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SAN GIOVANNI DI DIO – Lettere dal Cielo – ( 13 ) NON UCCIDETE LA SPERANZA – Angelo Nocent

Papa Francesco con i Fatebenefratelli

NON UCCIDETE LA SPERANZA 

Fratelli carissimi che amo con il cuore di Dio, a voi che siete in costante ricerca in un contesto diffuso di crisi d’identità e di sforzi talvolta avvilenti per trovare nuove strade, vorrei dire una parola positiva: la crisi non deve mai uccidere la speranza. 

Molti stanno passando da delusione in delusione perché le stesse alternative che si trovano per risolvere i problemi di ieri entrano subito in crisi e non reggono al collaudo. Non appena trovata una risposta a un interrogativo, vi accorgete che anch’esso è incompleto e insoddisfacente.

 Provate ad analizzare un fatto di attualità. Ad un certo punto vi siete accorti che lavoravate accanto a dei collaboratori laici che tenevate a debita distanza perché, al di là dei rapporti di cortesia o simpatia, essendo stipendiati o salariati, erano obiettivamente legati da un contratto di lavoro fondato più su diritti e doveri che non sulla professione intesa come missione. Quando però si è fatta strada l’intuizione che con essi bisognava stringere un’alleanza diversa, fondata non solo sul rapporto di lavoro ma anche sulla condivisione di ideali umani e cristiani, passati gli entusiasmi, siete cozzati contro la complessità.

Probabilmente la vostra pretesa era dettata più dall’emergenza per il calo delle vocazioni che da una visione profetica del ruolo dei laici nella chiesa. Così agli iniziali entusiasmi si vanno sostituendo tacite e realistiche delusioni. Gli stessi coniatori del messaggio, una volta messi alla prova, hanno per primi sperimentato la difficoltà della comunicazione e del coinvolgimento.

 L’eresia più grande che avete subdolamente sostenuto in questi ultimi decenni, se non a parole, certamente con i fatti, è stata quella di aver creato o assecondato la mentalità riprovevole di abbandonare il letto del malato per dedicarvi ad altre mansioni. Forse potevano benissimo essere delegate ma è stato fatto in ritardo. Nei pubblici ospedali le suore se ne sono andate ed ora si avverte che anch’esse hanno lasciato un vuoto incolmabile.

 Che fare? Basta piangere sul latte versato? Ho l’impressione che in questo momento dovreste procedere con il metodo dei piccoli passi e delle microstrutture. Una cosa sono i servizi diagnostici, altro sono i luoghi di degenza nei quali urge farvi ritorno. Se sono così determinato nei giudizi è perché non ho mai concepito di dedicarmi alla questua, alla raccolta della legna da bruciare, alla cucina, alla lavanderia o all’organizzazione, tralasciando il contatto diretto con il malato. Se voi stessi non siete in prima linea trascinatori dei vostri collaboratori, volete spiegare in che cosa si differenzia il vostro ospedale dagl’altri?

La qualità è importante ma la carità è regina. Come fate ad essere ostie da masticare, persone totalmente disponibili, lì appositamente per il malato se fisicamente non ci siete? Gesù non delega ma si dà: “prendete e mangiate…prendete e bevete…”.

Le deleghe deludono i malati e impoveriscono voi. Più che di ospedali a cinque stelle, l’invocazione che viene dal basso è di ospedalieri a cinque stelle. Sono il primo a chiedere stanze confortevoli, tecnologie avanzate.

  • Ma quale macchina, quale comfort potrà venire in aiuto alla paura, alla solitudine, ai drammi interiori, al ben morire di un paziente?
  • Dove sono le mani che stringono e benedicono, le parole che confortano, la presenza che sostiene, la fede che illumina, lo sguardo che intuisce senza parlare?

Perdonatemi se insisto e mi dilungo, ma se la scienza non è tenuta a coltivare valori estranei alla razionalità del suo procedere, la speranza di non finire completamente sconfitto chi la trasmetterà al malato? Una flebo o una presenza?

Coloro che sono del mestiere, sanno che la sfera dell’interiorità può influire anche sulla psiche, ma ciò richiede attenzione, rispetto, coinvolgimento. L’emarginazione offende le convinzioni morali.

Se avete deciso di confinare il malato per scaricarlo sul professionista, non mi troverete mai sulla vostra barricata. Mettete accanto al malato clinici altamente specializzati, create reti di collegamento con il meglio della ricerca scientifica internazionale, ma ma non scostatevi dal rapporto diretto con il paziente. Vi preferisco inservienti che accudiscono la camera e il letto del malato piuttosto che luminari a distanza.

