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FRA RAIMONDO FABELLO: LE SEGRETE RADICI – Angelo Nocent

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giovedì, 04 ottobre 2007 

AQUILEIA

ALMA MATER

Le segrete radici dell’ hospitalitas  di Fra Raimondo Fabello o.h.

…presso qualsiasi ruscello inventano una loro lingua originale

Fra Raimondo - primo piano sorridente al Papa Giovanni Paolo II1-_Scan10316Alla fine degl’anni sessanta, in piena riforma liturgica ed in preda alla maniacale tendenza di accantonare tutto ciò che sapeva di latino, malattia contagiosa a rapida diffusione, ci era stata commissionata una nuova “Novena a San Giovanni di Dio”, in sostituzione di quella in latino. Poiché mancavano pochi giorni dal suo inizio, in una settimana, Raimondo ed io, l’abbiamo realizzata e data alle stampe. Personalmente mi ero impegnato a creare testo e musica degli inni e dei canti, lui,  ad individuare i testi biblici per la liturgia della Parola ed a stralciare passi dalle Lettere di san Giovanni di Dio.

Invece del salmo responsoriale, lui aveva ritenuto di ripetere  per tutti i nove giorni, il famoso Ubi caritas et amor al posto del salmo responsoriale. La traduzione italiana che andava in voga in quel momento, entrata ormai nel repertorio liturgico italiano, era il noto “Dov’è carità e amore…”.

Questo aneddoto, di per sé insignificante, diventerà  significativo alla fine delle considerazioni seguenti, quando verrà detto dove la celebre sequenza latina è stata concepita e quanto abbia influenzato la cultura cristiana aquileiense, divenuta casa ospitale di tanti popoli.

Raimondo Fabello, frate degli Ospedalieri di San Giovanni di Dio, ha qui le sue radici. Conoscendo la storia delle origini di quella terra che fu sua patria – La Patrie dal FRIÛL – si può comprenderne meglio la cultura ed il temperamento di questo friulano schietto, onesto e coerente con le sue idee e i suoi principi. Ogni giorno ha fatto qualcosa per la sua Patria, ormai “intercontinentale”, l’Ordine Ospedaliero. Ma senza mai dimenticare l’umile borgo della sua provenienza.

Diaspora per molti corregionali che da sempre partono in cerca di fortuna per il  mondo, la partenza dei Fabello, da una Frazione agricola alla Città, destinazione Mondo, ha un solo nome: missione.

San Raffaele img151-004

San Raffaele arcangelo con lo scapolare dei frati, l’abito ricamato di melograni, il cesto di pane per i poveri, il pesce, simbolo della medicina.

San Raffaele img151-004Quando il dodicenne Raimondo prende il treno per Brescia, la mamma al cimitero, non sa di avere a fianco un angelo: San Raffaele, mandato da Dio per accompagnarlo nelle destinazioni a lui ignote. Parte. E con i quattro indumenti messi insieme nella valigia dalle zie, porta nel cuore un tesoro che non sa di avere e che si tramanda da generazioni. Lo scoprirà col tempo e di questa segreta fortuna, ereditata in famiglia, ne farà partecipi tutti quelli che incontra.

Bertiolo VircoNon è esagerazione dire che il Fabello, nato a Virco di Bertiolo, un paese sperduto di trecento anime, il giorno  in cui prende il treno, apre un solco, genera un rigagnolo d’acqua che  viene dall’ Ospitalità dei Padri di Aquileia per riversarsi nell’Ospitalità del Padre di Granada.

Senza rendersene pienamente conto, se non adesso in cielo,  egli è destinato  ha produrre una “fusione” di storia e di carismi per farne un “Cero Pasquale” che illumini la notte del mondo. Dietro gli ordinari avvenimenti, in realtà c’è Dio che tesse i grandi collegamenti fra popoli e culture del pianeta, in una mirabile trama che non finisce mai di stupirci.

Aquileia - Basilica interno

Da Aquileia che noi sentiamo come ” Alma Mater”, nutrice della nostra fede, dico “noi” perché m’appartine sia per i natali che per i legami battesimali, – terra celtica, poi romana, ma anche greca, giudaica, siriaca e infine, per tutti, cristiana – si è irradiata la buona notizia di Gesù Salvatore  per vasta regione chiamata – già prima dei Galli – Carnea, che significa la “terra delle pietre”, pietre da cui davvero il Signore ha tratto nella pienezza dei tempi nuovi figli di Abramo:

  • una sola terra di montagne,
  • a cui affluiscono da meridione tranquilli itinerari marini,
  • mentre sterminate pianure inclinano da oriente e settentrione;
  • un solo nome preistorico e perenne, declinato di volta in volta e tutt’intorno da “popoli, / che” – dice un poeta sloveno – “presso qualsiasi ruscello inventano una loro lingua originale”, qui come Cjargne o Carnia, là come Kärnten o Koroška, e poi Krajn, e Kras o Carso …

Da questa Chiesa Madre, parte, a irradiare la “Buona Notizia”, un figlio che porta in germe il suo carisma di “Chiesa ospitale” fondata dai discepoli dell’evangelista Marco, sul “Sacramentum Hospitalitatis”, il Pane spezzato “Pro mundi vita”.

Lascia questo Altare dei Padri, martiri come Ermacora e Fortunato, come i Canziani, come Crisogono, Proto, Anastasia, Ilario e Taziano, Dorotea, Felice e Fortunato, Donato, Anastasio, Quirino, Floriano… e, mentre le loro reliquie restano custodite nei sacrari memoriali di Aquileia, parte per una missione: inventare nel mondo nuovi linguaggi della Carità Divina.

Mirabilis Deus! Sì che tu sei mirabile, Signore !

Fondata nel 181 a.C. come colonia di diritto latino in un territorio influenzato da più culture e da poco occupato dai Galli Transalpini, la città dapprima crebbe quale base militare per le campagne contro gli Istri e contro vari popoli, fra cui i Carni e poi per l’espansione romana verso il Danubio.

Pacificata e romanizzata la regione, la città, municipio dopo l’89 si ingrandì in fasi successive, come attestano le diverse cinte murarie. Divenne centro politico-amministrativo (capitale della X Regione augustea , Venetia et Histria) e prospero emporio, avvantaggiata dal lungo sistema portuale e dalla raggiera di importanti strade che se ne dipartivano sia verso il Nord, oltre le Alpi e fino al Baltico (“via dell’ambra”), sia in senso latitudinale, dalle Gallie all’Oriente. Fin da tarda età repubblicana e durante quasi tutta l’epoca imperiale Aquileia costituì uno dei grandi centri nevralgici dell’Impero Romano.

