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SAMARITANI O ALBERGATORI ? – (03) MEGLIO UNA PARABOLA – Angelo Nocent

Il Samaritano 03

VOTATI ALL’OSPITALITA’

Nocent AngeloIl Dr. Nahon nell’articolo riportato in fondo, si fa portatore di una proposta, non so fino a che punto condivisibile da religiosi che impegnano la loro vita. Così egli scrive:

Nell’organizzazione anche “aziendale” dell’ospedale esistono in maniera informale delle cariche di volontariato, a volte solo delle incrostazioni residue o sorgenti, entro le professioni, che provengono dall’antica mentalità ospitaliera e che rappresentano una sostanziale “mission” ben prima che si affermasse la nomeclatura aziendalistica.

Questo elemento vocazionale, di chiamata, è una delle peculiarità maggiori della professione sanitaria e s’intreccia con la vocazione del luogo in cui essa s’invera, suo contenitore e spargitore. L’Ospedale del Medioevo nasce come casa della carità e del controllo ed è retto da personale che tra i religiosi scelgono di dedicarsi alla cura fisica dei più deboli. La struttura giustifica e sorregge automaticamente la motivazione individuale.

Nel laicato tecnologico e a volte tecnocratico della medicina attuale questo sostegno e giustificazione non sono più scontate; ne discende la necessità sempre più cogente di mettere al centro dell’organizzazione ospedaliera la valorizzazione della scelta originaria del compito accuditivo. È questa scelta originaria dell’operatore che arriva come nutrimento rasserenante al malato, e che ritorna all’operatore come fondamento della propria soddisfazione; è questa che in sanità può configurarsi (forse similmente solo alla creazione artistica) come vera e propria felicità professionale. Al di là di ogni retorica missionaristica e ribadita l’importanza assoluta di una giusta retribuzione in denaro per lo sforzo lavorativo, questo appagamento profondo proveniente per l’operatore dall’utente e per l’utente dall’operatore, si presenta come una un sorta di accoppiamento sociale alto che può realizzare i desideri e le aspettative delle due parti”.

Fare leva sul “compito accuditivo” può essere utile e doveroso, ma per me, che ho da sempre in mente la comunità terapeutica evangelica, non può bastare.

Ciò che accade sotto i nostri occhi è che la cultura dominante in sanità si muove nella logica direzione indicata da una premessa equivoca che ha originato lo scientismo tecnologico: se l’uomo è manipolatore di tutto, ciò che è tecnicamente fattibile è per ciò stesso ammissibile. Solo che in questo modo non si risponde alla domanda fondamentale: chi è l’uomo?

I credenti si rifanno alla Bibbia:

Dio creò l’uomo simile a sé, lo creò a immagine di Dio, maschio e femmina li creò… E Dio vide che tutto quel che aveva fatto era davvero molto bello” (Gen 1, 27-31).

Per chi si pone davanti alla Rivelazione, dell’uomo si può costruire una sola idea: è l’immagine di Dio: “maschio e femmina li creò a sua immagine”. Nella sua integrale unitaria realtà, l’uomo (carne-cuore-anima/corpo-psiche-spirito) non può mai essere separato o contrapposto e chi va contro la verità della persona non fa che nuocerle. Ogni volta che alla comunità terapeutica viene meno questa visione integrale della persona, essa inevitabilmente cade nella visione meccanicistica, fisicista e vitalista dell’uomo e del suo corpo. Dimenticare o sacrificare gli aspetti psicologici, relazionali, affettivi, morali, spirituali e religiosi della persona, vuol dire che la medicina, la sanità, le istituzioni non stanno camminando sulla strada che da Gerusalemme va a Gerico ma hanno preso un’altra direzione, dove non s’incontrano uomini ma illusioni ottiche ad alti costi.

Prima di inoltrarci nella parabola evangelica del Samaritano, è utile cogliere la mentalità dominante in sanità ed i messaggi che vengono posti in circolazione. Non tutto è male, non sempre sono negativi. Quasi sempre necessitano di essere precisati, integrati.

Gli uomini di scienza sono in difficoltà perché chiamati a difendere posizioni sempre più difficili. Il progresso tecnologico, la fulminea rapidità applicativa dell’informatica, delle telecomunicazioni, delle biotecnologie, li sta spiazzando perché, essi per primi, non riescono a collocarlo in un disegno prevedibile e coerente. A tutti capita di affermare con molta onestà e saggezza che, talvolta, tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare. Ma oggi noi assistiamo al totale capovolgimento del proverbio: il dire, il capire, lo spiegare, vengono dopo il fare che viene per primo e che procede in modo indipendente e senza binari. Il mare che sta in mezzo vorrei che fosse Dio, l’unico che può dettare il “codice epistemologico” per la navigazione in sanità.

Gli uomini di scienza ribadiscono anche oggi che i fattori sociali in grado di influire pesantemente e negativamente su di essi non sono solo il potere politico-economico e i movimenti popolari ma anche la fede religiosa. Tralasciando i primi due, quello religioso è condizionante sul progresso del pensiero scientifico per il semplice motivo che la scienza si sviluppa all’interno di un orizzonte razionale, mentre le religioni sono costruite all’interno di un orizzonte di fede, cioè irrazionale.

