UN DON GIUSSANI SENZA MIRACOLI – Discordanze

lunedì, 11 agosto 2008 

DISCORDANZE – OVVERO DEL DON GIUSSANI SENZA MIRACOLI

Su questo blog sonnolento, in attesa di…”risurrezione”, una pagina tagliente, sferzante, che ho scoperto solo ora e che so farà piacere a più d’un detrattore, in pieno agosto non può fare che bene a tutti.

Su Don Giussani le fazioni effettivamente si dividono ancora una volta in Guelfi e Ghibellini, non solo nel mondo laicista ma anche in quello religioso, religiosissimo,   cattolico, cattolicissimo.
Personalmente, cerco di prendere  quel che c’è di vero, rispettoso delle opinioni altrui,  e accetto la provocazione. Lui, il Don Giuss  che ormai ha terminato la corsa e mantenuto la fede, cosa può fare dal Cielo se non sorridere – sornione – benevolmente a tutti?

Ma   per non stare silenzioso, politicamente equidistante, dirò che un’idea me la sono fatta e trovo anche che stenta a passare.  Non è roba mia. A marcarla con forza è proprio l’Apostolo Paolo nella prima ai Corinti. Egli dà prova di aver capito ciò che tanti di noi non capiranno mai in vita, come dimostra la storia. E’  lì che, almeno i credenti, dovrebbero  periodicamente, singolarmente e comunitariamente tornare per una revisione e da lì ripartire rinfrancati, rigorosi con sè stessi e comprensivi con gl’altri. E’ il solo modo per far cadere gl’integralismi di ogni segno.

Foto © Archivio CL / F.B. Don Giussani durante una lezione

Paolo, attento osservatore del comportamento umano e, con occhi di gufo,  fortemente illuminato dallo Spirito,  vede molto lucidamente come sogliono andare le cose:

  • Mentre l’uomo, la sapienza psichica di questo mondo (1Cor 2,6), (laica non necessariamente nel senso di laicistica) lavora, con la sincerità di cui è capace, per la umanizzazione del mondo al fine di liberare l’uomo,
  • il discepolo di Gesù (l’uomo pneumatico) è messo a parte dallo Spirito di Dio di un progetto di salvezza – liberazione -dell’uomo, che è propriamente divino, e che nessun occhio, né orecchio, né cuore “laico” può mai arrivare a sospettare e ad apprezzare (1 Cor 2,9).
  • L’uomo psichico è giunto a concepire che si può liberare l’uomo, mediante la umanizzazione del mondo, della società, delle sue strutture, delle relazioni sociali e internazionali;
  • Lo Spirito insegna a discernere e a non confondere (1Tess. 5,19-22): non un mondo più umano può davvero liberare l’uomo, ma solamente uomini diventati figli di Dio nel Figlio unico possono liberare il mondo.
  • Essi credono che non c’è da attendere che il mondo  -società, stati, famiglie, ambienti, comunità, ospedali– sia disinquinato, per cominciare a vivere da uomini.
  • Lo Spirito di Dio dà forza per cominciare oggi, ADESSO a vivere da figli di Dio, dovunque ci si trovi (Lc 10, 28-37).
  • “Il cristiano maturo ricorda quanti mali sono derivati, nella storia, all’umanità, alla chiesa,

    • dalla confusione della psiche e dello Spirito,
    • delle parole di Spirito con le parole di sapienza umana,
    • delle imprese destinate alla “polis” degli uomini e di quelle concernenti la Chiesa di Dio, Sposa di Gesù”.  (F.Rossi de Gasperis s.j).
Le amare conclusioni di Francesco Merlo non sono quelle di uno tutto scemo. Nè privi di senno sono quelli di CL.
Il Cardinale Martini ci ha insegnato che la comunità ideale, non è mai esistita. A cominciare da quella degli Atti, le prime comunità cristiane, pur ferventi, sono “conflittuali“. Ciò significa che, se tanto mi dà tanto, ogni generazione deve confrontarsi con il suo Signore, Verbo Incarnato-Crocifisso-Risorto. E qui c’è ben poco da ridere.

di FRANCESCO MERLO (da la Repubblica del 24 febbraio 2005

E’ morto un uomo storico, hegelianamente storico, uno dei protagonisti di un passaggio importante della storia del nostro Paese, ma non è morto il cappellano d’Italia, il padre spirituale di tutti noi.

In Italia c’è l’abitudine di distogliere lo sguardo dagli occhi della morte. Sempre, davanti a un morto, si parla d’altro, mai di lui. Nel caso di don Giussani, la morte ha transustanziato la realtà viva.

E così da finissimo politico combattente, da ispirato pastore d’anime, da coltissimo organizzatore di potere, da reclutatore di talenti, don Giussani è diventato un candidato alla santità, il nuovo patrono che, a destra e a sinistra, laici e religiosi, fedeli e infedeli, deformano nell’ultimo doveroso saluto. Ma don Giussani, profondo e sincero, pedagogo e amorevole, era e rimane il leader di una minoranza antimoderna.

E, se fosse davvero severo e misericordioso, generoso e giusto, come lo immaginava lui, Dio, dopo averlo accolto in Paradiso e fatto accomodare alla sua destra, già adesso starebbe chiedendogli conto anche delle lucrose attività della sua Compagnia delle Opere, di quel gran fumo di clericalismo simoniaco, di presunte truffe, di denunzie, di scandali e di processi penali che ha accompagnato il miracolo economico di don Giussani, dalle mense scolastiche di Roma alla Cascina San Bernardo di Milano, dai parcheggi ai cibi precotti e avariati, sino all’affaraccio di Oil for Food e al ruolo di Formigoni, sino alle suggestioni letterarie del Codice da Vinci.

Certamente il Dio che immaginiamo noi laici, così diverso dal raggio di sole caravaggesco che tanto gli piaceva, il Dio che non è sole di tragedia ma dolcezza privata, non sensazioni trionfali e scoppi di luce ma atmosfere rarefatte e solidarietà intellettuali, non esplosioni ma implosioni, il Dio che si nasconde e non si mostra, certamente questo Dio perdonerebbe l’appoggio spirituale che lui, così onesto, diede alla peggiore Dc, quella romana delle tangenti, e quella della Sicilia complice della mafia, allo squalo Sbardella e al contiguo Salvo Lima.

Secondo noi, Dio si è già messo a conversare con lui, non della Madonna dantesca e neppure del Cristo leopardiano, perché di quelli c’era già tutto sui giornali italiani di ieri, ma di quell’estremismo all’incontrario che rappresentò e continua a rappresentare Comunione e liberazione, versione cattolica integralista della rivolta generazionale di sinistra. Fu l’altra faccia del sessantotto, quel che lo rende chiaramente comprensibile, estremismo contro estremismo, Jaca Book contro Feltrinelli e Savelli, Rocco Buttiglione contro Franco Fortini, i cori dell’Antoniano contro l’anarchico ferroviere di Guccini, e anche, se permettete, Cristo contro Cristo. Al nostro Cristo infatti, che era confusamente costruito su una ideologia di liberazione guerrigliera e di preti operai, loro opponevano un Cristo da Torquemada. E non è vero che la nostra era ideologia e la loro era devozione. Il nostro Cristo era vivo almeno quanto il loro.

Sicuramente il nostro Cristo era ideologia, ma anche quello di don Giussani era ideologia. Ecco: ideologia contro ideologia, specchio rovesciato di tutto quel mal di vivere e di quel disadattamento in cui nessuno voleva stare, emigrando a salti e a piroette nelle paranoie politiche o religiose, nelle milizie combattenti per il proletariato o per Dio.

Ieri, solo su La Croix, che è il giornale ufficiale della Chiesa cattolica in Francia, come lo è Avvenire in Italia, di don Giussani è stato scritto nel titolone che “incarnò l’integralismo”.

E’ vero infatti che don Giussani si batteva contro la scristianizzazione dell’Italia e della stessa Chiesa, ma chi ha stabilito che il Cristo è quello di don Giussani? Quale visione di Fatima ha rivelato che il Cristo è un militante politico, un editore, un industriale, un prete filosofo, un fustigatore, un moralista, un sessuofobo, un classificatore di peccati? Eppure i seguaci italiani di don Giussani ancora nella camera ardente raccontavano e scrivevano di miracoli, e del sangue di San Gennaro che si è liquefatto per lui.

I pur bravi e simpatici giornalisti Antonio Socci e Renato Farina addirittura preannunciano altri miracoli “nei prossimi giorni”. E si capisce subito che gli epigoni di don Giussani non solo non gli somigliano, ma sono tutti dentro quel cliché di svettante bigottismo che Totò parodiava espressionisticamente con un segno della croce che era strabuzzio d’occhi, compunzione immusonita, agitazione di braccia, la mano con le dita strette a becco che convulsamente correva dalla fronte alle spalle…

Per Totò il bigottismo era il rovescio della religione che per contrappasso poteva essere rappresentato solo parodisticamente. Tutto questo parlare di miracoli, di sangue e sanguinaccio, di lacrime usate al posto dell’inchiostro, è di nuovo estremismo, spettacolo sciita, pasqua santa da processione paganeggiante, è ancora quell’estremismo al contrario di cui in fondo la nostra generazione ha saputo liberarsi mentre loro, che si credono “salvati”, ancora non ci riescono.

Noi piangiamo in privato e non lo raccontiamo a nessuno, non abbiamo bisogno di prefiche per gridare il dolore. E abbiamo tutti i nostri padri spirituali, e spesso li cambiamo perché anche i padri invecchiano: oggi Musil e domani Colletti, ieri Feyerabend e l’altro ieri Marx, e ancora il cattolico Manzoni e il radicale Sciascia, don Milani e Bobbio, Gassman e Montanelli, Calvino e Papa Giovanni. E da Gramsci siamo arrivati sino a De Felice… Mai però ci siamo inventati miracoli. Noi non ci attarantoliamo.

E rispettiamo anche don Giussani perché rispettiamo la storia, senza miracoli e senza monumenti, rispettiamo l’uomo che tante volte da avversario ci ha dato da pensare, ci ha offerto provocazioni su cui riflettere e, con i suoi estremismi, ci ha fatto pure sorridere. I suoi epigoni invece banalizzano lui e annoiano noi.        F.  MERLO


Almeno un punto di convergenza: LE VETTE.

Mentre la mente ritorna sul pensiero di Merlo, gl’occhi c’immergono nel silenzio estatico della natura maestosa, misteriosa e adorante. Ci sentiamo piccini piccini…Eppeò siamo stati creati “paulo minu ab angelis


L’arrivo della bidonvia sulla Marmolada dal Lago Fedaia

Zoomata sul ghiacciaio

Idem

Un laghetto dal rifugio

Il Piz Boé visto dal rifugio

Zoomata sul ghiacciaio

Idem

Laghetto semighiacciato mentre andavamo verso il ghiacciaio

Panorama dal ghiacciaio

Eccoci arrivati al ghiacciaio!

Idem

Idem

I crepacci

Il rifugio dal quale sono partito a piedi visto dal ghiacciaio

Il Piz Boé visto dal ghiacciaio della Marmolada

I crepacci

Noi quattro tornati al rifugio con lo sfondo il Piz Boé

Il ghiacciaio rivisto un altra volta

In discesa sulla bidonvia

Panorama sulla bidonvia

Il lago Fedaia visto dalla bidonvia

Il lago Fedaia visto dalla bidonvia

Il lago Fedaia visto dalla bidonvia

Il lago Fedaia visto dalla bidonvia

Il lago Fedaia visto dalla bidonvia

Il Il lago Fedaia

L’acqua del lago Fedaia

La diga del lago Fedaia

Il lago Fedaia

Panorama

Panorama

In arrivo al passo Giau

I prati del passo Giau

Il passo Giau

Il passo Giau

I prati del passo Giau

La cappellina del passo Giau

La vallata di Cortina vista dal passo Giau

Idem

La Marmolda sullo sfondo vista dal passo Giau

Panorama di Cortina

Panorama di Cortina

Panorama di Cortina

Panorama di Cortina

L’Antelao

Da Guarda la pagina web http://www.extremecarforli.it/Serdes%2006/06-08%20ferrata%20+%20Marmolada/Marmolada.htm dalla quale è stata tratta l’immagine.

ADESSO PROVA A VEDERLE DA QUI:

>>>>  http://groups.msn.com/cromatianum/general.msnw?action=get_message&mview=0&ID_Message=6

SERDES 5-16/08/06.


 

Globuli Rossi Company – IL VANGELO DEI RI RI RI… – Angelo Nocent

San Giovanni di Dio - Ritratto

 Questo è il ritratto di un avventuriero illuminato che nella sua vita avrebbe avuto bisogno di incontrare un San Giovanni di Dio e lo trovò in se stesso…

 Caro Salvatore, 

avevo cominciata in un modo e poi ho rimescolato le carte. La fretta di spedire mi impedisce di ritoccare. Pensaci Tu. 

Quello  della terza domenica di Quaresima è un vangelo molto curioso:  il vangelo dei  “RI”…, “RI”… “RI”…

L’ espressione forte è questa: “Distruggete questo tempio e io lo ri-edificherò”. Una sfida, lì per lì, incomprensibile. 

Da questo RI-EDIFICHERO’ derivano verbi positivi, luminosi, creativi, di luce: 

  • RI-SORGERE,
  • RI-PARTIRE
  • RI-SURREZIONE
  • RI-CONCILIAZIONE
  • RI-NASCITA
  • RI-ALZARSI
  • RI-SVEGLIARSI

 Questa particella “RI” vuol dire:

  • di nuovo
  • da capo
  • un’altra volta
  • ancora,
  • senza stancarsi

 è come se Gesù dicesse: distruggetemi un uomo, uno qualsiasi, e io ve lo rimetto a nuovo.

A Dio sta a cuore l’uomo. 

La vita è sofferenza, distrugge le persone; la morte sembra spadroneggiare… ma noi RI-SORGEREMO.

 In attesa della risurrezione noi possiamo gia qui essere

  • RI-ANIMATI, non solo quando abbiamo i collassi fisici ma anche quelli spirituali,
  • RI-COSTRUITI quando crolla qualche parete dell’anima,
  • RI-FATTI dopo un terremoto che ci ha ridotto in macerie, ci ha prostrati, messi a terra, nella polvere della miseria morale, proprio quando verrebbe da dire: non c’è più niente da fare.

 Quando si è anemici si sta male, mancano le forze, non si può reagire, si vede tutto nero, si sente venir meno la terra sotto i piedi…

 Senza sangue si muore. E chi è anemico, soffre gravi disagi e la sua è un’esistenza a rischio.

 Sangue è sinonimo di energia, vita. Se ti manca sangue, devi correre al pronto soccorso e ti fanno una trasfusione d’urgenza.

 Ma se l’anima è anemica, che si fa?

 Qui nascono i guai: ci sono cristiani che vivono in uno stato di anemia cronica. Non si rendono conto che dove non arriva il sangue viene la nècrosi, le gambe si gonfiano, il cuore si scompensa…

 Ciò che succede nel corpo si verifica anche nello spirito. Ma i rimedi ci sono, ci sono. E li conoscete tutti: sono i sacramenti.

 E chi non ha la forza di andare al Pronto Soccorso della Chiesa?Ecco la Compagnia dei Globuli Rossi!

 Come avrete già visto sul nostro sito internet, improvvisamente è comparsa la  www.compagniadeiglobulirossi.org .

Cosa sarà mai? Che siano donatori di sangue?

Ebbene, se si va a vedere chi sono, si legge:

“Chi siamo?

Con i carismi comuni della tenerezza: servitium, charitas, hospitalitas ed i carismi particolari di ognuno,  

  • donne e uomini,
  • laici e consacrati,
  • sani e malati,
  • giovani e adulti… 

SCHIENE A DISPOSIZIONE DI DIO nel cuore del Vangelo  a fararGli strada:”Andate…guarite…annunciate…”(Mt 10,5ss) .  

Poi una precisazione: “Le terre di nessuno” sono sconfinate. Ogni talento è prezioso. 

Con altre parole si può dire questo: 

I cristiani sanno di essere consanguinei del Signore. Coloro che sono più attenti, che se ne rendono conto più di altri, vedono in quale stato pietoso alcuni fratelli trascinano la loro esistenza. 

Essi non pretendono di cambiare il mondo, di fare prediche a tutti, di terrorizzare gli indifferenti…No, no, 

  • essi si prefiggono di CONSOLARE,
  • di AIUTARE CHI FATICA A PORTARE LA CROCE,
  • intendono PORTARE LA GIOIA DOVE SI E’ SPENTA, è calata la tristezza.

I cristiani, con la CRESIMA hanno ricevuto dal Vescovo proprio questo mandato: andate a consolare i fratelli, ad asciugare lacrime, a portare buone notizie agli sfiduciati… 

Fare questo vuol dire essere SCHIENE A DISPOSIZIONE DI DIO, essere donatori di sangue,  vuol dire iniettare, trasfondere sacche di carità-divina-Sangue-di-Cristo, nei tessuti anemici di coloro che incontriamo sui nostri cammini, lottare senza stancarsi contro tutte le emorragie, rappresentate dalla sofferenza, dalla povertà e dalla miseria umana. 

Globuli rossi è bello: vuol dire recuperare la fede battesimale dimenticata nel guardaroba delle “sempre tante cose da fare”, per  indossarla pubblicamente: “Rivestitevi del Signore nostro Gesù Cristo”. (Rom. 13,14) . 

  • VUOL DIRE RIVESTIRSI DI ROSSO, quel rosso che richiama la Passione di Cristo, il suo martirio;
  • vuol dire  indossare la casula come il sacerdote quando celebra la Messa: i laici che diventano sacerdoti fuori dalla Chiesa, nel lavoro, negli ospedali, nelle case…
  • Vuol dire “Donne e uomini, religiosi e laici, uniti  insieme, progettare insieme, camminare insieme, mettere carismi e talenti a disposizione della comunità…per ANDARE, PORTARE, CONDIVIDERE, SANARE… ogni situazione di sofferenza;
  • vuol dire essere schiene-persone-mente-cuore-anima a disposizione di Dio. 

I membri della Compagnia, pur rivestiti di Luce, sono del tutto coscienti che la comunione con Dio è un dono mai pienamente vissuto, sempre oggetto della nostra speranza. 

Proprio per questo sono assidui frequentatori della Comunità orante. Nella preghiera trovano aiuto  a corrispondere all’intimità di questa relazione con il Signore Gesù dal quale possono attingere l’energia vitale da distribuire su territorio. 

Se ci unisce la  alla carità scambievole, a imitazione di Gesù che indossa i grembiule e lava i piedi ai discepoli, succedono veri miracoli che cadono a cascata:

  • ·        passione,
  • ·        fervore,
  • ·        impeto,
  • ·        zelo,
  • ·        ardore,
  • ·        entusiasmo,
  • ·        impegno,
  • ·        fantasia,
  • ·        amore…  

tutti componenti da trasfondere all’uomo incontrato sui diversi percorsi del mondo. 

Per DARE bisogna POSSEDERE. Siamo tutti d’accordo.

  • Se impariamo a lavarci i piedi gli uni gl’altri,
  • ossia ad avere attenzioni reciproche,
  • se ci mettiamo al servizio della Comunità e della gente che incontriamo nel vivere quotidiano, con animo semplice, umile e gioioso, sull’esempio del Maestro nell’Ultima Cena,
  • noi diventiamo la COMPAGNIA DEI GLOBULI ROSSI.

Facile no? Più facile di così !?

Shalom!

 Globuli Rossi Company - n

 

SAN RICCARDO PAMPURI – SINTESI BIOGRAFICA


 

«… nei santi il colloquio con le creature non è che l’eco, il frutto e la testimonianza del loro colloquio con Dio. Il rapporto intimo del santo con Dio è legato a un segreto, chiuso ad ogni profano sguardo: il campo della santità sta esattamente agli antipodi di quello della curiosità. Ogni santo ha avuto il suo segreto che l’ha legato a Dio nell’abbandono della piena immolazione: quel che a noi, all’oscuro come siamo di quel segreto, sembra discontinuo o anche repellente per le nostre quattro mezze idee che ci tiranneggiano, trova in esso il vero punto di raccordo e la chiave delle armonie che lo Spirito Santo trae dalla fragile natura umana quando ascolta docilmente i suoi ineffabili inviti.» Cornelio Fabro 


 

Nel Novecento la Diocesi di Pavia ha conosciuto tre luminose figure di religiosi e sacerdoti, la cui vita ha lasciato un segno profondo e una eredità tuttora molto viva e operante. Le loro esistenze e attività non si intrecciano cronologicamente, ma lungo il corso del secolo si passano, per così dire, il testimone luminoso di un impegno cristiano che, con modalità e carismi diversi, mostra quanto possa essere incisiva la fede per i bisogni e i problemi del nostro tempo.
San Riccardo Pampuri – I primi tre decenni del secolo vedono svolgersi la vita, breve, intensa e semplice, di San Riccardo Pampuri, medico e religioso dei Fatebenefratelli, morto nel 1930 a soli trentatré anni. Decimo di undici figli, Erminio nasce il 2 agosto 1897 a Trivolzio, piccolo paese della campagna pavese. All’età di tre anni, dopo la morte della mamma, viene affidato agli zii materni Carlo e Maria Campari, a Torrino, una frazione di Trivolzio, mentre la famiglia si sposta a Milano. Ottenuta la maturità liceale, si iscrive alla facoltà di Medicina a Pavia, seguendo le orme dello zio Carlo. È l’inizio della Prima Guerra Mondiale. In Università il giovane studente trova un clima profondamente segnato dal positivismo, dal laicismo, e da agitazioni studentesche di carattere politico e sociale. In quello stesso ambiente pochi anni prima il giovane Gemelli, ancora lontano dal cristianesimo, si era formato ed aveva militato, distinguendosi per posizioni accese e radicali. Erminio partecipa alla vita studentesca attraverso il Circolo cattolico Severino Boezio. Durante una sollevazione studentesca fu l’unico ad accostarsi ai corpi di due studenti gravemente feriti confortandoli con la preghiera. Nel 1917 viene arruolato nella 3ª Compagnia Sanità e inviato a Vittorio Veneto. Durante la ritirata di Caporetto gli ufficiali medici della sua compagnia abbandonano tutto il materiale sanitario e fuggono con i soldati. Erminio, non volendo che medicinali tanto preziosi andassero perduti, li carica su un carretto trainato da una mucca e solo, sfidando il nemico sotto una pioggia battente, cammina per ventiquattro ore verso la sua Compagnia, che raggiunge quando ormai lo davano per disperso. Il fatto gli costa una grave pleurite da cui non guarirà mai completamente. Per questo viene decorato con la medaglia di bronzo. Divenuto Terziario Francescano con il nome di Antonio, si laurea a pieni voti il 6 luglio 1921. Accompagnato dalla sorella Margherita, per sei anni esercita la professione di medico condotto a Morimondo, piccolo paese della Bassa non lontano da Trivolzio. Qui non ha un attimo di sosta sia nella cura dei corpi che delle anime. Chiamato in qualsiasi ora, istituisce persino una mutua. Non di rado, oltre al conto del farmacista paga anche quello del macellaio, del panettiere… Diviene il centro affettivo del paese. Per riunire i giovani fonda il circolo di Azione Cattolica e mette in piedi un Corpo musicale. Nel 1927 entra nell’Ordine ospitaliero dei Fatebenefratelli a Milano, dopo che per il suo stato di salute era stato rifiutato da Gesuiti e Francescani. Riceve il nome di Riccardo e l’anno dopo emette la professione solenne. Gli viene affidato il gabinetto dentistico, ma non disdegna i lavori più umili. “Il primo a maneggiare la scopa, a vuotare vasi e sputacchiere. E quando gli veniva richiesto, con uguale naturalezza, a indossare la vestaglia bianca e iniziare le visite” si legge nel processo di beatificazione. Nell’agosto del 1929 un’infiammazione polmonare lo costringe a trascorrere un periodo di riposo a Torrino. Le sue condizioni sono ormai gravi e il 18 aprile del 1930, su insistenza dei parenti, viene trasportato da Brescia nel convento-ospedale San Giuseppe a Milano. Muore il 1° maggio, a soli 33 anni. Studente cristiano in ambiente laicista e positivista, conciliò senza cedimenti la ricerca scientifica e l’approfondimento e aperta professione della fede. Divenuto medico, cercò la santità nella vita professionale e nella sensibilità ai poveri, non in altro che nell’esercizio quotidiano della professione e nella carità, e per questo è esemplare per l’oggi della società e della Chiesa. L’efficacia taumaturgica della sua intercessione (dimostrata da non pochi miracoli) sembra voler continuare nell’oggi la sua professione medica. Il processo di canonizzazione fu aperto nel 1949 dal Cardinale di Milano Ildefonso Schuster. Nel 1981 venne proclama beato, nel 1989 santo da Giovanni Paolo

vedi http://sanriccardopampuri.splinder.com

SANITA’ LOMBARDIA – Lettera al Direttore Rivista Fatebenefratelli – Angelo Nocent

Posted on dicembre 11th, 2009 by Angelo

TEMPI – 16 Ottobre 2008

AL DIRETTORE RIVISTA “FATEBENEFRATELLI”

Caro Direttore,

questa volta sono costretto a scriverti a titolo strettamente personale, giacché non intendo coinvolgere l’Istituzione che rappresenti. Mi limiterò a riportare notizie che sono di cronaca, convinto che non è tempo perso fermarsi a riflettere. Avrai modo di verificare che, volutamente, al di là di qualche sottolineatura più marcata, mi limito alla constatazione, astenendomi dal prendere posizione. Tutto vorrei meno che far correre il rischio di essere frainteso difensore, “portavoce” di un incarico che nessuno mi ha affidato.

So di essermi dilungato oltre misura e perciò, se deciderai di pubblicare questa lettera aperta, affido alle tue forbici, ove occorresse per ragioni di spazio, di sfoltire sostituendo il testo mancante con i puntini di sospensione, nella speranza che l’operazione non produca un mutilato di guerra senza volto, ma un ponticello, ossia una provocazione di dialogo tra Chiesa e Istituzioni, più che uno sgradevole braccio di ferro fra le parti. Del resto, proprio CEI, Università Cattolica, Aris, Luiss Business School, hanno sentito l’esigenza di trovarsi a convegno il giugno scorso sul “No-profit dell’assistenza ospedaliera in Italia: riflessioni a trent’anni dalla legge 833/78”.

Si trattasse di un articolo, ti proporrei di titolarlo così: “L’ Hospitalitas istituzionale a un bivio. ”Io speriamo che me la cavo”.

Scrivere di Ospitalità a te che hai appena pubblicato un libro, è come portare vasi a Samo. A me l’ “Ospitalità” suona sempre come concetto astratto che si materializza, per così dire, nel momento in cui me la sento scorrere nelle vene come carisma, dono “per l’utilità comune” (1 Cor 12,7), non tanto destinato alla santificazione della persona, ma al “servizio della comunità” (1Pt 4,10). E’ donato ad alcuni il carisma e non a tutti allo stesso modo. Lo scopo non è di dare lustro o prestigio o fama a chicchessia ma per la varietà e vitalità della Chiesa. E’ anche mia convinzione che, se il carisma viene istituzionalizzato, inaridisce. Perché non è il reparto di cura che è carismatico, ma lo sono io nel reparto.

Ironia della sorte! A restarne affascinato di tale carisma piovuto dal cielo è stato proprio lui, il Don Giussani, che nella vita si è occupato più di giovani e di università che di ospedali e malati. Solo che, improvvisamente, ha scoperto l’evolversi del carisma dell’ hospitalitas proprio nel movimento che ha animato, senza che lo avesse provocato con riflessioni che svilupperà solo successivamente e che ora sono raccolte nel volume: “Il miracolo dell’Ospitalita’”, Ed. Piemme, al quale rimando. Ma, si sa, non tutti credono ai miracoli ed anche i discepoli non sempre hanno la fede del fondatore e, quindi la capacità di leggere i contesti. Fa un certo effetto constatare che avvenga proprio nella politica sanitaria della Lombardia dove sono all’opera persone raggiunte e segnate dal quel grande educatore del nostro tempo che è stato il “ Don Gius”. Credimi: leggendo la programmazione sanitaria talvolta sono tentato di credere che vi sia in corso il perdurare di un “malinteso culturale” più che una volontà della politica di sopprimere e penalizzare le istituzioni religiose. In tal caso, andrebbe fatto ogni sforzo per dissipare le nubi che nocciono ad entrambi. Ma, per non inventarmi nulla o eccedere nel dire, è meglio che parlino i fatti.

La parola alla politica

E’ il 16 Ottobre 2008. Passo dal giornalaio di Palazzo Pignano dove solitamente lascio la bicicletta. Acquisto Il Giornale perché di giovedì c’è TEMPI come allegato. Prendo la corriera, mi sistemo comodamente per la lettura, apro il n° 42 , più voluminoso perché accompagnato da un altro allegato: “ EXTRA-Sanità in Lombardia “. E’ su questo che mi concentro in prima battuta e, cosa insolita, non mi addormento. Sfoglio, divoro e, man mano che procedo, resto sempre più coinvolto.

L’Editoriale è del Presidente Roberto Formigoni. Un titolo suggestivo: “Più libertà di scelta. Più sicurezza sanitaria”. Al centro dell’argomentare – come sempre – c’è la “persona”. Sfoglio con interesse: “Ripensare la sanità a distanza di trent’anni dall’introduzione del Sistema Sanitario Nazionale significa pensare a un modello culturale nuovo, capace di rispondere alle mutate condizioni di vita che caratterizzano la società contemporanea e che ci impongono di guardare alla spesa sanitaria non più come a un costo da contenere, ma come a un investimento, oltre che per la salute, anche per lo sviluppo del nostro Paese”.

Poi l’enunciazione di due principi irrevocabili:

  1. Libertà di scelta, innanzitutto.

  2. E il principio secondo cui un servizio di natura pubblica può essere garantito anche da un soggetto di diritto privato, oltre che dagli irrinunciabili meccanismi di controllo del sistema.

Fin qui tutto bene. Altri punti forza:

  1. Separazione tra enti che forniscono (le aziende ospedaliere) ed enti che acquistano (aziende sanitarie locali) le prestazioni sanitarie.

  2. Valorizzazione della professionalità degli operatori del settore

  3. Una sfida: “E’ questo il momento di gettare le fondamenta per un nuovo Welfare, realizzando appieno una logica di sussidiarietà che veda il contributo di soggetti responsabilmente attivi e garantisca pari opportunità durante l’intero ciclo di vita a tutti i componenti della società”.

Nelle pagine seguenti gli argomenti vengono ripresi e sviluppati. Ma cambia l’antifona e sono costretto a rileggermi più volte le opinioni sostenute che mi lasciano sempre più allibito. A pagina 8 un titolone ad effetto: “Il bilancio di una novità”. Prima di proseguire mi soffermo sulla foto di una bella suora “cappellona”, dalla divisa preconciliare. Quelli della mia età ricordano benissimo le suore di San Vincenzo, presenti in sanità, nelle carceri, nelle infermerie dell’esercito… Sulla foto, del viso, spuntano soltanto il naso e la bocca; il resto è nascosto dall’enorme copricapo. La suora, un pezzo di consacrata che nessuno oserebbe chiamare “suorina”, com’è di moda dopo il caso Eluana, accudisce una bambina che ha vicino a lei una grossa bambola con i boccoli d’oro. La microscopica didascalia della foto recita: “Anche nella sanità negli ultimi anni si è assistito a un fenomeno di concentrazione economica. I principali concorrenti del servizio pubblico ora sono i gruppi privati nazionali e le grandi fondazioni”.

Sulla destra della foto invece, virgolettato ed a caratteri cubitali il messaggio: “Fino a 10 anni fa, esistevano i centri di cura religiosi. Oggi [maggiormente evidenziato] NON PIU’”. L’articolista è Francesco Beretta che riferisce di una tavola rotonda costituita da

  • Luigi AMICONE (Direttore e Moderatore)
  • Carlo LUCCHINA (Direttore Generale Sanità Regione Lombardia)
  • Francesco BERETTA (Dir. Gen. A.O. Istituti Clinici di Perfezionamento)
  • Pasquale CANNATELLI (Dir.Gen. A.O. Niguarda)
  • Gabriele PELISSERO (Direttore Scientifico Irccs Policlinico San Matteo)
  • Costantino PASSERINO (Direttore Centrale Fondazione Maugeri).

Introduce il direttore di Tempi, Luigi Amicone, che spiega: “Da sempre il nostro giornale è molto attento a temi come l’educazione e la sanità. In genere il tema sanità risente purtroppo di un ritorno di ideologia, per cui il privato sembra “il male”.

Mentre leggo, mi si fa presente, visivo, il mendicante di Granada. Nella mente rivedo la figura di San Giovanni di Dio che sta sullo sfondo degli ultimi cinque secoli di storia, con i suoi discepoli sopravissuti a tante intemperie. Quella storia che conosco abbastanza, mi appare sempre più come una bella fiaba grottesca, da non raccontare più neppure ai nipotini perché parla di sofferenze patite e lenite, di frati questuanti, soccorritori di appestati, di feriti sui campi di battaglia, di malati psichici abbandonati ai loro destini. Chi sarà mai il Beato Olallo, di cui in questi giorni si è dovuta occupare perfino la stampa? E’ roba del passato il frate Cubano rimasto da solo sul campo, medicina dei poveri, a condividere lo stipendio d’infermiere, “facendosi tutto a tutti” ?

E visivo mi si fa pure il Giussani. L’espressione è quella di una foto che ne ritrae solo lo sguardo. Un Giussani pensoso…A meno che non si tratti di una proiezione della mia mente malata.

Ma riprendiamo la tavola rotonda. Com’è cambiato il settore sanitario? La risposta la fornisce il Direttore Generale degli Istituti Clinici di Perfezionamento, Dott. Francesco BERETTA: “Dieci anni fa la realtà lombarda era diversa. Esisteva il settore pubblico e i privati convenzionati. Questi ultimi si dividevano essenzialmente fra istituzioni religiose, alcune fondazioni pubbliche, altre private e tante altre piccole realtà private”.

Poi il cambiamento radicale. Oggi le istituzioni religiose sono quasi del tutto scomparse o svolgono attività marginale perché sono strutture che non riescono gestire al meglio le proprie realtà sia per le dimensioni (piccole) che per mancanza di una vera mentalità e capacità imprenditoriale e manageriale e quindi sono spesso realtà economiche in perdita.

Anche le piccole strutture private sono pressoché scomparse, quasi sempre assorbite dai grandi gruppi privati. Restano così il pubblico, alcune grandi Fondazioni, per esempio il San Raffaele e la Fondazione Clinica del Lavoro, la Don Gnocchi e, appunto, i grandi gruppi privati (in Lombardia soprattutto il gruppo Rotelli e Humanitas), che sono in crescita.

La sanità privata oggi è anche un grande business coinvolto nel processo della globalizzazione. Questo elemento ha sicuramente modificato la modalità di erogazione e di gestione di queste strutture, ed esige una riflessione. Per esempio, sul fatto che un gruppo privato di livello nazionale non solo compra meglio, ma acquisisce meglio professionisti di elevata qualità nazionale e imposta l’organizzazione delle proprie strutture in modo moderno e con elevate tecnologie. Il sistema lombardo appare come principio buono, tanto che altre regioni lo vogliono copiare. Penso che si possa lavorare su alcuni provvedimenti correttivi della Legge 31, senza però stravolgere la norma. Anzitutto perché la Lombardia è la Regione dove gli ospedali hanno i bilanci migliori e dove le persone si sentono assistite meglio. Un’osservazione, su cui chiedo una riflessione.

La realtà pubblica soffre del problema di non poter valorizzare al meglio i professionisti degli ospedali. Ce ne sono molti e bravissimi, ma non possiamo permetterci adeguate retribuzioni, così speso vediamo questi professionisti dover lasciare spesso l’ospedale per svolgere attività nel loro studio privato. D’altronde le varie riforme della sanità non consentono a noi direttori generali di premiare adeguatamente i nostri professionisti più bravi. Ci sono molti vincoli sulle assunzioni di personale, sulle remunerazioni differenziate anche per tutto il personale assistenziale che necessita di un ampio approfondimento“.

Tutto qui? Sì, tutto qui. Ma è sintomatico. E’ un bene che la sanità evolva. Non sarà certo una mia lettera a rallentarne il decorso. Ma s’accorgeranno “i poveri ricchi” del “nuovo Welfare”. Bisognerà dare molto peso ai propositi. Perché non basta la buona fede. La politica è sempre pronta a dichiarare la persona malata al centro dei suoi disegni. Scoccerebbe però che fosse semplicemente “l’oggetto del desiderio” di chi ha il fiuto degli affari. Perché, nei fatti, rischiamo un po’ tutti di finire nell’occhio del ciclone, travolti dalle esigenze del mercato, sul fronte del bussines. America docet.

Sarò anche portatore di iella; epperò nelle cinquanta pagine di Tempi EXTRA, scritte da cattolici, non ho trovato la parola Dio. E passi. Ma nemmeno “viscere di misericordia”, o il termine “compassione”, modi diversi per dire hospitalitas. Perciò mi sia concessa almeno una perplessità: dove vogliono arrivare? Napoleone, la Massoneria, gli Anticlericali, ecc. s’incaricavano loro di centrifugare i religiosi dal mondo sanitario. Oggi che non è più necessario temere i discendenti di un passato, suonerebbe imbarazzante doversi guardare da quei cattolici che trovano le buone ragioni per far piazza pulita di una ingombrante “Chiesa del grembiule”. Non so se lo pensano. O se ho frainteso. Ma lo affermano senza mezzi termini: quelle dei frati e delle suore sono strutture che non riescono gestire al meglio le proprie realtà sia per le dimensioni (piccole) che per mancanza di una vera mentalità e capacità imprenditoriale e manageriale e quindi sono spesso realtà economiche in perdita” (Francesco Beretta).

Se rimango di stucco per simili affermazioni è perché gli istituti religiosi maschili e femminili, consapevoli dei limiti, da almeno vent’anni a questa parte, si sono circondati di laici, hanno chiamato ad amministrare proprio fior di professionisti supertitolati, il più delle volte cattolici. Mi domando: il carisma istituzionale è passato agli imprenditori? Me lo auguro.

Rinascenze – Rampollamenti – Dissecamenti

A ripetersi con una certa apprensione quell’ormai famoso ”io speriamo che me la cavo”, sono un po’ tutti gli istituti religiosi implicati nel socio-sanitario.

Mi sentirei di dire: “niente paura“. Che non significa subire gli eventi passivamente, delegando di buon grado allo Spirito Santo ma semplicemente che bisogna rimboccarsi le maniche e dialogare con Dio e con gli uomini. L’ho appreso tanti anni fa e mi torna sempre in mente quel motto molto energico di Don Primo Mazzolari che vorrei essere capace di mettere in pratica: “un uomo d’onore non lascia agli altri la pesante eredità dei suoi “adesso” traditi”.

 

Nel lontano 1949 il compianto P. Gabriele Russotto o.h. nel volume “L’ORDINE OSPEDALIERO DI S. GIOVANNI DI DIO ” riportava e commentava un passo del Papini:

“A tutte le decadenze corrispondono rinascenze; tutti i disseccamenti sono accompagnati da speranzosi rampollamenti“. (Giovanni Papini: Storia della Letteratura italiana (Firenze, 1937),vol.I, pag.121)

E aggiungeva: “Nel secolo XVI germogliarono molte “rinascenze” e molti “speranzosi rampollamenti” nel campo teologico, morale e caritativo, come corrispondenze ad altrettante “decadenze” e “dissecamenti”.

Giovanni di Dio e il suo Ordine sono una di queste provvidenziali “rinascenze” e uno di questi vigorosi “rampollamenti” nel campo dell’assistenza sociale e della carità ospedaliera.

In questa modesta sintesi storica, rievocando la grande figura di Giovanni di Dio e l’opera caritativa svolta da lui e dal suo Ordine, sarà facile poter constatare che le “rinascenze” e i “rampollamenti”, suscitati dal “pazzo di Granata”, non finirono con lui e nei limiti, pur vasti, di un secolo, ma continuano ancora al ritmo progredito del nostro secolo, conciliando sapientemente nova et vetera in caritate Christi“.

Quella del Russotto è un’autorevole voce ottimistica della tradizione che va ad aggiungersi al “niente paura” o al più colorito “io speriamo che me la cavo”. Di mezzo vi è una certezza assoluta che viene dal sigillo, che il segno sacramentale della cresima imprime indelebilmente:

“Ricevi il sigillo dello Spirito che ti è dato in dono” (Rituale Cresima).

 

Nei testi biblici e nella letteratura patristica il sostantivo “sigillo” e il verbo sigillare sono connessi con il mistero dello Spirito Santo. Così le espressioni “donare lo Spirito” e “dono dello Spirito” si rifanno a testi biblici ai quali dobbiamo continuamente rifarci se non vogliamo che l’Ospitalità si trasformi in panacéa che si sposa con tutti i piatti come il prezzemolo. Alle tante possibili citazioni bibliche, mi limito a riferirne qualcuna:

  • Alla conclusione del discorso di Pentecoste, Pietro, rispondendo alla domanda degli ascoltatori, dice: “Pentitevi e ciascuno di voi si faccia battezzare nel nome di Gesù Cristo per la remissione dei vostri peccati; dopo riceverete il dono dello Spirito Santo” (At 2,38).

  • Simon mago voleva comperare il “dono di Dio” con denaro (At 8,19-20) e Pietro lo minaccia di perdizione.

  • Di fronte alla discesa dello Spirito Santo sui pagani in casa di Cornelio, i fedeli circoncisi che erano venuti con Pietro si meravigliavano che anche sopra quelli “si effondesse il dono dello Spirito Santo” (At 10,45; 11,17).

  • A coloro che hanno ricevuto l’iniziazione cristiana, la lettera agli Ebrei dice: “Quelli che sono stati una volta illuminati (battezzati), che hanno gustato il dono celeste, sono diventati partecipi dello Spirito Santo” (Eb 6,4).

 

Nel colloquio con la Samaritana Gesù le dice: “Se tu conoscessi il dono di Dio” (Gv 4,10);questo dono viene poi espresso con l’immagine dell’acqua viva. Il significato dell’acqua viva è la rivelazione: lo Spirito mi fa penetrare la rivelazione nella coscienza di credente (Gv 7,37-39). Così è accaduto alla donna, miracolata da Gesù in modo inconsueto: le ha inculcato il desiderio: “Se tu conoscessi il dono di Dio”. E lei, progressivamente, si è aperta alla fede.

 

Noi la parola fede l’abbiamo sempre sulle labbra. Il Card. Martini, nel rammentarci che credere è una parola-chiave dell’esperienza cristiana, ci ricorda che spesso è parola abusata. Il Vangelo di Marco ci riferisce che “Gesù predicava il Vangelo di Dio e diceva: il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino. Convertitevi e credete al vangelo” (1,15).

 

L’Arcivescovo dice che il termine greco usato da Marco e tenendo presente anche il vocabolo ebraico che vi sottostà, andrebbe tradotto così: “Appoggiatevi al Vangelo, affidatevi al Vangelo“. E’ l’esperienza di Israele: di chi si affida , si appoggia su una roccia, di chi si sente saldo perché è appoggiato a qualcuno molto più forte di lui. Sembra facile ma è difficilissimi fidarsi veramente di qualcuno”.

 

A me che scrivo, a te Direttore che leggi, la fede che qui, adesso, viene proposta è proprio questa: fidati del Vangelo! Affìdati, abbandònati, appòggiati all’iniziativa di Dio che ti viene incontro nella persona di Gesù, il vivente nella Chiesa e nella storia.

 

La politica? Non ci spaventi. Siamo chiamati a credere alla possibilità impossibile. Nei momenti in cui si sperimenta un senso d’impotenza, non va dimenticato l’atteggiamento che fu dei padri. Ma i religiosi, i laici, con i politici devono dialogare. Anch’essi hanno una mente, un cuore. E magari anche una proposta, solo apparentemente scomoda. L’essere indirizzati su una diversa rotta può anche voler dire “segno dei tempi”.

 

Il rifiuto pregiudiziale non è nelle indicazioni dell’Apostolo Paolo che scrive: “Non ostacolate l’azione dello Spirito Santo. Non disprezzate chi profetizza: esaminate ogni cosa e tenete ciò che è buono”. 1Tess 5,19-20 .

Le parole che il teologo Won Balthasar ha rivolto a CL, nel richiamare il movimento, ha messo in guardia un po’ tutti: “Se il movimento [l’Ordine, la Congregazione n.d.r.] dovesse chiudersi in sé, contento di se stesso e dei suoi successi, si allontanerebbe dal suo programma, perderebbe anche ogni drammaticità che risulta proprio dal continuo, nostalgico sforzo di andare oltre se stesso. Accontentarsi significherebbe essere arrivati, significherebbe riposo; ma questo riposo equivarrebbe alla morte“.

 

Per ora, a dar man forte è giunto l’ appello di Mons. Giuseppe Bertori, Segretario Generale della CEI: “Sanità cattolica: un patrimonio che va tutelato… E’ apprezzata dai cittadini, ma non ha i giusti riconoscimenti delle Regioni”. E’ già qualcosa. Poi si vedrà. Auspico che la Comunità Ospedaliera cui appartieni, assuma un impegno: “aiutare la politica ad aiutare”, conciliando “nova et vetera in caritate Christi”, come suggeriva il Padre Russotto.

Tuo affezionatissimo

Angelo Nocent

Da “Fatebenefratelli” – Genn/Mar 2009

LETTERA AL DIRETTORE su “EXTRA-Sanità in Lombardia n° 42 “ – Angelo Nocent

TESTAMENTO DI DON PRIMO MAZZOLARI

venerdì, 02 novembre 2007

Don Primo Mazzolari

Vivarelli-FabbrettiIL TESTAMENTO DI DON PRIMO

Oggi, 4 agosto 1954, undicesimo anniversario della morte di mio padre, nel nome del Signore e sotto lo sguardo della Madonna, che non può non aver pietà di questo suo povero sacerdote che si prepara al distacco supremo, faccio testamento. Non possiedo niente. La roba non mi ha fatto gola e tanto meno occupato. Non ho risparmi, se non quel poco che potrà si e no bastare alle spese del funerali che desidero semplicissimi, secondo il mio gusto e l’abitudine della mia casa e della mia Chiesa. Le poche suppellettili, che sono poi quelle dei miei vecchi, appartengono alla mia sorella Giuseppina, che le ha conservate usabili e ospitali con la sua instancabile operosità e intelligente economia.

Alle mie sorelle Colombina e Pierina, che avrebbero fatto altrettanto, se non avessero avuto diversa chiamata; ai miei nipoti Michele, Enrico, Gino, Mariuccia, Giuseppina, Graziella l’impegno di custodire e continuare, più che la memoria del fratello e dello zio sacerdote, la tradizione cristiana delle nostre case, cui mi sono sempre affidato e che nelle molte difficoltà fu per me una grazia naturale.

Non ho niente e sono contento di non aver niente da darvi. Lo scrivo anche per vostra compiacenza per quella certezza che abbiamo in comune, che dove il vincolo dell’affetto è soltanto spirituale, sfida il tempo e si ritrova con diritto di misericordia al cospetto di Dio.

Intorno al mio Altare come intorno alla mia casa e al mio lavoro non ci fu mai “suon di denaro”: il poco che è passato nelle mie mani – avrebbe potuto essere molto se ci avessi fatto caso – è andato dove doveva andare. Se potessi avere un rammarico su questo punto, riguarderebbe i miei poveri e le opere della parrocchia che avrei potuto aiutare largamente: ma siccome ovunque ci sono poveri e tutti i poveri sono del Signore, sono certo che Egli avrà cura anche della mia sorella Giuseppina, che, dopo una vita spesa in un modo mirabile per me e per la Chiesa, è come un uccello su di un ramo.

Se non avessi una fiducia illimitata nella sua bella generosità; se non conoscessi le meravigliose risorse della sua intelligente operosità; se non sapessi l’affetto che le portano le mie sorelle e miei nipoti, non riuscirei a perdonarmi tanta imprevidenza.

Chiudo la mia giornata come credo di averla vissuta in piena comunione di fede e di obbedienza alla chiesa e in sincera e affettuosa devozione verso il Papa e il Vescovo.

So di averla amata e servita con fedeltà e disinteresse completo. Richiamato e ammonito per atteggiamenti o opinioni non concernenti la dottrina, ottemperai con pronto ossequio. Se il mio franco parlare in problemi di libera discussione può aver dato scandalo; se la mia maniera di obbedire non è parsa abbastanza disciplinata, ne chiedo umilmente perdono, come chiedo perdono ai miei superiori di averli involontariamente contristati e li ringrazio d’aver riconosciuto in ogni circostanza la rettitudine delle intenzioni.

Nei tempi difficili in cui ebbi la ventura di vivere, un’appassionata ricerca sui metodi dell’apostolato è sempre una testimonianza d’amore, anche quando le esperienze non entrano nell’ordine prudenziale e pare non convengano agli interessi immediati della Chiesa. Sono malcontento di avere fatto involontariamente soffrire, non lo sono d’aver sofferto.

Sulle prime ne provai una punta d’amarezza: poi, nell’obbedienza trovai la pace, e ora mi pare di potere ancora una volta, prima di morire, baciare le mani che mi hanno duramente e salutarmente colpito. Adesso vedo che ogni vicenda lieta o triste della mia travagliatissima esistenza, sta per trovare nella divina Misericordia la sua giustificazione anche temporale.

Dopo la Messa, il dono più grande: la Parrocchia. Un lavoro forse non congeniale alla mia indole e alle mie naturali attitudini e che divenne invece la vera ragione del mio ministero, la buona agonia e la ricompensa “magna nimis” di esso.

Non finirò mai dl ringraziare il Signore e miei figliuoli di Cicognara e di Bozzolo, i quali certamente non sono tenuti ad avere sentimenti eguali verso il loro vecchio parroco.

Nel rivedere il mio stare con essi, benché mi conforti la certezza di averli sempre e tutti amati come e più della mia famiglia, sul punto di lasciarli mi vengono davanti i miei innumerevoli torti. Benché non abbia mai guardato con desiderio al di là della mia parrocchia, né stimato più onorevole altro ufficio, non tutta e non sempre è stata limpida e completa la mia donazione verso i miei parrocchiani.

Lo stesso amore mi ha reso a volte violento e straripante. Qualcuno può aver pensato che la predilezione dei poveri e dei lontani mi abbia angustiato nei riguardi degli altri: che certe decise prese di posizione in campi non strettamente pastorali mi abbiano chiusa la porta presso coloro che per qualsiasi motivo non sopportano interventi del genere. Nessuno però dei miei figlioli ha chiuso il cuore al suo parroco, che si è visto fatto segno di contraddittorie accuse, sol perché ci teneva a distinguere la salvezza dell’uomo e le sue istanze anche quelle umane, da ideologie che di volta in volta gli vengono imprestate da quei movimenti che spesso lo mobilitano controvoglia.

Ho inteso rimanere in ogni circostanza sacerdote e padre di tutti i miei parrocchiani: se non ci riuscii, non fu per mancanza di cuore, ma per le naturali difficoltà di farlo capire in tempi iracondi e faziosi.

Se non mi sono unicamente dedicato al lavoro parrocchiale, se ho lavorato anche fuori, il Signore sa che non sono uscito per cercare rinomanza, ma per esaurire una vocazione, che, pur trovando nella parrocchia la sua più buona fatica, non avrebbe potuto chiudersi in essa. Del resto, le pene d’ogni genere che mi sono guadagnato scrivendo e parlando, valgano presso i miei figliuoli a farmi perdonare una trascuratezza che mai non esistette nell’intenzione e nell’animo del loro parroco.

Il tornare a Bozzolo fu sempre per me tornare a casa e il rimanervi una gioia così affettuosa e ilare che l’andarmene per sempre l’avverto già come il pedaggio più costoso.

Eppure, viene l’ora e, se non ho la forza di desiderarla, è tanta la stanchezza che il pensiero d’andare a riposare nella misericordia di Dio, mi fa quasi dimentico della sua giustizia, che verrà placata dalla preghiera di coloro che mi vogliono bene.

Di là sono atteso: c’è il Grande Padre Celeste e il mio piccolo padre contadino. La Madonna e la mia mamma. Gesü morto per me sul Calvario e Peppino morto per me sul Sabotino. I santi, i miei parenti, i miei soldati, i miei parrocchiani. I miei amici tanti e carissimi. Verso questa grande Casa dell’Eterno, che non conosce assenti, m’avvio confortato dal perdono di tutti, che torno a invocare ai piedi di quell’Altare che ho salito tante e tante volte con povertà sconfinata, sperando che nell’ultima Messa il Sacerdote Eterno, dopo avermi fatto posto sulla sua Croce, mi serri fra le sue braccia dicendo anche a me: “entra anche tu nella Pace del tuo Signore”.

Don Mazzolari Primo 06-Cappellano_militare

AMARE I POVERI

La nostra grande colpa come cristiani non è che dopo duemila anni ci siano ancora dei poveri, ma che sia umiliante e vergognoso fare il povero in terra cristiana, e che qualche forma della nostra carità ne abbia ribadito la vergogna. Metterli davanti, ai primi posti, una volta tanto: potrebbe anche essere una messa in scena.

Mi pare che ci fosse un giorno dell’anno in cui gli stessi schiavi venivano serviti a tavola dai padroni. Ma il giorno appresso si era da capo. Gesù li mette davanti; ma c’è anche lui coi poveri, povero come tutti e dì più. Egli non è uno spettatore: fa il povero, è il Povero. E l’onore e la dignità gliel’ha confermata al povero in questa maniera: non genericamente, alla povertà, ma a ciascuno, poiché egli è in ciascuno che ha fame e sete, che è senza casa e senza vestito, malato e prigioniero… come in un ostensorio.

L’ostensorio viene portato dal sacerdote più in alto in gerarchia. Il povero che porta l’ostensorio di Cristo non è più l’ultimo, ma il primo; e allora lo si mette a tavola e si è felici di servirlo, perché da questo servizio dipende la nostra salvezza.

“Se ci vuol tanto bene, a noi poveri, perché non ci fa tutti ricchi?”.

Ricchi! E diciamo questa magica parola, come se dicessimo: felici! Se la ricchezza fosse sinonimo di felicità, avremmo ragione di dire a Cristo: “Che ne facciamo di un onore e di una dignità che non rendono?”.

Ma non è così. E dell’ illusione che ci manca, ci compensa col metterci al primo posto ovunque, in chiesa e in paradiso. E “perché non veniamo meno lungo la via”, dice agli altri, che si sono fatti padroni dei beni di tutti, che non li possono tenere o che li possono tenere solo al patto che siano di tutti e che li amministrino come fa la mamma, che prima serve i figliuoli e, se n’avanza, quel poco che sopravanza, se lo tiene. Il di più è per i figliuoli, lo dà ai figliuoli.

Non so se questo è il significato comune della parola del Signore: “Il di più datelo ai poveri”. So però che quando nel nostro cuore entra un grande amore, l’ultimo posto è il nostro, e la misura “non misurata, scossa, sovrabbondante” va a finire dove pure il nostro cuore riposa. Gesù, con noi poveri, ha fatto così: i santi hanno fatto così.

Chi ama Cristo nei poveri non conosce certe difficoltà esegetiche, che sono piuttosto del cuore che del linguaggio. Quando il cuore non vuole capire, allora ci si fa precedere dalla ragione, che assai di rado capisce le ragioni che solo il cuore può capire.

Il compagno cristo [1945], Edizioni Dehoniane, Bologna 1977

 

LA PAROLA AI POVERI

Ci sono davvero i poveri? La stessa impressione di quando mi chiedono se Dio c’è. Subito vogliono sapere: chi è? dov’è? cosa fa? I poveri sono “i figli di Dio”. Tra i poveri e Dio c’è una stretta somiglianza e un continuo incontro. Essi vivono così particolarmente legati a lui che nella mente e nel cuore dell’uomo Dio e il povero seguono uguali alternative di luce e di oscurità, di riconoscimento e di negazione, di avversione e d’amore. E per questo che gli atti del povero quasi istintivamente si riferiscono a Dio. Non ha detto Gesù che saremo giudicati secondo che avremo o no sfamato, dissetato, consolato lui stesso sotto le vesti del povero?

Per conoscere i poveri non basta la statistica. Anche la politica, che sembra aver dato coscienza ai poveri della loro forza, dei loro diritti, della possibilità di riacquistare la libertà perduta, il più delle volte, in realtà, li tradisce. I poveri, o sono il “sottoproletariato” di cui la strategia rivoluzionaria si serve come forza d’urto e di rottura, o l'”oggetto” di adescamento dei conservatori per rompere l’unità popolare.

Non basta neppure l’amore per conoscere i poveri: neppure l’amore di chi si mette generosamente e concretamente a loro disposizione, pagando di persona, e non con le parole e con i sacrifici degli altri, come troppo spesso fanno i politici. Io credo che anche questa forma di conoscenza sia incompleta e molte volte illusoria. Perché è impossibile superare un diaframma che realmente esiste, di capire cioè che cosa sia dover essere povero senza possibilità di elezione e di uscita.

I poveri sono scomodi, ingombranti, suscitano ripulsione intimidiscono. È facile dire una parola gentile a un uomo della nostra con dizione. Si sa o si può prevedere fino a che punto essa viene compresa. Ma non si sa mai che cosa il povero capisce e che cosa non capisce. È difficile misurare la profondità del suo dolore e la superficialità del suo piacere. Per conoscere veramente i poveri, per parlarne con competenza, bisognerebbe conoscere il mistero di Dio, che li ha chiamati “beati” riservando loro il suo regno.

Erode ha paura di Gesù che ha per palazzo una stalla e per culla una greppia. Bisogna che il povero non sia! E invece il povero vien fuori dalla nostra stessa miseria: come Gesù. Il povero è Gesù. Se non ci sono più poveri, non c’è neanche Gesù. Se vedo me stesso non posso non vedere il povero: se vedo Gesù non posso non vedere il povero.

Le vertigini del benestare prendono dapprima gli occhi: si ha bisogno di non vedere. Chi ha poca carità vede pochi poveri: chi ha molta carità vede molti poveri. Che strana virtù la carità! Moltiplica i poveri per la gioia di amare i fratelli, per la gioia di perdere la propria vita nei fratelli. E non sbaglia la carità, non fantastica: vede giusto, sempre. L’occhio della carità è l’unico che vede giusto. “Signore, quando mai ti vedemmo affamato, assetato, senza tetto, ignudo o in prigione?” (Matteo, XXV, 44).

Dio, chi è? Prima importa sapere se Dio c’è. I poveri, chi sono? Prima importa sapere se ci sono. Non mette conto ch’io spieghi chi sono i poveri, se non ci siamo ancora accorti che i poveri ci sono, e non lontano da noi. Pare assai comodo non vedere i poveri. Quella dei poveri, come quella di Dio, è una presenza scomoda. Sarebbe meglio che Dio non fosse; sarebbe meglio che i poveri non fossero: poiché se Dio c’è, la mia vita non può essere la vita che conduco; se i poveri ci sono, la mia vita non può essere la vita che conduco.

Sono parecchie le cose che non vorremmo che fossero. Ne nomino alcune, le più scomode, ma le più certe, purtroppo: la morte, il dolore, i poveri, Dio. Non vogliamo vedere Dio: non vogliamo vedere la morte: non vogliamo vedere il dolore: non vogliamo vedere i poveri. E sono invece le realtà più presenti; direi le presenze che non possiamo non vedere e non ricordare. Fino a quando riusciremo a tenere chiusi gli occhi davanti a queste certezze, che l’uomo può anche non voler vedere? Chiudo gli occhi un giorno: chiudo il cuore un giorno: chiudo la ragione un giorno, un anno, molti anni: poi, non ne posso più, e vedo Dio, la morte, il dolore, i poveri: proprio chi non vorrei vedere. Su ogni strada c’è una svolta: all’improvviso, ecco che dal mio intimo stesso risale la certezza che Dio c’è, e il dolore m’attanaglia, e la morte mi viene vicina, e il povero m’appare […].

È incredibile che il più buono degli uomini, il più mansueto, colui che da secoli porta la croce di tutti, faccia paura! Eppure, molti hanno paura del povero, come molti farisei avevano paura di Gesù, e non solo quando predicava, ma anche quando, condannato a morte, saliva il Calvario. Non fa paura il povero, non fa paura la voce di giustizia che Dio fa sua, fa paura il numero dei poveri.

Io non ho mai contato i poveri, perché i poveri non si possono contare: i poveri si abbracciano, non si contano. Eppure, c’è chi tiene la statistica dei poveri e ne ha paura: paura di una pazienza che si può anche stancare, paura di un silenzio che potrebbe diventare un urlo, paura di un lamento che potrebbe diventare un canto, paura dei loro stracci che potrebbero farsi bandiera, paura dei loro arnesi che potrebbero farsi barricata.

Sarebbe così facile andare incontro al povero! Ci vuoi così poco a dargli speranza e fiducia! Invece, la paura non ha mai suggerito la strada giusta. Ieri la paura pagò i manganellatori: oggi non vorrei che foraggiasse i reazionari, invece d’incominciare finalmente un’opera di giustizia verso coloro che hanno diritto alla giustizia di tutti. Ma, dicono, c’è da perdere, oggi, a far lavorare. E chi vi ha detto che si debba sempre guadagnare quando diamo lavoro? Prima del guadagno, c’è l’uomo: prima del diritto al guadagno, c’è il diritto alla vita. Sta scritto: “Tu non uccidere”. il guadagno può farci omicidi: Giuda ha venduto il “sangue del giusto” per trenta denari.

