“REINVENTARE L’OSPEDALE” – E se fosse una bufala? – Angelo Nocent

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Ho sempre saputo che la divergenza di vedute, soprattutto da coloro che contano, se avviene pubblicamente, prima o poi la si paga. Ma io ci casco regolarmente. Non me ne faccio un vanto ma non me ne pento. Succederà anche questa volta. Anzi, è già successo…E bisogna accettare che, in nome dell’ospitalità, ti venga chiusa la porta senza spiegazioni. Ma, proprio qui, direbbe frate Francesco, E’ PERFETTA LETIZIA.

Fra Pierluigi Marchesi durante il suo generlatoQuando il Padre Pierluigi Marchesi convocava a Roma mezzo mondo per annunciare e divulgare le sue teorie sull’ “umanizzazione” che l’Ordine intero era chiamato a sottoscrivere, quasi fosse un dogma di fede, pena la scomunica, ossia cantare fuori dal coro, correva l’anno 1981. Se quella teorizzazione-denuncia era una impietosa diagnosi sullo stato di salute del suo Ordine in particolare e della Sanità in generale, il destino o la Provvidenza ha stabilito che, dopo dodici anni di generalato,  avrebbe dovuto essere proprio lui stesso a sperimentare concretamente sul campo, in due ospedali di natura diversa e con tanto di carta bianca,  il decantato processo di umanizzazione:

  • 1988-1992: Priore del Presidio di Riabilitazione di San Maurizio Canadese (TO).
  • 1992-1995: Priore dell’Ospedale San Giuseppe di Milano.

Morale della favola: REINVENTARE L’OSPEDALE edito nel 1995 è la sintesi di quel secondo triennio sperimentale ed avrebbe dovuto rappresentare un passaggio storico significativo. Solo che ormai, inspiegabilmente, questo momento, come altri, è classificabile come un persistente delirio di onnipotenza che teorizza tutto.

Il Marchesi ha sempre avuto attorno a sè degli ottimi “laudatores“, quel tipo di persone molto intelligenti (meglio astute)  ma anche interessate, che spopolano indisturbate quando fiutano vantaggi ed opportunità. Gli anniversari vengono celebrati, le pubblicazioni non mancano. Epperò,  alla fine tutto sembra che venga inspiegabilmente rimosso: nessuno c’era e, se c’era, dormiva, nessuno  ha visto, nessuno ha sentito… omertà totale. Ma è successo. Solo che a nessuno al mondo piace ammettere i propri facili bla bla bla… fallimentari.

CORREVA L’ANNO 1995

Questo è un libro che, forse, in libreria non si trova più. Edito dalla Società San Paolo nel 1995, così si legge all’interno  della copertina: Il volume è frutto del lavoro  congiunto dei seguenti quattro autori, che prestano la loro attività presso l’ospedale “San Giuseppe” dei Padri Fatebenefratelli a Milano:

  • CLAUDIO BONFIOLI, medico radiologo, Aiuto Radiologia, membro della Commissione Umanizzazione e del Gruppo Qualità.
  • ISABELLA BOSI, medico diabetologo, Assistente Medicina Riabuilitativa, membro della Commisione Umanizzazione e del Gruppo Qualità.
  • GIAN MARIA COMOLLI, sacerdote, licenza in Teologia spirituale e specializzazione in Teologia pastorale sanitaria, assistente dell’ospedale, segretario del Comitato Etico e coordinatoire dell’Università del Volontariato.
  • PAOLO POLLINA, coadiutore biologo, responsabile del settore Microbiologia-Laboratorio di Analisi, membro della Commissione Umanizzazione e e coordinatore del Gruppo Qualità.

La cosa strana che balza subito all’ occhio è che in questo proposito condiviso dai quattro, non figura nessuno dei  religiosi  Fatebenefratelli ai quali, proprio a pagina 29 viene dedicato il Cap. II. Si tratta di due paginette o poco più, ma sono così dinamitarde che è come se si fossero posti dei candelotti di nitroglicerina negli anfratti della motagna granitica dell’ Ordo Hospitalarius che ha cinque secoli.

In realtà un frate, e neanche troppo mimetizzato, c’è, pur non figurando fra gli autori del volume, solo che è stato collocato alla fine, prima della bibliografia, sotto il seguente titolo: “SOGNO UN OSPEDALE CHE SIA TEMPIO DELLA SALUTE”. (Intervista a fra Pierluigi Marchesi), condotta dal noto ANGELO MONTONATI al quale sono state commissionate più d’una fatica per celebrare l’Ordine.

Se penso che in gioventù avevo composto delle strofe cantabili a San Giovanni di Dio, una delle quali diceva:

  • Ogni letto per me  è un altare
  • e l’infermo il Cristo Signore,
  • l’Ospedale il Tuo sacro tempio
  • dove adori il divino mister

potrei non trovarmi d’accordo? Ma non è questo il punto né il momento per approfondire.

Il problema è un altro: questo proposito d’intenti gli autori e gli spettatori se lo sono visti volatilizzare nelle proprie mani. Infatti, il Padre Marchesi che dell’ospedale “San Giuseppe” ai tempi era il Priore, è già andato in Paradiso. Il sacerdote Comolli, proprio perché di istituzione divina, svolge il ministero altrove e nessuno potrà mai farne di lui un disoccupato. Degli altri non so proprio dire nulla. Nè so dire della Commissione Umanizzazione e del Gruppo Qualità.

L’ospedale “San Giuseppe” di via San Vittore, 12 a Milano,  prima della ristrutturazione.

E  l’ospedale “San Giuseppe” che doveva essere il prototipo di questo  agognato sogno, che fine ha fatto? E’ ancora al suo posto ed accoglie pazienti ora come prima. Solo che non ci sono più i frati. Il loro posto è stato preso da questo marchio: MULTIMEDICA http://www.multimedica.it/it/ E questo fatto, già presagito al secondo capitolo testè menzionato, è la sola REINVENZIONE riuscita appieno.

vittorio-messoriA fare la presentazione del volume di 150 paginette è stato scomodato nientemeno che VITTORIO MESSORI che da poco aveva visitato in Spagna un grande e moderno ospedale, fondato e gestito da un’organizzazione cattolica, segno evidente che la posta in gioco era elevata. In realtà lo scrittore si dilunga in amare constatazioni che sono poi le stesse che capita anche a noi di vivere. E se la prende in particolare con i Politici, i Sindacati e gli Intellettuali. Piccolo inciso: “Quanto a loro, in caso di bisogno personale, intrallazzano con monsignori e suore, pur di ottenere un posto in qualche clinica di religiosi sfuggita alla furia demagogica“. Come si vede, i frati ne escono bene. Gli incriminati sono monsignori e suore.

