempre più confusi. In questa stagione crepuscolare si passa da situazioni stagnanti ad improvvise fughe in avanti, entrambi pericolose. La maggior parte di noi in quest’ultimo mezzo secolo è stata protagonista e vittima di vicende più grandi di noi. Dopo il Concilio Vaticano Secondo, abbiamo assistito ad un mare di chiacchiere, etichettate “rinnovamento”. Come asini, siamo stati cavalcati da “profeti dell’umanizzazione” ed “economisti” così altamente specializzati che ci hanno portato al risultato eclatante che è sotto gl’occhi di tutti:

a)  crollo della vita religiosa, ormai solamente di facciata e ridotta ad un pietoso  individualismo di sopravvivenza;

b) istituzioni che risultano inspiegabilmente fallimentari. 

Ognuno spera che il tracollo finanziario sia solo e semplicemente frutto di incompetente amministrazione, dal momento che i DRG hanno lo stesso valore monetario su tutto il territorio nazionale. Ma non meraviglierebbe che fosse il risultato di una contabilità disinvolta e spregiudicata, per non dire di peggio. In entrambi i casi, ciò che balza nell’occhio è che essa non è stata posta rigorosamente sotto sorveglianza da chi di dovere.  Nello Stato la Dirigenza, a cominciare dal Presidente, può essere rimossa; nel privato non può interferire. Come si può pretendere i medesimo trattamento unitamente al privilegio dell’autonomia di gestione?

Quando si muove l’obiezione che lo Stato, ora della fine, appiana ed azzera  i debiti ingenerati dagli Enti Pubblici, si dice una verità a metà. Ammesso e non concesso, va aggiunto che, degli stessi lo Stato è anche il controllore, mentre non lo è degli ospedali convenzionati. Viene da sé che, se ho la pretesa di non subire imposizioni e controlli di bilancio, devo accettare di attenermi alle regole pattuite ed amministrare al meglio. Tertius non datur.

E’ in atto una strategia intrinsecamente perdente che permarrà anche a debiti appianati. Provo ad essere concreto.

E’ fin troppo facile riportare un esempio macroscopico di costosa improduttività – non me ne vogliano i laici – perché è sotto gl’occhi di tutti e si chiama Curia. La “centralizzazione” è consistita in un numero spropositato di assunzioni di laici supertitolati e non, dignitosamente pagati e riveriti. A conti fatti, cosa ne è sortito? Un risultato certo: esorbitanti oneri del personale che vanno ad aggiungersi a quelli relativi agli amministratori locali. Se si moltiplica l’importo per il numero di anni…ecc….ecc

Lascio a voi il calcolo dell’equazione costi/benefici. E, poiché tutto tace, si deve desumere che sta bene così. 

Adesso gira voce che per un ospedale in Jugoslavia, i fondi siano stati individuati. Che si tratti di un’intuizione profetica ce lo auguriamo tutti. Però, prima di mettere mano ad opere edilizie, io comincerei a mandare qualcuno in avanscoperta sul posto, ad affiancare la Chiesa locale in un modesto programma di pastorale dei sofferenti e dei bisognosi che sono sul territorio individuato. Perché prima va edificata “la Chiesa sanante” con i laici della Chiesa locale. Alla luce della Parola di Dio e nel contatto con i bisogni reali, è solo così che emergeranno le vere esigenze del territorio. Poi, solo in un secondo tempo si costruiranno le strutture ritenute indispensabili, onde evitare il ripetersi di errori storici commessi negli attuali contesti europei del nostro tempo.

A me sembra che si stia voltando pagina con una disinvoltura che ha dell’incredibile. Si ha l’impressione che l’operazione in corso sia fondata più sull’improvvisazione  emotiva che sul calcolo ragionato. Mi auguro di essere smentito. I quattro secoli e mezzo di storia  che abbiamo alle spalle ci vedono incamminati verso una progressiva capitolazione. La domanda è: a guidarci sono scienza e competenza, carismatiche e profetiche visioni o non piuttosto previsioni pseudo-scientifiche?

La sola cosa che appare evidente è la messa a “ferro e fuoco” di secolari fatiche sostenute da religiosi, collaboratori laici e malati. Si dimentica con estrema leggerezza la dedizione di molti, in nome di grandi ideali. Le iniziative in corso sono uno schiaffo sonoro ai tanti operatori di ogni ordine e grado del passato ed ai malati stessi che sono stati i veri sovvenzionatori delle strutture in questione. Se queste esistono è perché sono il prodotto di fatica e di sofferenza che nessuno è autorizzato a dimenticare.  

Domande ineludibili: 

  1. Quanti anni sono passati dall’ingente ed oneroso intervento di ristrutturazione della “San Giuseppe” ?
  2. Quanti anni sono passati dall’ingente ed onerosa ristrutturazione del “Sant’Orsola” ? Non è più a norma? Ma quanti ospedali obsoleti  in Italia sono stati messi a norma senza chiudere?
  3. Si pensa di vendere l’ospedale perché in piena zona residenziale ma non di trasferirlo altrove, ossia ai Pilastroni, come girava voce. Ma se l’area verrà adibita ad altro, che fine farà il personale? Si è pensato alla mobilitazione sindacale? E la stampa e la televisione per quanto tempo dovranno sbattere sulle prime pagine il clamoroso evento che andrà spiegato e giustificato ?
  4. Si è provato a pensa con i soldi di chi i vecchi hanno potuto realizzare le opere?
  5. Ora la “San Giuseppe” è in vendita con dentro un inquilino che ha un contratto per 18 anni e la si vorrebbe dare al miglior offerente. Ma che razza di affari potranno mai essere questi?
  6. I ricavati delle alienazioni saranno corrispondenti ai reali valori di mercato o non sono già in agguato intraprendenti speculatori che si celano dietro sigle ammaglianti, o suggeritori “disinteressati” che, all’occorrenza, odorano d’incenso?
  7. E si possono alienare i beni di famiglia senza una prospettiva ponderata, ragionata, dal  momento che da troppo tempo sembra di vivere alla giornata, senza un piano programmatico in prospettiva sia sociale che pastorale?
  8. E’ ancora vero quanto scriveva il compianto Fra Raimondo, allora Provinciale, ai responsabili apicali nel settembre del 1995, di cui riporto il testo integrale?
    1. “La ragion d’essere dei Fatebenefratelli nella sanità e nei servizi sociali è descritta nelle loro Costituzioni ed è espressione del Carisma dell’Ospitalità: “…cooperiamo alla edificazione della Chiesa servendo Dio nell’uomo sofferente” (Cost.1).
    2. “Il carisma dell’Ospitalità (…) porta a configurarci con il Cristo compassionevole e misericordioso del Vangelo, il quale passò per questo mondo facendo il bene a tutti «e curando ogni sorta di malattie ed infermità» (Cost.2)
    3. Pertanto, essendo i loro Centri, opere della Chiesa, ogni iniziativa nasce dal bisogno del malato, soggetto del loro operare. Per questa ragione, da tempo richiamano i responsabili apicali, amministrativi e sanitari, “alla loro responsabilità manageriale che esige venga data, nei Centri, la debita attenzione ed il dovuto spazio alla spiritualità ed alla religiosità rispettando le attività formative ed operative ad esse attinenti.
    4. La pastorale tende a qualificarsi ed a porsi allo stesso livello di competenza e di servizio di altre discipline, in consonanza ed integrazione con gli altri interventi per dare una risposta integrata e globale ai vari bisogni del malato”. (Fra Raimondo Fabello, Priore Provinciale, incontro con i responsabili apicali del 21 settembre 1995)
  9. Che sia lecito improvvisare con ingenua faciloneria soluzioni non vagliate da severa analisi critica?
  10. Ci si rende conto di assumersi davanti a Dio e alla storia responsabilità enormi, sotto la pressione minacciosa  di Banche o di cattivi suggeritori?
  11. Coloro che sono chiamati a prendere provvedimenti, si rendono conto di essere messi davanti a un tavolo  operatorio senza essere chirurghi e invitati ad intervenire da perfetti dilettanti? Possiamo permettere che ciò avvenga se siamo consapevoli che andranno facilmente incontro a nuovi inaspettati contrattempi o che creeranno dei precedenti che altri istituti in analoghe difficoltà saranno portati a seguire, quale percorso meno irto di ostacoli?
  12. I rappresentanti legali della Provincia che saranno chiamati a sottoscrivere gli atti di cessione delle proprietà  sentiranno la coscienza a posto e si riterranno giustificati e assolti per il solo fatto di aver eseguito ordini venuti dall’alto, pur consapevoli di non possedere i requisiti di una collaudata competenza in materia e di essere vittime, senza colpa, di una confusa e ridotta visione delle problematiche all’ordine del giorno tali da far tremare i polsi anche di valenti cattedratici?
  13. Nessuno pensa a quale perdita di credibilità la Provincia Lombardo-Veneta stia andando incontro? Basterà invocare le grandi figure del passato per cancellare un presente fallimentare gestito all’insegna del dilettantismo ?
  14. Si può in coscienza intervenire chirurgicamente sul corpo della Provincia, alienandone i suoi beni, procurandole un trauma dal quale difficilmente saprà risollevarsi, quando la si vede in sofferenza proprio perché da troppo tempo vittima di quelle cure paliative che si somministrano in extremis ?
  15. Tutto ciò avviene nell’ottica dell’alternativa per i poveri ed i sofferenti privi di copertura assistenziale o non piuttosto di logiche che poco hanno a che vedere con lo spirito dell’ospitalità di cui non perdiamo occasione per riempirci la bocca ?
  16. Una volta usciti da certi circuiti di presenza in sanità, saremo mai più riammessi? La CEI, i Vescovi locali, plaudono a tali soluzioni, adottate in momenti così critici per la Chiesa e per la Nazione? Ne sono almeno informati?
  17. Si possono abbandonare impunemente le “postazioni” acquisite faticosamente nel tempo, dimenticando di essere “Chiesa in sanità”?
  18. Se la chiusura dei posti-letto non sarà nemmeno avvertita sul territorio, si è così sicuri che l’abbandono di settori così delicati non potrebbe avere effetti incontrollabili?
  19. E se fosse premessa per successive ulteriori cessazioni, magari incoraggiate e sostenute in modo velato e subdolo da una certa politica perbenista ed “arrivista” da cui più d’una volta i religiosi si sono fatti incastrare ? Non sono bastate certe scottature abbastanza recenti che ancora ci affliggono?