L’economia ha le sue leggi, ma tutti hanno diritto di mangiare. Tutti siamo chiamati a dar da mangiare agli affamati su quello che abbiamo in tavola. Produrre per l’uomo: non per il guadagno di qualcuno. Abbiamo capovolto il pensiero di Dio e i conti non tornano neanche per chi guadagna, perché deve fare il negriero per guadagnare. Come lo fanno quasi tutti i padroni del mondo. Questa è la crociata da bandirsi, prima ancora di quella anticomunista.

Anche per questi, che non credono in Dio anche se fabbricano chiese, che tolgono a tanti giovani la gioia di avere una famiglia, che mettono sulla strada tante figliole, che rubano la speranza e rendono accettabile l’assurdo comunista, c’è la scomunica.

La paura fa anche dire: – Non sono mai contenti i poveri: diamo cinque, ed è come se non glieli avessimo dati: diamo dieci, e il volto non cambia. La ragione c’è, e non vi fa onore. Date cinque, e con la mano tenete il cuore chiuso: date dieci, e il cuore lo tenete ancora più chiuso. Perché teniamo il cuore chiuso con i poveri? Crediamo, forse, che essi abbiano soltanto bisogno di “aumenti”? La povertà non si paga: la povertà si ama.

Per questo motivo non raggiungeremo mai l’incontro lungo la strada delle concessioni. Fino a quando ci sarà una classe che può concedere, e una classe che può reclamare un diritto, non avremo mai il ponte. Qualcuno trova più comodo e redditizio distrarre e stordire il povero con dei divertimenti, onde fargli dimenticare che ha qualcosa da chiedere, una richiesta di giustizia da presentare. Per togliergli dignità, per togliere al povero la sua “eminente dignità”, lo si stordisce. I patrizi della decadenza avevano creato il “tribunum voluptatum” per sollazzare i poveri. Ho l’impressione che, oggi, molti, borghesi e no, si assumerebbero volentieri, direttamente o indirettamente, il poco nobile ufficio. I poveri che si divertono non fanno le barricate: i popoli che si abbrutiscono si possono comperare […].

Senza una conoscenza umana del povero, non si arriva alla conoscenza fraterna. l’uomo deve vedere l’uomo nel povero. Il “compagno” non basta, il “camerata” non basta, come non basta colui che è della nostra razza, della nostra classe, della nostra nazione.

Non disprezzo nessuna conoscenza e nessun vincolo, ma abbiamo troppo sofferto, e tuttora soffriamo, di questi limiti di umanità: abbiamo troppo sofferto per quello che è legato alle parole razza, nazione, casta, classe, per accoglierle come il momento della nostra conoscenza. Abbiamo bisogno di veder subito l’uomo, per non cadere di nuovo nella tentazione d’ipotecare la giustizia e di restringere il cuore. Vogliamo anzitutto una visione umana del povero, perché il povero non ha nazione, né classe, né razza, né partito: è l’uomo che domanda a tutti pietà e amore.

E quando dico voglio vedere l’uomo, non intendo l’uomo dei filosofi, che non m’interessa, come non m’interessa il dio dei filosofi. Intendo l’uomo reale, l’uomo vero, in carne e ossa: uno cioè che posso toccare. E quest’uomo che posso toccare e che chiede pietà sono io stesso. Povero è l’uomo, ogni uomo. Non per quello che non ha, ma per quello che è, per quello che non gli basta, e che lo fa mendicante ovunque, sia che tenda la mano, sia che la chiuda.

Il povero sono io, chi ha fame sono io, chi è senza scarpe sono io. Questa è la realtà: così è il vedere reale. Io sono il povero; ogni uomo è il povero!

COSA LA CHIESA PUÒ SOPPORTARE E COSA NON PUÒ SOPPORTARE

Chi capisce come dev’essere presente la Chiesa in questa svolta della storia capisce anche ciò che la sua carità può sopportare e ciò che non può sopportare proprio in nome della stessa carità. Ripeto: in nome della carità, poiché la rivoluzione cristiana, l’unica che può essere giustificata anche davanti alla storia, più che da diritti conculcati o offesi nasce da doveri suggeriti e imposti al nostro cuore dalla carità che ci lega al nostro prossimo. Chi più ama è potenzialmente l’unico e vero rivoluzionario.

La Chiesa sopporta:

il male che le fanno i suoi nemici, che, per quanto si allontanino e la rinneghino, portano sempre l’incancellabile volto di figli, e di figli tanto più cari quanto più cresce il loro perdimento;

di essere spogliata di ogni bene materiale e di ogni privilegio concessole più o meno disinteressatamente dagli uomini;

di vedere le sue basiliche e le sue chiese distrutte, chiusi i suoi conventi e le sue scuole, poiché è già “l’ora che né in Gerusalemme né su questo monte i veri ad6ratori adorano il Padre in spirito e in verità”;

le persecuzioni aperte e subdole, le calunnie e le blandizie, i vituperi e i panegirici menzogneri;

gli erranti e in un certo senso perfino l’errore quando esso non può venire colpito senza offesa mortale all’ anima dell’errante;

di essere misconosciuta nella sua carità, colmata di obbrobrio per colpe non sue;

il disonore che le viene dalla vita indegna dei suoi figlioli stessi, i loro rinnegamenti e i loro tradimenti;

d’essere baciata da un Giuda, rinnegata da un Pietro.

La Chiesa non può sopportare:

che vengano negate o diminuite o falsate le verità che essa ha il dovere di custodire e che costituiscono il patrimonio dell’umanità redenta;

che sia cancellato dalla storia e dal cuore il senso della giustizia che è il patrimonio di tutti, ma in modo particolare dei poveri;

la libertà e la dignità della persona e della coscienza, che sono il nostro divino respiro. Mentre sopporta senza aprir bocca di essere spogliata e tiranneggiata in qualsiasi modo, non può sopportare che vengano spogliati, conculcati, manomessi i diritti dei poveri e dei deboli, individui, città, nazioni e popoli, cristiani e non cristiani. E nella sua difesa materna e invitta è tanto più grande quanto più la sua tutela si estende alla plebs infedele, egualmente santa. Alcuni gesti di munifica protezione di Pio XII, in favore di ebrei perseguitati, hanno commosso e sollevato l’ammirazione del mondo;

il potente che abusa della propria forza per opprimere i deboli;

il sapiente che abusa della propria intelligenza per circuire e trarre in inganno l’ignorante;

il ricco che abusa delle proprie ricchezze per angariare e affamare il popolo.

Vi sono quindi dei limiti nella sopportazione della Chiesa, e questi limiti vengono non dai raffreddamenti ma dai colmi della sua carità. Ciò che è abominevole per il Signore lo è pure per la sua Chiesa; la quale, senza parteggiare, non può trattare alla stessa stregua la vittima e il carnefice, l’oppressore e l’oppresso.

Chi fermerebbe la mano del malvagio, chi solleverebbe il cuore abbandonato dell’oppresso se un’egual voce raccogliesse il grido dell’uno e il gemito dell’altro?

Sarebbe un delitto il pensare, per il fatto che la Chiesa predica la pazienza ed esalta l’infinito valore del dolore, specialmente del dolore innocente, ch’essa accettasse le tristezze dei prepotenti come un mezzo provvidenziale per moltiplicare i meriti sovrannaturali dei buoni. Purtroppo il nostro linguaggio ascetico, sprovveduto di ampiezza e d’audacia mistica, può indurre un profano in apprezzamenti non solo sproporzionati ma contrari al buon senso.

La sofferenza ben sopportata mi redime e redime, ma non fa diventar buona l’ingiustizia di chi ha pesato su di me. E una bontà conseguente, che non ha nulla da spartire con la causa ingiusta che ha generato la mia sofferenza. Soffrendo bene l’ingiustizia, creo una corrente di bontà: ma non per questo gli uomini sono dispensati dal fermare con tutte le forze la sorgente di male che continua a generare l’errore.

Perché c’è uno che espia in modo edificante, io non sono scusato di lasciar fare e di lasciar passare. Il soffrire non è un bene in sé e se il Signore ci aiuta a cavare il bene dal male non vuole che noi chiamiamo bene il male, il quale va tolto di mezzo nei limiti della nostra responsabilità e della nostra carità. Il perdono stesso delle offese va all’uomo, non all’azione di lui, la quale rimane giudicata anche dopo il perdono, anzi giudicata veramente e irrevocabilmente solo dopo il perdono.

Risposta ad un aviatore [1941], ora in La chiesa, il fascismo, la guerra, Vallecchi, Firenze 1966

I COMPITI DEL LAICATO

Occorre salvare la parrocchia dalla cinta che i piccoli fedeli le alzano allegramente intorno e che molti parroci, scambiandola per un argine, accettano riconoscenti. Per uscirne, ci vuole un laicato che veramente collabori e dei sacerdoti pronti ad accoglierne cordialmente l’opera rispettando quella felice, per quanto incompleta struttura spirituale, che fa il laicato capace d’operare religiosamente nell’ambiente in cui vive. Un grave pericolo è la clericalizzazione del laicato cattolico, cioè la sostituzione della mentalità propria del sacerdote a quella del laico, creando un duplicato d’assai scarso rendimento.

Non devesi confondere l’anima col metodo dell’apostolato. Il laico deve agire con la sua testa e con quel metodo che diventa fecondo perché legge e interpreta il bisogno religioso del proprio ambiente. Deformandolo, sia pure con l’intento di perfezionarlo, gli si toglie ogni efficacia là dove la Chiesa gli affida la missione. Il pericolo non è immaginario. In qualche parrocchia sono gli elementi meno vivi, meno intelligenti, meno simpatici che vengono scelti a collaboratori, purché docili e maneggevoli.

“Gli altri non si prestano”. Non è sempre vero oppure l’accusa non è vera nel senso che le si vuol dare. In troppe parrocchie si ha paura dell’intelligenza, la quale vede con occhi propri, pensa con la propria testa e parla un suo linguaggio. I parrocchiani che dicono sempre di sì, che son sempre disposti ad applaudire, festeggiare e… mormorare non sono a lungo andare né simpatici né utili. Il figliuolo che nella parabola dice di no e poi va è molto più apostolo del fratello che accetta e non fa.

Il professionismo, sottospecie di fariseismo, sta in agguato anche nella parrocchia, mentre il laicismo – pensiero e vita staccati da ogni senso religioso – può essere superato soltanto da un audace laicato cattolico, al quale spetta, come compito principale e urgente, di ricreare cristianamente la vita della parrocchia senza portarla fuori dalla realtà e senza imporle delle mutilazioni in ciò ch’essa possiede di buono, di vero, di grande e di bello.

Bisogna ritrovare il coraggio di porsi in concreto i veri problemi dell’apostolato parrocchiale. Molti temono che la discussione prenda la mano all’azione. In certi spiriti superficiali purtroppo è possibile. Ma nei cuori profondi che vivono con pura passione questa grande ora cristiana (cuori che sentono in tal maniera sono legioni dentro e ai margini della Chiesa), la discussione, anche se vivace, è sempre una protesta d’amore e un documento di vita.

Lettera sulla parrocchia [1937], ora in Per una Chiesa in stato di missione, Editrice Esperienze, Fossano 1999

LA PARROCCHIA

La stragrande maggioranza dei preti italiani si trova a disagio nello schema semiborghese della sua giornata e chiede di uscirne per ritrovarsi vicino al popolo di Dio e parlargli a cuore a cuore. L’impresa è così bella che non oso nemmeno fissarla in volto. Sono troppo stanco! Anche il sogno stanca. Ma come spaccare diversamente la durissima crosta delle diffidenze, dei dubbi, dei pregiudizi, delle stanchezze, dei disamoramenti, che circondano e ac-compagnano così spesso il nostro lavoro parrocchiale? Come richiamare i motivi eterni delle beatitudini evangeliche, se non ci buttiamo perdutamente sulla strada di esse?

“Se vuoi essere perfetto, va, vendi ciò che hai e dallo ai poveri”.
“Non prendete né bisaccia, né mantello, né oro, né argento, né bastone, né spada…”.
Questo parlare del Signore, per noi, non è consiglio, ma comando. Quel giorno che non avremo più entrate né bilanci, quando saremo un po’ come gli uccelli dell’aria e i gigli del campo, lo scandalo porterà frutto.

Questo nostro povero mondo materialista e calcolatore non può essere salvato sul pia-no del calcolo e della quantità. Dio ha sempre scelto le cose che non sono per confondere quelle che credono di essere; gli ignoranti per confondere i sapienti; i folli per confondere i prudenti; i poveri per confondere i ricchi. Forse quando ho incominciato a scrivere non volevo arrivare fin qui. Ma col Vangelo in mano si sa dove s’incomincia e non si sa dove si finisce.

Il Vangelo è novità e sorpresa. La strada continua per chi ha osato aprire il libro, e dire: “Ti seguiremo ovunque andrai”. Ma “gli uccelli dell’aria hanno un nido, le volpi una tana: il Figlio dell’uomo non ha ove posare il capo”.

La Provvidenza sta tagliandoci gli ormeggi: direi che c’impedisce di fare l’economo, l’amministratore, mestieri che hanno troppa parentela col mercenario.
Il denaro non risponde più al prete, ci disobbedisce: solo la povertà, ma una povertà accolta con passione, ci è rimasta fedele.
In terra cristiana, il povero è la più onorevole professione; per un sacerdote, è la vocazione.
Chiudo, benché il discorso sia appena avviato. È bene che il dibattito resti sui punti fondamentali. Il mio non è che un invito. Indicare dei rimedi e delle strade è molto e niente, se i rimedi non vengono bene applicati, se le strade non vengono camminate per arrivare, ma solo per dire che ci muoviamo.

Il professionismo, sottospecie di fariseismo, sta in agguato anche nella parrocchia; mentre il laicismo – pensiero e vita staccati da ogni senso religioso – può essere superato sol-tanto da un audace laicato cattolico al quale spetta come compito principale e urgente di ricreare cristianamente la vita della parrocchia senza portarla fuori dalla realtà e senza imporle delle mutilazioni in ciò che essa possiede di buono, di grande e di bello.

“La parrocchia rimane la comunità base della Chiesa, a patto che si faccia più accogliente e più adatta” (card. Suhard).

Bisogna ritrovare il coraggio di porsi in concreto i veri problemi dell’apostolato parrocchiale. Molti temono la discussione. La discussione, nei cuori profondi, anche se vivace e ardita, è sempre una protesta d’amore e un documento di vita. E la Chiesa, oggi, ha bisogno di gente consapevole, penitente e operosa, fatta così.

La parrocchia [1957], ora in Per una Chiesa in stato di missione, Editrice Esperienze, Fossano 1999

IL CORAGGIO DI GUARDARE AVANTI

Come dev’essere il mondo, che il prodigo porta nella casa, perché venga consustan-ziato dalla grazia? Non contano le previsioni, come non conta la paura. La novità non la si deve descrivere né temere. Ciò che di questo mondo deve finire, che urge far finire, finirà, quando e come non importa. Importa non sgomentarci di nessun crollo. Domani c e ancora il sole. I giorni sono giorni, le stagioni stagioni… e si rincorrono quasi a ripetersi. Ma ognuna ha il suo colore e il suo profumo, la sua gioia e la sua pena. Tutto s’assomiglia e tutto è così diverso che la meraviglia ci gonfia ogni giorno il cuore e gli occhi.

Ogni generazione, anche la nostra, ha le sue strade di perdimento e di salvezza, una sua maniera di cercare. La ricerca può anche degenerare e il pericolo è tutt’altro che ipotetico. Sotto i nostri occhi si svolgono avvenimenti così spaventosi che la ragione ne è sconvolta al pari del cuore. Ora, se lungo questa strada non incontreremo nessuno che faccia da testimonio a Cristo, lo smarrimento sarà anche maggiore. Testimoniare non vuol dire predicare il ritorno sulle strade di una volta. La strada della salvezza dev’essere davanti e continuare. Una strada, che ha servito un tempo, è rispettabile: ma se adesso non conduce più, ci dev’essere qualche cosa che non va bene, almeno per noi.

E allora, invece di perdere il tempo in discussioni, proviamo, a fatti, che Cristo è il Si-gnore di tutti i tempi, anche dei nostri, e che egli ci guida e che, ancora una volta, è davanti, perché chi guida non può essere che davanti, oltre ogni nostro sforzo. Finora abbiamo dimo-strato al nostro mondo più sollecitudine che fiducia, più tono di tutela che di salvezza. La tu-tela non è mai amabile e pochi sono disposti a sopportarla. Il nostro mondo sopporta piuttosto la servitù, qualora la giustifichi un sogno di potenza e di grandezza.

La cristianità di ieri ebbe epoche meravigliose, che fermano ancora la nostra ammira-zione: ma se ci adoperassimo a ripristinarle oggi, il pugno di lievito diventerebbe un cippo funerario. Il passato ci apprende come s’incarni nella storia l’ideale cristiano, ma non a rifare la storia sulla stessa trama. Molti sbandamenti odierni non si sarebbero avverati se non aves-simo guardato troppo indietro.

“Io non reputo d’essere arrivato, ma una cosa faccio: dimenticando le cose che stanno dietro e protendendomi verso quelle che mi stanno davanti, proseguo la strada verso la meta”. Nel mezzo della rivoluzione più radicale della storia, non c’è che il metodo e il proposito di san Paolo che possono interpretare il nostro impegno. Mistica del dovere, mistica del supe-ruomo, mistica dell’umanesimo… medievalismo, francescanesimo, il demiurgo… sono dighe di fortuna che non reggono all’urto dei popoli in marcia.

Ci vuole la novità evangelica, servita da una fede che accetti tutti i rischi dell’andare avanti. La redenzione non ha né surrogati né mezze vie. (1943)

Impegno con Cristo [1943], Edizioni Dehoniane, Bologna 1979

RIVOLUZIONE CRISTIANA

Non vogliamo una rivoluzione che invidi, ma una rivoluzione che ami: non vogliamo portar via a nessuno il suo piccolo star bene, vogliamo solo impedirgli che il suo piccolo star bene determini lo star male di molti. Vogliamo una rivoluzione che sia la manifestazione li-beratrice ed educatrice della nostra pietà e della nostra carità.

Il suo punto di partenza non può essere quindi che interiore. Mi dichiaro contro di me: se no, il mio pormi contro gli altri, che fanno l’ingiustizia, avrebbe un significato farisaico e non cambierebbe nulla. Non mi nascondo: mi metto in prima fila, al muro, se occorre: altri-menti sarei un rivoluzionario di mestiere. Una rivoluzione che non mirasse alla piena libertà dell’uomo e alla sua divina dignità sarebbe insopportabile […].

La rivoluzione cristiana, a differenza degli altri movimenti rivoluzionari quasi sempre sporadici e contingenti, ha una tradizione e una continuità, un passato e un domani. Un moti-vo d’insoddisfazione, che costituisce non la colpa ma la beatitudine dell’uomo che ne è travagliato, ispira e guida la rivoluzione cristiana, che ha la sua storia nella storia della cristiani-tà. Ma non tutta la storia della cristianità è una esperienza rivoluzionaria nel senso vero che deve avere per noi questa parola; quindi, la storia della cristianità va intelligentemente ripuli-ta di quelle scorie e di quegli arresti che, ragionevolmente, scandalizzano quanti non riescono a riallacciarsi, attraverso i rivoli incontaminati di ogni tempo, alla purissima e viva sorgente del Vangelo e della storia della Chiesa.

Anche oggi la forza rivoluzionaria cristiana è una divina capacità seminale, più che una serie logica e ben costruita di fatti e di conquiste […]. La conclusione è chiara: abbiamo una tradizione, ma non tutto il passato è il nostro passato; abbiamo una tradizione, ma non tutta la tradizione che passa sotto il nome di cristiana è la nostra tradizione. Siamo la novità, anche se portiamo sulle spalle duemila anni di storia. Il Vangelo è la novità.

CRISTIANESIMO E COMUNISMO

La condanna dottrinale crea l’antitesi fra il Cristianesimo e il comunismo: ma nessun comunista intelligente e retto s’illuse mai che la sua concezione materialista della vita e della storia, sia pure con l’intenzione di far meno infelice l’uomo, potesse essere sopportata dalla Chiesa. Ma la condanna – e lo ricordino i massimalisti e gli zeloti – non va più in là, conglobando, come pare che molti facciano, nello stesso giudizio di riprovazione, la sete di giustizia che muove il comunismo e il suo lodevole sforzo verso un riordinamento sociale.

L’urto si profila quando dei cristiani, invece di leggere la condanna come una regola di orientamento a un’azione sociale veramente cristiana, si riparano dietro le encicliche e i messaggi, per disimpegnarsi e per continuare a sparare contro il “nemico” invece di superarlo, costruendo sulla roccia invece che sulla sabbia. L’edificare sulla sabbia è un infelice mestiere: ma io credo che tra coloro che disponendo della roccia non scavano fondamenta né alzano un muro, paghi di magnificare la saldezza del loro terreno, e coloro che in qualche maniera s’adoperano a costruire sia pure su terreno friabile, siano preferibili questi ultimi. Sono almeno uomini di buona volontà, che non seppelliscono il talento. La verità, che si compiace di contemplarsi, è come la fede senza opere, cosa morta: e anche i poveri finiranno per preferire un errore che si adopera in loro favore a una verità che non s’accorge di essi.

Impegni cristiani, istanze comuniste [1945], ora in Il coraggio del confronto e del dialogo, Edizioni Dehoniane, Bologna 1979

 

SIAMO TUTTI PRODIGHI

Ma ditemi un po’ che strade dobbiamo fare, e attraverso quali lezioni od esperienze bisogna passare per arrivare a comprendere che bisogna ritornare a casa nostra? Seguite la storia del “prodigo” come ce la racconta la parabola, e come ho cercato, nelle domeniche precedenti, di presentarla. È venuta la povertà, è venuta la miseria, è venuta l’indigenza, è venuto l’abbandono, è venuta la fame… Son tutte delle disgrazie, siamo completamente d’accordo! Il Signore non ce le ha mandate; siamo noi che ce le siamo procurate. Eppure, vedete, il Signore in questi guai fabbricati da noi ha messo, che cosa? la possibilità del nostro ricupero, del capire qualche cosa.

Se noi dovessimo vedere certe sventure della nostra vita in questa luce di carità del Signore, come le considereremmo con altri occhi, e come saremmo più pronti a riconoscere la mano del Signore che, attraverso strade che non sono molto desiderabili, ci ricompone, ci riconduce sulla strada buona: ci riconduce prima di tutto dentro di noi stessi, e poi ci porta a ritrovare il bisogno di Lui. Del resto, per quanto la nostra esperienza possa essere scarsa in proposito – e mi riferisco soprattutto ai giovani -, ognuno di noi ha avuto occasione di benedire certe disgrazie, certe cose che non sono andate bene, certi disastri anche materiali, che ci sono capitati.

Abbiamo potuto vedere fino in fondo alle nostre illusioni. Ci siamo disincantati. Non ci fu bisogno che qualcheduno ci facesse la predica: ce la facciamo da noi stessi, la predica. E la vita che ci. fa la predica! È l’esperienza che ci fa la predica.

 

 

 

DON PRIMO MAZZOLARIIl coraggio del confronto e del dialogo

– GLI SCRITTI Testo N° 1 “TU NON UCCIDERE” “La nonviolenza non va confusa con la non-resistenza. Nonviolenza è come dire: “no” alla violenza. E’ un rifiuto attivo del male, non un’accettazione passiva. La pigrizia, l’indifferenza, la neutralità non trovano posto nella nonviolenza, dato che alla violenza non dicono né si né no. La nonviolenza si manifesta nell’impegnarsi a fondo.
Ogni violento presume di essere coraggioso, ma la maggior parte dei violenti sono dei vili. Il nonviolento, invece, nel suo rifiuto a difendersi è sempre un coraggioso. Lo scaltro, che adula il tiranno per trarne profitto e protezione, o per tendergli una trappola, non rifiuta la violenza bensì gioca con essa al più furbo. La scaltrezza è violenza, doppiata di vigliaccheria ed imbottita di tradimento. La nonviolenza è al polo opposto della scaltrezza: è un atto di fiducia dell’uomo e di fede in Dio, è una testimonianza resa alla verità fino alla conversione del nemico.
Gesù ha annunciato con insistenza e precisione la regola della nonviolenza: “A chi ti percuote la guancia destra porgi la sinistra; a chi ti muoverà lite per toglierti la tunica lascia anche il mantello; se alcuno ti obbligherà a correre per un miglio seguilo per due” (Mt 5,40-41). (…)
La nonviolenza assume un valore umano inestimabile solo quando diventa resistenza al male sul piano spirituale. Lo Spirito di pace e di giustizia, lo spirito di verità e di giustizia sono un unico e medesimo spirito. (…) E allora la sua resistenza assume immediatamente questi aspetti incomprensibili: – dichiarazione di condanna del male; – opposizione al male, non agli uomini che lo commettono; – disposizione a pagare, e non a far pagare la nostra condanna e la nostra opposizione al male.
Spesso, più che al male, ci si oppone agli uomini che fanno il male, i quali sono degli infelici ancor prima di essere dei colpevoli. Ma chi è puro e veramente caritatevole nelle intenzioni e nei movimenti delle proprie azioni?
Il nonviolento rifiuta di portarsi sul piano del violento, costringendo piuttosto questi a salire sul suo e a combattere con la forza l’idea. La rotta del realismo politico incomincia quando il violento è obbligato a scoprirsi qual è, ed è allora che si butta massicciamente e da persecutore contro lo spirito. Tale comportamento fa cadere la maschera idealistica dell’egoismo, che è il vero movente di ogni violenza. Una volta caduta la maschera, la vittoria dello spirito albeggia, sia pure lontana.
La nonviolenza è la cosa più nuova e la più antica; la più tradizionale e la più sovversiva; la più santa e la più umile; la più sottile e difficile e la più semplice, la più dolce e la più esigente; la più audace e al più savia, la più profonda e la più ingenua. Concilia i contrari nel principio; e perciò riconcilia gli uomini nella pratica”.
“ La pace cristiana non è regolata dal ‘do ut des’: se tu sarai pacifico con me, io lo sarò con te. Il cristiano procede per altra strada e dietro altra logica: “Udiste che fu detto: “Amerai il tuo prossimo e odierai il tuo nemico”. Ma io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per i vostri persecutori, affinché siate figli del Padre vostro che è nei cieli, il quale fa sorgere il sole sui buoni e sui cattivi e manda la pioggia ai giusti e agli iniqui. Perché, se amate quelli che vi amano, qual merito ne avete? Non fanno lo stesso i pubblicani? E se salutate soltanto i vostri fratelli, che cosa fate da più degli altri? Non usano lo stesso i gentili? Siate dunque perfetti com’è perfetto il vostro Padre celeste” (Mt 5,43-48).
Un cristiano deve fare la pace anche quando venissero meno “le ragioni di pace”. Al pari della fede, della speranza e della carità, la pace è vera beatitudine quando non c’è tornaconto né convenienza né interesse di pace, vale a dire quando incomincia a parere una follia davanti al buon senso della gente “ragionevole”.
La contabilità cristiana conosce la sola partita del dare: se vi aggiungiamo l’avere, non ci dobbiamo sorprendere se rivedremo sul tappeto le ragioni del lupo, il quale, essendo a monte del fiume, trovava che l’agnello gli intorbidiva le acque.Se gli altri odiano, non è una ragione perché odiamo anche noi. Si vince il male con il bene; la malattia con la salute; si oppone all’ostilità la carità: questo è il comandamento di Dio. Gli altri sono comandamenti di uomini, e uomini senza Dio, anche se fanno salamelecchi al prete.
Quando ci si giustifica delle ingiurie nostre col fatto delle ingiurie altrui, decadiamo dal cristianesimo: rendiamo nulla l’incarnazione con la passione e la resurrezione di cristo. Ad amare i soli amici erano buoni anche i pagani.
La pace comincia in noi… in me e da me, da te, da ciascuno… come al guerra. Ma come si può arrivare alla pace se si seguita a coltivare, quasi orto per ortaggi, questa aspirazione manichea dell’umanità e della spiritualità; se si seguita ad alimentare una polemica fatta di apriorismi e ingiurie, deformazioni e repulse; se si aumenta ogni giorno più la disparità economica tra chi spedisce lingotti d’oro all’estero e chi vive nelle baracche e intristisce nella disoccupazione; se si insiste a vedere nel fratello insignito di un diverso distintivo politico un cane da abbattere, un rivale da sopprimere, un nemico da odiare?
Quanti cristiani, per assicurarsi un diritto all’odio, si tramutano in farisei che non vedono fratelli, ma pubblicani, ma samaritani, ma pagani. Come se Gesù non fosse mai venuto e non fosse morto e risorto!…
(Tu non uccidere, 1955)

Testo N° 2 “I LONTANI” Il titolo mi piace. Sa di nostalgia: di ponti, mantenuti almeno da una parte: di desideri taciuti: d’incontri o di ritorni auspicati, cercati, preparati nella preghiera nella carità del cuore e dell’intelligenza. Sa di esilio. E poiché siamo un po’ tutti esuli, poiché ogni giorno ognuno è in tentazione di perdere o di far perdere la Casa del tempo, introduzione a quella dell’eternità: per tale accorato timore, per tale fraterna sollecitudine, siamo vicini ai lontani, così vicini che essi sono un po’ noi, sono noi. Ci si salva salvando: si rimane nella chiesa se si ha il coraggio di uscirne per ricondurvi il prodigo; si è pastori a patto di ascoltare il lamento della pecora perduta e di lasciare le sicure per cercare, ritrovare, riportare, sulle spalle e sul cuore, proprio la perduta.
Il problema dei lontani Noto con piacere che ovunque si risveglia il problema dei lontani: che la sollecitudine di essi cresce dove è già desta, con tentativi di ricerca sulle maniere più convenienti per accostarli, interessarli, intrattenerli, ritrovarli. Non è giusto dire son pochi coloro che guardano oltre la staccionata – se si continua l’immagine evangelica – oltre gli spalti – se si pensa la chiesa come una città munita -. Mi sembra più giusto dire: è un po’ poco il far lamento, un po’ poco il deprecare: un po’ poco perfino la preghiera, se essa non è l’introduzione a quell’attività illuminata, che, aiutata dalla grazia, può colmare le distanze create, a volte, da un reciproco allontanarsi. Accade, purtroppo assai di frequente, che uno vada tanto lontano perché qualcun altro s’è spostato in senso opposto. Allora sembra anche più difficile attraversare questa terra di nessuno, la quale invece, è la terra più nostra, santificata dalle lacrime più ineffabili.
Chi è “lontano” “Lontano” non è soltanto colui che, andandosene, ha sbatacchiato l’uscio di casa, e non s’è neppure voltato indietro, rotto i ponti e negato recisamente, audacemente. Di costoro ce n’erano di più qualche anno fa, anche nei paesi. L’aria favoriva le rotture brusche, drammatiche. Il “transfuga” s’accampava di fronte alla chiesa e le moveva guerra. La “città dell’uomo” contro la “città di Dio”. La “lontananza” a quei tempi una regione ben definita, “un paese”. Adesso quasi non esiste più nello spazio; è l’assenza di Qualcuno, uno stato d’animo. Uno stato d’animo non è definibile né numerabile. Da una varietà senza numero d’impressioni e sentimenti, ne vien fuori, non sempre logicamente avvertita ma spiritualmente sofferta, questa conclusione: non sono più sicuro della mia fede. Oggi, la crisi religiosa ha perduto le sue forme classiche. Una volta, il travaglio interiore, pro o contro, si risolveva in tempo relativamente breve. Di rado si faceva cronico. Adesso è il permanere di uno stato d’incertezza e d’indifferenza, la quale è come un senso di qualche cosa di superato. Vano quindi il crucciarsi, sia per ritrovare come per combattere.
L’irreligiosità contemporanea è di tipo affatto diverso da quella che caratterizza la fine dell’ottocento e il primo decennio del nostro secolo. Quella, era una negazione recisa, ragionata, battagliera. Scegliere era un dovere comandato dall’intelligenza e dalla coscienza. Il dilemma oggi non esiste. C’è invece la scettica inconsistenza di chi sente di non aver più la fede di ieri, che sa di non avere ancora trovato, che dubita di trovare. Donde un certo rispetto per il passato che ha una scia di bontà, d’arte, di poesia. I “senza Dio” sono i continuatori di ieri. Ma quello – a mio avviso – nonostante l’organizzazione e la virulenza dei mezzi, è un movimento senza domani. L’animo dei nostri contemporanei ha una diversa inclinazione. Su di essa conviene porre l’occhio, la mente, il cuore.
Non cataloghiamo i lontani C’è la tendenza di catalogare anche le crisi religiose e di fissarne il tipo, a seconda del prevalere di questo o di quell’elemento. Si hanno così degli allontanamenti, ove l’elemento affettivo o morale sovrabbonda: altri, ove appare dominante il raziocinio: in altri i motivi colturali, scientifici o sociali. Talora è l’esempio di qualche personalità, il clima storico. In qualcuno, l’allontanarsi è un fatto di piena e sofferta consapevolezza: per molti, di passività e di stanchezza. Ogni epoca poi, dà un colore suo proprio alla crisi religiosa, la quale, pur rimanendo individuale, assume delle caratteristiche generali, che incorniciano il singolo dramma e gli danno uno sfondo comune. Molti studiosi si fermano a quest’ultimo, come bersaglio, meno imbarazzante e di più facile rilievo; poiché il generalizzare è un comodo mezzo per scordare la patetica suggestione che dà una sofferenza spirituale se guardata fuori dall’astratto. Le dissertazioni sui mali di un’epoca non fecero progredire la medicina, mentre le esperienze personali, pur impedendo al momento di far scienza, aiutarono assai la cura e la redenzione degli spiriti malati.
Dell’animo di colui che va lontano Un conto son le cause della lontananza, un conto l’animo di colui che va lontano. Le cause vi son legate, ma non fanno l’animo, cioè quella particolare disposizione interiore che è il vero movente. Uno si muove dal di dentro, sia che torni, sia che si allontani. Io credo che ben pochi sanno d’andar lontano. Come c’è un’anima di verità in ogni essere, così c’è un’anima di buona fede in ogni errante. Ci si sbaglia o nei riguardi dell’oggetto o nei modi di raggiungerlo: ma l’intenzione può anche essere retta. Ognuno crede di avere meglio e di più. Nessuno si avvia fuori di casa con la certezza di fare una perdita. “Mercator pessimus” , come Giuda, ma con l’illusione e il desiderio di fare un guadagno. Il peccato originale, come insegna la chiesa, non ci guasta del tutto: c’è un punto immacolato in ognuno, anche se difeso dall’ignoranza. – Padre perdona loro perché non sanno … Se uno fa, sapendo proprio quello che si fa, pecca contro la luce. Ma i più sono degli erranti, cioè gente che va fuori strada credendo di non sbagliare. – Ma l’abbiamo avvertito, fatto ragionare … – Sta bene. Ma proprio quello che per noi è motivo di persuasione, in lui non ha presa. Forse le mie stesse ragioni gli creano maggiori dubbi. Quale mistero!
Duplice lavoro: duplice metodo Come vi sono due compiti distinti nel nostro apostolato moderno, così vi sono due metodi distinti: il metodo di perseveranza e quello di penetrazione o di ricristianizzazione. Il primo si compie nell’ambito della vita parrocchiale e si serve, nella sua molteplice attività, dei sussidi ormai tradizionali: uffici divini, pratica sacramentale, catechismi, ritiri, predicazione, oratori, congregazioni, pie associazioni, collegi, scuole, librerie, stampa cattolica, buon teatro, buon cinema, ecc. E’ un apostolato eminentemente conservatore, non però abbandonato alla routine, poiché anche per conservare bisogna adattarsi di continuo alla vita, che muta vertiginosamente e crea condizioni nuove agli stessi credenti. Il metodo di penetrazione o di riconquista deve avere qualche cosa di diverso: una sua anima, più slanciata, e un’andatura più indipendente , più agile, più audace. Sarebbe un errore il credere che il metodo di conservazione possa, con lievi ritocchi, supplire il metodo di riconquista. La prova è nell’insuccesso continuo dei nostri sforzi. Vi sono anime e ambienti che le nostre tradizionali di attività cattolica non scalfiscono neppure. La maggior parte dei nostri giornali, riviste, libri, predicazioni non arrivano fuori della clientela specificatamente cattolica, né riescono influenzare il movimento generale delle idee, né interessano il pubblico lontano. Il mondo – non importa se cammina male – ha imparato a camminare senza di noi e, quel che è peggio, ci ha tagliato o ci sta tagliando fuori dalla sua orbita e quasi accantonando., secondo l’acerba e veristica frase di Peter Wust, in un “ghetto cattolico”. Quasi nessuno s’accorge di noi come cristiani. Pochi sanno che al mondo c’è una maniera cristiana di guardare la vita, l’uomo, il lavoro, il denaro, le patrie. Parecchi dei nostri, o finiscono per accettare i metodi se non gli schemi ideali degli altri, oppure si esauriscono nel riprovare e condannare. “L’avventura del mondo diventa tragica perché mancano anime cristianamente avventurose. All’avanguardia non ci sono più i segni del Cristo: almeno non si scorgono. Pare che sia stato sciolto il corpo dei pionieri, mentre una santa arditezza, dovrebbe formare lo sfondo dell’apostolato moderno”. C’è una terra di missione, che incomincia appena fuori delle nostre chiese, divenute talvolta brevi isole sperdute nella piena inondante di una civiltà non più segnata in fronte dal nome di Cristo. La nuova cristianità non potrà sorgere senza la perdita di qualche posizione tranquilla o creduta tale. Lo stesso sforzo di difesa è destinato all’insuccesso se non è sorretto dallo sforzo di penetrazione. L’incredulità scavalca ogni riparo e ci porterà via coloro stessi che non avremo lanciato alla conquista del mondo moderno. Ci si difende assalendo. La missione, più che il segno della vita, è la vita stessa della religione: e l’ite della messa fa eco all’”andate e predicate a tutti” del Cristo.
“La victoire n’appartiendra qu’a un commandement avide d’avventures audaces et de responsabilités” (Foch).
Mi permetto di aggiungere che, così intesa, la fedeltà alla verità è già una devozione a qualcuno, dato che il ritorno è sempre un innamoramento. Tanto più che il ritorno non è segnato da un traguardo unico. La parabola dei talenti porta dei guadagni quantitativamente diversi ma egualmente lodevoli e rimunerativi. Non ritorna soltanto colui che entra in casa e vi si asside alla maniera dei figlioli che non ne sono mai usciti. Mi pare si possa credere all’inesauribile maniera di convertirsi. V’è chi entra come s. Paolo e s. Agostino: v’è chi rimane sulla soglia come Péguy e Rivière, gente du parvis …, prospiciens a longe, come dice l’inarrivabile motivo dell’avvento.
Anche il profugo, che non osa o non può varcare la soglia di casa, ma che vi sospira col cuore lungo i sentieri dell’esilio, è uno che torna. Chi, per una sola volta, ha raccolto sul cuore del fratello lontano l’intraducibile pianto dello sforzo che non riesce a sopprimere le distanze, e che cammina senza giungere la dove è, segnato dall’uomo, il punto dell’incontro festoso, quegli sa che Qualcuno ha camminato davanti, consacrando sul cuore crocifisso l’alleluia del Regno dei Cieli.

Testo N° 3 LE TENTAZIONI DEL CRISTIANO Domenica prima di Quaresima (San Matteo, c. IV, v. 1 –11)
Leggo senza preoccupazioni esegetiche. La realtà misteriosa non la farò diventare parabola, a costo di farmi sanguinare il cuore in una confessione di povertà che mi aiuterà a divenire misericordioso.
… Voluit per omnia fratribus simulari ut misericordos fieret.
Il cristiano è un uomo tentato, il solo uomo ove la tentazione prende aspetti abissali.
Quei di fuori immaginano la nostra vita tranquilla e sicura, come di gente arrivata, che, tuttalpiù, si dà pensiero e prova compassione dei perduti, per i quali prega e tiene pulpito, come un armatore il suo scafo. L’errore purtroppo è frequentissimo ed indispone talmente i lontani che essi si credono superiori nella loro avventura; la considerano più lanciata della nostra, non essendo disposti ad ormeggiarsi nel primo porto per non rinunciare a cercare. Io confesserò umilmente le mie tentazioni perché troppi hanno paura di svalutare la propria fede, confessandosi. La tentazione di un credente è forse meno tragica, ma non meno patetica e lancinante.
Il cristianesimo è l’inquietudine più grande, la più intensa. Esso inquieta l’esistenza comune nel suo fondamento. Dove deve nascere un cristiano, vi deve essere un’inquietudine: ove un cristiano è nato, c’è dell’inquietudine. San Paolo parla del gemito di ogni creatura. Dunque, io sono uno che sta male, non perché credo, ma nella mia stessa qualità di credente, poiché, credendo, non aderisco all’evidenza, ma al mistero. Anche se San Tommaso afferma che l’atto di fede si differenzia da tutti gli altri atti del pensiero per questa specie di “cogitazione”, che fa che lo spirito non sia in riposo nella fede. L’avventura cristiana continua in chi crede. Non c’è bisogno di rinunciare ad entrare in porto perché la ricerca continui. La Fede non è un approdo, ma un sicuro orientamento di Grazia verso l’approdo. La traversata continua e travagliosamente. Chi non ha la grazia di credere è tentato dall’incertezza e dal timore del niente, di nessuno. Chi ha la grazia di credere è travagliato dalla luce stessa che gli fu comunicata. Il mio ideale, che non è fatto su misura, ma che mi supera infinitamente, è il mio tormento. La Parola di Dio l’ho dentro di me, non la posso più rifiutare e adattare ai miei gusti, imborghesirla. Nel lontano la ricerca è un istinto naturale; nel credente è istinto e grazia. C’è poi il confronto continuo fra ciò che mi splende nella visione e nel desiderio e ciò che riesco a fissare. Penso in eternità e avanzo lentamente nel tempo. Ho ricevuto tanto e di tanto devo rispondere: anche davanti agli uomini. Sono creato testimonio davanti agli uomini. Dipende da me se Cristo sarà accolto o giudicato nella mia luce o nella mia tenebra. Sono di fazione fazione per Lui fino all’ultimo respiro. Non sarò smobilitato che morendo. Chi non ha una fede non è impegnato: è sempre più “onesto” di chi ha un ideale evangelico. Io che credo e predico il Vangelo, sono giudicato secondo il Vangelo. Molti uomini non mi condannano neanche: ma io non posso non condannarmi. La mia fede mi crea giudice implacabile di me stesso. Io dico – perché credo -: ciò che abbandono è “cosa fallace, gioia momentanea, bene che passa”. Ma anch’io passo; anch’io sono un’onda. E non voler che neanche un attimo mi attardi ad accarezzare, lungo la sponda, il filo d’erba che si sporge, la fronda del salice che si piega!!…
Qualcuno dice: – Non si può invidiare ciò che non è. Maniere di dire che son vere, ma troppo usate e abusate, troppo concettuali. La scelta tra la realtà che tiene e la realtà che non tiene, ma che è sotto i miei occhi palpitante, appetibile, invitante, non è facile. I confronti si fanno col cuore sanguinante e le labbra arse. Almeno la Presenza fosse continua, sicura, tangibile! Invece, la mia tentazione è accordata su questo motivo tragico: un Dio che resta presente allontanandosi. Solo una memoria: “Ciò che ho visto, sentito, toccato”. Qualche schiarita, un lampo, un mattino di Pentecoste; poi più niente, neanche una voce; silenzio e oscurità. A volte non è più soltanto un allontanarsi ed un rimanere, ma un’assenza, una fede desolata. E si deve vivere lo stesso, parlare lo stesso, testimoniare lo stesso. Qualcuno c’è, ci deve essere nella tua desolazione, ma tu non sai più se ti appartiene, se lavora per te, se…Non sai neanche se alla fine della tentazione manderà i suoi angeli per consolarti.

(fonte: Giovani e Missione)

LA MADONNA DEL LAGO E IL PITTORE FERDINANDO MICHELINI

PREMESSA

8 MARZO 2012 –

  • La Chiesa fa memoria di San Giovanni di Dio, patrono universale dei Malati,
  • degli Operatori Socio-assistenziali,
  • dei Librai
  • ed in alcuni posti come la Spagna, anche dei Vigili del Fuoco.

SAN GIOVANNI DI DIO - Manuel Gómez-Moreno González

La  società invece celebra la festa della donna e gli uomini provano a sdebitarsi verso mamme, sorelle, mogli, compagne, colleghe… per tutte le sopraffazioni,  grandi o piccole, spesso invisibili ma percepibili e dolorose, che dai tempi dei tempi e in tutte le latitudini, ogni giorno sono costrette a subire per distorsioni culturali, forse in via di superamento, ma che stentano a morire.

Oggi, per festeggiare ENTRAMBI, non trovo di meglio che agganciarmi al pennello dell’indimenticabile Prof. FERDINANDO MICHELINI, il miracolato da San Riccardo Pampuri che ha speso la vita per gli altri, un vero missionario laico di grande talento, che, aggregato all’Ordine dei Fatebenefratelli, ha saputo farsi imitatore sia del “Mendicante di Granada” che del suo discepolo santo di Trivolzio, Fra Riccardo.  

Perché con la “DONNA” per eccellenza, la Vergine Maria, l’architetto-pittore ha sempre avuto uno specialissimo rapporto molto riservato ma confidenziale.

Nessuno è in grado di dire quante volte l’abbia dipinta in tutte le pose, con la fede dei monaci che dipingono le icone russe ma con lo slancio e la fretta di chi ha sempre i minuti contati per il Regno di Dio.

E il Cielo lo ha voluto in vita fino ai 91 anni.

Originalissima questa icona, incastonata in una spalliera di letto, in abiti di broccato. Per non parlare della MADONNA DEL LAGO di Togoville,  di cui si parlerà in seguito.  

Dopo aver messo insieme tutte queste notizie, mi sto rendendo csempre più conto di una cosa singolare:  che San Riccardo Pampuri è ancora tutto da scoprire. Un insieme di cose, di avvenimenti, mi danno l’impressione che ciò che non ha potuto fare in vita lo stia attualizzando ora. Ma non da solo. Perchè siamo Chiesa, ossia Comunione. Così si serve dell’uno o dell’altro, donne e uomini disposti a mettersi a disposizione, come fosse ancora ad animare la piccola parrocchia di Morimondo:

  •  ambulatorio (per i problemi fisici, morali e non venga a mancare il pane necessario)
  •  e attività parrochiale perché il Regno di Dio vada a compimento.

 E’ in atto quella che il beato Giovanni Paolo II chiamava LA FANTASIA DELLA CARITA’, dove l’ispiratore è lo Spirito Santo.

Auguri !

AFRICA NERA: DEVOZIONE ALLA MADONNA

La devozione alla Madonna è molto  radicata tra i cattolici africani.  Apparizioni? Non sempre. Ma di certo  anche in terra d’Africa abbondano santuari mariani. Un teologo  domenicano francese che ha vissuto a lungo  nel continente,ce ne parla.                  
    

Libera di essere nera

di René Luneau

 

Di recente sono stato a Lourdes per il 150° anniversario delle  apparizioni della Madonna a Bernadette e mi sono chiesto: «La Vergine  eviterebbe i sentieri che portano in Africa?». La risposta che mi sono  dato è stata che, da alcuni decenni, sembrerebbe non essere più così.

 

Le prime apparizioni della Madonna in terra africana riconosciute  dalla chiesa si registrano a Kibeho, un paese nel sud del Rwanda. Il 28  novembre 1981 la Vergine appare, per la prima volta, ad Alphonsine  Mumureke, presentandosi come Nyina wa Jambo (Madre del Verbo). Alcuni mesi dopo si mostra anche ad alcuni compagni di scuola.  L’avvenimento provoca in Rwanda un’intensa emozione. Le folle, anche da molto lontano, si riversano a Kibeho, mosse dalla curiosità e  dall’aspettativa di miracoli e si radunano attorno al podio sul quale è seduta la veggente, per accogliere dalle sue labbra il messaggio celeste  e dalle sue mani l’acqua che la Vergine, dietro sua richiesta, benedice.
Per anni, una commissione teologica e una medica studiano  attentamente la personalità dei veggenti (sei ragazze e un ragazzo di 15  anni, Segetashya, che non è neppure catecumeno quando Gesù in persona  gli appare; sarà poi battezzato con il nome di Emmanuel), senza notare  in loro alcunché di anormale. Anche i messaggi che i veggenti sono  incaricati di trasmettere non esulano dall’ordinaria vita di un  cristiano: parlano di penitenza, conversione del cuore, spirito di fede,   preghiera, carità fraterna, disponibilità, umiltà, fiducia in Dio,  vanità del mondo e dignità della persona umana.
L’apparizione del 19 agosto 1982 ha un tono singolare. I veggenti  raccontano di aver visto immagini terrificanti: fiumi di sangue, persone   che si ammazzavano tra di loro, cadaveri abbandonati insepolti, un  albero in fiamme, un abisso spalancato, un mostro spaventoso e tante  teste decapitate. Le 20 mila persone presenti sono prese da un senso di paura, se non di panico e tristezza.
Dodici anni dopo, avviene il genocidio. Anche a Kibeho, migliaia di  persone sono assassinate. I molti che cercano rifugio nella chiesa  vengono massacrati; l’edificio è incendiato. Nel 1996, un campo di  rifugiati, installato nei pressi di Kibeho, è attaccato dall’esercito  del Fronte patriottico rwandese, al potere a Kigali: migliaia i morti.

Nel 2001, la chiesa del Rwanda, uscita indebolita e divisa dalla  terribile prova del genocidio, riconosce l’autenticità delle  apparizioni. Mons. Augustin Misago, vescovo di Gikongoro, l’inquisitore dei primi anni, precisa che il riconoscimento delle apparizioni non è  articolo di fede; il credente è libero di crederci o meno. Il santuario,   consacrato nel 2003 dal card. Crescenzio Sepe, è dedicato alla Madonna   del dolore.
Santuario di Togoville – I dipinti sono di Fernando Michelini

 

Icona miracolosa

Nel 1973, per iniziativa del comboniano Francesco Grotto, la chiesa  parrocchiale di Togoville (Togo) è trasformata in santuario, dedicato a Nostra Signora del Lago, Madre della misericordia.
L’architetto italiano  FERDINANDO MICHELINI  (miracolato da san Riccardo Pampuri, medico e  religioso dei Fatebenefratelli) dona all’amico comboniano un’icona  miracolosa della Madonna, che l’arcivescovo di Lamé “intronizza”  solennemente a nome di tutta la chiesa togolese. Da subito, l’icona  comincia a compiere meraviglie.
Padre Francesco Grotto
Si racconta che un gruppo di pellegrini, in grave difficoltà mentre  attraversava il Lago Togo per recarsi al santuario, si sia trovato  misteriosamente sulla riva, sebbene il guidatore della piroga avesse  perso la pertica. Nel villaggio circola un altro aneddoto che assicura  di un fatto avvenuta molti anni prima dell’arrivo dell’icona: durante un   lavacro purificatorio presso un sacerdote del vodù locale, una donna  consacrata al feticcio e impossibilitata ad avere figli ebbe la visione di una dama bianca, con un bimbo tra le braccia; qualche tempo dopo, la   donna concepì.
Si racconta anche che, nel novembre 1983, in occasione dei  festeggiamenti per il decimo anniversario dell’intronizzazione  dell’icona, uno sciame d’api, “in forma di ostia, bianca e rotonda”, si sia posato proprio sopra la Madonna. Nella tradizione togolose, le api sono segno di benedizione. Parlare di miracolo farebbe sorridere noi  occidentali. Eppure, anche i grandi sacerdoti del vodù di Togoville si  sono recati più volte a venerare l’immagine della Vergine, forse perché assimilano la devozione alla Madonna alla venerazione per la dea del  lago, Mama Kponu.
Sempre in Togo, 1998: corre voce che la Vergine appaia nella piazza  della chiesa parrocchiale di Tsévié, a 30 km da Lamé. I veggenti sono  giovani, tra cui una rifugiata rwandese. La notizia travalica subito le frontiere e i pellegrini arrivano da Costa d’Avorio, Benin e Ghana. Le apparizioni si sono ripetute, ma la chiesa non le ha mai riconosciute. I   fedeli, però, continuano a recarsi a Tsévié per pregare la Vergine.

All’africana
Il 13 maggio 1986, a Nsimalen, a 25 km da Yaoundé (Camerun), alcuni  ragazzini stanno giocando nel cortile di una scuola. A un certo punto,  sulla cima di un albero vedono una “forma bianca” che richiama  fortemente la figura della Madonna venerata nella chiesa parrocchiale.  La vedono anche alcuni adulti, che la “identificano” subito:  si tratta senz’altro della Vergine Maria! La voce si sparge fino alla capitale e oltre. La gente accorre: per cinque intere giornate questa strana forma   bianca resterà perfettamente visibile. E subito si parla di miracoli. Una bambina di 9 anni, muta dalla nascita, riacquista improvvisamente la  parola e si mette a gridare: «Maria, Maria!». Un catechista di Nsimalen  ricupera la vista.

Una notte, il villaggio è invaso da una luce  ininterrotta che consente di leggere un libro e ricamare un vestito  senza bisogno di lampada. C’è chi vede il sole trasformato in una  lucente palla verde dai bordi trasparenti, e chi giura di aver visto la  luna ovale e, su di essa, una donna seduta con il bimba in braccia.
Il clero scuote la testa. Suor Marie-Praxéde, una suora che vive da  anni a Nsimalen, non comprende la mancanza di entusiasmo dei  responsabili della chiesa. Il parroco le dice che a Lourdes la Madonna è   apparsa solo a Bernadette. E lei: «Ma qui siamo in Africa, e la Vergine  comprende la nostra mentalità. Perché pretendere che appaia sempre allo  stesso modo? Perché noi africani non potremmo avere la nostra Vergine?  Voi preti, compreso l’arcivescovo, siete troppo europei e non capite».

 

  •  L’indignazione della suora è interessante. Bisognerà sempre rifarsi  all’autorità del clero – occidentale o formato all’occidentale – per  giudicare avvenimenti che avvengono in terra africana e riguardano  innanzitutto la gente che vi vive?
  • E la Madonna, per essere  riconosciuta, deve per forza attenersi alle norme del diritto canonico?
  • Non può apparire dove e come vuole, foss’anche in cima a un albero?  Troppe le grotte di Lourdes replicate nel mondo, quasi che la Vergine  non potesse “apparire” che in un antro!
Ragioni di una visita
Il gesuita camerunese Meinrad Hebga ha argomentato: «Non si deve   esigere dai cristiani dell’Africa nera di essere i soli a credere senza  aver visto. Sarebbe un inganno! È forse un caso che i paesi più  favoriti dal “fascinoso” sono i più ricchi materialmente?
Fieri dei loro molti santi, tutti operatori di prodigi (almeno in vista della  canonizzazione) e di essere originari di “paesi dei miracoli”,  verrebbero qui a dirci che l’essenziale non è questo, ma la  “fede-beata-di-chi-non-vede” e la carità? Grazie mille! Sono discorsi  che hanno l’amaro sapore di quelli che pasciuti ecclesiastici  sciorinavano al proletariato dell’Ottocento. Noi ne faremmo volentieri a   meno».
Sembrerebbe arrivato il tempo per il “fascinoso” di indigenizzarsi e  per la Madonna di essere libera di fare anche in Africa le sue “visite a   domicilio”, fin qui riservate ai più ricchi. Anche se la sua immagine nel continente non potrà più assomigliare in tutto e per tutto a quella   di Lourdes o di Fatima.
Le apparizioni di Kiheho sarebbero, dunque, una  “buona notizia” per l’Africa e la sua chiesa: la religiosità cristiana  si starebbe africanizzando. Questo riequilibra le  deviazioni causate dall’Occidente, che con la secolarizzazione  sistematica e la dimenticanza dell’essenziale (valgono solo la scienza e  la tecnica) ha spesso sedotto l’Africa.
Perché  meravigliarsi se, dopo un secolo di cristianesimo, le  devozioni cristiane assumessero in Africa carne africana e cominciassero  a segnare profondamente la psicologia dei credenti? Gli africani hanno  sempre avuto visioni di spiriti e di antenati. Per tanti fedeli, la  Madonna o un altro santo sono diventati personaggi familiari, che fanno parte del loro universo quotidiano. Almeno su questo punto, si è operata  una reale inculturazione.
Per provarlo, non sono necessarie le apparizioni. Bastano i santuari. Ce ne sono in ogni angolo del  continente: Poponguine (Senegal), Kita (Mali), Lagos e Kona (Nigeria),  Yagma (Burkina Faso), Dassa-Zoumé (Benin), Yamoussoukro (Costa  d’Avorio), Nairobi e Subukia (Kenya), Kampala (Uganda), Soweto  (Sudafrica), Namacha (Mozambico)…

 

A partite dal 1970, l’avvenimento del rinnovamento carismatico ha  segnato un cambiamento importante nella vita delle comunità africane,  ridando diritto di cittadinanza a espressioni religiose radicate nella  tradizione e da essa valorizzate, ma che il cristianesimo ha sempre  tenute con cura da parte (la trance, ad esempio, considerata  “estasi” in Europa, è stata giudicata “possessione demoniaca” in  Africa).
Oggi, se uno partecipa a un incontro di preghiera degli amanti del Rinnovamento netto Spirito, vede tante persone che cadono in trance durante  la processione del SS.mo Sacramento. Simili fenomeni non potrebbero  rappresentare, tra l’altro, una protesta contro una liturgia che non da  spazio all’ispirazione a all’emozione collettiva? Ernest Kombo, vescovo  di Owando (Congo) deceduto l’ottobre scorso [2008], diceva: «Il giorno  in cui non ci sarà più trance, sarà grave: vorrà dire che qualcosa è venuto a mancare».
I santi “abitano”, anche solo per un momento, i loro devoti, proprio  come il vodù “abita” i suoi adepti. La gente ci crede, e non serve dire che Cristo ci ha promesso il suo Spirito, non sua madre o l’angelo  Michele. Radicare il Vangelo nella cultura africana è un compito  impegnativo e di lunga durata. E Maria di Nazareth, figlia di Israele e serva del Signore, diventa il paradigma anche del fedele cristiano  africano. E non dubita che saprà, anche in Africa, situare bene il posto   che lei occupa nella storia della salvezza.
(da Nigrizia, dicembre 2008, pp. 60-63)
UN’ICONA MIRACOLOSA NEL TOGO

 

Nel 1973, per iniziativa del comboniano Francesco Grotto, la chiesa parrocchiale di Togoville (Togo) è trasformata in santuario, dedicato a Nostra Signora del Lago, Madre della misericordia. L’architetto italiano Ferdinando Michelini (miracolato da san Riccardo, Pampuri, medico e religioso dei Fatebenefratelli) dona all’amico comboniano un’icona miracolosa della Madonna, che l’arcivescovo di Lomé “intronizza” solennemente a nome di tutta la chiesa togolese. Da subito, l’icona comincia a compiere meraviglie.

Si racconta che un gruppo di pellegrini, in grave difficoltà mentre attraversava il Lago Togo per recarsi al santuario, si sia trovato misteriosamente sulla riva, sebbene il guidatore della piroga avesse perso la pertica.

Nel villaggio circola un altro aneddoto che assicura di un fatto avvenuto molti anni prima dell’arrivo dell’icona: durante un lavacro purificatorio presso un sacerdote del vodù locale, una donna consacrata al feticcio e impossibilitata ad avere figli ebbe la visione di una dama bianca, con un bimbo tra le braccia; qualche tempo dopo, la donna concepì.

Si racconta anche che, nel novembre 1983, in occasione dei festeggiamenti per il decimo anniversario dell’intronizzazione dell’icona, uno sciame d’api, “in forma di ostia, bianca e rotonda“, si sia posato proprio sopra la Madonna. Nella tradizione togolose, le api sono segno di benedizione.

Parlare di miracolo farebbe sorridere noi occidentali. Eppure, anche i grandi sacerdoti del vodù di Togoville si sono recati più volte a venerare l’immagine della Vergine, forse perché assimilano la devozione alla Madonna alla venerazione per la dea del lago, Mama Kponu.

Sempre in Togo, 1998: corre voce che la Vergine appaia nella piazza della chiesa parrocchiale di Tsévié, a 30 km da Lomé. I veggenti sono giovani, tra cui una rifugiata rwandese. La notizia travalica subito le frontiere e i pellegrini arrivano da Costa d’Avorio, Benin e Ghana. Le apparizioni si sono ripetute, ma la chiesa non le ha mai riconosciute. I fedeli, però, continuano a recarsi a Tsévié per pregare la Vergine.

FOTO: http://www.africamania.it/ Ghana-Togo-Benin 2008/Tamberna/index.htm

ATTO DI CONSACRAZIONE ALLA VERGINE  NEL SANTUARIO DI NOSTRA SIGNORA DEL LAGO TOGO

DISCORSO DEL SANTO PADRE GIOVANNI PAOLO II

Togoville (Togo) – Venerdì, 9 agosto 1985

*  Nel testo del discorso, le foto di EMMA PIAPIA  (ingrandisci:http:[email protected]/6538567829/in/photostream)

Cari fratelli e sorelle, pellegrini di Notre-Dame del lago Togo.