Notevole fu la vita artistica, sostenuta dalla ricchezza dei committenti e dall’intensità dei traffici e dei contatti.

01-AQUILEIA - Porto_fluviale

Aquileia esercitò una nuova funzione morale e culturale con l’avvento del cristianesimo, che si disse predicato da San Marco, ed il cui sviluppo fu in ogni caso fondato su una serie di vescovi che subirono il martirio (Ermacora e Fortunato, Ilario e Tanziano, Crisogono). Nativo di Aquileia dovrebbe essere stato Papa Pio I. Col vescovo Teodoro (m. 319 circa) la Chiesa si espresse pubblicamente con aule di culto splendidamente mosaicate. I vescovi di Aquileia crebbero di importanza nei secoli seguenti dando un vigoroso contributo allo sviluppo del cristianesimo occidentale sia sotto il profilo dottrinario (celebre e decisivo per la lotta contro l’arianesimo il concilio del 381, che interessò tutte le chiese d’Occidente) sia per l’autorità esercitata (fu metropoli per una ventina di diocesi in Italia e una decina oltre le Alpi).

Sembra che, ancora prima del III secolo, esistesse ad Aquileia una comunità cristiana con forti legami con la Chiesa patriarcale di Alessandria d’Egitto, della quale sarebbe stata emanazione, ipotizzando che i primi missionari arrivassero da Alessandria. Nei primi secoli, la Chiesa era infatti organizzata in 5 patriarcati, con giurisdizione nei propri territori di influenza: era la cosiddetta Pentarchia. Il patriarca di Roma (Papa) aveva il primato d’onore.

Aquileia divenne ben presto un importante centro di cristianizzazione per l’Italia nord-orientale e le regioni limitrofe, tanto che, già nel IV secolo, il suo vescovo era eminente per la vastità del territorio di sua competenza giurisdizionale e la liturgia officiata nel rito, più tardi detto, patriarchino (rimasto in vigore fino al 1596; nel 2007 è stato ristampato in copia anastatica il Missale Aquilejensis Ecclesiae del 1517 con l’antico rito aquileiese). Sul finire del IV secolo (381) ad Aquileia fu celebrato un concilio, promosso da Sant’Ambrogio di Milano e presieduto dal vescovo di Aquileia, Valeriano, che condannò i vescovi filo-ariani Palladio e Secondiniano e le dottrine ariane diffuse in Occidente.

In quel periodo furono create le diocesi suffraganee: Zuglio (Julium Carnicum G.Biasutti: Il cristianesimo primitivo nell’Alto Adriatico), Trento, Concordi Sagittaria ecc…), dipendenti dall’arcivescovo o metropolita di Aquileia.

Nel 554 gli arcivescovi metropoliti di Milano e Aquileia si rifiutarono di aderire alla condanna pronunciata dall’Imperatore Giustiniano contro i testi nestoriani noti come Tre Capitoli, dando inizio ad uno scisma noto con il nome di Scisma tricapitolino: nel 557 durante il sinodo provinciale convocato ad Aquileia per l’elezione del nuovo metropolita Paolino, succeduto a Macedonio, con la partecipazione dei vescovi delle diocesi suffraganee, si decise di non riconoscere le conclusioni del Concilio di Costantinopoli II e di rendersi chiesa autocefala. Nel 568, sotto la pressione dell’invasione longobarda, Paolino trasferisce la sede episcopale a Grado, sotto la protezione di Bisanzio, dove è proclamato patriarca. La chiesa di Aquileia si era elevata a Patriarcato per sottolineare l’indipendenza gerarchica da Roma e Costantinopoli, ma nel 606, il patriarcato si divise in due, con un patriarca ad Aquileia (tricapitolino) e uno a Grado (cattolico): questa divisione fu dovuta essenzialmente alla mutata situazione politica della zona: l’entroterra friulano, inclusa Aquileia, sotto la dominazione longobarda e tutto il litorale adriatico della Venetia maritima sotto l’influenza bizantina.

Lo scisma dei Tre Capitoli fu definitivamente ricomposto nel 699 con il concilio di Pavia con il ritorno di Aquileia nell’ortodossia cattolica, (la chiesa di Milano era già da tempo ritornata in comunione con Roma). Anche dopo la riconciliazione tra tricapitolini e cattolici, la diocesi di Aquileia continuava ad essere divisa, finché nel 731 venne stabilita la separazione canonica tra il Patriarcato di Aquileia (con suffraganee le diocesi del Friuli) e il Patriarcato di Grado (con suffraganee le diocesi del Ducato di Venezia, in seguito divenuto Patriarcato di Venezia).

“IN PIÙ DI TREMILA ANNI NON C’È STATA IRRUZIONE ETNICA NUOVA MAI CAPACE DI DISSIPARE L’UNITÀ SANCITA ‘IN PRINCIPIO’ DALL’INTUITO DEI COLONIZZATORI PRIMORDIALI DI QUESTA REGIONE OGGI TRINA, CHE CARINZIA, SLOVENIA E FRIULI COMPONGONO.

L’imperialismo romano, con la sua duttile abilità di sfruttare le situazioni preesistenti, diede solo visibilità storica a quella unità, incrementandone la struttura; ma la fede in Cristo, seminata di generazione in generazione con il sangue e con la parola dai testimoni che nella Chiesa di Aquileia amavano la loro madre, poté conferire alla contingenza geografica e storica un supplemento sostanziale di necessità e di novità: la comunione fraterna, libera e ospitale, di una umanità rinnovata dalla grazia di Dio, che conquista alla pacifica convivenza la ferocia di ogni ‘nemico’.

La risposta dell’egiziano Origene al filosofo pagano Celso, che rimproverava ai cristiani la loro obiezione non violenta al servizio militare contro i barbari invasori, era stata:

Secondo l’insegnamento di Gesù (…) non impugnamo più ‘la spada contro un altro popolo’, né impariamo più ‘a far la guerra’, poiché siamo divenuti figli della pace per opera di Gesù nostro capo (…). 

(…) Se infatti (…) tutti facessero ciò che faccio io [cioè pregare per il nemico], è chiaro che anche i barbari, convertiti alla parola di Dio, sarebbero completamente sottoposti alla legge e pieni di mitezza” … .

