SAN RICCARDO PAMPURI: LA MISTICA DELL’ORDINARIO – Angelo Nocent

San Riccardo Pampuri - Chiesa di Zeloforamagno (MI)

Sballottato tra una religione troppo intimista e un impegno chiuso nell’orizzontalismo, l’uomo d’oggi deve ritrovare il giusto equilibrio. È valido per tutti l’imperativo della lettera pastorale del Cardinal Martini: “Ripartiamo da Dio!”, per riconoscerlo poi nei fratelli e portarlo loro. “Chi non conosce il volto di Dio attraverso la contemplazione, non lo potrà riconoscere nell’azione, sebbene risplenda sul volto degli umiliati e oppressi”.

 Esperienza ed esperienze di Cristo 

Parlando dell’esperienza di Cristo, ci si riferisce non ad esperienze o momenti speciali di presenza avvertita, ma ad una maturazione crescente in noi di tutta la vita cristiana, centrata sulla persona di Cristo. E’ un percorso lento e graduale che converte la conoscenza in incontro, l’incontro in amicizia, l’amicizia in trasformazione”.  

È la “mistica dell’ordinario”, è la religiosità dei poveri, è la santità di tutti e per tutti, come la “piccola via” di santa Teresa di Gesù Bambino , di San Riccardo Pampuri e di Charles de Foucauld. 

  1. «Le cose che hai udite da me, trasmettile a persone fidate, le quali siano in grado di ammaestrare a loro volta anche altri» (2 Tim 2,2).

  2. Ma tu, uomo di Dio, … tendi alla giustizia, alla pietà, alla fede, alla carità, alla pazienza, alla mitezza. Combatti la buona battaglia della fede.» (1 Tm 6,11-12)

  3. Noi abbiamo riconosciuto e creduto all’Amore che Dio ha per noi.” (1Gv 4, 16)

  4. Quando Colui che mi scelse fin dal seno di mia madre e mi chiamò con la sua grazia si compiacque di rivelare a me suo Figlio perché lo annunziassi … subito … partii …” (Gal 1, 15-17)

  5. Ed essi si dissero l’un l’altro: Non ci ardeva forse il cuore nel petto mentre conversava con noi lungo il cammino, quando ci spiegava le Scritture?” (Lc 24, 32)

  6. Maestro io ti seguirò dovunque andrai!” Gesù gli rispose: Le volpi hanno le loro tane e gli uccelli dell’aria i loro nidi, ma il Figlio dell’uomo non ha dove posare il capo.” (Mt 8, 19-20)

  7. Cammina umilmente con il tuo Dio!” (Mi 6, 8)

  8. Ho sentito la voce del Signore che diceva: “Chi potrò mandare? Chi andrà per noi? E io dissi: Eccomi manda me!” (Is 6, 8)

  9. Mi fu rivolta la Parola del Signore: “Prima di formarti nel grembo materno, ti conoscevo, prima che tu uscissi alla luce, ti avevo consacrato …” (Gr 1, 4-5)

  10. Ecco io sono con te e ti proteggerò dovunque tu andrai; poi ti farò ritornare in questo paese, perché non ti abbandonerò senza aver fatto tutto quello che ti ho detto”. (Gn 28,15)

  11. Il Signore disse ad Abram: “Vattene dal tuo paese, dalla tua patria e dalla casa di tuo padre, verso il paese che io ti indicherò!” (Gn 12, 1) 

San Riccardo Pampuri medico 2

S. RICCARDO PAMPURI IN BREVE 

San Riccardo nasce il 2 agosto 1897 a Trivolzio (PV). Rimasto orfano a soli tre anni, fu accolto nella casa di due zii materni che lo allevarono come un figlio, dandogli una solida formazione religiosa unita all’esempio di una generosa carità. Durante gli studi universitari e il servizio militare approfondì la sua spiritualità facendosi terziario francescano e impegnandosi attivamente anche nell’apostolato della cultura. 

Nel 1915 si iscrive alla facoltà di Medicina presso l’Università di Pavia dove si laurea a pieni voti nel 1921. Più che un medico, il Pampuri era un istituzione di carità, come confermano le molte testimonianze dei pazienti che furono curati da lui. Professionalmente preparato, generoso e instancabile ad ogni chiamata, si era proposto di vedere Gesù nei suoi malati, che lo amavano e lo seguivano anche come indiscusso “leader” spirituale. 

La decisione di abbracciare la vita religiosa era andata maturando nel dottor Pampuri mano a mano che egli approfondiva la sua esperienza di fede. Trovò nell’Ordine dei Fatebenefratelli il modo ideale di conciliare la sua professione di medico con la sete di Dio che lo bruciava da sempre.

Gli bastarono tre anni per sigillare la sua intensa esperienza di fede e di amore con una morte serena. Fra Riccardo Pampuri morì a Milano il 1 maggio 1930, a soli 33 anni. I suoi funerali furono un autentico trionfo popolare, a conferma della sua fama di santità. Il 1 aprile 1949 l’Arcivescovo di Milano, Cardinal Schuster, apriva il processo di canonizzazione di Fra Riccardo Pampuri. 

Il 4 ottobre 1981, Fra Riccardo veniva dichiarato beato. Il 1 novembre 1989 fu canonizzato con una solenne cerimonia presieduta da Papa Giovanni Paolo II (fu la prima canonizzazione dopo l’attentato che il Papa subì in Piazza San Pietro). San Riccardo è il Santo del nostro tempo: semplice, umile, preparato, dedito ai malati, apostolo, sereno, credente, Un testimone in tutto e per tutto. 

  • A lui possono salutarmente guardare, per la sua ardente fede, i medici cattolici;
  • a lui possono utilmente ispirarsi tutti gli operatori sanitari per la sua rigorosa coscienza professionale;
  • a lui possono fiduciosamente rivolgersi tutti gli ammalati per apprendere come vivere la loro sofferenza e per chiederne l’intercessione;
  • come lui i giovani possono generosamente dare un senso allo loro vita e incarnare i veri ideali umani e cristiani. 

Sono le parole del Santo Padre, Giovanni Paolo II: «Voi siete chiamati a umanizzare la malattia». Un messaggio rivolto all’Ordine Ospedaliero di San Giovanni di Dio per la promozione di una medicina più umana, con il malato e per il malato. Un messaggio che deve essere trasformato in progetto di vita da chi vede nella malattia – fisica, mentale, morale che sia – un’ opportunità di crescita e non solo uno spiacevole incidente di percorso. 

Nessun uomo sano si riconosce nella malattia e nei malati. E’ estranea la malattia, come una condizione cui non si appartiene, ed estranei sono i malati, perché privati di quelle facoltà che si ritengono normali: 

  • parola,
  • vista,
  • udito,
  • libertà nei movimenti,
  • autonomia nell’espletare le funzioni fisiologiche…

Eppure tutti, prima o poi, facciamo l’esperienza di un ricovero in ospedale: quando va bene, per il classico piccolo intervento;ancora meglio, se al nostro fianco ci sono i familiari, ad assisterci con l’amore che addolcisce ogni sofferenza. E’ allora che si pensa: “per fortuna non sono solo.” 

Qui si fonda tutta l’antropologia e l’eccelsa dignità spirituale dell’essere umano. Di questo annuncio i mistici sono gli araldi più convincenti. Questa grazia è specialissima, straordinaria e non ha niente a che vedere con fenomeni miracolosi di vario genere (aure luminose, levitazione, stimmate ecc.). Neppure consiste nelle visioni o nelle locuzioni interiori. 

Giovanni Paolo II con il suo infermoere ra Cesare Gnocchi

BEATIFICAZIONE 

Giovanni Paolo II: “Erminio Filippo Pampuri, decimo di undici figli, a 24 anni è medico condotto e a 30 anni entra nell’Ordine Ospedaliero di san Giovanni di Dio (Fatebenefratelli). Solo tre anni dopo moriva. 

È una figura straordinaria, vicina a noi nel tempo, ma più vicina ancora ai nostri problemi ed alla nostra sensibilità. Noi ammiriamo in Erminio Filippo, diventato nell’Ordine Fra Riccardo Pampuri, il giovane laico cristiano, impegnato a rendere testimonianza nell’ambiente studentesco, come membro attivo del Circolo Universitario “Severino Boezio” e socio della Conferenza di san Vincenzo de’ Paoli; il dinamico medico, animato da una intensa e concreta carità verso i malati e i poveri, nei quali scorge il volto del Cristo sofferente. 

Egli ha realizzato letteralmente le parole, scritte alla sorella suora, quando era medico condotto: “Prega affinché la superbia, l’egoismo e qualsiasi altra mala passione non abbiano ad impedirmi di vedere sempre Gesù sofferente nei miei malati, Lui curare, Lui confortare. Con questo pensiero sempre vivo nella mente, quanto soave e quanto fecondo dovrebbe apparirmi l’esercizio della mia professione!”. 

Lo ammiriamo anche come religioso integerrimo di un benemerito Ordine, che, nello spirito del suo Fondatore san Giovanni di Dio, ha fatto della carità verso Dio e verso i fratelli infermi la propria missione specifica e il proprio carisma originario. “Voglio servirti, o mio Dio, per l’avvenire con perseveranza ed amore sommo: nei miei superiori, nei confratelli, nei malati tuoi prediletti: dammi la grazia di servirli come servirei Te”: così scriveva nei propositi in preparazione alla professione religiosa. 

La vita breve, ma intensa, di Fra Riccardo Pampuri è uno sprone per tutto il Popolo di Dio, ma specialmente per i giovani, per i medici, per i religiosi. Ai giovani contemporanei egli rivolge l’invito a vivere gioiosamente e coraggiosamente la fede cristiana; in continuo ascolto della Parola di Dio, in generosa coerenza con le esigenze del messaggio di Cristo, nella donazione verso i fratelli. 

Ai medici, suoi colleghi, egli rivolge l’appello che svolgano con impegno la loro delicata arte animandola con gli ideali cristiani, umani, professionali, perché sia una autentica missione di servizio sociale, di carità fraterna, di vera promozione umana. Ai religiosi ed alle religiose, specialmente a quelli e quelle che, nell’umiltà e nel nascondimento, realizzano la loro consacrazione fra le corsie degli ospedali e nelle case di cura, Fra Riccardo raccomanda di vivere lo spirito originario del loro Istituto, nell’amore di Dio e dei fratelli bisognosi.” (04. 10. 1981) 

DISCORSO DI GIOVANNI PAOLO II ALL’ASSEMBLEA DEI SUPERIORI E DELLE SUPERIORE D’ITALIA 

Castelgandolfo, 15 ottobre 1981 

1. Desidero manifestarvi anzitutto, la mia sincera gioia per questo incontro con voi, esponenti qualificati degli Ordini e Congregazioni maschili e femminili d’Italia, qui accompagnati dal Segretario della Sacra Congregazione per i religiosi, che rappresentate centoventi Istituti maschili, con trentasettemila religiosi, e seicentocinquanta Istituti femminili, con centoquarantacinquemila religiose. 

Alla legittima letizia per questo incontro desidero aggiungere anche il vivo compiacimento per codesta assemblea nazionale congiunta che si realizza per la prima volta in Italia e che è stata preparata dagli Organismi interessati con ammirevole impegno sia per quanto concerne la parte liturgica – preghiera comunitaria e celebrazioni eucaristiche – sia per il numero, l’ampiezza e la profondità dei temi meditati e studiati insieme, che vertono sulla presenza e il valore della vita religiosa nella Chiesa e nel mondo, sull’efficacia e l’apporto della vita religiosa nella costruzione della Chiesa, nonché sul tema specifico della vita religiosa di fronte ai mutamenti culturali e strutturali della società italiana, nella quale voi tutti, fratelli e sorelle, siete chiamati ad operare apostolicamente ed a rendere esemplare ed incisiva testimonianza della fecondità della vostra donazione totale a Dio. 

2. Questi temi di fondo, nonché i molteplici argomenti di studio, che sono in questi giorni trattati dai lavori di gruppo – quali, ad esempio, la spiritualità dell’azione, la pastorale vocazionale, le comunicazioni sociali e la vita religiosa, il coordinamento per un migliore servizio ecclesiale, eccetera – affrontati congiuntamente, sono rivolti a sottolineare il fatto che, se distinta è l’organizzazione, la vita, l’attività apostolica dei religiosi e delle religiose, comune ne è tuttavia la formazione religiosa, in quella fondamentale ed ineliminabile “dimensione contemplativa”, che sta alla base della consacrazione religiosa, la quale è una risposta generosa e totalizzante alla chiamata di Gesù: “Sequere me” (cf. Mc 2,14; Lc 5,27). 

Questa dimensione originaria della vita religiosa è stata sottolineata dal Concilio Vaticano II, che ha raccomandato ai religiosi ed alle religiose il primato della vita spirituale, e quindi l’amore a Dio, che per primo ci ha amato, la vita nascosta con Cristo in Dio, lo spirito di preghiera, l’amore per il prossimo per la salvezza e per l’edificazione della Chiesa (cf. , 6); è stata ancora ribadita dal mio predecessore Paolo VI nella sua esortazione apostolica circa il rinnovamento della vita religiosa secondo l’insegnamento del Concilio, quando vi ha detto: “Un’attrattiva irresistibile vi trascina verso il Signore. 

Afferrati da Dio, voi vi abbandonate alla sua azione sovrana, che verso di Lui vi solleva ed in Lui vi trasforma, mentre vi prepara a quella contemplazione eterna, che costituisce la nostra comune vocazione” (Paolo VI, , 8); è stata inoltre ampiamente illustrata dal recente documento, emanato nel marzo dello scorso anno dalla Sacra Congregazione per i religiosi e gli Istituti Secolari sulla “dimensione contemplativa della vita religiosa”, che è uno dei testi, che in questi giorni state analizzando e meditando nella riflessione congiunta. 

È comune l’impegno per la promozione della persona, mediante l’inserimento nei molteplici aspetti della vita sociale, la varietà delle opere e delle attività condotte dai religiosi e dalle religiose a favore dell’uomo, nella organica comunione ecclesiale e in fedeltà dinamica alla propria consacrazione, secondo il carisma del Fondatore, come è ricordato dalla istruzione “Religiosi e promozione umana”, promulgata dalla Plenaria del menzionato Dicastero nell’aprile del 1978. “II compimento della missione dell’evangelizzazione – si legge in tale Documento – domanda alla Chiesa di scrutare i segni dei tempi, interpretati alla luce del Vangelo, rispondendo così ai perenni interrogativi dell’uomo. Di questa dimensione profetica i religiosi sono chiamati a rendere singolare testimonianza. 

La continua conversione del cuore e la libertà spirituale, che i consigli del Signore stimolano e favoriscono, li rendono presenti ai loro contemporanei in modo tale da ricordare a tutti che l’edificazione della città terrena non può che essere fondata sul Signore e a lui diretta” (Religiosi e promozione umana, Introd.). 

Comune è infine l’inserimento orante e fattivo nella Chiesa locale, dalla quale i religiosi e le religiose sono nati ed alla quale prestano unitariamente il proprio servizio, nella testimonianza e nell’annuncio del Vangelo, nella reciproca collaborazione, nel coordinamento della pastorale diocesana sotto la guida del Vescovo, il cui ministero rappresenta quello di Cristo capo della Chiesa, come è lucidamente descritto nel Documento “Criteri sui rapporti tra Vescovi e religiosi nella Chiesa”, emanato nel maggio del 1978 dalla Sacra Congregazione per i Vescovi e dalla Sacra Congregazione per i religiosi e gli Istituti Secolari, in applicazione dei Documenti conciliari . 

3. Carissimi fratelli e sorelle! La vostra consacrazione religiosa è un segno spirituale e privilegiato per la Chiesa e per il mondo! Voi seguite Cristo che, vergine e povero, redense e santificò gli uomini con la sua obbedienza spinta fino alla morte in croce. La castità, la povertà, e l’obbedienza consacrate, vissute in piena letizia, sono testimonianze prefigurative della dimensione escatologica della Chiesa e del cristiano.

La fede ci dona la certezza che la dedizione a Dio nelle varie forme di vita consacrata, pur tra difficoltà, delusioni e pericoli, non potrà non incidere nell’autentica promozione ed evoluzione culturale e sociale dell’umanità, come il grano di frumento gettato a marcire nel terreno (cf. Gv 12,24) e come il pugno di lievito confuso nella massa di farina (cf. Mt 13,33). 

Ne danno piena dimostrazione i tre novelli Beati 

  • Alain de Solminihac,
  • Luigi Scrosoppi,
  • Riccardo Pampuri

e le due novelle Beate 

  • Claudine Thévenet e
  • Maria Repetto,

 che ho avuto la gioia di elevare in questi giorni agli onori degli altari. Gesù Cristo dia continuamente a voi l’abbondanza della sua grazia, perché lo possiate seguire con generosa letizia, e metta altresì nel cuore di tanti e tante giovani il germe della vocazione religiosa e doni loro la forza di farla germogliare in una generosa risposta. Affido questi voti alla materna intercessione della Vergine santissima. A voi tutti la mia benedizione apostolica.

 ( Santa Sede del 15/10/1981 )  

GLI “ADESSO” DELLA “GLOBULI ROSSI COMPANY” – Angelo Nocent

Adesso RIPORTO CIO’ CHE HO POTUTO SALVARE DA UN BLOG PRECEDENTE CHE E’ STATO SOPPRESSO. IL MATERIALE QUI PARCHEGGIATO NECESSITA DI ESSERE RIORDINATO.

Clemente XI in visita all'Isola TiberinaDAL CENACOLO DI GERUSALEMME A GRANADA, DA TRIVOLZIO AI NOSTRI PAESI…Nel segno della continuità.Globuli Rossi CompanyNocent-Fatebenefratelli - Anno 1792Fatebenefratelli - Martiri_Spagnoli_AI santi martiri di Spagna

“I had a dream” – “HO FATTO UN SOGNO

L’autorità della fede non è mai abbandonata dalla ragione, poiché è la ragione che considera a chi si debba credere.(sant’Agostino)

ADESSO-EDITORIALE

  1. Finalità di “ADESSO
  2. Finalità “Compagnia dei GLOBULI ROSSI di san Giovanni di Dio”,

aggregazione laicale ai Fatebenefratelli.

  1. Proposta “STATUTO laici collaboratori e aggregati o.h.”
  2. La consegna della fede e dell’hospitalitas alla Compagnia dei Globuli Rrossi di san

Giovanni di Dio

  1. Carta d’identità del Movimento GLOBULI ROSSI
  2. Se non ora, quando? “ADESSO”. Adesso
  3. I had a dream”- Ho fatto un sogno.
  4. Nasce a Granada la Compagnia dei GLOBULI ROSSI.
  5. La Compagnia dei Globuli Rossi, Laici O.H, Testimoni del Vangelo,

Chiesa sanante al servizio del Mondo.

  1. I Fatebenefratelli nel Mondo.
  2. I carismi da un insegnamento di p.Raniero Cantalamessa
  3. Anno 2000: la visione del mondo del Card. J. Ratzingher
  4. Chi sono, dove vanno? I giovani di… Mariapia Garavaglia
  5. Esperienze vocazionali

 Cartoline

 

I had a dream” – “HO FATTO UN SOGNO

Tutta la nostra vita è fatta di appelli, vocazioni, annunciazione, che Dio rivolge ad ogni ora del giorno ma anche della notte. Se in principio era il Verbo, ora Egli è un contemporaneo che abita fra noi. Se di messaggi, vocazioni, annunciazioni, sollecitazioni, inviti è piena la nostra vita, senza l’illuminazione del Vangelo, il rischio è di non accorgercene. A fare attenzione, non è difficile avvertire che la nostra vita è piena di angeli, di messaggeri, di apparizioni. Ma è solo l’esperienza religiosa dei primi testimoni che può aiutarci a identificarli.

Il modo migliore di leggere il Vangelo è proprio quello di pensare che tutto quanto vi si trova, capita anche nella nostra vita. Ciò che è accaduto ai primi testimoni, succede anche ai nostri giorni.

Il modello ideale di lettura del Vangelo è Maria. Da che cosa ha riconosciuto l’angelo? Come è giunta alla certezza che quel messaggio veniva da Dio?. Ognuno ha il diritto di chiedersi: da che cosa potrei riconoscere un angelo? Da che cosa riconoscere che un pensiero, un incontro, un avvenimento vengono da Dio? E’ un problema vitale, lo stesso che dovette risolvere Maria. Lei come ha fatto? Anzitutto, non si è lasciata indurre a credere immediatamente. Ha riflettuto, si è interrogata, ha messo in questione questa vocazione straordinaria.

In presenza di una parola di Dio, ci sono due attitudini pericolose: quella di rifiuto, del lasciar perdere perché non ci si vede chiaro; l’altra, di capirci tutto, dell’evidenza, della non meraviglia, dello scontato.. Ma il solo modo ragionevole è quello assunto da Maria: “Ella non capiva ciò che egli diceva, ma conservava tutte quelle cose e se le ripeteva nel cuore” (Luca 2,51). Tutto avviene nel tempo, col tempo, mettendovi del tempo, perché il discernimento dello Spirito non funzione come il caffè liofilizzato istantaneo. Poi Maria ha consultato le scritture. Tutti i testi di Luca come anche di Matteo, sono citazioni di profeti ed il Magnificat ci dice come Maria vedeva la sua vocazione: nella linea di tutti quei poveri, di tutte quelle fecondità che l’avevano preceduta.

Come si dirà più avanti, si diventa GLOBULI ROSSI (Fatebenefratelli laici) non tanto per scelta ma per accettazione di una chiamata dall’alto, nel consenso quotidiano di un destino che oltrepassa la nostra previsione e immaginazione. Anche Giovanni di Dio si è trovato coinvolto in un progetto talmente più grande di lui da sembrare folle il progetto e più folle il consenziente.

A chi accetta di inoltrarsi in questa avventura umana e divina è richiesto di muoversi nella logica della fede:

  • ricettività e riflessione,
  • gioia e timore,
  • senso di Dio e buon senso umano.

Le grazie di Dio talvolta giungono come tegole sulla testa. Lasciarsi sconvolgere e pregare, leggere e riflettere le Scritture, conservare e ruminare dentro l’anima gli avvenimenti, è il solo modo ragionevole di procedere.

  • Perché Dio interpella proprio me?
  • Perché mi fa rivivere tutte le angosce dei poveri, dei perseguitati, delle sterili, degli esseri duramente abbandonati da Dio nel quale hanno messo la loro fiducia?
  • Degli innocenti calpestati, accusati, respinti?
  • Dei sofferenti senza via d’uscita, degli angosciati dalla vita?

 Maria scopre che dietro c’è la fedeltà di Dio, il suo stare ai patti, il suo mantenere le promesse: “Ha accolto Israele , suo servo…la sua misericordia di generazione in generazione verso coloro che si fidano di Lui”.

L’angelo in carne ed ossa che Maria ha incontrato è Elisabetta, una donna anziana che aveva sofferto come lei e che l’ha incoraggiata a credere, lei così giovane è già così coinvolta nei destini di Dio.

 Anche Giovanni di Dio quando riconosce la sua annunciazione canta il Magnifica a modo suo. Gli altri ridono, prendono le distanze dall’impazzito. Lui invece vede realizzarsi le promesse di Dio proprio là dove non aveva sperimentato che i suoi tormenti e disagi assieme a quelli di sventurati suoi simili internati e incatenati nel manicomio.

Come Maria e Giovanni di Dio, i GLOBULI ROSSI accettano di associarsi alle follie di Dio, ai suoi progetti grandiosi. Presi singolarmente, essi sono piccola cosa. Messi insieme, diventano trasportatori di ossigeno nel tessuto umano in preda all’anemia, a rischio di cancrena. La loro determinazione al “servizio trasporto ossigeno” la imparano dalla Mater Hospitalitatis, nel senso del suo Magnificat:

  • Cerco nel cuore le più belle parole per il mio Dio,
  • l’anima mia canta per il mio amato” (Lc 1,46).
  •  
  • Perché ha fatto della mia vita un luogo di prodigi,
  • ha fatto dei miei giorni un tempo di stupore” (Lc 1,47)
  •  
  • Ha guardato a me che non sono niente:
  • sperate con me, siate felici con me,
  • tutti che mi udite.
  • Cose più grandi di me stanno accadendo.
  • E’ Lui che può tutto, Lui solo, il santo!” (Lc 1, 48-49)
  •  
  • E’ lui che ha guardato, è lui che solleva,
  • è Lui che colma di beni, è lui…”
  •  
  • Santo e misericordioso, santo e dolce,
  • con cuore di madre verso tutti, verso chiunque” (Lc 1,50).
  •  
  • Ha liberato la sua forza,
  • ha imprigionato i progetti dei forti” (Lc 1,51).
  •  
  • Coloro che si fidano della forza sono senza troni.
  • Coloro che non contano nulla hanno il nido nella sua mano” ( Lc 1,52)
  •  
  • Ha saziato la fame degli affamati di vita,
  • ha lasciato a se stessi i ricchi:
  • le loro mani sono vuote,
  • i loro tesori sono aria” (Lc 1,53)

Essere GLOBULI ROSSI vuol dire cantare il Magnificat con la vita, ossia portare e trasfondere Vangelo, le gioiose notizie che tutti devono venir a sapere, ossia:

  • Che Dio ha attraversato i cieli,
  • Che l’emoglobina, ossia l’amore, scende dal cielo verso la terra e non viceversa,
  • Che Lui ci conosce così bene che sarebbe capace di dirci quanti capelli abbiamo in testa,
  • Che Dio ci conosce uno per uno, si ricorda il nostro nome,
  • Che ci incoraggia a respirare meglio con il Suo respiro,
  • Che a sognare con Lui i sogni si avverano,
  • Che a vivere la Sua vita, non c’è nulla da perdere, anzi!
  • Che Dio è totalmente a disposizione dell’uomo,
  • Che Egli prova più gioia nel dare che nel ricevere.

 Se i GLOBULI ROSSI si fanno guidare da Maria percepiscono ciò che Lei per prima ha intuito dalle confidenze dello Spirito: che, rispetto al decalogo della Antica Alleanza,che era al centro della Tôrah, il nuovo decalogo non è più prescrittivo di comportamenti dell’uomo verso Dio e i fratelli, ma narrativo, descrittivo di un Dio che è per l’uomo. Decalogo che Luca illustra con meticolosità nella parabola del buon samaritano, dove in quella catena di verbi è evidente che il contare di Dio non si ferma a dieci ma sconfina alla grande quando s’impegna con l’uomo che incontra sulla Gerusalemme-Gerico del mondo:

 33Invece un uomo della Samaria, che

  1. era in viaggio,
  2. gli passò accanto,
  3. lo vide,
  4. ne ebbe compassione.
  5. Gli andò vicino,
  6. versò olio e vino sulle sue ferite
  7. e gliele fasciò.
  8. Poi lo caricò sul suo asino,
  9. lo portò a una locanda
  10. e fece tutto il possibile per aiutarlo.
  11.  
  12. 35Il giorno dopo
  13.  
  14. tirò fuori due monete d’argento,
  15. le diede al padrone dell’albergo
  16. e gli disse:
  17. Abbi cura di lui
  18. e se spenderai di più
  19. pagherò io quando ritorno “
  20.  

I GLOBULI ROSSI sottoscrivono il decalogo che è di ogni credente, anzi, riguarda ogni uomo che sogni il sogno di Dio: una terra fatta di prossimi.

Già vedo la Compagnia dei GLOBULI ROSSI germinare dal midollo osseo della Cina. Donne e uomini, dalle campagne alle città, dagli ospedali alle trascurate periferie, muoversi in direzione delle persone più “anemiche”. Ci confermano che I pionieri o.h. sono già in avanscoperta a trattare con le Autorità Cinesi. Ma, per un Paese così sterminato, dovranno seguire consistenti rinforzi, tutti ancora in incubazione. E con la Cina, la sterminata Africa…

La fortuna è che tutto il mondo può contare sulla stessa Messa, sulla EUCARISTIA, il Sacramentum Hospitalitatis!

Chi incappa in un’annunciazione, trovi il coraggio di rispondere come Maria: “Fai di me ciò che tu vuoi”. Il dopo si sa a priori come finirà: non può essere che un Giovanni di Dio contemporaneo con in testa la medesima profezia:

  • ha fatto della mia vita un luogo di prodigi,
  • ha fatto dei miei giorni un tempo di stupore” (Lc 1,47).

ADESSODNA o.h. sarà il luogo ideale per poterlo raccontare al mondo.

GR - Globuli Rossi company

Se non ora, quando? ADESSO

  1. ADESSO è l’ adesso dell’uomo, l’attimo delle sue giornate nell’Oggi Eterno di Dio. E’ anche l’ADESSO di Dio: il Natale che entra nella mia esistenza:

  • Di me che credo,
  • Di me che mi dichiaro non credente,
  • Di chi lavora, soffre, spera di costruire un mondo migliore,
  • Di chi, stanco e deluso, vive lo smarrimento e l’angoscia.
  •  
  • A tutti è offerta la felicità dell’EVENTO capace di sconvolgere la vita,
  • Tutti possono accogliere il VERBO, la parola di Dio fatta carne,
  • Tutti possono aprire le porte per diventare in Gesù Figlio del Padre, figli di Dio.
  • Per qualcuno può essere l’inizio di un viaggio nuovo.
  • Di fronte all’annuncio incredibile dell’amore e della luce di Dio, del Dio con noi, si può pregare e adorare estatici, a condizione di essere umili pastori rapiti dal mistero della luce sfolgorante che squarcia le tenebre della terra.
  • Ma scatta l’esigenza di portare al mondo la BUONA NOTIZIA: che Dio ci ama teneramente e ci conosce per nome.
  1. ADESSO è l’uscire dalla notte di pesca infruttuosa, riconoscere il misterioso personaggio che appare sul lago della vita, rompere il silenzio del mattino e gridare con la fede della Chiesa primitiva: “E’ il Signore” (Gv 21,7)

  2. ADESSO è distruggere in se stessi tutto ciò che alla Parola si oppone: paure, infedeltà, indolenze, per aprirsi alla forza dello Spirito, in un atteggiamento di obbedienza alla Sua ispirazione.

  3. ADESSO è sogno e visione. Il già e non ancora… del MovimentoCompagnia dei GLOBULI ROSSI di San Giovanni di Dio” – (CGR), storia ancora tutta da scrivere.

    • Si prefigge di essere strumento di animazione della CGR che si affida all’azione dello Spirito, nella consapevolezza che solo i figli di Dio, nel senso neotestamentario, sono i veri liberatori del creato, capaci di ridare alla creazione il suo senso, in virtù della conoscenza che loro ne dà il Verbo, per cui tutte le cose furono fatte (Gv 15,5).
    • Si propone ai Collaboratori dei Centri Fatebenefratelli e a tutti coloro che operano negli spazi della sanità pubblica, nei centri di accoglienza, nelle “terre di nessuno”, dove la creazione geme e soffre fino a oggi nelle doglie del parto (Rom 8, 18-25).
    • Premesso che il Figlio, ed Egli solo, passando dovunque e facendo il bene e sanando tutti (Atti 10,38), vivendo e morendo durissimamente, da Figlio, in un mondo totalmente schiavo e non ancora redento da alcuno, ha aperto, tra gli scogli del peccato e attraverso il baratro della morte, il vero arduo e definitivo sentiero della liberazione del creato (Mt 7, 13-14 e Lc 13,22-24),
    • Il Movimento si presenta come espressione del carisma formidabile che ha ispirato il Patrono dei malati e degli operatori sanitari, san Giovanni di Dio, riconosciuto ed enunciato nella Chiesa come fondatore dell’ordine religioso dell’hospitalitas”, ossia del servizio sanante, nel significato più esteso del termine, ispiratosi alla scuola del Maestro Divino, il Samaritano dell’umanità.
    • Gli aggregati nel suo nome non si propongono solo di limitarsi ad umanizzare la sanità, ma tendono alla sua divinizzazione, appoggiandosi unicamente sulla forza dello Spirito.

Essi partono dalla consapevolezza che,

  • mentre la sapienza psichica di questo mondo (1Cor 2,6), (laica non necessariamente nel senso di laicistica) lavora, con la sincerità di cui è capace, per la umanizzazione del mondo al fine di liberare l’uomo,
  • il discepolo di Gesù (l’uomo pneumatico) è messo a parte dallo Spirito di Dio di un progetto di salvezza-liberazione-dell’uomo, che è propriamente divino, e che nessun occhio, né orecchio, né cuore “laico” può mai arrivare a sospettare e ad apprezzare (1 Cor 2,9).
  • L’uomo psichico è giunto a concepire che si può liberare l’uomo, mediante la umanizzazione del mondo, della società, delle sue strutture, delle relazioni sociali e internazionali;
  • lo Spirito insegna a discernere e a non confondere (1Tess. 5,19-22): non un mondo più umano può davvero liberare l’uomo, ma solamente uomini diventati figli di Dio nel Figlio unico possono liberare il mondo.
  • Essi credono che non c’è da attendere che il mondo -società, stati, famiglie, ambienti, comunità, ospedali – sia disinquinato, per cominciare a vivere da uomini. Lo Spirito di Dio dà forza per cominciare oggi, ADESSO a vivere da figli di Dio, dovunque ci si trovi (Lc 10, 28-37).
  • Il cristiano maturo ricorda quanti mali sono derivati, nella storia, all’umanità, alla chiesa, dalla confusione della psiche e dello Spirito, delle parole di Spirito con le parole di sapienza umana, delle imprese destinate alla “polis” degli uomini e di quelle concernenti la Chiesa di Dio, Sposa di Gesù” (F.Rossi de Gasperis s.j)

PERCHÉ MOVIMENTO: sintomo, espressione, presenza dello Spirito Santo (Giov 3, 8), luogo delle sue manifestazioni:

  • viene per edificare (1Cor.14, 12- 23)
  • si manifesta per un fine utile ed opportuno (1Cor.12,7)
  • si approssima per esortare e consolare (1Cor.14,3).

Accettadi farsi guidare dal “Datore dei doni”per portare la Buona Notizia di Gesù di Nazareth: “La vostra schiavitù è finita!” (cfr. Lc.16-19).

Poiché lo Spirito di Dio è come il vento…soffia dove vuole (Gv 3,8), la certezza passa per la Chiesa che ha il compito di confermare il suo “Soffio”.

PERCHÉ COMPAGNIA: come vocazione per non vivere solitari e sospesi: “8In realtà il Signore ha insegnato agli uomini quel che è bene, quel che esige da noi: praticare la giustizia, ricercare la bontà e vivere con umiltà davanti al nostro Dio“. Don Giussani suggeriva a i ragazzi di camminare umilmente con Dio:“ ecco la trasformazione, l’arte suprema che è la santità! La santità è abbracciare gli uomini e le cose trasformando questo in cammino e in grido, un grido che proclama come la sostanza di tutto sia Cristo, come quell’abbraccio sia Suo e non nostro” (Il rischio educativo).

Poi li sintonizzava su una linea di preghiera originale, inconsueta: “ A pregare, le due grazie che il Signore dona sono la tristezza e la stanchezza:

  • La tristezza perché mi obbliga alla memoria,
  • la stanchezza perché mi obbliga alle ragioni, al chiedermi perché faccio le cose.
  • Fa o Dio che una positività totale guidi il mio animo
  • in qualsiasi condizione mi trovi,
  • qualunque rimorso abbia,
  • qualunque ingiustizia senta pesare su di me,
  • qualunque oscurità mi circondi,
  • qualunque inimicizia,
  • qualunque morte mi assalga…
  • Perché Tu che hai fatto tutti gli esseri, sei per il bene,
  • Tu sei l’ipotesi positiva su tutto ciò che vivo.” (D.Giussani)

PERCHÉ GLOBULI ROSSI: energia, sangue, vita, consanguinei del Signore…sacche di carità divina-Sangue di Cristo da donare e trasfondere nei tessuti anemici, nella lotta instancabile contro tutte le espressioni di povertà e miseria umana.

  • L’ortoprassi, = prassi retta, il fare corretto che accomuna consacrati e Christifideles laici è la “Vita secondo lo Spirito”. Mettendo l’accento sul fare quello che è retto agli occhi del Signore (Ef 15,26), su di una prassi conforme alla rivelata Verità di Dio, su di un fare che provenga dal credere, significa prendere coscienza che ogni percorso alternativo è tentazione di fuga, rischio di sbando.

Per entrambi, “Divinizzazione dell’uomo e liberazione del mondo per opera di un’umanità nuova, fatta di figli di Dio nel Figlio unico”: è questo il nome vero della “promozione dell’uomo” e della “liberazione della sua storia”, degno di costituire un proposito cristiano, che si ispiri alla Parola e alla Sapienza rivelata nel Nuovo Testamento, ossia in GESU’.

PERCHÉ SAN GIOVANNI DI DIO: come auctoritas, in quanto ha inventato l’Ospedale Moderno, non tanto per i riconoscimenti venuti dal Lombroso sull’ottima qualità dell’organizzazione, quanto per la sua visione teologica che ne ampia il concetto a dismisura:

 EUCARISTIA COME SACRAMENTUM HOSPITALITATIS

TEMPIO

OSPEDALE-COMUNITA’ TERAPEUTICA

«Assidui nella preghiera» (At 1,14)

“Portate i pesi gli uni degli altri, così adempirete la legge di Cristo” (Gal 6,2).

ALTARE SACRIFICALE

LETTO/LITURGIA DEL MALATO

«Fate quello che vi dirà» (Gv 2,5).

Liturgia del Samaritano: olio, aceto, cavalcatura, albergo denaro, pagherò… fermarsi,alzarsi,inginocchiarsi,caricarsi, trasportare…

AMBONE/PAROLA

LA MISSIONE ANNUNCIO/DIACONIA

Parola – Ascolto – Risposta – Carismi «Fate questo in memoria di me» (Le 22, 19).

MATERIA SACRIFICALE

PANE-VINO-CORPO- SANGUE-DI- CRISTO

MALATO «Questo è il mio corpo che è dato per voi» (Lc 22,19)

 

LUOGO:CHIESA LOCALE

Ospedale come luogo di pellegrinaggio periodico:

– vescovi, presbiteri, fedeli radunati per il Sacramentum hospitalitatis;

– scambio di doni e carismi nella la Chiesa locale

Tutti i giorni della vostra vita vedete Dio, assistete sempre all’intera Messa, confessatevi minuziosamente se sarà possibile: non dormite in peccato mortale nessuna notte: amate nostro Signore Gesù Cristo sopra tutte le cose del mondo, chè per molto che lo amiate, molto più Lui ama voi. Abbiate sempre carità, perché dove non c’è carità non c’è Dio, anche se Dio è in ogni luogo. (Lettera aLouis Bautista

TEMPIO DI DIO, LUOGO DELLA SUA PRESENZA:

Dalla liturgia la teologia del Tempio:

Questo luogo è segno del mistero della Chiesa santificata dal sangue di Cristo…

  • Chiesa beata,
  • dimora di Dio tra gli uomini,
  • tempio santo costruito con pietre vive sul fondamento degli Apostoli,
  • in Cristo Gesù, fulcro di unità e pietra angolare…
  • Ora o Padre avvolgi della tua santità questa chiesa,[questo ospedale]
  • perché sia sempre per tutti un luogo santo».(Litur. Dedic.)

 

Il profeta Ezechiele vede la gloria di Dio presso i deportati in Babilonia, e l’annuncia con queste parole:

Giunsi dai deportati di Tel Aviv, che abitano lungo il canale di Chebar, dove hanno preso dimora […] ed ecco, la gloria del Signore era là” (Ez 3, 15.23);

il profeta descrive anche l’esilio della Shekinah:

La gloria del Signore uscì dalla soglia del tempio” (Ez 10, 18).

 Giovanni di Dio ha capito che dove va il sofferente, la Gloria lo segue. Se l’ospedale è Tempio è proprio perché vi dimora Dio.

HA FATTO DI OGNI LETTO UN ALTARE COLLEGATO ALL’ALTARE CENTRALE DEL SACRIFICIO EUCARISTICO.

 

Chi entra in ospedale è come se pronunciasse, secondo l’antico rito latino, l’ Introibo ad altare Dei…, “Verrò all’altare di Dio”:il versetto del salmista (43,4) che ci pone, sin dall’inizio della santa funzione, di fronte al prestigioso oggetto del culto: l’altare. L’altare è la pietra del sacrificio, quel sacrificio che costituisce – per l’umanità caduta – il solo mezzo di prendere contatto con Dio. L’altare è il luogo di questo contatto: attraverso l’altare Dio viene verso di noi e noi andiamo a Lui. Esso è l’oggetto più santo del tempio, perché lo si riverisce, lo si bacia e lo si incensa. È un centro di raggruppamento, il centro dell’assemblea cristiana; e a questo raggruppamento esteriore corrisponde un raggruppamento interiore delle anime e dell’anima, il cui strumento è il simbolo stesso della pietra, uno dei più profondi – come l’albero, l’acqua e il fuoco – che raggiunge e tocca nell’uomo qualcosa di primordiale.

Il versetto del salmista che apre la messa ci pone, sin dall’inizio della santa funzione, di fronte a questo prestigioso oggetto del culto. L’altare è la tavola, la pietra del sacrificio, quel sacrificio che costituisce – per l’umanità caduta – il solo mezzo di prendere contatto con Dio. L’altare è il luogo di questo contatto: attraverso l’altare Dio viene verso di noi e noi andiamo a Lui. Esso è l’oggetto più santo del tempio, perché lo si riverisce, lo si bacia e lo si incensa. È un centro di raggruppamento, il centro dell’assemblea cristiana; e a questo raggruppamento esteriore corrisponde un raggruppamento interiore delle anime e dell’anima, il cui strumento è il simbolo stesso della pietra, uno dei più profondi – come l’albero, l’acqua e il fuoco – che raggiunge e tocca nell’uomo qualcosa di primordiale.

Ma c’è di più. L’altare cristiano è il successore e la sintesi degli altari ebrei e la sua sublimità deriva dalla sua conformazione al suo archetipo celeste, l’ Altare della Gerusalemme celeste in cui giace «fin dalla fondazione del mondo […] l’Agnello immolato» 3.

  Ad esempio, vi è un rapporto sorprendente fra l’altare di Mosè e il nostro altare. Mosè costruisce un altare ai piedi del Sinai, offre il sacrificio e fa due metà con il sangue: una è data al Signore (più esattamente: è versata sull’altare che Lo rappresenta) e l’altra la asperge sul popolo; così è sigillato il patto fra il Signore e il Suo popolo, la Prima Alleanza (Es 24, 4-8). Nello stesso modo, sull’altare cristiano il sangue della Nuova Alleanza è versato, offerto al Signore e poi distribuito al popolo, sigillando così la riconciliazione del peccatore con Dio.

   Nel tempio cristiano, che sostituisce quello di Gerusalemme, l’altare maggiore è la sintesi di questi differenti altari. Esso è l’altare degli 0locausti dove è sacrificato l’«Agnello di Dio» e nello stesso tempo la tavola dei pani dell’offerta, cioè del pane eucaristico; esso è l’altare dei profumi in cui si brucia l’incenso, come emerge chiaramente dal rituale romano. Infatti, quando un vescovo consacra l’altare, egli accende l’incenso sui cinque solchi incisi al centro e agli angoli della pietra, mentre si canta l’antifona: «Dalla mano dell’Angelo, il fumo dei profumi sale verso il Signore » .

l grande prefazio del Pontificale romano cantato in occasione della consacrazione dell’altare, ricollega ritualmente l’altare cristiano a tutti gli altari ebraici: all’altare di Mosè, a quello di Giacobbe, a quello di Abramo; meglio ancora, lo ricollega a tutti gli altari dell’umanità ab origine mundi, dall’altare di Melchisedek a quello di Abele. Si può così comprendere di quale venerabile tradizione sia erede l’altare cristiano per mezzo di una trasmissione ininterrotta: è tutta la storia religiosa del mondo che, per così dire, si concretizza.

   Ma c’è di più. L’altare terrestre deriva la sua sublimità e il suo carattere sacro dalla sua conformità con il proprio archetipo, l’altare celeste. Nel canone romano della messa il sacerdote pronuncia queste parole: «Noi Ti supplichiamo, Dio onnipotente: fa’ portare queste offerte dalla mano del Tuo santo Angelo, lassù, sul Tuo altare sublime, alla presenza della Tua divina Maestà». E nell’introito della messa siriaca: «Santissima Trinità, ricevi dalle mie mani peccatrici questo sacrificio che io offro sull’altare celeste del Verbo».

Ma sino ad ora non abbiamo fatto altro, in un certo senso, che descrivere l’altare dall’esterno. Per comprenderne tutto il significato è necessario spingersi oltre e cercare il suo simbolismo dall’interno.

   L’evento capitale da cui è necessario incominciare è l’unzione fatta da Giacobbe della pietra di Betel ( Gen 28, 11-19). Giacobbe, in marcia verso Carran in Mesopotamia, fa tappa in un luogo e si corica a terra per dormire; una pietra gli serve da guanciale. Durante il sonno egli fa un sogno in cui vede il cielo aperto e una scala poggiata sulla terra, la cui cima raggiunge il cielo e sulla quale gli angeli di Dio salgono e scendono; in alto sta l’Eterno. Al suo risveglio Giacobbe grida: «Quanto è terribile questo luogo! Questa è proprio la casa di Dio [bet’el = Betel] questa è la porta del cielo»6. E versò dell’olio sulla pietra, facendone così un altare per commemorare la propria visione.

Le parole consacratorie sono cariche di simbolismi. Non è difficile ravvisarvi l’Ospedale come lo ha concepito da Giovanni di Dio:

Ti lodiamo e ti benediciamo, Padre Santo, perché il Cristo tuo Figlio nel disegno mirabile del tuo amore ha dato compimento alle molteplici figure antiche nell’unico mistero dell’altare.

  1. Noè, patriarca della stirpe umana scampata dal diluvio, eresse a te un altare e ti offrì un sacrificio; e tu lo gradisti, o Dio, rinnovando con gli uomini la tua alleanza.
  2. Abramo, nostro padre nella fede, in piena obbedienza alla tua parola, edificò un altare, pronto a immolarvi, per piacere a te, Isacco, suo diletto figlio.
  3. Anche Mosè, mediatore della legge antica, costruì un altare, che asperso con il sangue dell’agnello, fu annunzio profetico dell’altare della croce.
  4. Infine il Cristo nel mistero della sua Pasqua compì tutti i segni antichi; salendo sull’albero della croce, sacerdote e vittima, si offrì a te, o Padre, in oblazione pura per distruggere i peccati del mondo e stabilire con te l’alleanza nuova ed eterna.
  5. E ora ti preghiamo umilmente, Signore, avvolgi della tua santità questo altare eretto nella casa della tua Chiesa, perché sia dedicato a te per sempre come ara del sacrificio di Cristo e mensa del suo convito, cheredime e nutre il suo popolo.
  6. Questa pietra preziosa ed eletta sia per noi il segno di Cristo dal cui fianco squarciato scaturirono l’acqua e il sangue fonte dei sacramenti della Chiesa.
  7. Sia la mensa del convito festivo a cui accorrano lieti i commensali di Cristo e sollevati dal peso degli affanni quotidiani attingano rinnovato vigore per il loro cammino.
  8. Sia luogo di intima unione con te, o Padre, nella gioia e nella pace, perché quanti si nutrono del corpo e sangue del tuo Figlio, animati dallo Spirito Santo, crescano nel tuo amore.
  9. Sia fonte di unità per la Chiesa e rafforzi nei fratelli, riuniti nella comune preghiera, il vincolo di carità e di concordia.
  10. Sia il centro della nostra lode e del comune rendimento di grazie, finché nella patria eterna ti offriremo esultanti il sacrificio della lode perenne con Cristo, pontefice sommo e altare vivente. Egli è Dio e vive e regna con te, nell’unità dello Spirito Santo per tutti i secoli dei secoli. Amen”
  11. Unzione: “Santifichi il Signore con la sua potenza questo altare, che mediante il nostro ministero è unto con il crisma; sia segno visibile del mistero di Cristo, che si è offerto al Padre per la vita del mondo”.
  12. Incensazione: “ Salga a te, Signore, l’incenso della nostra preghiera; come il profumo riempie questo tempio, così la tua Chiesa spanda nel mondo la soave fragranza di Cristo”.
  13. Copertura e illuminazione dell’altare: (La mensa viene ricoperta con la tovaglia e adornata con i fiori. Vi si dispongono il cero, come per la celebrazione della Messa) Il vescovo consegna una candela accesa dicendo:La luce di Cristo rifulga su questo altare e siano luce del mondo i commensali alla cena del Signore”.

SU OGNI LETTO-ALTARE HA ADORATO LA VITTIMA

 Il letto del malato cela un grande mistero, quello della sofferenza e questo mistero è legato al fatto che al “al centro del mondo” è situato il Sofferente.

La nozione di «centro del mondo» è alla base del simbolismo architettonico e che domina anche il simbolismo della croce. Tale «centro del mondo» non è un centro geografico nel senso della scienza moderna, ma un centro simbolico (il che non vuole dire immaginario, ben al contrario) basato sul simbolismo geometrico. Essendo l’universo rappresentato da una sfera o da un cerchio di cui il centro è il punto più prezioso, poiché genera tutta la figura, in senso spirituale si situa simbolicamente nel «centro del mondo» e sull’ «asse del mondo» ogni oggetto oppure ogni luogo sacro che permetta di entrare in contatto con il Centro spirituale, cioè con Dio stesso che è il centro, l’origine e la fine di tutta la sfera della creazione. Il letto dell’infermo trova qui la sua collocazione.

   L’altare di Giacobbe è situato al «centro del mondo», come ci lascia intendere il testo della Genesi quando parla della «scala degli angeli». Questa scala rappresenta l’ «asse del mondo» la cui base è appoggiata sulla terra e il cui vertice costituisce la «porta del cielo»; essa è la via naturale degli angeli in quanto «messaggeri» del Cielo sulla terra ed esecutori della Volontà celeste. L’altare materializza il punto di intersezione dell’asse con la superficie terrestre.

   Così, attraverso il rito di consacrazione l’altare cristiano – come quello di Giacobbe – diventa il «centro del mondo» e si viene a situare sull’asse terra-cielo, ciò che lo rende atto a diventare il luogo di una teofania, di una manifestazione divina, il luogo in cui il mondo celeste entra in contatto con il mondo terrestre. È il luogo che il Figlio di Dio ha scelto al fine di offrirsi per noi, come è scritto nei Salmi: «ha operato la salvezza nella nostra terra» (Sal 74,12). Per mezzo di questo sacrificio egli ristabilisce la comunicazione assiale con Dio, riapre la «porta del cielo» e fa del tempio realmente una bet’el, una «casa di Dio».

Se letto significa prolungamento, estensione dell’altare, è anch’esso luogo di una teofania.

Tutto il simbolismo architettonico dell’altare e del santuario serve da rivestimento e da espressione a una dottrina teologica. Tutti i Padri sviluppano l’idea che il tempio è l’immagine dell’universo, dell’uomo e di Dio; il «santo dei santi» ne è la parte più nobile e il tutto è riassunto nel mistero dell’altare. Esso è veramente il centro e il «cuore» dell’edificio. Ora, questo mistero dell’altare consiste nel fatto che l’altare è il Cristo.

Scrive sant’Ignazio di Antiochia: «Accorrete tutti a riunirvi nello stesso tempio di Dio, ai piedi dello stesso altare, cioè in Gesù Cristo». San Cirillo di Alessandria insegna che l’altare di pietra di cui ci parla l’Esodo (Es 20,24) è Cristo. Per sant’Ambrogio di Milano l’altare è «l’immagine del Corpo di Cristo». Per Esichio di Gerusalemme esso è «il Colpo del Figlio Unigenito, perché questo Colpo è davvero chiamato un altare».

L’identificazione di Cristo all’altare sembra davvero fondarsi su un passaggio della Scrittura che, parlando di Gesù, dice: «Noi abbiamo un altare» (Eb 23, 10) 10; il versetto deve essere associato alle celebri parole della prima Epistola ai Corinzi (1 Cor 10, 1-4): «Non voglio infatti che ignoriate, o fratelli, che i nostri padri furono tutti sotto la nuvola, tutti attraversarono il mare, tutti furono battezzati in Mosè nella nuvola e nel mare, tutti mangiarono lo stesso cibo spirituale, tutti bevvero la stessa bevanda spirituale: bevevano infatti da una roccia spirituale che li accompagnava, e quella roccia era il Cristo» (petra erat Christus). L’affermazione di san Paolo si situa nella più autentica tradizione ebraica. li Signore era da tempi lontani assimilato alla pietra e alla roccia, ed è da essa che gli Israeliti dicono di essere stati tratti: «La Roccia, che ti ha generato, tu hai trascurato; hai dimenticato il Dio che ti ha procreato!» (D t 32, 18). «Guardate alla roccia da cui siete stati tagliati, alla cava da cui siete stati estratti» (15 51, 1). Tale simbolismo della pietra si ricollega ugualmente al Messia. Vediamo il testo di Isaia: «Ecco io pongo una pietra in Sion, una pietra scelta, angolare, preziosa, saldamente fondata: chi crede non vacillerà» (15 28, 16); le stesse parole sono applicate da san Pietro al Messia (1 Pt 2, 6), e così anche da san Paolo (Rm 9, 33), conformemente all’interpretazione dei rabbini, ad esempio quella di Rabbi Salomon Yarhi. La «roccia spirituale» del deserto è la stessa pietra, quindi il Messia, come d’altro canto viene provato dalla testimonianza di Filone d’ Alessandria: «Mosè designa con questa pietra la Saggezza di Dio, che nutre, ha cura e alleva teneramente coloro i quali aspirano alla vita incorruttibile. Questa pietra, divenuta quasi la madre di tutti gli uomini del mondo, offre ai suoi bambini un nutrimento che trae dalla propria sostanza».

Cristo si è definito Lui stesso la Pietra angolare 15; ma egli è inoltre la Pietra fondamentale o shethiyah (cfr. [s 28, 16; 1 Pt 2,4-8 e Rm 9,33). Dice sant’Agostino: «Cristo è contemporaneamente il fondamento, perché è Lui che ci governa, e la pietra angolare, perché è Lui che ci riunisce».

   La tradizione interiorizza ulteriormente il simbolo dell’altare, del resto in conformità con il suo posto nel tempio. L’altare non è soltanto il Corpo di Cristo, perché più intimamente ancora esso è il Suo Cuore.