1. La vostra gioia è straboccante! La mia è grande quanto la vostra! È vero che un incontro tra amici, e questo è ben uno di essi, fa crescere l’amicizia. Altrettanto certo è che un raduno di pellegrini – e questo è uno stupendo raduno – risveglia la fede cristiana. E chiaramente la presenza del successore di Pietro tra voi porta l’entusiasmo al suo culmine, un po’ come se vi ritrovaste sulle rive del lago di Galilea. Il Signore sia sempre lodato per la grazia accordata a tutti noi!

 Il nostro incontro si svolge in un contesto meraviglioso: sulle rive del lago Togo. Si svolge accanto al santuario iniziato nel 1910 dai missionari del Verbo Divino. Si svolge vicinissimo all’immagine rappresentante Notre-Dame del lago Togo, invocata col nome di Madre della misericordia. Pellegrini di tutte le età, indovino il vostro desiderio di manifestare la vostra gioia nel modo africano e togolese. Allora potete battere le mani per Notre-Dame! Per la santissima Madre di Dio!

Il Dio che adoriamo è Spirito. Per amore dell’umanità, si è reso visibile nella persona del suo unico Figlio, il quale, da sempre, è una sola cosa con lui, nell’unità dello Spirito Santo. Questo Figlio, divenuto uomo, ha compiuto l’esperienza dell’esistenza umana su un piccolo lembo dell’immenso universo, che a partire da questo avvenimento storico viene chiamato Terra santa. Sì, il Figlio di Dio ha voluto nascere da una donna scelta sin dall’inizio dei tempi. Nascere da una donna esente dal peccato! E questa Madre, benedetta tra tutte, Dio ce l’ha data alcuni istanti prima di spirare sulla croce, sulla quale offriva la sua vita per noi. Gesto misterioso e allo stesso tempo così luminoso! Il Figlio di Dio ci ha dato sua Madre. Perché? Per aiutare i cristiani, i suoi discepoli di tutti i continenti e di tutti i tempi, a capire il mistero di Gesù, il solo salvatore del mondo, il solo intermediario tra Dio e gli uomini. Per aiutarli con sollecitudine materna a seguire Gesù. Come a Cana, ella sembra dirci: “Fate quello che vi dirà” (Gv 2, 5). Ella ci aiuta a meditare sulla testimonianza unica resa al mondo da suo Figlio: disponibilità filiale verso Dio, Padre suo e Padre nostro, e allo stesso tempo apertura agli altri uomini e agli altri popoli, apertura fraterna, generosa, senza limiti né di frontiera né di razza. Non smettiamo mai di adorare questo Salvatore, traboccante d’amore misericordioso per tutti e per ciascuno! Veneriamo ugualmente e incessantemente la Madre di questa misericordia divina, incarnata nella persona di Gesù. Come suo Figlio, anch’essa è misericordia. Come avete avuto ragione, in occasione dei festeggiamenti del 1973, di completare l’appellativo “Notre-Dame del lago Togo” aggiungendovi “Madre della misericordia”.

Vi siete ispirati al Vangelo stesso e a tutta la storia della devozione mariana da duemila anni a questa parte. Non potremo andarcene da questo luogo benedetto senza esserci rifugiati in spirito tra le braccia di questa Madre, facendo nostra la consacrazione che pronuncerò in nome di tutti.

2. Ma prima vorrei rivolgermi in particolare ai giovani così come agli ammalati e agli handicappati qui presenti. Cari adolescenti e giovani, che avete la fortuna d’essere in salute: ringraziate il Signore. Rispettate questo tesoro. Imparate a padroneggiare il vostro corpo nella disciplina sportiva, con una buona igiene. Apportate alla società togolese e in particolare alla vostra famiglia le sane forze fisiche di una personalità equilibrata. La vostra dignità di uomini deriva dalla vostra rassomiglianza a Dio stesso. Sapete che le vostre capacità di riflessione, di decisione, di dono di voi stessi sono di natura spirituale, e rispecchiano una certa presenza di Dio in voi. Il vostro Battesimo è un avvenimento che segna tutta la vostra vita. Confermati nello Spirito, uniti al corpo di Cristo, siete sostenuti nella vostra dignità di uomini dalla presenza di Dio in voi. Una tale dignità si manifesta e si manifesterà ogni giorno attraverso la vostra lealtà, il vostro coraggio, la vostra disponibilità, la vostra capacità di perdono e di riconciliazione, la fedeltà alle vostre credenze religiose e alla preghiera. Le conoscenze religiose che avete ricevuto devono essere sviluppate, approfondite, molto al di là del catechismo dell’infanzia, soprattutto se seguite degli studi. Esse devono essere all’altezza della vostra cultura, devono permettervi di rispondere a domande vecchie e nuove, di dar testimonianza della speranza che è in voi. Devono soprattutto portarvi ad aver totale fiducia in Cristo, a intrattenere un dialogo con lui attraverso la preghiera, a prendere posto attivo nella Chiesa, a cercare di costruire insieme a lui un mondo nuovo.

Tra tutte le creature, Maria, con la sua fedeltà, con la sua dedizione totale al Signore e alla sua opera di salvezza, è un ammirevole esempio per tutti noi. Sì, Maria ha ricevuto molto dal Signore. Essa ha anche fatto fruttare al massimo i talenti ricevuti. Ecco perché ha dato molto all’umanità intera, e continua ad accompagnare i singoli e i popoli.

Giovani, la Chiesa in questo Paese ha bisogno di voi. La società togolese ha bisogno di voi. L’Africa ha bisogno di voi. Siate pronti, come Maria di Nazaret, a dare il meglio di voi stessi per servire Dio e i vostri fratelli.

3. E voi, cari giovani o adulti che siete segnati da un’infermità, da una malattia, da sofferenze morali, rivolgetevi sempre più alla Madre di misericordia. Penso in particolare ai ciechi che mi ascoltano. La Vergine Maria vi condurrà vicinissimo a suo Figlio. Certo, è importante che, all’interno di ciascun Paese, e tra Paesi meglio attrezzati e Paesi meno avanzati, ci si aiuti reciprocamente a fare indietreggiare la miseria sotto ogni aspetto. Servono più medici, più ospedali, più dispensari. Purtroppo esistono dappertutto, anche nei Paesi molto attrezzati, infermità e malattie difficili da guarire, perlomeno completamente. E vi è poi la sofferenza morale, più pesante talvolta della sofferenza fisica.

Fratelli e sorelle, giovani e adulti, la devozione a Gesù Cristo, la pietà verso sua Madre hanno aiutato generazioni di credenti ad accettare sempre più la propria croce. I pellegrini di santuari quali Lourdes sono stati colpiti nel constatare la pace e persino l’intimo sorriso degli ammalati sulle sedie a rotelle o distesi sulle barelle. Il male rimane un problema lancinante, che fa dire a ciascun infermo o a chi lo circonda: perché, perché proprio io? E tuttavia il signore Gesù – e solo Lui – ha dato in qualche modo un senso a questa prova, una luce. Egli ha assunto su di sé la sofferenza. Ha portato la propria croce. Abbiamo meditato questi misteri. Tuttavia in lui non vi è alcuna traccia di rivolta, né di fatalismo: questa sofferenza, l’ha offerta per amore. Ed è così che ha ottenuto la vittoria sul male.

La sofferenza, guardata in faccia, accettata a poco a poco, offerta in unione con Cristo, può essere un cammino di luce, un’ascensione spirituale. Esistono numerosi casi di cristiani, privati dell’uso parziale o totale delle forze fisiche, dei sensi – vista o udito – che illuminano e talvolta addirittura convertono i propri simili, non per ciò che fanno, ma per ciò che sono. In un certo senso, essi sono i segni evangelici d’oggi. Sì, la Vergine Maria, in tutti i santuari che le sono consacrati nel mondo intero, aiuta i pellegrini che soffrono a divenire un dono fecondo, una luce salvifica per l’umanità. Infermi e ammalati venuti a questo pellegrinaggio, credete al valore della vostra esistenza vissuta con Cristo e accanto a sua Madre! La Chiesa conta sulla vostra preghiera. E anch’io vi conto per il ministero che mi ha affidato il Signore al servizio di tutta la Chiesa.

Un istante di silenzio sarebbe utile a tutti noi, prima di unire i nostri spiriti e i nostri cuori nella preghiera di consacrazione che pronuncerò a nome di tutti.

ATTO DI CONSACRAZIONE

O Maria, Madre del Figlio di Dio,
il solo Redentore 
venuto a salvare i popoli 
di tutti i continenti e di tutti i tempi, 
noi ti lodiamo.

Tu sei la più santa e la più umana 
tra tutte le creature del Signore. 
Tu sei la più grande, 
“benedetta fra le donne” della terra. 
Sei allo stesso tempo la più umile, 
la più avvicinabile! 
Sei per sempre la Madre di Dio. 
Hai voluto accettare di essere 
anche la misericordiosissima Madre 
di tutte le generazioni umane, 
che non smettono mai di dirti: Beata”.

Da venti secoli, 
mentre risiedi vicino a tuo Figlio, 
nella gloria del cielo, 
è come se tu stessi visitando la terra! 
Tendi l’orecchio 
ai discepoli di tuo figlio Gesù, 
ti chini sui peccatori! 
Accogli tutti gli uomini 
di buona volontà, 
come faceva lo stesso Gesù 
nei villaggi e nelle città 
di Giudea e di Galilea! 

Nel tempo della Chiesa 
inaugurato dalla Pentecoste, 
alla quale eri presente, 
non smetti di presentare 
ai singoli e alle nazioni 
questo Bambino, 
frutto stupendo dello Spirito Santo 
nella tua carne virginale, 
questo Bambino 
venuto, al tempo prescelto, 
luce per il mondo, Figlio di Dio 
che rimette la propria vita 
tra le mani del Padre 
per salvare molti. 

Risuscitato il mattino di Pasqua 
come vincitore della morte. 
O Maria, tu desideri una sola cosa 
affinché la nostra gioia sia perfetta, 
anche nelle prove della vita. 
Tu desideri una sola cosa: 
che noi accettiamo pienamente Gesù.

O Madre di misericordia, 
in questo giorno, in questo luogo, 
noi sentiamo il bisogno di riceverti 
– ancor di più – come nostra madre. 
Portarti con noi giorno per giorno, 
negli anni, più profondamente nel cuore! 
Affinché tu ci mantenga vicini, 
sempre più vicini a Gesù salvatore, 
sempre più fedeli 
al servizio di tutti i suoi fratelli, 
che sono anche tuoi figli, 
al servizio soprattutto dei più piccoli, 
di coloro che conoscono le angosce più grandi. 

Il nostro spirito, la nostra volontà, 
il nostro cuore, 
il tesoro della nostra fede, 
i nostri limiti, i nostri insuccessi,
le nostre gioie, i nostri re-inizi, 
le nostre diverse responsabilità, 
i nostri rapporti umani, 
i nostri sforzi 
di capire l’epoca in cui viviamo, 
tutta la nostra vita 
fino all’ultimo respiro . . . 
tutto è affidato al tuo sguardo materno, 
alla tua bontà, 
alla tua preghiera d’intercessione! 
Tutto ciò che siamo, 
tutto ciò che abbiamo 
è rimesso tra le tue mani, 
per la causa di Gesù 
e per l’edificazione del suo regno 
di verità, di santità, di giustizia, 
di fraternità, di pace.

In questo giorno e in questo luogo 
noi ti affidiamo questa cara patria del Togo, 
le nostre famiglie, le nostre comunità cristiane, 
i pastori chiamati a condurle. 
Noi ti affidiamo l’Africa tutta intera e il suo futuro. 
Ti affidiamo il mondo intero, 
questo mondo che ami e che vuoi salvare, 
accanto a tuo figlio Gesù.

O Madre, 
facci sentire la sua presenza materna 
così discreta ed efficace. 
Fa’ di noi dei discepoli ardenti di Gesù 
e degli operai generosi del suo Vangelo, 
nella Chiesa che ha fondato!

Amen!

QUI TUTTE LE FOTO DEL SANTUARIO DI NOSTRA SIGNORA DEL LAGO DI TOGOVILLE (Togo) AFFRESCATA DAL PROF. FERDINANDO MICHELINI: http://www.csey.de/gh-to-bn/togov2.htm

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TRIVOLZIO LA PICCOLA LOURDES PADANA

Trivolzio

Trivolzio – Tramonto

TEMPO DEL MIRACOLO

Febbraio 1995-febbraio 2005: la devozione di don Giussani e le sorprese del Signore. Testimonianza di don Angelo Beretta, parroco della parrocchia dei santi martiri Cornelio e Cipriano in Trivolzio, dove è conservato e venerato il corpo di san Riccardo Pampuri .

di Angelo Beretta             

Se all’inizio del 1995 mi avessero detto che in pochi anni il paese di Trivolzio, paese allora poco noto, sarebbe stato conosciuto in tante parti dell’Italia ed anche del mondo, certamente non sarei riuscito a crederlo.

Trivolzio è un piccolo paese (poco più di 1000 abitanti), situato tra Milano e Pavia. La Parrocchia ha un campanile imponente (che si vede passando sull’autostrada Milano-Genova) e una bella Chiesa costruita nel 1500 dai Francescani che sono poi stati scacciati da Napoleone.
Nella Chiesa c’è il corpo di un Santo, nato qui: Riccardo Pampuri e fino al 1995 era considerato uno dei tanti santi proclamati da questo Papa.
San Riccardo Pampuri è nato a Trivolzio, ha fatto il medico condotto per 7 anni a Morimondo, a 30 anni è entrato nell’ordine dei Fatebenefratelli ed è morto giovane a 33 anni. E’ stato sepolto (1930) nel cimitero di Trivolzio e portato poi nel 1951 nella Chiesa parrocchiale e da subito ha donato grazie e miracoli a quelli che lo invocavano, ma era conosciuto solo nella nostra zona e dai Fatebenefratelli (è stato il loro primo Santo dopo il fondatore San Giovani di Dio).
Attraverso San Riccardo qui a Trivolzio in questi ultimi 10 anni sono capitate cose umanamente impensabili di cui io sono stato il testimone, cose non pensate o programmate da me: io mi sono limitato a non ostacolare ciò che il Signore voleva ed attuava. Vorrei tentare di dire alcune cose di tutto quello che è successo in questi 10 anni.

Incomincio con il presentarmi 

Sono nato nel 1938 a Pavia e sono vissuto sempre qui     nel Pavese. All’età di dodici anni sono entrato in     seminario e dopo tredici anni, il 28 giugno del 1963, sono diventato prete.  Sono diventato prete per annunciare Gesù Cristo. Avendo, come dice san Giovanni, creduto all’Amore di Dio, sono diventato prete per   annunciare e diffondere questo Amore. I miei primi cinque anni da prete     sono stati vissuti con tanto entusiasmo in un oratorio alla periferia di Pavia; poi ho insegnato religione a scuola e sono stato parroco prima in un piccolo paese dove la frequenza alle funzioni era molto alta e poi in un  paese più grande, molto legato allora a un certo tipo di ideologia, dove la gente veniva poco in chiesa (è stato andando a Lourdes che ho incominciato a constatare che tanta gente frequenta ancora la chiesa, cosa che oggi a Trivolzio riscontro ogni giorno). 
         

 Nel 1988 sono andato in pensione dalla scuola e il     vescovo mi ha inviato a Trivolzio dicendomi che avrei trovato un grande e     bell’oratorio e un beato: Riccardo Pampuri. A essere sincero devo     dire che mi sentivo molto attratto dall’oratorio nel quale con i     ragazzi e giovani pensavo di riuscire a fare grandi cose, mentre san     Riccardo lo conoscevo poco. E subito ho iniziato a rinnovare     l’oratorio, anche se, non sviluppandosi il paese, le famiglie     invecchiano e diminuiscono i ragazzi. A un anno e mezzo dal mio arrivo a     Trivolzio (1° novembre 1989), Riccardo Pampuri è stato     proclamato santo. E io ho avuto la fortuna di concelebrare la santa messa     della canonizzazione con il Papa. È stato un evento commovente,     attorno all’altare c’erano quasi tutti gli abitanti di     Trivolzio.

Io ero là con il Papa, cardinali, vescovi… Io, povero prete, che però avevo la fortuna di essere parroco di Trivolzio, la patria del santo. Al ritorno abbiamo organizzato grandi festeggiamenti cui hanno partecipato in tanti, e anche tanti spagnoli, poiché il miracolo riconosciuto per la canonizzazione di Riccardo Pampuri riguardava     un ragazzo spagnolo. 

Fedeli durante il bacio della reliquia di san<br /><br />
Riccardo

Fedeli durante il bacio della reliquia di san RiccardoRitorno alla normalità 

Passano i mesi e qui a Trivolzio tutto torna normale. Di santi, papa Wojtyla ne ha fatti tanti… e Trivolzio è una     parrocchia come tante altre, a messa alla Dmenica siamo praticamente solo  noi, ogni tanto c’è qualche forestiero. Certo, ci  sono persone     che vengono a pregare san Riccardo, ma sono poche e della nostra zona. Solo     al 1° maggio, giorno della morte e perciò data della festa     liturgica di san Riccardo, arriva per tutto il giorno tanta gente. Vicino     all’altare di san Riccardo ho messo un registro ove poter mettere una     firma o una preghiera, un’invocazione, una domanda al santo: dal 1989 al 1995, ne furono riempiti solo tre. Ed ecco che mentre stavamo pensando se era possibile organizzare qualche manifestazione per il 1997, centenario della nascita di san Riccardo, un sabato mattina del febbraio 1995 vengo chiamato in chiesa e la trovo piena di gente. «San Riccardo ha fatto un miracolo», mi si dice. Certo, san Riccardo di miracoli ne ha fatti certamente, altrimenti non sarebbe santo. La gente che è in chiesa appartiene a Comunione e liberazione e mi mostrano una copia di Tracce dove c’è il racconto della vita del nostro santo e il racconto di un miracolo appena fatto da san Riccardo. Da quel momento è iniziato il pellegrinaggio     di tantissima gente qui a Trivolzio. Al sabato sera ci sono molti giovani e alla domenica ci sono famiglie con tanti bambini. (Alcuni di CL conoscevano già san Riccardo: qui vicino, a Coazzano, c’è una casa dei Memores Domini da tanto tempo dedicata al beato Riccardo Pampuri, e Lorenzo Frugiuele, che ha scritto una vita in versi di san Riccardo, veniva già prima del 1995 a pregarlo  per avere aiuto nella sua malattia). 

Il mese dopo (marzo 1995) Tracce pubblica la vita e i miracoli di un altro santo medico     contemporaneo di san Riccardo, Giuseppe Moscati di Napoli, ma la gente di     Napoli arriva a Trivolzio. Da allora, dal febbraio 1995,  tutti i     sabati sera e tutte le domeniche la chiesa è piena. Solo il giorno     di Natale non c’è quasi nessun forestiero al mattino, ci siamo     solo noi di Trivolzio. 

A volte, specialmente nei primi mesi del 1995, la     domenica mattina mi chiedevo: ma oggi verrà ancora tantissima gente?     E poi la chiesa si riempiva. Eppure a Trivolzio non c’è un     ristorante, non c’è nulla di particolare: c’è     solo un santo e la gente viene solo per questo. Quando non fa freddo, in     oratorio, all’aperto, ci sono anche trecento persone a mangiare al     sacco… D’inverno c’è solo un salone in cui non stanno     più di cento persone. E la gente viene da ogni parte d’Italia     e, possiamo dire, anche da tutto il mondo. Ormai ci sono gruppi che da     varie parti d’Italia – non solo da Milano, Torino, Bologna,     Genova, ma anche da Palermo, Bari, Verona, Cagliari, Venezia –  organizzano periodicamente pellegrinaggi a Trivolzio. È bello vedere     gruppi numerosi di giovani, di famiglie, di amici venire qui tutti insieme a chiedere guarigioni, grazie o anche soltanto aiuto per la vita quotidiana. 

Incontro con monsignor Giussani 

Colui che ha indicato san Riccardo a CL è stato monsignor Giussani. Io non appartengo a CL; ne avevo sentito parlare da don Giulio Bosco, un mio compagno di seminario che, diventato prete, era andato  a Milano a studiare e ha iniziato CL a Pavia. Purtroppo don Giulio è  morto giovane in un incidente in montagna e io non ho avuto più modo di incontrare CL. Il nostro rettore di seminario, divenuto poi vescovo, monsignor Luigi Maverna, ci diceva che dobbiamo essere preti di Gesù Cristo. Oggi, anche senza essere di CL, mi trovo in mezzo a persone di  Comunione e Liberazione, e ormai ci conosciamo bene. Le prime volte il popolo di Cl veniva con un certo timore qui in chiesa, ma poi, vedendosi     accettati, sono venuti sempre più volentieri. Io sono convinto che dobbiamo essere attenti a ciò che il Signore compie in mezzo a noi e  favorire il bene anche se non lo abbiamo organizzato noi.  

Ritorniamo a monsignor Giussani. L’ho incontrato quando è venuto la prima volta a celebrare la santa messa da  san Riccardo. Mi avevano telefonato che alle ore 11 sarebbe venuto un prete     a celebrare la santa messa. Mentre stavo preparando l’altare, vedo un     sacerdote in chiesa e gli chiedo se deve celebrare. Poco dopo gli domando     ancora se è lui che aveva telefonato. Alla sua risposta negativa, lo     invito ad aspettare, vado nella piazza della chiesa e vedo arrivare     monsignor Giussani. Era la prima volta che lo incontravo, eppure dopo poche     parole sembrava che mi conoscesse da sempre. Ha celebrato la santa messa,     poi è venuto all’oratorio a prendere un caffè, non con     il latte, ma con un grappino. Abbiamo parlato e mi sentivo veramente a mio     agio. A un certo punto mi chiede perché non comperiamo la cascina     che c’è a lato della piazza della chiesa e che era appena     rimasta disabitata, per creare un luogo di accoglienza. Io ero perplesso,     ma lui mi ha incoraggiato dicendomi: «Ti mando io i soldi per la     caparra», lasciando meravigliati quelli che lo accompagnavano.     È stato questo l’inizio del progetto per un luogo di     accoglienza, di ristoro e centro di spiritualità che, dopo dieci     anni di peripezie, speriamo presto di inaugurare. Tutto ciò è     nato per l’incoraggiamento, l’aiuto, l’entusiasmo che     monsignor Giussani mi ha trasmesso nelle sue visite a san Riccardo qui a     Trivolzio. 

I registri posti vicino all’urna di san<br /><br />
Riccardo

I registri posti vicino all’urna di san Riccardo

         I miracoli 

         Oggi Trivolzio viene chiamata “la piccola     Lourdes” per i numerosi miracoli e grazie che san Riccardo ottiene     dal Signore per tutti quelli che lo invocano. Molti li troviamo raccontati     sui registri vicino all’urna di san Riccardo (alcuni sono stati     riportati da Gabriella Meroni nel libro A san     Riccardo, Piemme). Sono tante grazie e miracoli     non pubblicizzati, ma fatti conoscere solo agli amici, per i quali si     ringrazia san Riccardo lì sul registro. Accanto all’urna di     san Riccardo ci sono oggi non più uno, ma quattro registri e se dal     1989 al 1995 ne erano stati compilati solo tre, dal 1995 a oggi ne sono     stati riempiti ben 143, con una media di più di uno al mese. Notizie     di miracoli giungono non solo da ogni parte d’Italia, ma anche     dall’America del Nord e del Sud, dall’Africa, dall’Asia.     Nella chiesa di Saint John, nel Minnesota, c’è una statua di     san Riccardo, regalata da monsignor Giussani, davanti a cui i malati della     Mayo Clinic vanno a pregare e chiedere aiuto. Dobbiamo sottolineare che i     miracoli non sono solo guarigioni, ma anche conversioni, aiuto ad accettare     la volontà di Dio nei momenti di difficoltà. Ci sono poi     coppie che ottengono la nascita di figli, ci sono giovani e ragazze che non     solo ottengono aiuto per gli esami o per il lavoro, ma anche per trovare il     compagno o la compagna giusta per tutta la vita. In particolare moltissimi     vengono a chiedere aiuto per capire il piano che Dio ha su di loro e     corrispondere al suo disegno.

         Come si diffonde questa devozione 
         La devozione a san Riccardo ha cominciato a diffondersi     in mezzo al popolo di Cl in particolare attraverso le parole di monsignor     Giussani. Ma la devozione al nostro santo si espande sempre di più,     anche oltre  i confini di Cl, soprattutto con il passaparola.     C’è stata poi anche la trasmissione televisiva     “Miracoli” in cui è stato presentato san Riccardo. Dopo     la trasmissione sono arrivate centinaia di telefonate e lettere per     chiedere notizie e immagini del santo. Piero Vigorelli, autore della     trasmissione, ha pubblicato anche il libro Miracoli, attualmente distribuito in edizione economica, in cui     è segnalato anche il mio numero di telefono: non passa settimana che     non riceva telefonate da gente di tutta Italia con richieste di     informazioni. Attualmente abbiamo anche un sito internet, in cui ci sono le     preghiere in varie lingue e le notizie di ciò che avviene qui a     Trivolzio. Speriamo di poterlo migliorare sempre di più.

Il centro di accoglienza nei pressi </p><br />
<p>della parrocchia di Trivolzio ed alcune immagini di san Riccardo

Il centro di accoglienza nei pressi della parrocchia di Trivolzio ed alcune immagini di san Riccardo

        

Senza nostro merito 

         Tutto quello che è successo dal febbraio 1995     non è avvenuto per un piano prestabilito o per un nostro disegno: da     parte mia c’è stato solo l’impegno di dire di sì     coll’accettare e favorire quello che il Signore ci indicava. Tutto     è nato spontaneamente.  
         All’inizio la gente di Trivolzio si è     trovata anche sconcertata: non aveva più quel posto che da sempre     prima occupava in chiesa. Ma poi ha accettato i pellegrini. Io ho cercato     di capire il piano di Dio e di accettarlo e favorirlo e questa nostra     chiesa è diventata la “casa” di tutti quelli che vengono     a cercare un aiuto, un sostegno, una grazia da san Riccardo. 
         Nessuno ha cercato di approfittare del flusso della     gente, c’è solo uno – non di Trivolzio – che in     alcune domeniche viene a vendere il miele. Mi sono trovato, io che mi     sentivo più a mio agio in oratorio, a far nascere, a creare un     santuario con tutto quello che comporta: oggetti, immagini, ricordi… La     gente chiedeva qualche cosa per sentire vicino il santo.  
         All’inizio qualcuno aveva pronosticato che il     tutto non sarebbe durato più di sei mesi. Dal febbraio 1995 sono     passati dieci anni e siamo ancora qui, anzi stiamo per realizzare un Centro     di spiritualità attorno a san Riccardo. Per me è stato     bellissimo conoscere sempre di più e meglio san Riccardo, leggendo     le sue lettere e le testimonianze di chi lo ha conosciuto. È il     santo della quotidianità: fare tutto ogni giorno con amore e mettere     Dio, che per lui era “tutto”, al centro della vita. In questi     anni ho capito che bisogna lasciar fare al Signore, affidarsi a lui. I suoi     tempi e modi sono imprevedibili e non sono come pensiamo e vorremmo noi. 

         Un santo popolare 

         Nella Chiesa ci sono tantissimi santi, ma alcuni sono     più conosciuti e invocati dalla gente come sant’Antonio, santa     Rita, padre Pio. Anche san Riccardo sta diventando un santo sempre     più conosciuto e popolare. Colpisce la sua normalità: un     medico della mutua, diremmo oggi, che è stato in mezzo alla gente,     vivendo una vita normale, ma nell’amore («fare tutto, anche le     piccole cose, con amore grande»), un amore costante e quotidiano che     diventa eroico. Colpisce come Riccardo riesca a entrare nell’animo     dei giovani che lo sentono uno di loro. A lui chiedono aiuto nei vari     momenti della loro vita: studio, lavoro, problemi sentimentali e, in     futuro, per la vita familiare. San Riccardo ha vissuto in mezzo ai giovani     e ha cercato di trasmettere loro entusiasmo e amore per Cristo Gesù.     Colpisce anche l’entusiasmo con cui i bambini vengono a baciare la     sua reliquia e come le famiglie lo invocano come medico dei corpi e delle     anime.

Il campanile e il timpano della chiesa di<br /><br />
Trivolzio
Il campanile e il timpano della chiesa di Trivolzio

Come si prega san Riccardo qui nella chiesa di  Trivolzio 

Qui da san Riccardo non si fanno funzioni particolari.     Si cerca di vivere bene la liturgia, in modo particolare la santa messa,      e al termine della messa, il sabato sera e la domenica,     c’è il bacio alla reliquia del santo. Questo bacio (chi non     desidera baciare, ma normalmente lo fanno tutti, può anche solo     toccare la reliquia), vuole essere un segno di vicinanza, come la gente in     Palestina toccava le vesti a Gesù, vuole essere un atto     d’amore verso un amico cui chiediamo aiuto. E poi cerchiamo di     favorire le confessioni. Chi viene a chiedere una grazia capisce che san     Riccardo, perché lo ascolti, vuole che sia in amicizia con il     Signore e questo avviene solo se siamo in grazia di Dio. Ed ecco allora che     arriva gente che da dieci, venti, o anche cinquant’anni, non si era     più confessata e che sente il bisogno di avere la grazia di Dio nel     cuore. Durante tutte le sante messe diciamo una preghiera per tutte le     intenzioni di quelli che vengono a chiedere aiuto a san Riccardo. Alla     domenica, alle ore 16.00, celebriamo la santa messa per le intenzioni di     tutti quelli che in settimana sono venuti da san Riccardo ad affidarsi a     lui presentandogli tutte le loro necessità e i loro problemi.

         La piccola Lourdes padana 
         Dio sceglie luoghi dove far sentire in modo particolare     la sua presenza. In questi anni ha voluto scegliere anche la chiesa di     Trivolzio per distribuire, attraverso l’intercessione di san     Riccardo, aiuto e grazie. È lui, il Signore, che ha scelto. Noi abbiamo cercato di non impedire questa sua scelta e di essere accoglienti verso tutti quelli che vengono qui. San Riccardo continui a intercedere presso il Signore e a donarci il suo aiuto e le sue grazie.

(Questa testimonianza è stata scritta nel 2005     dopo la morte di donGiussani  
         avvenuta il 22 febbraio 2005)

1 MAGGIO: SAN RICCARDO PAMPURI

1° MAGGIO 

SAN RICCARDO PAMPURI

Ardore Eucaristico

“Erminio, giovane tra i giovani, non aveva un lessico cattedratico e impersonale. Era chiaro e semplice, aveva la passione e l’entusiasmo tipico di chi parla con il cuore. Luigi Repossi, membro di Azione Cattolica a Mori­mondo, conserva questo ricordo di Pampuri: «Era capa­ce di parlarci di Dio senza farcelo pesare, anzi destando in noi un interesse sconosciuto per queste cose… Dico la verità, certe prediche del parroco mi stancavano, ma il Pampuri sarei rimasto a sentirlo per delle ore; trova­va parole diverse…». In una testimonianza il fratello Ferdinando conferma che quando mancava il parroco, Erminio si sostituiva a lui in ciò che poteva”.

Mons. GIUSEPPE GORNATI, Canonico del Duomo di Milano e primo biografo del Santo, dopo aver raccolto le numerose testimonianze dei suoi contemporanei ancora viventi, così ha descrive l’ARDORE EUCARISTICO del Dott. Erminio-Fra Riccardo Pampuri in un capitolo del libro:

“Si è notato come, specialmente negli uomini, la SS. Eucaristia sia la conservatrice più efficace della fede e dell’umiltà. Nel brindisi fattogli in occasione della laurea in medicina e chirurgia, il Pampuri venne definito “l’anima eucaristica”. Ed era comunemente riconosciuto come “lo studente assiduo alla Mensa eucaristica” (p. Paolo Sevesi)

La cosa non costituiva una novità e non terminò col chiudersi del periodo degli studi. La sua pietà eucaristica rimase immutabile anche in mezzo alle molteplici occupazioni della condotta medica.

Fu un privilegiato per l’esempio di casa, dove crebbe alla scuola della pietà eucaristica.

Carolina, la vecchia domestia, fu sino all’ultimo devotissima all’Eucaristia e fedele alla S. Comunione. Quelli di casa avevano notato come, ormai più che ottantenne e piena di acciacchi e disturbi al cuore, le mancasse  alla mattina il respiro e dovesse aiutarsi con qualche medicinale. Ma quando sapeva che alla frazione di Torrino sarebbe giunto dalla parrocchia il sacerdote, rimaneva digiuna, diventando per il desiderio di potersi accostare alla S. Comunione, anche ad ora tarda, padrona del suo respiro affannoso e del cuore debole.

Tutte le mattine il Nostro, da piccolo, trotterellava a fianco dello zio che si recava a Trovo durante la settimana ed a Trivolzio nelle domeniche.

Giunse poi anche per il nipote il giorno felice della Prima S. Comunione, ricevuta nella domenica di Passione.

Fattosi grandicello, s’accostavano insieme alla medesima Mensa: il piccolo portando l’innocenza nel cuore, lo zio la pietà dell’uomo provato dalla vita. Perfino il marmo della tomba Campari ricorda ai visitatori la prerogativa del dottor Carlo: “Fede – Carità – Eucaristia – lo fecero servo fedele del Signore”

Se l’esempio dello zio poté facilitare al giovanetto la frequenza alla SS. Eucaristia, fu però la piena comprensione  di questo dono inestimabile che lo decise a rimanere fedele.

La sua pietà eucaristica non fu mera abitudine, bensì tesoro consapevolmente conquistatao e divenuto in lui un’ineluttabile esigenza dell’anima.

Che fosse talmente fedele accanto allo zio medico, da giovane, e nell’ambiente del Collegio, non può stupire eccessivamente. Era, in fondo, un temperamento calmo, niente affatto emotivo. E’ sommamente ammirevole e degno di grande lode che abbia saputo farne un “Pane quotidiano” quando umanamente poteva essere una devozione difficilissima per la sua professione ed uno specchio di coerenza in un mondo tanto pericoloso. E’ soprattutto come medico che va studiato ed ammirato nella sua fame eucaristica.

Nelle giornate ordinarie era puntualissimo tutte le mattine a recarsi in chiesa molto per tempo come i buoni dovevano fare in un paese agricolo, cioè prima che si iniziasse il lavoro dei campi. Si metteva al primo posto che entrando trovava libero sulle panche; non badava a rispetto umano e si affiancava agli uomini (non molti nel corso della settimana) i quali lasciavano riguardosamente libero un posto per lui nell’ampia basilica.

Essi sapevano che durante la notte aveva dovuto interrompere il riposo perché chiamato d’urgenza presso infermi; con tutto ciò, riusciva ad essere sempre il primo a varcare la soglia del tempio, quando il dovere professionale non l’aveva chiamato altrove.

Lo stesso parroco, il quale amava quel giovane medico e molto volentieri lo vedeva in chiesa al mattino – spesso l’unico uomo presente alla Santa Messa – doveva raccomandargli prudenza per la salute delicata, in considerazione del riposo notturno frequentemente interrotto o addiritura mancato.

Aveva imparato dallo zio fermarsi nei giorni feriali agli ultimi posti della chiesa di Trovo. Il dottor Carlo s’inginocchiava ai fianchi della piccola balaustra d’un altare laterale posto all’entrata a destra dela porticina. Il nipote, invece, sul nudo terreno accanto allo zio o nel primo banco, grossolano e tarlato appoggiato alla prima lesena a destra. Conservò dovunque questa abitudine, specialmente nella chiesa di Morimondo. Il costume di rimanere agli ultimi posti o nei cantucci oscuri era da lui praticato per potersi conservare maggiormente raccolto.

Alla domenica e nelle grandi occasioni per i giovani della parrocchia e della zona circostante, metteva da parte tale preferenza e sapeva essere uno dei primi per guidarli. Era lui che a voce alta recitava la preparazione ed il ringraziamento per l’assistenza al S. Sacrifico. Stava in mezzo ai giovani  e di solito, senza leggere, quanto diceva era improvvisato riuscendo al momento così facile nel pensiero e caldo negli affetti verso Gesù Sacramentato. Tanto, variato nelle sue preghiere eucaristiche che veniva seguito anche dagli altri fedeli presenti, i quali erano ammirati della spontaneità, fecondità ed unzione del “dottorino”.

 

Se a quelle sante Comunioni generali fosse stato presente non soltanto un nucleo di giovani contadini ed operai, ma qualche elemento ben versato in cultura religiosa, avrebbe potuto raccogliere e tramandarci una raccolta preziosa di pensieri eucaristici per la gioventù.

 

La pia pratica era seguita devotamente in chiesa da tutti, diventata ormai una cara abitudine. Lo sttesso Pampuri non alveva alcuna idea ambiziosa al riguardo, poiché trovva giustissimo l’aiutare e render più solenni e fruttuose le sante comunioni, essendo il parroco l’unico sacerdote in parrocchia e trovandosi all’altare per la celebrazione della Messa.

Seguiva il metodo praticato dai Gesuiti con gli esercitandi operai; assistendo i suoi giovani e partecipando ai convegni di Triuggio, li accompagnava per incarico di qualche padre durante la santa Comunione di chiusura del corso. Intonava e sosteneva, per quanto la sua pocca voce glielo permetteva, quella invocazione che s’è poi diffusa nelle manifestazioni eucaristiche parrocchiale ed è tutt’ora rimasta tanto cara a i fedeli: “In quell’Ostia conacrata”.

[Ho voluto di proposito riportare per intero questo Inno Eucaristico della fede e pietà popolare. I nostri nonni e genitori sono cresciuti in un simile contesto ed utilizando il medesimo linguaggio, solo apparentemente dei semplici ma di vasta profondità teologica. Vorrei evidenziare che vi è stata una foritura di santi, giunti perfino alla gloria degli altari, che si faticherebbe non poco a volerne stilare l’eleco. Un ammonimento per il nostro tempo, dove fortunatamente non mancano donne e uomini che vivono di Eucaristia, pur nel frastuono  dei nostri giorni e lontano dall’occhio indiscreto delle telecamere].

In quell’Ostia consacrata
sei presente, o Gesù mio,
vero uomo e vero Dio,
nostro amabil Salvator.

O mio sommo, unico bene,
dono a te tutto il mio cuore:
tu l’accetta, e, per tuo amore,
il mio prossimo amerò.

Delle tante, e tante colpe,
il mio cuore, o Dio, si pente,
e propone fermamente
di mai più, mai più peccar.
E propone fermamente
di mai più, mai più peccar.

O Gesù, Figliuol di Dio,
umilmente io qui ti adoro:
sei mia vita, mio tesoro,
e sarai mio premio in ciel.

Sovra me, sovra i miei cari,
sovra i miei benefattori,
Gesù, spargi i tuoi favori,
e ci unisci in ciel con te.

Da te spero, o Gesù caro,
perché sei bontà infinita,
il tuo aiuto in questa vita,
e l’eterna gloria in ciel.

O Signore, dell’alma mia,
che in quest’oggi – o me beato! –
tutto a me ti sei donato,
io mi dono tutto a te.

Era in grado estremo ordinato. Il medico di una condotta, che comprende diversi comuni, deve avere un determinato turno. Non mancano le sorprese di tempo, di chiamate a distanze non lievi, e soprattutto l’incompatibilità d’orario fra i doveri professionali e quello delle pratiche giornaliere di pietà eucaristica, dipendenti dal ministero sacerdotale, cioè della S. Messa e Comunione. Le visite mattutine agli ammalati si estendevano nel territorio di tre parrocchie. Ma egli seppe distribuiere gli impegni della professione in modo da non essere mai privo della gioia eucaristica del mattino. Per non mancare a tale dovere, s’era fatto un prontuario di orari in modo che se fosse stato chiamato dagli ammalati verso il mattinoin paese lontano, sapeva a quale ora poteva ascoltare la Messa e trovare il sacerdote per la Comunione.

Era anche al corrente delle occupazioni settimanali o straordinarie dei parroci della sua condotta, registrate sopra una specie di piano topografico. Da parte sua stava sempre digiuno, anche ad ora tarda, e con salute non sempre buona. Ma la fame del Pane eucaristico gli dava un desiderio tale da vincere ogni stanchezza: in tanti anni e con impegni molto complessi per orari e per luoghi, mai omise la S. Comunione quotidiana, e soltanto poche volte non potè assistere alla Messa nei diversi paesi dov’era stato chiamato dal dovere.

Era anche al corrente delle occupazioni settimanali o straordinarie dei parroci della sua condotta, registrate sopra una specie di piano topografico. Da parte sua stava sempre digiuno, anche ad ora tarda, e con salute non sempre buona. Ma la fame del Pane eucaristico gli dava un desiderio tale da vincere ogni stanchezza: in tanti anni e con impegni molto complessi per orari e per luoghi, mai omise la S. Comunione quotidiana, e soltanto poche volte non potè assistere alla Messa nei diversi paesi dov’era stato chiamato dal dovere.

La sua pietà eucaristica era totale o completa com’è voluta dalla Chiesa. Non come nelle grandi città, dove riveste forma soggettiva di gusti personali o anche di comodi spirituali, separando la Comunione dalla Mesa per il sacrificio di levarsi presto al mattino.

La Messa al centro della sua partecpazione giornaliera; la S.Comunione per quanto posibile non disgiunta dal suo vero posto, cioè dal S:Sacrificio; la visita al SS.Sacramento come continuazione e convegno fra amici. Le due forme di partecipazione non dipendevano sempre dalle sue possibilità nell’orario e nella durata, ma la visita, o meglio le visite dipendevano dal suo buon volere, non richiedendo questa devotissima pratica né sacerdoti né tempo fisso, ma solo amore al S. Tabernacolo e chiesa aperta. Per l’indipendenza e facilità, essa esercitava su di lui una speciale attrativa e costituiva un momento straordinario nella sua giornata.

Né si può dire che la “visita” fosse qualche cosa di separato, terminata la quale si era compiuto uno, se non l’ultimo dovere esterno verso l’Eucaristia. Pel Pampuri invece, oltre ad essere un prolungamento della mattinata eucaristica, voleva dire riallacciarsi, ritrarsi, dopo una parentesi imposta dal dovere della professione, in una delle tre chiese parrocchiali che incontrava di passaggio o di ritorno dal lavoro.

Abbazia di Morimondo- Sul lato destro la casa dove il Dott. Erminio Pampuri aveva anche l’ambulatorio.

La targa dell’ambulatorio medico

Naturalmente la chiesa preferita, perché a due passi dall’abitazione, era quella di Morimondo, vi s’appoggiava un lato della sua casa. La preferenza era spiegabile in lui, così perfetto nelle cose di Dio e generoso nella pietà. Se aveva un breve respiro di tempo dalle occupazioni o fra l’una e l’altra visita agli infermi, si recava in chiesa, tanto che non si poteva dire quale orario avessero le sue devozioni eucaristiche. Veniva quasi invitato ad entrarvi perché uscendo o rientrando dall’abitazione doveva passarvi davanti.

Tale attrattiva particolare per la chiesa era così nota che serviva alle persone come punto di riferimento per trovarlo nei casi urgenti pomeridiani. Tornando dal giro degl’infermi nei cascinali vicini, lasciava, appoggiata al gradino inferiore, la bicicletta, ponendo sul manubrio cappello e guanti. Il custode del vicino palazzo comunale e suo uomo di casa, passava a ritirare la bicicletta non per il pericolo di furto – chi avrebbe osato commettere tale atto verso il dottore? – ma per evitare che i ragazzi la facessero cadere o la guastassero.

Più spesso doveva servirsi del cavallo perché gli zii di Torrino vigilavano a che non si stancasse. Il cavallo, ormai pratico delle soste obbligate, aveva preso l’abitudine di fermarsi per conto suo davanti alla chiesa. Il guidatore scendeva e si ritirava nel tempio. La pazienza del quadrupede però non durava molto; passo passo s’allontanava dalla gradinata, rientrando da solo nel cortile della casa, dove gli uomini gli toglievano i “finimenti” e lo conducevano nella stalla.

Quell’operazione quotidiana, per la sorella era il segnale che poteva preparare la modesta mensa. L’approntava aspettando ancora a lungo, ma il fratello non compariva mai; finché, stanca di attendere, alle volte lo richiamava fuori della chiesa.

Godeva d’una calma imperturbabile. La devozione eucaristica non conosceva in lui esplosioni sentimentali, cosa opposta al suo temperamento. Fedelisimo in questa bella pratica, mai aveva fretta davanti al Tabernacolo.

L’Eucaristia costituiva il centro della sua attività interiore, cui tutto indirizzava. Quante lunghe ore trascorreva quotidianamente in chiesa? Di quante preghiere non le riempiva? E dove aveva attinto quella resistenza fisica che lo faceva stare in ginocchio, senza appoggiarsi in alcun modo, pur essendo di salute tanto delicata?

Potremo godere, come in uno specchio limpido, il suo sorriso angelico, e indovinare quanto gli passava nell’animo attraverso lo zelo della vita e la franchezza della parola. Mai tuttavia potremo conoscere quali misteriosi colloqui con Dio abbiano reso sempre più pura la sua esistenza ed incantevole la sua fisionomia. Il segreto eucaristico gli rimase sepolto nel cuore.

Nella pratica eucaristica mai volle apparire un devoto d’eccezione, di genere aristocratico. In ginocchio, e proprio in tale devoto contegno, fu colpito in pieno dalla grazia. Ma nelle condizioni ordinarie della giornata, per quanto dipendesse da lui, la sua passione eucaristica era comune nel luogo e nell’ambiene. Trattandosi del culto verso l’Eucaristia, diventava il “servo”. S’additava a qualsiasi ufficio: preparare, per esempio, i giovani alla Comunione generale, far loro premura per la terza domenica del mese, sorreggere il baldacchino, preparare torce, distribuire candele, chiamare i giovani incaricati o addiritura sostituirli, portare in chiesa i distintivi e consegnarli ai presenti.

“Il parroco non voleva che il dottore del paese si prestasse a tutte quelle umili parti e l’invitava a desistere. Docile al superiore, lasciava poi fare a qualche giovanotto chiamato dal parroco steso fra i presenti, ma da parte sua era sempre attento e pronto a tutto perché il servizio fosse completo, seguendo il baldacchino con la torcia in mano” (Sig. Mario Bologna).

Il sistema da lui prescelto era di tenersi nascosto quando compiva le sue devozioni di ringraziamento dopo la Comunione o le visite al SS. Sacramento. A Trovo, ai lati dell’altare si trovava una specie di coretto, chiamato “la scuola dei piccoli” e separato dal presbiterio mediante una grata di legno. Il quel cantuccio, sia da giovinetto in vacanza che da universitario, si poneva per le sue adorazioni.

Quando il giovane medico si recava in qualche pomeriggio a visitare gli zii, compiuti appena i doverosi convenevoli, si ritirava dietro l’altare della chiesa, in un piccolo coro da dove non era visto dai fedeli. Si soffermava a lungo, fintanto che gli zii mandassero a chiamarlo, essendo ormai l’ora del ritorno al lontano Morimondo.

“Dopo giornate faticose, veniva da noi giovani osservato in ginocchio, calmo, che pregava sottovoce. In chiesa lo si vedeva su di una panca con raccolto contegno e col capo fra le mani di tanto in tanto. I fedeli, ed anche noi giovani che lo abbiamo seguito per tanti anni, non l’abbiamo mai visto seduto, ad eccezione del tempo durante la predica” (sig. Mario Bologna”.


Il “dottorino” tra la sua gente dopo la Consacrazione Religiosa

Era d’una somma coerenza. Sempre ed ovunque rese onore alla S. Comnione, ricevuta quotidianamente. Nobile nell’animo, cercò d’armonizzare la vita esterna con l ‘Eucaristia, della quale tutti lo riconoscevano devotissimo.

Gli stessi studenti universitari, attenti osservatori di quei compagni che si distinguono per sentimento e pratica di pietà, nulla mai trovarono a dire sul suo conto, scorgendolo completo nella vita religiosa.

Le buone popolazioni campagnole, così facili ad entusiasmarsi, ma altrettanto pronte a rinfacciare la frequenza alla Mensa Eucaristica, se non siano accontentate, non ebbero mai a pronunciare un apprezzamento men che ammirativo circa il loro medico condotto.

Se non avesse avuto mente e cuore perennemente tesi verso il santo Tabernacolo, non avrebbe potuto passare in mezzo a tante categorie di persone diverse per qualità e levatura d’ingegno ed attirarle al bene, come fece senza alcuna eccezione. Né costoro avrebbero compreso, ed anche seguito, l’esempio autorevole del “dottorino”, se questi fosse stato meno trasformato dalla S. Eucaristia, e i giovani avessero notato solo il biglietto unilaterale e non il cristiano perfetto, trasformato dal Sacramento dell’amore.

Partecipò al Congresso Eucaristico internazionale tenuto a Genova nel settembre 1923. Aveva portato seco una circolare a stampa per i medici di condotta sul rovescio della quale, con calligrafia ben chiara, scrisse:

“O mio Gesù! Mi hai chiamato a Genova credente, fammi ritornare apostolo: amarti e farti amare!”.

Ecco svelata la sorgente della sua attività nel bene: l’Eucaristia.

Veramente fine e indovinata l’iscrizione fatta sull’immagine-ricordo distribuita a Brescia dopo la morte di lui, in cui si dice che “fu breve ma operosa la sua giornata” e che “ebbe spirito magnanimo in corpo delicato”. Non poteva, in tanto elogio, mancare il punto più bello e meglio scolpito: “Dovunque passò diede prova di quanto possa il cuore umano quando è trabboccante di amor divino, attinto ed alimentato nelle lunghe veglie eucaristiche”.

Basterebbe questa conclusone per illuminare tutta la grandezza di un’esistenza così ammirevole.

( DA “CAMICE E TONACA”  DI GIUSEPPE GORNATI – FBF-MILANO)

Nella sua chiesa di Trivolzio (PV) dove è venerato il corpo rimasto intatto.

LA PERSONA CONTRO IL POTERE

don_luigi_giussaniDall’educatore DON GIUSSANI una lezione che fa bene anche alla COMPAGNIA DEI GLOBULI ROSSI

LA PERSONA CONTRO IL POTERE

Di fronte alle svariate forme di attentato alla libertà che caratterizzano il momento attuale, si delinea il compito della nostra presenza di movimento. Appunti da una conversazione con gruppi di universitari.

  • 1. C’è una differenza fra la generazione dei giovani di oggi e quella di trent’anni fa: c’è nei giovani di adesso una debolezza: una debolezza non etica, ma di energia della coscienza.     Come se questi giovani fossero stati investiti dalle radiazioni di Chernobyl: strutturalmente l’organismo è lo stesso di prima, ma dinamicamente non lo è più ; vi è una sorta di alterazione, di plagio fisiologico operato dall’influsso nefasto del potere, dalla mentalità dominante. Rimangono, nel rapporto con se stessi, affettivamente scarichi e, per contrasto, tendono a rifugiarsi nella «compagnia» intesa come protezione. Non assimilano veramente, e perciò criticamente, quello che ascoltano e vedono. Così la mentalità dominante, la cultura prevalente – il potere – produce in loro una estraneità da loro stessi. Non rimane loro alcun’altra evidenza reale che la moda, tipico concetto e strumento del potere.
    2. Dove si può ritrovare la persona? Dove io mi posso ritrovare? Da sempre l’uomo ritrova se stesso solo nell’incontro vivo con una presenza che sprigioni un’attrattiva; una presenza che lo provochi a riconoscere il fatto che il suo cuore – con le esigenze che lo costituiscono – c’è, esiste. Quella presenza gli dice: «Esiste quello di cui è fatto il tuo cuore». L’attrattiva, la provocazione al fondo di noi stessi è data solo da questo incontro. Esso produce un sconvolgimento, che comunque si rivela carico di ragionevolezza, pieno cioè di corrispondenza alla nostra vita nella sua originalità e secondo la totalità delle sue dimensioni.     Paradossalmente, questa originalità della vita la cogliamo quando ci accorgiamo di avere qualcosa in noi che è pure in tutti gli uomini; questo è quello che non ci fa sentire estraneo nessuno. La persona, dunque, ritrova se stessa quando irrompe in essa una presenza che corrisponde alla natura della sua vita. 
    È il superamento reale della solitudine, dalla quale invece normalmente l’uomo cerca di fuggire con l’immaginazione.
  • La presenza è il contrario dell’immaginazione;
  • l’incontro è con un «fatto» vivente.
  • Esso presenta due caratteristiche: la drammaticità e la letizia.
  • La drammaticità consiste nell’urgenza che qualcosa muti nella vita per l’offerta di una risposta (è la responsabilità).
  • La letizia è quella pace che permane anche nella condizione più amara, anche nella constatazione della propria meschinità. Per usare un’altra espressione, dovremmo parlare di incontro evangelico: un incontro che ricostituisca la vitalità dell’umano, come quello di Cristo con Zaccheo. Per il gabelliere di Cafarnao, quell’uomo mai visto è stato un’imprevista presenza che gli ha rivelato una novità su se stesso, come una promessa inconfondibile. Lo sguardo di Cristo, la sua parola, ha toccato l’umanità di Zaccheo, così che nel perimetro chiuso della sua vita si è introdotta la prospettiva del Destino.
    3. La realtà del nostro movimento si fonda e si alimenta, è difesa e dilatata non dalla comunità ma dalla persona. Riscoperta della persona vuol dire riscoperta di ciò di cui la persona è fatta: ragione ed affettività. È tempo di riconquistare la profondità della ragione, oggi resa così pericolosamente superficiale. La ragione è l’energia con cui la persona conosce la realtà, cioè ne percepisce il significato.     È tempo anche di affermare la libertà, senza più paura dei propri limiti e del proprio male; infatti il valore della nostra persona non dipende ultimamente da ciò che facciamo, ma dal rapporto con l’Infinito che la costituisce; così limiti ed errori sono travolti dall’energia indomita ed inesauribile che proviene da quel rapporto.
    4. Dobbiamo renderci conto che il programma del potere è esattamente di ridurre la persona. Non necessariamente di eliminarla (come hanno fatto la rivoluzione nazista o quella marxista) ma proprio, almeno in Occidente, di ridurla.     Il potere vuole dalla persona quel consenso per ottenere il quale è necessario che essa non conosca se stessa, non sia critica. Il contenuto della conoscenza che la persona ha di se stessa, ciò che la rende critica, è quello che ne Il senso religioso, con il linguaggio della Bibbia, si chiama cuore: le esigenze ed evidenze elementari inesauribili con cui l’uomo paragona tutto. Il tentativo del potere – della cultura dominante – è esattamente di soffocare e ridurre i desideri, di atrofizzarne, addirittura, la sorgente. Per questo, l’inizio della lotta contro il potere consiste nel prendere coscienza del proprio desiderio ed esprimerlo.     E la povertà del cuore – esigenza della verità, della felicità, della giustizia e dell’amore che vince il potere; la ricchezza del povero è la mendicanza.
    5. Spesso sorge un’obiezione: Cristo non è un’immediatezza, appare, anzi, come una lontananza. In questa (apparente) distanza si alimenta un’incertezza di fondo; talvolta, quasi come tentativo di rimedio, si produce un’ansia indice più di presunzione che di vero impegno: l’ansia intellettuale. Questa obiezione fa affiorare un problema: il problema morale. La risposta a tale obiezione coincide con la soluzione in radice del problema morale. Potremmo formularla così: non sottrarsi all’attrattiva offerta dall’ideale. Il problema morale è non essere complici della debolezza che ci trascina verso il nulla. Dove questa attrattiva offerta dall’ideale è reperibile? Nell’incontro. Bisogna non sottrarsi all’inevitabile traccia che un incontro autentico lascia in noi, all’accento inconfondibile che la verità possiede. Ora, il vero non è mai un’idea astratta, è sempre «den-tro la carne»: l’errore degli scribi e dei farisei nei confronti di Cristo è stato di rifiutare la verità perché essa si mostrava dentro la carne. Lo stesso avviene per noi: la nostra complicità con la menzogna si nasconde nella non totale compromissione di tutto noi stessi con i volti della compagnia che ci ha fatto vivere l’incontro autentico.
    6. L’immoralità fondamentale non è l’incoerenza; la totalità della compromissione con l’in contro può non essere diminuita dall’incoerenza. L’immoralità è la dimenticanza – perdita della misura del rapporto con la realtà; l’incontro propone un’altra misura del rapporto con la realtà. Perdere questa misura è il peccato. Esso produce immediatamente una distanza dalla realtà, che si cerca di riempire di fantasie, cioè di ideologia. La distanza dalla realtà porta sempre con sé la paura che quello che succede ci cambi: così non tolleriamo la correzione. Quando uno riempie il vuoto che lo separa dalla realtà con sue immagini o preconcetti, produce violenza, sino al punto che nemmeno sente il bisogno di giustificare il suo preconcetto, nemmeno si lascia sfiorare dal dubbio.
    7. Siamo chiamati a difendere l’umano che è allo stesso modo in noi, nel nostro amico, nella persona più estranea e lontana. Ci chiama a questo compito non una giustizia, ma la Giustizia-Dio fatto uomo: Cristo. C’è un fattore pedagogico che sviluppa la responsabilità di questo compito e dà consistenza e durata di fronte al potere: è lo stare attaccati ai volti che più provocano, cioè alla compagnia. Sembra sempre che la logica del potere vinca: provava la stessa impressione anche il piccolo nucleo degli apostoli. Ma la vittoria del potere è apparente; la mentalità dominante per sua natura è effimera. Non cedendo ad essa, noi facciamo diventare la nostra vita funzione di ciò che è permanente, che dura nella storia: della verità, della giustizia, dell’amore, della letizia. Il potere cerca la sua vittoria nella quotidianità; è nella quotidianità che per noi si gioca l’alternativa: serviamo o il potere o un Altro; o il potere o il Mistero che passa attraverso la nostra compagnia. È la totalità della nostra vita quotidiana che deve essere investita dalla memoria, dalla presenza dell’Altro. Quando la ragione del proprio vivere è affermare un Altro, si chiama amore. L’amore è affermare un Altro come senso di sé. Ancora una volta Barabba, il protagonista del romanzo di Lagerkvist, si offre alla nostra riflessione come figura emblematica. Egli è il grande bandito, la figura dell’uomo libero che il potere costituito non riesce a bloccare. Ma il tempo è inesorabile.     Barabba viene preso e condannato alle miniere, incatenato col piede al piede di uno schiavo frigio, un uomo comune. Barabba sente che questo compagno, per cui nutre una ripugnanza infinita, improvvisamente suscita in lui un’attrattiva stranissima: ha una forza che lui non conosce. Ha sì la placca dell’imperatore al collo, ma tuttavia è come se fosse liberissimo. Alla fine Barabba capisce perché: egli è schiavo solo di Cristo. Nella nostra vita quotidiana l’alternativa è ancora tra seguire la potenza clamorosa di Barabba, o l’umiltà dello schiavo frigio, il cristiano che non aveva nemmeno mai visto Cristo.

ERMINIO PAMPURI E LA PROPOSTA DI MATRIMONIO – LETTERA APERTA ALLA SIGNORINA LUCIA…– Angelo Nocent

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Per chi non lo sapesse, il Dr. Erminio Pampuri, proprio mentre era medico condotto a Morimondo, ricevette una proposta di matrimonio. Gli arrivò indirettamente, attraverso la mediazione di Luigina Peretti, un’amica che faceva parte dell’Azione Cattolica come lui e che da un’amica aveva ricevuto questa incombenza. La ragazza in questione, secondo le indiscrezioni della stessa Peretti, era la figlia del Direttore Generale dell’Ospedale “Cantù” di Abbiate grasso, dove spesso il Pampuri si recava per accompagnarvi i suoi malati. Infermiera in questo ospedale, ottima ragazza, buon partito, fervente cattolica, lo aveva adocchiato, squadrato, studiato, incrociato per farsi notare. Invano. Poi finalmente la decisione di chiedere formalmente la sua mano.

Che fine abbia fatto questa lettera nessuno lo può sapere. Magari è finita sul fuoco. La replica invece è stata rinvenuta ed appartiene all’epistolario,cui farò riferimento in seguito.

Abbiategrasso

Erminio declinò l’invito con parole molto garbate e affettuose. Naturalmente, dal suo punto di vista. Epperò non sono piaciute né alla destinataria, né all’ambasciatrice che tanto ci contava, né, forse, a nessun altro che abbia avuto modo di leggerle. Ho provato a mettermi nei panni delle due ragazze: delusione totale. Per un motivo o per l’altro, quel suo argomentare è rimasto sul gozzo un po’ a tutti. Avrebbe potuto spiegarsi meglio, che ne so, usare una strategia diversa. Ma non l’ha fatto per le sue buone ragioni che ho cercato di indovinare. Vorrà dire che, se mi fossi sbagliato, avrò un peccato in più da farmi perdonare, quello di presunzione.

La mia decisione di scrivere all’interessata, è nata dopo ponderata riflessione. Vedevo da un lato una ragazza profondamente amareggiata e dall’altra un ragazzo molto sulle sue ma che mi sembrava di capire e anche di poter giustificare un poco. Così ho stilato le mie impressioni, nella speranza che aiutino a evidenziare aspetti a prima vista non emergenti. D’altra parte, i santi sono santi e son fatti a loro modo. Dunque, meritevoli anch’essi di pazienza e comprensione. Percorrendo la strada statale tra Vigevano e Milano, con una deviazione a pochi chilometri, arriviamo all’Abbazia di Morimondo, edificata dai monaci seguaci di San Bernardo, appartenenti all’ordine dei cisyercensi, nel XII secolo. La sua costruzione attraversò vicissitudini non indifferenti: controversa, sospesa, ed in fine saccheggiata, in pratica durò più di cento anni. Il risultato finale, nonostante tutto, fu comunque ammirevole. Lo stile gotico-borgognone dell’Abbazia  è uno dei migliori esempi di architettura cistercense. Qui il Dr. Pampuri risiedeva dopo il concorso di medico condotto.