Cromazio d'Aquileia icona 04Oltre centocinquant’anni più tardi, la spiritualità cristiana di Aquileia si dimostra all’altezza di queste parole luminose. S. Cromazio, interpretando un episodio drammatico della persecuzione del profeta Elia, ha un’ispirata intuizione di qual è il tratto costitutivo – particolarmente evidente nella Chiesa aquileiese – dell’identità morale di chi si incorpora a Cristo; ricorda Cromazio: 

Quando il santo Elia soffriva una inaudita persecuzione da parte del re Acab e di sua moglie Gezabele, il Signore gli disse: «Va’ presso il torrente: ti manderò dei corvi che ti porteranno lì il cibo e berrai l’acqua del torrente». E ogni giorno [i corvi] gli portarono pane al mattino e carne la sera (cf. 1 Re 17,3-6).

E medita con amarezza ben sperimentata:

(…) I corvi nutrono Elia, le belve lasciano illeso Daniele; mentre gli uomini tendono insidie e perseguitano.

Lo sforzo esegetico si concentra però sui ‘corvi’:

  • (…) secondo la Legge il corvo è un animale immondo; e chi tocca una cosa immonda (…) necessariamente diviene immondo.
  • Elia, braccato e esposto alla morte, tuttavia appare a Cromazio come una trasparente controfigura di Cristo; perciò anche i repellenti corvi finiscono per assumere un significato assolutamente inedito:
  • Ma (…) è chiaro che non è il cibo, bensì la coscienza, a inquinare l’uomo. Ecco che l’apostolo dice bene: «Tutto è puro per i puri» (Tt 1,15) (…). Il santo Elia, che era completamente puro, insegna che ha accettato il cibo che gli portavano i corvi impuri...
  • (…) Nei corvi che portavano il cibo a Elia è indicata la vocazione di noi, che siamo venuti alla fede dalle genti immonde, portando a Cristo il cibo della nostra pietà e della nostra fede.

La pietà e la fede dei credenti, infatti, è il cibo di Cristo.

Questa è dunque la Chiesa, la Chiesa di Aquileia in particolare: convocazione di popoli di ogni origine ignobile, genti disprezzate e rapaci, ma chiamate, ricreate e accolte come pane e carne di Cristo.

Condotto dal dinamismo della metafora, Cromazio sente di dover precisare così:

(…) Al mattino hanno portato il pane al Signore coloro che di tutto cuore credevano in Cristo e che avevano in bocca il vero cibo della fede. Alla sera hanno portato la carne i martiri, i quali al termine della vita hanno offerto la propria carne, cioè il proprio corpo per il nome di Cristo[2].

I santi Ermacora e Fortunato di AquileiaMartiri come Ermacora vescovo e Fortunato diacono, come Canzio, Canziano e Canzianilla, come Crisogono, Proto, Anastasia, Ilario e Taziano, Dorotea, Felice e Fortunato, Donato, Anastasio, Quirino, Floriano: mentre le loro reliquie restavano custodite nei sacrari memoriali di Aquileia e del suo agro, la loro intercessione sarebbe stata equanimemente invocata da Friulani e da Sloveni, insieme a quella di altri patroni – come Michele, Daniele, Pietro, Giacomo il Maggiore, Giorgio, Martino, Cristoforo, Leonardo … – i cui nomi avrebbero infine composto lo scenario polietnico di una comune geografia della pietà e, con ciò, di una spiritualità solidalmente condivisa nel succedersi dei secoli, attraverso e oltre il Medio Evo fino a noi.

Ma Cromazio pensava anche a fedeli meno eroici, eppure autentici, come il peleger (‘straniero’) Restutus, venuto dall’Africa e morto a Aquileia, che una emozionante epigrafe ancora ci ricorda, insieme ai suoi benefattori: Restutus, infatti, sentendosi morire,

avrebbe tanto desiderato ritornare là dov’era nato; e ciò [= questa nostalgia] avrebbe potuto essere ancora più crudele per il fatto che in quel momento non poteva vedere nessuno dei suoi. Egli però – informano i confratelli del sodalizio che ne curò la degna sepoltura – aveva trovato qui anche più dei suoi stessi genitori: ormai, infatti, non era più uno straniero, perché era come se fosse (un figlio) nato da noi stessi”[3].

Nec iam erat exter sicut provenit ut esset ab ipsis, “non più straniero, ma come figlio nato da noi stessi”: adopererei senza esitare questa frase come chiave interpretativa del rapporto che fu chiamata ad avverare – riuscendovi, probabilmente, in buona misura – la Chiesa aquileiese con gli interi popoli, che, entrati a onde incalzanti nello spazio della sua missione evangelica, essa poté come madre indurre alla fede.  .

Dal Concilio episcopale ad ripas Danubii (796) Paolino ottenne che la conversione degli Sloveni fosse raggiunta attraverso il solo mezzo della persuasione: “L’insegnamento degli evangelizzatori non deve essere violento e imposto con il terrore di altri uomini, ma pieno di benevolenza, persuasivo ed effuso con dolcezza … affinché [i pagani] non siano indotti al lavacro del battesimo per costrizione o contro loro voglia” (Ipsa vero praedicantium doctrina non debet esse violenta humanoque pavenda timore, sed benigna, suadebilis et cum dulcedine inrorata … ne coacti aut inviti trahantur ad baptismi lavacrum); per questo si può affermare che la conversione degli Sloveni nei territori aquileiesi, ad opera di missionari celto-latini o longobardi, permise loro “di conservare e sviluppare la loro cultura e le loro tradizioni nazionali” e da allora rimanere in stragrande maggioranza “fedeli e ferventi cattolici fino ai giorni nostri” (Arduino Cremonesi, L’eredità europea del Patriarcato di Aquileia, Udine 19742, p. 43).

San Paolino d'AquileiaIl patriarca Paolino II concepì come preghiera e programma pastorale del Concilio convocato a Cividale nell’anno 796 un inno (Ubi caritas) di tale vigore spirituale e contegno formale che l’intera Chiesa latina finì per appropriarsene,inscrivendolo nel tempo liturgico più esigente, la Settimana Santa, a commento corale dell’episodio evangelico in cui Gesù, prima della sua passione e morte in croce, lava i piedi dei discepoli sconcertati:

Non scendo all’esame particolare delle testimonianze storiche che meglio documentano lo stile di mansuetudine che distinse il lavoro missionario di Aquileia fra gli arrivati sempre nuovi; mi accontento di un ricordo solo.

  • Ci riunì a un sol gregge l’amor di Cristo:
  • dobbiam balzare di gioia per lui
  • e temere ed amare un Dio che è vivo,
  • volergli tutto il ben con cuor sincero.

              Rit.   Dove è vera carità, là c’è Dio!

……..