La risposta che viene dalla fede è scritta in Romani 11, 33-36 nell’inno alla sapienza di Dio:

O Dio, come è immensa la tua ricchezza, come è grande la tua scienza e la tua saggezza! Davvero nessuno potrebbe conoscere le tue decisioni, né capire le vie da te scelte verso la salvezza.

Chi ha mai potuto conoscere il tu pensiero, o Signore? E chi ha mai saputo darti un consiglio? Chi ti ha dato qualche cosa per ricevere il contraccambio?

Tutto viene da te , tutto esiste grazie a te e tutto tende verso di te. A te sale, o Dio, il nostro inno di lode per sempre. Amen “.

Epperò, anche in campo sanitario numerose persone qualificate e benemerite, davanti a un’ipotesi di ricompensa finale da parte di Dio, “venite benedetti dal padre mio, perché avevo…e mi avete…”, sostengono come di recente ha scritto il prof. Veronesi nel suo ultimo libro: “io non avrò ricompensa [nei cieli] perché non credo”. Di persone per bene come lui il mondo della sanità è stra popolato; sono molti a condividere anche la sua etica che, guarda caso, potrebbe essere letteralmente riportata in un’enciclica papale:

una carezza vale più di un lungo discorso. Il bravo medico non deve mai dimenticarsi di mettere il paziente al centro della sua attenzione, di instaurare con lui un rapporto prima di tutto umano e allacciare un legame di fiducia”.

Tanti come lui, credenti compresi, condividono l’idea che il famoso oncologo auspica: “E’ arrivato il tempo per tutti di recuperare una visione globale della persona. E’ importante conoscere nei dettagli la condizione degli organi di un individuo, il suo stato di malattia, ma è altrettanto importante conoscere la sua condizione psicologica. Purtroppo, oggi, tra il paziente e il medico si è creato uno spazio troppo ampio, asettico. E’ una distanza che va colmata al più presto e tocca proprio alla classe medica fare dei passi per ricreare un rapporto di empatia. Empatia vuol dire immedesimazione, fare propri i bisogni del malato, i suoi problemi, la sua sofferenza. Naturalmente vuol dire anche soffrire e gioire con lui, in rapporto alle varie evoluzioni della malattia…”

Mi sembra proprio il caso di affermare con stupore: guarda da che pulpito viene la predica! Il prof. Veronesi è lo stesso che afferma in altra parte del libro: “io non avrò ricompensa, perché non credo”. Questo medico forse non sa o non può credere che in una pagina del Vangelo, definita laica, proprio perché non ci sono accenni alla fede, alla preghiera, al culto, è detto che lo aspettano piacevoli sorprese: “Ero malato e mi hai curato…” E lui garbatamente a dirGli: “Guardi che si confonde, non l’ho mai incontrata…” E Lui a insistere: “Ogni volta che l’hai fatto… l’hai fatto a me” (Mt. Cap.25).

Che bastino dei gesti materiali? Per alcuni certamente sì. Scrive il Card. Martini: “Va tenuto presente che Matteo scrisse il suo vangelo per una comunità che era tentata di parole vuote, di entusiasmi superficiali, senza impegnarsi seriamente nelle opere di carità. Di qui l’invito a non accontentarsi di dire “Signore, Signore”, ma a fare concretamente la volontà del Padre e a mettere in pratica la parola del Signore. Anche la pagina del giudizio finale va letta in questa prospettiva di realismo, di operosa concretezza.

Spesso i credenti si riempiono la bocca di parole, ma non fanno la volontà del Padre, mentre è possibile trovare realismo, concretezza, impegno fraterno, implicita corrispondenza ai desideri di Dio in chi non ha esplicitamente con Dio un rapporto di fede e di culto“.

Dove sta il vero problema? Che la fede nasce dall’annuncio di Cristo: “Ma come potranno invocare il Signore, se non hanno creduto? E come potranno credere in lui, se non hanno sentito parlare? E come ne sentiranno parlare, se nessuno lo annunzia? E chi lo annunzierà se nessuno è inviato a questo scopo?” (Rom 10,14).

Nella stessa lettera, l’Apostolo non parla solo ai cristiani di Roma ma si riferisce anche ai Fatebenefratelli: “ Anche nel presente, vi è un certo numero di israeliti che Dio ha scelto per grazia. E se ha agito per grazia non è a causa delle opere, altrimenti la grazia non sarebbe grazia” (Rom.11,5-6) Nella sanità voi siete gli israeliti mandati ad evangelizzare, a riempire i vuoti dei ragionamenti pieni di buon senso ma carenti di prospettiva: “La fede dipende dall’ascolto della predicazione, ma l’ascolto è possibile se c’è chi predica Cristo” (Rom 10,17).

Siamo attorniati da persone che si dichiarano atee, agnostiche, credenti non praticanti…Cosa dice l’Apostolo? “Accogliete chi è debole nella fede, senza criticare le sue opinioni” (Rom 14,1).

Bisogna fare due cose:

  • non erigersi mai a giudici;
  • avere la pazienza di Dio.