Ma veniamo alla lettera.

“Cara la mia ragazza sognatrice,

non conosco il tuo nome e perciò da questo momento ti chiamerò Lucia, come la promessa sposa di manzoniana memoria.

Da indiscrezioni, sfuggite proprio dalla bocca della tua ambasciatrice Luigina Peretti, siamo venuti a sapere che tu eri la figlia del Direttore Generale dell’Ospedale di Cantù, dove spesso il Dr. Erminio Pampuri si recava per accompagnare i suoi malati. Non so com’è nato il tuo interesse per questo ragazzo. So invece che ti eri così follemente invaghita di lui che ad un certo momento, non trovando corrispondenza d’amorosi sensi ed in difficoltà anche per un approccio diretto, ti sei vista costretta ad affidare alla tua amica l’incarico di fargli pervenire una seria proposta matrimoniale.

Ho sotto gl’occhi la lettera di risposta che non so quante volte ho riletto, nel tentativo di farmene una ragione. Eccola:

«Stim.ma Sig.ra Peretti Luigina, La ringrazio di cuore del suo atto di grande bontà, mentre devo riconoscere più che mai la mia grande nullità, poiché essa non si vede mai così bene come quando ci si trova oggetto di immeritata stima. Non posso però accogliere la sua tanto onorevo­le e lusinghiera proposta, poiché non sentendomi chiama­to allo stato matrimoniale, vi ho rinunciato definitivamen­te. A questo mi sono sentito confortare (…). Non deve perciò angustiarsi di questa mia risposta, quella buona giovane da lei accennata, poiché se il Signore che tutto dispone in numero, peso e misura per la maggior gloria sua, ed il nostro massimo bene, se il Signore vorrà proprio chiamarla allo stato matrimoniale, non mancherà di mandarle un più degno e santo sposo, come gia mandò a Sara il figliolo del Santo Tobia […]».

Non so com’è finita la tua storia. Spero serenamente, come quella di Sara. Però, che mazzata! Un duro colpo inferto con grande cortesia e tanto di citazioni bibliche.

Non è difficile immaginare che tu, pur con opportunità diverse in ambito ospedaliero, sia rimasta colpita ed affascinata da questo saltuario visitatore di cui, probabilmente ti ha parlato assai bene lo stesso tuo padre. E’ che il suo modo di fare il medico era ormai sulla bocca di tutti. La stima e la venerazione avevano già varcato i ristretti confini della sua condotta, al punto da sollevare una non celata irritazione nei colleghi.

Guardando le foto che ci sono rimaste, non è difficile indovinare che t’incantavano i suoi puri e dolci occhi rimasti bambini, innocenti, in quel pallido viso. Ti attraeva quello sguardo buono, intelligente ma anche riservato e misterioso, tipico di chi cela nell’anima recondite armonie.

Sempre ordinato nel vestire, elegante nel portamento, si vedeva che dedicava molta attenzione ai baffetti, coltivati con un po’ di civetteria per darsi il tono più che di persona colta, di uomo maturo, consapevole di essere tradito da un fisico esile e da un viso dolce, fresco e sereno di bravo ragazzo. E forse per questo ancor più ti piaceva.

Non sapremo mai che cosa hai provato nel leggerla quando la Luigina è corsa a portarti la risposta. Certamente una profonda delusione pari alle attese del tuo cuore che da tempo aveva iniziato a sognare e patire per quel bel ragazzo, così diverso da tutti.

Lucia, so che ti sei soffermata a lungo allo specchio a guardare i tuoi occhi lucidi di pianto e a cercare sul volto i motivi del fermo rifiuto. Ti vedevi attraente, carina, che cosa mai non andava? E poi eri stata oggetto di altre attenzioni, marcate, insistenti, perfino di sguardi talvolta lascivi. E allora perché quel rifiuto?

Dio sa quanto hai pensato, penato, riflettuto, tramato, prima di prendere l’ardita decisione di comunicargli molto apertamente i tuoi propositi. Lo incontravi, lo vedevi, hai cercato anche di farti notare, ma lui, niente. Un assente, un ragazzo lontano, distante dai sogni gioiosi dell’amore, dalle complicità che sa creare, dalle provocazioni più ardite. Niente. E dire che stavi bene di famiglia, eri iscritta anche tu come lui all’Azione Cattolica, condividevi gli stessi ideali cristiani…

Tuo padre ne avrà certamente parlato tanto e bene a tua madre che, forse, ti ha suggerito le modalità dell’approccio, convinta che quella sarebbe stata la persona giusta al tuo fianco. Solo Dio sa la delusione provata quando le avete messo sotto gl’occhi la sua risposta. Anche lei, come te, è sbiancata, rimasta di sasso. Lei così prodiga di parole e consigli, ha improvvisamente perso la favella, limitandosi a soffrire con te, ad annaspare nel buio. Poi la folgorazione: “Tesoro mio, dimentichiamo…quello lì si farà prete, vedrai! Quello li si farà prete, lascialo perdere….” E giù una lacrima e un nodo in gola.

Parole sante ma anche parole inutili le sue. Non digerivi quel tono indisponente, quel “mandare a dire” a una sua timida,coetanea , sincera spasimante… Ti martellavano e ti ferivano a morte quelle pesanti e definitive parole:

…non posso però accogliere la sua tanto onorevole e lusinghiera proposta poiché, non sentendomi chiamato allo stato matrimoniale, vi ho rinunciato definitivamenteNon deve perciò angustiarsi di questa mia risposta, quella buona giovane da lei accennata…”

Che rabbia! Nemmeno nomina il tuo nome. Si limita ad apostrofarti così: “quella buona giovane da lei accennata”.

Dimmi la verità, cos’hai pensato? Posso indovinarlo. Tra un singhiozzo e l’altro ti dicevi: “Va bene tutto, ma proprio tanta formale cortesia?…Gli costava davvero cercarmi, dirmi in faccia le sue intenzioni?” E giù a sfogare anche tu, come tua madre, la grande delusione!

Non so come saresti stata giudicata se si fosse venuto a sapere della tua iniziativa di proporti in sposa, di chiedere tu, di offrirti, ruolo fortemente riservato all’uomo, “cacciatore” per definizione. Forse sarebbero volati giudizi pesanti sulla tua onorabilità; o avrebbero detto che lo facevi per interesse, per il rango di appartenenza alla categoria dei possidenti, ecc. Fortunatamente di questa mancata relazione abbiamo saputo solo ora e noi siamo benevoli nei giudizi e comprensivi. Anzi, scusami se mi sono permesso di mettere il naso in cose riservate. E’ che leggendo quella risposta ci sono rimasto male anch’io: “…non posso però accogliere la sua tanto onorevole e lusinghiera proposta perché, non sentendomi chiamato allo stato matrimoniale, vi ho rinunciato definitivamente”.

Occorreva proprio usare questo tono, tagliare corto così? Temeva di restare invischiato in questa storia? Lui, talmente cristiano e sensibile, non poteva darti ragione della sua fede, aiutarti ad accettare un diverso destino che avrebbe potuto invocare gioiosamente da Dio, visto che era tanto in confidenza con Lui?

Invece niente. Solo un bel no alla “ onorevole e lusinghiera proposta “.

Un momento. Ho capito bene? Prendi nota: “ lu-sin-ghie-ra proposta “ E ancora: “…Non deve perciò angustiarsi di questa mia risposta, quella buona giovane da lei accennata…”.

Ma ti rendi conto, Lucia? Abbiamo trovato la chiave per superare quell’ assurda fissazione che ti distrugge e ti fa detestare ai tuoi stessi occhi. Ora puoi tornare allo specchio disinvolta, senza complessi e lasciarlo parlare. Corri ad ascoltare la sua sincera e infallibile voce: ”Càspita, ragazza mia, sei proprio bella! Che amore quel viso dolce di madonna, con quelle guance di porcellana e labbra di rosa vellutata…e quei begl’occhi accattivanti… Ma perché piangi? Non credi forse al mio verdetto? Non stare in ansia, per favore. Fra qualche tempo mi darai ragione”.

Ragazza cara, stammi a sentire: sai come la vede questo vecchio che ti scrive?

Erminio deve aver letto e riletto attentamente la tua lettera, non senza soddisfazione e compiacimento. Un uomo, oggetto di attenzioni femminili, non è mai insensibile, anzi! Le tue parole lo hanno colpito, sono entrate nell’anima. Per lui è un’improvvisa provocazione che genera un tumulto interiore. C’è il cuore che batte e Dio che se ne sta discretamente in disparte.

Senza che tu te ne sia resa conto, hai fatto un ottimo servizio proprio a Lui che aveva bisogno di chiedere ad Erminio di fare una scelta importante, ma nel massimo della libertà. Mi spiego. Uno che si consacra a Dio è persona generosa, appassionata, che ama, che sente pullulare nelle vene il richiamo della paternità o maternità, il desiderio di “conoscere” un uomo, una donna, di realizzarsi nella sua complementarietà, perché questo è il disegno del Creatore che ci ha voluti maschio e femmina.

Sono sicuro che la tua lettera ha ridestato in lui il sentimento dell’amore coniugale, della paternità; ha immaginato per un attimo il meraviglioso mondo dei bambini, di bambini suoi che girano per casa, che lo tirano e coinvolgono nei loro giochi. Ha ripensato alla sua fanciullezza, alla mamma, sbiadita nel ricordo, al papà offuscato nella memoria, all’affetto dei suoi genitori, immaginato e rimpianto nel segreto del cuore, sostituito da quello degli zii, di un sapore naturalmente diverso. Per un attimo sono riaffiorati in lui sia questo tragico momento sia il tersissimo cielo che gli fabbrica la fantasia mentre attraversa la campagna in calesse per le visite ai malati. I sapori sono di favola, di sogno i personaggi che vede nel suggestivo incantesimo.

A sera, quando si corica, esausto più per il turbinio interiore che per la fatica dell’ambulatorio e delle visite a domicilio, pensa e ripensa alla risposta più conveniente da darti. Il sonno è disturbato. Come il ritornello di una canzone, gli tornano in mente le parole evangeliche ruminate a lungo: “…vi sono alcuni che si sono fatti eunuchi per il regno dei cieli: chi può capire, capisca”. E lui capisce che deve reagire per fare la scelta che da tempo ha in animo. Teme che il gioco si faccia più ardito, pericoloso. Sente e non sottovaluta l’amabile forza del tuo fascino con il quale lui, così riservato e pudico ma anche consapevole di possedere un cuore debole e sensibile, non intende misurarsi. Ad un certo momento, decide che bisogna tagliare corto. Occorre una risoluzione decisa, pronta, irreversibile: “Non posso!”.

In vena di confidenze come sono, potrei spiegarti anche come ha pregato quella notte quel bravo ragazzo. Spenta la luce, appoggiato sul fianco, ha cominciato a sussurrare così:

  • Signore che mi scruti e mi conosci, tu lo sai che il mio cuore oggi è rimasto molto turbato da una lettera inaspettata.
  • E’ da una vita che cerco il tuo volto, che pongo in te ogni aspirazione.
  • Cosa vuoi dirmi con questa richiesta, che non sono fatto per salire il tuo santo monte? Lo so che sono richieste mani innocenti e cuore puro e riconosco per primo di non esserne degno, ma Tu lo sai che ti amo (Domine, tu scis quia amo te!).
  • Tu sai anche Signore che la sollecitazione di Lucia mi ha sconvolto.
  • E’ tutto il giorno che mi tornano in mente i suoi occhi che ho avuto modo d’incrociare più d’una volta.
  • E’ bella, dolce, simpatica. Mentirei a me e a te se non ammettessi che mi piace.
  • Ma io ho già scelto di essere solo tuo. Nei miei pensieri ci sei solo Tu perché mi sento rapito dal tuo amabilissimo Cuore, fonte di ogni mia consolazione.
  • Gesù, questa giornata è stata popolata da immagini, voci e ombre.
  • Tu sai che anche nel mio cuore, nelle mie mani c’è fuoco.
  • Indirizza questa energia secondo i tuoi imperscrutabili disegni.
  • Gesù, mia unica gioia, ti chiedo con tutte le forze di essermi vicino quando cammino,
  • di parlarmi quando lavoro,
  • di rivelarmi la tua presenza quando mangio,
  • di rendere sereno il mio sonno
  • e di vegliare il tuo servo perché non si turbi il suo cuore.
  • Domani non so come rispondere a Lucia.
  • Ispirami parole di saggezza e apri i suoi orizzonti.
  • Madonna Santa, stammi vicino. Così sia.

Forse ora, Lucia, ti sarà più facile capire cosa stesse succedendo nel suo cuore. Egli era già stato sedotto da un altro grande Amore. E con Lui tu non potevi competere.

Con il senno di poi, ora che ti sei resa conto di avere avuto un ruolo determinante nella vita del Dr. Erminio Pampuri, devi ringraziare Dio che t’ è andata così. Ma ci pensi? Quel bel giovanotto, senza volerlo, ha suscitato in te calde emozioni, ti ha fatta sognare e perfino osare di chiedergli la mano. Meno male che s’è tirato subito indietro! Ti rendi conto che ti ha evitato di restare vedova a soli trent’anni?

A questo punto, visto il tuo forzato coinvolgimento in questa singolare storia d’amore, è utile che cerchi di spiegarti anche la dimensione profetica della verginità e del celibato. Sono certo che capirai e dal tuo palato scomparirà l’amarezza di questi giorni.

Il Vangelo è molto esplicito: “Vi sono alcuni che non si sposano per il regno dei cieli”. Costoro in realtà non aspettano qualcosa che verrà ma stabiliscono già da ora un rapporto di relazione diverso: si tratta di un’unione anticipata con Cristo, che stabilisce già prima ciò che verrà nell’al di là, dove i resuscitati “non prendono moglie né marito e nessuno può più morire, perché sono uguali agl’angeli”.

La risposta di Gesù agli apostoli che chiedevano spiegazioni è questa: “ Non tutti possono capirlo, ma solo coloro ai quali è stato concesso. Vi sono infatti eunuchi che sono nati così dal ventre della madre; ve ne sono alcuni che sono stati resi eunuchi dagli uomini; e vi sono alcuni che si sono fatti eunuchi per il regno dei cieli: chi può capire, capisca” (Mt 19,10-12).

P.S.

Cara Lucia,

quando ho cominciato a scriverti, non ero stato informato che la lettera del Dr. Pampuri era molto più lunga. Le mie considerazioni non mutano. Ora mi accorgo però che Erminio ha cercato di motivare la sua rinuncia definitiva chiamando in aiuto l’Apostolo Paolo:

“…A questo mi sono sentito confortare anche da quanto dice s. Paolo in una lettera a quelli di Corinto: “Se tu sei libero, dice egli, non ammogliarti”. E ne spiega la ragione poco più innanzi: “Colui che è senza moglie, ha sollecitudine della casa del Signore, del come piacere a Dio. Chi invece è ammogliato, ha sollecitudine delle cose del mondo, del come piacere alla moglie, ed è come diviso”.

Lo stesso dice anche alle figliuole, a riguardo delle quali dice anzi ai genitori nella stessa lettera: “Chi unisce in matrimonio la propria figliuola fa bene, e chi non la lega fa meglio” . Non deve perciò angustiarsi di questa mia risposta, quella buona giovane da Lei accennata, poiché se il Signore che tutto dispone in numero, peso e misura per la maggior gloria sua, ed il nostro massimo bene, se il Signore vorrà proprio chiamarla allo stato matrimoniale, non mancherà di mandarLe un più degno e santo sposo, come già mandò a Sara il figliuolo del santo Tobia.

Che se invece volesse legare più intimamente a Se la di Lei anima buona con una dedizione più completa, e con un sacrificio più generoso della propria vita, in un fecondissimo apostolato di bene, di cui ha tanto bisogno questa nostra povera disgraziata società, ne ringrazi infinitamente il Signore poiché non potrebbe indicarLe via più sicura, per sé e per i propri genitori (dove infatti potremo sentirci più sicuri che in un perfetto e completo abbandono in Dio?), né più atta a soddisfare le nobili e sante aspirazioni di un’anima nobile, poiché dice s. Agostino:” Tu hai creato l’anima nostra per Te, o Signore, e l’animo nostro, il nostro cuore è sempre inquieto finché non riposi in Te”.

La prego quindi, o buona Signorina Luigina, di volermi scusare per la mia risposta negativa, mentre vivamente mi raccomando alle sue orazioni”.

Lucia cara, bella come Erminio ti vedeva, di dentro e di fuori, egli ha provato a invaghirti. Ma per il suo Signore. Tu gli hai proposto una buona opportunità e lui ti ha sfoderato una lusinghiera controproposta: da umile moglie di medico condotto, quale saresti stata, avrebbe voluto fare di te una regina ed introdurti nel talamo nuziale dell’Altissimo. Te ne rendi conto ?

Ho rimarcato di proposito alcuni termini perché tu possa cogliere tutta l’intensità della sua anima così protesa verso altri lidi.

Mia cara Lucia, sono certo che lo Spirito Santo illuminerà la tua mente e ti farà capire quel gesto di Erminio che ti ha soltanto fatto soffrire. In fondo, anche la tua è stata una collaborazione al piano di Dio su di lui. Il risultato della tua disponibilità a metterti in gioco è un dono fatto alla Chiesa universale che oggi onora quel santo che tu, da lontano, hai amato per prima e sofferto con lui il martirio del cuore.

Vorrei dirti un’ultima cosa: il nostro non è un Dio triste, né un Dio che ci vuole tristi. Anzi, è così preoccupato della nostra felicità che ci indica un cammino o ci chiama a realizzare un progetto, grazie al quale condividiamo la Sua stessa gioia, e al di fuori del quale c’è per noi solo inquietudine. Credimi, una parte di questa eredità sarà anche tua. E proprio Erminio si farà per te, Lucia, premuroso procuratore.

SAN RICCARDO PAMPURI: 80° DI CONSACRAZIONE RELIGIOSA

 

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Chiesa di Sant’Orsola in Brescia

Qui  San Riccardo Pampuri ha emesso la professione religiosa con i voti di povertà, castità, obbedienza e ospitalità, il 24 Ottobre 1928.

 

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L’ Ospedale Sant’Orsola  a Brescia,  dove San Riccardo Pampuri ha trascorso il noviziato e il periodo di vita consacrata.

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è in festa con noi

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San Riccardo Pampuri e Santa Teresa di Gesù Bambino - infanzia spirituale

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A nome di tutti: sofferenti, confratelli, collaboratori, benefattori, parenti ed amici, Compagnia…

 

Deo gratias!

Brescia, Noviziato, 6 ottobre 1928

Carissima Sorella,

San Giovanni di Dio aiutato da San Raffaelef-q-angel                                      benché indegnamente, sono stato ammesso alla professione, ed il 24, giorno diSan Raffaele Arcangelo, dovrò fare i voti. Come ben comprendi, ho tanto bisogno delle tue preghiere per poterli presentare al Signore con tanta sincerità, fermezza e generosità da meritarmi da Lui la grazia della fedele osservanza.

Pur non potendo fare assegnamento sulla mia grande miseria, ma solo nellaiuto del Signore, ed anzi, appunto perciò, non mi sento più preoccupato o angustiato dal passo solenne che sto per compiere, poiché mi sembra che Nostro Signore Gesù non potrebbe gradire l’offerta, il dono della mia libertà, se presentata al suo Divin Cuore con animo inquieto e volto ammusonito. Bando dunque alle malinconie  ed andiamo incontro allo Sposo Celeste col cuore riboccante di riconoscenza e di gioia!, non è vero, Sorella carissima?

Mi restano ancora un po’ di giorni e soprattutto i santi Esercizi per prepararmi; prega adunque che abbia da bene aproffittarne, da comprendere sempre meglio il grande dono che il Signore mi fa chiamandomi al suo servizio, sempre meglio penetrare nel mistero della sua illimitata misericordia verso di me, del suo infinito amore, e riscaldare ed infiammare pure  il mio fra le vampe di Divina Carità traboccanti del  Cuore SS. di Gesù Cristo.

In quel giorno felice non dimenticherò certo la mia Suor Longina ed al comune Celeste Sposo domanderò per lei un apioggia abbondantissima delle più elette Sue benedizioni e quella, sopra tutte, della finale perseveranza dopo un continuo  progresso  nella  virtù  ed  aumento  di  meriti.

Gradisci pertanto i più cordiali e fraterni saluti dal tuo

                                                                                                           sempre aff.mo in C. J.

                                                                                                                    Fra Riccardo

San Riccardo Pampuri x

Il medico San Riccardo Pampuri

Cuore di San Riccardo Pampuri

IL CUORE DI SAN RICCARDO (Casa di Riposo Fatebenefratelli – Trivolzio

san riccardo pampuri 02“Quanta miseria… e quanta stoltezza in questo mio povero cuore, e quanta grettezza! Non basta a commuoverlo nemmeno l’amore lnfìnito di un Dio che si fà uomo, bambino, per lui, per cancellare il cumulo delle sue iniquità, a prezzo di tante pene, di tanti tormenti, di tutto il suo Divin Sangue.” (Lettera 23-11-1925 ).

San Riccardo Pampuri nell'urna dopo il restauro in cera

 

SAN RICCARDO PAMPURI – ITINERARIO SPIRITUALE ED EPISTOLARE LETTO CON GLI OCCHI DEL CARD. CARLO MARIA MARTINI – Angelo Nocent

San Riccardo Pampuri: Eccomi !

SAN RICCARDO PAMPURI – ITINERARIO SPIRITUALE ED EPISTOLARE LETTO CON GLI OCCHI DEL CARD. CARLO MARIA MARTINI

Angelo Nocent

PREMESSA

Il Dr. Erminio Pampuri, da poco novizio dei Fatebenefratelli nel Convento-Ospedale di Brescia Sant’ Orsola, col nome di Fra Riccardo, così scriveva l’8 dicembre 1927 al nipote Giovanni che gli comunicava di sentirsi chiamato dal Signore a servirLo nel Sacerdozio:

Quale grande grazia! Essere scelto fra tanti e tanti ad essere sale della terra, luce del mondo, amico intimo di Dio e poter far discendere Gesù stesso sugli altari e la sua grazia, il suo perdono, la sua pace sulle anime,disporre con pieni poteri del tesoro divino dei meriti di N. S. Gesù Cristo, della sua SS. Passione e morte!”.

Riccardo appartiene alla numerosa schiera di coloro che hanno appreso la lezione evangelica delle parabole e di questa in particolare:

  • Voi siete il sale della terra,
  • voi siete la luce del mondo,
  • la vostra luce risplenda,
  • vedano le vostre opere buone”( Mt 5,13-16)

.Anch’ egli si è sentito interpellato direttamente dalle parole del Maestro, pronunciate dopo le Beatitudini.

Il sale della terra, la speranza del mondo, sono coloro che permettono alla terra di non inaridire, di non marcire, perché il coraggio che hanno nel proclamare la fede salva l’umanità.

Riccardo si è posto in una condizione di società alternativa, di persone che di fronte alla società che privilegia il successo, l’effimero, il provvisorio, il denaro, il godimento, la potenza, la vendetta, il conflitto, la guerra. Egli sceglie la pace, il perdono, la misericordia, la gratuità, lo spirito di sacrificio.

Egli ha scelto di vivere le beatitudini ed ha fatto pienamente sue le quattro affermazioni di Gesù e la sua esortazione.

Si tratta di “affermazioni metaforiche, simboliche, non facili da interpretare” , spiega il Card. Martini.

“Ogni simbolo viene svolto in maniera sintatticamente diversa:

La prima metaforaè la più elaborata: “Voi siete il sale della terra” (affermazione in positivo), .”ma se il sale perdesse il sapore, con cosa lo si potrà rendere salato?” (la stessa cosa è detta in negativo).

  • Segue una conclusione che mostra gli effetti disastrosi del sale scipito: “A null’ altro serve che a essere gettato via e calpestato dagli uomini”.

  • Gesù quindi dice: o siete discepoli autentici o siete zero, o siete da buttar via, da disprezzare, siete degli infelici, degli spostati; voi siete il sale della terra, ma se di fatto non lo siete, non siete nulla.”

  • Non solo, poiché il quadro di pensiero che sta dietro sembra essere sapienziale ed il sale era immagine della sapienza, una volta diventato insipido, raffigurava una persona diventata stolta e insipiente

La seconda affermazioneè un’altra metafora, appena accennata, anch’essa straordinaria: “Voi siete la luce del mondo”. È sorprendente, o Signore, [commenta il cardinale] che tu ci chiami luce, perché tu stesso sei la luce, come hai detto: “Io sono la luce del mondo”; tu non hai paura di dire a ciascuno di noi che siamo luce del mondo se viviamo le beatitudini evangeliche!

La terza affermazione cambia completamente. Usa l’immagine della città, esprimendola innegativo: “Non può restare nascosta una città collocata sopra un monte”. A dire: se siete discepoli, siete visti e giudicati da tutti, non potete nascondervi, tirarvi indietro; se accettate la via del discepolato, avete una responsabilità pubblica che nessuno vi può togliere.

L’ultimo paragone è un po’ simile alla metafora della luce. Mentre però, “la luce del mondo” faceva pensare piuttosto al sole, alla luce della creazione iniziale, qui si parla più modestamente di lucerna. Sappiamo che anche una lucerna piccola illumina un luogo buio. Gesù la descrive con un paradosso: “Non si accende una lucerna per metterla sotto il moggio”, sotto quel secchio, più o meno grande, che è una misura per contenere il grano.

Certo è ridicolo coprire una lucerna con un secchio, però noi facciamo di queste cose ridicole quando non viviamo secondo il vangelo pur chiamandoci cristiani. Una lucerna va messa sopra il lucerniere, perché faccia luce a tutti quelli che sono nella casa.. Notate l’apertura cattolica, universale: a tutti quelli che sono nella casa, credenti e non, discepoli e non, vicini e lontani. Voi siete luce per tutti. Siete luce del mondo, non dei buoni, dei cristiani, di quelli che ci stanno, ma del mondo intero, siete il sale della terra, della terra che produce il cento per uno e di quella arida, disperata, affamata. Voi siete per tutti.

Gesù, dopo aver sottolineato la responsabilità del cristiano che accetta di essere discepolo, conclude con una esortazione, che riguarda in particolare la metafora della luce; ovviamente riprende anche il tema del sale e della città. “Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini”. Può sembrare una contraddizione per chi conosce bene il Discorso della montagna, là dove dice: “Guardatevi dal praticare le vostre buone opere davanti agli uomini; quando preghi, chiudi la porta della tua stanza; quando fai l’elemosina, non suonare la tromba”.

C’è dunque un’apparente contraddizione fra le due esortazioni, ma noi comprendiamo bene che cosa significano l’una e l’altra. Gesù vuole che compiamo il bene per se stesso, senza cercare gratificazioni, soddisfazioni, compensi. Tuttavia il bene non può non riverberarsi intorno. Abbiamo la responsabilità di fare il bene per amore, e non per essere visti: “Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al Padre vostro che è nei Cieli”.

Spiega il Cardinale che “Sono tre momenti progressivi e potremmo paragonarli al frutto di un albero. Il frutto è bello quando è maturo sull’albero; è bello quando viene mangiato; è bello e buono quando nutre interiormente e lascia soddisfatti.

  • Voi siete luce per gli altri quando volete vivere il vangelo, quando siete decisi ad essere discepoli;

  • siete nutrimento per gli altri quando compite le opere evangeliche;

  • siete motivo di gloria a Dio quando queste opere sono colte da altri.

Ma quali sono queste opere buone che dobbiamo far risplendere?

Non dobbiamo cercarle lontano.Non sono quelle classiche del giudaismo (preghiera, elemosina, digiuno), bensì le opere del Discorso della montagna:

  • mitezza,
  • povertà,
  • gratuità,
  • misericordia,
  • perdono,
  • abbandono a Dio,
  • fiducia,

 

fare agli altri ciò che vorremmo fosse fatto a noi.

È il Discorso della montagna che risplende e crea quella società alternativa che non permette alla società di corrompersi del tutto. È un po’ come la preghiera di Abramo a Dio per Sodoma: “Se ci saranno almeno dieci giusti, salverai la città.”

Riccardo nel suo tempo ha avvertito ed assunto la sua grande responsabilità nei confronti del mondo di essere fra coloro che sono sale e luce della città e della terra. Perché, se c’è tale speranza, questo sale e questa luce daranno speranza a molti.

Progressivamente ha avvertito la chiamata ad una missione, dapprima circoscritta, l’università, la Condotta Medica, la Chiesa locale, poi, attraverso l’Ordine Ospedaliero, verso il mondo intero. Una missione che in Convento troverà riassunta in una parola che diventerà anche professione di un voto: ospitalità. Con il farsi tutto a tutti, l’ essere luce, sale, lucerna sul lucerniere, città sul monte, senz’accorgersene, s’è ritrovato santo. E la Chiesa locale se n’è accorta subito, il giorno stesso del funerale.

Egli ha ben capito che sarebbe stato un controsenso se si fosse accontentato di una vita mediocre, vissuta all’insegna di un’etica minimalista e di una religiosità superficiale. Ha preferito puntare in alto, prendere il largo, adottando con convinzione questa misura alta della vita cristiana ordinaria.

Il Card. Martini è solito ripetere che è più facile essere santi che mediocri. Perché essere mediocri significa portare la vita cristiana come un peso, lamentandosi, amareggiandosi, rammaricandosi; la santità, invece, è luminosità, tensione spirituale, splendore, luce, gioia interiore, equilibrio, limpidità.

Il Pampuri per nulla intimidito dal vocabolo “santità” ha capito e dimostrato che farsi santi non vuol dire arrampicarsi sui vetri o vivere in un eroismo impossibile, solo di pochi. Ha capito che la santità non è opera personale, ma è partecipazione gratuita della santità di Dio, quindi è una grazia, un dono prima di essere frutto del proprio sforzo. E perciò va chiesto ripetutamente, ogni giorno, come il pane.

Le sue lettere stanno a Indicare che tutta la sua persona (mente, cuore, mani, piedi) l’ha inserita nella sfera misteriosa della purezza, della bontà, della gratuità, della misericordia, dell’amore di Gesù. Lui si è consegnato totalmente, nella fede, nella speranza e nell’amore a Gesù, al Dio della vita; una consegna attuata nella vita quotidiana vissuta con amore, serenità, pazienza, gratuità, accettando le prove e le gioie di ogni giorno con la certezza che tutto ha senso davanti a Dio, tutto è valido e importante.

Al nipote, proprio per esperienza personale, si sentiva di poter dare alcuni suggerimenti:

Sii poronto e generoso alla sua chiamata, non spaventarti della grandezza alla quale egli ti vuole, ricordati sempre che siamo figli di Dio, chiamati a farci santi nel servizio del Signore (ciascuno nello stato in cui il Signore lo vuole); vuoi che Egli dopo averti chiamato ti lasci pi mancare le grazie necessarie? Sarebbe aasurdo il pensarlo: Egli che ci ha dato il più, cioè tutto Se stesso, vuoi che non ci dia anche il meno?” (ibidem)

Messo a confronto con la lettera di Paolo agli Efesini si capisce che Riccardo, lui così concentrato sulle Lettere di San Paolo, rivela di essersi lasciato interrogare dalla Parola e di aver saputo cogliere l’insegnamento della sublime pagina dell’Apostolo, talmente ricca da far emergere cose nuove ad ogni lettura:

  • Benedetto sia Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo, che ci ha benedetti con ogni benedizione spirituale nei cieli, in Cristo. In lui ci ha scelti prima della creazione del mondo, per essere santi e immacolati al suo cospetto nella carità, predestinandoci a essere suoi figli adottivi per opera di Gesù Cristo, secondo il beneplacito della sua volontà.

  • E questo a lode e gloria della sua grazia, che ci ha dato nel suo Figlio diletto; nel quale abbiamo la redenzione mediante il suo sangue, la remissione dei peccati secondo la ricchezza della sua grazia.

  • Egli l’ha abbondantemente riversata su di noi con ogni sapienza e intelligenza, poiché egli ci ha fatto conoscere il mistero della sua volontà, secondo quanto nella sua benevolenza aveva in lui prestabilito per realizzarlo nella pienezza dei tempi: il disegno cioè di ricapitolare in Cristo tutte le cose, quelle del cielo come quelle della terra.

  • In lui siamo sta-ti fatti anche eredi, essendo stati predestinati secondo il piano di colui che tutto opera efficacemente conforme alla sua volontà, perché noi fossimo a lode della sua gloria, noi, che per primi abbiamo sperato in Cristo.

  • In lui anche voi, dopo aver ascoltato la parola della verità, il vangelo della vostra salvezza e avere in esso creduto, avete ricevuto il suggello dello Spirito santo che era stato promesso, il quale è caparra della nostra eredità, in attesa deIIa completa redenzione di coloro che Dio si è acquistato, a lode della sua gloria” (Ef 1,3-14).

Quella che Paolo scrive alla comunità di Efeso è una lettera contemplativa e che inizia con una grande visione sintetica della storia di salvezza. Il Card. Martini, parlando ai giovani del XV GMG di Roma, dice che ogni volta che lo leggiamo o lo ascoltiamo, come ci sorprende l’irrompere di una cascata:

“Anzitutto notiamo che è una lunga benedizione: “Benedetto sia Dio… che ci ha benedetti con ogni benedizione“. E’ una splendida preghiera che ripete per ben sei volte la formula in Cristo:

  • Dio ci ha benedetti con ogni benedizione nei cieli -in Cristo”,
  • “in lui ci ha scelti”,
  • “in lui abbiamo la redenzione”,
  • “in lui ha prestabilito di realizzare il suo disegno”,
  • “in lui siamo eredi”,
  • “in lui anche voi avete ricevuto il suggello dello Spirito”;

sei volte si fa riferimento a Gesù come al centro della benedizione. Questo testo è un grande canto di riconoscenza: sei volte si fa riferimento a noi che siamo gratificati, ricolmati di tanti doni: siamo scelti in Gesù, in lui predestinati, in lui eredi…

L’Arcivescovo di Milano, che è per noi una preziosa e sicura guida interpretativa del passo biblico, sia del mondo di osservare introspettivamente l’itinerario spirituale del Pampuri, si chiede:

1. Su quale sfondo va letta la pagina?

La stupenda pagina di san Paolo va letta chiaramente sullo sfondo del suo contrario, cioè della maledizioni della storia: guerre, fame, malattie, povertà, ingiustizie, crudeltà; il mondo sotto il potere del peccato, sotto il dominio del profitto fine a se stesso; il non senso della storia vista come un’avventura cinica, crudele.

E’ su tale sfondo che va letto il testo delle benedizioni di Dio, dell’amore, del perdono e della misericordia di Dio. E allora ci svela l’intenzione di Dio su ciascuno di noi, un’intenzione molto semplice, pure se Paolo la spiega con espressioni talora difficili.

2. L’intenzione di Dio

Il progetto di Dio su di noi è che, in una storia che sembra tanto crudele e senza senso, in una storia intessuta di ingiustizia e di violenze, siamo chiamati a essere in Cristo, in lui destinati a essere santi e immacolati. In Gesù “Dio ci ha scelti prima della creazione del mondo per essere santi e immacolati al suo cospetto nella carità“. E’ quanto dobbiamo approfondire nella nostra catechesi: in Gesù noi siamo stati voluti da Dio; il mondo, tutto ciò che esiste è stato fatto per Gesù e per noi perché noi siamo una cosa sola in lui. “

Ciò premesso, il Martini cercare di farci comprendere meglio il significato della parola “santi”. “Santi vuol dire essere divini, entrare nella sfera del divino. La santità è una dimensione anzitutto ontologica prima di essere una dimensione morale: essere in Dio, in Gesù, essere figli.

Di conseguenza, immacolati, senza macchia.

Si esprime dunque della santità sia la radice profonda –essere in Gesù– sia le conseguenze etiche -essere immacolati-. I due termini ritornano al c.5 della stessa lettera agli Efesini, là dove Paolo sottolinea: “Cristo ha amato la Chiesa e ha dato se stesso per lei, per renderla santa, purificandola per mezzo del lavacro dell’acqua accompagnato dalla parola, al fine di farsi comparire davanti la sua Chiesa tutta gloriosa, senza macchia né ruga o alcunché di simile, ma santa e immacolata” (vv.25-27).

La Chiesa, tutti noi siamo chiamati a essere santi e immacolati in Gesù.

E’ straordinaria questa intenzione di Dio

  • di fare di ciascun o una sola cosa in Cristo e di fare di noi una cosa santa, cioè la Chiesa;
  • di renderci divini, di purificarci da ogni macchia di egoismo, di odio, di amor proprio;
  • di renderci figli nel Figlio -“predestinandoci a essere suoi figli adottivi per opera di Gesù Cristo, secondo il beneplacito della sua volontà“-, portatori nel mondo della presenza di Gesù.”

Riccardo si è interrogato come noi e reso cosciente dell’immensità della divina chiamata a essere santi. Le parole “santo, santità” hanno suscitano certamente anche il lui un brivido di timore pensando che essere santi significasse essere bravissimi, compiere chissà quali sforzi.

Al nipote non nasconde ciò che lui stesso sta vivendo da novizio:

Il Signore però, chiamandoti alla vita sacerdotale, non intende chiamarti ad una vita comoda e tranquilla poiché Gesù ai suoi Discepoli ha detto che non potevano pretendere trattati meglio di Lui, che era il Maestro: avrebbero patito come Lui doveva patire, sarebbero stati con Lui crocifissi con le più svariate persecuzioni e croci; come Egli aveva aperto una guerra a fondo, irriducibile contro il mondo, i suoi errori ed i suoi vizi, così essi avrebbero dovuto continuare tale guerra, senza quartiere e senza patteggiamenti prima in se stessi nella propria anima, nel proprio cuore per santificare e infiammare se stessi (“Se il sale diventa insipido, a che servirebbe, se non ad essere calpestato?) e poi nelle anime degli altri per santificarle ed infiammarle dell’amore santo di Gesù e della sua Croce”. (ibidem)

Ma si è anche reso conto che la lunga pagina delle benedizioni enunciate dall’Apostolo fa sapere che tutto è assai più semplice. Essere santi vuol dire lasciarsi amare da Dio, lasciarsi guardare da Dio come Dio guarda Gesù, vuol dire essere figli con e in Gesù, essere amati, lavati, perdonati da Gesù.

Nulla però [i Discepoli] avevano da temere, Egli ha vinto il mondo, ed essi pur lo vincerebbero con la sua grazia, basterebbe confidare in Lui, pregare Lui, restare uniti con Lui, Egli avrebbe loro ispirato per mezzo dello Spirito Santo ciò che avrebbero dovuto fare e dire; uniti a Lui avrebbero potuto compiere ogni cosa, superare ogni ostacolo: “Omnia possum in Eo qui me confortat.

Il Pampuri ha capito che essere santi è davvero un problema di Dio prima che nostro, un problema che tocca a Dio risolvere. Come Teresa di Lisieux, anche lui si è semplicemente lasciato amare, non si è irrigidito né spaventato. E’ prevalsa in lui piuttosto la meraviglia:

  • quanto mi ami, o mio Dio!
  • quanto mi ami, o Gesù che vuoi essere tutto in me,
  • che vuoi unirmi a te
  • per insegnarmi a vivere, ad amare,
  • a soffrire e a morire come te!

Figlio del suo tempo, da bravo e valoroso caporale che sul fronte si è meritato anche una medaglia, sa come si deve rispondere al Superiore che chiama e così consiglia il nipote:

Coraggio adunque e generosità: se senti la chiamata del Signore, se il tuo Confessore te lo consiglia, segui tale chiamata, rispondi da buon soldato di Cristo, come i Santi: “Adsum – eccomi!”, mettiti nelle sue paterne divine braccia senza le eccessive preoccupazioni che la prudenza umana (dal Signore chiamata stoltezza) suole far sorgere per spegnere il fuoco santo che il Signore vuole accendere i noi: “Ignem veni mittere, ed quid volo nisi ut accendatur ?

Lasciando operare Dio in lui, sono emersi, a poco a poco, i passi, le caratteristiche, i momenti che hanno ritmato la sua santità. Questa disponibilità lo ha reso

  • contemplativo e amante della preghiera, gustata e sempre più allargata, fino a perdere la cognizione del tempo;
  • coerente con la sua fede, ha trasmesso ai coetanei e alla sua gente speranza di eternità, fiducia, sorriso, contentezza, serenità, tanti atti di generosità, di servizio, di disponibilità, di gratuità, testimoniato che la santità è possibile;
  • generoso nel servizio ai fratelli malati della sua Condotta Medica, vegliandoli anche la notte, mai calcolatore, mettendo mano al portafogli per le medicine o il macellaio;
  • membro attivo della Chiesa nelle diverse iniziative (Azione Cattolica, Banda, Esercizi Spirituali, Visite eucaristiche…) trasfondendo vivacità, disponibilità, amore, capacità di perdono…;
  • artefice di socializzazione e costruttore di pace e concordia, cominciando dalla famiglia, dalla parrocchia, dal piccolo gruppo, dicendo parole di benevolenza, di comprensione, di accoglienza, di condivisione.

Riccardo ha capito che il donare Gesù agli uomini, il condividere il tesoro che possedeva, non era un compito fra gli altri né un’attività che uno si assume come può. Egli lo ha fatto scopo della sua vita, tutta protesa in quest’ottica.

Se è legittimo chiedersi come abbia potuto realizzare un così impegnativo progetto di vita, come abbia fatto a tradurre le caratteristiche della santità nella quotidianità, la risposta, se vogliamo, è semplice:

  • LA PAROLA DI DIO. In anni in cui lo studio e la lettura della Sacra Scrittura erano penalizzate, Egli intuitivamente è rimasto in costante ascolto della Parola. Il Vangelo è diventato il suo tesoro più prezioso e dall’Imitazione di Cristo è stato spronato a leggerlo. Se essere santi significa essere come Gesù, in Gesù, è proprio il Vangelo, letto e meditato quotidianamente, che mette in noi la vita, i sentimenti, i giudizi, i pensieri, le azioni di Gesù.

A tal proposito così scriveva il Dr. Erminio Pampuri a un certo Sig. Milani il 5 dicembre 1924:

La lettura del S.Vangelo quanto più ripetutamente e attentamente si fa, con la volontà decisa e lo sforzo di applicarne le massime divine alla pratica della vita la Lectio Divina diremmo noi oggi), tanto più è compresa nel suo significato materiale, morale e mistico. E’ soprattutto lo sforzo sincero di applicarlo quello che fa sempre meglio comprendere lo spirito del Vangelo. E’ inoltre indispensabile per la giusta interpretazione la spiegazione di esso, e appunto per questo soprattutto è stato istituito da Gesù Cristo l’infallibile magistero della Chiesa”.

E ancora: “Nella lettura del Vangelo come di tutta la Sacra Scrittura, torna di gran giovamento il tener presente queste parole dell’autore dell’”Imitazione di Cristo”. E cioè: “Quando alcuno sarà più in sé raccolto e semplice di cuore, tanto maggiori e più sublimi dottrine ei comprenderà senza fatica: perché di sopra (cioè da Dio) riceve il lume della intelligenza”, libro I,cap.III

La nostra curiosità ci è spesso di ostacolo nella lettura delle Sacre Scritture, quando vogliamo capire e discutere, dove sarebbe da passarvi sopra semplicemente. Se tu vuoi cavarne profitto, leggile con umiltà, con semplicità e con fede”, libro I, cap.V”.

E San Gregorio Magno dice:

Se la Scrittura contiene in sé i misteri atti ad esercitare gli uomini più illuminati, essa contiene anche verità semplici atte a nutrire anche gli umili e i meno sapienti, ella porta al di fuori di che allattare i bambini, e di dentro, nei suoi più secreti significati, di che riempire d’ammirazione le menti più sublimi; simile ad un fiume così basso in certi luoghi che un agnello vi può passare a guado, e così profondo in certi altri, che un elefante vi potrebbe nuotare”.

  • L’EUCARISTIA. Fin dalla tenera età ha attinto vigore dai sacramenti, specialmente dall’Eucaristia e dalla Penitenza”. In entrambi ha ritrovato il sostegno per le sue debolezze, la forza di riprendere ogni giorno a essere come Gesù, ad essere santo.

L’Eucaristia è rivelatrice della verità di Gesù in tutta la sua interezza. Ed è insieme la rivelazione della verità del discepolo. Gesù viene dal cielo, Gesù è colui che si offre per la vita del mondo. Sono questi i due aspetti che definiscono Gesù nella sua persona e nella sua missione. E il discepolo è colui che mangia e beve la carne e il sangue di Gesù. In altre parole, è colui che riconosce l’origine di Gesù e il suo significato di salvezza e, di conseguenza, l’accoglie e la condivide.

Lui, prete mancato, perché non accolto dai gesuiti per malferma salute, dopo aver partecipato con entusiastico ardore al Congresso Eucaristico Nazionale di Genova nel settembre 1923, così scrive: “Quali tesori, quali torrenti di grazie ha riversato Gesù Eucaristico durante quel suo glorioso trionfo!…Dal gaudio di quei felici momenti, ben si può comprendere, per quanto lo permette la nostra mente limitata, qual gaudio infinito di perfetta felicità si compenetrerà nella beatifica visione diretta di Dio in Cielo ( 6 ottobre 1923).

Sono sintomatiche le parole che sono state scolpite sulla sua tomba, segno evidente di una sensazione avvertita e diffusa: “NEL SECOLO E NEL CHIOSTRO ANGELICAMENTE PURO, EUCARISTICAMENTE PIO, APOSTOLICAMENTE OPEROSO”.

  • LA SILENZIOSA VIA DELLA CROCE. L’attaccamento a Gesù deve superare ogni altro legame. Il primato di Gesù non va solo affermato e riconosciuto a parole, ma concretamente nella sequela: «Chi non prende la sua croce e non mi segue, non è degno di me». La via della Croce è un modo nuovo di vedere le cose e di agire, di valutare e di scegliere: la via della Croce è la via del dono di sé, della solidarietà, della rinuncia a fare della propria persona il centro attorno a cui tutto deve ruotare. Ma nessuna paura: questa logica, così diversa da quella abituale, non è generatrice di morte, ma di vita: «Chi avrà perduto la sua vita per causa mia, la troverà».

La meditazione della passione e morte di Gesu è stata per lui “di stimolo continuo ed efficace a sopportare le croci, ad amarle, a desiderarle per amor suo con quell’ardore vivissimo col quale Egli sospirò di portare quella croce pesantissima (10 aprile 1924).

  • LO SPIRITO DI RACCOGLIMENTO E DI UNIONE CON DIO. Il motivo lo si può trovare perfino nei suggerimenti espressi a suo nipote: “Non chiacchierare troppo, ma abituati a tacere ed a restare un po’ raccolto in te stesso, poiché la bottiglia aperta lascia svaporare la forza del vino che contiene e lo fa inacidire”.(8 settembre 1928).

  • LA SPIRITUALITA’ DEL SACRO CUORE DI GESU’. In tempi come i nostri in cui, nonostante l’autorevole enciclica di PIO XII “Haurietis aquas”, la devozione al Sacro Cuore è, senz’altro, in crisi, è utile soffermarsi e dilungarsi su questo punto che ha caratterizzatola la chiesa della prima metà del ‘900 e la spiritualità del Pampuri in particolare. Proprio perché rimane ancora valida l’osservazione di Karl RAHNER che “non esclude l’ipotesi che la devozione al Sacro Cuore, da popolare diventi una devozione dei Santi, degli spirituali, dei mistici, i quali troveranno, come in un punto ardente, la risposta dell’unico Cuore alle supreme istanze del loro cuore umano”, è il caso di sottolineare che Riccardo ha saputo cogliere nel segno.

La spiritualità del S. Cuore, è in verità “l’anima di tutte le devozioni”, perché ci fa vivere pienamente la MEDIAZIONE del Verbo incarnato; ci fa rapportare alla seconda Persona della Trinità, accogliendolo nella sua duplice natura di UOMO-DIO.

La spiritualità del Cuore di Gesù è un modo di sentire e di vivere tutto il mistero di Cristo, come mistero d’amore”. Perché, come scriveva PIO XII: “La devozione al Cuore di Gesù è, in sostanza, il culto dell’amore che Dio ha per noi, nel Cristo ed, insieme, la pratica del nostro amore verso Dio e verso gli altri uomini”.

È la spiritualità più CRISTOCENTRICA, la più capace di inglobare e determinare tutta la nostra vita. Con essa “la religione diventa amore”, perché mette al centro – attraverso il simbolismo del cuore – l’amore stesso di Dio, così come si rivela nell’AT in Os 11,1.3-4; 14,5-6; Is 49,14-15: Ct 2,2: 6,2; 8,6; e come ce l’ha manifestato Gesù nel NT (cf. Gv 19,37; Lc 15).

  • GLI STESSI SENTIMENTI DI CRISTO GESÙ” (Fil 25 ) . II Cuore di Gesù, e ciò che esso significa come relazione personale affettiva, e ci dice quanto un uomo possa percepire l’amore di Dio, e fino a quali potenzialità possa rispondervi (Ef 3,17-19). L’amore di Gesù per ciascuno di noi, è la conseguenza dell’incarnazione e di quella solidarietà che Egli ha con l’umanità intera. San Paolo, che ha meditato e annunciato questo mistero, per esprimerlo conia per noi, dei neologismi, come:

  • con-patire (Rm 8,17),
  • con-crocifiggere (Rm 6,6),
  • con-morire (2Cor 7,3),
  • con-seppellire (Rm 6,4),
  • con-risuscitare (Ef 2,6),
  • con-vivere (Rm 6,8),
  • con-vivificare (Ef 2,5),
  • con-fondati (Rm 6,5),
  • co-eredi (Rm 8,17),
  • con-figurare (Fil 3,10),
  • con-formare (Rm 8,21),
  • con-glorificare (Rm 8,17),
  • con-sedere (Ef 2,6),
  • con-regnare (2Tm 3,10).

Tutto a riprova che “non sono più io che vivo, è Cristo che vive in me” (Gal 2,20).

D’altra parte, il cristiano che è unito al suo Signore, sa che per questa comunione il Cristo co-agisce con il credente quando prega, quando soffre, quando ama.

  • Una PRESENZA viva La Sacrosanctum Concilium, al n. 7, parla delle varie presenze “reali” del Risorto, nella sua Chiesa:nelle azioni liturgiche, nel sacrificio della Messa, nei sacramenti, nella sua parola, nella comunità riunita per la preghiera. In più, ogni cristiano dovrebbe sentire il Signore “presente in sé”, secondo la promessa dello stesso Salvatore (cf. Gv 14,20) Gesù è “nostro contemporaneo”, infatti, Egli è “lo stesso, ieri, oggi e sempre” (Eb 13,8).

  • Quando noi viviamo in santità, – cioé in comunione con Lui – diveniamo co-attori dei misteri della sua vita terrena, sia nella dimensione sacramentale offertaci dall’ANNO LITURGICO, che nell’unione dei cuori, sperimentabile nell’esperienza mistica. Tutta la persona, anche la sua dimensione affettiva, è coinvolta nella vita di Cristo:

  • con tenerezza, per Gesù Bambino;
  • con amicizia, per l’Evangelizzatore di Galilea;
  • con compassione, per l’Innocente sofferente e crocifisso;
  • con adorazione, per il Signore risorto. Presente nella nostra storia.

II Cristo si fa presente nella vita d’ogni cristiano con grazie particolari, soprattutto nei momenti decisionali. A volte, la percezione della sua presenza è così certa, gratuita, illuminante, da avvicinarsi ad una vera “esperienza mistica”.I momenti sono questi:

  • Vocazione, soprattutto quando questa è chiamata ad una vita di speciale consacrazione. Es.: Maria (Lc 1,26-38).
  • Conversione, che non è necessariamente “mutamento di condotta etica, ma nuovo orientamento teologale di tutta la persona e l’esistenza a Cristo”. Es.: san Paolo (At 9,1-8).
  • Sequela, che è l’aspetto conseguente la vocazione e la conversione. Si segue Gesù per “convivere, comunicare e condividere” con Lui (cf. Mc 3,14).
  • Comunità, come luogo al quale porta la vocazione e la conversione, perché in essa e per essa si attua la sequela. Solo nella comunità si ha la certezza di incontrarsi con Cristo (Mt 18,19-20).
  • Missione, che è evangelizzazione e (o) testimonianza, imitando, anche in questo, Gesù, il Messia salvatore.

E’ facile, è possibile vivere così, tendere alla santità?

Non credo si possa affermare che è facile essere santi. Non lo è stato neanche per Riccardo. Ma certamente è molto più bello del contrario e ogni volta che uno ci prova è costretto a dare ragione a tale affermazione. Certo, sembra duro e magari spaventa. Eppure, lo sappiamo tutti, è bello essere in Gesù e come Gesù; è assai più bello del contrario.

  • Perché la negligenza, la pigrizia, la svogliatezza, il cercare sempre e soltanto i propri comodi, è la cosa più triste che ci sia.
  • Invece la santità, l’essere in Gesù, l’avvicinarsi a lui è la cosa più bella in assoluto. Provare per credere.

E’ possibile realizzare questo ideale?

Lo chiediamo all’evangelista Luca. Egli è molto attento non soltanto al servizio e all’assistenza che, ad esempio, le donne svolgono nella comunità, ma anche al loro compito per l’edificazione e coesione della Chiesa (At.9,36; 16,14; 18,26). Epperò, è particolarmente interessato a quello dell’ascolto della Parola. E certamente non si tratta di un ascolto ozioso, inerte, o per un mero fatto culturale e contemplativo; è beato, infatti, chi ascolta la Parola per metterla in pratica.

Egli utilizza i dati in suo possesso per ricostruire una scena ideale, in cui sono illustrati due atteggiamenti sull’accoglienza di Gesù: il servizio generoso di Marta per l’ospite gradito e di riguardo e l’ascolto attento di Maria alle parole del Signore.

L’attenzione al Maestro, l’ascolto della sua Parola è per il discepolo la “parte migliore”, che non gli sarà tolta. Per Luca, ascoltare la Parola non ha nulla a che fare con la contemplazione oziosa, bensì sfocia nell’azione concreta ed esigente (Lc.8,15). Se questo vale per ogni cristiano, tanto più diventa essenziale per coloro che “lasciando ogni cosa per amore di cristo, lo seguono come l’unica cosa necessaria (Lc.10,42, ascoltandone le parole (Lc.10,39), pieni di sollecitudine per le cose sue”.

Maria di Betania, senza rendersene conto, sta realizzando in quel preciso istante la definizione dell’essere umano, chiamato l’unità del fare e dell’ascolto. Che cosa significa essere uomini o donne? E’ scoprire il mistero di noi stessi nell’ascolto della Parola di Uno, più grande di noi, che avendo fatto il nostro cuore, ce ne rivela i segreti.

Maria di Betania è immagine dell’uomo che si autocomprende, che giunge all’autenticità, alla chiarezza del possesso cognitivo di sé ponendosi con umiltà all’ascolto della Parola divina che ci rivela e, nello stesso tempo, ci riempie. Credo si possa affermare decisamente che il mistero dell’ascolto di Maria di Betania è una vera e propria rivelazione della condizione umana che siamo chiamati ad accogliere. Dal nostro essere aperti al discorso di Dio, gratuito e benevolo, noi impariamo che siamo in ascolto, dono, e ci realizziamo nella gratuità.

Ciò che emerge dal fatto è che Riccardo è la testimonianza di un’autocoscienza vigile e di questo ideale realizzato. Egli ha saputo coniugare servizio generoso con l’ascolto attento. E come lui, una miriade di persone. Basterebbe fare un po’ d’attenzione e ci accorgeremmo di essere circondati da santi. Ho provato a indagare superficialmente e subito mi sono accorto di quanti santi solo del ‘900 sono già assurti alla gloria degli altari o vi sono candidati. Senza contare quelli che non lo saranno mai. La santità è, di fatto, in mezzo a noi, sulle strade, sui tram, in metropolitana, non lontana da noi.

Se si pensa che il Signore ha concesso al nostro secolo che appare così secolarizzato, così pagano, di essere il più ricco di santi e di martiri di tutti gli altri secoli, c’è da restare stupefatti. Ed anche da arrossire dalla vergogna a stare dall’altra parte della barricata, fatta di pigri ed oziosi operai nella stessa vigna del Signore.

E, se una lieta notizia ne deriva, consiste nel fatto che Dio ha una Parola per me, per noi, per tutti e possiamo ascoltarla, nel silenzio e nella pace. Da tale ascolto

  • siamo nutriti,
  • cresciamo nella fede,
  • ci realizziamo come essere umano,
  • cresciamo insieme a tanti altri come Chiesa in cammino.
  • A tutti viene assicurata: “Questa parte migliore non ti sarà mai tolta”.

San Riccardo Pampuri  orante

SAN GIOVANNI DI DIO – Lettere dal cielo – 05 FATEVI DISTRIBUTORI DI MISERICORDIA – Angelo Nocent

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FATEVI DISTRIBUTORI DI MISERICORDIA 

San Giovanni di Dio - sanjuandedios2Le vostre Fraternità assomiglino alle aree di servizio che s’incontrano lungo le autostrade. Ciascuno di voi si faccia “benzinaio”, diventi un distributore di misericordia, aperto ventiquattro ore al giorno, dove gli affaticati e stanchi viaggiatori trovino di che rifocillarsi, possano fare un pieno di carburante Super che è la carità di Dio e poi riprendere più speditamente il viaggio della vita. 

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Sento già qualcuno tra voi chiedersi il significato della parola “misericordia “. Avete ragione. Per gli uomini di potere di tante nazioni del mondo questa è una parola rivoluzionaria, che disturba, provoca, irrita. Il motivo è molto semplice: la  misericordia di Gesù è una pratica sovversiva. Il perché è subito detto: perché la misericordia si avvicini a quella manifestata da Dio in Gesù, è necessario che l’aiuto o il sostegno offerto sia capace di concedere il perdono prima che esso venga richiesto e di superare le barriere contro l’amore erette dalle discriminazioni religiose, morali, culturali, razziali e sessuali. 

 San Giovanni d'AvilaVoi capite che la misericordia, così praticata, il farsi prossimo,  ha un carattere di “trasgressione” religiosa e sociale, sovverte l’ordine stabilito. L’incontro con il Santo Giovanni D’Avila per me è stato un battesimo nello Spirito, una rinascita pasquale. Facendo l’esperienza del perdono di Dio che è misericordia, ero inconsapevole in  quel momento che  Lui, mentre operava in me un cambiamento di mentalità mi associava un carisma rivelatosi per gradi. Il Suo dono si è manifestato dandomi viscere di misericordia. E con queste nuove viscere sono finito al manicomio, perché Dio voleva farmi toccare con mano e condividere il disagio, la pena di tanti fratelli. 

Naturalmente quel mio cominciare a trasgredire le regole della convivenza con manifestazioni esteriori, per me era un bisogno di dire a mio modo il Magnificat: “grandi cose ha fatto in me l’Onnipotente e santo è il Suo nome. Ha guardato alla miseria del suo servo…gli ha usato misericordia”. Chi più di me si sentiva indegno di una simile esperienza di perdono che avevo sperimentato attraverso il Santo di Avila? 

 Inconsapevole di essere a mia volta chiamato ad esercitare il carisma della misericordia che si è poi manifestato più palesemente nella chiesa locale e universale, nonostante la mia debolezza e insignificanza,  che potevo fare se non gridare al mondo come un pazzo la mia riconoscenza? E così, nella logica delle cose umane, dove avrebbero dovuto mettermi se non in manicomio?

Quello è stato il sì pronunciato dal servo del Signore che si rendeva disponibile all’azione dello Spirito. Egli aveva coperto la mia anima della sua ombra. Agl’altri pareva di vedere una testa impazzita da riportare in senno a suon di nervate sulla schiena. E così fu, per grazia di Dio, la prima esperienza dell’essere crocifisso con Cristo.

La misericordia è sinonimo di compassione, soffrire con… vivere la passione con…miseris-cor-dare  (in senso lato, non solo soffrire, ma anche godere, rallegrarsi). Il termine normalmente usato nella Bibbia per esprimere l’idea di compassione, splagcnizomai (splanchnizomai), significa abbracciare visceralmente, con le proprie fibre interiori, i sentimenti o la situazione dell’ altro.

Fratelli miei amati, guardate Gesù: fa suo il dolore degli emarginati e degli esclusi della società del suo tempo, introducendolo nella Sua carne e nella Sua storia personale, pagandone il prezzo dell’esclusione e della maledizione. “Maledetto chi muore appeso al legno”, recita un detto del suo tempo.