Qualcuno potrebbe obiettarmi: “Ma che titoli hai per intavolare un simile discorso?” La risposta è semplice: “Gli stessi che hai tu che prendi decisioni anche per me, senza nemmeno interpellarmi. Se le mie osservazioni critiche non sono attendibili perché dovrebbero essere le tue che non hanno nemmeno il pregio di essere espresse in un documento e descritte analiticamente? Sulle mie parole stampate ognuno può prendere posizione, smentirmi, precisare, chiedere chiarimenti. Sulle parole “volanti” invece si potrà sempre sostenere tutto  ma anche l’esatto suo contrario”.

Forse è bene che si sappia cosa il Card. Martini, alla fine del 1981, ha saggiamente risposto con lungimiranza alla Madre Generale delle Suore Cabriniane che volevano lasciare la “Columbus” di Milano per gli analoghi motivi che assillano oggi la nostra Provincia:

“Restate e date uno spirito evangelico alla cura dei malati. Se la Chiesa si ritira dalle strutture sanitarie, come da quelle scolastiche, non ci guadagna nessuno e perdiamo contatto  con le realtà e gli uomini che contano nella vita associata. 

Mantenete le opere che potete mantenere. Una volta persa la Clinica, il mondo dei medici e della sanità non lo incontrerete più e la Chiesa si chiude un canale di comunicazione e di influsso evangelico con la società. (Piero Gheddo “Perché un ospedale cattolico” PIEMME, pag.53)

Davanti a un quadro clinico così allarmante che ci affligge e di cui più di tanto non ci è dato di sapere, piuttosto che moltiplicare pasticci irrimediabili ed innescare meccanismi perversi, non sarebbe più saggio far intervenire la Santa Sede? Mi rendo conto che è seccante intraprendere questo percorso; ma se lo richiede il bene comune, bisogna farlo. Proseguire  per la  strada delle decisioni anacronistiche e imprudenti, senza nemmeno aver invitato i soli 49 religiosi che siamo, a riflettere, pregare ed a suggerire proposte, è davvero inaccettabile.  Ribadisco: vedrei di buon occhio un progetto analitico partecipato. Mi piacerebbe che divenisse esecutivo solo previo benestare della Santa Sede. Cosa lo impedisce?

Lo Spirito, invocato, non fa mancare a nessuno la “sapientia cordis”. Sembra invece che si faccia affidamento più sulla nuda ragione che sulla visione di fede, quella che ha sempre guidato l’indebitato per Cristo, che è il nostro santo padre Giovanni di Dio.

In uno spirito di obbedienza responsabile, mi sia permesso di evidenziare che da troppo tempo ormai si sta prendendo in considerazione solo l’aspetto economico della Provincia, quasi fosse l’unico ed il primario. Si dimentica o non passa neppur per la mente che, una volta alienati i beni, appianati i debiti e messo ordine nei conti, ci ritroveremo nuovamente con un pugno di mosche in mano. 

Statisticamente assisteremo nei prossimi quindici anni al collasso di buona parte degli attuali 49 religiosi e, giacché  non vi è un ricambio fisiologico, la situazione si farà quanto prima drammaticamente insostenibile e sarà gioco forza stravolgere l’attuale impianto delle opere e dei centri. Ma non è tutto: il vero e grave problema è che la vita religiosa è fondamentalmente saltata e necessita di “RI-FONDAZIONE” della Provincia che può avvenire solo con un rinforzo esterno di religiosi dotti ed esemplari di altre Province che andrebbero urgentemente individuati e chiamati a salvare il salvabile.

Ho scritto questa pagina con sofferenza. Non vuol essere un dito puntato contro nessuno ma più semplicemente un invito a farsi carico della drammaticità del momento storico che vive la Provincia. Il “portate gli uni i pesi degli altri” talvolta impone di parlare e di uscire allo scoperto per non annuire su tutto – come spesso accade – salvo poi mantenere le proprie riserve mentali e spettegolare in privato. Se chi avrà la bontà di leggermi vi trovasse una parola di troppo, un verbo  o un aggettivo usati impropriamente, cerchi di soprasedere, andando alla sostanza del discorso. Le considerazioni, per quanto dettate da impulsi emotivi derivanti dal susseguirsi di voci di corridoio, frammentate e non verificabili, vogliono essere un grido disperato d’amore ed al tempo stesso un invito a fermarsi e a riflettere, senza precipitazioni. Non capirò mai perché si senta il bisogno di escludere nella riflessione e nelle decisioni i confratelli che non ricoprono cariche canoniche, dal momento che tante volte sono stati convocati e sollecitati ad esprimersi per cose ben più banali e inconsistenti.

La mia petizione è allo stesso tempo invocazione allo Spirito Santo e richiesta d’intervento dell’intercessore San Riccardo, il dimenticato, di cui ricorre proprio quest’anno l’ottantesimo di professione religiosa (24 Ottobre).