   Il suo posto corrisponde a quello della croce di legno posata per la benedizione della prima pietra sotto l’arco trionfale, nel punto di intersezione dei bracci del transetto e della navata. «Il cuore è posto nel centro del Corpo come l’altare lo è nel mezzo della navata» (Durando di Mende). Cristo è assimilato a un centro, a un cuore vivo che infonde la vita a tutte le membra per mezzo del suo sangue. Il cuore di Cristo è il luogo del Suo amore infinito e nello stesso tempo il centro ontologico della Sua Persona e di tutto il Corpo. Anche Nicolas Cabasilas identifica il Cuore con l’altare: «È da questo Cuore beato che la virtù della santa tavola attira su di noi la vera vita. […] Conformemente a quello che è il ruolo normale del cuore e della testa, noi siamo mossi e viviamo come il Cristo vive Lui stesso. […] Egli ci comunica la vita come fanno il cuore o la testa alle membra». Così l’Altare unisce le membra del Corpo mistico nel loro vero centro, il Cuore divino, che è anche il Cuore del Mondo. L’altare rappresenta nel microcosmo del tempio quel Cuore del mondo che è il Cuore di Dio, da cui il Signore ha fatto sentire la sua azione creatrice nelle sei direzioni dello spazio, come afferma il passaggio di Clemente d’ Alessandria che abbiamo già citato. Ecco perché, come dicevamo all’inizio di questo capitolo, l’altare è il vero centro dell’edificio sacro, il punto focale a partire dal quale devono irradiarsi tutte le sue componenti architettoniche. Anche in questo caso il simbolismo cosmico sottende il simbolismo mistico.

   La posizione centrale dell’altare nello stesso luogo del cuore determina ugualmente il suo ruolo nella vita spirituale dell’individuo, così come in quella della comunità. L’altare è assimilato al cuore dell’uomo: ed è su questo altare del cuore che l’uomo deve operare il grande sacrificio santificatore. Dice ancora Durando di Mende: «L ‘altare è il nostro cuore sul quale dobbiamo compiere il sacrificio». E inoltre: «L ‘altare è la figura della mortificazione del cuore nel quale tutti i movimenti carnali sono consumati dal fervore dello Spirito ». Quest’ultimo tratto è un’allusione al fuoco perpetuo che secondo il Levitico deve essere sempre tenuto acceso sull’altare (Lv 6, 9-12). Commentando questo libro dell’Antico Testamento Procopio di Gaza (VI secolo) ci dice che l’olocausto è acceso nei nostri cuori dal fuoco conservato perpetuamente che è il fuoco portato sulla terra da Cristo. Lo spirituale immola sull’altare del cuore il proprio io e, una volta deificato, si identifica al Cuore di Cristo. Egli si stabilisce allora nel centro di tutti i mondi, è fissato al centro dell’Essere «tenendo l’Intelletto immobile, come l’asse dei cieli, guardando come verso un centro l’abisso del cuore» («Centurie spirituali», nella Filocalia). 

   Per riprendere il linguaggio del simbolismo architettonico, possiamo perciò dire che lo spirituale, sull’esempio dei costruttori «passati dalla squadra al compasso», è risalito, seguendo la «colonna assiale», dalla pietra fondamentale alla pietra angolare, cioè al punto in cui si «comprende» tutta l’intima disposizione dell’edificio e da cui si vede realmente il mondo intero con l’occhio di Dio. Dice san Massimo il Confessore: «Come al centro del cerchio vi è quel punto unico in cui sono ancora indivise tutte le rette che da qui dipartono, così in Dio colui che è stato giudicato degno di pervenirvi conosce tutte le idee delle cose create con una scienza semplice e priva di concetti».

San Giovanni di Dio con la sua ardente carità è l’espressione autentica di una scienza semplice e priva di concetti che non stona affatto nel coro degli scienziati e dei soloni della medicina, perché egli vede il mondo intero con l’occhio di Dio, quel punto unico non solo di guarigione ma anche di salvezza.

Sul “Volto dolente” di Cristo Redentore, così Giovanni Paolo II al n. 25 della “Novo Millennio ineunte”:

La contemplazione del volto di Cristo ci conduce così ad accostare l’aspetto più paradossale del suo mistero, quale emerge nell’ora estrema, l’ora della Croce. Mistero nel mistero, davanti al quale l’essere umano non può che prostrarsi in adorazione”. Per riportare all’uomo il volto del Padre, Gesù ha dovuto non soltanto assumere il volto dell’uomo, ma caricarsi persino del «volto» del peccato “( cfr.: 2 Cor 5,21).

  • Il Suo volto contemporaneo è la Messa.
  • Nella sua Messa, la nostra Messa,
  • nel Suo Volto, i nostri volti.

Eucaristia il Sacramentum Hospitalitatis: nel Suo, il mio; in Lui,noi

  1. Per me cristiano il valore della mia persona è nel Corpo di Cristo che cresce, si espande, nel mistero di Cristo presente nella Sua Chiesa-Assemblea-Casa-Ospedale.
  2. Realizzo il mio valore se realizzo la Sua Chiesa.
  3. Allora devo “ospitare” in me stesso gli altri:l’ospitalità è far sì che un altro sia parte del mio vivere.
  4. Dopo quello del dare la vita, l’ospitalità è il sacrificio più grande. Per questa ragione difficilmente so ospitare davvero. Talvolta non so farlo neppure con me stesso.
  5. La vera imitazione di Cristo è rendere gli altri parte della mia vita, dal momento che Lui nella Sua mi ha talmente ospitato da farmi diventare membra del Suo Corpo.
  6. Il mistero del Corpo di Cristo è il mistero dell’ospitalità della mia vita nella Sua. Mi faccio uomo ospitale, Fatebenefratello, Compagnia…perché sono stato ospitato.
  7. All’interno di questa possibilità dell’ospitare in me gli altri che Cristo mi dà (Congregavit nos in unum Christi amor- Ci ha raccolti in una cosa sola l’amore di Cristo), si rende possibile che emerga, si faccia visibile un “frammento”, un pezzo di umanità diversa, nuova, esca fuori una sacca di GLOBULI ROSSI dove l’uomo cominci a respirare tutto:”Omnia possum in eo qui me confortatPosso far fronte a tutte le difficoltà perché Cristo me ne dà la forza “ (Fil 4,13).
  8. Questo frammento di vita nuova in Cristo è parte del Corpo di Cristo. Ma è anche tutta la passione della mia vita, così che qualsiasi gesto, a partire dal più banale fino a…, persino dare un bicchier d’acqua, è perché questo Corpo-Cristo-Chiesa si dilati.
  • Ne consegue che “il sacrificio di sé a Cristo è il contenuto del gesto più espressivo che si possa compiere come cristiani: la Messa.
  • L’Eucaristia è un gesto di Cristo, ma è anche un gesto “mio” che si identifica col gesto di Cristo, il quale a sua volta torna a identificarsi col “mio”gesto:
  • L’offertorio è un gesto “mio”,
  • La consacrazione è un gesto mio,
  • La comunione consuma e compie questo gesto “mio”. (Giussani)
  • Il mio sacrifico dunque coincide con l’offrirmi, dal momento che riconosco Cristo essere tutto di me (“Per me il vivere è Cristo” Fil 1,21), nell’accettarlo e cercare di comportarmi secondo questa consapevolezza, una coscienza diversa voluta, creata ed educata in quel frammento (l’Ordine ospedaliero), in quella sacca (la Compagnia) proprio dal Lui:
    EccenovafacioomniaOra faccio nuova ogni cosa… Ciò che dico è vero e degno di essere creduto… Io sono l’Inizio e la Fine, il Primo e l’Ultimo. ( Apoc . 21, 5; cfr. 2 Cor . 5, 17);
  • Avreta la forza dello Spirito Santo, che scenderà su di voi” (At 1,8).

Il votato all’ospitalità, religioso o laico, se non sente la sua compagnia vocazionale come inizio di umanità nuova che incomincia a s-velare, a farsi segno del mistero per cui Cristo è la sostanza di tutto, se non sente così ogni cosa con cui viene a contatto ogni giorno, non può vivere “sospeso” al mistero e rendergli gloria e testimonianza. Prima o poi si sgancia.

S. Agostino insegna che: “La sesta operazione dello Spirito Santo, che è l’intelletto, si addice ai puri di cuore, i quali con l’occhio purificato possono vedere quanto occhio non vide“. San Giovanni di Dio ha praticamente capito con intelletto d’amore che l’ospitalità è arte divina prodotta da mani d’artista che fanno vibrare il volto di Cristo nel mondo. Quelle mani (le mie, le tue, le nostre) sono capaci di rendere ciò che toccano, nel modo con cui toccano, Corpo di Cristo, segno della Sua misteriosa Presenza.

  • La santità perciò è l’arte suprema di trasformare: “Gesù:andate… guarite… annunciate…” (Matt 10,5)
  • La santità è abbracciare gli uomini e le cose, ripescare gli sganciati, avvolgere di tenerezza gli sfiduciati, dire la Parola sananti, toccare la carne debole e renderla Corpo di Cristo, proclamare che la sostanza di tutto è Lui: ”Quel che io vi dico nel buio, voi ripetetelo alla luce del giorno; quel che ascoltate sottovoce, gridatelo dalle terrazze(Mt 10,27)
  • che ogni parola o gesto sanante è Suo e non nostro:”E quelli che avranno fede faranno segni miracolosi: cacceranno i demòni invocando il mio nome; parleranno lingue nuove; 18prenderanno in mano serpenti e se berranno veleno non farà loro alcun male; poseranno le mani sopra i malati ed essi guariranno(Marco 16,17).
  • Ma attenzione: capisco il senso dell’abbraccio se sono stato abbracciato, se ho fatto esperienza della tenerezza:
    • Il mio impatto con il Mistero, l’emozione e commozione nello spalancarGli il cuore,
    • La mamma che non si vergogna di camminare per la strada con la sua creatura menomata,
    • Due ragazzi che si baciano con la consapevolezza del dono,
    • Due coniugi in un amplesso amoroso,
    • Un monaco in contemplazione (Solo? No. Con Dio. Sublime!)
    • Io infermiere e la ferita purulenta di un lebbroso,
    • Io chirurgo che aggredisco il seno tumorale di una donna,
    • Io psichiatra che giròvago nei labirinti di una mente convulsa,
    • Io questuante, elemosiniere per la fame rabbiosa di moltitudini sterminate,
    • Io…

Sono tutti modi per dire Dio. Se non c’è amore, nessuna cattedra teologica, nessuna corrente filosofica sa dire Dio.

  • Quando c’è incontro, relazione, comunione, dono,
  • è come dire estasi, uscire da sé, ritrovarsi in Dio.
  • Ciò si verifica ogni volta che il letto è recepito come altare.
  • E’ l’umano letto con gl’ occhi dello stupore, la meraviglia dell’Altro in me.

A ben guardare, il Sacramentum Hospitalitatis altro non è che il Buon Samaritano, Gesù, lo straniero “venuto nel mondo che è suo, ma che i suoi non hanno accolto” (Gv.1,11). Lui è sempre lì, sulle Gerico del mondo, a “prendersi cura” dell’uomo, “aggredito e lasciato mezzo morto” (Lc 10, 25-37).

L’Eucaristia dunque ha un nome proprio di persona: Gesù di Nazareth. Non è un’astrazione teologica ma è il Signore, il Vivente, il Crocifisso-Risorto.

Il Sacramentum Hospitalitatis è Gesù guaritore. E’ proprio quanto sostiene Sant’Ambrogio, vescovo di Milano con espressioni che la tradizione ha suggerito ai sacerdoti come preparazione dei sacerdoti alla celebrazione della Messa:

Siamo tutti del Signore e Cristo è tutto per noi:

  • se desideri risanare le tue ferite, egli è medico;
    Se sei angustiato dall’arsura della febbre, egli è fonte;
    se ti trovi oppresso dalla colpa, egli è giustizia;
    se hai bisogno di aiuto, egli è potenza;
    se hai paura della morte, egli è la vita;
    se desideri il paradiso, egli è via;
    se rifuggi le tenebre, egli è luce;
    se sei in cerca di cibo, egli è nutrimento.

L’esperienza ci fa dire che le Sue sono mani

  • che prendono senza imprigionare,
  • che danno senza calcolo,
  • che sono capaci di consolare e benedire

che i Suo sono occhi

  • che sanno vedere il bisogno,
  • che non lo ignorano anche se non è appariscente,
  • che vedono in profondità, oltre la superficie,
  • che mettono a loro agio coloro che sono nel suo sguardo (ossia tutti)

Che meraviglia: dove c’è l’Eucaristia, lì c’è l’ospedale, il pronto soccorso!

San Tommaso d’Aquino non è da meno:

“Onnipotente ed eterno Iddio, ecco che io mi accosto al Sacramento del Figlio tuo unigenito nostro Signore Gesù Cristo: mi accosto come infermo al medico della vita, come immondo al fonte della misericordia, come cieco al lume della chiarezza eterna, come povero e mendico al Signore del cielo e della terra.
Invoco dunque l’abbondanza della tua immensa generosità, affinché ti degni curare la mia infermità, lavare la mia lordura, illuminare la mia cecità, arricchire la mia povertà, vestire la mia nudità, onde riceva il pane degli Angeli, il Re dei re, il Signore dei dominanti, con tanta riverenza ed umiltà, con tanta contrizione e devozione, con tanta purezza e fede, con tale proposito ed intenzione, come si conviene alla salute dell’anima mia.
Dammi, te ne prego, di ricevere non solo il Sacramento del Corpo e del Sangue del Signore, ma anche l’effetto e la virtú del Sacramento.
O mitissimo Iddio, fa ch’io riceva cosí il Corpo dell’unigenito Figlio tuo nostro Signore Gesù Cristo, tratto da Maria Vergine, in modo da meritare d’essere incorporato al suo mistico corpo ed annoverato fra le sue mistiche membra.
O Padre amatissimo, concedimi finalmente di contemplare in perpetuo a faccia svelata il tuo Figlio diletto, che ora mi propongo, me peregrino, di ricevere velato: Egli che è Dio, e vive e regna con Te  nell’unità dello Spirito Santo, per tutti i secoli dei secoli. Amen

HA FATTO DEI SUOI COMPONENTI UNA COMUNITÀ EVANGELICA:

Così recita la liturgia della Dedicazione:

Effondi su di noi il tuo Spirito affinché questa comunità

  • sia davvero sottomessa alla Parola,
  • nella preghiera interiore
  • e nella comunione fraterna;
  • sia ricca di sapienza spirituale che dia vero senso al suo “fare pastorale”;
  • sia forte nella speranza,
  • libera e coraggiosa nella fedeltà e nella testimonianza del tuo Vangelo;
  • sia vigile e operosa nell’attesa del Tuo ritorno ,
  • dicendo, con lo Spirito Santo, “Vieni, Signore Gesù!”

E al saluto finale:

  • Dio vi conceda di portare nella vita i frutti del sacrificio a cui avete partecipato in forza del vostro sacerdozio regale.
  • Egli che vi ha radunati alla sua mensa e vi ha nutriti dell’unico pane faccia di voi un cuor solo e un’anima sola..
  • Annunziate il Vangelo con la testimonianza della vita, perché tutti gli uomini riconoscano il Cristo Signore.

Siamo nel dopo l’Ascensione di Gesù al cielo. Cristo ha unificatol’umanità, lo Spirito ha diversificato le persone. Egli prima era con i discepoli, ora sarà dentro di loro:

  • Dio parla con le mie parole,
  • Dio piange con le mie lacrime,
  • Mi sorride come nessuno,
  • La mia parola gli dà parola,
  • La mia vita disseta la sua sete di vita: “SitioHo sete!”

Ciò è possibile nella misura in cui ho la consapevolezza del mio ESSERE-IN, così ripetuto da Gesù:

  • lo Spirito sarà in voi…
  • Io sono nel Padre,
  • Voi siete in me ed io in voi,

Per noi vuol dire essere

  • le sue mani
  • un frammento del suo cuore
  • Per essereaccanto, presso, vicino, dentro, immersi, uniti…

Giovanni di Dio non ha impartito questa lezione da una cattedra universitaria ma con il suo essere-in di perenne attualità.

HA CAMMINATO SECONDO LO SPIRITO. Per i discepoli è colui che fa crescere. L’incontro con la sua persona è rivelatore di novità, stupore, rispetto. Egli appartiene alla specie di cui parla Paolo: ”18Nessuno inganni se stesso. Se qualcuno pensa di essere sapiente in questo mondo, diventi pazzo, e allora sarà sapiente davvero. 19Dio infatti considera pazzia quel che il mondo crede sia sapienza. Si legge infatti nella Bibbia: Dio fa cadere i sapienti nella trappola della loro astuzia.20E ancora, in un altro passo leggiamo: Il Signore conosce i pensieri dei sapienti. Sa che non valgono nulla.” (1 Cor 3,18-20)

Questa pazzia implica sequela:

  • farsi suoi “discepoli”,
  • rifarsi alla sua esperienza:
  • richiamo ai valori ultimi e all’impegno della coscienza con essi,
  • permanente criterio di giudizio sulla realtà della sofferenza e dei bisogni,
  • stimolo alla coerenza,
  • visione realistica del vivere,
  • ispiratore di vita,
  • paradigma di azione,
  • scuola d’imprenditoriato no profit,
  • azionista della Provvidenza,
  • la “borsa” intesa come sporta…
  • questuante per aiutare i ricchi a salvarsi aiutando i poveri, esposti come sono ad alto rischio di perdere l’anima…

PERCHÉ FATEBENEFRATELLI: sonoc ome anelli di una catena di testimoni del suo messaggio. Legame che si crea nella partecipazione al medesimo carisma dell’ Hospitalitas. Servizio, diaconia in comunione con i Fratelli Ospedalieri del mondo, nel ministero di Chiesa sanante.

Il mandato che la Chiesa affida ai diaconi come ministero, riguarda anche i cresimati:

  • “Ricevi il Vangelo di Cristo del quale sei divenuto l’annunziatore:
  • credi sempre a ciò che proclami,
  • insegna ciò che credi,
  • vivi ciò che insegni”

Ogni cristiano è chiamato, nel senso più largo, a predicare la parola, benché, a causa della diversità dei doni, non possa e non deve fare tutto. Tutti sono chiamati alla predicazione nel senso di una testimonianza cristiana personale, anche se non tutti sono chiamati a fare dei discorsi o teologia in senso stretto.

PERCHÉ COLLABORATORI/AGGREGATI: è una comunione d’intenti: “Noi non intendiamo fare da padroni sulla vostra fede; siamo invece i collaboratori della vostra gioia, perché nella fede voi siete già saldi (2 Cor 1,24).

Collaboratori, aggregati, annessi, associati, Christifideles laici … contro ogni ambiguità, è bene che nessuno si appropri di questa cooperazione per altri fini che non siano il Vangelo della Misericordia. Secondo l’Apostolo si tratta di “uniti nel lavoro per servire Dio”.

Un Movimento, proprio perché realtà viva, dinamica, pasta in fermento, è fatto di slanci ma anche di ripiegamenti, di visioni profetiche, di radicalità evangelica ma è capace anche di schieramenti, visioni miopi, partigianerie. L’Apostolo Paolo aiuta nel discernimento di una realtà multiforme:

1Io, fratelli, non ho potuto parlarvi come a cristiani maturi. Eravate ancora troppo legati ai valori di questo mondo, ancora troppo bambini nella fede in Cristo. 2Ho dovuto nutrirvi di latte, non di cibo solido, perché non avreste potuto sopportarlo. Nemmeno ora lo potete, perché siete come tutti gli altri. 3Le vostre discordie e le vostre divisioni dimostrano che voi ancora pensate e vi comportate come gli altri. 4Quando uno di voi dice: “Io sono di Paolo”, e un altro ribatte: “Io invece di Apollo!”, non fate forse come fanno tutti?
5Ma chi è poi Apollo? e chi è Paolo? Semplici servitori per mezzo dei quali voi siete giunti alla fede. A ciascuno di noi Dio ha affidato un compito. 6Io ho piantato, Apollo ha innaffiato, ma è Dio che ha fatto crescere. 7Perciò chi pianta e chi innaffia non contano nulla: chi conta è Dio che fa crescere. 8Chi pianta e chi innaffia hanno la stessa importanza. Ognuno di loro riceverà la ricompensa per il lavoro svolto. 9Infatti, noi siamo collaboratori di Dio nel suo campo, e voi siete il campo di Dio.

Voi siete anche l’edificio di Dio. 10Dio mi ha dato il compito e il privilegio di mettere il fondamento, come fa un saggio architetto. Altri poi innalza su di esso la costruzione. Ciascuno però badi bene a come costruisce. 11Il fondamento già posto è Gesù Cristo. Nessuno può metterne un altro. 12Su quel fondamento altri costruiranno servendosi di oro, di argento, di pietre preziose, di legno, di fieno, di paglia. 13Ma nel giorno del giudizio Dio rivelerà quel che vale l’opera di ciascuno. Essa verrà sottoposta alla prova del fuoco, e il fuoco ne proverà la consistenza. 14Se ciò che uno costruisce sul fondamento resisterà, egli ne avrà la ricompensa. 15Se invece la sua opera sarà distrutta dal fuoco, egli perderà la ricompensa. Egli personalmente sarà tuttavia salvo, come uno che passa attraverso un incendio.

16Voi sapete che siete il tempio di Dio e che lo Spirito di Dio abita in voi. 17Ebbene, se qualcuno distrugge la vostra comunità che è il santo tempio di Dio, Dio distruggerà lui.

21Perciò non vantatevi di appartenere a capi terreni, perché tutto vi appartiene: 22Paolo, Apollo, Pietro, il mondo, la morte, il presente e il futuro: tutto è vostro, 23voi invece appartenete a Cristo e Cristo appartiene a Dio. (1Cor 3, 1-23).

La riflessione è aperta. La distinzione tra chi sono i collaboratori e chi è il campo è l’impegno di frati e laici chiamati a realizzare la Comunione Fraterna. Può essere di stimolo la parola di Giovanni Paolo II alle Famiglie:

Entriamo così nel nucleo stesso della verità evangelica sulla libertà.

  • La persona si realizza mediante l’esercizio della libertà nella verità.
  • La libertà non può essere intesa come facoltà di fare qualsiasi cosa: essa significa dono di sé.
  • Di più: significa interiore disciplina del dono.
  • Nel concetto di dono non è inscritta soltanto la libera iniziativa del soggetto, ma anche la dimensione del dovere.
  • Tutto ciò si realizza nella « comunione delle persone ». Siamo così nel cuore stesso di ogni famiglia.
  • Siamo anche sulle orme dell’antitesi tra l’individualismo e il personalismo.
  • L’amore, la civiltà dell’amore si collega con il personalismo.

Perché proprio col personalismo? Perché l’individualismo minaccia la civiltà dell’amore? Troviamo la chiave della risposta nell’espressione conciliare: un «dono sincero».

  • L’individualismo suppone un uso della libertà nel quale il soggetto fa ciò che vuole, «stabilendo » egli stesso « la verità » di ciò che gli piace o gli torna utile.
  • Non ammette che altri « voglia » o esiga qualcosa da lui nel nome di una verità oggettiva.
  • Non vuole « dare » ad un altro sulla base della verità, non vuole diventare un « dono sincero ».
  • L’individualismo rimane pertanto egocentrico ed egoistico. L’antitesi col personalismo nasce non soltanto sul terreno della teoria, ma ancor più su quello dell’« ethos ».
  • L’« ethos » del personalismo è altruistico: muove la persona a farsi dono per gli altri e a trovare gioia nel donarsi. È la gioia di cui parla Cristo (cfr Gv 15,11; 16,20.22).

Occorre pertanto che le società umane, ed in esse le famiglie, che vivono spesso in un contesto di lotta tra la civiltà dell’amore e le sue antitesi, cerchino il loro fondamento stabile in una giusta visione dell’uomo e di quanto decide della piena « realizzazione » della sua umanità” (1994).

  1. ADESSOè un bisogno di fare Chiesa: la Chiesa delle origini, descritta negli Atti, in un mutato contesto sociale. E’ momento di effusione dello Spirito. E’ commovente ricordare l’esperienza di Paolo, le sensazioni che sperimentò avviandosi verso Roma, città da lui sconosciuta. Perché anche ADESSO è un’isola sconosciuta e se è capace di produrre attrazione, non è tanto per i suoi abitanti quanto per il suo panorama che è l’amore del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo.

“ PAOLO ARRIVA A ROMA

11Dopo tre mesi ci imbarcammo su una nave della città di Alessandria che aveva passato l’inverno in quell’isola. La nave si chiamava “I Diòscuri”. 12Arrivammo a Siracusa e qui rimanemmo tre giorni. 13Poi, navigando lungo la costa, giungemmo a Reggio. Il giorno seguente si levò il vento del sud e così in due giorni potemmo arrivare a Pozzuoli. 14Qui trovammo alcuni cristiani che ci invitarono a restare una settimana con loro. Infine partimmo per Roma. 15I cristiani di Roma furono avvertiti del nostro arrivo e ci vennero incontro fino al Foro Appio e alle Tre Taverne. Appena li vide, Paolo ringraziò il Signore e si sentì molto incoraggiato.
16Arrivati a Roma, fu permesso a Paolo di abitare per suo conto, con un soldato di guardia.

PAOLO PREDICA A ROMA

17Dopo tre giorni, Paolo fece chiamare i capi degli Ebrei di Roma. Quando furono riuniti disse loro:

Fratelli, io non ho fatto nulla contro il nostro popolo e le tradizioni dei padri. Eppure a Gerusalemme gli Ebrei mi hanno arrestato e mi hanno consegnato ai Romani. 18I Romani mi hanno interrogato e volevano lasciarmi libero perché non trovavano in me nessuna colpa che meritasse la morte. 19Ma gli Ebrei si sono opposti a questa decisione, e allora sono stato costretto a fare ricorso all’imperatore. Io però non ho alcuna intenzione di portare accuse contro il mio popolo. 20Per questo motivo ho chiesto di vedervi e di parlarvi. Infatti io porto queste catene a causa di colui che il popolo di Israele ha sempre aspettato.


21Gli risposero:

Noi non abbiamo ricevuto dalla Giudea nessuna lettera che ti riguarda, e nessuno dei nostri fratelli è venuto a riferire o a parlar male di te. 22Tuttavia, noi vorremmo ascoltare da te quel che pensi: perché abbiamo saputo che la setta alla quale tu appartieni, un po’ dappertutto trova delle opposizioni.

23Poi si diedero un appuntamento.

Nel giorno fissato, vennero nell’alloggio di Paolo ancor più numerosi. Dal mattino fino alla sera Paolo dava spiegazioni e annunziava loro il regno di Dio. Partendo dalla legge di Mosè e dagli scritti dei profeti, Paolo cercava di convincerli a credere in Gesù. 24Alcuni si lasciarono convincere dalle parole di Paolo, altri invece non vollero credere. 25Senza essere d’accordo tra loro, se ne andavano via mentre Paolo aggiungeva soltanto queste parole:

“Lo Spirito Santo aveva ragione quando, per mezzo del profeta Isaia, disse ai vostri padri:

26Va’ da questo popolo e parlagli così:
Ascolterete e non capirete;
guarderete e non vedrete
27perché il cuore di questo popolo è diventato insensibile:
sono diventati duri d’orecchi,
hanno chiuso gli occhi,
per non vedere con gli occhi,
per non sentire con gli orecchi,
per non comprendere con il cuore,
per non tornare a Dio,
per non lasciarsi guarire da lui”.
28Poi Paolo aggiunse:

“Sappiate che questa salvezza Dio ora l’ha rivolta ai pagani, ed essi l’accoglieranno”. 29

30Paolo rimase due anni interi nella casa che aveva preso in affitto, e riceveva tutti quelli che andavano da lui. 31Egli annunziava il regno di Dio e insegnava tutto quello che riguarda il Signore Gesù Cristo con grande coraggio e senza essere ostacolato” (Atti 28, 11-29).

Le parole dell’Apostolo aiutano a rendere grazie a Dio per il Movimento, che è Sua opera, ed a prendere coraggio per navigare in tutte le latitudini dove sarà spinto dal Vento.

  1. ADESSO è una casa: Chi incontra Gesù e Gli apre totalmente il cuore, incontra la Vita vera e con essa la gioia, la pace, l’accoglienza, l’amore, il sorriso, il dimenticarsi per donarsi. Una casa si fabbrica, una “famiglia di Dio” si diventa. ADESSO è una casa di famiglia fraterna ed accogliente, ” la Comunità dei fedeli ” (Christifideles laici n.26), che condivide la stessa fede, la stessa Mensa, lo stesso carisma dei Consacrati. In essa, perciò, c’è un posto speciale per ognuno, un’attenzione personale alle necessità, ai doni, ai limiti, ai desideri di ciascuno, come farebbe ogni padre e madre di famiglia che guarda singolarmente ad ogni suo figlio.

LA COMUNITÀ

  • è il luogo dell’incontro con Dio, dove nello stesso tempo si impara e si insegna a pregare, a lodare , a comunicare la propria esperienza quotidiana di Gesù;

  • è il luogo in cui il Signore opera le sue meraviglie, in cui si rinnova continuamente l’alleanza di Dio con il Suo popolo,

  • è il luogo in cui si continua a vivere l’ evento della Pentecoste.

5. ADESSOè un bisogno di parlare: dei giovani e con i giovani. L’ insegnamento è demandato al l’Educatore di Nazareth, il solo Maestro che usa “parole di vita eterna”.

6. ADESSO è una parola d’ordine che sott’intende: “super omnia Charitas”. E’ l’ “Amate nostro Signore Gesù Cristo sopra tutte le cose del mondo, chè per molto lo amiate, molto più Lui ama voi. Abbiate sempre carità, perché dove non c’è carità non c’è Dio, anche se Dio è in ogni luogo” di cui parla Giovanni di Dio in una sua lettera a Louis Bautista. Paolo VI nel suo viaggio in Oceania, a proposito della carità ha detto: “Questa è, a Noi sembra, la virtù principale, che è demandata alla Chiesa cattolica in quest’ora del mondo”. Due modi di dire:

  • carità organizzata” (Paolo VI),

  • carità incarnata” (Patriarca Atenagora).

7. ADESSOè un’idea. Sant’Agostino è la persona più adatta per spiegare un simile concetto:

  • Tu puoi averla nel tuo cuore e sarà come un’idea nata nella tua mente,
  • da essa partorita come sua prole, sarà come un figlio del tuo cuore.
  • Se, ad esempio, devi costruire un edificio, devi realizzare qualcosa digrande, prima ne concepisci l’idea nella tua mente.
  • L’idea è già nata quando l’opera non è ancora eseguita;
  • tu vedi già quello che vuoi fare, ma gli altri non potranno ammirarlo se non quando avrai costruito e ultimato l’edificio,
  • se non quando avrai realizzato e portato a compimento la tua opera.
  • Essi ammirano il tuo progetto e aspettano la costruzione mirabile;
  • restano ammirati di fronte a ciò che vedono e amano ciò che ancora nonvedono:
  • chi può, infatti, vedere l’idea?” (S.Agostino Comm.Vangelo Giov. I).

Ai GLOBULI ROSSI coinvolti nell’ADESSO è chiesto di impossessarsene e renderla visibile sotto la guida dello Spirito e del suo uomo di fiducia, il Capo-mastro di Granada.

8. ADESSO è una luce: si rifà alla grande visione dell’Evangelista: ” E la luce risplende tra le tenebre, ma le tenebre non l’hanno compresa(Gv 1, 5).

Sant’Agostino così commenta:

Immaginate, fratelli, un cieco in pieno sole: il sole è presente a lui, ma lui è assente al sole. Così è degli stolti, dei malvagi, degli iniqui: il loro cuore è cieco;

  • la sapienza è lì presente, ma trovandosi di fronte a un cieco, per gli occhi di costui è come se essa nonci fosse;
  • non perché la sapienza non sia presente a lui, ma è lui che è assente.

Che deve fare allora quest’uomo?

  • Purifichi l’occhio con cui potrà vedere Dio.
  • Faccia conto di non riuscire a vedere perché ha gli occhi sporchi o malati: per la polvere, per un’infiammazione o per il fumo.
  • Il medico gli dirà: Pulisciti gli occhi, liberandoti da tutto ciò che ti impedisce di vedere la luce.
  • Polvere, infiammazione, fumo, sono i peccati e le iniquità.
  • Togli via tutto, e vedrai la sapienza, che è presente, perché Dio è la sapienza.
  • Sta scritto infatti: “Beati i puri di cuore, perché essi vedranno Dio”(Mt 5, 8).(S.Agostino, idem)

Le tenebre oscure e impenetrabili sono lette dal Card. C.M.Martini in questi termini:

Nella storia umana e nella loro esperienza possiamo distinguere tre tipi di tenebre.

  1. Le tenebre, per esempio, costituite dai singoli crimini che oscurano e abbruttiscono l’umanità: violenze, rapine, furti, tradimenti, disonestà, infedeltà; esse offuscano l’anima di chi commette questi reati e sono le tenebre dei nostri peccati personali.

  2. In secondo luogo, ci sono tenebre che potranno chiamare aberrazioni sociali, forme di disordine che guastano la società e la disgregano, la rendono malata e sofferente: crisi occupazionale, crisi economica, corruzione diffusa, crisi politica in cui si perdono il senso e le ragioni dello stare insieme, discordie, conflitti, guerre. Sono tutte le frammentazioni e le lacerazioni del tessuto civile, che non sono dovute semplicemente all’uno o l’altro gesto criminoso, ma rappresentano l’indice di un malessere comune, di una patologia contagiosa, che intacca e distrugge il corpo di un popolo. Questi fenomeni terribili sono chiamati tenebre in quanto frutto di orientamenti sbagliati, di atti di non intelligenza, di non chiarezza, di errata comprensione del processo sociale, del misconoscimento delle condizioni di sviluppo di una comunità di persone, sono peccati della volontà e dell’intelligenza comune, conseguenze di aberrazioni collettive di sentire e di pigrizia diffusa morale e mentale.

  3. Tuttavia, peggiori di questi peccati sociali, sono le tenebre costituite da una cultura, da una mentalità che avendo perso il senso dei valori più alti, non trova più in se neppure la forza per ri-orientarsi e per smascherare, per superare e contrastare le aberrazioni sociali. E’ tenebra che riguarda i giudizi ultimi sulla vita e sulla morte, sul significato dell’esistenza umana, sul perché siamo uomini e donne, sulla terra; è insomma la perdita della spertanza in un futuro eterno, è la tenebra più spessa e impenetrabile, di cui Giovanni dice: “La luce splende nelle tenebre, ma le tenebre non l’hanno accolta”.

L’accoglienza del Verbo

Non l’hanno accolta perché rifiutano i primi principi dell’accoglienza, che sono

  • un sano concetto di Dio e dell’uomo,
  • il senso creaturale,
  • la coscienza del proprio peccato,
  • il bisogno di salvezza.

A tali disperanti tenebre, il Vangelo di Natale oppone l’accoglienza al Verbo di Dio: “A quanti l’hanno accolto, ha dato il potere di diventare figli di Dio”.

  1. La salvezza dalle tenebre viene dunque dall’accoglienza del messaggio natalizio, dall’accoglienza del Salvatore che è nato per noi. E’ da essa che siamo innazitutto illuminati e rinnovati nella percezione dei valori eterni, di quei beni perenni che fanno della vita umana un’esistenza degna, anzi un’esistenza da figli di Dio; sono i valori della fede e della speranza, i valori che ricostituiscono l’orizzonte di senso in cui collocare le vicende umane, anche le più disperate e le più disgraziate, per avere la forza di uscirne con amore.

  2. Dalla ricostruzione di questo orizzonte di senso, dalla forza di amore che viene dalla fede e dalla speranza, nasce l’energia per riconoscere e controbattere i processi disgregativi del tessuto sociale; nasce la forza per confessare ed espiare gli errori personali che a tale degrado hanno contribuito.

  3. Questa è la conversione, la grazia della nuova vita di Cristo, la capacità di vivere nel mondo da figli di Dio: è il Natale che entra nella nostra esistenza”

L’arcivescovo Martini non si ferma alle analisi. Le riflessioni – c’insegna – si devono tramutarsi in preghiera. Questa ci mette sulle labbra: “Donaci, o Signore, di intuire qualcosa della luce della tua incarnazione. Donaci di lasciarci irradiare dalla gloria che risplende sul tuo volto e sii il Dio con noi”.

Vita, luce, tenebre, accoglienza, rifiuto, il Verbo che pone la tenda in mezzo a noi…sono i concetti basilari che suffragano l’hospitalitas, senza dei quali rischia di ridursi a un termine asfittico, di corto respiro, un’accoglienza alberghiera.

9. ADESSO è un concerto di voci armoniose per solisti e coro:

  • Voce del Maestro interiore: “Se qualcuno vuol venire dietro a me, smetta di pensare a se stesso, prenda la sua croce e mi segua. 25Chi pensa soltanto a salvare la propria vita la perderà; chi invece è pronto a sacrificare la propria vita per me la ritroverà. 26Se un uomo riesce a guadagnare anche il mondo intero, ma perde la vita, che vantaggio ne avrà? Oppure, c’è qualcosa che un uomo potrà dare per riavere, in cambio, la propria vita!” (Mt 16,24-25).

  • Voce che viene: “Fratelli, voi appartenete a Dio che vi ha chiamati. Perciò guardate attentamente Gesù: egli è l’inviato di Dio e il sommo sacerdote della fede che professiamo.…Perciò, come dice lo Spirito Santo nella Bibbia:

Oggi, se udite la voce di Dio,
8non indurite i vostri cuori,
come avete fatto nel giorno della ribellione,
quando nel deserto avete messo Dio alla prova.
9Là, dice il Signore
i vostri padri mi hanno messo alla prova,
benché avessero visto per quarant’anni
ciò che avevo fatto per loro.

  • Voce che va: “ 13Piuttosto incoraggiatevi a vicenda, ogni giorno, per tutto il tempo che dura questo lungo oggi di cui parla la Bibbia. Incoraggiatevi, affinché nessuno di voi sia ostinato e si lasci ingannare dal peccato. 14Perché noi siamo diventati compagni di Cristo e lo saremo ancora, se conserveremo salda sino alla fine la fiducia che abbiamo avuto fin dall’inizio” (Ebrei 3,1-19)

10. ADESSOè un orizzonte: “A me è stato dato ogni potere in cielo e in terra. 19Perciò andate, fate che tutti diventino miei discepoli; battezzateli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo; 20insegnate loro a ubbidire a tutto ciò che io vi ho comandato. E sappiate che io sarò sempre con voi, tutti i giorni, sino alla fine del mondo”.

11. ADESSOè sapienza contadina spinta ad altezze vertiginose. Regola: “24Se il seme di frumento non finisce sottoterra e non muore, non porta frutto. Se muore, invece, porta molto frutto. Ve l’assicuro. 25Chi ama la propria vita la perderà. Chi è pronto a perdere la propria vita in questo mondo, la conserverà per la vita eterna. 26Se uno mi vuol servire mi segua, e dove sono io ci saranno anche quelli che mi servono. E chi serve me sarà onorato dal Padre”. (Giov 12,24)

12. ADESSOè un clima: vivere la gioia. Sant’Agostino ci spiega che la pienezza della gioia

  • è lo scopo di tutto ciò che Cristo ha detto e ha fatto.
  • Si potrà raggiungere nel secolo futuro, a condizione però che si viva in questo secolo con pietà, giustizia e temperanza”.Ma ora io vengo a te, e dico queste cose mentre sono ancora nel mondo, affinché essi abbiano in se stessi la mia gioia, nella sua pienezza (Gv 17, 13).
  • Ecco che afferma di parlare nel mondo, colui che prima aveva detto: Io non sono più nel mondo.
  • Già lo abbiamo spiegato; o meglio, abbiamo fatto notare la spiegazione che egli stesso ha dato. Ora, siccome non se n’era ancora andato, era ancora qui; e siccome la sua partenza era imminente, in certo modo non era più qui.
  • Di quale gioia poi intenda parlare, dicendo: affinché essi abbiano in se stessi la mia gioia, nella sua pienezza, lo ha già spiegato prima, quando ha detto: affinché siano uno come noi.
    Questa sua gioia, questa gioia cioè che proviene da lui, deve raggiungere in loro la pienezza; è per questo motivo, dice, che ha parlato nel mondo.
  • Ecco la pace e la beatitudine eterna, per conseguire la quale bisogna vivere con saggezza, giustizia e pietà nel secolo presente”. (S Agostino. Omelia 108,1, 8)

 

13. ADESSO è una certezza che nasce da un atto di fede nel Magnificat di Maria:ha fatto della mia vita un luogo di prodigi, ha fatto dei miei giorni un tempo di stupore” (Lc 1,47). Cosi il Vescovo di Ippona a proposito degli apostoli:

  • Caddero, infatti, in tale disperazione che giunsero alla morte, se così si può dire, della loro fede anteriore.
  • Ciò appare evidente in Cleofa, il discepolo che parlando, senza saperlo, con il Signore risorto, nel raccontargli quanto era accaduto, gli dice: Noi speravamo che fosse colui che deve redimere Israele (Lc 24, 21).
  • Ecco, fino a che punto lo avevano abbandonato: perdendo anche quel po’ di fede con cui prima avevano creduto.
  • Invece, nelle tribolazioni che dovettero subire dopo la risurrezione del Signore, siccome avevano ricevuto lo Spirito Santo, non lo abbandonarono;
  • e benché fuggissero di città in città, non fuggirono lontano da lui, ma in mezzo alle tribolazioni che ebbero nel mondo, pur di avere in lui la pace, non furono disertori da lui ma posero in lui il loro rifugio.
  • Una volta ricevuto lo Spirito Santo, si verificò in loro quanto il Signore disse: Abbiate fiducia, io ho vinto il mondo. Essi ebbero fiducia e vinsero. In grazia di chi vinsero, se non in grazia di lui? Egli non avrebbe vinto il mondo, se il mondo avesse sconfitto le sue membra.
  • Per questo l’Apostolo dice: Siano rese grazie a Dio che ci concede la vittoria; e subito aggiunge: per mezzo del Signore nostro Gesù Cristo (1 Cor 15, 57), il quale aveva detto ai suoi: Abbiate fiducia, io ho vinto il mondo. (S. Agostino, Omelia 103,3)

14.ADESSO è ardimento: la riscoperta di quella primitiva audacia di Giovanni di Dio, rimasta scolpita nei cuori di chi l’ha conosciuto e tramandata grazie al germe che l’Azionista di Dio, investendo tutto in carità, indebitandosi fino al collo, sempre con l’acqua alla gola a causa di Cristo e del suo straziante grido: “Ho sete!”, ha lasciato in eredità fino ai giorni nostri.

15. ADESSO è il notaio, un mandatario verbale dell’idea originaria lasciata in eredità da Giovanni di Dio per chi si arruola nella sua grande avventura, deposito dei suoi esempi, testimonianza delle sue virtù.

16. ADESSO  è un cuore che accoglie le segnalazioni che vengono dal fronte, dalle trincee della sofferenza, quando l’anima, soggetta alle patologie metaboliche, necessita di essere posta in dialisi.

17. ADESSO è un atto di coraggio: un uomo d’onore non si permette di lasciare agli altri la pesante eredità dei suoi adesso sempre rimandati o traditi.

18. ADESSO è l’aprirsi allo Spirito per il dono dell’hospitalitas, ossia di una nuova capacità di percezione:

  • povertà, miseria, dolore, non solo quelli visibili,
  • infermità non solo quella clinicamente accertata, indigenza occulta, dolore taciuto, accettato, vergognoso;
  • lacrime silenziose, quotidiana ristrettezza che conduce alla morte ignorata e meschina,
  • un vivere sepolto di esseri invisibili,
  • povertà segrete trascinate come catene che nessuno vede.

19. ADESSO è partecipazione a un progetto: “Il piano di Giovanni di Dio è carità, ma carità assoluta, senza specializzazioni, senza confini, senza zone proibite. L’esempio del Cristo è, a tal riguardo, chiaro come la luce. Le sue mani arrivano a tutti: a lebbrosi, a storpi, a ciechi, a morti, a bambini, a donne buone e cattive. Nulla fu estraneo alla sua attenzione: nemmeno il biancore dei denti di un cane” (Josè Cruset in Un Avventuriero Illuminato)

20. ADESSO è consumarsi ad occhi aperti in un mondo che per tanti non è per nulla cambiato. Scrive il Cruset: “Giovanni di Dio consumava la vita in tre occupazioni vitali:

  • l’abbandono assoluto della sua persona,
  • la orazione (il cibo per resistere nel duro cammino),
  • e la carità totale.

E, col filo delle persone che accorrono a lui, entra nel labirinto della miseria di Granada, e soccorre orfani, vedove, fanciulli e soldati, operai poveri e “litigiosi” (come dice Castro),

e per tutti trova parole corroboranti e concreto aiuto o raccomandazione per chi possa risolvere il loro caso.

In tal modo scopre la zona occulta della povertà vergognosa e silente:

  • fanciulle,
  • religiose (si riferisce a persone laiche con voti, ritirate nelle proprie case come religiose, senza esserlo),
  • umili focolari che hanno necessità segrete, occulte, avvilite dall’indigenza, vergognose di mostrarla.
  • Giovanni di Dio frequenta le loro case, si informa della loro situazione.
  • Parla con chi possa dar elemosina per questi scopi,
  • e lui stesso provvede il necessario al sostentamento di questi esseri deboli;
  • procura lavoro in casa ,
  • e li esorta alla virtù” (idem).

Sono tutti verbi che i GLOBULI ROSSI devono imparare a menadito per metterli in azione

21. ADESSOè dilatazione del cuore di Giovanni di Dio, per farne luogo di appuntamenti e incontri, scambio di doni e carismi, esposizione del suo carisma, consegna dell’hospitalitas perché e esca dalla cerchia protetta dei Centri Fatebenefratelli e raggiunga le periferie senza confini del dolore, segreto e più celato nelle case della gente, più palese e manifesto nei luoghi di pubblica assistenza, spesso benemeriti ma anche centri di potere, di colossali interessi, dove lo spazio per la divinizzazione dell’uomo e delle sue strutture è mortificato e la desertificazione avanza inesorabile.

22. ADESSO è antenna di percezione dei tenui segnali di vita sepolta sotto le macerie dopo il terremoto di una diagnosi infausta, un evento doloroso; strumento di contatto per gl’interventi di soccorso dei GLOBULI ROSSI, avvezzi al rischio di muoversi in terreni minati.

23. ADESSO è leggere con gli occhi rivolti al futuro, il terzo millennio dell’era cristiana, appena iniziato. Per farlo, bisogna cercar di capire le ragioni del personaggio che è San Giovanni di Dio e di coloro che gli fanno corona nella gloria: san Giovanni Grande,san Benedetto Menni, san Riccardo Pampuri, i 71 Betati martiri di Spagna, gli altri in lista di attesa per la beatificazione ed i Fratelli Ospedalieri che sono nella Comunione dei Santi. Parole e immagini, lettere e documenti storici,possono rendere bene gli originali. Ma solo da un cuore a cure, un guancia a guancia con essi, si può ricavare la netta sensazione di essersi incontrati con uomini che hanno vissuto in Dio, fatto dipendere da Lui il significato della gioia, la consistenza della loro vita.

Matteo nella parabola del regno dei cieli, “simile a un re che fece un banchetto di nozze per suo figlio”, svela il sogno di Dio e la fragilità degli uomini. Gesù vuole scuotere i suoi uditori (e noi), farli uscire dalla secca della religiosità tradizionale per riscoprire la bellezza dell’appartenenza al popolo di Dio.

La Parola richiama alla gioia, alla festa. Tutti, ma soprattutto chi è nella prova della sofferenza, avverte una fitta al cuore nel constatare la gioia media che trasuda dalle comunità cristiane che si riuniscono per l’Eucaristia. Volti irrigiditi, distanze tenute. Chi si avvicina alla Chiesa (ossia a me, a te, a noi) la prima sensazione che prova non è la gioia di occhi che hanno visto Dio. Riscoprire la gioia vuol dire lasciare che sia la bellezza di credere, il senso della festa, a preoccupare il nostro annuncio. Dare testimonianza di una religiosità tristemente doverosa non avvicina nessuno alla fede!

Purtroppo il tempo in cui si vive è un tempo che divora il tempo, che uccide le coscienze. Chi non si rende conto di essere schiavo dell’agire? Ognuno lo vive sulla sua pelle: restare cristiani, oggi, richiede uno sforzo enorme.

24. ADESSO è impedire che gli attimi vadano in fumo. Non si tratta di rifuggire l’azione ma di calarsi nell’agire costante di Dio. Certo, quando Gesù paragona il suo Regno a una festa, per chi vive accanto al dolore umano, lì per lì, fatica a entrare nella Sua ottica. La parabola ricorda che la chiamata del Signore è per tutti, che non sta a noi stendere la lista delle nozze, anzi, invitato alla festa è proprio chi all’apparenza è distante.

25. ADESSO è punto di riferimento dei GLOBULI ROSSI, schiena a disposizione di Dio, onorate più del puledro d’asino che ha portato il Re d’Israele, Suoi manovali più che rappresentanti. Luogo in cui Gesù ripete al Movimento: Capite quello che ho fatto per voi? 13Voi mi chiamate Maestro e Signore, e fate bene perché lo sono. 14Dunque, se io, Signore e Maestro, vi ho lavato i piedi, anche voi dovete lavarvi i piedi gli uni gli altri. 15Io vi ho dato un esempio perché facciate come io ho fatto a voi. 16Certamente un servo non è più importante del suo padrone e un ambasciatore non è più grande di chi lo ha mandato. 17Ora sapete queste cose; ma sarete beati quando le metterete in pratica.

Fatica? Certamente. Ma le schiene a disposizione di Gesù, il risorto, il vivente, si sentono sostenute dalla Sua confortante promessa: “lo sono con voi tutti i giorni” (Mt 28,20).

26. ADESSO è centro di comunicazione responsabile, di irradiazione del messaggio evangelico. Non dice di saper cambiare le pietre in pane ma crede che nulla è impossibile a Dio, dal momento che abbiamo ereditato il suo Spirito:non ci ha dato uno spirito che ci rende paurosi; ma uno spirito che ci dà forza, amore e saggezza. 8Dunque non aver vergogna quando parli del nostro Signore e dichiari di credere in lui, e non vergognarti di me [Paolo] che sono in prigione per lui. Piuttosto anche tu, aiutato dalla forza di Dio, soffri insieme con me per il Vangelo”(2 Tm 1,7-8) .

27. ADESSO è la capacità di sognare il giorno benedetto in cui i GLOBULI ROSSI, nei loro vestiti di lavoro si daranno appuntamento a san Pietro, la piazza del Mondo, sulla tomba dell’Apostolo che, alle domande di Gesù ha risposto anche per noi:

  • Forse volete andarvene anche voi?” “- Signore, da chi andremo?Tu solo hai parole che danno la vita eterna. 69E ora noi crediamo e sappiamo che tu sei quello che Dio ha mandato.(Gv 6, 68)

  • – Simone, figlio di Giovanni, mi ami più di questi altri?… Rispose: – Signore, tu sai tutto. Tu sai che io ti amo” (Giov 21,15-17).

28. ADESSO è amplificazione della voce del Papa per i suoi “Non abbiate paura: aprite, anzi, spalancate le porte a Cristo!”. I GLOBULI ROSSI sono donne e uomini, laici, sacerdoti e consacrati che amano il Papa perché riconoscono la sua voce. Essi lo identificano con il Pastore Buono che ama le pecore del suo gregge. Come servitori del Re dei RE, ascoltano il successore di Pietro che rinnova l’invito di uscire per la missione:

  • andate ora ai crocicchi delle strade e tutti quelli che troverete, chiamateli alle nozze.
  • Usciti nelle strade, quei servi raccolsero quanti ne trovarono, buoni e cattivi, e la sala si riempì di commensali “.

I chiamati all’ hospitalitas, nell’accoglienza verso chi arriva, assumono lo stile di Dio che non dividere le persone né le soppesa e classifica. Il Padrone dell’Universo non si scoraggia davanti ai rifiuti così ingenuamente motivati da chi ha sempre impegni importanti da assolvere:

  • nella parabola Egli invita persone sconosciute. Noi tendiamo a identificarle con quelle che chiamiamo barboni e rom, prostitute, alcolisti e tutta la categoria degli emarginati. Solo che l’elenco è riduttivo.
  • Sconosciuti. A noi. Ma chi è sconosciuto davanti a Dio?
  • L’ordine è preciso:” tutti quelli che troverete”. Anche i “benpensanti”.
  • Gesù ribalta le posizioni sociali e i ruoli: nel Regno non conta chi è riuscito, colui che si considera persona per bene ma chi ha accettato di partecipare al banchetto.
  • Dunque, si può essere partecipi anche da un letto d’ospedale.
  • Per una festa? Sì, per un banchetto. Purché non si porti la scusante dell’inappetenza o di essere a dieta.
  • A tutti il Signore chiede di non sederci sulla nostra fede, di non stare sulle proprie posizioni, di non invocare il privilegio della “esenzione” per egoistiche patologie dello spirito ma di avere sempre un cuore da mendicanti, pieno di stupore.

Solo uno dei “trovati” viene espulso: Il re entrò per vedere i commensali e, scorto un tale che non indossava l’abito nuziale, gli disse: Amico, come hai potuto entrare qui senz’abito nuziale? Ed egli ammutolì”. Le chiamate alle nozze del Figlio si susseguono. L’unica cosa che Dio non sopporta è l’ipocrisia, la falsità, il partecipare indossando un vestito che non ci appartiene: il cuore di pietra al posto della veste battesimale. 

Ora, se amare il Papa è oscurantismo fanatico, qualcuno dovrebbe spiegare a che titolo si dovrebbe credere alle sirene, ai saggi imbonitori televisivi, ad esperti, elzeviristi, filosofi che sbucano da ogni angolo, a psicologi ed opinionisti, a maghi e cartomanti, ai pieni di sé, ai presuntuosi e giocolieri, ai menestrelli…ai…ai…ai… che non finiscono mai?

29. ADESSO è momento Eucaristico: apertura del cuore, fusione in Dio, vita eterna senza interruzioni: noi in Lui-Chiesa-Corsìa-Strada. Il Movimento GLOBULI ROSSI ho si fonda sul Mistero Eucaristico o non è.

Il 14 dicembre 2004 a San Pietro, migliaia di universitari e professori delle Università romane, delegazioni universitarie di altre città europee ed autorità civili e religiose hanno partecipato alla Santa Messa annuale per gli universitari, presieduta dal Santo Padre, che ha detto: “Grazie perché come ‘sentinelle del mattino’ volete vegliare – oggi, in queste settimane, e nella vita intera – per essere pronti ad accogliere il Signore che viene”.

Ed ancora: “scoprite la verità dell’uomo nel mistero eucaristico

Cari universitari” – ha continuato il Pontefice – “siamo nell’Anno dell’Eucaristia e, in preparazione alla Giornata Mondiale della Gioventù, voi state riflettendo sul tema: ‘Eucaristia e verità dell’uomo’. È un tema esigente. Infatti davanti al Mistero eucaristico siamo spinti a verificare la verità della nostra fede, della nostra speranza e della nostra carità. Non si può restare indifferenti quando Cristo dice: ‘Io sono il pane vivo, disceso dalcielo’. Nella coscienza emerge subito la domanda che Egli pone: ‘Credi che sono Io? Credi davvero?’. Alla luce delle sue parole: ‘Se qualcuno mangia di questo pane, vivrà in eterno’, non possiamo non interrogarci sul senso e il valore del nostro quotidiano“.