Il suggerimento di Paolo aiuta a discernere perché ogni uomo cela dentro sé l’ebreo al quale Dio ha promesso di aprire gl’occhi. “Gli Ebrei hanno inciampato – constata l’Apostolo – ma io mi domando: la loro caduta è definitiva? Non di certo!” (Rom.11,11).

Alla domanda iniziale, sulla differenza tra ospedale pubblico e religioso, forse ora si può già tentare una primissima risposta: non si nota nessuna differenza. Ma la differenza c’è, eccome: “Se nel tuo cuore credi che Dio ha resuscitato Gesù dai morti e, con la tua voce, dichiari che Gesù è il Signore, sarai salvato. Chi crede veramente, Dio lo accoglie; chi dichiara la propria fede sarà salvato. Infatti la Bibbia dice: “Chi crede in lui non sarà deluso. Non vi è perciò differenza fra chi è Ebreo e chi non lo è, perché il Signore è lo stesso per tutti, immensamente generoso verso tutti quelli che lo invocano. Afferma infatti la Bibbia: chiunque invocherà il nome del Signore sarà salvato”.

Come si vede, il mondo della sanità, senza esclusioni, va aiutato ad identificarsi nel Nome che, invocato, garantisce salvezza.

L’ospedale ideale può concretizzarsi solo con l’aiuto dello Spirito Santo, colui che fa dimorare nell’amore di Gesù Cristo e ricorda di compiere i suoi insegnamenti. Il Salvare ha compiuto gesti prodigiosi per sanare debolezze umane e, nell’attesa che il Suo regno venga e la Sua volontà si compia, Egli ripete “ Va’ e comportati allo stesso modo” (Lc 10,37).

I cristiani, Fatebenefratelli in prima linea, sono dalla Chiesa mandati in soccorso di coloro che subiscono imboscate lungo la strada. Il rischio che corre ogni discepolo è di rispondere: “Sì, ho capito, adesso vado…un momento…Appena torno dal Convegno… Adesso devo andare al Capitolo per discutere la bozza sull’ospitalità del 2000…Adesso sono preso con la Commissione, poi ne parliamo…” E intanto si dilunga l’antica disputa: “Ma chi è il mio prossimo?” (Lc 10,39).

Il Samaritano 07

E’ non solo doveroso ma necessario ristabilire la frequenza d’onda sul voto di ospitalità, definire il ruolo dei laici coinvolti o da coinvolgere nel ministero sanante. Ma le idee chiare si formano inginocchiati sulla Parabola Evangelica. La carta d’identità sulla quale ogni votato all’ospitalità è chiamato a modellarsi è il Samaritano, uomo di poche parole, essenziali, incisive. Nessuno si illuda di averlo appieno compreso una volta per tutte. La storiella è arcinota, ma i verbi e gli aggettivi che la compongono, molto meno:

Un maestro della legge voleva tendere un tranello a Gesù. Si alzò e disse: – Maestro, che cosa devo fare per avere la vita eterna?

26 Gesù gli disse: – Che cosa c’è scritto nella legge di Mosè ? Che cosa vi leggi?

27 Quell’uomo rispose: – C’è scritto: Ama il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutte le tue forze e con tutta la tua mente, e ama il prossimo tuo come te stesso.

28 Gesù gli disse: – Hai risposto bene! Fa’ questo e vivrai!

29 Ma quel maestro della legge per giustificare la sua domanda chiese  ancora a Gesù: – Ma chi è il mio prossimo?

30 Gesù rispose: «Un uomo scendeva da Gerusalemme verso Gèrico, quando incontrò i briganti. Gli portarono via tutto, lo presero a bastonate e poi se ne andarono lasciandolo mezzo morto.

31 Per caso passò di là un sacerdote; vide l’uomo ferito, passò dall’altra parte della strada e proseguì.

32 Anche un levita del tempio passò per quella strada; anche lui lo vide, lo scansò e prosegui.

33 Invece un uomo della Samaria, che era in viaggio, gli passò accanto, lo vide e ne ebbe compassione.

34 Gli andò vicino, versò olio e vino sulle sue ferite e gliele fasciò. Poi lo caricò sul suo asino e lo portò a una locanda e,fece tutto il possibile per aiutarlo.

35 Il giorno dopo tirò fuori due monete d’argento, le diede al padrone ell’albergo e gli disse: “Abbi cura di lui e anche se spenderai di più pagherò io quando ritorno”».

36 A questo punto Gesù domandò: – Secondo te, chi di questi tre si è comportato come prossimo per quell’uomo che aveva incontrato i briganti?

37 Il maestro della legge rispose: – Quello che ha avuto misericordia di lui. Gesù allora gli disse: – Va’ e comportati allo stesso modo.” (Lc 10,25-37

Come ogni parabola di Gesù, anche questa è stata letta in tanti modi lungo i secoli e, come ogni parabola evangelica, non esaurisce mai le sue sorprese, né finisce di provocare, ferire, stupire chi la interpella. Più che interrogare furbescamente Gesù, da astuti maestri della legge che tendono tranelli alla Chiesa per giustificare comportamenti opportunistici, è bene mettersi in atteggiamento di interrogati, cercando di captare ogni parola che esce dalla bocca del Signore. Per capire meglio il senso della parabola è necessario partire dalla situazione in cui Gesù si è venuto a trovare:

  1. Gli si presenta davanti un dottore della legge che ha intenzione di metterlo alla prova:m“Che devo fare per ereditare la vita eterna ?”
  2. Da teologo vuole vedere se il Signore ha qualcosa di nuovo da insegnareper la vita eterna; da laico critico, di ieri e di oggi, cerca risposte per i problemi della vita di ogni giorno.