Ma il lettore che prende in mano il libro, prima della Presentazione, s’imbatte in un messaggio che lo mette subito a suo agio: “Umanizzare l’ospedale non vuol dire aggiugere un lusso maggiore ad opere già ritenute buone, ma vuol dire donare quella cosa di cui l’uomo ha un grande bisogno, o meglio, ha un assoluto bisogno, e cioè l’umanità“.

Chissà perché “quella cosa di cui…” mi fa pensare a quando si procede al risanamento ambientale attraverso la disinfestazione e la deratizzazione: chiami una ditta specializzata che spruzza “quella cosa di cui…” non t’interessa conoscere la composizione e, per un po’, addio topi e scarafaggi.

Una cosa è certa in sanità: gli edifici, obsoleti o di ultimo grido, restano e resistono alle varie intemperie, gli operatori sanitari di qualsiasi grado roteano e passano, come i loro assistiti.

Il Messori conclude con un atto di gratitudine agli autori: “Scorrendo questi testi, mi è sembrato che – sotto il linguaggio moderno e detro la consapevolezza dei problemi sempre nuovi – a questa riscoperta “antica“, e a questa sola, pensassero soprattutto gli autori.

Non ho motivo di dubitarne. O forse sì…?!

L’impressione strettamente personale è questa: la miccia è stata accesa e la devastante “catena a reazione” è in corso. Potrà sembrare esagerato ma il processo in atto è paragonabile alla catastrofe di Černobyl’ del 1986 ed il livello di radioattività di una certa visione delle cose è tacitamente in atto, seppur in diversa misura nella geografia dell’Ordine. Ogni surriscaldamento può portare alla fusione del nocciolo del reattore. In quel 26 aprile russo non ha giocato la fatalità bensì responsabilità ben precise derivanti da gravi errori del personale, irresponsabilità dei dirigenti ed errori di progettazione. Lungi dall’essere profeta di sventura, ciò che sgomenta maggiormente è constatare il persistente non voler vedere la realtà e programmare cervelloticamente, quasi fosse un carisma, a colpi di suggestioni. Di questo passo,  prima o poi calerà il sipario su tale suicida follia.

 CORREVA L’ANNO 1976…

Ho evidenziato di proposito la data di pubblicazione di questa poderosa opera di 400 pagine. Essa  vedeva la luce nel Febbraio 1976 per conto di U. Mursia editore e, stando alla dedica, fu anche faticosa ma stimolante, compiuta dall”autore, Luigi Orste Speciani. Fu talmente ben accolta negli ambienti sanitari che nell’aprile del 1976 si passò alla seconda edizione del volume. Io che non mi ero mai accorto della sua esistenza,  l’ ho acquistato per due Euro fuori dalla Stazione di Lambrate a Milano, tre o quattro anni fa, quando facevo il pendolare. La scoperta fu illuminante ma mi ha pure  sconvolto e fatto riflettere  sul tema dell’UMANIZZAZIONE,  tanto caro ad alcuni, termine ad effetto capace di riempie la bocca, soprattutto quando lo si usa a sproposito perché non si ha molto altro da dire.  Solo che anche questa espressione, come tutte  le cose umane, quando viene utilizzata in tutte le salse, finisce per logorarsi e patire l’usura del tempo, fino a produrre produce una noia snervante quando alle parole non si vedono seguire i fatti.

Su Minerva Medica, n. 1960, dal titolo IL MESTIERE DI MEDICO OGGI, si leggeva:

 “Il materiale documentario per questo saggio, nato da un’inchiesta apparsa sul quindicinale “Il Carroccio Medico”, è stato raccolto di prima mano dall’autore nella sua multiforme attività medica, che va dalla ricerca scientifica alla libera professione, dallo studio dei problemi sociali al giornalismo.

Grazie a questa inconsueta ampiezza di informazione vissuta il libro riesce ad offrire un panorama spesso imprevedibile, anticonformista, talora spregiudicato, ma sempre affascinante e soprattutto vero, dalla controversa realtà medica attuale, la cui crisi evolutiva interessa non solo i medici e gli studenti, ma anche i pazienti e la comunità sociale nel suo complesso”.

Come si vede, nessuno ha visto nel medico Speciani, nè lui si è sentito, un profeta dell’umanizzazione. Ma un attento e documentato osservatore, questo sì. Tanto per fare un esempio, la “Bibliografia sommaria” va da pag. 367 a pag 389 e viene precisato che “Nell’impossibilità di elencare tutte le fonti che hanno fornito un utile contributo alla ricerca, si segnalano, capitolo per capitolo, soltanto quelle discuse o citate nel testo che si ritengono valide per un maggiore approfindimento settoriale“.  E poi, nell’ “Indice dei nomi”  i citati sono più di 900. Tutto questo semplicemente per dire che l’autore non ha inteso fare il parmiggiano reggiano con il latte di soia.

La Redazione Eurosalus   –  Sunday 12 November 2006 – sciveva:  

Sacerdozio, arte, professione, mestiere: così, per tappe successive raggiunte in lento volger di secoli, salvo l’ultima recentissima e illecita, è decaduta la Medicina nell’opinione del mondo.

Il mestiere di medico, oggi, è un nodo gordiano di controverse opinioni e di pratici paradossi. Sui diversi piani dell’economia, della scienza, dell’etica, della deontologia, del prestigio sociale, della preparazione professionale, sul loro stesso numero, persino sul loro titolo qualificante, si può dire dei medici (e quasi solo dei medici), una cosa e il suo perfetto contrario, con la certezza di essere sempre nel vero, almeno in Italia.

Vogliamo degli esempi? Si dice che i loro guadagni sono iperbolici e scandalosi, ed ecco i concorsi pubblici d’ospedale a posti che offrono mensilmente un po’ meno di quel che la legge Conci impone per le « lavoratrici di case private ». Sono onorati come i salvatori del mondo, e insieme insultati dai pazienti con la discussione delle diagnosi e delle ricette. Sono considerati dei santi, ma anche degli sporchi arrivisti da trascinare nei tribunali. Istituiscono societa deontologiche ed escogitano nuove formule di giuramento, mentre in realtà manca ai loro Ordini Professionali qualunque potere, non solo di coercizione ma di persuasione. Ricevono dai grandi della terra i supremi onori, e sono nello stesso momento considerati come loro servi dai più bassi livelli umani. Escono dagli Atenei tutti quanti onusti di un titolo che in altre parti del mondo è privilegio di pochissimi eletti, e sono praticamente umiliati da un qualsiasi infermiere che sa fare meglio di loro un’iniezione o una fasciatura, solo perché a lui hanno insegnato a farle, e agli studenti di medicina, no.

