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SAMARITANI O ALBERGATORI ? – (01) RISALENDO LA CORRENTE – Angelo Nocent

Hospitalitas

SAMARITANI O ALBERGATORI ?


Nocent Angelo
Angelo Nocent (Istituto Nazionale per lo Studio  e la Cura dei Tumori – Milano).

Ho ritrovato una serie di articoli apparsi sulla rivista “FATEBENEFRATELLI”  dal Gennaio 2005 al Dicembre 2006 che sviluppano l’interrogativo suscitatomi dalla Parabola Evangelica. 

 

Scrive il Patriarca di Venezia Angelo Scola che, per una serie di avvenimenti di riforma sanitaria operati negli ultimi anni “ogni ospedale è permanentemente provocato a ridefinire la propria identità. All’ospedale cattolico si impone un peculiare interrogativo. Se esso è, propriamente parlando, l’erede principe della grande tradizione dell’Hospitale indiscutibilmente nata in seno alla Chiesa, come può mantenersi fedele all’impeto ideale che l’ha fatto nascere senza rinunciare ad essere, a sua volta, un centro tecnologico polispecialistico, cosa che – se si verificasse – lo espellerebbe inesorabilmente dal sistema sanitario?”

Fatebenefratelli - Hospitalitas

RISALENDO LA CORRENTE

Ho volutamente riportato in fondo alle mie considerazioni sull’ospitalità una sintesi storica che ho trovato; potrebbe risultare lacunosa, ma pur sempre utile per capire da dove si viene, da che parte stiamo andando ed in compagnia di chi.

ll futuro che abbiamo davanti non è né più né meno tragico di altri momenti storici che, come marosi si sono scaraventati contro le caravelle dei Fratelli Ospedalieri di San Giovanni di Dio, talvolta ribaltandole. Tra morti, feriti e superstiti, grazie a Dio, siamo ancora qui a parlarne, non senza preoccupazione per le nuove nubi che si addensano all’orizzonte.

In questo frangente si corre il rischio di temere maggiormente la burrasca economica che può paralizzare le istituzioni indebitandole oltre il ragionevole, perdendo magari di vista i motivi ideali che legano consacrati, collaboratori ed amici in questa avventurosa attraversata oceanica. In realtà, solo grandi ideali e proposte eroiche possono aggregare nuove energie in una crisi senza precedenti. Perciò occorre aggrapparsi ai rami di un albero che ha radici ben radicate nei secoli ma di cui talvolta si ignorano i passaggi epocali. La Chiesa da sempre si è occupata dei bisognosi (poveri, malati, vedove, orfani…). Nella Chiesa i diaconi, su indicazione degli Apostoli, sono nati proprio per soddisfare alle loro esigenze. Qui salto secoli di storia che sono descritti in fondo alla relazione, per giungere subito all’epoca che più ci riguarda.

Monastero di Santa Scolastica - ForesteriaIl concetto di hospitalitas che s’è fatto strada con gli Ordini Mendicanti, soprattutto con iFratelli Ospedalieri di San Giovanni di Dio e i discepoli di San Camillo de Lellis, l’hospitale che essi hanno concepito, inizialmente altro non era che la diffusione di macro-foresterie, modellate sulla tradizionale Foresteria Monastica. In queste nuove realtà che si diffonderanno, sganciate dai monasteri e capaci di accogliere un numero notevolmente superiore di persone ed assistite da votati all’ospitalità fino al sacrificio della vita, continuerà a vivere lo spirito benedettino, valore universale che va ben oltre le mura dell’abbazia.