Tutta la vita di Gesù è una vita “mossa a compassione”:

  • «Egli, sceso dalla barca, vide una grande folla e sentì compassione per loro, e guarì i loro malati». (Mt, 14,14)
  • «Sbarcando, vide molta folla e si commosse per loro, perché erano come pecore senza pastore e si mise a insegnar loro molte cose». (Mc 6,34)
  • «Sento compassione di questa folla, perché già da tre giorni mi stanno dietro e non hanno da mangiare». (Mc 8,2)
  • «Quando fu vicino alla porta della città, ecco che veniva portato al sepolcro un morto, figlio unico di madre vedova, e molta gente della città era con lei. Vedendola, il Signore ne ebbe compassione… ». (Lc 7,12-13)
  • « Gesù andava attorno per tutte le città e i villaggi, insegnando nelle loro sinagoghe, predicando la Buona Notizia del Regno e curando ogni malattia e infermità. Vedendo le folle ne sentì compassione, perché erano stanche e sfinite, come pecore senza pastore». (Mt 9,35-36)

La compassione di Gesù  costituisce una forma radicale di critica perché annuncia che ogni dolore deve essere preso sul serio, che nessuna ingiustizia né sofferenza deve essere “naturalizzata”, concepita come qualcosa di normale o naturale, ma che l’ingiustizia, e la sofferenza che provoca, è sempre una situazione inaccettabile dall’umanità.

Come vedete, fratelli, Cristo è Dio in modo umano; è uomo in modo divino. Di conseguenza l’amore umano di Cristo per gli uomini è la manifestazione e la comunicazione piena, personale e immediata, dell’amore di Dio agli uomini. E’ l’amore di Dio che ci raggiunge nella tenerezza di un cuore umano che è al tempo stesso cuore di Dio. “Poiché questo uomo che io posso indicare con un dito, esiste; posso dire che Dio mi ama e ama gli uomini“.

Di Gesù Cristo che  manifesta e comunica in modo unico l’amore salvatore di Dio, si può dire che Egli è il sacramento per eccellenza dell’amore di Dio. E, siccome questo amore è anzitutto misericordia, potete affermare con rigore che Gesù Cristo è il Sacramento della misericordia di Dio.

Questa non è una pura e fredda affermazione teologica. La condotta del Gesù terreno, testimonia dagli evangelisti, nei confronti di ogni tipo di indifesi, emarginati, peccatori della società del suo tempo è impregnata di questa intenzione esplicita: riflettere e attualizzare l’amore misericordioso del Padre, offrirgli la sua umanità perché in essa Dio si avvicini ai deboli della terra.

Le parabole della misericordia pronunciate da Gesù hanno, fra l’altro, la pretesa di fare un ritratto vivo del volto misericordioso del Padre. Questa affermazione sulla sacramentalità di Gesù è una trasposizione teologica della Parola della Scrittura: “Gesù è la epifania della filantropia di Dio” ( 3,4)

Se questo è il Gesù di cui vi siete fatti discepoli, allora con la stessa forza cercate di difendere e di giustificare il Suo comportamento davanti a coloro che si ribellano per la “scandalosa” accoglienza fatta dal Signore ai pubblicani, lebbrosi e prostitute.

Quelli non cessano di chiedergli: “Perché tratti con questa gente della quale nessuna persona perbene vuole saperne?”

La risposta di Gesù è rivelatrice: “Perché Dio è così: buono con i poveri, pieno di gioia nell’andare incontro a ciò che è perduto, guidato dall’amore paterno nei riguardi del figlio che aveva perso la sua dignità, clemente con quelli che non hanno speranza, con gli abbandonati e i bisognosi. Se Dio è così, vuole operare così attraverso di me che lo faccio presente”

Qualcuno di voi da me  invitato a fare il benzinaio forse si sta chiedendo: ma chi ci rifornirà del carburante da distribuire e del coraggio per attivare il distributore in questo contesto sociale?

Non voglio farvi ricoverare al neurologico. Però mi sta tanto a cuore di suggerivi un metodo formidabile e miracoloso per riempire le vostre cisterne: imparate  a vivere la Scuola della Parola davanti all’ Eucaristia esposta, perché qui è la sintesi di tutta la Bibbia.

Direte – e lo so bene – che già la meditazione quotidiana avviene ogni mattina davanti al tabernacolo. Capisco che sostanzialmente non cambia nulla;  ma il Sacramento esposto vi coinvolgerà maggiormente facendovi percepire con più intensità il lascito che il Signore Gesù, con tanto di testamento, ha fatto alla Sua Chiesa prima di morire. 

Il vero motivo è questo:

  • l’Eucaristia e la Parola di Dio contengono la stessa realtà: il       dono dell’amore di Dio per noi (cfr. 2 Tm 1, 6-7);
  • sotto forma di Parola nella Bibbia;
  • sotto forma di Sacramento nell’Eucaristia, nel segno del      pane che esprime la vita di Gesù trasformata in dono.

 Si può dire che l’Eucaristia è come la sintesi di tutta la Bibbia, tutto quello che la Bibbia racconta è donato nel gesto della passione e della morte del Signore, in quel gesto che l’Eucaristia contiene e rende attuale.

Allora, se vi metterete in adorazione dell’Eucaristia vi aiuterà a ritrovare sempre di nuovo il centro della Parola di Dio, cioè l’amore di Dio per noi in Gesù Cristo (cfr. 1 Gv 4, 9).

eucaristia-34Fate in modo che la Scuola della Parola nel tempo del silenzio diventi adorazione. Epperò stare davanti al Signore, imparare a contemplare attraverso la meditazione della Parola del Signore, richiede molto tempo e molta pazienza. Provate pian piano a entrare in questa dimensione, che non è facilissima per chi non è molto abituato a tacere, al fare silenzio e sente il bisogno di riempire i silenzi con qualche parola o gesto. Per imparare ci vorrà tempo, pazienza e perseveranza, però dovete imparare a stare in silenzio davanti al Signore (cfr. Sal 37, 7) con un cuore che prega, che ascolta e risponde alla Parola del Signore con il suo ringraziamento e con la sua gioia.

Fratelli miei amatissimi, giovani o avanti negli anni di servizio al Signore, vi esorto a sperimentare tale proposta con una pagina del Vangelo. Vi suggerisco di leggere la conclusione del discorso escatologico cioè il  discorso che riguarda gli “ultimi tempi”, contenuto in Matteo, nei cap. 24 e 25, che si conclude con la descrizione del giudizio finale. Questo discorso escatologico chiude il ministero misericordioso di Gesù, cioè l’attività pubblica in cui Gesù ha predicato e operato segni, miracoli. Dopo c’è il racconto della passione.

Il significato di questo discorso è fondamentalmente un’esortazione a sintonizzare la vita sul futuro che viene svelato davanti.  Il Signore dice quale sarà il futuro della storia. E lo dice perché il discepolo impari a vivere il presente orientandolo verso quel futuro, perché si possa preparare vegliando, rimanendo svegli, senza lasciarsi addormentare o anestetizzare da tutte le diverse esperienze della vita quotidiana. Quindi, al centro di quel discorso c’è l’“invito a vegliare” (Mt 24, 42): «siate pronti» (Mt 24, 44).

Provate ad osservare come si articola il brano del giudizio finale: 

  • La scena del giudizio.
  •  Il dialogo tra il Re giudice e i giusti benedetti, che entrano a fare parte dell’eredità di Dio.
  • Lo stesso dialogo, al contrario, con i reprobi, che subiscono un giudizio di condanna
  • L’ultimo versetto, che conclude tutto l’affresco del racconto.

Provate a leggere insieme la prima scena del giudizio.

  • «[31]Quando il Figlio dell’uomo verrà nella sua gloria con tutti i suoi angeli, si siederà sul trono della sua gloria.
  • [32]E saranno riunite davanti a lui tutte le genti, ed egli separerà gli uni dagli altri, come il pastore separa le pecore dai capri,
  • [33]e porrà le pecore alla sua destra e i capri alla sinistra» (Mt 25, 31-33).

Gli elementi del brano di questa scena sono:

 

a) Al centro c’è «il Figlio dell’uomo». Il “Figlio dell’uomo” è Gesù Cristo, di cui viene richiamata la figura umana umile e sofferente, perché “Figlio dell’uomo” richiama questa debolezza della condizione umana di Gesù (cfr. Mt 8, 20).

Ma quel Gesù che è passato in mezzo agli uomini conoscendo la sofferenza, ora è presentato come giudice: lui è il giudice della storia. Dunque, il giudizio ha una misura umana, è misurato su un uomo, e su quell’uomo concreto che è Gesù. L’uomo autentico, l’uomo compiuto, è Lui, per questo l’umanità è misurata a partire da Lui.

Osservate la scena. Sono richiamati: 

  • gli «angeli», che costituiscono la corte celeste,
  • il «trono», che è il simbolo del potere celeste, del potere di  Dio,
  • il Figlio dell’uomo «siede sul trono della sua gloria».

 b) Egli viene presentato come un re.  Qualche versetto dopo verrà proprio detto che è un Re che si insedia su quel posto di potere che gli spetta. Per due volte il brano del Vangelo ricorda che questo Re «viene con la sua gloria». La “gloria” è la sua bellezza, è il suo splendore, è la sua dignità; dunque, Gesù che è passato in mezzo a noi come povero e umile, adesso è circondato dalla bellezza e dal potere e dalla forza di Dio.

c) “Davanti a lui ci stanno tutte le genti”, quindi il potere di Gesù è universale, e il giudizio riguarda tutto, tutti gli uomini.

So che ci sono tra voi anche interpretazioni diverse ma per ora lasciatele da parte;  prendete il testo in questo significato: il potere di Gesù è universale e tutti gli uomini sono giudicati davanti a lui.

 d) Il “giudizio” è una separazione, una divisione: 

  • «il Figlio dell’uomo» al centro;
  • gli uomini divisi in due schiere: alla «sua destra» e alla «sua       sinistra»,
  • così «come il pastore separa le pecore dai capri».

Dopo questa scena si apre un duplice dialogo.

 Il primo è il dialogo del Re con i vincitori, che ricevono il premio della loro esistenza:

«[34]Allora il re dirà a quelli che stanno alla sua destra: Venite, benedetti dal Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla fondazione del mondo. [35]Perché io ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere; ero forestiero e mi avete ospitato, [36]nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, carcerato e siete venuti a trovarmi. [37]Allora i giusti gli risponderanno: Signore, quando mai ti abbiamo veduto affamato e ti abbiamo dato da mangiare, assetato e ti abbiamo dato da bere? [38]Quando ti abbiamo visto forestiero e ti abbiamo ospitato, o nudo e ti abbiamo vestito? [39]E quando ti abbiamo visto ammalato o in carcere e siamo venuti a visitarti? [40]Rispondendo, il re dirà loro: In verità vi dico: ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me» (Mt 25, 34-40). 

  • Il Re espone la sentenza: « Venite, benedetti del Padre mio».
  • “Venite”, quindi il premio si esprime in un avvicinamento al re, si possono accostare a lui, e da lui ricevono in eredità il Regno.
  • Notate, dice: “Il Regno, che il Padre ha preparato fin da prima della creazione del mondo, lo ha preparato proprio per loro”: «il regno preparato per voi fin dalla creazione del mondo».
  • Dio, il Padre, non aspettava né desiderava altro, se non potere consegnare in eredità il Regno agli uomini.
  • Siccome si parla di eredità, gli uomini sono pensati come figli di Dio, questo è quello che Dio desidera: avere una moltitudine di figli che abbiano davanti a lui i lineamenti del Figlio, il Figlio dell’uomo, Gesù, la misura dell’uomo.      

I benedetti ricevono il Regno. Perché? Perché hanno praticato la misericordia. 

  • Sono ricordate sei opere di misericordia, ma evidentemente sono degli esempi;
  • forse se ne potrebbero dire sette o quattordici o chissà quante, perché c’è una creatività immensa nella carità;
  • in ogni modo chi ha compiuto queste opere di misericordia è proclamato beato (cfr. Mt 5, 7).
  • Ma la cosa più interessante e più sorprendente è che le opere di misericordia queste persone le hanno fatte verso Gesù.
  • Non dice: “Avete dato da mangiare agli affamati, avete dato da bere agli assetati”.
  • Dice: «Mi avete dato da mangiare», «mi avete dato da bere», «mi avete        ospitato», «mi avete vestito»…
  • Questo è chiaramente quello che sorprende, e la sorpresa si esprime nelle parole di queste persone che dicono: «Signore, quando mai Ti abbiamo visto?»… “quando mai Ti abbiamo servito?”.
  • È il Re glorioso sul suo trono! Circondato dalla corte degli angeli! Quindi,     quando mai possono averlo visto quel re nella loro vita?
  • E qui c’è il paradosso: “Quando avete fatto uno di queste cose al più piccolo di        questi miei fratelli, l’avete fatto a me”. Cioè quel Re, infinitamente potente e bello e glorioso e santo della santità di Dio, si identifica con il piccolo, con il        debole, il bisognoso, il povero; questo è l’aspetto più sorprendente.
  • Di questo non c’è altro fondamento se non la Parola di Gesù; che le cose stiano così lo si può sapere solo perché lo ha detto il Signore e non per altri motivi, non per motivi filosofici, etici e psicologici, ma semplicemente perché così lo dice il Signore, il Re.
  • Non solo la misericordia è imitazione di Dio che è misericordioso, non solo quello che facciamo agli altri è fatto ad una creatura che è immagine di Dio, e quindi tocca in qualche modo Dio;
  • ma Gesù considera l’incontro con il bisognoso come un incontro con Lui, evidentemente perché Lui ha deciso di       identificarsi con il povero.
  • La sua Incarnazione è questa: «da ricco che era, si è fatto povero per voi,    perché voi diventaste ricchi per mezzo della sua povertà» (2 Cor 8, 9), e proprio perché si è fatto povero, nel povero c’è la sua presenza, lui ce la pone.

 Poi c’è il secondo dialogo del Re con i reprobi, lo stesso dialogo ma capovolto.

«[41]Poi dirà a quelli alla sua sinistra: Via, lontano da me, maledetti, nel fuoco eterno, preparato per il diavolo e per i suoi angeli. [42]Perché ho avuto fame e non mi avete dato da mangiare; ho avuto sete e non mi avete dato da bere; [43]ero forestiero e non mi avete ospitato, nudo e non mi avete vestito, malato e in carcere e non mi avete visitato. [44]Anch’ essi allora risponderanno: Signore, quando mai ti abbiamo visto affamato o assetato o forestiero o nudo o malato o in carcere e non ti abbiamo assistito? [45]Ma egli risponderà: In verità vi dico: ogni volta che non avete fatto queste cose a uno di questi miei fratelli più piccoli, non l’avete fatto a me» (Mt 25, 41-45).

  • Per i maledetti c’è un giudizio di punizione, che si esprime nella contrapposizione con l’altro.
  • Agli altri aveva detto: «Venite».
  • A questi dice: «Andatevene da me».
  • Quindi, la “vicinanza” e l’“allontanamento” dal Figlio dell’uomo sono l’immagine della beatitudine o della punizione.
  • E sono interpellati   con una parola durissima: «Allontanatevi da    me, maledetti nel fuoco eterno».

Perché questa tremenda espressione «maledetti»?

La maledizione è l’esperienza della morte, è il dominio della morte sulla vita dell’uomo (cfr. Ger 11, 21-23). La prima volta che nella Bibbia si esprime una maledizione rivolta all’ uomo è nel caso di Caino.

Quando Adamo commette il suo peccato c’è una maledizione, ma non riguarda Adamo, riguarda la terra: «Maledetta la terra per causa tua!» (Gen 3,17). Vuole dire: la terra porta misteriosamente il peso di morte che il peccato dell’uomo ha prodotto.

Ma quando si arriva a Caino il discorso diventa: «[11]Ora sii maledetto lungi dalla terra che per opera della tua mano ha bevuto il sangue di tuo fratello» (Gen 4,11). Il senso è quello:

  • proprio perché ha ucciso, l’uomo è maledetto;
  • proprio perché ha fatto un patto con la morte, l’ha chiamata sopra di sé;
  • ammazzando, ha chiamato la morte.
  • Ed è questa la maledizione, non è altro che questa!
  • Non c’è da aggiungere una nuova maledizione che venga da lontano.
  • La maledizione sta dentro al comportamento dell’uomo che chiama la morte, che chiama la morte contro il suo fratello, ma che in realtà la prende sopra di sé;
  • ha fatto un patto con la morte.

Se questo sta dietro al nostro brano, evidentemente si suppone che

  • il non usare misericordia sia lo stesso che uccidere,
  • il non amare sia lo stesso che odiare. 

Cosa dice la prima Lettera di san Giovanni se non che  “l’odio è omicidio” (1 Gv 3, 15)?  S’intende che poi vanno fatte  tutte le distinzioni che si devono fare dal punto di vista etico, di gradi, di sfumature… Però il giudizio è durissimo e vale la pena che lo prendiate così; la mancanza di amore è questo. 

Proprio per questo dice: «Via, lontano da me, maledetti, nel fuoco eterno, preparato per il diavolo e per i suoi angeli» (Mt 25, 41). Notate bene:

  • non si dice che il «fuoco eterno» sia stato preparato prima della creazione del mondo, come si diceva invece del Regno.
  • Il Regno è stato preparato da prima della creazione del mondo, mentre del fuoco eterno non si dice.
  • Del «Regno» si dice: «è stato preparato per voi» (Mt 25, 34).
  • Del «fuoco eterno» si dice: «è stato preparato per il diavolo» (Mt 25,41).

È significativo: quello che “Dio ha preparato per voi” è solo il Regno, è solo la Beatitudine. Dio ha creato l’uomo per la vita! Per la sua vita, solo per questo!

  • Il giudizio di condanna significa entrare nella logica diabolica. 
  • Ciò che è stato preparato per il diavolo diventa la punizione che l’uomo si infligge.
  • Il motivo è quello che abbiamo già visto: non hanno usato misericordia verso il Figlio dell’uomo, non usandola verso i fratelli.
  • Stesso stupore: «Signore, quando mai…».
  • Stessa risposta: «Tutte le volte che non avete fatto questo… non l’avete fatto a me». 

Conclusione: «[46]E se ne andranno, questi al supplizio eterno, e i giusti alla vita eterna».

Giudizio” vuole dire: separazione, divisione; e la conclusione del brano è proprio questo.

Per fortuna l’ultima parola, l’ultima immagine, è quella dei giusti e della vita. Perché questo è il disegno di Dio, e solo questo!

  • La Beatitudine è preparata da Dio per noi.
  • La punizione è costruita da noi per noi stessi, non da Dio,     non l’ha preparata lui; è una realtà di allontanamento da Dio      provocato dalla nostra libertà.

1. In conclusione il giudizio appartiene a Cristo; Lui è l’uomo completo e perfetto e quindi  la misura dell’umanità.

2. Il giudizio sarà sulla misericordia; Gesù ha dato la vita per noi, quindi Dio è amore; quindi la fraternità, l’amore, è l’unico senso per cui è creato il mondo; e il giudizio sarà esattamente su questo.

3. L’amore verso Dio, verso Cristo, si gioca in concreto nell’amore verso i fratelli. La vita religiosa, quindi il rapporto con Dio, si gioca  in concreto nel modo in cui trattiamo gli altri, nella misericordia donata o rifiutata.

Fratelli molto amati in Gesù Cristo, quando distribuite misericordia, voi trasmettete agli altri anche il senso della vita. Ma trovate anche voi stessi il senso della vostra esistenza e vi ponete davanti a Dio nell’atteggiamento della giustizia.

La riflessione può essere ulteriormente allargata.

  • Abbiamo detto che sono sei opere di misericordia,
  • ma ci potete mettere le sette opere di misericordia corporale,
  • le sette opere di misericordia spirituale della tradizione che avete alle spalle nel catechismo.
  • Ma ci potete mettere dentro tutta l’attività dell’uomo, perché in tutto quello che l’uomo fa, l’uomo può sostenere il fratello o impedire al fratello la vita con il lavoro, con la politica, con la parola…
  • Insomma, in tutti i modi la nostra vita è a contatto con gli altri, e con gli altri che si presentano sotto forme diverse come bisognosi in attesa di un granellino di vita che possiamo trasmettere a loro.
  • È questo “granellino di vita” che dà senso alla nostra esistenza e che ci pone davanti a Dio nell’atteggiamento della giustizia: “Egli (Abramo) credette al Signore che glielo accreditò come giustizia” (cfr. Gen 15, 6).

Potete allargare ancora a quello che diventa come il genio della comunità cristiana. Il “genio” nel senso dell’immagine tipica e bella della comunità cristiana, quella per cui le membra che sono le più deboli, sono considerate le più importanti semplicemente perché sono le più importanti davanti al Signore. Da questo punto di vista la comunità cristiana ha qualche cosa di strano, di proprio, appunto: il valore dato alla debolezza e alla piccolezza (cfr. Mt 25, 45). 

Fratelli sempre amati in Cristo, questo è il brano e questo è ciò che io ho capito ad un certo punto della mia vita, per grazia di Dio, per illuminazione dello Spirito. 

Che cosa dovete fare voi ora? 

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Cominciate col mettervi in adorazione, restate in silenzio. 

  • Potete leggere e rileggere due o tre volte il testo evangelico. Chi ancora non lo ha fatto, impari a memoria alcune frasi: «Quello che avete fatto al più piccolo di questi miei fratelli, lo avete fatto a me»; cioè imparare a memoria quelle che sono più preziose è una forma anche questa di preghiera.
  • Potete dialogare con il Signore e, siccome è il Re, potete dialogare con lui proprio così: riconoscendolo come vostro Re e desiderando che lo sia, che lo diventi; riconoscendo tutto quello che nella nostra vita è sottratto alla Sua sovranità, confessandoglielo con sincerità e umiltà. Noi e il nostro Re.
  • Poi potete ancora riprendere il brano identificandovi nei personaggi. Nei giusti, in quelli che “hanno dato da mangiare al Signore” o “hanno dato  da bere al Signore”. E se vi identificate con loro il Vangelo vuole dire: badate che le piccole o piccolissime cose della vostra vita, quei gesti semplicissimi di amore, di pazienza, di affetto e di dono che usate nei confronti degli altri, che sembrano cose banali e dappoco, in realtà sono gesti di amore verso il Signore, hanno un supplemento di significato immenso. Le piccole cose sono infinitamente degne davanti a lui: «[42]Chi avrà dato anche solo un bicchiere di acqua fresca a uno di questi piccoli, perché è mio discepolo, in verità io vi dico: non perderà la sua ricompensa» (Mt 10, 42).
  • Quindi se potete identificarvi con quelli che hanno fatto il bene vi aiuterà a riconoscere il valore di ogni piccolo gesto.
  • Se per ipotesi qualcuno di voi si identifica invece con quelli che non l’hanno usata la misericordia: “Non mi avete dato da mangiare”, il sacramento della  Parola vi aiuterà a capire la gravità delle vostre omissioni. Non sono peccati di violenza nei confronti degli altri, ma dei peccati di indifferenza: non amare fa parte della sfera dell’odio e quindi della sfera dell’omicidio; è chiaro che non ha la stessa gravità, ma è di quella razza, e allora il rendervene conto vi aiuta a svegliarvi dall’ indifferenza e insensibilità.
  • Vi potete identificare anche con il povero, perché anche voi siete poveri, anche voi ricevete servizi dagli altri o a volte il rifiuto del servizio. Vale la pena che riconosciate che quello che gli altri fanno a voi in realtà è fatto al Signore. Vuole dire che potete lasciarvi amare e servire con un cuore libero, senza sentirvi imbarazzati per quello che qualcuno vi può donare. In fondo quel “qualcuno”, venendo incontro alla vostra povertà o debolezza, sta servendo il Signore e ha già in sé una ricompensa grande. Questo non perché in voi non ci debba essere riconoscenza, al contrario. S’intende, la riconoscenza nel vostro cuore ci deve essere, ma una riconoscenza libera, non imbarazzata, non bloccata  dal presupposto di non avere mai bisogno di nessuno.
  • È bello avere un Re così, un Re di misericordia che misura la sua sovranità con la misericordia che ha donato a tutti i popoli della terra e che,  in fondo non chiede altro che questo: di usare a loro volta misericordia. 

eucaristia-34Ecco, tutto questo dovrebbe aiutarvi a fare un dialogo di amore, di comunione con Lui, di richiesta di perdono dei vostri peccati di omissione con umiltà ma con fiducia grande, di abbandono alla Sua sovranità, perché domini lui la vostra vita, le nostre fraternità.

Siate dunque nel Regno generosi distributori della Super – Misericordia, non dimenticando mai di essere stati graziati per primi. E a proposito di Cristo Re, ricordatevi che siete figli di Re e, quindi, eredi al Trono.

Carlo_V              Isabella_II_di_Spagna

Io sono vissuto in tempi di monarchia. Ricordo bene Carlo quinto e l’amata Isabella. Appena uscito dall ’Ospedale Regio, dove ero stato internato, mi sono trovato sulla strada proprio quando passava il feretro della Sovrana.

Una giovane vita spezzata nel fior degl’anni. Dio mi ha dato di capire la vacuità delle cose è l’evento mi ha stimolato a utilizzare al meglio quella decina d’anni che mi restavano da vivere e da spendere per gl’altri. Anche se vivete in tempi di democrazie repubblicane, non vi dispiaccia proclamare Cristo quale Sovrano. Lasciatelo regnare sulle vostre democrazie per i secoli dei secoli e non vi pentirete. 

Ve lo ripeto, frequentate la Scuola della Parola davanti all’Eucaristia esposta. Lasciate

  • che vi disturbi e vi rassereni,
  • che vi inquieti e vi conforti,
  • che vi faccia male e vi guarisca,
  • che vi spaventi e vi dia coraggio.

Il Dio di ogni consolazione vi conceda il dono delle lacrime non solo per piangere sulle vostre miserie ma anche per la Misericordia che scorre nelle vostre vene e vi rende capaci di distribuire misericordia.

Siate pronti a rinunciare a ogni forma di potere diverso dalla Parola disarmata, cercate di essere cristiani che fanno prevalere la compassione sulla legge, che riescono a parlare al cuore di ogni uomo facendogli intravedere che la morte non è l’ultima parola.

Siate sentinelle della libertà, della giustizia e della pace. Il vostro futuro non è nella fede incerta di coloro che si aggrappano a false certezze ma nell’operare affinché ci sia una nuova pentecoste in cui lo Spirito santo porti comunione tra lingue e culture diverse. Siate cristiani liberati dalle paure del dispiegarsi di forze di morte, aperti a una speranza per tutti. Siate profeti, ma non  di sventura. Ognuno di voi trovi lo spazio  per ripresentare l’inaudito di una buona notizia sia per le singole persone che per la stessa convivenza civile.

San Paolo di Tarso

Vi lascio con la  benedizione di Dio che vi consolerà con le parole dell’Apostolo e vi sentirete spronati a imitarlo sui sentieri della missione:

  • 3Lodiamo Dio, Padre di Gesù Cristo, nostro Signore!, il Padre che ha compassione di noi, il Dio che ci consola.
  • 4Egli ci consola in tutte le nostre sofferenze, perché anche a noi sia possibile consolare tutti quelli che soffrono, portando quelle stesse consolazioni che egli ci dà.
  • 5Perché, se molto ci tocca soffrire con Cristo, molto siamo da lui consolati.
  • Se soffriamo, è perché voi riceviate quella consolazione che vi renderà forti nel sopportare le stesse avversità che anche noi sopportiamo.
  • 7Questa nostra speranza è ben fondata, perché sappiamo che condividete non solo le nostre sofferenze ma anche le nostre consolazioni.
  • 8Dovete sapere, fratelli, che in Asia ho dovuto sopportare sofferenze grandissime, addirittura superiori alle mie forze. Temevo di non potere sopravvivere.
  • 9Mi sentivo già un condannato a morte. Dio ha voluto così, per insegnarmi a mettere la mia fiducia non in me stesso ma in colui che dà vita ai morti.
  • 10Egli mi ha liberato da un grande pericolo di morte, e mi libererà ancora. Sì! Sono sicuro che mi libererà ancora
  • 11con l’aiuto delle vostre preghiere. Dio risponderà alle preghiere che molti faranno per me. Così, molti lo ringrazieranno per avermi liberato.” (“ 2 Cor 1-11)

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HACER DE DISTRIBUIDORES DE MISERICORDIA San Juan de Dios – sanjuandedios2Le sus fraternidades son similares a las áreas de servicio que se encuentran a lo largo de las carreteras. Cada uno de ustedes, “estación de servicio”, te conviertes en un distribuidor de la misericordia, abiertos las veinticuatro horas del día, donde los viajeros cansados ​​y fatigados encuentran que refrescarse, se puede hacer un depósito lleno de combustible súper, que es la caridad de Dios y luego retomar con mayor rapidez el viaje de la vida.Gasolina de llenadoYa puedo escuchar a algunos de ustedes se preguntan sobre el significado de la palabra “misericordia”. Usted tiene razón. Para los hombres del poder de muchas naciones del mundo, ésta es una palabra revolucionaria, que perturba, provoca, irrita. La razón es muy simple: la misericordia de Jesús es una práctica subversiva. La razón se dice de inmediato, porque la misericordia próxima a la de Dios manifestado en Jesús, es necesario que la ayuda o el apoyo es capaz de conceder el perdón antes de que sea necesario y para superar las barreras erigidas contra el amor discriminación religiosa, moral, cultural, racial y sexual.

 San Giovanni d’AvilaVoi entender que la misericordia, de manera práctica, será el próximo, tiene un carácter de “transgresión” religiosa y social, subvierte el orden establecido. El encuentro con el Santo Giovanni D’Avila para mí fue un bautismo en el Espíritu, un renacimiento de la Pascua. Al experimentar el perdón de Dios es misericordia, no me di cuenta en el momento en que, al operar en mí un cambio de mentalidad que asocia un carisma revelado por grados. Su don se manifestó darme las entrañas de misericordia. Y con estas nuevas entrañas se terminó al manicomio, porque Dios quería que yo toco y comparto el malestar, el dolor de tantos hermanos.

Por supuesto que empiezo a romper las reglas de convivencia con ostentación para mí era una necesidad de decir en mi opinión el Magnificat: “ha hecho obras grandes por mí: ¡Santo es su nombre. Miró a la miseria de su siervo … tuvo misericordia. ” ¿Quién más que me sentía indigno de tal experiencia del perdón que había experimentado a través de la Santa de Avila?

 Sin darse cuenta de que a su vez llama a ejercer el carisma de la misericordia que luego se manifiesta más claramente en la iglesia local y lo universal, a pesar de mi debilidad e insignificancia, si podía hacer para no gritar como un loco mi gratitud? Y así, en la lógica de las cosas humanas, salvo que se tenían que poner en un manicomio?

Ese fue el “sí”, dijo el siervo del Señor que estaba disponible a la acción del Espíritu. Él había cubierto mi alma con su sombra. Agl’altri pareció ver una cabeza loca en retrospectiva que se informó al son de crucería en la parte posterior. Y así fue, por la gracia de Dios, la primera experiencia de haber sido crucificado con Cristo.

La misericordia es sinónimo de compasión, sufren con … vivir la pasión con … miseris-cor-dar (en el sentido amplio, no sólo sufren, sino también disfrutar, alegrarse). El término comúnmente usado en la Biblia para expresar la idea de la compasión, splagcnizomai (splanchnízomai), significa abrazar visceralmente, con sus fibras sentimientos internos o la situación del “otro.

Mis queridos hermanos, mira Jesús la hace el dolor de los marginados y excluidos de la sociedad de su tiempo, con lo que en su carne y en su historia personal, pagando el precio de la exclusión y la maldición. “Maldito todo el que es colgado en un árbol muere,” un dicho de su tiempo.

Toda la vida de Jesús es una vida “movido a misericordia”:

“Desembarcar, vio una gran multitud, y tuvo compasión de ellos, y sanó a los enfermos.” (Mt 14:14)
“Él desembarcó y vio la gran multitud, y tuvo compasión de ellos, porque eran como ovejas que no tienen pastor, y se puso a enseñarles muchas cosas.” (Mc 06:34)
“Tengo compasión de la multitud, porque para mí ya hace tres días y no tienen qué comer.” (Mc 08:02)
“Cuando llegó cerca de la puerta de la ciudad, he aquí que un hombre muerto se llevaba a la tumba, el hijo único de una viuda, y mucha gente de la ciudad estaba con ella. Al verla, el Señor tuvo compasión … “. (Lc 7,12-13)
“Jesús recorría todas las ciudades y aldeas, enseñando en las sinagogas de ellos, y predicando el evangelio del reino, y sanando toda enfermedad y toda dolencia. Al ver las multitudes, tuvo compasión de ellas, porque estaban desamparadas y dispersas como ovejas que no tienen pastor “. (Mt 9:35-36)
La compasión de Jesús es una forma radical de crítica, ya que anuncia que todo el dolor debe ser tomado en serio, que hay injusticia o el sufrimiento deben ser “naturalizado”, concebido como algo normal o natural, sino que la injusticia y el sufrimiento que causas, siempre es inaceptable para la humanidad.

Como puede ver, hermanos, Cristo es Dios de una manera humana, es un hombre de una manera divina. En consecuencia, el amor humano de Cristo para los hombres es la manifestación y la comunicación plena, inmediata y personal, del amor de Dios a los hombres. Y ‘el amor de Dios que viene a nosotros en la ternura de un corazón humano, que es a la vez el corazón de Dios “Porque este hombre que yo pueda señalar con el dedo, no, no puedo decir que Dios me ama y ama a los hombres” .

De Jesucristo que se manifiesta y se comunica de una manera única el amor de Dios, Salvador, se puede decir que es el sacramento por excelencia del amor de Dios, porque este amor es ante todo misericordia, se puede decir con rigor que Jesucristo es el sacramento de la misericordia de Dios

Esto no es una afirmación teológica puro y frío. La conducta del Jesús terreno, da testimonio de los evangelistas, en relación con cada tipo de los grupos vulnerables, marginados, los pecadores de la sociedad de su tiempo se impregna con esta intención explícita: para reflexionar y actualizar el amor misericordioso del Padre, para ofrecer su humanidad, porque en ella Dios es lo más cercano a los débiles de la tierra.

Las parábolas pronunciadas por Jesús, ten piedad, entre otras cosas, la pretensión de hacer un retrato viviente del rostro misericordioso del Padre. Esta afirmación sobre la naturaleza sacramental de Jesús es una adaptación de la palabra teológica de la Escritura: “Jesús es la epifanía de la filantropía de Dios” (3:04)

Si este es el Jesús de la que ha hecho discípulos, a continuación, con la misma fuerza tratan de defender y justificar su comportamiento frente a los que se rebelan en contra de la “escandalosa” la bienvenida dada por el Señor a los recaudadores de impuestos, leprosos y prostitutas.

Ellos no dejan de preguntar: “¿Por qué tiene que tratar con estas personas, que ninguna persona decente quiere saber?”

La respuesta de Jesús es revelador: “¿Por qué es Dios tan: buena a los pobres, lleno de alegría en el cumplimiento de lo que se pierde, impulsado por el amor de su hijo hacia su padre que había perdido su dignidad, indulgente con los que no tienen esperanza, con los abandonados y necesitados. Si Dios es así, quiere trabajar a través de mí para que yo hago “

Algunos de ustedes de mí invitados a la estación de servicio tal vez usted se está preguntando, pero ¿quién va a suministrar el combustible a distribuir y el coraje de convertir el distribuidor en este contexto social?

No quiero que admitas a la neurológica. Pero tengo tanto en el seno de un método excelente que usted sugirió y milagrosa para llenar sus tanques: aprender a vivir en frente de la escuela de la Eucaristía la Palabra ‘expuesta, porque aquí es el resumen de toda la Biblia.

Usted dirá – y sé muy bien – que ya se lleva a cabo la meditación diaria cada mañana delante del tabernáculo. Entiendo que básicamente no cambia nada, pero el Sacramento expuesto implicará que hacer que se sienta mejor, con más intensidad la herencia que el Señor Jesús, con una voluntad y testamento, hecho a su Iglesia antes de morir.

La verdadera razón es la siguiente:

la Eucaristía y la Palabra de Dios contiene la misma realidad: el don del amor de Dios por nosotros (cf. 2 Tm 1, 6-7);
en la forma de la Palabra en la Biblia;
en la forma de la Eucaristía sacramento, el signo del pan que expresa la vida de Jesús transforma en un regalo.
 Se puede decir que la Eucaristía es como un resumen de toda la Biblia, todo lo que la Biblia dice que se da en el gesto de la pasión y muerte del Señor, en ese gesto que la Eucaristía contiene y hace que sea actual.

Por lo tanto, si usted pone en la adoración de la Eucaristía nos ayudará a encontrar una y otra vez la centralidad de la Palabra de Dios, que el amor de Dios para con nosotros en Cristo Jesús (cf. 1 Jn 4, 9).

Eucaristía-34Fate para que la Escuela de la Palabra en el tiempo convertirse en adoración silenciosa. Epper pie delante del Señor, aprender a contemplar a través de la meditación de la Palabra del Señor, toma mucho tiempo y mucha paciencia. Trate de conseguir poco a poco en esta dimensión, que no es fácil para aquellos que no están muy acostumbrados al silencio, que se calle y se siente la necesidad de llenar el silencio con alguna palabra o gesto. Para aprender tomará tiempo, paciencia y perseverancia, pero hay que aprender a estar en silencio ante el Señor (cf. Sal 37, 7), con un corazón que ora, escucha y responde a la Palabra del Señor con sus gracias y sus alegría.

Mis queridos hermanos y hermanas, jóvenes o de edad avanzada de servicio al Señor, le insto a experimentar esta propuesta con una página del Evangelio. Le sugiero que lea la conclusión del discurso escatológico, es decir, el discurso sobre los “últimos tiempos”, que figura en Mateo, en el cap. 00:25, que termina con la descripción del juicio final. Este discurso escatológico cierra el ministerio misericordioso de Jesús, que la actividad pública en la que Jesús predicó y señales y prodigios funcionó. Después está la historia de la pasión.

El significado de esta palabra es, básicamente, una exhortación a sintonizar en la vida de un futuro que se revela en el frente. Dice el Señor: ¿cuál será el futuro de la historia. Y lo dice porque el discípulo aprende a vivir el presente de dirección hacia ese futuro, para que podamos preparar la vigilia, para mantenerse despierto, sin ser puesto a dormir o adormecer a las diferentes experiencias de la vida cotidiana. Así, en medio de ese discurso es l ‘”invitación a ver” (Mt 24, 42): “estar preparado” (Mt 24, 44).

Trate de observar cómo se articula el pasaje de la sentencia definitiva:

La escena del juicio.
 El diálogo entre el Rey y el justo juez bendito, que se convierten en parte de la herencia de Dios
El mismo cuadro de diálogo, por el contrario, con los réprobos, que sufren de una sentencia de condena
El último verso, que concluye todo el fresco de la historia.
Trate de leer juntos la primera escena del juicio.

“[31] Cuando el Hijo del hombre venga en su gloria con todos sus ángeles, se sentará en su trono glorioso.
[32] Y delante de él serán juntadas todas las naciones, y él separará a unos de otros, como el pastor separa las ovejas de las cabras,
[33] Y pondrá las ovejas a su derecha y los cabritos a su izquierda “(Mt 25, 31-33).
Los elementos de la canción en esta escena son:

 

a) En el centro es “el Hijo del Hombre.” El “Hijo del Hombre” es Jesucristo, que se llama la figura humana humilde y sufrimiento, porque “Hijo del Hombre”, recuerda la debilidad de la condición humana de Jesús (cf. Mt 8, 20).

Pero el Jesús que anduvo entre los hombres que saben el sufrimiento, ahora se presenta como un juez: él es el juez de la historia. Por lo tanto, el juicio es una medida humana, que se mide en un hombre, y ese hombre concreto que es Jesús el hombre auténtico, el hombre hizo, Él es, por esta razón, la humanidad se mide de Él

Observa la escena. Se les llama:

los “ángeles”, que son la corte celestial,
el “trono”, que es el símbolo del poder divino, el poder de Dios,
el Hijo del Hombre “se sienta en el trono de su gloria.”
 b) Se presenta como un rey. Serán sólo unos pocos versículos más adelante dijo que era un rey que tome posesión del cargo en ese lugar de poder que se merecen. Dos veces el pasaje del Evangelio recuerda que este Rey “viene de su gloria.” La “gloria” es su belleza, es su gloria, es su dignidad, por lo tanto, Jesús anduvo entre nosotros como pobres y humildes, ahora está rodeado por la belleza y el poder y el poder de Dios

c) “Delante de él hay toda la gente”, y el poder de Jesús es universal, y el juicio de todo, todos los hombres.

Sé que hay los que entre vosotros también diferentes interpretaciones, pero por ahora los dejan a un lado, toman el texto para decir: el poder de Jesús es universal y que todos los hombres son juzgados en frente de él.

 d) El “juicio” es una separación, una división:

“El Hijo del Hombre”, en el centro;
hombres divididos en dos grupos: “su mano derecha” e “izquierda”
por lo que “como el pastor separa las ovejas de las cabras.”
Después de esta escena se abre una caja dual.

 El primero es el diálogo del Rey con los ganadores, que reciben la recompensa de su existencia:

“[34] Entonces el Rey dirá a los de su derecha: Venid, benditos de mi Padre, heredad el reino preparado para vosotros desde la fundación del mundo. [35] Porque tuve hambre, y me disteis de comer, tuve sed y me disteis de beber, fui forastero y me acogisteis, [36] desnudo y me vestisteis, enfermo y me visitasteis, en la cárcel y vino a mí. [37] Entonces los justos le responderán diciendo: Señor, ¿cuándo te vimos hambriento y te alimentamos, o sediento y te dimos de beber? [38] ¿Cuándo te vimos forastero, y te, o desnudo, y te vestimos? [39] Y cuando te vimos enfermo o en la cárcel y fuimos a verte? [40] En respuesta, el Rey dirá: De cierto os digo que en cuanto lo hicisteis a uno de estos mis hermanos, me lo hicieron a mí “(Mt 25, 34-40).

El rey expone la sentencia: “Venid, benditos de mi Padre.”
“Ven”, y el premio se expresa en una aproximación al rey, se puede combinar con él, y recibir de él heredó el reino.
Tenga en cuenta, dice: “El reino que el Padre ha preparado desde antes de la creación del mundo, ha preparado para ellos”, “el reino preparado para vosotros desde la fundación del mundo”.
Dios, el Padre, no se prevé ni quería nada más, si no es capaz de entregar heredarán el reino de los hombres.
Al hablar de la herencia, se cree que los hombres de los hijos de Dios, esto es lo que Dios quiere: tener una gran cantidad de niños que tienen ante sí los rasgos del Hijo, el Hijo del Hombre, Jesús, la medida del hombre .
El bendito reciba el reino. ¿Por qué? ¿Por qué han practicado la misericordia.

Se recuerdan seis obras de misericordia, pero al parecer son ejemplos;
tal vez podría decir siete o catorce o quién sabe cuántos, porque hay una enorme creatividad de la caridad;
en todos los aspectos a los que han cometido estos actos de piedad se proclamó bienaventurados (cf. Mt 5, 7).
Pero lo más interesante y lo más sorprendente es que las obras de misericordia que estas personas han hecho a Jesús
No dice: “¿Has alimentado a los hambrientos, le dio de beber al sediento.”
Él dice: “Me diste de comer”, “me disteis de beber”, “me dio la bienvenida”, “me vestisteis” …
Esto es claramente lo que es sorprendente, y la sorpresa se expresa en las palabras de estas personas que dicen: “Señor, ¿cuándo te vimos?” … “Cuando alguna vez te has servido?”.
Es el glorioso Rey en su trono! Rodeado por el tribunal de los ángeles! Así que, cuando usted puede nunca haber visto al rey en sus vidas?
Y aquí está la paradoja: “Cuando usted ha hecho una de esas cosas que los más pequeños de estos mis hermanos más pequeños, lo habéis hecho a mí.” Es decir, el Rey, infinitamente poderosa y hermosa y gloriosa y santa de la santidad de Dios, se identifica con los pequeños, los débiles, los necesitados, los pobres, y este es el aspecto más sorprendente.
De esto no hay otro fundamento sino la Palabra de Jesús que las cosas son lo que pueden saber porque me dijeron que el Señor y no por otras razones, no por razones filosóficas, éticas y psicológicas, sino simplemente porque lo dice el Señor, el Rey
No sólo es imitación de la misericordia de Dios, que es misericordioso, no sólo lo que hacemos a los demás se hace a una criatura que es la imagen de Dios, y después pulse en alguna manera Dios;
pero Jesús ve el encuentro con los pobres como encuentro con Él, porque Él ha decidido evidentemente a identificarse con los pobres.
La Encarnación es la siguiente: “siendo rico, se hizo pobre por vosotros, ya que podría ser ricos con su pobreza” (2 Cor 8, 9), y porque se hizo pobre, a los pobres se su presencia, él dice allí.
 Luego está el segundo diálogo del Rey con los réprobos, el mismo diálogo, pero al revés.

“[41] Entonces dirá también a los de su izquierda:” Apartaos de mí, malditos, al fuego eterno preparado para el diablo y sus ángeles. [42] Porque tuve hambre, y me disteis de comer, tuve sed y ustedes me dieron de beber; [43] fui forastero, y me acogisteis, estaba desnudo, y me vestisteis, enfermo y en la cárcel, y no me visitasteis. [44] Anch ‘entonces ellos responderán diciendo: Señor, ¿cuándo te vimos hambriento, sediento, forastero, desnudo, enfermo o en la cárcel, y no te ayudamos? [45] Pero él les dirá: De cierto os digo, que no lo hicisteis a uno de estos mis hermanos más pequeños, no lo hicisteis a mí “(Mt 25, 41-45).

Para el maldito no es un juicio de castigo, que se expresa en oposición entre sí.
Los otros habían dicho: “Ven.”
A ellos, dice, “¡Apártate de mí.”
Por lo tanto, la “cercanía” y “eliminación” del Hijo del hombre son la imagen de la felicidad o castigo.
Y ellos tienen el desafío de una palabra difícil: “Apartaos de mí, malditos, al fuego eterno.”
¿Por qué esta tremenda expresión “maldita”?

La maldición es la experiencia de la muerte, es el dominio de la vida y la muerte del hombre (cf. Jer 11, 21-23). La primera vez en la Biblia expresa una maldición dirigida a «el hombre es en el caso de Caín.

Cuando Adán cometió el pecado no es una maldición, pero no acerca de Adam, se refiere a la tierra: “Maldita sea la tierra por tu causa” (Gen 3:17). Esto significa: la tierra trae misteriosamente el peso de la muerte que el pecado del hombre ha producido.

Pero cuando se trata de Caín discurso se convierte en: “[11] Ahora, maldito seas tú de la tierra a través de la obra de tus manos que ha bebido la sangre de tu hermano” (Gn 4:11). La sensación es que:

sólo porque él mató al hombre está maldito;
sólo porque él hizo un pacto con la muerte, la llamó encima de él;
muerte, llamó a la muerte.
Y esta es la maldición, no es más que esto!
Yo no tengo que añadir una nueva maldición que viene de muy lejos.
La maldición está en el comportamiento de la persona que llama a la muerte, que él llama la muerte a su hermano, pero que en realidad se toma a sí mismo;
hecho un pacto con la muerte.
Si eso está detrás de nuestra canción, obviamente, se supone que

la falta de uso es el mismo que muerte misericordiosas,
el amor no es lo mismo que el odio.
¿Qué dice la primera carta de San Juan, excepto que “el odio es un asesinato” (1 Jn 3, 15)? Se entiende que a continuación se debe hacer todas las distinciones que hay que hacer desde el punto de vista ético, grados, matices … Pero el juicio es duro y merece la pena que lo tome así, y la falta de amor es éste.

Precisamente por esta razón, dice, “Apartaos de mí, malditos, al fuego eterno preparado para el diablo y sus ángeles” (Mt 25, 41). Tenga en cuenta también:

no se dice que el “fuego eterno” se ha preparado antes de la fundación del mundo, como lo fue en lugar del Reino.
El reino estaba preparado desde antes de la fundación del mundo, y del fuego eterno no lo dice.
El “reino”, dice, “ha sido preparado para vosotros” (Mt 25, 34).
El “fuego eterno” usted dice, “fue preparado para el diablo” (Mateo 25:41).
Es significativo: que “Dios ha preparado para usted” es la única Unidas, es sólo felicidad. Dios creó al hombre para la vida! Durante su vida, solo por esto!

La sentencia condenatoria es entrar en la lógica diabólica.
Lo que ha sido preparado para el diablo recibe el castigo que el hombre inflige.
La razón es que ya hemos visto: no tienen piedad porque el Hijo del hombre, y no usarlo para sus hermanos.
Igual asombro: “Señor, ¿cuándo te …”.
La misma respuesta: “Cada vez que no lo hizo … me lo hicieron a mí.”
Conclusión: “. [46] Y éstos irán al castigo eterno, y los justos a la vida eterna”

“Sentencia” significa: separación, división, y el final de la canción es sólo eso.

Por suerte la última palabra, la última imagen es la de la vida justa y de. Debido a que este es el plan de Dios, y sólo esto!

Felicidad es preparado por Dios para nosotros.
El castigo es construido por nosotros para nosotros mismos, no de Dios, que lo ha preparado es una realidad de la separación de Dios causada por nuestra libertad.
1. En conclusión, el juicio pertenece a Cristo, Él es el hombre completo y perfecto, por lo que la medida de la humanidad.

2. El juicio será en la misericordia que Jesús dio su vida por nosotros, entonces Dios es el amor, la fraternidad, el amor es el único camino por el que ha creado el mundo, y el juicio será exactamente eso.

3. El amor a Dios, a Cristo, para jugar en el amor concreto a los hermanos. La vida religiosa, y la relación con Dios, que desempeñan en la práctica, en la forma en que tratamos a los demás, en la misericordia dado o negado.

Hermanos muy queridos en Jesucristo, cuando se distribuye la misericordia, que transmiten a los demás el sentido de la vida. Pero usted también encontrará el significado de su existencia y colocarse delante de Dios en la actitud de la justicia.
La reflexión puede ser más ampliada.

Hemos dicho que hay seis obras de misericordia,
pero podemos poner las siete obras de misericordia corporales,
las siete obras de misericordia espirituales de la tradición que tiene detrás en el catecismo.
Pero podemos poner en todas las actividades del hombre, porque en todo lo que el hombre hace, el hombre puede apoyar a su hermano o impedir la vida de su hermano con el trabajo, con la política, con la palabra …
En resumen, en todas las formas en que nuestras vidas están en contacto entre sí y con otros que se presentan en diferentes formas como necesitados esperando un grano de vida que podemos enviar a ellos.
Este es el “grano de la vida” que da sentido a nuestra existencia y que nos coloca en la actitud de la justicia ante Dios: “Él (Abraham) creyó al Señor que por justicia” (cf. Gen 15, 6).
Usted puede aumentar de nuevo en lo que se convirtió como el genio de la comunidad cristiana. El “genio” en el sentido propio de la imagen y hermosa de la comunidad cristiana, para que los miembros que son los más vulnerables, son considerados los más importantes, simplemente porque son los más importantes ante el Señor. Desde este punto de vista, la comunidad cristiana tiene algo raro, de verdad, de hecho: el valor dado a la pequeñez y debilidad (cf. Mt 25, 45).

Hermanos siempre amó en Cristo, esta es la canción y esto es lo que yo entiendo hasta cierto punto de mi vida, por la gracia de Dios, para la iluminación del Espíritu.

Lo que hay que hacer ahora?

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Comience por poner en el culto, permanecer en silencio.

Usted puede leer y volver a leer dos o tres veces en el texto del Evangelio. Que todavía no lo ha hecho, se aprende a memorizar algunas frases: “Lo que ha hecho al más pequeño de mis hermanos, me lo hicieron a mí”, es memorizar los que son más valiosos esto también es una forma de oración.
Puede conversar con el Señor, y al igual que el rey, se puede conversar con él más que eso: él reconoce como su Rey y deseando que sea, se convierte, reconociendo todo en nuestras vidas se resta de su soberanía, confessandoglielo con sinceridad y humildad. Nosotros y nuestro Rey
Entonces todavía se puede reiniciar la canción y se identifica con los personajes. En los justos, aquellos que “han alimentado el Señor” o “han regado el Señor.” Y si usted se identifica con ellos el Evangelio significa: cuenta que las cosas pequeñas o muy pequeñas en su vida, los simples gestos de amor, la paciencia, el cariño y el regalo que se utiliza para otros, las cosas que parecen triviales y sin valor, de hecho, son gestos de amor hacia el Señor, tienen un suplemento de gran importancia. Las pequeñas cosas son infinitamente digno delante de él: “[42] El que dé siquiera un vaso de agua fresca a uno de estos pequeños por ser mi discípulo, de cierto os digo que no perderá su recompensa” (Mt 10 , 42).
Así que si usted puede identificar con los que hicieron lo bueno, le ayudará a reconocer el valor de cada pequeño gesto.
Asumiendo que alguno de ustedes en vez identifica con aquellos que no han recurrido a la misericordia: “No me diste de comer”, el sacramento de la Palabra le ayudará a entender la gravedad de sus omisiones. Hay pecados de la violencia contra los demás, sino por los pecados de la indiferencia: no amar es parte de la esfera de la esfera del odio y el asesinato, entonces es claro que no tiene la misma gravedad, pero de esa raza, y luego al darse cuenta que le ayuda a despertar de “indiferencia e insensibilidad.
También podemos identificar con los pobres, por lo que se es pobre, también recibe servicios de otros o, a veces la negativa del servicio. Cabe usted reconoce que lo que otros te hagan a ti se hace realidad al Señor. Esto significa que usted puede dejar el amor y servir con un corazón libre, sin sentir vergüenza por lo que alguien puede donar. Al final de ese “alguien”, la reunión de su pobreza o debilidad, es servir al Señor y tiene una gran recompensa en sí misma. Esto no se debe a que no se debe gratitud, por el contrario. Por supuesto, la gratitud en su corazón no debe ser sino un reconocimiento libre, no avergonzado, no bloqueado por la suposición de que él nunca ha necesitado a nadie.
Es tan agradable tener un rey, un rey de la misericordia, que mide su soberanía con la misericordia nos ha dado a todos los pueblos de la tierra y que pide, básicamente, por nada más que esto: utilizar a su vez la misericordia.
Eucaristía-34Ecco, esto debería ayudar a hacer un diálogo de amor, la comunión con Él, pidiendo perdón de sus pecados de omisión con humildad, pero con gran confianza y abandono a su soberanía, porque él tu vida dominios, nuestra fraternidad.

Por lo tanto, sean generosos en el Reino de los distribuidores de Super – Mercy, sin olvidar nunca que fueron indultados primero. Y hablando de Cristo Rey, recuerda que son hijos del Rey y, por lo tanto, los herederos al trono.

Carlo_V Isabella_II_di_Spagna

He vivido en tiempos de la monarquía. Me acuerdo muy bien de la persona amada Carlos V e Isabel. Acabo de ‘Hospital Regional, donde estaba internado, me encontré en la calle justo cuando pasaba el ataúd del Soberano.

Un joven vida destruida en los primeros años mayores. Dios me ha dado a entender el vacío de las cosas el caso se le pide que haga el mejor uso que diez años que había dejado de vivir y pasar gl’altri. Incluso si usted vive en la época de las democracias republicanas, que no te importe que proclama a Cristo como el Soberano. Que reine en sus democracias por los siglos de los siglos y no te arrepentirás.

Repito, asistió a la Escuela de la Palabra antes de la Eucaristía expuesta. Dejar

no va a molestar a usted y alegrar,
te inquietas y te consuele,
que le hará daño y sanar,
que asusta y le dan valor.
El Dios de todo consuelo les conceda el don de las lágrimas no sólo para llorar por sus miserias, sino también para la misericordia que fluye a través de las venas, lo que le permite distribuir misericordia.

Esté preparado para renunciar a todas las formas de energía que no sea la Palabra sin armas, trata de ser cristianos que dan prioridad a la compasión de la ley, que puede hablar al corazón de cada hombre haciéndole una idea de que la muerte no es la última palabra.

Ser los guardianes de la libertad, la justicia y la paz. Su futuro no está en la fe incierta de los que se aferran a las falsas certezas, sino en trabajar para asegurarse de que hay un nuevo Pentecostés en que el Espíritu Santo lleva a la comunión entre las diferentes lenguas y culturas. Ser cristianos liberados de los temores de las fuerzas que se desarrollan de la muerte, se abren a una esperanza para todos. Tenga los profetas, pero no para el mal. Cada uno de ustedes tiene el espacio para volver a presentar la inaudita buena noticia tanto para los individuos como para la estructura misma de la sociedad.

San Pablo de Tarso

Os dejo con la bendición de Dios te consolarse con las palabras del Apóstol y se sentirá animado a imitar los caminos de la misión:

3Lodiamo Dios, el Padre de Jesucristo, nuestro Señor, el Padre que tiene compasión de nosotros, el Dios que nos consuela.
4Egli nos consuela en todas nuestras tribulaciones, para nosotros es posible para consolar a todos los que sufren, con lo que esos mismos consuelos que él nos da.
5Perché, aunque mucho lo que tenemos que sufrir con Cristo, estamos muy confortado por él.
Si sufrimos, es porque recibe el consuelo que le hará fuerte en soportar las mismas dificultades que nosotros sufrimos.
7Questa Nuestra esperanza está bien fundada, porque sabemos que no sólo comparte nuestro sufrimiento, sino también nuestra consolación.
8Dovete saber, hermanos, que en Asia, tuve que soportar un gran sufrimiento, incluso más allá de mis fuerzas. Tenía miedo de no ser capaz de sobrevivir.
9mi ya se sentía un hombre condenado a muerte. Dios lo ha querido así, que me enseñe a poner mi confianza en mí mismo, pero no el que da vida a los muertos.
10Egli me liberó de gran peligro de muerte, y líbrame. ¡Sí! Estoy seguro de que me entregues
11con la ayuda de sus oraciones. Dios contestará la oración que muchos lo harán por mí.

 

SAN GIOVANNI DI DIO – Lettere dal cielo – 03 A PARTIRE DAL BAMBINO – Angelo Nocent

Bambini - Semplici come bambini

 A PARTIRE DAL BAMBINO 

San Giovanni di Dio - RitrattoPer entrare nel Regno, bisogna passare per il bambino. Ma non sono tanto i bambini che devono imparare dai discepoli, quanto i discepoli che devono imparare dai bambini. Fratelli miei molto amati in Gesù Cristo, non sono io la vostra luce. Come Giovanni il Battista, sono passato nel mondo per dare testimonianza alla luce.   Di questo posso assicurarvi: che sono sempre rimasto un catecumeno e un fanciullo, il bambino di Oropesa. Proprio quello che a otto anni se n’è andato di casa per seguire l’invito di un pellegrino ospitato dai miei genitori per una notte. E’ una delle mie stranezze e so che faticate a comprendere. Come loro, del resto, che poi sono morti di crepacuore. Non li ho più rivisti. Non è stato facile ed ho sofferto molto. Ma quando una voce chiama, una misteriosa nostalgia, più forte dei legami del sangue attrae, cosa può fare un bambino? Mettersi in viaggio, partire, seguire la sua stella…

Che mistero! direte.   Ma, se avrete un cuore di bambino, tutto si rischiarerà quando parleremo di Abramo, nostro Padre nella fede e della sua discendenza nei secoli.

Ammetto che “diventare bambini” sono parole che risuonano misteriose ma è chiaro che, secondo Gesù, i bambini sono una specie di metafora viva del Regno dei Cieli. 

«Lasciate che i bambini vengano da me; non impediteglielo, perché Dio dà il suo regno a quelli che sono come loro. Io vi assicuro: chi non l’accoglie come farebbe un bambino non vi entrerà»( Mc.10,14-15) 

Dire che bisogna accogliere il Regno di Dio come fossimo bambini, è come dire: “Abbandona tuo padre e tua madre”. Può sembrare brutale, ma non è così. Il Signore Gesù impone a chiunque sia giunto all’età della ragione, anche se lo deve a suo padre, a sua madre, di abbandonarli e di ritrovare di fronte a Dio la stessa disponibilità totale che aveva verso i genitori quando era ancora al punto di partenza. 

Il Vangelo invita a vivere nei confronti di Gesù la fiducia offerta dal bambino ai genitori.  

Il bambino è la porta d’ingresso del Regno. E’ più importante quello che i discepoli possono imparare dai bambini. In altre parole, ci invita a ritrovare tutti i giorni, giorno dopo giorno, la nostra origine, il nostro focolare, la sorgente ingenua e vivace della prima infanzia.

Quando il Maestro dice: “Lasciate che i bambini vengano a me” è come se dicesse:

  • Non arrestateli verso un’esperienza che li chiama;
  • Abbiate fede nella vita che anima il loro richiamo;
  • Non contrastate il loro desiderio di autonomia;
  • Che ogni bambino possa arrivare a dire “IO” e non io-mia mamma, io-mio papà, io-il mio ragazzo, io-la mia ragazza, io-il mio gruppo, io-il mio superiore…Ma proprio “IO”.

 

Questo vuol dire:

  • Coscienza di se stesso,
  • In prima persona,
  • Spiritualmente chiamato alla Verità che chiama,
  • Partecipe di Dio

Al di là dell’avere, del sapere, del potere, i cui mezzi d’uso e di abuso sono insegnati dalla generazione adulta, esiste il desiderio di essere .

 Purtroppo, con tutte le buone intenzioni, i genitori dirigonoinfluenzano il desiderio dei figli e delle figlie.

  • Cristo invece non dirige, attira.
  • Cristo invece non ordina, chiama.

 Allora “Lasciateli venire a me” vuol dire che nel loro desiderio di venire troveranno la loro verità, l’itinerario da seguire. Vuol dire: “ non restate prigionieri del vostro desiderio dipendente dai genitori come quando eravate fisicamente immaturi “. 