Si dice che siano pletora, e in Italia esistono oltre tremila centri abitati senza medico residente. Sono per defmizione medici chirurghi, padroni per legge della vita dei loro simili, e capaci per decreto di laurea di indicare (se non personalmente di esperire) i modi medici o chirurgici di terapia e fra breve, se si insisterà nel distinguere rigidamente, in sede sia accademica sia applicativa, le infinite specializzazioni e superspecializzazioni che il progresso tecnico ha reso possibili, tutti i medici si vedranno retrocessi di colpo nella scala sociale.

Dalla dignità attuale, confusa ma ancora viva, scadranno al semplice ruolo di « tecnici della salute », ciascuno con un campo di lavoro strettamente limitato e angusto; condizione non solo insoddisfacente ma, alla lunga, sicuramente dannosa per la corretta esplicazione di una buona Medicina.

L’arte medica, da sempre considerata – e giustamente – come una felice sintesi mentale e operativa propria a individui singoli dotati di superiori capacità, finirà così con lo smembrarsi in una polverizzazione di albi chiusi professionali, simili a quelli degli « engineers » americani, che almeno sanno di essere solo degli operai specializzati, anche se guadagnano il doppio della media dei medici italiani.

Cos’è, infine, questa « professione medica » così contradditoria da spaventare, e che vede invece ogni anno nuove valanghe di adepti, attirati probabilmente da chissà quale antico miraggio e ai quali nessuno ha il coraggio di chiarire la situazione presente, nella sua realtà, evitando gli interessati pessimismi e le avveniristiche illusioni? Neppure la legge ci illumina. Infatti, secondo la giurisprudenza (Corte di Cassazione, Sez. III, 16-4-1953, in « Giust. Pen. », 1953, II, 700) essa « è caratterizzata dallo scopo cui è diretta, e cioè dal fine di curare gli infermi, con qualsiasi metodo e con qualunque mezzo che ciascun medico, avvalendosi delle proprie cognizioni culturali, ritenga opportune adottare nei singoli casi ». Ciò che significa, in parole povere, che neppure il Legislatore riesce a coagulare per essa un concetto ben definito, né, tanto meno, univoco.

La cosa può anche non stupire: significa tuttavia che il Legislatore non dispone in questo momento di elementi sicuri e stabili, sui quali appoggiare il suo giudizio.

In verità la Medicina (e la professione ne è solo una fugace espressione ambientale) sta ora attraversando una delle crisi più gravi della sua esistenza; il travaglio di questa crisi, che può dar vita a un fenomeno superiore oppure a un mostro teratologico (e fino ad ora le probabilità sono uguali, forse addirittura a vantaggio del mostro) interessa contemporaneamente l’interno della Medicina, e anche l’esterno.

Nell’intimo c’è crisi tra l’arte tradizionale e la tecnica ingigantita, crisi di equilibrio tra le funzioni, crisi di fiducia, di verità e di vocazione. All’esterno la crisi di rapporto rivela infiniti problemi piccoli e grossi, che tutti msieme possono essere riassunti in uno solo, fondamentale e di principio, che riguarda il modo di seguire senza troppe sofferenze e disastri, e soprattutto conservando all’arte del guarire il suo significato, la fatale evoluzione della medicina da fenomeno di carattere individuale e di natura privata in un altro di carattere collettivo e di interesse pubblico.

Così, per capirci finalmente qualcosa, non resta che scegliere una strada diversa: studiare la professione nella sua esplicazione pratica, vedere come funziona e perché, e come si adatta all’ambiente o ne viene condizionata.

La sintesi ultima ci potrà dare, se non un universale, per lo meno le caratteristiche attuali d’uso o di funzione e potrà servire a delineare le esigenze minime che il mestiere, nella sua proiezione sul mondo moderno, richiede a quelli che intendono seguirlo.

Ciò comporta, di necessità, una ricerca analitica dei fattori interagenti, che sono l’ambiente comune al medico e a tutti gli altri uomini (« il mondo indifferenziato dei sani »); il malato; la medicina; il medico; l’atto medico; il rapporto professionale.

Queste varie « categorie » non sono fisse, ma variabili nel tempo. Negli ultimi cinquant’anni quasi tutte hanno assunto, per ragioni intime o d’ambiente, caratteri, forme, metodiche ed espressioni profondamente diverse dall’antico.

Sarebbe piuttosto facile, ma fors’anche intinto di faciloneria, sostenere che la crisi della medicina, e in particolare della professione medica, sia qual’è, cioè grave e apparentemente insolubile, proprio perché essa vuole applicare, ad una mutata realtà presente, schemi teorici e funzionali sorpassati o logorati dal tempo.

Probabilmente invece la realtà è alquanto diversa, e come sempre molto più difficile da interpretare. Gran parte della evoluzione che la Medicina ha subito nell’ultimo cinquantennio, e che comprende il progresso tecnico in tutti i suoi settori, la conseguente impossibilità per un uomo singolo a dominarne le infinite espressioni particolari, il suo costo in progressivo aumento, e infine l’esigenza sociale della difesa della salute a spese della comunità, è in realtà solo forma ambientale, e non sostanza. La sua sostanza è sempre l’uomo, l’uomo singolo, individuale e non ripetibile, nella sua duplice caratteristica di numero statistico sulla carta ma insieme di sofferta umanità privata quando si ammala, guarisce o muore.

Il disagio moderno della medicina, e probabilmente il suo più serio peccato sociale, sta nel dimenticare troppo spesso questa realtà. Dentro la capsula spaziale non c’è solo la tecnica perfezionata, ma l’uomo che la condiziona per il successo o per la sconfitta; anche nel fondo della « medicina collettiva » o della « medicina strumentale » esiste l’uomo, sintesi di corpo e d’anima che come tale va inteso, e avvicinato, e rispettato, sotto pena di insuccesso e di insoddisfazione privata e pubblica.

Per questa ragione è possibile che la crisi sia intervenuta, in medicina, non dal contrasto sostanziale tra la sua essenza tradizionale e quella « moderna » ma dall’aver trascurato la necessità di approfondire sempre di più il lato interiore e metafisico dell’arte e i rapporti con l’uomo totale, man mano che la sua espressione esteriore si allargava. Al momento attuale esiste comunque uno squilibrio, ed è piuttosto urgente di riconoscerlo e di mettervi rimedio. Per poter disporre degli elementi indispensabili al giudizio diventa così necessario, anche se faticoso, di rivedere analiticamente la realtà moderna, almeno nei suoi rapporti con la medicina nelle sue varie forme e modalità.

Solo alla fine dell’analisi sarà lecito trarre delle conclusioni, interpretando con rigore sperimentale gli elementi raccolti, e soprattutto il loro significato. Ma già in questo momento è possibile – e indubbiamente lecito – stabilire che le conclusioni dovranno concernere esclusivamente le modalità operative della medicina, e non la sua sostanza intangibile, di rapporto intimo e insostituibile dell’uomo con l’uomo.