Anche nelle “isole della carità” il culto a Dio si è praticata la lode perenne, espressa però dalla sobria liturgia quotidiana, non propriamente salmodiata, cantata, ma celebrata con il rituale del servizio ai fratelli bisognosi: pranzi e cene da preparare, far legna, questuare,lavare, stendere, pulire, curare piaghe e decubiti, assistere moribondi, seppellire morti, ricordarsi di Dio attraverso i Sacramenti e le orazioni indicate per il popolo dalla Santa Madre Chiesa. Si può dire che l’Ora et labora non è stato meno presente che nel monastero. La lectio divina, da San Giovanni di Dio in avanti è la contemplazione della Passione di Cristo. Il Crocifisso è la molla che attrae e rinvia sulle strade del “Farsi prossimo a tempo pieno”. I nuovi Mendicanti di Dio, non dispongono né di splendide abbazie né di possedimenti terrieri, non sono dotati di vasta cultura, ma godono di un particolare talento che viene dalla sapientia cordis, dono, carisma, espressione dello Spirito che li anima. Essi dispongono delle gambe e percorrono chilometri, della sporta e raccolgono vettovaglie, talvolta del carretto ma sempre della schiena per trasportare legna o infermi. Per non far mancare niente ai poveri, fanno debiti paurosi che la Provvidenza, all’ultimo momento, onora sempre attraverso i benefattori.

E’ una svolta della storia che il benedettino Lorenzo Sena così descrive: ” Il motto divenuto tradizionale per i Benedettini (ma non c’è nella Regola, né è stato coniato dai monaci, ma applicato ad essi da altri), cioè “ORA et LABORA”, fa passare sotto silenzio la “LECTIO DIVINA”, alla quale la Regola di S. Benedetto e tutta la tradizione monastica accordano una particolare attenzione. San Benedetto, stabilendo nel capitolo 48 l’orario del monaco, distribuisce tra il lavoro e la lectio divina il tempo rimasto libero dalla preghiera. Per molto tempo, durante il periodo patristico e l’alto medioevo, la pratica della lectio divina fu continua e molto sentita tra i monaci e fuori; man mano, a partire dal sec. XII, divenne più rara e scomparve del tutto all’epoca del massimo sviluppo della “devotio moderna” (sec. XV), quando la spiritualità trovò una forma di preghiera nuova e l’orazione mentale divenne un esercizio di pietà che non si alimentava più principalmente alla Bibbia. Tutto questo è durato fino al movimento biblico del sec. XX con il ritorno alla S. Scrittura; tra il 1940 e il 1950, con lo sviluppo del Movimento Liturgico francese, la formula si diffuse di nuovo largamente tra i monaci e fuori.

La foresteria nel monastero benedettino di Subbiaco
I capitoli 53 e 54 della
Regula Benedicti (RB) trattano di come debbano essere accolti gli ospiti che si presentano al monastero. Il capitolo 36 riguarda invece il trattamento dei fratelli infermi. E’ utile leggerli per intero per coglierne tutto il valore apostolico che essi racchiudono e che si è sprigionato nei secoli attraverso il carisma dei Fondatori. Sia l’ospitalità monastica che il modo di curare i fratelli infermi, sono Vangelo applicato con il discernimento e la sapienza di quell’educatore geniale e concreto che fu Benedetto. Egli non ha ispirato solo la cultura monastica ma tutta la cultura medioevale fino ai nostri giorni.

E, se è vero che il rinnovamento passa attraverso la riscoperta delle origini, il contatto diretto con i testi della RB non possono che tonificare lo spirito di chi si sente interpellato e provocato anche oggi dalla divina Ospitalità.

Capitolo LIII – L’accoglienza degli ospiti

1. Tutti gli ospiti che giungono in monastero siano ricevuti come Cristo, poiché un giorno egli dirà: “Sono stato ospite e mi avete accolto”

2. e a tutti si renda il debito onore, ma in modo particolare ai nostri confratelli e ai pellegrini.

3. Quindi, appena viene annunciato l’arrivo di un ospite, il superiore e i monaci gli vadano incontro, manifestandogli in tutti i modi il loro amore;

4. per prima cosa preghino insieme e poi entrino in comunione con lui, scambiandosi la pace.

5. Questo bacio di pace non dev’essere offerto prima della preghiera per evitare le illusioni diaboliche.

6. Nel saluto medesimo si dimostri già una profonda umiltà verso gli ospiti in arrivo o in partenza,

7. adorando in loro, con il capo chino o il corpo prostrato a terra, lo stesso Cristo, che così viene accolto nella comunità.

