SALMOTERAPIA ( 3 )

giovedì, 13 dicembre 2007

Il SILENZIO BREZZA DEL DIVINO


Serra San Bruno: la comunità di solitari che sorridono

di Enzo Romeo

Il monastero certosino che sorge sulle Serre calabresi è famoso quasi quanto la Grande Chartreuse. Qui è morto san Bruno. E qui oggi un gruppo di eremiti provenienti da ogni parte del mondo tiene vivo l’ideale del fondatore.  

Mentre Philip Gröning era recluso volontariamente nella Grande Chartreuse, una troupe televisiva di Tg2 Dossier stava vivendo un’esperienza altrettanto straordinaria nella clausura della certosa di Santo Stefano del Bosco, tra le Serre calabresi. I monaci ci diedero un’opportunità eccezionale per comprendere la loro scelta contemplativa, che li porta a «sprecare» la propria esistenza nella preghiera e nell’adorazione all’Altissimo. (foto G. Archinà).Scene di vita quotidiana dei monaci (foto G. Archinà).

Trascorremmo dieci intense giornate, vivendo tra i monaci, anzi come i monaci. Il primo giorno il silenzio ci parve quasi irreale, “assordante”: ci mancava il sottofondo perenne di rumori, musica, parole che accompagna la vita fuori da lì. Poi cominciammo a percepire altri suoni, quelli della natura che avevamo dimenticato (il fruscìo del vento, il rumore della pioggia, il ronzare degli insetti…) e quelli più profondi che sono l’eco interiore del cuore.

Certosini di Serra San Bruno nel coro

Fu una sorpresa. Quante cose ci sono attorno a noi – magari piccole ma affascinanti – che non vediamo, non sentiamo più. La certosa ci aiutò a riscoprirle. Alla fine ne venne fuori il documentario I solitari di Dio, più volte replicato su Raidue e riproposto nel libro-dvd edito da Rubbettino e dalla Eri.

I Certosini non hanno tv né radio, la loro rigida regola claustrale li rende invisibili al mondo. Fanno proprio il detto di un padre del deserto del V secolo, Isidoro di Pelusio: «Una vita senza parole può giovare più che le parole senza vita». Tuttavia sono ben coscienti di quanto sia importante comunicare la propria esperienza. Ad esempio, da anni pubblicano i loro canti: diretti da un maestro di gregoriano che viene appositamente dalla Germania, trasformano la chiesa in una sorta di sala di incisione. Finora hanno prodotto tre album. L’ultimo, Puer natus est, è stato inserito lo scorso Natale nel sito ITunes della Apple (sorta di sterminata enciclopedia musicale a pagamento) e a sorpresa ha scalato la classifica delle raccolte più “scaricate”, superando pop e rock star di fama internazionale. Proporsi al mondo moderno, con strumenti moderni, restando se stessi. Per questo quattro anni fa accettarono di accogliere nel loro monastero le telecamere e di farsi seguire in ogni momento della propria quotidianità, dalla preghiera notturna alla messa conventuale, dalla meditazione della Bibbia al lavoro manuale, dai momenti di solitudine in cella alla lunga passeggiata sui monti.

 Scena di vita quotidiana dei monaci.

http://www.stpauls.it/jesus/0704je/0704je65.htm 

Sono uomini che vengono da tutti i continenti per vivere di orazione e silenzi. Nel periodo in cui siamo stati fra loro c’erano un novizio coreano, un postulante texano, un giovane padre argentino, un anziano monaco vietnamita che aveva conosciuto le carceri di Ho Chi Min… E c’erano ancora l’ex avvocato penalista siciliano, l’ex impiegato torinese della Fiat, l’ex contadino toscano.

«La diversità tra di noi», afferma il priore francese, dom Jacques Dupont, «è la cosa che colpisce subito quando si entra in contatto con la comunità. E la diversità si gestisce con la consapevolezza che all’inizio di ogni cammino c’è sempre il Signore che chiama. Non bisogna stupirsi della diversità, ma chiedersi che cosa il Signore mi vuol dire attraverso colui che è differente da me». Dom Jacques è stato studente e poi ricercatore di matematica alla Sorbona di Parigi negli anni caldi della rivoluzione studentesca. «Il ’68 ci fece capire che non tutto poteva rientrare in una prospettiva materiale, ma che c’era qualcos’altro per cui valeva la pena lottare». Questo «altro» lo ha condotto alla scelta monastica, condivisa con suo fratello, dom Philippe, abate benedettino di Solesmes, in Francia.

Veduta della certosa di Serra San Bruno.

(Foto G. Archinà).

