OSPITALITA’: “IL MIO QUARTO VOTO E IL POVERO” – Angelo Nocent

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DA INGENUO VISIONARIO NEGLI

ANNI SESSANTA DEL SECOLO SCORSO

Oggi, mentre cercavo di mettere ordine in uno scaffale, dal piano più alto è caduto a terra un faldone contenente scartoffie mie che finiranno al macero quando non sarò più. Senza sapere di conservarlo ancora, è uscito un dattiloscritto (Olivetti 22) che risale agli anni Sessanta, io ventenne e Fra Pierluigi Marchesi allora, tra l’altro, Direttore della Rivista FATEBENEFRATELLI.

Prima di ammalarsi del morbo della “Umanizzazione” che distinse il suo generalato, allora si poneva il problema del “voto di Ospitalità” che caratterizza l’Ordine Ospedaliero di San Giovanni di Dio e del come viverlo in un contesto che cominciava a franare sotto i piedi.

Probabilmente l’idea di far uscire un numero monografico della Rivista, scritto a più mani, e perfino anche da giovani, proprio sul VOTO DI OSPITALITA’, è del 1964. Erano tempi in cui si badava più all’estensione giuridica del voto: fin qui sono obbligato, la norma mi vincola, oltre no, non sono tenuto… Padre Gabriele Russotto nel suo libro di Spiritualità Ospedaliera del 1958 scriveva testualmente: “Oggi la questione è pacifica: tutti ammettono che il voto, come tale, si estende solo all’assistenza corporale“. Sarebbe interessante riesumare quella monografia di cinquant’anni fa, non fosse altro, per capire quali passi in avanti sono stati fatti e quanto è rimasto lettera morta.

Comunque, a me è stato chiesto di svolgere questo tema: IL MIO QUARTO VOTO E IL POVERO. E così, dalla riemersa copia ingiallita, riporto lo svolgimento del compito affidatomi:

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C’è stato un tempo – e furono secoli – in cui nessuno pensava a raccogliere i malati, a curare i loro mali, a raccogliere i bambini della strada e istruirli, a soccorrere i bisognosi di aiuto. Allora sono sorti uomini e donne che l’hanno fatto di loro iniziativa, sacrificando tempo, mezzi ed energie. Sopratutto sono sorti uomini e donne che lo hanno fatto per amore di Cristo, concretando in questo, la loro dedizione sponsale a Lui: hanno pensato di non poter dire di amare Lui senza amare i più abbandonati, i più sofferenti, i più bisognosi dei suoi fratelli… con l’occhio fisso al noto testo di Matteo 25,40: “In verità vi dico che tutte le volte che avete fatto questo a uno di questi minimi fra i miei fratelli, l’avete fatto a me”.

Oggi, taluni, senza esitare, affermano: “Ormai non vi sono più poveri, e se ce ne rimane qualcuno, si tratta di gente pigra”. Tal altri vedono rosso ed esclamano: “Non è compito della Chiesa dar da mangiare agli uomini: e compito dei governi e degli istituti temporali; la Chiesa ha una missione spirituale. Cercare il pane è cadere nel marxismo, mentre la Chiesa cerca principalmente il Regno di Dio e la sua giustizia”.

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Oggi, poiché si mette in grado di dare delle prestazioni che prima non poteva per garantire ad ognuno di condurre una vita veramente umana assicurando così a tutti un minimo d’istruzione, di assistenza sanitaria, di alloggio, rimane da chiedersi “se la Carità abbia ragione di esistere, o se non sia il caso di licenziarla – eventualmente dopo averla ringraziata per i servizi resi – per dar posto alla giustizia , alla solidarietà sociale o cose affini (Gian Battista Guzzetti). Conseguentemente, sembra fuori posto che altri uomini sull’esempio dei primi continuino per questa strada dando addito ad affermazioni di questo tipo; “Esseri improduttivi per la società”, oppure “Stanno in ospedale e tolgono di bocca il pane ad una famiglia” (L’Osservatore della Domenica, 19 Luglo 1964).

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  • Resta di fatto che, nonostante gli sforzi di tutti, compresa la giustizia sociale, i poveri continuano ad esistere e sotto vesti diverse. Un passaggio dalla Carità alla Giustizia ci può e ci deve essere: “Può e deve avvenire che certe prestazioni fatte, anche lecitamente, in nome della Carità, vengano fatte in nome della Giustizia e della Solidarietà; si dovrà aver cura però che “nel passaggio dalla Carità alla giustizia non vada perduto quel tesoro di sentimento e di affetto che costituisce il tessuto profondo del rapporto di amore, altrimenti decadiamo alla pura giustizia, quella che spesso divide, trasformando le difficoltà in asperità, le asperità in divisioni, le divisioni in lotte” (Guzzetti).
  • Quei gruppi poi che hanno così egregiamente servito il prossimo per amore di Cristo non devono ritirarsi ma assumere fisionomia nuova. Per il Fratello Ospedaliero che ha per voto “la cura e l’assistenza corporale e spirituale degli infermi, di ogni condizione, principalmente poveri, di qualsiasi nazionalità e religione...” (Costit.1, 3) quale dunque la strada da percorrere?
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  • 1-2013-12-1613Iniziative ed opere da intraprendere sono compiti peculiari dei Capitoli Generali. Paolo VI in un importante discorso ai religiosi ha suggerito elementi preziosi:
  • Astenetevi da quelle che non rispondono allo scopo essenziale del vostro istituto, alla mente del Fondatore…
  • primo posto alla vita spirituale… 
  • Zelo apostolico che non si esaurisca entro i limiti del (proprio) Ordine, ma si estenda alle immense necessità spirituali del nostro tempo…
  • Chiara coscienza dei doveri…
  • Solida dottrina…
  • Integrità di vita”.