Il coperchio della pentola purtroppo è già saltato con una velocità pericolosa e imprevista: Avete progressivamente battuto in ritirata ed ora siete costretti a chiedere al personale dipendente di farsi carico dei vuoti lasciati. Non è un male ma vi costringe a riflettere. Prevedo che le soluzioni non siano vicine. Passerete attraverso la tribolazione.

Qualcuno ha detto che il dolore è l’uomo. Si è tutti diversi nella felicità, solo il dolore ci fa eguali. Credo sia vero. Vivete in una società che soffre di paure e superficialità, speranze e illusioni, seduzioni e demagogie, eleganze e protervie, cipigli e cedevolezze. I pazienti non di rado scivolano in prostrazioni. Non potete lasciarli soli a misurarsi con la durezza e la crudeltà della sofferenza e con il suo mistero. Il discorso della umanizzazione della medicina e dei medici con il malato, va continuamente ripreso, ribaltato messo in discussione, mai perso di vista. Ma non bastano le battute ad effetto. Meglio la testimonianza diretta. Ma la comunità terapeutica, nella quale colloco anche il sacerdote, come può essere sensibile se comunità non è, se l’animatore non esiste?

Il firmamento sanitario è fatto di stelle dalle diverse dimensioni; stella difert a stella in claritate, direbbero quelli che sanno parlare, ma tutte fanno luce. Cosa voglio dire? Che i vari componenti della comunità terapeutica, dai clinici illustri, ricchi di scienza e di esperienza, fino agli addetti ai servizi ausiliari, sanno di essere chiamati a curare non solo malattie ed organi ma persone. Tuttavia, bisogna fare di tutto perché ciò sia costantemente tenuto presente dagli operatori sanitari ed allo stesso tempo percepito dal paziente che si rivolge per ricevere, con una diagnosi, confidenza e conforto. Quando Ippocrate chiedeva al medico di diventare anche filosofo, aveva intuito quanto arduo fosse il compito, allora del medico, oggi della comunità terapeutica.

Chi agisce, come voi, sul terreno duro, quotidiano, della concretezza ha bisogno di confrontarsi pere ricavare lezioni, stimoli e, magari, anche qualche consolazione. Se, di volta in volta, i problemi vengono risolti col concorso di tutti, nulla di buono andrà perduto. E’ per questo che non potete escludervi per altre incombenze.

Nella sanità hanno un peso notevole gl’interessi corporativi, gli orgogli settoriali. Degl’uni e degl’altri fate in modo di sbarazzarvene perché il vostro obiettivo è oltre. Oggi siete coinvolti in un incendio ben più gravoso di quello che mi ha visto lottare in prima persona nell’ospedale di Granata. Dovete attraversare il fuoco delle contraddizioni: la non trasparenza, le pigrizie, le lentezze, le approssimazioni, le insidie consapevoli e innocenti,la politica, le carenze istituzionali e operative…Vi è richiesto un supplemento di eroismo. Vi suggerisco la mia ricetta: il fuoco si combatte con il fuoco: se nel cuore avrete il Fuoco, riuscirete a passare indenni nella prova del fuoco. 

Ciò premesso, fratelli miei che tormento proprio perché a me carissimi, avete bisogno di individuare e fissare dei punti-cardine che sono la bussola per orientarsi. Uno di essi è questo: dove c’è umanità li si manifesta il Regno di Dio nella storia.

Il vangelo di Giovanni dice che “il mondo intero si trova in potere del male”(1 Gv 5,19) Oltre al fatto personale, il male ha anche una struttura storica, è potere anonimo. A causa di tale struttura “questo mondo” è fonte di discriminazioni ed emarginazioni, un ambiente pieno di inimicizie e di esclusione degli altri.

L’espressione giovannea “questo mondo” significa che l’economia mondiale, i sistemi governativi e i rapporti di forza geo-politici portano con sé ingiustizie, povertà e dolore, violenza e morte e infine anche distruzione della natura. Questo è in sostanza il peccato del mondo. Anche Gesù si è trovato in un simile campo di battaglia, nella vulnerabile posizione tra le forze del bene e quelle del male. Lui ha fatto una chiara scelta di campo: contro le forze del male ha contrapposto la giustizia e l’amore. Lo dimostrano i fatti:

  • si scaglia contro il tempio che è diventato un luogo di commercio a vantaggio degli invasori romani e della classe sacerdotale dei sadducei (Gv 2);
  • si scaglia contro i pregiudizi dei giudei che s’impossessano di Dio come di una loro proprietà, escludendo i samaritani come eretici (Gv 4);
  • combatte contro l’acceccamento di alcuni farisei che pongono la legge al di sopra della vita degli uomini (Gv 5 e 9);
  • si oppone alla violenza del sistema morale che è causa di morte anziché di perdono (Gv 8);
  • nella lotta anche Dio è impegnato e sembra stare dalla parte di Gesù;
  • secondo Lui, che nel Vangelo di Giovanni si definisce Figlio dell’uomo, chi opera per la libertà, la verità e la vita, compie l’opera di Dio;
  • ne deriva che, chi crea schiavitù, menzogna e morte fa il gioco del diavolon(Gv 8,31-44). 