  • Allora, quando insieme ci riuniamo,
  • attenti a non dividerci nel cuore …
  • Basta ai tristi odii, basta alle liti!   

……..

  • Pur lontani la carità congiunge,
  • ma anche vicini discordia disgiunge.
  • In tutti un solo sentire indiviso
  • per non dividerci, pur radunati.

S. Paolino aveva la responsabilità di un gregge molto diverso da questo ideale: nel medesimo territorio ecclesiastico i Longobardi, precedenti dominatori, sopportavano lividi e affranti la nuova signoria dei Franchi, mentre le popolazioni di vecchio sostrato, celto-latine, numericamente ancora maggioritarie, subivano con diffidenza sottomessa o ambiguo opportunismo i disagi del violento ricambio di potere ai vertici politico-sociali; insieme, da oriente era filtrata – per lo più quietamente – la presenza delle stirpi slovene, e già Paolino, meditandone la pacifica evangelizzazione, poteva contemplare i loro fuochi per il solstizio estivo, alti sui monti che sovrastano Cividale.

Davanti alla Chiesa di Aquileia, allora guidata fermamente da Paolino, questa dunque fu ancora la sfida: “non dividerci, pur radunati”. Non però il rifiuto di ormai anacronistiche e improbabili divisioni dottrinali, come era anche stato fino a non troppo tempo prima; il rifiuto, invece, della disgregazione di una convivenza fra diversi, che equivaleva all’affermazione di un progetto di conciliazione politica e morale realizzabile con le potenti risorse dell’amore teologico: la charitas 

  • onde i prossimi in Dio come noi stessi
  • amare e, per il Cristo, anche i nemici

La costanza di perseguire questo progetto, antico e nuovo, poiché riformulato originalmente alla scadenza di ogni trapasso epocale, fu il carisma della cristianità aquileiese.”  ( di Alessio Persic)

LA BOLLA MAI DIGERITA DALLA NOSTRA GENTE 

Nel 1751, con bolla papale, sollecitata da Venezia e degli Asburgo d’Austria, il Patriarcato di Aquileia fu soppresso e al suo posto vennero erette l’arcidiocesi di Udine e l’arcidiocesi di Gorizia. Questo significò il declassamento di Udine, che da sede patriarcale divenne solo sede arcivescovile e l’innalzamento di Gorizia che fino a quel momento era stata solo arcidiaconia all’interno della grande Diocesi di Aquileia..

Quando attribuisco al Patriarcato di Aquileia il merito di avere costituito oggettivamente l’affratellamento multinazionale il cui sentimento perdura tenacemente, rivendico solo il fatto che esso sia in genere misconosciuto, ma so di non dire – per fortuna! – niente di nuovo; per conoscerne molte ragioni basta infatti riprendere in mano un libro generoso e di lettura piacevole e ancora raccomandabile, pubblicato già ormai più di trent’anni fa dal maestro Arduino Cremonesi, di origini in parte slovene, del quale in tanti ricordiamo con simpatia l’originale figura: quel libro portava un titolo storicamente ineccepibile, ma diremmo anche, alla luce dei fatti successivi, preveggente: L’eredità europea del Patriarcato di Aquileia.

Avviandomi alla conclusione di queste riflessioni, devo però richiamare una frase del testo cromaziano ascoltato poco fa:

I corvi nutrono Elia, le belve lasciano illeso Daniele; mentre gli uomini tendono insidie e perseguitano”..

Se ricordiamo l’esegesi allegorica qui sottintesa dal Padre aquileiese, dobbiamo anche riconoscere l’acerba verità di questa sentenza: “gli uomini, invece, tendono insidie e perseguitano”.

Benedetto XIVNon è banale applicarla innanzitutto all’evento della brutale soppressione del Patriarcato: papa Benedetto XIV vi accondiscese il 6 luglio 1751, per compiacere alla contingente ‘ragion di stato’ fatta simmetricamente valere dalla Repubblica di Venezia e da Maria Teresa d’Austria, ormai insofferenti verso una istituzione, in quanto transnazionale, restava da secoli un caso unico in Europa..

So che molti intellettuali friulani rileggono ancora con dolore le parole irreparabili della bolla Injuncta nobis:

  • Con la pienezza del nostro potere apostolico (…),
  • senza che nessuno ci solleciti e sapendo bene ciò che facciamo [si direbbe: ‘gallina che canta ha fatto l’uovo’ …!],
  • (…) noi sopprimiamo e abbattiamo, nella città e nella Chiesa di Aquileia, dalle fondamenta e per sempre la Cattedra Patriarcale, il Titolo e il Nome, insieme con ogni diritto patriarcale, metropolitano e diocesano collegato finora con la Sede e con il Titolo (…)
  • in modo che d’ora in poi (…) nessuna dignità (…) possa valersi di quella Chiesa che del tutto, dalle radici e per sempre è soppressa e demolita”.

Queste parole, ai bagliori sinistri di successivi eventi, paiono purtroppo assumere anche il valore di un consenso al disfacimento dell’eredità morale e culturale del Patriarcato.

I tentativi di perpetrare la dissoluzione della fraternità fra i popoli, infatti, si sono moltiplicati crudelmente fra Otto e Novecento.

È sufficiente rammentare l’azione fascista di snazionalizzazione degli Sloveni annessi al Regno d’Italia dopo il primo conflitto mondiale:

  • divieto ai bambini di parlare la lingua madre a scuola, pena umilianti punizioni;
  • divieto di predicazione in sloveno nelle chiese, divieto dei canti sloveni nelle osterie;
  • italianizzazione totale (e spesso maldestra) dei toponimi; divieto ai funzionari pubblici di mantenere cognomi ‘allogeni’…

Quando il nonno Giuseppe, segretario comunale, rientrò un giorno a casa con la carta d’identità fregiata del suo nuovo cognome italianizzato, mi raccontano che la gettò a terra e la calpestò di rabbia e dispiacere: ma da esperienze di umiliazione analoghe a questa nessuna famiglia restò indenne.

Dispiace soprattutto che neanche la Chiesa seppe fare valere le sacrosante ragioni dei non pochi suoi fedeli sloveni, fra cui molti preti, che tuttavia cercavano di resistere.

