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FATEBENEFRATELLI: RELIGIOSI E LAICI A CONVEGNO – INSIEME PER SERVIRE 1588 – 1988 – Angelo Nocent

RELIGIOSI E LAICI A CONVEGNO

INSIEME PER SERVIRE

1588 – 1988

QUATTRO SECOLI DEI FATEBENEFRATELLI A MILANO

Da Cemmo in quei giorni è passato lo Spirito Santo: “convenire è proprio il senso della Chiesa, tanto più quando è per studiare i modi di applicare la carità“, ha detto il vescovo Bruno Foresti. Se è vero che “Tanto si ha lo Spirito quanto si ama la Chiesa” (S.Agostino), è impensabile che una Chiesa orante ed in ascolto, non abbia percepito i Suoi suggerimenti.

Vent’anni dopo, alcuni dei protagonisti di allora sono già in Cielo come intercessori. Si può vivere come se non li avessimo mai incontrati?  Il Signore che ce li ha donati non lo ha fatto perché scriviamo belle pagine su di loro ma perché la loro testimonianza sia custodita dalla coscienza dell’Ordine, e diventi sorgente permanente di riflessione e di impegno.

Da allora tante cose sono cambiate.

A quanto pare, passati gli entusiasmi di quel momento storico, non il solo, dopo aver assistito ad una fioritura di santi e di martiri Fatebenefratelli, assisi alla gloria degli altari – avvenimento senza precedenti – la stanchezza e una depressione di massa sembra spopolare sia tra i religiosi che tra i laici.

E’ il caso di rifarsi alla saggezza dei padri:

  • ora fugit ne tardes:
    Il tempo fugge, non indugiare.
  • Hora horis cedit, pereunt sic tempora nobis: ut tibi finalis sit bona. vive bene:
    Le ore si susseguono veloci e così passano i nostri giorni: vivi con accortezza perchè l’ultimo ti sia favorevole.
  • Horae volant:
    Il tempo vola.

Meglio ancora alla Parola di Dio.

L’apostolo Paolo, il maratoneta del Vangelo, nel bimillenario commemorativo:

Voi sapete bene che viviamo in un momento particolare. È tempo di svegliarsi, perché la nostra salvezza è ora più vicina di quando abbiamo cominciato a credere. La notte è avanzata, il giorno è vicino! Buttiamo via le opere delle tenebre e prendiamo le armi della luce.  Comportiamoci onestamente, come in pieno giorno: senza orge e ubriachezze, senza immoralità e vizi, senza litigi e invidie. Non vogliate soddisfare i cattivi desideri del vostro egoismo, ma piuttosto vivete uniti a Gesù Cristo, nostro Signore” (Rom 13. 11-14)

L’Apocalisse:

“Per la chiesa che è nella città di Sardi, scrivi questo: Così dice il Signore, che tiene in mano i sette spiriti di Dio e le sette stelle: Io vi conosco bene. Tutti vi credono una chiesa vivente, ma in realtà siete morti. 2 Svegliatevi! Rafforzate la fede dei pochi che sono ancora viventi, prima che muoiano del tutto! Di quello che fate, non ho trovato nulla che il mio Dio possa considerare ben fatto. 3 Ricordate come avete ricevuto la parola e siete diventati credenti: ebbene, mettetela in pratica; cambiate vita! Se continuate a dormire, verrò come un ladro, all’improvviso, e piomberò su di voi senza che sappiate quando”. 4 “Tuttavia ci sono alcuni di voi, a Sardi, che non si sono macchiati di infedeltà. Essi vivranno con me, vestiti di tuniche bianche, perché ne sono degni. 5 “I vincitori saranno vestiti così, con bianche tuniche: io non cancellerò i loro nomi dal libro della vita. Anzi, li riconoscerò come miei seguaci davanti a Dio, mio Padre, e davanti ai suoi angeli. 6 “Chi è in grado di udire ascolti ciò che lo Spirito dice alle chiese.

Fra Sergio Schiavon o-h-

L’allora Vicario Provinciale Fra Sergio Schiavon, per  la ricorrenza di San Giovanni di Dio – 8 Marzo 1989 – presentava gli Atti del Convegno tenutosi l’anno prima, gg.29/05 – 03/06 1988 presso il Centro di Spiritualità “MATER DIVINAE GRATIAE” di via S: Emiliano, 30 in Brescia. Egli così scriveva: 

“Il Convegno di Maggio/Giugno 1988 “INSIEME PER SERVIRE” ha rappresentato certamente un momento importante di incontro e di sintesi per le realtà operanti nella nostra Provincia. La riflessione sul tema dell’Ospitalità, punto di riferimento costante e fndamentale per tutti i partecipanti, ha favorito l’individuazione di come si è ospitali nelle varie Case.

 La raccolta dei contributi del Convegno vuole avere il significato di proseguire nella riflessione sui contenuti dell’Ospitalità, Carisma che San Giovanni di Dio ha trasmesso al suo Ordine. Attraverso i Religiosi Fatebenefratelli si intende riproporli ai collaboratori laici affinché nei nostri centri assistenziali l’Ospitalità divenga il comune stile operativo.

Auguro che la ricchezza di questi lavori divenga patrimonio di tutti, così che i nostri malati possano accorgersi di esserew i destinatari della nostrav premura, della nostra aattenzione, della nostra Ospitalità. Fra Sergio Schiavon o.h.  Vicario Provinciale .

 

 SPIRITO E DINAMICA

PER UN NUOVO SERVIRE

Fra Pierluigi Marchesi o.h.L’INTERVENTO DI FRA PIERLUIGI MARCHESI Priore Generale.

  • Al M.R. P. Raimondo Fabello Provinciale dalla Provincia Lombardo-Veneta
  • Ai Reverendi Confratelli partecipanti al Convegno 

1. A voi tutti, fratelli in Gesù, che vivete questo storico momento, con animo trepidante, gioioso e teso verso l’evoluzione che il mondo dell’OSPITALITA’ sta vi vendo, coinvolgendo anche il nostro Ordine e i suoi collaboratori, a voi tutti invio il mio fraterno saluto.

2. Un saluto ricco di speranze e di timori; un saluto che si trasforma soprattutto in un augurio che a Bre scia sappiate “INSIEME” trovare spirito e dinamica per un NUOVO SERVIRE, un augurio che a Brescia nasca veramente un giorno nuovo, una storia nuova.

3. Sono certo che le celebrazioni in ricordo della nostra secolare presenza in Lombardia non sono considerate come una semplice commemorazione, ma pensate e vissute con il gusto della rifondazione, nel comune rispetto della nostra memoria storica e dei valori dell’Ospitalità.

4. Abbiamo più volte dichiarato con convinzione, che oggi la nostra testimonianza nel mondo sanitario de ve orientarsi alla formazione di uomini capaci di assicurare efficienza gestionale, efficacia terapeutica e umanizzazione.

5. Questo messaggio è stato ripreso e, a volte con debole eco, a volte come bandiera entusiasta, è stato riportato nei nostri Centri e proclamato in maniera meno equivocabile al II Congresso Internazionale dei Collaboratori Laici recentemente celebrato a Roma.

6. Una nuova alleanza tra laici e religiosi si delinea e, in certi luoghi, si attua già con impegno, umiltà e creatività.

7. Sono convinto che questa ‘NUOVA ALLEANZA” non si improvvisa, ma va preparata con discernimento, con piani normativi, con capacità progettuale e con l’umiltà di chi sa sbagliare e nello stesso tempo verificare e correggere.