Fraternamente in Cristo, vi saluto cordialmente.

Fra Luigi Garbin o.h.
Fra Raimondo<br /><br /><br /><br /><br /> Fabello o.h. - Il sorriso che viene dall

“…essendo i loro Centri, opere della Chiesa, ogni iniziativa nasce dal bisogno del malato, soggetto del loro operare.” (R.aimondo Fabello o.h. Priore Provinciale, incontro dei responsabili apicali, 21 Settembre 1995)

Caro Fra Luigi,                          

Quando ho ricevuto questa tua “lettera aperta” ti ho trasmesso la mia opinione in modo molto telegrafico:

“Grazie dell’ informazione. Ottima, direi. Forse si potrebbe osare di più: màndala anche al Padre Generale, al Segretario,  Consilieri … E’ meglio che abbiano il tempo di prepararsi a dare risposte alle obiezioni [per il raduno di Monguzzo]. Essendo di lingua straniera, hanno bisogno di un certo tempo per assimilare i concetti.
Bùttati. Senza paura. In fondo, sei portavoce di una base che condivide ma non ha voce…”

Dopo aver parlato a lungo con l’amico defunto Fra Raimondo, ora mi viene la grazia  di condividere il presente con te, pieno di voglia di vivere come sei, di fare, magari di strafare, anche se le scarpe che ti ha assegnato la Provvidenza sono strette  e non hai grandi margini d’azione.  Un presente che richiede ardimento, rammentando un  passato che non tonerà, incamminati verso il futuro con le sue incognite, ma pieno di sorprese. Hai in mente la scena di Stefano descritta negli Atti?

In quei giorni, Stefano, pieno di grazia e di potenza, faceva grandi prodigi e miracoli tra il popolo. Sorsero allora alcuni della sinagoga detta dei “liberti” comprendente anche i Cirenei, gli Alessandrini e altri della Cilicia e dell’Asia, a disputare con Stefano, ma non riuscivano a resistere alla sapienza ispirata con cui egli parlava.

All’udirlo, fremevano in cuor loro e digrignavano i denti contro di lui. Ma Stefano, pieno di Spirito Santo, fissando gli occhi al cielo, vide la gloria di Dio e Gesù che stava alla sua destra e disse: “Ecco, io contemplo i cieli aperti e il Figlio dell’uomo che sta alla destra di Dio”. Proruppero allora in grida altissime turandosi gli orecchi; poi si scagliarono tutti insieme contro di lui, lo trascinarono fuori della città e si misero a lapidarlo. E i testimoni deposero il loro mantello ai piedi di un giovane, chiamato Saulo. E così lapidavano Stefano mentre pregava e diceva: “Signore Gesù, accogli il mio spirito”. Poi piegò le ginocchia e gridò forte: “Signore, non imputar loro questo peccato”. Detto questo, morì.” At 6,8-10; 7,54-60

Trovo che  la morte di San Riccardo Pampuri (il 24 Ottobre ricorre l’80° di consacrazione religiosa) è  simile: attivo medico nella Condotta e in Convento, poi il lento martirio della malattia e l’attesa del giorno beato: “Vedo i Cieli aparti… Sono parole sue: “Padre, [Innocente Monculli che lo aveva guidato nella sua vocazione] come mi accoglierà Iddio?“;  poi, alzando gli occhi al cielo, aggiungeva: L’ho amato tanto e tanto l’amo…”. (Gabriele Russotto o.h. in Riflessi di un’anima -Epistolario).

La vita è un po’ fatta così: c’è chi vede, chi fissa gli occhi al cielo, c’è chi urla, chi si tura gli orecchi, chi si scaglia, chi ti lincia in modo politicamente corretto…e via via.

Per fede è già tutto possibile. Vedere i cieli aperti è dono. Ma anche atteggiamento interiore. Costruire il futuro nel presente è il tentativo della tua lettera ai Fratelli. Ma t’accorgi che quando il presente lo pensi, è già passato…?

Angelo Nocent

ADESSO

Mazzolari 91551DON PRIMO  MAZZOLARI:

  •  “un uomo d’onore non
  • lascia agli altri la pesante
  • eredità dei suoi adessotraditi “.
Rileggendo…Riflettendo…ho deciso di esplicitare pacatamente il mio punto di vista, strettamente personale, perché comunicare nella fede fa bene all’anima e al corpo. Parto dalla constatazione che, più occhi osservano ciò che ci sta davanti, più particolari emergono.
Non risponderò con rigore logico per due ragioni:
  1. non ho nessuna tesi da dimostrare;
  2. gli argomenti che sfiori sono tanti che neccessiterebbe un trattato.

Seguirò la pericolosa logica del cuore, ma attivando  la ragione e cogliendo il più fedelmente possibile le locuzioni interiori di cui talvolta si serve lo Spirito, che è Maestro interire,  per comunicare.


1. Se  pubblico la tua è perché non la ritengo una denuncia, un volantino destabilizzante di una Carboneria segreta ma un fatto ecclesiale, un normale comunicare nella fede che andrebbe assunto come metodo, oggi che la tecnica ci permette il contatto diretto e immediato, senza la cartacea mediazione postale.

In essa vi leggo un tentativo di interrogare la storia in cui si è calati, che ogni comunità ecclesiale fa bene a compiere con frequente periodicità. Lo hai scritto da qualche parte: “…essendo i loro Centri, opere della Chiesa, ogni iniziativa nasce dal bisogno del malato, soggetto del loro operare“.

Se la Chiesa s’interroga a partrire dal malato, tuttavia bisogna dare prioritario ascolto alla flebile voce dello Spirito che ancora parla alle Chiese,  attraverso le circostanze,  per discernere sulle iniziative da intraprendere o su quelle da scartare. 

Mi piace mettere subito in evidenza il pensiero del Cardinale Martini che tu stesso hai opportunamente ricordato, giacchè la motivazione di fondo che ti ha ispirato ad intervenire pubblicamente è proprio il dispiacere di perdere l’ospedale “San Giuspppe” di Milano,  ricco di storia, di ricordi…, così vicino al cuore di Sant’Ambrogio – protettore della Provincia Lombardo-Veneta – e alla sua Basilica – a due passi – che ne conserva e venera il corpo. Va sottolineato che le ragioni che tu porti vanno ben oltre il sentimentale e toccano nervi scoperti, dolenti persino al solo al pensiero. 
Così l’Arcivescovo:
  • “Restate e date uno spirito evangelico alla cura dei malati. Se la Chiesa si ritira dalle strutture sanitarie, come da quelle scolastiche, non ci guadagna nessuno e perdiamo contatto  con le realtà e gli uomini che contano nella vita associata. 
  • Mantenete le opere che potete mantenere. Una volta persa la Clinica, il mondo dei medici e della sanità non lo incontrerete più e la Chiesa si chiude un canale di comunicazione e di influsso evangelico con la società”. (Piero Gheddo “Perché un ospedale cattolico” PIEMME, pag.53)

Hai ragione: siamo davanti a un quadro clinico serio. Il recente convegno degli istituti religiosi socio-sanitari (convegno cristiani in sanità) ha ribadito con forza le urgenze del momento, riassumibili nelle tre parole di sintesi sviluppate dal  Card. Dionigi Tettamanzi nel suo intervento acuto e lungimirante:

  • comunione
  • collaborazione
  • corresponsabilità

Neanche a farlo apposta, i suggerimenti e gli orientamenti dei politici cattolici riportati  nel Numero Speciale dedicato a  “REGIONE-Sanità”, supplemento a TEMPI del 16 Ottobre 2008, sono proprio di segno contrario: sostanzialmente si sostiene che gli ordini religiosi in sanità non hanno più nulla da dire per incapacità menageriale e per mancanza di quattrini. Hai capito bene?