Sottolineando che l’amore più grande è stato l’amore di Cristo che si è “immolato per la vita del mondo”, il Santo Padre ha detto: “Viene allora spontanea la domanda: ‘E la mia carne – cioè la mia umanità, la mia esistenza – è per qualcuno? È colma dell’amore di Dio e della carità per il prossimo? O resta invece imprigionata nel cerchio opprimente dell’egoismo?”.

Non si giunge alla verità dell’uomo solo con i mezzi che offre la scienza” – ha affermato il Santo Padre – “Voi sapete bene che è possibile scoprire fino in fondo la verità dell’uomo, la verità di noi stessi, soltanto grazie allo sguardo pieno di amore di Cristo. E Lui, il Signore, ci viene incontro nel Mistero dell’Eucaristia. Non cessate mai, pertanto, di cercarLo e scoprirete nei suoi occhi un attraente riflesso della bontà e della bellezza che Egli stesso ha effuso nei vostri cuori con il dono del suo Spirito“.

30. ADESSO è l‘ “Ite, Missa est, ossia la Messa-in-azione, l’ invito a gettare ponti tra l’altare e la strada, la corsia d’ospedale, la psicopatologia randagia, il marciapiede, il carcere, la droga, la tratta delle schiave da prostituzione, la mercificazione adolescenziale, la fame, l’immigrazione desolata… : “Fate questo in memoria di me”. Non è ricordo pietoso ma Passione ardente che vivamente si rinnova ad ogni richiesta: “Manda il tuo Spirito perché pane e vino diventino corpo e sangue… per la vita del mondo”.

31. ADESSO è un pensiero della giovinezza che si attua man mano che la fede si fa matura. L’antica profezia di Gioiele trova riscontro anche oggi. In ogni ADESSO c’è la voce della promessa divina: “manderò il mio spirito su tutti gli uomini:i vostri figli e le vostre figlie saranno profeti, gli anziani avranno sogni e i giovani avranno visioni.2In quei giorni manderò il mio spirito anche sugli schiavi e sulle schiave.(Gio. 3, 1-2)

E’ scritto che persino gli anziani, così poco suggestionabili, potranno sognare e perfino i giovani, sognatori per natura, avranno visioni realistiche, capacità di pensare in grande.San Giovanni di Dio è un classico: educato alla fede dalla fanciullezza, solo a quarantacinque anni smette di fare l’avventuriero. Da ora, sogno e visione camminano insieme. Così può rinunciare a tutto ma non al bene del suo prossimo. E ripetere anche alla nostra generazione che:

  • il cristiano, in nome dell’ unum necessarium, della sola cosa che conta, non può rintanarsi in un misticismo personale, isolato.
  • La tentazione dell’inerzia è il rifiuto dell’Incarnazione.
  • Il cristiano non ferma l’attimo per goderlo ma per contemplarlo e donarlo.
  • Dio mi fa posto in quello che è Suo, perché non mi rinchiuda, né escluda nessuno.
  • Il cristiano che opera in sanità e nel sociale è un testimone.
  • Con un suo proprio stile di modi e di linguaggio, egli e in missione battesimale;
  • A sostenerlo è il carattere, ossia il temperamento impressogli dallo Spirito con il sacramento della Cresima.
  • Lì è la sua terra di missione, il “vai nel luogo che ti indicherò” (Gen 12,1).

32. ADESSO è un gradino dopo l’altro. La mia ascensione al cielo avviene attraverso la scala che Dio ha disposto nel cuore umano: ogni passo nuovo, ogni gradino che salgo,mi avvicina alla vetta. Salire è uno sforzo ma se il gradino è roccioso, mi regge, mi porta.

33. ADESSO è stazione di rifornimento dove i GLOBULI ROSSI sostano per fare “il pieno”, la forza di Dio, che è lo Spirito, e dal quale deriva la capacità di creare situazioni esplosive nella storia e una nuova architettura del mondo e dei rapporti umani. Se ogni GLOBULO ROSSO incomincia da se stesso ad azionare la leva del mutamento di mentalità, non saranno i potenti per denaro o per intelligenza a fare la storia, ma gli affamati e gli umili di cui parla Maria:

Coloro che si fidano della forza sono senza troni. Coloro che non contano nulla hanno il nido nella sua mano”.

E se il mio nido è la mano di Dio, di chi avrò paura?

34. ADESSO è riconoscere gli ostacoli per non ignorarli e nemmeno aggirarli ma per attraversarli e contestarli. A cominciare dalla malattia. I GLOBULI ROSSI non si muovono sulla logica del calcolo di probabilità né si fondano sull’analisi della storia. Non sono degli illusi, anch’essi vedono che la terra non è un giardino di bellezza né un mondo di bontà. Perciò, dal momento che la fame uccide, i cimiteri spopolano, quando è sensazione diffusa che l’impresa di Dio con le sue promesse sia fallita,

  • non dicono a cuor leggero le parole della speranza,
  • non distribuiscono “pacche sulle spalle”, né gratuiti inviti alla pazienza.
  • Se non trovano parole confortanti, preferiscono condividere in silenzio.

35. ADESSO è capacità di stupore e di futuro. Per i GLOBULI ROSSI che hanno negl’orecchi lo stupore di Maria, il futuro è già presente prima ancora che accada.

36. ADESSOè uno spazio carismatico. L’aiuto ai bisognosi si espleta anche con preghiere di guarigione e preghiere di liberazione. I GLOBULI ROSSI che percorrono il cammino nel Rinnovamento nello Spirito, si ispirano al movimento carismatico e si adeguano alle indicazioni della Chiesa che così concepisce il “Il «carisma di guarigione» nel contesto attuale”:

1.“Lungo i secoli della storia della Chiesa non sono mancati santi taumaturghi che hanno operato guarigioni miracolose. Il fenomeno, pertanto, non era limitato al tempo apostolico; tuttavia, il cosiddetto «carisma di guarigione» sul quale è opportuno attualmente fornire alcuni chiarimenti dottrinali non rientra fra quei fenomeni taumaturgici.

2.La questione si pone piuttosto in riferimento ad apposite riunioni di preghiera organizzate al fine di ottenere guarigioni prodigiose tra i malati partecipanti, oppure preghiere di guarigione al termine della comunione eucaristica con il medesimo scopo.

3.Per quanto riguarda le riunioni di preghiera con lo scopo di ottenere guarigioni, scopo, se non prevalente, almeno certamente influente nella loro programmazione, è opportuno distinguere tra quelle che possono far pensare a un «carisma di guarigione», vero o apparente che sia, e le altre senza connessione con tale carisma.

4. Perché possano riguardare un eventuale carisma occorre che vi emerga come determinante per l’efficacia della preghiera l’intervento di una o di alcune persone singole o di una categoria qualificata, ad esempio, i dirigenti del gruppo che promuove la riunione.

5. Se non c’è connessione col «carisma di guarigione», ovviamente le celebrazioni previste nei libri liturgici, se si realizzano nel rispetto delle norme liturgiche, sono lecite, e spesso opportune, come è il caso della Messa pro infirmis. Se non rispettano la normativa liturgica, la legittimità viene a mancare.” (n.5 Congr.Dottrina della Fede).

L’ ”Istruzione circa le preghiere per ottenere da Dio la guarigione”, riportata in allegato, è una preziosa fonte di riferimenti biblici alla quale possono attingere i chiamati all’hospitalitas.

37. ADESSO è un atto di fede: “Ma il terzo giorno egli risusciterà”. (Mt 20,19) Nel groviglio del vivere, i GLOBULI ROSSI con Maria e sull’esempio di san Giovanni di Dio, si fanno coraggiosi e liberi, decisi a sfidare la notte per contendere il mondo alle sue forze tenebrose.

  • Il punto di leva sono le promesse di Dio che ha mandato Gesù a condividere ogni dolore.
  • Il sole non è ancora spuntato ma ogni ADESSO è un segnale premonitore dell’alba. Perché “Il futuro entra in noi molto prima che accada” (R.M. Rilche).
  • Quando Maria usa i verbi al passato, è perché dà per scontato e sicuro l’esito dell’azione di Dio.
  • Il cuore di san Giovanni di Dio aveva occhi che già vedevano il futuro. Con i suoi ripetuti ADESSO, la sua profezia ha bruciato i tempi, superato gli ostacoli ed è giunta a noi. La staffetta continua.
  • Visto con i suoi occhi di fede, l’innesto dei GLOBULI ROSSI sull’ulivo plurisecolare dell’ Impresario di Granada è già realtà, ancor prima che accada: “Ha fatto dei miei giorni un tempo di stupore, della mia vita un luogo di prodigi”.

38. ADESSO è una fede motivata: Così scrive sant’Agostino: “ Colui che in un libro guarda dei caratteri, ma non sa ciò che questi caratteri vogliono dire, ciò a cui essi rimandano, loda con gli occhi, ma non comprende con lo spirito. Un altro, al contrario, loda l’opera d’arte e ne comprende il senso, colui cioè che non è soltanto in grado di vedere, così come ognuno ne è capace, ma che sa anche leggere. E ciò lo può soltanto colui che lo ha appreso”(Discorsi 98,3).

Don Giussani nel suo metodo educativo indica due cardini e un rischio che sono una preziosa indicazione anche per il Movimento dei GLOBULI ROSSI:

  • Primo cardine: i contenuti della fede hanno bisogno di essere abbracciati ragionevolmente, debbono cioè essere esposti nella loro capacità di miglioramento, illuminazione ed esaltazione degli autentici valori umani.

  • Secondo cardine: si può esprimere dicendo che quella presentazione deve essere verificata nell’azione, cioè l’evidenza razionale può illuminarsi fino alla convinzione solo nell’esperienza di un bisogno umano affrontato dall’interno di una partecipazione al fatto cristiano: e tale partecipazione è un coinvolgimento nella realtà cristiana come fatto essenzialmente sociale o comunionale.
  • La prova del rischio: In tale metodo ovviamente si gioca un rischio nell’insistere sulla razionalità del progetto di fede: non può pretendere di essere una dimostrazione matematica o comunque apodittica.
  • E si entra in rischio quando si dice che è dall’esperienza che una convinzione può scaturire: non si tratta infatti di un feeling da evocare, di un’emozione pietistica da suscitare; si è quindi alla mercè delle sabbie mobili di una libertà. Ricordo una significativa affermazione di Hans Urs von Balthasar: “Egli comprende che, per comprendere, deve realizzare la verità in maniera vitale. In questo modo egli diventerà “discepolo” Egli si impegna, si affida al “cammino” “ (Giussani, idem)

39. ADESSO è coscienza di una Presenza costante. Vedere la realtà percependo la presenza di un altro. Coscienza di una presenza dentro l’orbita di qualsiasi esperienza che faccio. Ciò mi è possibile nonostante una vita di sbandi, di errori, di incoerenze. E’ la ragione che vede oltre, oltre la ragione. La percezione che esiste una presenza di Senso ma che, nella sua misteriosità, è inesprimibile. Una via preclusa se il Senso stesso non fosse venuto tra noi a dire: “Io sono la via, la resurrezione, la vita” (Gv 14.6). Perché il Senso è proprio questo: che “Il Verbo si è fatto carne” (Gv 1,14). Dunque, le aspirazioni del cuore sono appagate.

Heinrich Schlier: “ Il senso ultimo e peculiare di un evento, e quindi l’evento stesso nella sua verità, si apre [cioè si comunica] solo e sempre a una esperienza che s’abbandoni ad esso e in questo abbandono cerchi di interpretarlo”.

Don Giussani: “A una esperienza”:

  • un evento si palesa a chi partecipa all’esperienza di esso;
  • si palesa solo a un’esperienza che è vera,
  • [si palesa] se è adeguata all’evento in questione. L’evento in questione è che Dio si è fatto carne, uomo, ed è presente:Sarò con voi tutti i giorni”.
  • E’ presente, è presente tutti i giorni! Egli disse che sarebbe stato presente ogni giorno nella comunità dei credenti, che li raccoglie e che li fa essere il Suo Corpo misterioso “.(Il rischio educativo, p.35).

La Compagnia dei GLOBULI ROSSI di san Giovanni di Dio è tale, a condizione che

  • si abbandoni a questa Presenza,
  • viva all’interno di questa Presenza,
  • sotto l’influsso di questa Presenza,
  • illuminata da questa Presenza,
  • sostenuta da questa Presenza.

Diversamente, si trasforma in un Movimento di cellule impazzite, tossine prevedibilmente pericolose, se non mortali.

40. ADESSO è evento cristiano partecipato. Ad esso va sottoposta la vita, la vita intera nell’istante, l’intera storia del vissuto. L’ Evento non va gelosamente custodito ma generosamente partecipato: “La fede è la risposta finale a ciò che l’uomo vive come esigenza suprema per cui è fatto, a cui la ragione non può e non sa trovare risposta; tuttavia, se seguita, la ragione porta a quel punto in cui uno dice: “Ma qui rimanda ad altro. Dunque è segno. Tutto è segno di qualcosa d’altro!” (idem Giussani).

41. ADESSO è un abbraccio universale. Il mettersi insieme dei GLOBULI ROSSI, il fare famiglia, è un abbraccio destinato a dilatarsi fino a raggiungere la circonferenza del mondo, nella misura in cui ogni cosa, evento, situazione sanno cogliere il bene che vi è racchiuso, contenuto. E lo esaltano, lo sentono fraterno, compagno di viaggio. Abbraccio che si dilata perché essi, per loro natura (il DNA di san Giovanni di Dio) soffrono per il mondo, penano per il mondo, partecipano alla pena del Crocifisso per il mondo (“Padre, non sanno quello che fanno”) e sentono la Risurrezione, il suo palpito per il bene, il buono che c’è in ognuno, ovunque.

42. ADESSO è attimo di pace ecumenica che si ripete all’infinito perché origina nella Magnanimità divina che ci fa partecipi, magnanimi, dal cuore grande. Il gemellaggio Betlemme-Granada, culla del nostro sentire ecumenico:

  • con gesti di pace: hospitalitas = Cristo presente, sperimentato tra noi;
  • la fede: “Promessa dell’Eterno: la pace dove conviviamo” (Giussani);
  • ciò che è vero, rimane per sempre: Veritas Domini manet in aeternum” (1Pietro 1,25)
  1. ADESSO è far parlare un profeta, san Giovanni di Dio, quel suo vedere non ciò che accadrà dopo di lui, ma quel suo vedere oltre, in un’altra profondità.

Da una parteL’Europa del suo tempo si assomiglia tutta: più che lasciar parlare il sogno d’Isaia, sogno di lance che diventeranno falci, fa cantare le armi. Sogni di conquiste, di nuove terre, di ignote rotte marine…

Dall’altra, il Figlio dell’Uomo che lo aspetta al varco a Granada. In un attimo, come un ladro,

  • gli ruba tutto ciò che non è essenziale,
  • lo spoglia,
  • lo lascia povero perché non metta più il cuore nelle cose, nei mestieri che s’inventa di volta in volta, nel denaro.
  • Povero e nudo, per restituirlo alla verità e semplicità delle relazioni.
  • Gli fa capire che di niente ha bisogno se non di essere se stesso, non di due tuniche, non di borsa o calzari,
  • ma di una vocazione e di un Amico su cui appoggiare il cuore.
  • E lo spinge a calarsi nell’umano, a guardarsi in giro.
  • E cosa vede? Matti intorno a lui, relegato all’Ospedale Regio come pazzo, e più pazzi coloro che li assistono.
  • Lì si rende conto di possedere un tesoro: il desiderio di Dio.
  • La con-versione è un’esperienza di violazione: “Mi hai sedotto, Signore,mi hai fatto forza e hai prevalso, e io sentivo un fuoco chiuso in me” (Ger 20,7).
  • La passione per Dio si tramuta in compassione per l’uomo straziato.
  • Ogni suo ADESSO è un nulla fragile e glorioso, perché ha subito un trapianto di cuore: si muove, agisce con il Cuore di Dio.
  • Mentre sazia la fame di pane, trasmette fame di Cielo.

Se ascolto il profeta, mi faccio profezia per il mio tempo. Solo che “Dio vuole che il suo dono diventi nostra conquista” (S.Agostino).

  1. ADESSO è un tornare nel deserto della desolazione di Granada. Non a sentire Giovanni di Dio, ma

  • a vedere parole incarnate,
  • A scrutare l’uomo che si muove con determinazione ma che conosce il dubbio, la fede inquieta,
  • che non smette di interrogarsi,
  • che patisce delusioni,
  • ma non si arrende e genera cercatori di verità.

Al giovane Angulo che vorrebbe seguirlo, così scrive: “Mi sembra che andiate come una barca senza remo, infatti molte volte mi sorge il dubbio d’essere un uomo senza remo, perché siamo in due a non saper che fare, né voi né io. Ma Dio è quello che sa e rimedia, e Lui dia consiglio a tutti noi” (Lett. A Louis Bautista).

  1. ADESSO è l’andare oltre le apparenze: Giovanni di Dio ha una povera apparenza. Aspetto, abbigliamento, immagine, figura, forma…lasciano a desiderare. Ma è affascinante. Scrive il Cruset:

  • Quest’uomo è, con piena evidenza, un uomo di Dio. E a Granada si diffonde il commento e l’accurata rievocazione di tutti gli avvenimenti della vita di Giovanni di Dio, di tutti i casi che la gente ricorda e conosce, che garantiscono la sua condotta, chiaramente connessa con il prodigioso.
  • E da questa rievocazione, che alimenta la fama di santità, sorge anche tutta una leggenda, perché i fatti si ampliano sulle labbra attonite;
  • leggenda che non è la vita del Santo, ma sì la chiara dimostrazione della sua qualità eccezionale. Perché quest’uomo è, evidentemente, un uomo di Dio.
  • Già lo aveva intravisto Giovanni d’Avila nella crisi esplosa nell’Eremo dei Martiri
  • già l’aveva compreso il prelato di Tuy quando lo aveva chiamato Giovanni di Dio
  • e lo dimostrava l’arcivescovo Guerriero con il suo aiuto senza riserva, nonostante la povera apparenza dell’uomo rasato e senza qualifica alcuna.
  • Dal momento del suo abbandono alla luce del Signore tutto sarà possibile in Giovanni di Dio. Prima no. Era un uomo come tanti, senz’alcun contatto con il soprannaturale.
  • E’ logico pensare che Dio faccia giungere le sue voci agli eletti.
  • Ma gli eletti son quelli che con la loro umana volontà abbandonano le strade del mondo e seguono la sua , con sforzo, con lotta, con il dolore di abbandonare tutto ciò che è placido.
  • Gli eletti non sono comodamente eletti per speciale simpatia, come potrebbe pensarsi se avessimo dato credito alle campane che suonano da sole a Montemaggiore.
  • Adesso, per la gente di Granata, tutto ha un senso, una spiegazione. Si senton capaci persino di comprendere la crisi di Giovanni di Dio come una pazzia verso il divino.
  • Il corpo va dimagrendo, se ne sta andando, e cede il passo all’anima perché tutti possano contemplare.
  • Giovanni di Dio è praticamente infermo” (idem p.241)

Isaia:“Spunterà un nuovo germoglio:nella famiglia di lesse dalle sue radici…Non giudicherà secondo le apparenze, non deciderà per sentito dire. 4Renderà giustizia ai poveri e difenderà i diritti degli oppressi “ (11,1-3).

Goffi, sgraziati, taglie forti, carcasse ambulati, impacciati, rozzi…non devono temere. La razza è protetta!

  1. ADESSO è un perenne rinnovarsi del Natale, un sogno gioioso pieno d’incoscienza di chi sa sperare e cantare al futuro, nonostante il mucchio di rovine, il mare di paure, il mondo di violenti che circonda ilvivere. I GLOBULI ROSSI sono angeli di Natale che si recano dai poveri di Dio con la scritta sulla maglietta: “Gloria e Pace”:

  • vi annuncio una grande gioia”:
  • Oggi è nato per voi un Salvatore”

La missione di Giovanni di Dio è salvare. Chi? Il bambino, il neonato che è in ogni uomo, bisognoso di affidarsi a delle mani materne, che può vivere solo se amato. Degli amori, delle lacrime, delle speranze, nulla deve andare perduto, dal momento che Dio ora è dentro la carene e piange con chi piange, soffre con chi soffre….

Dal momento che il Verbo s’è fatto carne, i GLOBULI ROSSI di San Giovanni di Dio sono i collaboratori del processo inverso: fare della carne un Evento: la carne che diventa Verbo. Qui c’è l’intenso abbraccio di Creatore e creatura, l’estasi della storia, il capovolgimento delle illusioni.

47. ADESSO è aiutare Dio a vivere, a essere vivo in questo mondo. Il Verbo incarnato mi dice che non intende fare da solo, ha bisogno delle mie mani per incarnarsi nelle case, nelle strade, nelle isole del dolore. Non basta la vita. Essa deve altresì risplendere. Anche il diamante se non è levigato, sen è aiutato, è solo una pietra, non un gioiello. Giovanni di Dio, imitazione di Cristo,

  • si fa spalle per le pecore smarrite,
  • mani che lavano i piedi,
  • carne inchiodata dove spasima il dolore,
  • silenzio per ascoltare (preghiera e digiuno, morire a se stesso),
  • mattino di Pasqua che riaccende le speranze (Maria di Magdala, i due di Emmaus…)
  • nomi di sofferenti pronunciati con un amore che fa vibrare l’anima.

48. ADESSO è voce della Provvidenza. Quando si dice che “Dio è là dove la ragione si scandalizza, dove la natura si ribella, dove io non vorrei mai essere”(E. Ronchi), si afferma la pura verità. Il mio ADESSO è di stare in prima linea, a perdere la faccia per il Verbo che si è fatto carne. Come?

Per Giovanni di Dio, sempre esposto, premuto dall’urgenza e mai solo, il Natale di ogni giorno è questo:

  1. ” …Dovete sapere, fratello mio molto amato e molto diletto in Cristo Gesù, che son tanti i poveri che qui giungono, che io stesso molte volte ne resto spaventato, come si possano alimentare;

  2. ma Gesù Cristo provvede tutto e dà loro da mangiare, perché solo per la legna ci vogliono sette od otto reali ogni giorno; perché essendo la città grande e molto fredda, specialmente adesso d’inverno, son molti i poveri che giungono a questa casa di Dio;

  3. perché fra tutti, infermi e sani e gente di servizio e pellegrini, ce ne sono più di centodieci;

  4. perché essendo questa casa generale, vi ricevono generalmente gente d’ogni tipo e con ogni infermità;

  5. sicché ci son qui rattrappiti, mutilati, lebbrosi, muti, pazzi, paralitici, tignosi e altri molto vecchi e molti bambini; e senza contar questi, molti altri pellegrini e viandanti che qui giungono, e dàn loro fuoco e acqua e sale e recipienti per cucinare e mangiare;

  6. e per tutto questo non c’è rendita;

  7. ma Gesù Cristo provvede tutto perché non c’è nessun giorno in cui non occorrano per le provviste della casa quattro ducati e mezzo, e a volte cinque: ciò per il pane e carne e galline e legna, senza contar le medicine e i vestiti, che è un’altra spesa a parte;

  8. e il giorno in cui non si trova tanta elemosina che basti a provvedere quel che ho detto, prendono a prestito e altre volte digiunano.

  9. E in questo modo sono qui indebitato e prigioniero solo per Gesù Cristo, e debbo più di duecento ducati per camicie, zimarre e scarpe e lenzuola e coperte e per molte altre cose che occorrono in questa casa di Dio, e anche per l’allevamento dei bambini che abbandonano a noi.

  10. Sicché, fratello mio, mi vedo così indebitato che molte volte non esco di casa a motivo dei debiti, e vedendo patire tanti poveri mieifratelli, e prossimi in tanta indigenza così di corpo come di anima, non potendoli soccorrere rimango molto afflitto;

  11. comunque confido solo in Gesù Cristo che mi libera dai debiti, perché Lui conosce il mio cuore.

  12. Sicché dico maledetto l’uomo che confida negli uomini e non solamente in Gesù Cristo: dagli uomini devi essere separato, lo voglia a no; ma Gesù Cristo è fedele e costante;

  13. e poiché Gesù Cristo prevede tutto, a Lui siano rese grazie per sempre. Amen….”

Così ragiona il re accattone degli straccioni di Granada che ha fatto scuola fino alla nostra beata Madre Teresa di Calcutta.

49.  ADESSOè il “come” dei GLOBULI ROSSI. Il “come” è avverbio che non sta in piedi da solo. Rimanda oltre, domanda un altro:

  • Siate perfetti come il Padre mio,
  • Amatevi come io vi ho amato,
  • Siate misericordiosi come il Padre,
  • La Tua volontà in terra come in cielo

E’ il continuo misurarsi con Dio e con il Vangelo per servire amorevolmente là dove la vita langue e minaccia di spegnersi.

  1. ADESSO è commozione: il primo modo di muoversi è quello di commuoversi, cioè muoversi insieme alla Presenza che si è rivelata, alla Parola di Dio. Dio è la nostra defintività nel senso pieno della parola, non soltanto finalistico, ma proprio come definizione di noi. Si legge nel Genesi: “E Dio disse: facciamo l’uomo a nostra immagine, a nostra somiglianza”(Gen 1,26) (Giussani)

ADESSO è anche il mio tendere la mano quando mi comunico. Mi accosto alla mensa del Re. Egli mi invita ad essere un bambino che allunga la mano per una sorpresa. Io lo so che è il gesto di chi è povero e bisognoso di aiuto. Ma Lui non intende umiliarmi e mi allunga la Sua. Non mi toglie dai piedi con due spiccioli. Nel dono che porge c’è il diritto di sedermi con Lui sul trono regale. Se fosse per Lui potrei dimorare per sempre nella Sua casa. Io so soltanto una cosa: che quando mi chiede di stare, io scoppio in lacrime di gioia. E piango in latino e poi in italiano: “«vivoego, iamnonego, vivit vero in me Christus – Non sono più io che vivo: è Cristo che vive in me. La vita che ora vivo in questo mondo la vivo per la fede nel Figlio di Dio che mi ha amato e volle morire per me.» (Gal 2,20).

Se mi rattrista la collezione di tanti ADESSO mancati, mi consola il rinnovarsi degli inviti senza rancori.

51. ADESSO è tensione nel mio definirmi in Dio, nel suo mistero:

6 Cercate il Signore,
ora che si fa trovare.
Chiamatelo,
adesso che è vicino.
7Chi è senza fede e senza legge
cambi mentalità;
chi è perverso
rinunzi alla sua malvagità!
Tornate tutti al Signore,
ed egli avrà pietà di voi!
Tornate al nostro Dio
che perdona con larghezza!
8Dice il Signore:
“I miei pensieri non sono come i vostri
e le mie azioni sono diverse dalle vostre.
9I miei pensieri e i vostri,
il mio modo di agire e il vostro
sono distanti tra loro
come il cielo è lontano dalla terra
(Isaia 55, 6-9)

Ne consegue che

  • Il riconoscimento del mistero è radice di tensione morale: sono in una posizione sempre volta a qualcosa d’altro, disponibile a correggerla man mano che penetro in una realtà più grande di me, quanto “il cielo e lontano dalla terra”.
  • Mi pongo di fronte al mistero come un povero: in nulla la mia sicurezza se non nel mistero.

Beato l’ADESSO in cui riuscirò ad affermare che divento vero per la pietà e misericordia di un altro, che “La mia salvezza è Cristo”:

  • per me il vivere è Cristo” (Fil 1,21),
  • non sono più io che vivo, è Cristo che vive in me(Gal 2,20).

E’ struggente la tensione missionaria dell’Apostolo verso i Galati: “Quando non conoscevate Dio eravate schiavi di dèi che in realtà sono soltanto degli idoli. 9Ma ora avete conosciuto Dio; anzi è Dio che vi conosce. Perché dunque volete ritornare a sottomettervi a forze che non possono salvarvi? Volete essere di nuovo i loro schiavi?(Gal 4,19).

52. DESSO è un movimento che consiste nel cercare e contribuire a creare condizioni di vita che facilitino di questa comprensione: “La mia salvezza è Cristo”. La non razionalità naturalistica di tale espressione, evidenzia che c’è un oltre: la natura può partecipare alla coscienza di Dio. Non solo è ragionevole quindi, ma è somma ragione.

Un carisma è un dono di Dio, un dono fatto ad un uomo. La manifestazione è nel suo modo di pensare, parlare, agire. Nikolaus Lobkowicz, già preside dell’Università Cattolica di Eichstätt, nella prefazione in “Rischio Educativo”, riferendosi al carisma di Don Giussani, ci rivela anche il criterio di lettura del carisma di san Giovanni di Dio. Così scrive in proposito: “Noi cristiani tendiamo o a insistere ostinatamente, e perciò senza capacità di dialogo, sulle convinzioni che ci sono state trasmesse, oppure – di solito di nascosto e in qualche modo con la coscienza sporca – a fare l’occhiolino al “mondo”, che sembra offrirci frutti che a noi, in quanto cristiani sono proibiti.

La conseguenza è che percepiamo il nostro essere cristiani come una serie di prescrizioni, e nell’istante decisivo non capiamo perché dovremmo osservarle. “Non puoi…”, “Devi….”, queste sembrano essere le due norme principali alle quali noi cristiani ci atteniamo. Per questo soprattutto i giovani percepiscono troppo facilmente la Chiesa solo come un’istanza di dirette o indirette norme etiche che impedisce loro di fare quello che volentieri farebbero. Forse si può descrivere il fenomeno anche in questo modo: il cristianesimo non pare compiere nessuno dei desideri che realmente ci muovono. Così vi partecipiamo ma senza troppo entusiasmo…

Don Giussani ha opposto a questo atteggiamento una riflessione di tutt’altro genere: come io divento “me stesso”? Ed ha portato le sue buone ragioni:

  • O facendomi trascinare dalle mode del tempo, e venendo per così dire, pilotato dall’esterno,
  • Oppure affidandomi a un’autorità;
  • Non però consegnandomi ciecamente a essa (come accade per le ideologie, e le sette, che praticano un divieto di pensare),
  • Bensì volendo verificare dove essa mi conduce – forse proprio verso me stesso -.
  • Verificare” non significa quindi un semplice “provare”; questo implicherebbe un impegno per nulla serio con l’autorità. Piuttosto significa paragonare ciò che essa propone, o – meglio – desidera, con la mia esperienza, con la concezione di me stesso e della realtà che mi circonda di cui dispongo, secondo la percezione che ne avevo prima dell’incontro con l’autorità e quella che ne ho ora.
  • In poche parole si tratta di seguire un’autorità domandandosi continuamente: mi sta conducendo verso il mio vero io, verso la mia intima libertà, una libertà che io sperimento realmente come tale?
  • In questo modo l’autorità agisce (quasi) come una proposta: “Prova una volta a considerare tutto quanto fa parte della tua esperienza dal punto di vista dell’essere cristiano, della tua possibile fedeltà al Signore”.

L’impegno strumento di verifica:

  1. Tutto deve essere consapevolmente impostato come verifica”, come prova del valore della tradizione cristiana.

  2. Non esiste niente di più importante oggi, che impegnare noi come parte viva della comunità della Chiesa, ma la comunità grande della Chiesa sarebbe una cosa lontana e astratta, se non emergesse là ove siamo.

  3. Perciò non esiste nulla di più importante del contribuire a rendere presente o a far vivere la comunità della Chiesa nel nostro ambiente, attraverso la “crisi” del nostro impegno.

  4. Chi non passa attraverso questo impegno o rimarrà cristiano senza dir nulla di nuovo, oppure se ne andrà via.

  5. L’unico modo per non vivere “alienati” in questa società, così terribile nei suoi strumenti di invadenza, è avere il senso della storia, vivere genuinamente la propria “crisi”, impegnandosi adeguatamente con la tradizione in cui si è nati, con la proposta cristiana,

  6. ed è magnifico che questa proposta, unica fra tutte le altre, abbia un carattere così concreto, così esistenziale: sia una comunità nel mondo, un mondo nel mondo, una realtà diversa dentro la realtà, e non diversa per interessi diversi, bensì per il modo diverso di realizzare i comuni interessi”.

Conclusione: “LUI è il cammino che educatore ed educando sono chiamati a percorrere insieme, ed è nel percorso comune, definito dalla meta decisiva del destino, che si impara come è fatta la strada” (Giussani p.49)

53. ADESSO è un amèn, ossia l’indicazione di punti fissi, un aiuto prezioso che utilizzava il popolo Ebraico per attraversare il deserto. Nella misura in cui della Parola di Dio è la bussola del mondo, si tratta di piantare dei paletti segnaletici che danno sicurezza al viandante: “Luce ai miei passi è la tua Parola”.

54. ADESSO è l’antica canzone d’amore:FateBeneFratelli”.

FaccioBeneAttenzione” è un ritornello aggiuntivo che si addice ad ogni annunciatore perché il messaggio sia credibile.

C’è una stretta coincidenza tra il messaggio che viene dal deserto per bocca di Giovanni il Battista e Giovanni di Dio: il primo grida alle folle: “Fate opere di conversione”, ossia Dimostrate con i fatti che avete cambiato vita e non mettetevi a dire: “Noi siamo discendenti di Abramo”.(Luca 3,8). L’appello del questuante di Granata è analogo: “Fate bene a voi stessi, fratelli, per amore di Dio”. La penitenza, il cambiamento di mentalità (metànoite), sono la carità.

Per religiosi e laici sarebbe sconveniente gloriarsi per il casato, la nobile discendenza, il ramo di appartenenza, se non vi fosse anche l’imitazione del Servo geniale Giovanni di Dio.

55. ADESSO èun camminare insieme, un peregrinare operoso e orante verso la città di Dio, la celeste Gerusalemme, che si può ben dire la “nostra terra”, il “nostro paese”. Così si nutre la fede del popolo ebraico in cammino, la Ahavà . rabbà: 

  • Di un grande amore ci hai amati, Signore, nostro Dio;
  • di una grande, infinita pietà ci hai fatto oggetto.
  • Nostro Padre, nostro Re, in grazia dei nostri progenitori che hanno avuto fede in te e ai quali hai insegnato le tue leggi di vita, sii propizio anche con noi e istruiscici.
  • Padre nostro, Padre misericordioso, clemente, abbi pietà di noi e dà al nostro cuore la facoltà di discernere e di comprendere, di ascoltare, di imparare e di insegnare, di osservare e di praticare con amore tutte le parole che studiamo nella tua Torah.
  • Illumina i nostri cuori con la luce della tua Legge, avvinci il nostro cuore ai tuoi comandamenti e disponi il nostro animo all’amore e i al timore del tuo Nome, sì che non abbiamo mai da arrossire.
  • Noi fidiamo nel tuo Nome santo, grande e venerabile e perciò noi giubileremo e gioiremo per il tuo soccorso.
  • Riuniscici in pace dai i quattro angoli della terra e riconducici a testa alta nel nostro paese, poiché tu sei Dio, autore di salvezza, e noi hai scelto fra tutti i popoli e tutte le lingue e ci hai avvicinati al tuo Nome grande perché ti lodiamo e proclamiamo la tua unità con ardore.
  • Benedetto tu, Signore, che nel tuo amore eleggesti il tuo popolo Israele.
  • La meta e il centro di questo cammino dei popoli è Gerusalemme.
  • Verso di essa leviamo i nostri occhi, per la sua pace prega il nostro cuore.
  • Ma non per questo dimenticheremo l’immensa e urgente sofferenza del mondo “.

56. ADESSOè il kairòs, termine che designa l’istante privilegiato che offre possibilità inedite e affascinanti, capaci di rinnovare la faccia della terra: è il momento opportuno, il tempo propizio per la scelta decisiva, l’occasione da non perdere e da cogliere al volo. Gli autori biblici lo hanno percepito in maniera originale, come l’istante in cui la libera volontà dell’uomo, di ogni uomo, può adeguarsi o meno al progetto divino, determinando così il corso futuro degli eventi.

La novità del messaggio di Gesù è tutta qui: oggi, per chi crede, giunge il momento della vittoria sul peccato e quindi dell’impegno per la liberazione degli oppressi, per la fine delle sofferenze. E Paolo, convinto anche lui che “tutta la creazione geme e soffre fino ad oggi nelle doglie del parto“(Romani 8, 22), non si stanca di riecheggiare l’appello di Gesù, esortando i suoi corrispondenti a “prendere coscienza che è giunta l’ora“(ivi 13, 11), a capire che “è ormai tempo di svegliarsi dal sonno“(ivi) per costruire una società fondata sull’agape, perché da questo tutto dipende: “qualsiasi altro comandamento si riassume in queste parole:ama il prossimo tuo come te stesso”

57. ADESSO è il momento propizio anche per chiedere il dono delle lacrime. Se penso che Dio avrebbe chiesto al Figlio di sacrificarsi anche se io fossi stato il solo peccatore in una terra di giusti, non basterebbero le lacrime di commozione:”vi assicuro che in cielo si fa più festa per un peccatore che si converte che per novantanove giusti che non hannobisognodiconversione” (Luca 15,7).

58. ADESSO…

Compagnia dei GLOBULI ROSSI o.h.

 

Movimento di Laici e Consacrati che si ispirano a San Giovanni di Dio. Testimoni del Vangelo e Chiesa sanante al servizio del mondo.

L’INIZIO

Nel 2006 ricorreranno i 450 anni della prima compagnia che ha seguìto san Giovanni di Dio e preso in mano le sue opere. Giovanni di Dio è l’ignaro fondatore della prima “Compagnia delle Opere” che si registri in sanità. Poiché la petizione al Pontefice di formale costituzione del Gruppo Ospedaliero risale al 1570, ossia vent’anni dopo la morte del Santo e precisamente è del 1571 il riconoscimento della Congregazione, è giusto evidenziare che per Giovanni di Dio i discepoli furono dei necessari collaboratori da subito.

José Cruset, lo scrittore e poeta spagnolo che ha occupato uno dei primi posti nella letteratura spagnola degli anni ’50 e che, dopo ricerche e profonda meditazione, ha inteso scrivere la vita di san Giovanni di Dio, riuscendovi egregiamente, fa questa considerazione:

Aveva bisogno di mani, di volontà, e se le procurò. Ma niente più. Non arrivò a pensare all’importanza che aveva la compagnia di quegli uomini semplici, come lui stesso, pieni di fede; e nemmeno la possibilità di espansione, grazie al germe che lasciava. L’impulso di Giovanni di Dio fu talmente importante che trascinò questi primi uomini alla necessità spirituale di ampliare l’area della sua attività” (J. Cruset in Un avventuriero illuminato, p.352)

Egli così riassume l’attività di fondazione dei Fatebenefratelli che, per praticità di lettura e messa fuoco di concetti essenziali, esprimo sotto forma di elenco:

  1. Giovanni di Dio non aveva pensato, in nessun momento, di fondare un Ordine. Il desiderio di Giovanni di Dio, manifestato fino all’ora della morte, fu semplicemente che l’ospedale di Gomeles non interrompesse la sua assistenza.

  2. I discepoli, per Giovanni di Dio, furono dei necessari collaboratori. Aveva bisogno di mani, di volontà, e se le procurò, Ma niente di più. Non arrivò a pensare all’importanza che aveva la compagnia di quegli uomini semplici, come lui stesso, pieni di fede; e nemmeno le possibilità di espansione, grazie al germe che lasciava.

  3. L’impulso di Giovanni di Dio fu talmente importante che trascinò questi primi uomini alla necessità spirituale di ampliare l’area della sua attività.

  4. Anton Martin, il successore voluto, designato da Giovanni di Dio, assume la direzione di questo gruppo. Ha l’esempio di Giovanni di Dio scolpito nell’anima; e va innanzi. Quella primitiva audacia, quella inerzia di ciò che apparentemente è sconsiderato in Giovanni di Dio, spiega ogni cosa.

  5. La morte di Giovanni di Dio rimane scolpita nei cuori. Ma nulla s’interrompe.

  6. Incomincia l’attività. La popolazione d’infermi e poveri cresce. La necessità obbliga ad andare innanzi. L’opera lo merita.

  7. A Granata, con l’aiuto dell’arcivescovo, due anni dopo la morte di Giovanni di Dio (1552) si acquistò un’area fabbricabile nella via san Girolamo. Di fronte all’idea, con l’attività incessante di tutti i discepoli, sotto la direzione di Antòn Martìn, con l’appoggio dell’arcivescovo, e con la divulgazione del progetto, effettuata dal Maestro Giovanni d’Avila [ora santo n.d.r], la popolazione di Granata risponde senza distinzione. Ognuno con quel che può. E si fonda il nuovo ospedale.(Attualmente Ospedale Provinciale di Granata).

  8. Ma l’espansione varca subito i confini di Granata: Anton Martin, un anno prima di morire, fonda a Madrid un altro ospedale, sotto gli auspici di Filippo II (1553), che dopo la sua morte giunge a piena realizzazione: Questa casa di Madrid si convertirà in residenza generalizia.

  9. Morto Anton Martin, gli succede nella direzione Juan Garcìa, l’ultimo dei cinque amici e compagni, testimoni della vita di Giovanni di Dio.

  10. Figurano altri nomi accanto ai primi, nomi illustri dei nuovi pr4opagatori dell’Ordine: Rodrigo de Siguenza, Pedro Soriano, e Sebastiano Arias.

  11. Prosegue il lavoro creativo. Nel 1564: Montilla. La casa si chiama “Nostra Signora de los Remedios”. Nel 1565, Lucena. L’ospedale prende il nome di “San Giovanni Battista”.

  12. 1568. L’insurrezione dei mori a Granata registra giorni di sangue. L’attività assistenziale degli ospedalieri acquista risonanza. L’efficachia delle loro attività viene commentata. Questa data è, come dice Pazzini, il battesimo del fuoco dell’istituzione.

  13. Anche in quell’anno, un nuovo ospedale: Jerez de la Frontiera. E, subito un altro a Utrera”.

Ma chi furono i primi partecipanti alla Compagnia delle opere di Dio?

Bisogna partire da una data precisa: Gennaio 1538. E’ l’anno in cui Giovanni ha una netta visione di Dio, come conseguenza della predica del P. Giovanni d’Avila. E’ l’anno della permanenza nell’Ospedale Reale, dove fa l’esperienza di pazzo con i pazzi, rognosi, infermi d’ogni specie. Dopo tale esperienza, di lui così racconta il Cruset:

  1. Uscitone appena, destinato a provare e orientare la sua chiara vocazione, [si ritrova] di nuovo la povertà e la miseria, ambiente ormai definitivo in quanto è oggetto della sua attività.

  2. In esso si muoverà fino alla morte. La persistenza dell’ambiente d’or’innanzi è stabile. Potremmo dire professionale.

  3. E poiché tutto sempre nella sua vita è stato semplice, povero, lacero, un fatto di somma importanza come quello della fioritura, vale a dire della prima risonanza del suo esempio – inconscia nascita della sua opera – con l’apparizione di un discepolo, il primo, ha da collocarsi in circostanze di assoluta semplicità e in un ambiente piccolo, oscuro e negativo.

  4. Dinanzi al nuovo personaggio si rende ancora una volta attuale l’affermazione che le origini della virtù, del bene o della santità hanno un interesse relativo. Quel che conta è l’efficacia. Quanto più grande la sproporzione, tanto maggiore l’ascesa e più visibile il potere della grazia . Non mi stancherò di ripeterlo”.(p.210)

La grazia dello Spirito a questo punto mette in scena il primo discepolo della compagnia, il primo anello di aggancio della catena che si aggancia al Profeta di Granada. Lo Spirito alita e nasce il Movimento, prende corpo l’idea (la carità-hospitàlitas) che si trasforma in compagnia di testimoni, in aggregazione di intenti e di mani operose all’insegna di “Un criterio ideale, un’amicizia operativa”. intesa come mutua collaborazione e assistenza tra soci, sotto forma di Impresa Missionaria. E’ affascinante andare a rileggere quella pagina di storia che può ispirare le opzioni di ADESSO e la rifondazione dei primi collaboratori non religiosi in Compagnia dei GLOBULI ROSSI.

Sempre secondo il Cruset, la tesi della visibilità del potere della grazia

  1. trova una dimostrazione nell’apparizione in scena di Antòn Martìn, ruffiano di un postribolo:

  2. Sordido il luogo di origine, di basso livello morale la persona.

  3. Naturalmente Giovanni di Dio lo ha conosciuto nel suo ambiente. Lo conosce nelle sue visite ai postriboli o a motivo di esse.

  4. Nonostante la sua spregevole occupazione, Giovanni di Dio gli si avvicina. Tutti possono aver bisogno del suo aiuto. Egli la pensa così.

  5. E’ evidente che, dietro ogni cosa, v’è una zona sconosciuta, forse di bene, che a volte non affiora, non giunge a scoprirsi perché nessuno s’è trattenuto a contemplarla o a presentirla o a desiderarla con una ferma speranza.

  6. Anton Martin è un uomo alto che porta sempre in capo un berretto rosso. E’ un uomo forte, giovane, lussurioso e freddo, di buon aspetto e di vita cattiva.

  7. Il motivo della sua presenza a Granada è una strana vendetta familiare, mezzo umana e mezzo primitiva. Il suo vero nome è Anton de Argon. Nativo del borgo di mira, provincia di Cuoenca, figlio di Petro de Argon e Maria Martinez de la Cuesta.

  8. E’ venuto a Granada un po’ alla ventura, condotto dall’idea fissa di vendicare suo fratello Pedro, assassinato da un certo Pedro Velasco (sarà il secondo discepolo del Santo).

  9. Lo ha inseguito fino a Granada ed è riuscito a farlo mettere in carcere. Il processo procede lentamente. Il Velasco è di famiglia ricca e non gli mancano buoni patrocinatori per rinviare la sentenza. La vita di Anton Martin si svolge nei bassifondi della città. Il suo modo di vivere è amorale.

  10. Questi sono i dati fondamentali, i lineamenti essenziali di quest’uomo, tipo da postribolo, accecato dall’idea fissa di vendicare un assassino. Quest’uomo che giungerà ad essere il discepolo prediletto di Giovanni di Dio, modello di virtù.

  11. Per ora ci interessa solo quel che egli è in questo momento e come inizia il suo contatto con Giovanni di Dio, le circostanze della sua prodigiosa conversione e la sua conseguenza immediata. Il resto verrà dopo.” (p.212)

Il miracolo della Grazia è provocato da Giovanni di Dio che introduce il discorso sul perdono:

  1. E quando Anton Martin parla del sangue del fratello, Giovanni di Dio parla del sangue del Cristo nelle cui labbra del color di viola morta è il perdono per tutti” .

  2. Anton Martin si induce a perdonare. Giovanni di Dio che dispone di amici influentia Granada, ottiene l’incontro di lui con Pedro Velasco nel carcere, e si riconciliano. Poi viene il perdono ufficiale, legale, di Anton Martin, del quale dovrà rimanere il documento negli atti, per l’ottenimento della libertà di Pedro Velasco che, finalmente – certo per mediazione di Giovanni di Dio -, è ottenuto”.

  3. E’ il primo passo. Dopo, si susseguono gli avvenimenti, come se una mano invisibile aprisse la cortina per far penetrare la luce. E comincia l’azione. Anton Martin si converte. L’ascesa è gloriosa, se si pensa alla sua vita. Inoltre si arrende senza condizioni, si offre come collaboratore di Giovanni di Dio.

  4. Rinunzia a tutto, e lo seguirà fino alla morte. Sarà – col tempo – suo successore eminente e discepolo preferito.

  5. Ma c’è di più. Pedro Velasco, colpito dall’avvenimento, si converte anche lui e decide di mettersi a fianco di Giovanni di Dio. E’ quasi in coincidenza con Anton Martin il secondo discepolo.

  6. L’Andaluso Velasco “seguirà Giovanni di Dio, commosso dalla sua opera. La sua vita si dividerà tra la carità e la più dura penitenza.

  7. La conoscenza di di Anton Martin avviene quando Giovanni di Dio, disponendo di personale che lo aiuta nel suo lavoro ospedaliero, può estendere l’area della sua attività a zone bisognose propriamente aliene all’ospedale, come la sua campagna nei postriboli.

  8. L’affermazione è incerta, ma l’importanza è il fatto esemplare. La condotta di Giovanni di Dio colpisce e l’opera inizia”.

  9. Altri tre discepoli vengono a collaborare con Giovanni di Dio dopo Anton Martin e Pedro Velasco.Imprecisa la data ma, ma sicuri i nomi e l’ordine della loro comparsa.

  10. Simon de Avila: “ Di Granata. Se non nemico di Giovanni di Dio, è considerato come uno dei fabbricatori della maldicenza che lo avvolge. E’ sicuramente di umile condizione. Spia e commenta le visite che Giovanni di Dio effettua, occupazione poco dignitosa. Inquisisce, va curiosando: Temperamento frivolo, dedito alla sterile attività di spiare i passi di Giovanni di Dio e poi commentarli. Prende contatto con lui, alfine si converte, e ripara il male che aveva fatto con importanti servizi, austero e fattivo, in favore dei poveri.

  11. Domenico Piola: “Sposato, genovese, noto mercante di Granada. Danaroso. Giovanni di Dio lo conosce perché va da lui a chiedere elemosina. Nei primi tentativi il rifiuto del mercante è categorico e il suo atteggiamento è cipiglioso. Una volta l’elemosina viene strappata sotto forma di prestito. Un prestito di trenta ducati. Il genovese gli chiede garanzia. Giovanni di Dio non gli rappresenta alcuna garanzia. Nella discussione attorno all’avvallo che il mercante pretende, Giovanni di Dio prende a parlare delle garanzie divine, le uniche di cui dispone. Domenico Piola, colpito dalle parole di Giovanni di Dio, gli dà il denaro. Dopo, si converte in un protettore abituale, e più tardi, “a tempo opportuno, quando fu libero dal matrimonio” [si suppone vedovo], liquida i suoi beni e rimane in compagnia di Giovanni di Dio. Si esercita nel chiedere elemosina gridando il solito richiamo per la città e, giacché tutti conoscono la sua provenienza, riesce commovente ed efficace”.

  12. Juan Garcia: “Anche lui di Guardafortuna, come Pedro Velasco. Povero in canna. Uomo virtuoso e austero che si avvicina a Giovanni di Dio e, passando da una vita solitaria e contemplativa alla massima attività, giunge ad essere infermiere maggiore. Muore a sett’antanni, in opinione di grandissima virtù.

La conclusione cui giunge l’Autore, sempre attento ad evidenziare “la grande sproporzione” tra l’insignificanza della risorsa umana che è in gioco e i potere della grazia, è questa:

Anton Martin, Pedro Velasco, Simon de Avila, Domenico Piola e Juan Garcìa, attorno a Giovanni di Dio, rappresentano la continuità. Sono i cinque primi compagni di Giovanni di Dio. Compatto manipolo votato al sacrificio, con una croce in mano, senz’altra risorsa che la speranza, travolti dall’esempio prodigioso del pastore di Oropesa, già circonfuso dai primi inspiegabili raggi della santità, si arruolano nella sua grande avventura. Sono i depositari del suo esempio, testimoni delle sue virtù e mandatari verbali della sua idea. Sono l’opera.

Tengasi presente che son tutti, nonostante la buona posizione economica di Domenico Piola, uomini senz’alcuna formazione e senza interessi intellettuali. Questo spiega l’assenza di una versione diretta della vita di Giovanni di Dio, quanto meno del Giovanni di Dio di quel periodo. Questo spiega che siano, come lui stesso, uomini d’azione. Come lui stesso, che non pensò ad una continuità organizzata. Se così fosse, sarebbe stato logico pensare che si sarebbero preoccupati di annotare tutta la sua dottrina e le caratteristiche della sua personalità, E, anche senza esplorare la sua vita interiore, ne avrebbero descritto il colorito del volto, la forma delle labbra o lo strano potere illuminato delle parole. Ma non è così. Ben poco sappiamo. Ben poco.” (p.217)

Sappiamo quel tanto che basta dalle fonti stesse dove ha attinto il Cruset. Disponiamo di elementi sufficienti a giustificare la presenza della Compagnia dei GLOBULI ROSSI o.h., Movimento che si ispira agli inizi della Fondazione e si muove nel segno della continuità. E’ il testimone che passa di mano in mano, di generazione in generazione, fiamma che non si spegne perché alimentata dalla carità di Dio riversata per lo Spirito nei cuori dei discepoli ed espressa secondo il mutare dei tempi.

La domanda che nasce spontanea è come abbia potuto questa forte-debolezza resistere a tutte le intemperie, a varcare i secoli. La risposta è racchiusa nella 2 Lettera di Paolo ai Corinti: “Quando sono debole, è allora che sono forte”.

Il testo Scritturale va letto per intero perché è la sintesi della biografia spirituale di san Giovanni di Dio, del suo rapporto con il Mistero della Grazia che ha vissuto segretamente nella sua anima e riassumibile nell’espressione ricorrente all’inizio di ogni sua lettera: “Nel nome di nostro Signore Gesù Cristo e di nostra Signora la Vergine Maria sempre integra, Dio avanti e sopra tutte le cose del mondo. Amen Gesù”. Questo è il suo Cielo in cui si trova rapito.

1Non è bello vantarsi, eppure devo farlo. Perciò vi parlerò delle visioni e delle rivelazioni che il Signore mi ha concesse. 2Conosco un credente che quattordici anni or sono fu portato fino al terzo cielo. (Io non so se vi fu portato anima e corpo, o se lo fu soltanto in spirito: lo sa Dio). 34So che quell’uomo fu portato sino al paradiso. (Se lo fu fisicamente o solamente in spirito – lo ripeto – io non lo so: Dio solo lo sa). Lassù udì parole sublimi che per un uomo è impossibile ripetere. 5Di quel tale sono disposto a vantarmi, ma per quanto riguarda me, mi vanterò soltanto delle mie debolezze. 6Se avessi voglia di vantarmi non sarei un pazzo perché direi la pura verità. Tuttavia non lo faccio: voglio che la gente mi giudichi in base a ciò che faccio e dico, e che non abbia di me un’opinione più alta.


7Io ho avuto grandi rivelazioni. Ma proprio per questo, perché non diventassi orgoglioso, mi è stata inflitta una sofferenza che mi tormenta come una scheggia nel corpo, come un messaggero di Satana che mi colpisce per impedirmi di diventare orgoglioso. 8Tre volte ho supplicato il Signore di liberarmi da questa sofferenza. 9Ma egli mi ha risposto: “Ti basta la mia grazia. La mia potenza si manifesta in tutta la sua forza proprio quando uno è debole“. È per questo che io mi vanto volentieri della mia debolezza, perché la potenza di Cristo agisca in me. 10Perciò io mi rallegro della debolezza, degli insulti, delle difficoltà, delle persecuzioni e delle angosce che io sopporto a causa di Cristo, perché quando sono debole, allora sono veramente forte.

11Ho parlato come se fossi pazzo! Siete voi che mi avete costretto” (2 Cor 12, 1-11).

L’Apostolo prima, Giovanni di Dio poi, hanno colto dove sta la potenza del Vangelo: non nella “forza” dell’imposizione ma nella “debolezza” della proposta.