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E la carità d’oggi come dovrebbe essere intesa?

“La prima cosa – dice Mons. Ancel, noto ormai come il “Vescovo dei poveri” – è di farne convinti se stessi. Spesso si pensa di essere persone caritatevoli ed in realtà . Invece, siamo sempre attaccati a noi stessi, ai propri interessi, alle cure della propria famiglia o della propria categoria sociale do della nazione alla quale ognuno di noi appartiene”.

Oggi non si tratta di lottare solo contro la miseria, ma anche contro le cause della miseria. C’è di più. La povertà, la miseria, il dolore non sono solamente quelli visibili; l’infermità non è solo quella che appare nei corpi con piaghe o riflessi giallognoli sul volto; vi è anche un’indigenza occulta, un dolore taciuto, accettato, vergognoso-. V’è una povertà segreta, v’è un vivere sepolto che alcuni esseri invisibili trascinano come catene che nessuno vede.

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E’ questo il “sesto senso” di Giovanni di Dio che nel labirinto delle miserie di Granata soccorre orfani, vedove, fanciulli, soldati, operai, e per tutti trova parole corroboranti e concreto aiuto o raccomandazione per chi possa risolvere il loro caso.

Sull’esempio del Fondatore deve modellarsi anche il Fratello Ospedaliero. Il suo occhio deve saper riconoscere coloro che campano miseramente, con lo stomaco vuoto o ripieno di alimenti privi di sostanza e il volto color della fame. Con qualche ricerca gli sarà facile trovare di quelli con un solo vestito, che si usa fino al suo completo logoramento, nell’impossibilità di cambiarlo. Forse, con un po’ d’iniziativa, quanto si potrebbe fare ! Come non preoccuparsi di quegli operai che invecchiano precocemente, colpiti da silicosi polmonare per l’estenuante lavoro di miniera.

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Uno sguardo a un male che cresce: “Strade e marciapiedi”. Un problema scottante, un’impresa gigantesca e ingrata, quella che è stata definita la più audace attività di Giovanni di Dio. Per il Pazzo di Granata non esistono ostacoli: sono esseri per natura oggetto di carità. Il più delle volte, deboli donne che non hanno da mangiare, né da vestire, né una dimora dove abitare, quelle che hanno dei figli da nutrire, talvolta già frutto di questo miserabile mestiere, donne che hanno un cuore affatto privo di amore e di educazione. Quanti sono a condurre quest’offensiva antimarciapiede? Un pugno, Eppure anche il Cristo agonizza nelle anime e non si ha il diritto di dormire durante questo tempo – dice il Card. Suenens – di passar oltre senza darsi pena di vedere. Ma forse il voto non arriva fin qui!

Dovemmo continuare il discorso su quelli senzatetto, sfrattati, i lavoratori che , schiacciati in fabbrica, temono di andar a farsi schiacciare in Chiesa.

Ad altri li tema delle Missioni. Mi sia consentita una parola per quei “poveri” bisognosi di assistenza e del nostro soccorso” (Costit. 1,3) che si vergognano a chiedere. Come Giovanni di Dio i discepoli devono muoversi alla ricerca di questi fratelli. Solo così aiuteremo la Chiesa a salvare l’umanità smarrita nella maggior miseria, quella dell’ateismo.

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Dove attingere i mezzi materiali per arrivare a tutti?
Il Padre Chevrier consiglia una povertà totale che si mantiene prestando a tutti coloro che chiedono e donando tutto ciò che domandano. Questo spogliamento ha un risultato inatteso: attira considerevoli elemosine, perché i ricchi amano dare a coloro che non tengono nulla per sé. Così il P. Chevrier era arrivato a ricevere denaro sufficiente per dare ai poveri tanto quanto bastava per la sua casa.

Certo non deve mancare la preparazione a tutto questo, preparazione di anni e non solo tecnica ma filosofica, morale, biblica sociale…ma richiederebbe una trattazione a parte.

E dunque, via la vecchiezza dello spirito.
Recedant vetera, nova sint omnia…!