La « medicina collettiva » sia essa di gruppo privato o statale, ha edificato nel corso di alcuni decenni un « corpus » ormai quasi perfetto di schemi e regole e tabelle attuariali. Alla raggiunta perfezione sul piano organizzativo non corrisponde però, al momento attuale, una soddisfacente « erogazione » del bene per il quale gli Enti collettivi sono stati istituiti; il fenomeno non è locale, ma si estende senza eccezioni a tutti gli esperimenti finora compiuti nel mondo; dunque l’errore – se c’è – dev’essere radicale e profondo. E c’è: consiste nel dimenticare l’uomo, o nel considerarlo artificiosamente solo numero economico o statistico.

È stato recentemente scritto che « una buona Medicina (collettiva) è fatta per un terzo da buone medicine e per due terzi da buone leggi »; dov’è dunque l’uomo, in essa? L’uomo medico e l’uomo malato, intendiamo, in quale ulteriore inesistente « terzo » vengono confinati?

Proprio per questo spirito di soddisfatto formalismo esteriore, che rifiuta di scendere alla radice dei fenomeni, la Medicina è malata.

Sia quella collettiva per lo schermo dei numeri e degli inquadramenti, sia quella « strumentale », per l’ingombro eccessivo e maldigerito della tecnicizzazione ipertrofica.

Dunque sarà questione di studiare, e al caso di modificare, le presenti metodiche applicative, per adeguarle all’essenza antica della Medicina. E non mai il contrario.

Perché, se accadesse questo, la Medicina puramente nominale finirebbe con l’usurpare, nel suo intimo, una delle più importanti conquiste dell’umanità: cioè quello stimolo affettivo primordiale che sospinge a chinarsi sul proprio simile sofferente, ed è la sola caratteristica sociale che distingue l’uomo dagli animali”.

IPOTESI PER UN INVENTARIO

Un’antica maledizione cinese si cela dietro questo testo soave: « Ti auguro di vivere in tempi interessanti… ». Troppo sottile? Vediamo. Non c’è dubbio che i tempi nei quali ci è toccato di vivere sono davvero i più interessanti dell’intera storia dell’uomo. Esistono oggi più scienziati e più poeti, più pittori e più politici, più libri d’arte e più matematici, più telefoni e più velocità, più macchine e più denaro, più congressi e più pianificazione, più medici e più medicine, di quanti ne siano apparsi durante tutta la vita precedente dell’umanità. Abbiamo fisicamente raggiunto la Luna, e strumentalmente Marte, Venere, e da poco Giove. Eppure il mondo non ha mai sofferto come ora tanta fame e tanta angoscia, tanti squilibri sociali e turbamento, tanti cronici, tanta povertà e tanto cancro. Per limitarci alle cose mediche – argomento esclusivo del libro – l’insoddisfazione privata e pubblica verso l’attuale medicina e così universale da far temere in ogni momento l’esplosione di una rivolta eversiva. Perché?

È un fatto che la crisi della civiltà, diventata ormai globale, sta in mezzo a noi e ci circonda, causa ed effetto insieme del nostro soffrire. La sua intensità, in aumento progressivo da trent’anni, ha sollecitato centinaia di testi critici: da Huizinga a Mumford, da Marcuse a Toffler, da Calder a Malleson. Ma tutte queste lucidissime analisi negative, mai confortate dall’offerta di una possibile alternativa, più che chiarire le idee hanno contribuito ad esasperare (come la propaganda-shock del « fumo = cancro » ) l’angoscia esistenziale del mondo.

Una sola certezza risulta condivisa tanto dalla critica dei sociologi quanta dalla sofferenza sentimentale collettiva: il progressivo allontanamento dall’uomo delle scienze. Se questo è doloroso per quelle umanistiche, diventa addirittura tragico per l’unica che trova nell’uomo la sua sola validità e significato, cioè la medicina. Eppure e forse, oggi, la più disumanizzata di tutte; anche per questo siamo ora esposti al pericolo definitivo, cioè l’estinzione di specie.

Nel corso della sua storia l’umanità ha ottenuto altre volte il consiglio della medicina: del celebre medico e architetto Imhotep, deificato dagli egizi (e trasformatosi presso i greci in Asclepio), scrivono gli annali del Regno Antico (circa 2800 a.C.), che « la sua scienza ha posto fine a sette anni di carestia ». Ma il sistema di canali irrigui, da lui disegnato e costruito per fecondare le terre, ha anche risparmiato all’Egitto la malaria per i successivi quarantacinque secoli, finché nel XVIII la dominazione turca non li ha lasciati insabbiare.

La medicina zoppa.– Oggi, di fronte a problemi umani ben più gravi e universali, non solo non abbiamo nessun Imhotep sottomano, ma la medicina stessa e in crisi nella pratica, nella teoria, persino nei risultati. La sua struttura attuale in tutto il mondo – tanto più là dove più perfezionata – è ammalata di gigantismo e di pleonasmo, di incompetenza e soprattutto di superbia, perché ha dimenticato la sua identità con l’uomo e pretende di risanarlo aggredendone i più intimi equilibri psico-organici, in gran parte ancora ignoti. Così accade che possa vantare trionfi eccezionali forse illeciti (come le sostituzioni globali del cuore, o le plastiche viscerali ampiamente demolitive nei cancri preagonici) e sogni addirittura le chimere del « cyb-org »; [1] ma nello stesso tempo si dimostri penosamente incapace di guarire causalmente un banale raffreddore o una emicrania, e persino un « alito cattivo ». Come sarà anche troppo facile documentare in seguito, non ha saputo né sa, nonostante la priorità assoluta di questi problemi, risparmiare alla comunità umana le sofferenze della civiltà: dall’inquinamento dell’aria, dell’acqua, del suolo, all’eccesso della popolazione; dalla decadenza della qualità della vita all’aumento esponenziale delle malattie psicosomatiche.

Per quest’ultimo settore della patologia umana, che oggi si estende dall’ipertensione arteriosa alle allergie, dagli infarti cardiaci all’asma, dall’ulcera gastroduodenale al diabete, dai disturbi ormonali al cancro, la medicina ufficiale non sa offrire nessun rimedio causale, ma solo un’indigestione di farmaci sintomatici ogni giorno rinnovati, che lasciano il tempo che trovano.

Quel ch’è ancora più grave – e rivela la tragica incompetenza del sistema – essa non riesce neppure a leggere, nelle esatte statistiche disponibili, le evidenti ragioni del loro aumento che è strettamente parallelo alla progressiva disumanizzazionedell’esistenza. Cosicché nei paesi tecnologicamente più avanzati la durata probabile della vita ricomincia a diminuire, dai 70 e più anni raggiunti lentamente dai tempi preistorici fino a ieri (O.M.S. 1971); il che confina nel limbo delle pie illusioni le trionfalistiche previsioni « scientifiche » dei « 120 anni di vita nel 2000 ».

