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P. PIERLUIGI MARCHESI E LA CONTESTAZIONE GIOVANILE – Parte seconda – Angelo Nocent

 Hospital de San Juan de Dios – Granada

—segue

Avendo a disposizione

  • duecento ospedali nel mondo,
  • un migliaio di frati,
  • 45 mila collaboratori laici
  • e carta bianca,
  • perché non ha deciso di fare un ospedale modello futurista, proprio come lo aveva in mente lui?

Si pensi alle idee che gli ronzavano in testa giorno e notte, molto vicine alla paranoia, una specie di delirio cronico, basato su un sistema di convinzioni poco corrispondenti alla realtà:

  • Cambiare i medici,
  • cambiare gli infermieri,
  • cambiare la medicina,
  • cambiare la testa dei frati
  • cambiare la filosofia
  • cambiare la politica sanitaria,
  • reinventare l’ospedale,
  • creare una leadership dotata di autorità e carisma,
  • avere una strategia globale,
  • umanizzare…ecc. ecc. ecc.

A parte che sono tutte o quasi, idee che aveva divulgato con competenza e dovizia di documentazione il Dott. Luigi Oreste SPECIANI (nato ad Asso (Como) il 23 febbraio 1921) già nel 1976 in due edizioni tra febbraio ed aprile nel suo libroL’UOMO SENZA FUTURO – Nella medicina riumanizzata l’alternativa per sopravvivere – Mursia “,

Basterebbe dare un’occhiata all’indice, alla mastodontica bibliografia o all’elenco dei nomi citati, per capire che il lavoro da lui condotto non è frutto di una rilassata vacanza estiva in montagna con la penna in mano. Del resto, prima di quella data, le idee le faceva girare sulle riviste, tipo “Minerva Medica”.

Spaziando dalla psicologia alla sociologia, dall’antropologia culturale all’economia e alla politica , egli ha saputo condurre una serie di stimolanti indagini sui vari aspetti della vita dell’uomo e del suo mondo culturale.

Nella prefazione si legge: La presente ricerca medico-sociale intende documentare la possibile rinascita di una MEDICINA DELL’UOMO, che non auspica il ritorno all’empirismo delle caverne, ma la ricerca onesta del vero dovunque esso si trovi, e l’integrazione di ogni apporto valido della millenaria scienza medica nell’intero significato essenziale dell’arte del guarire.

Perciò si propone, sulla stessa linea di umiltà ma di urgenza, come il semplice tentativo di informarci meglio tutti, perché non vada perduta colposamente la speranza esigua di un futuro per noi, vivi oggi, e per i nostri figli, domani.

Questa offerta conoscitiva, sia pure democraticamente estesa dall’educazione dei singoli alla meditazione dei potenti, è il solo compito d’istituto della Medicina sociale. Perciò essa si arresta, deliberatamente e consapevolmente, alle soglie delle proposte politiche concrete“.

Bonardi Padre Mosè o.h. Priore GeneraleNon so perché questo libro di 400 pagine, rigorosa ricerca scientifica che denuncia in maniera documentatisima la corsa sfrenata verso il suicidio sociale, non venga mai citato, quasi non fosse esistito. (vedi /PADRE MOSE’ BONARDI OH – Angelo Nocent/). Sul retro si può leggere un messaggo rasserenante: “…A differenza di tutte le critiche precedenti [ndr. segno che la tematica era molto sentita], la presente ricerca irradia un messaggio di consolazione e di speranza, offrendo, nella medicina a misura dell’uomo, l’ alternativa per sopravvivere, non solo realizzabile ma già realizzata e operante in mezzo a noi“.

NON APPARE EVIDENTE CHE IL MUTAMENTO ERA GIA’ IN ATTO PRIMA CHE ARRIVASSE IL PROFETA?

Si può calpestare con disinvoltura il Suum cuique tribuere – dare a ciascuno il suo, che è uno fra i principali precetti del diritto romano

Domanda ingenua:

  • A chi toccherebbe introdurre concretamente tutti gli invocati complessi cambiamenti di cui sopra che è facile solo rubricare?
  • Chi avrebbe una tale capacità di produrre quasi per incanto il cambiamento culturale di una realtà granitica?
  • Chi oggi può non crede al controllo di gestione e qualità, materia che si apprende all’università? Ogni professionista, credente o non, senza essere necessariamente carismatico, sa esattamente cosa deve o non deve fare.

Bene: a detta di chi ha conosciuto quell’esperienza, nell’ Ospedale “San Giuseppe” dove il P. Marchesi che è stato designato come Priore dopo il Generalato, in quel tentativo di REINVENTARE L’OSPEDALE, è successo solamente un putiferio.

Idilliaca la risposta del Priore all’intervistatore Angelo Montonati nella post-fazione del libro menzionato:

  • Sogno un ospedale che sia tempio della salute,
  • con un “gregoriano” nuovo cantato da tutti (l’epoca dei solisti è finita!),
  • on il malato al centro,
  • dove la parola d’ordine e l’ambizione degli operatori sia la Qualità Totale.
  • In altre parole, un ospedale degno di San Giovanni din Dio.
  • Le premesse culturali ormai ci sono, se verrà meno la volontà, il traguardo sarà raggiunto”.

Nell’ editoriale del primo numero di “PERSONA”, la rivista periodica dell’ospedale “San Giuseppe”, giugno 1993, il Marchesi scriveva:

La mala sanità non si guarirà nè con gli “ospedali-azienda”, nè con la riduzione delle USSL, nè con le nuove leggi che si sovrappongono con velocità caotica annientandosi vicendevolmente.

Nel “San Giuseppe” dei padri Fatebenefratelli è nata la convinzione che la “mala sanità” si estirperà quando si saprà creare un’organizzazione per la Persona e non solo per le patologie, si estirperà quando si guarderà non soltanto ai ruoli o ai livelli degli operatori, ma quando si guarderà a loro come Persone“.

Sono parole sensate, di profeta, o demagogia qualunquista e populista che vuol ingraziarsi i dipendenti o chi so io…, colpevolizzando le Istituzioni che non sono nessuno? Se si è convinti, si facciano nomi e cognomi.

E’ saggio ricordare quanto i vecchi dicevano, e ancor prima la Bibbia: “Chi semina vento raccoglie tempesta qui ventum seminabunt et turbinem metent. E’ un antico proverbio derivante dal libro del profeta Osea (8,7), sempre di attualità. .

IRONIA DELLA SORTE:

quando finalemente – a suo dire – c’erano le premesse, l’Ospedale “San Giuseppe” è passato al gruppo MULTIMEDICA, che di mestiere colleziona ospedali. Adesso all‘ umanizzazione ci pensano loro.

Il Marchesi, da Cardanese illustre (VA), non avrebbe mai dovuto dimenticare il detto popolare tipico lombardo: “ O félé fa el to mesté “ , che significa “Ragazzo pasticciere, fai il tuo mestiere“ . Lo si dice a chi si improvvisa esperto e cerca di fare ciò che non è esattamante in grado di svolgere. Vale come consiglio per tenere lontani gli inesperti da materie e lavori che non sono in grado di affrontare, ma anche in senso spregiativo, per sottolineare che è meglio che ciascuno si occupi delle cose di cui realmente è competente.