Fra Marco Fabello76

OGGI

La rilettura mi commuove e mi fa pensante per l’ennesima volta. Sono evidenti nella riflessione del ragazzo ventenne di cinquant’anni  sia una discreta dose di ingenuità che l’ardore del Vangelo, percepito come fuoco che scorre nelle vene e un generoso desiderio che divampi nel mondo. D’altra parte, ciò che allora era dato di sapere, poteva provenire solo da letture solitarie, perché esperienze sul campo, al di fuori della cerchia ristretta della propria istituzione non solo non erano possibili ma nemmeno auspicabili. Quando, con un certo ardore, s’è provato a forzare la mano, non è finita bene. E a qualcuno è stato chiesto di pagare un conto abbastanza salato. Ma così va la storia che, nonostante tutto, è sacra e redenta.

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Proprio oggi che scrivo, nel vangelo domenicale si legge di quella triplice insistente e imbarazzante domanda di Gesù a Pietro: “Mi ami tu”. E lui che risponde ripetutamente “Ti voglio bene“,  che non è la stessa cosa. Pietro lo sa ma non osa dire “ti amo”, per via di quel gallo che ogni volta che canta gli ricorda il tradimento. Ma il Gesù insistente non intende umiliarlo, fargliela pagare, no! Gli fa capire che seguire Lui non significa una strada di onori, di successo, di potere ma di amore, di servizio e anche di umiliazioni e di sofferenze. Soltanto a questo punto, quando dimostra di aver capito – “Signore, tu sai tutto. Tu lo sai che ti voglio bene” – allora dice al discepolo “Seguimi“. Parole consolanti che non escludono nessuno. Sono grato perché anche a me è già dato di sapere con quale morte sarò chiamato a glorificare Dio. Mi viene da dire: è stato bello così. Grazie, Signore.

Tornando al tema, come si può constatare, 

  • non si trattava di una fuga mundi ma il desiderio di una fuga in avanti,
  • un fare luce sulle fragilità umane,
  • non una rottura di solidarietà con il mondo ma un rompere con la rassegnazione del mondo per trascinarlo in una fuga in avanti verso ciò che Dio vuole che sia,
  • è c’è l’impeto gioioso di chi ha lo sguardo fisso in Dio durante l’immersione appassionata nella comunione col mondo della desolazione.
Gesù samaritano

Gesù samaritano

In altre parole, l’anelito del cuore era di saper cingere l’asciugatoio della lavanda dei piedi, con gli occhi puntati sul Maestro nel Cenacolo, proprio nella sua fase di accelerazione ormai verso il Calvario:

Sapete ciò che vi ho fatto? Voi mi chiamate Maestro e Signore e dite bene, perché lo sono. Se dunque io, il Signore e il Maestro, ho lavato i vostri piedi, anche voi dovete lavarvi i piedi gli uni gli altri. Vi ho dato infatti l’esempio, perché come ho fatto io, facciate anche voi. ” Gv  13, 1-20).

CARDINALE CARLO MARIA MARTINI DURANTE LA MESSA DEL GIOVEDI' SANTO ALLA LAVANDA DEI PIEDI NEL DUOMO DI MILANO

CARDINALE CARLO MARIA MARTINI DURANTE LA MESSA DEL GIOVEDI’ SANTO ALLA LAVANDA DEI PIEDI NEL DUOMO DI MILANO

Ma dietro il gesto del darsi tutto a tutti, ce n’è un altro altrettanto significativo che funge da premessa: il “deporre le vesti”, ossia il diventare poveri. Diventare, perché poveri non si nasce ma di diventa come si diventa medici, avvocati, infermieri, commercianti, preti, suore. Dopo una trafila di studi, cioè. Dopo lunghe fatiche ed estenuanti esercizi, perché, come direbbe il vescovo Tonino Bello, “quella della povertà, insomma, è una carriera. E per giunta, tra le più complesse. Suppone un noviziato severo. Richiede un tirocinio difficile. Tanto difficile che il Signore si è voluto riservare l’insegnamento di questa disciplina. Nella seconda lettera che san Paolo scrisse ai cristiani di Corinto, c’è un passaggio fortissimo: “Il Signore nostro Gesù Cristo, da ricco che era, si è fatto povero per voi” (8,9). E’ un testo splendido, ha la cadenza di un diploma di laurea, conseguito a pieni voti, incorniciato con cura, e gelosamente custodito dal titolare, che se l’è portato con sé in tutte le trasferte, come il documento più significativo della sua identità…Se l’è portato perfino nella trasferta suprema della croce, come la più inequivocabile tessera di riconoscimento della sua persona”.

Ma le parole sapienziali di Don Tonino Bello che anagraficamente avrebbe sette anni più di me e per 22 anni è rimasto vice-rettore del seminario, a quel tempo non avevano ancora la risonanza attuale, lui che riuscirà a scrivere ai malati: “Vedete, vi dico una cosa. Se noi dovessimo lasciare la croce su cui siamo confitti (non sconfitti), il mondo si scompenserebbe. È come se venisse a mancare l’ossigeno nell’aria, il sangue nelle vene, il sonno nella notte. La sofferenza tiene spiritualmente in piedi il mondo.”