Beninteso, nessuno è cacciato in malo modo, ma può starci a suo rischio e pericolo. Ormai essi sono considerati  presenza marginale e farebbero bene a non vantare pretese puramente strumentali.

Ricordi quella frase, e così efficace in francese che recita cosi?

C’est l’argent qui fait la guerre

Naturalmente, anche per questi benemeriti cristiani prestati alla politica, la PERSONA è sacra ed è il perno sui cui deve roteare la medicina e, per ricaduta, tutto il mondo degli affari.

E’ forse un peccato? Noooo…!

Se non fosse che “a pensar male si fa peccato, ma spesso s’indovina…”, diceva qualcuno. Perchè il Denaro-Tentatore è sempre in agguato. E sulla cera si scivola, anche se indossi scarpe DOC, con tanto di certificato di battesimo e di cresima.

Oggi si batte il chiodo della  “Persona”,  ieri si insisteva su quello dell’ “Uomo malato”, domani ne salterà fuori uno nuovo. Ma, strano a dirsi, la gente non è mai stata così sola come da quando circolano gli slogan ad effetto, promettendo ospitalità, solidarietà, umanizzazione, partecipazione… ecc. ecc. ecc.

Peccato che i distributori di bevande non contemplino nemmeno dei surrogati liofilizzati di queste buone intenzioni. Ormai, se non si fa leva sul volontariato, sempre più in crisi di ricambio, scòrdatele!

Bisogna, caro Luigi, fare  responsabilmente i conti con la realtà storica che viviamo, con l’attuale classe politica e i mastini della finanza, disseminati ovunque e sempre in agguato anche dietro le porte dei Conventi-Ospedale, in attesa di cogliere l’attimo per un ghiotto affare. Noi poveretti, non immaginiamo la fame di chi ha tanto denaro; essa è  capace di scatenare le più audaci fantasie  per far fuorri la “concorrenza”. Siamo arrivati al punto che, non potendo ancora vendere l’aria, ci si accontenterà, per il momento, di immettere ed affermare sul mercato il bussines dell’acqua. A questo punto cosa possiamo aspettarci?

I miracoli della Grazia!

Igino Giordani 91546CLa prima cosa da fare è non perdere la testa. E poi, come per lo tsunami bancario, resistere, resistere, resistere…Non acriticamente o solo polemicamente, s’intende,  ma con un progetto alternativo che fa anche rima. Eccolo:

L’Etica di Comunione,
la sola capace
di mandarli in confusione  

Chiara LubichCerto che, se una Chiara Lubich, un Igino Giordani…non producono effetto, nè  io nè te avremo maggior fortuna nel convincere a prendere questa direzione che è già in atto nella Chiesa, segno dei tempi.

Ricordi quando leggevamo i Promessi Sposi in aula? Torna con la fantasia sui banchi del ginnasio:

ALESSANDRO MANZONI thumbnail“…In quel punto, veniva incontro ai carri un commissario, gridando a’ monatti di fermare, e non so che altro: il fatto è che il convoglio si fermò, e la musica si cambiò in un diverbio rumoroso.

Uno de’ monatti ch’eran sul carro di Renzo, saltò giú: Renzo disse all’altro: “vi ringrazio della vostra carità: Dio ve ne renda merito,” e giú anche lui, dall’altra parte.

Va’, va’, povero untorello,” rispose colui: “non sarai tu quello che spianti Milano.

Per fortuna, non c’era chi potesse sentire. Il convoglio era fermato sulla sinistra del corso: Renzo prende in fretta dall’altra parte, e, rasentando il muro, trotta innanzi verso il ponte; lo passa, continua per la strada del borgo, riconosce il convento de’ cappuccini, è vicino alla porta, vede spuntar l’angolo del lazzeretto, passa il cancello, e gli si spiega davanti la scena esteriore di quel recinto: un indizio appena e un saggio, e già una vasta, diversa, indescrivibile scena”. (Cap. XXXIV)

Ti suggerisco di andar a rileggere per intero  il capitolo, uno fra i più belli: “Addio Cecilia…”.

Tu non sai che quel “Va’, va’, povero untorello, non sarai tu quello che spianti Milano“, per me, dopo il ginnasio, lungo gl’anni,  è diventata una giaculatoria che mi ripeto spesso. Ma sempre accompagnata  da un’altra che le fa da contrappeso, per evitare la tentazione dell’inerzia:  “Guai a me se non evangelizzo!” (1Cor 9,16). E’ un fare della debolezza, punti di forza, pali di sostegno.

S.Giovanni di Dio, il mendicante di GranadaDici bene: “Lo Spirito, invocato, non fa mancare a nessuno la “sapientia cordis”. Sarebbe un grave errore quello di fare “affidamento più sulla nuda ragione e i piccoli interessi di bottega che sulla visione di fede, quella che ha sempre guidato l’indebitato per Cristo, che è il nostro santo padre Giovanni di Dio“.

Parole sante, fra Luigi.

Per il momento mi fermo qui.

2. Quando si dice: “Lo Spirito!”… .

Guarda qui cosa scrive il 16 Ottobre 2008 la popolare Banca Etica della tua Padova, sede centrale:

Noi che da anni ci occupiamo di finanza, ma lo facciamo dalla parte dei cittadini, e abbiamo chiamato etica la nostra banca perché vicina allo sviluppo sociale e attenta all’ambiente e alle conseguenze non economiche delle azioni economiche, ci chiediamo se non sia giunto il nostro tempo. La responsabilità, quella vera, ci ha reso solidi e forti. Nel 1999 abbiamo vestito di stracci un sogno e oggi ci fa fare un figurone. Come una Cenerentola il principe potrebbe cercarci e sceglierci, mettendo da parte le sorelle brutte e cattive. Ma chi è il principe oggi?

Forse il regolatore, che con la sua distrazione – diventata colpevole indifferenza negli USA – ha lasciato prima maturare e poi cadere dall’albero i frutti copiosi di speculazioni che hanno danneggiato tutti. Tutti sì perché anche se i nostri governanti continuano a dirci che in Italia l’impatto non ci sarà, e per una volta dovremmo essere fieri dell’arretratezza del nostro sistema, le tasche degli italiani – del ceto medio e medio basso produttivo e contribuente – già leggere, saranno senz’altro svuotate.

Dalla rata del mutuo che sale, dal credito al consumo (ormai consumi essenziali) che strozza, dall’incertezza del domani. Le regole, che pure c’erano, non sono state sufficienti. Devono essere riscritte con l’obiettivo di rendere trasparente il mercato, fermare la speculazione, favorire processi di sviluppo che siano legati con i territori e con le persone. Proprio come fa la finanza etica. Quella che si ispira a principi codificati e li rispetta nella relazione con le persone.

Ma il “principe” potrebbero essere quei milioni di clienti che oggi si sentono turlupinati, ignorati, schiacciati. Da loro potrebbe giungere un segnale forte, una scelta che attraverso la scoperta di alternative, si concretizzi nell’indirizzare le questioni economiche, anche rilevanti, facendo leva col portafoglio.

Noi riteniamo fondamentale investire nella cultura finanziaria delle persone. Uno strumento per evitare queste crisi, primo vero argine alla speculazione, è la preparazione dei piccoli investitori e dei risparmiatori, investendo sulla formazione di maggiore consapevolezza nell’uso del denaro – per proteggere il presente – e del costo che un facile guadagno può avere sul bene comune e sulla collettività – per proteggere il futuro.