Più volte ho immaginato una consumazione con lui a un tavolo del bar dell’ospedale: avrei provato a stuzzicarlo proprio sul punto focale di tutta la sua “carriera”: la umanizzazione. Di questo concetto, malinteso ieri, equivocato oggi, ne ha fatto il suo cavallo di Troia. Mi sarebbe piaciuto buttargliela lì bonariamente dicendogli: “Pierluigi, guarda che si tratta di una “bufala” e, secondo alcuni teologi, perfino di un’eresia….”.

Avrei voluto estrarre dalla borsa una paginetta ricavata da internet e sottoporgliela. ”Guarda l’umanizzazione com’è finita: tutti ne parlano, la tirano dalla loro parte non solo nell’ambiente sanitario pubblico e privato ma anche in altri contesti. Questi sono gli esiti di una veloce ricognizione dei significati di umanizzazione in internet:

  1. UMANIZZARE LA RETE AUTOSTRADALE
  2. UMANIZZARE GLI ANIMALI
  3. UMANIZZARE GLI ORIZZONTI
  4. UMANIZZARE I CANI
  5. UMANIZZARE I PRODOTTI
  6. UMANIZZARE I RAPPORTI
  7. UMANIZZARE I SIMBOLI
  8. UMANIZZARE I TOPI O TOPARE GLI UOMINI?
  9. MANIZZARE I VEICOLI SPAZIALI
  10. UMANIZZARE I VOLTI DEI GIOCATTOLI
  11. UMANIZZARE IL BIBERON
  12. UMANIZZARE IL CARCERE
  13. UMANIZZARE IL LAVORO DELLE DONNE
  14. UMANIZZARE IL LAVORO
  15. UMANIZZARE IL LAVORO IN MARE
  16. UMANIZZARE IL MERCATO
  17. UMANIZZARE IL MONDO
  18. UMANIZZARE IL MONDO INDUSTRIALE
  19. UMANIZZARE IL MORIRE
  20. UMANIZZARE IL PIANETA
  21. UMANIZZARE LA CITTA’
  22. UMANIZZARE LA DEGENZA
  23. UMANIZZARE LA GLOBALIZZAZIONE
  24. UMANIZZARE LA MEDICINA
  25. UMANIZZARE LA RELIGIONE
  26. UMANIZZARE LA SALUTE
  27. UMANIZZARE LA SESSUALITA’
  28. UMANIZZARE LA TECNOLOGIA
  29. UMANIZZARE LA TERRA
  30. 30.UMANIZZARE LA VITA
  31. UMANIZZARE L’ASSISTENZA
  32. UMANIZZARE LE CURE
  33. UMANIZZARE LE ORGANIZZAZIONI
  34. UMANIZZARE L’ECONOMIA
  35. UMANIZZARE LO SVILUPPPO
  36. UMANIZZARE L’OSPEDALE
  37. UMANIZZARE L’HABITAT
  38. UMANIZZARE …

Chissà quanti altri UMANIZZARE mi saranno passati sotto il naso…

Perché, vedi, umanizzare i cani, il biberon…non sono che esempi eclatanti di un termine abusato e, quindi, da usare con cautela. Tu indubbiamente volevi dire altro ma questo s’è capito in giro.

L’UMANIZZAZIONE malintesa, come sta accadendo, più che una profezia, può stare sulla scena come una ERESIA che ciclicamente si ripresenta in ogni epoca della storia della Chiesa con tante buone intenzioni ma rivelandosi, alla fine, per quella che è: la negazione pratica dello SPIRITO SANTO che vi opera in essa. E un peccato contro lo Spirito è cosa sera, Pierluigi ! ….”

Non so immaginare la reazione. Forse mi avrebbe rifilato la stessa risposta data ad alcuni organismi della Santa Sede che gli dicevano: “Voi dovete evangelizzare, non umanizzare”.

Come si legge nella biografia, a questa critica ha risposto per le rime:

Io non mi sento di parlare di Dio a un uomo che è sporco di cacca fino al collo se prima non l’ho lavato bene, non l’ho reso sereno, non gli ho dimostrato, toccandolo con le mie mani, che è mio fratello; dopo gli posso parlare di Dio. Cioè prima umanizzo l’ambiente e rendo umano il suo respiro e il mio respiro, così posso anche parlargli di Dio (pag. 85).

Pronta ed edificante la risposta, peraltro condivisibilissima. Ma la strategia è sempre la stessa, usata anche al Sinodo dei Vescovi: scioccare, colpire, emozionare, impressionare… Un istrione. L’ho evidenziato fin dall’inizio. L‘ultima parola deve essere la sua. A costo di umiliare e distruggere l’interlocutore di pari o inferiore grado, nel classico modo machiavellico: il fine giustifica i mezzi.

Entrambi con i capelli grigi, le rughe sul volto, probabilmente mi avrebbe sfidato volentieri a duello… – naturalmente sempre fermissimo sui suoi postulati – mostrandosi simpatico, spiritoso e scherzoso. Come lo era, del resto, in certi momenti. Solo che con una simile risposta mi avrebbe tappato la bocca. Il tempo di ingoiare il rimanente caffè, avrei dovuto salutarlo, ringraziarlo per la sua disponibilità e tornarmene da dove ero venuto, scornato e beffato. Però non è successo.

In tempi recenti ho provato a far riflettere sull’argomento i “devoti” araldi del motto, portando loro anche la voce dei teologi…ma non ho avuto fortuna. Hanno preso perfino le distanze. Almeno il Papa ci facesse un’enciclica, così finalmente taglieremmo la testa al toro!

Chi dovesse legge , è libero di pensarla come vuole e anche di prendere le distanze. Ma vale anche per me. Ora che lui è nella gloria dei santi, la sua statura nè può crescere nè diminuire e, tanto meno, le mie parole possono ferirlo nella sua dignità o scalfirne la grandezza.

Quando si fa di tutto perchè uno divenga un “personaggio pubblico”, allora bisogna mettere nel conto che andrà soggetto sia a complimenti che a critiche. Nel nostro caso, si assiste ad una strabiliante carellata di elogi e prodezze; i limiti, quasi mai affiorano. Siamo al paradosso: anche l’umanissimo gesto della defecazione, cui si sottopone ogni uomo del pianeta, quando viene compiuto da certi personaggi, ha dello straordinario.

Il giudizio compete alla storia. Le mie sono impressioni di un momento ristretto, circoscritto. L’idea che mi sono fatto, cozza contro il prestigio di cui gode colui che si è meritato una biografia.

  • Ci sono persone come il Dott. Ariberto Spinelli che addiritura stravedono e che considerano i suoi scritti Un classico da leggere e…da rileggere.

  • Non parliamo del Card. Fiorenzo Angelini:

in lui l’utopia cominciò veramente a farsi storia tanto fu forte in lui l’impulso ad andare sempre oltre…”.

Per il Padre Pasqual Piles, l’aver fatto la sua conoscenza fin da giovane sacerdote, ha prodotto in lui, nel tempo, “ammirazione e venerazione“.

  • Il prof. Pietro Quattrocchi, riferendosi a lui, parla più difficile:

  • di “etica della reciprocità“,
  • di “attenzioni alla problematica intrigante dei rapporti tra etica e gestione di un Ospedale“,
  • di “coraggio profetico“.

Dunque, le mie battute, per quanto graffianti, alla fine sono come fare solletico a qualcuno sotto la scarpa.

E poi, c’è sempre un momento della Grazia – e qui ci credo – che rende le persone irriconoscibili, talmente si son fatte trasparenti. Se è andata così, non posso che gioire. La conferma ce l’ho in quella lettera che io definisco suo testamento spirituale, scritta alcuni giorni prima di morire. E lì non si può barare.