Don-Primo-Mazzolari-2Ma dalla parte dei poveri avevamo allora DON PRIMO MAZZOLARI come figura profetica che ha provocato e scosso la nostra fantasia e incendiato il cuore. Lui, grande estimatore di Peguy, in un articolo del 1948, lo definì un artigiano del pensiero capace di vedere l’opera di Dio anche nel più atroce degli “scarabocchi dell’uomo”: la guerra. E ci sono parole indelebili che ancora porto nel cuore come queste: ” Un uomo d’onore non lascia agli altri la pesante eredità dei suoi “adesso” traditi». 

Con il senno di po, oggi mi rendo conto che era l’inizio di un cammino che mai avrei immaginato dove mi avrebbe portato. E proprio dove non avrei voluto. Allora, Gesù, il Crocifisso-Risorto si manifestava a noi allo stesso modo in cui un giorno si manifestò a Pietro e agl’altri: «si manifestò così: si trovavano insieme Simon Pietro, Tommaso detto Didimo, Natanaele di Cana di Galilea, i figli di Zebedeo e altri due discepoli. Disse loro Simon Pietro: “Io vado a pescare”. Gli dissero: “Veniamo anche noi con te”. Allora uscirono e salirono sulla barca, ma in quella notte non presero nulla» (Gv 21,2-3).

In questo passo biblico vi leggo l’immagine dell’uomo che cerca Dio, ma che da Dio è cercato, che da Gesù riceve la sua missione nella Chiesa. Dominante è la domanda centrale di tutto l’episodio: «Pietro, mi ami tu, sei capace di amare, che cosa sei capace di fare nel tuo amore per me?».

Se sostituisco il nome di Pietro col mio, scopro immediatamente l’attualità del Vangelo: Parola di Dio per me.

A quei tempi, ricorreva spesso nelle prediche e meditazioni la domanda che sant’Agostino ripeteva sovente: «Che io mi conosca, Signore, che io mi conosca!». Con tutte le buone intenzioni, chi era quel giovane che sarebbe stato capace di tale discernimento? Io no. Col passare degli anni, quante sorprese ho trovato nella risposta a questa domanda che continua a riproporsi: «Che io mi conosca!».

Nelle interrogazioni che l’Arcivescovo Martini ha saputo porre al menzionato testo evangelico di Giovanni, per grazia, trovo oggi il senso di quegl’anni formidabili di domande impegnative mescolate e confuse con quei flebili echi di risposta che venivano dal Concilio, stimolanti e frastornanti allo stesso tempo.

Carlo Maria Martini

Carlo Maria Martini

Così l’arcivescovo e padre, Martini:

Carlo Maria Martini

Carlo Maria Martini

«Non presero nulla»
Cosa ci dice il brano su Pietro e i suoi? Il testo dice che si trovavano insieme Simon Pietro, Tommaso detto Didimo, Natanaele di Cana di Galilea, i figli di Zebedeo (sono Giacomo e Giovanni) e poi altri due discepoli: sette. Già sorge una domanda: come mai sono sette e non tutti?

Come mai sono solo sette discepoli e non undici (lasciamo Giuda)?

Perché questa comunità, che pure era stata ricostituita da Gesù dopo la risurrezione, stenta a camminare come comunità.

  • Anche negli episodi precedenti, quando era venuto Gesù la sera del primo giorno dopo il sabato, mancava uno di loro, Tommaso. Questa volta Tommaso c’è, ma mancano altri.
  • Dov’è Matteo, per esempio, dove sono altri che conosciamo come discepoli?

Si vede che il ricostituire la comunità dei credenti non è una cosa facile, e Gesù opera con pazienza, prendendo le persone un po’ così, una per una. La grande opera di Gesù è di costituirci in comunità, in Chiesa, ma sa che è difficile, che è faticoso e allora ci prende così come siamo.

Qui prende questi sette – anche se era certamente da deplorarsi che non ci fossero tutti –, comincia col poco che c’è. Noi tutti tendiamo a una vita di comunità, di comunione, di gruppo, a fare comunità nella Chiesa e spesso ci lamentiamo che non si riesce. È importante partire da ciò che c’è: non deplorare ciò che non c’è. Se i sette si fossero messi a fare il processo agli altri, non si sarebbero mossi e Gesù non si sarebbe mostrato.