Amore e sicurezza conosciuti presso padre e madre, adesso vanno ritrovati in Gesù. Ecco il senso, ecco il perché dell’invito ad ogni uomo a ritrovare il bambino che è il lui: per accogliere il Regno di Dio . Che è poi la condizione per vivere. (Mc.10,14-15)

 Adesso tutto è più chiaro: “Allora Gesù disse: «Ti ringrazio, Padre, Signore del cielo e della terra. Ti ringrazio perché hai nascosto queste cose ai grandi e ai sapienti e le hai fatte conoscere ai piccoli. Sì, Padre, così tu hai voluto».

E disse ancora: «Il Padre ha messo tutto nelle mie mani. Nessuno conosce il Figlio, se non il Padre. Nessuno conosce il Padre, se non il Figlio e quelli ai quali il Figlio lo fa conoscere. “( Mt. 11,25-26)

 E ancora: “ A voi Dio fa conoscere apertamente i misteri del suo regno, ma agli altri no” (Matt.13,11).  Fratelli miei, è dato ai piccoli, non hai sapienti. Questo è il senso.

 Volendo riassumere, possiamo concludere che:

  • Il bambino è la porta d’ingresso del Regno. Per entrare nel Regno, bisogna passare per il bambino.
  • Non sono tanto i bambini che devono imparare dai discepoli, quanto i discepoli dai bambini.
  • E’ assolutamente più importante quello che i discepoli possono imparare dai bambini.

 Intendiamoci, dicendo queste cose, dovete guardarvi da ogni retorica più o meno sdolcinata sui bambini, la loro innocenza, il loro candore; ma dovete guardarvi anche da una certa arroganza dell’intelligenza adulta, che semplicemente elimina quello che non capisce. Ora appunto il bambino è quello che l’adulto non capisce: è l’altro, il diverso, il mistero inerme ma indecifrabile.

 A pensarci bene, che cos’è un bambino?

Bambini - Sguardo nuovo sul mondo

 Uno sguardo nuovo nel mondo e sul mondo.

  • Uno sguardo non ancora critico e non soltanto interrogativo.
  • Uno sguardo attonito, stupito. Lo stupore come preambolo della fede.

 Scusate per l’insistenza ma lo esige la fedeltà all’Evangelo.

 Alla luce ditali considerazioni prende fisionomia il modello della catechesi cristiana. Essa non è in primo luogo catechesi al bambino ma catechesi a partire dal bambino. Attenzione, però! Non pensate subito al bambino dell’asilo. Pensate al bambino che è in voi, quello che ora mi sta tanto a cuore.

 Cosa vi pare di una revisione di vita a partire da una catechesi concepita non tanto come trasmissione di ciò che è risaputo, accertato, collaudato, consacrato, ma come ripensamento di tutto ciò che avete acquisito, a partire dal bambino, cioè a partire dall’inedito, dal non ancora svelato, dalla novità del Regno? Non è forse il metodo adottato dal Divino Maestro?

 Egli non trasforma i bambini in adulti (cioè gli uomini di domani in uomini di oggi), ma trasforma gli adulti in bambini (cioè gli uomini di oggi in uomini di domani).

 Bambini - Semplici come bambiniE’ chiaro che diventare bambini non significa diventare infantili: significa diventare oggi gli uomini di domani. Ma si può diventare oggi uomini di domani solo prendendo molto sul serio quello che siamo stati ieri. Amici miei, il mio non vuol essere un gioco di parole. E’ mia intenzione invece farvi recuperare la funzione della memoria individuale e collettiva.

 Perché fare memoria nel quinto centenario della mia nascita?

 Perché la memoria ha una funzione fondamentale come alimento della fede. Non a caso la Bibbia contiene innumerevoli esortazioni a ricordare: perché ciò che non è più ricordato è veramente ed irrimediabilmente passato, non ha più alcuna forma di attualità, è ormai inesistente, perduto.

Se fate attenzione, la mancanza di memoria è una delle grandi miserie dell’umanità: una società, una comunità è povera non perché non ha ma perché dimentica quello che ha. Questo vale anche per le Fraternità. Guardatevi attorno: mettere in memoria non è più una qualità umana, anzi una delle tipiche caratteristiche dell’uomo, ma la funzione primaria del computer. La conseguenza è fatale: un uomo sempre più smemorato finisce per essere sempre più disorientato.

 Colgo subito la vostra domanda: memorizzare che cosa? Che cosa tras-mettere, cioè appunto mettere in memoria? Vi aiuti lo Spirito del Signore Gesù a interfacciare il vostro con il Suo computer. E Maria, sua Madre. Ricordate? “ella non comprendeva ciò che Lui diceva ma conservava quelle sue parole e se le ripeteva dentro”

 Ecco un adulto trasformato in bambino, una donna che si apre, stupita, e che mette in memoria!

 Dunque, memorizzare che cosa?

  • I materiali della fede, ossia la base materiale della fede.

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 E qual è la base materiale della fede?

  • E’ la storia di Dio con l’uomo di cui la Bibbia è il paradigma fondamentale e normativo.
  • Quindi la catechesi come luogo di memorizzazione biblica:
  • la Bibbia è tutta una storia,
  • anzi una storia intessuta di tante storie;
  • La Bibbia è una storia dopo l’altra fino alla storia di Gesù che continua ancora oggi poiché egli è “lo stesso ieri, oggi ed in eterno” (Ebr 13.8)

 Se la catechesi non riesce a fare questo, ha fallito. Se ci riesce, ha raggiunto lo scopo. 

Ma accanto alle storie – che pure sono e restano la materia prima della fede – occorre trasmettere altri materiali: 

  • i canti: misteriosa forma dell’espressività umana e che abbondano nella Bibbia;
  • i sogni: Da quello di Giacobbe in avanti, quanti messaggi da parte di Dio! Sogni da raccontare e interpretare;
  • le visioni: quante visioni nella Bibbia, da qiella di Ezechiele fino a quella dell’Apocalisse! La visione come parola scolpita e già  realizzata;
  • i miracoli: quanti miracoli nella Bibbia! Tutta la storia raccontata è storia di miracoli. E non a caso. Perché il miracolo è forse l’espressione più appropriata della presenza e dell’azione di Dio:
  • il miracolo che spezza le leggi di ogni tipo,
  • che vince le necessità,
  • che sblocca le situazioni chiuse,
  • che dischiude un futuro ritenuto impossibile;
  • la possibilità dell’impossibile,
  • la vittoria della libertà sulla legge,
  • dell’inedito sullo scontato;
  • segno supremo di Dio nel mondo…
  • il miracolo è anch’esso una base materiale della fede.

 Fratelli miei molto amati,  c’è anche un secondo momento: il paradigma biblico che abbiamo sommariamente evocato, va innestato e intrecciato con il nostro mondo, la nostra realtà, il nostro quotidiano: la catechesi, scuola della memoria, deve anche essere, anzi deve necessariamente diventare sala di lettura: lettura della realtà, lettura del mondo a partire dal paradigma biblico.

 Badate bene: storie, canti, sogni, visioni, miracoli, – segnate e segnati dalla presenza di Dio – di questo è pieno anche il vostro mondo, anche la vostra storia. Guai se non avete occhi per vedere e orecchi per udire!

  • Saper leggere a Bibbia è bene,
  • ma saper leggere il mondo con la Bibbia è meglio.
  • Saper leggere la Bibbia è necessario, anzi indispensabile;
  • saper leggere il mondo con la Bibbia è ancor più necessario, anzi, ancor più indispensabile:
  • la catechesi come sala di lettura del mondo con la Bibbia.

 Le applicazioni per una Fraternità nel catecumenato della carità sono infinite. Se recepite queste indicazioni, le vostre parole, i vostri gesti quotidiani non saranno più gli stessi:

  • Cambierà lo stile di vita delle vostre Fraternità,
  • non per via delle leggi canoniche,
  • ma per mezzo dello Spirito che vi abita.
  • E cambieranno i rapporti con  l’uomo malato,
  • con l’operatore sanitario,
  • con la Chiesa locale,
  • con la Società che vi circonda.

 

Fateci caso: questa è la lezione che viene dalla nuova Pentecoste, manifestatasi con il Concilio Vaticano II. Invocata dai pontefici,e dalla Chiesa universale, essa ha segnato profondamente la vostra epoca ma non sempre le vostre Fraternità che, talvolta, si sono limitate a cogliere gli aspetti meno significativi del rinnovamento, proprio per la carenza di visione profetica.  

In questi ultimi anni sono stati beatificati o proclamati santi alcuni nostri fratelli: Riccardo, Benedetto, Giovanni Grande, i Martiri di Spagna…Di altri sono in corso i processi canonici. Di tanti altri fratelli santi non si farà pubblica memoria. Ma cos’è ciò che sta avvenendo se non l’antica profezia di Geremia? Infatti così dice il Signore:

Questa è l’alleanza che io concluderò con il popolo d’Israele dopo quei giorni: Io metterò la mia legge dentro di loro e la scriverò nel loro cuore. Allora io sarò il loro Dio ed essi saranno mio popolo. Nessuno dovrà più insegnare agli altri o dire al fratello: Cerca di conoscere il Signore. Perché mi conosceranno tutti, dal più piccolo fino al più grande. Io perdonerò le loro colpe e non mi ricorderò più dei loro peccati. Io, il Signore, lo prometto solennemente”.(Ger 31,33-34)

 Guardatevi intorno, la profezia è sotto il segno del già e non ancora, sotto il segno del provvisorio per voi, dell’incompiuto, del penultimo. Ma il non ancora è nel già della vostra fede, di quella dei vostri padri.

 Perciò, carissimi, fare Fraternità nel catecumenato della carità è necessario perché la perfezione non è ancora giunta. Quindi:

  • necessità della catechesi,
  • ma anche attesa viva del tempo in cui diventerà inutile, superflua. 

Cercate di bruciare i tempi dell’attesa nella implorazione assidua del tempo ultimo, il tempo della perfezione in cui le profezie saranno abolite, così pure il parlare in lingue ed anche la conoscenza, perché resterà solo l’amore. La catechesi sarà abolita. Ma l’amore no.  

Investite tutti i vostri talenti, perché la  Fraternità nel catecumenato della carità è una scuola dell’amore, dove non si lavora, fatica e si studia solo per ciò che, pur importante, è solo provvisorio. Non sotterrate la benevolenza che Dio cospicuamente vi ha messo in mano come un patrimonio, una fortuna. Fruttificatela con nuovi  e incisivi gesti d’amore, perché vi sarà  un rendiconto. 

Lo so bene, fratelli: amare l’amore sembra fatica. E lo è, perché si mettono in azione i freni inibitori degli egoismi umani. Solo che la fatica passa, l’amore resta. Vi do la mia parola.

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DESDE NIÑOSan Juan de Dios – RitrattoPer entrar en el Reino, tienes que ir a la bebé. Pero no tanto los niños que deben aprender de los discípulos que los discípulos deben aprender de los niños. Mis hermanos muy populares en Jesucristo, no soy tu luz. Como Juan el Bautista, entré en el mundo para dar testimonio de la luz. De esto puedo asegurar, que siempre he mantenido un catecúmeno y un niño, el niño Oropesa. Justo lo que a ocho años si se fue de casa para seguir la invitación de un peregrino organizada por mis padres para una noche. Y “uno de mis caprichos y sé que el trabajo que entienda. Al igual que ellos, por otra parte, que luego murió de un corazón roto. No he vuelto a ver. No fue fácil, y sufrí mucho. Pero cuando las llamadas de voz, un deseo misterioso, más fuerte los lazos de la sangre atrae, ¿qué puede hacer un niño? Para viajar, salir, seguir su estrella …¡Qué misterio! que usted dice. Pero, si usted tiene un corazón para los niños, le ilumine todo cuando hablamos de Abraham, nuestro padre en la fe y su descendencia para siempre.Tengo que reconocer que “para convertirse en hijos” son palabras que resuenan misterioso pero es evidente que, según Jesús, los niños son una especie de metáfora del reino de los cielos vivos.

“Dejad que los niños vengan a mí y no se lo impidáis, pues Dios da a su reino a los que son como ellos. Te aseguro que el que no lo aceptan como un niño, no entrará en él “(Mc.10 0,14-15)

Digamos que tenemos que recibir el Reino de Dios como si fuéramos niños, es como decir: “Dar a tu padre ya tu madre.” Puede sonar brutal, pero no lo es. El Señor Jesús dice que cualquiera que haya alcanzado la edad de la razón, aunque se lo debe a su padre, a su madre, a abandonarlos y buscar el rostro de Dios que tenía el mismo total disponibilidad para con sus padres cuando aún estaba en el punto de salida.

El Evangelio nos invita a vivir con Jesús la confianza ofrecida por el niño a los padres.

El niño es la puerta de entrada al Reino. It ‘s más importante que lo que los discípulos pueden aprender de los niños. En otras palabras, se nos invita a redescubrir cada día, día tras día, nuestro origen, nuestro hogar, la fuente ingenua y alegre de la primera infancia.

Cuando el Maestro dice: “Dejen que los niños vengan a mí”, como diciendo:

No cerrarlas a una experiencia que los llama;
Tener fe en la vida que anima su retirada;
No te resistas a su deseo de autonomía;
Que todos los niños pueden llegar a decir “yo” y no a mí, mi mamá, mi papá, yo, yo, mi novio, yo, mi novia, yo, mi grupo, yo, mi superior … Pero “I “.
 

Esto significa que:

Conciencia de sí mismo,
En primera persona,
Espiritualmente llamado la Verdad que llama,
Partícipe de Dios
Más allá de tener, del conocimiento, de la energía, lo que significa el uso y abuso son enseñados por la generación adulta, existe el deseo de ser.

 Por desgracia, con todas las buenas intenciones, los padres directos, influyen en el deseo de los hijos e hijas.

Pero Cristo no directa, que atrae.
Pero Cristo no ordena, llamada.
 Entonces, “Que vengan a mí” significa que en su deseo de llegar a encontrar su verdad, la ruta a seguir. Significa: “No quedan prisioneros de su deseo como dependiente de los padres cuando eran inmaduros físicamente.”

El amor y la seguridad conocida en el padre y la madre, que ahora se encuentran en Jesús es el camino, por eso la invitación a todos los hombres a redescubrir el niño que hay en él: para acoger el Reino de Dios. ¿Cuál es la condición para la vida. (Mc.10 0,14-15)

 Ahora todo es más claro: “Entonces Jesús dijo:” Yo te alabo, Padre, Señor del cielo y de la tierra. Te doy gracias porque has escondido estas cosas a los sabios y grandes y las has dado a conocer a los niños. Sí, Padre, así te quería “.

Y él dijo: “El Padre ha puesto todo en mis manos. Nadie conoce al Hijo sino el Padre. Nadie conoce al Padre sino el Hijo y aquel a quien el Hijo lo sabe. “(Mt 11:25-26)

 Y otra vez: “Dios da a conocer abiertamente a los misterios de su reino, pero los otros no lo hacen” (Mateo 13: 11). Mis hermanos, que se da a los pequeños, que no ha aprendido. Este es el significado.

 En resumen, se puede concluir que:

El niño es la puerta de entrada al Reino. Para entrar en el Reino, tienes que ir a la bebé.
No hay muchos niños que deben aprender de los discípulos, como los niños de los discípulos.
Lo ‘absolutamente más importante que lo que los discípulos pueden aprender de los niños.
 Eso sí, diciendo estas cosas, hay que tener cuidado con la retórica más o menos blanda en los niños, su inocencia, su candor, pero debe protegerse incluso de una cierta inteligencia adulta arrogancia, que simplemente elimine lo que no entiende. Ahora el niño es precisamente lo que el adulto no entiende: es el otro, el diferente, el misterio indefensos pero indescifrable.

 Pensándolo bien, ¿qué es un niño?

Los niños – mire al mundo

 Una mirada al pasado en el mundo y en el mundo.

Un aspecto aún no crítica, no sólo marca.
Una mirada sorprendido, asombrado. El asombro como el preámbulo de la fe.
 Perdón por la insistencia pero requiere fidelidad al Evangelio.

 A la luz de estas consideraciones fisonomía toma el modelo de la catequesis cristiana. No está en el primer lugar, pero la catequesis catequesis a los niños del niño. Tenga cuidado, sin embargo! No pienses directamente al niño de kinder. Piensa en el niño que hay en ti, lo que ahora tengo mucho en el corazón.

 ¿Qué piensa usted de una revisión de la vida de una catequesis concebida no tanto como la transmisión de lo que es conocido, probado, probado, consagrada, sino como un replanteamiento de todo lo que usted ha adquirido, por parte del niño, es decir, a partir de ‘ no publicado, de momento no revelado, por la novedad del Reino? ¿No es el método adoptado por el Divino Maestro?

 Él no transforma a los niños en adultos (es decir, los hombres del mañana en los hombres de hoy en día), pero a su vez los adultos a los niños (es decir, los hombres de hoy en día en los hombres del mañana).

 Niños – simples como bambiniE ‘se convierten en claro que los niños no se conviertan en medios de niño: que significa ser hoy los hombres del mañana. Pero puede llegar a ser hombres del mañana hoy simplemente tomar muy en serio lo que fuimos ayer. Mis amigos, mi no pretende ser un juego de palabras. Y “mi intención vez que se recupere la función de la memoria individual y colectiva.

 ¿Por qué, para conmemorar el quinto aniversario de mi nacimiento?

 Porque la memoria tiene un papel clave como un alimento de la fe. No es sorprendente que la Biblia contiene numerosas exhortaciones a recordar, porque lo que más se recuerda es verdaderamente e irrevocablemente pasado, y ya no tiene ningún tipo de eventos actuales, ahora es inexistente, perdido.

Si se presta atención, la falta de memoria es una de las grandes miserias de la humanidad: una sociedad, una comunidad no es pobre porque no se olvide, sino porque lo ha hecho. Esto también se aplica a la Fraternidad. Mira a tu alrededor: para guardar en la memoria ya no es una cualidad humana, de hecho una de las características típicas del hombre, pero la función principal del equipo. La consecuencia es fatal: un hombre cada vez más olvidadiza termina siendo cada vez más desorientado.

 Tomo inmediatamente a su pregunta: ¿qué tienda? Lo que trans-puesto, que se acaba de poner en la memoria? Le ayudará el Espíritu del Señor Jesús en la interfaz con el ordenador. Y María, su Madre. ¿Te acuerdas? “Ella no entendía lo que decía, pero mantuvo sus palabras y si se repite en el interior”

 Aquí se transforma en un hijo adulto, una mujer que se abre, sorprendido, y lo coloca en la memoria!

 Entonces, ¿qué tienda?

Las materias de la fe, que es la base material de la fe.

 ¿Y cuál es la base material de la fe?

Y ‘la historia de Dios con el hombre en la Biblia es el paradigma fundamental y marco regulador.
Así la catequesis bíblica como un lugar de almacenamiento:
la Biblia es una historia completa,
de hecho una historia entrelazada con tantas historias;
La Biblia es una historia tras otra hasta que la historia de Jesús continúa en la actualidad como lo es “el mismo ayer, hoy y por los siglos” (Hebreos 13:8)
 Si la catequesis no puede hacer esto, no lo consiguió. Si tiene éxito, logró su objetivo.

Pero además de las historias – a pesar de que son y siguen siendo la materia de la fe – necesitamos enviar otros materiales:

canciones: misteriosa forma de expresión humana y que abundan en la Biblia;
Sueños: De lo que Jacob adelante, cuántos mensajes de Dios! Sueños para contar e interpretar;
visiones: la cantidad de visiones en la Biblia, desde qiella de Ezequiel hasta el Apocalipsis! La visión como palabra tallada y ya ha hecho;
los milagros, cuántos milagros en la Biblia! Toda la historia es la historia de los milagros. No es casualidad. Debido a que el milagro es quizás la expresión más adecuada de la presencia y acción de Dios:
el milagro que rompe las leyes de todo tipo,
quien gane las necesidades,
que abre los saldos finales,
que da a conocer un futuro considerado imposible;
la posibilidad de lo imposible,
la victoria de la libertad en la ley,
hambre de descuento;
suprema señal de Dios en el mundo …
el milagro es también una base material de la fe.
 Mis hermanos muy popular, también hay una segunda vez: el paradigma bíblico que hemos mencionado brevemente, se activa y entrelazado con nuestro mundo, nuestra realidad, nuestra vida cotidiana: la catequesis, la memoria de la escuela, sino que también debe ser, y debe convertirse necesariamente la sala de lectura: la lectura de la realidad, la comprensión del mundo desde el paradigma bíblico.

 Eso sí: cuentos, canciones, sueños, visiones, milagros, – marcado y marcado por la presencia de Dios – este es tu mundo demasiado lleno, incluso su historia. Problemas si usted no tiene ojos para ver y oídos para oír!

Saber leer en la Biblia es bueno,
pero saber cómo leer la Biblia con los mejores del mundo.
Saber leer la Biblia es necesario, e incluso indispensable;
saber leer la Biblia con el mundo es aún más necesario, en efecto, aún más esencial:
la catequesis como una sala de lectura en el mundo con la Biblia.
 La solicitud de una fraternidad en el catecumenado de la caridad son infinitas. Si se adopta, estas direcciones, sus palabras, su rutina diaria nunca será el mismo:

Se va a cambiar el estilo de vida de la fraternidad,
no por el derecho canónico,
sino por el Espíritu que vive allí.
Se va a cambiar la relación con el enfermo,
con el cuidado de la salud,
con la Iglesia local,
con la sociedad que le rodea.
 

Piense en esto: esta es la lección que proviene de la nueva Pentecostés, que se manifiesta por el Concilio Vaticano II. Se invoca por los Papas y la Iglesia universal, que ha influido profundamente en su edad, pero no siempre sus fraternidades que a veces simplemente se aferran a la renovación de menor valor, debido a la falta de visión profética.

En los últimos años se han proclamado santos beatificados o algunos de nuestros hermanos: Richard, Benedetto, Juan Grande, los mártires de España … Por supuesto que otros están en el proceso canónico. Muchos otros hermanos santos no serán la memoria pública. Pero ¿y si lo que está sucediendo no es la antigua profecía de Jeremías? Porque así ha dicho Jehová el Señor:

“Este es el pacto que haré con la casa de Israel después de aquellos días, voy a poner mi ley en su interior y la escribiré en su corazón. Entonces yo seré su Dios y ellos serán mi pueblo. Ya no tienen que enseñar a otros o decir a su hermano: Llegar a conocer al Señor. ¿Por qué todos me conocerán, desde el más pequeño hasta el más grande. Porque perdonaré sus pecados, y no me acordaré más de su pecado. Yo, el Señor, juro solemnemente. “(Jer 31,33-34)

 Mira a tu alrededor, la profecía está bajo el signo de la todavía y ya no es así, bajo el signo de la provisional para usted, lo incompleto, la penúltima. Pero todavía no está ya en la fe, la de sus padres.

 Por lo cual, oh amados, hacer la fraternidad en el catecumenado de la caridad es necesaria porque la perfección no ha llegado todavía. Entonces:

necesitan de la catequesis,
sino también el tiempo de espera viva en la que se convertirá en inútil, superfluo.
Intente grabar tiempos de espera en la oración asidua a la última vez, el momento de la perfección en el que las profecías se acaben, así como hablar en lenguas y también de conocimiento, porque sólo el amor permanecerá. Se abolió la Catequesis. Pero el amor no es.

Invertir todos sus talentos, por lo que la fraternidad en el catecumenado de la caridad es una escuela de amor, en el que no trabaja, el esfuerzo, y sólo para lo que estudia, aunque importante, es sólo temporal. No enterrada visible benevolencia que Dios ha plantado en la mano como una fortuna, una fortuna. Fruttificatela con nuevos e incisivo gestos de amor, ya que habrá un comunicado.

Lo sé, hermanos, amor amor parece a la fatiga. Y lo es, porque se ponen en acción las inhibiciones del egoísmo humano. Sólo los pases fatiga, el amor permanece. Te doy mi palabra.

 

Mediocrità – Richard Pampuri – Father Robert F. McNamara

martedì, 18 marzo 2008

LA MISURA IMPIETOSA DELLA NOSTRA MEDIOCRITA’

Riccardo Pampuri, O.H. (1847-1870)

 

Prefazione

Raccontare la vita di una persona importante non è facile; soprattutto quando si tratta di un santo: perché qui navighiamo nell’umano e nel sovrumano insieme, a tu per tu con uomini e donne che ci sovrastano e, al tempo stesso, ci inquietano.

Anche per questo l’Autore (Angelo Motonati)  ha preferitop far parlare la gente il più possibile, privilegiando testimonianze di persone ancora viventi o di altre  che, scomparse, hanno però lasciato dichiarazioni sotto giuramento davanti ai tribunali ecclesiastici che sono deputati a emettere le sentenze di santità.

Non sappiamo fino a che punto l’anedottica sia la forma più indicata in simili casi; ma, da giornalista qual’egli è, l’Autore non aveva altra scelta e del resto, una lettura del genere  dovrebbe lasciare comunque un segno nella psicologia dell’uomo dellla strada:  un santo è sempre degno di essere conosciuto e indagato, perché finisce per interpellare, in un mdo o nell’altro, la coscienza di chi crede e di chi non crede. Personalmente riteniamo che la società di cui viviamo abbia più bisogno di santi che di leaders politici dalle incerte fortune.

I santi, infatti, sono la misura impietosa della nostra mrdiocrità: non possiamo evitare di confrontarci con loro  e – quasi sempre – di uscirne rossi di vergogna ma, insieme, ricaricati nella speranza, dalla dimostrazione di cioò di cui è capace un uomo che si fida di Dio e decide di seguire con coerenza di vita i comandamenti.

C’è un messaggio più urgente e più valido per questa nostra società della materia e dei consumi in preda alla violenza, alla paura, alla disperazione?

C’è un modo più efficace e credibile  per riportarci alla vera dimensione dell’uomo?

Fra Riccardo Pampuri direbbe di no. Per questo la sua vicenda è esemplare a dispetto delle apparenze: un bell’uomo, giovane e con una carriera sicura, lascia tutto perché Dio è più importante di tutto.

E trova tutto.

  • A lui possono salutarmente guardare, per la sua ardente fede, i medici cattolici; 
  • a lui possono utilmente ispirarsi tutti gli operatori sanitari per la sua rigorosa coscienza professionale;
  • a lui possono fiduciosamente rivolgersi tutti gli ammalati per apprendere  come vivere la sofferenza e per chiederne l’intercessione;
  • come lui i giovani possono generosamente dare un senso alla loro vita e incarnare i veri ideali umani e cristiani.
  • Fra Benedetto Possemato o. h. Priore Provinciale Provincia Romana
  • Fra Cristoforo Danelut o.h. Priore Provinciale Provincia Lombardo-Veneta.

15 Settembre 1989 Prefazione a “DOTTOR CARITA’ ” – Riccardo Pampuri dei Fatebenefratelli – Angelo Motonati – Ed. fatebenefratelli

 


Richard Pampuri (1897 – 1930)

 

Trivolzio – Tra la sua gente

The Old Testament Book of Sirach pays an important tribute to physicians. “Hold the physician in honor,” Sirach says, “for he is essential to you, and God it was who established his profession” (38:1). St. Paul calls St. Luke the Evangelist a “beloved physician” (Col, 4:14). In our own time another saintly medical doctor has been canonized to whom God has communicated some of his healing power. He is St. Richard Pampuri, M.D.

Dr. Pampuri, the tenth of the eleven children of Innocenzo and Angela Pampuri, was born in the province of Pavia, northern Italy, on August 2, 1897, and baptized Erminio Filippo. His mother, in poor health, died when he was only three. Thereupon, his maternal grandparents offered to raise the youngster in their village. The grieving father accepted their kindly offer.

Growing up in the household of his grandfolks his Aunt Maria and her husband Dr. Carlo, the village physician, Erminio had the great blessing of being raised in an atmosphere of devout and loving Christianity. From the outset, he proved to be a winsome child naturally disposed to do the right thing. Though not physically strong, nevertheless, when he started to go to school, he did not allow the long walks to and from the schoolhouse, in weather fair or foul, to interfere with his perfect attendance. His teachers in elementary and secondary school all spoke of him as “outstanding under every aspect”.

When Erminio was ten, his father was killed in a traffic accident. Even as a lad young Pampuri had wanted to become a missionary priest, but he was dissuaded from that vocation because of his delicate health. Instead, he fell more and more under the influence of his uncle Carlo, a country doctor whose generosity and good example impressed him with the ministry of healing. Carlo also paid his way through schools and college. He must have been gratified when Erminio told him that he had enrolled in the Faculty of Medicine at Pavia.

The impression he made on teachers and fellow students while in college and medical school continued to be very positive. His quiet excellence in behavior and study made him a natural leader. Despite the anticlerical milieu of the university, he calmly attended daily Mass and received Holy Communion regularly. He was active in the student Catholic Actions groups, and attracted large numbers of his fellow students to these apostolates.

When Italy entered World War I, Erminio Filippo was conscripted into the Medical Corps. After a brief course in field medicine he was sent to the front. Most of his work seems to have been in field hospitals, but he was nevertheless shocked by the brutality of war. “What a stupid waste of human life,” he wrote. “So many wounded, so many broken bodies!” He outdid himself in serving these casualties. A companion said of him, “He was always very kind to the wounded soldiers, particularly those with the gravest wounds. He was always on hand to comfort them and was concerned that they should receive the Sacraments.” Personally he always carried the New Testament and the Imitation of Christ in his pocket, to be read in the brief moments of leisure. By the end of the war he had been promoted to Second Lieutenant, Medical Corps.

When the war ended in 1918, Erminio returned to the Medical School of Favia. On July 6,1921, he graduated at the top of his class in medicine and surgery. In 1922 he completed his internship with high honors, and was appointed to practice at Morimondo in the Province of Milan. Now he practiced medicine to the hilt. But he also found time to organize the parish youth, to serve as secretary of the parochial missionary society, and arrange retreats for adolescents, farmers and Don Alesina, pastor of the parish, called him “my lay curate”.

Now that he was a physician, Pampuri was able to prove to himself that his profession was indeed a “ministry”. “I always see Jesus in my patients,” he wrote to his sister, a missionary in Egypt, “so it is He whom I cure, comforting Him who suffered and died to expiate our sins.” Since most of his patients were poor, he gave them free medicine and money, food, clothing and blankets as needed.

Dr. Pampuri still felt an attraction to the religious life. After six years at Morimondo, on the advice of his spiritual director, he decided to join the Hospitallers of St. John of God, a religious order of nursing brothers. The Brothers were happy to receive him. He entered the Order officially in 1927, received the religious name “Riccardo” (Richard) and took his first vows in 1928. His new companions quickly agreed that Brother Richard was in every way an authentic son of St. John of God.

Unfortunately, Pampuri, while in the armed services, had suffered a bout with pleurisy. That ailment struck him anew in August 1929, and degenerated into bronchial pneumonia. He died in the Order’s hospital in Milan on May 1, 1930, aged only 33.

The speed with which he was beatified and canonized testifies to the reputation for high holiness that this admirable young man had acquired. Pope John Paul II declared him blessed in 1981 and proclaimed him a saint in 1989.

In a day when many physicians seem to ignore their Hippocratic oath to do patients no harm, it is good to have ranked among the saints one who saw Jesus in those whom he sought to cure.

-Father Robert F. McNamara

FATEBENEFRATELLI: La strada per la condivisione è una sola – A. Nocent

GLOBULI ROSSI: L’ADDIO AL CARD. CARLO MARIA MARTINI (l’ispiratore della GR)

«Chiesa indietro di 200 anni »

Padre Georg Sporschill, il confratello gesuita che lo intervistò in “Conversazioni notturne a Gerusalemme” e Federica Radice hanno incontrato Martini l’8 agosto:

 «Una sorta di testamento spirituale. Il cardinale Martini ha letto e approvato il testo».

Come vede lei la situazione della Chiesa?

  • «La Chiesa è stanca, nell’Europa del benessere e in America.
  • La nostra cultura è invecchiata,
  • le nostre Chiese sono grandi,
  • le nostre case religiose sono vuote
  • e l’apparato burocratico della Chiesa lievita,
  • i nostri riti e i nostri abiti sono pomposi.
  • Queste cose però esprimono quello che noi siamo oggi? (…)

Il benessere pesa. Noi ci troviamo lì come il giovane ricco che triste se ne andò via quando Gesù lo chiamò per farlo diventare suo discepolo.

Lo so che non possiamo lasciare tutto con facilità. Quanto meno però potremmo cercare uomini che siano liberi e più vicini al prossimo. Come lo sono stati il vescovo Romero e i martiri gesuiti di El Salvador.

Dove sono da noi gli eroi a cui ispirarci? Per nessuna ragione dobbiamo limitarli con i vincoli dell’istituzione».

Chi può aiutare la Chiesa oggi?

«Padre Karl Rahner usava volentieri l’immagine della brace che si nasconde sotto la cenere. Io vedo nella Chiesa di oggi così tanta cenere sopra la brace che spesso mi assale un senso di impotenza. Come si può liberare la brace dalla cenere in modo da far rinvigorire la fiamma dell’amore?

Per prima cosa dobbiamo ricercare questa brace.

  • Dove sono le singole persone piene di generosità come il buon samaritano?
  • Che hanno fede come il centurione romano?
  • Che sono entusiaste come Giovanni Battista?
  • Che osano il nuovo come Paolo?
  • Che sono fedeli come Maria di Magdala?

Io consiglio al Papa e ai vescovi di cercare dodici persone fuori dalle righe per i posti direzionali.

Uomini che siano vicini ai più poveri e che siano circondati da giovani e che sperimentino cose nuove.

Abbiamo bisogno del confronto con uomini che ardono in modo che lo spirito possa diffondersi ovunque».

Che strumenti consiglia contro la stanchezza della Chiesa?

«Ne consiglio tre molto forti.

  • Il primo è la conversione: la Chiesa deve riconoscere i propri errori e deve percorrere un cammino radicale di cambiamento, cominciando dal Papa e dai vescovi. Gli scandali della pedofilia ci spingono a intraprendere un cammino di conversione. Le domande sulla sessualità e su tutti i temi che coinvolgono il corpo ne sono un esempio. Questi sono importanti per ognuno e a volte forse sono anche troppo importanti. Dobbiamo chiederci se la gente ascolta ancora i consigli della Chiesa in materia sessuale. La Chiesa è ancora in questo campo un’autorità di riferimento o solo una caricatura nei media?
  • Il secondo la Parola di Dio. Il Concilio Vaticano II ha restituito la Bibbia ai cattolici. (…) Solo chi percepisce nel suo cuore questa Parola può far parte di coloro che aiuteranno il rinnovamento della Chiesa e sapranno rispondere alle domande personali con una giusta scelta. La Parola di Dio è semplice e cerca come compagno un cuore che ascolti (…). Né il clero né il Diritto ecclesiale possono sostituirsi all’interiorità dell’uomo. Tutte le regole esterne, le leggi, i dogmi ci sono dati per chiarire la voce interna e per il discernimento degli spiriti.
  • Per chi sono i sacramenti? Questi sono il terzo strumento di guarigione. I sacramenti non sono uno strumento per la disciplina, ma un aiuto per gli uomini nei momenti del cammino e nelle debolezze della vita. Portiamo i sacramenti agli uomini che necessitano una nuova forza? Io penso a tutti i divorziati e alle coppie risposate, alle famiglie allargate. Questi hanno bisogno di una protezione speciale.

La Chiesa sostiene l’indissolubilità del matrimonio. È una grazia quando un matrimonio e una famiglia riescono (…). L’atteggiamento che teniamo verso le famiglie allargate determinerà l’avvicinamento alla Chiesa della generazione dei figli. Una donna è stata abbandonata dal marito e trova un nuovo compagno che si occupa di lei e dei suoi tre figli. Il secondo amore riesce.

Se questa famiglia viene discriminata, viene tagliata fuori non solo la madre ma anche i suoi figli. Se i genitori si sentono esterni alla Chiesa o non ne sentono il sostegno, la Chiesa perderà la generazione futura. Prima della Comunione noi preghiamo: “Signore non sono degno…” Noi sappiamo di non essere degni (…). L’amore è grazia. L’amore è un dono. La domanda se i divorziati possano fare la Comunione dovrebbe essere capovolta. Come può la Chiesa arrivare in aiuto con la forza dei sacramenti a chi ha situazioni familiari complesse?»

Lei cosa fa personalmente?

«La Chiesa è rimasta indietro di 200 anni.

  • Come mai non si scuote?
  • Abbiamo paura?
  • Paura invece di coraggio?
  • Comunque la fede è il fondamento della Chiesa. La fede, la fiducia, il coraggio.

Io sono vecchio e malato e dipendo dall’aiuto degli altri. Le persone buone intorno a me mi fanno sentire l’amore. Questo amore è più forte del sentimento di sfiducia che ogni tanto percepisco nei confronti della Chiesa in Europa. Solo l’amore vince la stanchezza. Dio è Amore.

Io ho ancora una domanda per te: che cosa puoi fare tu per la Chiesa?».

(Georg Sporschill SJ – Federica Radice Fossati Confalonieri)

FATICA E TANTA PAZIENZA. MA E’ LA SOLA STRADA PERCORRIBILE…

RADIO VATICANA – 10 OTTOBRE 2006

La gioia della Chiesa per il Sinodo indetto dal Papa sul tema della Parola di Dio: il commento del card. Martini:

Solo chi si pone innanzitutto in ascolto” della Parola di Dio “può poi diventarne annunciatore” perché quella che si deve insegnare non è una “propria sapienza, ma la sapienza di Dio”.

E’ quanto più volte ribadito da Benedetto XVI, che nei giorni scorsi ha indetto la Dodicesima Assemblea Generale Ordinaria del Sinodo dei Vescovi sul tema: LA PAROLA DI DIO NELLA VITA E NELLA MISSIONE DELLA CHIESA.

L’assemblea sinodale si svolgerà in Vaticano dal 5 al 26 ottobre del 2008. Il Papa invita tutti i fedeli alla lettura assidua della Bibbia perché, come dice San Girolamo, “chi ignora le Sacre Scritture ignora Cristo”. Ma come ha accolto la convocazione di questo Sinodo il cardinale Carlo Maria Martini, definito da Benedetto XVI “un vero maestro della Lectio divina” ?

Ascoltiamo l’arcivescovo emerito di Milano al microfono di Fabio Colagrande: RealAudioMP3

R. – Questa convocazione desta in me una grande gioia, perchè mi ricordo che fin dai primi Sinodi universali cui ho partecipato come arcivescovo di Milano, dall’inizio degli anni ’80 – quando ci chiedevano alla fine del Sinodo: “su quale argomento proponete che si tenga il prossimo Sinodo?” – io ho sempre insistito sul tema della Parola di Dio. Quindi, ho sempre desiderato che diventasse argomento di un Sinodo. Finalmente vedo che Papa Benedetto XVI ha esaudito questo mio voto, che ho espresso anche in tante altre occasioni pubbliche. Sono molto contento, quindi, di questa scelta del Papa e credo che ne verranno grandi vantaggi per la Chiesa.

D. – Eminenza, in che modo la Parola di Dio può essere un mezzo privilegiato per il rinnovamento della Chiesa?

R. – La Chiesa nasce dalla Parola di Dio, il cui significato ultimo è il Verbo stesso di Dio e il Verbo incarnato, Gesù Cristo. E’ la Parola dei profeti, la Parola degli apostoli e, infine, la Parola scritta della Bibbia. La Chiesa nasce da questa Parola e quindi si rinnova, si rigenera, ogni volta che ritorna a questa Parola. In particolare, la Parola della Scrittura è proprio nelle mani della Chiesa, perchè la Chiesa vi attinga largamente e perchè si rinnovi a questo contatto. Infatti, questa Parola di Dio che ci porta alla volontà di Dio stesso, il desiderio di Dio di comunicarsi a noi, ci dice anche qual è il piano di Dio, che cosa vuole Dio da noi, cosa vuole dalla Chiesa, qual è il nostro dovere, qual è il nostro futuro. Quindi, la Chiesa continuamente si rinnova abbeverandosi alla fonte della Parola di Dio, così come si rinnova nutrendosi dell’Eucaristia.

D. – Quindi, lei crede che sia arrivato il momento in cui la Chiesa debba tornare ad abbeverarsi alla Parola?

R. – Sì, certamente. Questo lo diceva già il Concilio Vaticano II, che ci ha esortato a nutrirci più ampiamente della Parola di Dio – ciò è avvenuto anche con il rinnovamento liturgico – ma ha esortato anche tutti i laici a nutrirsi quotidianamente della Parola e ad imparare a pregare dalla Parola. Questo dobbiamo continuamente metterlo in pratica, perchè ci vuole molto tempo affinché si attui questo desiderio del Concilio.

D. – Il Sinodo si svolgerà nell’ottobre del 2008, ma lei, che più volte aveva auspicato un incontro su questo tema, già immagina delle indicazioni pastorali che potrebbero sorgere da questo incontro, da questo confronto?

R. – Bisogna vedere quali domande porrà più concretamente il Papa. Mi pare, però, che in ogni caso, partire dalla Dei Verbum, che è stato il documento fondamentale sul quale la Chiesa ha espresso la sua convinzione riguardante la Parola di Dio, sarà certamente importante per questo Sinodo.

Soprattutto mi parrebbe molto bello esaminare attentamente il capitolo sesto della Dei Verbum, cioè quel capitolo che dice che cosa fa la Chiesa con la Parola di Dio, come la Chiesa si nutre di essa nella teologia, nella catechesi, nella liturgia e poi soprattutto quel passo che ha già ricordato varie volte Papa Benedetto XVI, che parla della Parola di Dio nella vita dei cristiani, che devono imparare a meditare sulla Parola con quella che è chiamata oggi la Lectio divina, cioè l’accostamento orante alla Parola di Dio, per imparare a pregare a partire da essa.

Su tutto questo il Sinodo dovrà interrogarsi, dovrà chiedere

  • come abbiamo messo in pratica la Dei Verbum,
  • come viviamo nelle nostre comunità la Lectio divina.

Quindi, credo che sarà certamente un momento molto importante, per la storia e la vita della Chiesa”.

GLOBULI ROSSI:

una goccia nell’oceano.

Ma sempre schiene

a disposizione di Dio.

Padre Carlo, prega con noi, intercedi.

RICORDACELO SPESSO: come possiamo liberare la brace dalla cenere in modo da far rinvigorire la fiamma dell’amore?

TRIVOLZIO A DON GIUSSANI – San Riccardo Pampuri

Trivolzio. Nei pressi del Santuario di san Riccardo Pampuri, inaugurato il piazzale dedicato a don Giussani

 01/05/2007

La gratitudine di Trivolzio
Martedì 1 maggio 2007, monsignor Giudici, vescovo di Pavia, ha inaugurato a Trivolzio, nei pressi del santuario di san Riccardo, il piazzale dedicato a don Giussani.

Da Trivolzio a tutto il mondo Monsignor Giussani è stato l’artefice della diffusione, non solo in Italia, ma in tutto il mondo, della conoscenza e della devozione a san Riccardo Pampuri. Da dodici anni, il sabato sera, centinaia di giovani provenienti da ogni parte, anche da molto lontano, vengono qui in chiesa, a Trivolzio, per chiedere tante Grazie a san Riccardo. E la domenica giungono tantissime famiglie con tanti bambini. In un piccolo paese sconosciuto c’è un giovane medico santo, ed ecco che improvvisamente basta un invito perché la sua conoscenza con un passaparola si diffonda ovunque.

Trivolzio vuole dire «grazie» a monsignor Giussani per avere indicato e valorizzato la figura di san Riccardo. (di Don Angelo Beretta, parroco della chiesa dei SS. Cornelio e Cipriano di Trivolzio).

Un uomo vero

Avete voluto dedicare questa piazza a don Luigi Giussani perché è un uomo vero. Lo possiamo testimoniare noi che abbiamo avuto il dono di conoscerlo e vivere con lui; ma lo possono riconoscere tutti, anche quelli che non lo hanno mai incontrato, attraverso il prolungarsi della sua opera, l’umanità di chi è stato affascinato dalla sua umanità e lo ha seguito.

Don Luigi Giussani seppe cogliere da piccoli avvenimenti l’opera dello Spirito attraverso San Riccardo Pampuri e la indicò. Così divenne anche in questa vicenda strumento dello Spirito per attuare le grandi opere di Dio che stanno davanti ai nostri occhi quasi quotidianamente qui a Trivolzio, come ci testimonia commoventemente, ogni volta che veniamo qui, don Angelo. (di Mauro Ceroni, responsabile di CL a Pavia).

Nel gennaio del 1995 Cristina Bologna, su invito di don Giussani che era rimasto molto colpito dalle vicende che lei gli aveva raccontato, scrisse una lettera alla nostra rivista nella quale descriveva una guarigione inspiegabile accaduta dopo che a una persona gravemente malata era stata data un’immaginetta di san Riccardo Pampuri (cfr. Tracce, febbraio 1995, p. 51). In quella circostanza don Giussani iniziò a suggerire di invocare quotidianamente il Santo medico: «Dite qualche Gloria a san Riccardo Pampuri: dobbiamo valorizzare i Santi che Dio ha creato tra noi, nella nostra epoca e nella nostra terra. Bisogna invocarlo: un Gloria a Pampuri tutti i giorni».

Le parole del vescovo: All’inaugurazione del piazzale il vescovo di Pavia, monsignor Giovanni Giudici, ha detto di don Giussani: «Un cristiano tipico della nostra terra: mite, intraprendente e deciso nel bene da compiere, ma che vive ciò nel nascondimento e senza troppo clamore. Questo stile caratteristico della nostra gente, ci porta a comprendere che vita cristiana è dono gratuito agli altri», ricordando che «oggi con la benedizione di questo piazzale noi ricordiamo anche i sacerdoti che si sono spesi con gratuità per gli altri, sacerdoti a cui l’Amministrazione di Trivolzio ha dedicato nel passato vie del paese».
[da Tracce, giugno 2007, p. 71 ss.]

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CONSOLATORI MOLESTI – Angelo Nocent

Giobbe - consolatori molesti

CONSOLATORI MOLESTI

Sfogliando nell’archivio, ho ritrovato una riflessione di tanti anni fa. Forse le cose sono cambiate ma alcune considerazione continuano a mantenere la loro attualità.

 

Giobbe 01Giobbe è il grande perseguitato dalle avversità della vita. Anche se reputato da Dio uomo saggio, egli non ha esitato a definire i suoi amici dei “consolatori molesti”: 

  • “Ho già sentito queste cose,
  • voi mi tormentate invece di confortarmi.
  • Quando smetterete di dire cose inutili?
  • Che cosa vi fa parlare tanto?
  • Anch’io parlerei come voi, se voi foste al mio posto.
  • Potrei annegarvi in un fiume di parole,
  • scuotere la testa per contraddirvi.
  • Potrei farvi coraggio con la bocca,
  • confortarvi a parole”.(Gb.16,2-5).

 Giobbe e la Moglie

Ammalatosi di una malattia ripugnante e dolorosa, Giobbe rimane sottomesso e respinge la moglie che gli consiglia di maledire Dio.

L’essere accanto al malato è una chiamata ad un impegno prezioso e importate, ad un impegno anche molto delicato: 

È “prezioso e importante”, perché per noi la consolazione ha sempre la figura del dialogo. È attraverso la presenza accanto a noi di altre persone – alle quali posiamo dire quello che siamo, sappiamo e desideriamo – che nasce dentro al nostro cuore la consolazione che è una forma di guarigione; è una forma di salute riacquistata, di amore per la vita ritrovata, di voglia di lottare e di impegnarsi di fronte agli ostacoli che la nostra vita incontra e deve affrontare. Quindi, la presenza delle persone accanto al malato, fa parte di una terapia davvero umana, che permette alla persona di reagire alla malattia in modo personale e libero. D’altra parte non è certamente una presenza facile da vivere.

 Non so se ricordate il Libro di Giobbe; è il racconto di quest’uomo che le ha patite tutte fino ad arrivare ad una sofferenza estrema che lo ha emarginato. Lo vanno a trovare degli amici, arrivano da lui e per sette giorni non riescono ad aprire parola, perché Giobbe è così mal messo che le parole agli amici vengono meno. Poi incomincia il dialogo, che dovrebbe essere di consolazione, ma in realtà diventa, a motivo del comportamento degli amici, un dialogo che rende ancora più acerba la sua sofferenza. Giobbe chiamerà i suoi amici «consolatori molesti» (Gb 16,2), perché le parole che gli dicono non lo aiutano a vivere, ad affrontare e a superare la malattia.

 Ora il paradosso è che tutte le parole che gli amici dicono a Giobbe sono vere, e di queste parole si potrebbe trovare nella Bibbia un riferimento marginale, un richiamo, perché stanno dentro al Libro dei Proverbi e della Sapienza. Quindi gli amici di Giobbe dicono delle cose vere, però diventano moleste; addirittura alla fine, quando Dio “tira i fili” della situazione, dà torto agli amici, perché dice: «Non avete detto di me cose rette, come il mio servo Giobbe» (Gb 42,7).

 E uno si chiede: perché? In fondo hanno detto la verità? Il problema credo sia proprio lì. È vero: hanno detto una verità teorica sul senso della malattia, ma non hanno incontrato Giobbe, lui non è la malattia, e non è il problema filosofico della malattia da affrontare e da risolvere. Giobbe è un uomo che patisce e a bisogno di reagire alla malattia in modo positivo, di mantenere l’amore per la vita e di custodire la speranza. Allora il dialogo degli amici deve aiutare Giobbe a raggiungere questo obiettivo. Il mettergli davanti semplicemente la verità nuda e cruda non serve, e può diventare addirittura oppressivo per Giobbe, che si sente dentro ad una gabbia ideologica oltre a quella fisica della sua malattia.

Bisogna trovare quel modo di accostamento che permetta ad una persona di buttare fuori quello che vive e di diventarne in questo modo padrone, e quindi di riuscire a gestire i suoi sentimenti e risentimenti.

 Alla fine la malattia è evidentemente una sfida. La cosa importante è che dopo riesca a rispondere a questa sfida non smettendo di amare e sperare, ma dando al suo amore e alla sua speranza degli orizzonti e delle prospettive nuove. Questo deve riuscire a fare, e questo evidentemente lo può fare solo il malato con la sua libertà. Chi gli sta vicino è, da questo punto di vista, non uno che si sostituisce al malato e che gli dice quello che lui deve fare; ma uno che sta accanto al malato perché gli vengano meno almeno alcune delle paure che ha, e con lo spazio di libertà che la conversazione apre possa lottare e operare una trasformazione del suo atteggiamento. Questo credo sia un’arte tutt’altra che facile, che probabilmente richiede anche molta esperienza, richiede anche una comunicazione piena di esperienze che altri hanno fatto.”

 Dopo l’ illuminante premessa di un successore degli Apostoli e le sconvolgenti parole di Giobbe, mi sento molto meno sicuro nell’esporre le mie riflessioni maturate a contatto del dolore umano. Il rischio di dire cose vere ma moleste è sempre in agguato. I ben intenzionati amici di Giobbe “hanno detto una verità teorica sul senso della malattia, ma non hanno incontrato Giobbe, lui non è la malattia”.

Vorrei essere accanto a ogni malato. Se ogni uomo che patisce “ ha bisogno di reagire alla malattia in modo positivo, di mantenere l’amore per la vita e di custodire la speranza.”, questi appunti, più che la voce degli amici, vorrebbero fargli sentire vicina una Presenza, L’Amico, discreto, divino, capace di sciogliere ogni paura

 Se dovesse succedere il contrario, ossia che qualcuno leggendo “si senta dentro ad una gabbia ideologica oltre a quella fisica della sua malattia.”, interrompa subito. E’ bene si sappia fin d’ora che la colpa è soltanto mia, non della Parola discesa dal Cielo per suscitare Desiderio, genera Luce, trasmette Vita, guarire ogni sorta d’infermità.

* * *

Giobbe - consolatori molesti 02

 Già dall’infanzia ci sentiamo ripetere per il resto della vita che la Croce è per tutti, in Gesù Cristo, un trono di gloria che porta inevitabilmente, per uno di quei contrasti inspiegabili alla mente umana, proprio alla Risurrezione: “Per Crucem ad Lucem”.

Nessuno dubita che sia vero. Pochi comprendono il significato. Quasi sempre viene citato il seguente passo evangelico:

 “ Poi Gesù disse ai suoi discepoli: «Se qualcuno vuol venire con me, smetta di pensare a se stesso, prenda la sua croce e mi segua.” 

Solitamente la citazione finisce qui e uno capisce quel che capisce, ossia che è pura illusione pensare che si possa escludere la sofferenza dalla vita dell’uomo. In realtà il Vangelo chiarisce molto bene il significato di prendere la croce e seguire il Maestro

  • “ 25 Chi pensa soltanto a salvare la propria vita la perderà; chi invece è pronto a sacrificare la propria vita per me la ritroverà.
  • 26 Se un uomo riesce a guadagnare anche il mondo intero, ma perde la vita, che vantaggio ne avrà? Oppure, c’è qualcosa che un uomo potrà dare per riavere, in cambio, la propria vita?
  • 27 «Il Figlio dell’uomo ritornerà glorioso come Dio suo Padre, insieme con i suoi angeli. Allora egli darà a ciascuno la ricompensa in base a quel che ciascuno avrà fatto. » (Matteo,16)

 Quando uno è ammalato si ritrova con una croce più o meno pesante sulle spalle. La prima considerazione ricorrente è: “Perché a me, proprio a me? Non bastavano i problemi che ho? Cos’ho fatto di male? Se Dio esistesse…! ”

Donna PrassedeQuelli intorno solitamente non sanno cosa dire. I più zelanti talvolta parlano a sproposito. Se poi c’è di mezzo “Donna Prassede”, di Manzoniana memoria, ricca di consigli, desiderosa di far del bene a tutti i costi, capace di prendere Dio per il suo cervello, allora siamo rovinati. 

Cosa succede quando uno si ammala? Dopo lo smarrimento, prova a guardarsi in giro, a passare in rassegna la sua vita. Subito affiorano ricordi che disturbano; è impossibile cancellarli, rimuoverli. Prima o poi si delinea anche il sospetto-timore che la morte sia in agguato. Proseguendo nel tunnel, dapprima di un buio assoluto, sembra che gl’occhi s’ adeguino alla nuova realtà, fatta di ombre , fantasmi, ma anche di scoperte e sensazioni nuove. Poi arrivano le voci. Par di udire qualcosa di molto indistinto, poi un sussurro, un invito, i morti, il sonno disturbato, improvvisi ed ansiosi risvegli…

 Il Pascoli descrive efficacemente questo stato d’animo nella poesia “La voce “ che a scuola un tempo tutti dovevano memorizzare:

  •  ”C’è una voce nella mia vita,
  • che avverto nel punto che muore;
  • voce stanca,voce smarrita,
  • col tremito del batticuore:
  • voce d’una accorsa anelante,
  • che al povero petto s’afferra
  • per dir tante cose e poi tante,
  • ma piena ha la bocca di terra:
  • tante tante cose che vuole
  • ch’io sappia, ricordi, sì…sì…
  • ma di tante tante parole
  • non sento che un soffio…Zvanî…(G.Pascoli)

 Quando ci sentiamo come chiamati per nome, il non credente che è in noi oppone minor resistenza. Si prova magari a mettere piede in chiesa, girando come smarriti nella penombra. Il silenzio del sacro recinto non mette paura. Lo sguardo cade sui quadri, le statue, gli altari. 

Qualche volta l’impatto è più forte. Se c’è gente, uno si colloca in fondo o dietro a una colonna e si mette a sfogliare un libro di canti, di salmi, trovato sul banco. Se c’è una messa in corso, sulle prime uno s’adegua. Poi, neanche a farlo apposta, sembra trattarsi di una congiura: predica su misura, invece di parole di consolazione, arrivano rimproveri per il lacunoso passato. Se parlano di Gesù misericordioso, è per sottolineare che a Lui sta a cuore la nostra anima, per la quale ha dato la vita. Poi segue il monito per i peccatori che non si ravvedono, non si pentono, non cambiano vita: è vero che Dio perdona anche i peccatori più incalliti, ma, attenzione, non si deve scherzare!

Santa Rita

 Il magone aumenta, il disagio si raddoppia. Voglia di fuga, delusione. Poi, quando finisce e tutti se ne sono andati, l’occhio cade sull’altare della Madonna, sulla statua di santa Rita, di Padre Pio che sembrano bendisposti ad occuparsi più di persone che di anime, ad accoglierle come sono, con i loro malanni fisici e spirituali, il morale si risolleva un poco e cominciano a sciogliersi le labbra che biascicano segrete parole che il cuore trasmette. Si passa poi ad armeggiare nella cassetta delle candele per accendere un lume, e depositare l’offerta. Nel sacro silenzio gli spiccioli che cadono fan tanto rumore per nulla. Che cosa può fare un lumino? E quello grosso sarà più efficace?

 Purtroppo un’ombra ci segue ovunque per insinuarci il dubbio che non bisogna illudersi sulle richieste materiali perché a Dio stanno a cuore soprattutto le nostre anime .

 Il motivo di questo libro invece è di convincere, prove alla mano, che a Dio interessano le persone con tanto di nome e cognome, così come sono: precedenza ai malati.

 Se uno a provato ad aprire il Vangelo, gli è sembrato di capire che ci sono buoni motivi di speranza. Le persone guarite a quei tempi erano forse migliori di noi? Poi ci s’imbatte nuovamente nel cartello che elenca regole chiare e precise: prima viene la salvezza dell’anima, poi quella del corpo. Chi vuol guarire, sta bene che preghi ma si affidi anche a un buon medico perché le guarigioni miracolose sono da considerarsi un fatto eccezionale. La prova? Quanti vanno a Lourdes per guarire? Quanti ritornano guariti? Un conto è la prima comunità apostolica, volutamente sostenuta da Dio con segni e prodigi per il suo radicamento, altra è la realtà attuale.

 La lingua sembra aderire al palato, cessa la salivazione, la testa non trova la più la sua orbita, la tentazione è di mollare.

 Questa è mentalità diffusa nelle nostre chiese e bisogna fare i conti con essa senza perdersi d’animo. Purtroppo quelli che sputano queste drastiche sentenze farebbero bene a rivolgersi allo Spirito Santo per avere lume ed illuminare la gente, già abbastanza sfiduciata in un Dio che sente lontano e poco incline ad immergersi nelle nostre miserie. Chi sparge queste convinzioni non verificate evangelicamente, offende lo Spirito Santo e i malati.

Sono volutamente pungente per fondate ragioni: è sotto gl’ occhi di tutti che per accedere ai maghi si fa la fila, mentre sulla porta di casa dei sacerdoti non c’è un cane in lista d’attesa. Segno che la gente non s’aspetta niente, solo certificati di battesimo, cresima e pratiche per matrimoni o funerali.

 E’ proprio il rovescio di ciò che è accaduto nella tradizione cristiana primitiva nella quale nessuna immagine si è impressa così profondamente come quella di Gesù grande medico: “ iàomai, ìasis, ìama, iatròs ”. I riferimenti nei testi dei Padri della chiesa sono innumerevoli. Le preghiere a Cristo medico che ne sono derivate costituiscono una tradizione fino al dodicesimo secolo, quando la malattia è vista come una prova, fonte di merito e di santità per coloro che la sopportano.

Così la malattia, da elemento negativo da cui Gesù libera guarendo i malati, diviene ambito di comunione mistica con Cristo e mezzo di identificazione con lui: dall’immagine di Gesù medico, del Gesù che guarisce, si passa a quella del Crocifisso a cui il malato stesso si assimila tramite la malattia.

 Ciò è accaduto e indietro non si torna, ma un fatto è certo: Vangelo e Tradizione Apostolica sono concordi che nel suo ministero storico nei confronti dei malati Gesù ha sempre detto di no al male, ha lottato contro il male, ha curato e guarito i malati. Quando Matteo afferma che in Gesù si compiono le parole riguardanti il Servo sofferente che “ha preso su di sé le nostre infermità e si è addossato le nostre malattie” (Is:53,4; Mt. 8,17), lo fa in un contesto nel quale appare chiaro che Gesù guarisce sia i malati fisici che quelli psichici, gli “indemoniati” (Mt.8,16).

 Ha ragione il monaco Enzo Bianchi di sostenere che “ questa istanza di lotta per la guarigione dalla malattia è l’elemento spirituale, sia cristiano che antropologico, fondamentale. “

Sulla malattia e sulla sofferenza sono stati scritti e pronunciati troppi discorsi concettuali. Molti hanno parlato al malato, pochi lo hanno ascoltato.

 La mistica della sofferenza dispone di ottimi professori ma quando si trovano davanti il malato in carne ed ossa incrociano i loro occhi con i suoi o, zitti zitti, si dileguano. Per i secoli dei secoli il Samaritano, additato da Gesù ad esempio, (“va’ e fa anche tu lo stesso”) sarà sempre il segno di contraddizione tra l’osservanza della legge, del sabato, dell’ermeneutica biblica, del diritto canonico, delle norme liturgiche e pastorali…

 Le parole pronunciate dal cardinal Veuillot in ospedale sul letto di morte valgono un trattato: “Sappiamo pronunciare belle frasi sulla malattia. Io stesso ne ho parlato con calore. Dite ai preti di non dire niente: noi ignoriamo quello che è. Ne ho pianto”.

 Ha ragione: tacere è meglio che dire stupidaggini e sciocchezze spirituali, benché in buona fede. Il Vangelo hai malati fa bene, non mette paura. Fanno male al cuore certi discorsi spirituali partoriti da fervorose fantasie.