Scriveva il vecchio Jean Guitton che “il mistero dell’aldilà si fa sempre più fitto man mano che ci si avvicina all’ultima soglia. Invecchiare significa vedere Iddio da più vicino“.

Certamente è successo anche a te, come sta capitando a me. Io che non ho potuto accostarti in vecchiaia, credo nella “comunione dei santi” dove le differenze sono abolite. Secondo il filosofo, “Gli assenti vivono in noi, spesso più presenti dei vivi. E ci preparano discretamente a quella vita superiore in cui ci hanno preceduto.

Tu sai bene che, proprio nei mesi in cui ti preparavi al trapasso, sentivo in me un forte desiderio di venirti a cercare, inconsapevole di quanto ti stava succedendo. Mi ha trattenuto solo il timore di turbare la tua serenità con la mia presenza. E’ dalla stampa che ho appreso della tua morte.

Perché allora questo mio martellare?

Dovrebbe farti piacere e sarebbe il colmo che fossi stato proprio tua darmene l’ispirazione. Dal momento che tutti lodano, esaltano fino alla nausea, col mio vizio di sempre, provo a smorzare e critico. Perché fragile, con le umane debolezze, sei più simpatico, credibile. Se poi la verità su di te è un’altra, avrò collezionato un ennesimo insuccesso e la mia non sarà che una ennesima mascalzonata, non più giovanile, che non ti meritavi. Ma intanto…

Sì, aveva tante debolezze, ma due in particolare e molto pronunciate:

  • l’ambizione, che è forte pulsione di avere successo personale, potere, di sopravanzare gli altri in tutto;

  • la vanità che è un’eccessiva credenza nelle proprie capacità e attrazione verso gli altri;

  • il complesso di superiorità che porta a osserva gli altri dall’alto del suo piedistallo e coltiva una cerchia di amicizie e conoscenze che con il loro comportamento rafforzano e confermano l’opinione che si è fatto di se stesso. (Es.: i frati. Per lui, solo brava gente. Ma ormai buona a nulla. Se non ci fossero stati loro a creare ostacoli, chissà…)

Si dirà: e chi non le ha le sue pecche? Giusto. Dunque era un comune mortale.

Ma nella biografia emerge ilsuperuomo“. Übermensch, direbbe Nietzsche, ossia la rappresentazione dell’uomo che va oltre i propri limiti: cambiare la sanità modiale, il cervello delle persone che la compongono. Con un tocco magico.

Ecco perché da giovani, istintivamente vedevamo in lui il megalomane, l’altro da noi, che ostenta sempre sicurezza, nonostante i limiti, a cominciare da quelli cultutrali. Ci siamo sbagliati ? Da qunto si va dicendo ora, pare di sì.

Nessuno vuol fargliene una colpa. Ma questo appariva già allora e ancor meglio adesso negli scritti: poco arrosto e molto fumo negl’occhi.

Ogni volta che si legge un tratto, viene spontanea la domanda: e allora cosa si dovrebbe concretamente fare? Ma la risposta non viene.

Perché da un prestigioso gioco di parole, non può uscire la soluzione. E lui era un prestigiatore, illusionista nato.

Leggo a pag. 82 della biografia: “…Penso agli spazi nei quali, in pigiama, il malato vaga nell’ospedale, proprio come un carcerato. E noi non ci accorgiamo di essere i suoi carcerieri, soprattutto quando utilizziamo il nostro potere, le nostre comunicazioni, per dare ordini, per rendere ancora più deboli le persone, per rimpicciolirle.

Ma di quali carcerieri sta parlando? Di lui certamente no, perché in reparto di degenza accanto ai malati c’è stato abbastanza poco e da giovane. Poi, sempre alla scrivania, alle tavole rotonde, a mobilitare, stupire, incantare, creare ammirazione… in ogni dove.

E’ questo che piace di lui? E gli altri 150 religiosi di allora, cos’erano, agenti sottosviluppati di polizia carceraria?

Basta andar a leggersi la “linea di smontaggio ospedaliera” del menzionato libro del Dott. Speciani (pag. 344) e, con anni di anticipo, si trovano elencate le stesse debolezze del sistema denunciate dal P. Marchesi. Solo qualche anno dopo, salta fuori lui, quasi fosse il primo e l’unico ad essersene accorto.

Possibile che gli storici non sappiano che prima ancora che P. Marchesi se ne accorgesse, già si parlava di “correttvi umanizzanti” ed era fortemente sentito

  • l’obbligo di rivolgersi sempre all’uomo come integrale sintesi psico fisica e non come collezione di organi;
  • perciò la diagnosi della persona al posto di quella di malattia;
  • la ricerca della diagnosi e terapia causale, e l’abbandono di quella sintomatica;
  • il coraggio della semplicità;
  • la riscoperta del valore dell’uomo (tanto medico quanto paziente) nella diagnosi, nella terapia, nella profilassi;
  • lo studio e l’utilizzo delle trascurate interdipendenze tra corpo e anima, quindi la conoscenza teorica e l’esperienza pratica delle “medicine psicosomatiche …”( Luigi Oreste Speciani in L’UOMO SENZA FUTUTO, pag. 364).

Nella biografia si accenna anche ai manicomi del passato…

Chi non li ricorda quelli degl’anni cinquanta? Eravamo dodicenni. E viene spontaneo: ma tu, nato di venerdì, il 22 Marzo 1929, dov’eri?

Non c’eri e, se c’eri, dormivi?

Possibile che la miopia, l’ignoranza, l’insensibilità, la cattiveria, il limite…siano presenti sempre e solo nella testa e nel cuore degli altri?

E’ disgustosa questa pretesa di medaglia d’oro olimpica in ogni azione e settore! E’ cosi spregevole accontentarsi ogni tanto anche di un bronzo ?

A pag. 84 della biografia, si legge che in una tavola rotonda, Ii P. Marchesi ha fatto arrossire Rita Levi Montalcini con una di quelle domande tanto imprevedibili quanto imbarazzanti che non si sarebbe permesso mai di rivolgere, ad esempio, ad un Card. Angelini, piuttosto che al Papa: “Lei che…[ ndr. grande scienzato!] ha provato qualche volta a lasciare il laboratorio e andare a guardare il colore degli occhi del malato a cui aveva trovato il cancro?”.

Veramente, no!”, fu costretta ad ammettere.

Ecco un bel colpo mancino, rifilato col guanto imbevuto di “umanità”. Così si fa. Basta poco per tramortire, senza uccidere.

Ma è questo che piace di lui?

E’ riuscito a far cambiare idea perfino a quel sant’uomo di PadreGabriele Russotto, uomo colto e studioso della spiritualità ospedaliera, diffidente e staccato nei confronti dell’umanizzazione. Operato per tumore, a suo dire miracolato dal Pampuri, ma prostrato e molto sofferente per un decubito sfuggito alle attenzioni del reparto di degenza, ha dovuto dar ragione a Fra Pierluigi che gli faceva visita: “…Adesso so cos’è l’umanizzazione; se i frati la praticassero sarebbe un modo nuovo di fare ospitalità“. Chi vuole, vada a leggersi la storiella a pag. 85. Poichè tutto rotea intorno al SOLE, la compiacente e benevola battuta, il fair play del sacerdote ha fatto e continua a fare il giro del mondo, a sostegno dell’umanizzazione.