  • Debolezza” non è assumere una posizione rinunciataria nei confronti dell’annuncio di Cristo che è e rimane “Via, Verità e Vita“.
  • Vuol dire invece accettare la logica divina di un amore convincente perché è donato, e senza pretese.
  • Non c’è nulla di più “debole” al mondo di un Dio che muore e la cui opera si presenta agli occhi della insipienza umana come una sconfitta.

E’ il segreto della riuscita di San Giovanni di Dio, il brevetto che la Compagnia si tramanda: ”Quando sarete afflitta [scrive alla duchessa di Sessa] ricorrete alla Passione di Gesù Cristo nostro Signore e alle sue preziose piaghe e proverete gran consolazione”. Ricorrere per provare. Ma a chi, a un Crocifisso? Che coraggio! Che follia!

Ha scritto il teologo Bruno Forte che “I più grandi movimenti della filosofia occidentale hanno riconosciuto proprio nella parola della croce, nel fatto che Dio faccia sua la morte per amore del mondo, quanto di più alto la mente umana abbia potuto raggiungere” (Avvenire 21 giugno 2000, p. 23).

L’attrattiva che scaturisce dal messaggio evangelico consiste allora in questo: nel rinunciare ad ogni genere di potenza umana (armi, denaro, potere politico) per contare unicamente sulla forza dello Spirito, l’unica che alla fine può riuscire vittoriosa. Poiché conta su di un amore che è un “amore onnipotente” (F. Varillon).

Chi si lascia catturare da questo fascino, impara che Dio sta dalla parte di chi non cerca l’arroganza, di chi resiste alla tentazione della violenza per affidarsi unicamente a quegli strumenti “deboli” quali l’annuncio, il dialogo, la testimonianza, la carità, il perdono.

Senza andare lontano, sono esattamente i martiri della giustizia e della carità del XX secolo a mettere in evidenza come una parte del patrimonio cristiano può essere terreno di condivisione con gli stessi non credenti.

Proprio perché ciò che Gesù insegna sui rapporti tra gli uomini, se non è per essi oggetto di fede, rappresenta tuttavia un grande valore umano, prende il via il Movimento dei GLOBULI ROSSI che trova ispirazione nella debolezza divina. Chiamato ad immischiarsi nelle contraddizioni umane, si rifà a San Giovanni di Dio ed ai cinque della prima ora, nell’ordine di comparsa sulla scena dell’hospitalitas: Anton, Pedro, Simon, Domenico, Juan.

Le armi della Compagnia sono quelle di sempre: “Ti basta la mia grazia. La mia potenza si manifesta in tutta la sua forza proprio quando uno è debole” (v.9).

CARTA DI FONDAZIONE

 

 

Le linee guida della proposta di aggregazione nascono con la consapevolezza che solo lo Spirito Santo distribuisce i carismi nella comunità dei credenti. Pertanto, nella misura in cui Egli ne sarà l’ispiratore e l’ artefice, potrà nascere un “movimento” di persone che si ispirano al Samaritano della parabola di Luca. Allo scopo di fare chiarezza sui carismi, è riportato in altra parte un’autorevole e preziosa lezione di P. Raniero Cantalamessa che va penetrata e assimilata.

 

Fatebenefratelli, prima di essere un appello agl’altri, è un’esperienza di vita che ha alle spalle cinque secoli di testimoni per il Vangelo della Carità. In ogni epoca i discepoli si sono adattati alle situazioni storiche ed alle esigenze locali, spesso da protagonisti, talvolta subendo le restrizioni di ogni libertà d’azione e pagando perfino con il martirio, come nel caso dei santi martiri di Spagna del ‘900.

 

Ordine religioso, fondamentalmente costituito da consacrati non sacerdoti, oggi è sollecitato ad animare il laicato che intende rispondere alla chiamata del Concilio Vaticano II e del Magistero della Chiesa alla missionarietà di ogni batezzato.

 

La Magna Carta sia dei religiosi che dei laici non può essere che il Vangelo. Ma le strutture devono munirsi di una bussola per l’orientamento. Essa è rappresentata dalle regole di convivenza e collaborazione che ad esso si ispirano.

 

Uomo di trincia, ovunque c’è una persona che soffre lì è il posto riservato a un discepolo di San Giovanni di Dio, chiamato a debellare la malattia, a lenire il dolore, a valorizzare la sofferenza, secondo il misterioso e provvido piano di Dio, che si fa Padre e Madre di ogni sventurato, attraverso le mani operose e il cuore misericordioso di chi ha fatto per primo l’esperienza di un amore indicibile ed è stato conquistato a ricoprire il ruolo di samaritano: “Va’ e comportati allo stesso modo”.

 

La proposta ideale va raccolta dalla viva voce di Gesù.

 

Un maestro della Legge voleva tendere un tranello a Gesù. Si alzò e disse:
– Maestro, che cosa devo fare per avere la vita eterna?
26Gesù gli disse:
– Che cosa c’è scritto nella legge di Mosè? Che cosa vi leggi?
27Quell’uomo rispose:
– C’è scritto: Ama il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutte le tue forze e con tutta la tua mente, e ama il prossimo tuo come te stesso.
28Gesù gli disse:
– Hai risposto bene! Fa’ questo e vivrai!
29Ma quel maestro della Legge per giustificare la sua domanda chiese ancora a Gesù:
– Ma chi è il mio prossimo?
30Gesù rispose: “Un uomo scendeva da Gerusalemme verso Gèrico, quando incontrò i briganti. Gli portarono via tutto, lo presero a bastonate e poi se ne andarono lasciandolo mezzo morto. 31Per caso passò di là un sacerdote; vide l’uomo ferito, passò dall’altra parte della strada e proseguì. 32Anche un levita del Tempio passò per quella strada; lo vide, lo scansò e prosegui. 33Invece un uomo della Samaria, che era in viaggio, gli passò accanto, lo vide e ne ebbe compassione. 34Gli andò vicino, versò olio e vino sulle sue ferite e gliele fasciò. Poi lo caricò sul suo asino, lo portò a una locanda e fece tutto il possibile per aiutarlo. 35Il giorno dopo tirò fuori due monete d’argento, le diede al padrone dell’albergo e gli disse: “Abbi cura di lui e se spenderai di più pagherò io quando ritorno””.
36A questo punto Gesù domandò:
– Secondo te, chi di questi tre si è comportato come prossimo per quell’uomo che aveva incontrato i briganti?
37Il maestro della Legge rispose:
– Quello che ha avuto compassione di lui.
Gesù allora gli disse:
– Va’ e comportati allo stesso modo”
(Luca 10, 25-27).

 

La parabola sul quale ogni cristiano è chiamato a misurarsi è arcinota ma riserva grandi sorprese ad ogni nuova lettura. Non finisce di stupire l’infinità di applicazioni che si celano in quel “Va’ e comportati allo stesso modo”.

 

Attingendo da un’agenzia qualsiasi:

 

Scienza e medicina – Europa/Italia – “aiutateci ad aiutare i poveri ed i malati africani” dice fra Leopold Gnami, Consigliere Fatebenefratelli per la provincia africana”

 

Roma (Agenzia Fides) – “Le strutture sanitarie presenti in Africa non ricevono contribuiti da parte delle istituzioni e devono spesso affrontare con grosse difficoltà economiche i bisogni primari di un popolo per il quale povertà e miseria sono all’ordine del giorno” dichiara Fra Leopold Gnami in questi giorni a Roma per il Convegno degli Economi Provinciali dell’Ordine in corso presso la Curia Generale.


L’obiettivo dell’incontro, che vede per la prima volta a Roma tutti gli economi provinciali del mondo, è quello di condividere l’analisi delle trasformazioni economiche che hanno maggiori riflessi nei confronti della testimonianza del carisma dell’Ordine e di individuare orientamenti capaci di una risposta adeguata alla sfide del tempo.


L’Ordine si sta confrontando con le tematiche dell’attuale realtà economica mondiale cercando un punto di incontro, una linea generale per testimoniare il proprio carisma con coerenza e assiduità, nonostante le diverse situazioni economiche dei Paesi del mondo, in cui i Fatebenefratelli sono presenti con 269 strutture. Si tratta di centri assistenziali propriamente ospedalieri e di strutture e istituti per anziani, per disabili, centri di riabilitazione psichiatrica, servizi sanitari socio assistenziali distribuiti in 47 Paesi.


I Fatebenefratelli sono presenti in Africa in 18 Paesi (Benin, Camerun, Ghana, Kenya, Liberia, Malawi, Isole Maurizio, Mozambico, Senegal, Sierra Leone, Togo, Zambia) con diverse strutture sanitarie, organizzate e finanziate dai fondi missionari raccolti dall’Ordine. Solo ultimamente la situazione ha cominciato a sbloccarsi con il riconoscimento dell’Hopital Saint Jean de Die di Afagnan (Togo) come ospedale generale di zona, e la stipula di una convezione tra la struttura ospedaliera di Tanguietà (Benin) e l’Università locale per la formazione degli specializzandi
. (AP) (30/10/2003 Agenzia Fides; Righe:25 Parole:286)

 

Che dire? Questa è solo una goccia della drammatica realtà del mondo. Ogni commento è superfluo.

 

Il carisma di san Giovanni di Dio consiste nel fiutare i bisogni dei singoli, le aree scoperte, le persone a rischio. Le capacità intuitive nascono per ispirazione divina ma si sviluppano anche attraverso l’esercizio di quell’arte maieutica che la tradizione ha incluso in un nome ormai collaudato: l’ “hospitalitas”, sinonimo di pìetas, càritas, misericordia, compassione, solidarietà, ospitare, farsi prossimo

 

PerchéGLOBULI ROSSI

Il Nuovo si fa strada

Oggi sotto il sole di Dio c’è qualcosa di nuovo, anzi d’antico…che avanza. Se le viole di Pascoliana memoria continuano a spuntare come un tempo nel convento dei Cappuccini, la novità è che lo Spirito sta cambiando le nostre mentalità inventando vocazioni inedite e facendo sorgere una nuova evangelizzazione in quel modo tutto Suo di ripresentarci l’antico con un volto attuale.

Sulle orme di Giovanni di Dio, il santo di Granata che al suo seguito ha avuto come primi discepoli gente poco raccomandabile che la sua carità ha radicalmente trasformato, si vedono ormai non solo carnagioni chiare ma nuove giovinezze dalla pelle scura, dagl’occhi a mandorla, dai lineamenti caratteristici di ogni razza, continuare il cammino del “folle di Dio”, battere in sua compagnia nuove strade.

C’è da chiedersi:

  • se, alla spensieratezza per il domani di un san Francesco d’Assisi,
  • al senso di una verità contemplata e proclamata con vigore e dolcezza di un san Domenico Guzman,
  • all’intrepido coraggio di una santa Caterina da Siena nel suo ministero di riconciliazione e di risanamento tra famiglie e città rivali,
  • si aggiunge l’ardente carità di un san Giovanni di Dio che passa perfino tra le vampe di un ospedale in fiamme senza bruciarsi, come ricorda la liturgia, tanto è l’ardore che lo anima…,
  • la determinazione di un milanese, san Benedetto Menni,ragioniere di banca, volontario alla stazione di Magenta per trasportare feriti all’Ospedale Fatebenefralelli di Porta Nuova, e lascia la buona professione per farsi frate e sacerdote, e poi priore generale e restauratore dell’Ordine soppresso in Spagna, e fondatore di suore, e santo…,
  • e ancora la discrezione del giovane medico condotto di Tivolzio (Pavia) San Riccardo Pampuri…fattosi frate e morto a soli trentatre anni
  • o il sangue dei 71 Beati Fatebenefratelli martiri di Spagna del ‘900 e degl’altri in lista d’attesa…,

si può ben sperare che sotto il sole di Dio il Nuovo avanza, inarrestabile.

Questi GLOBULI ROSSI, laici che si alleano ai frati con la tonaca e il camice,

  • sono i continuatori delle imprese ardite dei padri,
  • i trascinatori di altri coetanei, impegnati a far circolare la vita, a far saltare le barriere delle ottusità, i compartimenti stagno del potere, il timore delle assurde concorrenze.
  • Il nuovo avanza, nonostante le paure dei pavidi, la prudenza degli indecisi.
  • Chi sceglie la limpida sincerità e si pone a servizio della comunione, sfonda, vince.
  • ll futuro è gia negli adolescenti educarti alla carità da genitori che si aprono al prossimo. Ragazzi e ragazze, coniugati, pensionati, volontari, ma anche sacerdoti e religiosi o appartenenti a movimenti diversi possono allearsi ed arricchire il movimento con i loro carismi specifici.
  • I GLOBULI ROSSI o.h. sono solo un piccolo ramo del popolo di Dio. Di città in città, di paese in paese, essi sono chiamati ad andare ovunque li chiami un male fisico, una sofferenza spirituale, un’emergenza da affrontare.
  • Donatori e Mendicanti allo stesso tempo, si rendono disponibili giorno e notte per ogni S.O.S., sempre pronti a rispondere alle sollecitazioni del Regno. Rapide squadre di soccorso, si suddividono ruoli e settori d’azione.
  • Essi sanno che la carestia più falcidiante si ha quando l’anima non è più nutrita.
  • Che la più tragica delle alienazioni è quella in cui l’Avversario spudoratamente seduce.
  • Avvertono che la più pesante delle catene è quella che tiene avvinti a se stessi; e che la piaga più infetta è quella che contiene un veleno mortale che intossica il sangue.

I GLOBULI ROSSI, sono intenzionati ad ispirarsi all’hospitalitas del santo innovatore di Granada, di quell’ “innamorato pazzo” dei suoi simili, che i Pontefici hanno dichiarato, con San Camillo de Lellis, patrono universale dei Malati e degli Infermieri.

A tale scopo si prefiggono:

  • di promuovere un gemellaggio con la plurisecolare Istituzione dell’Ordine Ospedaliero;
  • di approfondire la sua spiritualità juandediana e di conoscere le iniziative locali e missionarie dei Fatebenefratelli;
  • di approfondire la Christifideles laici per una definizione di reciproco rapporto di condivisione delle finalità associative,
  • di promuovere tale spiritualità anche nelle opere sanitarie ed assistenziali dello Stato, spesso affidate all’impotenza di sventurati cappellani chiamati a districarsii come possono in una realtà pesante e complessa.

I GLOBULI ROSSI sono chiamati ad ispirarsi al modello comune e a dividersi i ruoli, in parte già definiti:

  • da una parte esistono i cosiddetti “collaboratori” dei religiosi, presenti nei Centri Assistenziali da essi gestiti,
  • dall’altra, coloro che, a diverso titolo (medici, operatori sanitari, amministratori, volontari, parenti, pazienti, benefattori…) sono presenti negli enormi spazi sia italiani che esteri che essi non sono in grado di occupare.

E’ tempo ormai che il carisma dei Fratelli Ospedalieri di San Giovanni di Dio venga sempre più partecipato, divulgato e sempre meno isolato, trattenuto nella cerchia ristretta dei luoghi di cura dell’Ordine, come del resto prevedono gli Statuti Generali. Ma se la costruzione di questi ponti è demandata ai laici, a sostenerli nell’ardua impresa non possono che essere i Fratelli Ospedalieri, esperti in umanità, adeguatamente strutturati ed in grado di fornire supporti culturali ed organizzativi. E’ lo stesso Giovanni Paolo II a raccomandarlo.

Per il poco fatto fin’ora ed i tanto che resta da fare, la tentazione dello scoraggiamento è forte, perché l’impresa richiede fede, ascolto orante, tempo, fantasia, dedizione…. L’ardire di osare può venire soltanto dallo Spirito. Che, se a sollecitare l’iniziativa è proprio Lui, non c’è da temere, soltanto da avventurarsi.

Casualmente questo primo numero coincide proprio con il Primo Congresso Internazionale dei Giovani Ospedalieri che si terrà in Granata (Spagna) dal 7 al 13 Novembre 2005. Un buon auspicio? Certamente. Il sogno che si materializza? Non si sa.

Il programma della grande adunata è così titolato: “CONFRATELLI E COLLABORATORI INSIEME A SAN GIOVANNI DI DIO PER PROMUOVERE E SERVIRE LA VITA”.

La prospettiva di attivare un’aggregazione laicale che si ispiri alla spiritualità dei Fatebenefratelli, si fonda su due pilastri:

  • il “realismo eucaristico”,
  • il “realismo ecclesiale”.
  • Entrambi si appoggiano uno sull’altro.

Ciò spiega il legame della Chiesa con il Mondo, sintesi che avviene nell’incontro personale con Dio che richiede l’amore dell’uomo.

Se l’aggregazione verrà posta in essere, sarà un momento ecclesiale. La riflessione sui problemi dell’uomo, con il senso di realtà che parte da Eucaristia e Parola, necessita di un sì della Chiesa che può esprimersi con il discernimento che può essere operato dal Superiore Generale dell’Ordine Ospedaliero di San Giovanni di Dio, i Fatebenefratelli.

Ciò che viene indicato in queste pagine è uno sguardo sul futuro scrutato con grande speranza. A 423 anni dal riconoscimento pontificio dei Fatebenefratelli, anche i laici non consacrati sono chiamati a fare nell’amore fraterno l’esperienza del Divino, a gustare il sapore del viverlo, a diffonderlo con gesti di misericordia.

Dall’Eucaristia parte sempre una rinnovata capacità di amare. Per questa ragione Religiosi e Laici sono chiamati a svelare tale capacità che si manifesta nella Chiesa, nella Fraternità ma si propone a tutti gli uomini che, di Dio, ad immagine e somiglianza sono fatti e si ritrovano sui nostri percorsi.

I GLOBULI ROSSI sono meno di un piccolo grano di senape. Oggi essi si mettono in circolazione come “sacche” contenenti un sogno da trasfondere, sognato però come un gigantesco albero frondoso. Con la sua ombra vorrebbe portare sollievo ad ogni affaticato viandante che transita sulla “Gerusalemme-Gerico”, il percorso molto noto nel mondo, perché ad alto rischio d’imboscate. Ma vorrebbe essere anche luogo ideale per chi, su questi rami rigogliosi, intendesse nidificare progetti di sostegno, sollievo e consolazione del dolore umano.

I laici che si arruolano in questo esercito di “donatori”, si fanno a pieno titolo portatori di “viscere di misericordia e di compassione. Nella condivisione del dolore umano, essi agiscono nel tessuto socio-ecclesiale, che è di solidarietà e comunione, come e meglio di una vera trasfusione di sangue.

Vale la pena di ricordare, per inciso, che Giovanni di Dio comunicava con la città che conosceva a menadito, attraverso la strada. Forse oggi ci si dimentica che, per le vie cittadine e nelle piazze, passiamo molto tempo della nostra vita. Vuol dire che la strada non è soltanto un luogo di transito, non serve solo per gli spostamenti ma è anche uno spazio prezioso per la comunicazione. Se gli ambulanti sono un elemento fisso della strada, i questuanti, come lo fu Giovanni di Dio, non sono da meno. La loro forza è la costanza. Sono tenaci, a costo di essere fastidiosi. Se i Senegalesi insegnano, il santo di Granada non è da meno.

Comunicare, strada, costanza, tenacia…E’ di GLOBULI ROSSI fatti così hanno bisogno le nostre città. Forse vanno ripristinati i “frati della sporta”, grandi comunicatori con il territorio, per nulla imbarazzati a salire gli scaloni principeschi o infognarsi nelle topaie della miseria. Il mendicante di Dio, sempre immerso nei debiti, costretto a intraprendere anche lunghi ed estenuanti viaggi per poterli pagare, era il primo benefattore dei ricchi: “8Soprattutto vogliatevi molto bene tra voi, perché l’amore cancella una grande quantità di peccati”(1 Pietro 4,8)

Il Movimento “Compagnia dei GLOBULI ROSSI oh” (abbreviato:GR) ha una sua fisiologia che non si differenzia molto da quella del corpo umano. Perciò anche in questo organismo fatto di persone, circola un equivalente del sangue umano che si potrebbe definire “energia solidale”. Per Gesù è molto di più: quando parla di Vite e tralci, sottintende che Lui è la Linfa in persona, ossia la Vita della pianta:

Io sono la vite. Voi siete i tralci. Se uno rimane unito a me e io a lui, egli produce molto frutto; senza di me non potete far nulla.
6“Se uno non rimane unito a me, è gettato via come i tralci che diventano secchi e che la gente raccoglie per bruciarli. 7Se rimanete uniti a me, e le mie parole sono radicate in voi, chiedete quel che volete e vi sarà dato. 8La gloria del Padre mio risplende quando voi portate molto frutto e diventate miei discepoli.
9“Come il Padre ha amato me, così io ho amato voi: rimanete nel mio amore! Io sono la vite, voi siete i tralci” (Gv 15, 5-9).

Il meccanismo di questa circolazione sanguigna è molto complesso perché non è semplicemente una pompa meccanica. Paolo descrive così il circuito vitale che circola nel tessuto ecclesiale:

Visono poi diversità di carismi, ma uno solo è lo Spirito; vi sono diversità di ministeri, ma uno solo è il Signore; vi sono diversità di operazioni, ma uno solo è Dio che opera tutto in tutti un solo corpo, un solo Spirito, un solo Signore di tutti” (1 Cor.12).

Metaforicamente parlando, si può affermare che anche un organismo socio/ecclesiale va soggetto a disfunzioni organiche (soffi ventricolari, aneurismi…) ed a patologie ematiche ( anemia, emofilia-ereditario-peccato-originale, embolia,leucemia…)

Il carisma dell’hospitalitas, vivo e operante nella Chiesa, è il corrispettivo dell’emoglobina che trasporta ossigeno alle cellule, delle piastrine che sono chiamate a riparare eventi emorragici , ecc.

L’anticipatore di questa vocazione all’ hospitalitas è proprio il profeta Isaia al quale Gesù si riferisce quando prende la parola in Sinagoga. Lui, il sommo Terapeutadell’umanità, conferma la missione affidatagli dal Padre ed inaugura la Nuova Era che coinvolge la Chiesa:

Poi Gesù andò a Nàzaret, il villaggio nel quale era cresciuto. Era sabato, il giorno del riposo. Come al solito Gesù entrò nella sinagoga e si alzò per fare la lettura della Bibbia.
17Gli diedero il libro del profeta Isaia ed egli, aprendolo, trovò questa profezia:
18Il Signore ha mandato
il suo Spirito su di me.
Egli mi ha scelto
per portare il lieto messaggio ai poveri.
Mi ha mandato per proclamare
la liberazione ai prigionieri
e il dono della vista ai ciechi,
per liberare gli oppressi,
19per annunziare il tempo
nel quale il Signore sarà favorevole.
20Quando ebbe finito di leggere, Gesù chiuse il libro, lo restituì all’inserviente e si sedette. La gente che era nella sinagoga teneva gli occhi fissi su Gesù. 21Allora egli cominciò a dire: “Oggi per voi che mi ascoltate si realizza questa profezia”. (Luca 4, 16-21)

Giovanni di Dio coglie l’ADESSO della profezia che inizia a realizzarsi da quando la Parola fa breccia nella sua anima e cadono le annose resistenze allo Spirito. Anche Giovanni, incompreso, deriso, incatenato in manicomio, con parole analoghe ma così distanti dal senso comune, incarna la profezia:”Mi ha mandato ad annunziare il tempo nel quale il Signore sarà favorevole al suo popolo e si vendicherà dei suoi nemici”. Granata è solo la stazione di partenza che ha per traguardo i cinque Continenti.

Se davvero è così, cosa mai deve contenere il mandato dell’ hospitalitas verso chi è affamato, assetato, senza guardaroba, malato, senza casa, in carcere, depresso, scoraggiato, dubbioso, bisognoso d’istruzione, di correzione fraterna, di consolazione, di sopportazione e perdono, di preghiera…? Semplice: l’amore di Dio che ha in sé tutti i componenti ematici della charitas. L’apostolo Paolo non solo li elenca ma, per farceli memorizzare meglio, in una sua lettera sembra volerceli cantare:

Se parlo le lingue degli uomini
e anche quelle degli angeli,
ma non ho amore,
sono un metallo che rimbomba,
uno strumento che suona a vuoto.

2Se ho il dono d’essere profeta
e di conoscere tutti i misteri,
se possiedo tutta la scienza
e ho tanta fede da smuovere i monti,
ma non ho amore,
io non sono niente.

3Se do ai poveri tutti i miei averi,
se offro il mio corpo alle fiamme,
ma non ho amore,
non mi serve a nulla.

4Chi ama
è paziente e generoso.
Chi ama
non è invidioso
non si vanta
non si gonfia di orgoglio.

5Chi ama
è rispettoso
non cerca il proprio interesse
non cede alla collera
dimentica i torti.
6Chi ama
non gode dell’ingiustizia,
la verità è la sua gioia.

7Chi ama
è sempre comprensivo,
sempre fiducioso,
sempre paziente,
sempre aperto alla speranza.

8L’amore non tramonta mai:
cesserà il dono delle lingue,
la profezia passerà,
finirà il dono della scienza.

9La scienza è imperfetta,
la profezia è limitata,
10ma quando verrà ciò che è perfetto,
esse svaniranno.

11Quando ero bambino
parlavo da bambino,
come un bambino
pensavo e ragionavo.
Da quando sono un uomo
ho smesso di agire così.

12Ora la nostra visione è confusa,
come in un antico specchio;
ma un giorno saremo a faccia a faccia
dinanzi a Dio.

Ora lo conosco solo in parte,
ma un giorno lo conoscerò pienamente
come lui conosce me.

13Ora dunque ci sono tre cose che non svaniranno:
fede, speranza, amore.
Ma più grande di tutte è l’amore” ( I Cor. 13, 1-13).

 

PERCHE’ COMPAGNIA

 

Nella grande enciclica missionaria Redemptoris Missio il Santo Padre Giovanni Paolo II scrive:

All’interno della Chiesa si presentano vari tipi di servizi, funzioni, ministeri e forme di animazione della vita cristiana. Ricordo, quale novità emersa in non poche chiese nei tempi recenti, il grande sviluppo dei “movimenti ecclesiali”, dotati di forte dinamismo missionario. Quando s’inseriscono con umiltà nella vita delle chiese locali e sono accolti cordialmente da vescovi e sacerdoti nelle strutture diocesane e parrocchiali, i movimenti rappresentano un vero dono di Dio per la nuova evangelizzazione e per l’attività missionaria propriamente detta. Raccomando, quindi, di diffonderli e di avvalersene per ridar vigore, soprattutto fra i giovani, alla vita cristiana e all’evangelizzazione, in una visione pluralistica dei modi di associarsi e di esprimersi“.

Il Card. Ratzingher che Congresso Mondiale dei Movimenti Ecclesiali del 1998 ha sviluppato il tema della “loro collocazione teologica”, nel suo intervento ha sostenuto, fra l’altro che essi non vanno collocati tutti sullo stesso piano e che andrebbero quantomeno differenziati:

Li diversificherei con tre denominazioni: movimenti, correnti, iniziative di mobilitazione…. “

Ha messo in guardia anche dal proporre una definizione troppo rigorosa, “ poiché lo Spirito Santo tiene pronte in ogni momento delle sorprese, e solo retrospettivamente siamo in grado di riconoscere che dietro le grandi diversità esiste un’essenza comune”.

Che cosa sia un movimento vero e proprio egli lo ha dedotto anche da questa constatazione: Poiché i movimenti nascono per lo più da una personalità carismatica guida, si configurano in comunità concrete che in forza della loro origine rivivono il Vangelo nella sua interezza e senza tentennamenti riconoscono nella Chiesa la loro ragione di vita, senza di cui non potrebbero sussistere”, nel caso ddella Compagnia dei Globuli Rossi- DNAoh, i Fatebenefratelli la personalità carismatica per eccellenza è San Giovanni di Dio e garante del movimento è l’Ordine Ospedaliero che da cinque secoli lo segue in nome dell’hospitalitas.

Il Cardinale ha sostenuto inoltre che criterio essenziale per riconoscere un movimento vero e proprio

  1. è il radicamento nella fede della Chiesa. Chi non condivide la fede apostolica non può pretendere di svolgere attività apostolica. Dal momento che la fede è una sola per tutta la Chiesa, ed è anzi essa a produrne l’unità, alla fede apostolica è necessariamente vincolato il desiderio di unità, la volontà di stare nella comunità viva di tutta la Chiesa, per dirla il più concretamente possibile: di stare con i successori degli apostoli e con il Successore di Pietro, cui incombe la responsabilità dell’integrazione tra Chiesa locale e Chiesa universale, quali unico popolo di Dio.

  2. Se la collocazione, il luogo dei movimenti nella Chiesa è l’ “apostolicità”, ecco che per essi in tutte le epoche non può che essere basilare il volere la vita apostolica.Rinuncia a proprietà, a discendenza, a imporre la propria idea di Chiesa, cioè obbedienza nella sequela di Cristo, sono state considerate in ogni epoca gli elementi essenziali della vita apostolica, che naturalmente non possono valere in identico modo per tutti coloro che hanno parte in un movimento, ma che per tutti sono, in modalità diverse, punti d’orientamento della vita personale.

  3. La vita apostolica, inoltre, non è fine a sé stessa, ma dona la libertà di servire. Vita apostolica chiama azione apostolica: al primo posto – ancora una volta in modalità diverse – sta l’annuncio del Vangelo: l’elemento missionario. Nella sequela di Cristo l’evangelizzazione è sempre, in primissimo luogo, evangelizare pauperibus, annunciare il Vangelo ai poveri. Ma ciò non si attua mai soltanto con parole; l’amore, che dell’annuncio costituisce il cuore, il centro di verità e il centro operativo, deve essere vissuto e farsi così annuncio esso medesimo. Ecco quindi che all’evangelizzazione è sempre legato, in qualsivoglia forma, il servizio sociale.

  4. Tutto questo – per lo più grazie al travolgente entusiasmo che promana dal carisma originario – presuppone un profondo incontro personale con Cristo. Il divenire comunità, il costruire la comunità non esclude, anzi esige la dimensione della persona. Solo quando la persona è colpita e segnata da Cristo nel più profondo del suo intimo, si può toccare anche l’intimo altrui, solo allora può aversi riconciliazione nello Spirito Santo, solo allora può crescere una vera comunione.

  5. Nell’ambito di questa basilare struttura cristologico-pneumatologica ed esistenziale possono darsi accentuazioni e sottolineature diversissime, nelle quali avviene incessantemente la novità del cristianesimo, nelle quali incessantemente lo Spirito rinnova la giovinezza della Chiesa (cfr. Sal 103, 5).

Sarebbero fuorvianti le motivazioni che si scostassero da quelle sopra indicate. Una generica chiamata dei laici alla “collaborazione” in nome del carisma juandediano, potrebbe rientrare più propriamente nella categoria che va sotto il nome di “iniziative di mobilitazione” di cui ha parlato sopra. L’esperto Don Giussani al Consiglio Pontificio per i laici così si è espresso: ”Mi sono accorto dopo molti anni, proprio nel paragone sempre ricercato e amato con l’autorità della Chiesa, che il mio desiderio, la passione del cuore che sentivo per questa novità di vita erano grazia particolare dello Spirito, che si chiama carisma. Carisma mi è apparso con chiarezza la modalità concreta con cui lo Spirito fa nascere nel cuore dell’uomo una comprensione e un’affezione adeguata per Cristo in un determinato contesto storico. E chi lo riceve “deve” partecipare al mandato di Cristo: “Andate in tutto il mondo!”.

Ed ancora: “La dinamica di riconoscimento e di verifica della Presenza di Cristo fa diventare chiunque creativo e protagonista e gli fa scoprire come l’attività del cristiano sia per natura missionaria, cioè compartecipe al metodo stesso di Cristo che ha creato la Chiesa per farsi conoscere in tutto il mondo. Lo scopo dell’esistenza cristiana è dunque vivere per la gloria umana di Cristo nella storia”..

La Compagnia dei GLOBULI ROSSI o.h. si identifica nella linea indicata dalla Chiesa e si prefigge di muoversi in un’ottica di fede. Ma il significato di un Movimento concepito come “Compagnia”, deriva anche da considerazioni che è utile evidenziare e che partono da un presupposto che mette la persona in primo piano:

  1. Io sono un mendicante.
  2. Io sono un poveraccio che domanda.
  3. Io so di poter domandare solo ad un altro.
  4. Io so che posso chiedere solo allo Spirito.
  5. Non sono migliore né diverso dagli altri.
  6. Sono chiamato a vivere la fede nelle stesse circostanze di tutti i miei contemporanei,
  7. Anche per me la lotta è contro il nulla.

Se non si riaccende in me l’Avvenimento, (in san Giovanni di Dio si è riacceso nella nota circostanza della festa di san Sebatiano), in me come negli altri, vincerà il nichilismo e l’appartenenza a Cristo perderà d’interesse.

  1. Gli affascinati da Cristo fra la gente che incontro quotidianamente sulla metro, sul lavoro, non so quanti sono. Spero tanti. Dietro ognuno, c’è una storia, la storia di un incontro. E c’è la storia di una verifica di quell’incontro.

  2. Se io non sono ripetutamente affascinato da Cristo, in me vince necessariamente il nulla. Il nulla mi soprafà, mi sovrasta: tutto ciò che faccio è per nulla.

  3. Nel mio cuore si gioca ogni giorno la lotta tra il mio io e il fascino di Cristo. Se il fascino non vince, se la vittoria non è Sua, sono un uomo finito, giovane o vecchio che sia.

  4. Ogni mattina, appena apro gli occhi mi si ripropone lo stesso dramma.

  5. Il dramma del mio rapporto con Cristo non chiedo mi venga risparmiato; chiedo invece di poterlo ridestare in continuazione, desidero che sia il mio ADESSO che si sussegue.

  6. Benedico tutto ciò che provoca il mio desiderio di felicità, di pienezza, che mi indirizza a una speranza che non delude.

  7. Il Movimento non il luogo dei passatempi, la gita annuale, una scuola dove si fa un’ora di lezione ogni tanto. Ha senso se è un accompagnarmi al destino, se mi serve per vivere, per camminare, per non soccombere al nulla.

  8. Il Movimento ha senso se è un aiuto reciproco, affinché ognuno assuma la sua responsabilità davanti a Cristo, davanti a quello che gli è successo nella vita.

  9. Se il Movimento si definisce “Compagnia” è perché i suoi componenti si facciano davvero compagnia, prendendo prima di tutto molto seriamente le domande di ciascuno, abbracciandole insieme.

  10. Compagnia come

    • inizio di un cammino nuovo,
    • legame di coloro che vivono una certa esperienza del mondo (l’uomo malato, sbandato…)
    • che incontrano il richiamo dell’essere (Cristo) in ogni istante del loro cammino,
    • tempo in cui si lavora, insieme, fianco a fianco, per un destino che tutti riunisce (Congregavit nos in unum),
    • come comunicazione di una tradizione, dentro una esperienza presente, per valutare criticamente ogni aspetto della realtà.
  11. Compagnia, stare insieme, vuol dire non essere costretti a girare la testa da un’altra parte perché ci fanno paura delle domande troppo grandi, per timore delle difficoltà o del peso che può gravarci.

  12. Compagnia è essere insieme per aiutarci a guardare. E’ un mezzo perché nessuno si rattrappisca nella sua solitudine. Nella Compagnia uno sente di poter essere se stesso, poter “dire” a se stesso, sentendosi abbracciato da tutti.

  13. La Compagnia non è bacino di raccolta, ma luogo conoscitivo, ambito di verifica, continuità di richiamo, permanente criterio di giudizio, salvaguardia stabile tra il naturale e il senso ultimo.

  14. La Compagnia è il luogo delle risposte alle domande, in modo tale che sia per ognuno più chiaro il cammino. E’ il darsi una mano perché ognuno torni a casa sua, al suo lavoro, più affascinato da Cristo. L’aiuto ci viene in primo luogo da Maria. La Madonna è posta a guida del movimento, appartiene alla Compagnia, è la numero uno.

  15. Poi abbiamo la compagnia dei nostri santi: Giovanni di Dio, Giovanni Grande, Riccardo Pampuri, Benedetto Menni, 1 settantuno martiri di Spagna…i Fatebenefratelli che sono nella Comunione dei Santi.

  16. La Compagnia è lo star bene insieme dei frati e dei laici con le loro famiglie.

  17. La Compagnia è un’esperienza di vita, aperta anche ai malati e assistiti: ognuno deve sapere che nella Compagnia c’è un posto anche per lui. Tutti possono essere GLOBULI ROSSI, plasma, piastrine… azionisti della carità, oranti.

  18. La Compagnia è avere la porta sempre aperta. Sapere che essa è in grado di aggiungere un posto a tavola per ogni visita inaspettata. Il Movimento come apertura alle improvvisate, alle sorprese: il nostro Dio che sorprende sempre, ama sorprenderci, fare le improvvisate. Nel Cenacolo è perfino entrato a porte chiuse. In Giovanni 20, 19 e 26:”Se ne stavano con le porte chiuse per paura…Gesù venne in mezzo a loro e li salutò dicendo: “La pace sia con voi”…”. La seconda improvvisata è a otto giorni dalla prima. Giovanni ogni volta sottolinea che le porte erano chiuse.

  19. Ogni mia chiusura è sinonimo di miopia.

Perché ADESSO

 

ADESSO, strumento di collegamento, periodica “littera comunionis”traconsacrati e laici, si prefigge di essere strumento d’informazione, riflessione e collegamento dei GLOBULI ROSSI. Il Movimento laicale nel segno della complementarità e della continuità nella comunione, del genio comunicatore dell’ ”Hospitalitas” e ispiratore dei Fatebenefratelli che lo hanno diffuso nel mondo, ha bisogno di un punto fisso che lo ispiri e lo coordini.

ADESSO si propone di leggere il momento con gli occhi rivolti al futuro, al terzo millennio dell’era cristiana, da poco iniziato. I suoi lettori devono mettersi nella stessa ottica. Ma per poterlo fare è utile guardarsi in dietro e cercar di capire le ragioni del personaggio Giovanni di Dio e dei suoi compagni d’aureola San Giovanni Grande, San Riccardo Pampuri, San Benedetto Menni, i 71 Beati Martiri di Spagna, di coloro che sono in lista d’attesa per la gloria degli altari e anche di coloro che sono già nella Comunione dei Santi. Lettere, biografie, documenti, testimonianze…certamente hanno scolpito un’immagine di essi che rende bene l’originale. Ma per scoprire l’uomo che vive in Dio, che fa dipendere da Dio il significato della sua gioia, la consistenza della sua vita, è necessario mettersi in sintonia con le antenne della fede e del cuore.

Conversando con i preti di Aosta, Benedetto XVI ha confidato: “Vedo in tanti contatti che, grazie a Dio, cresce il dialogo con parte dei laici. Io penso alla parabola di Gesù sul piccolo grano di senape che poi diventa un albero così grande che anche gli uccelli del cielo vi trovano posto. Questi uccelli possono essere le persone che non si convertono ancora, ma almeno si posano sull’albero della Chiesa”.

ADESSO-DNAoh, e GLOBULI ROSSI, sono pensati per alimentarsi vicendevolmente: il primo propone, illustra, stimola il progetto di vita; i secondi testimoniano sul campo e trasmettono le diverse esperienze da rimettere in circolazione per essere condivise. Il binomio è vincente nella misura in cui non si appoggia sugli orgogli personali ma accetta di mettersi in viaggio per la terrà che verrà indicata dall’alto strada facendo. Una partenza di fede, quindi, un’annunciazione che sollecita un consenso. Maria, la donna del , ha accettato l’Incanazione, un mistero fatto di troppa luce per poterlo comprendere. Abbagliata, Lei ha accettato di fidarsi di colui, lo Spirito, che, “come una nube” (Luca 1,35), l’avrebbe avvolta.

Sotto le denominazioni un po’ colorite, si sott’intende un atto di fede di chi è disposto a pronunciare il suo “sì” di adesione. Con timore e tremore, si può provare a crederci.

 

PERCHE’ DNAoh ?

Il genoma è l’intero patrimonio genetico di un organismo contenuto nel DNA. Ad eccezione dei globuli rossi maturi del sangue (che non hanno nucleo) ciascuna cellula dell’organismo possiede un’intera copia del genoma. Il DNAè la sigla dell’acido desossiribonucleico, composto chimico macromolecolare facente parte degli acidi nucleici ed è il portatore dell’informazione genetica, presente nel nucleo di tutte le cellule, ad eccezione dei globuli rossi maturi del sangue che non hanno nucleo.

C’è di più. Il DNA ha la capacità di fungere da stampo per replicare se stesso: ognuno dei filamenti della doppia elica infatti è complementare all’altro, come una foto e il proprio negativo. Quando una cellula si duplica, i due filamenti della doppia elica si separano e ognuno fa da stampo per la sintesi di un filamento complementare. Alla fine del processo, avremo così due molecole di DNA, identiche fra loro.

L’argomento è interessante, ma questa disquisizione erudita cos’ ha a che fare con noi? Nulla. Se non fosse perché quella molecola a forma di spirale che chiamiamo DNA non simboleggiasse l’elica della vita e per quell’ o.h. aggiuntivo, senz’altro misterioso per l’uomo di scienza ma scontato per chi ha confidenza con le sigle degli ordini religiosi:o.h. sta per OrdoHospitalarius Sancti Joannis de Deo (O.H.S.J.D.) che, tradotto, suona giuridicamente così: Ordine Ospedaliero di San Giovanni di Dio.

  • Se gli italiani hanno preferito tagliare corto e la gente ha deciso di chiamare i frati con l’appellativo di Fatebenefratelli, espressione che il Santo di Granada gridava per le vie durante la questua: “Fate del bene a voi stessi, fratelli, per amore di Dio”,
  • o.h. vuole sottintendere che i laici ad essi aggregati, se intesi come GLOBULI ROSSI che non hanno nucleo, sanno di dover attingere al genoma di san Giovanni di Dio, che è poi lo stesso che possiedono i fratelli consacrati.

Tutto ciò per dire che coloro che scelgono di appartenere al Movimento dei GLOBULI ROSSI devono germinare nel terreno di coltura del carisma juandediano, espressione della Chiesa sanante, i cui ultimi campioni sono san Benedetto Menni, San Riccardo Pampuri, i settantuno Santi Martiri della Spagna.

Perché IL MELOGRANO

IL melograno, utilizzato come icona metaforica dell’ MGR, rimanda alla tradizione orale: Giovanni, venditore ambulate di libri, alla ricerca di senso da dare alla sua vita di quarantacinquenne, avrebbe avuto come una visione: un bambino con in mano un melograno sormontato da una croce, gli avrebbe detto: “Granada sarà la tua croce”.

 

Granada–Croce-Sangue-sparso “pro multis”, ospedale-tempio-letto-altare-mondo, sono l’humus dove deve radicarsi la pianta sognata. Epperò, dietro l’esemplificazione, c’è dell’altro: capillari, vene, arterie, riconducono all’organo emopoietico: Corpo e Sangue di Cristo offerto in sacrificio…”in remissionem peccatorum”, ossia per l’estirpazione radicale del male ontologico. E c’è il mandato: “Fate questo in memoria di me”, ossia “fate anche delle vostre vite un sacrificio perenne a Lui gradito; offritele per la vita del mondo, affinché creda in Colui che vi ha mandato…”.

 

 

 

 

 

ALERT

 

Chi sono gli ALERT? Come in ogni aggregazione di rispetto, anche qui c’è posto per le “sentinelle del mattino”, come il Papa ha chiesto di essere ai giovani durante il giubileo a Tor Vergata, nell’agosto 2000. Questi vigilantes, scrutatori degli orizzonti, avvistatori, segnalatori, è piaciuto denominarli ALERT. Non sono poliziotti, vigili di quartiere ma semplicemente “sentinelle di Dio”, che seguono le vicende del territorio e del mondo intero.

  • Gli ALERT sono coloro che ci conducono a “immischiarci” in tutto ciò che causa sofferenza ed ingiustizia, anche se queste non ci toccano direttamente.

  • Gli ALERT sono coloro che captano i debolissimi S.O.S. delle silenziose sofferenze sepolte sotto le macerie dopo i disastrosi terremoti del vivere che producono un tenebroso soffrire. Avvistate le imbarcazioni allo sbando (un tenebroso soffrire per cliniche sentenze di morte, lutti, separazioni,povertà. immigrazioni, sfruttamenti…, richiamano all’erta, sollecitano i rinforzi, indicano il punto d’intervento.

 

Cose da adulti e forgiati alla fatica, alle intemperie? Non solo.

 

Giovani vuol dire

 

  • Essere Una luce nella notte”,

  • missione, eroismo, audacia, ardimento…

  • Ma anche intervalli di preghiera e di ritiro.

  • Significa scoprire la gioia di testimoniare Cristo e di servire.

 

Giovanni di Dio ha ispirato nei secoli tanti giovani. In ogni epoca ha suscitato nuovi evangelizzatori non solo per il nostro Paese, ma per i Cinque Continente. Tonaca e camice, jeans e maglietta, con i calzari ai piedi o scalzi, il messaggio è sempre lo stesso:

 

  • ADESSO,

  • Vangelo in mano,

  • occhi pieni di luce,

  • labbra ricolme di verità,

  • cuore straripante di amore,

  • audacia irremovibile.

 

Se gli ALERT sono le “sentinelle di Dio “ che seguono le vicende del territorio e del mondo intero, e poi ci conducono a “immischiarci” in tutto ciò che causa sofferenza ed ingiustizia, anche se queste non ci toccano direttamente…

 

Il bello di coloro che si alzano placidamente dal letto è che, al risveglio, sanno di non essere lasciati soli con il loro niente. Il Signore ogni mattina mi affianca per ricominciare la lotta contro il dualismo, il nichilismo…Egli non mi lascia solo.


PER IL PICCOLO GLOBULO ROSSO

1Figlio mio, se vuoi servire il Signore, preparati alla prova.
2Mettiti sulla strada giusta e mostrati deciso, non spaventarti nei momenti difficili.
3Come un’innamorata, aggrappati al Signore, non lasciarlo; finirai i tuoi giorni nella prosperità.
4Tutto quello che ti capiterà, accettalo, fatti forte nei momenti difficili.
5Perché, come il fuoco purifica l’oro, così l’umiliazione mette alla prova chi è
caro a Dio.
6Fidati di Dio; egli verrà in tuo aiuto; progetta bene la tua vita e va’ avanti con
fiducia.
7Voi che amate il Signore, contate sul suo amore; non allontanatevi da lui e non cadrete nel male. 8Voi che amate il Signore, fidatevi di lui: non perderete la vostra ricompensa.
9Voi che amate il Signore, contate sui suoi doni; essi sono: una gioia duratura e il suo amore.
10Pensate alle generazioni passate e riflettete: c’è qualcuno che si è fidato di Dio, e Dio l’ha deluso?
che ha invocato Dio, e Dio ha fatto finta di niente?
11Questo non è mai avvenuto, perché il Signore ama intensamente gli uomini
egli perdona i peccati e interviene quando uno è nell’angoscia”
(Siracide 2, 1-11).

 

 

 

 

 

 

 

Vocazione, Natura e Finalità della CGR

 

(Bozza 29 Settembre 2005, festa di San Raffaele Arcangelo)

 

PREMESSA

 

I Fatebenefratelli sono una delle storiche grandi famiglie spirituali maschili, suscitate dallo Spirito Santo nella Chiesa. I suoi membri sono per la maggioranza laici consacrati ma sono contemplati anche i sacerdoti per il sacro ministero. L’Ordine Ospedaliero dei Fratelli di San Giovanni di Dio è aperto per tradizione alla collaborazione dei laici professionisti operanti nei Centri di assistenza ma, sempre più per vocazione, anche ai Christifideles laici che si riconoscono chiamati alla sequela di Cristo, sulle orme di San Giovanni di Dio, secondo le attitudini ed i carismi di ognuno e nei luoghi in cui vivono e lavorano.

 

Il mandato viene dalla Chiesa che fa suo l’insegnamento del Maestro Gesù che:

 

  • PERCORREVA tutta la regione della Galilea:

  • INSEGNAVA nelle sinagoghe,

  • ANNUNZIAVA il regno di Dio e

  • GUARIVA tutte le malattie e le infermità della gente.

Si parlava di lui anche in tutto il territorio della Siria. Gli portavano allora malati di ogni genere, anche indemoniati, epilettici e paralitici; ed egli li guariva. 25Grandi folle lo seguivano: venivano dalla Galilea, dalla regione delle Dieci Città, da Gerusalemme, dalla Giudea e dai territori al di là del fiume Giordano” (Mt 4,23-25).

Il tema della nascita, formazione e del coordinamento dei laici, definiti nei documenti capitolari dell’Ordine Ospedaliero dei Fatebenefratelli come “collaboratori laici”, è stato trattato con particolare rilievo ed interesse fino dagli anni ‘90. L’attuale Statuto dell’Ordine al punto 24 così recita:

La Chiesa ci esorta a promuovere e favorire le opere apostoliche dei laici, secondo lo spirito del proprio istituto.

Per questo, tenendo presente la varietà delle cir­costanze e secondo le diverse possibilità, ci sforzia­mo di creare e favorire le associazioni, i gruppi di volontari e i movimenti dei laici, che testimoniano Cristo specialmente con le opere di misericordia e di carità.

Siamo attenti a questo, soprattutto, nei confronti dei nostri collaboratori più vicini, onde aiutarli a integrare i loro valori professionali con le qualità umane ed evangeliche che sono richieste nell’assistenza degli ammalati”.

 Dalla premessa che oggi si può essere Fatebenefratelli

  • da religiosi consacrati

  • da laici chiamati alla missione per il battesimo e la cresima,

  • sia nei Centri gestiti dai Fatebenefratelli

  • che nelle pubbliche istituzioni

  • e nei luoghi più impensati della terra,

 

prende forma l’attuale bozza di progettazione delle iniziative atte a raggiungere l’obiettivo di creare un movimento denominato GLOBULI ROSSI O. H. dove

 

  • GLOBULI ROSSI sta per Laici,

  • O = Ordinis/dell’Ordine,

  • H = Hospitalarii/Ospedaliero,

  • ossia Laici Fatebenefratelli.

 

Scopo di questo tracciato è di mettere a disposizione una base di riflessione per la promozione della vocazione e del ruolo dei laici, caldamente auspicato sia dal Magistero della Chiesa che dal Capitolo Generale dell’Ordine.

 

Nel contempo, la proposta si presenta come incitamento per l’Ordine dei Fatebenefratelli a muoversi nelle seguenti direzioni:

 

  1. curare la formazione specifica dei religiosi sulla vocazione e ruolo dei laici;

  2. curare la formazione dei laici:

a) il loro compito nella evangelizzazione e nella “consecratio mundi” (Lumen

Gentium 43);

b) la loro collaborazione nelle opere dell’Ordine o dello Stato e nella pastorale

nella chiesa locale;

3) promuovere la vita consacrata laicale e secolare secondo il carisma di San

Giovanni di Dio;

  1. costituire una struttura permanente di sostegno e di animazione del movimento laicale Giovandiano;

  2. sensibilizzare verso il mondo laico non cristiano, non credente, di altre religioni;

  3. incoraggiare l’unificazione delle componenti della Famiglia Religiosa Ospedaliera Missionaria ad extra (FAROM) – religiosi, suore e laici – sia con i Centri FBF che con le Chiese locali.

 

Per attuare tale indicazione, il Priore Generale può affidare il compito di coordinamento e di progettazione pratica delle suddette iniziative (incontri, sussidi, visite alle comunità, ecc.) ad un Consigliere o ad un altro religioso designato. Dovranno essere coinvolte le varie competenze riguardanti i laici: pastorale giovanile, assistenziale, parrocchiale, amministrazione, consacrazione secolare, Amici ed Ex collaboratori, Volontari, ecc.”.

 

E’ evidente che dev’essere posta da parte dell’Ordine particolare attenzione e concretezza in questi primi passi del movimento nascente, giacché si tratta di un’esperienza sostanzialmente nuova e molto complesso. Non si tratta di fare “qualcosa” con un gruppo o l’altro, ma di avviare un rapporto nuovo, maturo, formativo, ecclesiale con tutti i laici che sono o chiedono di essere “Fatebenefratelli”.

Dalle Costituzioni dell’Ordine

Atto di fondazione

 1. Noi Fatebenefratelli rendiamo grazie al Signore per il dono che ha fatto alla sua Chiesa in San Giovanni di Dio.

Egli, sotto l’impulso dello Spirito Santo e trasformato interiormente dall’amore misericordioso del Padre, visse in perfetta unità l’amore a Dio e al prossimo.

Si dedicò completamente alla salvezza dei suoi fratelli e imitò fedelmente il Salvatore nei suoi atteggiamenti e gesti di misericordia.

Assillato da debiti, preoccupazioni e sollecitudini, confidò totalmente in Gesù Cristo e si donò interamente al servizio dei poveri e dei malati nella città di Granada, in Spagna, da dove ritornò al Padre nell’anno 1550.

Il nostro Ordine Ospedaliero nasce perciò dal vangelo della misericordia, quale lo visse in pienezza San Giovanni di Dio, che proprio per questa sua caratteristica riteniamo giustamente come nostro Fondatore.

Egli effettivamente comprese che il segno più evidente del passaggio dalla morte alla vita è l’amore ai fratelli esercitato non solo a parole, ma coi fatti e nella verità

La famiglia religiosa alla quale apparteniamo fu approvata, su richiesta dei Confratelli, dal Papa San Pio V il 1° gennaio 1572 ed è conosciuta nella Chiesa con la denominazione di ORDINE OSPEDALIERO DI SAN GIOVANNI DI DIO. Questa denominazione esprime la nostra identità, poiché il motivo della nostra esistenza nella Chiesa è vivere e manifestare il carisma dell’ospitalità secondo lo stile di San Giovanni di Dio.

Consacrati al Padre dallo Spirito, seguiamo più da vicino Cristo casto, povero, obbediente e misericordioso. In questo modo cooperiamo alla edificazione della Chiesa, servendo Dio nell’uomo sofferente.

Dagli Statuti Generali Dell’ordine

1) Il nostro istituto è stato approvato dalla Chiesa come un Ordine Religioso di Fratelli per il servizio degli infermi e dei bisognosi. Ebbe origine a Granada, in Spagna, nella seconda metà del XVI secolo, come continuazione dell’attività caritativa di S. Giovanni di Dio, che nacque a Montemor-o-Novo (Portogallo) e morì a Granada 1’8 marzo 1550.

A San Giovanni di Dio si erano uniti alcuni di­scepoli che, attratti dai suoi esempi, lo aiutavano nel­le opere di misericordia, specialmente nel servizio dell’ospedale da lui fondato a Granada. Tra questi si distinse Antonio Martín, che fu dallo stesso San­to, in punto di morte, incaricato di proseguirne l’opera e di governarla. Negli anni successivi, altri compagni si unirono al gruppo e furono fondati vari ospedali, particolarmente in Andalusia.

L’Istituto raggiunse il riconoscimento pontificio in modo graduale: nel 1572 fu approvato da S. Pio V e sottoposto alla regola di S Agostino; nel 1586 ven­ne riconosciuto da Sisto V come vero e proprio Or­dine religioso.