L’inventario essenziale.– Considerato il fallimento statistico della civiltà tecnologica, particolarmente grave nella sua espressione medica, e di fronte all’ipotesi concreta di una imminente crisi globale, sembra arrivata l’ultima ora utile per provvedere alla nostra sopravvivenza. Si impone un indilazionabile inventario del ridondante patrimonio strumentale della medicina, discriminato sulla pietra di paragone della sua utilità per l’uomo.

Qualcosa di simile, dunque, ai corredi vitali ai quali si attenevano, con giudizio critico essenziale, le carovane che partivano dalla civiltà dell’800 per raggiungere il Far West; che lasciavano i biscotti e i pianoforti a Boston, ma si portavano dietro le sementi e le zappe, la dinamite e, magari, la chitarra. Altri (Vacca per esempio) hanno già redatto elenchi di manufatti preziosi da tenere in riserva, in previsione di un futuro tecnologicamente più arretrato del presente. Per la medicina questa analisi dell’essenziale irrinunciabile non è ancora stata compiuta; ne avrebbe avuto l’obbligo istituzionale la medicina sociale, ma purtroppo si è dedicata allo studio del sintomi invece che delle cause dei mali della comunità. Come restaurare insomma gli stucchi sui soffitti, mentre la casa e squassata dal terremoto e brucia.

C’e tuttavia la diffusa sensazione (tra i profani più acuta che tra i medici) che molte delle sue scintillanti conquiste siano in realtà assai meno indispensabili di quel che sembrano e che essa, nella sua totalità, risulti assai meno soddisfacente, per l’uomo, di quanto se ne vanti. Anzi talvolta il suo rapporto moderno con la medicina (paradossale a quello antico, tecnicamente meno valido ma spiritualmente più consolante) ricorda la condizione del prigioniero nei « malconfort » medievale, citato da A. Camus.

Perciò l’obiezione che l’ingrato lavoro di revisione e di scelta critica, al quale questa necessità costringe, risulterebbe superfluo nei caso (da tutti auspicabile) che la prevista crisi non si verificasse, non è sostenibile.

Se la riscoperta della essenzialità umanistica in medicina fosse riconosciuta valida, non occorrerebbe attendere il giorno del giudizio per applicarne nella pratica le conclusioni concrete. La loro adozione immediata potrebbe invece ridurre a livelli più tollerabili i costi e gli impegni sociali delle comunità, che le stanno precipitando verso la bancarotta. Naturalmente ciò imporrà alla medicina d’oggi, che maschera col sovrabbondante orpello tecnologico la sua immensa carica di dubbi, un serio esame di coscienza e probabilmente anche di ribattezzarsi, se vuole riaffermare la sua indispensabile presenza nei mondo, di nuovo a vantaggio dell’uomo e non solo di se stessa. Per questo occorrerà che la medicina (e per essa i suoi cultori) accetti serenamente l’ammonimento scolpito da quindici secoli nel battistero di S. Sofia in Costantinopoli: « Lavati gli errori, non solo la faccia ».

La presente ricerca medico-sociale intende documentare la possibile rinascita di una Medicina dell’uomo, che non auspica il ritorno all’empirismo delle caverne, ma la ricerca onesta del vero dovunque esso si trovi, e l’integrazione di ogni apporto valido della millenaria scienza medica nell’eterno significato essenziale dell’arte del guarire. Perciò si propone, sulla stessa linea di umiltà ma di urgenza, come il semplice tentativo di informare meglio tutti, perché non vada perduta colposamente la speranza esigua di un futuro per noi, vivi oggi, e per i nostri figli, domani.

 Del Capitolo primo che si titola LA MEDICINA, per ora mi limito a riportare solo le poche righe dell’afoisma che figura all’inizio:

« Signore liberaci
dal troppo zelo per le novità;
dall’anteporre la cultura alla saggezza;
la scienza all’arte;
l’intelligenza al buon senso;
dal curare i malati come se fossero malattie;
dal rendere la guarigione più penosa del persistere del morbo ». (SIR JONATHAN HUTCHINSON, Londra, 1904)

La si pensi come si vuole ma LUIGI ORESTE SPECIANI se non figurerà  nell’elenco dei profeti o dei santi del calendario, un postro tra i pionieri per la rinascita di una Medicina dell’uomo, se lo merita tutto.

Nel Settembre 2006 il colpo di scena:

Sul sito della Diocesi di Milano si legge: Manuale di teologia pastorale sanitaria. Ed il volume è presentato in questi termini:

“Il  testo è suddiviso in tre parti:

  • l’utopia della umanizzazione;
  • l’umanizzazione della sanità: una sfida complessa in un sistema che  cambia;
  • etica e umanizzazione: il ruolo della formazione.
    Il testo raccoglie gli scritti fondamentali di Fra Pierluigi Marchesi (1929-2002), religioso Fatebenefratello, definito da molti il “padre” del concetto di  umanizzazione, senza la quale non si può offrire un’assistenza di qualità, ma ci si limita a dare, unicamente, una medicina. L’autore pone  questioni radicali dalla cui risposte dipende il cambiamento della realtà.  Il suo discorso, a volte, si fa intervento politico, nel senso più alto del termine, e si rivolge a quanti, in ogni condizione e funzione,  dirigono e gestiscono la grande e complessa impresa sanitaria. Anche per  questa ragione diventa attuale la rilettura del suo pensiero
  • In Fra Marchesi “l’utopia” dell’umanizzazione cominciò a farsi “storia” trent’anni fa, fortemente convinto che il solo modo per prevedere il futuro è quello di prepararlo immettendo l’utopia anche nel presente, non  come sogno inattuabile ma come meta alla quale quotidianamente tendere.”

Da un’altra parte: Umanizzare l’Ospedale non è come stendere una mano di vernice sulle pareti di una casa;…non è qualcosa da fare in più, in aggiunta! E’ un’azione che ribalta i rapporti, le comunicazioni, il potere, la vita affettiva, in quanto rapporti, potere, comunicazioni e sentimenti sono rivolti al malato, al suo benessere: il malato al centro dell’Ospedale umanizzato, e finalmente può ricevere risposte non solo scientifiche o tecniche, ma anche umane“.

DARE A CESARE QUEL CHE E’ DI CESARE – Unicuique suumDARE A CIASCUNO IL SUO

Il primo documento ufficiale del Padre Marchesi,  dal titolo UMANIZZAZIONE porta la data del Convegno di presentazione: 26 Gennaio – 4 Febbraio 1981 E’ curioso rilevare che la menzionata pubblicazione del Dott. Speciani è del 1976, ossia di quattro anni prima.