Peccato che il nostro umanizzatore, come ho già spiegato, abbia allonanato i frati dal letto dei pazienti.

Epperò, ha fatto loro un favore enorme: ora non corrono più il rischio di essere “disumani”.

Da questi ragionamenti si ha la sensazione d’essere malati di mente, incamminati verso la “follia di massa“, quella che si forma quando, per l’illusione di credere che, in ultima istanza, trionfa sempre la ragione, non si è stati capaci o non si è voluto prendere, al momento opportuno, le misure adeguate per risolvere determinati fattori di crisi.

Noi, nel ’70, abbiamo provato a opporre resistenza. Ma il Padre aveva il coltello per il manico. Così, ad uno ad uno, abbiamo dato forfait.

Il disegno grafico della copertina di questo ciclostilato N. 5 è del Prof. Ferdinando Michelini, il miracolato da San Riccardo Pampuri.

Quando parlavo di MEMORIA STORICA mi riferivo anche a questa esperienza che va sotto il nome di “OPZIONI ’70″, documenti che sono riuscito a conservare. Sono ancora vivo, dunque, li riporto in superficie per integrare la biografia. E lo faccio anche in rappresentanza di quelli che hanno condiviso quel momento, resistito, tenuto duro e perseverato. O di coloro che hanno preso altre strade, buttandosi improvvisamente nell’ignoto, senza mezzi di sussistenza e tornando dalla mamma come dopo i matrimoni falliti, con tanta sofferenza nel cuore.

Posso assicurare che questi ultimi, il sapore della reclamizzata umanizzazione non l’hanno mai conosciuto. Questa mano di fata non l’hanno mai avvertita sulla loro pelle, nè assaporato il trepore del suo fiato umanizzante sul collo.

Il bello è che nei suoi scritti compare questo materno premuroso atteggiamento: Non è posibile occuparci della salute di una persona, se la si sfiora soltanto, se non la si accosta nella totalità per rispondere ai suoi bisogni, per risvegliare in essa il desiderio più umano e più cristiano: quello della felicità.

Quel che è peggio e che questi ragazzi non solo sono stati dimenticati ma qualcuno ha osato sostenere di non averli mai conosciuti. Non invento. Potrei fare il nome di due educatori che mi hanno fatto restare di sasso. L’attenuante è che allora l’umanizzazione non era ancora stata reclamizzata. Era solo in incubazione.

Comunque, questa esperienza sarà anche una piccola cosa fin che si vuole, ma che non può essere ignorata perché offre al biografo uno spunto, un indizio, un mix di luci ed ombre. A meno che non sia di parte e non sia già caduto nella trappola del sostegno a tutti i costi da dare alla tesi precostituita. Perché questa, più che un’impressione, è lapalissiana verità.

Tutto ciò che ho richiamato è stato un evento pubblico, comunitario, non una bega privata, personale. Perciò non ci sono giustificazioni. Perché la storia è fatta di grandezze ma anche di insulsaggini, di fatti clamorosi, di scritti che fanno il giro del mondo, di discorsi che vengono tradotti in tutte le lingue ma anche di ciclostilati a circuito limitato, sopravissuti all’umidità e alle muffe della cantina. Anche questi hanno potuto suscitare delle reazioni, ispirare delle lettere, sbloccare delle persone date per schizofreniche, far avvertire la Verità Evangelica come liberante…Dunque, è storia.

Analizzandola a freddo, questa esperienza giovanile, con una connotazione precisa – anno 1970 – in quel di Erba, oggi famosa più per Radio Maria che per altro, è paragonabile a delle noiosissime zanzare che vanno a infastidire le calde sere d’estate, con spunti di riflessione che nessuono ha voglia di fare ma solo di rilassarsi. Perchè pensare è sempre costato fatica. Lo si può dedurre facendo scorrere i titoli del sommario N. 5. Su questo “tanto rumore per nulla” come mi ha riffacciato un giorno il priore Fra Silvio Crosato, incrociato casualmente a una mostra nella Casa di Cernusco, è bastata una spruzzatina di DDT e tutto si è risolto. Apparentemente.

Se si vuole, si può anche minimizzare. In realtà, si tratta di una paginetta di storia, di un breve capitolo, ma che ha segnato la Provincia Lombardo-Veneta, la quale ne porta ancora i lividi. Le statistiche parlano chiaro: di questo passo, nel prossimo decennio, pur con i suoi cinque gloriosi secoli di storia, essa andrà ad estinguersi, nonostante i tentativi di REINVENTARE L’OSPEDALE.

Le strutture, in cemento armato, sfideranno i secoli, saranno abitate da nuovi inquilini, ma quegli uomini vestiti di saio con un sogno in testa, ormai ridotti all’osso, saranno dei superstiti in cerca di collocazione, di asilo come naufraghi. Certo, un miracolo può sempre accadere. Ma bisognerebbe che qualcuno provasse a provocalo. E, se non ora, quando?

Dicevo che si è trattato di un periodo dove non ci sono stati nè vincitori nè vinti. Tutti abbiamo perso. Tutti abbiamo sbattuto la testa. Tutti ci siamo impoveriti, invalidati. E non c’è nessuna umanizzazione che faccia resuscitare i morti. Per saperne di più: OPZIONI ’70 – Centro Studi Fatebenefratelli – Erba (CO)

Denis - Redazione OPZIONI '70

L’impaginazione di “OPZIONI ’70″

L’accoglienza di “Opzioni ’70 ” nelle Case della Provincia.

Le vignette sono del Prof. Ferdinando Michelini che si prestava con bizzarra fantasia a immaginare le reazioni che avrebbe provocato il ciclostile e provava un grande godimento spirituale nell’ascoltare le nostre provocazioni.

Vi prendeva parte con un cuore di bambino. Grazie, professore, per aver rafforzato il nostro dire, con il suo eloquente tocco vignettistico, sopravissuto fino ad oggi.

Credo che più grande errore del P. Marchesi sia stato quello di non aver saputo prevenire e tantomeno gestire la “contestazione giovanile del ’68 e dintorni“. E’ parola grossa, perché in realtà in quel contesto era poca cosa.

Il 6 Agosto 1964 Paolo VI pubblicava la sua prima enciclica, l’ ECCLESIAM SUAM. Significativo il titolo: LUI, il Signore, il proprietario, NOI-Chiesa, gl’inquilini. In quel periodo ci trovavamo a Ponte di Legno per gli Esercizi Spirituali e qualche giorno di vacanza. Si stava esaminando su AVVENIRE il testo proprio al paragrafo 56.

Accenniamo dapprima allo spirito di povertà. Pensiamo che esso sia così proclamato nel santo Vangelo, che sia così insito nel disegno della nostra destinazione al regno di Dio, che sia messo così in pericolo dalla valutazione dei beni nella mentalità moderna, che sia così necessario per farci comprendere tante nostre debolezze e rovine nel tempo passato e per farci altresì comprenderequale debba essere il nostro tenore di vita e quale il metodo migliore per annunciare alle anime la religione di Cristo, e che sia infine così difficile praticarlo a dovere, che osiamo farne menzione esplicita in questo Nostro messaggio…”.

In quel mentre vediamo sopraggiungere una luccicante macchina nera che sulla irta rampa ghiaiosa si lasciava dietro un polverone. Era lui, con il nuovo e scattante autista personale e la nuova fiammante Alfa Romeo 2000, in sostituzione della Fiat 1500. Ci guardammo in faccia, allibiti, quasi increduli, perché lo spettacolo era duro da digerire, dopo anni di discorsi sul Concilio e la Chiesa dei Poveri.