L’eremo di Serra è il luogo dove nel 1101 finì i suoi giorni san Bruno di Colonia, il fondatore dei Certosini, sorta di migrante alla rovescia, partito dalla Germania, passato per la Francia e Roma e approdato nel profondo Sud d’Italia. Una volta la Certosa di Serra San Bruno era off-limits solo alle donne, per gli uomini era invece abbastanza facile entrare, almeno per assistere alle preghiere comunitarie nella chiesa conventuale. Ma, a un certo punto, l’Ordine (l’unico nella Chiesa a non essere mai stato riformato in oltre novecento anni di vita) decise di ridare vigore al tratto eremitico, indispensabile per mantenere l’originalità della vocazione certosina. I monaci vollero riprendere la tradizione dei primi secoli: incontrare la Parola nel silenzio, e del silenzio fare sia l’inizio che il perdurare di questo ascolto. Il certosino non parla di Dio, ma parla a Dio.

Per soddisfare la curiosità dei visitatori venne costruito un museo che riproduce i luoghi della clausura, dalla cella con il cubiculum agli stalli del coro con i grandi antifonari. Ai curiosi che ancora bussano chiedendo di oltrepassare il portone della certosa, dom Jacques racconta questa storia: un giorno un monaco rispose a uno che voleva venire da lui: «Se vieni, ti aprirò. Ma se apro a te aprirò a tutti, allora non rimarrò più in questo luogo». Udendo ciò il visitatore pensò: «Se andandoci lo caccio, non ci vado più».

Il priore francese del monastero, dom Jacques Dupont. Il priore francese del monastero, dom Jacques Dupont (Foto G. Archinà).

Quella dei Certosini è una comunione di solitari dove si combinano sapientemente eremitismo e cenobitismo, cioè vita solitaria e vita di comunità. Afferma ancora dom Jacques: «Il silenzio, in sé, è privo di valore. Il silenzio può essere addirittura cattivo quando viene praticato per orgoglio, per disprezzo dell’altro, o collera nei suoi confronti. Allora, sia che si parli sia che si mantenga il silenzio, ciò va fatto per amore. Se non è così, grande è il rischio di peccare, che sia con la lingua o che sia con il silenzio non cambia le cose». Qui ritorna un’altra frase di un padre del deserto: «C’è un uomo che sembra tacere ma il suo cuore giudica gli altri; costui parla sempre. E c’è un altro che parla da mattina a sera ma conserva il silenzio, perché non dice niente che non sia edificante».

Quando Il grande silenzio uscì lo scorso anno nelle sale italiane, i Certosini di Serra San Bruno si fecero mandare la pellicola dal distributore, improvvisarono una sala cinematografica e proiettarono il film in certosa. I giudizi furono piuttosto critici: nel lavoro di Grning – dissero – manca il sorriso dei monaci, cioè quella capacità di giungere alla gioia del cuore attraverso una vita pure in apparenza tanto severa. Per dom Jacques questo dipende anche dal luogo in cui le riprese sono state effettuate. La Grande Chartreuse, con le sue montagne incombenti, gli orridi, la stretta valle dell’Isère è un paesaggio «verticale» che incute quasi timore. Molto diverso, ad esempio, dal paesaggio «orizzontale» dove sorge la certosa calabrese, incastonata tra i boschi di un morbido altopiano.

Veduta della certosa di Serra San Bruno.

Veduta della certosa di Serra San Bruno (foto G. Archinà).

Il paesaggio, così come la cultura di un luogo, non può non condizionare l’esperienza dei monaci. Perfino san Bruno subì questa influenza e quasi mise a confronto gli anni trascorsi tra le Alpi del Delfinato, alla Chartreuse, con quelli vissuti sui monti calabresi. Nella lettera a Rodolfo il Verde, scritta dall’eremo delle Serre, descrisse il clima mite e sano, la pianura vasta e piacevole, i floridi pascoli, i ruscelli e le sorgenti. E aggiunse: «L’animo, troppo debole, affaticato da una disciplina troppo rigida e dalle applicazioni spirituali, molto spesso con queste cose si risolleva e respira. Se, infatti, l’arco è continuamente teso, si allenta e diviene meno adatto al suo compito».

I Certosini che abbiamo conosciuto e descritto ne I solitari di Dio sono così uguali eppure così diversi da quelli descritti ne Il grande silenzio. Il dato comune è la separazione dal mondo, che non può essere – sostiene ancora dom Jacques – solo simbolica, ma concreta. «Il nostro deserto non è un simbolo, è una realtà. Ma sappiamo che può sembrare una fuga e suscitare disapprovazione e giudizi negativi. Per convincere il nostro interlocutore ricorriamo spesso alla fase di Evagrio: “Separato da tutti, il monaco è unito a tutti”».