8. Tuttavia, malgrado i nostri proclami, che risalgono ormai al lontano 1980 dobbiamo ancora una volta rammaricarci per le incertezze, le titubanze, le paure che ci impediscono di percorrere nuove strade con i Laici nel mondo della sanità. Temiamo ancora di perdere, in favore di altre membra del Corpo di Cristo, quell’identità o quell’immagine che ci siamo costruita a nostra misura e che ci impedisce di vedere oltre i nostri limiti personali e istituzionali e ci chiude alla collaborazione autentica mentre la storia e l’evoluzione del nostro mondo sanitario-assistenzale non si arre sta più e forse non ci aspetta più.

9. Consentitemi di incoraggiarvi nel continuare a riflettere sulla vostra vocazione come fratelli” dediti al la lode di Dio nel servizio agli ammalati.

10. La nostra missione fondata sull’esecuzione dei con sigli evangelici, è orientata all’ospitalità. Questa, come carisma, è per tutti coloro che lo ricevono, un dono di Dio.

11. Laici e religiosi, siamo tutti “corresponsabili” di questo dono.

12. Corresponsabili saremo se, da religiosi, riusciremo a comprendere i laici con i loro doni e instaureremo rapporti creativi per la costruzione di progetti chiari e flessibili.

13. Da molte parti viene richiesto di definire meglio la nostra filosofia, quella che ispira la nostra specifica politica del Vangelo di misericordia.

14. In questo lavoro di definizione, apriamo le nostre menti ad una comprensione diversa del nostro passato orientato ad un avvenire sempre più problematico. Le forme di assistenza per il futuro, più che di strutture, avranno bisogno di persone disposte a condividere l’utopia che sta alle origini della nostra vocazione di cristiani — religiosi e laici — il servizio nell’amore.

15.      Tuffo intorno a noi muta e, per gestire questo mutamento, dobbiamo far ricorso alle nostre risorse più profonde: la solidarietà tra uomini, la comunione fra cristiani, il servizio verso tutti i bisognosi.

16. Pensare l’ospedale dell’avvenire può costituire una fuga piacevole dall’incerto presente. Vorrei dirvi, con tutta la forza della mia anima, che il nostro sguardo può puntare al futuro solo se comprendiamo il presente vissuto.

17. Per tracciare nuovi scenari nel mondo della sanità, dobbiamo sapere da dove veniamo; non per prepararci dei “ritorni” comodi, ma per disegnare percorsi sensati, fattibili e credibili nel rispetto della nostra sto ria.

18. Dalla cultura della separatezza dobbiamo passare alle culture della solidarietà e della comunione, in umiltà, ridiventando tuffi discepoli alla scuola di Cristo, uomo nuovo.

19. La nostra fede ci sostenga, non come piedistallo per le nostre elevazioni, egoistiche, ma come anima interiore per il discernimento e le scelte del nostro camminare verso il futuro.

20. Ritorniamo alle sorgenti della sacra scrittura, al gusto della preghiera e della vita liturgica, celebrata in comune; alla condivisione nella vita e nelle professioni.

21. Senza coraggio non si fa il futuro, specie di una istituzione.

22. Senza coraggio di progetti e di cultura nuova, non si vive la storia di oggi.

23. Senza coraggio non si fa l’Ospitalità nuova e si corre il grave rischio di fare delle istituzioni ospedaliere, non centri di Vita, ma luoghi sofisticati di nuovo e tormentato dolore per l’uomo che passa attraverso la malattia e attraverso la sofferenza.

24. Non abbiate dunque paura di essere coraggiosi! Trovate il coraggio di essere testimoni, il coraggio di essere animatori, il coraggio di essere profeti, il coraggio di essere precursori, ricercatori, per servire meglio. per servire insieme.

25. Il mondo ci chiama ad annunziare, ancora oggi, il Vangelo ai poveri, perché gioiscano; ai malati, per ché guariscano; ai più piccoli, perché vivano: accettare questa sfida è l’inizio del nostro progetto per il futuro !

26. Ascoltando queste mie parole, qualcuno potrebbe commentare che il Generale è lontano dalla realtà, è un utopista.

27. Vorrei poter pagare personalmente con la mia carne e la mia anima per il trionfo di questa meravigliosa utopia e, a questo proposito mi sia concesso riportare quanto ebbi a dire a conclusione del Convegno dei Collaboratori Laici del mese di marzo scorso: “…l’utopista non è né un visionario senza i piedi ben piantati in terra, né un nostalgico dell’impossibile, che si consola (o cerca alibi) guardando inerte al passato. L’utopista è colui che si dispone oltre il presente e oltre l’esistente: e, ditemi voi, che altro è un cristiano se non colui che ha in sé la speranza di una realtà che trascende il presente?

28. E, come si può essere veri operatori della carità e della sanità, se non si ha il respiro dell’utopia?

29.      L’utopia è più che mai necessaria oggi, in un mo mento storico come il nostro, che vede soprattutto i giovani (e qui ce ne sono tanti, ma non fanno parte della massima anonima) appiattirsi, adagiarsi materialisticamente sul ‘quotidiano’, sul presente singolo, perché privi di memoria storica e di progettualità individuale e comunitaria.

30. L’utopia è necessaria, infine, perché per noi il 2000 è quasi presente: e per ospitare degnamente dobbiamo dare ai nostri progetti la forza interiore dell’utopia”.

31. Carissimi fratelli, a tutti un ringraziamento per il nostro lavoro e per il vostro impegno.

32. L’Ordine dei Fatebenefratelli, i suoi malati, il Gverno Centrale dell’Ordine, vi ringraziano e vi incoraggiano.

33. Grazie per essere stati protagonisti di questo Convegno, nella speranza che siate co-protagonisti del nostro comune destino e co-protagonisti dalla storia del quinto secolo della diletta Provincia Lombardo Veneta nel nostro Ordine.

34. Che Dio perdoni i nostri peccati di omissione verso l’unione di laici e religiosi e mandi nei nostri cuori lo Spirito consolatore che ci dia coraggio nella solitudine e forza di testimoniare insieme il suo amore in un nuovo modo di servire l‘uomo nel dolore.

35. Che Dio benedica i religiosi della Provincia Lombardo Veneta, benedica voi tutti, collaboratori laici e le vostre famiglie; benedica i nostri ammalati nell’auspicio che da questo Convegno giunga a tutti loro un soffio di speranza e la gioia di un sorriso nuovo.

36. Fraternamente nel Gesù dell’ospitalità.

Dalla Cura Generalizia , il 20 maggio 1988

Fra Pierluigi Marchesi

 brescia-cattedrale-e-duomo-vecchio-02-204x300

.

bruno-foresti-vescovo-di-brescia-01-233x300-150x150MONS. BRUNO FORESTI Vescovo di Brescia

Bisogna rivedere un po’ le cose, proiettarsi nel futuro con spirito nuovo, adatto ai tempi.

Voglio compiacermi perché questa ricorrenza è stata celebrata proprio in questo modo: vi sento insieme, religiosi e laici, a convegno (convenire è proprio il senso della Chiesa) tanto più quando è per studiare i modi di applicare la carità.

Ma vi sento già Chiesa proprio perché siete insieme, religiosi e laici, e vivete qui in reciproca carità! in funzione di un servizio sempre migliore, ma già realizzando all’interno vostro questo servizio di reciproca carità; perché credo che ciascuno darà il suo contributo e questo è per esprimere la carità.

Una pluralità di voci, di presenze e poi, come vi dicevo, per lo stile propriamente in cui voi vivete.

Ora il mio augurio è proprio questo: che il vostro “stare insieme”, nella carità, nella ricerca del bene, in vista del servizio ai fratelli si prolunghi sempre in un tutto armonioso e più cristiano stare insieme proprio in vista al servizio dei fratelli. Ed in tal senso ci sovviene l’esempio di Maria Santissima, colei che va a visi tare Elisabetta, la parente, sulla montagna.