Un’attenuante: così dinamico, forse non aveva la patente, perciò l’autista sarebbe giustificato. Per il resto…

Il tempo del “pauperismo” ormai è tramontato ed gli interrogativi di Paolo VI ognuno risponde come crede.

Oggi i frati ricevono il loro indennizzo periodico in contanti o sono autorizzati a gestire la pensione, dispongo facilmente della macchina, viaggiano, vanno all’estero, hanno TV in camera con bagno e aria condizionata, PC portatile, telefoninio… e quelli in carica anche la CARTA ORO in tasca.

I comportamenti di allora non possono che suscitare un sorriso o una smorfia di compatimento.

Ma allora, forse stupidi, forse ingenui, si avvertiva come un tradimento, una pugnalata alle spalle quello che oggi passa come “diritto acquisito”, faticosa conquista, segno di modernità perché la povertà è di spirito, sfuggevole ai sensi. E sia. Dico solo una curiosita: nel 2012 la nota COMUNITA MONASTICA DI BOSE, interconfessionale, non dispone nemmeno del televisore in comune. Lo assicura il noto Priore Enzo Bianchi.

Aggiungo un pensiero di Madre Teresa di Calcutta che no so se al Padre stesse simpatica:

Siete di quelli che giudicano i poveri? Voglio che capiate che noi, anche se non prendiamo uno stipendio, non viviamo d’aria. Abbiamo una casa, vestiti, quattro pasti e tutte le comodità necessarie. Quando ci svegliamo, non pensiamo: “Oggi cosa mangerò?”. Abbiamo la SICUREZZA ed essa è il nostro stipendio. Calcoliamo le spese giornaliere e moltiplichiamole per trenta: un’ottima retribuzione per quello che facciamo”.

E aggiungeva: “San Vincenzo de’ Paoli diceva: “Ricordate che i poveri sono i vostri signori e padroni”. Ci sono poveri che hanno qualche agio? ” (Dove c’è amore, c’è Dio – Rizzoli)

Indubbiamente elegante. Ma stonerebbe con scarpe ”Made in China” e un “intimo” non firmato. Chi non ha mai fatto caso alle camicie del Card. Martini e del Card. Tettamanzi, lo faccia: pessime! Sembrano le mie.

Il Marchesi parlando del voto di povertà, aveva le idee molto chiare. Eccole:

  • La povertà, come dono, controlla la pos­sessività e il desiderio smodato, che sono debolezza e peccato.

  • La povertà come dono apre il nostro cuo­re e la nostra mente all’intero universo di Dio e alla sua presenza all’interno di esso.

  • La povertà aumenta la nostra gioia e ci fa sco­prire Dio nell’universo materiale.
  • Ci rende più sensibili alla bontà e alla bellezza del­l’universo stesso, e più desiderosi di abbrac­ciarlo.
  • Il religioso votato alla povertà non ha paura del desiderio sfrenato e della posses­sività, né guarda al mondo materiale con disprezzo.”

La vanità dei ”gemelli” o delle camìce cardinalizie (!?) che ho posto in evidenza, sono solo un pretesto per dire che adesso mi spiego tante cose che prima faticavo a capire. Il Padre sarà anche stato un “povero di spirito“; certo è che col “denaro” ha potuto muoversi con più disinvoltura di un Fratel Ettore nei bassifondi della Stazione Centrale di Milano che aveva tanto da sfamare e biancheria da stendere. Capisco il ruolo differente , ma prendo le distanze da questa apertura universale che chiude tante altre porte, a cominciare da quella delle vocazioni religiose.

E’ vero, i poveri non fanno voto di povertà, dunque, non li riguarda. Però, proviamo a pensare ha un povero che non ha cenato.

Che problema c’è? Basta sussurargli all’orecchio le parole giuste ed è fatta: guarda che tu non capisci la fortuna di cui disponi: anche se non hai cenato, puoi sempre abbracciare l’universo. Gratuitamente. Mi ca-pi-sci ?”

Sono tesi che, se divulgate in piazza a un raduno sindacale di morti di fame del 2012, provocherebbero il linciaggio dell’autore.

Buon per lui che ormai è al sicuro! Come si vede, è l’ “OSPITARE L’ UOMO !” portato all’assurdo. Anzi: al ridicolo.

IL RAGIONAMENTO INVERSO DI MADRE TERESA

Valige e scarpe – “[Talvolta quando viaggio porto i miei effetti personali] in una scatola di cartone e la gente si offre di donarmi una valigia. Io rispondo: “Non mi sento in imbarazzo“. Non è sbagliato che io abbia una valigia, ma ho scelto di non averla. Questo è il punto. Si deve avere il coraggio di scegliere, perfino con la propria superiora”.

Un’altra volta qualcuno [che voleva sostituire le mie scarpe consumate] mi disse: “Madre, ti do trecento dollari, dammi le tue scarpe”. “Trecento dollari? Dammi i dollari [per i poveri] ma le scarpe me le tengo”.

E da un’altra parte:

  • Potrei avere ma ho scelto di non avere, e quella scelta di NON AVERE richiede molto coraggio, perché a tutti piace avere…”
  • Non abbiamo ventilatori, anche se potremmo, non li vogliamo. Così possiamo provare quello che provano i poveri…”.
  • Il denaro è un pericolo: può fare danni molto gravi ed essere causa di sofferenza. E’ una pericolosa arma nelle mani del diavolo. Il mio attaccamento alla povertà svanisce.
  • Dobbiamo essere libere. Siate molto esigenti con voi stesse. Il diavolo non verrà mai a dirvi di fare qualcosa che non potete fare[…] Nessuno di noi è tanto al sicuro da potersi permettere di giocare con il fuoco.
  • Il diavolo non cercherà mai di tentarvi con grandi cose, ma con piccole cose. Se il diavolo dovesse ricevere un Premio Nobel, sarebbe per la pazienza“.
  • La povertà deve essere una realtà vivente. Devo volerla, e ogni volta che lo faccio io scelgo con Cristo, e poiché la voglio, [la] amo. […]
  • La povertà volontaria non consiste nel chiedere il permesso di usare le cose, ma nell’essere auteticamente povere di spirito e nello scegliere la povertà di Cristo:Da ricco che era, si è fatto povero per voi” (2 Corinzi 8,9)

Che strano! Con queste “balordaggini” nel cervello, è riuscita perfino a diventare santa.

P. Pierluigi Marchesi è nel centro, dietro a Madre Teresa di Calcutta.

A pagina 155 della Biografia viene posta la questione CRISI VOCAZIONALE. I Biografi elencano le responsabilità che distribuiscono a destra e a manca. Anche Fra Marchesi sente il problema, stupito perché Madre Teresa riesca proprio là dove lui stesso, pur pieno di idee stellari e progetti spaziali, è costretto ad assistere, impotente, al fallimento:

Mi impressiona la quantità di vocazioni in questa congregazione che è in fondo la congregazione che aiuta i sofferenti, i moribondi, i lebbrosi. E mi chiedo se tutte quelle vocazioni siano frutto solo del carisma di quella suora, oppure quella beata ha saputo interpretare in termini moderni quello che noi chiamiamo il carisma dell’ospitalità?

