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ROBERTA ADAMI MEDICO DI DIO

Roberta, medico di Dio

di Senio Bonini  

Caparbia, appassionata, decisa. Ma soprattutto mossa da una grande fede. Quella fede che ha condotto Roberta Adami dall’isola d’Elba fino a Ouagadougou, nel Burkina Faso, dove oggi gestisce – tra non poche difficoltà, compresa una sua grave malattia – l’ospedale cattolico Paul VI.   

«Dobbiamo salvarla, siamo ancora in tempo. Solo così possiamo assicurare a Marie-Joseph un futuro». Il prossimo “obiettivo” di Roberta è lei, uno scricciolo di bambina del Burkina Faso, 6 anni alle spalle e chissà quanti di fronte a sé. Deve fare presto Roberta: la piccola è idrocefala e se non verrà sottoposta a un delicato intervento chirurgico alla testa rischia di trasformarsi lentamente in un vegetale, rinunciare per sempre alla sua infanzia di bambina non ancora vissuta e dire addio al suo futuro di donna e madre. La dottoressa Roberta Adami visita un paziente all’ospedale Paul VI (foto S. Bonini).

Si è appena lasciata alle spalle un Paese, il Burkina Faso, che l’ha rosicchiata pian piano fino a conquistarla del tutto, ma Roberta con la testa e il cuore è ancora lì e dall’Italia muove ora i fili del destino di Marie-Joseph. È come un burattinaio che grazie a una volontà di ferro, una fede incrollabile e una sfrontatezza che ti conquista prima di abbatterti, amministra le pedine giuste per raggiungere il suo fine: far operare la bambina in Italia. Per ora ha allertato i consolati, la Caritas, gli amici scienziati disseminati per il mondo. Lei non lo dice, forse per scaramanzia, forse per un congenito rispetto nei confronti di quel libero arbitrio in cui crede ciecamente, ma in cuor suo lo sa, ce la farà. Del resto lo ripete spesso, quasi fosse una formula magica che, reiterata con puntualità, potesse finire per spronarla una volta di più: «Dalla speranza si deve passare all’azione».

La dottoressa Roberta Adami visita un paziente all'ospedale Paul VI.

I suoi inseparabili beads ai polsi, i braccialettini ghanesi dalle mille sfumature che testimoniano del suo amore per l’Africa, un crocifisso al collo, Roberta Adami, 43 anni, farmacologa dell’isola d’Elba, è l’anima del progetto Smile Burkina Children, un’iniziativa umanitaria che si realizzerà grazie all’intervento dell’Ong Sviluppo 2000 di Firenze e ai contributi della ditta farmaceutica Comifarm, della cooperativa mutualistica Eurosport di Prato e al sostegno di alcuni comuni dell’Elba. Ma lei è anche, o soprattutto, un grande esempio di vita, la dimostrazione di come attraverso l’impegno e la fede si possano aiutare gli altri, nonostante i mille impegni di una quotidianità ingarbugliata e i chiaroscuri della malattia che la minano ormai da anni.

È appena rientrata da Ouagadougou, la capitale del Burkina Faso, insieme ai membri di Sviluppo 2000 per un primo sopralluogo all’ospedale Paul VI, la struttura alla periferia della città voluta una ventina di anni fa dal cardinale Zoungrana e oggi gestita per volontà dell’arcivescovo metropolita Compaoré. «Sarà proprio il Paul VI a beneficiare in gran parte del progetto», spiega Roberta con un sorriso che le illumina il volto. «Abbiamo intenzione di ampliare il Centro di recupero e di educazione nutrizionale che segue quotidianamente decine di madri con i loro bambini e che rappresenta per queste persone l’unico modo per sconfiggere lo spettro della malnutrizione. Ma vogliamo anche dotare l’ospedale di un pronto soccorso al momento inesistente, dei reparti degenza e terapia intensiva, di una sala chirurgica, di un laboratorio galenico per la produzione dei farmaci più essenziali e di un primo servizio odontoiatrico. Il nostro è il tentativo di rendere il Paul VI un grande centro medico che incarni il volto della Chiesa sanante, come si augura l’arcivescovo Compaoré».

Un bimbo in un villaggio del Burkina Faso. Un bimbo in un villaggio del Burkina Faso (foto Periodici San Paolo/G. Giuliani).