La Madonna si è della serva del Signore, in servi zio, per il servizio, Lei, la serva del Signore.

Non è solo per il fatto che si è posta in servizio, ma perché si è sentita serva, è questa la cosa importantissima. Un conto è esercitare un servizio, un conto è sentirsi servi.

E tutta la dimensione della persona che è orientata in vista di quell’azione, non è l’aspetto esteriore ma quello interiore, profondo, psicologico, spirituale a costituire la Madonna serva: la fede senza le opere è vuota, non c’è uno spirito di carità e di servizio senza le opere, però, beninteso, il cuore è più grande della ma no dell’uomo.

 Vi ho dello che la Madonna si dice la serva del Signore, non perché farà qualche cosa o perché si metterà nelle opere, ma perché la stessa si sente proprio di essere dipendente del Signore e di voler essere scelta, anche in un senso di grandezza e di fierezza, dal Signore per il suo piano eccezionale; però con l’umiltà di chi dice “Ecco sono solo nelle Sue mani, e sono nelle Sue mani perché Lui è grande e misericordioso, ha fallo grandi cose Lui che è potente e Santo è il Suo Nome”, ed io sono nelle Sue mani affinché la Sua Misericordia trionfi.

Ecco, questo spirito di sentirsi proprio al servizio della misericordia di Dio è ciò che d rende umili, per chéla Misericordia è grande e noi siamo piccoli.

E anche quella che ci dà fierezza e gioia, perché noi siamo stati scelti dal Signore per essere le Sue mani, i Suoi occhi, in qualche modo il Suo sorriso ed in altro modo il Suo cuore, il cuore di Cristo che ci rende ancora più cristiani, “cor Christi cor Mariae”, ma anche quello che è il cuore di Cristo, il Figlio naturale di Maria, diventa anche il cuore del Figlio adottivo.

E allora mi pare che davvero in questa festa della Visitazione di Maria Vergine a Elisabetta, noi dobbia mo proprio pregarLa perché ci dia il cuore di servi. Questo atteggiamento spirituale di servi, questo desiderio di rendersi utili ed insieme l’umiltà, il desiderio e la fierezza addirittura di essere stati scelti dal Signore, per questo che è orazione, è chiamata, è dono, però è anche umiltà.

Che cosa posso fare se non sono inserito nel pia no di Dio, se Dio non rende potente il mio sorriso, se non rende potente la mia mano, se non rende potente il mio futuro? Umiltà dunque, però anche gioia, fierezza e generosità.

Ecco la Madonna davvero diventa come il modello del servire insieme; siete Chiesa, siamo Chiesa per servire. La Chiesa è serva, è, insieme, servizio e mo dello della Chiesa, e il tipo di Chiesa è Maria, Come si serve? Ecco le qualità cui accennavo: questa gioia, questa fierezza, generosità e, d’altra parte però l’umiltà, il non credere, perché ci rendiamo utili ai fratelli, di essere tanto bravi, tanto santi.

E poi l’attenzione che Maria ha avuto verso la cugina Elisabetta: le ha portato aiuto ma ha portato pure benedizione, santificazione.

Casi come il cristiano che si pone al servizio del malato, deve aver presente la globalità della persona: ha un corpo, ha un’anima e, nel contesto e nella concezione biblico-ebraica, uno spirito, Il corpo relaziona bile con i suoi dinamismi, l’anima che è il principio vi tale ed anche psicologico e, chiamiamolo così, di sensibilità e lo spirito, l’uomo in quanto orientato verso l’alto.

Questa è la tripartizione secondo il concetto ebraico di uomo: l’uomo è tutto corpo, è tutto anima, è tutto spirito, però, evidentemente, visto in aspetti distinti e con esigenze distinte.

Ebbene, ecco, Maria certamente ha avuto una sensibilità estrema, ha espresso la sua gioia nel suo Magnificat; un corpo giovane che si è mosso in servizio, ma anche, orientando verso il cielo Elisabetta, provocando in lei il dono dello Spirito, il dono della profezia e, soprattutto, questo sussulto di gioia del bimbo nel suo grembo che alcuni Padri hanno interpretato come presantificazione.

lo credo che questo debba essere sempre, tenuto tanto presente da voi, l’educazione al servizio, come educazione, dicevo, per sentirsi servi nella luce di Ma ria! anche a svolgere il servizio con queste intenzioni di Maria tenendo presente la globalità della persona! il corpo e, perciò,.}a professionalità. Non si può servi re un ammalato, (sono stato in ospedale anch’io qual che giorno), senza avere quell’attenzione, conoscen za e professionalità, è molto importante, Attenzione dunque a quest’aspetto del servizio e poi anche all’a nima, alla sensibilità, alla psicologia.

Allora ecco l’attenzione di un tocco di mano, l’attenzione dello sguardo, il sorriso. L’uomo ha bisogno di questo. Bisogna aggiornare il cuore, perché una ma no che tocca un’altra mano se parte da un cuore che ama, che è sensibile, è diverso da un altro, tocca in modo diverso, si può dire che c’è una trasmissione di qualche cosa che c’è dentro: non voglio parlare di pranoterapia perché siamo ad altri livelli, però è qualcosa che tocca perché c’è il cuore diverso, l’occhio è di verso.

 Quando gli innamorati si guardano, gli occhi brillano in modo diverso, quando un medico, quando un assistente guarda il malato in un certo modo…

E poi lo spirito. L’uomo, nella visione cristiana, è trascendente, va in alto, guarda in alto, confida in un destino che è quello ed allora non si può trascurare anche se non si fa, evidentemente, dello spiritualismo a buon mercato, non si può trascurare questo aspetto.

L’uomo visto nella sua globalità e, da parte nostra, se siamo cristiani, orientati verso la globalità: la salute fisica, la psicologia serena ma anche l’orientamento verso Dio. Soprattutto quando questo Dio si fa vicino, maggiormente quando ti vuole chiamare, allora vuole professionalità, vuole l’atto e lo spirito apostolico, non ché cuore largo e spirito apostolico.  

lo desidero ora augurarvi ed esortarvi insieme: l’augurio è già preghiera, se non è come tanti auguri che si fanno cosi di consuetudine, ma se è un augurio ve ro è preghiera per un cristiano.  

“Ti auguro che davvero questo avvenga in te, e l’amore è preghiera”, visto nella visione cristiana è preghiera.

E allora io voglio augurarvi, ed è già preghiera, però sussidio questo augurio con la Messa di stamattina, con la preghiera vera, con la preghiera che accompagna i vostri lavori, che davvero voi siate insieme qui a cercare il modo con cui servire meglio i fratelli: per servi non solo meglio da un punto di vista tecnico, ma per servire bene il fratello dando a questo senso il significato che dava 5. Giovanni di Dio quando diceva “Fate bene fratelli”. Certo, S.Giovanni di Dio non pensava alla professionalità solamente, ma a qualco sa di più grande che comprende anche quella ma non si limita a quella.

Fate bene fratelli !

 SUOR MICHELA CASSI

Vice Superiora delle Suore Dorotee da Cemmo

 Innanzitutto il benvenuto al Convegno da parte della Comunità. E desiderio di ciascuna di noi che ognuno si trovi in questi giorni il più possibile a suo agio, un po’ possibilmente in famiglia, e per questo veramente chiediamo che ciò di cui hanno bisogno, con molta libertà lo possono chiedere.

Abbiamo visto la grande premura con cui hanno preparato il Convegno qui nella nostra casa e cerchiamo, per quanto ci è possibile, di favorire questo loro impegno.

Presento ora brevemente la nostra Congregazione.