 

OSPITARE L’UOMO – La vita di Fra Pierluigi Marchesi  – Editrice Ancora, Milano 2012, pp. 168 – € 12,00 ISBN: 978-88-514-0990-6

“Durante la sua vita da fatebenefratello fra Pierluigi Marchesi fece pubblicare documenti Che hanno rivoluzionato il modo di pensare l’assistenza sanitaria. Per una parola è conosciuto anche fuori del suo Ordine religioso: Umanizzazione.

Dopo la sua scomparsa nel 2002 sono stati pubblicati due volumi e due CD contenenti suoi scritti. Mancava però una biografia che raccogliesse almeno gli elementi fondamentali della sua vicenda storica.

A colmare questo vuoto è arrivato questo testo redatto da Gianni Cervellera e Gian Maria Comolli. I due autori hanno conosciuto Marchesi e lavorato con lui nella fase finale della sua esistenza. In particolare, Comolli collaborò all’animazione pastorale ed etica della Clinica san Giuseppe di Milano quando Marchesi era Priore, sostenendo fortemente quella singolare iniziativa che prese il nome di Università del Volontariato. Cervellera si è affiancato a Fra Pierluigi negli ultimissimi anni nell’animazione della Provincia Lombardo-Veneta e nella realizzazione e conduzione di progetti formativi.

Il testo presenta la vita e l’attività di fra Pierluigi Marchesi (1929-2002), religioso dell’Ordine Ospedaliero di San Giovanni di Dio, ed è edito nel decimo anniversario della sua morte”.

Gian Maria ComolliGIAN MARIA COMOLLI è ricomparso sulla scena anche nel decimo anniversario della morte di Fra Pierluigi Marchesi con uno scritto sulla rivista Fatebenefratelli Aprile/Giugno 2012.

Carico di titoli e di meriti, di lui si dice “Gian Maria Comolli, dottore in teologia, laureato in sociologia, esperto nel Terzo Settore. Cappellano dell’Istituto di riabilitazione psichiatrica e psicorganicità Sant’Ambrogio di Cernusco sul Naviglio (Milano). Presidente del Comitato Etico dell’ospedale San Giuseppe di Milano. Segretario della Consulta Regionale della Pastorale della Sanità della Regione Lombardia e della Diocesi di Milano. Ha pubblicato numerosi volumi riguardanti tematiche bioetiche, umanistiche e spirituali. È iscritto all’Albo dei Giornalisti nell’elenco dei Pubblicisti.

Angelo Nocent0004Questa volta, più che voglia  di “REINVENTARE L’OSPEDALE”, egli prudentemente esprime un bisogno, manifesta un desiderio: “RINNOVARSI PER CONTINUARE E PER UMANIZZARE“. E scrive parole commoventi proprio quando tutto sembra essere di segno opposto: “Nel numero precedente, in questa rubrica, abbiamo raccontato la vita di fra Pierluigi Marchesi che impresse un notevole rinnovamento nelle molteplici situazioni in cui ha operato.
Ora esamineremo sinteticamente e per punti il suo pensiero caratterizzato e supportato da una convinzione di fondo:
 «il solo modo per prevedere il futuro è quello di prepararlo e perciò riusciva ad immettere l’utopia anche nel presente» (F. Angelini, in Fra P.L. Marchesi, Umanizzazione. Storia e utopia, LDC-Velar 2006, 1), come lui stesso confermò
:«Personalmente ho sposato l’utopia da molti anni, perché è la sorella della vera ospitalità e non me ne pento» (Assemblea dei Patriarchi e Vescovi Cattolici del Libano, 9 febbraio 1999).

Il rinnovamento dell’Ordine Ospedaliero

Il 12 ottobre 1976, fra Pierluigi Marchesi, fu eletto 48° Superiore Generale dell’Ordine Ospedaliero di San Giovanni di Dio, e dopo vari mesi di osservazione per meglio comprendere alcune realtà specifiche, in traprese la stra- da del “Rinnovamento dell’Ordine Ospedaliero”.  Questo programma fu ufficializzato nel marzo 1978 quando riunì a Granada i Padri Provinciali, e fu approvato il Rinnovamento di tutti i livelli dell’Istituto, guidati dall’illuminazione dottrinale sul carisma e dalla missione dell’Ordine Ospedaliero alla luce dell’attuale situazione. La prima tappa fu la programmazione e la preparazione del Capitolo Generale Straordinario che si sarebbe tenuto nel 1979 e avrebbe avuto come slogan: «Rinnovarsi per  continuare – Rinnovarsi per umanizzare». Dunque, l’obiettivo primario di questa importante assise, fu l’interrogarsi per esaminare e meglio precisare l’identità di religiosi, la missione dell’Ordine Ospedaliero nel contesto del mondo e della Chiesa, i principi teologici, storici e di altra natura che avrebbero dovuto sostenere il rinnovamento per riformulare nuovamente il voto di Ospitalità come fedeltà alle esigenze attuali dell’uomo malato, del povero trascurato e dimenticato, del morente e dell’emarginato,

L’Umanizzazione

Nelle Dichiarazioni Finali i par tecipanti al Capitolo Generale Straordinario, giunsero alla seguente conclusione: «L’esame di questa proble matica ci ha portati a concludere che alla sua base esiste una realtà negativa: la disumanizzazione. Questa realtà appare evidente e trova ripercussioni sia a livello interno che esterno…». A questo punto, fra Marchesi, si pose degli interrogativi: «Perché rimanere in sanità? Quale nuova presenza ci è richiesta?». Con grande lucidità rispose: «Rimaniamo nella sanità dei Paesi sviluppati, cercando di por tare nelle nostre opere e seminando nella cultura della sanità la centralità dell’uomo che chiameremo ‘umanizzazione’». Da questa intuizione nacque il documento sull’Umanizzazione, e il vocabolo nel 1981, fu assunto dell’Ordine Ospedaliero e dalla sanità mondiale .

Il documento sull’Umanizzazione, firmato il 4 febbraio 1981 ed immediatamente diffuso nelle strutture dell’Ordine Ospedaliero, indicò ai religiosi e ai collaboratori laici il loro compito primario: trasformare l’impersonale in personale, affinché il sofferente potesse vivere la sua avventura umana e spirituale in un clima di amore e di rispetto. Infatti, l’umanizzazione, aveva come finalità: «Il non più guardare al ma lato come portatore di malattia, ma guardare alla malattia in quanto portata dall’uomo, da un essere che spesso fa gravare su un organo il suo danno psichico, a volte, anche la patologia dello spirito».

I collaboratori laici

I Fatebenefratelli, guidati dal loro Superiore Generale, furono tra i primi Ordini Religiosi ad aprirsi al processo di collaborazione con i laici.