Di clienti si parla molto in questi giorni e della loro difesa. Se ne parla come se esistessero solo in funzione della banca. Ma chi sono i clienti? Non sono forse quelli che da anni, seduti di fronte ad un consulente, ricevono consigli su scelte di consumo e di risparmio e investimento sconsiderati, leggeri, non tarati sulle loro effettive possibilità di spesa e di rischio? Si tratta in fondo di persone, di tutti noi, con identità sociale e ruoli che non iniziano e finiscono in banca. Sono lavoratori, genitori, fruitori di tempo libero. Che hanno delegato fiducia agli esperti e da quegli esperti sono stati traditi perché pensavano di condividere un obiettivo e invece ne avevano due opposti.

Oggi molte aziende, e tra esse anche gli istituti di credito, promuovono al loro interno documenti di Rsi, responsabilità sociale d’impresa. Il sospetto che si tratti di pure dichiarazioni d’intenti è forte, visto che la responsabilità sociale ha sfumature importanti che la rendono preziosa come strumento di controllo e regolamento perché indirizza su atteggiamenti, valori e scelte di management e di strategia, in campo ambientale e sociale. Se, come lamentano spesso gli stessi dipendenti bancari, il loro mestiere si è ridotto a mera vendita di prodotti altamente redditizi per la banca e rischiosi per i clienti con l’obiettivo di raggiungere budget sempre più ambiziosi, siamo lontani da criteri di Rsi e dall’etica evocata da più parti in questo periodo.

Profumo dice che i banchieri devono riguadagnare la fiducia e chiama con sé nel declino un’intera categoria. Non è accettabile. C’è chi è già banchiere attento e responsabile e fidelizza la clientela con prodotti e servizi onesti e sostenibili nel tempo. Ormai non si tratta più di abbassare i tassi o aumentare gli interessi sui conti correnti e diminuirli sui fidi (tutto tra l’altro auspicabile) per ridare slancio all’economia e fiducia alle persone. Occorre mostrare di voler veramente ricoprire con responsabilità un ruolo – oggi fondamentale – di partner dello sviluppo economico e sociale sostenibile.

(13 ottobre 2008)

Fabio Salviato Presidente di Banca Popolare Etica

Cosa ne dici?  Non ti sembra che ci sia sempre da imparare?  Vigilando e con discernimento, s’intende!

Immagine:Sacro Monte di Varallo-Cappella XXVI-Il pentimento di san Pietro.JPG

Giovanni d’Enrico: Il pentimento di san Pietro, statua in terracotta (1639) – Sacro Monte di Varallo

 3.Sai, la soria del TRANQUILLANTE non l’ho proprio ben capita. Citando le Costitizioni e il discorso del Generale Fra Brian O’Donnell, tu dici:

Animati dallo stesso spirito noi Fatebenefratelli non permetteremo mai che il nostro servizio ai poveri e agli ammalati diventi un tranquillante per la società, ma faremo di tutto, affinché il nostro servire, in qualunque forma esso venga attuato, serva “per la loro promozione, impegnandoci evangelicamente contro ogni forma di ingiustizia e manipolazione umana e collaborando al dovere di risvegliare le coscienze di fronte al dramma della miseria” (Cost. l2c) (Discorso di Fra Brian O’Donnell per il 3° Centenario della canonizzazione di S. Giovanni di Dio)”.

Apprezzo la solenne e lodevole dichiarazione d’intenti. Ma mi vuoi spiegare cosa intendi fare domani mattina, concretamente, per essere “Profezia nella Chiesa” ? Credo di trovare la risposta in questo passaggio: “Mediante il suo essere profeta chiamò sia la Chiesa che la società, che ambedue si perdono volentieri nei propri piani, ad attendere prima di tutto al disegno di Dio”.

Al posto del “chiamò”, traduzione infelice, sarebbe più giusto usare “richiamò“.  Ciò vuol dire che Chiesa e Società son capaci di perdersi nei propri progetti. Anche oggi come allora. Il “fare” di Giovanni di Dio è stato uno schiaffo morale per il suo tempo. Non ha usato parole, proclami, analisi sociologiche ma soltanto fatti.

Il Pietro ridimensionato, più non rinnega ma converte le folle.

Ma quel “noi non pemetteremo mai… !” non ti fa paura?  A me sì, perché mi rimanda al triplice tradimento di Pietro che pianse poi amaramente per la sua baldanzosa sicurezza. ( Luca 22,54-62). Se guardo nel mio orto, io  questa esperienza l’ho fatta e oggi mi sentirei perfino di cantarla con parole mie nel Preconio Pasquale: “O felice notte…o amarezza veramente necessaria…che meritò di farmi sperimentare un così grande Redentore!” .

Il richiamo a non fare “sparate” e promesse non mantenibili, è sempre opportuno. Guardarsi attorno e chiedersi se si è sullo stesso binario indicato dai Documenti può essere un esercizio molto salutare. Ma sono carta. E poi…?

4. Questa mattina, in corriera, mi sono soffermato a riflettere su questo punto: “noi OGGI stiamo andando a smantellare dove altri hanno edificato.”

Cosa volevi dire? L’affermazione è forte e, se fosse vera, bisognerebbe tentare in tutti i modi un’inversione di marcia, invitando a desistere con un argomentare convincente (la Parola), non per partito preso.

Poi spieghi:Il perché di un simile atteggiamento nel quale nessuno vorrebbe riconoscersi, è scritto in quelle pagine del Padre Brian O’Donnell, Priore Generale dal 1988 al 1994 che forse  troppo in fretta abbiamo archiviato, quasi per scaramanzia. giacché egli aveva evidenziato, vent’anni or sono, i mali che sempre più ci affliggono. Sarebbe opportuno riprenderla in mano, non fosse altro per renderci conto che l’immobilismo è un male da combattere perché è generato dalla paura. Essa funge da anestetico, ipnotizza. Solo al risveglio ci si accorge, quando ormai è troppo tardi, delle tante inconcludenze e di come il tempo messo a nostra disposizione sia scorso veloce. Basti per tutte questa breve citazione che il Confratello ci ha scritto quando ognuno di noi aveva esattamente vent’anni di meno”.

La constatazione è pervasa di amarezza e di delusione.

  • Vuol dire che la “voce profetica” del Priore Generale è stata spenta,
  • ammutolita la provocazione,
  • anestetizzatala Parola sulla quale si fonda il suo argomentare,
  • archiviata nei raccoglitori degli ” ATTI UFFICIALI”
  • e destinata agli storici più che ai contemporanei.

Ti capisco bene perché la sindrome che ci affligge un po’ tutti è il “sordomutismo“, un sistema immunologico di impermeabilità che impedisce alla Parola di provocarci e di attecchire per renderci  a nostra volta pro-vocatori, ossia profeti.

Mi colpisce il finale:il Confratello ci ha scritto quando ognuno di noi aveva esattamente vent’anni di meno“. Faccio la sottrazione e vengono fuori i miei, i tuoi anni: 46. Nel pieno vigore energetico. Ma anche il tempo delle crisi in amore. Ricordi la canzone di Rosanna Fratello? L’ho canticchiata tra me e me  in metropolitana:

  • Sono una donna, non sono una santa.  Gesù mio, non sono una santa.
  • Sei mesi sono lunghi da passare, quando l’amore stuzzica nel cuore;
  • non ce la faccio più amore mio, non ce la faccio più ad aspettare…”.

Parole profane? Forse. A me richiamano le parole del Cantico. La considerazione che mi viene è questa: se, quando si e innamorati, sei mesi sono lunghi da passare, vent’anni devono essere un’eternità.