Anche noi qui potremmo dire:

  • siamo cento, è un bel numero, ma gli altri dove sono?
  • Perché non siamo in cinquecento o in cinquemila a fare questa esperienza?
  • Non ci sarebbe niente di strano che tutti i giovani la facessero. Nel mondo ortodosso greco, ad esempio, sono molti i giovani che arrivati a questa età vanno a passare qualche mese nel monastero del monte Athos per una esperienza di preghiera prolungata.
  • Ma se noi ci attardassimo a dire: «Perché? Dove sono gli altri?», non andremmo mai a pescare.
  • Invece il Signore ci chiede di buttarci anche per gli altri e di ringraziarlo, sicuri che lui, a partire dal poco, produce il molto.
  • Se lui vorrà, questa esperienza, come granello di senape potrà crescere e diventare un albero grande, un’abitudine per tutti.

Abbiamo visto perché gli apostoli non sono tutti e cosa significa. Vediamo adesso chi sono, perché il testo ci dà i nomi. Non sempre il Vangelo è così accurato nel riferire i nomi delle persone presenti: questa volta c’è un elenco quasi completo, e pensiamo cosa vuol dire.

C’è Simon Pietro; Simone è il nome di nascita e Pietro è il nome di battesimo. Poi c’è Tommaso detto Didimo, Natanaele di Cana di Galilea e i figli di Zebedeo. Come mai alla fine del Vangelo c’è bisogno di ricordare che Tommaso è detto Didimo, che Natanaele è di Cana di Galilea, che Giacomo e Giovanni sono i figli di Zebedeo? L’evangelista ci vuol ricordare che ciascuno di questi ha una storia, un carattere, è un personaggio, è un tipo.

C’è una grandissima varietà di temperamenti.

Simon Pietro è quello che è partito con grande entusiasmo e poi ha rinnegato Gesù. Pietro è un uomo, da una parte pieno di sé, sicuro, impulsivo, di cuore grande, però fragile in certi momenti: un uomo complesso, anche discusso, proprio perché non è stato sempre fedele.

Tommaso è quello che si era “buttato” un giorno, quando andavano a Gerusalemme (Gv 11,16) ed erano incerti se andare o no a Betania dagli amici di Gesù (Lazzaro stava morendo: anzi era morto) e Tommaso dice: «Andiamo anche noi e moriamo con lui»; cioè fa superare tutte le paure dei discepoli di andare a Gerusalemme. Quindi un uomo coraggioso, entusiasta, che però è anche incredulo, messo da parte, risentito, facile alla chiusura, incapace di comunicare, che si fa pregare dai discepoli perché dice: «Non credo finché non vedo» (Gv 20,25). Anche lui ha gravemente mancato verso la comunità.

Natanaele è un altro tipo. Per quanto lo conosciamo è il ragazzo semplice a cui tutto va bene, quello che fin dall’inizio accetta Gesù con grande entusiasmo. Ha fatto, è vero, le sue obiezioni: «Che cosa può venire di buono da Nazareth?» (Gv 1,46), ma quando ha avuto una parola di Gesù ha detto: «». È un carattere riflessivo, ragionevole, costante, profondo.

La varietà dei temperamenti indica che c’è una chiamata ecclesiale per tutti. Nessuno può dire di avere un temperamento che non va…

  • C’è una chiamata per i più focosi,
  • c’è una chiamata per i collerici,
  • c’è una chiamata per i placidi, per i semplici: per tutti.
  • Non importa dove siamo o chi siamo: cioè, importa sapere chi siamo per vedere la nostra strada, ma con la tranquillità che Gesù mi accetta così come sono, mi vuol bene così come sono.
  • Anche se i miei amici e le mie amiche mi criticano, Gesù non critica, mi accoglie volentieri, come sono, per chiamarmi.

È uno dei significati che possiamo vedere in questa lista di nomi che ci viene riferita. I due discepoli di cui non si fa il nome sottolineano che ci sono altri anonimi nella comunità, altri chiamati di cui però non si conosce il carattere e forse neppure loro lo conoscono. Ma anche questi sono amati da Gesù. Adesso ci domandiamo: che cosa fanno? Qui il testo è da considerare con attenzione.

«Disse loro Simon Pietro: io vado a pescare». Un po’ strano questo modo di esprimersi perché, se veramente fanno gruppo, Pietro dovrebbe dire: «Andiamo a pescare». Dicendo: «Io vado a pescare» e aspettando la risposta: «Veniamo anche noi con te» (risposta che certamente lo rallegra molto), si vede che sta riconquistando gradualmente un’influenza perduta. Siamo nel momento di faticosa ricostituzione della comunità.

Giovanni evangelistaMa perché san Giovanni racconta queste cose?

Non c’è niente di strano che dei pescatori vadano a pescare. La ragione è molto semplice. In questo andare a pescare, perché hanno fame, c’è il dinamismo costante dell’uomo che sempre vuol fare qualcosa, che sempre ha qualche progetto. Noi siamo produttori istintivi di progetti e di azioni; l’uomo è per natura sua attivo, creativo, inventivo e l’aspetto dinamico salta fuori anche nelle cose più semplici. Il bisogno dei discepoli di mettersi in azione fa contrasto con il più doloroso insuccesso: «Allora uscirono e salirono sulla barca; ma in quella notte non presero nulla». Questa azione programmata dei discepoli non riesce.