Nel 1592, Clemente VIII ridusse l’Istituto allo sta­to iniziale di semplice congregazione, mettendo nuo­vamente i confratelli sotto la giurisdizione dei vescovi e permettendo loro di emettere solo il voto di ospitalità. Alcuni anni dopo questo atto di retrocessione, Paolo V, nel 1611 in Spagna e nel 1617 in Italia, riportò nuovamente l’Istituto al grado di Ordine. Questa duplice e autonoma reintegrazione fece in modo che si costituissero due congregazioni distinte che, pur coscienti di formare una sola famiglia, si svilupparono parallelamente per due secoli e mezzo.

A causa soprattutto degli sconvolgimenti politici e delle leggi antireligiose del XIX secolo, la congregazione spagnola subì un duro colpo e praticamente scomparve con la morte del suo ultimo superiore ge­nerale, P. Giuseppe Bueno, nell’anno 1850. La restaurazione dell’Ordine in Spagna, realizzata specialmente dal Beato Benedetto Menni, portò alla riunificazione dell’Istituto. Da quel momento l’Ordine, cosciente dell’eredità ricevuta nella Chiesa e con lo sguardo fisso al Cristo misericordioso del Vangelo, continua nel mondo la sua opera apostolica con i sof­ferenti.

Il riconoscimento da parte della Chiesa della santità dei nostri Confratelli San Riccardo Pampuri e San Giovanni Grande, dei Beati Benedetto Menni e Braulio María Corres, Federico Rubio e 69 compagni martiri, è uno stimolo per tutti i Confratelli dell’Ordine; conferma inoltre che la sequela di Cristo mediante la consacrazione a Dio nel servizio degli ammalati e dei bisognosi secondo l’esempio di San Giovanni di Dio, è una strada certa per conseguire la perfetta carità alla quale siamo stati chiamati con il battesimo, ed è un modo efficace per testimoniare la bontà e la misericordia di Dio nel mondo”.

 LAICI FATEBENEFRATELLI MOVIMENTO O ASSOCIAZIONE?

 

In seno all’Ordine Ospedaliero, oggi, noi laici Fatebenefratelli, troviamo una specifica collocazione che si configura come una unione organica di tutte le espressioni laicali sparse nel mondo (in Italia) e aperta a tutte le persone di buona volontà che si impegnano a vivere il Vangelo secondo il carisma di San Giovanni di Dio. Se la priorità d’interesse viene data a coloro che a vario titolo già partecipano dello spirito e delle attività dei Fatebenefratelli, l’interesse della missione ci spinge fortemente, come prevede lo Statuto dell’Ordine, anche nella direzione dei chiamati ad operare in ambienti dove i religiosi non sono presenti e che sono perciò più esposti e meno sostenuti nell’impegno di testimonianza.

UNO SGUARDO ALLA REALTÀ

Come tutti i Sacerdot ed i Religiosi, anche noi, Laici Fatebenefratelli, guidati dal Magistero della Chiesa, vogliamo con essa “scrutare a fondo i segni dei tempi ed interpretarli alla luce del Vangelo [Cf.Vita Consecrata, 110]. Bisogna infatti conoscere e comprendere il mondo in cui viviamo nonché le sue attese, le sue aspirazioni e la sua indole spesso drammatiche (Gaudium et spes, 4). Intendiamo farlo a partire dall’identità battesimale, dal mandato conferitoci con la cresima e con occhi di fede, sull’esempio di Maria, la madre di Dio, donna di fede, sorella obbediente. Perciò intendono segnalare alcune delle caratteristiche fondamentali che sembrano riscontrabili sia nell’odierno Continente Europeo che in altri contesti socio-culturali ed ecclesiali, tenendo presenti anche le normali differenze aggiuntive di altre culture.

Tuttavia, per una lettura più consona della storia noi,GLOBULI ROSSI O.H., ci affidiamo agl’occhi di un esperto ed attento osservatore. Nel pronunciare il suo nome che è Benedetto XVI, ringraziamo Dio per averlo donato alla sua Chiesa e a lui professiamo obbedienza filiale.

Nell’aprile del 2000, l’allora Card. J Ratzinger ripubblicava “IL NUOVO CRISTIANESIMO”, opera che risale agli anni del Concilio. Nel saggio introduttivo, rivelatore del suo carisma, apre ai ricordi di chi ha vissuto quegl’anni e illumina i più giovani che non li hanno vissuti. Il testo, parte integrante di questo documento che i GLOBULI ROSSI intendono condividere, si trova nell’ allegato n.1.

1. UNA SITUAZIONE DI ESILIO E DI SPERANZA

Viviamo in un’epoca che alcuni hanno paragonato all’esilio d’Israele. In quel periodo della sua storia, il Paese si vide spogliato di tutte le sue sicurezze:

  • del tempio, luogo della presenza di Dio;

  • di Gerusalemme, capitale del Regno e centro di unità del popolo;

  • della monarchia, punto di riferimento della sua identità come nazione.

Allo stesso modo nella Chiesa e nella vita consacrata, specialmente in Occidente, avvertiamo di avere perso molte delle sicurezze che avevamo nel recente passato. Si sono fatti strada la ricerca, l’incertezza, la pluralità, il disorientamento. Come il popolo di Israele, anche la vita consacrata si è trovata improvvisamente senza le certezze del passato.

L’esilio non è solo un fatto esteriore, è un’esperienza spirituale. Quella che San Giovanni della Croce definiva “notte oscura“, ora sembra essere presente in molti cammini spirituali. Se l’ incamminarsi per strade del tutto ignote sembra inevitabile, il ritrovarsi in terre sconosciute mette paura e scoraggiamento anche in tanti generosi testimoni disorientati.

Può verificarsi che coloro che si trovano in uno stato di “esilio” siano persone non rassegnate. Alcune, sebbene abbiano dovuto attraversare delle frontiere, potrebbero conservare in cuore vincoli spirituali e nostalgie per ciò che hanno dovuto lasciare dall’altro lato. Poiché soffrono per quanto hanno perso, trattandosi di una parte significativa della loro identità, meritano tutto il rispetto, la comprensione e l’amore dei laici chiamati dalla Chiesa a partecipare e solidarizzare durante le fatiche dei mutamenti epocali.

Come ogni Istituto di vita consacrata, anche l’ Ordine dei Fatebenefratelli sta ridisegnando i propri confini a partire da una situazione di esilio. Ciò richiede una spiritualità profonda sia da parte dei consacrati che dei laici aggregati, giacché sarebbe temerario affrontare nuovi lidi e frontiere con superficiale presunzione ed ingiustificata arroganza.

Le esperienze nuove, fatte con discernimento orante, lungi dal far perdere la propria identità, condurranno certamente a ritrovarla e conservarla in maniera rinnovata per i religiosi, a scoprirla come novità che cambia la vita per i laici.

Per tutti l’esilio è occasione

  • per riprendere il cammino con speranza,

  • per affrontare la sfida costante del ritorno all’essenziale,

  • per crescere e maturare nella fede e nella conoscenza di Dio.

Allo stesso tempo, possibilità di scoprire

  • i condizionamenti storici,

  • il disegno salvifico del Signore che passa anche attraverso di essi.

2. UN MONDO IN CAMBIAMENTO E IN TRASFORMAZIONE PERMANENTI

I cambiamenti nel mondosono veloci, come ci ricorda la Gaudium et Spes nella introduzione. Oggi assistiamo a dei cambiamenti per i quali prima ci sarebbero voluti dei secoli. Essi infatti

  • sono universali: coinvolgono tutto e tutti;

  • sono profondi:coinvolgono tutto l’essere umano e la sua realtà personale, familiare e sociale.

Più che di cambiamenti sarebbe corretto parlare di un cambio epocale caratterizzato dalla modernità e post-modernità, dal soggettivismo e dalla crisi delle ideologie.

Appaiono anche altre tendenzepositive, come:

  • la coscienza del valore della persona e dei suoi diritti fondamentali,
  • la ricerca di una nuova armonia tra l’essere umano e la natura,
  • la protezione e la difesa della medesima,
  • la sensibilità di fronte al problema della vita, della giustizia e della pace,
  • la coscienza del valore delle proprie culture,
  • la ricerca di un nuovo ordine economico internazionale,
  • il senso crescente di responsabilità dell’essere umano davanti al futuro,
  • una nuova situazione della donna nella società,
  • una maggiore sensibilità alle esperienze religiose e mistiche come mezzo per un processo di liberazione e di crescita personale,
  • e allo stesso tempo un desiderio autentico di spiritualità.
  • In particolare – è utile segnalarlo – ci sono alcuni fenomeni come ilsecolarismo, la liberazione, la globalizzazione e la nuova etica.

La secolarizzazione porta con sé una trasformazione della relazione dell’essere umano con la natura, con gli altri e con Dio. È il fenomeno della desacralizzazione che afferma la legittima autonomia della persona, della cultura e della tecnica. Questo può dare origine ad alcuni squilibri tra l’autonomia dell’essere umano e la perdita di senso della trascendenza (ciò che conduce al secolarismo), tra i valori religiosi e i nuovi miti e idoli. D’altra parte, e come reazione opposta, si constata con frequenza in diverse parti del mondo il fondamentalismo religioso, che porta con sé la negazione della libertà e della autonomia della persona, della cultura, e della tecnica, così come la persecuzione delle minoranze religiose.

Un altro fenomeno che non si può ignorare è la liberazione. Persone, gruppi e culture non vogliono essere oggetti nelle mani di coloro che detengono il potere, ma desiderano essere protagonisti in una situazione di uguaglianza, responsabilità, partecipazione e comunione. La presa di coscienza della dignità della persona umana spinge a ricercare le vie di realizzazione della stessa attraverso l’esercizio dei suoi diritti fondamentali efficacemente riconosciuti, tutelati e promossi. In questo campo bisogna inserire pure il movimento femminista, che cerca di dare alla donna lo spazio che le compete nella società e nella Chiesa. Tutto questo si vive quando sorgono nuove forme di oppressione, emarginazione e sfruttamento dei più deboli, i quali spesso si vedono forzati ad abbandonare le loro terre, aumentando il numero dei rifugiati.

Un altro elemento che caratterizza il momento attuale è il fenomeno della globalizzazione, tecnologica, economica, politica e culturale. Il mondo vive oggi un processo di unificazione a causa di una crescente interdipendenza in tutti i settori. Tra gli aspetti positivi della globalizzazione possiamo notare:

  • la possibilità di un grande interscambio mondiale,

  • l’accesso alla informazione e la diminuzione delle distanze che può migliorare la qualità della vita umana.

Tra gli aspetti negativi vanno segnalate:

  • la ricerca smisurata del guadagno economico che riduce la persona a “consumatore”,

  • che forza i poveri ad emigrare in cerca di una vita decente,

  • la spaccatura crescente tra ricchi e poveri,

  • la frammentazione delle culture e dei modi di vivere che la mondializzazione tende ad uniformare.

A questo riguardo, la Chiesa, specialmente nei suoi documenti sociali, ha sottolineato la dignità della persona umana e la dimensione familiare dell’umanità. Quest’ultima, “nonostante sia sfigurata dal peccato, dall’odio e dalla violenza, è chiamata da Dio ad essere una sola famiglia” (Sollicitudo Rei Socialis, 42). Per questo il concetto della individualità della persona deve essere completato con quelli della solidarietà e responsabilità comuni, specialmente in relazione ai poveri, ai malati, in modo che di qui i beni acquistino una ipoteca sociale, ossia una intrinseca funzione sociale, “basata e giustificata precisamente dal principio della destinazione universale dei beni”(Giovanni Paolo II, Messaggio per la giornata mondiale della pace (2000),n.2). La globalizzazione attuale è una nuova manifestazione dell’incontro dei popoli, che trae con sé speranze e timori, possibilità e pericoli. Può essere uno strumento di dialogo o uno strumento di dominio.

Alla base dei cambiamenti c’è la crisi dell’eticadel passato e la ricerca di una nuovaetica al margine delle istituzioni religiose. Un’etica che relega Dio e la religione all’ambito privato. Assistiamo allo sviluppo della bioetica con le grandi possibilità dell’ingegneria genetica. Diventa urgente un’etica fondata sulla dignità della persona umana creata da Dio, l’unico assoluto. Tale etica, partendo dai principi fondamentali della fede cristiana, deve essere una morale in atteggiamento di ricerca e riflessione a partire dal dialogo, per accompagnare le persone nel prendere le decisioni; una morale che ascolti il clamore dei poveri e che sia profetica, capace di denunciare quanto si oppone al progetto di Dio e, allo stesso tempo, di annunciare valori alternativi di fede cristiana come fonte di amore e di libertà autentica.

3. UNA SITUAZIONE NUOVA NELLA CHIESA E NELLA VITA CONSACRATA

. La Chiesa, ad eccezione dei primi tre secoli nei quali fiorì nel Medio Oriente, ha avuto un volto europeo, fino all’inizio del XX secolo. Ora, invece, quasi i tre quarti dei cristiani vivono nei Paesi in via di sviluppo. Ciò comporta l’esigenza di un passaggio da un atteggiamento religioso, culturale e teologico monocentrico, ad un pluricentrismo in questi campi; un passaggio dall’unità come uniformità all’unità nella pluriformità. I Vangeli stessi testimoniano tale pluralismo e si aprono ad un’inculturazione continua. Altrettanto accade alla vita consacrata: bisogna inculturarla, ossia tenerla agganciata alla realtà storica locale e temporale .

. La vita consacrata, “dono divino che la Chiesa ha ricevuto dal suo Signore“, “appartiene alla sua vita e alla sua santità” (LG 43 e 44), esiste nella Chiesa e per la Chiesa. Per questo il modo di intenderla e viverla dipende in parte dal modello di Chiesa che prevale in una data epoca. Il Vaticano II ci ha insegnato a considerarla come parte del Popolo di Dio, che vive in comunione, tenendo presente in essa la rivalutazione dei laici e della figura della donna (VC 57-58).

UGUALE DIGNITA’ E COMUNE MISSIONE

Nella Chiesa vi sono tra i fedeli di Cristo i ministri sacri, chiamati anche chierici, i laici e le persone consacrate costituite dalla professione dei consigli evangelici (la castità nel celibato per il Regno, la povertà e l’obbedienza). Entrambi appartengono a coloro che, essendo stati incorporati in Cristo mediante il battesimo, formano il popolo di Dio e perciò, resi partecipi nel loro modo proprio della funzione sacerdotale, profetica e regale di Cristo, sono chiamati ad attuare, secondo la condizione propria di ciascuno, la missione che Dio ha affidato alla Chiesa da compiere nel mondo (cf. CIC, Canone 204). E secondo la Costituzione dogmatica Lumen gentium (n° 31) del Concilio Vaticano II, fra tutti i fedeli, in forza della loro rigenerazione in Cristo, sussiste una vera uguaglianza nella dignità e nell’agire , e per tale uguaglianza tutti cooperano all’edificazione del corpo del Cristo, secondo la condizione e i compiti propri di ciascuno. Le differenze concrete che esige un tale compito sono in funzione dell’unità e della missione del popolo di Dio. Infatti, come insegna l’apostolo Paolo (1 Cor 12,1 s.), c’è nella Chiesa diversità dei doni e ministeri, ma unità di missione, per il bene comune.

I ministri sacri (dal latino ministerium , servizio) – cristiani come tutti e ministri al servizio di tutti – sono a servizio dei loro fratelli, per annunziare la fede ed instaurare il Regno di Dio, perché tutti coloro che appartengono al popolo di Dio arrivino alla salvezza. Definiti “Alter Cristus”, i ministri sacri sono partecipi della missione di Cristo e ricevono da Lui il potere di agire in sua persona (“ in persona Christi”).

I laici (dal greco laikos , chi appartiene al popolo) trovano la definizione della loro vocazione nel documento conciliare Lumen gentium (n° 31): « Per loro vocazione è proprio dei laici cercare il Regno di Dio trattando le cose temporali e ordinandole secondo Dio. […] A loro quindi particolarmente spetta illuminare e ordinare tutte le realtà temporali, alle quali essi sono strettamente legati, in modo che sempre siano fatte secondo Cristo, e crescano e siano di lode al Creatore e al Redentaore ». I laici sono quindi chiamati ed istituiti perché lo Spirito produca in essi frutti sempre più copiosi. Tutte le loro opere, preghiere e iniziative apostoliche o di misericordia, la loro vita coniugale e famigliare, il lavoro giornaliero, ecc., se sono compiuti nello spirito di Gesù, iventano, come dice l’apostolo Pietro), « sacrifici spirituali graditi a Dio per mezzo di Gesù Cristo »( 1 Pt 2.5). In altri termini, essi sono chiamati ad essere testimoni di Cristo nel mondo e in mezzo agli affari secolari.

La vita consacrata a Dio si caratterizza mediante una pubblica assunzione d’impegno a vivere i consigli evangelici di povertà, castità e obbedienza in uno stato di vita stabile. Essa si radica nel Battesimo e si dedica totalmente a Dio, significando e annunziando nella Chiesa la gloria del mondo futuro.

Tutti i fedeli di Cristo, ministri sacri, vite consacrate e laici, sono chiamati alla medesima missione: essere “presenza reale” di Cristo in mezzo alla società umana. Da qui il criterio di uguale dignità per una comune missione.

L’Ordine dei Fatebenefratelli, come parte della Chiesa stessa, vive inevitabilmente immerso in un mondo pluralista. Ad esso viene chiesto:

  • di essere fedele all’essenziale del carisma,

  • di aprirsi alla pluriformità che si arricchisce con la diversità in tutto ciò che è complementare e culturale,

  • nell’unità degli intenti.

Oggi più che mai, l’Ordine Ospedaliero ha la consapevolezza di essere un movimento spirituale dentro la Chiesa. I suoi santi e beati anche recentissimi ne sono una testimonianza. Dunque, non può esserci che una famiglia universale formata da religiosi, religiose e laici, tutti in cammino verso una nuova umanità.

Tenendo conto delle sfide culturali che provengono da una situazione di esilio e speranza, da un mondo in cambiamento e in perenne trasformazione, da una nuova situazione nella Chiesa e nella vita consacrata che riguarda anche il carisma della “hospitalitas”, è utile riflettere sugli aspetti fondamentali del vivere il proprio ruolo nella Chiesa. Pertanto, partendo dai valori essenziali del Vangelo e della vita consacrata, i laici devono entrare a pieno diritto nella riflessione sul carisma giovandiano, nella ricerca comune di nuove vie per la sua attualizzazione e per il ripensamento del modo di essere presenti nelle realtà temporali.

 

VOCAZIONE MISSIONARIA DEI LAICI FATEBENEFRATELLI

 

La chiamata missionaria, si “stende a tutti”. La chiamata non riguarda soltanto i Pastori, i sacerdoti, i religiosi e le religiose, ma si estende a tutti: anche i fedeli laici sono personalmente chiamati dal Signore, dal quale ricevono una missione per la Chiesa e per il mondo. (Christifideles Laici, 1).

 

I Laici Fatebenefratelli si sentono coinvolti e avvertono di ricevere anch’essi dal Signore il medesimo comando dato agli apostoli: “Andate anche voi nella mia vigna...” (Mt 20, 3-4). A fare che cosa è detto molto sinteticamente ma in modo signidficativo: “Lungo il cammino, annunziate che il regno di Dio è vicino. 8Guarite i malati, risuscitate i morti, sanate i lebbrosi, scacciate i demòni. Come avete ricevuto gratuitamente, così date gratuitamente.

 

In queste divine parole che vanno approfondite per cogliere il vero significato che si cela dietro espressioni non facili per la nostra cultura, c’è il totale coinvolgimento nel rendere presente il carisma di san Giovanni di Dio ed essere”apostoli di fede” al servizio della missione di portare Cristo “a tutto il mondo e ad ogni creatura” e come segno concreto di collaborazione alla costruzione della Chiesa, sacramento di salvezza per tutti gli uomini e, soprattutto, al servizio degli ultimi.

I Laici Fatebenefratelli, resi per il battesimo “testimoni del Vangelo, al servizio del mondo” (Apostolicam Actuositatem), partecipano alla missione della Chiesa seguendo la spiritualità e lo stile di vita di Giovanni di Dio che conduce ai più poveri ed ai più emarginati, operando per la giustizia, la verità e la pace. Di fronte alla chiamata di Dio alla Missione, i Laici Fatebenefratelli rispondono: “Eccoci, siamo disponibili, con i nostri limiti ed i nostri doni per il servizio ai fratelli”.

La vocazione dei Laici Fatebenefratelli specifica il proprio modo di essere cristiani ed, essendo una vocazione, è una scelta di vita permanente. Dedicando tutta la loro vita al servizio della missione, i Laici Fatebenefratelli manifestano e sperimentano l’infinita premura di Dio per l’uomo.

 

 

IDENTITA’ E NATURA

 

La figura del laico per essere compresa deve essere inserita nell’attuale quadro storico. Egli è sempre stato visto a servizio o come collaboratore di qualcuno o di un progetto; difficilmente ha ricoperto un ruolo di soggetto della missione. Dopo il Concilio è cambiata la consapevolezza nella Chiesa, nella sua gerarchia e fra i laici stessi riguardo a quello che il laico rappresenta nel suo essere “apostolo del Vangelo”.

Con la consapevolezza che Dio chiama tutti a lavorare nella sua vigna, i laici che hanno maturato la coscienza della propria vocazione missionaria, fanno una scelta di vita che li contraddistingue.

 

PERCHE’ LAICI

 

Il laico cristiano è un membro della Chiesa nel cuore del mondo ed un membro del mondo nel cuore della Chiesa. Battesimo, Cresima ed Eucaristia gli conferiscono una radicalità evangelica a seguire Cristo che lo invia ad attuare i valori del Regno: giustizia, pace, solidarietà.

Coloro che hanno questa consapevolezza vivono nel mondo come discepoli di Gesù. Singoli o sposati, sono immersi nel quotidiano, vivono del proprio lavoro e trattano le realtà del mondo (economia, politica, cultura, salute…) secondo il Vangelo.

Sereni nella loro identità, sono capaci di confrontarsi e di collaborare con le Istituzioni civili ed ecclesiali apportando il proprio specifico contributo per la promozione di una società umana basata sulla giustizia e sulla fraternità che sono valori del Regno per la divinizzazione del mondo.

 

I Laici Fatebenefratelli non sono solo dei volontari che si affiancano al lavoro dei missionari, ma intendono esprimere con tutta la loro vita ed a pieno titolo il servizio alla missione.

 

I Laici Fatebenefratelli sposati vivono la vita di famiglia come ambito primario della missionarietà e cercano di crescere in essa e con essa per divenire “famiglia missionaria” educata al primato della carità.

 

PERCHE’ Missionari

 

I Laici Fatebenefratelli sono missionari per vocazione. Come Laici-cristiani testimoniano una Chiesa che tiene per mano “i fratelli e le sorelle” che incontrano sul loro cammino, partecipano a gioie e speranze, fatiche e situazioni dolorose, mostrando che l’uomo è importante ed amato perché creato “ad immagine e somiglianza di Dio”.

 

Come “Missionari” vivono con cuore vigile la storia di Dio che pende verso l’uomo, raccontano il Padre di Gesù con i gesti della vita, con parole fatte carne, con il linguaggio della carità nella vita quotidiana.

 

I Laici Fatebenefratelli sono operatori ed animatori: non è importante solo quello che fanno in proprio, ma quello che, grazie alla loro spinta ad agire, può essere fatto anche da altri.

Come animatori missionari devono avere la capacità di farsi compagni di viaggio di ogni altro “animatore”: pur privilegiando l’ animatore in sanità, non si sottrae a quello per la pace, all’animatore biblico, liturgico, culturale, sociale, ecologico, ecc. Da ognuno sa di ricevere l’impulso specifico e di offre collaborazione per lavorare in rete e diventare così, tutti insieme, costruttori di umanità nuova. Il modello di questa nuova umanità è Gesù, unico capace di accogliere ogni persona umana, anche la più ferita od emarginata.

 

La partecipazione di tante persone e gruppi alla vita della società è la strada oggi sempre più percorsa perché da desiderio la pace, la promozione umana, diventi realtà. Su questa strada ormai s’incontrano sempre più numerosi i fedeli laici generosamente impegnati nel campo sociale e politico, nelle più varie forme sia istituzionali che di volontariato e di servizio agli ultimi, come sottolinea la Christifideles Laici al n. 6.

 

PERCHE’ FATEBENEFRATELLI

 

I Laici che già vivono nella grande Famiglia Ospedaliera dei Fatebenefratelli e si nutrono direttamente degli stessi ideali o semplicemente collaborano con tutte le forze che fanno riferimento a San Giovanni di Dio, sono già numerosi nel mondo (circa 45.000). Pertanto, se l’Ordine dei Fatebenefratelli è composto da chi ha emesso i voti solenni di povertà, castità, obbedienza e di ospitalità, il carisma del Fondatore, essendo dono dello Spirito alla Chiesa, può raggiungere anche altri discepoli del Signore che si aprono al dono.

 

Il riferimento a Giovanni di Dio identifica ma non chiude. Giovanni di Dio ha dato la vita per i malati e per ogni espressione di povertà e miseria, ossia per la missione più difficile e trascurata, quella a cui anche la Chiesa del suo tempo non dava troppa attenzione ed in questa missione, che sentiva voluta da Dio, ha finito per coinvolgere l’Arcivescovo, i Nobili e, col tempo, tutte le forze della Chiesa e della società civile.

 

Il progetto originario che parte dai Fatebenefratelli si è evoluto seguendo i “segni dei tempi”. Piano di Dio è la salvezza di tutti gli uomini, un piano che viene affidato ai discepoli del Signore ed ognuno ne sviluppa una parte. All’Ordine Ospedaliero è stata affidata la sua parte: curate infirmos.

 

Come figli di san Giovanni di Dio, i Laici Fatebenefratellicondividono questo progetto di Dio per il quale intendono affinare la propria spiritualità, educare il cuore, sviluppare le doti intellettuali e morali, consapevoli che le infermità della persona non sono riducibili all’organo malato ma alla persona stessa provata dalla sofferenza in tutte le sue manifestazioni. La tradizione le ha definite e raggruppate come opere di misericordia corporali e spirituali.

 

I Laici Fatebenefratelli assumono la spiritualità di san Giovanni di Dio e, nel Cuore di Gesù, Buon Samaritano, intendono vivere l’amore di Dio per l’umanità. Per questo gli elementi caratteristici sono:

  • porre al centro della propria vocazione la persona sofferente, angosciata, afflitta, di qualsiasi ceto sociale,

  • guarire ogni forma d’infermità e di malattia e liberare da ogni forma di schiavitù, secondo le indicazioni del Vangelo: “Gesù chiamò i suoi dodici discepoli e diede loro il potere di scacciare gli spiriti maligni, di guarire tutte le malattie e tutte le sofferenze” (Mt 10,1);

  • far causa comune coi più poveri e abbandonati di ogni estrazione geografica e religiosa,

  • coinvolgere Chiesa e Società in quest’opera di Dio.

 

FINALITA’ E MISSIONE

 

Molti laici hanno collaborato da sempre con i Fatebenefratelli sia nella Spagna che in Italia e nel mondo, in una molteplicità di servizi. San Giovanni di Dio per l’assistenza ai malati non ha pensato ad una struttura “fratesca”: egli, da laico, ha aggregato altri laici per la missione, nata senza progetti e statuti. Regole e Costiutuzioni sono un momento successivo e per disposizione dei Sommi Pontefici.

E’ utile qui richiamare, non in tono polemico ma costruttivo il pensiero del santo vescovo Daniele Comboni che trovava da dire su una storica rigidità di pensiero e di azione dei tradizionali Ordini Religiosi:

Origine di tutto questo è quel maledetto egoismo religioso e fratesco, che domina quasi tutti gli Ordini Religiosi: “l’Ordine, e poi Cristo e la Chiesa”. E’ una dura, ma ineluttabile verità, già conosciuta fino dai tempi Apostolici, e di cui parla S. Paolo… Non è gran cosa il gran bene che si fa, dice il frate, se non proviene dall’Ordine “. (Scritti, San Daniele Comboni 382)

Anche questa è storia della Chiesa che aiuta ad aggirare gli scogli, non sempre immaginari. Oggi san Daniele Comboni gioirà nel constatare che un’evoluzione c’è stata. Anche se il rischio del ripiegamento è sempre in agguato, soprattutto quando emergono le prime difficoltà.

 

I Laici Fatebenefratelli sono al servizio dell’ ssistenza sanitaria, dell’animazione, promozione e cooperazione missionaria, del volontariato internazionale in ordine all’evangelizzazione e alla cooperazione tra le Chiese, attraverso molteplici forme di impegno missionario promosse anche in collaborazione con tutti gli altri membri dell’Ordine Ospedaliero.

 

I Laici Fatebenefratelli sono diversi nelle opere ma unificati nella vocazione. Nel modo di esprimere la propria laicità c’è grande varietà perché ciascuno ha ricevuto doni particolari. C’è chi ha capacità di parlare, di annunciare, di scrivere, di usare i mass-media, di fare il medico l’operatore sanitario… e chi comunica attraverso il lavoro ciò che vive. La vocazione non è determinata dal fare, ma dall’essere.

Oggi il laicato juandediano ha forme diverse ma la radice è la stessa. Esso è lievito missionario nella Chiesa, nella cultura e nell’impegno sociale.

 

MISSIONE AD INTRA

 

Ad intra, tra la gente che si sente Chiesa, il Laico juandediano ha la missione di aprire la Chiesa di Dio al mondo. I luoghi del suo agire sono:

  • La parrocchia dove si rende disponibile a renderla consapevole che essa è missionaria per natura, è di stimolo all’apertura universale e d’incoraggiamento a promuovere la pastorale della salute che risulta essere la più penalizzata.

  • I Centri Fatebenefratelli quando i collaboratori già vi operano in qualità di dipendenti.

  • Sforzo pionieristico non più, declinabile è portare la spiritualità di san Giovanni di Dio nella sanità pubblica e nel sociale, coinvolgendo medici e operatori sanitari a realizzarsi come professionisti ma a sentirsi anche mandati a portare il Vangelo della speranza e della consolazione in una “terra di missione” dove al cappellano solitamente è demandato più di quanto sia in grado di poter fare con le sue sole forze.

 

La missione, prima che luogo geografico, è luogo umano: richiede attenzione alle periferie della storia, alle emarginazioni umane, con particolare riferimento alla risonanza interiore-religiosa. Giacché l’interrogativo più o meno velato è: “Ma a Dio interessa la mia vita? La mia storia?”, la prima missione è tranquillizzare il cuore dell’uomo mostrandogli che Dio lo ama. Questo amore diventa gesto concreto, parola fatta carne quando il modello è il Samaritano: “un uomo scendeva da Gerusalemme a Gerico e incappò nei briganti… si avvicinò e ne ebbe cura” (Lc 10,29 ss).

 

MISSIONE AD EXTRA

 

  • I Laici Fatebenefratelli sono servitori del progetto di Dio che prevede una “Terra Nuova” dove giustizia e pace si abbracceranno (Sal 85).

  • I Laici Fatebenefratelli vivono scelte operose, sono coinvolti come Chiesa e come Mondo, fanno causa comune con quanti già si impegnano per l’uomo in quanto uomo, e si impegnano per la terra perché è casa dell’uomo. Riconoscono come compagni di cammino anche quanti non si pensano gente di Chiesa.

  • I Laici Fatebenefratelli sono fortemente interpellati dalla presenza degli Immigrati percepiti come “la missione che viene a noi”. L’immigrazione, infatti, è l’anticipazione della società del futuro, una società multietnica, multireligiosa e multiculturalei.

  • Pur sentendosi impreparati davanti a realtà così multiformi, sentono che questo è un campo di evangelizzazione ad gentes in Europa, e che questo è in linea con il carisma juandediano.

 

SERVIZIO DI INTERNAZIONALITA MISSIONARIA

 

Alcuni Laici Fatebenefratelli, nel discernimento vocazionale, scelgono di partire e vivono periodi prolungati in missione per la realizzazione di progetti specifici. A loro è offerto un cammino particolare di formazione curato direttamente dai Missionari Fatebenefratelli.

Essi sono parte del laicato Fatebenefratelli e ne esprimono quella missionarietà che è la stessa tensione spirituale di tutti. Per questo viene particolarmente appoggiato il cammino e l’opera di “quanti desiderano prestare un servizio prolungato in missione“.

Nella misura del possibile, è importante per tutti i Laici Fatebenefratelli, è vivere un’esperienza in missione inserita nel cammino di formazione e animazione.

 

MEZZI E STRUMENTI

 

La formazione del Laici Fatebenefratelli ha bisogno di continuo esplicito aggancio con la vita e le situazioni, condividendo lo sguardo di Dio sulla storia dell’uomo. La formazione accompagna l’impegno: due ali per volare.

Questa formazione spirituale e culturale domanda un progetto formativo e persone che accompagnano. Per questo è necessario che venga sempre assicurato l’apporto specifico dell’intero Ordine Ospedaliero dei Fatebenefratelli.

 

Alla base della formazione c’è un rapporto diretto, costante e profondo con la Sacra Scrittura, la sola che può illuminare la fede cristiana e indirizzare alla sequela di Cristo ed esprimere scelte di vita in chiave missionaria.

 

Indispensabile poi la conoscenza della specifica spiritualità di san Giovanni di Dio, profeta dell’hospitalitasnella Chiesa per il Mondo, che da Dio ha ricevuto la chiamata alla missione sanante e salvatrice di tutti gli uomini e dalla Chiesa ha ricevuto il mandato ad gentes.

 

Inoltre, questo “mondo che cambia” richiede continua attenzione sui grandi temi dell’etica, della giustizia, della pace, dell’integrità del creato, dei diritti della persona, di presa di posizione per i diritti calpestati, nuovi stili di vita, banca etica, multicultura e migrazioni di popoli.

 

Ne deriva la necessità di sviluppare le modalità d’ in-formazione, di promuovere percorsi educativi e iniziative relative alle tematiche della mondialità che si riferiscono alla promozione umana, alla giustizia, alla pace e allo sviluppo dei popoli.

 

Per i Laici Fatebenefratelli deve esserci la possibilità di promuovere un convegno annuale nazionale come momento forte di conoscenza e scambio, formazione e proposta.

Ne deriva che l’opportunità che vengano tracciati cammini comuni a livello nazionale, lasciando poi le singole comunità libere per approfondimenti particolari. Ogni gruppo, ove possibile, dovrebbe curare momenti di incontro e formazione almeno mensili ed utilizzare internet come sussidio di collegamento.

 

CONCRETE LINEE COMUNI DI AZIONE NELLA PROVINCIA:

 

  1. radunare e sostenere i singoli gruppi laicali già esistenti, coltivandone l’identità e la formazione propria (consacrati, ex allievi, amici, dipendenti, volontariato, ecc.);

  2. mettere in comune le iniziative di formazione già attuate (contenuti, metodi, sussidi… schede, ritiri, manifestazioni, ecc.),

  3. invitare i laici, soprattutto quelli già associati, “alla scoperta di San Giovanni di Dio” e dei nuovi santi dell’Ordine, per meglio conoscere vita, insegnamenti, carismi dell’Ordine Ospedaliero, allo scopo di ri-esprimere “come laici” il carisma juandediano oggi.

 

ORGANIZZAZIONE

Se è vero che quella dei Laici Fatebenefratelli è una “scelta di vita” orientata alla Missione nel suo senso più specifico, essa non può prescindere da alcuni aspetti strettamente collegati con la Missione. Anzitutto la testimonianza di vita cristiana. La Missione è testimonianza, o almeno non può essere svincolata da essa. Il Vangelo di Luca lo evidenzia in modo forte. Vale anche per il laico l’affermazione di Paolo VI che “il mondo cerca testimoni più che maestri“. La condivisione è la premessa per la testimonianza.

 

GRUPPI LOCALI

 

L’aggregazione tipica dei Laici Fatebenefratelli si concretizza all’interno di Gruppi locali che vanno definiti. Essi costituiscono un mosaico variegato di realtà con multiformi attività e tipi di servizio.

E’ fondamentale questa testimonianza di appartenenza e, quindi, di comunione, segno visibile della Missione, perché è opera di Chiesa e non di “navigatori solitari” caratterizzati da un diffuso individualismo, molto radicato nella mentalità corrente.

Ogni forma di animazione missionaria del territorio, dev’essere partecipata, alle giornate missionarie, a campagne e iniziative che toccano la dimensione culturale, sociale ed ecclesiale, è necessario partecipare, dare il proprio apporto.

 

Alcuni Laici Fatebenefratelli possono rendere servizi alla comunità, alla casa, alle persone. Una presenza preziosa è l’assistenza ai missionari malati (sacerdoti e laici) presenti sul territorio o in centri da creare. Chi vive vicino a questi missionari anziani, segnati dalle stimmate della missione, sente di condividere tutto il loro vissuto.

 

Bisogna convincersi che, pur in tale apparente disomogeneità con il Carisma O.H., ciascuna esperienza porta all’unità se chi vi partecipa

 

  • aderisce alle finalità dei Laici Fatebenefratelli,

  • se, individualmente e collettivamente, si sente parte integrante,

  • se ritiene importante, anzi indispensabile, la fraternità, con momenti di vita comune, spiritualità e preghiera per un vero cammino di crescita e di impegno,

  • se cura i rapporti con i membri locali delle Fraternità dei Fatebenefratelli,

  • se mette in atto iniziative di animazione missionaria,

  • se coopera con la Chiesa locale e collabora con le aggregazioni missionarie esistenti sul territorio,

  • se sostiene iniziative in ambito locale o nazionale che promuovano le istanze di giustizia, solidarietà, diritti umani, sviluppo sostenibile, finanza etica, sanità , bilanci di giustizia,

 

GRUPPO DI COORDINAMENTO

 

Il Gruppo di coordinamento può considerarsi espressione della Chiesa nel suo servizio di comunione.

La comunione si costruisce insieme, nella corresponsabilità di tutti nella fase di programmazione, di esecuzione e valutazione.

Il Gruppo di Coordinamento è formato dai rappresentanti zonali ed esplica la conduzione collegiale dei Laici Fatebenefratelli. Mantiene una struttura snella ed aperta perché vuole essere segno che nella diversità ed eterogeneità dei gruppi si nascondono ricchezze particolari e che vicendevolmente ci si impreziosisce delle diverse creatività.

Il suo servizio è prevalentemente dedito allo sviluppo del proprio carisma, missionario e juandediano.

 

Tra i suoi compiti specifici, possono rientrare:

 

  • l’elaborazione degli approfondimenti sulla natura, finalità e compiti dei Laici Fatebenefratelli

  • la promozione e diffusione delle finalità dei Laici Fatebenefratelli

  • la strutturazione di nuovi gruppi locali ed il consolidamento di quelli esistenti

  • il collegamento con e tra i vari gruppi locali, anche mediante foglio di collegamento, posta elettronica e forum internet

  • l’organizzazione e l’animazione delle attività formative (Convegno annuale, Incontri zonali, temi per formazione annuale, …)

  • la rappresentanza e le relazioni con le altre espressioni collegate (Ordine Ospedaliero, Laicato missionario, Movimenti e organismi solidali, aggregazioni ecclesiali, …) ed in particolare con l’incaricato dei Laici Missionari Fatebenefratelli.

  • il confronto con le diverse esperienze religiosi-laici di tutti gli ambiti della vita e attività: scuole, assistenza, parrocchie, missioni, formazione iniziale e permanente, ecc.

  • una buona sintonia e collegamento di azione nelle Province e tra le Province con la Curia Generalizia.

  • Per la promozione della vocazione e del ruolo dei laici che si ispirano a San Giovanni di Dio, è auspicabile il coinvolgimento anche delle Suore Ospedaliere del Sacro Cuore fondate da San Benedetto Menni.

  • Va individuata la designazione degli incarichi organizzativi (Coordinatore, Segretario, …)

  • Devono essere stimolate e sostenute i Laici Fatebenefratelli che si sentono di assumere responsabilità e fare scelte più impegnative volte alla missione

 

 

 

Preghiera dei GLOBULI ROSSI o.h.

Signore, insegnaci

  • a non amare noi stessi,

  • a non amare soltanto i nostri,
  • a non amare soltanto quelli che amiamo già.

Tu che sei buono, facci la grazia di capire

  • Che l’ansia di pensare agli altri è un dono che ci fa simili a Te;

  • Che amare prioritariamente coloro che nessuno ama ci apre alla missione: i ciechi vedono, i sordi odono, ai poveri è annunciato il Vangelo della consolazione.
  • Rendici degni della sofferenza degli altri,

  • Allarga i nostri orizzonti, le dimensioni del cuore, la profondità dell’amore.

  • Correggi la nostra miopia per individuare le lacrime da asciugare,

  • Rinforzaci l’udito per accogliere i gemiti della disperazione,

  • Persuàdici che sono troppi i tuoi figli che ogni giorno muoiono di fame senza meritare un simile castigo,

  • Muoiono di freddo senza meritare una tale punizione,

  • Muoiono di malattie senza alcun soccorso.

  •  

  • Padre, che hai pietà di tutti i poveri del mondo, rendici misericordiosi strumenti della tua compassione.
  • Tu che nel Figlio ti sei caricato di tutte le sofferenze umane, usa le nostre schiene per i salvataggi d’emergenza e per i Tuoi progetti di salvezza.
  • Cristo Gesù, che ci hai spezzato il Pane della Vita e ci hai ritenuti degni di accostarci al Calice del Tuo sangue, offerto in sacrificio per noi, annotaci nel libro dei “donatori” della Tua carità.
  • Spirito, che sei il solo Consolatore, inviaci sul fronte dei destini umani più segnati dal dolore e dalle malattie, a trasfondere l’amore che hai per le Tue creature che popolano il pianeta.
  • Maria di Nazareth,
    • Mater Hospitalitatis,
    • Onnipotentia supplex,
    • Signora di tutti i Popoli,
    • Santa Maria de los Remedios,
    • Sorella dai saggi consigli,
    • Donna del perpetuo soccorso,
    • Consolatrice degli afflitti,
    • Vigore degli infemi,
    • Genitrice che hai tanti figli fuori di casa e tanti senza casa,
    • mamma del più Povero e la più povera delle mamme,
    • dacci la grazia di avere cuore da vendere e tanta testa.
    • Aiutaci nella nostra carità: fa’ quello che non sappiamo fare, non quello che non vogliamo o non osiamo fare.
    • Nunc, ADESSO e nell’ora della nostra morte. Amen.

 

 

 

La CONSEGNA DELLA FEDE E DELL’ HOSPITALITAS ai giovani della Compagnia dei GLOBULI ROSSI o.h.

Adattamento dalla Risposta dell’Arcivescovo di Milano, Card. Carlo Maria Martini al Sinodo dei giovani, 2 febbraio 2002 (Attraversare la Città. Centro Ambrosiano)

Ogni anno nella Chiesa Ambrosiana si celebra la traditio symboli ossia la consegna della fede che dall’inizio è stata trasmessa fino a noi: la fede in Gesù Cristo, nostro Signore, che noi conosciamo ed amiamo pur senza averlo visto (1Pietro 1,8). E’ come la trasmissione di un segreto della vita, non da nascondere ma da tramandare.

Il sogno e il progetto più grande che ognuno porta nel cuore è il desiderio di felicità. Giovanni Paolo II così diceva ai giovani: “E’ Gesù che cercate quando sognate la felicità”. Sono le parole che il Papa potrebbe ripetere agli aderenti all’ MGR chiamato a ricevere, con la fede della Chiesa anche la traditio hospitalitatis, la consegna del carisma di san Giovanni di Dio giunto fino ai nostri giorni.

La presenza e l’affollamento in Duomo di tante persone che si verifica in simili circostanze, fa venire in mente la scena evangelica di Gesù che, circondato dalla folla, entra nella città di Gerico, e con quella grande libertà che gli deriva dall’obbedienza al Padre, l’attraversa per intero.

Luca così riferisce quella visita che viene schematicamente riprodotta per una più facile evidenziazione di tanti verbi significativi:

LUCA cap19

1 Entrato in Gerico,

  • Gesù attraversava la città.

  • 2. Ed ecco un uomo di nome Zaccheo, capo dei pubblicani e ricco,

  • 3 cercava di vedere quale fosse Gesù,

  • ma non gli riusciva a causa della folla, poiché era piccolo di statura.

  • 4 Allora corse avanti e, per poterlo vedere, salì su un sicomoro, poiché doveva passare di là.

5 Quando giunse sul luogo,

  • Gesù alzò lo sguardo e gli disse:

  • “Zaccheo, scendisubito, perché oggi devo fermarmi a casa tua”.

  • 6 In fretta scese e lo accolse pieno di gioia..

  • 7Vedendo ciò, tutti mormoravano:

  • È andato ad alloggiare da un peccatore!”.

8 Ma Zaccheo, alzatosi, disse al Signore:

  • “Ecco, Signore, io do la metà dei miei beni ai poveri;
  • e se ho frodato qualcuno, restituisco quattro volte tanto”.
  • 9 Gesù gli rispose: “Oggi la salvezza è entrata in questa casa, perché anch’egli è figlio di Abramo;
  • 10 il Figlio dell’uomo infatti è venuto a cercare e a salvare ciò che era perduto”. (Luca 19,1-10)

Il Movimento della Compagnia dei GLOBULI ROSSI di san Giovanni di Dio, ancora in fase embrionale, non può vivere il passaggio dello Spirito del Signore che con trepidazione, sapendo che Lui presente, può succedere l’imprevedibile.

Affidiamo all’Arcivescovo Carlo Maria Martini di introdurci nella pagina evangelica. E’ un riepilogo delle parole che ha rivolto in risposta al Sinodo dei Giovani nell’anno 2000 ché bene si addicono a una realtà come la nostra. Se il Movimento prova ad identificarsi nel Sinodo dei giovani, vivrà le parole del Patore come rivolte al nostro Movimento.

Ho letto attentamente il racconto della vostra esperienza e del vostro desiderio. Avete sperimentato la presenza del soffio dello Spirito e scoperto con maggiore consapevolezza che Gesù Cristo è colui che dà senso, gusto e promessa ai vostri giorni e al vostro futuro. Questo senso della vita è ciò che molti giovani oggi ricercano e spesso non trovano, a volte anche perché noi, per un falso rispetto umano, non abbiamo il coraggio di annunciarlo apertamente.

Nel vostro Sinodo vi sono delle perle preziose, delle visioni profetiche di futuro, simili a quelle di cui parla il profeta Gioele, citato negli Atti degli Apostoli, quando dice: “i vostri vecchi avranno sogni e i vostri giovani avranno visioni”. All’inizio del cammino sinodale vi avevo chiesto per la nostra Chiesa queste visioni di futuro. La più grande di esse è forse già quella data dal titolo: non abbiate paura di essere i santi del terzo millennio! Vi chiedo di non lasciar cadere questa coraggiosa parola profetica, che è anche il segreto della vostra felicità.

Il desiderio di essere felici è il sogno e il progetto più grande che portate nel cuore. Il Papa Giovanni Paolo II ve lo ha detto a Tor Vergata: È Gesù che cercate quando sognate la felicità“, per questo voi, sentinelle del mattino, volete che la vostra libertà sia orientata secondo il progetto misterioso e affascinante che Dio ha su ciascuno di voi.

2. ABBIATE IL CORAGGIO DI RIATTRAVERSARE LE CITTÀ

Pensando alla vostra assemblea, che ha radunato i rappresentanti dei giovani delle nostre parrocchie e delle nostre comunità, ho visto davanti a me la scena evangelica di Gesù che, circondato dalla folla, entra nella città di Gerico, e con quella grande libertà che gli derivava dall’obbedienza al Padre, l’attraversava per intero.

  1. Gesù, dopo aver dato la luce della vista e la chiarezza della vita al mendicante cieco che sedeva lungo la strada, entra nella città.

  2. Non ha paura di misurarsi con la convivenza degli uomini.

  3. Gesù si presenta con una straordinaria signoria, mentre la folla, entusiasta e contraddittoria, grida: “passa Gesù il Nazareno”.

  4. Gesù va diritto per la sua strada, sa in quale casa deve entrare e di quale salvezza c’è bisogno.

  5. Gesù sa che qualcuno lo aspetta; Zaccheo aprirà il suo cuore e cambierà la sua vita.

  6. abbiate anche voi il coraggio di attraversare le città.

  7. Passate tra le folle nel nome di Gesù, andate diritto per la via dell’obbedienza della fede,

  8. qualcuno di inaspettato vi attende, vi farà entrare nella sua casa e darete gioia alla sua e alla vostra vita.

  9. avete capito e gustato la necessità, la fatica e la bellezza di attraversare la città dove abitano e lavorano gli uomini e le donne di oggi.

  10. Siete stati in mezzo a giovani, li avete ascoltati, li avete capiti, avete colto quello di cui hanno più bisogno, vi siete mescolati tra loro senza disperdervi.

  11. Le nostre città hanno bisogno di voi,

  12. non abbiate un’idea della fede troppo intimistica,

  13. Gesù parlava per le strade, entrava nelle case, non faceva differenze, sapeva meravigliare, era discreto e deciso.

  14. Al suo passaggio saliva la lode a Dio perché annunciava l’evangelo.

  15. Non rinchiudetevi mai, la Chiesa è aperta al mondo.

  16. La comunità cristiana e tutta la Chiesa di Milano ha ascoltato l’anelito della vostra fede e il vostro modo di porvi nella storia.

  17. Avete descritto i problemi della gente di oggi, desiderate trasmettere la fede e volete impegnarvi in una seria formazione cristiana che pervada la vostra vita quotidiana: dedicatevi con generosità, con fiducia e con perseveranza.

  18. Avete sperimentato quel metodo dell’ascoltare, discernere e decidere, che voi stessi indicate come riferimento positivo per qualificare i cammini formativi proposti ai giovani.

  19. Avete anche gustato l’impegno e la bellezza di camminare insieme, giovani delle parrocchie, delle associazioni, dei movimenti, dei diversi gruppi di impegno, lavorando con il Vescovo per il bene della nostra Chiesa diocesana.

  20. Questi beni preziosi li affido alle Parrocchie, ai Decanati, all’Azione Cattolica e alle altre Aggregazioni ecclesiali, all’Ufficio di Pastorale giovanile e agli altri Organismi diocesani che operano con i giovani e per i giovani.

  21. A tutti voi, invece, nel momento in cui trasmettiamo il simbolo della fede, guardando in particolare alle generazioni nuove, vorrei affidare tre consegne decisive. Sono le stesse che l’evangelista Luca ha affidato alla comunità cristiana attraverso la pagina di Zaccheo. Questa solida tradizione vi accompagni, alimenti la vostra vita e sia l’anima del vostro futuro:

      1. Cercate Gesù, che viene a salvare ciò che è perduto

      2. Costruite esperienze nuove di vita comune

      3. Rimanete vicini ai poveri al servizio del mondo

PRIMA CONSEGNA: Cercate Gesù Dimensione orante

3. CERCATE GESÙ

  1. Innanzitutto la prima consegna: cercate Gesù, l’autore e il perfezionatore della fede (Eb12,2).

  2. Zaccheo voleva vedere Gesù.

  3. Ha saputo cogliere l’occasione di un passaggio irrepetibile: questo incontro ha cambiato la sua vita.

  4. Zaccheo vuole vedere, vuole conoscerlo, vuole sapere chi è;

  5. non è abituato alla sua presenza e al suo modo di fare, ma intuisce che Gesù ha qualcosa di misterioso e di affascinante.

  6. Zaccheo è un uomo che si sente piccolo, troppo ricco, ma è sanamente curioso, ed è deciso a provare.

2 Ed ecco un uomo di nome Zaccheo, capo dei pubblicani e ricco, 3cercava di vedere quale fosse Gesù, ma non gli riusciva a causa della folla, poiché era piccolo di statura. 4 Allora corse avanti e, per poterlo vedere, salì su un sicomoro, poiché doveva passare di là. (Lc 19,2-4)

  1. Abbiate la forza di cercare Gesù.

  2. Qualcosa attirava irresistibilmente Zaccheo verso di lui; tuttavia qualcosa lo faceva sentire molto distante da lui.

  3. Forse il suo modo di vivere e di operare lo metteva a disagio, lo faceva sentire inadeguato, come molti giovani di oggi: lui un pubblicano, così sicuro nel pretendere, così incoerente, così solo e insoddisfatto nelle sue relazioni.

  4. Lui non era uno dei suoi. Non osava, eppure era pronto per la fede.

  5. Una forza irresistibile gli dà coraggio per salire, provare, e cercare di vedere Gesù.

  6. A volte ci sentiamo piccoli, non ci sentiamo all’altezza delle situazioni, spesso siamo in pochi.

  7. È necessario salire sull’albero, ascoltare la Parola del Signore, ricevere il suo invito ed entrare in un rapporto singolare con lui.

  8. Voi avete fatto questa fatica, avete diffuso questa divina curiosità; nel vostro cuore si è mossa una nuova energia, un benessere, una volontà straordinaria di bene che vi indurrà a nuove e precise decisioni.

  9. Il Signore è venuto e vi ha riempiti di gioia.

4. SIATE CONTENTI DI ESSERE CRISTIANI

  1. Siate contenti di essere cristiani; chi si lascia raggiungere dal Signore è contento.

  2. Non siate eccessivamente preoccupati di molte cose;

  3. cercate, con una regola di vita, i segni concreti con cui rimanere vicini al Signore.

  4. Educate voi stessi in percorsi reali di ascetica e di conversione, superate il disagio di essere piccolo gregge.

  5. Esprimetevi con serenità e sicurezza, gioiosi di vivere da cristiani nel mondo, perché la testimonianza non è una propaganda superficiale e subito vincente, ma è innanzitutto la riconoscente convinzione di

    • un dono ricevuto,

    • un benessere da diffondere,

    • una gioia da provare .

  6. Ricercate Gesù nella vita quotidiana: la famiglia, gli amici, lo studio, il lavoro, l’università sono i primi luoghi di vita in cui si può incontrare il Signore.

  7. Mantenete la precisione della preghiera quotidiana del mattino e della sera,

  8. costruite i tratti cordiali e gioiosi del vostro temperamento,

  9. esprimetevi in una buona disponibilità all’incontro e all’aiuto concreto delle persone,

  10. tenete viva l’intelligenza con un pensiero vivo sulle cose e sul mondo,

  11. disponetevi alla carità: la carità è un dono di Dio ed è un servizio per i fratelli.

  12. In tutto questo si gioca innanzitutto il vostro vivere da cristiani .

  13. Voi desiderate molto che la vostra fede possa incidere nella vita in uno stile di fraternità tra credenti e non credenti;

  14. voi sentite il bisogno di relazioni più significative anche tra coloro che sono lontani dalle nostre realtà ecclesiali

  15. Anche le esperienze di volontariato spesso sono luoghi propizi di relazioni profonde, autentiche palestre di interrogativi esistenziali, dove le domande fondamentali sulla vita diventano occasioni feconde di prospettive vocazionali.

5. CUSTODITE LA PAROLA

  1. Sostenete il primato della Parola e custodite la Bibbia nel cuore, ve la affido come il dono più bello: nella mia vita la Bibbia mi ha sempre accompagnato nella gioia e nel discernimento, nella preoccupazione e nella speranza, e sempre mi accompagnerà.