Scrive Enzo Bianchi che “il cristiano che soffre è anzitutto un uomo che soffre! Proprio per questo lo sguardo che la fede cristiana porta sulla malattia non può farsi ispiratore di atteggiamenti inumani: sia nel senso di produrre una colpevolizzazione del malato, sia nel condurlo a proclamare la malattia un “privilegio” perché unisce più strettamente al Cristo sofferente, o a vedere in essa lo strumento con cui Dio corregge il peccatore, o con cui l’uomo vede accresciuto il proprio merito, e così via.

 Il fatto che la sofferenza, il male e la morte siano stati abitati da Cristo e che pertanto anche le situazioni di malattia e di sofferenza possano nella fede essere vissute con e in Cristo, non toglie certo quel volto “nemico” che è ineliminabile dalla malattia e che impegna il cristiano anzitutto alla lotta e alla resistenza contro di essa.”

 La sofferenza è una realtà che coinvolge ogni vita umana. Perciò è doveroso ed utile che se ne parli; ma non è tanto per dare risposte prefabbricate ai malati quanto per interrogare noi stessi ed inventarci, nella ricerca inesausta ed inesauribile, cammini di senso.

 Il cristiano non conosce strade che aggirino il dolore ma ne conosce una che lo attraversa insieme con Dio. La malattia introduce nel mondo delle tenebre. In questo mondo Dio c’è, solo che è nascosto. Perché? Forse per farsi cercare e ritrovare.

Alla base di tanti linguaggi fuorvianti sul dolore è l’astrazione della sofferenza che, nella realtà non esiste. Ciò che noi incontriamo non è la sofferenza, bensì donne e uomini che soffrono. Dunque la malattia si può vedere solo nel volto e nel corpo di persone malate. A conferma di ciò basta osservare che alla stessa malattia ognuno reagisce a modo suo, ossia in base al suo mondo di riferimenti culturali e religiosi.

La malattia rischia spesso di spersonalizzare il malato. Epperò è vero anche il contrario: il malato personalizza la malattia. E’ come se ciascuno nella sua malattia fosse chiamato alla responsabilità di “dotare di senso” la propria sofferenza.

 Se le cose stanno così, chi vuol aggirare il dolore se lo scordi: lo si può solo attraversare. Soli, o insieme con Dio.

Le chiese sono luoghi di culto ma dovrebbero diventare anche scuole o case di cura per questa attraversata. Oggi il confessionale non è un punto di partenza ma una meta da raggiungere attraverso i percorsi della pedagogia evangelica che sui esprime nel ministero di guarigione. In questi anni finalmente l’ Estrema Unzione dei malati (per secoli sacramento riservato solo ai moribondi proprio perché estrema) ha ceduto il passo al Sacramento dell’Unzione dei malati, di coloro che chiedono a Dio di ritornare nella comunità risanati, rimessi a nuovo.

La sua riscoperta è dono del Concilio Vaticano Secondo, ossia dello Spirito Santo. Purtroppo, a livello di chiese locali, il Sacramento lascia molto a desiderare. Durante la celebrazione si può assistere alla lettura della lettera dell’Apostolo Giacomo e subito dopo sentire commenti riduttivi e inviti a cercare la guarigione spirituale, la sola che veramente conti. 

Il fatto capitatomi è illuminante. Qualche anno fa, prima di mezzanotte, ho chiamato il parroco. Non era in casa perché aveva una riunione ed ho lasciato un messaggio sulla segreteria telefonica. Al rientro mi ha chiamato. Ho spiegato che la situazione di mia moglie era veramente grave, a causa di una severa aplasia midollare di vecchia data e gli ho esposto il suo desiderio di ricevere i sacramenti. E’ venuto con il camice e la stola su un braccio e le chiavi della macchina e il borsello contenente l’Eucaristia nell’altra mano.

Non nuovi a questa esperienza di fede, gli ho fatto presente che eravamo sicuri di farcela anche questa volta. Lui ha eseguito quello che doveva eseguire e, prima di andarsene, forse per non alimentare le mie illusioni, uscendo mi ha detto: “ Se non funziona, io non ne ho colpa”.

 Grazie a Dio, Confessione, Unzione ed Eucaristia hanno funzionato egregiamente.

Quella notte il parroco se n’è andato ma non l’ho più visto né sentito. Come se nulla fosse, solo a distanza di mesi s’è fatto vivo per la benedizione delle case ( preceduto da relativa busta parrocchiale pro opere di bene).

Sopportiamo tutto, ma non se ne può più. Spero che i fatti mi smentiscano e che l’eccezione capitatami confermi la regola che Gesù vuole guarire ancora. La mia amara delusione è nel vedere che si sfornano in continuazione piani pastorali nazionali, diocesani e parrocchiali, annuali, decennali, con fiumi di suggerimenti sulle cose da fare per cercare di portare Dio a questa società spiritualmente malata, ma sul tema dei malati, una volta invitati ad offrire le loro sofferenze, anche i vescovi scantonano.

 Una parte di responsabilità è da attribuirsi alle religiose ed ai religiosi ospedalieri che dovrebbero sensibilizzare il vescovo di cui sono la longa manus e la chiesa locale, se è vero che ne sono il segno escatologico e nella quale sono chiamati ad esercitare il carisma. Qui c’è un grande lavoro di recupero da mettere in atto. Infatti, ciò che dovrebbe occupare il posto centrale nelle chiese locali è accennato nei gruppi del Rinnovamento nello Spirito che, tuttavia, ci tengono a precisare che “ in essi non si parla mai di “preghiera di guarigione”, ma di “preghiera di intercessione per ottenere la guarigione, evitando così il pericolo che si crei una sorta di automatismo del tipo: ogni volta che si prega deve avvenire una guarigione. Anzi, l’elemento fondamentale della nostra spiritualità è l’accettazione della volontà di Dio e dell’esperienza della croce. L’esperienza del Rinnovamento non si basa sulla buona salute del corpo, quanto sulla disponibilità ad amare Dio nelle gioie e nei dolori. Quindi la preghiera per ottenere la guarigione è solo uno degli aspetti attraverso cui si manifesta l’attività dei nostri gruppi”. ( Martrinez – Avvenire 10 Dic.2000)

 Recentemente la Congregazione per la Dottrina della Fede, a firma del Cardinal Joseph Ratzinger, ha emanato l’ ”Istruzione circa le preghiere per ottenere da Dio la Guarigione”. Accolta più o meno favorevolmente, c’è da augurarsi che ora tutti facciano tesoro soprattutto delle preziose indicazioni dottrinali e non ci si fermi a enfatizzare solamente le repressive disposizioni disciplinari. I richiami possono essere utili e necessari quando insorgono fanatismi e abusi, ma sarebbe eccessivo non mangiare più carne per via di qualche “mucca pazza”.

 Anche qui ci viene in soccorso Agostino, il santo vescovo d’ Ippona. Pizzicato non so da chi e per che cosa, ha risposto a quelli che storcevano il naso: “ E’ meglio che non ci comprendano gli eruditi piuttosto che non ci capiscano i popoli”. Questa citazione girava proprio in applicazione della Riforma Liturgica voluta da Concilio Vaticano secondo, su cui alcuni avevano da ridire.

 Che non sia preferibile tollerare qualche eccesso piuttosto che venga impedito a Dio di manifestare il Suo potere e volere sanante su coloro che glielo chiedono? I richiedenti sono tanti, simili a pecore senza pastore. Forse talvolta si sbanda solo per mancanza di adeguate scuole-guida.

 Dico sinceramente che non ho mai digerito la “spiritualità del malato” semplicemente perché non ha senso. La spiritualità cristiana nella sua essenza non può che essere “una  e inalterabile, come afferma il L.Bouyer, ossia vita secondo lo Spirito: “…………………….”(1Ts 5,10) Inoltre un malato, per quanto menomato, è una persona che dispone di potenzialità positive e vitali che deve valorizzare e nessuno è chiamato ad aiutarlo ad impoverirsi e deformarsi fino a essere considerato solo nella parte monca, malata della sua persona.

 Esempio clamoroso dei nostri giorni è Giovanni Paolo secondo: le membra lo limitano ma la persona è viva e vitale. Ha scritto un’enciclica sul dolore umano ma chiede ogni giorno a Dio l’aiuto e per la sua salute fisica la Chiesa intera prega per lui. In lui “Spirito di Dio” e “spirito dell’uomo” (cf.Rom.8,16) sono co-protagonisti: la situazione di debolezza (asthéneia) in cui la malattia lo getta è lo spazio che attira l’aiuto dello Spirito Santo (Rom.8,26): “ Lo Spirito viene in aiuto alla nostra debolezza”).

 Il saggio monaco di Bose sostiene che “il malato è chiamato ad assumere questa lotta contro il male proprio nella situazione di debolezza in cui lo pone la malattia. E’ una debolezza molteplice: non solo fisica, ma che investe il livello psichico, affettivo, relazionale. Il malato è una totalità che soffre. Nella malattia tutte le relazioni, con se stesso, con gli altri, con le cose e con Dio, subiscono un profondo mutamento. La malattia diviene così un osservatorio.

 Qui si vede chiaramente che la “diminuzione umana” è assunta come “debolezza in Cristo” (“ Cor 13,4: Cristo fu crocifisso per la sua debolezza, ma vive per la potenza di Dio. E anche noi che siamo deboli in lui, saremo vivi con lui per la potenza di Dio”.

 Molti cristiani, più o meno consciamente, sono insofferenti a certi discorsi, perché eredi di una tradizione che ha talmente esasperato la visione cristiana della malattia e della sofferenza da risultare blasfema sia teologicamente che antropologicamente. Nel suo libro Souffrance, Dorotthee Sölle parla addirittura di “sadismo teologico. Ne è efficace illustrazione il seguente testo tardomedievale:

 “ Se l’uomo sapesse come la malattia gli sarebbe più utile, non vorrebbe mai vivere senza malattia. Perché? Perché l’infermità del corpo è la salute dell’anima…Come? Grazie alla malattia del corpo, la sensualità viene estinta, la vanità distrutta, la curiosità cacciata, il mondo e la vanagloria ridotti a niente, l’orgoglio svuotato, l’invidia allontanata, la lussuria bandita…Facendo odiare il mondo, essa dispone all’amore di Dio”. (ms. Rawlinson 894 conservato a Oxford).

 Probabilmente se a un malato si desse una martellata in testa gli farebbe meno male. A questa pesante eredità che riflette l’immagine di un Dio contro l’uomo, il nostro tempo è chiamato a reagire con tutte le forze.

 Personalmente, se ne fossi investito, prima di incitare una persona a portare la sua croce opterei per una verifica del suo rapporto con Dio. Se se lo sente nemico, bisogna aiutarla a eliminare l’ostacolo delle aberrazioni deplorevoli di cui è rivestito. Quando sarà riemerso il volto originale del Salvatore Gesù fotografato dai vangeli,( “Chi vede me vede il Padre”) non sarà difficile credere che Colui che passava “facendo del bene a tutti, sanando ogni tipo di infermità” è ancora in circolazione.

 Col malato bisogna essere franchi e sinceri: 

  1. Dio non è responsabile o complice delle nostre sventure;
  2. Dio non è indifferente, lontano e sordo al nostro dolore;
  3. Dio non è muto ma dal Suo silenzio parla e guarisce;
  4. Dio è impotente con chi non si aspetta niente da Lui.

 Poi bisogna aggiungere con altrettanta onestà che nella vita c’è croce e croce. Per esempio, quando le croci provengono da apatiacecità spiritualeegoismoorgogliodivisioni interiori ed esterne, da rancorischiavitù ad ogni forma di menzogna materiale o spirituale…non ci possono essere equivoci: queste non sono croci da portare ma da scaricare il più presto possibile. Infatti, tali stati d’animo possono ingenerare paralisi spirituale e conseguenti malattie psicosomatiche.

 Purtroppo, le malattie fisiche ci mettono subito paura mentre ciò che attiene allo spirito viene sottovalutato e trattato con indifferenza. Non è saggio però minimizzare. Meglio sarebbe prendere coscienza della pericolosità di una cancrena spirituale od emozionale. All’inizio è un nulla. Poi, per scongiurare il pericolo di vita bisogna intervenire con il bisturi. Ma amputare non è semplice. Spesso il chirurgo è Dio stesso che provvidenzialmente interviene a spostarci dal binario morto.

 L’uomo che non è in armonia con se stesso e con gli altri è un malato, anche se gli esami del sangue sono negativi. La cancrena spirituale ha effetti deleteri anche sul fisico di persone che non bevono, non fumano, sono moderate nel cibo e si dedicano allo sport.

 Per la salute della mente, per guarire le ferite dei ricordi, per affrontare il disordine interiore e di relazione, necessitano adeguate terapie che non sono farmacologiche ma non per questo meno efficaci. Ne parleremo in seguito.

 Non è infrequente che una guarigione fisica sia la conseguenza della guarigione di una o più malattie spirituali. Qui c’è la risposta al miracolo che non scatta immediatamente dopo una preghiera di guarigione. La preghiera sollecita l’intervento dello Spirito Santo, consigliere, consolatore, medico, farmaco. Egli, che sa di che cosa abbiamo bisogno prima ancora che glielo domandiamo, procede con una “infiltrazione” mirata, destinata ad operare efficacemente sulla radice della pianta più che sull’organo malato. Nel periodo di quarantena, la cui durata è affidata all’Agricoltore, si determinerà la germinazione attraverso il mirabile scambio tra l’uomo che porta in dote “debolezza” e lo Spirito che la “assume” come “debolezza in Cristo “, trasformandola in “forza e potenza nella debolezza”. 

 Dio ci vuole sani non solo in apparenza. Medici e medicine hanno il loro giusto posto nel paterno piano di salvezza di Dio. Ma la medicina, per essere uno strumento di grazia, non va considerata un idolo. I maghi dovrebbero proprio starsene fuori dalla vita di un malato e non illudere chi è in difficoltà con presunti poteri di collegamento con la buon’anima di Padre Pio.

 Gesù, il Cristo, cioè il Salvatore, è il vero medico dell’uomo. Nella Sua vita pubblica ha esercitato un vero ministero di guarigione. Il mandato di fare altrettanto lo ha trasmesso agli apostoli, ai discepoli, alla chiesa nascente. Egli ha guarito ma ha anche insegnato ed esercitato i suoi primi discepoli a prodigarsi per i malati di ogni genere, illuminandoli anche sul perché di alcuni insuccessi. Pure oggi coloro che esercitano il ministero di guarigione, agiscono nel nome di Gesù. Il suo Santo Spirito è il solo protagonista di ogni guarigione vera, stabile e profonda.

 A scanso di equivoci, è bene dire chiaramente che coloro che cercano solo il benessere fisico percorrono la strada delle illusioni. Va corretto anche l’opposto e diffuso luogo comune che ritiene essenziale e primaria solo la salute spirituale. Per costoro chi non possiede la salute fisica ha una grande opportunità per farsi santo. E giù, quindi, a citare asceti e mistici bramosi di “patire e non morire” per amore del Signore.

 Io credo che costoro sono dei cristiani pericolosi perché, al di là delle buone intenzioni, usando le frasi fatte, seminano sensi di colpa in chi, spiritualmente. si ritrova ancora con i denti da latte e non è pronto a entrare nell’ottica della sofferenza meritoria. L’uomo di fede crede al Vangelo, al potere e volere sante di Cristo anche oggi. Evita quindi di caricare pesi sulle spalle degli altri, preferendo assumerli sulle sue; timidamente chiede luce allo Spirito il quale sa di che cosa abbiamo bisogno prima ancora che formuliamo domande.

 Davanti ai malati guai ad assumere un atteggiamento diverso da quello insegnato da Gesù. Meglio ripassare quotidianamente la lezione evangelica che parlare a sproposito al mare sterminato di persone sofferenti. Dio è giustizia ma nessuno di noi è stato nominato giustiziere. L’unica carica cui deve aspirare un cristiano è “farsi Samaritano”, ossia “prossimo”.

 Gesù è un medico che non ha studiato nelle nostre università. Egli non si è mai occupato di malattie ma ha sempre cercato malati che ha guarito nel corpo, nella mente, nello spirito.

 Lo Spirito Santo è la grande Medicina che nessuno riesce a produrre in laboratorio e a vendere in farmacia. Il nome commerciale è facile: AMORE MISERICORDIOSO DI DIO. Prima dell’uso, come per ogni farmaco che si rispetti, bisogna leggere attentamente le istruzioni contenute nel Vangelo. A coloro che lo chiedono – ricchi o poveri – il miracoloso farmaco viene dato gratuitamente, senza ticket, da Colui che ci ha creati a sua immagine e somiglianza e soffre nel vederci come pecore smarrite, senza pastore.

 Un giorno ha detto di riconosce sue pecore, ad una ad una, dalla voce. Gli basterebbe un tuo lamento per precipitarsi a soccorrerti.

giobbe - Ma io so che il mio salvatore vive

SAN GIOVANNI DI DIO – Lettere dal Cielo – ( 12 ) L’EREDITA’ NASCOSTA – Angelo Nocent

REGOLA AGOSTINIANA

L’EREDITA’ NASCOSTA 


San Giovanni di Dio 06Fratelli miei carissimi, per testamento vi ho lasciato quale preziosa eredità solo Cristo crocifisso nei poveri della terra, non avendo null’altro che debiti da pagare, contratti per coloro che sono le pupille di Dio. A saldarli si è impegnato il buon arcivescovo di Granata Pietro Guerrero al quale sul letto di morte ho confidato la pena.
 

Assetati di miei scritti e memorie, tendete ad aggrapparvi alle mie poche lettere che avete scovato chissà dove e al mio primo biografo che vi ha trasmesso l’esperienza di fede da me vissuta in solitudine all’inizio e poi, per grazia di Dio, con alcuni fratelli. Vorrei assicurarvi che, ben più delle mie parole valgono quelle di Gesù perché sono di vita eterna, come pure gli esempi del Maestro che ha messo la Sua schiena a totale disposizione del Padre, assumendosi il peso inaudito del peccato del mondo. Quando ci penso, mi viene da piangere perché la pur straziante croce di legno da Lui portata sul Golgota, a confronto, non è che un fuscello, un’inezia.


Lasciate però che vi muova un affettuoso rimprovero per aver posto poca attenzione agli scritti del Santo Padre Agostino, Vescovo d’Ippona e Dottore della Chiesa. Le vostre Fraternità sono state poste fin dalle origini sotto la sua Regola che è Vangelo applicato. Lo spirito che avete ereditato è racchiuso in quel patrimonio della sua predicazione e riflessione che avete prudenzialmente tenuto in soffitta, al riparo dai topi, invece di farne largo uso e consumo.
 

Fratelli, siete davanti a un genio universale e profondo, a un’intelligenza penetrante, una fantasia fervida, un gran cuore. Ha rielaborato la tradizione teologica anteriore e vi ha impresso la sua impronta originale. Col suo carattere generoso e simpatico, la sua sensibilità, l’indulgenza e la capacità di perdonare, ha legato a sé persino degli avversari. Sapeva parlare, anzi dialogare col popolo con parola facile, familiare, con senso di umorismo. Tutto quello che ha detto e scritto è stato capace anche di riassumerlo in una pillola: “Ama e fa quel che vuoi.”(Comm,Lett.giov..tratt VII 8)

Nel vostro tempo, la sollecitazione del visibile, del controllabile, è cresciuta ancora di più, al punto che oggi rischiate di credervi più emancipati, più assennati perché prendete sul serio solo ciò che è visibile e ciò che potete dominare. In realtà, ciò diminuisce la capacità visiva della vostra mente e del vostro cuore. Non riuscite più a guardare l’invisibile e l’eterno, senza il quale in realtà tutto il visibile non potrebbe sussistere ed esistere. Fratelli miei, Agostino è attuale anche per questo. Perché la sua figura è un’esortazione a fidarvi dell’invisibile, a riconoscere ciò che veramente è importante e determinante per la vostra vita.

 Sant'Agostino - Carlo_CrivelliConfidenza per confidenza, devo dirvi che anche in Paradiso a discorrere con lui è sempre un piacere dello spirito. Egli è un trascinatore che non ha finito di “confessare” Dio e coinvolgere il cielo nella lode, capace com’è di suscitare pensieri di stupore indicibile. E’ proprio del suo carisma che vorrei farvi partecipi e attenti. Scopritelo, attingete alla sapienza di questo cristiano cresciuto alla scuola del santo vescovo Ambrogio di Milano, istruitevi alla sua scuola. Egli, spezzandovi il pane della Parola di Dio, stimolerà il vostro appetito e ritemprerà il vostro spirito per le fatiche della carità. Perciò, più che parlare io, vorrei che vi conquistasse lui, così giovane e attuale anche a distanza di secoli. Quello che segue è solo un antipasto di fede e di amore condito con la speranza dell’ottavo giorno.

 Ma chi siete voi ai suoi occhi? Ecco:

“ O carissimi! O frumento di Cristo! O spighe rigonfie della santa Chiesa! O grani di Dio!” (Ser.Gaillau-Yves II 5,2) 

Voi, o giovani, io esorto perché vi lasciate attrarre dalla bellezza della virtù, la vera bellezza. Non c’è altra bellezza che promani da splendore di metalli preziosi, da amenità di boschi, da porpora di rose; nessun ornamento naturale o artificioso che abbellisca un volto, nessuna melodia , nessun profumo, nessun sapore, nessun amplesso che possa paragonarsi alla bellezza e all’ispirazione e alla dolcezza che la sapienza alimenta in noi!” (Ser. CCCXC 14)

 “ Conosco i vostri problemi, ci sono passato anch’io, o giovani!

Sono invecchiato in questa battaglia, ho gli stessi vostri nemici. Più deboli, ora che sono vecchio, e tuttavia non cessano di turbare la quiete della mia vecchiaia. Lo so, più violenta è la vostra battaglia. Ma che volete, o buoni e santi combattenti? O forti soldati di Cristo che volete? Che non esistano concupiscenze cattive? Non è possibile. Continuate la battaglia e sperate il trionfo.”(Ser CXXVII 9,11) 

Nessuno deve essere così contemplativo da non pensare, nella contemplazione, ad essere utile al prossimo; né così attivo da non ricercare la contemplazione di Dio. Nella vita contemplativa non deve attrarci l’inerzia della quiete, bensì la ricerca e la scoperta della verità; come nella vita attiva non dobbiamo amare gli onori o il potere… 

L’amore della verità cerca la contemplazione; la necessità della carità accetta l’azione. Se nessuno ci impone il peso dell’azione, dobbiamo attendere alla ricerca della verità; ma se viene imposto,dobbiamo accettarlo per il dovere della carità. Neppure in questo caso, tuttavia, abbandonando del tutto la dolcezza della verità. “ (Città di Dio XIX 19)

Ed ora ascoltate cosa dice a voi, figli della Chiesa cattolica:

  • Onorate, amate, predicate la santa Chiesa, madre vostra, come la santa città di Dio, la celeste Gerusalemme.
  • È lei che in questa fede che avete ascoltato porta frutti e cresce in tutto il mondo, Chiesa del Dio vivente, colonna e fondamento della verità.
  • Nella comunione dei sacramenti essa tollera i cattivi, che alla fine dovranno essere separati, ma da cui già prende le distanze con la diversità dei costumi.
  • A beneficio del suo frumento (che geme ancora in mezzo alla pula e la cui massa, destinata ai granai, si manifesterà solo nell’ultima ventilazione), essa ha ricevuto le chiavi del regno dei cieli, e così in lei, per mezzo del sangue di Cristo, ad opera dello Spirito Santo, si ha la remissione dei peccati.
  • In questa Chiesa infatti l’anima, che era morta a causa dei peccati, riprende a vivere e così risuscita insieme a Cristo, per la cui grazia siamo stati salvati.” (Sermo 214, 11)
  • E ancora:
  • La barca che trasporta i discepoli, cioè la Chiesa, è agitata e scossa dalle tempeste delle avversità, e non cessa il vento contrario, cioè il diavolo che le si oppone e si sforza d’impedirle di giungere alla tranquillità del porto.
  • Ma più potente è Colui che intercede per noi. Poiché in mezzo a queste nostre tempeste, che ci travagliano, egli ci dà fiducia venendo verso di noi e confortandoci; quando siamo turbati badiamo soltanto di non uscire dalla barca e gettarci in mare.
  • In realtà anche se la barca è sbattuta è tuttavia sempre una barca. Essa sola porta i discepoli e accoglie Cristo. È vero, essa corre pericolo nel mare, ma senza di essa uno va in perdizione.
  • Rimani perciò ben saldo nella barca e prega Dio.
  • Quando non approdano ad alcun risultato tutti gli accorgimenti e sono insufficienti le manovre del pilota e le stesse vele spiegate possono apportare più pericolo che utilità;

quando non si può più fare affidamento su ogni specie di aiuti e di forze dell’uomo, ai passeggeri non resta altro che intensificare le preghiere e implorare l’aiuto di Dio. (Sermo 75, 3.4)
Colui il quale dà ai naviganti la possibilità di arrivare al porto, abbandonerà forse la propria Chiesa senza condurla alla tranquillità? (Sermo 75, 3.4)
Lavoriamo ora nella Chiesa; verrà giorno in cui erediteremo la Chiesa.”(Sermo 45)


Agostino sapeva perdere tempo davanti a Dio. Dai suoi soliloqui 1, 1, 2-6 potete ricavare un solido alimento per i vostri soliloqui di tiepidi amanti:

  • O Dio, creatore dell’universo, concedimi prima di tutto che io ti preghi bene, quindi che mi renda degno di essere esaudito, ed infine di ottenere da te la redenzione.
  • O Dio, per la cui potenza tutte le cose che da sé non sarebbero, si muovono verso l’essere;
  • o Dio, il quale non permetti che cessi d’essere neanche quella realtà i cui elementi hanno in sé le condizioni di distruggersi a vicenda;
  • o Dio, che hai creato dal nulla questo mondo di cui gli occhi di tutti avvertono l’alta armonia;
  • o Dio, che non fai il male ma lo permetti perché non avvenga il male peggiore; o Dio, che manifesti a pochi, i quali si rivolgono a ciò che veramente è, che il male non è reale.
  • O Dio, per la cui potenza l’universo, nonostante la parte non adatta al fine, è perfetto;
  • o Dio, dal quale la dissimilitudine non produce l’estrema dissoluzione poiché le cose peggiori si armonizzano con le migliori;
  • o Dio, che sei amato da ogni essere che può amare, ne sia esso cosciente o no;
  • o Dio, nel quale sono tutte le cose ma che la deformità esistente nell’universo non rende deforme né il male meno perfetto né l’errore meno vero;
  • o Dio, il quale hai voluto che soltanto gli spiriti puri conoscessero il vero;
  • o Dio, padre della verità, padre della sapienza, padre della vera e somma vita, padre della beatitudine, padre del bene e del bello, padre della luce intelligibile, padre del nostro risveglio e della nostra illuminazione, padre della caparra mediante la quale siamo ammoniti di ritornare a te: ti invoco.
  • O Dio verità, fondamento, principio e ordinatore della verità di tutti gli esseri che sono veri.
  • O Dio sapienza, fondamento, principio e ordinatore della sapienza di tutti gli esseri che posseggono sapienza.
  • O Dio, vera e somma vita, fondamento, principio e ordinatore della vita degli esseri che hanno vera e somma vita.
  • O Dio beatitudine, fondamento, principio e ordinatore della beatitudine di tutti gli esseri che sono beati.
  • O Dio bene e bellezza, fondamento, principio e ordinatore del bene e della bellezza di tutti gli esseri che sono buoni e belli.
  • O Dio luce intelligibile, fondamento, principio e ordinatore della luce intelligibile di tutti gli esseri che partecipano alla luce intelligibile.
  • O Dio, il cui regno è tutto il mondo che è nascosto al senso; o Dio, dal cui regno deriva la legge per i regni della natura.
  • O Dio, dal quale allontanarsi è cadere, verso cui voltarsi è risorgere, nel quale rimanere è aver sicurezza; o Dio, dal quale uscire è morire, al quale avviarsi è tornare a vivere, nel quale abitare è vivere.
  • O Dio, che non si smarrisce se non si è ingannati, che non si cerca se non si è chiamati, che non si trova se non si è purificati.
  • O Dio, che abbandonare è andare in rovina, a cui tendere è amare, che vedere è possedere.
  • O Dio, al quale ci stimola la fede, ci innalza la speranza, ci unisce la carità.
  • O Dio, con la cui potenza vinciamo l’Avversario: ti scongiuro.
  • O Dio, che abbiamo accolto per non soggiacere a morte totale; o Dio, dal quale siamo stimolati alla vigilanza.
  • O Dio, col cui aiuto sappiamo distinguere il bene dal male;
  • o Dio, col cui aiuto fuggiamo il male e operiamo il bene.
  • O Dio, col cui aiuto non cediamo ai perturbamenti.
  • O Dio, col cui aiuto siamo soggetti con rettitudine al potere e con rettitudine l’esercitiamo.
  • O Dio, col cui aiuto apprendiamo che sono anche di altri le cose che una volta reputavamo nostre e sono anche nostre le cose che una volta reputavamo di altri.
  • O Dio, col cui aiuto non ci attacchiamo agli adescamenti e irretimenti delle passioni.
  • O Dio, col cui aiuto la soggezione al plurimo non ci toglie l’essere uno.
  • O Dio, col cui aiuto il nostro essere migliore non è soggetto al peggiore.
  • O Dio, col cui aiuto la morte è annullata nella vittoria.
  • O Dio, che ci volgi verso di te.
  • O Dio, che ci spogli di ciò che non è e ci rivesti di ciò che è.
  • O Dio, che ci rendi degni di essere esauditi; o Dio, che ci unisci.
  • O Dio, che ci induci alla verità piena.
  • O Dio, che ci manifesti la pienezza del bene e non ci rendi incapaci di seguirlo né permetti che altri lo faccia.
  • O Dio, che ci richiami sulla via.
  • O Dio, che ci accompagni alla porta.
  • O Dio, il quale fai sì che si apra a coloro che picchiano.
  • O Dio, che ci dai il pane della vita 3.
  • O Dio, che ci asseti di quella bevanda sorbendo la quale non avremo più sete;
  • O Dio, che accusi il mondo sul peccato, la giustizia e il giudizio.
  • O Dio, col cui aiuto non ci sottraggono la convinzione coloro che non credono.
  • O Dio, col cui aiuto riproviamo coloro i quali affermano che le anime non possono meritare presso di te.
  • O Dio, col cui aiuto non diveniamo schiavi degli elementi che causano debolezza e privazione.
  • O Dio, che ci purifichi e ci prepari ai premi divini: viemmi incontro benevolo.

In qualsiasi modo io possa averti pensato, il Dio Uno sei tu e tu vieni in mio aiuto, una eterna e vera sussistenza, dove non ci sono discordia, oscurità, cangiamento, bisogno, morte, ma somma concordia, somma chiarezza, somma attuosità, somma ricchezza, somma vita, dove nulla manca, nulla ridonda, dove colui che genera e colui che è generato sono una medesima cosa.

  • O Dio, cui sono soggette tutte le cose prive di autosufficienza, cui obbedisce ogni anima buona; per le cui leggi ruotano i poli, le stelle compiono le loro orbite, il sole rinnova il giorno, la luna soffonde la notte, e tutto il mondo, mediante le successioni e i ritorni dei tempi, conserva, per quanto la materia sensibile lo comporta, la grande uniformità dei fenomeni attraverso i giorni con l’alternarsi del giorno e della notte, attraverso i mesi con le lunazioni, attraverso gli anni con i ritorni di primavera, estate, autunno e inverno, attraverso i lustri col compimento del corso solare, attraverso i secoli col ritorno delle stelle alle loro origini.
  • O Dio, per le cui leggi esistenti per tutta la durata della realtà non si permette che il movimento difforme delle cose mutevoli sia turbato, ma che venga ripetuto, sempre secondo uniformità, nella dimensione rotante dei tempi; per le cui leggi è libera la scelta dell’anima e sono stati stabiliti premi per i buoni e pene per i cattivi con leggi fisse e universali.
  • O Dio dal quale provengono a noi tutti i beni e sono allontanati tutti i mali.
  • O Dio, sopra del quale non c’è nulla, fuori del quale nulla e senza del quale nulla.
  • O Dio, sotto il quale è il tutto, nel quale il tutto, col quale il tutto.

Che hai fatto l’uomo a tua immagine e somiglianza, il che può comprendere chi conosce se stesso: ascolta, ascolta, ascolta me, mio Dio, mio signore, mio re, mio padre, mio fattore, mia speranza, mia realtà, mio onore, mia casa, mia patria, mia salvezza, mia luce, mia vita; ascolta, ascolta, ascolta me nella maniera tua, soltanto a pochi ben nota.

Ormai io te solo amo, te solo seguo, te solo cerco e sono disposto ad essere soggetto a te soltanto, poiché tu solo con giustizia eserciti il dominio ed io desidero essere di tuo diritto. Comanda ed ordina ciò che vuoi, ti prego, ma guarisci ed apri le mie orecchie affinché possa udire la tua voce.

Guarisci ed apri i miei occhi affinché possa vedere i tuoi cenni. Allontana da me i movimenti irragionevoli affinché possa riconoscerti.

Dimmi da che parte devo guardare affinché ti veda, e spero di poter eseguire tutto ciò che mi comanderai.

Riammetti, ti prego, il tuo schiavo fuggitivo, o Signore e Padre clementissimo. Dovrei ormai aver sufficientemente scontato, abbastanza dovrei esser stato schiavo dei tuoi nemici che tu conculchi sotto i tuoi piedi, abbastanza dovrei esser stato ludibrio di cose ingannevoli.

Ricevi me tuo servo che fugge da queste cose che mi accolsero non tuo mentre da te fuggivo. Sento che devo ritornare a te; a me che picchio si apra la tua porta; insegnami come si può giungere fino a te. Non ho altro che il buon volere; so soltanto che le cose caduche e passeggere si devono disprezzare, le cose immutabili ed eterne ricercare.

Ciò so, o Padre, poiché questo solo ho appreso, ma ignoro da dove si deve partire per giungere a te. Tu suggeriscimelo, tu mostrami la via e forniscimi ciò che necessita al viaggio. Se con la fede ti ritrovano coloro che tornano a te, dammi la fede; se con la virtù, dammi la virtù; se con il sapere, dammi il sapere.

Aumenta in me la fede, aumenta la speranza, aumenta la carità. O bontà tua ammirevole e singolare.

A te io anelo e proprio a te chiedo i mezzi con cui il mio anelito sia soddisfatto.

Infatti se tu abbandoni, si va in rovina; ma tu non abbandoni perché sei il sommo bene che sempre si è raggiunto se si è rettamente cercato; ed ha rettamente cercato chiunque sia stato da te reso capace di cercare rettamente.

Fa’, o Padre, che anche io ti cerchi, ma difendimi dall’errore affinché mentre io ti cerco, nessun’altra cosa mi venga incontro in vece tua.

Se non desidero altra cosa che te, ti ritrovi al fine di grazia, o Padre.

Ma se in me v’è il desiderio di qualche cosa di superfluo, purificami e rendimi degno di vederti.

Per il resto affido alle tue mani, o Padre sapientissimo ed ottimo, la salute di questo mio corpo fintantoché non so quale vantaggio posso avere da esso per me e per coloro che amo. Per esso ti chiederò ciò che secondo l’opportunità tu m’ispirerai. Prego soltanto l’altissima tua clemenza che tu mi volga tutto verso di te e che non mi si creino ostacoli mentre tendo a te e mi conceda che io, mentre ancora porto e trascino questo mio corpo, sia temperante, forte, giusto e prudente, perfetto amatore e degno di apprendere la tua sapienza e degno di abitare e abitatore del beatissimo tuo regno. Amen, amen.

Ed ora lasciatevi trasportare nel seno de La Trinità, 15.28.51:

Signore nostro Dio, crediamo in te, Padre e Figlio e Spirito Santo. Perché la Verità non avrebbe detto: Andate, battezzate tutte le genti nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, se Tu non fossi Trinità. Né avresti ordinato, Signore Dio, che fossimo battezzati nel nome di chi non fosse Signore Dio. E una voce divina non avrebbe detto: Ascolta Israele: Il Signore Dio tuo è un Dio unico, se Tu non fossi Trinità in tal modo da essere un solo Signore e Dio. E se Tu fossi Dio Padre e fossi pure il Figlio tuo Verbo, Gesù Cristo, e il Vostro Dono lo Spirito Santo, non leggeremmo nelle Sacre Scritture: Dio ha mandato il Figlio suo, né Tu, o Unigenito, diresti dello Spirito Santo: Colui che il Padre manderà in mio nome e: Colui che io manderò da presso il Padre.

Dirigendo la mia attenzione verso questa regola di fede, per quanto ho potuto, per quanto tu mi hai concesso di potere, ti ho cercato ed ho desiderato di vedere con l’intelligenza ciò che ho creduto, ed ho molto disputato e molto faticato. Signore mio Dio, mia unica speranza, esaudiscimi e fa sì che non cessi di cercarti per stanchezza, ma cerchi sempre la tua faccia con ardore. Dammi Tu la forza di cercare, Tu che hai fatto sì di essere trovato e mi hai dato la speranza di trovarti con una conoscenza sempre più perfetta.

Davanti a Te sta la mia forza e la mia debolezza: conserva quella, guarisci questa. Davanti a Te sta la mia scienza e la mia ignoranza; dove mi hai aperto ricevimi quando entro; dove mi hai chiuso, aprimi quando busso. Fa’ che mi ricordi di te, che comprenda te, che ami te. Aumenta in me questi doni, fino a quando Tu mi abbia riformato interamente.

So che sta scritto: Quando si parla molto, non manca il peccato, ma potessi parlare soltanto per predicare la tua parola e dire le tue lodi! Non soltanto eviterei allora il peccato, ma acquisterei meriti preziosi, pur parlando molto. Perché quell’uomo di cui Tu fosti la felicità non avrebbe comandato di peccare al suo vero figlio nella fede, quando gli scrisse: Predica la parola, insisti a tempo e fuori tempo. Non si dovrà dire che ha molto parlato colui che non taceva la tua parola, Signore, non solo a tempo, ma anche fuori tempo? Ma non c’erano molte parole, perché c’era solo il necessario. Liberami, o mio Dio, dalla moltitudine di parole di cui soffro nell’interno della mia anima misera alla tua presenza e che si rifugia nella tua misericordia. Infatti non tace il pensiero, anche quando tace la mia bocca. Se almeno non pensassi se non ciò che ti è grato, certamente non ti pregherei di liberarmi dalla moltitudine di parole. Ma molti sono i miei pensieri, tali quali Tu sai che sono i pensieri degli uomini, cioè vani. Concedimi di non consentirvi e, anche quando vi trovo qualche diletto, di condannarli almeno e di non abbandonarmi ad essi come in una specie di sonno. Né essi prendano su di me tanta forza da influire in qualche modo sulla mia attività, ma almeno siano al sicuro dal loro influsso i miei giudizi, sia al sicuro la mia coscienza, con la tua protezione.

Parlando di Te un sapiente nel suo libro, che si chiama Ecclesiastico, ha detto: Molto potremmo dire senza giungere alla meta, la somma di tutte le parole è: Lui è tutto. Quando dunque arriveremo alla tua presenza, cesseranno queste molte parole che diciamo senza giungere a Te; Tu resterai, solo, tutto in tutti, e senza fine diremo una sola parola, lodandoti in un solo slancio e divenuti anche noi una sola cosa in Te.

Signore, unico Dio, Dio-Trinità, sappiano essere riconoscenti anche i tuoi per tutto ciò che è tuo di quanto ho scritto in questi libri. Se in essi c’è del mio, siimi indulgente Tu e lo siano i tuoi. Amen.”

La Liturgia in memoria di Agostino così sintetizza la sua esperienza di Dio:

”Stimolato a rientrare in me stesso, sotto la tu guida, entrai nell’intimità del mio cuore, e lo potei fare perché tu ti sei fatto mio aiuto (cfr. Sal 29, 11). Entrai e vidi con l’occhio dell’anima mia, qualunque esso potesse essere, una luce inalterabile sopra il mio stesso sguardo interiore e sopra la mia intelligenza. Non era una luce terrena e visibile che splende dinanzi allo sguardo di ogni uomo. Direi anzi ancora poco se dicessi che era solo una luce più forte di quella comune, o anche tanto intensa da penetrare ogni cosa. Era un’altra luce, assai diversa da tutte le luci del mondo creato. Non stava al di sopra della mia intelligenza quasi come l’olio che galleggia sull’acqua, né come il cielo che si stende sopra la terra, ma una luce superiore. Era la luce che mi ha creato. E se mi trovavo sotto di essa, era perché ero stato creato da essa. Chi conosce la verità conosce questa luce.


O eterna verità e vera carità e cara eternità! Tu sei il mio Dio, a te sospiro giorno e notte. Appena ti conobbi mi hai sollevato in alto perché vedessi quanto era da vedere e ciò che da solo non sarei mai stato in grado di vedere. Hai abbagliato la debolezza della mia vista, splendendo potentemente dentro di me. Tremai di amore e di terrore. Mi ritrovai lontano come in una terra straniera, dove mi parve di udire la tua voce dall’alto che diceva: «Io sono il cibo dei forti, cresci e mi avrai. Tu non trasformerai me in te, come il cibo del corpo, ma sarai tu ad essere trasformato in me».


Cercavo il modo di procurarmi la forza sufficiente per godere di te, e non la trovavo, finché non ebbi abbracciato il «Mediatore fra Dio e gli uomini, l’Uomo Cristo Gesù» (1 Tm 2, 5), «che è sopra ogni cosa, Dio benedetto nei secoli» (Rm 9, 5). Egli mi chiamò e disse: «Io sono la via, la verità e la vita» (Gv 14, 6); e unì quel cibo, che io non ero capace di prendere, al mio essere, poiché «il Verbo si fece carne» (Gv 1, 14).
Così la tua Sapienza, per mezzo della quale hai creato ogni cosa, si rendeva alimento della nostra debolezza da bambini.


Tardi ti ho amato, bellezza tanto antica e tanto nuova, tardi ti ho amato. Ed ecco che tu stavi dentro di me e io ero fuori e là ti cercavo. E io, brutto, mi avventavo sulle cose belle da te create. Eri con me ed io non ero con te. Mi tenevano lontano da te quelle creature, che, se non fossero in te, neppure esisterebbero. Mi hai chiamato, hai gridato, hai infranto la mia sordità. Mi hai abbagliato, mi hai folgorato, e hai finalmente guarito la mia cecità. Hai alitato su di me il tuo profumo ed io l`ho respirato, e ora anelo a te. Ti ho gustato e ora ho fame e sete di te. Mi hai toccato e ora ardo dal desiderio di conseguire la tua pace.”

(Lib. 7, 10, 18; 10, 27; CSEL 33, 157-163. 255)

Nel libro delle sue Confessioni ognuno può ritrovare se stesso:

  • Tu sei grande, Signore, e ben degno di ogni lode; grande è la tua virtù, e la tua sapienza incalcolabile.
  • E l’uomo vuole lodarti, una particella del tuo creato, che si porta dietro il suo destino mortale, che si porta dietro la prova del suo peccato e la prova che tu resisti ai superbi.
  • Eppure, l’uomo, una particella del tuo creato, vuole lodarti. Sei tu che lo stimoli a dilettarsi delle tue lodi, perché ci hai fatti per te e il nostro cuore è inquieto finché non riposa in te.
  •  Ciò che sento in modo non dubbio, anzi certo, Signore, è che ti amo.
  • Folgorato al cuore da te mediante la tua parola, ti amai, e anche il cielo e la terra e tutte le cose in essi contenute, ecco, da ogni parte mi dicono di amarti, come lo dicono senza posa a tutti gli uomini, affinché non abbiano scuse (Rom. 1,20).
  • Più profonda misericordia avrai di colui, del quale avesti misericordia e userai misericordia a colui, verso il quale fosti misericordioso (cf, Rom 9,15).Altrimenti cielo e terra ripeterebbero le tue lodi a sordi ( cf. al 68,35).Ma che amo, quando amo te?
  • Non una bellezza corporea, né una grazia temporale;
  • non lo splendore della luce, così caro a questi miei occhi,
  • non le dolci melodie delle cantilene d’ogni tono,
  • non la fragranza dei fiori, degli unguenti e degli aromi,
  • non la manna e il miele,
  • non le membra accette agli amplessi della carne.
  • Nulla di tutto ciò amo, quando amo il mio Dio.
  • Eppure amo una sorta di luce e voce e odore e cibo e amplesso nell’amare il mio Dio; la luce, la voce, l’odore il cibo, l’amplesso dell’uomo interiore che è in me, ove splende alla mia anima una luce non avvolta dallo spazio, ove risuona una voce non travolta dal tempo, ove si avverte un profumo non disperso dal vento, ov’è colto un sapore non attenuato dalla voracità, ove si annoda una stretta non interrotta dalla sazietà. Ciò amo, quando amo il mio Dio .“(Confessioni X, 6,8)

Sant'Agostino -Vittore_Carpaccio

CUORE A CUORE CON DIO, AGOSTINO VI FA PRESAGIRE CHE LA VITA ETERNA È GIÀ COMINCIATA:

Ti amo

Ciò che sento in modo non dubbio, anzi certo, Signore, è che ti amo. Folgorato al cuore da te mediante la tua parola, ti amai, e anche il cielo e la terra e tutte le cose in essi contenute, ecco, da ogni parte mi dicono di amarti, come lo dicono senza posa a tutti gli uomini, affinché non abbiano scuse. Più profonda misericordia avrai di colui, del quale avesti misericordia, userai misericordia a colui, verso il quale fosti misericordioso. Altrimenti cielo e terra ripeterebbero le tue lodi a sordi. Ma che amo, quando amo te?

Non una bellezza corporea, né una grazia temporale: non lo splendore della luce, così caro a questi miei occhi, non le dolci melodie delle cantilene d’ogni tono, non la fragranza dei fiori, degli unguenti e degli aromi, non la manna e il miele, non le membra accetteagli amplessi della carne. Nulla di tutto ciò amo, quando amo il mio Dio.

Eppure amo una sorta di luce e voce e odore e cibo e amplesso nell’amare il mio Dio: la luce, la voce, l’odore, il cibo, l’amplesso dell’uomo interiore che è in me, ove splende alla mia anima una luce non avvolta dallo spazio, ove risuona una voce non travolta dal tempo, ove olezza un profumo non disperso dal vento, ov’è colto un sapore non attenuato dalla voracità, ove si annoda una stretta non interrotta dalla sazietà. Ciò amo, quando amo il mio Dio.” ( 10, 6, 8).

La felicità

Come ti cerco, dunque Signore? Cercando te, Dio mio, io cerco la felicità della vita. Ti cercherò perché l’anima mia viva. Il mio corpo vive della mia anima e la mia anima vive di te.” (10, 20, 29).

La vera felicità

Lontano, Signore, lontano dal cuore del tuo servo che si confessa a te, lontano il pensiero che qualsiasi godimento possa rendermi felice. C’è un godimento che non è concesso agli empi, ma a coloro che ti servono per puro amore, e il loro godimento sei tu stesso. E questa è la felicità, godere per te, di te, a causa di te, e fuori di questa non ve n’è altra. Chi crede ve ne sia un’altra, persegue un altro godimento, non il vero. Tuttavia da una certa immagine di godimento la loro volontà non si distoglie.” (10, 22, 32).

Dio, di te mi ricordo…

Ecco quanto ho spaziato nella mia memoria alla tua ricerca, Signore; e fuori di questa non ti ho trovato. Nulla di te ho trovato, dal giorno in cui ti conobbi, che non sia stato un ricordo; perché dal giorno in cui ti conobbi, non ti dimenticai. Dove ho trovato la verità, là ho trovato il mio Dio, la Verità persona; e non ho dimenticato la Verità dal giorno in cui la conobbi. Perciò dal giorno in cui ti conobbi, dimori nella mia memoria, e là ti trovo ogni volta che ti ricordo e mi delizio di te. E’ questa la mia santa delizia, dono della tua misericordia, che ebbe riguardo per la mia povertà.” (10, 24, 35).

Tu abiti nella mia memoria

  • Ma dove dimori nella mia memoria, Signore, dove vi dimori?
  • Quale stanza ti sei fabbricato, quale santuario ti sei edificato?
  • Hai concesso alla mia memoria l’onore di dimorarvi, ma in quale parte vi dimori?

A ciò sto pensando. Cercandoti col ricordo, ho superato le zone della mia memoria che possiedono anche le bestie, poiché non ti trovavo là, fra immagini di cose corporee. Passai alle zone ove ho depositato i sentimenti del mio spirito, ma neppure li ti trovai.

Entrai nella sede che il mio spirito stesso possiede nella mia memoria, perché lo spirito ricorda anche se medesimo, ma neppure là tu eri, poiché, come non sei immagine corporea né sentimento di spirito vivo, quale gioia, tristezza, desiderio, timore, ricordo, oblio e ogni altro, così non sei neppure lo spirito stesso, essendo il Signore e Dio dello spirito, e mutandosi tutte queste cose, mentre tu rimari immutabile al di sopra di tutte le cose.

E ti sei degnato di abitare nella mia memoria dal giorno in cui ti conobbi! Perché cercare in quale luogo vi abiti? come se colà vi fossero luoghi. Vi abiti certamente, poiché io ti ricordo dal giorno in cui ti conobbi, e ti trovo nella memoria ogni volta che mi ricordo di te.” (10, 25, 36).

Dove ti trovai?

Dove dunque ti trovai, per conoscerti? Certo non eri già nella mia memoria prima che ti conoscessi. Dove dunque ti trovai, per conoscerti, se non in te, sopra di me? Lì non v’è spazio dovunque: a allontaniamo, ci avviciniamo, e non v’è spazio dovunque.

Tu, la Verità, siedi alto sopra tutti coloro che ti consultano e rispondi contemporaneamente a tutti coloro che ti consultano anche su cose diverse. Le tue risposte sono chiare, ma non tutti le odono chiaramente. Ognuno ti consulta su ciò che vuole, ma non sempre ode la risposta che vuole. Servo tuo più fedele è quello che non mira a udire da te ciò che vuole, ma volere piuttosto ciò che da te ode.” (10, 26, 37).

Tardi ti amai…

Tardi ti amai, bellezza così antica e così nuova, tardi ti amai.

  • Sì, perché tu eri dentro di me e io fuori. Lì ti cercavo.
  • Deforme, mi gettavo sulle belle forme delle tue creature.
  • Eri con me, e non ero con te.
  • Mi tenevano lontano da te le tue creature, inesistenti se non esistessero in te.
  • Mi chiamasti, e il tuo grido sfondò la mia sordità;
  • balenasti, e il tuo splendore dissipò la mia cecità;
  • diffondesti la tua fragranza, e respirai e anelo verso di te, gustai e ho fame e sete; mi toccasti, e arsi di desiderio della tua pace.” (10, 27, 38)

La vera vita

Quando mi sarò unito a te con tutto me stesso, non esisterà per me dolore e pena dovunque. Sarà vera vita la mia vita, tutta piena di te. Tu sollevi chi riempi; io ora, non essendo pieno di te, sono un peso per me; le mie gioie, di cui dovrei piangere, contrastano le afflizioni, di cui dovrei gioire, e non so da quale parte stia la vittoria; le mie afflizioni maligne contrastano le mie gioie oneste, e non so da quale parte stia la vittoria.

Ahimè, Signore, abbi pietà di me! Ahimè! Vedi che non nascondo le mie piaghe. Tu sei medico, io sono malato: tu sei misericordioso, io sono misero. Non è, forse, la vita umana sulla terra una prova? Chi vorrebbe fastidi e difficoltà? Il tuo comando è di sopportarne il peso, non di amarli. Nessuno ama ciò che sopporta, anche se ama di sopportare; può godere di sopportare, tuttavia preferisce non avere nulla da sopportare.

Nelle avversità desidero il benessere, nel benessere temo le avversità. Esiste uno stato intermedio fra questi due, ove la vita umana non sia una prova? Esecrabili le prosperità del mondo, una e due volte esecrabili per il timore dell’avversità e la contaminazione della gioia. Esecrabili le avversità del mondo, una e due volte esecrabili per il desiderio della prosperità e l’asprezza dell’avversità medesima e il pericolo che spezzi la nostra sopportazione. La vita umana sulla terra non è dunque una prova ininterrotta?” (10, 28, 39).

Da’ ciò che comandi

Ogni mia speranza è posta nell’immensa grandezza della tua misericordia. Da’ ciò che comandi e comanda ciò che vuoi. Ci comandi la continenza e qualcuno disse: “Conscio che nessuno può essere continente se Dio non lo concede, era già un segno di sapienza anche questo, di sapere da chi ci viene questo dono”.

La continenza in verità ci raccoglie e riconduce a quell’unità, che abbiamo lasciato disperdendoci nel molteplice. Ti ama meno chi ama altre cose con te senza amarle per causa tua. O amore, che sempre ardi senza mai estinguerti, carità, Dio mio, infiammami. Comandi la continenza. Ebbene, da’ ciò che comandi e comanda ciò che vuoi.” (10, 29, 40).

Fortificami, affinché io sia potente

Ricordati, Signore, che siamo polvere, e con la polvere hai creato l’uomo, e si era perduto e fu ritrovato. Neppure l’Apostolo trovò in sé il suo potere, essendo polvere anch’egli, ma il tuo soffio gli ispirò le parole che tanto amo, quando disse: Tutto posso in colui che mi fortifica. Fortificami, affinché io sia potente; da’ ciò che comandi e comanda ciò che vuoi. Quest’uomo riconosce i doni ricevuti, e, se si gloria, si gloria nel Signore; da un altro udii chiedere questa grazia: “Toglimi la concupiscenza del ventre”. Ne risulta, santo Dio mio, che è un dono tuo, se facciamo ciò che ordini di fare”. (10, 31, 45).

Liberami da ogni tentazione

Tu, Padre buono, mi insegnasti che “tutto è puro per i puri”, ma fa “male un uomo a mangiare con scandalo degli altri”; che ogni tua creatura è buona, e non si deve “respingere nulla di ciò che si prende rendendo grazie”; che “non è l’alimento a raccomandarci a Dio”; che “nessuno ci deve giudicare dal cibo o dalla bevanda che prendiamo”, e “chi mangia non deve disprezzare chi non mangia, come chi non mangia non deve giudicare chi mangia”. Ora lo so, e ti siano rese grazie e lodi, Dio mio, mio maestro, per aver bussato alle mie orecchie e illuminato la mia intelligenza. Liberami da ogni tentazione. Io non temo l’impurità delle vivande, temo l’impurità del desiderio.” (10, 31, 46).

O luce!

O Luce, che vedeva Tobia quando, questi occhi chiusi, insegnava al figlio la via della vita e lo precedeva col piede della carità senza mai perdersi; che vedeva Isacco con i lumi della carne sommersi e velati dalla vecchiaia, quando meritò non già di benedire i figli riconoscendoli, ma di riconoscerli benedicendoli; che vedeva Giacobbe quando, privato anch’egli della vista dalla grande età, spinse i raggi del suo cuore illuminato sulle generazioni del popolo futuro prefigurate nei suoi figlioli, e impose sui nipoti avuti da Giuseppe le mani arcanamente incrociate, non come il loro padre cercava di correggerlo esternamente, ma come lui distingueva internamente. Questa è la Luce, è l’unica Luce, è un’unica cosa coloro che la vedono e l’amano.

Viceversa questa luce corporale di cui stavo parlando insaporisce la vita ai ciechi amanti del secolo con una dolcezza suadente, ma pericolosa. Quando invece hanno imparato a lodarti anche per essa, Dio creatore di tutto, l’attirano nel tuo inno anziché farsi catturare da lei nel loro sonno. Così vorrei essere. Resisto alle seduzioni degli occhi nel timore che i miei piedi, con cui procedo sulla tua via, rimangano impigliati, e sollevo verso di te i miei occhi invisibili, affinché tu strappi dal laccio i miei piedi, come fai continuamente, poiché vi si lasciano allacciare. Tu non cessi di strapparli di là, mentre io ad ogni passo son fermo nelle tagliole sparse dovunque, perché tu non dormirai né sonnecchierai, custode d’Israele.” (10, 34, 52).

Sii tu la nostra gloria

Ma noi, Signore, siamo, ecco, il tuo piccolo gregge. Tienici dunque, stendi le tue ali, e ci rifugeremo sotto di esse. Sii tu la nostra gloria. Ci si ami per te, e in noi sia temuta la tua parola .”(10, 36, 59).

Signore, rivelami il mio animo

Ma ecco che in te, Verità, vedo come le lodi che mi si tributano non debbano scuotermi per me stesso, ma per il bene del prossimo. Se io sia già da tanto, non lo so. Qui conosco me stesso meno di come conosco te. Ti scongiuro, Dio mio, di rivelarmi anche il mio animo, affinché possa confessare ai miei fratelli, da cui aspetto preghiere, le ferite che vi scoprirò. M’interrogherò di nuovo, con maggiore diligenza: se nelle lodi che mi vengono tributate è l’interesse del prossimo a scuotermi, perché mi scuote meno un biasimo ingiusto rivolto ad altri che a me? perché sono più sensibile al morso dell’offesa scagliata contro di me, che contro altri, e ugualmente a torto, davanti a me? Ignoro anche questo? Non rimane che una risposta: io m’inganno da solo e non rispetto la verità davanti a te nel mio cuore e con la mia lingua. Allontana da me una simile follia, Signore, affinché la mia bocca non sia per me l’olio del peccatore per ungere il mio capo.” (10, 37)

O verità, vieni!

O Verità, quando non mi accompagnasti nel cammino, insegnandomi le cose da evitare e quelle da cercare, mentre ti esponevo per quanto potevo le mie modeste vedute e ti chiedevo consiglio? Percorsi con i sensi fin dove potei il mondo fuori di me, esaminai la vita mia, del mio corpo, e gli stessi miei sensi.

Di lì entrai nei recessi della mia memoria, vastità molteplici colme in modi mirabili d’innumerevoli dovizie, li considerai sbigottito, né avrei potuto distinguervi nulla senza il tuo aiuto; e trovai che nessuna di queste cose eri tu. E neppure questa scoperta fu mia. Perlustrai ogni cosa, tentai di distinguerle, di valutarle ognuna secondo il proprio valore, quelle che ricevevo trasmesse dai sensi e interrogavo, come quelle che percepivo essendo fuse con me stesso. Investigai e classificai gli organi stessi che me le trasmettevano: infine entrai nei vasti depositi della memoria e rivoltai a lungo alcuni oggetti, lasciai altri sepolti e altri portai ana luce. Ma nemmeno la mia persona, impegnata in questo lavorio, o meglio, la stessa mia forza con cui lavoravo non erano te.

Tu sei la luce permanente, che consultavo sull’esistenza, la natura, il valore di tutte le cose. Udivo i tuoi insegnamenti e i tuoi comandamenti. Spesso faccio questo, è la mia gioia, e in questo diletto mi rifugio, allorché posso liberarmi della stretta delle occupazioni. Ma fra tutte le cose che passo in rassegna consultando te, non trovo un luogo sicuro per la mia anima, se non in te. Soltanto lì si raccolgono tutte le mie dissipazioni, e nulla di mio si stacca da te.

Talvolta m’introduci in un sentimento interiore del tutto sconosciuto e indefinibilmente dolce, che, qualora raggiunga dentro di me la sua pienezza, sarà non so cosa, che non sarà questa vita. Invece ricado sotto i pesi tormentosi della terra. Le solite occupazioni mi riassorbono, mi trattengono, e molto piango, ma molto mi trattengono, tanto è considerevole il fardello dell’abitudine. Ove valgo, non voglio stare; ove voglio, non valgo, e qui e là sto infelice.” ( 10, 40, 65).

Tu sei la Verità

Perciò considerai le mie debolezze peccaminose sotto le tre forme della concupiscenza e invocai per la mia salvezza l’intervento della tua destra. Vidi, pur col cuore ferito, il tuo splendore e, abbagliato, dissi: “Chi può giungervi?”. Fui proiettato lontano dalla vista dei tuoi occhi. Tu sei la verità che regna su tutto, io nella mia avidità non volevo perderti, ma volevo possedere insieme a te la menzogna, come nessuno vuole raccontare il falso al punto d’ignorare egli stesso quale sia il vero. Così ti persi, poiché tu non accetti di essere posseduto insieme alla menzogna (10, 41, 66).

Quanto amasti noi!

Quanto amasti noi, Padre buono, che non risparmiasti il tuo unico Figlio, consegnandolo agli empi per noi! Quanto amasti noi, per i quali egli, non giudicando una usurpazione la sua uguaglianza con te, si fece suddito fino a morire in croce, lui, l’unico a essere libero fra i morti, avendo il potere di deporre la sua vita e avendo il potere di riprenderla, vittorioso e vittima per noi al tuo cospetto, e vittorioso in quanto vittima; sacerdote e sacrificio per noi al tuo cospetto, e sacerdote in quanto sacrificio; che ci rese, da servi, tuoi figli nascendo da te e servendo a noi!

A ragione è salda la mia speranza in lui che guarirai tutte le mie debolezze grazie a Chi siede alla tua destra e intercede per noi presso di te. Senza di lui dispererei. Le mie debolezze sono molte e grandi, sono molte, e grandi. Ma più abbondante è la tua medicina. Avremmo potuto credere che il tuo Verbo fosse lontano dal contatto dell’uomo, e disperare di noi, se non si fosse fatto carne e non avesse abitato fra noi.” (10, 43, 69).