Epperò la vita è giocata proprio su questo punto: vita da innamorati. O sì, o no. Le case, il conveto, l’ospedale, l’assistenza, i soldi, l’ospitalità, l’umanizzazione… son cose bellissime ma che vengono dopo, come prodotto, come risultato…

Dici bene: “l’immobilismo è un male da combattere perché è generato dalla paura“. In amore si è immobili quando si è contemplativi, adoranti, stupiti: Dio, il mio uomo, la mia donna… Lo stupore di Adamo: “E vide che era cosa buona“. (Genesi 1). L’opposto è frustrazione, depressione, tristezza, avvilimento…

Oso sperare che così non sia per tutti e che slancio, gioia, certezza di aver fatto progressi, senza però pretendere di essere arrivati alla meta, sia un sentimento diffuso.

L’esortazione  che darebbe San Bernardo è contenuta in una sua lettera ai monaci benedettini di Saint Bertin. Egli incita a non fermarsi mai:  «Correte fratelli, perché arriviate allo scopo. Il che avverrà se comprenderete che allo scopo non siete ancora giunti».

Monguzzo Castello menu92-1Se la stanchezza ha il sopravvento, il ricostituente è la Parola con-divisa. E’ lei che ci permette di ri-mettere in campo tutte le forze a disposizione per desiderare il proprio compimento nel tempo, di fronte all’ Infinito, senza presumere di poterlo possedere, né misurare.

Perchè non fate di Monguzzo, questo dono Provvidenziale,

il luogo permanente della PAROLA CONDIVISA dai religiosi e dai laici, dai sani e dai malati, dai giovani, sentinelle del mattino. alle persone di fine-stagione…

Un FOCOLARE PERMANENTEdove si forgiano gli spiriti per la lotta. Cosa c’è di più culturale al mondo?

Sperare è più difficile che credere“, diceva Padre Turoldo in un’intervista. Cosa ne dici?

5. Questa mattina ho trovato sul Giornale un articolo di Susanna Tamaro che, dopo il successo editoriale di Va’ dove ti porta il cuore, dalla critica di bastonate ne ha prese tante. Leggendo il finale che riporto, ho pensato alla tua lettera, disseminata di nemmeno tanto mascherata sofferenza. Penso a questo passaggio:

Ormai siamo rimasti in 49 religiosi, in buona parte anziani, spesso avviliti e sempre più confusi. In questa stagione crepuscolare si passa da situazioni stagnanti ad improvvise fughe in avanti, entrambi pericolose. La maggior parte di noi in quest’ultimo mezzo secolo è stata protagonista e vittima di vicende più grandi di noi. Dopo il Concilio Vaticano Secondo, abbiamo assistito ad un mare di chiacchiere, etichettate “rinnovamento”. Come asini, siamo stati cavalcati da “profeti dell’umanizzazione” ed “economisti” così altamente specializzati che ci hanno portato al risultato eclatante che è sotto gl’occhi di tutti:

  • a)  crollo della vita religiosa, ormai solamente di facciata e ridotta ad un pietoso  individualismo di sopravvivenza;
  • b) istituzioni che risultano inspiegabilmente fallimentari. 

Il tuo è uno sfogo molto simile a un salmo di lamentazione. Come a dire: Dio, dove sei?

Si potrebbero scovare mille risposte all’eterno interrogativo. Ma oggi lo Spirito del Signore non ci manda a consulatare i trattati teologici; preferisce  indirizzci ad una giornalista, anche lei con il bisogno di scaricare pesi che disturbano dentro. Scrive la Tamaro:

  • “…Sono una persona profondamente innamorata della vita. Tutte le mattine mi sveglio di buonumore, perché il giorno che si apre mi sembra sempre una straordinaria avventura.
  • Credo che il tempo sia lo spazio in cui edificare il senso della nostra vita. È così che sono riuscita a sopravvivere, continuando a fare le cose in cui credevo.
  • Ho continuato a piantare alberi, a studiare – e a insegnare – arti marziali, a compiere il cammino di crescita, di amore e di consapevolezza con tutte le persone e gli esseri viventi – animali e piante – che avevo intorno. Che altro senso della vita ci può essere, se non questo?
  • Interrogarsi e cambiare. Crescere e modificarsi ogni giorno, con la certezza che «se la vita è un percorso in salita» – come ho scritto in Va’ dove ti porta il cuore – è proprio questa salita, questo sforzo a dare un significato profondo allo scorrere del tempo.
  • L’immobilità genera fantasmi e i fantasmi sono dei volonterosi carcerieri.
  • Non vedere la realtà, ma ciò che si vuole – o si crede – sia la realtà.
  • Così ogni passo che si fa è un passo sul posto, un passo che, invece di costruire, genera menzogne.
  • E cosa c’è di più triste di una vita che si avvolge su se stessa, una vita che avviluppandosi in malumori e pregiudizi invece di costruire, distrugge?

Grazie, Susanna, per averci segnalato gli errori che non dobbiamo commettere.

Confortati da queste parole umane, in quanto ad andare “dove ci porta il cuore”, c’è un rischio intrinseco di lasciarci anche le penne. E lo Spirito prudenzialmente ci suggerisce, a me, a te  Fra Luigi, ai Confratelli, ai Laici cooperatori…  una pagina del cardinale Martini che ben riassume la situazione del momento:

Il racconto della torre di Babele

«Tutta la terra aveva una sola lingua e le stesse parole. Emigrando dall’ oriente gli uomini capitarono in una pianura nel paese di Sennaar e vi si stabilirono. Si dissero l’un l’altro: “Venite, facciamoci mattoni e cuociamoli al fuoco”. Il mattone servì loro da pietra e il bitume da cemento. Poi dissero:Venite, costruiamoci una città e una torre, la cui cima tocchi il cielo e facciamoci un nome, per non disperderci su tutta la terra“.

Ma il Signore scese a vedere la città e la torre che gli uomini stavano costruendo. Il Signore disse: “Ecco, essi sono un solo popolo e hanno tutti una lingua sola; questo è l’inizio della loro opera e ora quanto avranno in progetto di fare non sarà loro impossibile. Scendiamo dunque e confondiamo la loro lingua, perché non comprendano più l’uno la lingua dell’altro“. l

Il Signore li disperse di là su tutta la terra ed essi cessarono di costruire la città. Per questo la si chiamò Babele, perché là il Signore confuse la lingua di tutta la terra e di là il Signore li disperse su tutta la terra» (Genesi 11, 1-9).

getmediaÈ un racconto misterioso, allusivo, pieno di simboli e si riferisce a situazioni originarie dell’umanità; in questo senso è esemplare. Dice non soltanto ciò che è avvenuto, ma ciò che può avvenire, che avviene. Che cosa è accaduto? Il punto di partenza è una situazione di perfetta comunione: «Tutta la terra aveva una sola lingua e le stesse parole».
A un certo punto però si scopre il mattone. Mentre prima si costruiva con il legno, o mettendo le pietre una sull’ altra facendo una casa al massimo di un piano, con il mattone, strumento ben maneggevole e di costruzione leggera, l’uomo comincia a pensare di non avere più limiti alla sua possibilità operativa e di poter arrivare addirittura in cielo.

. Di per sé siamo di fronte a un fatto tecnico che non è né buono né cattivo. Tuttavia vi leggiamo dietro l’entusiasmo, la presunzione, l’ambizione che viene dalle scoperte; un po’ come oggi la scoperta del computer con cui posso imitare l’intelligenza e tenere il mondo in mano. «Venite, costruiamoci una città e una torre, la cui cima tocchi il cielo e facciamoci un nome, per non disperderci su tutta la terra» (v. 4).