  3. In lui, dottore della legge, abitano il teologo e il laico. Dentro di sé egli ha già la risposta, positiva o negativa, religiosa o sociale, ideologica o pratica.

  4. Quell’uomo che fa domande siamo tutti noi. In imbarazzo non è Gesù ma  gli interlocutori che si autoconfondono con le proprie parole.

  5. Perché non ha chiesto: Chi è il mio Dio?” Perché è già sicuro di saperlo: è una persona religiosa che prega e frequenta regolarmente il tempio.

  6. Se non fosse religioso ma laico, non chiederebbe ugualmente: “Chi è il mio Dio?” Il perché è semplice: il prossimo sembra essere la cosa più importante, più vera e più viva.

  7. Con ironia Gesù gli chiede: “Che cosa capisci?”

  8. Costretto a rispondere, dice:”amerai il Signore Dio tuo con tutto il cuore, con tutta la tua vita, con tutte le tue forze e con tutta la mente ed il prossimo tuo come te stesso”.

  9. Gesù non rifiuta questa impostazione del problema. Egli sa che c’è il prossimo dell’uomo religioso e il prossimo del laico, il prossimo del cristiano e il prossimo dell’uomo di strada.

  10. La risposta è lo Shemah (“Ascolta, Israele…”), che unisce due citazioni dell’Antico Testamento, l’amore per Dio (Dt 6,5) e per il prossimo (Lv 19,18).

  11. Lo scriba ottiene l’approvazione di Gesù perché ha dimostrato di aver studiato bene la Scrittura.

  12. La tragedia è per i cristiani: molti di essi pensano che “ama il prossimo tuo come te stesso” sia l’insegnamento anche per loro.

  13. Gesù parlando alla sua comunità non ha mai detto amate il vostro  prossimo come voi stessi.

  14. Questo concetto di prossimo va bene per la spiritualità ebraica, per uno scriba, un teologo, ma, attenzione, non è il comandamento nuovo che ha lasciato Gesù. Il suo è radicalmente diverso: “amatevi come io vi ho amato”. Guai a confondersi! Purtroppo questa cantonata è presente nelle prime nuove Costituzioni post Concilio, alla voce Voto di ospitalià. Le ultime non le conosco.

  15. Il prossimo era inteso nel senso di appartenente al clan familiare, poi qualcuno forzava per farci entrare ogni componente le tribù d’Israele; con dispute infinite si poteva arrivare ad ammettere lo straniero…

  16. Gesù non ritiene che sia il caso di forzare, di caricare un fardello a questo israelita che ha durezza di cuore e convinzioni radicate. Per questo gli dice: “Bravo! Fa questo e vivrai”.

  17. Il testardo è anche orgoglioso, perciò vuole giustificare la sua domanda: ”E chi è il mio prossimo?”

  18. Gesù racconta la parabola: un viandante è derubato…il sacerdote e il levita passano oltre…per caso un samaritano…

  19. In altre parole si potrebbe dire che un israeliano è lasciato mezzo morto ai margini della strada da ladroni, forse sabotatori arabi…è soccorso da un arabo suo nemico.