8. Dopo questo primo ricevimento, gli ospiti siano condotti a pregare e poi il superiore o un monaco da lui designato si siedano insieme con loro.

9. Si legga all’ospite un passo della sacra Scrittura, per sua edificazione, e poi gli si usino tutte le attenzioni che può ispirare un fraterno e rispettoso senso di umanità.

10.mSe non è uno dei giorni in cui il digiuno non può essere violato, il superiore rompa pure il suo digiuno per far compagnia all’ospite,

11. mentre i fratelli continuino a digiunare come al solito.

12. L’abate versi personalmente l’acqua sulle mani degli ospiti per la consueta lavanda;

13. lui stesso, poi, e tutta la comunità lavino i piedi a ciascuno degli ospiti e al termine di questo fraterno servizio dicano il versetto: “Abbiamo ricevuto la tua misericordia, o Dio, nel mezzo del tuo Tempio“.

14. Specialmente i poveri e i pellegrini siano accolti con tutto il riguardo e la premura possibile, perché è proprio in loro che si riceve Cristo in modo tutto particolare e, d’altra parte, l’imponenza dei ricchi incute rispetto già di per sé.

15. La cucina dell’abate e degli ospiti sia a parte, per evitare che i monaci siano disturbati dall’arrivo improvviso degli ospiti, che non mancano mai in monastero.

16. lI servizio di questa cucina sia affidato annualmente a due fratelli, che sappiano svolgerlo come si deve.

17. A costoro si diano anche degli aiuti, se ce n’è bisogno, perché servano senza mormorare, ma, a loro volta, quando hanno meno da fare, vadano a lavorare dove li manda l’obbedienza.

18. E non solo in questo caso, ma nei confronti di tutti i fratelli impegnati in qualche particolare servizio del monastero, si segua un tale principio

19. e cioè che, se occorre, si concedano loro degli aiuti, mentre, una volta terminato il proprio lavoro, essi devono tenersi disponibili per qualsiasi ordine.

20. Così pure la foresteria, ossia il locale destinato agli ospiti, sia affidata a un monaco pieno di timor di Dio:

21. in essa ci siano dei letti forniti di tutto il necessario e la casa di Dio sia governata con saggezza da persone sagge.

22. Nessuno, poi, a meno che ne abbia ricevuto l’incarico, prenda contatto o si intrattenga con gli ospiti,

23. ma se qualcuno li incontra o li vede, dopo averli salutati umilmente come abbiamo detto e aver chiesta la benedizione, passi oltre, dichiarando di non avere il permesso di parlare con gli ospiti.

Il commento che segue i capitoli della RB è del monaco Lorenzo Sena, OSB. Silv.

La S. Scrittura parla dell’accoglienza degli ospiti come di un esercizio fondamentale della carità fraterna (cf. Rom.12,13; 13,8; ecc.) e Gesù dice che nelle persone di ospiti e pellegrini si riceve lui stesso (Mt.25, 35-43).

Fin dalle origini del monachesimo, ricevere poveri, pellegrini e ospiti fu ritenuta una pratica sacrosanta della vita quotidiana: così presso i Padri del Deserto (abbiamo tanti esempi e aneddoti nei “Detti”), presso anacoreti, presso i cenobiti pacomiani. San Benedetto si mostra degno erede di questa tradizione. Per il c.53 della RB abbiamo nella RM vari capitoli (RM.65; 71-72; 78-79), in cui da una parte notiamo grande comprensione e carità (addirittura il Maestro fa anticipare il pasto dei fratelli a sesta, se l’ospite si trattiene); d’altra parte notiamo differenza nei confronti di ospiti che si fermano più giorni: in essi potrebbero nascondersi parassiti e ladri. San Benedetto ha soppresso tanta casistica e parla dell’ospitalità in un solo capitolo unitario e ben compatto, tutto pieno di un profondo spirito di fede, di calore umano e di carità fraterna.