Proprio all’arcivescovo Roberta ha illustrato, un ginepraio di cartine e tabulati alla mano, come l’ospedale incastonato tra le baracche e la terra rossa della periferia di Ouagadougou cambierà volto e inizierà a parlare un po’ italiano. Durante quel primo incontro sono stati donati al personale dell’ospedale farmaci di prima necessità e alcuni strumenti medici, frutto dell’interessamento della ditta Comifarm e delle donazioni raccolte proprio da Roberta. (foto Periodici San Paolo/S. Marcato).Roberta Adami insieme all’arcivescovo di Ouagadougou, monsignor Compaoré (foto S. Stefanelli).

«Niente inizia per caso, tutto è parte di un disegno più grande di noi, tratteggiato da Dio. Nostro compito è quello di assecondarne e seguirne i progetti». Così ha fatto. Alla base di tutto un incontro, «voluto dal cielo», sorride Roberta. «Era il giugno 2001 e durante un pellegrinaggio a Fatima sono letteralmente inciampata su padre Jean-Emmanuel Konvolbo, un sacerdote del Burkina da diversi anni a Roma. È stato un incontro che ha cambiato la mia vita, ci siamo come ritrovati».

Nessuno dei due ha scelto l’altro, doveva semplicemente andare così. «Da allora Jek, come lo chiamo per brevità», scherza, «è il mio padre spirituale, mi supporta, mi guida, mi aiuta nelle decisioni più importanti che devo prendere. La voglia di fare qualcosa per il suo Paese è venuta di ritorno da un altro pellegrinaggio, questa volta a Lourdes. A Jek era avanzata una cinquantina di euro di un’offerta, lui voleva restituire quei soldi, io invece gli ho detto di no e così abbiamo deciso di aprire un libretto postale dove depositare di tanto in tanto qualcosa da spedire laggiù».

Una ragazza porta sulla testa un otre di acqua. Una ragazza porta sulla testa un otre di acqua

Pian piano quel gruzzoletto cresce, i bambini di Roberta – Filippo e Benedetta, 13 e 9 anni – investono i loro spiccioli in un sogno lontano. Così come le vecchiette di Marciana, il paese di Roberta, che vedono in lei un esempio e iniziano ad affidarle i loro risparmi. «Augusta ha un’ottantina d’anni, si toglie quei pochi soldi di pensione che ha e mi sussurra: “Siccome io sono vecchia, mi metto nelle sue mani…”». Tutto un paese si stringe attorno alla propria farmacologa e attraverso feste, aste di beneficenza e lotterie, quei 50 euro diventano 7 mila. Il peso delle responsabilità? «Non mi costa comportarmi come loro si aspettano, è quel che mi sento di fare, anzi è un qualcosa che mi arricchisce, che mi fa sentire viva».

L’incontro con il dottor Kaboré, direttore sanitario del Paul VI, in visita in Italia da Jek, è un altro passo verso quella scommessa chiamata Burkina. Da lì la voglia di dedicarsi a quell’ospedale mai visto è una rincorsa quotidiana. È Roberta a contattare l’Ong Sviluppo 2000 che si fa carico del progetto, è lei a convincere la ditta Comifarm a supportare l’iniziativa. Nel giro di un paio d’anni, con una volontà granitica, riesce a garantire una copertura finanziaria di mezzo milione di euro. «Una determinazione incredibile», racconta Carlo Orefice, direttore di Sviluppo 2000. «Senza di lei il progetto Smile Burkina Children non sarebbe esistito».

Roberta Adami insieme all'arcivescovo di Ouagadougou, monsignor Compaoré.

E così si parte. Destinazione Ouagadougou. In valigia le foto dei suoi bambini, un «vestito da sera che porterei anche in capo al mondo, non si sa mai», l’inseparabile breviario, e i suoi antidolorifici, la cartina di tornasole di un’esistenza ormai anestetizzata alla sofferenza. «Riesco a comprendere il dolore degli altri proprio perché so cosa significa soffrire».(foto Periodici San Paolo/S. Marcato).

In queste condizioni Roberta ha affrontato l’Africa, battuto un intero Paese, incontrato persone, spronato coscienze. «È stato fantastico. Ci siamo imbattuti in una dignità sconosciuta. Questa gente non ha niente e ti dà tutto». Quel che ha lasciato in Burkina Faso, la «terra degli uomini integri», è un seme. «Morirò sapendo di aver piantato questo seme, e se gli uomini si incontreranno e se i muri si costruiranno, allora questo seme germoglierà».Roberta Adami insieme a un medico locale mentre visita un paziente del Paul VI (foto S. Bonini).