  20.  Parlando un linguaggio più occidentale, si potrebbe anche dire che  quell’uomo mezzo morto era un operaio…così ridotto dai suoi sfruttatori…chi lo ha soccorso era un industriale che passava per quella via.
  21. Qualcuno ha visto nell’uomo mezzo morto uno studente, uno di quelli che protestano contro questo mondo d’iniquità e servitù con tanta passione da cospargersi di benzina e bruciare se stesso per la strada…Chi l’ha soccorso è un operaio maturo, che conosce il peso della vita, e d ha avuto pietà di lui e della sua giovinezza disperata.
  22. 22. Si potrebbe continuare a dire chi è l’uomo mezzo morto sulle vie asfaltate di questo mondo e chi è che gli si ferma accanto e vede in lui un fratello.
  23. 23. C’è una spiegazione sul perché il sacerdote e il levita sono passati oltre?
  24. 24. Sembrerebbe di sì. Al tempo di Gesù c’erano circa 7000 sacerdoti che a turnomsvolgevano servizi nel tempio.
  25. 25. Ogni sacerdote serviva al tempio 5 settimane l’anno; nella settimana di servizio, era estratto a sorte il sacerdote, che doveva svolgere il servizio più importante, che era alimentare il braciere con l’incenso nel tempio (noi lo chiameremo il sancta sanctorum), quel servizio cui fu chiamato Zaccaria, il giorno in cui gli apparve l’angelo Gabriele che gli annunziava la nascita di Giovanni Battista.
  26. 26. Nel resto dell’anno svolgevano una professione laica, molti erano scribi.
  27. 27. Importante: per accedere a queste funzioni sacerdotali, bisognava esse mentalmente e fisicamente integri.
  28. 28. I leviti erano circa 10.000 e anch’essi facevano ognuno turni di servizio per settimane l’anno; non erano pagati e facevano i lavori più umili al tempio: pulizia, guardia al tempio perché non entrassero pagani, animazione per la liturgia e il canto. Erano poveri e anche loro svolgevano, per vivere, un’altra attività.
  29. 29. Se Gerusalemme era la Città Santa¸ dove si trovava il tempio del Signore, Gerico era la città sacerdotale dove cioè risiedevano sia sacerdoti sia i leviti; ma Gerico era anche una città di scambi commerciali, dove si poteva trovare di tutto un po’, con presenze anche di tipi, poco raccomandabili.
  30. 30. Ci sono circa 27 chilometri da Gerusalemme a Gerico e si supera un dislivello di circa 900 metri s.l.m. Gerico era a circa 200 metri sotto il livello del mare. Era una strada che si prestava bene ad imboscate dei briganti.
  31. 31. Il sacerdote per esercitare le sue funzioni doveva essere puro. Bastava un niente perché dovesse sottoporsi a lavaggi, purificazioni, osservare determinate regole. Quello che sta scendendo è immacolato.
  32. 32. Adesso possiamo capire meglio perché il sacerdote e il levita sono andati oltre: bisognava essere mentalmente e fisicamente integri¸ vale a dire puri e il contatto con un uomo morto, significava perdere la purezza, e quindi sette giorni di astinenza dai compiti sacerdotali, e se quei giorni erano di servizio al tempio, non era certamente un guaio da poco.
  33. 33. Un sacerdote davanti a un ferito doveva scegliere: osservo la legge di Dio, l’amore di Dio o l’amore per il mal capitato? La conclusione è ovvia: prima la legge di Dio. Quindi, lui che evita il malcapitato non lo fa per crudeltà o perché è cattivo: lo fa perché osserva la legge di Dio.
  34. 34. Il levita era una specie di sacrestano, con molte meno responsabilità. Poteva soccorrere un uomo, l’importante è che appartenesse a figli puri d’Israele, e con il via-vai che c’era per quella strada, non si faceva tante domande, se il viandante era un puro figlio d’Israele oppure no .
  35. 35. Il sacerdote e il levita che passano oltre dal lato opposto della strada, possono oggi rivestire abiti molto diversi e non essere necessariamente dei religiosi, ma essere dei propagandisti di questa o quella ideologia, ritenuta più importante dell’uomo e della vita dell’uomo.
  36. 36. Possono essere dei rivoluzionari che ritengono inutile un atto di pietà, finché non siano modificate le strutture sociali.
  37. 37. Possono avere l’aspetto di persone oneste e per bene che non vogliono turbare l’ordine pubblico, rispettando le leggi e le autorità costituite. In realtà nell’intimo sono degli egoisti, ripiegati su se stessi, privi di ogni senso di umanità, irritati contro chi disturba il loro quieto vivere.
  38. 38. Anche costoro, religiosi o laici che siano, rivoluzionari o conservatori, passano oltre dal lato opposto della via.
  39. 39. Gesù prepara la sorpresa sconvolgente che non ha ancora finito di sconvolgere:“Un samaritano invece, essendo in viaggio venne presso di lui”.
  40. 40. I Samaritani non erano considerati puri.
  41. 41. Questa è una vicenda storica: dopo il re Salomone il Regno d’Israele fu diviso in due, regno del nord e regno del sud:al nord c’era la Samaria, al sud la Giudea.
  42. 42. Invasioni varie disgregarono i due regni ma con la differenza che i Giudei si preservarono puri, sia nel culto sia nella razza;
  43. 43. Gli abitanti della Samaria invece si unirono a donne non ebree, e per gli ebrei la donna era colei che conservava la purezza del sangue della razza.