L’evangelista ci vuole anche dire che l’andare a pescare è sì un’azione normale, ma a questo punto è un’azione ambigua. Infatti, erano stati mandati a conquistare il mondo e, invece, si rimettono a pescare come se niente fosse stato. C’è in loro una certa ambiguità tra i grandi ideali a cui sono stati chiamati e il quotidiano che li riassorbe, e questa ambiguità viene fuori nel grande insuccesso e nella umiliazione. Erano pescatori abili, capaci, e non prendono niente.

Credo che in quella notte mentre tiravano le reti una volta, una seconda e una terza volta sempre vuote, si saranno chiesti:ma che cosa ci sta succedendo?

 

  • È proprio questo il nostro mestiere?
  • O forse è un’altra la nostra vocazione?
  • Gesù non ci aveva detto: «Non preoccupatevi di che cosa mangerete e berrete, cercate prima il Regno di Dio»?
  • Non ci ha detto: «Sarete pescatori di uomini»?

Pesce alle braceE in questa inquietudine (Gesù lavora attraverso l’inquietudine e l’umiliazione) cominciano a capire che quello che sembrava loro una vocazione evidente, una chiamata evidente («andiamo a pescare»), non era la loro vera chiamata. Il Signore si serve dell’insuccesso per purificarli amaramente, affinché capiscano che la loro felicità non è lì, non è fare una buona pesca e una bella mangiata di pesci. Sono tutte cose buone che Gesù non disprezza (e lui stesso, dopo, preparerà il pasto per loro), ma il desiderio che sentono dentro di muoversi, di far qualcosa è molto più grande di queste cose. Essi non possono più essere definiti come semplici pescatori.

La loro vocazione è più alta.

Ecco ciò che leggiamo dietro a queste righe sulla vicenda vissuta dagli apostoli nella loro imperfezione e nella loro tristezza. Erano andati a pescare perché non sapevano cosa fare d’altro; perché erano tristi e non avevano un progetto più grande di vita. Un po’ come un ragazzo che dice: «Io vado a ballare» e gli altri: «Veniamo anche noi perché non sappiamo cosa fare e così occupiamo la domenica». È quel mettere avanti delle cose tanto per farle, perché non sia vuoto il tempo e non perché è scattato dentro un ideale.

Chiamati a qualcosa di più

Che cosa ci dice questo testo sull’uomo? Che antropologia c’è dietro? Esprimo due osservazioni che partono da ciò che abbiamo detto sui discepoli, ma le applichiamo all’uomo, perché questo è un testo che rivela l’uomo, che rivela chi siamo noi.

a) Prima osservazione: l’uomo è mosso dai desideri. Noi siamo un fascio di desideri, una centrale produttiva di desideri. E questi desideri sono formidabili, perché hanno un’ampiezza, una instancabilità e una capacità di ricrearsi senza fine. Se conosciamo veramente noi stessi sappiamo di essere una fornace di desideri.

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Questo è ciò che distingue l’uomo da tutto il resto: l’uomo non è mai stanco di desiderare e di volere, non è mai soddisfatto. A differenza dell’animale, che è contento perché ha mangiato, l’uomo anche dopo un buon pranzo dice: «In fondo però non abbiamo raggiunto ciò che volevamo, dovevamo stare più insieme, dovevamo capirci di più, parlarci di più». Sono formidabili i desideri dell’uomo perché sono vissuti nella forza moltiplicatrice e acceleratrice dei sentimenti e delle emozioni.

Non sono desideri sottili come un filo di seta, ma corposi come una valanga che si mescola con le emozioni che continuano a crescere, e questo è il mistero che portiamo dentro di noi. È lo spessore che c’è in ciascuno, anche nella persona apparentemente più timida, che non parla mai, che è sempre in un angolo. Se la potessimo conoscere ci accorgeremmo che è una fornace di desideri.

Qualche volta lo spiraglio si apre e allora si vedono grovigli di cose, aspirazioni, recriminazioni, risentimenti, amarezze, ire, speranze. Spesso non ce ne accorgiamo, perché tutto è coperto dal velo della quotidianità. Andiamo a pescare, ci occupiamo della pesca, e quando rientriamo in noi stessi ci accorgiamo della immensa e pericolosa ricchezza che portiamo dentro e che, peraltro, è il valore della vita umana.

Da qui deriva subito una conseguenza: che per essere veramente noi stessi, per giungere veramente a essere autentici, a saper amare, bisogna appropriarsi di questi desideri, fare ordine in essi, chiarirli, tenerli in mano e non spegnerli. Perché spegnerli sarebbe la morte, la morte civile e umana.