Per gli Sloveni del Friuli il travaglio continuò addirittura dopo il 1945, e per molti anni. Mentre imperversava subdolamente la dissuasione a tramandare ai giovani i dialetti sloveni locali (e ciò riguardava anche il friulano!), bastava scrivere sui modesti giornali sloveni delle Valli del Natisone, come faceva anche mio padre, per ricevere in casa le visite dei carabinieri …

Di tutto ciò si è scritto molto (e cito per tutti l’ancora recente libro di don Natalino Zuanella, (Gli anni bui della Slavia. Attività delle organizzazioni segrete nel Friuli orientale) ma, forse, poco ancora si è letto: manca perciò ancora, in molti ambienti e persone, un’adeguata presa di coscienza storica di un trauma collettivo che in qualcuno ha distorto perfino il naturale senso di identità etnica, e che continua a ostacolare una pacificazione piena fra e dentro le diverse etnie.

Di altra natura, ma sempre sofferenza – Slovenski narod, narod trplenja (‘popolo sloveno, popolo della sofferenza’, a ragione si diceva sin dopo la seconda guerra mondiale) – fu la vicissitudine della Slovenia iugoslava e comunista, dove – dietro nuovissime frontiere controllate dai fucili – la persecuzione contro la Chiesa – soffice per lo più, ma inflessibile – costituì lo sforzo più evidente di spezzare una tradizione condivisa di rapporti multietici moralmente fondata sulla fede comune.

La Bolla, ruspa implacabile e demolitrice, non ha scalfito minimamente gli erdei di beni spirituali. I popoli degli antichi confini, ad ogni ricorrenza importante,  si ritrovano nella terra dei padri, sulle tombe dei santi e dei martiri. Nessun provvedimento giuridico può distruggere i carismi che lo Spirito suscita nelle Chiese. E quando il carisma si chiama “ospitalità“, esso può anche essere esportato nel mondo.

Chiamandovi frammento eucaristico, ho voluto evidenziare le motivazioni di fondo che ci mostrano come eucaristia-chiesa-ospedale siano una triade che si richiama, si completa e si sovrappone. Questa realtà mi fa pensare a tante particole che il vento dello Spirito, soffiando sull’altare del primo ospedale di Granata, ha disseminato lontano. Ciò nonostante, la mensa non si è impoverita. Infatti, non è l’Eucaristia che diminuisce, è l’Altare che si dilata. In questo momento penso con particolare trepidazione a voi, portati apparentemente alla deriva dal vento di Pentecoste ed approdati su spiagge remote. Giunga a ciascuno in particolare, ovunque vi capiti di leggere questa lettera, la mia benedizione e la gratitudine di tutti i fratelli. 

In Cristo Gesù, nel cui cuore

  • le fatiche si placano
  • le nostalgie si dissolvono
  • le stagioni hanno tutte la struggente bellezza della primavera
  • le amicizie antiche si ritrovano
  • e la vita acquista il sapore della libertà

ho pensato che a ben poco servirebbe ripetere o risentirsi dire in questa celebrazione del quinto centenario della mia nascita e, quindi, della fondazione, che sono stato il lungimirante fondatore dell’ospedale moderno. Ciò potrà anche gratificarvi, ma non è questo il punto. Conta invece che voi esprimiate la vostra lungimiranza, leggendo nella realtà storica alla quale appartenete e compiendo gesti profetici per il tempo presente“. (ldc 01 San Giovanni di Dio – Lettere dal cielo – Carissimi)

 Il nostro fratello Raimondo ha camminato nella linea della continuità:

caritas et amor = hospitalitas = Deus ibi est

Prendendo in prestito da Carlo Carretto, mi sento di poter attribuire a Fra Raimondo le medesime parole:

Un giorno, fissando il crocifisso, ebbi l’impressione netta che muovesse le labbra e nello stesso tempo sentii una voce che mi diceva:

Raimondo, ripara la mia casa che come vedi è tutta in rovina”.

Era come un messaggio che mi giungeva dal mondo invisibile e che suggellava un lungo periodo di tentennamenti, di slanci e di ricerca.

  • Mi sentii invaso da una infinita dolcezza e mi avvicinai per baciare il crocifisso.
  • Ero solo e non ebbi paura a saltare sull’altare per abbracciare con tutto me stesso Gesù.
  • Debbo dire che da quel momento fui come folgorato dal mistero dell’incarnazione del Cristo.
  • La croce di Gesù è la felicità dell’uomo,
  • la risposta d’amore a tutti i perché,
  • la soluzione di ogni dissidio,
  • il superamento di tutte le tensioni,
  • la vittoria di Dio sulla morte. ( Carlo Carretto – in “Io Francesco”)

     CONGREGAVIT NOS

IN UNUM

CRISTI AMOR

Fra Raimondo in cotta e Fra Piles110905 015[1]

Fra Pasqual Piles, Priore Generale e Fra Raimondo Fabello

ALMA MATER

(All’amico Fra Raimondo Fabello o.h.)

  • Signore, il sangue ci ribolle nelle vene
  • soltanto a pronunciare il nome di Aquileia,
  • l’antica Chiesa, Madre delle Chiese
  • disseminate lungo il Vecchio Continente.
  • Sul fondamento degli apostoli creata
  • e rifiorita per il sangue generoso
  • dei numerosi santi martiri suoi figli,
  • la mansuetudine distinse i Patriarchi.
  • Dei santi Ermacora, Felice e Fortunato,
  • Taziano, Dorotea, Cromazio, dei Canziani,
  • di tanti altri ancora è viva la memoria,
  • fede che si tramanda come un patrimonio.
  • Nel Patriarcato, a Cividale è nato l’inno
  • dell’ Ubi caritas et amor che la Chiesa
  • ha fatto suo nella Liturgia Latina
  • e canta il Giovedì di Settimana Santa.
  • E’ che Paolino, convocando lì il Concilio,
  • nei versi ha messo il suo programma pastorale
  • che è preghiera e insieme azione missionaria
  • per ricondurre le diversità nell’ Unum.
  • Dice che pecore venute da ogni parte,
  • se formano un sol gregge lo si deve a Cristo;
  • il trepidare che si prova a stare insieme,
  • solo da Lui ci può venire, il Dio vivente.
  • Dei radunati – insiste – nessuno si disperda!
  • Fate attenzione a non dividervi nel cuore.
  • Basta con le discordie, l’odio, via le liti
  • e che fra tutti noi, diversi, regni Dio.”
  • La carità congiunge pure se lontani,
  • separa invece la discordia anche in casa.
  • Se Cristo ha dato la sua vita per amore,
  • il voler bene a Dio è amarci gl’uni gl’altri”.
  • Raimondo, figlio della Chiesa Aquileiese,
  • dispersa in apparenza ma nei cuori unita,
  • Dio t’ha voluto altrove come missionario
  • dell’ospitalità dei santi Patriarchi.
  • Con il carisma del gran santo di Granada
  • L’hai mescolata, fusa, trasformata in cero
  • e la sua fiamma brilla sulla tua persona
  • e scalda e accende nuovi cuori alla missione.                           