  44. 44. Essi mescolarono anche tradizioni diverse nella religione.
  45. 45. Il Samaritano non era ben visto proprio per queste ragioni: era un impuro perché mescolato ad altre razze e religioni; tant’è vero che alcune famiglie giudee stabilite in Galilea, a nord della Samaria (per capire meglio sarebbe utile consultare una cartina della Palestina), per giungere a Gerusalemme, a sud della Samaria, non entravano direttamente in Samaria ma allungavano il viaggio passando verso il mare¸ la via maris, o attraversando il Giordano per evitare, come dice il libro del Siracide “lo stolto popolo che abita in Sichem”. Il Samaritano era un eretico e nemico del popolo dei giudei. Non poteva entrare nel tempi, era un nemico totale degli ebrei.
  46. 46. Fu Gesù – va ricordato per inciso – a passare attraverso Sichem dove incontrò la Samaritana ma questa è un’altra storia.
  47. 47. Chi è questo Samaritano? Un viaggiatore, probabilmente un commerciante, lavoro molto comune in Samaria.
  48. 48. Il samaritano che si avvicina cosa fa: lo ammazza? Lo deruba? No. “…avendolo visto, ebbe compassione”.
  49. 49. Nel brano evangelico vanno evidenziati i verbi portanti: quando leggiamo “ne ebbe compassione”¸ nel testo greco vi è scritto:provò un amore viscerale. Il termine è usato anche nel primo comandamento: ama (visceralmente) il tuo Dio con tutto il cuore …
  50. 50. Gesù sta dicendo qui qualcosa che all’orecchio di un ebreo suona come una bestemmia.
  51. 51. “…ebbe compassione” non vuol dire ebbe misericordia. Avere compassione è un termine tecnico che nell’Antico Testamento indica sempre, soltanto ed esclusivamente l’azione di Dio verso gli uomini.
  52. 52. Dio verso gli uomini ha compassione, gli uomini verso i loro simili hanno misericordia, non compassione. Compassione significa restituzione di vita che solo Dio può dare.
  53. 53. Nel Vangelo, oltre a questo caso, troviamo il verbo nel cap.6 quando Gesù incontra la vedova di Naim. Egli prova compassione e risuscita il figlio.Nella parabola del figliol prodigo il padre vede il figlio e ha compassione.
  54. 54. Gesù, quindi, attribuisce a un eretico, indemoniato e impuro l’atteggiamento che solo Dio può avere: la compassione.
  55. 55. Avere l’atteggiamento di Dio non dipende dalla frequenza al tempio, non dipende neanche dal Dio in cui si crede o dall’atteggiamento che si ha verso di Lui.
  56. 56. Gesù viene a dire che dipende da come ci si comporta verso gli altri.
  57. 57. Nella religione il credente è colui che obbedisce a Dio osservando le sue leggi.
  58. 58. Con Gesù questo atteggiamento finisce. Gesù non inviterà mai gli uomini a obbedire a Dio, perché Dio non chiede obbedienza, ma assomiglianza.
  59. 59. L’obbedienza significa sempre una distanza tra chi comanda e chi obbedisce; la somiglianza accorcia queste distanze, ecco perché siamo chiamati figli di Dio.
  60. 60.Allora il credente è colui che assomiglia al Padre praticando un amore simile al suo.
  61. 61. Chi è il credente tra il sacerdote, il levita e l’eretico? E’ certamente l’eretico.
  62. 62. Da qui emerge l’universalità del messaggio di Gesù: che uno sia credente non si vede da quante volte entra nel luogo di culto, non si vede dall’atteggiamento religioso ma unicamente da come si comporta con gli altri.
  63. 63. Gesù mette in guardia dai giudizi e pregiudizi. Noi soppesiamo volentieri le persone dalla frequenza alla chiesa, Gesù c’invita a guardare il bene che fanno, i servizi che svolgono per gl’ altri. “Dio è amore, e chi vive nell’amore è unito a Dio, e Dio è presente in lui” (1 Gv 4,16). Su tutte le latitudini del mondo.
  64. 64. Il Samaritano antepone l’accoglienza nei confronti del ferito al di sopra dei suoi personali interessi: si trova in viaggio, si ferma, ritarda i suoi impegni. Soccorrendo, egli espone effettivamente se stesso ai rischi della violenza, entra in una situazione pericolosa.
  65. 65. Egli sa che la zona è percorsa da delinquenti ma non pensa al pericolo che corre, pensa all’altro che è in fin di vita.
  66. 66. Non si conforma al comportamento degli altri: del sacerdote, del levita, degli stessi samaritani. Fa quello che ritiene il suo dovere, senza rifiutarsi di farlo, nonostante “tutti facciano così”.
  67. 67. Un vero aiuto non può venir recato senza essere sul posto dove c’è uno che soffre, senza mettere a repentaglio la propria esistenza. Il Samaritano non cerca qualcuno da mandare, va di persona.
  68. 68. Cerca di utilizzare al meglio le risorse di cui dispone.
  69. 69. Deterge le ferite e le medica con gli unici rimedi che ha con sé:
  70. 70. Lo fascia con bende improvvisate, carica il ferito sul suo cavallo e cerca per lui una più adeguata sistemazione:“…e, caricatolo sulla propria cavalcatura…”: è il comportamento di Dio. Il Dio di Gesù è il Dio che si mette al servizio degli uomini. Questo eretico, pur essendo considerato un impuro, è in piena comunione con Dio e si comporta come Dio. Lui che era sul cavallo scende e ci mette il ferito. Egli si fa servo di colui che trasporta.