Scena di vita quotidiana dei monaci.Foto G. Archinà.

Ma come si realizza questa comunione nel «deserto» della clausura e della solitudine? «Innanzi tutto va detto che il silenzio va congiunto con lo sguardo. Solo colui che sa guardare non ha bisogno di parlare. Silenzio e sguardo valgono più delle parole. E poi, noi siamo convinti, e ne facciamo l’esperienza ogni giorno, che la solitudine abbracciata per Dio non ripiega il monaco su se stesso, ma al contrario ingrandisce il suo cuore alla dimensione del mondo intero. Chi lascia tutto per darsi a Dio non può incontrare l’egoismo ma l’amore, perché Dio è amore e Dio riempie chi lo cerca. Il monaco solitario abbraccia tutti gli uomini nell’ardore di un immenso amore e di un’infinita compassione. La solitudine sboccia in una pienezza di comunione».

Insomma, l’eremita sembra marginale e in realtà si trova al centro del mondo. «Sì, in apparenza siamo ai margini della società, in realtà ci troviamo nel cuore della realtà. Purché la nostra vita sia realmente un modo particolare di stare con Cristo sulla croce. Cioè, condividere l’abbassamento, l’abbandono, l’annientamento di Cristo, per riprendere le parole di Paolo. D’altra parte, il Verbo sulla croce tace. Come noi abbiamo scelto una vita di silenzio per condividere questo silenzio di Cristo, partecipiamo anche alla comunione che sgorga dal Calvario. Per questo la nostra vita, pur richiedendo la separazione dal mondo, è una vita di comunione profonda con tutta la Chiesa e l’umanità».

Quando, alla fine del nostro soggiorno in certosa, chiudemmo le lampade al quarzo, smontammo i cavalletti e riponemmo la telecamera nella sua custodia, rivolgemmo un’ultima domanda al priore: dunque, non sono vite sprecate quelle dei monaci? «Certo, abbiamo deciso di sprecare la nostra vita per Gesù, che amiamo; tutti quelli che sono stati innamorati sanno che le più grandi follie si fanno per amore».

Nient’altro da aggiungere, tranne il silenzio.

Enzo Romeo

Monaca domenicana nel convento Matris Domini di Bergamo.

Monaca domenicana nel convento Matris Domini di Bergamo

 

Monaci e silenzio, binomio spirituale antico

Proprio perché momento imprescindibile della vita spirituale, il silenzio è un tratto peculiare di ogni forma monastica, cristiana e non: basti pensare alle molte esperienze sviluppate nelle religioni dell’Estremo Oriente, dal taoismo allo shintoismo. Anche all’interno della Chiesa cattolica è stato il monachesimo a fare del silenzio, fin dalle origini, un proprio tratto distintivo. Gli anacoreti del III secolo, che si ritiravano nei deserti egiziani sul modello di Gesù che lotta con le tentazioni, ne sono i più risoluti difensori. Titoes di Tabennesi pone il silenzio in funzione dell’orazione interiore: «Come possiamo custodire il nostro cuore, se sono aperti la bocca e il ventre?». La tradizione del silenzio accompagna il passaggio dall’eremitaggio alle prime forme di vita comune – le laure e i cenobi – e viene trattato nelle prime regole di Pacomio e Basilio. Nel VI secolo Benedetto da Norcia, che eredita la ricchezza del monachesimo orientale pur mitigandone la componente ascetica, dedica al silenzio il sesto capitolo della propria Regola, esplicandone anche qui la funzione relazionale: «Se infatti parlare e insegnare è compito del maestro, il dovere del discepolo è di tacere e ascoltare» (VI,6). Ci si priva delle parole solo in vista di una maggiore penetrazione della Parola. Non è dunque un caso se proprio nel silenzio dei chiostri nasce la forma musicale par excellence della tradizione cattolica – il canto gregoriano – che la costituzione Sacrosanctum Concilium ha ribadito essere il «canto proprio della liturgia romana».