Cemmo è un piccolissimo paese della Valcamonica. E piccolissimo adesso come lo era 140 anni fa quando è nata la Congregazione. Essa é sorta come scuola, quindi per l’educazione e la formazione, ma con l’attenzione a far si che chi veniva formato ed educato nei piccoli paesi della valle diventasse a sua vol ta capace di educare e formare.

Il nostro carisma specifico è animare e formare i laici, animare perché la vita cresca e sia sempre più forte. Ecco, penso che se ci unisce un dono è un po’ questo: la passione per la vita, perché la vita sia sempre migliore nei fratelli.

Lo facciamo, ripeto, attraverso opere formative ed educative nelle quali si inserisce anche questa struttura che prepara, organizza, offre esperienze di preghiera, corsi di spiritualità di vario tipo aperti indistintamente a diverse categorie.

Penso di aver dello a sufficienza per quanto ci riguarda e da parte di tulle noi della Comunità, nuova mente buon lavoro.

1-_Scan10322Convegnisti – Fra Raimondo è il settimo da sinistra

LO STILE, LE CARATTERISTICHE E LE PARTICOLARITA’ DELLA NOSTRA OSPITALITA’

RELATORE:   FRA RAIMONDO  FABELLO  Priore Provinciale

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 Convegnisti – Fra Raimondo è il sesto da sinistra

  “Curare significa usufruire anche delle tecnologie per aiutare il malato a capire il significato dell’esperienza che sta vivendo”. NON AVERE PAURA DI AVERE CORAGGIO”.

Fra Raimondo Fabello al microfonoMi è stato affidato l’in­carico di tratteggiare le caratteristiche e lo svilup­po della Ospitalità, il Cari­sma specifico di noi Fate­benefratelli, attraverso i secoli a partire da Giovan­ni di Dio fino ai giorni no­stri. Non tratterò l’aspettoteologico della Ospitalità dei Fatebenefratelli e neppure quello del voto di religione che emettiamo all’atto del­la professione religiosa, ma cercherò di evidenziare quelle caratteristiche, quelle particolarità che possono rappresentare vorrei quasi dire lo “stile” della nostra Ospitalità..

Ho detto che l’Ospitalità rappresenta il nostro cari­sma specifico; penso sia utile definire cosa intendia­mo per carisma e lo faccio con le parole delle nostre attuali Costituzioni: “Il nostro carisma nella Chiesa è un dono dello Spirito, che porta a configurarci con il Cri­sto compassionevole e misericordioso del Vangelo, il quale passò per questo mondo facendo il bene a tutti e curando ogni sorta di malattia e infermità. In virtù di questo dono siamo consacrati dall’azione dello Spiri­to Santo, che ci rende partecipi in modo singolare, del­l’amore misericordioso del Padre.

Questa esperienza ci comunica atteggiamenti di benevolenza e donazio­ne. ci rende capaci di compiere la missione di annun­ciare e di realizzare il Regno tra i poveri e gli ammala­ti; essa trasforma la nostra esistenza e fa sì che attra­verso la nostra vita si renda manifesto l’amore specia­le del Padre verso i più deboli, che noi cerchiamo di salvare secondo lo stile di Gesù.

Mediante questo ca­risma manteniamo viva nel tempo la presenza miseri­cordiosa di Gesù di Nazareth: Egli, accettando la vo­lontà del Padre, con l’incarnazione si fà simile agli uo­mini suoi fratelli; assume la condizione di servo; si iden­tifica con i poveri, gli ammalati e i bisognosi, si dedica al 10[0 servizio e dona la sua vita in riscatto per tutti”.

E’ in virtù di questo dono e cercando di realizzare questi atteggiamenti su Il’ esempio di Cristo che si è svi­luppata nei secoli la nostra Ospitalità, all’inizio in mo­do sublime in Giovanni di Dio, e poi anche nei suoi figli, mediante opere concrete, iniziando dal primo ospedale fondato dallo stesso Giovanni di Dio in Gra­nada nel 1539

SA GIOVANNI DI DIO  (1495-1550)

San Giovanni di Dio a NazarethGiovanni Ciudad (poi  chiamato di Dio) nasce in Por­togallo, a Montemor-o-Novo nel 1495; a nove anni in modo misterioso lascia la casa paterna e lo ritroviamo in Spagna e dopo una vita avventurosa. ma anche an­siosa di capire cosa Dio vuole da lui, dopo una parti­colare illuminazione della grazia, riesce a fondare il suo primo ospedale.

E dotato sicuramente di doni di natura sui quali si sovrappongono i doni della grazia, mediante i quali di­venterà il grande riformatore dell’ospedale e dell’assi­stenza sanitaria e il grande Santo della Carità.

Gli aspetti caratteristici (preludio e inizio dell’Ospi­talità di cui stiamo trattando) che determinano e accom­pagnano la dedizione, il servizio, le attenzioni, l’amo­re di Giovanni di Dio verso i poveri e i malati si posso­no così delineare:

  • _Scan10159Egli operava per amore di Dio e per la sua gloria. Il Castro, il biografo più autorevole, scrive: “In tutte le opere che faceva si prefiggeva come scopo principa­le che ne risultasse gloria e onore a nostro Signore, sì che la cura del corpo fosse mezzo per la salvezza dell’anima” (Cap. XIX).
  • Egli viveva l’esperienza di essere stato per primo amato da Dio. Il Castro conferma: “Aveva l’ansia dei santi, di dare cioè se stesso in mille modi per amore di Colui che era stato tanto munifico con lui” (Cap. XIV).
  • Egli si immedesimava nei poveri, nei bisognosi. La sua vera e profonda umiltà lo poneva tra gli ultimi. “Tut­to il tempo che servì nostro Signore lo passò nell’an­nientare e disprezzare se stesso e mettersi al posto più basso e umile in ogni forma e maniera che gli fosse possibile” (Castro, Cap. XXI).
  • La carità di Giovanni di Dio non aveva limiti. “Il suo cuore non sopportava di vedere il povero patire ne­cessità, senza apportarvi rimedio” (Castro, Cap. XVI).
  • Giovanni di Dio confidava totalmente nella provvi­denza ma si adoperava in tutto quello che poteva fa­re. Ai suoi poveri diceva “Confidate nel Signore poi­ché Egli provvederà a tutto, come suoi fare con colo­ro che da parte loro fan quello che possono”.
  • Giovanni di Dio è un uomo anche molto pratico e concreto: al giovane Luigi Battista che voleva entrare a far parte dei suoi aiutanti, scrive: “Se venite qui do­vrete obbedire molto e lavorare molto di più di quanto abbiate lavorato e tutto nelle cose di Dio, e consumar­vi nell’attendere ai poveri”.
  • Giovanni di Dio è un grande organizzatore, come vedremo in seguito.

Con questo spirito e con queste doti, Giovanni di Dio costruisce il suo modello di assistenza e per pri­ma cosa vuole un ospedale in cui poter ricevere e cu­rare i poveri e i pellegrini “a modo suo”, secondo le proprie intuizioni e i propri metodi fondati sull’amore, nonostante a Granada esistessero già almeno altri cin­que ospedali tra cui l’ospedale reale ove egli stesso era stato ricoverato e trattato come pazzo e dove ave­va iniziato a curare con amore quelli che erano con lui ricoverati.  

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Giovanni di Dio va alla ricerca dei bisognosi e tutti quelli che trova, poveri, storpi, paralitici, pazzi, li porta nel suo ospedale: per primo nella storia da a ciascu­no il suo letto (nei primi tempi una semplice stuoia), li divide a seconda delle patologie, e per sesso. Ac­canto all’ospedale crea una grande stanza dove pos­sono essere accolti i pellegrini (che in quel tempo nu­merosi si recavano ai grandi santuari) e per tutti pro­cura il cibo necessario, mèdiante la questua e gli aiuti che gli provenivano dai benefattori.