Dalla soddisfazione della scoperta del mattone nasce un progetto esorbitante, la pretesa di un’impresa colossale, destinata a durare per sempre, a significare l’autosufficienza umana, la capacità che l’umanità ha di edificare se stessa in assoluto. Siamo noi che ci diamo gloria e siamo noi gli arbitri del nostro destino presente e futuro.

Sottilmente, senza una dichiarazione esplicita, laicamente, è rotto il contatto con Dio. Perché, in verità, è Dio che dà un nome, che lancia un ponte verso l’uomo. Il peccato dunque non consiste nel proposito di costruire una torre, bensì nella rottura della coordinata del timore di Dio, della soggezione dell’uomo al Signore del cielo e della terra.

Il testo biblico non fa applicazioni morali, ma le cogliamo nella conclusione del castigo divino: “Scendiamo e confondiamo la loro lingua, perché non comprendano più l’uno la lingua dell’altro“. Il Signore li disperse di là su tutta la terra ed essi cessarono di costruire la città. Per questo la si chiamò Babele, perché là il Signore confuse la lingua di tutta la terra e di là il Signore li disperse su tutta la terra» (vv. 7-9).

  • Noi siamo in pieno dentro tale tentazione, molto più che nei secoli passati: le continue scoperte, infatti, ci fanno ritenere di non dover dipendere più da nessuno, di poter dare il nome a noi stessi.
  • Quanto più assumiamo responsabilità sociali, civili, politiche, scientifiche, tanto più ci troviamo immersi in una mentalità che ha perduto le coordinate, le ha confuse,
  • spinge a vivere situazioni che vanno dall’esaltazione alla depressione, situazioni di sfiducia nella vita, di scoraggiamento, di amarezza
  • perché dalla voglia sfrenata di possedere tutto si passa facilmente al senso della propria povertà fisica, morale, spirituale e si finisce per non capire più nulla.
  • Quello della torre di Babele è il racconto di una colpa collettiva; mentre il rifiuto del disegno di Dio da parte di Adamo ed Eva era espresso in termini individuali, il rifiuto della gente di Babele è narrato in termini collettivi.

La radice di questo peccato è la pretesa dell’uomo

  • di essere il centro di tutto,
  • di non avere bisogno di Dio,
  • di staccarsi dalla dipendenza creativa, magari senza negarla, ma agendo per proprio conto.

E’ il fenomeno odierno di guazzabuglio culturale: idee, pensieri, progetti, filosofie che contrastano tutte con l’idea di servire l’uomo.” (Da Ritrovare se stessi – Centro Ambrosiano PIEMME).

Che te ne pare?

  • Alle origini, l’Ordine parlava una sola lingua.
  • Poi arriva lo slogan: “carità antica, mezzi moderni“. E inizia la corsa che non ha fine… 
  • Oggi il “pensiero debole” dice: “cosa corri a fare se non hai i soldi…!”  E tutti sono spiazzati. “Il filosofo Vattimo si batte per il rinnovamento della società in senso pluralista e libertario (e, si potrebbe dire, postmoderno) pur non disdegnando l’accoglienza di quei valori storici propri della cattolicità tradizionale (soprattutto il senso della “pietas”) sintentizzandoli in forza di un pensiero che giustamente si pone come debole, in contrapposizione alle distinzioni etiche intransigenti e dogmatiche”.

Credo che l’Arcivescovo risponda egregiamente ad   alcuni dei tuoi interrogativi sulla vita religiosa che sollevi. Dico religiosa, ma riguarda la comunità cristiana. Qui non si tratta più di un difetto da correggere, una virtù da acquisire ma di una mentalità da cambiare radicalmente, se  si vuole ritrovare se stessi. Ho si trova il coraggio di rimettersi in discussione o si gira a vuoto. Dici bene: tertius non datur.

Come vedi, non ci basta l’intera giornata per ringraziare della “soffiata” che ci è venuta da quei “Cieli aperti…” che timidamente osiamo scrutare.

6. Oggi la grazia di San Riccardo Pampuri, nell’ 80° della sua consacrazione religiosa, me la fa cadere in mano attraverso questo messaggio del Vescovo di Brescia Luciano Monari che almonari vescovotrove ho riportato per intero (parola di Dio e sinodo) e che qui mi limito a citarne la conclusione:

  • Cosa spera emerga dal Sinodo? – chiede l’intervistarore

«Spero che ci aiuti a convertirci e che ci dia anche qualche illuminazione concreta sulle strade da percorrere. Nell’ultimo capitolo della Dei Verbum si dice che tutta la vita cristiana deve essere normata dalla Parola di Dio. Il desiderio è che questa affermazione del Concilio riesca a trovare delle vie di realizzazione. La Parola di Dio oggi è più presente di prima, ma deve ancora diventare, e spero che il Sinodo ci dia una mano in questo, normativa per tutto:

  • per l’attività pastorale,
  • per la teologia,
  • il diritto canonico,
  • le relazioni giuridiche all’interno della comunità cristiana,
  • per le ricerche del consiglio pastorale e presbiterale del cammino da fare in diocesi.

Tutte ciò dovrebbe avere come motivazione di fondo la Scrittura, la Parola che regola, giudica e quindi discerne quello che è secondo la volontà di Dio e quello che non lo è”.

Questa è la strada che ci indica lo Spirito per bocca del Vescovo che, nella Chiesa di Sant’Orsola dove Fra Riccardo ha emesso i voti, ha celebrato una delle prime Messe all’arrivo in Diocesi.

Ciò vale anche quando si parla di soldi o di compra-vendite? A maggior ragione! Riccardo cosa vuoi che ci dica di più (80 mo consacrazione religiosa). Ma questa fatica di confrontarci la possiamo fare solo noi. Il vecchio “Capitolo delle colpe”, ormai in soffitta, dev’essere rimpiazzato dalla “Lectio Divina”. Che non è l’omelia della Messa. Qui sui bolg ho riportato  bellissime pagine del Card. Martini, Maestro della Parola. Volendo, si può fare. Religiosi e laici.  Le scorciatoie alternative portano regolarmente in vicoli ciechi. Ci sbattiamo il naso tutti i giorni, ma non ci crediamo. Questa è il punto sul quale Satana fa leva: convincerci che sono solo chiacchere d’altri tempi, teorie clericali…Noi siamo quelli del “veniamo al dunque…”, illudendoci di fare prima e meglio. Chissà quante volte hai fatto anche tu questa amara constatazione. Purtroppo, se non c’è il terreno adatto, cosa vuoi che faccia il seme della Parola…Anche in questo campo Fra Riccardo insegna: primato della parola

San  Riccardo che  attraverso la Fornace Ardente del  Vangelo e delle le Lettere di San Paolo ha concentrato la sua esistenza sulla teologia del Cuore, ci darà una mano, non tanto a risolvere i problemi, ma il vero problema: la nostra “tiepidezza”, quella malattia dello spirito, ricorrente nelle sue lettere.

Il 1° Aprile del lontno 1949, Igino Giordani su “Il quotidiano” di Roma ha scritto un articolo su di lui: Un medico. Chissà se riuscirò a riesumarlo dagli archivi. Con i Focolarini c’è una storia sotterranea come un fiume Carsico, che ora  si fa strada, un antico legame con i suoi fondatori che della carità hanno fatto la bandiera del Movimento. Riccardo, così attento agli avvenimenti ecclesiali del suo tempo, assiduo lettore dell’Osservatore Romano e di tante riviste missionarie di allora cui era abbonao, ha cercato una REGOLA di vita nel convento, non per chiudersi ed isolarsi ma per aprirsi ancora di più alle istanze del Vangelo. A noi oggi, guardando indietro, è più chiaro il disegno Provvidenziale di Dio su questo ragazzo che – ne sono certo – tante benedizioni ha inviato dal Cielo anche su Chiara Lubich e Igino Giordani, alle prese con la nuova fondazione.