                                                       Angelo Nocent

Memento  nostri !


Cromazio d'Aquileia icona 04

SAN CROMAZIO d’Aquileia Vescovo – 2 Dicembre

Siete voi la luce del mondo

Siete voi la luce del mondo. Una città costruita su un monte non può rimanere nascosta; e non si accende una lampada per metterla sotto il moggio, ma sul candelabro, perché faccia luce a tutti quelli che sono in casa. Il Signore aveva chiamato prima i suoi discepoli sale della terra, perché con la sapienza celeste ridiedero sapore al cuore dell’uomo, divenuto scipito per opera del demonio. Li chiama ora luce del mondo, perché illuminati da lui, vera ed eterna luce, divennero anch’essi luce delle tenebre.

E non senza motivo Gesù, sole di giustizia, chiama i suoi discepoli luce del mondo, perché mediante essi, quasi raggi splendenti, infuse in tutto l’universo la luce della sua conoscenza; essi, infatti, fugarono le tenebre dell’errore dalle menti degli uomini, mostrando la luce della verità.

Anche noi, illuminati da loro, siamo divenuti da tenebra luce, secondo l’affermazione dell’Apostolo: Eravate una volta tenebra, ora siete luce nel Signore, e ancora: Non siete figli della notte, né della tenebra, ma siete figli della luce e figli dei giorno. Anche san Giovanni, nella sua lettera, testimoniò dicendo: Dio è luce, e chi rimane in Dio è nella luce, come egli stesso è nella luce. Se dunque godiamo di essere stati liberati dalle tenebre dell’errore, dobbiamo sempre, come figli della luce, camminare nella luce. Dice infatti l’Apostolo: Voi dovete brillare come fonti di luce in questo mondo, impregnati della Parola di vita.

Se non ci comportiamo in questo modo, la nostra infedeltà nasconderà e oscurerà come un velo l’utilità di una luce così necessaria, a danno nostro e degli altri, divenendo simile al servo che preferì nascondere il talento ricevuto, piuttosto che trafficarlo per i beni celesti. E sappiamo per averlo letto quale ricompensa abbia ricevuto. Perciò quella lampada splendente che fu accesa perché ne usassimo a nostra salvezza, deve sempre risplendere in noi. Possediamo infatti la lampada del comandamento divino e della grazia spirituale, di cui aveva detto David: Lampada ai miei passi è la tua parola, e luce sulla mia strada, e Salomone: Perché il precetto della tua legge è una lampada.

Questa lampada della legge e della fede non deve da noi essere occultata, ma tenuta sempre alta nella Chiesa, come su di un candeliere, per la salvezza di molti; affinché noi per primi usufruiamo della sua luce, e tutti i credenti ne siano illuminati.

Dai « Trattati sul Vangelo di Matteo » di san Cromazio, vescovo (Trattato 5, 1.3-4; CCL 9, 405-407)

Preghiera

Dio onnipotente ed eterno, rendi sempre operante in noi il mistero pasquale, affinché, rinati nel Battesimo, portiamo molto frutto e giungiamo felicemente alla vita eterna. Per Cristo nostro Signore.Amen

“a cura del Dipartimento di Teologia Spirituale
della Pontificia Università della Santa Croce”

croce grandeCroce grande di  Zuglio (città aspirante a diocesi, comprendente i comuni della Carnia)

miniatura newsBenedetto XVI presenta la figura di San Cromazio d’Aquileia

ANNO CROMAZIANO – 16 Centenario della morte.

CITTA’ DEL VATICANO, mercoledì, 5 dicembre 2007 (ZENIT.org).- Pubblichiamo il discorso pronunciato questo mercoledì da Benedetto XVI in occasione dell’Udienza generale nell’Aula Paolo VI, dove ha incontrato i pellegrini e i fedeli giunti dall’Italia e da ogni parte del mondo.

Nella sua riflessione, continuando il ciclo di catechesi sui Padri della Chiesa, si è soffermato sulla figura di San Cromazio d’Aquileia.

* * *

Cari fratelli e Sorelle!

nelle ultime due catechesi abbiamo fatto un’escursione attraverso le Chiese d’Oriente di lingua semitica, meditando su Afraate persiano e sant’Efrem siro; oggi ritorniamo nel mondo latino, al Nord dell’Impero Romano, con san Cromazio di Aquileia. Questo Vescovo svolse il suo ministero nell’antica Chiesa di Aquileia, fervente centro di vita cristiana situato nella Decima regione dell’Impero romano, la Venetia et Histria.

Nel 388, quando Cromazio salì sulla cattedra episcopale della città, la comunità cristiana locale aveva già maturato una storia gloriosa di fedeltà al Vangelo. Tra la metà del terzo e i primi anni del quarto secolo le persecuzioni di Decio, di Valeriano e di Diocleziano avevano mietuto un gran numero di martiri. Inoltre, la Chiesa di Aquileia si era misurata, come tante altre Chiese del tempo, con la minaccia dell’eresia ariana. Lo stesso Atanasio – l’alfiere dell’ortodossia nicena, che gli ariani avevano cacciato in esilio –, per qualche tempo trovò rifugio ad Aquileia. Sotto la guida dei suoi Vescovi, la comunità cristiana resistette alle insidie dell’eresia e rinsaldò la propria adesione alla fede cattolica..

Nel settembre del 381 Aquileia fu sede di un Sinodo, che vide convenire circa 35 Vescovi dalle coste dell’Africa, dalla valle del Rodano e da tutta la Decima regione. Il Sinodo si proponeva di debellare gli ultimi residui dell’arianesimo in Occidente. Al Concilio prese parte anche il presbitero Cromazio, in qualità di esperto del Vescovo di Aquileia, Valeriano (370/1-387/8). Gli anni intorno al Sinodo del 381 rappresentano “l’età d’oro” della comunità aquileiese. San Girolamo, che era nativo della Dalmazia, e Rufino di Concordia parlano con nostalgia del loro soggiorno ad Aquileia (370-373), in quella specie di cenacolo teologico che Girolamo non esita a definire tamquam chorus beatorum, “come un coro di beati” (Cronaca: PL XXVII,697-698). In questo cenacolo – che ricorda per alcuni aspetti le esperienze comunitarie condotte da Eusebio di Vercelli e da Agostino – si formarono le più notevoli personalità delle Chiese dell’Alto Adriatico.