  71. 71. Predispone una struttura assistenziale.
  72. 72. L’albergatore rappresenta la comunità coinvolta, ogni realtà sociale che si fa istituzione accogliente.
  73. 73. Il sano pragmatismo del Samaritano si esprime con l’intuizione che, a ciò che ha già fatto, bisogna stanziare una somma per l’assistenza all’infermo.
  74. 74. Decide di mettere mano ai suoi fondi senza contare di ottenere qualcosa in cambio.
  75. 75. Il suo gesto esprime una solidarietà sociale.
  76. 76. Nella storia della chiesa il Samaritano è stato sempre visto come il Cristo e in lui l’esempio da seguire.
  77. 77. Si potrebbe pensare che il Signore Gesù, espressione della tenerezza di Dio, abbia voluto darsi un decalogo personale di azioni, dei comandamenti da mettere in pratica verso di noi. In fondo Gesù, lo aveva detto altre volte, in maniera più esplicita: “non sono venuto per essere servito ma per servire”.
  78. 78. Il Signore nella parabola ci presenta un uomo agli estremi per le ferite nel corpo e nell’anima e per la sua solitudine disperata. Ma poi non ci dice: questo è il tuo prossimo. Anzi ci risponde con una domanda: dimmi tu chi è il prossimo di quell’uomo mezzo morto?
  79. 79. In ogni tempo ci si ritrova di fronte a questa risposta obbligata: il prossimo dell’uomo mezzo morto è colui che gli usa compassione.
  80. 80. È interessante notare come Gesù voglia capovolgere il punto di vista del dottore della legge: costui desidera riconoscere oggettivamente il suo prossimo ogni qualvolta ne avesse avuta ’occasione; Gesù lo invita a domandarsi se, e fino a che punto, sia disposto ad essere veramente prossimo degli altri.
  81. 81. Questo è il punto essenziale: solo chi non ama sta a domandarsi chi è il suo prossimo, chi ama invece è capace di individuarlo qui e ora.
  82. 82. San Giovanni di Dio, fedele discepolo del Signore Gesù, è quel Samaritano che ognuno vorrebbe incontrare sul suo cammino. Tutti gli riconoscono un particolare carisma. In che cosa consiste? Semplicemente – per modo di dire – nel “Va’ e anche tu fa lo stesso”.
  83. 83. Per andare bisogna essere stati attratti dalla carità del Padre.
  84. 84. Lo Spirito Santo, invocato prima della Consacrazione, fa che il pane e il vino diventino Corpo e Sangue di Gesù.
  85. 85. Lo Spirito Santo invocato dopo la Consacrazione fa che tutti i credenti diventino il Corpo di Cristo, cioè reale manifestazione di Lui e del suo amore presso ogni uomo.
  86. 86. Il santo, proprio perché dimora in Dio ed è vicinissimo al suo cuore, ha una genialità profetica e una forza eroica nel percepire i bisogni degli uomini e nel venire loro incontro.
  87. 87. Abitualmente l’attenzione non è posta agli ultimi che sono i più bisognosi, trascurati, al limite della resistenza. Essi sono doppiamente ultimi anche perché non riescono a farsi sentire, ad attirare l’attenzione, a farsi soccorrere.
  88. 88. Nella risposta del dottore verso la figura tracciata da Gesù si nota un po’ di fastidio: il dottore non dice “il samaritano” ma “colui che ha avuto misericordia”. Probabilmente per il dottore della legge era un problema anche solo il nominare la parola samaritano. Però va notato che non dice quello che ebbe compassione di lui. Non può accettare che un uomo possa comportarsi come Dio. Per lui è inconcepibile e Gesù non insiste: “…va e anche tu fa lo stesso”.
  89. 89. Ma c’è un altro personaggio che nessuno prende mai in considerazione: è il viandante.
  90. 90. Forse è il personaggio più difficile da interpretare:
  • incappò nei briganti,
  • lo spogliarono,
  • lo percossero,
  • lo lasciarono mezzo morto.
  • Fin qui potremmo anche ritrovarci nella figura: esperienze di vita, ci dicono come anche noi, chi di più chi di meno, abbiamo vissuto l’incontro con dei briganti che ci hanno lasciato almeno moralmente mezzi morti.
  • 91. Qui viene il difficile e cioè l’incontro con il Samaritano-Cristo. La domanda è:
  • In quelle situazioni mi farei curare?
  • Mi lascerei versare l’olio e il vino sulle ferite?
  • L’olio era usato per lenire il dolore e il vino per disinfettare ma sono anche simbolismi: olio simbolo che restituisce la dignità rubata e il vino per restituire l’allegria perduta.
  • Mi farei caricare sul suo giumento?
  • Mi farei curare alla locanda, che può essere la Chiesa o la Comunità?
  • Lo farei pagare per me finché sono in cura e oltre, credendo che il Samaritano- Cristo, rifonderà il debito al locandiere al suo ritorno?
  • Mi lasceresti servire in tutte queste cose?
  • La lavanda dei piedi: “Se io non ti lavo tu non sarai veramente unito a me” (Gv 13,7).
  • 92. La difficoltà di vivere appieno questo personaggio sta nella dimensione, anche culturale, della nostra educazione: siamo stati educati prima al dovere poi al piacere; secondo me per una persona che vuol seguire Cristo, che partecipa alla sua sequela, il cammino da percorrere è l’inverso: se io non mi lascio amare da Dio nelle difficoltà, nelle povertà di qualsiasi genere, non posso aderire completamente a Lui…