Già nel documento sull’Umanizzazione, notiamo che fra Marchesi intuì che quel processo doveva essere condiviso non solo dai religiosi ma anche dai collaboratori, facendo emergere in loro il “senso di appar tenenza” al malato e all’Ordine, mediante una “alleanza”: «mentre le nostre opere hanno bisogno dei nostri collaboratori, il mondo si aspetta da noi prestazioni sempre più adeguate che noi possiamo soddisfare solo se abbiamo collaboratori capaci (…). Laddove ho visto una genuina attenzione al nostro collaboratore, una forte tensione alla col laborazione, là ho visto professionalità e umanità ». Il suo pensiero è riassunto nel discorso inaugurale del “II Convegno Internazionale dei Collaboratori Laici”, tenuto a Roma il 17 marzo 1988. 450 partecipanti provenienti da 22 Paesi si confrontarono sul significato dell’essere laici e operatori sanitari nelle strutture dell’Ordine Ospedaliero all’insegna del motto: “Insieme per servire”. «La domanda di fondo – disse fra Marchesi – posta ai religiosi ed ora anche a voi, è la seguente: come stiamo progettando il nostro futuro? Credo che noi tutti siamo in ritardo, per questo dobbiamo affrettarci, perché il mondo in continua e la rapida mutazione non ci aspetterà; perché il rischio di passare oltre il bisognoso, il malato e l’emarginato è molto alto. Se ciò dovesse accadere, come potremmo chiamarci ancora Fatebenefratelli, Ordine Ospedaliero di San Giovanni di Dio?». Il Superiore Generale insistette inoltre sul concetto di “condivisione”, che supera ed integra quello di “collaborazione”. «Condivisione intesa come forma privilegiata di partecipazione alla comune missione (…). Dei nostri quarantamila collaboratori dovremmo fare dei partecipanti ad un grado di responsabilità ben più profondo di  quello della spartizione dei pesi e dei compiti. I corresponsabili devono essere riconosciuti per la loro capacità autonoma di par tecipare ad un progetto e non soltanto di eseguire, alle nostre dipendenze, degli ordini che riteniamo in assoluto validi e da attuare».

Nel 1993, il cammino continua con la pubblicazione da parte del Governo Centrale dell’Ordine Ospedaliero del documento: “Fatebenefratelli e collaboratori insieme per servire e promuovere la vita”. Fra Marchesi, non è più Superiore Generale, ma nel suo archivio privato sono presenti alcuni scritti che ci offrono la certezza della sua collaborazione alla stesura del documento.

Formazione

L’ultima sfida della sua vita la giocò sulla formazione essendogli stata affidata nel 1995 la responsabilità del Centro Studi e Formazione della Provincia Lombardo-Veneta. E chi meglio di fra Marchesi, che della formazione aveva fatto una priorità per tutta la vita, avrebbe potuto dirigere un organismo a così alto livello? E con il suo stile che non prevedeva risparmi di energie rafforzò le iniziative già in corso, e in poco tempo, portò innovazioni di rilievo, in particolare lanciò un progetto formativo per rinnovare dalle fondamenta il tessuto umano e cristiano dei confratelli e dei collaboratori e che contribuisse anche a definire la mission dei diversi Centri. Seguì con passione tutto il discorso relativo alla Qualità Totale, creando nella Curia Provinciale l’Ufficio Qualità e Accreditamento. Fra Marchesi spesso evidenziava che il tema della qualità non poteva ridursi alla stesura di normative e protocolli, ma doveva riguardare più in profondità il rinnovamento e l’adeguamento delle strutture, del personale e delle dinamiche operative e relazionali per rispondere ai nuovi bisogni dei pazienti.

Gli ospedali di ispirazione cristiana

L’8 e il 9 ottobre 1984, il Superiore Generale, organizzò presso l’Isola Tiberina, il Convegno: “Gli ospedali privati con vocazione sociale nel servizio sanitario nazionale” per esaminare il settore, mettendo in luce storture e problemi presenti nella regolamentazione degli ospedali religiosi classificati ed individuare eventuali soluzioni. Fra Marchesi tenne la relazione: “Gli ospedali religiosi classificati: presenza scomoda o esperienza anticipatrice?” ed evidenziò “che gli ospedali religiosi classificati sono delle istituzioni di frontiera tra pubblico e privato”, per questo “corrono tutti i rischi dell’uno e dell’altro sistema. Esiste la tendenza a costringere questi ospedali a seguire il modello dei presidi pubblici, limitando così in questo processo di appiattimento le eventuali differenze positive, eliminando perciò la possibilità dell’ospedalità pubblica di confrontarsi con ispirazioni e modelli diversi di gestione”.

E poi, denunciò, l’attualissimo problema dei pagamenti: «L’Ente pubblico eroga le rette agli ospedali classificati con gravi ritardi, e questo li costringe a livelli di indebitamento con le banche davvero insopportabili».

La sua attenzione al futuro degli ospedali di ispirazione cristiana continuò anche con il ritorno in Lombardia, ben consapevole, che il rapido processo di concentrazione  conomica delle strutture sanitarie private «for profit», e il loro accreditamento da parte della Regione, avrebbe creato alle istituzioni sanitarie della Chiesa seri problemi di sopravvivenza. E con la sua costanza e l’azione di monsignor Italo Monticelli, il responsabile regionale della Pastorale della Sanità, il 14 febbraio 1996 fu convocata nella Curia Arcivescovile di Milano, alla presenza del cardinale Carlo Maria Martini, il primo incontro dei superiori provinciali e dei presidenti delle istituzioni sanitarie di ispirazione cristiana della regione Lombardia.

Qual era in pensiero di fra Marchesi sulla sanità e sulla gestione degli ospedali? «Io penso che lo Stato debba vigilare sulla salute, ma non debba lui far salute, allora il mio è un sogno forse utopico, ma la sanità deve essere fatta senza scopo di lucro. Quindi il no-profit dappertutto, con una legge breve, semplice, chiara, in cui tutti sanno che per operare in sanità non si deve fare profitto. Occorre una legge sul no-profit che sia chiara, e che non sia di interpretazione personale o regionale, ma che permetta un’interpretazione univoca e sanitaria. Del resto negli Stati Uniti, quanti sono gli ospedali profit? Pochissimi, ma c’è una legge ben chiara.

L’ Ospitalità verso il 2000

A Roma, nell’ottobre 1986, si riunirono i Superiori Provinciali. Finalità dell’incontro, fu un primo esame di un nuovo documento elaborato dal Superiore Generale: “Ospitalità dei Fatebenefratelli verso il Duemila” per individuare le strade da percorrere alla fine del secondo millennio cristiano, in linea con le esigenze dei tempi. Questo evento, introdusse un lavoro capillare, che avrebbe impegnato le Province dell’Ordine Ospedaliero fino al Capitolo Generale del 1988. La domanda che il Superiore Generale si poneva in continuazione era la seguente: «Come il religioso Fatebenefratello può prepararsi a svolgere, in vista del 2000, la missione misteriosa e storica di accogliere l’uomo – particolarmente l’uomo bisognoso – di questa società?».