 

Monaci benedettini in una chiesa di Norcia. Monaci benedettini in una chiesa di Norcia (foto P. Ferrari/Periodici San Paolo)

La tendenza al rilassamento della disciplina monastica originò numerose riforme dell’Ordine benedettino: già nell’anno 779 Benedetto d’Aniane accentua l’ascesi e la liturgia limitando lo studio. All’inizio del X secolo l’abbazia di Cluny, per sfuggire alle pastoie della feudalità laica, si pone alle dirette dipendenze della Curia romana. La riforma cluniacense, che riunì sotto l’obbedienza all’abate di Cluny numerosi monasteri con autonomia locale, accrebbe la propria influenza culturale e politica per oltre due secoli. A questa eccessiva interferenza sociale risponde un rinnovamento della vita eremitica con Romualdo (camaldolesi) e Bruno di Colonia, che nel 1084 fonda l’eremo della Grande Chartreuse, da cui il nome di “certosini”. Cominciano nuovi filoni monastici come i vallombrosani di Giovanni Gualberto, ma è soprattutto con la fondazione di Cîteaux (1098) che si riporta la regola benedettina all’originale austerità, tornando a costruire i monasteri in località deserte: la riforma cistercense troverà in Bernardo di Clairvaux la sua voce più autorevole. Particolarmente dolorosa fu, per il monachesimo, la Riforma protestante: Inghilterra e Germania, che ospitavano centri insigni, ne soppressero ogni forma. E non meno difficile fu la Restaurazione napoleonica. Eppure la crescita di questi Ordini, dopo l’Ottocento, è stata continua e significativa.

Oggi la famiglia benedettina raccoglie circa 12.930 membri, tra Ordini maschili e femminili, mentre 6.732 sono i cistercensi (la maggior parte dei quali trappisti, cioè di stretta osservanza), 384 i certosini, 1.703 i membri dei differenti Ordini basiliani, 690 gli antoniani (maroniti) e 553 i monaci di san Paolo primo eremita. Ad essi vanno aggiungendosi le numerose esperienze che, nel post-Concilio, hanno recuperato il carisma monastico attualizzandolo al di fuori degli Ordini tradizionali, come le comunità legate a Bose (1965), i dossettiani, le comunità dei Figli di Dio (Cfd) e le molte fraternità, in particolare quelle legate a Charles de Foucauld.

Paolo Pegoraro

Un carmelo genuino nel cuore di Carpineto Romano di Vittoria Prisciandaro – foto A. Giuliani/Catholic Press Photo/Periodici San Paolo

 Tra i vicoli di uno storico paesino laziale adagiato sui Monti Lepini sorge il monastero di Sant’ Anna. Ospita 14 religiose che formano una comunità giovane e vivace, discreta ma aperta ai bisogni del mondo di fuori.  

Il mulattiere ha appena scaricato la spesa della settimana. Via Cardarozzi si raggiunge lasciando alle spalle la piazza del paese e l’ultimo parcheggio utile. Strade in pietra e case con il comignolo, percorsi pedonali tra antiche mura e sapori genuini. In piazza, la meridiana ricorda l’era fascista; la fontana, invece, papa Leone XIII, che ebbe i suoi natali proprio qui, a Carpineto Romano. I vecchi e le mamme con i bambini si godono il sole di una primavera anticipata, aria salubre dei Monti Lepini, a 650 metri sul mare e a una settantina di chilometri da Roma. Nel profilo del paese il carmelo di Sant’Anna ha un suo posto discreto, in armonia con il paesaggio. Così come la vita delle monache di clausura. Silenziosa presenza nel tessuto cittadino da 28 anni.

Suor Maria Noemi, giovane priora del carmelo di Carpineto Romano.

Suor Maria Noemi, giovane priora del carmelo di Carpineto Romano.

In parlatorio una foto in bianco e nero riproduce Teresina di Gesù Bambino che, quindicenne, chiede proprio a Leone XIII di poter entrare in clausura. Suor Maria Elvira del SS. Sacramento, fondatrice di Sant’Anna, priora storica (“la serviente”, secondo la regola), e suor Maria Noemi, che ha preso il suo posto da pochi mesi, ci introducono al silenzio del carmelo. La sua specificità rispetto ad altre esperienze monastiche è la ricerca della contemplazione assoluta. Anche il lavoro non dev’essere impegnativo per la mente. Per questo niente servizi faticosi, ma pittura di icone e lavorazioni artigianali, segnalibri e portaspilli, e oggettini di culto, come coroncine del rosario, scapolari e Agnus Dei, i cuoricini lavorati a uncinetto che secondo un’antica devozione vengono messi sulle culle dei neonati.