Giovanni curava i suoi malati ma mirava alla loro salvezza spirituale e pertanto li faceva pregare, li esor­tava alla confessione e voleva che fossero riconoscenti verso i loro benefattori, pregando per loro.

Nel suo primo ospedale faceva tutto da solo an­che perché nessuno osava avvicinarlo a motivo della sua recente presunta pazzia; ma dopo breve tempo trovò alcuni aiutanti che lo coadiuvassero: di essi cer­tamente doveva molto fidarsi e sicuramente doveva averi i ben preparati se per molte ore del giorno affida­va loro l’ospedale mentre egli si prodigava per mille altre necessità oltre alla questua quotidiana che egli faceva rivolgendosi alla gente di Granada con le pa­role “Fate bene fratelli, a voi stessi per amore di Dio”.

Di una volta almeno si racconta che Giovanni di Dio rimase assente sette mesi dall’ospedale per recarsi a cercare aiuti fino a Valladolid, alla corte del Re. In que­sta occasione, tra l’altro, continuava a fare del bene a chiunque trovava nel bisogno anche se era andato a cercare aiuti per il suo ospedale, e a chi se ne la­mentava rispondeva “Darlo qui o darlo a Granada è sempre far del bene per amore di Dio, il quale sta in ogni luogo” (Castro, Cap. XVI).

Sempre oltre all’ospedale, tutti quelli che si rivol­gevano a lui “” (Castro, Cap. XIII).

E ogni venerdì, “giorno in cui si commemora la no­stra redenzione”, Giovanni di Dio si dedicava alla re­denzione delle prostitute e per tutte quelle che riusci­va a convertire trovava i pezzi per una vita onorata, compresa la dote per quelle che volevano espiare en­trando in qualche convento sia per quelle che erano portate al matrimonio.

 Si potrebbero dire molte altre cose, credo tuttavia di aver già fatto comprendere quale erano le caratte­ristiche dell’ospitalità di Giovanni di Dio. 

Affidando i suoi duecento malati ad Anton Martin e una copia del quaderno dei debiti all’arcivescovo, Giovanni di Dio morì in Granada l’a marzo 1550 dieci anni soltanto dall’inizio della sua opera ed i funerali fu­rono un autentico trionfo.  

L’Ospitalità, dopo Giovanni di Dio

Giovanni di Dio mai pensò di fondare un Ordine religioso ma solo che ai suoi po­chi discepoli (non più di una decina) nominando suo successore Anton Martin. Egli faceva ogni cosa come l’aveva imparata dal maestro e dopo tre anni soltanto passò il testamento come l’aveva avuto da Giovanni di Dio al suo succes­sore. Nel frattempo tuttavia aveva trasferito “ospeda­levenissero assistiti i suoi poveri e i suoi malati e questo lasciò in testamento  in un ambiente più ampio e fondato un nuovo ospe­dale a Madrid. Iniziava la diffusione; il piccolo seme in breve tempo diventerà un albero rigoglioso.

Questi ospedali e quelli che vennero più tardi pro­vengono direttamente dallo spirito e dalla organizza­zione del fondatore e, nei primi secoli furono copia fe­dele di quello di Granada. Era una organizzazione completa e capi Ilare, con personale religioso e laico numeroso e ispirata a tale larghezza di vedute che po­trebbe far onore anche ai nostri attuali ospedali.

Ciò ha facilitato la diffusione stessa dell’Ordine, ar­gomento che oggi non possiamo trattare, ma rappre­senta anche quello stile di ospitalità che ha caratteriz­zato l’Ordine nei primi secoli, praticamente fino alla sua soppressione iniziata a partire dagli anni 1730 e fino alla fine del1aOO. Quando S. Pio V approvò l’Istituto, nel 1572, si dice abbia esclamato “Questo è il fiore che mancava nel giardino della Chiesa di Dio!”.

Vale la pena di riportare alcuni aspetti di quella or­ganizzazione, come li troviamo nelle prime Regole e Costituzioni, stese per l’ospedale di Granada. Queste note sono anche una dimostrazione delle capacità or­ganizzative di Giovanni di Dio.

Leggiamo: “Essendo questo un ospedale realmen­te generale, dove concorrono tanti poveri infermi sia uomini che donne quasi tutti mantenuti con le elemo­sine date dai fedeli, conviene che vi siano molti mini­stri, sia fratelli per raccogliere dette elemosine, che al­tri officiali necessari per il governo della casa, per l’am­ministrazione dell’azienda, per la cura e il sollievo dei poveri” .

E ancora, dopo aver detto che l’ospedale deve avere un sacerdote per la cura delle anime, si dice “Si avrà un fratello maggiore (superiore) e 23 fratelli pro­fessi e dell’abito, una donna che sia madre e prefetta delle sale delle donne inferme, un infermiere maggio­re e altri minori in ciascuna sala, un refettoriere, un can­tiniere, un dispensiere, un guardarobiere, un cuoco, un sacrestano, un medico, un chirurgo, un barbiere, tre portieri, un maggiordomo (economo, amministra­tore).

E ancora, l’ospedale doveva avere una speziera che forniva medicinali e droghe ai ricoverati e vende­va anche agli esterni.

Lo spirito che doveva sempre animare i fratelli lo possiamo dedurre da quanto viene prescritto per il Fra­tello maggiore:

Poiché lo scopo principale dell’ospe­dale è la cura e il conforto dei poveri di Gesù Cristo, ordiniamo al fratello maggiore di essere mite, pio, ca­ritatevole con i poveri; di compenetrarsi molto delle loro infermità, di non impazientirsi e di non riguardare co­me un peso la loro importunità, ma piuttosto li conforti e consoli con parole amorevoli e con opere caritate­voli e procuri che si dia loro il necessario sostentamento di giorno e di notte, secondo la qualità delle malattie, come pure la biancheria dei letti, che dev4essere lim­pida, in modo che, mediante il conforto ad essi arre­cato, possano recuperare la salute più facilmente. E perché ciò possa conseguirsi meglio avrà premura di recarsi ogni giorno in tutte e singole le corsie dei ma­lati, uomini e donne, chiedendo a ciascuno di essi se ha bisogno di qualche cosa, …se gli infermieri lo tratti­no male o non gli diano il necessario, onde possa ri­mediare a tutto con discrezione e prudenza in modo che le necessità siano sollevate e le colpe punite, …co­me pure deve recarsi abitualmente nei vari uffici… per vedere e rendersi conto se vi sia la pulizia necessaria e la regolarità e diligenza degli officiali in detti uffici”.

Per quanto riguarda i fratelli infermieri viene stabi­lito “che gli infermieri siano fratelli dell’abito e non aven­done a sufficienza, il Fratello maggiore procurerà di trovare uomini di buona vita e buon esempio e carita­tevoli che disimpegnino l’ufficio con amore e carità”.

Per la cura dei malati viene prescritto: “Quando si riceve il malato povero, prima di metterlo a letto, se possibile, gli si lavino il viso e le mani, gli si taglino i capelli e le unghie e se non si pregiudica la salute gli lavino i piedi in modo che stia con molta limpidezza; dopo di che lo mettano a letto assestato bene, con len­zuoli e biancheria limpida, cuscini, berrettino e cami­cia dell’ospedale, se l’infermo non la portasse; tutto ciò si dovrà cambiare ogni otto giorni”.