Io sono convinto, per quel poco che conosco di madre Teresa, che dando immediatamente soccorso a chi non ha niente, e a quelle che chiamano le “nuove povertà”, ha saputo far presa sulla mentalità del giovane, e allora è attirante“.

Ma non si ferma qui e, per spiegare la crisi che attraversa il suo Ordine si dilunga in un’analisi patetica che evito di riprendere.

Come tralascio di commentare. Mi sorprende però questo inciso: ”per quel poco che conosco di madre Teresa...”, dal momento che io stesso, nel mio piccolo, ricorro anche adesso ai suoi scritti.

Mi metto nei panni dei giovani: chi è quel ragazzo o quella ragazza che ha voglia di spendere 20 o 25 Euro per procurarsi l’antologia dei suoi scritti e farsi un’ indigestione di mito e megalomanie umanizzanti ? Ma dai!

Ma torniamo al punto di vista di MADRE TERESA sulle vocazioni. A pag. 294 del “MADRE TERESA – DOVE C’è AMORE C’E’ DIO” lei dice:

Benché io abbia ormai alle spalle cinquant’anni di vita religiosa, le nostre giovani sorelle all’inizio del loro cammino spirituale continuano a insegnarmi la gioia, l’umiltà con cui ci si deve mettere nelle mani di Dio.

Voi ed io dobbiamo essere consapevoli di quale grande dono siano i giovani. Sono scettica quando mi dicono che negli Stati Uniti non ci sono più vocazioni. Ci sono molte vocazioni, persino più di un tempo. Ma i giovani ora sono molto più esigenti, vogliono essere santi, vogliono abbandonarsi, vogliono rinunciare a tutto e non avere nulla. E questo ovunque, non solo negli Stati Uniti, ma anche in Europa. Abbiamo un noviziato a Roma e uno qui in India; l’ho visto in Africa e anche nelle Filippine. Ogni volta vedo quella stessa urgenza:

  • “Voglio dare tutto, voglio essere santa,
  • voglio crescere a immagine e somiglianza di Cristo,
  • voglio consentire a Gesù di vivere la Sua vita attraverso di me,
  • voglio condividere la Sua Passione,
  • voglio[…]”

Ed è allora che noi dobbiamo intervenire per mostrare loro come viviamo la Passione di Cristo, come consentiamo a Gesù di vivere la Sua vita in noi, come condividiamo quella gioia di amare con gli altri. Loro vogliono vedere“.

MA ANDIAMO AL SODO…

Il Cardinale Angelo Comastri ha avuto molti incontri con Madre Teresa di Calcutta e nel libro, pertanto, riporta alcuni dialoghi avuti con lei. Don Angelo ebbe il suo primo incontro con la Madre da giovane sacerdote. E in quell’occasione le chiese:

  • Madre, mi dia qualche indicazione per vivere bene il mio sacerdozio.

  • E Madre Teresa, pronta: “Quante ore preghi al giorno?”.

  • Don Angelo dà la sua risposta, sicuro che sia una riposta esatta : S. Messa, tutta la Liturgia delle Ore (Mattutino, Lodi, Ora media, Vespri, Compieta), Rosario, Visita al Santissimo”.

  • E pensi che può bastare?”, gli dice di rimando la madre. Tutto comincia dalla preghiera ed è sostenuto dalla preghiera”.

  • E don Angelo, quasi a giustificarsi: Madre, io pensavo le lei mi avrebbe chiesto quanto sono importanti per me i poveri”.

  • E Madre Teresa: “No. Non si amano veramente i poveri se prima non c’è dialogo con il Signore. Non c’è vita di carità se prima non si è attinto alla sorgente”.

Mons. Comastri andò a trovare Madre Teresa per parlare un po’ della PASTORALE e soprattutto di quale pastorale vocazionale portassero avanti le Suore Missionarie della Carità.

La madre portò anzitutto il Vescovo in cappella dove si trattenne a lungo. Mons. Comastri racconta che pensava si trattasse di un momento di preghiera in preparazione al colloquio, ma vedendo che la preghiera si prolungava, si rivolse alla Madre:

  • Possiamo allora avere questo colloquio sulla pastorale vocazionale?”.

  • E la Madre, sorridendo gli rispose: “Ma allora non hai proprio capito? La nostra pastorale vocazionale è questa: pregare, pregare, pregare per essere piene dell’amore di Gesù. E’ Gesù che attira… non noi”.

SEGUITO ALLA MARCIA DI PARMA” con le vesciche ai piedi  richiamava il fatto che, per la prima volta partecipavamo come religiosi alla marcia di MANI TESE, un movimento missionario nato a Milano. Per la circostanza c’erano ragazzi e ragazze da ogni parte e noi trasalivamo di gioia per l’atmosfera che si respirava. E’ qui che abbiamo memorizzato e cantato a pieni polmoni per le vie di Parma, la canzone di JoanBaez – We shall overcome, la canzone contro la guerra.

Ecco la traduzione:

  • Riusciremo a superarlo
  • Riusciremo a superarlo
  • Un giorno ne saremo fuori
  • Nel profondo del cuore,
  • Io lo credo
  • Un giorno tutto sarà superato
  • Cammineremo mano nella mano
  • Cammineremo mano nella mano
  • Cammineremo ancora mano nella mano
  • Nel profondo del cuore, io lo credo
  • Vivremo ancora in pace
  • Vivremo ancora in pace
  • Un giorno avremo ancora la pace
  • Nel profondo del cuore, io lo credo
  • Noi non abbiamo paura
  • Noi non abbiamo paura
  • Un giorno tutto sarà superato
  • Nel profondo del mio cuore
  • Non abbiamo paura
  • Non abbiamo paura
  • Non abbiamo paura oggi
  • Nel profondo del mio cuore
  • Riusciremo a superarlo
  • Riusciremo a superarlo
  • Un giorno ne saremo fuori
  • Nel profondo del mio cuore,
  • Io lo credo
  • Un giorno ne saremo fuori

Questi eravamo. Forse ingenui, ma sinceri. Camminando mano nella mano ci sentivamo più forti, sembrava che si rafforzassero i nostri ideali…Il messaggio era chiaro, come lo è tutt’ora: io, noi due, noi tutti, ce l’abbiamo fatta fin qui, e ce la faremo, ancora. Non immaginando neanche lontanamente che più d’uno sarebbe caduto in battaglia, alla prima imboscata.

Naturalmente, non è mancato chi ha storto il naso. FUGA DI CERVELLO si riferiva a un articolo e stava a significare che certe resistenze facevano scappare i ragazzi migliori.

Ma, se il Padre non ammetteva di essere contraddetto, ai giovani religiosi non pareva vero di trovare il coraggio di esprimersi liberamente, come non mai nella storia dell’Ordine. Solo che anche lui è diventato spregiudicato e perfino pericoloso…

Così pensavano di noi e dei curiali i frati addetti ai reparti di degenza: gente che cresce, perché chiacchiera e non lavora.

CIO’ CHE ALLORA NON S’ E’ CAPITO

Dall’inizio sto procedendo in ordine sparso, senza seguire un filo logico, cercando solo di fissare i ricordi che affiorano. Una specie di disordinata seduta psicanalitica in più riprese.

Vado indietro nel tempo che leggo al presente.

Chi ha dimestichezza con la sofferenza che trova nelle corsie dove lavora quotidianamente, può assuefarsi talmente da non accorgersi di quella che può varcare anche le soglie del Convento, che è Chiesa locale. Dunque, una Chiesa che può essere in sofferenza.