Ma già nella sua famiglia Cromazio aveva imparato a conoscere e ad amare Cristo. Ce ne parla, con termini pieni di ammirazione, lo stesso Girolamo, che paragona la madre di Cromazio alla profetessa Anna, le sue due sorelle alle vergini prudenti della parabola evangelica, Cromazio stesso e il suo fratello Eusebio al giovane Samuele (cfr Ep VII: PL XXII,341). Di Cromazio e di Eusebio Girolamo scrive ancora: “Il beato Cromazio e il santo Eusebio erano fratelli per il vincolo del sangue, non meno che per l’identità degli ideali” (Ep. VIII: PL XXII,342).

Cromazio era nato ad Aquileia verso il 345. Venne ordinato diacono e poi presbitero; infine fu eletto Pastore di quella Chiesa (a. 388). Ricevuta la consacrazione episcopale dal Vescovo Ambrogio, si dedicò con coraggio ed energia a un compito immane per la vastità del territorio affidato alla sue cure pastorali: la giurisdizione ecclesiastica di Aquileia, infatti, si estendeva dai territori attuali della Svizzera Baviera, Austria e Slovenia, giungendo fino all’Ungheria.

Quanto Cromazio fosse conosciuto e stimato nella Chiesa del suo tempo, lo si può arguire da un episodio della vita di san Giovanni Crisostomo. Quando il Vescovo di Costantinopoli fu esiliato dalla sua sede, scrisse tre lettere a quelli che egli riteneva i più importanti Vescovi d’Occidente, per ottenerne l’appoggio presso gli imperatori: una lettera la scrisse al Vescovo di Roma, la seconda al Vescovo di Milano, la terza al Vescovo di Aquileia, Cromazio appunto (Ep. CLV: PG LII, 702). Anche per lui, quelli erano tempi difficili a motivo della precaria situazione politica. Molto probabilmente Cromazio morì in esilio, a Grado, mentre cercava di scampare alle scorrerie dei barbari, nello stesso anno 407 nel quale moriva anche il Crisostomo.

Quanto a prestigio e importanza, Aquileia era la quarta città della penisola italiana, e la nona dell’Impero romano: anche per questo motivo essa attirava le mire dei Goti e degli Unni. Oltre a causare gravi lutti e distruzioni, le invasioni di questi popoli compromisero gravemente la trasmissione delle opere dei Padri conservate nella biblioteca episcopale, ricca di codici.

Andarono dispersi anche gli scritti di san Cromazio, che finirono qua e là, e furono spesso attribuiti ad altri autori: a Giovanni Crisostomo (anche per l’equivalente inizio dei due nomi, Chromatius come Chrysostomus); oppure ad Ambrogio e ad Agostino; e anche a Girolamo, che Cromazio aveva aiutato molto nella revisione del testo e nella traduzione latina della Bibbia.

La riscoperta di gran parte dell’opera di Cromazio è dovuta a felici e fortunose vicende, che hanno consentito solo in anni recenti di ricostruire un corpus di scritti abbastanza consistente: più di una quarantina di sermoni, dei quali una decina frammentari, e oltre sessanta trattati di commento al Vangelo di Matteo.

Cromazio fu sapiente maestro e zelante pastore. Il suo primo e principale impegno fu quello di porsi in ascolto della Parola, per essere capace di farsene poi annunciatore: nel suo insegnamento egli parte sempre dalla Parola di Dio, e ad essa sempre ritorna. Alcune tematiche gli sono particolarmente care:

  • anzitutto il mistero trinitario, che egli contempla nella sua rivelazione lungo tutta la storia della salvezza.

  • Poi il tema dello Spirito Santo: Cromazio richiama costantemente i fedeli alla presenza e all’azione della terza Persona della Santissima Trinità nella vita della Chiesa.

  • Ma con particolare insistenza il santo Vescovo ritorna sul mistero di Cristo. Il Verbo incarnato è vero Dio e vero uomo: ha assunto integralmente l’umanità, per farle dono della propria divinità.

Queste verità, ribadite con insistenza anche in funzione antiariana, approderanno una cinquantina di anni più tardi alla definizione del Concilio di Calcedonia. La forte sottolineatura della natura umana di Cristo conduce Cromazio a parlare della Vergine Maria. La sua dottrina mariologica è tersa e precisa. A lui dobbiamo alcune suggestive descrizioni della Vergine Santissima: Maria è la “vergine evangelica capace di accogliere Dio”; è la “pecorella immacolata e inviolata”, che ha generato l’”agnello ammantato di porpora” (cfr Sermo XXIII,3: Scrittori dell’area santambrosiana 3/1, p. 134). Il Vescovo di Aquileia mette spesso la Vergine in relazione con la Chiesa: entrambe, infatti, sono “vergini” e “madri”.

L’ecclesiologia di Cromazio è sviluppata soprattutto nel commento a Matteo. Ecco alcuni concetti ricorrenti:

  • la Chiesa è unica, è nata dal sangue di Cristo;
  • è veste preziosa intessuta dallo Spirito Santo;
  • la Chiesa è là dove si annuncia che Cristo è nato dalla Vergine,
  • dove fiorisce la fraternità e la concordia.

Un’immagine a cui Cromazio è particolarmente affezionato è quella della nave sul mare in tempesta — e i suoi erano tempi di tempesta, come abbiamo sentito — : “Non c’è dubbio”, afferma il santo Vescovo, “che questa nave rappresenta la Chiesa” (cfr Tract. XLII,5: Scrittori dell’area santambrosiana 3/2, p. 260).

Da zelante pastore qual è, Cromazio sa parlare alla sua gente con linguaggio fresco, colorito e incisivo. Pur non ignorando il perfetto cursus latino, preferisce ricorrere al linguaggio popolare, ricco di immagini facilmente comprensibili. Così, ad esempio, prendendo spunto dal mare, egli mette a confronto, da una parte, la pesca naturale di pesci che, tirati a riva, muoiono; e, dall’altra, la predicazione evangelica, grazie alla quale gli uomini vengono tratti in salvo dalle acque limacciose della morte, e introdotti alla vita vera (cfr Tract. XVI,3: Scrittori dell’area santambrosiana 3/2, p. 106).

Sempre nell’ottica del buon pastore, in un periodo burrascoso come il suo, funestato dalle scorrerie dei barbari, egli sa mettersi a fianco dei fedeli per confortarli e per aprirne l’animo alla fiducia in Dio, che non abbandona mai i suoi figli.