Gli infermieri dormiranno nelle corsie dei malati per accorrere subito alle loro necessità e a tal fine veglie­ranno nei rispettivi turni e nelle ore della notte, affin­ché per loro disattenzione o negligenza nessuno muoia senza qualcuno vicino, o si scopra, o caschi dal letto o faccia qualche altra cosa non decente, che possa essere evitata con l’aiuto e l’assistenza di detti infer­mieri”, i quali devono “trovarsi presenti alla visita del medico, perché ssano poi eseguire meglio quanto sarà prescritto”.

E ancora, l’infermiere maggiore che nelle corsie ha ogni autorità “su tutti gli infermieri, anche se siano pro­fessi, e ministri e officiali” e che deve far loro compie­re quanto è prescritto “comandandoli e aiutandoli”, “se necessario accompagnerà il medico nella visita e farà eseguire con diligenza tutto quello che prescriverà; do­vrà essere presente alla distribuzione del vitto e darà disposizione sul modo di ammanirlo bene e limpida­mente”.

Non meno chiare sono le disposizioni per i medici. “Il medico verrà molto presto al mattino, e il chirurgo dopo sorto il sole, perché possano isitare in tempo i malati e si possa in tempo provvedere il necessario sia per quello che riguarda il vitto come per quello che riguarda i medicinali, e cosi anche ritorneranno la se­ra, quando fosse necessario, e di questo noi faccia­mo un obbligo di coscienza”, e viene aggiunto “Fac­ciamo obbligo ai detti medico e chirurgo di avere pa­zienza nel curare gli infermi, visitandoli con calma, se­renità e tempo, informandosi delle loro malattie con af­fabilità e carità, per applicare meglio il rimedio e la me­dicina che conviene, ponendosi dinanzi agli occhi della mente il pensiero che è Gesù Cristo, loro Redentore, colui che cura l’infermo e, così facendo, Egli li illumi­nerà perché quelle e altre cure riescano bene e pa­gherà loro il cento per uno come ha promesso”.

Vì sono ancora molte altre raccomandazioni e pre­scrizioni, ma credo che quelle menzionate siano già molto chiarificatrici e non credo abbiano bisogno di particolari commenti.

Siamo nell’anno 1585. Questo stile, questo spirito di progresso, tipici dell’Ospitalità di Granada vengo­no riportati sebbene in termini diversi in tutte le Costi­tuzioni dell’Ordine fino ai giorni nostri.

L’Ospitalità e la diffusione dell’Ordine

La diffusione dell’Istituto fu rapida e estesa se si pensa che nel 1685 contava già 224 opere nei cinque continenti.Questo sviluppo è stato possibile anche per il lar­go spazio libero che i Fatebenefratelli hanno trovato. In effetti le Religiose fino alla metà del secolo XVII si dedicavano raramente ai malati e l’assistenza laica de­gli infermieri era assai deficitaria. Inoltre il loro servizio nell’armata spagnola e poi in quella portoghese li ha portati in ogni parte del mondo e spesso, ove giunge­vano, viste le necessità delle popolazioni incontrate, si operavano per farsi affidare ospedali già esistenti o per erigere un loro ospedale. I mezzi venivano offerti spesso dagli stessi governi.

I religiosi che invece ritor­navano dalle campagne militari rientravano con la mas­sima semplicità alle primitive occupazioni. In questo modo l’Ordine iniziò anche la sua presenza in Italia. Infatti, anche se non tutte le notizie storiche sono state verificate completamente, i Padri Soriano e Arias, che erano imbarcati con le truppe spagnole per la Batta­glia di Lepanto (1571) contro i Turchi, passando per Napoli, decisero di fondarvi il primo ospedale.

Nello scorrere dei tempi, l’assistenza ospedaliera si qualificava sempre più e iniziavano a delinearsi le specializzazioni. Anche in questi momenti l’Ordine fu spesso anticipatore. Soltanto a titolo di esempio. ricor­do che già nelle Costituzioni del 1587 venivano previsti i convalescenziari per il consolidamento della salu­te, il recupero delle forze per un buon ritorno al lavoro. Leggiamo infatti: “Nessun infermo sarà dimesso fi­no a quando non abbia passato alcuni giorni di con­valescenza e quando negli ospedali dei nostri fratelli non si avesse la comodità di fare la convalescenza l’in­fermo venga trasferito in altri ospedali in cui si possa fare”.

I primi ospedali italiani sono sorti quasi tutti per as­sistere i convalescenti. Fin dal 1600, soprattutto in   Francia, si sviluppò una specializzazione psichiatrica. Il Ce­lebre Pinel, nel suo “Traité de la manie”, fa un elogio dell’ospedale di Charenton, ospedale psichiatrico e maison de force (manicomio criminale). In questo ospe­dale sarà più tardi rinchiuso il tristemente famoso De Sade. E anche dopo la restaurazione dell’Ordine in Francia, la legge sugli alienati del 30 giugno 1838 ha raccolto numerosi suggerimenti e consigli del P. Gio­vanni di Dio de Magallon.

Per l’Italia è interessante rileggere un passo del Re­golamento dell’ospedale di Ancona (1840) in cui eb­be rinomanza il P. Vernò. Vi si legge: “I pazzi entrati in convalescenza saranno tolti dalla divisione in cui han­no dimorato nel tempo della malattia e verranno collo­cati nelle stanze del convalescenziario dove resteran­no per tre mesi divisi interamente da tutti gli alienati”. “Nessuno dovrà essere ozioso, ma la loro occupazio­ne deve essere scelta secondo le disposizioni naturali degli individui, secondo la loro professione e la spe­cie di alienazione che soffersero”. “Nel corso della con­valescenza saranno gli uomini qualche volta chiamati a pranzo dal rev.do Priore dell’ospedale e le donne dal medico direttore. L’ospedale presterà i mezzi per questi convitti di prova”.

Altre opere si specializzarono per le forme derma­tologiche e soprattutto celtiche, altre per l’assistenza ai bambini rachitici e scrofolosi, altre per la cura e la rieducazione di handicappati fisici e psichici.

L’Ospitalità e la formazione professionale

Un ulteriore aspetto che ha caratterizzato l’ospita­lità dei Fatebenefratelli durante i secoli è certamente quello della formazione professionale. Per il suo fine specifico di assistere gli infermi, l’Or­dine ha coltivato con impegno, secondo il livello del progresso culturale e tecnico dei tempi, gli studi me­dici, chirurgici, farmaceutici e infermieristici per la for­mazione dei suoi religiosi e non loro soltanto.

All’inizio la formazione avveniva con “esercizio pra­tico e con le lezioni al letto del malato, impartite man mano che ne capitava l’occasione, dal medico, dal Fra­tello maggiore e dai fratelli più anziani e più esperti.

I Novizi stessi dovevano essere istruiti dal Maestro nonsolo per quanto riguardava la vita ascetica e religiosa ma anche sull’assistenza ai malati, “servendo nelle sale degli infermi e nei vari uffici e altri ministeri della ca­sa”. Alcuni Padri Generali ordinano di far scuola di filosofia ai novizi e ai Neoprofessi per avviare  poi alcu­ni allo studio della medicina e di istruirli in modo che “imparino a cavar sangue, di chirurgia e di spezieria”.

Tutto ciò è stato certamente facilitato fin dall’inizio dalla presenza e dall’attività di alcuni valorosi medici, chirurghi, speziali (farmacisti) che entrarono nell’ordi­ne e per la collaborazione di laici preparati. La prima scuola di chirurgia risale al 1553 presso l’ospedale di Anton Martin di Madrid. In essa si istruivano i religiosi che poi ottenevano “la convalidazione dinanzi al tribu­nale del protomedico”. Alla scuola partecipavano an­che religiosi di altri Ordini e, giovani che avevano ini­ziato il tirocinio pratico presso qualche medico. Era de­stinata alla preparazione di chirurghi minori (non sa­pevano il latino), barbieri, flebotomi e infermieri e in se­guito (dopo il 1556) anche allo studio delle malattie del­la pelle (soprattutto celtiche), odontoiatria, ORL e uro­logia. Chi voleva diventare chirurgo maggiore o me­dico, dopo un corso preparatorio di latino, grammati­ca e matematica. si iscriveva alla università.