La fede come rifugio e via di fuga. «Per me è quel qualcosa in assenza del quale non vivrei, ma sopravvivrei. Dà senso alla mia vita. È la forza che ho dentro anche quando tutto sembra andare storto, quando i miei dolori mi lasciano senza fiato e oscurano i miei orizzonti». Ma a fianco a questo pilastro, il mondo di Roberta è un caleidoscopio. Il pallino per lo studio della fisica quantistica, «che mi rilassa come niente», l’ha portata poco prima del viaggio in Burkina a Londra, al Saint Anne’s College. «A illustrare la mia tesi secondo la quale c’è una correlazione strettissima tra i quanti e Dio», sorride come a sapere di parlare di un qualcosa almeno a prima vista un po’ criptico. Si ferma, poi riprende: «È semplice, per me il presente è eterno nel momento in cui viene vissuto in Dio, in virtù della sua stessa natura eterna».

Dopo la laurea, l’esperienza come ricercatrice dell’Università di Padova. La grande occasione arriva qualche anno dopo. «Avevo vinto un concorso in farmacocinetica negli Stati Uniti, al Jefferson Institute di Philadelphia. Mi sarebbe piaciuto andare ma ho dovuto rinunciare, peccato». Taglia corto; un capitolo superato: «Lasciamo stare, quella è roba del passato». Qualche anno dopo il matrimonio con Antonio, con il quale gestisce una farmacia a Marciana, all’Elba.

Roberta Adami insieme a un medico locale mentre visita un paziente del Paul VI.

Tra le sue passioni, la musica: «Adoro Mozart, è un genio. Non c’è niente da fare», ironizza, «vale solo un pochino meno di Dio». E dal cilindro delle stravaganze arriva una confessione: «Ogni tanto faccio dire per lui pure una Messa», e sorride. Ma come? «Certo, tu vedessi il parroco. Come niente fosse dice, “questa Messa è in ricordo del nostro caro Wolfgang”. E ogni volta in fondo alla chiesa qualche mia amica, al corrente dell’arcano, se la ride in silenzio». E poi il suo pianoforte, un bellissimo Steinway che fa bella mostra di sé nella «stanza della musica»; una raccolta di novelle scritta per i figli dal titolo impegnativo, Memorie di un gatto Adriano. E ancora: il secondo movimento del concerto in sol di Ravel per placare pensieri e preoccupazioni.

Infine c’è particolare un brano, tratto dal Simposio di Platone, che Roberta tiene a memoria con gelosia, probabilmente conscia del fatto che quella manciata di parole incarnano il suo mondo come nient’altro: «L’amore è l’interprete tra Dio e gli uomini, è in mezzo a loro e colma l’intervallo di modo che l’universo risulti intrinsecamente collegato e l’amore renda immortale la nostra natura mortale. Usa la via della generazione perché lascia dietro di sé un altro essere al posto del vecchio, nel corpo e nell’anima. Dunque amiamo senza riserve l’uomo e Dio, perché la divinità rimanga fra noi come in un giardino fiorito».

Senio Bonini

 

Il suo calvario inizia nel 1991, le viene diagnosticato un cancro. È l’inizio di un dramma senza soluzione di continuità: da allora va sotto i ferri otto volte. «Dolori lancinanti mi perseguitano, sono il risultato delle operazioni», spiega. «Ma a cambiare è stato tutto il mio corpo, la malattia mi ha inflitto rughe nel volto e nel cuore che prima non avevo». Si passa un mano nei capelli e a stento reprime una lacrima che alla fine la vince e le riga il viso. «Quanti ospedali ho visto e come sono stata trattata, l’umanità non è di quei luoghi. Per questo penso di riuscire a comprendere i bisogni degli altri, è un guardarmi dentro». L’antidoto per andare avanti? «Tutto sta nel colmare d’amore quelle rughe che la sofferenza ha scavato. E siccome Dio è amore, cerco di colmarle rifugiandomi in lui».

Non si dà una spiegazione, Roberta, di quel che le è capitato negli ultimi quindici anni. Mentre ascolti le sue parole ti chiedi come sia riuscita a non accanirsi contro il destino. «Veniamo messi tutti alla prova, la mia prova è questa e sono sicura di vincerla perché non riesco a vedere la sconfitta. Mai. Tutt’al più mi scontro con risultati inattesi, ecco. Ma la sconfitta no, non so cosa sia». E alla fine anche la malattia viene interiorizzata, assimilata: «È una scuola che irrobustisce le gambe, che ti tempra».