La giornata delle 14 donne, dai 23 ai 77 anni, che hanno scelto di vivere ritirate in questo monastero che dall’alto domina una verde conca naturale tra Frosinone, Latina e Roma, è scandita dal tempo della preghiera, comunitaria e personale. La sveglia è alle 4.30, per prepararsi all’ufficio delle Lodi e al mattutino in cappella, alle 5.10. «Dopo ci ritroviamo in cella per la preghiera “solitaria“. È il momento della lettura, della meditazione, del colloquio interiore. L’anima», dice Elvira, «entra nella quiete. Percepisci la Sua presenza. Non è un sentimento, ma un atteggiamento di fede che ti colma, ti dà gioia». Un dono che è anche attesa e ricerca. «Puoi fare silenzio anche “fuori” tra la folla, perché è un atteggiamento interiore. Ma la mia scelta è stata diversa: quello che cercavo era dedicarmi completamente alla preghiera».

Elvira oggi ha 77 anni ed è arrivata al carmelo a 38. In precedenza era stata educatrice in una congregazione di vita attiva. «Amavo molto stare con i ragazzi. Mi piaceva insegnare anche attraverso la musica, le rappresentazioni teatrali. Sono sempre stata curiosa e appassionata della vita». Tutto questo era però accompagnato dalla ricerca di uno spazio più grande da dedicare al colloquio interiore. Da lì la richiesta ai superiori di poter provare l’esperienza del carmelo. «Il mio posto era qui. Ho tanto desiderato questa vita che posso dire con serenità di non aver mai sperimentato momenti di aridità, che pure non mancano nella vita di silenzio». La cosa più difficile? «A volte la convivenza, qui come altrove».

Nel confronto che segue con le altre monache, che incontriamo passando dal parlatorio ai locali interni dove si svolge la vita della comunità, scopriamo i sentieri più disparati che a Carpineto si sono incontrati, complici in qualche caso anche le pagine del nostro mensile, che oltre vent’anni fa aveva dedicato un servizio alla neonata struttura. È la strada di Eliana, da Rimini, o di Lucia, da Modena; di Paola da Jesi, Giuliana e Carla dal napoletano, Edwige dalla Polonia e Doroteé dal Camerun; e poi Padova, Latina, Roma. Molte monache sono laureate, hanno avuto esperienza di fidanzamento, alcune arrivano dalle parrocchie, altre da una famiglia non credente. Nessun percorso è scontato o banalmente “esemplare”.

Suor Doroteé durante la preghiera comune. Suor Doroteé durante la preghiera comune.

Si parla con semplicità sul terrazzo del monastero, nell’intervallo dedicato alla ricreazione post prandiale, sotto i tralicci coperti da rampicanti di rose. È il giorno della festa della donna e così anche in refettorio hanno deciso di interrompere il tradizionale silenzio che accompagna i pasti, scanditi dalla lettura della Parola di Dio. Prima di arrivare al pranzo le monache hanno partecipato alla celebrazione eucaristica, alle 7.30, celebrato l’Ora media, e quindi fatto colazione, alle 8.30. Dopo aver riordinato la cella, le giovani in formazione sono andate a studiare mentre le altre si sono dedicate a quei lavori manuali meccanici che «permettono di non perdere il filo del colloquio con il Signore. Il silenzio è come l’anima di ogni occupazione al carmelo», dice Eliana.

Dal lavoro si ritorna in cappella, per l’Ora sesta, seguita dalla preghiera dell’Angelus e quindi alle 12 si passa in refettorio. Il pomeriggio prosegue tra le preghiere della Liturgia delle Ore, la recita del Rosario, la seconda ora di preghiera personale in cella, di nuovo il lavoro e quindi la cena alle 19.30, seguita da ricreazione, preghiera della Compieta alle 21 e quindi ritirata. Qualche volta si assiste alla proiezione di un film o di un documentario a carattere religioso.

Durante la ricreazione qualcuna gioca a tamburello, qualche altra si riposa sulle panchine, Agnese ci mostra il laboratorio di icone e cucito, mentre Maria Noemi ci fa visitare le stanze e il terrazzino in alto, dove è collocata la statua della Vergine. Ci si racconta a vicenda. Giovani donne spigliate, in un approccio senza formalità, qualche sorella più in là con gli anni che alla fine non si sottrae alla macchina fotografica, l’anziana priora che si lascia anche prendere in giro con leggerezza. La percezione è che non sia una recita che dura l’arco del breve incontro per l’ospite accolto oltre la grata, ma la condivisione di una quotidianità “diversa”, scelta con consapevolezza. Lontana dalle immagini claustrofobiche che la clausura potrebbe evocare.