Per modestia religiosa i fratelli addottorati erano esentati dalla cerimonia di investitura.

Anche in Italia questo aspetto fu molto curato, non sto ad elencare le scuole qui sviluppatesi. Certamen­te il livello professionale dei religiosi ed il numero dei laureati doveva essere alto se (ancora oggi sembra esagerato) il Capitolo provinciale del 1785 prescrive­va che “Non si dovessero accettare all’abito se non persone dotate di speciale vocazione al nostro Istitu­to, e atti agli studi allo stesso propri tanto di medicina, chirurgia e farmacia quanto di conteggio per le cose amministrative”.

Questi religiosi inoltre dovevano essere molto sti­mati e richiesti se la Santa Sede è intervenuta per vie­tare la loro opera fuori dagli Ospedali. Nel Capitolo ge­nerale del 1738, per cercare di superare questo divie­to, viene fatta notare l’impossibilità di adeguarvisi “per­ché ne segue disaffezione da parte di coloro che so­no devoti ai nostri conventi, sospensione di elemosi­ne e grande mancanza da parte dell’Ordine verso per­sone di ogni classe, che sollecitano il conforto di es­sere curate nei loro mali da un religioso chirurgo, ri­ponendo in questa loro buona opinione il consegui­mento della guarigione. Per tale motivo non si può ne­gare a essi ciò che specificamente appartiene alla no­stra professione e al nostro Istituto”.

Molti fratelli, oltre che per l’amoroso servizio pre­stato ai più poveri, furono in effetti insignì per aver cu­rato principi, re e Papi e per vari contributi dati alla scienza alcuni figurano negli annuali; uno, il Beato Ric­cardo Pampuri è anche annoverato tra i Santi.

L’Ospitalità nelle Missioni dell’Ordine

Giovanni di Dio ebbe un animo altamente missio­nario, anche secondo la terminologia moderna, non prefiggendosi altro fine che la gloria di Dio e la salvez­za delle anime.

Lo stesso spirito missionario passò ai suoi primi di­scepoli e si diffuse rapidamente, sempre inquadrato nell’ambito del suo fine specifico, cioè all’assistenza degli infermi soprattutto negli ospedali. Tra i missiona­ri troviamo parecchi martiri. Oggi l’ordine annovera ol­tre 20 opere missionarie ove i religiosi manifestano e dimostrano con fatti concreti quanto altri missionari in­segnano con la predicazione e la catechesi.

L’Ospitalità nelle guerre, nelle epidemie e altre necessità.

L‘Ospedale per i Fatebenefratelli è sempre stato il punto di riferimento privilegiato, tuttavia essi hanno realizzato l’Ospitalità anche in molte altre occasioni in cui la loro opera è stata ritenuta necessaria o utile. Durante le guerre, come abbiamo visto anche all’inizio della diffusione dell’Ordine, i religiosi hanno par­tecipato come medici e infermieri al seguito degli eser­citi, talora come responsabili della organizzazione sa­nitaria militare; altre volte hanno trasformato i loro ospe­dali in ospedali militari, altre ancora sono stati chiama­ti a organizzare e dirigere ospedali militari. Sono nu­merose le attestazioni di benemerenza ricevute sia per l’organizzazione che hanno saputo realizzare sia so­prattutto per la loro dedizione e i loro servizi a favore dei feriti dell’uno e dell’altro fronte.

Durante le epidemie (P. Gabriele Russotto nella sua opera “S. Giovanni di Dio e il suo Ordine Ospedalie­ro” ne elenca 75 in cui sono intervenuti i Fatebenefra­telli) sono parecchi i religiosi che hanno lasciato la vita per assistere i malati. Tra questi lo stesso Anton Mar­tin, tre anni dopo la morte del Fondatore come abbia­mo già visto e il Beato Giovanni Grande (1600). Per restare a noi, nella peste di Milano del 1630, siamo certi della morte di almeno 14 religiosi.

Nella calamità naturali e in caso di disastri ugual­mente l’Ospitalità ha spinto i religiosi a intervenire con la loro dedizione. Accenno soltanto a titolo di esem­pio agli ultimi in ordine di tempo: lo scontro ferroviario di Benevento nel 1953, il terremoto di Agadir (Maroc­co) del marzo 1960, i terremoti del Friuli e dell’lrpinia.

L’Ospitalità  oggi

Le leggi repressive che erano quasi riuscite a sop­primere l’Ordine Ospedaliero, ovviamente non pote­vano sopprimere “Ospitalità, carisma, dono dello Spi­rito alla sua Chiesa, e, verso la fine del secolo scorso, l’Ordine ospedaliero inizia in modo molto intenso la sua restaurazione per opera di santi e coraggiosi religiosi, tra i quali spicca la figura del Beato Benedetto Menni. Peggiorano soltanto la loro situazione le opere oltre la cosiddetta “cortina di ferro”. Intensa si manifesta l’o­pera dei Fatebenefratelli durante le due guerre mon­diali. In Italia si caratterizzano con le loro case di cura aperte a tutti, tra le poche convenzionate con tutti gli Enti assistenziali, e i loro istituti psichiatrici.

Con una scelta coraggiosa entrano nel servizio sanitario nazionale mediante la lassificazione delle loro Case di cura e in occasione della attuazione della leg­ge 180 del 1978, si rifiutano di abbandonare al loro destino i malati psichiatrici che erano affidati alle loro cure, nonostante disagi economici notevoli e contesta­zioni varie.

concilio-vaticano secondoIl Concilio Vaticano Il richiama tutti gli Istituti religiosi a rinnovarsi e a riformulare le proprie Costituzioni.

Anche la società civile, e con essa il mondo sani­tario, vivono una profonda trasformazione.

In questo contesto, per quanto riguarda il mondo sanitario, si possono sottolineare alcuni aspetti positi­vi, quali: una profonda evoluzione delle strutture sani­tarie e ospedaliere, una più adeguata preparazione professionale degli operatori sanitari, una maggior par­tecipazione nella gestione della salute e del v%nta­riato, e altri negativi, quali: una tecnologia esagerata e disumanizzante, una burocratizzazione e una politi­cizzazione eccessiva del mondo sanitario, l’emargina­zione di alcune categorie di pazienti (malati cronici, an­ziani, tossicodipendenti, ecc.) e la progressiva assimi­lazione di una cultura di morte rappresentata dall’a­borto e dalla eutanasia.

Per quanto riguarda l’Ordine Ospedali ora si riscon­trano alcuni elementi preoccupanti, tra i quali:

  • il calo nelle vocazioni e l’età media dei religiosi,
  • la preparazione culturale e professionale non più ade­guata ai tempi,
  •  la scarsa incisività apostolica all’inter­no delle proprie Opere,
  • la difficoltà a gestire strutture divenute complesse,
  • la difficoltà a realizzare rapporti cordiali di collaborazione e di fiducia con i collabora­tori laici,
  • una certa incapacità a influire sulla umanizzazione delle strutture ed a stimolare i nostri collabo­ratori.

In questi contesti sono state riformulate le nostre  Costituzioni e Statuti Generali in cui vengono ripresi ritrascritti in termini conciliari gli aspetti legati al Carisma dell’Ordine, si rinnovano i criteri per la formazio­ne dei religiosi, si riformulano i criteri di amministrazione e governo delle Comunità e delle Opere assistenziali e si identificano i criteri che danno lo stile della nostra Ospitalità. Per questo nostro convegno ritengo utile soffermarmi su questa parte, elencandone qualche  aspetto.