Il rapporto con la Chiesa

L’amicizia con il beato Giovanni Paolo II e la sua profonda fedeltà al Pontefice e al Magistero della Chiesa, permisero a fra Marchesi di affermare, con la sua solita schiettezza, delle verità scomode. Innanzitutto, la poca attenzione alla pastorale dei sofferenti e la non idonea formazione dei sacerdoti a questa. Con spirito provocatorio, si chiedeva: «come può un prete essere capace di confessare o guidare le anime, quando non sa come si nasce e come si muore, quando non sa cosa vuol dire non avere la speranza di vivere domani? ». Di questa tematica, che gli stava molto a cuore, fra Marchesi, ne aveva già parlato nel 1970 all’Assemblea Generale dei Vescovi Italiani. Con un duro intervento, in un’epoca in cui pochi parlavano di pastorale sanitaria, e i cappellani ospedalieri erano prevalentemente anziani o con particolari problemi personali, affermò: «È inutile che facciate gli scongiuri sotto la croce d’oro, perché avendo davanti ancora molta vita, prima o poi, vi potrebbe capitare di entrare in sala operatoria, E sarà proprio quel prete che avete castigato, mandandolo in ospedale, a benedirvi».

Fra Marchesi, ebbe ulteriore conferma della stima che il Papa nutriva nei suoi confronti, il 24 agosto 1983, quando ricevette una lettera della Secreteria Generalis del Synodus Episcoporum che gli comunicava che il beato Giovanni Paolo II lo aveva nominato “Auditor” alla VI Assemblea Generale Ordinaria del Sinodo dei Vescovi dal titolo “La riconciliazione e la penitenza nella missione della Chiesa”, che si sarebbe tenuto in Vaticano dal 29 settembre 1983.

Il Superiore Generale dei Fatebenefratelli, l’unico italiano tra i sei auditor, pronunciò l’8 ottobre il suo intervento alla presenza del Papa e dei Padri Sinodali. Presentò, inoltre, un documento dal titolo: “La riconciliazione nel mondo della sanità” che suscitò ampio eco e profonde riflessioni. Fra Marchesi, prese la parola dopo il Confessore Superiore di Lourdes e fu l’unica voce al Sinodo che fece riferimento al malato e alla sofferenza. Implorò la Chiesa di compiere un’altra tipologia di pellegrinaggio: quello negli ospedali. Disse tra l’altro: «È sempre edificante portare i malati nei santuari, almeno quelli che possono, anche se non sempre sono quelli che hanno maggior bisogno. Oggi, è soprattutto necessario, che la Chiesa intraprenda un pellegrinaggio in ospedale, dove, in molti Paesi vanno più persone che nelle nostre parrocchie, e dove è viva la presenza del Cristo che vuole lariconciliazione». Indicò, inoltre, la necessità di una rinnovata, organizzata, programmata, vivacizzata Pastorale Sanitaria, e così concluse: «Si può capire l’attenzione della pastorale per ambienti particolari: gli operai, gli intellettuali, i giovani, il turismo e l’emigrazione, la famiglia e gli ecologisti: ma non dimentichiamo che al popolo dei malati e dei morenti apparterremo un giorno tutti quanti, anche noi: sarà il modo inevitabile di incontrare il Cristo che ci riconcilia e ci invita alla Sua Pasqua».

LA

N.B. Pur non essendo un giornalista iscritto all’albo, spero di essere stato almeno un cronista onesto e attendibile, costretto a scrivere cose che, lo so a priori, non piaceranno ad alcuni e, forse, a molti. Ma era inevitabile. Poi penserà la storia a esprimere una valutazione, un giudizio disinteressato. Alla mia età non solo posso permettermelo ma lo ritengo perfino doveroso.


1-1-Globuli Rossi Company12-002A fine anni sessanta, eravamo in molti a chiederci SE E CHE FUTURO AVESSE LA VITA RELIGIOSA. A quei tempi esistevano quasi un milione e mezzo fra religiosi e religiose. Ma il numero è andato diminuendo spaventosamente, sia perché tanti se ne sono andati, altri sono stati  felpatamente (ma non troppo) spinti giù dal treno, sia perché le vocazioni avevano già cominciato a diminuire giorno per giorno.

Cosa stava accadendo?

La cosa più facile da dire era questa:

  • mancanza di spirito di fede, spirito di sacrificio, senso del divino. Poteva anche essere vero. Ma non solo. La crisi andava cercata anche per altre strade.
  • Occorreva chiedersi con grande onestà, senza inutili isterismi (religiosi amanti dell’avventura), se c’era un’idea chiara di quello che significasse “vita religiosa”, e soprattutto per ciò che significasse vita religiosa “per le donne e gli uomini di quel momento”.
  • Erano tempi in cui il francescano NAZARENO FABRETTI, come risposta su “Rocca” a simili quesiti affermava: “E’ NECESSARIO REINVENTARE LA VITA RELIGIOSA“. Era quasi un’ammettere che la vita religiosa così com’era non aveva futuro.
  • Si era arrivati a un momento di vita o di morte della vita religiosa. Molti superiori generali di ordini e congregazioni religiose spingevano addirittura la Santa Sede perché concedesse loro di aprire strade nuove, esperienze inedite.

1-_Scan10417-001La realtà è che oggi siamo ancora nel guado perché non sono venute risposte a domande che, dopo quarant’anni, non sono risultate stravaganti. Ormai è generalmente ammesso che il Vaticano II ha sfornato un documento sulla vita religiosa, il Perfectae Charitatis, in gran parte frutto di un compromesso, che, per la fretta, ha costituito la cenerentola dei decreti conciliari.

Il discorso è certamente complesso e molto si potrebbe aggiungere. Ma c’è qualcuno che ne sia interessato?  Forse. Solo che io, cinquant’anni dopo, devo ancora incontrarlo.

Delusioni, amarezze?

Esistono a tutti ilivelli. Ma la crisi non deve mai uccidere la speranza. Anche i nuovi gruppi, alcuni movimenti giovani sono già entrati in crisi.
Perché così presto?
Per dirla sbrigativamente, se oggi anche il nuovo è in crisi, non è perché in se stesso sia un’esperienza fallita, ma forse perché spesso è solo una brutta copia di vecchi schemi. Non si offenda nessuno: spesso il nuovo è stato realizzato  da uomini non solo anagraficamente vecchi, bensì di cutura e tradizione.

Forse andrebbe studiato quel grande riformatore che fu il Padre ALFIERI, sintetizzabile così:

  • l’uomo dell’accoglienza
  • dell’ascolto
  • dell’accompagnamento.

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 ENZO BIANCHI:

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