È probabilmente in questa semplicità, accompagnata da una povertà non ostentata («viviamo del nostro lavoro, qualche offerta, la generosità dei vicini»), il successo di un’esperienza che continua ad attirare vocazioni. Il carmelo di Sant’Anna nasce nell’antica canonica di San Giovanni nell’aprile del ’79, su iniziativa di alcune giovani monache che, con il consenso dei superiori, lasciano il carmelo di Sutri, un ambiente di anziane poco propenso all’apertura al nuovo. «Seguivamo il Vaticano II: “La clausura si apra per farsi conoscere da vicino, se vuol essere segno e fascino per i giovani”», ricorda Elvira. La struttura, con le sue sedici stanze e qualche posto in foresteria, non permette una forte crescita della comunità. Alle nuove domande, segue la fondazione di altre realtà: a Cerreto, a Biella, a Sutri – per la rinascita del vecchio carmelo – e a breve in Romania, a Iasi, «dove ci sono già due giovani rumene in attesa di entrare». Il rapporto con la Romania, spiega Maria Noemi, è sicuramente privilegiato: il monastero, infatti, è aperto a uno scambio ecumenico di base con i tanti rumeni ortodossi che vivono nella zona e che «spesso ospitiamo per le loro celebrazioni».

Nella chiesa principale una grata leggera, che nel legno richiama i protettori del carmelo (Maria e i profeti Elia ed Eliseo), divide il coro delle monache dai banchi dei fedeli. Il luogo si affolla durante le celebrazioni eucaristiche domenicali e spesso diventa spazio di ritrovo per gruppi parrocchiali e movimenti giovanili, che alle monache chiedono ospitalità per ritiri e momenti di pausa. «Non abbiamo mai pace», scherza Noemi. «Anche molti sacerdoti chiedono di poter avere un colloquio spirituale», aggiunge Elvira.

Ma com’è il mondo e la Chiesa visti da questo particolarissimo osservatorio, dove arriva qualche quotidiano, molte riviste e si guarda la Tv «solo per i telegiornali»? «Mi sembra che si rischi di vivere con superficialità: la televisione fa un lavaggio del cervello e detta lo stile di vita, si privilegia la carriera alla famiglia», dice Elvira. «Anche la fede diventa superficiale, a volte folkloristica, ma senza radicamento». Al monastero, aggiunge Noemi, «arriva tanta gente. Ma capisci che dopo un po’ non ti seguono più, non sono abituati ad ascoltare». Elvira aggiunge: «Anche nella Chiesa a volte si rischia di essere poco attenti all’ascolto: molti parroci dicono di sentirsi in difficoltà con i vescovi, vorrebbero essere accolti di più come figli. D’altra parte anche le chiese spesso rischiano di essere vuote: ieri il prete lo trovavi disponibile a tutte le ore, oggi ha tanti di quegli impegni…».

Suor Elvira, fondatrice del carmelo, insieme alla nuova priora, suor Maria Noemi. Suor Elvira, fondatrice del carmelo, insieme alla nuova priora, suor Maria Noemi.

In sacrestia alcune fotografie del Monte Carmelo, in Israele, ricordano le origini di questa esperienza. Le carmelitane, infatti, discendono da alcune pie donne che nei secoli XIII e XIV adottarono la Regola del Carmelo, ordine religioso nato in Terra Santa e noto per la devozione alla Madonna. Consacrate a Dio mediante i tre voti, gli stessi dei frati carmelitani, venivano chiamate conversae e si impegnavano all’obbedienza ai superiori dell’Ordine (e ancora oggi il generale dei Carmelitani è superiore anche dei rami femminili). Con la bolla Cum Nulla nel 1452 papa Niccolò V riconobbe e ufficializzò la nascita del ramo femminile. Che alla fine del XVI secolo, in periodo di Riforma, si scisse con la nascita delle “Scalze”. «Ci dividemmo perché dovemmo seguire ciò che accadde ai padri», sintetizza Elvira. «Oggi non c’è nessuna differenza, se non per qualche regola interna. E i nostri rapporti e gli scambi con le consorelle scalze sono ottimi».

 Alle spalle della chiesa, in una piccola cappella riservata alle monache, vicino al tabernacolo e ad alcune reliquie, fanno bella mostra un paio di scarpe rosse. «Sono di papa Paolo VI, che ci donò dieci milioni per il monastero che doveva nascere a Tivoli. La cosa fallì e sono stati poi impiegati qui a Carpineto». Alla sua morte le monache chiesero un ricordo e il segretario del Papa, monsignor Macchi, inviò la reliquia conservata con affetto. La storia passata si intreccia con la futura. E la giovane priora, Maria Noemi, ci dice che per il 2009, in occasione del trentennale della fondazione, hanno chiesto agli artisti locali di rappresentare ciò che hanno capito dell’esperienza del carmelo. «Esporremo i lavori in chiesa», dice, annunciando anche la lavorazione di un nuovo cd, oltre ai due già prodotti con canti in gregoriano, in cui raccogliere antichi canti mariani popolari che «oggi rischiano di andare perduti».