Struttura del capitolo

Il cap.53 si divide in due parti:

a) la prima (vv.1-15) descrive l’accoglienza con una piccola teologia dell’ospitalità (è ispirata soprattutto alla “Historia Monachorum in Aegypto” tradotta da Rufino);

b) a seconda (vv.16-24) parla dell’organizzazione dell’ospitalità nel monastero, con le ripercussioni per la vita interna del cenobio e la pace dei fratelli.

Dalla struttura e dal vocabolario, appare evidente che questa seconda parte dovette essere composta da SB in un secondo tempo. L’esperienza derivata dalla pratica continua dell’ospitalità, ha evidenziato degli inconvenienti ai quali il santo Patriarca ha posto rimedio aggiungendovi alcune precisazioni. Le campagne italiane non erano certo il deserto dell’Egitto, gli ospiti a Montecassino affluivano incessantemente e a volte in buon numero; tale afflusso avrà pregiudicato il clima di preghiera e il silenzio in cui vivevano i monaci. Da qui alcune restrizioni aggiunte alla prima stesura, per armonizzare le irrinunciabili tradizioni dell’ospitalità monastica con le esigenze della vocazione cenobitica.

1-15: Accoglienza degli ospiti: teologia dell’ospitalità

Esaminiamo ora il testo “Ero pellegrino e mi avete ospitato” (Mt.25,35).

La frase di Matteo domina tutta la prima parte del capitolo e costituisce la base per il principio generale che tutti gli ospiti che giungono al monastero siano accolti come Cristo inpersona (v.1). E’ opportuno mettere l’accento su quel “tutti” con cui si apre il capitolo. San Benedetto intende bandire ogni distinzione di grado sociale. Ognuno poi sia ricevuto con l’onore dovuto, “soprattutto i nostri fratelli nella fede e i pellegrini” (v.2).

  • Domestici fidei <fratelli nella fede> sembra si debba interpretare nel senso di monaci o anche chierici e in genere quelli che fanno professione di speciale servizio a Dio (ciò sarebbe confermato anche da passi di Pacomio, Cassiano, Girolamo).

  • Pellegriniquelli che vengono da lontano a scopo di pietà e di devozione. I pellegrinaggi ai luoghi santi della Palestina e di Roma erano allora frequenti e i monasteri erano il naturale rifugio nelle soste dei pii viaggiatori.

  • Dunque i “domestici fidei”, per la loro professione sacra, e i “peregrini”, per il loro sacro scopo di viaggio, meritano particolare cura ed onore.

  • A questi San Benedetto aggiunge i “poveri” (v.15), specificando che specialmente nei poveri e nei pellegrini si riceve Cristo.

Posto il principio, egli passa a descrivere il rito dell’accoglienza, i cui vari atti erano nella tradizione della Chiesa primitiva e del monachesimo:

  • accorrere a ricevere l’ospite,
  • umiltà nel riceverlo,
  • preghiera,
  • bacio di pace,
  • lettura della S. Scrittura,
  • lavanda dei piedi… (vv.3-14).

A proposito della lavanda dei piedi (vv.12-14), va ricordato che essa era anticamente assai comune ed era necessaria a causa del viaggiare a piedi. E’ logico ritenere che tutta la comunità non andasse a compiere questo atto ogni volta che giungeva qualcuno e che la lavanda venisse eseguita per tutti insieme i nuovi venuti in un solo tempo della giornata. Ciò permetteva che i fratelli facessero a turno, in modo che “tutta la comunità” adempisse questo atto di servizio e di umiltà. A tal riguardo gli usi nei monasteri furono i più vari.

Lo spirito di fede che aleggia nel v.14 è bellissimo: i monaci vedono nell’ospite arrivato una manifestazione della grazia e della benevolenza di Dio: “Abbiamo ricevuto, o Dio, la tua misericordia <=grazia>…” (salmo 47,10)..