Rimboschimento di alberi di eucaliptus in una zona rurale del Burkina.

 Rimboschimento di alberi di eucaliptus in una zona rurale del Burkina 

«Tutto sta nel colmare d’amore quelle rughe che la sofferenza ha scavato», dice con semplicità e fede Roberta Adami, una coraggiosa farmacologa e medico dell’Isola d’Elba che divide il suo tempo e il suo cuore tra la sua famiglia e l’ospedale Paolo VI in Burkina Faso.

MI CHIAMO ROBERTA, SONO NATA 45 ANNI FA, DI CUI 21 VISSUTI COME MOGLIE E 15 COME MADRE. MIO MARITO SI CHIAMA ANTONIO, E IL MIO VESCOVO SOSTIENE CHE, SE MI SOPPORTA, È SANTO. HO 2 FIGLI MERAVIGLIOSI: FILIPPO E BENEDETTA CHE, CON VIVACE SENSO DELL’HUMOR, SOSTENGONO DI ESSERE FORTUNATI AD AVERE UN BABBO CHE SI VUOLE SANTIFICARE SOPPORTANDO UNA MOGLIE MATTA, E UNA MAMMA TROPPO FORTE PERCHÉ INSISTE NEL VOLER SANTIFICARE IL MARITO. INSOMMA, SIAMO UNA NORMALE FAMIGLIA. QUESTO BREVE RACCONTO DELLA MIA VITA COMINCIA BEVENDO UN PO’ DI THE DA UN MUG CHE RIPORTA UNA FRASE DI KIERKEGAARD: «LA VITA PUÓ ESSERE CAPITA SOLO ALL’INDIETRO, MA VA VISSUTA IN AVANTI».

Un giorno, per me, arriva p. Jean Emanuel, africanissimo, di una terra dove la sete è cronica, diviene mio direttore spirituale. Credo che il Signore consideri questo momento come l’inizio del mio cammino … verso di LUI. Grazie Signore per questo dono:Erokamano Nyasaye! (Dio sia ringraziato!) come dicono i Luo, tra i quali risiedo in Kenya. Poi, se ci pensiamo bene, la strada da percorrere è quella famosa, che porta da Gerusalemme a Gerico: 7 Km che mi generano continuamente problemi perché non so mai quando sono il samaritano, quando credo di esserlo e quando invece sono il malcapitato. So solo che la mia strada parte dall’Elba, si inerpica per le nostre strade piene di pericolose curve e arriva a Kisumu, in Kenya, passando per il Burkina Faso. Un giretto da nulla… Con p. JEK (così chiamo p. Jean Emanuel) mi sono messa in cammino… Un giorno mi decido, faccio le valige e… parto.

Arrivo in Kenya, in un ospedale microscopico, talmente sporco e malmesso da credere che sia una stalla (ma solo perché non avevo ancora visto le stalle!). Era mattina presto e mi aspettava Pauline, con i suoi 3 bambini. Fr. John (medico, prete e direttore del …nosocomio) mi dice di ascoltare quella donna perché ha tanti problemi. Pauline mi racconta che, poiché sieropositiva, è stata abbandonata dal marito con 3 bimbi piccoli ed ha ora deciso di avere un altro figlio, prima che l’AIDS la separi dal mondo. Le chiedo, sconvolta, come mai invece di pensare a curarsi, pensa a fare un altro figlio… orfano. Mi sembrava assurdo! Lei, placida, mi risponde che è una donna: le donne nascono per portare la vita e lei ha deciso di congedarsi dalla vita regalandone una. La ascolto, la comprendo poco, ma col cuore faccio il tifo per lei.Il tempo passa e Pauline partorisce una bellissima bimba perfettamente e miracolosamente sana. Pochi giorni dopo mi svegliano nel mezzo della notte dicendomi di correre da lei perché è agonizzante. Mi precipito e mentre mi parla, comincio ad armeggiare con ossigeno, flebo, antidolorifici e tutto quello che, nel poco, ho a disposizione. Ma MAI ho ascoltato ciò che mi diceva! Ero troppo occupata a darmi da fare. Peggiora ulteriormente e decido di trasportarla in ospedale. Lei, muta e paziente, si lascia prendere ed adagiare sul nuovo letto pulito. È così leggera da pesare poco più delle coperte. Arriva anche fr. John. A quel punto Pauline mi sorride e con un fil di voce mi consiglia di risparmiare quelle medicine per chi ne ha bisogno, lei non ne ha più. Aggiunge poi, sorridendo, che ci aveva chiamati solo perché voleva confessarsi prima di morire. Mezz’ora dopo, la sua anima torna alla casa del Padre. Ricordo ancora il silenzio e le lacrime… Dolore e rimorso. La misteriosa eucaristia di un’altra vita si era conclusa, ed io, col mio operato arrogante, l’avevo quasi profanata. La mia imperizia e superficialità di quella notte, mi lasciarono esterrefatta. Ero stata l’essere più inutile e maldestro del mondo. Erokamano Nyasaye per Pauline: mi ha insegnato che non si può aiutare nessuno se non lo si ascolta in profondità, con cuore aperto e libero, con rispetto e amore, umiltà e pudore… presa dall’efficientismo non avevo avuto nessuna di queste cose. Il mio lavoro e la mia vita sono cambiate per sempre da quel giorno. La tazza di the si era svuotata di colpo, la “strada” era da iniziare da capo. Muta tornai a casa, confidando in Dio.