93. L’ultimo personaggio è il locandiere, sicuramente persona di fiducia del Samaritano-Cristo, e alla luce di questa riflessione, è la figura del fedele che segue il Signore nel suo servizio d’amore; è pagata con due denari, la paga di due giorni di lavoro; per noi i due denari possono essere simbolicamente la fede e la carità oppure la parola di Dio e l’eucaristia. Nell’ambito di una chiesa domestica può essere il coniuge che aiuta l’altro, nei momenti in cui questi si trova nei panni del viandante; nell’ambito invece di una chiesa universale, il locandiere potrebbe essere il missionario, che opera nella locanda-missione, pagato con i due denari di cui dicevamo prima, vivendo nell’attesa del Samaritano-Cristo, che lo rifonderà al suo ritorno.

94. Che cos’è il voto di ospitalità? Che cos’è l’ospitalità del 2000? Che non sia una formulazione nuova dell’antica domanda: Chi è il mio prossimo? O quell’altra: Che cosa devo fare per avere la vita eterna?

95. Quest’ultima è una domanda vitale, il problema fondamentale di ogni esistenza umana. E’ impossibile vivere senza sapere se si è fondati su qualcuno o su qualcosa oppure si è sospesi nel vuoto, nel nulla, per cui tutto gli affanni quotidiani sono semplicemente privi di senso.

96. Quale che sia la domanda, sul senso della vita e sulla vita eterna, Gesù ribalta la domanda: “che cosa dice la Bibbia su questo problema? Che cosa vi leggi? Che cosa hai capito?

97. La risposta la suggerisce l’evangelista Giovanni: “Chi ascolta la mia parola e crede nel Padre che mi ha mandato ha la vita eterna…E’ già passato dalla morte alla vita” (Gv 5,24).

98. Conclusione: il prossimo non è colui che è da amare, ma colui che ama. Proprio perché ama, si fa prossimo. Il “Fate del bene a voi stessi, fratelli, per amore di Dio” era l’invito di Giovanni di Dio rivolto a gran voce agli abitanti di Granata a farsi prossimo. Vuol dire che aveva capito la lezione evangelica.

99. Gesù ha seminato la parola, ma il satana del potere e dell’ambizione, ad ogni stagione la porta via. Che i dottori della legge siano stati completamente refrattari al suo messaggio è molto evidente. Che noi siamo migliori di loro è tutto da dimostrare.

100. Del samaritano dell’ora prima la nostra parabola non parla, ma a volte si può commentare la Bibbia anche a partire dai suoi silenzi: se la strada fosse stata meno pericolosa, custodita meglio… forse i briganti non avrebbero potuto rapinare e lasciare mezzo morto il poveraccio. Nessuno si sarebbe accorto di niente. E’ la carità politica che non si limita a fasciare le ferite, ma fa in modo che le ferite non si creino. E’ una forma molto alta e difficile di carità, che richiede competenza, studio, pazienza…

101..A questo punto, nessuna pretesa di aver capito tutto e bene. L’elenco delle considerazioni non ha fine e, per ora, si ferma qui.

Mi piace riportare la sintesi di un maestro di Esegesi Biblica:

Nella parabola nulla è detto del ferito: non viene evidenziata la sua identità, ma il suo bisogno. Che altro sapere? Prossimo è qualsiasi bisognoso che ti capita di incontrare, anche lo sconosciuto. Chi sia il prossimo da aiutare non è il frutto di una deduzione teorica, ma un evento. È colui nel quale ti imbatti, non importa chi sia. Questa universalità della nozione di prossimo ha un fondamento, che qui non è dichiarato ma che è supposto dall’intero vangelo, e cioè l’universalità dell’amore di Dio.

E’ con l’avvento di Gesù che diventa chiaro che Dio ama ogni uomo, senza differenze: ama i giusti e i peccatori, i vicini e i lontani.

Gesù sposta l’ attenzione dello scriba da “chi è il prossimo?” (dopo tutto è una questione teorica) a un’altra domanda, più concreta e coinvolgente: che cosa significa amare il prossimo? A dispetto della domanda dello scriba, la risposta di Gesù pone l’accento sul verbo “amare” più che sul “prossimo” da aiutare. La parabola, infatti, insiste con compiacenza sul comportamento del samaritano: si fermò accanto allo sconosciuto, gli fasciò le ferite, lo condusse all’albergo, pagò interamente il conto. Il samaritano non si è chiesto chi fosse il ferito, e il suo aiuto è stato disinteressato, generoso e concreto. Ecco che cosa significa amare il prossimo.

Giunto, poi, alla conclusione del racconto, Gesù pone direttamente allo scriba una domanda che lo invita a spostare ulteriormente il suo interesse: “Chi di questi tre ti sembra essersi fatto prossimo a colui che è incappato nei briganti?”. Dal prossimo come oggetto da amare al prossimo come soggetto che ama, questo è il punto al quale la parabola vuole condurre. Chi sia il prossimo non si può definire, si può esserlo. Il problema risiede proprio qui. Non chiederti chi è il prossimo – sembra dire Gesù – ma piuttosto fatti prossimo a chiunque, abbatti le barriere che porti dentro di te e che costruisci fuori di te. Questo è il vero problema. E così lo scriba – che aveva un problema teologico da risolvere e aveva posto una domanda teorica – si vede invitato a convertire se stesso.

(B. MAGGIONI, Il racconto di Luca, Cittadella Editrice, Assisi 2000, pp. 216-218)

Il Samaritano 05

A consolazione di ogni mal capitato, scansato da tutti, c’è una scritta incisa su una pietra di un edificio che i pellegrini considerano la locanda della parabola (in realtà è del tempo dei crociati) e che è sulla strada romana tra Gerusalemme e Gerico. Così recita: Se persino sacerdoti e leviti passano oltre la tua angoscia, sappi che il Cristo è il Buon Samaritano: egli sempre avrà compassione [amore viscerale] di te e nell’ora della tua morte ti porterà alla locanda eterna.”

Meno male!

San Riccardo Pampuri samaritano