16-24: Organizzazione dell’ospitalità

Dato che nel monastero bisogna accogliere tutti coloro che chiedono ospitalità – (ricordiamo l’8° strumento delle buone opere:” onorare tutti gli uomini” (RB 4,8) che si riferisce senz’altro all’ospitalità, come ha dimostrato De Vogue`) – potrebbero derivare inconvenienti per la vita comune, poiché gli ospiti, “che non mancano mai in monastero” (v .16), arrivano alle ore più impensate. Ecco allora la necessità di una certa organizzazione, per compiere bene l’esercizio dell’ospitalità. Abbiamo quindi la cucina a parte con un personale specializzato, la foresteria e il foresteriario, con eventuali aiutanti: ambedue le cose sono creazioni di S. Benedetto rispetto alla Regola Monastica. Il santo patriarca vuole che la casa di Dio sia amministrata da saggi e saggiamente (v. 22). E’ risaputo che, nel mandare alcuni monaci a fondare il monastero di Terracina, San Benedetto parlò di posto per l” “oratorio, il refettorio per gli ospiti, la foresteria…” (II. Dial .22); e ancor oggi non si concepisce monastero benedettino senza una parte riservata a foresteria.

Il capitolo si chiude con la proibizione ai monaci di parlare con l’ospite, e sembra una nota un po’ negativa in un testo iniziato con tanto slancio spirituale. Il Santo è guidato dall’intenzione di salvaguardare l’osservanza regolare; non si tratta solo del silenzio, ma anche di evitare il contatto col mondo esterno, come è previsto al cap. 66,7 e 67,4-5. Però l’osservanza della Regola non significa mancanza di educazione: incontrando l’ospite, il monaco non ometterà di salutare gentilmente e di domandare umilmente la benedizione, secondo l’uso del tempo.

Capitolo LVI – La mensa dell’abate

  1. L’abate mangi sempre in compagnia degli ospiti e dei pellegrini.
  2. Ma quando gli ospiti sono pochi, può chiamare alla sua mensa i monaci che vuole.
  3. Sarà bene tuttavia lasciare uno o due monaci anziani con la comunità per il mantenimento della disciplina.

1-3: Senso del capitolo

Il breve capitolo va considerato come complemento del capitolo dell’ospitalità: c’ é una cucina e una mensa propria per i forestieri e per l’abate. Questi mangia sempre con gli ospiti e, nel caso questi fossero pochi, l’abate può invitare alcuni dei fratelli, purché rimangano sempre uno o due seniori a tutelare la disciplina nel refettorio comune.

Il capitolo 56, uno dei più brevi di tutta la Regola, è stato il tormento dei commentatori, antichi e moderni. Alcuni hanno ritenuto inammissibile che San Benedetto faccia mancare abitualmente l’abate dalla mensa comunitaria, che è uno dei segni maggiori della vita fraterna e della comunità radunata nel nome di Cristo. De Vogué ha interpretato che gli ospiti fossero introdotti nel refettorio monastico e mangiassero alla “tavola” (“mensa” = nel senso di tavola) dell’abate, in giorno di digiuno con orario diverso (in modo che l’abate – solo lui – interrompesse il digiuno), negli altri giorni insieme alla comunità. Ma questa ipotesi renderebbe incomprensibile il v.3 e non risponderebbe alla “mens” del Santo il quale vuole che gli ospiti non disturbino con la loro presenza la vita regolare dei monaci.

Dobbiamo dire che separare l’abate dai fratelli in un momento così significativo della vita della comunità come la refezione comune, costituisce il prezzo che San Benedetto si considerò obbligato a pagare affinché l’esercizio dell’ospitalità non intralciasse lo svolgimento normale del ritmo della giornata monastica. Certo, la cosa generò, nel corso dei secoli, abusi e inconvenienti: si pensi alla grande stortura che più tardi si verificò dando alla “mensa abbatis” il senso di “beneficio ecclesiastico“, con patrimonio proprio, distinto da quello della comunità; fu il pretesto per una lunga serie di gravi abusi che influirono molto negativamente sullo spirito monastico, specialmente nel periodo dei cosiddetti “abati commendatari”.

Naturalmente, oggi, tutto ciò è sorpassato e l’abate presiede abitualmente ai pasti comuni; gli ospiti o mangiano a parte o sono ammessi al refettorio monastico assieme alla comunità.