Raccogliamo infine, a conclusione di queste riflessioni, un’esortazione di Cromazio, ancor oggi perfettamente valida: “Preghiamo il Signore con tutto il cuore e con tutta la fede – raccomanda il Vescovo di Aquileia in un suo Sermone -preghiamolo di liberarci da ogni incursione dei nemici, da ogni timore degli avversari.

Non guardi i nostri meriti, ma la sua misericordia, lui che anche in passato si degnò di liberare i figli di Israele non per i loro meriti, ma per la sua misericordia. Ci protegga con il solito amore misericordioso, e operi per noi ciò che il santo Mosè disse ai figli di Israele: Il Signore combatterà in vostra difesa, e voi starete in silenzio. È lui che combatte, è lui che riporta la vittoria… E affinché si degni di farlo, dobbiamo pregare il più possibile. Egli stesso infatti dice per bocca del profeta: Invocami nel giorno della tribolazione; io ti libererò, e tu mi darai gloria” (Sermo XVI,4: Scrittori dell’area santambrosiana 3/1, pp. 100-102).

Così, proprio all’inizio del tempo di Avvento, san Cromazio ci ricorda che l’Avvento è tempo di preghiera, in cui occorre entrate in contatto con Dio. Dio ci conosce, conosce me, conosce ognuno di noi, mi vuol bene, non mi abbandona. Andiamo avanti con questa fiducia nel tempo liturgico appena iniziato.

[Il Papa ha poi salutato i pellegrini in diverse lingue. In Italiano ha detto:]

Rivolgo un cordiale saluto ai pellegrini di lingua italiana. In particolare, saluto i fedeli della parrocchia San Cromazio d’Aquileia in Udine e quelli di Gorizia, guidati dall’Arcivescovo Mons. Dino De Antoni, qui convenuti in occasione dell’apertura dell’ Anno cromaziano.

Saluto i membri del gruppo Follereau-de Foucauld, accompagnati dall’Arcivescovo di Pompei Mons. Carlo Liberati, e i rappresentanti dell’Istituto bancario Artigiancassa, di Roma. Saluto, inoltre, le Ancelle dell’Amore Misericordioso, che stanno celebrando in questi giorni il loro capitolo, e le incoraggio ad andare incontro a Cristo con la coerenza della fede per testimoniare con rinnovato ardore apostolico la divina misericordia.

Saluto, infine, i giovani, i malati e gli sposi novelli. Ci stiamo preparando a celebrare tra qualche giorno la solennità della Vergine Immacolata. Sia Lei a guidarvi, cari giovani, nel vostro cammino di adesione a Cristo. Per voi, cari malati, sia sostegno nella sofferenza e susciti in voi rinnovata speranza, e guidi voi, cari sposi novelli, a scoprire sempre più l’amore di Cristo.

[© Copyright 2007 – Libreria Editrice Vaticana]

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SAN CROMAZIO D’AQUILEIA ARTEFICE DI PACE

Cromazio d'Aquileia 2Senza nessuna memoria di Santo iscritta nel Calendario della Chiesa, possiamo ricordare in questo giorno un personaggio appartenente al clero dell’antica città di Aquileia: quel clero che il grande San Girolamo, non certo largo di facili elogi, definì una volta simile a « una comunità di Santi ».Di quella comunità di Santi, il sacerdote Cromazio fu a lungo il personaggio più in vista, il lievito della vita spirituale della Città. San Girolamo conosceva bene Aquileia, per esservi vissuto a lungo, prima di ritirarsi a lavorare nel deserto della Calcide. E conosceva bene Cromazio, senza però che l’amicizia e l’affetto facessero velo al suo giudizio, sempre acuto e imparziale, severo più che accondiscendente..

La casa di Cromazio era centro di attività spirituale, di studio e di preghiera. La frequentavano sacerdoti e laici, in fertile scambio di idee e di esperienze. Lo stesso San Girolamo ne aveva sperimentato l’ospitalità..

Aquileia, centro politico della Decima Regione dell’Impero romano, era allora città assai importante, sulla strada che congiungeva Roma alla Dalmazia. Ed era sede vescovile, considerata la terza d’Italia per importanza dopo Roma e Milano..

Al tempo di Cromazio, era Vescovo San Valeriano, impegnato a recuperare i cristiani tendenti all’Arianesimo presenti nella Chiesa di Aquileia, che in passato era stata assai vicina agli Imperatori ariani. Anche Cromazio assecondò in tal senso il Vescovo Valeriano, durante un concilio svoltosi ad Aquileia contro certi Vescovi accusati di Arianesimo. Il sacerdote amico di San Girolamo vi intervenne con autorità e competenza, finché venne approvata una non equivoca formula di condanna..

Cromazio era ormai degno della mitria vescovile, che infatti Sant’Ambrogio gli attribuì non appena la sede di Aquileia restò vacante. E fu Vescovo saggio e soprattutto dotto, come si conveniva a un difensore dell’integrità della dottrina, amico di uno studioso come San Girolamo.
Quest’ultimo lo disse « il più santo e il più dotto » di tutti i Vescovi del tempo, e gli dedicò molte delle sue traduzioni dei libri biblici. Così, per opera di questo saggio Vescovo, la Chiesa di Aquileia manteneva e accresceva la sua reputazione di “comunità di Santi», e quando Cromazio morì, nel 410, la sua diocesi, benché vedova, restò ancora più alta nella storia della Chiesa del tempo.
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C’è restata una lettera che San Girolamo indirizzò al sacerdote Cromazio, e insieme ai confratelli Gioviniano e Eusebio, che conducevano con lui vita in comune, nella casa di Aquileia. Ne rileggiamo volentieri qualche brano, perché suona come un vero inno all’amicizia. Dice infatti:

  • « Ogni volta che le lettere scritte da ben note mani mi riportano dinanzi al pensiero i vostri amatissimi volti, allora o non sono più qui, oppure voi venite a trovarmi qui. Crediate pure all’affetto, che dice il vero: quando io scrivevo questa lettera, io vi avevo davanti.
  • « Mi dolgo anzitutto che voi mentre siete separati da me per tanto spazio di mare e di terra, mi abbiate mandato una lettera tanto corta, salvo che non sia stato io a meritarmela, perché non vi ho scritto avanti… ».
  • E finisce così: «Il dovere di non allungare la lettera mi sforza a far punto, ma l’amore che ho per voi mi spingerebbe a dire. Quindi il mio parlare è disordinato, il mio discorso confuso. L’amore non può star legato all’ordine!».

Fra Raimondo Fabello o.h. - Il sorriso che viene dall'anima 

Una risposta a “FRA RAIMONDO FABELLO: LE SEGRETE RADICI – Angelo Nocent”

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