Chiara LubichTi allego il messaggio del Papa che ci aiuta a capire per aprirci, a nostra volta,  ai segni dei tempi, giaché il ruolo dei santi è proprio questo: stimolarci alla comunione o -come diceva Chiara- all’Unità (“Ut unum sint“), che è l’opposto della frantumazione:

7. 25 Novembre – Ho appena ricevuto una telefonata che sa di miracolo ma che necessita di preghiera sofferta. La Banca Etica e lo Spirito sono in azione.
Signore, manda il tuo Spirito e rinnova!”
Caro Fra Luigi, ogni tanto faccio ritorno alla tua “lettera aperta”.
Io a Milano, tu a Gorizia, siamo come un pulviscolo, un puntino nero che occupa anche meno di due metri di circonferenza. Ma nulla c’impedisce di essere cittadini del pianeta, di avere come patria il mondo. Anche se la dimensione che occupiamo è inevitabilmente ristretta e il nostro ambito professionale non ci permette di esprimerci più di tanto, io, tu, noi…abbiamo voce che può andare lontano, raggiungere l’umanità, i confini della terra, perché è  promessa del Signore, che sarà con noi sino alla fine dei tempi. E siamo membra vive, vasi intercomunicanti.
Ricordo lucidamente la squallida aula del seminario di Brescia, durante l’ora di filosofia. Banchi di Carlo uno, sui quali erano passate generazioni di seminaristi, pareti grigiastre. Ma l’atmosfera, straordinaria. Studiavamo Bergson. E il professore, quando parlava, suscitava proprio ciò che il pensatore sostiene: che quando parla un uomo di profonda spiritualità, tutt’attorno qualcosa si mette a vibrare, si forma in chi ascolta un impercettibile eco.
Sui vent’anni ho avuto modo di appassionarmi sia di Don Primo Mazzolari che del gesuita  Teilhard du Chardin. Del primo Aldo Pedrone ha scritto: “Un fuoco di ceppo antico, accanto al quale ci si ritempra e ci si riconosce”; Teilhard invece così lui stesso si definisce:      Un umile risuonatore riflettente una certa vibrazione, una certa nota umana e religiosa che è ovunque nell’aria attualmente e nella quale le genti si sono riconosciute e ritrovate . E un’altra volta scriverà: La mia natura ha più del trapano che fora, che dell’olio che facilita la corsa del progresso”.
Alle volte sembra di essere chiamati a compiti ingrati. Non è tanto il precorrere i tempi che fa soffrire, giacché bisogna mettere nel conto che comporta sempre qualche disagio d’incomprensione. La gratifica è data dalla pace interiore che ne deriva se il suscitatore è lo Spirito. Noi, di questi tempi, sembra di dover rincorrere l’autobus, appena passato, per veder di raggiungerlo alla successiva fermata. E ti viene il fiatone.
Quarant’anni fa si doveva aprire il cammino a colpi d’ascia, come attraversando una boscaglia rimasta da inesplorata. S’è provato a combattere, strappare, tagliare…con un certo furore giovanile.
Sto rileggendo gli Atti, pubblicati esattamente vent’anni fa, Provinciale Fra Raimondo che è stato anche l’animatore del Convegno Bresciano “RELIGIOSI E LAICI insieme per servire”. C’è anche un bell’intervento di Fra Pierluigi, Generale. Come si avverte che di lì è passato lo Spirito Santo! Io allora non c’ero ed ora mi ritrovo a soffiare sulle brace rimaste ancora accese sotto le ceneri, di un tempo caratterizzato da lenta, sfiduciata malinconia.
Caro amico, se abbiamo l’interno vivo, impetuoso, trascinante, benché fragili e limitati, siamo capaci di profezia. Perché la Parola di Dio che ci alimenta e ci forgia l’anima, è impossibile contenerla a lungo. Dal cuore alle labbra il passo è breve. E se io, tu, noi…tacessimo griderebbero le pietre che calpestiamo camminando.
Fai tuoi questi sentimenti e trasmettili ai tuoi confratelli ed amici. L’unione fa la forza. Forse, sulle prime, potrebbero prenderti per esaltato, ma poi, finiranno per capire ed allearsi.
Scrive Don Mazzolari in una prefazione: “Il sacerdote è un innamorato, e gli innamorati non scrivono se prima non sono schiaffeggiati da una delusione che ben conosco e che è tutt’altra cosa che un raccorciamento del cuore”.
E nel suo diario, a 25 anni, annota: “Vivo in una casa dove la tradizione – la tradizione delle piccole anime – e la volontà degli altri – dei mediocri! – sono ovunque per regolare, infastidire, inceppare: per trovare non ben fatto ciò che sa di iniziativa personale, che porta l’impronta di un’energia che sa trovare da sola la sua strada. L’uomo fa paura, da noi: ci si vorrebbe conservare sempre bambini: vorrebbero la Chiesa un giardino d’infanzia, dove certe anime zitellone avrebbero onorevole occupazione…E forse questa tonaca che così assurdamente ci tengono incollata, non vuole essere, come il sottanino dei bimbi degli asili, un simbolo d’una beata minorità? E’ per questo che varcando ufficialmente (l’ufficialità del lunario!) le soglie della virilità, mi prende un non so quale sgomento per l’arduo compito che mi si impone”.
Fra Luigi, lui che queste parole le scriveva, aveva 25 anni. Noi che le leggiamo ora, ne abbiamo 66.
Non so perché proprio oggi m’è balzato il desiderio di farti partecipe di questa tensione spirituale. Ma, già che ci siamo, t’invito a riflettere sulla frase quasi allarmante del diario di quella sua giornata. Il giovane sacerdote si augura di non dover giungere a “considerare come usurpatori quelli che il Signore ha inviato a tutela d’ogni bontà, perché quel giorno, pur piangendomi l’anima, non starei un momento in forse tra Dio e l’uomo, tra l’autorità della coscienza e quella dei superiori, tra la Chiesa che rimane e quella che passa “. Don Primo si esprime privatamente e parole così forti si potrebbero dire confidenzialmente soltanto a un amico.
Il 26 settembre 1952, quando noi, adolescenti,  aspettavamo la “chiamata”, così Padre Teilhard  scriveva ad un amico: “Ciò che mi fa soffrire non è di sentirmi rinchiuso nel cristianesimo, ma il fatto che il cristianesimo sia in questo momento rinchiuso tra le mani di coloro che ufficialmente lo dirigono. Lo stesso problema davanti al quale, duemila anni fa, si era trovato Gesù.”
Che dire? Abbiamo un’età sufficiente per capire che questo “sentire sofferto” va offerto ogni volta di nuovo. Il comunicare nella fede lo raddolcisce e ci ricarica per affrontare le nuove giornate di nebbia. Ci conforta il pensiero che, sopra la volta grigia, splende il Bellissimo Sole.

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    I guess it’s safe to assume that many New Yorkers hated the “art” painted on their subway cars. But I question what number of residents miss that old graffiti, so I counted the residents inside the commentary section. We see that, not including the…

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  176. The Absent Game

    Concerning me and my husband we have owned much more MP3 gamers through the years than I can count, like Sansas, iRivers, iPods (common & touch), the Ibiza Rhapsody, etc. But, the last few ages I’ve settled down to one line of gamers.

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  180. The Birch of the Shadow

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