  2. Custodite la Parola e con la Bibbia pregate anche per me. Entrate con fiducia e con amore nel terzo millennio e portate questa preziosa eredità .

  3. La costante proposizione della pratica della Lectio divina mi ha sempre accompagnato nel mio ministero episcopale, e mi sono sentito consolato nel vedere molti giovani e molte comunità entrare progressivamente e con frutto nelle pagine della Scrittura, e a partire da lì intraprendere decisioni e orientamenti di vocazione e di vita.

  4. Ringrazio davvero di cuore tutti coloro che hanno collaborato con me in questi anni per la diffusione della Parola, nelle numerosissime iniziative e nell’intenso lavoro della pastorale giovanile.

6. IL DONO DELLA PREGHIERA

  1. Domandate il dono della preghiera per poter vedere Gesù, perché, come avete scritto, la preghiera è luogo della comunione intima con Dio e fonte della gioia che ogni giovane è chiamato a dire con la propria vita .

  2. I sacramenti dell’Eucaristia e della Riconciliazione siano il sostegno della vostra fede. Con la Parola e con i Sacramenti vivrete un incontro reale con Gesù e sarete spinti a nuove forme di carità, in scioltezza e semplicità di cuore, con intelligenza e avvedutezza.

  3. Sostenete nelle comunità cristiane la bellezza delle celebrazioni, con linguaggi e strutture che non appesantiscano, ma al contrario rendono più visibile lo Spirito .

  4. Penso con riconoscenza ai giovani che in questi anni hanno trovato la loro strada imparando da Gesù:

    • molti di loro mediante gli esercizi spirituali,

    • con l’aiuto di una regola di vita,

    • attraverso il gruppo Samuele,

    • la scuola della Parola,

    • e l’impegno continuo in cammini di discernimento sulla cultura contemporanea sono diventati adulti nella fede.

  5. Solo il dono della preghiera, praticato con fedeltà e perseveranza, fa gustare il mistero di Dio e illumina le scelte fondamentali della vita.

SECONDA CONSEGNA: COSTRUITE LA VITA COMUNE – Dimensione fraterna

7. SOTTO LO SGUARDO DI GESÙ

  1. Una seconda consegna vi voglio affidare: costruite esperienze di vita fraterna secondo la tradizione più vera delle nostre comunità.

  2. La Parola di Dio per essere ascoltata ha bisogno di un contesto comunitario,

  3. e l’Eucaristia ha bisogno di una mensa intorno alla quale condividere la vita.

  4. Gesù incontrò Zaccheo nella sua casa.

5Quando giunse sul luogo, Gesù alzò lo sguardo e gli disse: “Zaccheo, scendi subito, perché oggi devo fermarmi a casa tua”. 6 In fretta scese e lo accolse pieno di gioia. 7 Vedendo ciò, tutti mormoravano: “È andato ad alloggiare da un peccatore!”

  1. Gesù non è preoccupato immediatamente di gestire la folla;

  2. egli vuol bene a tutti, ma si prende cura in modo particolare di qualcuno.

  3. Gesù insegue il suo pensiero più profondo, quello di andare diritto al cuore di Zaccheo: vuole entrare nella sua casa.

  4. Non vuole che questo incontro sia uno come tanti, vuole creare contesto, vuole lasciare una traccia;

  5. non si lascia fermare né dal fatto che Zaccheo sia un peccatore e neppure che la gente possa mormorare.

  6. Gesù prepara a Zaccheo una sosta lunga, un abitare continuo, un dimorare con lui.

8. SIATE ACCOGLIENTI

  1. Siate accoglienti, aprite le vostre relazioni, i vostri rapporti umani.

  2. Imparate a salutare, a stabilire nuove amicizie, ad allargare il numero dei conoscenti e degli amici.

  3. Con Zaccheo Gesù celebra il mistero di ogni reale accoglienza umana.

  4. Nelle vostre relazioni ci sia spazio per chi condivide già la gioia del vangelo, ma anche per chi è più lontano, per formazione, per tradizione, per storia personale, per contesto familiare, per situazione ecclesiale.

  5. Siate capaci di accogliere i fratelli di fede ma anche i fratelli di umanità .

  6. Ci vuole attenzione comunitaria e dedizione personale perché i luoghi della comunità cristiana siano un crocevia più sciolto, più leggero, più capace di entrare nei veri bisogni dei giovani e dei ragazzi di oggi.

  7. Non è un compito facile ed è innanzitutto un cammino di educazione personale.

  8. Molti non si aspettavano niente da Zaccheo, eppure Gesù a questo uomo dà una nuova speranza, gli cambia la vita e lo riempie di gioia. Zaccheo si è sentito cercato, chiamato, conosciuto, accolto.

9. FORME NUOVE DI VITA FRATERNA

  1. Abbiate la gioia di una casa comune: una domus ecclesiae.

  2. Prima che un edificio,

    • ci sia un contesto,

    • un luogo permanente di incontro,

    • giorni di vita insieme in cui si respiri uno stile di fraternità, di lavoro e di preghiera;

    • tempi comuni dentro la vita ordinaria, per imparare a fare bene le cose di tutti i giorni,

    • e per interpretare insieme la Parola

    • e la cultura contemporanea,

    • con l’intelligenza della fede

    • e con il desiderio di dialogare con tutti .

  3. Le Fraternità siano attente alle esigenze giovanili di vita comune, sapendo che i giovani, oggi più che mai, hanno bisogno di formazione intelligente e affettiva, per appassionarsi al Signore, alla comunità cristiana e ai fermenti evangelici disseminati tra i loro coetanei nel mondo.

  4. Certamente qualche struttura andrà assegnata, qualche contesto nuovo di incontro andrà inventato, con creatività e saggezza, perché siano luoghi di autentica conoscenza del Signore e gioiosa condivisione fraterna.

  5. La Parola di Dio ha bisogno di un terreno buono e l’Eucaristia ha bisogno di una casa .

10. I LEGAMI AFFETTIVI

  1. Avete espresso il vostro giusto desiderio di capire e di vivere il senso vero della vostra affettività e della sessualità umana.

  2. Oggi i legami affettivi occupano uno spazio molto intenso nella relazione giovanile;

  3. e a volte le relazioni di coppia sostituiscono troppo precocemente e con alterna durata altri legami diventati troppo deboli, quali ad esempio

    • quello con i genitori e con i parenti,

    • i legami sociali,

    • le relazioni amicali di gruppo.

  4. La comunità cristiana vi possa aiutare in questa sfera così rilevante della vita ad essere meno da soli, mediante una sapiente e aggiornata descrizione dell’evoluzione dell’amore, con l’apporto delle scienze umane, con l’accompagnamento individuale discreto e sincero, con la saggezza pedagogica della tradizione etica cristiana.

  5. A volte non vi è facile comprendere i suggerimenti della Chiesa: ora sappiate che le indicazioni morali che devono orientare il comportamento sono un frutto della grazia;

  6. chiedono certamente un certo sacrificio della volontà, ma sono un dono che vi aiuta a crescere e a restare fedeli nell’amore.

  7. Questi orientamenti vanno spiegati e compresi con intelligenza, illuminati alla luce di una ricerca matura del senso dell’amore, espresso nel benessere o nel disagio del vivere contemporaneo.

  8. Il Signore vuole che il vostro amore sia singolare, fedele, capace del dono grandissimo di voi stessi, corpo e anima, nella singolarità di ogni vocazione.

  9. Amate il matrimonio e tenete alta la considerazione della verginità cristiana: entrambi sono segni dell’amore di Dio che non abbandona mai il suo popolo.

  10. Considerate l’amore un’autentica vocazione da ricercare, con profondo discernimento e con evangelico coraggio.

  11. Amate la castità che è forza interiore e capacità di attesa, signoria su se stessi e preambolo di fecondità.

  12. Dedicate pensiero e volontà all’esplorazione di questi aspetti della vita, con rigore, con capacità critica, con profonda onestà.

  13. La Chiesa vi accompagna con infinita comprensione e con precise proposte, le quali sono l’espressione della cura educativa che nutre per voi.

  14. Avere dei punti fissi (amen) era già, per il popolo di Israele, un aiuto prezioso per attraversare i deserti.

11. AMATE LA CHIESA

  1. La Chiesa, mediante il battesimo, vi ha generati alla fede che oggi vi riconsegna; e vi ha custoditi, rivelandovi il mistero di Cristo e l’amore misericordioso del Padre.

  2. Nella Chiesa, lo Spirito santo vi accompagnerà.

  3. So che desiderate uomini e donne spirituali che vi aiutino con disponibilità e amorevolezza ad orientare le vostre scelte quotidiane, e ad indirizzare le vostre decisioni definitive verso il discernimento e l’esperienza piena della vostra vocazione.

  4. Tutta la comunità cristiana deve sentire l’urgenza di questo accompagnamento dei giovani nelle forme più diverse e nella pratica della direzione spirituale. Voi amate la Chiesa e in essa non vi sentirete mai da soli.

  5. Possiate essere nella Chiesa adulti nella fede e partecipare in prima persona a qualche ministero.

  6. Pregate per la vostra vocazione .

  7. Oggi la Chiesa sta ricercando strade nuove per annunciare il Vangelo, e ha bisogno di voi.

  8. Abbiamo visto il vostro impegno e la capacità di ascoltarvi reciprocamente, e incoraggiamo lo stile fraterno che avete mostrato nel vostro stare insieme durante l’itinerario delle Sentinelle del mattino.

  9. I vescovi italiani ci invitano a comunicare il Vangelo in un mondo che cambia: possiate voi essere questi annunciatori, possiate essere voi i protagonisti di questo nuovo mondo che si apre davanti alla vostra vita.

  10. Il Vangelo è il più grande dono di cui dispongano i cristiani. Perciò essi devono condividerlo con tutti gli uomini e le donne che sono alla ricerca di ragioni per vivere” (Cfr. CEI, Comunicare il Vangelo in un mondo che cambia,n 32).

  11. Mostrate ai vostri coetanei, ai vostri compagni di studio e di lavoro, il vero volto della Chiesa .

TERZA CONSEGNA :

RESTATE VICINO AI POVERI DI OGNI CATEGORIA – Dimensione civile e missionaria


12. CRISTIANI PER IL MONDO

  1. Infine vi affido una terza consegna: restate vicino ai poveri, ai poveri di ogni categoria (poveri di pane, di affetto, di cultura, di libertà, di salute…) mediante il rapporto personale e attraverso una convinta dedizione alle istituzioni civili.

8Ma Zaccheo, alzatosi, disse al Signore: “Ecco, Signore, io do la metà dei miei beni ai poveri; e se ho frodato qualcuno, restituisco quattro volte tanto”.

  1. Abbiate una grande capacità di iniziativa per costruire il mondo.

  2. Gesù suscita in Zaccheo un desiderio di agire, un agire pulito.

  3. Zaccheo viene liberato da tutte le sue riserve e dalle sue paure;

  4. esce di nuovo all’aperto, non si nasconde più, riconosce gli errori e si ripromette nel dono.

  5. Amate le nostra città e il nostro paese, e apritevi alle dimensioni del mondo.

  6. Studiate, e siate competenti nella vostra professione, siate uomini e donne di giustizia, gente che dà quattro volte tanto a chi ha bisogno di presenza e di aiuto.

13. LA DIMENSIONE CIVILE DELLA VITA

  1. Sappiate prendervi a cuore la dimensione civile della vita, perché chi incontra Gesù sa evitare la frode e sa pagare di persona in misura generosa.

  2. Partecipate con frutto ai corsi di formazione sociale e politica, e assumete progressivamente, a diversi livelli, le prime responsabilità pubbliche .

  3. Abbiate a cuore il mondo professionale, la cultura umanistica e quella scientifica, i nuovi campi della economia, dell’informatica e della bioetica, perché siano sempre a servizio dell’uomo.

  4. Costruite in voi una solida coscienza della dignità della persona e del valore della cosa pubblica, e un vivo desiderio di partecipazione sociale .

  5. Siate vicini al soffrire e al dolore del mondo.

  6. Il mistero del dolore e della morte esige una giusta collocazione nel quadro della vita e delle sue espressioni;

    • voi vi siete impegnati personalmente a stare vicino a chi soffre,

    • a far visita ai malati,

    • ad essere solidali nel lutto,

    • a non lasciare nessuno da solo in questi momenti drammatici dell’esistenza.

    • Questa vostra umana sensibilità sia un esempio per tutti .

  7. Lavorate per la pace, sapendo – come ha detto il Papa – che non c’è pace senza giustizia e senza perdono.

  8. Voi avete scritto che la pace nasce da una esigenza interiore, per poi crescere nei rapporti e nelle relazioni quotidiane, e si espande verso il superamento di ogni conflitto e di ogni discriminazione, di ogni violenza e di ogni ingiustizia, tra le persone, tra i gruppi, le comunità, i popoli.

  9. Coltivate l’informazione e il dialogo, costruite una cultura della pace .

14. UN’ANIMA UNIVERSALE

  1. Attraversate la città contemporanea

    • con il desiderio di ascoltarla,

    • di comprenderla,

    • senza schemi riduttivi

    • e senza paure ingiustificate,

    • sapendo che insieme è possibile conoscerla nella sua varietà diversificata,

    • nelle rete di amicizie e di incontri,

    • nella collaborazione tra i gruppi e le istituzioni.

  2. Favorite i rapporti tra persone che sono diverse per storia, per provenienza, per formazione culturale e religiosa.

  3. Possiate essere il fermento e i promotori di nuove “agorà” dove si possa dialogare anche tra coloro che la pensano diversamente in una ricerca appassionata e comune.

  4. Dobbiamo creare piazze nuove tra le nostre case, dove ci siano nel rispetto reciproco, vere possibilità di intesa tra il fratello, il cittadino e lo straniero, seconde le esigenze attuali della vita, dello studio e del lavoro .

  5. E’ necessaria una maggiore educazione alla mondialità che favorisca una reale integrazione fra culture e realtà umane, senza fermarsi ad occasioni sporadiche, ma realizzando esperienze costanti di apertura e di accoglienza verso rinnovate integrazioni ecclesiali e sociali. Abbiate un’anima universale .

CONCLUSIONE: OGGI LA SALVEZZA

9Gesù gli rispose: “Oggi la salvezza è entrata in questa casa, perché anch’egli è figlio di Abramo; 10 il Figlio dell’uomo infatti è venuto a cercare e a salvare ciò che era perduto”.

  1. Oggi la salvezza entra nella vostra casa.

  2. Siate capaci di vivacità spirituale, perché la salvezza viene a volte in maniera inaspettata;

  3. in situazioni complesse sa trovare strade diritte, non troppo programmabili, ma frutto di generosità, di preparazione assidua e di saggio e pacato discernimento.

  4. La salvezza si arma di fiducia, di dialogo, di pazienza e di lavoro.

  5. La salvezza si insinua nelle istituzioni e nei contesti di oggi, entra in ogni casa che sa accogliere davvero.

  6. La cura della comunità e l’attenzione al vivere civile siano sempre tenute insieme.

  7. Ci sono dei luoghi che sembrano impenetrabili, perduti, rovinati per sempre, inaccessibili al Vangelo: abbiate fiducia, andate incontro al mondo contemporaneo, ha bisogno di voi e vi aspetta.

  8. Il Figlio dell’uomo è venuto a cercare e salvare ciò che era perduto.

  9. Non c’è niente di perduto che non possa essere salvato.

  10. Col coraggio e la fiducia di Gesù, attraversate la città!

  11. Non abbiate paura di essere i santi del nuovo millennio!

CARISMI

Da un insegnamento di Padre Raniero Cantalamessa

A ciascuno di noi… è stata data la grazia secondo la misura del dono di Cristo. Per questo sta scritto: Ascendendo in cielo ha portato con sé prigionieri, ha distribuito doni agli uomini ” (Ef 4,7-8).

Questa parola dell’Apostolo ci mette dinanzi l’evento fondamentale dal quale deve partire ogni riflessione sui carismi; tale evento è questo: Cristo, risorto e asceso al cielo, ha mandato lo Spirito Santo, ha distribuito doni agli uomini. è dunque il Cristo Signore che deve occupare il centro della nostra attenzione, lui che non soltanto allora, ma sempre, anche in questo momento, dona lo Spirito alla sua Chiesa. E’ lui la sorgente alla quale dobbiamo guardare, la “roccia spirituale”, dalla quale scaturisce quel “fiume che, con i suoi ruscelli (i carismi!) rallegra la città di Dio” (cfr. Sa] 46,5).

Il modo più sicuro di parlare dei carismi è di commentare alcuni testi basilari che si leggono nel Nuovo Testamento su questo argomento. Il primo di questi è proprio il capitolo 4 dell’epistola agli Efesini, di cui abbiamo ascoltato, all’inizio, alcune frasi: “Un solo corpo, un solo Spirito…un solo Dio Padre di tutti… E lui che ha stabilito alcuni come apostoli, altri come profeti, altri come evangelisti…  (Ef 4,4.6.11).

Questo testo ci dice che nella realtà della Chiesa si distinguono due livelli: il livello dell’unità, o della comunione (koinonía) e il livello della diversità, o del servizio (diakonía) e ci dice anche che i carismi appartengono a questo secondo piano. In altre parole, la Chiesa è fatta di alcune realtà comuni a tutti e identiche per tutti, che sono: un solo Dio Padre, un solo Signore Gesù Cristo, In solo Spirito, una sola fede, una sola speranza, un solo battesimo; e di altre realtà, che sono invece diverse per ciascuno, cioè i ministeri e i carismi. Questi sono l’espressione della ricchezza, del dinamismo, della varietà della Chiesa; essi fanno sì che la Chiesa sia, non solo un “corpo ben compaginato e connesso”, ma anche “articolato secondo l’energia propria di ogni membro”.

CARISMI E SACRAMENTI

Tra le cose comuni a tutti, S. Paolo pone il battesimo, come abbiamo sentito, e quindi tutti i sacramenti. Infatti la differenza tra unità e diversità si riflette nella differenza che c’è tra sacramenti e carismi, e sulla quale vogliamo ora riflettere un po’ più da vicino.
Nella prima lettera ai Corinzi, leggiamo: “Vi
sono poi diversità di carismi, ma uno solo è lo Spirito; vi sono diversità di ministeri, ma uno solo è il Signore; vi sono diversità di operazioni, ma uno solo è Dio che opera tutto in tutti”. Ritorna, in questo testo, la stessa distinzione marcata tra ciò che nella Chiesa è diverso (carismi, ministeri, operazioni) e ciò che è, invece, “uno solo e identico”. Tra le cose che sono uguali per tutti, l’Apostolo pone, anche qui, i sacramenti; scrive infatti poco più avanti: “In realtà noi tutti siamo stati battezzati in un solo Spirito per formare un solo corpo… e tutti ci siamo abbeverati a un solo Spirito ” (1 Cor 12,13). L’espressione “abbeverati a un solo Spirito” potrebbe alludere velatamente all’eucaristia che nell’iniziazione cristiana delle origini veniva ricevuta, la prima volta, unitamente al battesimo. E’ certo, in ogni caso, che anche l’eucaristia fa parte di questo piano della comunione; immediatamente prima, infatti, l’Apostolo ha parlato dell’eucaristia, dicendo: “Poiché c’è un solo pane, noi… siamo un corpo solo”(1 Cor 10, 17).

Che rapporto c’è, dunque, tra i carismi e i sacramenti? I sacramenti fanno parte di quell’ambito comune, nel quale non c’è distinzione alcuna tra i credenti, che tutti ricevono allo stesso modo e nel quale, se c’è una distinzione, questa dipende unicamente dalla fede personale e dal grado di santità di ognuno e non dal posto che occupa nella Chiesa. L’eucaristia che riceve il papa è la stessa, identica eucarestia che ricevono i vescovi, i sacerdoti e i laici. Il battesimo è sempre lo stesso, sia che venga amministrato dal papa, sia che venga amministrato da un sacerdote o, in caso di necessità, da un semplice laico. I sacramenti sono dunque quelle realtà comuni, grazie alle quali la Chiesa è anzitutto comunione e unità. I carismi invece sono “una manifestazione particolare dello spirito data a ciascuno” (cfr. 1 Cor 12,7). Essi non sono perciò per tutti uguali; anzi, nessuno è in realtà uguale all’altro.

Nella sua infinita sapienza, Dio ha stabilito, dunque, come due canali distinti per santificare la Chiesa, come due diverse direzioni dalle quali soffia lo Spirito. C’è, per così dire, lo Spirito che Viene dall’alto e che si trasmette attraverso il papa, i vescovi, i sacerdoti, che agisce nel Magistero della Chiesa, nella gerarchia, nell’autorità e soprattutto nei sacramenti. In questo caso, lo Spirito, o la grazia, viene a noi attraverso dei canali istituiti da Cristo e affidati alla Chiesa istituzionale. A tali canali nessuno può apportare dei cambiamenti, neppure la stessa gerarchia della Chiesa.

Possiamo paragonare i sacramenti a delle “prese” do corrente, collocate in punti precisi della casa. C’è lassù sui monti, una grande centrale che produce elettricità; attraverso  dei grossi fili, essa supera monti e valli e giunge alla città e, ramificandosi, arriva fino alle prese di corrente che ci sono on ogni casa; ogni volta che si accosta la spina, da quella presa si sprigiona calore, energia, luce, secondo i bisogni: Così è sul piano della grazia: c’è un’unica centrale di grazia che è il sacrificio redentivo di Cristo consumato sulla croce; da esso, attraverso i canali stabiliti da Cristo, la grazia fluisce ininterrottamente fino a noi e noi l’attingiamo nei sacramenti.

Fin qui la direzione che ho chiamato “dall’alto”; c’è, però, una direzione, in certo senso, opposta, da cui soffia lo Spirito ed è la direzione “dal basso”, cioè dalla base, o dalle cellule del corpo, che è la Chiesa. Questo è davvero quel vento, di cui Gesù diceva che “spira dove vuole” (cfr. Gv 3,8). S. Paolo sembra riprendere questo concetto di Gesù, quando, parlando dei carismi, dice: Tutte queste cose è l’unico e il medesimo Spirito che le opera distribuendole a ciascuno, come vuole” (1 Cor 12,11). “Come vuole”: qui regna sovrana la libertà di Dio, non legata da scelte fatte una volta per sempre, all’inizio della Chiesa, ma sempre nuova e imprevedibile. 1 carismi sono manifestazioni concrete di questo Spirito che soffia “dove vuole” e che nessuno può prevedere o stabilire in anticipo. Se i sacramenti sono 1e prese” della grazia, i carismi sono 1e sorprese” della grazia e dello Spirito Santo!

La Chiesa completa, organismo vivo, irrorato e animato dallo Spirito Santo, è l’insieme di questi due canali, o il risultato delle due direzioni della grazia. I sacramenti sono il dono fatto a tutti per l’utilità di ciascuno, il carisma è il dono fatto a ciascuno per l’utilità di tutti. I sacramenti sono doni dati all’insieme della Chiesa per santificare i singoli; i carismi sono doni dati ai singoli per santificare l’insieme della Chiesa.

Si comprende facilmente, allora, quale perdita sarebbe per la Chiesa, se, a un certo punto, si pensasse di poter fare a meno dell’uno o dell’altro di quei due canali: o dei sacramenti o dei carismi, o dello Spirito che scende dall’alto, o dello Spirito che è diffuso alla base della Chiesa. Ora, purtroppo, dobbiamo dire che una cosa del genere è avvenuta nella Chiesa, almeno a livello pratico, se non in linea di principio. Dopo il Concilio Vaticano 11, tutti riconoscono che in passato era avvenuta una certa decurtazione dell’organismo santificante della Chiesa, a spese, appunto, dei carismi. Tutto passava solamente attraverso i canali cosiddetti “verticali”, costituiti dalla gerarchia o affidati alla gerarchia; attraverso essi il popolo cristiano riceveva la Parola di Dio, i sacramenti, la profezia (questa era intesa, di solito, come il carisma di insegnare infallibilmente la verità, inerente al Magistero della Chiesa!). Si era alla famosa Chiesa “piramidale”, in cui si supponeva che tutto dovesse seguire una trafila ben precisa e unidirezionale: da Dio al papa, dal papa ai vescovi, da questi ai sacerdoti e dai sacerdoti ai fedeli. Era inevitabile che da ciò risultasse una certa inerzia del laicato.

All’origine di questo impoverimento dottrinale c’era una certa concezione della Chiesa che si era andata formando in epoca moderna e che è stata chiamata, per analogia, la concezione “deista” della Chiesa (H. Múhlen). C’era stata, con Cartesio, una concezione deista del mondo: secondo tale concezione, Dio aveva creato, all’inizio, il mondo e, dopo averlo, per cosi dire, messo in moto, si era ritirato, lasciando che funzionasse per conto suo, secondo le leggi inscritte in esso una volta per sempre. Si chiamava anche concezione “meccanica” del mondo. Si negava, praticamente, la provvidenza e l’attuale, incessante governo di Dio sul mondo.

Per analogia, si chiama concezione “deista” della Chiesa quella che la considerava come un organismo perfetto creato da Gesù e dotato, fin dall’origine, di tutti i poteri e i mezzi (sacramenti, gerarchia, Magistero) per camminare da sola fino alla parusia. Anche qui, senza rendersene conto, si metteva in ombra l’attuale, incessante signoria di Cristo sulla sua Chiesa che si esprime nella libertà di intervenire, momento per momento, con il suo Spirito, sulla Chiesa stessa e di preparare sorprese sempre nuove alla sua Sposa. In pratica, si restringeva lo spazio in cui si situano i carismi. E infatti di carismi non si parlava quasi più in teologia, o se ne parlava in un senso tutto particolare, per designare le grazie e i fenomeni straordinari che si riscontravano nella vita di alcuni santi.

 Con il Concilio Vaticano II, questa immagine di Chiesa un po’ statica e “meccanica” è mutata. Si è ripreso coscienza che la Chiesa non può fare a meno dell’immensa ricchezza di grazia diffusa capillarmente nel corpo della Chiesa, in tutti i suoi membri, e che si manifesta nei doni, o carismi, di ognuno.

 Ecco cosa ha scritto, in proposito, il Concilio in un testo giustamente famoso: “Lo Spirito Santo non solo per mezzo dei sacramenti e dei ministeri santifica il Popolo di Dio e lo guida e adorna di virtù, ma “distribuendo a ciascuno i propri doni come Piace a Lui” (cfr. 1 Cor 12,11), dispensa pure tra i fedeli di ogni ordine grazie speciali, con le quali li rende adatti e pronti ad assumersi varie opere ed uffici utili al rinnovamento e alla maggiore espansione della Chiesa, secondo quelle parole: ‘A ciascuno… la manifestazione dello Spirito è data perché torni a comune vantaggio” (cfr. 1 Cor 12,7). E questi carismi straordinari o anche più semplici e più comuni, siccome sono soprattutto adatti e utili alle necessità della Chiesa, si devono accogliere con gratitudine e consolazione” (Lumen gentium, 12). ripristinato, in questo testo, il duplice movimento dello Spirito; di esso infatti si dice che agisce “non solo attraverso i sacramenti”, cioè dall’alto, ma anche dal basso, attraverso quella fitta rete di grazie che sono i carismi di tutti i battezzati. Nell’uno e nell’altro caso si tratta, inoltre, di un’azione destinata a “santificare” il popolo di Dio, cioè a qualcosa di essenziale e di costitutivo della Chiesa, e non semplicemente a un suo abbellimento o arricchimento accidentale.

CARISMI E SERVIZIO

Dal testo conciliare risulta chiaro qual è lo scopo dei carismi: essi sono destinati a rendere i fedeli “adatti e pronti” ad assumersi delle responsabilità in ordine al rinnovamento interiore e all’espansione esterna della Chiesa. In ciò il Concilio non fa che riproporre il più puro insegnamento del Nuovo Testamento sui carismi. S. Paolo scrive che è Dio che ha stabilito alcuni conte apostoli, altri come profeti, altri come evangelisti, altri come pastori e maestri, per rendere idonei i fratelli a compiere il ministero (cioè il servizio), alfine di edificare il corpo di Cristo(Ef 4,11). S. Pietro, da parte sua, raccomanda: Ciascuno viva secondo la grazia (charisma) ricevuta, mettendola a servizio (diakonìa) degli altri” (1 Pt4,10).

 Lo scopo dei carismi è, dunque, la diakonía, il servizio, il ministero. Quest’ultimo termine, ministero, è il più usato nelle nostre traduzioni della Bibbia; tuttavia, è diventato, nel nostro linguaggio corrente, talmente vago e ambiguo che ha bisogno di essere ben compreso, per non essere frainteso (esistono anche i “rninisteri” politici e governativi, che non sono sempre organismi di servizio, o almeno non sono avvertiti dalla gente come tali). Quello che la parola ministero significa nel Nuovo Testamento è semplicemente servizio (da ministrare, che significa servire). Lo scopo dei carismi non è dunque quello di dare lustro, prestigio o fama di santità a chi li riceve; non è quello di dargli delle sicurezze o dei poteri sugli altri.

Assolutamente! Cosi. si stravolgono i carismi. Quando Gesù, ascendendo al cielo, ha riversato, come una pioggia, i suoi doni sugli uomini, aveva in mente il suo corpo, la Chiesa; è essa che amava e voleva “edificare”. Commentando il capitolo 4, versetto 8, della lettera agli Efesini, S. Agostino nota che l’Apostolo dice: ” … ha distribuito doni agli uomini, mentre il versetto del salmo che sta citando dice: “ha ricevuto doni dagli uomini” (cfr. Sal 68,19), e spiega che entrambe le cose sono vere in Cristo: egli ha donato i carismi agli uomini in quanto Capo e li ha ricevuti in quanto corpo (poiché il Cristo totale è Capo e corpo insieme, Cristo e la Chiesa insieme). Ciò che ognuno riceve in dono dallo Spirito Santo, è la Chiesa che lo riceve (cfr. S. Agostino, De Trinitate, XV, 19,34).

 I carismi sono, dunque, per la Chiesa: per la bellezza della Chiesa, per la vitalità e la varietà della Chiesa. Questo ci mette sulla strada per scoprire come mai S. Paolo chiama la carità 1a via migliore”, il carisma dei carismi. Anche qui ci facciamo guidare da S. Agostino. Dopo aver ricordato i vari carismi  elencati dall’Apostolo in 1 Cor 12,8-10, S. Agostino dice: “Forse, tu non hai nessuno di questi doni elencati; ma se ami, quello che Possiedi non è poco. Se infatti ami l’unità, tutto ciò che in essa è Posseduto da qualcuno, lo possiedi anche tu! Bandisci l’invidia e sarà tuo ciò che è mio, e se io bandisco l’invidia, è mio ciò che Possiedi tu. L’invidia separa, la carità unisce. Soltanto l’occhio, nel corpo, ha la facoltà di vedere; ma è forse soltanto per se stesso che l’occhio vede? No, egli vede per la mano, per il piede e per tutte le altre membra; se infatti il piede sta per urtare in qualche ostacolo, l’occhio non si volge certo altrove, evitando di Prevenirlo. Soltanto la mano agisce nel corpo; ma forse che essa agisce soltanto per se stessa? No, agisce anche per l’occhio; infatti se sta per arrivare qualche colpo che ha di mira, non la Mano, ma soltanto il volto, forse che la mano dice: ‘Non mi muovo, perché il colpo non è diretto a me”. Così il piede, camminando, serve tutte le membra; le altre membra tacciono e la lingua Parla per tutte. Abbiamo, dunque, lo Spirito Santo se amiamo la Chiesa e l’amiamo se ci manteniamo inseriti nella sua unità e nella sua carità. Infatti lo stesso Apostolo, dopo aver affermato che agli uomini sono stati dati doni diversi, così come vengono assegnati compiti diversi alle membra del corpo, continua dicendo: ‘Io vi mostrerò una via migliore di tutte’ (1 Cor 12,3 1) e comincia a parlare della carità. Antepone la carità alle lingue degli uomini e degli angeli, la preferisce ai miracoli della fede, alla scienza e alla profezia; la mette perfino prima di quelle grandi opere di misericordia che consistono nel donare tutto ciò che si ha ai poveri; la preferisce, da ultimo, anche al martirio del corpo. A tutti questi grandi doni antepone la carità. Abbi dunque la carità e avrai tutto, perché qualsiasi altra cosa tu possa avere, senza di essa, a nulla potrà giovarti” (S. Agostino, In Iohannem, 32,8).

Ecco svelato il segreto perché la carità è “a via migliore”: essa mi fa amare l’unità (cioè la Chiesa e, concretamente, la comunità in cui vivo), e nell’unità, tutti i carismi, non solo alcuni, divengono “miei”. Anzi c’è di più. Se tu ami veramente l’unità, il carisma che io possiedo è più tuo che mio. Supponiamo che io abbia il carisma di “evangelista”, cioè di annunciare la Parola di Dio; io posso compiacermene e vantarmene: allora divento “un cembalo squillante” e il carisma- mi dice l’Apostolo- “a nulla mi giova”, mentre a te che ascolti la Parola annunciata, esso non cessa di giovare, nonostante il mio peccato. Per la carità, tu possiedi senza pericolo ciò che un altro possiede con pericolo. Che straordinaria invenzione della sapienza di Dio! La carità moltiplica i carismi; fa del carisma di uno il carisma di tutti.

Ma perché questo miracolo avvenga, bisogna, dice Agostino, bandire l’invidia, cioè morire al proprio “io” individuale ed egoista che cerca la propria gloria, ed assumere invece grande, immenso, di Cristo e della Chiesa. E questo suppone uno stato di profonda conversione. I carismi infatti suppongono che si viva in stato di continua conversione; essi non si mantengono sani ed integri che in tale stato.

 Quando S. Paolo afferma che, senza la carità, anche il più sublime dei carismi “a niente mi giova”, adesso sappiamo che questo non vuol dire che senza la carità i carismi non giovano a nessuno e vanno a vuoto; vuol dire soltanto che non giovano a me”; giovano alla Chiesa, anche se non giovano a chi li possiede e li esercita.

 L’ESERCIZIO DEI CARISMI

 Siamo, così, introdotti alla considerazione dell’ultimo punto: l’esercizio concreto dei carismi. Voglio partire da un’espressione di S. Paolo che abbiamo già ascoltato, ma non ancora commentato: “A ciascuno – dice – è data una manifestazione particolare dello Spirito per l’utilità comune ” (1 Cor 12,7). Mi preme ora sottolineare le parole: “una manifestazione particolare dello Spirito”. Dunque, il carisma è una manifestazione, o epifania, dello Spirito; è un modo parziale, ma autentico, di manifestarsi dello Spirito. (11 termine greco usato è lo stesso che, nel Nuovo Testamento, indica la manifestazione di Cristo: phanérosis). Con ciò si è detta una cosa molto seria; si è detto che i carismi, o non ci sono affatto in una persona, o, se ci sono, si guasteranno presto, se essi non sono il manifestarsi spontaneo e quasi il riflesso naturale dello Spirito che riempie il suo cuore e la sua vita. Se, in altre parole, sono qualcosa di staccato e di posticcio nella vita di chi li esercita. Gesù ci dice che con i carismi si può finire perfino all’inferno; dice infatti: “Non chiunque mi dice: Signore, Signore, entrerà nel regno dei cieli, ma colui che fa la volontà del Padre mio che è nei cieli. Molti mi diranno in quel giorno: Signore, Signore, non abbiamo noi profetato nel tuo nome (primo carisma!) e cacciato i demoni nel tuo nome (secondo carisma!) e compiuto molti miracoli nel tuo nome (terzo carisma!)? lo però dichiarerò loro: Non vi ho mai conosciuti; allontanatevi da me, voi operatori di iniquità ” (Mt 7,21-23).

 Come mai questa gente che profetizza, che scaccia i demoni e opera molti miracoli, si sente dire, nel giorno del giudizio: “Via da me!”? E’ che quei carismi non erano la “manifestazione” autentica di una vita guidata dallo Spirito di Gesù, ma erano qualcos’altro; erano, semmai, ostentazione dello Spirito, non manifestazione dello Spirito. Così avviene quando si abusa dei doni di Dio per la propria gloria o utilità, senza accettare le austere esigenze che lo Spirito stesso pone e che il vangelo espone, che si riassumono nella parola “croce”.

 Dobbiamo perciò entrare in una prospettiva di conversione reale, smettendo di pensare ai carismi come a dei bei doni che, a un certo punto, grazie all’effusione dello Spirito, si sono posati sull’albero della nostra vita. Questo sarebbe, in tal caso, un albero di Natale, non un albero vero. Già un’altra volta ho illustrato la differenza che c’è tra l’albero di Natale e un albero vero. L’albero di Natale, in genere, è un alberello di plastica, al quale si appendono i regali natalizi e che si butta via, appena i regali sono stati staccati e la festa è passata. Un cristiano che presenta dei carismi, senza però la sostanza di una vita improntata al Vangelo, somiglia a quell’alberello di plastica che non serve più a niente e che si butta via non appena sono stati colti i sui doni. Ben diverso è il cristiano la cui vita è simile all’albero che cresce lungo corsi d’acqua: egli porta sempre di nuovo frutto a suo tempo e le sue foglie non appassiranno mai (cfr. Sal 1,3). Costui passerà, sì, attraverso l’inverno, cioè attraverso periodi in cui non sembra aver alcun frutto ed è spoglio di tutto (passerà attraverso lo spogliamento e l’aridità), ma a primavera tornerà a germogliare e, anzi, quando i suoi frutti non si vedono, è proprio allora che ne produce di più.

S. Paolo esprime bene tutto questo quando afferma che i carismi devono essere l’espressione di una vita “secondo lo Spirito”; i carismi infatti sono al sicuro solo in coloro che, “mediante lo Spirito, fanno morire le opere della carne” (cfr. Rin 8,13). Questo ci spiega come mai tante persone si siano fermate per la strada, dopo un inizio folgorante nel Rinnovamento o, addirittura, siano tornate indietro.

 Avviene, dei Rinnovamento, come quando si accende un fuoco in casa; dapprima si appicca il fuoco a del materiale facilmente infiammabile, come carta, paglia, o arbusti secchi. Ma finita quella prima fiammata, o il fuoco è riuscito ad accendere i pezzi di legno grandi, e allora durerà fino al mattino dopo e riscalderà tutta la casa, o non vi è riuscito, e allora non succede proprio nulla; si è trattato, appunto, di un “fuoco di paglia”. Sul piano del rinnovamento spirituale, o la fiamma iniziale si attacca al cuore e lo trasforma da cuore di pietra in cuore di carne, o non giunge al cuore, ma resta alla periferia e allora si consuma presto e non lascia traccia di sé.

Se, nei nostri gruppi, sono ancora così scarsi i “carboni accesi”, cioè le vite realmente penetrate dal fuoco dello Spirito che bruciano ormai per la Chiesa, la ragione risiede qui; è che non si è permesso al fuoco di giungere al cuore. Non si è passati attraverso quella che S. Paolo chiama “la circoncisione del cuore” (cfr. Rin 2,29).

 Dobbiamo prendere più sul serio alcune regole basilari di santità che si osservano, appunto, nella vita dei santi riconosciuti tali dalla Chiesa. Io mi stupisco e soffro, e qualche volta fremo anche di sdegno, quando, tra persone del Rinnovamento, sento dire che si deve proclamare la gioia della risurrezione e che non si deve esagerare nel parlare di croce, di rinnegamento di sé, per non tornare a una certa vecchia spiritualità troppo “afflittiva”. Certo che noi dobbiamo spingere la fede e la gioia della risurrezione fino all’estremo, ma l’equilibrio non sta nel dosare un po’ di risurrezione e un po’ di croce. Questo è un modo di pensare tutto umano. L’equilibrio sta nel portare all’estremo l’una e l’altra cosa; l’equilibrio sta nell’accettare fino in fondo la croce, per poter sperimentare fino in fondo la risurrezione.

 La Chiesa non si smentisce, Gesù non si smentisce; per venti secoli, i santi si sono santificati così. All’inizio del cammino spirituale, la grazia si fa sentire con doni e consolazioni grandi, al fine di staccare la persona dal mondo e farla decidere per Dio; ma in seguito, una volta distaccati dal mondo, lo Spirito spinge tali persone a incamminarsi per la “via stretta” del vangelo, la via della mortificazione, dell’obbedienza, dell’umiltà. Non si vede perché oggi il Signore debba aver cambiato radicalmente metodo e fare i santi attraverso una via diversa, lastricata di dolcezze ed esperienze esaltanti, dall’inizio alla fine. Non si vede perché e come possa farli passare di gloria in gloria, senza farli passare di croce in croce.

Gesù ci ha salvati passando di croce in croce e ha fatto i santi facendoli passare di croce in croce, pur nella gioia pregustata della risurrezione. 1 carismi devono esibire i frutti dello Spirito; e se non ci sono questi, tutto è pericoloso, bisogna fermarsi, riflettere. Gesù ha detto: “Dai frutti li riconoscerete”, e i frutti di cui parla sono quelli dello Spirito: amore, gioia, pace, benevolenza, pazienza, umiltà, obbedienza…

E giacché ho nominato l’obbedienza, vorrei insistere un momento su questa virtù. 1 carismi si devono esercitare nell’obbedienza. S. Paolo ci ha detto che i carismi sono di coloro che, mediante lo Spirito, fanno morire le opere della carne; cioè di quanti, attraverso l’obbedienza, mortificano l’amor proprio, l’orgoglio, il proprio punto di vista. In un gruppo dove non c’è clima di obbedienza e di sottomissione (a chi presiede, al sacerdote, o semplicemente reciproca), tutto è in pericolo, tutto è ambiguo; nascono le fazioni e poi le delusioni. L’obbedienza è il marchio per riconoscere se un fratello è animato da un carisma autentico o no; basta vedere se egli è disposto – qualora una voce autorevole glielo chieda – a tirarsi in disparte, a sottomettere il suo carisma alla comunità.

S. Teresa d’Avila aveva delle apparizioni di Gesù; e si trattava davvero di Gesù in persona, non del demonio; ma, dal momento che un certo confessore le aveva detto che c’era un inganno del demonio e che doveva spruzzare la visione di acqua santa, ella obbediva e spruzzava di acqua santa Gesù e Gesù era contento che lei obbedisse al suo confessore. Come si può, allora, sentire tra noi qualcuno che dice: “Mi si mortifica, sono inibito, mentre io sento che il Signore mi chiama a far questo e quello”. Tu senti, tu senti,
ma non ti accorgi, caro fratello, che questo tuo “sentire” ti sta portando fuori strada. L’importante non è ciò che tu senti; l’importante è ciò che “sente” la Chiesa. Se volete proprio avere dei “sentimenti”,
abbiate in voi gli stessi sentimenti che furono in Cristo Gesù e cioè, come dice Paolo, l’obbedienza e l’umiltà (cfr. Fil 2,5ss).

 Un’ultima cosa devo dire, qui, circa l’esercizio dei carismi: che essi non possono andare insieme con il peccato. Dunque che bisogna rompere definitivamente con il peccato. Alla vigilia dell’effusione dello Spirito, tutto quello che il Signore vuole da voi è questo. Non è scegliere quale carisma chiedere (è meglio, anzi, non chiedere proprio niente e lasciare che sia lo Spirito a distribuire i suoi doni “come vuole”). La cosa veramente importante è offrire al Signore un cuore contrito e umiliato, un cuore che non ha più attaccamenti al peccato. Beati voi se, in questa circostanza, in un momento di raccoglimento, riuscite a dire a Gesù: “Signore, ho capito qual è la mia vera radice di peccato, il legame che ancora mi impedisce di correre liberamente verso di te; perciò, tremando a causa della mia debolezza, ma pieno di fiducia nella tua grazia, dico: tra me e ‘quel’ peccato, più niente in comune; dico: Basta! Rompo definitivamente con il mio peccato!”.

A proposito di peccato, lasciate che esprima un grido accorato che ho nel cuore da tempo. Ci sono inganni nei gruppi, in alcuni fratelli; ci sono delle situazioni in cui si ha l’aria di scherzare con Dio. S. Paolo dice: Non ci si può prendere gioco di Dio!”(Gal 6,7); ora ci sono persone che sembrano non aver capito quanto Dio prende sul serio il peccato. Non parlo dei peccati che commettiamo tutti, che ci colgono di sorpresa e, comunque, dei quali ci pentiamo e ci confessiamo; parlo di “stato” di peccato, cioè di situazioni chiaramente individuate da tempo come situazioni di grave rottura con Dio e con la Chiesa, con le quali si continua a vivere tranquilli e si va alla preghiera settimanale. E’ una cosa terribile: l’epistola agli Ebrei dice che chi vive in questo tipo di peccato “crocifigge di nuovo il Figlio di Dio e lo espone all’infamia” (cfr. Eb 6,6). Chi fa questo e va, senza pentimento, all’incontro di preghiera, è uno che va a battere le mani e lodare Cristo Signore, mentre nel suo cuore lo sta di nuovo crocifiggendo. Se ci sono tra noi casi del genere, pentimento, pentimento, confessione, confessione! Basta, andare ipocritamente in giro dissimulando il proprio peccato. “Oggi, se ascolti la sua voce, non indurire il tuo cuore!“.

 Signore, aiutaci ad avere un cuore contrito e umiliato, che ha tagliato tutti i ponti con il peccato volontario, perché tu possa riversare su di noi il tuo Spirito e arricchirci dei suoi doni per la gloria del Padre e per l’edificazione della tua Chiesa. Amen!

(La sobria ebbrezza dello Spirito – Edizioni RnS)

L’ALBO D’ORO DELL’ORDINE OSPEDALIERO DEI FATEBENEFRATELLI

LE SUE RADICI

I frati della sporta”

Nel tesoro della basilica di san Giovanni di Dio a Granata, luogo nel quale si conserva parte dei resti mortali del Santo, tra le altre reliquie, come la seconda lettera, vi sono il suo bastone e la sporta, segni eloquenti dei tanti ADESSO non di parole ma di gesti concreti proferiti dall’avventuriero illuminato.

SAN GIOVANNI DI DIO

La santità del Fondatore dei Fatebenefratelli è stata riconosciuta ufficialmente dalla Chiesa, che fin (dal 1630 lo proclamò Beato, fissandone la festa liturgica 1’8 marzo, giorno della sua nascita al Cielo. Nel 1690 Alessandro Vlll lo proclamò Santo. Lui e San Camillo de Lellis furono poi prescelti nel 1886 come Patroni degli Ospedali e dei malati e nel 1930 anche come Patroni degli operatori sanitari.

Nella schiera dei Fatebenefratelli che da quattro secoli e mezzo perpetuano la dedizione del Fondatore verso i malati ed i poveri, molti hanno raggiunto la vetta della santità e per svariati di loro è stato iniziato il Processo di Beatificazione: si tratta di una procedura giustamente complessa e che richiede perciò tempi assai lunghi, ma per 74 Fatebenefratelli essa ha già avuto un felice epilogo e merita perciò farne cenno.

A parte il folto gruppo dei martiri, le tre figure più note sono quelle di San Riccardo Pampuri, del Beato Giovanni Grande e del Beato Benedetto Menni: un terzetto ben assortito, che abbraccia i tre ruoli principali del Fatebenefratelli, giacché il primo fu un medico, il secondo un infermiere e il terzo un sacerdote.

SAN RICCARDO PAMPURI

Nacque nel 1897 a Trivolzio, un paesino a 12 Km da Pavia. Laureatosi in medicina e chirurgia nel 1921, lavorò per sei anni come medico condotto a Morimondo (Milano).
Nel 1927, desiderando consacrarsi ai malati in maniera più completa e totale, entrò a Brescia nel Noviziato dei Fatebenefratelli e vi emise la Professione Religiosa il 24 ottobre 1928. Gli venne affidato il Gabinetto Dentistico e la gente accorreva a lui non solo per la competenza professionale, ma per il garbo e l’amore con cui avvicinava i pazienti.
Purtroppo nella primavera del 1929 la sua salute cominciò a vacillare, minata da una malattia allora inguaribile: la tubercolosi. Dopo un susseguirsi di miglioramenti e di ricadute, il 18 aprile 1930 fu trasferito nell’Ospedale che i Fatebenefratelli hanno a Milano dove vi morì la sera del primo maggio, giorno in cui si celebra la festa liturgica da quando fu proclamato Beato nel 1981. Fu iscritto tra i Santi nel 1989.

Come ben ebbe a sottolineare il Papa: “la vita breve, ma intensa, di fra Riccardo Pampuri è uno sprone per tutto il popolo di Dio, ma specialmente per i medici. Ai suoi colleghi egli rivolge l’appello che svolgano con impegno la loro delicata arte, animandola con gli ideali cristiani, umani, professionali, perché sia una autentica missione di servizio sociale, di carità fraterna, di vera promozione umana“.

SAN GIOVANNI GRANDE

Fu il primo Fatebenefratello dopo S. Giovanni di Dio ad essere proclamato Beato. Vi provvide Pio IX nel 1853.

Era nato a Carmona (Spagna) nel 1546 e da giovane, dopo una breve esperienza eremitica nella quale maturò la decisione di dedicarsi al servizio del prossimo, decise di trasferirsi a Jerez e cominciò con l’assistenza ai carcerati. Ma presto focalizzò il suo interesse nel settore sanitario e gli venne affidata un’infermeria per i malati rifiutati dagli ospedali.
Ben presto gli si affiancarono dei discepoli e verso il 1574 egli decise di fondere il suo gruppo con quello sorto a Granada per iniziativa di San Giovanni di Dio. Vestito l’abito dei Fatebenefratelli, egli continuò a prodigarsi nella città andalusa di Jerez de la Frontera, dove nel 1589 ebbe anche l’incarico dalle autorità locali di riorganizzare l’intera rete ospedaliera della città. Morì assistendo gli appestati il 3 giugno 1600.

E’ stato canonizzato dal Santo Padre Giovanni Paolo II il 2 giugno 1996.

SAN BENEDETTO MENNI

L’Ordine dei Fatebenefratelli è un istituto laicale, ma con la possibilità, fin dalla sua approvazione, di avere in ogni Comunità anche l’eccezione di un confratello prete che assista i malati come cappellano.

Il Beato Benedetto Menni – nato nel 1841 a Milano dove prese l’abito dei Fatebenefratelli nel 1860 – fu appunto prescelto per questo ruolo sacerdotale e venne ordinato prete a Roma nel 1866. Egli fu mandato in Spagna ed incaricato di far rinascere l’Ordine in quel Paese dove era stato soppresso in seguito alla legge massonica emanata nel 1835.

Dopo lunghe vicissitudini, spesso drammatiche, egli non solo riuscì a reclutare nuove vocazioni, ma fondò tra Spagna, Portogallo e Messico ben 22 Ospedali per ogni specie di infermi, soprattutto però dementi e fanciulli storpi, che erano le categorie allora più trascurate dall’assistenza pubblica.

Oltre ad essere il restauratore delle Province spagnola, portoghese e messicana dei Fatebenefratelli, fu fondatore del ramo femminile, le Suore Ospedaliere del Sacro Cuore di Gesù, presenti oggi in 21 nazioni con quasi un centinaio di comunità.

P. Benedetto Menni morì a Dinan (Francia), nel 1914: era il 24 aprile e tale data fu poi scelta come sua festa liturgica quando fu beatificato nel 1985.

E’ stato canonizzato dal Santo Padre Giovanni Paolo II il 21 novembre 1999.

I MARTIRI IN SPAGNA

Nell’Albo d’oro dell’Ordine sono elencati martiri in Belgio, Polonia, Colombia, Cile, Brasile, Filippine, ma soprattutto in Spagna, dove durante la guerra civile del 1936 ben 98 Fatebenefratelli furono uccisi in odio alla fede; 71 di questi il Papa ha deciso di proclamarli Beati in San Pietro il 25 ottobre 1992.

Tra questi 71 Beati ne ricordiamo qui solo uno perché visse per ben dieci anni nella Provincia Romana, dove ricoprì gli incarichi dapprima in maestro dei Novizi e poi di Priore di Frascati: fra Guglielmo Llop. Egli nacque in Spagna nel 1880 ed a 18 anni prese l’abito dei Fatebenefratelli. Restò nellaProvincia Romana dal 1912 al 1922, distinguendosi particolarmente nell’assistenza ai feriti della Grande Guerra.

Tornato in Spagna, fu arrestato e fucilato il 28 novembre 1936 e le sue ultime parole furono di perdono per i suoi uccisori.

 

 

 

 

 

 

“Voglio dunque che gli uomini preghino ovunque si trovino, alzando al cielo le manipure senza ira e senza contese” (Paolo, 1 Tim 2,8)

 

I FATEBENEFRATELLI NEL MONDO

I Fatebenefratelli sono presenti in 46 Nazioni di tutti e cinque i continenti, suddivisi in 22 provincie e 1 vice-provincia, 5 delegazioni generali (ambiti non ancora strutturati in modo tale da poter divenire provincie e dipendenti dalla Curia generalizia) e 6 delegazioni provinciali (idem, dipendenti da Curie provinciali).

In linea di massima l’ambito territoriale di una provincia coincide con quella della rispettiva nazione ma alcune volte esso abbraccia anche più di una nazione mentre altre volte una sola nazione ha più di una provincia. Di seguito sono elencate tutte le zone dove sono presenti i Fatebenefratelli. Per maggiori informazioni sulle missioni è stato aperto di recente un ufficio missioni a Roma.

EUROPA AMERICA AFRICA ASIA OCEANIA

Italia, Canada, Ghana, Giappone, Australia, Francia, USA, Togo, Corea del Sud, N.Zelanda, Austria, Brasile, Benin, India, Papua-N.Guinea, Germania, Venezuela, Senegal, Vietnam, Ungheria, Perù, Camerun, Filippine, Spagna, Ecuador, Zambia, Polonia, Cuba, Liberia, Portogallo, Messico, Sierra Leone, Irlanda, Cile, Inghilterra, Bolivia, Rep.Ceca, Argentina, Rep.Slovacca, Colombia, Città del Vaticano.

22 PROVINCIE RELIGIOSE

Romana, Polacca, Inglese, Lombardo-Veneta, Portoghese, Australiana, Francese, Aragonese, Statunitense, Austriaca, Castigliana, Bavarese, Irlandese, Sudamericana sett., Andalusa, Canadese, Messicana e America centrale, Boemo-Morava, Colombiana, Sudamericana meridionale, Vietnamita, Africane (2).

1 Vice Provincia

Corea

5 Delegazioni Generali

Slesiana, Indiana, Renana, Africa (S.R.Pampuri), Africa (S.B.Menni)

6 Delegazioni Provinciali

Giappone, Filippine, Brasile, Ungheria, Slovacchia, Papua Nuova Guinea.