  • Nella realizzazione della nostra missione occorre collaborare con altri organismi della Chiesa e dello Stato (C45).
  • Occorre ricercare e accettare la collaborazione di altre persone, professionisti e no, volontari e collaboratori, ai quali ci sforzeremo di partecipare il nostro spirito nella realizzazione della nostra missione (C.46).
  • Occorre inserirsi individualmente e come comuni­tà, nei centri e negli organismi dello Stato per svolge­re una missione di evangelizzazione e di servizio nel mondo della salute (C.47). 
  •  Nella pastorale ospedaliera dobbiamo sensibilizza­re i nostri collaboratori affinché esercitando le loro ca­pacità umane e professionali, agiscano sempre con il massimo rispetto per i diritti dei malati, inoltre dobbiamo invitare a partecipare direttamente alla pastorale coloro che si sentono motivati dalla fede (C.51).   

 Gli statuti  Generali, inoltre, dichiarano i nostri centri assistenziali come confessionali e cattolici (S.53), e definiscono i principi fondamentali che orientano e ca­ratterizzano l’assistenza nelle nostre opere, nel modo seguente (S. 54):   

  • Avere come centro di interesse di quanti viviamo e lavoriamo nell’ospedale o in qualsiasi altra  opera as­sistenziale il malato.
  • Promuovere e difendere i diritti del malato, dell’an­ziano e dell’invalido, tenendo conto della loro dignità personale.
  • Riconoscere il diritto della persona assistita a es­sere informata del suo stato di salute.
  • Osservare le esigenze del segreto professionale… – Difendere il diritto a morire con dignità…
  • Rispettare la libertà di coscienza delle persone che assistiamo e dei collaboratori, fermi nell’esigere che si rispetti l’identità dei nostri centri ospedalieri. – Rifiutare la ricerca di lucro osservando e esigendo che non si ledano le norme economiche giuste.

E poiché questi principi devono essere accettati e rispettati da tutte le persone che collaborano con noi, “si ponga la massima attenzione nella scelta del per­sonale tecnico, amministrativo e ausiliario…, tenendo presente non solo la loro preparazione e la loro com­petenza professionale, ma anche la loro sensibilità di fronte ai valori umani e ai diritti dei malati, conforme agli orientamenti della Chiesa e degli organismi che proteggono i diritti dei malati” (S. 55).

L’Ordine Ospedaliero intero è impegnato ad assi­milare e vivere gli impegni derivanti dalle nuove Co­stituzioni e Statuti Generali. Alcuni religiosi sono diso­rientati e talvolta restii al cambiamento. Per recare mag­gior impulso e più energia a tutto ciò e per cercare di superare le resistenze, il Superiore Generale ha offer­to a tutti tre grandi riflessioni, che ci stanno ancora im­pegnando:

  • Il Rinnovamento (1978), mediante il quale abbia­mo cercato di riscoprire le radici della vocazione ospe­daliera per viverla e testimoniarla secondo le esigen­ze dei tempi.
  • L’Umanizzazione (1981), mediante la quale e uma­nizzando noi stessi e le nostre strutture, cerchiamo ri­pristinare “la nostra alleanza con l’uomo che soffre” e di infondere un impulso più stimolante alla nostra co­munità e ai nostri collaboratori per una assistenza che si centra sull’uomo e che lo serve con dignità ed effi­cienza.
  • L’Ospitalità verso il 2000 (1986), che facendoci toc­care con mano l’attualità e l’urgenza del nostro Carisma, ci sospinge, in questo mondo che si  trasforma tanto velocemente, a una continua verifica e adatta­mento dei nostri atteggiamenti, e alla ricerca di even­tuali nuovi ruoli apostolici che meglio realizzano la no­stra Ospitalità.

In questa prospettiva, per taluni aspetti carica di ansietà e per altri capace di entusiasmi, cerchiamo di vivere oggi la nostra Ospitalità, orientata verso il mil­lennio. Ci accompagna uno slogan: “Non avere pau­ra di avere coraggio” e un programma forse ancora non ben delineato per essere sempre più autentica­mente “testimoni”, “guide morali”, “coscienza critica”, “anticipatori” e “ricercatori” anche ai nostri giorni co­me lo fu all’inizio S. Giovanni di Dio.

L’Ospitalità insieme con i Fatebenefratelli 

Un ampio movimento si è sviluppato all’interno di tutto l’Ordine per realizzare quella che è stata definita “la nuova alleanza con i laici”, dopo che cause più di­verse hanno portato ad una condizione di disagio che fanno soffrire tutti, religiosi e laici, cappellani e suore, e che soprattutto si ripercuotono negativamente nella qualità del servizio che assieme dobbiamo dare al ma­lato. Anche semplicemente come cristiani credo che dobbiamo reciprocamente chiederci perdono e assie­me chiedere perdono ai nostri malati e a Dio per la poca carità qualche volta esercitata.

Abbiamo visto precedentemente come le Costitu­zioni impegnano i religiosi a trasmettere le caratteristi­che del carisma del!’ ospitalità ai nostri collaboratori e ad invitarli a partecipare alle attività pastorali. Nelle nostre opere ci sono laici cristiani impegna­ti e non. Per i primi vale il comandamento di amare Dio e amare il prossimo, allo stesso modo di come è richiesto per i religiosi; per essi operare in una struttu­ra religiosa e nello stile della ospitalità di Giovanni di Dio rappresenta inoltre una nuova o maggiore oppor­tunità per esercitare il suo apostolato specifico, “par­tecipazione alla stessa missione salvifica della Chiesa” (LG .33) tra i malati che assiste e tra i colleghi con i quali opera.

Se necessario, anche per effetto della collabora­zione che i religiosi affidano, i laici cristiani impegnati, ma non solo loro, saranno in grado, e talora anche mo­ralmente impegnati, di dare consigli ai religiosi e di esercitare verso di essi la correzione fraterna.

All’interno dell’Ordine si ipotizza anche la possibi­lità di istituzionalizzare sotto la bandiera dell’ospitalità qualche movimento laicale.

Altri coinvolgimenti sono già stati iniziati, quali ad esempio “La fondazione internazionale Fatebenefra­telli” costituita per la formazione medica, infermieristi­ca e tecnica e per la ricerca in campo sanitario, “as­sociazioni di volontariato ospedaliero”, l’associazione “Con i fatebenefratelli per i malati lontani”, costituita per promuovere l’assistenza sanitaria nei paesi in via di sviluppo.

Nei secoli scorsi, a partire dal primo ospedale di Granada sono sorte anche associazioni religiose e veri istituti religiosi che si sono ispirati alla Ospitalità dei Fatebenefratelli; ne cito due tuttora esistenti: le “Piccole suore dei poveri” che professano gli stessi nostri quat­tro voti, e le “Suore ospedaliere del S. Cuore di Ge­sù”, fondate dal nostro Beato Benedetto Menni e che possono essere considerate il ramo femminile dell’Or­dine Ospedaliero.

Conclusione

Non so se sono riuscito a esprimere chiaramente l’essenza, la grandezza e nello stesso tempo l’impe­gno della nostra Ospitalità. Mi auguro che questo convegno ci aiuti a parteci­parne lo spirito, ci renda capaci di assimilarlo ancora di più e a trovare nuove soluzioni o proposte perché lo possiamo diffondere a tutti i collaboratori e testimo­niarlo, assieme, ciascuno secondo il proprio stato, a gloria di Dio e a beneficio dei nostri malati e dei nostri poveri.

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