Certe volte si incontrano persone che hanno spento i loro desideri: per loro tutto è uguale, su tutto sono scettici. In fondo uno dei mali maggiori della droga è che spegne tutti i desideri eccetto uno. Non c’è più desiderio e infatti dicono: «La testa non mi gira più», cioè non si interessa più a niente: c’è una sola cosa, un’unica cosa che si stringe come un pozzo fino a diventare praticamente invisibile. D’altra parte, i desideri non possono nemmeno essere tumultuosamente lasciati andare perché rischierebbero di diventare distruttivi di noi stessi e degli altri. Per questo ho detto che dobbiamo appropriarcene: appropriarci dei nostri sentimenti, delle nostre emozioni, delle nostre intenzioni, delle nostre capacità di amare fino in fondo.

Quella che chiamiamo “capacità di amare” è un po’ la sintesi di questa potenza di desiderio che c’è nell’uomo. Ordinare il desiderio è una delle cose più importanti. E per questo la preghiera è un’attività fondamentale dell’uomo; la preghiera ordina i desideri, li assume e li indirizza verso il bene. La preghiera ci aiuta a non spegnerli. E questo è vitale perché senza desideri, i sentimenti, le emozioni e le nostre azioni avrebbero lo spessore di una ragnatela e non faremmo mai niente, non costruiremmo niente.

Senza desideri uno non affronta una famiglia, non si sposa, non affronta una vocazione, non si impegna in un lavoro difficile: cerca gli impieghi più comodi e nascosti, che non danno fastidio; e alla fine è inquieto perché l’uomo questi desideri li ha in sé e non può farne a meno. È meglio affrontarli e guardarli in faccia, appropriarsene ragionevolmente, indirizzarli e allora si diventa più autentici, cioè più capaci di amare e di rispondere alla domanda: «Pietro mi ami tu?». Pietro era un uomo di violentissimi desideri e perciò anche di sbagli e di paure; ma aveva raggiunto, attraverso una penosa purificazione, la chiarezza sui suoi desideri. Dunque la prima osservazione è che l’uomo è mosso dai desideri e deve fare ordine in essi.

Insuccesso

b) Seconda osservazione: l’insuccesso mostra all’uomo lo scarto tra l’infinità dei suoi desideri e la possibilità di realizzarli. La pesca infruttuosa suscita nei discepoli l’amara sensazione che non basta dire di andare a pescare per riuscire a pescare. C’è uno scarto tra la potenza dei desideri e la loro realizzazione effettiva. Quanti sogni di gioventù restano castelli in aria proprio per lo scarto tra ciò che noi vorremmo essere nella vita e ciò che poi si realizza! Vorremmo essere come il tale o il tal’ altro, il nostro “io ideale” si proietta e alla fine vediamo che c’è una differenza enorme; l’insuccesso mostra la distanza tra l’infinità dei desideri e la possibilità di realizzarli.

La pesca infruttuosa diventa il simbolo di questo scarto, ed è una delusione salutare perché ci permette di riappropriarci con ordine dei nostri desideri. Ma può essere anche molto pericolosa: scatena reazioni negative e drammatiche.

Ricordo il caso di un uomo molto per bene che non riuscì ad accettare l’umiliazione di essere retrocesso nella carriera e per questo giunse a uccidere. L’insuccesso aveva provocato in lui lo scatenamento di desideri, che c’erano ma che prima riusciva a dominare perfettamente. È un’immagine di ciò che l’insuccesso provoca, per la violenza delle forze che si agitano dentro di noi, e che gli antichi chiamavano le passioni dell’uomo. Le passioni non sono soltanto la sensualità; sono anche l’invidia, l’ambizione, l’orgoglio e i risentimenti più forti; come pure sono passioni l’amore, la fedeltà, l’impegno, il coraggio, l’entusiasmo e la perseveranza. Queste sono le forze dell’uomo che dobbiamo imparare a conoscere e a dominare.

Anche se non arriviamo a casi drammatici, dobbiamo però dire che la pesca infruttuosa si ripete spesso nella nostra vita. Viene ad esempio, magari in giovanissima età, una malattia che immobilizza ed ecco tutta una serie di sogni che crollano. E uno passa due, tre, quattro anni prima di riuscire, se riesce, a ricomporre la profondità dei suoi desideri con la realtà che sta vivendo. Conosco situazioni in cui da questa ricomposizione è venuta fuori una forza speculare formidabile. Ma quanta fatica per arrivare a questa ricomposizione! Anche un’amicizia che sfuma è spesso fonte di grande delusione; un posto non ottenuto, un posto di lavoro sul quale avevamo puntato, soprattutto in situazioni in cui c’è una carriera quasi obbligata.

gesu-lago-di-tiberiade-400x300È la notte sul lago di Tiberiade. E il Vangelo non dice tutto; ma quando cominciavano a tirar su la rete vuota, sarà cominciata la litania delle colpe: «È colpa tua, quanto mai siamo venuti, chi ci ha fatto uscire, chi ha avuto questa idea». Cioè vengono fuori tutti i sentimenti negativi. Dobbiamo riflettere per capire, come gli apostoli, che in fondo l’importante non è “andare a pescare”, che si è chiamati a qualcosa di più grande e che il Signore può farci conoscere quel “qualcosa di più” attraverso l’insuccesso.