Ci congediamo dopo l’Ora nona. Il monastero ha i suoi ritmi. E a volte, dice Elvira, «sembra che il tempo per la preghiera non basti mai».

Vittoria Prisciandaro

 

Il silenzio? Grazia di Dio, non patrimonio dell’istituzione

di Annachiara Valle – foto M. Gattoni/Periodici San Paolo. 

A San Giuliano Milanese, alle porte del capoluogo lombardo, sorge l’abbazia di Viboldone. Le benedettine che vi abitano hanno preferito non rilasciare interviste in tempo di Quaresima. Parla per loro don Luisito Bianchi, il prete scrittore che da anni è il loro cappellano.  

Gesù crocifisso, con le braccia aperte ad accogliere l’umanità. Adamo in basso a sinistra, che regge la mela. Eva, sulla destra, che torce il busto e indica il Cristo con la mano. L’affresco sull’arco dell’abbazia di Viboldone, posto in fondo alla chiesa, prima dell’altare, sembra dire al pellegrino che entra l’indissolubile unione tra Dio e le sue creature. I mattoni rossi usati nella costruzione, completata nel 1348, custodiscono da generazioni un segreto antico: l’amore gratuito di Dio, il dono misterioso del silenzio.

Don Luisito Bianchi a Viboldone.

Don Luisito Bianchi a Viboldone

San Giuliano Milanese: in questo pezzo di terra padana, a pochi chilometri dal capoluogo lombardo, una comunità di una trentina di suore benedettine, guidata dalla priora madre Maria Ignazia Angelini, vive senza grate la propria clausura. Accolgono le persone, ma non amano parlare, fedeli alla regola di san Benedetto che recita: «Facciamo come dice il profeta: “Ho posto un freno sulla mia bocca, non ho parlato, mi sono umiliato e ho taciuto anche su cose buone”». E ancora: «L’importanza del silenzio è tale che persino ai discepoli perfetti bisogna concedere raramente il permesso di parlare, sia pure di argomenti buoni, santi ed edificanti, perché sta scritto: “Nelle molte parole non eviterai il peccato”; e altrove: “Morte e vita sono in potere della lingua”. Se infatti parlare e insegnare è compito del maestro, il dovere del discepolo è di tacere e ascoltare».

Sorridono gentili mentre aprono la porta del convento. Ma è tempo di Quaresima e la regola prescrive che durante questi giorni, ancora di più che nel resto dell’anno, si «mortifichi la propria inclinazione alle chiacchiere e allo scherzo». Senza contare, aggiunge madre Angelini, «che sarebbe un controsenso mettersi a parlare del silenzio. Un negare con i fatti ciò che si vorrebbe affermare con le parole». Nessuna intervista, dunque, anche se l’abbazia resta aperta e l’ospitalità pronta.

In quello che qualcuno ha definito «luogo di accoglienza spirituale alle porte della città», si viene per pregare, per meditare, per allontanarsi dal clamore della vita quotidiana.

«Sarebbe un errore, però, pensare che qui si possa fare esperienza di silenzio», dice don Luisito Bianchi, da molti anni cappellano del monastero. «Il silenzio non è un’esperienza, non è un fatto. Esso è un dono gratuito di Dio, il dono dell’ascolto. Si possono usare molte tecniche per “fare silenzio”, si può fare filosofia attorno al silenzio, si può pensare di cercare il silenzio. Si può persino credere che si possa venire in monastero per “sentire” il silenzio. Ma tutto questo è un’illusione. Il silenzio non è una cosa che si trova perché la si cerca. È un dono che si riceve. E perché lo si riceve? Per grazia di Dio, soltanto per questo».

La vita di don Luisito si intreccia da subito con quella del monastero. Giovane prete, nel 1953, subito dopo la guerra, incontra madre Margherita Marchi. Donna intelligente e di fede profonda, madre Marchi aveva lasciato la casa delle Sorelle dei poveri attratta sempre più dalla componente monastica che, pur presente nel suo Ordine, non ne era però la caratteristica principale. Dalla sua esigenza di maggiore contemplazione, condivisa da alcune sue consorelle, nasce una ricerca interiore che la porterà ad aderire pienamente – da donne – alla regola dei monaci benedettini. Dopo diverse traversie, nel 1941, madre Margherita porta a Viboldone una trentina di suore provenienti dalle comunità di Montefiolo della Sabina e dalle catacombe di Santa Priscilla in Roma. E così, dopo 160 anni di silenzio e di abbandono, l’abbazia torna a rivivere per diventare, in pochi anni, di nuovo, punto di riferimento spirituale per la città e non solo.