OPERE GESTITE

1) Nel mondo

  • Istituti psichiatrici 62
  • Ospedali generali 48
  • Istituti di riabilitazione 20
  • Istituti geriatrici 15
  • Ambulatori e Day Hospital 10
  • Ospedali pediatrici 9
  • Chirurgia generale 6
  • Formazione 4
  • Case di soggiorno 4
  • Asili notturni 4
  • Istituti ortopedici 3
  • Sanatori tubercolari 2
  • Scuole per audiolesi 1
  • Parrocchie 1
  • Aiuto al lavoratore 1
  • Centro studi ospedalieri 1
  • Istituto balneo-terapico 1
  • Clinica ostetrica 1
  • Farmacia internazionale 1

2) Provincia Lombardo-Veneta

  • MILANO Ospedale S. Giuseppe (ospedale generale)
  • VENEZIA Ospedale S. Raffaele (osp. per lungodegenti e riabilitazione)
  • BRESCIA Ospedale S. Orsola (ospedale generale)
  • BRESCIA Istituto S. Cuore (istituto di riabilitazione psichiatrica)
  • ERBA (CO) Ospedale Sacra Famiglia (ospedale generale)
  • GORIZIA Ospedale S. Giovanni di Dio (osp. per lungodegenti e riabilitazione)
  • NAZARETH Ospedale Sacra Famiglia (ospedale generale)
  • S. COLOMBANO AL LAMBRO (MI) Istituto S. Cuore (istituto di riabilitazione psichiatrica)
  • CERNUSCO SUL NAVIGLIO Istituto S. Ambrogio (istituto di riabilitazione psichiatrica)
  • S. MAURIZIO CANAVESE (TO) Istituto B.V.della Consolata (ist. di riabilitazione psichiatrica)
  • SOLBIATE COMASCO (CO) Casa di riposo S. Carlo Borromeo (casa di riposo)
  • GORIZIA Casa di riposo S. Giusto (casa di riposo)
  • VARAZZE (SV) Soggiorno B.V. della Guardia (convalescenziario)
  • ROMANO D’EZZELINO Casa di riposo S. Pio X (casa di riposo)
  • TRIVOLZIO (PV) C. di rip. S. Riccardo Pampuri (casa di riposo)

3) Provincia Romana

  • ROMA, Ospedale S. Pietro
  • PERUGIA, Ospedale S. Niccolò
  • GENZANO, Istituto S. Giovanni di Dio
  • NAPOLI, Ospedale Madonna del Buon Consiglio
  • BENEVENTO, Ospedale S. Cuore di Gesù
  • PALERMO, Ospedale Buccheri – La Ferla
  • FILIPPINE, San Juan de Dios Center (Manila) e San Ricardo Pampuri Center (Cavite)

LA STRUTTURA DELLA PROVINCIA

L’Ordine Ospedaliero di S. Giovanni di Dio è retto da un Consiglio generale a capo del quale sta il Priore Generale eletto ogni 6 anni nel corso del Capitolo Generale. Gli uffici centrali (che costituiscono la “Curia generalizia”) si trovano a Roma, fino a pochi anni fa presso l’Ospedale Fatebenefratelli dell’Isola Tiberina, oggi in una sede apposita in via della Nocetta. Alla Curia Generalizia fanno capo anche la Farmacia Vaticana e la Fondazione Internazionale Fatebenefratelli.

L’Ordine è suddiviso in varie “Provincie religiose” di più o meno vasta estensione territoriale. In Italia ve ne sono due: la Provincia di S. Ambrogio, meglio conosciuta come Provincia Lombardo Veneta che comprende l’Italia settentrionale, e la Provincia di S. Pietro detta anche Provincia Romana che abbraccia l’Italia centromeridionale e insulare.

L’organo centrale della Provincia è il Definitorio a sua volta costituito dal Padre Provinciale e da quattro Consiglieri, eletti nel “Capitolo” provinciale che si tiene ogni tre anni e al quale partecipano oltre al Provinciale e ai Consiglieri uscenti, tutti i Priori e alcuni religiosi eletti dalle Comunità delle varie Case. Il Definitorio identifica gli obiettivi generali della provincia, cura la distribuzione delle risorse materiali ed umane con cui realizzarli, verifica l’efficacia e l’efficienza degli interventi, guida la vita delle comunità religiose delle varie Case. Il lavoro della Provincia si articola in sei Aree di intervento.

  1. AREA OSPITALITA’: Coordina e promuove idonee iniziative affinché la Provincia incarni e dia sempre più fedele attuazione al carisma del Fondatore. Sovrintende all’operato del Comitato di Bioetica, del SUM, della Commissione Centrale per la Formazione e degli organi di Pastorale Sanitaria.

  2. AREA STILE DI VITA: Stimola ed anima la vita comunitaria delle varie Case nella fraternità di vita e di condivisione quotidiana

  3. AREA FORMAZIONE: Vigila e tutela la Formazione Iniziale dei confratelli, assicura idonee iniziative per la Formazione Permanente, promuove l’animazione vocazionale.

  4. AREA COLLABORATORI LAICI: Cura i rapporti tra religiosi e laici operanti nelle Case della Provincia studiando le opportune modalità per una sempre più proficua e reciproca collaborazione.

  5. AREA MISSIONI: Stimola la sensibilità missionaria dei confratelli e dei collaboratori laici, promuove e coordina iniziative per la realizzazione delle Opere e interventi in terra di missione.

  6. AREA GOVERNO E AMMINISTRAZIONE: Dirige l’operato della Provincia definendone al tempo stesso gli obiettivi, gestendone le risorse finanziarie, fissandone i criteri operativi, coordinando l’attività delle Direzioni centrali.

San Giovanni di Dio è di tutti!

Leone XIII:

  • A perpetua memoria. “ Dio, ricco di misericordia, suscitò… …procurava in egual modo (S.Camillo n.d.r.) il bene sempiterno delle anime dando ospitalità e medicina agli Infermi”.
  • I due menzionati Confessori siano dichiarati e fatti conoscere, dall’autorità della Santa Sede Apostolica, come Patroni celesti di tutti gl’infermieri e infermi che vivono in tutto il mondo, e che siano invocati nelle litanie dei santi, affinché si accresca il loro culto e la fiducia degl’infermi nel loro patrocinio.
  • “…in virtù della Nostra Autorità Apostolica, costituiamo e dichiariamo Celesti patroni di tutti gli ospedali e infermi di qualsiasi parte i Santi Camillo de Lellis e Giovanni di Dio… Nonostante qualsiasi cosa in contrario. (“” Giugno 1886)

Pio XI:

  • ”…per fomentare e anche accrescere la devozione e la fiducia delle associazioni cattoliche di assistenti medici verso questi santi fondatori di Ordini e Patroni degli Infermi…

  • con la pienezza della Nostra potestà Apostolica…dichiariamo e nominiamo celesti Patroni dinnanzi a Dio di tutte le predette associazioni, così come di tutti gli infermi di ambo i sessi oggi e ne futuro esistenti in tutta la terra, San Giovanni di Dio e San Camillo de Lellis. …Nonostante qualsiasi cosa in contrario.” (28 Agosto 1930).

San Giovanni di Dio appartiene a tutti coloro che abbracciano con entusiasmo e coraggio il dono che lui stesso ha ricevuto: di portare il Vangelo della misericordia fino agli estremi confini della terra. In che modo tutto questo si realizzi spetta alla Provvidenza deciderlo. ADESSO è solo un adesso formato di proposta. Il dono è gratuita elargizione dello Spirito Santo che ci precede nel cammino ma non disdegna di essere invocato.

 

 

 

 

 

CHI SONO, DOVE VANNO?

I GIOVANI DI TOR VERGATA

PROTAGONISTI DI UN DIALOGO SENZA TEMPO

 

(di Mariapia Garavaglia)

 

Temporaneamente immobilizzata non ho potuto assistere di persona a Roma agli incontri dei giovani col Papa. Ho potuto tuttavia seguire tutte le dirette televisive e leggere e rileggere tutti i commenti che quotidiani d’ogni tiratura hanno “dovuto” dedicare all’evento.

Lo stupore era la più ricorrente ammissione da parte dei commentatori e degli inviati. La ricerca di una chiave interpretativa immanente ai fenomeni politici, ai raduni pop-rock, massmediatici sembravano risultare insufficienti ai più: perché?

Perché il convenire a Roma di un numero enorme (chissà chi conosce esattamente quanti sono stati) di giovani ha risposto ad una chiamata, mediata da Giovanni Paolo II, che proviene da un luogo che non è identificabile con le categorie storiche-spazio-temporali. Gli oltre due milioni di giovani pellegrini a Tor Vergata erano i protagonisti di un dialogo senza tempo: “…e voi chi dite io sia?”, “volete andarvene anche voi?”

La risposta a queste domande era nei fatti: erano lì!

Ma la “oceanica adunata”, che stupisce gli uomini che conoscono tutto della globalizzazione, della new economy, è una minoranza. Sono le decine di giovani delle nostre parrocchie, le migliaia delle nostre Diocesi, le centinaia di migliaia del nostro Paese…

Le statistiche e le analisi sociologiche sulle pratiche religiose in Italia si sono incaricate di farci sapere che solo il 10% di coloro che si dichiarano cattolici dichiara di essere fedele praticante.

Le istituzioni (Chiesa compresa, ma non “quella” di Wojtyla) non attirano i giovani. Eppure sono il nostro ineluttabile futuro.

In Italia il PIL dedica alla scuola un terzo delle risorse rispetto a quanto è stanziato per gli anziani; per la formazione, poi, si spende quindici volte meno… Come parlare ai giovani?

A questo proposito Giovanni Paolo II insegna: non parla mai dei giovani, ma parla a loro e con loro. E così ci indica il metodo ed il percorso.

Le sue adunate oceaniche sono “spontanee”, non guidate da condottieri che conducono agli “inferni” fabbricati dalle ideologie, di cui lui stesso ha avuto esperienza diretta. Le sue parole d’ordine sono la convivenza pacifica fra i popoli, la tolleranza religiosa, il rispetto totale della vita di ciascuno e di tutti,: la tutela intransigente della dignità della persona.

Il programma politico dei “papa-boys” (che brutto questo nomignolo sia pure nella sua efficacia descrittiva) spinge le minoranze a non perdersi d’animo, a non aver paura di stare dalla parte della non violenza.

Da 2000 anni uomini e donne, come i giovani radunati a Tor Vergata, hanno saputo interpretare questo programma. Molti dei presenti a Roma hanno visto con i loro occhi, nei loro martoriati paesi, il sangue dei martiri nostri contemporanei.

La quindici Giornate mondiali, i quindici anni di incontri, la “grazia” del Giubileo fanno crescere la conoscenza reciproca, quindi il rispetto e l’amicizia anche tra i giovani che provengono da Paesi in guerra tra di loro.

Questa è una risorsa per l’umanità. Crescono classi dirigenti che hanno in comune l’essersi incontrati in qualche parte del mondo in occasione di una Giornata della Gioventù.

E’ un’opportunità da coltivare. E, in questo senso, le istituzioni devono darsi da fare affinché tante occasioni non si disperdano.

Ammetto di aver provato fastidio nell’ascoltare chi chiedeva quali fossero i risvolti elettorali o a favore di chi si sarebbe risolto questo evento. Perché qualunque evento, di qualunque natura, deve sempre essere strumentalizzato?

E poi, questa smania di trovare a tutti i costi una definizione, una categoria nella quale rinchiuderli. Moderati, perché cattolici? Quando mai i giovani si classificherebbero moderati? Perfino il loro modo di radunarsi ha “rivoluzionato” le categorie con cui si pretendeva di catalogarli. Chiediamoci piuttosto a quale “moderazione” si ispirano le sfide lanciate loro dal Papa e se possano essere inquadrate nelle nostre interpretazioni di comodo secondo schemi e ideologie politiche desueti.

I giovani in Italia non sembrano attratti dalla politica (anche se sanno operare benissimo le loro scelte) ed è proprio questo fatto che deve preoccuparci.

La GMG celebrata a Roma qualche consiglio potrebbe offrirlo. Senza conformismi in due milioni (una minoranza) hanno dimostrato, e non spiegato, quali siano i valori per i quali sopportano fatica e sacrifici (si pensi ai volontari che si avvicendano dall’inizio dell’anno) e quale persona sia credibile per loro.

La politica parte da qui: dal dialogo. Sentire i giovani parlare tra loro di loro.

Esistono una Commissione e un Ministero per le pari opportunità, ma non esiste un organismo per i giovani. Sarebbe così fuori luogo pensare ad un organo, una specie di Consiglio nazionale gestito solo da giovani, per far parte del quale sia definita una età ben precisa, talchè al compimento del limite d’età scatti la ghigliottina, qualsiasi sia il mandato rivestito?

Sarebbe tanto assurdo ipotizzare un organismo cui venga conferita oggettiva ed effettiva responsabilità? Si avrebbe così un laboratorio dove i giovani potrebbero allenarsi alla politica e si potrebbe credere, in tal modo, che essa è servizio all’uomo e all’umanità.

“Chi voi dite che io sia?”. Giovanni Paolo II ricorda che quel “chi” è il povero, l’emarginato, il carcerato, il malato…

“Volete andarvene anche voi?”. Si erano allontanati tristi coloro che avevano ritenuto oscuro il messaggio. I discepoli, invece, che avevano ottenuto il chiarimento di un impegno senza fine non hanno avuto paura.

Quale paura può avere la laicità della politica di ingaggiare uomini e donne che rifiutano l’odio, la violenza, la discriminazione a favore della solidarietà, della convivenza pacifica e della giustizia?

Mariapia Garavaglia

 

 

 

ESPERIENZE VOCAZIONALI

 

Valeria: “Nella tua volontà è la mia gioia!!!”

 

Mi chiamo Valeria, ho quasi 22 anni e da poco più di 8 mesi il Signore mi ha dato il coraggio di fare un passo che ha cambiato la mia vita. Il 16 ottobre del 2001, infatti, sono entrata in un Monastero di clausura. Ho parlato di coraggio e sembrerebbe essere una dote umana, ma ho anche detto che me lo ha dato il Signore…no, non sono matta, solo innamorata! Effettivamente è così: l’amore fa fare pazzie per l’amato, figuriamoci quando l’Amato è l’Amore!
Scherzi a parte, non sono matta (beh, forse un po’), piuttosto ho cercato di seguire il filo rosso che ha legato tutti i piccoli eventi della mia vita, fino ad arrivare alla mia scelta. Il punto di partenza? Sembrerà assurdo, ma il primo passo non sono stata io a farlo, piuttosto è stato Dio a venirmi a cercare; e tutto questo dove è accaduto? In una normalissima famiglia di quattro persone intente semplicemente a vivere. E Dio lì è venuto a cercarmi.
Così l’ho incontrato. Ma ogni incontro con Dio è speciale, come Lui del resto; Dio è speciale, ma anche un po’ invadente, senza violentare la mia libertà, ma ha cominciato a tempestarmi di domande. La prima: “Vuoi vivere bene o ti basta vivere?” Può sembrare scontato, ma non lo è affatto se la risposta a questa prima domanda ha cominciato ad avere un senso solo…il giorno della Cresima. Lo Spirito Santo ha saputo rispondere per me a questo interrogativo che angustiava la mia mente e il mio cuore: anche se è faticoso, io voglio vivere bene! Ma siamo appena all’inizio.


Secondo incontro…il giorno della Cresima: “
Mi ami tu più di costoro?” (Gv 21,15). Gesù ha voluto rivolgere alla mia piccola vita la stessa domanda che aveva fatto a Pietro prima di affidargli la guida delle sue pecorelle e la conferma di tutti i suoi fratelli. Stavolta la risposta è stata più immediata, come quella di Pietro del resto, ma anche a me ha dovuto porre la domanda più di una volta. Era chiaro che avrei risposto di sì, che volevo amarlo davvero, ma non sapevo dove mi avrebbe portato quella prima, timida risposta. Il primo passo fu l’inizio della vita attiva in parrocchia nel post-cresima e il successivo inserimento nel gruppo giovani.


Questo però non bastava al mio Dio, così è tornato alla carica ponendomi ancora quella stessa domanda: “
Mi ami tu più di costoro?“. La mia risposta fu altrettanto immediata…così cominciai ad imparare a strimpellare la chitarra, a cantare nel coro, poi anche a dirigere il coro, a fare la catechista…ero diventata il Jolly della parrocchia, la “Matta” di Dio! Era già un modo diverso, più attivo di rispondere alla “chiamata”.


Ma quella stessa domanda mi tormentò ancora una volta: “
Mi ami tu più di costoro?“. Ero quasi seccata che il Signore non capisse quanto già gli stessi donando della mia vita, ma non mi rendevo conto che ero io a non capire quanto poco gli stessi donando della mia vita, giacché Lui mi aveva donato tutto Se stesso! Così è iniziato il vero cammino di ricerca vocazionale che avevo già intrapreso in un modo ancora poco serio, ma già importante visto che era l’intenso amore per la preghiera che mi ci aveva condotto già da bambina.


Ecco la mia risposta. No, la risposta non è data dal mio ingresso in Monastero, ma da quel primo “Sì” che dissi a Dio qualche tempo prima, guidata dal mio padre spirituale: “Io lo so Signore che
nella tua volontà è la mia gioia (Sal 119,16a), io voglio essere felice e quindi voglio fare la Tua volontà, qualunque essa sia; aiutami a capire cosa vuoi da me!”.
Ormai il salto era fatto, ma il bello doveva ancora venire. È vero che il mio catechista e il mio migliore amico avevano già iniziato il loro cammino verso il sacerdozio, ma per una ragazza è un tantino più difficile, anche se hai capito che il Signore ti vuole per Sé. In ogni caso, ormai ero in ballo e bisognava che ballassi se non volevo finire ai margini della pista a prendere spintoni. Non solo volevo prendere in mano la mia vita sul serio, ma volevo farlo alla grande: volevo ballare al centro della pista, e Gesù è il miglior ballerino che io conosca, potrebbe guidare anche un manico di scopa nella meravigliosa danza della vita!


Nel corso degli anni passati già sotto la guida del mio padre spirituale, avevo conosciuto questo Monastero…era il luogo dove la mia preghiera che già riusciva ad essere profumata dalla vita di parrocchia, prendeva tutta l’intensità dell’incenso che sale a Dio in un vortice d’amore incalcolabile e ogni giorno sempre con una nuova fragranza. Lo ammetto, non me ne accorgevo, ma il mio amore, quello che Dio voleva da me insieme a tutta la mia vita e la mia persona, aveva già un volto, aveva già una casa. Ci ho messo un po’ per capirlo, ho fatto anche altre esperienze, ma tutto mi ha riportato qui, a casa mia!
Se ci sono state difficoltà nel cammino? Eccome! La cosa più difficile è tuttora capire pienamente che cosa vuole il Signore da me, credo che nessuno possa mai arrivare ad una conoscenza così perfetta della Verità che è Cristo, dove sarebbe poi la nostra risposta di fede? Dove la speranza? Da cosa nascerebbe la nostra carità? E di difficoltà ce ne sono ancora, non bisogna mai stancarsi di camminare perché appena accenni a fermarti per riposare un po’ a modo tuo, stai pur certo che il Maligno è pronto a tenderti qualche tranello, piccolo o grande che sia, ma sempre subdolo e mascherato in modo da sembrare allettante. Il segreto? È vero che ci sono quei momenti o periodi di aridità, chi di noi non li ha provati? Ma Gesù è l’acqua viva per chi soffre di sete inestinguibile (cfr. Ger 17,13; Gv 7,38), è in Lui che dobbiamo cercare riposo nel nostro cammino.


La mia strada è ancora all’inizio, ma è già importante essere partita e fare il pieno di carburante ogni giorno, con l’Eucaristia e con la Parola di Dio. Se ho paura? Ci sono i momenti in cui cominci a porti tante domande, in cui vorresti capire tutto prima di andare avanti, ma occorre pensare alla storia che Dio vuole fare con ciascuno di noi: forse che Maria capiva tutto del progetto di Dio quando ha detto “Eccomi” all’angelo? Anzi, mi sa che se avesse capito qualcosa non avrebbe dato quella risposta d’amore che ha cambiato le sorti dell’umanità peccatrice donando al mondo il Redentore.


La vita di ogni battezzato è ancora questa: donare al mondo il suo Redentore, l’acqua viva che rende feconda la terra arida di ogni uomo. Per questo guidati da Maria chiediamo di abbandonarci fiduciosamente in Dio, con la consapevolezza, sempre fresca di novità, che nella sua volontà è la nostra gioia.
Valeria

 

Chiara: “Amatevi come io vi ho amato!!!”

Nel mio “viaggio nel mondo della strada”

  • ho raccolto migliaia di lacrime che conservo ancora preziosamente nel mio cuore; ho ascoltato le grida silenziose del popolo della notte;

  • sono entrata in punta di piedi nei deserti di anime assetate di Amore;

  • ho visto un numero incredibile di mani tese alla ricerca disperata di aiuto e… tanta, troppa indifferenza!!!

  • Ho visto ragazze in tenera età segnate da cicatrici e bruciature di sigarette costrette sotto gli occhi di tutti alla più infame delle schiavitù.

  • Ho ascoltato il pianto di giovani bellissimi ridotti a “morti viventi” nell’illusione di un paradiso artificiale che ha rubato loro l’anima;

  • ho abbracciato meravigliosi bambini abbandonati nelle strade, che elemosinavano solo un po’ di tenerezza…

  • Ho sentito il grido di questo popolo sterminato di piccoli e di poveri trafiggere il mio cuore e mi sono chiesta: “CHE FARE”.

  • Ho poi sentito un altro grido… un grido d’Amore!!! Il grido di un Dio crocefisso che ha preso su di sé la morte per donarci la Vita, l’angoscia per donarci la Pace, ogni nostro dolore per ricolmarlo del Suo Infinito Amore…!!! Il grido dell’uomo Dio che ancora oggi percorre i deserti del mondo ripetendoci: “AMATEVI COME IO VI HO AMATO!”

  • … E in quel grido ho trovato la risposta.

  • Sì, solo l’Amore può scardinare i muri dell’ indifferenza che imprigionano l’anima in una solitudine mortale.

  • Solo l’Amore può distruggere l’angoscia di cuori impietriti dall’odio e dalla violenza.

  • Solo l’Amore può ridare speranza a chi, colpito dalle terribili sferzate della vita giace prostrato nella disperazione. Solo l’Amore può far germogliare la GIOIA DI VIVERE nei deserti dell’umanità!!! Chiara Amirante

Franco: So che Dio mi difende

Ho fatto un cammino impensabile per me. Nove anni fa ero per­duto. La gente che mi conosceva scuoteva la testa. “Quello lì -diceva – o si ammazza o finisce che fa il barbone”. E accaduto intorno ai 40 anni, quando ho perso il lavoro e non sono più riu­scito a trovarne un altro, per l’età o per l’offerta che ritenevo inadeguata. Dicevano: “Costi troppo”. Per un po’ ho cercato e bussato, poi mi sono lasciato andare. E stato mio fratello a of­frirmi l’ultima possibilità. Mi ha comprato il cellulare e un mo­torino e così mi sono messo a fare il “pony”. Comincio alle 8.30 e per nove ore corro attraverso la città a fare le consegne. Un giorno, più o meno un anno fa, capito negli uffici parrocchiali, faccio due parole con la segretaria, la si­gnora Giovanna, che a un certo punto la butta lì: “Perché non viene una domenica alla nostra Messa? ” Pensa te! Ho subito risposto: “Per adesso no, ma un giorno chissà…” Con la si­gnora Giovanna non si può essere scortesi, ma io, che non ave­vo ne Dio ne chiesa, ho capito subito che dovevo stare attento a non cadere nella trappola. Così è passato un po’ di tempo. Ma intanto io sentivo il bisogno di trovare un luogo di pace. Da quasi dieci anni giravo come una trottola da mattina a sera, con la pioggia e la nebbia, col freddo e con il caldo, senza fermarmi mai. Però avevo il deside­rio di un luogo di sosta, dove potessi per un momento riposarmi e sentirmi avvolto da un po’ di calore. Così fini che un giorno alla Messa ci andai, scoprendo che Sant ‘Eustorgio era proprio il luogo che cercavo.

 

A quel punto la signora Giovanna si accorse che avevo ingoiato il boccone che nascondeva l’amo e mi propose di entrare nella cellula 67, quella di Martino. Ormai ero preso. Ci andai, ma tut­ta quella novità (i canti, la preghiera spontanea, le broccia al­zate) fu un trauma. Franco, mi dissi, non è roba per tè. E per un paio di settimane non mi feci vedere, anche se, infondo, avevo nostalgia di quella casa e di quelle persone. La cellula mi man­cava. Insomma, finì che tornai e ci rimasi. Certe sere, dopo tutto quel girare, torno a casa talmente stanco che mi viene solo voglia di buttarmi sul letto. E la tentazione di disertare la cellula è forte, ma poi ci vado e scopro che è il luo­go del mio vero riposo.

 

Adesso sento su di me la mano di Dio che mi vuoi bene e mi di­fende. Poco tempo fa, uscendo da un portone, ho accelerato in maniera avventata per gettarmi nel traffico. Dovevo fare una consegna urgente. In quel momento mi sbuca davanti una mac­china. Ho pensato: Franco, è finita. Mi sono visto morto. Inve­ce, non so come, perché io stavo accelerando, il motorino si è bloccato a un pelo dalla macchino, come se qualcuno avesse frenato per me. Sono rimasto per cinque minuti con le mani nei capelli, poi sono ripartito, ma poco più avanti una vigilessa mi ha fermato e mi ha detto: “Guardi che sul suo motorino non si può andare in due! ” L’ho guardata strano, mi sono girato per vedere chi c’era dietro. Non c’era nessuno, naturalmente. Ho scosso la testa e sono ripartito. Poi sono subito tornato indietro e ho chiesto alla vigilessa: “Ma lei, prima, parlava proprio con me? Io giro sempre da solo, faccio il pony, non c’era nessuno con me. ” La vigilessa mi ha guardato come se fossi uno che vu­ole litigare e col tono di chi non ammette repliche, mi ha detto: “Vada, vada!” Me ne sono andato pensando che forse, a bloc­care il motorino, era stato un angelo custode.

Ho vissuto la mia conversione all’età di 19 anni. Prima vivevo come di solito vivono attualmente i giovani. Come tanti altri, cercavo la felicità e le gioie di questa vita senza tener conto di Dio. Ritenevo che le questioni di fede riguardavano le persone in età, dopo aver goduto la vita e i piaceri del mondo.

Soltanto poco tempo prima della mia conversione ho capito quanto effimere sono le cose terrene e che la vita ha un significato che trascende le cose ordinarie e le comodità.

Anche la mia famiglia viveva piuttosto lontana da Dio. Non eravamo cattolici praticanti. Come tanti altri, pensavamo di non aver bisogno di Dio e in concrete situazioni avremmo anche rinnegato la nostra fede già solo per il timore di essere derisi. Per dirla in breve: sono vissuta in un ambiente dove non si parlava della fede. Fondamentalmente senza cattive intenzioni, ma piuttosto per ignoranza, anche se questa non è una scusa.
Al momento della conversione di mia madre avevo forse 14 anni e avevo già i miei interessi. Tuttavia, per essere sincera, nel mio intimo c’era qualcosa che mi attraeva a Dio, ma mi vergognavo di dimostrarlo e così continuavo a respingerlo. L’unica cosa rimastami dall’infanzia erano un Padre Nostro e un’Ave Maria che, forse per alleggerirmi la coscienza, recitavo prima di addormentarmi. Oggi riconosco che questo era un desiderio ancora nascosto della mia anima che tendeva a Dio.

Testimonianza di Sr. Barbara Famiglia di Maria 7a Giornata internazionale di preghiera ad Amsterdam 6–8 maggio 2005

A 15 anni ebbi un amico fisso. Dato che aveva cinque anni più di me, di solito ero la più giovane nella nostra cricca. Non c’erano degli impedimenti per me di uscire la sera, di passare da una discoteca all’altra o, meglio ancora, da una festa all’altra. Il mio divertimento preferito era l’ascolto di musica rock in fumosi locali. Occasionalmente mi piaceva mettermi in mostra vestendomi alla moda e nello sport. Inoltre, parallelamente alla scuola, dove seguivo la formazione quale disegnatrice tecnica, ero un’entusiasta di aerobica, che praticavo nel centro di fitness gestito da mia madre. Amavo ballare, guadagnavo un po’ di soldi, giravo molto, particolarmente per perfezionamenti nel settore sportivo, ciò che era ideale per avere una bella linea e un aspetto attraente. Non conducevo certo una vita esemplare, ma tutto mi appariva normale. Ciò nonostante, spesso non ero contenta. Non ero cosciente di ciò che era il peccato e non ne conoscevo le conseguenze, tanto che sovente, col mio comportamento, ferivo persone, famigliari, amici e in particolar modo a me stessa.
Ognuno rincorre la felicità e l’amore, ma – come mi sono accorta più tardi – c’è sempre un grande pericolo nel cercarli al di fuori di Dio. Sì, l’ho sperimentato personalmente e continuo a costatarlo presso i miei amici di allora.

A 18 anni un conoscente mi fece conoscere la “Signora di tutti i Popoli” e la sua preghiera. Mia madre la conosceva da tempo, ma mi era difficile d’accettarla da parte sua. Stranamente, cominciai a recitare questa preghiera, che imparai a memoria, anche se inizialmente la rappresentazione della Madonna non mi piaceva.

Mia madre ed io fummo invitati dall’amico di famiglia alla Prima Giornata internazionale di preghiera ad Amsterdam. Inizialmente esitavo. Mi sentivo imbarazzata di fronte ai miei amici e cercavo delle scuse. Le preghiere di mia madre sono tuttavia state esaudite e improvvisamente mi sono trovata in un pullman di pellegrini. Mi sono rannicchiata in uno dei posti in fondo, dopo che la sera prima ero uscita fin verso mattina per essere in grado di “digerire”il pellegrinaggio.

Invece, proprio questo viaggio ha segnato l’inizio della mia conversione. D’un tratto sono stata confrontata a tante domande che mi giravano nella testa. Perché ho intrapreso questo viaggio? Dio esiste realmente? Che cos’è la fede? Che cosa mi aspetta? E molte altre domande.
Durante il viaggio mi sono sentita diversa del solito, più libera. Non avevo bisogno di fingere per fare impressione. Mi sembrava d’essere in uno stato d’abbandono e nello stesso tempo mi sentivo sorretta. Ero però anche confusa e tesa. Cercavo di capire la ragione di tutto ciò. Sentivo che dovevo cambiare la mia vita. Una suora che ci accompagnava nel pullman mi è stata di grande aiuto. Aveva certamente capito il mio intimo travaglio, così ho potuto parlare con lei di molte cose.

La Madonna, la Madre di tutti i Popoli, mi ha fermamente preso per mano. Già alla vigilia della Giornata di preghiera mi ha condotto alla santa confessione, anche se in un primo tempo non ne volevo assolutamente sapere. Chiesi l’aiuto del sacerdote e ne risultò una confessione generale che sconvolse internamente. E Dio mi ha fatto la grazia di una sincera contrizione. È stata una confessione laboriosa, ma a posteriori mi resi conto che era stata necessaria per la mia conversione.

Ho sentito crescere fortemente in me il desiderio di cambiare vita. Durante il ritorno dovevo lottare continuamente contro le lacrime, consapevole di quanto la Madonna mi fosse stata vicina durante la Giornata di preghiera. E questo malgrado che durante la mia vita passata non abbia quasi mai pensato a lei. Non la conoscevo. Ho capito che Dio aveva altri piani per me. Mi commossi profondamente, senza capirne il motivo.

Tornata a casa ho veramente iniziato a pregare, per quanto mi era possibile. Ho cominciato di andare a messa la domenica, anche se inizialmente non era così facile. Poi è cresciuto in me il desiderio di adorare Gesù nell’Eucaristia. Ho cessato la convivenza con l’amico, una delle cose più difficili, che lui non poteva capire, ma che ha accettato. Naturalmente dovevo combattere, soprattutto le mie debolezze. C’erano degli alti e molti bassi, ma la Madonna mi teneva per mano, anche se vi sono stati dei momenti in cui l’ho abbandonata.

Il mio obiettivo era quello di riconoscere il piano di Dio per la mia vita, perché ero convinta che era l’unica via per la mia felicità. Volevo essere aperta ad ogni possibilità, anche per una vita consacrata, un pensiero che non mi abbandonava, anche se a volte mi incuteva timore.
Dalla Giornata di preghiera trascorsero poco più di sei mesi fino alla mia decisione di disdire il mio impiego, di separarmi definitivamente dall’amico e di abbracciare la vita consacrata.
Oggi ringrazio il Signore in ginocchio per la vocazione e soprattutto per il dono di aver ricostituito la mia famiglia dopo oltre 12 anni di disgregazione.

Dio ha guarito le nostre ferite, passo dopo passo, dal momento che la Madre, la Signora di tutti i Popoli, è entrata nella nostra vita. Piena di riconoscenza, ora le dedico la mia vita.

GLI AGGUATI DI DIO A PARIGI

  • Parigi può essere definita una città segnata dall’Eucaristia, sembra che nelle sue chiese Gesù sia in agguato per sedurre le persone. è avvenuto per un letterato e un giornalista. Il letterato è il romanziere Paul Claudel. La sera di Natale di tanti anni fa, egli, scettico e miscredente, si è trovato per caso e in mezzo alla folla dei credenti nella cattedrale di Notre Dame, quando la cantoria intonò il Magnificat “capitò l’evento che ha dominato tutta la mia vita. In un istante il mio cuore fu toccato ed io credetti. Credetti con una forza di adesione così grande – testimonia lo scrittore – con un tale innalzamento di tutto il mio essere, con una convinzione così potente con una certezza che non lasciava spazio a nessuna specie di dubbio che, dopo di allora, nessun ragionamento, nessuna circostanza della mia vita agitata hanno potuto scuotere la mia fede e toccarla”.

 

  • Qualche decennio dopo Gesù-Eucaristia aspetta un altro giovane ed affermato giornalista, anch’egli folgorato dalla presenza di Gesù nel tabernacolo. Il racconto della sua conversione lo titolerà: “Dio esiste. Io l’ho incontrato”. André Frossard in quella circostanza intravide dei colori che mai aveva conosciuto. Al momento del canto del “Padre nostro” delle suore egli “sente salire una dolcezza diversa da tutte le altre dolcezze, una dolcezza attiva, sconvolgente al di là di ogni violenza, capace di infrangere la pietra più dura, e il cuore umano più duro della pietra”.

LA VOCE DI CHI NON HA VOCE

 

”…andate ora ai crocicchi delle strade e tutti quelli che troverete, chiamateli alle nozze. Usciti nelle strade, quei servi raccolsero quanti ne trovarono, buoni e cattivi, e la sala si riempì di commensali “.

I chiamati all’ hospitalitas, nell’accoglienza verso chi arriva, assumono lo stile di Dio che non dividere le persone né le soppesa e classifica. Il Padrone dell’Universo non si scoraggia davanti ai rifiuti così ingenuamente motivati da chi ha sempre impegni importanti da assolvere: nella parabola Egli invita persone sconosciute, quelle che noi chiamiamo barboni e rom, prostitute, alcolisti e tutta la categoria degli emarginati. Sconosciuti a noi. Ma chi è sconosciuto davanti a Dio? L’ordine è preciso:” tutti quelli che troverete”. Anche i “benpensanti”. Gesù ribalta le posizioni sociali e i ruoli: nel Regno non conta chi è riuscito, colui che si considera persona per bene ma chi ha accettato di partecipare al banchetto. Si può essere partecipi anche da un letto d’ospedale. Per una festa? Sì, per un banchetto. Purché non si porti la scusa dell’inappetenza o di essere a dieta. A tutti il Signore chiede di non sederci sulla nostra fede, di non stare sulle proprie posizioni, di non invocare per l’anima il privilegio della “esenzione ticket” ma di avere sempre un cuore da mendicanti, pieno di stupore.

Solo uno dei “trovati” viene espulso: “Il re entrò per vedere i commensali e, scorto un tale che non indossava l’abito nuziale, gli disse: Amico, come hai potuto entrare qui senz’abito nuziale? Ed egli ammutolì”. Le chiamate alle nozze del Figlio si susseguono. L’unica cosa che Dio non sopporta è l’ipocrisia, la falsità, il partecipare indossando un vestito che non ci appartiene: il cuore di pietra al posto della veste battesimale. ADESSO

 

MILANO POVERTA’: in 170.000 non arrivano a fine mese

Milano è sempre più povera e tra le pieghe della città considerata capitale economica italiana, spuntano gli “equlilibristi”, un esercito di circa 170mila persone che si rabattano sul filo della miseria. E’ il 10% della popolazione milanese, secondo la Caritas Ambrosiana. Nel capoluogo lombardo i poveri “conclamati” sono circa 80mila. “Ma ad essi si va aggiungendo una zona grigia sempre più ampia”, afferma Raffaele Gnocchi, responsabile dell’area grave emarginazione di Caritas: “Questi poveri equilibristi non vivono in condizione di miseria: sono quelli che non arrivano mai a fine mese, che basta un incidente, una malattia per cadere nella povertà vera”. Sono giovani e anziani, famiglie numerose, single e donne sole con figli. Il profilo di questo progressivo impoverimento di Milano e della lombardia è contenuto in un manifesto per la lotta alla povertà sottoscritto da una ventina di associazioni e organizzazioni che operano nel sociale”.

 

 

L’interessante opera di un’autrice senegalese emergente

Mame Seck Mbacké

Testo di Valentina Biletta da COME n. 234/2005

 

Una scultura nera in movimento” così viene definita Mame Seck Mbacké nei circoli culturali di Dakar. Assistente sociale, scrittrice, poetessa e commediografa, nasce il 31 ottobre 1947 a Gossas, nella regione del Sine- Saloum in Sénégal.


Attualmente Mame vive tra Touba et Diourbel dove ha aperto una casa editrice, “ Les Editions Sembène ”.


Profondamente religiosa, appartiene al muridismo musulmano seguendo il pensiero di Cheikh Ahmadou Bamba nella sua purezza originale, di cui stima il rifiuto del mondo materiale, e la riaffermazione dell’uomo nero nel rispetto dell’amore per il prossimo.


La produzione letteraria di Mame Seck Mbacké è composta da novelle, un romanzo, poesie e testi teatrali.


Nel 1977 pubblica una novella all’interno dell’”Anthologie de la Nouvelle Sénégalaise”. Nel 1983 esce il suo primo romanzo “Le froid e le piment” che narra le difficoltà incontrate dagli immigrati in Europa, è un testo che “tratta della condizione umana”, nato per denunciare i casi di ingiustizia, spesso impuniti, subiti dagli immigrati in Europa. Il libro parla di individualismo, xenofobia, vandalismo e razzismo. Mame Seck Mbacké ha preferito pubblicare questo volume, frutto della sua esperienza francese come assistente sociale, in Africa, perché fosse letto da chi vedeva nell’Europa un paradiso, unico rimedio alla propria miseria. Il libro è stato pubblicato nel 1983 da Les Nouvelles Editions africaines e successivamente da l’Harmattan nel 2000, diviso in tre parti. Nella prima, intitolata “casi sociali,” l’autrice narra di situazioni tragiche e spesso sconosciute, vissute dagli immigrati senegalesi, situazioni che lei stessa ribadisce essere “casi umani” che potrebbero accadere in Francia, così come negli stati uniti o in Sud Africa. La seconda è intitolata “un uomo di colore racconta” e la terza “Youmané, l’africana esiliata” in cui viene trattato il tema delle coppie miste, cercando di focalizzare l’attenzione sulla continua difficoltà di trovare un equilibrio nelle relazioni umane.


Il pimento del titolo diventa dunque metafora della sofferenza, della difficoltà che sorge nelle relazioni tra africani ed europei, in equilibri carichi di tensione e spesso impregnati di dolore.
Nel 2000 pubblica “Qui est ma femme?” primo testo teatrale scritto da una donna senegalese, al centro del quale si snodano vicende volte ad analizzare la situazione femminile contemporanea nell’ambito delle relazioni extraconiugali;la composizione, drammatica, si articola i dodici quadri ben organizzati in cui personaggi estremamente diversificati hanno sufficiente spessore per sostenere un’analisi psicologica.


Nel 1987 esce la prima raccolta di poesie di Mame Seck Mbacké “Le chant des Séanes”.
Successivamente pubblica “Recueil de poèmes” nello stesso anno, “Poèmes en étincelles” nel 1999, “Pluie – poésie: les pieds su la mer” nel 2000 e “Les Alizés de la Souffrance” nel 2001.


In un’intervista, parlando della propria produzione poetica dice: la mia poesia è molto ricca ed è in questo senso che si ritrova l’Africa profonda, l’Europa, ma soprattutto la crescita della mia persona. E infatti è la personalità di chi ha vissuto e assimilato varie culture che emerge dalle sue parole, non a caso, Mame Seck Mbacké si considera appartenente più ad una cultura africana che senegalese: l’aver conosciuto i Dogon in Mali, i Mogho-Naba la porta a considerare una visione panafricana della letteratura. L’Africa è una e lei ne canta l’anima più profonda, considerarsi solamente senegalese, afferma, vorrebbe dire rinchiudersi in un ghetto: “un senegalese che ha vissuto in Mali, agirà come un voltaico, e una volta tornato in Mali porterà con sé ciò che ha acquisito, così come ogni africano può scrivere contro l’Apartheid senza appartenere necessariamente all’Africa del sud”.


E l’Africa è dunque cantata come patrimonio comune, sorgente viva da proteggere. Ogni parola è un’invenzione verbale, tutt’uno con la poesia nella nascita di questo linguaggio a volte grezzo che esce dalle labbra di Mame Seck Mbacké come un fiume impetuoso.


“Et Dans les sombres ghettos de Harlem
T’invoque encore le choeur nègre Ivre du
Soleil d’Afrique Dans le claquement des
Cimbales d’un jazz plaintif Obscurci par
Les relents d’alcool de canne à sucre Et
Le Chant-Complainte continue de sourdre
AFRICA
GOD BLESS AFRICA”

E nei cupi ghetti di Harlem

T’invoco ancora il cuore negro

Ebbro del Sole d’Africa

Nello schioccare dei
Cimbali di un jazz malinconico

Oscurato dagli Odori d’alcool della canna da zucchero

mentre Il canto-lamento continua a sgorgare
AFRICA
GOD BLESS AFRICA”


E si schiera anche contro le classificazioni Mame Seck Mbacké: quella di appartenere all’ Africa nera o bianca, perché è consapevole che la propria cultura è legata anche a quella del Maghreb. Così come non si ritrova ad essere definita “scrittrice femminile”, sostenendo che ciascun scrittore abbia un suo valore proprio, indipendentemente dall’identità sessuale.
Dallo stretto legame con la tradizione e con il passato personale, emerge anche la necessità di parlare e scrivere sia in lingua peul che in lingua wolof, benché i suoi lettori abituali siano francofoni: il wolof, l’idioma di Dakar e il barbara sono residui dei continui viaggi che in gioventù compì con il padre. Dal suo passato tornano le melopee ascoltate al chiaro di luna a Bamako, i danzatori bambara dei paesi Dogon , i coccodrilli del fiume Djoliba, la corte dei Mogho-Naba e la prima e l’unica pioggia di grandine della sua vita che vide in Alto Volta, tutto ciò viene cantato nei suoi poemi.


Come la cultura senegalese attribuisce parecchia importanza alla tradizione orale così Mame Seck Mbacké dice a proposito della letteratura parlata e cantata: “Le filastrocche servono ad addolcire la vita di tutti i giorni. Un mondo magico che ci permette di viaggiare… contemplando una realtà meravigliosa che mai dobbiamo dimenticare… Un ottimo veicolo di messaggi destinati a radicarsi in noi” .In Senegal esiste una letteratura orale in prosa il “Wesser” e il “Wove” che è il canto vero e proprio, ognuno può creare scegliendo di esprimersi con la prosa, il verso o entrambi”.


“Ciò che esce dalla bocca giunge alle orecchie, ma ciò che esce dal cuore giunge al cuore”, si dice che Mame Seck Mbacké non declami le proprie poesie, ma le viva. Come vuole la tradizione peul, la poetessa attribuisce la nascita della sua ispirazione al sangue e al cuore; dalla prefazione de “les Alizées de la souffrance” leggiamo che le sue parole portano storie ricche di emozioni e sentimenti, parole cariche di memoria, isole di felicità o di disperazione. Il mondo si trova all’incrocio delle sintesi, degli incontri e dell’alchimia dei sogni, il libro si presenta dunque come una successione di piccoli quadri cesellati con gusto, le poesie sono cascate di parole preziose.


“J’ai crié ma passion à la tête des Dieux
Sans effroi Maro ! je braverai les tempêtes
millénaires de ta race

Sans effroi ma traversée vers les aubes au goût de miel “

“Ho gridato la mia passione alla testa degli Dei
Senza paura Maro!Io affronterò le tempeste

millenarie della tua razza

Senza paura la mia traversata verso le albe al gusto di miele”


“Ricca di tutti i dolori” la poesia si apre infine alla speranza che sorge dal fondo della disperazione, malgrado le continue offese inflitte al mondo, la spiritualità salverà dal disastro morale. Mai la poesia diventa gratuita e vuota, la poetessa osa accogliere i drammi dell’Africa contemporanea “hier seulement Hébétée j’ai assisté au carnage et j’ai hurlé” “ieri solamente, inebetita, ho assistito alla carneficina e ho urlato”: le immagini brucianti devono essere pulite e i corpi salvati.


Uno dei suoi poemi più emozionanti è infatti “Thiaroye” dedicato ai soldati martiri del campo di Thiaroye che furono massacrati il primo dicembre 1944.


“Afrique ! Tu n’as qu’un langage Pour
vaincre il faut déposer les armes Pour
vaincre il faut regrouper les enfants
dispersés Pour vaincre il faut donner par
amour S’unir et s’aimer “


“Africa! Tu non hai che una lingua
Per vincere dobbiamo deporre le armi
Per vincere dobbiamo raggruppare i bambini dispersi
Per vincere dobbiamo donare per amore essere uniti e amarci”.

L’intuizione da cui nascono queste pagine è: se uno di noi è Dio, anche noi siamo Dio. La nostra comune vocazione è essere Cristo, più che cristiani. L’autore rilegge, commenta e prega: l’infanzia del Figlio di Dio secondo Luca; la vita pubblica del Messia secondo Marco; la morte e la risurrezione del Figlio dell’uomo secondo Matteo; il pensiero del Maestro secondo Giovanni. In ogni pagina: alcuni brani dal Vangelo e da altri libri delle Scritture, una meditazione e una preghiera.

FRA RAIMONDO FABELLO – LE ALI NON SONO DI RIGORE – Angelo Nocent

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 Ospedale Fatebenefratelli Sant'Orsola Brescia - AgenziaFotolive_179996

Ospedale Fatebenefratelli Sant’Orsola – Brescia

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Di Angelo Nocent

 PREMESSA

1-Angelo Nocent Convegno 11.nov.2007_11110068Spero di non esser venuto a guastarvi la festa perché devo parlare di cose bellissime che sanno di Paradiso, ma anche lancinanti per la perdita dell’amico Fra Raimondo Fabello. 

Sono lusingato per l’invito che mi hanno rivolto fra Marco e la Dottoressa Inzoli. Dovrei parlarvi di un frate, classe 1942 come me, friulano dalle radici Aquileiesi come me, compagno di scuola ma anche di vita: lui Fatebenefratello a tutto tondo, io solo un pochino,… ino,…ino…,ino.

Sono qui a parlare a dei Fatebenefratelli come voi. Perché lo siete. E ci sono anche le Fatebenesorelle, a cominciare dalla Dottoressa. 

E quell’ Ex collaboratori è proprio una stonatura. C’è qualcuno di voi che si ritiene ex mamma, ex papà, ex fratello, ex sorella? Nessuno vi ha chiesto di abdicare e così voi siete in piena attività, anche se diversamente abili, ossia impiegati in altra maniera. Ma non ex ! 

Mi rifiuto di credere che i qui convenuti, a fare “memoria” siano una specie di ex combattenti in pensione che vivono solo di ricordi.  Voi formate un solo corpo con quelli cui avete ceduto il posto di lavoro, perché i legami di comunione non sono stati recisi, come non lo sono con gli assunti al posto vostro. Gli uni e gli altri li ricordiamo fraternamente, perché camminiamo nel segno della continuità.

Se siamo qui è perché abbiamo amato e l’amore è più forte della morte.

Su di voi tanti anni fa i Fatebenefratelli hanno INVESTITO. Fare un  INVESTIMENTO vuol dire esercitare l’opera di misericordia di vestire, coprire di attenzioni umane, culturali e spirituali  coloro che lavorano nei Centri.

Erano convinti,  e lo sono ancora,  di due tre cosette fondamentali: 

  • che il lavoro è partecipare al disegno di Dio.
  • che il lavoro appartiene al  Padre (il Padrone della vigna)
  • che gli uomini sono Suoi collaboratori (vignaioli, operai nella su vigna,
  • che l’agenzia di collocamento di cui il Padre si serve sono Cristo e la sua Chiesa.

E così vi hanno insegnato a INVESTIRE a vostra volta. A parte i quattro soldi di stipendio, le vostre fatiche le avete messe in borsa. Ma all’Estero. Non li avete portati in Svizzera dove ci sono gli strozzini. Ma dove li metteva San Riccardo Pampuri il quale vi ha assicurato  danno il 100 per uno d’interessi. 

Coloro che avete servito, curato, amato, sono tutti segnati nel Libro della Vita. Per ognuno di noi è stata accesa una scheda e lì son registrati tutti i nomi di coloro che ci son passati tra le mani e nel cuore. Gente ormai dimenticata dal punto di vista della fisionomia ma sempre in comunione, sempre in comunione, perché noi ci leghiamo per non lasciarci mai. 

Il lavoro a cosa mira? Lo dice il Vangelo: a produrre opere.

Notate: la Scrittura dice: “La fede senza le opere è morta”. Provate a ribaltare il concetto: le opere senza la fede cosa sono? 

Sul “fare”, il dover fare, produrre, realizzare e realizzarsi… siamo un po’ tutti d’accordo: faccio il medico, l’infermiere, l’inserviente, il cuoco, l’autista…Lo faccio per il “27 del mese” ma anche perché l’azione mi dà la sensazione di essere vivo, utile.

Ma c’è qualcuno che può lavorare a prescindere da chi lo circonda? Non è possibile. Il lavoro è una catena, un insieme di anelli. Se la catena si spezza, si spezza il lavoro. Se vogliamo usare un linguaggio più raffinato, possiamo dire che il lavoro fa “comunione”: 

  • una comunione d’intenti (il progetto)
  • una comunione solidale (gli interessi reciproci) 

Ma per fare ciò, voi avete scelto di passare dall’agenzia di cui parlavo prima: Cristo e la sua Chiesa. 

E qui salta fuori Fra Raimondo. Chi era? Priore, Direttore Generale, Presidente, Provinciale, Definitore Generale…Ti verrebbe da pensare a un signor menager.   E invece no: è semplicemente un addetto di quell’agenzia CRISTO-CHIESA che ti fornisce quello strumento che può fare del tuo lavoro, delle tue opere quotidiane, un lavorare, un operare cristiano. 

Cosa cambia? Cambia, cambia… 

La fede è olio che si mette negli ingranaggi affinché la catena scorra, non si surriscaldi e si spezzi. E’ impedire l’effetto serra. La fede crea comunione cristiana nel mondo. Un  lavoro fatto con fede crea comunione tra lavoratori. Perché gli interessi, il busines, la carriera, il successo, il possedere, lo sgomitare, l’industrializzarsi per piazzare e piazzarsi, la concorrenza…sono tutte belle cose ma che surriscaldano l’ambiente, possono trasformare il lavoro in “effetto serra”: un lento ma inesorabile  degrado ambientale che rende conflittuale la convivenza, nevrotica e alienante la vita, larvata alimentazione  di quella che il dott. Pierluigi Micheli, un tempo Primario della “San Giuseppe” di Milano, chiamava “civiltà del disagio”. 

MA LA FEDE CHE COS’E’ ?

Un modo di concepire noi stessi. Ma per Grazia, per dono. Voi volete che vi parli di questo frate che se n’è andato in punta di piedi a 65 anni e 47 di vita consacrata sulle spalle. Se aggiungiamo gl’anni della formazione, viene fuori un 57 circa, ossia una intera vita ipotecata per Dio. Parlando di Lui, emerge la risposta all’interrogativo. 

Ospedale Sant'Orsola - BresciaA 29 anni Fra Raimondo era già qui a lavorare in questo ospedale sant’Orsola. Ma in un certo modo: 

  • E’ qui in veste di Priore, ossia di capo, per dare l’assistenza sanitaria che comporta, come ricaduta, che a fine mese si paghino i fornitori e gli stipendi.
  • Epperò, se si limitasse a questo, sarebbe semplicemente un menager che ha diritto anche a un discreto stipendio.
  • Invece lui è frate. E sullo scapolare ha quattro medaglie che lo contraddistinguono e che deve cercare di non smarrire perché sono la combinazione, il codice per aprire la Cassaforte del Cielo. I gradi, i segni del suo potere si chiamano: povertà, castità, obbedienza e ospitalità. 

Non vi sembra che ci troviamo davanti a un paradosso?

Cos’ha da darmi un uomo in queste condizioni: povero, casto, obbediente, ospitale? Verrebbe da dire: un bel niente! 

E invece no.  E’ qui a cercar di garantirmi lo stipendio, come un menager, ma anche a trasmettermi la fede che devo mettere nelle opere. 

Che, se gli riesce di far quadrare il bilancio, è contento, ma solo a metà se non gli è riuscita la sua vocazione che è quella di fare il “pescatore”: “Vi farò pescatori di uomini”. 

Che delusione quando getti e rigetti l’amo o la rete e non viene su niente perché i pesci non abboccano o sfuggono alla cattura di Dio

In questo caso, questo frate celibe, casto, povero, obbediente, ospitale e IMPOTENTE, cosa fa? 

Chissà quante volte Fra Raimondo, suo fratello Marco, gli altri frati qui presenti…chiudendosi in camera o ritirandosi in Chiesa nella penombra, a tu a tu col mistero, si son detti come i discepoli di Gesù: “Maestro, abbiamo faticato tutta la notte ma non abbiamo preso nulla”. 

E la sua risposta: “Gettate le reti”. “ Ma Signore…non hai capito!”. “Getta la rete”. Bene: “Sulla tua parola, getterò la rete”. 

Raimondo è stato un uomo di “parola”. In due sensi:

  • aveva l’onestà intellettuale;
  • possedeva la sincerità verbale: ti do la mia parola…non posso ma ci provo…non dipende da me ma ce la metterò tutta.

 Ma Raimondo è uno che crede alla Parola. Quindi, non solo uomo di parola ma anche uomo della Parola. Ossia l’uomo di Dio per gli uomini.

Ecco: se incontri una persona così nella vita, questa ti unge, ti segna, ti cambia… Perché ti costringe a pensare, a trovare il senso della fatica quotidiana.

Se poi sono chiamato a interferire nel dolore degli altri, a lenirlo, a curarlo, allora la cosa si complica ancora di più. 

Uno potrebbe dire a buon diritto: “Sono qui perché tengo famiglia. Senza il 27 garantito, non posso dedicarti il mio tempo, la mia professionalità”. Poi si gira e si ritrova alle spalle il Fra Raimondo di turno che lo schiaffeggia senza alzare un dito o dire una parola. 