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Guardare dentro se stessi

Che cosa dice questo testo a me? Ciascuno dovrà ascoltarlo soprattutto nella preghiera. Io cerco solo di aiutarvi, suggerendovi quattro interrogativi.

a ) Quali sono i desideri che mi muovono nelle cose più importanti della mia vita? Cerchiamo di scavare un po’ dentro la fornace dei nostri desideri, e capire perché faccio ciò che faccio. Perché io faccio il vescovo, chi me lo fa fare? Per quale motivo? Quali sono le radici del mio vivere così? Perché studio? Perché vivo questo tipo di vita, perché attendo ciò che attendo? Quali sono i desideri che mi muovono nelle cose più importanti della vita?

b) Sono in buona coscienza con questi desideri? È la domanda che gli apostoli hanno cominciato a porsi quando non pescarono niente. È davvero la cosa più importante quella che stiamo facendo? Siamo veramente chiamati a essere pescatori come prima o stiamo sfuggendo alla vera chiamata? O forse desidero cose che non si possono avere? Ricordatevi che due comandamenti dei dieci sono sui desideri: «Non desiderare la roba d’altri»; «Non desiderare la donna d’altri». Quindi toccano le due grandi fonti dei desideri umani: le cose, le situazioni, le posizioni; poi le persone. I nostri desideri possono sbagliare gravemente sulle persone. E la gran parte dei conflitti umani – uccisioni, gelosie, perversioni, rotture di famiglie – nascono da un errato orientamento dei desideri.

c) Vi sono in me dei desideri profondi sotto la cenere? Desideri nobili, grandi, che io sto soffocando? Questa domanda si può porre anche così: ho veramente stima di me? Ci sono tante persone che hanno talmente ridotto o svilito l’ambito dei loro desideri che se ne vergognano, cioè non sono contenti. Non hanno vera stima di sé, perché non hanno capito l’ampiezza infinita dei loro desideri.

d) Come mi comporto quando “non prendo pesci”? Cioè come mi comporto quando mi capita quel che è capitato agli apostoli? Mi autoaccuso con delle forme ulteriori di masochismo contro di me, me la prendo perché mi sento buono a niente, non valgo, non riesco; oppure, con forme inconsce di sadismo, accuso gli altri, la società, la Chiesa, la comunità, il gruppo, la parrocchia? Oppure mi comporto ragionevolmente chiedendomi: «Ho ben orientato i miei desideri?».

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La preghiera su queste riflessioni potrebbe essere il salmo 63. Il primo inizia con: «L’anima mia anela a te»: è l’uomo dei desideri, che ha un desiderio infinito di Dio.  «L’anima mia anela a te… nella terra arida, senz’acqua… così nel santuario ti ho cercato…»: è la storia di un desiderio lucido, perfetto, chiarito, appropriato.

Oppure potrebbe essere il salmo 8, che dice: «Che cosa è l’uomo perché te ne ricordi… che cosa è l’uomo perché te ne curi? Eppure l’hai fatto poco meno degli angeli, di gloria e di onore l’hai coronato». Noi siamo grandi per questa grandezza di desideri veri […].

DSC01562Non avrei mai immaginato che un articoletto da quattro soldi di cinquant’anni fa, rinvenuto casualmente su tre fogli ingialliti dal tempo e dall’umidità, fosse il pretesto di cui si è servito lo Spirito del Signore Gesù per dirmi qualcosa oggi, all’imbrunire della mia esistenza. Solo che ai vecchi interrogativi, Egli aggiunge i nuovi, sempre più incalzanti…

Ringrazio il mio Arcivescovo, che tanto ho amato in vita e che ancora mi parla, mi è guida e mi suggerisce il giusto modo di pregare: «L’anima mia anela a Te, o Dio… nella terra arida, senz’acqua… così nel santuario ti ho cercato…». E ancora: Che cosa sono io perché te ne ricordi… che cosa sono io perché te ne curi?”

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alfa e omegaAnni sessanta. Tutto è passato come una meteora. Con il senso del limite, sempre più marcato, è viva la percezione  che il Signore e vicino e muove tutto all’unità: UN UNUM SINT .


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Mi preoccupa talvolta il pensiero che, quando busserò alla Sua porta, nonostante le “annunciazioni” che mi hanno accompagnato lungo il corso degli anni, avrò solo mani vuote, piedi stanchi e nudi e sulle spalle un piccolo zaino di dolori… Ma non lo svuoterò per barattare il Paradiso: solo nomi per cui intercedere. Dal momento che sono ancora vivo, forse mi converrà arricchire più che posso l”agenda delle persone incontrate, da segnalare al “Capo del sindacato sofferenti”.

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