P. JEK mi convince a ricominciare in Burkina. Lì ho conosciuto il significato della parola “niente”. Molti non hanno veramente niente! Una povertà mai vista prima, tanta fame, sofferenza, ma tanto decoro, gente onesta e generosa. Ho conosciuto persone stupende, vite semplici ma piene di speranza, miracoli viventi. Eroi valorosissimi che sanno vedere il bello anche nel fango più sporco. Ho adottato un ragazzo, Moise, che oggi sta terminando l’università e che ha il più bel sorriso che io abbia mai conosciuto. Ne vado fiera. Come sempre Erokamano Nyasaye! Ma il Signore aveva in serbo per me un dono ricchissimo in quella terra tanto bella quanto dura. Una mattina arrivo in ospedale e comincio il mio giro dall’ostetricia, cosa inusuale per me. Trovo 3 donne in travaglio. L’ostetrica me le affida, dopo 5 minuti una di loro mi chiama. Ci siamo! Sole, in sala parto, io e lei, collaboriamo per accogliere questa nuova vita. Io parlavo solo francese, lei solo Moorè, ci siamo capite benissimo. Mezz’ora dopo nasce uno splendido bambino. L’aria si riempie del suo pianto, la stanza del sorriso della madre. Ho avuto la stessa gioia di quando ho partorito i miei 2 figli. Una vita nuova di zecca mi era stata delicatamente affidata: che onore! Quando l’ho consegnato alla madre piangevo di commozione. Altre lacrime, questa volta di gioia… Erokamano Nyasaye! Dio sta sempre dove meno ti immagini e si svela quando meno te lo aspetti. Al 118… con i miei compagni di turno, Antonio e Guido. Sono buone persone, inclini al sorriso, professionali e gentili. Lavoriamo bene insieme, c’è fiducia e sostegno reciproco. Abbiamo condiviso tante esperienze dolorose, altre da shock, altre finite bene… Ci stiamo preparando ad un lungo sabato notte. Speriamo non ci siano chiamate urgenti, altrimenti faremo quel che serve, uscendo incontro alla notte e a chi chiede aiuto. Sappiamo che la Madonna ci accompagna, insieme al ricordo e all’insegnamento di eroi coraggiosi come Pauline ed altri. Persone che con grande umiltà hanno messo i loro ultimi momenti o i loro momenti difficili nelle nostre mani e ci hanno insegnato il riserbo, il rispetto, l’amore e il pudore che serve per accoglierli. Ci hanno insegnato la sacralità del dolore umano, che è sacro poiché l’uomo è sacro! Erokamano Nyasaye per loro che ci hanno lasciato e per tutte quelle persone che abbiamo soccorso e poi rivisto camminare, per i miei figli, per i miei bimbi africani, per tutte le gioie e i dolori. Per la mia vita e i miei amici, per mio marito e per la sua tanta pazienza. Per i successi e i fallimenti. Signore, so che Tu, con pazienza mi aspetti sempre: sulla strada da Gerusalemme a Gerico, passando per il Kenya o per le nostre strade. Ed anche per questo, soprattutto per questo: Erokamano Nyasaye!

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