Signore, che io viva per te!

Atterrito dai miei peccati e dalla mole della mia miseria, avevo ventilato in cuor mio e meditato una fuga nella solitudine. Tu me lo impedisti, confortandomi con queste parole: “Cristo morì per tutti affinché i viventi non vivano più per se stessi, ma per Chi morì per loro”. Ecco, Signore, lancio in te la mia pena, per vivere; contemplerò le meraviglie della tua legge.

Tu sai la mia inesperienza e la mia infermità, ammaestrami e guariscimi. Il tuo unigenito, in cui sono nascosti tutti i tesori della sapienza e della scienza, mi riscattò col suo sangue. Gli orgogliosi non mi calunnino, se penso al mio riscatto, lo mangio, lo bevo e lo distribuisco; se, povero, desidero saziarmi di lui insieme a quanti se ne nutrono e saziano. Loderanno il Signore coloro che lo cercano.” (10, 43, 70).

Confesso le mie miserie e le tue misericordie

Ignori forse, Signore, per essere tua l’eternità, ciò che ti dico, o vedi per il tempo ciò che avviene nel tempo? Perché dunque ti faccio un racconto particolareggiato di tanti avvenimenti? Non certo perché tu li apprenda da me. Piuttosto eccito in me e in chi li leggerà l’amore verso la tua persona.

Tutti dovremo dire: “E’ grande il Signore e ben degno di lode”. Già lo dissi e lo dirò di nuovo: per amore del tuo amore m’induco a tanto. Noi preghiamo, certo; però la Verità dice: “Il Padre vostro sa cosa vi occorre prima ancora che glielo domandiate”. Confessandoti dunque le nostre miserie e le tue misericordie su di noi, noi manifestiamo i nostri sentimenti verso di te, affinché tu possa completare la nostra liberazione già da te iniziata: affinché noi cessiamo di essere infelici in noi e ci rallegriamo in te che ci chiamasti a essere poveri nello spirito, e miti e piangenti, e affamati e assetati di giustizia, e misericordiosi e mondi in cuore, e pacifici.

Ecco dunque ch’io ti narrai molti fatti, come potei e volli. Il primo a volere che mi confessassi a te, Signore Dio mio, poiché sei buono, poiché la tua misericordia è eterna, fosti tu.” (11, 1, 1).

Dammi ciò che amo!

Signore Dio mio, presta ascolto alla mia preghiera: la tua misericordia esaudisca il mio desiderio, che non arde per me solo, ma vuole anche servire alla mia carità per i fratelli. Tu vedi nel mio cuore che è così. Lascia che ti offra in sacrificio il servizio del mio pensiero e della mia parola, e prestami la materia della mia offerta a te. Sono misero e povero, tu ricco per tutti coloro che ti invocano, tu senza affanni, che ti affanni per noi.

Recidi tutt’intorno alle mie labbra, dentro e fuori, ogni temerità e ogni menzogna. Siano le tue Scritture le mie caste delizie; ch’io non m’inganni su di esse, né inganni gli altri con esse. Signore, guarda e abbi pietà. Signore Dio mio, luce dei ciechi e virtù dei deboli, e tosto luce dei veggenti e virtù dei forti; volgi la tua attenzione sulla mia anima e ascolta chi grida dall’abisso. Se non fossero presenti anche nell’abisso le tue orecchie, dove ci volgeremo? a che grideremo?

Tuo è il giorno e tua la notte, al tuo cenno trasvolano gli istanti. Concedimene un tratto per le mie meditazioni sui segreti della tua legge, non chiuderla a chi bussa. Non senza uno scopo, certo, facesti scrivere tante pagine di fitto mistero; né mancano, quelle foreste, dei loro cervi, che vi si rifugiano e ristorano, vi spaziano e pascolano, vi si adagiano e ruminano. O Signore, compi la tua opera in me, rivelandomele.

Ecco, la tua voce è la mia gioia, la tua voce una voluttà superiore a tutte le altre. Dammi ciò che amo. Perché io amo, e tu mi hai dato di amare. Non abbandonare i tuoi doni, non trascurare la tua erba assetata. Ti confesserò quanto scoprirò nei tuoi libri. Oh, udire la voce della tua lode, abbeverarsi di te, contemplare le meraviglie della tua legge fin dall’inizio, quando creasti il cielo e la terra, e fino al regno eterno con te nella tua santa città.” (11, 2, 3).

Signore, apri i recessi delle tue parole

Signore, abbi pietà di me ed esaudisci il mio desiderio. Non credo sia desiderio di cose terrene, di oro e argento e pietre preziose, o di vesti fastose, o di onori e potere, o di piaceri carnali, o di beni necessari al corpo durante il nostro pellegrinaggio in questa vita. Tutte queste cose ci vengono date in aggiunta, se cerchiamo il tuo regno e la tua giustizia. Vedi, Dio mio, ove s’ispira il mio desiderio. Gli empi mi hanno descritto le loro voluttà, difformi però dalla tua legge, Signore, e a questa s’ispira il mio desiderio. Vedi, Padre, guarda e vedi e approva, e piaccia agli occhi della tua misericordia che io trovi favore presso di te, affinché si aprano i recessi delle tue parole, a cui busso.

Ti scongiuro per il Signore nostro Gesù Cristo, figlio tuo, eroe della tua destra, figlio dell’uomo, che stabilisti per te mediatore fra te e noi, per mezzo del quale ci cercasti mentre non ti cercavamo, e ci cercasti affinché ti cercassimo; il tuo Verbo, con cui creasti l’universo, e in esso me pure; il tuo Unigenito, per mezzo del quale chiamasti all’adozione il popolo dei credenti, e fra esso me pure. Per lui ti scongiuro, che siede alla tua destra e intercede per noi presso di te; in cui sono ascosi tutti i tesori della sapienza e della scienza. Questi tesori appunto cerco nei tuoi libri. Mosè ne scrisse, egli stesso lo afferma, lo afferma la Verità. “ (11, 2, 4).

Dammi ciò che amo!

Il mio spirito si è acceso dal desiderio di penetrare questo enigma intricatissimo. Non voler chiudere, Signore Dio mio, padre buono, te ne scongiuro per Cristo, non voler chiudere al mio desiderio la conoscenza di questi problemi familiari e insieme astrusi. Lascia che vi penetri e s’illuminino al lume della tua misericordia, Signore. Chi interpellare su questi argomenti, a chi confessare la mia ignoranza più vantaggiosamente che a te, cui non è sgradito il mio studio ardente, impetuoso delle tue Scritture?

Dammi ciò che amo. Perché io amo, e tu mi hai dato di amare. Dammi, o Padre, che davvero sai dare ai tuoi figli doni buoni; dammi, poiché mi sono proposto di conoscere e mi attende un lavoro faticos, finché tu mi schiuda la porta. Per Cristo ti supplico, in nome di quel santo dei santi nessuno mi disturbi. Anch’io ho creduto, perciò anche parlo. Questa è la mia speranza, per questa vivo: di contemplare le delizie del Signore .“(11, 22, 28).

Nel piccolo il grande

  • O Dio, concedi agli uomini di scorgere in un fatto modesto i concetti comuni delle piccole come delle grandi realtà. “ (11, 23, 29).
  • Dio mio, non mento!
  • Ecco, Dio mio, davanti a te che non mento: quale la mia parola, tale il mio cuore. Tu, Signore Dio mio, illuminando la mia lucerna illuminerai le mie tenebre.” (11, 25, 32).
  • Insisti, spirito mio
  • “Insisti, spirito mio, e fissa intensamente il tuo sguardo. Dio è il nostro aiuto, egli ci fece, e non noi. Fissa il tuo sguardo dove albeggia la verità.” (11, 27, 34).

Signore, padre mio eterno!

Ma poiché la tua misericordia è superiore a tutte le vite, ecco che la mia vita non è che distrazione, mentre la tua destra mi raccolse nel mio Signore, il figlio dell’uomo, mediatore fra te, uno, e noi, molti in molte cose e con molte forme, affinché per mezzo suo io raggiunga Chi mi ha raggiunto e mi ricomponga dopo i giorni antichi seguendo l’Uno.

Dimentico delle cose passate, né verso le future, che passeranno, ma verso quelle che stanno innanzi non disteso, ma proteso, non con distensione, ma con tensione inseguo la palma della chiamata celeste. Allora udrò la voce della tua lode e contemplerò le tue delizie, che non vengono né passano. Ora i miei anni trascorrono fra gemiti, e il mio conforto sei tu, Signore, padre mio eterno. Io mi sono schiantato sui tempi, di cui ignoro l’ordine, e i miei pensieri, queste intime viscere della mia anima, sono dilaniati da molteplicità tumultuose. Fino al giorno in cui, purificato e liquefatto dal fuoco del tuo amore, confluirò in te.” (11, 29, 39).

Signore, quale abisso il tuo segreto!

Signore Dio mio, quale abisso il tuo profondo segreto, e come me ne hanno gettato lontano le conseguenze dei miei peccati! Guarisci i miei occhi, e parteciperò alla gioia della tua luce.

Certo, se esistesse uno spirito di scienza e prescienza così potente da conoscere tutto il passato e il futuro come io una canzone delle più conosciute, susciterebbe, questo spirito, meraviglia e quasi sacro terrore, poiché nulla gli sfuggirebbe sia delle età già concluse, sia di quelle che rimangono: come a me che canto non sfugge sia la parte della canzone già passata dopo l’esordio, sia quella che resta fino alla fine.

Lontana invece l’idea che, creatore dell’universo, creatore delle anime e dei corpi, tu così conosci tutto il futuro e il passato! Tu assai, assai più mirabilmente e assai più misteriosamente. A chi canta o ascolta una canzone conosciuta, l’attesa delle note future e il ricordo delle passate modifica il sentimento e tende il senso. Nulla di simile accade a te, immutabilmente eterno, ossia davvero eterno creatore delle menti.

Come conoscesti in principio il cielo e la terra senza modificazione della tua conoscenza, così creasti in principio il cielo e la terra senza tensione della tua attività. Chi lo capisce ti confessi, e anche chi non lo capisce ti confessi. Oh, quanto sei elevato! Eppure quanti si abbassano in cuore sono la tua casa. Tu infatti sollevi gli abbattuti, e non cadono quanti hanno in te la loro elevatezza.” (11, 31, 41).

monica e agostino

Mi unisco all’invito di Agostino a guardare in alto, a vivere il già e non ancora, in attesa che si compia per voi la beata speranza:

  • La settima età sarà il nostro Sabbato e questo Sabbato non avrà tramonto, ma sarà il giorno del Signore e, per così dire, un ottavo giorno, la Domenica consacrata alla resurrezione di Cristo a prefigurare il riposo eterno dello spirito e del corpo.
  • Là riposeremo e vedremo; vedremo e ameremo; ameremo e loderemo.
  • Ecco ciò che sarà alla fine!
  • E qual è infatti il nostro fine se non quello di pervenire al regno che non ha fine?” (Città di Dio XXII 30,5)

sant-agostino (2)

FRA RAIMONDO FABELLO: LE SEGRETE RADICI – Angelo Nocent

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giovedì, 04 ottobre 2007 

AQUILEIA

ALMA MATER

Le segrete radici dell’ hospitalitas  di Fra Raimondo Fabello o.h.

…presso qualsiasi ruscello inventano una loro lingua originale

Fra Raimondo - primo piano sorridente al Papa Giovanni Paolo II1-_Scan10316Alla fine degl’anni sessanta, in piena riforma liturgica ed in preda alla maniacale tendenza di accantonare tutto ciò che sapeva di latino, malattia contagiosa a rapida diffusione, ci era stata commissionata una nuova “Novena a San Giovanni di Dio”, in sostituzione di quella in latino. Poiché mancavano pochi giorni dal suo inizio, in una settimana, Raimondo ed io, l’abbiamo realizzata e data alle stampe. Personalmente mi ero impegnato a creare testo e musica degli inni e dei canti, lui,  ad individuare i testi biblici per la liturgia della Parola ed a stralciare passi dalle Lettere di san Giovanni di Dio.

Invece del salmo responsoriale, lui aveva ritenuto di ripetere  per tutti i nove giorni, il famoso Ubi caritas et amor al posto del salmo responsoriale. La traduzione italiana che andava in voga in quel momento, entrata ormai nel repertorio liturgico italiano, era il noto “Dov’è carità e amore…”.

Questo aneddoto, di per sé insignificante, diventerà  significativo alla fine delle considerazioni seguenti, quando verrà detto dove la celebre sequenza latina è stata concepita e quanto abbia influenzato la cultura cristiana aquileiense, divenuta casa ospitale di tanti popoli.

Raimondo Fabello, frate degli Ospedalieri di San Giovanni di Dio, ha qui le sue radici. Conoscendo la storia delle origini di quella terra che fu sua patria – La Patrie dal FRIÛL – si può comprenderne meglio la cultura ed il temperamento di questo friulano schietto, onesto e coerente con le sue idee e i suoi principi. Ogni giorno ha fatto qualcosa per la sua Patria, ormai “intercontinentale”, l’Ordine Ospedaliero. Ma senza mai dimenticare l’umile borgo della sua provenienza.

Diaspora per molti corregionali che da sempre partono in cerca di fortuna per il  mondo, la partenza dei Fabello, da una Frazione agricola alla Città, destinazione Mondo, ha un solo nome: missione.

San Raffaele img151-004

San Raffaele arcangelo con lo scapolare dei frati, l’abito ricamato di melograni, il cesto di pane per i poveri, il pesce, simbolo della medicina.

San Raffaele img151-004Quando il dodicenne Raimondo prende il treno per Brescia, la mamma al cimitero, non sa di avere a fianco un angelo: San Raffaele, mandato da Dio per accompagnarlo nelle destinazioni a lui ignote. Parte. E con i quattro indumenti messi insieme nella valigia dalle zie, porta nel cuore un tesoro che non sa di avere e che si tramanda da generazioni. Lo scoprirà col tempo e di questa segreta fortuna, ereditata in famiglia, ne farà partecipi tutti quelli che incontra.

Bertiolo VircoNon è esagerazione dire che il Fabello, nato a Virco di Bertiolo, un paese sperduto di trecento anime, il giorno  in cui prende il treno, apre un solco, genera un rigagnolo d’acqua che  viene dall’ Ospitalità dei Padri di Aquileia per riversarsi nell’Ospitalità del Padre di Granada.

Senza rendersene pienamente conto, se non adesso in cielo,  egli è destinato  ha produrre una “fusione” di storia e di carismi per farne un “Cero Pasquale” che illumini la notte del mondo. Dietro gli ordinari avvenimenti, in realtà c’è Dio che tesse i grandi collegamenti fra popoli e culture del pianeta, in una mirabile trama che non finisce mai di stupirci.

Aquileia - Basilica interno

Da Aquileia che noi sentiamo come ” Alma Mater”, nutrice della nostra fede, dico “noi” perché m’appartine sia per i natali che per i legami battesimali, – terra celtica, poi romana, ma anche greca, giudaica, siriaca e infine, per tutti, cristiana – si è irradiata la buona notizia di Gesù Salvatore  per vasta regione chiamata – già prima dei Galli – Carnea, che significa la “terra delle pietre”, pietre da cui davvero il Signore ha tratto nella pienezza dei tempi nuovi figli di Abramo:

  • una sola terra di montagne,
  • a cui affluiscono da meridione tranquilli itinerari marini,
  • mentre sterminate pianure inclinano da oriente e settentrione;
  • un solo nome preistorico e perenne, declinato di volta in volta e tutt’intorno da “popoli, / che” – dice un poeta sloveno – “presso qualsiasi ruscello inventano una loro lingua originale”, qui come Cjargne o Carnia, là come Kärnten o Koroška, e poi Krajn, e Kras o Carso …

Da questa Chiesa Madre, parte, a irradiare la “Buona Notizia”, un figlio che porta in germe il suo carisma di “Chiesa ospitale” fondata dai discepoli dell’evangelista Marco, sul “Sacramentum Hospitalitatis”, il Pane spezzato “Pro mundi vita”.

Lascia questo Altare dei Padri, martiri come Ermacora e Fortunato, come i Canziani, come Crisogono, Proto, Anastasia, Ilario e Taziano, Dorotea, Felice e Fortunato, Donato, Anastasio, Quirino, Floriano… e, mentre le loro reliquie restano custodite nei sacrari memoriali di Aquileia, parte per una missione: inventare nel mondo nuovi linguaggi della Carità Divina.

Mirabilis Deus! Sì che tu sei mirabile, Signore !

Fondata nel 181 a.C. come colonia di diritto latino in un territorio influenzato da più culture e da poco occupato dai Galli Transalpini, la città dapprima crebbe quale base militare per le campagne contro gli Istri e contro vari popoli, fra cui i Carni e poi per l’espansione romana verso il Danubio.

Pacificata e romanizzata la regione, la città, municipio dopo l’89 si ingrandì in fasi successive, come attestano le diverse cinte murarie. Divenne centro politico-amministrativo (capitale della X Regione augustea , Venetia et Histria) e prospero emporio, avvantaggiata dal lungo sistema portuale e dalla raggiera di importanti strade che se ne dipartivano sia verso il Nord, oltre le Alpi e fino al Baltico (“via dell’ambra”), sia in senso latitudinale, dalle Gallie all’Oriente. Fin da tarda età repubblicana e durante quasi tutta l’epoca imperiale Aquileia costituì uno dei grandi centri nevralgici dell’Impero Romano.

Notevole fu la vita artistica, sostenuta dalla ricchezza dei committenti e dall’intensità dei traffici e dei contatti.

01-AQUILEIA - Porto_fluviale

Aquileia esercitò una nuova funzione morale e culturale con l’avvento del cristianesimo, che si disse predicato da San Marco, ed il cui sviluppo fu in ogni caso fondato su una serie di vescovi che subirono il martirio (Ermacora e Fortunato, Ilario e Tanziano, Crisogono). Nativo di Aquileia dovrebbe essere stato Papa Pio I. Col vescovo Teodoro (m. 319 circa) la Chiesa si espresse pubblicamente con aule di culto splendidamente mosaicate. I vescovi di Aquileia crebbero di importanza nei secoli seguenti dando un vigoroso contributo allo sviluppo del cristianesimo occidentale sia sotto il profilo dottrinario (celebre e decisivo per la lotta contro l’arianesimo il concilio del 381, che interessò tutte le chiese d’Occidente) sia per l’autorità esercitata (fu metropoli per una ventina di diocesi in Italia e una decina oltre le Alpi).

Sembra che, ancora prima del III secolo, esistesse ad Aquileia una comunità cristiana con forti legami con la Chiesa patriarcale di Alessandria d’Egitto, della quale sarebbe stata emanazione, ipotizzando che i primi missionari arrivassero da Alessandria. Nei primi secoli, la Chiesa era infatti organizzata in 5 patriarcati, con giurisdizione nei propri territori di influenza: era la cosiddetta Pentarchia. Il patriarca di Roma (Papa) aveva il primato d’onore.

Aquileia divenne ben presto un importante centro di cristianizzazione per l’Italia nord-orientale e le regioni limitrofe, tanto che, già nel IV secolo, il suo vescovo era eminente per la vastità del territorio di sua competenza giurisdizionale e la liturgia officiata nel rito, più tardi detto, patriarchino (rimasto in vigore fino al 1596; nel 2007 è stato ristampato in copia anastatica il Missale Aquilejensis Ecclesiae del 1517 con l’antico rito aquileiese). Sul finire del IV secolo (381) ad Aquileia fu celebrato un concilio, promosso da Sant’Ambrogio di Milano e presieduto dal vescovo di Aquileia, Valeriano, che condannò i vescovi filo-ariani Palladio e Secondiniano e le dottrine ariane diffuse in Occidente.

In quel periodo furono create le diocesi suffraganee: Zuglio (Julium Carnicum G.Biasutti: Il cristianesimo primitivo nell’Alto Adriatico), Trento, Concordi Sagittaria ecc…), dipendenti dall’arcivescovo o metropolita di Aquileia.

Nel 554 gli arcivescovi metropoliti di Milano e Aquileia si rifiutarono di aderire alla condanna pronunciata dall’Imperatore Giustiniano contro i testi nestoriani noti come Tre Capitoli, dando inizio ad uno scisma noto con il nome di Scisma tricapitolino: nel 557 durante il sinodo provinciale convocato ad Aquileia per l’elezione del nuovo metropolita Paolino, succeduto a Macedonio, con la partecipazione dei vescovi delle diocesi suffraganee, si decise di non riconoscere le conclusioni del Concilio di Costantinopoli II e di rendersi chiesa autocefala. Nel 568, sotto la pressione dell’invasione longobarda, Paolino trasferisce la sede episcopale a Grado, sotto la protezione di Bisanzio, dove è proclamato patriarca. La chiesa di Aquileia si era elevata a Patriarcato per sottolineare l’indipendenza gerarchica da Roma e Costantinopoli, ma nel 606, il patriarcato si divise in due, con un patriarca ad Aquileia (tricapitolino) e uno a Grado (cattolico): questa divisione fu dovuta essenzialmente alla mutata situazione politica della zona: l’entroterra friulano, inclusa Aquileia, sotto la dominazione longobarda e tutto il litorale adriatico della Venetia maritima sotto l’influenza bizantina.

Lo scisma dei Tre Capitoli fu definitivamente ricomposto nel 699 con il concilio di Pavia con il ritorno di Aquileia nell’ortodossia cattolica, (la chiesa di Milano era già da tempo ritornata in comunione con Roma). Anche dopo la riconciliazione tra tricapitolini e cattolici, la diocesi di Aquileia continuava ad essere divisa, finché nel 731 venne stabilita la separazione canonica tra il Patriarcato di Aquileia (con suffraganee le diocesi del Friuli) e il Patriarcato di Grado (con suffraganee le diocesi del Ducato di Venezia, in seguito divenuto Patriarcato di Venezia).

“IN PIÙ DI TREMILA ANNI NON C’È STATA IRRUZIONE ETNICA NUOVA MAI CAPACE DI DISSIPARE L’UNITÀ SANCITA ‘IN PRINCIPIO’ DALL’INTUITO DEI COLONIZZATORI PRIMORDIALI DI QUESTA REGIONE OGGI TRINA, CHE CARINZIA, SLOVENIA E FRIULI COMPONGONO.

L’imperialismo romano, con la sua duttile abilità di sfruttare le situazioni preesistenti, diede solo visibilità storica a quella unità, incrementandone la struttura; ma la fede in Cristo, seminata di generazione in generazione con il sangue e con la parola dai testimoni che nella Chiesa di Aquileia amavano la loro madre, poté conferire alla contingenza geografica e storica un supplemento sostanziale di necessità e di novità: la comunione fraterna, libera e ospitale, di una umanità rinnovata dalla grazia di Dio, che conquista alla pacifica convivenza la ferocia di ogni ‘nemico’.

La risposta dell’egiziano Origene al filosofo pagano Celso, che rimproverava ai cristiani la loro obiezione non violenta al servizio militare contro i barbari invasori, era stata:

Secondo l’insegnamento di Gesù (…) non impugnamo più ‘la spada contro un altro popolo’, né impariamo più ‘a far la guerra’, poiché siamo divenuti figli della pace per opera di Gesù nostro capo (…). 

(…) Se infatti (…) tutti facessero ciò che faccio io [cioè pregare per il nemico], è chiaro che anche i barbari, convertiti alla parola di Dio, sarebbero completamente sottoposti alla legge e pieni di mitezza” … .

Cromazio d'Aquileia icona 04Oltre centocinquant’anni più tardi, la spiritualità cristiana di Aquileia si dimostra all’altezza di queste parole luminose. S. Cromazio, interpretando un episodio drammatico della persecuzione del profeta Elia, ha un’ispirata intuizione di qual è il tratto costitutivo – particolarmente evidente nella Chiesa aquileiese – dell’identità morale di chi si incorpora a Cristo; ricorda Cromazio: 

Quando il santo Elia soffriva una inaudita persecuzione da parte del re Acab e di sua moglie Gezabele, il Signore gli disse: «Va’ presso il torrente: ti manderò dei corvi che ti porteranno lì il cibo e berrai l’acqua del torrente». E ogni giorno [i corvi] gli portarono pane al mattino e carne la sera (cf. 1 Re 17,3-6).

E medita con amarezza ben sperimentata:

(…) I corvi nutrono Elia, le belve lasciano illeso Daniele; mentre gli uomini tendono insidie e perseguitano.

Lo sforzo esegetico si concentra però sui ‘corvi’:

  • (…) secondo la Legge il corvo è un animale immondo; e chi tocca una cosa immonda (…) necessariamente diviene immondo.
  • Elia, braccato e esposto alla morte, tuttavia appare a Cromazio come una trasparente controfigura di Cristo; perciò anche i repellenti corvi finiscono per assumere un significato assolutamente inedito:
  • Ma (…) è chiaro che non è il cibo, bensì la coscienza, a inquinare l’uomo. Ecco che l’apostolo dice bene: «Tutto è puro per i puri» (Tt 1,15) (…). Il santo Elia, che era completamente puro, insegna che ha accettato il cibo che gli portavano i corvi impuri...
  • (…) Nei corvi che portavano il cibo a Elia è indicata la vocazione di noi, che siamo venuti alla fede dalle genti immonde, portando a Cristo il cibo della nostra pietà e della nostra fede.

La pietà e la fede dei credenti, infatti, è il cibo di Cristo.

Questa è dunque la Chiesa, la Chiesa di Aquileia in particolare: convocazione di popoli di ogni origine ignobile, genti disprezzate e rapaci, ma chiamate, ricreate e accolte come pane e carne di Cristo.

Condotto dal dinamismo della metafora, Cromazio sente di dover precisare così:

(…) Al mattino hanno portato il pane al Signore coloro che di tutto cuore credevano in Cristo e che avevano in bocca il vero cibo della fede. Alla sera hanno portato la carne i martiri, i quali al termine della vita hanno offerto la propria carne, cioè il proprio corpo per il nome di Cristo[2].

I santi Ermacora e Fortunato di AquileiaMartiri come Ermacora vescovo e Fortunato diacono, come Canzio, Canziano e Canzianilla, come Crisogono, Proto, Anastasia, Ilario e Taziano, Dorotea, Felice e Fortunato, Donato, Anastasio, Quirino, Floriano: mentre le loro reliquie restavano custodite nei sacrari memoriali di Aquileia e del suo agro, la loro intercessione sarebbe stata equanimemente invocata da Friulani e da Sloveni, insieme a quella di altri patroni – come Michele, Daniele, Pietro, Giacomo il Maggiore, Giorgio, Martino, Cristoforo, Leonardo … – i cui nomi avrebbero infine composto lo scenario polietnico di una comune geografia della pietà e, con ciò, di una spiritualità solidalmente condivisa nel succedersi dei secoli, attraverso e oltre il Medio Evo fino a noi.

Ma Cromazio pensava anche a fedeli meno eroici, eppure autentici, come il peleger (‘straniero’) Restutus, venuto dall’Africa e morto a Aquileia, che una emozionante epigrafe ancora ci ricorda, insieme ai suoi benefattori: Restutus, infatti, sentendosi morire,

avrebbe tanto desiderato ritornare là dov’era nato; e ciò [= questa nostalgia] avrebbe potuto essere ancora più crudele per il fatto che in quel momento non poteva vedere nessuno dei suoi. Egli però – informano i confratelli del sodalizio che ne curò la degna sepoltura – aveva trovato qui anche più dei suoi stessi genitori: ormai, infatti, non era più uno straniero, perché era come se fosse (un figlio) nato da noi stessi”[3].

Nec iam erat exter sicut provenit ut esset ab ipsis, “non più straniero, ma come figlio nato da noi stessi”: adopererei senza esitare questa frase come chiave interpretativa del rapporto che fu chiamata ad avverare – riuscendovi, probabilmente, in buona misura – la Chiesa aquileiese con gli interi popoli, che, entrati a onde incalzanti nello spazio della sua missione evangelica, essa poté come madre indurre alla fede.  .

Dal Concilio episcopale ad ripas Danubii (796) Paolino ottenne che la conversione degli Sloveni fosse raggiunta attraverso il solo mezzo della persuasione: “L’insegnamento degli evangelizzatori non deve essere violento e imposto con il terrore di altri uomini, ma pieno di benevolenza, persuasivo ed effuso con dolcezza … affinché [i pagani] non siano indotti al lavacro del battesimo per costrizione o contro loro voglia” (Ipsa vero praedicantium doctrina non debet esse violenta humanoque pavenda timore, sed benigna, suadebilis et cum dulcedine inrorata … ne coacti aut inviti trahantur ad baptismi lavacrum); per questo si può affermare che la conversione degli Sloveni nei territori aquileiesi, ad opera di missionari celto-latini o longobardi, permise loro “di conservare e sviluppare la loro cultura e le loro tradizioni nazionali” e da allora rimanere in stragrande maggioranza “fedeli e ferventi cattolici fino ai giorni nostri” (Arduino Cremonesi, L’eredità europea del Patriarcato di Aquileia, Udine 19742, p. 43).

San Paolino d'AquileiaIl patriarca Paolino II concepì come preghiera e programma pastorale del Concilio convocato a Cividale nell’anno 796 un inno (Ubi caritas) di tale vigore spirituale e contegno formale che l’intera Chiesa latina finì per appropriarsene,inscrivendolo nel tempo liturgico più esigente, la Settimana Santa, a commento corale dell’episodio evangelico in cui Gesù, prima della sua passione e morte in croce, lava i piedi dei discepoli sconcertati:

Non scendo all’esame particolare delle testimonianze storiche che meglio documentano lo stile di mansuetudine che distinse il lavoro missionario di Aquileia fra gli arrivati sempre nuovi; mi accontento di un ricordo solo.

  • Ci riunì a un sol gregge l’amor di Cristo:
  • dobbiam balzare di gioia per lui
  • e temere ed amare un Dio che è vivo,
  • volergli tutto il ben con cuor sincero.

              Rit.   Dove è vera carità, là c’è Dio!

……..

  • Allora, quando insieme ci riuniamo,
  • attenti a non dividerci nel cuore …
  • Basta ai tristi odii, basta alle liti!   

……..

  • Pur lontani la carità congiunge,
  • ma anche vicini discordia disgiunge.
  • In tutti un solo sentire indiviso
  • per non dividerci, pur radunati.

S. Paolino aveva la responsabilità di un gregge molto diverso da questo ideale: nel medesimo territorio ecclesiastico i Longobardi, precedenti dominatori, sopportavano lividi e affranti la nuova signoria dei Franchi, mentre le popolazioni di vecchio sostrato, celto-latine, numericamente ancora maggioritarie, subivano con diffidenza sottomessa o ambiguo opportunismo i disagi del violento ricambio di potere ai vertici politico-sociali; insieme, da oriente era filtrata – per lo più quietamente – la presenza delle stirpi slovene, e già Paolino, meditandone la pacifica evangelizzazione, poteva contemplare i loro fuochi per il solstizio estivo, alti sui monti che sovrastano Cividale.

Davanti alla Chiesa di Aquileia, allora guidata fermamente da Paolino, questa dunque fu ancora la sfida: “non dividerci, pur radunati”. Non però il rifiuto di ormai anacronistiche e improbabili divisioni dottrinali, come era anche stato fino a non troppo tempo prima; il rifiuto, invece, della disgregazione di una convivenza fra diversi, che equivaleva all’affermazione di un progetto di conciliazione politica e morale realizzabile con le potenti risorse dell’amore teologico: la charitas 

  • onde i prossimi in Dio come noi stessi
  • amare e, per il Cristo, anche i nemici

La costanza di perseguire questo progetto, antico e nuovo, poiché riformulato originalmente alla scadenza di ogni trapasso epocale, fu il carisma della cristianità aquileiese.”  ( di Alessio Persic)

LA BOLLA MAI DIGERITA DALLA NOSTRA GENTE 

Nel 1751, con bolla papale, sollecitata da Venezia e degli Asburgo d’Austria, il Patriarcato di Aquileia fu soppresso e al suo posto vennero erette l’arcidiocesi di Udine e l’arcidiocesi di Gorizia. Questo significò il declassamento di Udine, che da sede patriarcale divenne solo sede arcivescovile e l’innalzamento di Gorizia che fino a quel momento era stata solo arcidiaconia all’interno della grande Diocesi di Aquileia..

Quando attribuisco al Patriarcato di Aquileia il merito di avere costituito oggettivamente l’affratellamento multinazionale il cui sentimento perdura tenacemente, rivendico solo il fatto che esso sia in genere misconosciuto, ma so di non dire – per fortuna! – niente di nuovo; per conoscerne molte ragioni basta infatti riprendere in mano un libro generoso e di lettura piacevole e ancora raccomandabile, pubblicato già ormai più di trent’anni fa dal maestro Arduino Cremonesi, di origini in parte slovene, del quale in tanti ricordiamo con simpatia l’originale figura: quel libro portava un titolo storicamente ineccepibile, ma diremmo anche, alla luce dei fatti successivi, preveggente: L’eredità europea del Patriarcato di Aquileia.

Avviandomi alla conclusione di queste riflessioni, devo però richiamare una frase del testo cromaziano ascoltato poco fa:

I corvi nutrono Elia, le belve lasciano illeso Daniele; mentre gli uomini tendono insidie e perseguitano”..

Se ricordiamo l’esegesi allegorica qui sottintesa dal Padre aquileiese, dobbiamo anche riconoscere l’acerba verità di questa sentenza: “gli uomini, invece, tendono insidie e perseguitano”.

Benedetto XIVNon è banale applicarla innanzitutto all’evento della brutale soppressione del Patriarcato: papa Benedetto XIV vi accondiscese il 6 luglio 1751, per compiacere alla contingente ‘ragion di stato’ fatta simmetricamente valere dalla Repubblica di Venezia e da Maria Teresa d’Austria, ormai insofferenti verso una istituzione, in quanto transnazionale, restava da secoli un caso unico in Europa..

So che molti intellettuali friulani rileggono ancora con dolore le parole irreparabili della bolla Injuncta nobis:

  • Con la pienezza del nostro potere apostolico (…),
  • senza che nessuno ci solleciti e sapendo bene ciò che facciamo [si direbbe: ‘gallina che canta ha fatto l’uovo’ …!],
  • (…) noi sopprimiamo e abbattiamo, nella città e nella Chiesa di Aquileia, dalle fondamenta e per sempre la Cattedra Patriarcale, il Titolo e il Nome, insieme con ogni diritto patriarcale, metropolitano e diocesano collegato finora con la Sede e con il Titolo (…)
  • in modo che d’ora in poi (…) nessuna dignità (…) possa valersi di quella Chiesa che del tutto, dalle radici e per sempre è soppressa e demolita”.

Queste parole, ai bagliori sinistri di successivi eventi, paiono purtroppo assumere anche il valore di un consenso al disfacimento dell’eredità morale e culturale del Patriarcato.

I tentativi di perpetrare la dissoluzione della fraternità fra i popoli, infatti, si sono moltiplicati crudelmente fra Otto e Novecento.

È sufficiente rammentare l’azione fascista di snazionalizzazione degli Sloveni annessi al Regno d’Italia dopo il primo conflitto mondiale:

  • divieto ai bambini di parlare la lingua madre a scuola, pena umilianti punizioni;
  • divieto di predicazione in sloveno nelle chiese, divieto dei canti sloveni nelle osterie;
  • italianizzazione totale (e spesso maldestra) dei toponimi; divieto ai funzionari pubblici di mantenere cognomi ‘allogeni’…

Quando il nonno Giuseppe, segretario comunale, rientrò un giorno a casa con la carta d’identità fregiata del suo nuovo cognome italianizzato, mi raccontano che la gettò a terra e la calpestò di rabbia e dispiacere: ma da esperienze di umiliazione analoghe a questa nessuna famiglia restò indenne.

Dispiace soprattutto che neanche la Chiesa seppe fare valere le sacrosante ragioni dei non pochi suoi fedeli sloveni, fra cui molti preti, che tuttavia cercavano di resistere.

Per gli Sloveni del Friuli il travaglio continuò addirittura dopo il 1945, e per molti anni. Mentre imperversava subdolamente la dissuasione a tramandare ai giovani i dialetti sloveni locali (e ciò riguardava anche il friulano!), bastava scrivere sui modesti giornali sloveni delle Valli del Natisone, come faceva anche mio padre, per ricevere in casa le visite dei carabinieri …

Di tutto ciò si è scritto molto (e cito per tutti l’ancora recente libro di don Natalino Zuanella, (Gli anni bui della Slavia. Attività delle organizzazioni segrete nel Friuli orientale) ma, forse, poco ancora si è letto: manca perciò ancora, in molti ambienti e persone, un’adeguata presa di coscienza storica di un trauma collettivo che in qualcuno ha distorto perfino il naturale senso di identità etnica, e che continua a ostacolare una pacificazione piena fra e dentro le diverse etnie.

Di altra natura, ma sempre sofferenza – Slovenski narod, narod trplenja (‘popolo sloveno, popolo della sofferenza’, a ragione si diceva sin dopo la seconda guerra mondiale) – fu la vicissitudine della Slovenia iugoslava e comunista, dove – dietro nuovissime frontiere controllate dai fucili – la persecuzione contro la Chiesa – soffice per lo più, ma inflessibile – costituì lo sforzo più evidente di spezzare una tradizione condivisa di rapporti multietici moralmente fondata sulla fede comune.

La Bolla, ruspa implacabile e demolitrice, non ha scalfito minimamente gli erdei di beni spirituali. I popoli degli antichi confini, ad ogni ricorrenza importante,  si ritrovano nella terra dei padri, sulle tombe dei santi e dei martiri. Nessun provvedimento giuridico può distruggere i carismi che lo Spirito suscita nelle Chiese. E quando il carisma si chiama “ospitalità“, esso può anche essere esportato nel mondo.

Chiamandovi frammento eucaristico, ho voluto evidenziare le motivazioni di fondo che ci mostrano come eucaristia-chiesa-ospedale siano una triade che si richiama, si completa e si sovrappone. Questa realtà mi fa pensare a tante particole che il vento dello Spirito, soffiando sull’altare del primo ospedale di Granata, ha disseminato lontano. Ciò nonostante, la mensa non si è impoverita. Infatti, non è l’Eucaristia che diminuisce, è l’Altare che si dilata. In questo momento penso con particolare trepidazione a voi, portati apparentemente alla deriva dal vento di Pentecoste ed approdati su spiagge remote. Giunga a ciascuno in particolare, ovunque vi capiti di leggere questa lettera, la mia benedizione e la gratitudine di tutti i fratelli. 

In Cristo Gesù, nel cui cuore

  • le fatiche si placano
  • le nostalgie si dissolvono
  • le stagioni hanno tutte la struggente bellezza della primavera
  • le amicizie antiche si ritrovano
  • e la vita acquista il sapore della libertà

ho pensato che a ben poco servirebbe ripetere o risentirsi dire in questa celebrazione del quinto centenario della mia nascita e, quindi, della fondazione, che sono stato il lungimirante fondatore dell’ospedale moderno. Ciò potrà anche gratificarvi, ma non è questo il punto. Conta invece che voi esprimiate la vostra lungimiranza, leggendo nella realtà storica alla quale appartenete e compiendo gesti profetici per il tempo presente“. (ldc 01 San Giovanni di Dio – Lettere dal cielo – Carissimi)

 Il nostro fratello Raimondo ha camminato nella linea della continuità:

caritas et amor = hospitalitas = Deus ibi est

Prendendo in prestito da Carlo Carretto, mi sento di poter attribuire a Fra Raimondo le medesime parole:

Un giorno, fissando il crocifisso, ebbi l’impressione netta che muovesse le labbra e nello stesso tempo sentii una voce che mi diceva:

Raimondo, ripara la mia casa che come vedi è tutta in rovina”.

Era come un messaggio che mi giungeva dal mondo invisibile e che suggellava un lungo periodo di tentennamenti, di slanci e di ricerca.

  • Mi sentii invaso da una infinita dolcezza e mi avvicinai per baciare il crocifisso.
  • Ero solo e non ebbi paura a saltare sull’altare per abbracciare con tutto me stesso Gesù.
  • Debbo dire che da quel momento fui come folgorato dal mistero dell’incarnazione del Cristo.
  • La croce di Gesù è la felicità dell’uomo,
  • la risposta d’amore a tutti i perché,
  • la soluzione di ogni dissidio,
  • il superamento di tutte le tensioni,
  • la vittoria di Dio sulla morte. ( Carlo Carretto – in “Io Francesco”)

     CONGREGAVIT NOS

IN UNUM

CRISTI AMOR

Fra Raimondo in cotta e Fra Piles110905 015[1]

Fra Pasqual Piles, Priore Generale e Fra Raimondo Fabello

ALMA MATER

(All’amico Fra Raimondo Fabello o.h.)

  • Signore, il sangue ci ribolle nelle vene
  • soltanto a pronunciare il nome di Aquileia,
  • l’antica Chiesa, Madre delle Chiese
  • disseminate lungo il Vecchio Continente.
  • Sul fondamento degli apostoli creata
  • e rifiorita per il sangue generoso
  • dei numerosi santi martiri suoi figli,
  • la mansuetudine distinse i Patriarchi.
  • Dei santi Ermacora, Felice e Fortunato,
  • Taziano, Dorotea, Cromazio, dei Canziani,
  • di tanti altri ancora è viva la memoria,
  • fede che si tramanda come un patrimonio.
  • Nel Patriarcato, a Cividale è nato l’inno
  • dell’ Ubi caritas et amor che la Chiesa
  • ha fatto suo nella Liturgia Latina
  • e canta il Giovedì di Settimana Santa.
  • E’ che Paolino, convocando lì il Concilio,
  • nei versi ha messo il suo programma pastorale
  • che è preghiera e insieme azione missionaria
  • per ricondurre le diversità nell’ Unum.
  • Dice che pecore venute da ogni parte,
  • se formano un sol gregge lo si deve a Cristo;
  • il trepidare che si prova a stare insieme,
  • solo da Lui ci può venire, il Dio vivente.
  • Dei radunati – insiste – nessuno si disperda!
  • Fate attenzione a non dividervi nel cuore.
  • Basta con le discordie, l’odio, via le liti
  • e che fra tutti noi, diversi, regni Dio.”
  • La carità congiunge pure se lontani,
  • separa invece la discordia anche in casa.
  • Se Cristo ha dato la sua vita per amore,
  • il voler bene a Dio è amarci gl’uni gl’altri”.
  • Raimondo, figlio della Chiesa Aquileiese,
  • dispersa in apparenza ma nei cuori unita,
  • Dio t’ha voluto altrove come missionario
  • dell’ospitalità dei santi Patriarchi.
  • Con il carisma del gran santo di Granada
  • L’hai mescolata, fusa, trasformata in cero
  • e la sua fiamma brilla sulla tua persona
  • e scalda e accende nuovi cuori alla missione.                           

                                                       Angelo Nocent

Memento  nostri !


Cromazio d'Aquileia icona 04

SAN CROMAZIO d’Aquileia Vescovo – 2 Dicembre

Siete voi la luce del mondo

Siete voi la luce del mondo. Una città costruita su un monte non può rimanere nascosta; e non si accende una lampada per metterla sotto il moggio, ma sul candelabro, perché faccia luce a tutti quelli che sono in casa. Il Signore aveva chiamato prima i suoi discepoli sale della terra, perché con la sapienza celeste ridiedero sapore al cuore dell’uomo, divenuto scipito per opera del demonio. Li chiama ora luce del mondo, perché illuminati da lui, vera ed eterna luce, divennero anch’essi luce delle tenebre.

E non senza motivo Gesù, sole di giustizia, chiama i suoi discepoli luce del mondo, perché mediante essi, quasi raggi splendenti, infuse in tutto l’universo la luce della sua conoscenza; essi, infatti, fugarono le tenebre dell’errore dalle menti degli uomini, mostrando la luce della verità.

Anche noi, illuminati da loro, siamo divenuti da tenebra luce, secondo l’affermazione dell’Apostolo: Eravate una volta tenebra, ora siete luce nel Signore, e ancora: Non siete figli della notte, né della tenebra, ma siete figli della luce e figli dei giorno. Anche san Giovanni, nella sua lettera, testimoniò dicendo: Dio è luce, e chi rimane in Dio è nella luce, come egli stesso è nella luce. Se dunque godiamo di essere stati liberati dalle tenebre dell’errore, dobbiamo sempre, come figli della luce, camminare nella luce. Dice infatti l’Apostolo: Voi dovete brillare come fonti di luce in questo mondo, impregnati della Parola di vita.

Se non ci comportiamo in questo modo, la nostra infedeltà nasconderà e oscurerà come un velo l’utilità di una luce così necessaria, a danno nostro e degli altri, divenendo simile al servo che preferì nascondere il talento ricevuto, piuttosto che trafficarlo per i beni celesti. E sappiamo per averlo letto quale ricompensa abbia ricevuto. Perciò quella lampada splendente che fu accesa perché ne usassimo a nostra salvezza, deve sempre risplendere in noi. Possediamo infatti la lampada del comandamento divino e della grazia spirituale, di cui aveva detto David: Lampada ai miei passi è la tua parola, e luce sulla mia strada, e Salomone: Perché il precetto della tua legge è una lampada.

Questa lampada della legge e della fede non deve da noi essere occultata, ma tenuta sempre alta nella Chiesa, come su di un candeliere, per la salvezza di molti; affinché noi per primi usufruiamo della sua luce, e tutti i credenti ne siano illuminati.

Dai « Trattati sul Vangelo di Matteo » di san Cromazio, vescovo (Trattato 5, 1.3-4; CCL 9, 405-407)

Preghiera

Dio onnipotente ed eterno, rendi sempre operante in noi il mistero pasquale, affinché, rinati nel Battesimo, portiamo molto frutto e giungiamo felicemente alla vita eterna. Per Cristo nostro Signore.Amen

“a cura del Dipartimento di Teologia Spirituale
della Pontificia Università della Santa Croce”

croce grandeCroce grande di  Zuglio (città aspirante a diocesi, comprendente i comuni della Carnia)

miniatura newsBenedetto XVI presenta la figura di San Cromazio d’Aquileia

ANNO CROMAZIANO – 16 Centenario della morte.

CITTA’ DEL VATICANO, mercoledì, 5 dicembre 2007 (ZENIT.org).- Pubblichiamo il discorso pronunciato questo mercoledì da Benedetto XVI in occasione dell’Udienza generale nell’Aula Paolo VI, dove ha incontrato i pellegrini e i fedeli giunti dall’Italia e da ogni parte del mondo.

Nella sua riflessione, continuando il ciclo di catechesi sui Padri della Chiesa, si è soffermato sulla figura di San Cromazio d’Aquileia.

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Cari fratelli e Sorelle!

nelle ultime due catechesi abbiamo fatto un’escursione attraverso le Chiese d’Oriente di lingua semitica, meditando su Afraate persiano e sant’Efrem siro; oggi ritorniamo nel mondo latino, al Nord dell’Impero Romano, con san Cromazio di Aquileia. Questo Vescovo svolse il suo ministero nell’antica Chiesa di Aquileia, fervente centro di vita cristiana situato nella Decima regione dell’Impero romano, la Venetia et Histria.

Nel 388, quando Cromazio salì sulla cattedra episcopale della città, la comunità cristiana locale aveva già maturato una storia gloriosa di fedeltà al Vangelo. Tra la metà del terzo e i primi anni del quarto secolo le persecuzioni di Decio, di Valeriano e di Diocleziano avevano mietuto un gran numero di martiri. Inoltre, la Chiesa di Aquileia si era misurata, come tante altre Chiese del tempo, con la minaccia dell’eresia ariana. Lo stesso Atanasio – l’alfiere dell’ortodossia nicena, che gli ariani avevano cacciato in esilio –, per qualche tempo trovò rifugio ad Aquileia. Sotto la guida dei suoi Vescovi, la comunità cristiana resistette alle insidie dell’eresia e rinsaldò la propria adesione alla fede cattolica..

Nel settembre del 381 Aquileia fu sede di un Sinodo, che vide convenire circa 35 Vescovi dalle coste dell’Africa, dalla valle del Rodano e da tutta la Decima regione. Il Sinodo si proponeva di debellare gli ultimi residui dell’arianesimo in Occidente. Al Concilio prese parte anche il presbitero Cromazio, in qualità di esperto del Vescovo di Aquileia, Valeriano (370/1-387/8). Gli anni intorno al Sinodo del 381 rappresentano “l’età d’oro” della comunità aquileiese. San Girolamo, che era nativo della Dalmazia, e Rufino di Concordia parlano con nostalgia del loro soggiorno ad Aquileia (370-373), in quella specie di cenacolo teologico che Girolamo non esita a definire tamquam chorus beatorum, “come un coro di beati” (Cronaca: PL XXVII,697-698). In questo cenacolo – che ricorda per alcuni aspetti le esperienze comunitarie condotte da Eusebio di Vercelli e da Agostino – si formarono le più notevoli personalità delle Chiese dell’Alto Adriatico.

Ma già nella sua famiglia Cromazio aveva imparato a conoscere e ad amare Cristo. Ce ne parla, con termini pieni di ammirazione, lo stesso Girolamo, che paragona la madre di Cromazio alla profetessa Anna, le sue due sorelle alle vergini prudenti della parabola evangelica, Cromazio stesso e il suo fratello Eusebio al giovane Samuele (cfr Ep VII: PL XXII,341). Di Cromazio e di Eusebio Girolamo scrive ancora: “Il beato Cromazio e il santo Eusebio erano fratelli per il vincolo del sangue, non meno che per l’identità degli ideali” (Ep. VIII: PL XXII,342).

Cromazio era nato ad Aquileia verso il 345. Venne ordinato diacono e poi presbitero; infine fu eletto Pastore di quella Chiesa (a. 388). Ricevuta la consacrazione episcopale dal Vescovo Ambrogio, si dedicò con coraggio ed energia a un compito immane per la vastità del territorio affidato alla sue cure pastorali: la giurisdizione ecclesiastica di Aquileia, infatti, si estendeva dai territori attuali della Svizzera Baviera, Austria e Slovenia, giungendo fino all’Ungheria.

Quanto Cromazio fosse conosciuto e stimato nella Chiesa del suo tempo, lo si può arguire da un episodio della vita di san Giovanni Crisostomo. Quando il Vescovo di Costantinopoli fu esiliato dalla sua sede, scrisse tre lettere a quelli che egli riteneva i più importanti Vescovi d’Occidente, per ottenerne l’appoggio presso gli imperatori: una lettera la scrisse al Vescovo di Roma, la seconda al Vescovo di Milano, la terza al Vescovo di Aquileia, Cromazio appunto (Ep. CLV: PG LII, 702). Anche per lui, quelli erano tempi difficili a motivo della precaria situazione politica. Molto probabilmente Cromazio morì in esilio, a Grado, mentre cercava di scampare alle scorrerie dei barbari, nello stesso anno 407 nel quale moriva anche il Crisostomo.

Quanto a prestigio e importanza, Aquileia era la quarta città della penisola italiana, e la nona dell’Impero romano: anche per questo motivo essa attirava le mire dei Goti e degli Unni. Oltre a causare gravi lutti e distruzioni, le invasioni di questi popoli compromisero gravemente la trasmissione delle opere dei Padri conservate nella biblioteca episcopale, ricca di codici.

Andarono dispersi anche gli scritti di san Cromazio, che finirono qua e là, e furono spesso attribuiti ad altri autori: a Giovanni Crisostomo (anche per l’equivalente inizio dei due nomi, Chromatius come Chrysostomus); oppure ad Ambrogio e ad Agostino; e anche a Girolamo, che Cromazio aveva aiutato molto nella revisione del testo e nella traduzione latina della Bibbia.

La riscoperta di gran parte dell’opera di Cromazio è dovuta a felici e fortunose vicende, che hanno consentito solo in anni recenti di ricostruire un corpus di scritti abbastanza consistente: più di una quarantina di sermoni, dei quali una decina frammentari, e oltre sessanta trattati di commento al Vangelo di Matteo.

Cromazio fu sapiente maestro e zelante pastore. Il suo primo e principale impegno fu quello di porsi in ascolto della Parola, per essere capace di farsene poi annunciatore: nel suo insegnamento egli parte sempre dalla Parola di Dio, e ad essa sempre ritorna. Alcune tematiche gli sono particolarmente care:

  • anzitutto il mistero trinitario, che egli contempla nella sua rivelazione lungo tutta la storia della salvezza.

  • Poi il tema dello Spirito Santo: Cromazio richiama costantemente i fedeli alla presenza e all’azione della terza Persona della Santissima Trinità nella vita della Chiesa.

  • Ma con particolare insistenza il santo Vescovo ritorna sul mistero di Cristo. Il Verbo incarnato è vero Dio e vero uomo: ha assunto integralmente l’umanità, per farle dono della propria divinità.

Queste verità, ribadite con insistenza anche in funzione antiariana, approderanno una cinquantina di anni più tardi alla definizione del Concilio di Calcedonia. La forte sottolineatura della natura umana di Cristo conduce Cromazio a parlare della Vergine Maria. La sua dottrina mariologica è tersa e precisa. A lui dobbiamo alcune suggestive descrizioni della Vergine Santissima: Maria è la “vergine evangelica capace di accogliere Dio”; è la “pecorella immacolata e inviolata”, che ha generato l’”agnello ammantato di porpora” (cfr Sermo XXIII,3: Scrittori dell’area santambrosiana 3/1, p. 134). Il Vescovo di Aquileia mette spesso la Vergine in relazione con la Chiesa: entrambe, infatti, sono “vergini” e “madri”.

L’ecclesiologia di Cromazio è sviluppata soprattutto nel commento a Matteo. Ecco alcuni concetti ricorrenti:

  • la Chiesa è unica, è nata dal sangue di Cristo;
  • è veste preziosa intessuta dallo Spirito Santo;
  • la Chiesa è là dove si annuncia che Cristo è nato dalla Vergine,
  • dove fiorisce la fraternità e la concordia.

Un’immagine a cui Cromazio è particolarmente affezionato è quella della nave sul mare in tempesta — e i suoi erano tempi di tempesta, come abbiamo sentito — : “Non c’è dubbio”, afferma il santo Vescovo, “che questa nave rappresenta la Chiesa” (cfr Tract. XLII,5: Scrittori dell’area santambrosiana 3/2, p. 260).

Da zelante pastore qual è, Cromazio sa parlare alla sua gente con linguaggio fresco, colorito e incisivo. Pur non ignorando il perfetto cursus latino, preferisce ricorrere al linguaggio popolare, ricco di immagini facilmente comprensibili. Così, ad esempio, prendendo spunto dal mare, egli mette a confronto, da una parte, la pesca naturale di pesci che, tirati a riva, muoiono; e, dall’altra, la predicazione evangelica, grazie alla quale gli uomini vengono tratti in salvo dalle acque limacciose della morte, e introdotti alla vita vera (cfr Tract. XVI,3: Scrittori dell’area santambrosiana 3/2, p. 106).

Sempre nell’ottica del buon pastore, in un periodo burrascoso come il suo, funestato dalle scorrerie dei barbari, egli sa mettersi a fianco dei fedeli per confortarli e per aprirne l’animo alla fiducia in Dio, che non abbandona mai i suoi figli.

Raccogliamo infine, a conclusione di queste riflessioni, un’esortazione di Cromazio, ancor oggi perfettamente valida: “Preghiamo il Signore con tutto il cuore e con tutta la fede – raccomanda il Vescovo di Aquileia in un suo Sermone -preghiamolo di liberarci da ogni incursione dei nemici, da ogni timore degli avversari.

Non guardi i nostri meriti, ma la sua misericordia, lui che anche in passato si degnò di liberare i figli di Israele non per i loro meriti, ma per la sua misericordia. Ci protegga con il solito amore misericordioso, e operi per noi ciò che il santo Mosè disse ai figli di Israele: Il Signore combatterà in vostra difesa, e voi starete in silenzio. È lui che combatte, è lui che riporta la vittoria… E affinché si degni di farlo, dobbiamo pregare il più possibile. Egli stesso infatti dice per bocca del profeta: Invocami nel giorno della tribolazione; io ti libererò, e tu mi darai gloria” (Sermo XVI,4: Scrittori dell’area santambrosiana 3/1, pp. 100-102).

Così, proprio all’inizio del tempo di Avvento, san Cromazio ci ricorda che l’Avvento è tempo di preghiera, in cui occorre entrate in contatto con Dio. Dio ci conosce, conosce me, conosce ognuno di noi, mi vuol bene, non mi abbandona. Andiamo avanti con questa fiducia nel tempo liturgico appena iniziato.

[Il Papa ha poi salutato i pellegrini in diverse lingue. In Italiano ha detto:]

Rivolgo un cordiale saluto ai pellegrini di lingua italiana. In particolare, saluto i fedeli della parrocchia San Cromazio d’Aquileia in Udine e quelli di Gorizia, guidati dall’Arcivescovo Mons. Dino De Antoni, qui convenuti in occasione dell’apertura dell’ Anno cromaziano.

Saluto i membri del gruppo Follereau-de Foucauld, accompagnati dall’Arcivescovo di Pompei Mons. Carlo Liberati, e i rappresentanti dell’Istituto bancario Artigiancassa, di Roma. Saluto, inoltre, le Ancelle dell’Amore Misericordioso, che stanno celebrando in questi giorni il loro capitolo, e le incoraggio ad andare incontro a Cristo con la coerenza della fede per testimoniare con rinnovato ardore apostolico la divina misericordia.

Saluto, infine, i giovani, i malati e gli sposi novelli. Ci stiamo preparando a celebrare tra qualche giorno la solennità della Vergine Immacolata. Sia Lei a guidarvi, cari giovani, nel vostro cammino di adesione a Cristo. Per voi, cari malati, sia sostegno nella sofferenza e susciti in voi rinnovata speranza, e guidi voi, cari sposi novelli, a scoprire sempre più l’amore di Cristo.

[© Copyright 2007 – Libreria Editrice Vaticana]

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SAN CROMAZIO D’AQUILEIA ARTEFICE DI PACE

Cromazio d'Aquileia 2Senza nessuna memoria di Santo iscritta nel Calendario della Chiesa, possiamo ricordare in questo giorno un personaggio appartenente al clero dell’antica città di Aquileia: quel clero che il grande San Girolamo, non certo largo di facili elogi, definì una volta simile a « una comunità di Santi ».Di quella comunità di Santi, il sacerdote Cromazio fu a lungo il personaggio più in vista, il lievito della vita spirituale della Città. San Girolamo conosceva bene Aquileia, per esservi vissuto a lungo, prima di ritirarsi a lavorare nel deserto della Calcide. E conosceva bene Cromazio, senza però che l’amicizia e l’affetto facessero velo al suo giudizio, sempre acuto e imparziale, severo più che accondiscendente..

La casa di Cromazio era centro di attività spirituale, di studio e di preghiera. La frequentavano sacerdoti e laici, in fertile scambio di idee e di esperienze. Lo stesso San Girolamo ne aveva sperimentato l’ospitalità..

Aquileia, centro politico della Decima Regione dell’Impero romano, era allora città assai importante, sulla strada che congiungeva Roma alla Dalmazia. Ed era sede vescovile, considerata la terza d’Italia per importanza dopo Roma e Milano..

Al tempo di Cromazio, era Vescovo San Valeriano, impegnato a recuperare i cristiani tendenti all’Arianesimo presenti nella Chiesa di Aquileia, che in passato era stata assai vicina agli Imperatori ariani. Anche Cromazio assecondò in tal senso il Vescovo Valeriano, durante un concilio svoltosi ad Aquileia contro certi Vescovi accusati di Arianesimo. Il sacerdote amico di San Girolamo vi intervenne con autorità e competenza, finché venne approvata una non equivoca formula di condanna..

Cromazio era ormai degno della mitria vescovile, che infatti Sant’Ambrogio gli attribuì non appena la sede di Aquileia restò vacante. E fu Vescovo saggio e soprattutto dotto, come si conveniva a un difensore dell’integrità della dottrina, amico di uno studioso come San Girolamo.
Quest’ultimo lo disse « il più santo e il più dotto » di tutti i Vescovi del tempo, e gli dedicò molte delle sue traduzioni dei libri biblici. Così, per opera di questo saggio Vescovo, la Chiesa di Aquileia manteneva e accresceva la sua reputazione di “comunità di Santi», e quando Cromazio morì, nel 410, la sua diocesi, benché vedova, restò ancora più alta nella storia della Chiesa del tempo.
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C’è restata una lettera che San Girolamo indirizzò al sacerdote Cromazio, e insieme ai confratelli Gioviniano e Eusebio, che conducevano con lui vita in comune, nella casa di Aquileia. Ne rileggiamo volentieri qualche brano, perché suona come un vero inno all’amicizia. Dice infatti:

  • « Ogni volta che le lettere scritte da ben note mani mi riportano dinanzi al pensiero i vostri amatissimi volti, allora o non sono più qui, oppure voi venite a trovarmi qui. Crediate pure all’affetto, che dice il vero: quando io scrivevo questa lettera, io vi avevo davanti.
  • « Mi dolgo anzitutto che voi mentre siete separati da me per tanto spazio di mare e di terra, mi abbiate mandato una lettera tanto corta, salvo che non sia stato io a meritarmela, perché non vi ho scritto avanti… ».
  • E finisce così: «Il dovere di non allungare la lettera mi sforza a far punto, ma l’amore che ho per voi mi spingerebbe a dire. Quindi il mio parlare è disordinato, il mio discorso confuso. L’amore non può star legato all’ordine!».

Fra Raimondo Fabello o.h. - Il sorriso che viene dall'anima