Se l’ospite dev’essere oggetto di un simile rispettoso trattamento che dire del malato? Il capitolo sui Fratelli infermi esprime molto bene il pensiero della tradizione benedettina in proposito:

Capitolo XXXVI – I fratelli infermi

1. L’assistenza agli infermi deve avere la precedenza e la superiorità su tutto, in modo che essi siano serviti veramente come Cristo in persona,

2. il quale ha detto di sé:“Sono stato malato e mi avete visitato“,

3. e: “Quello che avete fatto a uno di questi piccoli, lo avete fatto a me“.

4. I malati però riflettano, a loro volta, che sono serviti per amore di Dio e non opprimano con eccessive pretese i fratelli che li assistono,

5. ma comunque bisogna sopportarli con grande pazienza, poiché per mezzo loro si acquista un merito più grande.

6. Quindi l’abate vigili con la massima attenzione perché non siano trascurati sotto alcun riguardo.

7. Per i monaci ammalati ci sia un locale apposito e un infermiere timorato di Dio, diligente e premuroso.

8. Si conceda loro l’uso dei bagni, tutte le volte che ciò si renderà necessario a scopo terapeutico; ai sani, invece, e specialmente ai più giovani venga consentito più raramente.

9. I malati più deboli avranno anche il permesso di mangiare carne per potersi rimettere in forze; però, appena ristabiliti, si astengano tutti dalla carne come al solito.

10. Ma la più grande preoccupazione dell’abate deve essere che gli infermi non siano trascurati dal cellerario e dai fratelli che li assistono, perché tutte le negligenze commesse dai suoi discepoli ricadono su di lui.

I capitoli RB. 36 e 37 sarebbero dovuti venire dopo il 41, perché prevedono deroghe alla legge dei digiuni; e inoltre separano due capitoli (il 35 e il 38) che dovrebbero essere uniti. RB ha anticipato perché in essi ci sono temi affini a quelli del c. 35: il servizio, la ricompensa, la fuga della tristezza; c’é la solita preoccupazione per la cura soggettiva e per il servizio vicendevole tra i fratelli..

1-6: Principi generali per la cura degli infermi.

Il capitolo si apre con due solenni principi fondati su due frasi del Signore:

  • bisogna aver cura dei malati prima di tutto e soprattutto – espressione assoluta ed energica –
  • e servire a loro come a Cristo in persona (v.1);
  • seguono le due citazioni di Mt. 25,36 e 40.

I monaci opereranno di conseguenza, ma San Benedetto aggiunge una frase, grave, ma pacata, anche per gli infermi a non essere petulanti e troppo pretenziosi o addirittura capricciosi. Comunque, anche ammesso che i fratelli malati diventino così strani – come può succedere a causa del male – gli altri devono sopportarli in ogni caso. La prima parte del capitolo si chiude con una ammonizione categorica all’abate affinché si prenda “somma cura” degli infermi (v.6).

7-10: Disposizioni pratiche per i malati

San Benedetto scende ad alcuni particolari concreti e stabilisce:

  1. primo, che nel monastero ci sia una infermeria affidata a un infermiere “timorato di Dio, diligente e premuroso” (v.7);
  2. secondo, l’uso dei bagni ai malati ogni volta che è necessario (v.8);
  3. terzo, che si permetta di mangiare carne, anche se soltanto a quelli molto deboli (v.9).

Tanto l’uso dei bagni che il mangiare carne sono una concessione: costituivano infatti un’eccezione allo stato di monaci. Una parola su tutte e due le cose.