Il primo maggio 1941 segna la data ufficiale di nascita della comunità, anche se è solo nel 1960 che il cardinale Montini, dopo che era stato firmato l’atto di donazione della casa di Viboldone alle suore, può scrivere alle monache: «Ecco la soluzione del problema che teneva in attesa e apprensione tutta la comunità: Viboldone era una sede di passaggio. Il Signore vi teneva nell’incertezza: staremo qui? Dove andremo? Dove avere un monastero nostro? E ora è divenuto una sede stabile. Il Signore ha sciolto tutti gli interrogativi della grossa e annosa questione, e la risposta è venuta, risposta che è stata molto combattuta, varia, drammatica in molte vicende, ma che ora è venuta affermativa e speriamo per secoli, perché quel che voi fate è per sempre, per i secoli».

Questa stabilità sembra essere custodita persino dalle pietre: «Pietre rosse», commenta don Luisito, «mattoni duri, cotti al fuoco, resistenti. Ma la vera resistenza fu quella di madre Marchi: aveva una tale intelligenza e intuizione e fede che da lei sarebbero potuti uscire moltitudini di mattoni rossi per nuove abbazie».

Mattoni dell’anima, costitutivi della comunità più di quelli di pietra. Lo sapeva bene madre Margherita. E lo sapeva bene il benedettino Ildefonso Schuster. Non a caso il cardinale di Milano, quando nell’autunno del 1943, a causa della guerra, dovette far sospendere in duomo la pratica tradizionale della preghiera corale, dette incarico alle monache di Viboldone di pregare per tutta Milano e per l’intera arcidiocesi. In una lettera alla priora scriveva: «Esse che già con tanta pietà e perizia d’arte liturgica solevano celebrare la divina officiatura, lo facciano adesso anche in nome nostro e di tutta Milano, perché non manchi da parte della metropoli quella adorazione continua e perfetta in spirito e verità che la liturgia rende all’augusta Triade». Viboldone divenne allora, e per certi versi lo è tutt’ora, il cuore della Chiesa ambrosiana.

Ma, aggiunge don Luisito, «c’è sempre una tentazione: quella di confinare la preghiera, la fede, il silenzio, il dono gratuito di Dio, all’interno di un’istituzione. Il silenzio non è patrimonio dei monasteri. L’ho già detto, è una grazia. Ed è grazia quando si vive in un monastero, quando si lavora, quando si è a casa propria. Anche per rendere evidente questo non confinarsi in una struttura, da anni, io trascorro una settimana qui e una nella mia città. Da quando ho avuto un piccolo incidente mi sono dovuto fermare qui, ma al più presto spero di poter riprendere il mio andirivieni. Non dobbiamo cedere alla tentazione dei discepoli che chiedono al Signore “facciamo tre tende”».

A Viboldone, nel 1976, don Luisito, reduce dal lavoro in fabbrica e poi da quello di infermiere, aveva fatto il suo anno sabbatico. E da qui si era mosso poche volte. «Ma sono rimasto un prete diocesano, anche se i miei testi sono spesso presentati come scritti monastici». Del monaco Luisito ha il tono basso di voce, l’inclinazione alle lunghe pause tra una parola e l’altra, l’abitudine alla meditazione. Con il monastero condivide anche la concezione di gratuità, che significa «non vendere la parola di Dio, non vendere la preghiera».

Per questa intuizione fin dall’inizio le monache hanno lavorato, hanno messo in piedi una tipografia, si sono dedicate al restauro dei libri antichi. Fedeli all’ora et labora e alla propria autonomia, madre Margherita Marchi diceva: «Se le vestali ci fossero ancora, dovrebbero fare le commesse di negozio per potersi dedicare a mantenere il fuoco sacro. Noi facciamo le tipografe per conservare la possibilità di dedicarci alla preghiera».

Preghiera, silenzio, ascolto. «Certo qui può essere più facile pensare di poter pregare e ascoltare, ma il silenzio non è un fatto esterno», sottolinea ancora don Luisito. «La mia esperienza mi dice che il silenzio non è un luogo, ma è l’incontro con Cristo. L’ascoltare le sue parole, non le nostre. La nostra ricerca di identità, il nostro chiacchiericcio finisce per mettere a tacere il Vangelo. Il monastero di Viboldone è come una luce, ma il mio ascolto è stato preparato durante gli anni di fabbrica, con il vociferare dei motori. È in mezzo al rumore che ho ricevuto il dono del silenzio».

Annachiara Valle

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.

*