E’ di questo che voglio parlare: provare a spiegare cosa succedeva a chi ha passato GIORNI BUI senza che alcuno se n’accorgesse.

  • Nella nostra piccola Chiesa domestica c’era una grande SOFFERENZA. Era invisibile, perciò non veniva riconosciuta. (Basterebbe leggere in “OPZIONI ’70″ l’amico Fausto Zecchini che studiava medicina).
  • La più grande sofferenza di un giovane, ma non solo, è l’impressione di NON SENTIRSI AMATO.
  • E’ il rovescio di quanto accade nei momenti di serenità e benessere dove uno si sente PRESO, BENEDETTO, SPEZZATO, DATO, verbi che rimandano al Pane di Vita e riassumono l’essere umano: “…prese il pane, rese grazie, lo spezzò, lo diede ai suoi discepoli…
  • Sono parole PERSONALI ma anche UNIVERSALI. Le sente ognuno. Le avvertono le Fraternità.
  • I componenti la Comunità che è Fraternità, entrano in questa dinamica. Per chi se lo ricorda, alla base della “frattura irreparabile” che si è verificata, c’è un’ Eucaristia disertata appena iniziata, in segno di protesta e solidarietà verso un Fratello accusato ingiustamente, con provvedimento di allontanamento immediato dall’Ordine.

  • Il primo stadio della sofferenza è la RABBIA che può prendere direzioni diverse.

  • Dopo la sofferenza viene la TRISTEZZA nella quale si resta impantanati. Essa paralizza e non si riesce né a proseguire, né a retrocedere.
  • Ad andarci di mezzo è la CREATIVITA’ che riceve fiato dallo Spirito. Quando il Suo ossigeno si rarefà perché i rubinetti si otturano, la creatività resta come imbottigliata e finisce per andare in suppurazione.
  • La fase successiva è l’ AMAREZZA che arriva puntualmente.
  • Poi tutto degenera e si può perfino TRADIRE sotto gli occhi dell’indifferenza. Tradire non è un episodio circoscrivibile, più o meno grave o superficiale, ma un venir meno della fiducia tra persone che una volta si amavano. Sto parlando di Convento. Un piccolo scisma che avviene tra amici, non certo tra estranei o tra nemici.
  • Ne consegue che SI SPEZZA IL CUORE e l’edificio interiore comincia a bruciare, incenerendo progressivamente ogni cosa: anni di ascetica, di lavoro, di studio, di ardori, di passioni…
  • E la RELIGIONE non può spegnerlo perché necessiterebbe la SPIRITUALITA’ che non si vede intorno, né si avverte il suo respiro. E non soccorre.
  • Cosi, è la FINE di un percorso.
  • Poi c’è la GRAZIA che non abbandona. E, dopo il cuore spezzato, può tornar a fluire nella persona più di prima. Ma possono passare degli anni di indurimento delle arterie.

Questo succedeva allora. Adesso non lo so. Il P. Marchesi non solo non s’è accorto ma, nel tentativo di domare l’incendio, ormai propagatosi, lo ha alimentato con il carburante della durezza di cuore, in nome dell’autorità da salvaguardare. Poi è andato nel suo studio a teorizzare che bisogna OSPITARE L’UOMO.

Nella Lettera-Circolare 8 Marzo 1970, a pag. 4 vien fuori proprio dove sta il punto cruciale che impedisce le intese: “Per quanto compete alla gerarcia, cui ci avete deputato a far parte, nonostante la nostra estrema povertà intellettuale e spirituale, nulla tralasceremo negli organismi competenti – Capitolo straordinario – CISM e CEI a cui abbiamo l’onore e l’onere di partecipare, perché le auspicate nuove aperture abbiano il necessario inquadramento e si abbiano a realizzare quanto prima e nel migliore dei modi. Ma al di là di questa indispensabile azione, i nostri animi – il nostro vivere – la nostra maturità umana e religiosa è pronta poi, non tanto ad accettare, quanto a realizzare le nuove aperture che ci aspettiamo?”

Non c’è né cattiveria né malizia in quanto vado dicendo. Solo pietà, compassione. Abbiamo sofferto tutti. Ognuno guardando al suo. Cercando di cavarsela come poteva. E, se lo testimonio, è solo come amorevole correzione fraterna ma anche ammissione di colpevolezza, perchè non accada di nuovo.

Sennonché anche il Marchesi coltivava le sue pene e amarezze che, probabilmente, non aveva con chi condividere. Così ha imparato, da subito, a circondarsi di “laudatores”, “amici” che gli anestetizzavano la parte dolente e gli davano la carica per reggere al ruolo.

Lo facevano per nulla? Non so. Non credo: era generoso e anche spendaccione. (Qualcuno sostiene perfino che avesse le mani buche). Con tutto ciò, Dio ha potuto utilizzarlo al meglio per i suoi disegni che sono sempre misteriosi.

Considerazione finale: lui è già in Paradiso; io devo ancora andarci. Spero mi venga incontro in quell’ Ottavo Giorno che non conosce tramonto.

Adesso no, è ancora presto, ma allora gli chiederò di perdonarmi per aver massacrato volutamente più che la sua persona le idee divenute “idolo e quei punti di vista che si sa, sono sempre discutibili.

Sento che questa volta capirà più e meglio degli storici che lo venerano e dei vecchi “laudatores” che vivono di rendita all’ombra del suo campanile.

Nonostante i ripetuti tentativi di rianimarla, la filosofia dell’umanizzazione resterà quel nobile sforzo umano destinato a sgretolarsi di volta in volta per la sua naturale inconsistenza. Perché il destino dell’uomo è un altro: lasciarsi divinizzare dalla Divina Umanità del Signore Gesù per divinizzare i viandanti della Gerusalemme-Gerico del mondo. Il gesto del Samaritano non è stato opera d’uomo ma dono di Dio fatto a uno straniero in transito, che ha trovato così il coraggio di farsi prossimo.

Buona divinizzazione !

Sto pensando al Cap. 3 del Vangelo di Giovanni. A proposito del Battista:

  • Allora gli chiesero: «Chi sei, dunque? Sei tu Elia?».
  • «Non lo sono», disse. «Sei tu il profeta?».
  • «No», rispose.
  • Gli dissero allora: «Chi sei? Perché possiamo dare una risposta a coloro che ci hanno mandato. Che cosa dici di te stesso?».

Quest’ultima è una domanda interessante. “Che cosa dici di te stesso, come ti presenti, come ti consideri ? “. Non è facile avere la consapevolezza del proprio ruolo. Giovanni Battista rispose:

  • «Io sono voce di uno che grida nel deserto:
  • Rendete diritta la via del Signore
  • Come disse il profeta Isaia
  • “Io sono voce di uno che grida, non sono uno che grida soltanto, ma io sono la voce!”.
  • Gesù è la parola, Giovanni è la voce
  • Perché Giovanni dice alla gente presente che quello là è “l’agnello di Dio” ? Perché è il suo compito; non sta infatti attirando le persone a sé, sta indicando colui che è l’inviato di Dio. “ E i suoi discepoli, sentendolo parlare così, seguirono Gesù (37)
  • «Egli deve crescere e io diminuire» (Gv 3, 22-30)
  • Giovanni non si ritira in pensione spontaneamente, ma viene arrestato e violentemente ucciso.

DOMANDA: “HO UCCISO VERBALMENTE IL P. MARCHESI ? “ 

Qualcuno certamente lo pensa. Ma cHiedo: non siete contenti ?