L’uso dei bagni

Fin dalle origini del monachesimo, notiamo una esplicita avversione per l’uso dei bagni. Non dobbiamo dimenticare che per gli antichi, i bagni, più che una pratica igienica, erano un passatempo, un lusso e un piacere (sappiamo che cosa erano le terme dei romani). Per mortificarsi e per non cadere nella sensualità, i monaci esclusero per principio i bagni dal loro genere di vita, riservandoli solo ai malati. La tradizione cenobitica è unanime (Vita di Antonio, Pacomio, Agostino, Reg. Masch., Cesario, Fulgenzio, Leandro, Isidoro); un’unica eccezione, la Regola femminile di Agostino (Epist.211,13) che concede alle monache il bagno una volta al mese. SB si trova su questa linea e autorizza il bagno a tutti, anche se “più di rado, soprattutto ai giovani” (v.8). Non possiamo stabilire la frequenza di questi bagni per i sani, ma certo, considerando il tempo e l’ambiente, SB è eccezionalmente liberale, quasi rivoluzionario.

L’uso delle carni

Per lo stesso motivo che dai bagni, i monaci si astenevano dalle carni (perché i bagni e le carni riscaldano il corpo e solleticano la sensualità: “il bagno scalda la carne, il digiuno la raffredda”, scrive S. Girolamo). Anche su questo punto San Benedetto si mostra molto liberale verso gli infermi. Il brano, considerando soprattutto il parallelo con RB. 39,11, si deve interpretare nel senso della proibizione assoluta solo per le “carni dei quadrupedi”, cioè non riguarda il pollame e i pesci.

La distinzione tra carne di quadrupedi e carne di uccelli era già antica nella dietetica monastica: la seconda si considerava più leggera, e quindi meno pericolosa per la virtù; si equiparava praticamente ai pesci, ricordando la Scrittura secondo cui pesci e uccelli furono creati insieme (Gen.1,20-21).

Il capitolo termina inculcando di nuovo all’abate la “massima cura” che si deve avere per gli infermi, vigilando anche perché gli incaricati adempiano bene il loro dovere, secondo il principio generale che sul maestro ricade la responsabilità ultima di tutto (v.10).

Conclusione

Il c.36 sui malati è uno dei meglio riusciti della RB, sotto l’aspetto letterario e contenutistico. Molti esempi ci sono nella legislazione monastica della sollecitudine per i malati, però nessuna Regola riunisce in così mirabile sintesi il trattato sugli infermi come RB, che elimina anche ogni nota negativa rispetto ai fratelli malati (RM prevede soprattutto il caso delle… finzioni e non parla né di infermeria, né di infermieri). “Questo trattato mostra in modo chiaro che RB nella sua brevità possiede delle istituzioni più evolute di quelle di RM. E siamo portati a pensare che questo sviluppo istituzionale e spirituale sia il riflesso di una conoscenza più ampia della letteratura cenobitica anteriore e contemporanea” (De Vogué).

Applicazione oggi

Il bel capitolo sull’ospitalità ha generato la gloriosa tradizione dell’ospitalità benedettina, una delle manifestazioni caratteristiche dello spirito e dello stile benedettino, che ha svolto anche un’opera di altissimo valore sociale nella storia d’Europa. Oggi, certo, la situazione è cambiata: rapidissimi mezzi di comunicazione, organizzazioni turistiche e alberghiere… Eppure, anche oggi si viene al monastero.

Che cosa vengono a cercare gli uomini del XX secolo nelle nostre foresterie?

Quella dimensione spirituale che non può trovarsi in un albergo. Il problema dell’accoglienza va ripensato, e seriamente, nelle nostre comunità. E notiamo che gli ultimi versetti del c. 53 non sono in contraddizione con il concetto di comunità aperta.

Aprirsi significa soprattutto donare quanto di meglio si possiede, in uno scambio fraterno di carità. Questo tuttavia è possibile solo se l’accoglienza degli ospiti si svolge in modo da salvaguardare la pace e il raccoglimento della comunità, altrimenti non si offre altro che il vuoto della propria dissipazione.

La foresteria poggia sulla interiorità dei monaci; una foresteria monastica non può essere tale se dietro di essa non c’è la presenza silenziosa e irradiante di una comunità riunita nel nome di Cristo; una comunità che sappia, in uno spirito di fede, essere disponibile, sappia accogliere tutti come Cristo in persona (cf.v.1), e mettere a parte coloro che vengono al monastero, in semplicità e umiltà, della propria vita di preghiera, di meditazione, di lavoro. “

Hospitalitas 02