La considerazione che ci verrebbe ovvia è questa: “Guarda quello lì: ha talento, sa far girare un’azienda, ha conoscenze, potrebbe fare i soldi, veste sempre di nero, che sarà anche di moda, ma…Una tonaca va in lavanderia e l’altra torna pulita e stirata…ma son sempre quelle che girano. E non è finita: quando si ritira, è solo come un cane, senza affetti, tenerezze…Ma che vita è!”

Domanda legittima: vita da frate. Lui è una bandiera. Indossa un abito firmato dallo stilista San Giovanni di Dio & company. Il frate è mandato nel tuo circuito a dirti che partecipa al tuo lavoro; è con te solidale; i malati gli stanno più a cuore di se stesso… 

Ma viene a ricordare a tutti 

  • che c’è un dopo,
  • che il cerchio non si chiude qui,
  • che siamo incamminati verso…
  • che siamo destinati all’Oltre. 

Fra Raimondo, con tutti i suoi titoli, Priore, Provinciale,  Direttore della Ricerca sull’Alzheimer, ecc. in realtà è specialista in “escatologia”. Che parolona! Eschata: “cose ultime”. Lui è qui vestito di nero – ma potrebbe esserlo anche di rosso – come segno. E’ messo di fronte a te come un cartello stradale. 

I frati, le suore, coloro che si rendono “eunuchi”, castrati “per il Regno dei Cieli” – “Chi può capire, capisca”, dirà Gesù  – sono la segnaletica che indica percorsi alternativi ai vicoli ciechi, alle strade senza uscita. 

Quando sei malato, stai imboccando una via senza uscita. A meno che… 

Ecco l’Ospedale. Ma perché ospedale religioso? 

  • Perché non mi accontento di ripararti gli organi malati e lasciarti in un vicolo cieco.
  • Mi preme darti quella guarigione completa che va in profondità. Mi sta a cuore anche il tuo benessere psichico.
  • Ma non mi basta ancora: mi sta a cuore la tua anima, ossia tutta la tua persona: risanata, salvata, guarita. O pronta per il Cielo.

Che è come dire: mi stai a cuore TU. Tu nella tua complessità di uomo braccato, ferito, stremato…che ha lavorato una vita, progettato e adesso sei lì, impotente. 

Allora il frate, il laico che condivide lo stesso carisma dell’hospitalitas, ossia del darsi tutto a tutti, sono coloro che ti aiutano ad uscire dall’assurdità in cui sei finito e ti aprono una porta che comunica con l’Oltre… 

Questa scoperta ti calma, placa la tempesta interiore. La paura progressivamente si riduce, il coraggio di lottare aumenta, ti colori di speranza e puoi perfino arrivare a sentire la morte come una sorella, la “sorella morte” di san Francesco. 

Pensate un attimo a Fra Raimondo come se foste gente senza fede. 

· Lui tutta la vita in Ospedali a curare persone, a sostenere la ricerca, a combattere per un mondo migliore…

· Poi va alle Molinette, il top dei trapianti di fegato, si mette in lista d’attesa, passano i mesi, si sottopone a una dieta rigidissima, ci va con le sue gambe e torna qualche giorno dopo in una bara. 

Cosa vuoi dire … Cosa vuoi pensare… 

Gli sono stato vicino prima del trapianto. Abbiamo parlato, scherzato, riso, sognato…Da ogni parte ci mettiamo a pregare Sar Riccardo Pampuri, Don Giussani…E poi arriva l’ e-mail di Fra marco che ti stronca… 

Così mi aveva scritto: “ Il Signore ha dato…” Poi puntini di sospensione. E’ l’inizio di quel passo di Giobbe che dice: 

Quest’uomo stava ancora parlando con Giobbe quando un altro venne a dirgli: “I tuoi figli e le tue figlie banchettavano a casa del fratello maggiore e, d’un tratto, un vento fortissimo, che soffiava dal deserto, ha fatto crollare la casa. Sono morti tutti. Solo io sono riuscito a salvarmi, per venirtelo a dire”. Udito questo, Giobbe si alzò, stracciò il suo mantello e si rase i capelli in segno di lutto. Poi gettatosi a terra pregò così:

21″Nudo sono venuto al mondo
e nudo ne uscirò;
il Signore dà,
il Signore toglie,
il Signore sia benedetto”.
Nonostante tutto, Giobbe non peccò, non se la prese con Dio” (Gb 1, 18-22)
 

Fra Raimondo FabelloChi era allora questo giovanotto come me?  Io lo definirei così: Una “schiena a disposizione di Dio”. E se avrò tempo, vi spiegherò il perché. Ma se l’immagine non vi soddisfa perché sa di scaricatore di porto, ne propongo un’altra: un grande baritono che ha cantato ogni giorno per più di 50 anni il MAGNIFICAT: 

  • qualche volta a squarciagola
  • qualche altra con la voce rauca
  • talvolta accennando appena con le labbra
  • ma sempre , sempre, con una grande passione in cuore. 

Passione. Sì, passione, quella da innamorati. Ma quella bruciante passione che si prova quando lei o lui hanno la sensazione di non essere corrisposti. 

Voi m’insegnate che in amore vince chi fugge. E in questo caso il “fuggitivo” è Dio. Che si nasconde per inculcare il desiderio. E Dio questo scherzo deve averglielo fatto sovente affinché non si assopisse in lui la passione. 

Provate a rifletterci: una grande passione per Dio, l’agnostos, come direbbe Plotino, l’inconoscibile. Non vi sembra un’avventura da visionari? Pensate che un uomo così sia normale, che sia a posto di testa? 

Se sono qui, non è tanto per saziare la vostra sete, quanto per suscitare in voi il desiderio di conoscere, per amare e imitare, perché ogni età della vita è buona per farlo. 

E da più di due mesi ormai che vado scrivendo nei ritagli di tempo. Ho scritto tante pagine ma senza seguire una logica. Il discorso è frammentato: tanti spezzoni, ricordi, lampi improvvisi, emozioni… 

Ho titolato questo appuntamento così: 

LE ALI NON SONO DI RIGORE  

E c’è anche un sottotitolo preso da sant’Agostino:

fra_raimondo

«E’ negli uomini che la Chiesa è bella»

Poi ci sono due testi presi dal profeta Isaia che ben sintetizzano la figura di Fra Raimondo. 

  • Dio, il Signore mi ha insegnato le parole adatte per sostenere i deboli.
  • Ogni mattina mi prepara ad ascoltarlo, come discepolo diligente.
  • Dio, il Signore, mi insegna ad ascoltarlo, e io non gli resisto né mi tiro indietro.
  • Ho offerto la schiena a chi mi batteva, la faccia a chi mi strappava la barba.
  • Non ho sottratto il mio volto agli sputi e agli insulti.
  • Ma essi non riusciranno a piegarmi, perché Dio, il Signore, mi viene in aiuto, rendo il mio viso duro come la pietra.
  • So che non resterò deluso. (Is 50 4-7)
  • Dio il Signore, ha m’andato il suo spirito su di me;
  • egli mi ha scelto per portare il lieto messaggio ai poveri,
  • per curare chi ha il cuore spezzato,
  • per proclamare la liberazione ai deportati,
  • la scarcerazione ai prigionieri.
  • Mi ha mandato ad annunziare il tempo nel quale il Signore sarà favorevole al suo popolo
  • e si vendicherà dei suoi nemici.
  • Mi ha mandato a confortare quelli che soffrono,
  • a portare loro un turbante prezioso invece di cenere, olio profumato e non abiti da lutto, un canto di lode al posto di un lamento: 
  • gioia a chi è afflitto in Sion.” (Isaia 61 1-3)”

E’ su di un uomo fatto così che vorremmo provare a riflettere. Fra Raimondo Fabello o.h. - Il sorriso che viene dall'anima

Caro Fra Raimondo, 

quando al telefonino mi è giunta la luttuosa comunicazione da tuo fratello Fra Marco, che non ti ha lasciato per tutto il tempo del ricovero, ho pianto. Poi, man mano che si diradavano le nebbie, ho cominciato a vederci più chiaro e a navigare nell’Oltre…fino a ricostruire l’evento. Perché di Evento si tratta. 

Santi Giovanni di Dio - Giovanni Grande - Riccardo Pampuri - Benedetto Menni

San Giovanni di Dio - sanjuandedios2san-riccardo-pampuri-z0001.jpgA far corteo per il tuo ingresso nel Regno erano in tanti: tutti i“centoquarantaquattromila segnati…” di cui parla l’Apocalisse e avevano le lampade accese. Su tutti la gioia radiosa come di amici che partecipano alle nozze dell’amico.

Il tuo San Giovanni di Dio era in prima fila come un patriarca orgoglioso, affiancato da uno stuolo di frati. Riconoscibili, San Giovanni Grande, San Benedetto Menni, San Riccardo Pampuri e i più festanti i santi martiri di Spagna con il loro caldo temperamento latino. 

1-_Scan10310P. Tarcisio Morini ohHo intravisto anche Padre Mosè Bonadi nelle cui mani avevi emesso la Professione Religiosa, i sacerdoti Innocente, Tarcisio, Giacomo, Roberto, i friulano Natale e Dalmazio…

Per la circostanza si sono mossi anche i santi Ambrogio, Agostino, Carlo e, sull’altro versante, Ermacora e Fortunato di Aquileia con i fratelli martiri Canzio, Canziana e Canzionilla…e non poteva mancare il vescovo Cromazio e la folta rappresentanza del Patriarcato. 

Ma prima, a tenerti la mano nell’ora della trepidazione c’era lei, la tua mamma. Aveva dovuto lasciarti già nel ’52, tu sui dieci anni e Marco un po’ di meno. I suoi lineamenti li hai sempre conservati impressi nelle pupille e la sua voce ti è rimasta nel cuore, geloso custode di un sacro tesoro. Non oso immaginare l’incontro dopo cinquantacinque anni

E c’era anche mia madre a farle compagnia, per via delle origini, della confidenza con il dialetto e delle nostre storie incrociate. Si erano conosciute in Cielo e avevano tanto da raccontarsi…Perché non hanno mai perso di vista i loro figli impetuosi e vagabondi.

Stazione ferroviaria - BresciaDi fianco al letto c’era anche il tuo papà, a buon diritto radiante e orgoglioso di suo figlio, non meno di Giovanni di Dio, ma silenzioso come San Giuseppe che faceva gli onori di casa. Me lo ricordo bene il tuo babbo che un paio di volte all’anno veniva dal Friuli a Brescia con il treno per farvi visita nell’Aspirantato ed intrattenersi qualche ora in parlatorio. 

Nozze di CanaNon ho nominato la Madonna. Ma è lei che ha organizzato tutto per la festa, sempre premurosa e attenta come a Cana. E c’eravamo tutti noi, attoniti e confusi, vestiti male, come raccolti all’ultimo momento dalla strada, da qualche giorno ormai intenti a sgranare rosari perché la situazione non precipitasse… 

No, amici, non prendeteli come sprazzi di una fantasia malata: questa è la Comunione dei Santi ! 

ELABORAZIONE DEL LUTTO 

San Francesco - Sorella morte 2 Più di una volta m’è venuto da chiedermi: chi ha inventato la morte? Sarei proprio curioso di saperlo. Se qualcuno lo sa, fuori il nome…

Oh, scusate! Dimenticavo san Francesco: lui la chiamava “sorella morte”!  Già. I pareri sono contrastanti.

Simon de Beauvoir era del parere che “non si dà morte naturale: […] Tutti gli uomini sono mortali, ma per ciascun uomo la morte è un incidente e, anche se la conosce e vi acconsente, una violazione inaudita”.

Il tenore Claudio Villa, aveva anche lui la sua idea, da molti condivisa. Negl’ultimi giorni aveva espresso il desiderio – non so se è stato assecondato – che sulla sua tomba si scrivesse: “morte, mi fai schifo!”.

Sono i fluttuanti nostri stati d’animo. Bisogna ammettere che non è facile farsene una ragione. Ma, dopo la risurrezione del Maestro, né la morte né la vita sono più quello che erano state fino ad allora. Nessuna persona è semplicemente quello che vediamo. Io, tu, non siamo più gli stessi.

San Francesco - Sorella mortePerché una disgrazia irreparabile è toccata alla Morte, dopo essersi azzuffata con la Vita: Mors et Vita duello conflixere mirando. Sì, Morte e Vita si sono affrontate in un prodigioso duello…(Sequenza del giorno di Pasqua). Alla morte è successo qualcosa di grave, di irripetibile. Proprio a lei, che sembrava padrona assoluta del campo, dominatrice incontrastata da sempre, abituata ad avere immancabilmente l’ultima parola, è successo l’imprevisto.

Ancora insiste, ma adesso lei, ogni volta che si presenta ha paura ed è consapevole di aver perso la piazza.

Chi come frate Raimondo (e come voi) ha passato tutta la vita in mezzo al dolore, sa che non lo si può capire. Il dolore non si può comprendere. Il dolore, di cui la morte è l’atto finale, ci butta tra l’assurdo e il mistero.

Ma all’amico Raimondo è successo proprio ciò che il poeta russo Majakovskij temeva: “E’ risaputo che tra me e Dio ci sono moltissimi dissensi. Tu sei il mio rivale, sei il mio insuperabile nemico. Eppure ho paura di continuare a combattere con te, perché combattendoti con questa forza temo, alla fine, di abbracciarti”.

Crocifisso e AddolorataRaimondo, nel Dio crocifisso, ha trovato l’Amico inseparabile e l’abbraccio irresistibile. Lui non lo ha lasciato nemmeno quando, umanamente, poteva sentirsi tradito. (Leggi trapianto di fegato).

A questo ragazzo sono stati messi a disposizione sessantacinque anni allo scopo di comprendere la parola della croce.

Già. Perché tutte le altre s’imparano in breve tempo. Ma per questa, il tempo non è mai sufficiente. E se vogliamo cogliere il senso della sua vita, dell’essere frate, ossia fratello di Gesù e degli uomini, dobbiamo sempre tornare all’evento: il Crocifisso, “parola della croce” (1 Cor 1,18). Lì c’è un fatto, un annuncio, attraverso un Evento.

Perché “la croce è la grande icona, la memoria fissa del credente, lo spettacolo dal quale non si deve mai staccare lo sguardo. Tehoria (= spettacolo) non indica un immagine ferma, ma un dramma in svolgimento.

E’ uno spettacolo che occorre

  •  vedere e rivedere,
  •  penetrare,
  •  scrutare,
  • ripensare.
  • E’ il grande dramma, l’unico che vale la pena di vedere perché illumina tutti gli alri”. (Bruno Maggioni)

Questa circostanza luttuosa è provvidenziale proprio in questo senso: ci aiuta a vedere e rivedere, penetrare, scrutare e ripensare…

Perché anche Fra Raimondo è stato crocifisso con Cristo. Le stigmate non si vedono, ma ci sono:

  • quanto a me non ci sia altro vanto che nella Croce del Signore Nostro Gesù Cristo” (Gal 6,14),
  • difatti, io porto le stigmate di Cristo nel mio corpo” (Gal 6,17)
  • Sono lieto delle sofferenze che sopporto per voi e completo nella mia carne quello che manca ai patimenti di Cristo, a favore del suo corpo che è la Chiesa” (Col 1,24).

Certo, piacerebbe a tutti seguire Gesù sul monte Tabor, ma esso fu in funzione del monte Calvario; solo per la via regale della croce  (Imitazione di X. i II 12) si può giungere alla gloria e felicità eterna.

E’ necessario attraversare molte tribolazioni per entrare nel regno di Dio“, dicono gli Atti degli apostoli (At 14,22) e san Paolo ha scritto: “se siamo figli di Dio, siamo anche eredi, eredi di Dio, coeredi di Cristo, se veramente partecipiamo alle sue sofferenze, per partecipare anche alla sua gloria” (Rm 8,17).

Fra Raimondo Fabello & company

Questo frate votato all’ospitalità, è morto in croce, come muoiono ogni giorno tante altre persone. Anche il letto può essere una croce. Su di esso si riposano le membra, si consumano gli amori, sul letto sgorga la nuova vita ma si compie il sacrificio finale. Il suo morire nelle mani dei chirurghi, assomiglia al morire di Gesù per mano dei soldati romani, ossia in quel lasciarsi condurre, descritto dal profeta Isaia: “era come agnello condotto al macello, come pecora muta di fronte ai suoi tosatori, e non aprì la sua bocca”.

Perché il morire di croce è il luogo di una dedizione incondizionata di sé, di una solidarietà assoluta che si realizza precisamente nel non far valere di essere “figli d’adozione” e per ciò stesso “eredi”. Come Gesù, anche il Raimondo è stato invitato a lasciare nelle mani di Dio la sua identità, nella consapevolezza che Lui, il Padre, non abbandona. Questa disponibilità, del resto era già stata assunta in gioventù: nella professione religiosa, al canto delle Litanie dei Santi, disteso sul pavimento del presbiterio, era stato coperto da un drappo nero, simbolo del morire crocifisso con Cristo, mentre dall’alto scendeva una pioggia di petali di fiori, a simboleggiare l’approvazione del Cielo per il dono incondizionato della vita, messo nelle mani del Padre. Un affidarsi in modo radicale a Lui, un disporsi ad assumere come Cristo, tutto il dolore del mondo.

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Come inoltrarsi allora questo percorso così difficile? Proverò ad avventurarmi, senza alcun filo logico, con l’anima orante di chi non vede ma crede e si lascia guidare dai sussurri dello Spirito che, invocato, accorre sempre in aiuto alla nostra pochezza:

  • Posa il Tuo dito sul mio orecchio ottuso,
  • la Tua saliva sulla lingua secca,
  • fammi captare il Logos, la Parola,
  • per annunziare solamente Cristo.”

Forse siamo ancora al gelido silenzio del sabato santo.

Ogni uomo nella sua notte”, dice il titolo di un libro di Julien Green, che descrive la solitudine profonda dell’uomo. Ma ci sono dei momenti in cui questi “ciascuno” possono incontrarsi. Perché ciascuno nel proprio cuore nasconde una stella. E perché una stella brilli basta che vengano infrante le barriere della paura o della diffidenza. Allora la notte diventa luce, e il freddo della solitudine, calore. Tale opportunità d’incontro, per quanto fuggitiva, non va sprecata. Perché, potrebbe darsi che questo raccontare, non giovi solo allo scrivente ma possa  far bene al cuore di chi pazientemente legge.

In questi due mesi ho cercato di scandagliare la sua anima, giacché si fatica a trovare scritti di Frate Raimondo. Per il momento, ho scovato solo la prefazione ad una biografia di San Giovanni di Dio, quanto basta però per vederne riassunto il temperamento.  Mi hanno suggestionato queste parole che, nella sostanza, mi sono sentito ripetere al telefono e anche de visu: “Assumere gli atteggiamenti di San Giovanni di Dio significa lanciarsi nella vita senza paura, con coraggio, con speranza”.

Forse è vero ciò che scrive Olga Bergholz: che ognuno vorrebbe scrivere o almeno scovare un libro che inglobi tutto e in cui ritrovare descritto il proprio cuore. Lo si aspetta. In esso si vorrebbe vedere, non soltanto il corso superficiale degli avvenimenti, non solo l’apparenza della sua azione, bensì, prima di tutto, il più profondo, il più segreto, il più intimo, il più veridico del nostro cuore. Inutile dire che quel momento è, di volta in volta, puntualmente rimandato. Non so se questo desiderio è passato anche dal suo cuore.

Comunque, questi appunti vorrebbero cogliere almeno un poco del suo cuore di fratello e di padre che concepiva la propria appartenenza all’Ordine come fedeltà ad una vocazione e ad una storia che aveva al centro un Dio fattosi Samaritano ossia di aver scelto di occupare l’infimo gradino della scala dellareputazione. Umiliandosi al tal punto da diventare il dilettissimo del Padre che in Lui si compiace: “Questo è il Figlio mio, che io amo. Io l’ho mandato”. (Mt 3,15) Noi non troviamo di meglio che chiamarlo Buon Samaritano.

Il mio amico, questo figlio amato da Dio, aveva la pazienza dell’attesa dei suoi tempi. Talvolta a me faceva rabbia, proprio perché questo era il mio difetto. Ma lui operava sempre per allargare gli orizzonti e infondere fiducia nel cammino che lo Spirito fa compiere alla Chiesa di Gesù. Anche perché aveva una sapienza che gli permetteva di intravedere nuovi spazi ed aperture possibili, teologiche, morali e spirituali sia per il futuro della comunità cristiana che di riflesso si sarebbero riversate sull’Ordine.

Scrivere di lui non è solo un tributo e un ringraziamento per ciò che ha dato ma anche un dovere biblico: fare memoria per non dimenticare. Ed è anche una sfida ma che comporta due rischi:

  • tradire il significato del suo essere-passato-tra-noi;
  • tradire la traccia di Dio tra noi lasciata per mezzo suo.

La morte è verità, povertà, spogliazione. Per evitare l’atteggiamento celebrativo e non tacere senza tradire, la cosa migliore è di lasciarsi coinvolgere personalmente. Qui ho provato a ricordare e a raccontare, ma come avventura dello spirito, come itinerario spirituale, lasciandomi guidare da Fra Raimondo, in atteggiamento di obbedienza:

  •  obbedire ai fatti e alla memoria;
  •  obbedire alla storia vissuta con lui;
  • obbedire alla Parola che attraverso di lui ci ha parlato e intende parlarci ancora.

La sua morte non è che l’ultima tappa di morti precedenti: delusioni, tristezze, silenzi, dolori, solitudini, sempre vissuti nella riservatezza e nella speranza. Di tutte le sue notti buie, non sapremo mai dire. Ma di quella ultima, Pasquale, del suo esodo da noi, che rivela l’uomo a se stesso e agli altri, questa c’interessa e c’interpella.

Mi viene spontanea una preghiera:

  • Fra Raimondo Fabello  - Ministro STORACE_PRIVATE 047[1]-005Signore, Gesù,
  • Tu che sei Dio onnipotente,
  • fa che noi ricordiamo
  • ciò che dobbiamo ricordare
  • e che noi dimentichiamo
  • ciò che dobbiamo dimenticare.
  • Nel Tuo Nome, Gesù. Amen.

Mi vado convincendo che, a forza di continuare a parlare di ospitalità, di umanizzazione, di carisma dell’Ordine, si rischia di ottenere gli effetti indesiderati della nausea e dell’assuefazione. Il pericolo di scivolare dal carisma, non sempre facilmente percepito come tale, in una ossessione ideologica, esiste. Meglio sarebbe parlare maggiormente dei e con i compagni di strada del passato, a cominciare dai santi fatebenefratelli, che ormai sono tanti. Essi emanano un’essenza che penetra nell’anima e la inebria. Cosa che non producono i discorsi retorici, astratti, disincarnati.

Santi Giovanni di Dio - Giovanni Grande - Riccardo Pampuri - Benedetto Menni

Fra Raimondo è tra coloro che hanno accolto la modernità di san Giovanni di Dio e di San Riccardo Pampuri che riteneva adatti ai nostri tempi, ma con una razionalità limpida e, nello stesso tempo, totalmente aperta alla luce dello Spirito santo. Di entrambi amava l’energia, l’intelligenza, il senso pratico, il coraggio e il disprezzo attraverso il quale sono passati questi uomini sobri, diventati amanti perché conquistati dal loro Signore.

Era insistente il suo dire che bisognava avere più coraggio. Si riferiva un po’ a tutti, a cominciare da coloro che stanno più in alto e che percepiva ondeggianti. L’allusione alla Lettera di Giacomo era chiara:

  • “Se qualcuno di voi manca di sapienza, la domandi a Dio, che dona a tutti generosamente e senza rinfacciare, e gli sarà data.
  • La domandi però con fede, senza esitare, perché chi esita somiglia all’onda del mare mossa e agitata dal vento;
  • e non pensi di ricevere qualcosa dal Signore un uomo che ha l’animo oscillante e instabile in tutte le sue azioni.” (Gc 1, 5-8).

Conversando con lui,  mi ha trasmesso più volte, quasi fosse un testamento verbale, la sensazione che vedesse evolversi la situazione proprio all’insegna della paura e dello scoraggiamento; era preoccupato per il venir meno dell’ardimento evangelico, del coraggio di buttarsi fiducioso sulla Parola del Maestro.

A PARTIRE DAL SACRAMENTUM HOSPITALITATIS

Credeva nella Messa, un potenziale inesauribile, una centrale nucleare senza rischi. Le parole di Paolo VI per la liturgia del Corpus Domini del giovedì 10 Giugno 1971 lo e ci avevano profondamente convinti:

giovanni-battista-montini-paolo-vi “Ascoltate un momento. Qual è il vero significato di questa cerimonia? che cosa accadrà durante questo rito, come sempre, quando una Messa è celebrata? Accadrà questo: che Gesù, proprio Lui, Gesù Cristo sarà presente, sarà qui, sarà fra noi, sarà per voi. Noi stiamo rievocando non solo la sua memoria, ma la sua presenza, la sua presenza reale, velata, nascosta, accessibile soltanto a chi crede nella sua divina parola, ripetuta, e potente, da chi possiede il suo prodigioso sacerdozio, ma vera presenza, viva, personale. Lui, Gesù benedetto, sarà presente. L’Eucaristia è innanzi tutto un mistero di presenza. Pensiamoci bene: Gesù mantiene in questa forma e in questa ora la sua profetica parola: «Io sarò con voi fino alla fine dei tempi» (Matth. 28, 28). «Io non vi lascerò orfani, verrò a voi» (Io. 14, 18). Così disse, e così fa: Egli sarà qui, per Noi, per voi, per ciascuno di voi. Ora dite, voi oppressi dalla sofferenza: non è la solitudine, il senso d’essere soli, e quasi separati da tutti, ciò che fa grave, e talora insopportabile e disperata la vostra sofferenza? Il dolore è, di per sé, isolante; e ciò fa paura, e accresce la pena fisica. Ebbene, per chi crede nell’Eucaristia, per chi ha la fortuna di riceverla, questa tremenda solitudine interiore non c’è più.

  • Egli, Gesù, è con chi soffre.
  • Egli conosce il dolore.
  • Egli lo consola.
  • Egli lo condivide.
  • Egli è il medico interiore.
  • Egli è l’amico del cuore.
  • Egli ascolta i gemiti dell’anima.
  • Egli parla in fondo allo spirito”.

michelini-lultima-cenaSu questa Chiesa del Giovedì Santo ha costruito la sua esistenza, vissuto la fraternità e la vita comune, anche quando l’ha vista ridursi all’osso. Si fa per dire; perché la famiglia  dei malati e degli operatori sanitari  non gli è mai venuta a mancare, anzi!

Coloro che muoiono possono insegnarci a vivere. Egli ci hai lasciati con buoni presupposti per trasformare la terra arida in giardino vivibile ed affrontare le gravi sfide del nuovo millennio perché ci hai creduto per primo. A patto però che si accetti lo splendore e la tenebra della fede, che si viva di amore che crede e di fede che ama, che si sappia vedere il corpo e il sangue del Signore in ogni fratello, nella povertà e nei limiti delle comunità ecclesiali, nelle tante situazioni difficili del nostro tempo.

San Giovanni di Dio - sjg346Raimondo ha provato a fare ciò che suggerisce il Cardinale Martini: «corpo e sangue» vanno donati in ginocchio. Uso le sue parole perché in questa circostanza risuonino come testamento spirituale di un frate che ha un solo verbo e non ondeggia:

L’Eucaristia è veramente capìta e accolta non solo quando si fanno certe cose verso di essa (la si celebra, la si adora, la si riceve con le dovute disposizioni, ecc.) o si fanno certe cose a partire da essa (ci si vuol bene, si lotta per la giustizia, ecc.), ma anche e soprattutto quando essa diventa la «forma», la sorgente e il modello operativo che impronta di sé la vita comunitaria e personale dei credenti.

>>>ANSA/ MARTINI: SCOMPARE SACERDOTE MOLTO AMATO ANCHE DA LAICINell’Eucaristia si rende presente e operante nella Chiesa il Cristo del mistero pasquale. E’ il figlio in ascolto obbediente alla parola del Padre. E’ il Figlio che nell’atto di spendere la propria vita per amore, trova nella drammatica e dolcissima preghiera rivolta al suo «Abbà» (cf Mc 14,36; Lc 23,46) il coraggio, la misura, la norma del proprio comportamento verso gli uomini.


Pertanto la celebrazione eucaristica realizza se stessa quando fa in modo che i credenti donino «corpo e sangue» come Cristo per i fratelli, ma mettendosi in ginocchio, in attenzione di ascolto e di accoglienza, riconoscendo che tutto questo è dono del Padre, non confidando nelle proprie forze, non progettando il servizio degli altri secondo i propri modi di vedere.

Tutto questo richiede, in concreto, la coltivazione di atteggiamenti interiori che precedano, accompagnino, seguano la celebrazione eucaristica: ascolto della parola rivelata, contemplazione dei misteri di Gesù, intuizione della volontà del Padre tralucente dalle parole di Gesù, confronto tra il progetto di vita che scaturisce dalla pasqua-Eucaristia e le sempre nuove situazioni spirituali in cui le comunità e i singoli credenti vengono a trovarsi. Per questo, preghiera silenziosa, ascolto della Parola, meditazione biblica, riflessione personale, non sono disgiunti dall’Eucaristia, ma sono vitalmente collegati ad essa”

Che bello! Un religioso, accostandomi al funerale mi ha fatto notare di aver ricevuto recentemente da lui un richiamo molto fraterno che sostanzialmente era nella linea della lettera dell’apostolo Giacomo: “Se qualcuno pensa di essere religioso, ma non frena la lingua e inganna così il suo cuore, la sua religione è vana. Una religione pura e senza macchia davanti a Dio nostro Padre è questa: soccorrere gli orfani e le vedove nelle loro afflizioni e conservarsi puri da questo mondo” (Gc 1,26-27). Il confratello gli era molto riconoscente per l’amorevole ammonimento, ricevuto da uno che, all’ultimo Capitolo Provinciale era stato praticamente degradato, formalmente per motivi di salute. Una retrocessione provvidenziale per presentarsi a Dio nelle sembianze di un “povero cristo”. La kénosis, lo spogliamento totale. (Fil 2, 6-7)

IL PREZZO DEL CORAGGIO

Prima ho accennato al coraggio. Solo che il coraggio ha un prezzo. Ed è salato. E va pagato, come ha fatto San Benedetto Menni, tradizionalmente più amato dalle sue suore che dai confratelli, per via di una rettitudine invisa. Ma l’aveva messo nel conto: “Se qualcuno mi vuole seguire, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua. (Mt 16, 24-25). E non va perso di vista il lamento di Gesù, perché succede, succede ancora:  “Gesusalemme, Gerusalemme, che uccidi i profeti e lapidi quelli che ti sono inviati...” (Lc 13,34) .

Se é lecito fare paragoni, direi che lui, accostato ai santi dell’Ordine, tende ad assomigliare al Menni, c’è in lui quella stoffa un po’ ruvida ma bonaria, austera ma libera, forte, retta ma comprensiva, tollerante e indulgente, tratti  che mi par di scorgere nel santo milanese.

Scegliendo Cristo sapeva cosa lo aspettava ed ha accettato senza lamentarti la minestra che passava il convento. Gli è che anche un buon brodo di carne, se è troppo salato, finisce per essere indigesto e coloro che hanno la mano pesante non mancano mai neanche in convento.

Quando mi diceva di aver cercato ripetutamente fra Pasqual Piles, ex priore generale dell’Ordine, tornato in Spagna come Provinciale alla fine del mandato, sentivo che si dispiaceva di non riuscire a contattarlo. Ma alla fine so che lo ha rintracciato. Si stimavano, perché mi ha sempre parlato bene di lui ed  avendo lavorato insieme a Roma, erano animati da reciproca confidenza. Per i funerali, Fra Pasqual, venuto anche in rappresentanza del Padre Generale, ha concelebrato in duomo con il vescovo ausiliare di Brescia monsignor Francesco Beschi,. Chissà che non gli venga in mente di parteciparci almeno qualcosa delle loro ultime confidenze.

Uno che si fa carico dell’uomo, non tanto con la bocca ma perfino con il voto d’ospitarlo sempre nella casa del cuore, anche a costo della vita e di mettere la sua schiena a disposizione di Dio per farsi carico dei fardelli pesanti di chi non è in grado di portarseli, merita attenzione.

Lui, nei diversi momenti della vita ha privilegiato talora quella parte dell’uomo che si chiama corpo, o l’altra che riguarda la psiche ma sempre senza mai perdere di vista l’anima, le tre componenti dell’unità inscindibile, almeno fino alla morte. E s’è provato a trasmettere questa “passione”, in controcorrente rispetto alle prevalenti del momento.

Più d’una volta ci siamo soffermati sulla crisi vocazionale e sul come essere presenti, da frate, nella Chiesa locale, per non far mancare il carisma specifico ed allo stesso tempo, non restare tagliati fuori. Ed abbiamo concluso che bisognerebbe accentuare la presenza non tanto e non solo nella commissione della pastorale sanitaria, come avviene, ma in mezzo alla gente, a parlare ai giovani della teologia del corpo, dell’igiene mentale, della prevenzione, degli effetti della solitudine che colpisce giovani e anziani, dei disturbi della personalità, dei problemi della coppia,…tutte esperienze che si possono fare in collaborazione con medici, psicologi, psichiatri e sacerdoti con i quali si vive ogni giorno nei centri FBF.

Condivideva. E si diceva inoltre che bisognerebbe essere presenti dove le giovani leve si preparano a diventare medici e infermieri. E quale può essere il punto d’incontro se non l’università? Come si può continuare a credere che le vocazioni si possano incrementare disseminando depliants in ogni angolo dell’ospedale o distribuendo immaginette di san Giovanni di Dio e san Riccardo Pampuri?

Se manca il contatto diretto, la condivisione di progetti, il pregare insieme, la proposta evangelica, l’invito a tavola, a un periodo di esperienza in missione o in un ospedale psichiatrico…hai voglia! I Movimenti del nostro tempo si sono sviluppati per contatto diretto, non per volantinaggio! Ne era convinto. Ma si rendeva anche conto che il sogno coltivato di ringiovanire l’Ordine, agganciandolo alle fresche energie dei Movimenti emergenti non era né facile da far comprendere e ancor meno da realizzare.

1-Immagini INT1Bisognava far convivere anime caratterialmente e culturalmente molto diverse. Il test si è avuto con CL. Don Giussani e Fra Fabello si erano parlati, capiti, ed erano passati all’azione. Ma poi… Non serve scaricar le colpe. Meglio sarebbe analizzare spassionatamente per trovare i reciproci punti deboli, i nervi scoperti, non solo quelli della controparte. Cosa che ho tentato di fare sul sito internet. 

martini-occhi-copiaNoi siamo oggetto di amorosi rimproveri del Signore. La sua morte è uno di questi. A lui pareva di avvertire che fosse in atto da tempo lo stravolgimento completo del Vangelo, “per cui non è più Gesù a salvarci, bensì siamo noi che salviamo lui e la sua Chiesa, non è più il Vangelo dell’iniziativa divina, è il Vangelo della nostra bravura nell’operare a favore di Dio” (Martini)

CONDIVISIONE

Condividere. Forse anche lui ha sognato di condividere il proprio “io” con il mondo intero. Capita di sperare che almeno qualcuno possa dire ciò che non ci riesce di dire o che abbiamo in animo, o di cui abbiamo chiara coscienza. Ci piacerebbe che passasse qualcuno capace almeno di parlare in nostro nome.  Perché il nulla dell’oblio ci spaventa. Che guaio se non credessimo che Dio, e Lui solo, può captare e capta le esigenze del cuore e conserva nella sua profondità il grido silenzioso e straziante dell’essere umano.

Tu questa esigenza non la senti più ed io spero di ricalcare fedelmente almeno un poco di ciò che, potendolo, avresti voluto dirci. Le leggende raccontano che si possono vedere le stelle anche di giorno, guardando il fondo di un pozzo. Purtroppo bisogna arrendersi all’evidenza: nel fondo dei pozzi non ci sono stelle. Epperò, più vado avanti negl’anni e più mi accorgo di essere circondato da una moltitudine di stelle che nessuno vede alla luce del giorno. Ogni uomo, ogni donna ne porta una nel proprio cuore.

In questo momento vorrei essere il fondo del pozzo, la notte nera, in cui la sua stella si rende visibile nella luce chiara di Dio, ora più fulgente che mai.

Epperò, fratello mio carissimo, mi trovo in difficoltà ad un bivio. Ti chiedo: in questa notte nera in cui s’incrociano le nostre storie e s’incontrano le nostre anime, membri di una medesima famiglia, la grande famiglia umana, è più utile che  parlarli di te o è preferibile che continui a parlare con te, come vorrei fare?

In risposta, mi hai fatto trovare un detto che la dice tutta: “Se quello che vedi è tutto quello che vedi, non vedi niente”. Allora per vedere di più bisognerebbe forzare la tua anima. Ma come? In realtà, tu hai continuato ad essere fino in fondo un uomo poco visibile, in un certo modo “alternativo” nel suo contesto. Forse anche un «punto interrogativo». Ha ragione Frère  René Voillaume quando parlando del sacerdote scrive che “Il giorno in cui non saremo più, in un certo modo, un punto interrogativo per gli uomini, dovremo pensare che abbiamo cessato di portare in mezzo a loro la presenza del grande invisibile”.

Pedro Casaldaliga, un vescovo latino-americano, mi offre le parole giuste per  interpretarti fedelmente, tu fatebenefratello così poco appariscente:

  • Alla fine del cammino mi diranno:
  •   Hai vissuto?
  •   Hai amato?
  •   E io, senza dir nulla,
  •   aprirò il cuore pieno di nomi”.

Caro Raimondo, hai fatto miracoli? No. E allora cosa posso raccontare per far presa su chi vorrebbe sapere, leggere? Dirò semplicemente che di te so una sola cosa certa:  che ogni giorno ti sei affidato alle mani tenere e potenti di Dio perché spesso ti sei sentito un po’ come Marc Chagall, quel grande artista autore di quadri e vetrate indimenticabili che pregava così:

Globuli Rossi CompanySono tuo figlio in terra e cammino con fatica. Tu m’hai riempito le mani di colori, di pennelli ed io non so come dipingerti …Forse sarai Tu a fare che il mio quadro si illumini.”

Ma come Chagall mi trovo io stesso nel momento in cui uso la penna al posto dei pennelli. Chiedo perciò allo Spirito di riempire di colori e di luce le parole sguarnite che riesco a formulare. M’incoraggia a parlarti direttamente proprio il Cardinale Martini che è stato il mio arcivescovo e che ho adottato come maestro spirituale. Egli mi dice: “E’ possibile comunicare con i morti. Essi ci conoscono e, pur essendo ora in cielo presso Dio, conoscono il mondo che hanno lasciato, ne conoscono prima di tutto il rapporto con Dio e con i suoi piani eterni che possono ormai contemplare”.

Allora, sicuro che sei in ascolto e, visto che abiti la Luce del Risorto, proverò ad aprirti il cuore. Sì, a partire da Dio, naturalmente, dal momento che  conosci le nostre cose, i nostri problemi e ne parlate tra voi, abitatori del Cielo e con l’Amabilissimo Signore, finalmente felice di ospitarvi nel gaudio Trinitario: “Venite, benedetti dal Padre mio, perché ero povero, emarginato e mi avete accolto!” (cfr Mt 25,34-36).

Gesù il risortoL’Arcivescovo che anche tu hai ben conosciuto, ha parole di fede e di speranza: “Essi non soltanto ci conoscono ma ci sono vicini. E’ vero che hanno lasciato il mondo per abitare dove sono i corpi gloriosi di Gesù e di Maria, cioè al di fuori e al di là di tutto l’universo e del suo spazio. Ma intervengono ancora nel mondo e vi sono presenti con la loro preghiera, con la forza del loro amore , con le ispirazioni che ci offrono, con gli esempi che ci ricordano, con gli effetti delle loro intercessioni”.

In altre parole, ci viene detto che l’amore cha hai nutrito per le persone care, per l’Ordine, per noi, per me, per chi legge, non l’hai perduto. Lo conservi in cielo, “trasfigurato e non abolito dalla gloria”. Se vuoi, anche tu puoi fare tua l’espressione di Santa Teresa di Lisieux: “Voglio passare il mio cielo a fare del bene sulla terra”, perché sono parole che non valgono solo per la santa carmelitana. Ed è a partire da qui che trovo l’esaudimento delle nostre preghiere per la tua guarigione, solo apparentemente non ascoltate da Dio. In realtà Lui ha preferito sapientemente collocarti nel luogo più adatto, in compagnia dei tuoi Confratelli santi e martiri, tra coloro che piamente crediamo essere stati accolti dalla misericordia di Dio.

  • Tu, voi, come i nostri genitori, parenti ed amici cari, avete la possibilità di parlare a Dio di noi e di presentargli le nostre istanze e le nostre difficoltà.
  • E voi conservate, certamente, in cielo “le intenzioni, gli affetti, gli interessi per i grandi valori di questa vita, quegli interessi che sono anche nostri”, quelli che ci avete lasciati in eredità, ai quali siamo stati educati.
  • Tu, voi, potete pregare in nostro favore perché questi interessi, intenzioni, valori, crescano in noi e siano portati a quella perfezione che ci permetterà di godere, un giorno, il volto di Dio con voi e come voi.

LA MORTE E’ PRIMA DI MORIRE

Raimondo, mi sembra di averci pensato solo ora:  noi, come si nasce, dal primo vagito, già condannati a morte! E’ folle. Ma ora capisco…

Aspirantato FBF Brescia - 8 Dic. 1953-2Padre Tarcisio Morini 01Ricordi quando il Padre Tarcisio Morini, ogni mese, conduceva il “Pio esercizio della buona morte” ?

Oggi si griderebbe alla violenza sui minori e già solo il tema fa inorridire anche gli adulti; ma allora noi ragazzi venivamo presi per mano e introdotti realisticamente nel “tragicum mysterium”, senza esitazione. Del resto, i nostri educatori si facevano forti dell’esperienza di San Giovanni Bosco che considerava il «punto di morte» il momento da cui dipende l’eternità:

Aspirantato FBF - Pagliotto cappella«Don Bosco lo teneva desto nei suoi figli spirituali, giovani e adulti, specialmente mediante l’esercizio mensile della buona morte: un pomeriggio di predicazione, di riflessione, di confessione, sospendendo lo studio e, al mattino seguente, con la Santa Messa curata in modo speciale e con la Comunione Eucaristica, era un momento vissuto con serenità e fiducia stimolante nello «stare molto allegri, combattendo il peccato che rende tristi e cattivi, e compiendo i nostri doveri incominciando con quelli verso Dio» (San Domenico Savio).

Ancor oggi i cooperatori salesiani lo prevedono nel loro regolamento: “ (2.) Sono consigliati di fare ogni anno almeno alcuni giorni di esercizi spirituali. L’ultimo giorno di ciascun mese, od altro giorno di maggior com odità, faranno l’esercizio della buona morte”.

Ho letto da qualche parte: “Non hai finito di imparare a vivere, che devi imparare a morire. Ma c’è forse una grande differenza? Sono due classi della stessa scuola”.

Ebbene sì: per questo abbiamo imparato da piccoli a invocare il Misericordioso almeno una volta al mese con queste parole:

  1. 1-_Scan10314Quando i miei piedi immobili…
  2. Quando le mie mani tremole e intorpidite…
  3. Quando i miei occhi offuscati e stravolti…
  4. Quando le mie labbra fredde e tremanti …
  5. Quando le mie guance pallide e livide…
  6. Quando le mie orecchie presso a chiudersi per sempre…
  7. Quando la mia immaginazione agitata da orrendi e spaventevoli fantasmi …
  8. Quando il mio debole cuore oppresso …
  9. Quando verserò le mie ultime lagrime…
  10. Quando i miei parenti , ed amici stretti a me d’intorno…
  11. Quando avrò perduto l’uso di tutti i sensi…
  12. Quando gli ultimi sospiri del cuore …
  13. Quando la mia Anima uscirà…
  14. Finalmente quando la mia Anima comparirà innanzi a Te… in quel terribile momento, misericordioso Gesù abbi pietà di me”.

La tua morte ci fa riflettere. La tua dipartita ci rende  consapevoli di grandi verità che di questi tempi si fa volentieri a meno: “C’è un modo di presenza dei nostri morti che vorrei sottolineare – scrive il mio vescovo – . Essi sono presenti presso ogni tabernacolo e presso ogni altare su cui si celebra l’Eucaristia. Nell’Eucaristia c’è Gesù Risorto, sono presenti tutti i santi, tutti coloro che sono morti nel Signore. Sono presenti  con la loro adorazione e con il loro amore per Gesù che è anche amore per noi che siamo attorno all’Eucaristia. E sono presenti, in particolare, quelli che ci amano di più, che ci sono cari e che con noi adorano Gesù”.

Certo, caro Raimondo, non abbiamo ancora digerito che te ne sia andato così, in sordina. E, dal momento che rimane un terribile velo tra il mondo visibile e quello invisibile, siamo tentati di sentire come retoriche le parole del Pastore. Epperò “è altrettanto vero che l’amore è più forte della morte e l’amore di Cristo Risorto riempie il cuore e la vita dei nostri cari defunti. Lo stesso amore di carità che è in noi è in loro, anche se in loro è in pienezza.” A partire da questa pienezza, io so che ci raggiungi e noi pure possiamo congiungerci con te, attraverso il nostro amore e con la nostra preghiera.

Mi viene da pensare in questo momento alle tante persone che, provate dal dolore per la perdita repentina di una persona carissima, cercano di mettersi in contatto con lei. Ne hai certamente incontrate e conosciute anche tu. Per grazia di Dio, a noi non servono i mezzi superstiziosi. Abbiamo nella fede, nella preghiera e nell’Eucaristia, Sacramentum Hospitalitatis, il mezzo, il luogo e l’ambiente per una reale comunicazione di amore con i defunti. Questa è la lezione che ci viene sostando sulla tua tomba.

Cimitero_Monumentale_di_Brescia,_torre-faro

A proposito, nella tomba di Famiglia dei FBF di Brescia, dove ora le tue spoglie mortali soggiornano in attesa di risurrezione della carne, alloggiano altri confratelli che ci hanno preceduto. Di alcuni abbiamo solo sentito parlare dai nostri vecchi; altri, a cominciare dall’indimenticabile Padre Damaso, il compagno di noviziato di San Riccardo Pampuri – ricordi? –  li abbiamo conosciuti di persona: una lunga lista… Sai, scorrendo quei nomi incisi sulla lapide che coprono un arco di cinquant’anni, non ho saputo trattenere il pianto della commozione  E tu, adesso lì,  il primo della nostra clesse ’42 che in quel di Brescia, ha condiviso nell’Aspirantato gioie e dolori dell’età adolescenziale ed evolutiva. Mi sembrava di udire la tua voce che ripeteva le parole del Maestro: “Ragazzi, vigilate! A voi non è concesso di conoscere né il giorno né l’ora…”.

CONVERSIONE

Non ci è dato di sapere in quale giorno della tua vita hai avuto il tuo incontro personale con Dio, l’ora in cu hai avvertito – con stupore sconvolgente – la Sua presenza nella tua vita, tale da poter gridare, come ha fatto l’evangelista  Giovanni dalla barca , sul lago: “E’ il Signore!” (Gv 21,7).

Pur cresciuto fin dalla giovinezza nei giardini di Dio, anche tu hai avuto bisogno del giorno della conversione. Non lo hai scritto, come Agostino, ma lo hai provato: “Come ardevo, Dio mio, come ardevo di rivolare dalle cose terrene a Te, pur ignorando cosa volessi fare di me” (Conf. 4,.7-8).

Non conosciamo il giorno e l’ora in cui hai aperto la porta a Cristo e lo hai fatto entrare nella tua vita, ti sei lasciato amare, perdonare e e hai creduto che Lui è morto proprio per te. Ma sappiamo che questo giorno c’è stato, che l’ora del bacio di Gesù non è passata invano. Anche Giuda si è lasciato baciare ma non si è lasciato amare perché non ha capito e non ha accettato.

In questo sta l’amore: non siamo stati noi ad amare Dio, ma è Lui che ha amato noi” (1 Gv 4,10).

Quando hai avvertito il Signore alla porta è perché avevi l’orecchio teso e gl’occhi dilatati per discernere i segni del suo passaggio. Così hai potuto udire la voce misteriosa della Sua rassicurante presenza. Gli hai aperto e lo hai accolto nella tua casa come ospite gradito, per accorgerti poi che l’accolto e il rinfrancato eri proprio tu.

Così hai imparato il galateo dello stare a tavola con Lui:

  • condividere il pane della tenerezza e della forza,
  • il vino della letizia e del sacrificio,
  • la parola della sapienza e della promessa,
  • la preghiera del ringraziamento e dell’abbandono nelle mani del Padre.

Il tempo passato con Lui, l’hai detratto alla morte. E quando lei ha bussato, sapevi che sarebbe entrato Lui per condurti nel tempo senza tempo, nella Sapienza dei mondi per assaporare la Bellezza con infiniti sguardi d’intesa.

Quando Paolo VI ha scritto la Populorum progressio, eravamo giovani e sensibili alle voci dall’alto. Vedendo il duomo stracolmo di gente per i tuoi funerali – eri semplicemente un frate – ho capito che avevi colto nel segno: “Più che chiunque altro, – scriveva il Papa – colui che è animato da una vera carità è ingegnoso nello scoprire le cause della miseria, nel trovare i mezzi per combatterla, nel vincerla risolutamente”.

La “miseria” che hai incontrato sul tuo cammino porta i nomi delle patologie organiche, della psiche e dell’anima che crocifiggono tanti uomini. Le iniziative che hai posto in essere sono quelle di un operatore di pace e di benessere: “Egli percorrerà la sua strada accendendo la gioia e versando la luce e la grazia nel cuore degli uomini su tutta la superficie della terra, facendo loro scoprire, al di là di tutte le frontiere, volti di fratelli, volti di amici” (Populorum progresso, 75).

E, se “grande è la ricompensa nei cieli” (Mt 5,12), anche la gente ha voluto esprimerti la sua riconoscenza.

IL DISCORSO MISSIONARIO

A chi mi chiedesse come hai vissuto il discorso missionario, risponderei con il  passo nel Vangelo di Matteo, capitolo 10, che mette in crisi suore, frati, preti, vescovi e anche i laici Christifideles, ossia discepoli di Cristo.

Dice così:

vv. 8 -9 –

  • Come avete ricevuto gratuitamente, così date gratuitamente. 
  • Non procuratevi monete d’oro o d’argento o di rame da portare con voi.
  • Non prendete borse per il viaggio, né un vestito di ricambio, né sandali, né bastone. Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date…”

Al di là delle contingenze storiche in cui il discorso è pronunciato,bisaccia, bastone, sandali, tunica…)rimane fondamentale nel Discorso, l’insegnamento della gratuità e della libertà, del disinteresse. Da giovani è più facile essere disinteressati. Più avanti negli anni, al sopraggiungere di acciacchi e malattie, ci si preoccupa di sé, con gli anni aumentano le cose care, libri, oggetti, doni ricevuti…

· Fra Raimondo ha viaggiato leggero, sempre pronto a traslocare e proprio negli ultimi giorni, prima dell’intervento, ha cercato di eliminare tutta la zavorra.

· v. 16

  • Ascoltate: io vi mando come pecore in mezzo ai lupi. Perciò siate prudenti come serpenti e semplici come colombe .17State in guardia, perché vi porteranno nei tribunali e nelle sinagoghe e vi tortureranno. 18Sarete trascinati davanti a governatori e re per causa mia, e sarete miei testimoni di fronte a loro e di fronte ai pagani.”

 Gesù ha voluto avvisare i suoi fin dagli inizi: il ministero implica le contrarietà, ed è per natura contestato.

· Le circostanze difficili della Chiesa non sono mai cose nuove. A te, Raimondo, sono forse mancate le contrarietà. No. Allora buon segno! Il segno del Regno è proprio nel modo con cui viene, perché è l’opera dello Spirito Santo, non dei progetti umani.

vv. 19-20

– “19Ma quando sarete arrestati, non preoccupatevi di quel che dovrete dire e di come dirlo. In quel momento Dio ve lo suggerirà. 20Non sarete voi a parlare, ma sarà lo Spirito del Padre vostro che parlerà in voi”.

Ogni volta che t’è capitato di avere intrighi legali, il Signore t’ha chiesto di non cadere nell’ansia, l’eccessiva ansia per il ministero stesso. Nell’abbandono in Dio, anche la mancanza di strumenti o in condizioni di incertezza operativa, è lo Spirito del Padre che si manifesta.

L’ORA DELLA PROVA

Il 10 Aprile di quest’anno, avvicinandosi la data del Capitolo Provinciale al quale avresti partecipato,  così hai scritto agli amici della Compagnia…”…E, per favore, pregate un pochino anche per il nostro Capitolo Provinciale. Grazie nello splendore della Resurrezione. Fra Raymondo Fabello o.h.”.Poche parole, come sempre.Ma di spessore. Leggevi gli avvenimenti nello “splendore del Risorto”, in chiave pasquale.Ed eri perfino convinto che anche una formica come noi, rinchiusa nell’anonimato, avrebbe potuto dare un contributo perché l’assise capitolare si muovesse sottomessa alla Voce dello Spirito.

Fino all’ultima telefonata ho avuto la sensazione che eri innamorato della vita e perciò ad essa legato come lo si è per ogni amore. Ma ti sentivo altrettanto disposto a cederla a quell’Amore che un giorno te l’ha donata. Quasi per scaramanzia, abbiamo provato anche scherzarvi sopra. Ma l’iniziativa era più mia che tua, impegnato com’eri a discernere, presagendolo, il volere di Dio con gli occhi di Giobbe: “Il Signore ha dato…”. Tu non hai esitato a mettere in conto che il Signore può anche togliere: per amore, s’intende, solo per amore. E così è stato.

Quando il 10 Giugno u.s mi scrivevi: “Dal giorno 5 u.s. sono entrato il lista per il trapianto. Aspettiamo che il nostro “Dottore”,[s.Riccardo Pampuri] anche con l’aiuto di qualche Altro, mi trovi un ricambio di buona qualità e quando sarà il momento dia una mano al chirurgo. ”Il Signore ha dato ……………….” in quei puntini di sospensione ho colto subito il tuo riferimento a Giobbe. Chiarissima la professione di fede nella adorabile Volontà di Dio che non ti ha risparmiato la prova: “In tutto questo Giobbe non peccò e non attribuì a Dio nessuna colpa”, (Giobbe 1).

E che di prova si tratti, per non dire qualche bestialità, lo faccio spiegare al mio venerato Cardinale. La domanda che ci viene spontanea è: c’e n’era davvero bisogno, dal momento che Dio sa benissimo se l’uomo vale o non vale ancor prima di provalo?

Il vescovo, sulla base delle Scritture, ci dice che “la prova c’è e c’è per tutti, anche per i migliori. Giobbe non offriva nessun motivo per e