Non è un grave reato. Perché ho semplicemente distutto la statua di gesso, sfregiato l’idolo di cartapesta. Dove c’è vera profezia, nessuno la può scalfire perché è dono di Dio, voce dello Spirito che è Parola eterna. Riprendetevi, gioite con Pierluigii. Adesso può dire molto più liberamente ai suoi ammiratori:

  • Quello là è l’Agnello di Dio.
  • Andate da Lui.
  • «Egli deve crescere e io diminuire
  • Lui è la Parola, io soltanto la voce.

NOTA BENE: nei Vangeli al precursore Battista, il più grande dei profeti nati da donna, viene riservata una paginetta che dice in breve tutto e bene di lui. Penso a tante antologie, biografie…necessarie per puntellare chi fatica a reggersi.

E’ bastato così poco, perché lui mangiava locuste, vestiva di pelli, non era una canna in balia del vento e conduceva vita tra il deserto e il fiume…

Quando mi son fatto lettore di ciò che ho scritto di getto come un vulcano in eruzione, sono io stesso rimasto turbato per primo, chiedendomi se fosse giovata questa mia presa di posizione.

Non vorrei restare bloccato nella malinconia della recriminazione. Grazie a Dio, in questi anni mi è stato concesso di comprendere che anche gli squilibri possono creare armonia.

Quando l’insieme non è disarmonico e stonato, si può ancora comporre un canto che inviti a cantare, incoraggi a muovere il cuore e apra lo spirito alla speranza.

Entusiasmi e debolezze, previsioni ardenti e delusioni, hanno caratterizzato i miei e nostri anni giovanili. Sono gli ingredienti che creano e forgiano quell’ “umano” che, preso in sè, è poca cosa. Ma questa è la nostra natura. Che però è aperta al Dono che divinizza proprio ciò che potrebbe mortificarci e avvilirci.

La vita delle persone mature (incamminate sulla via della divinizzazione che lo Spirito opera in noi) non è semplicemente un’esistenza ritmata secondo princìpi logici ma è UN FUOCO INTERIORE che arde e si manifesta senza disturbare, creare paura o disagi. Un fuoco che invita ad avere fiducia nella vita e speranza negli altri, a mettersi insieme per collaborare, a cercare il bene piuttosto che il male; a rifuggire dalle contrapposizioni muro contro muro.

Ciò che unisce e rende gli uni comprensibili agli altri creando confidenza e fiducia andrebbe messo in luce perché è il solo modo affinché individui e società si elevino.

Quando prevalgono la partigianeria, il risentimento, la vendetta, la soperchieria, la paura, la lamentosità, allora individuo e società si rattrappiscono.

Ognuno è in grado di riconoscere i germi di decadenza in azione, che lievitano nel contesto in cui vive e opera. Essere schiavi del nostro nervosismo, del desiderio di piacere e del timore di dispiacere non crea serenità ma frammenta l’esistenza.

Ai tempi dell’Apostolo Pietro c’erano nella comunità come in tutta la società di allora schiavi miserabili, trattati male, senza diritti. E tale situazione era perfino ritenuta legittima. A tal punto che lo stesso Pietro raccomandava: “State soggetti con profondo rispetto ai vostri padroni, non solo a quelli buoni e miti, ma anche a quelli difficili“. E’ arrivato perfino a dire: “E’ una grazia per chi conosce Dio subire afflizioni, soffrendo ingiustamente” (2, 18-19).

Da giovani non l’abbiamo capito e ci siamo ribellati alla schiavitù del pensare e ai maltrattamenti psicologici.

Per far capire a chi di dovere di non andare più in là di tanto, pur non arrivando alla disobbedienza civile o allo sciopero bianco, una qualche strategia l’abbiamo posta in essere.

Utile o vana che sia stata, la situazione odierna è il risultato anche di quell’atteggiamento.

Pietro, dopo aver detto che è una grazia subire afflizioni soffrendo ingiustamente, ha rincarato al dose: “Che gloria sarebbe infatti sopportare il castigo se avete mancato? Ma se facendo il bene sopporterete con pazienza la sofferenza, ciò sarà gradito davanti a Dio“.

Come abbia potuto l’Apostolo pronunciare un’affermazione tanto inquietante, ai turbati di allora ha dato una risposta che vale anche per quelli di oggi: mi è stato possibile perché ho visto vivere Gesù: “A questo infatti siete stati chiamati, / poiché anche Cristo patì per voi, / lasciandovi un esempio, / perché ne seguiate le orme: egli non commise peccato / e non si trovò inganno sulla sua bocca, / oltraggiato non rispondeva con oltraggi, / e soffrendo non minacciava vendetta, / ma rimetteva la sua causa a colui che giudica con giustizia (vv. 21-24).

E perché s’imprimesse nelle menti, ha spiegato che Gesù con la sua sofferenza ci ha salvati: “Portò i nostri peccati nel suo corpo / sul legno della croce, / perché, non vivendo più per il peccato, / vivessimo per la giustizia; / dalle sue piaghe siete stati guariti (vv. 24-25a).

Sarebbe grave trarre la conclusione che Pietro volesse negare il diritto di legittima difesa o difendere l’istituzione schiavitù come tale. Né intendeva escludere per il futuro che si operassero riforme o si organizasse la disobbedienza civile, ma in quel momento (che potrebbe riafacciarsi anche oggi), ha sentito così e ha trovato il coraggio per scriverlo.

Pietro è quello del triplice rinnegamento del suo Maestro. E quel macigno che gli pesava sul cuore lo ha rovesciato sulla sua comunità insegnando ai fedeli tutti a vincere il male col bene.

Per noi è talmente eroico ed umanamente incredibile da sembrare assurdo. Ma nè Pietro nè Gesù hanno voluto impedirci la legittima difesa.

Quando insegnava a offrire l’altra giancia a chi ci percuote, Gesù neppure lui l’ha fatto nel processo davanti al sommo sacerdote e, schiafeggiato su una guancia da una guardia da una guardia, nobilmente ha detto: “Se ho parlato male, dimostrami dov’è il male; se ho parlato bene, perché mi percuoti ? (Giovanni 18, 23).

Da tutta questa esperienza, la personalità di Pietro ne è uscita trasformata, arricchita:

  • uomo leale,
  • sincero,
  • generoso,
  • onesto,
  • libero,
  • concreto.

Sono le virtù del cristiano maturo, “umanizzato”, direbbe il Padre Marchesi. E gli credo: umanizzato dalla divina umanità del Crocifisso-Risorto, venuto a divinizzare ciò che era ridotto a ripugnanza, definitivamente perduto.

La strada della RICONCILIAZIONE è l’unica. Ma non va confusa con la RIMOZIONE che ne è la negazione. Questo ho tentato di dire con il mio intervento dissacrante.

A chi toccherebbe fare il primo passo? Stando a come si è mosso Gesù, al più umiliato. Ma non è ancora chiaro chi sia. Per la soluzione del rebus passiamo le carte agli “storici”. Anche se dubito che abbiano tempo da perdere. Io intanto mi porto avanti  pentendomi e dolendomi con tutto il cuore per i peccati da me commessi in pensieri, parole, opere ed omissioni.

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Torna alla prima parte: >>> PADRE PIERLUIGI MARCHESI E LA CONTESTAZIONE GIOVANILE  – Prima parte – Angelo Nocent