In questo provocatorio racconto evangelico che non conosce le mezze misure ma solo il bianco e il nero, c’è un altro punto fermo: si parla di un Dio che stringe un patto con una umanità sempre nuovamente peccatrice, mentre da parte sua egli rimane coerentemente fedele alla sua promessa senza condizioni, nonostante i continui fallimenti e debolezze degli uomini. Il suo atteggiamento è sconvolgente:

 

  • Dio non mercanteggia con gli uomini, non dice “se voi fate questo, io Dio, farò quest’altro”;
  • Non pone condizioni, elargisce senza ragione e resta fedele a tale irragionevolezza;
  • per quanto gli uomini siano peccatori, Dio è fedele al suo patto, che è sempre sorprendentemente nuovo;
  • Paolo scrive: “Egli ci amava mentre noi eravamo ancora peccatori”(Rom 5,8);
  • La prima lettera di Giovanni dice: “In questo consiste l’amore: non noi abbiamo amato per primi, ma Lui ci ha amati e ha mandato il suo Figlio perché attraverso l’offerta della sua vita i nostri peccati venissero cancellati”(1 Gv 4,10);
  • Ai cristiani di Efeso viene scritto: “Dio stesso, ricco di misericordia, ha unito noi, che eravamo morti a causa del peccato, alla stessa vita di Cristo”(ef 2,10)

Conclusione: l’eterno patto di Dio con l’umanità è di fatto ogni giorno una novità per gli uomini peccatori. 

Prima di congedarsi, Gesù consegna ai suoi discepoli il nuovo comandamento dell’amore. L’amore che Lui a sua volta aveva ricevuto dal Padre, diventa l’eredità dei cristiani redenti e operatori di liberazione. 

Fratelli miei carissimi, ognuno di voi è coinvolto, quale operatore di liberazione, è coinvolto in questa visione profetica del “nuovo mondo” che non deve sfuggirvi dagl’occhi. Poiché ognuno di voi deve farsi a sua volta profezia, si chieda

  • se è riconoscibile come uomo liberato e perciò portatore di libertà,
  • salvato e perciò portatore di salvezza,
  • riconciliato e perciò portatore di riconciliazione.

La chiamata di Dio richiede per tutti, sposati o vergini, il massimo di generosità. Sono due vocazioni diverse. Sono doni che lo Spirito di Dio ha messo nella comunità cristiana per il reciproco arricchimento. Gli sposati sono segno a tutti, anche ai vergini, che l’amore di Gesù verso la Chiesa è un amore profondo, personale, tenero, intimo, fecondo, fedele.

Da parte loro i vergini richiamano a tutti che Dio è il primo, che nulla può essere sostituito a lui, per cui anche gli sposati sanno che il loro amore non deve diventare un idolo, ma deve essere finalizzato a Dio e superare i confini familiari per estendersi a tutti. 

Voi siete nel mondo, lavorate per il mondo ma, con la consacrazione religiosa, voi comprendete il mondo e le cose “altrimenti” siccome le comprendete “altrimenti”, vivete “altrimenti”. Voi siete lì, chiamati a porre l’accento escatologico della vita cristiana, senza scappare dal mondo. Essere nella sanità, nell’umano, quindi, ma in tensione escatologica, significa essere in funzione critica nei confronti del mondo e della Chiesa che ha sempre bisogno di recuperare il senso delle ultime cose.

I religiosi per questo sono nati, proprio in funzione di stimolo e di capacità critica, soprattutto all’interno della Chiesa; in essa sono sempre stati la parte profetica, creatrice ed eroica. Un servizio prezioso quindi e benedetto. Perciò è necessario che riscopriate e reinventiate il ministero dell’evangelizzazione. Fatelo perché ve lo chiede lo Spirito per bocca del profeta Isaia: “mi ha mandato ad annunciare la buona novella ai poveri, ai prigionieri, a chi ha il cuore infranto, a non spegnere il lucignolo fumigante”.

Non dimenticate che i monaci e i religiosi sono dei battezzati come gli altri, chiamati alla santità e alla carità come tutti i cristiani, ma nel contempo impegnati a testimoniare la radicalità del Vangelo nel celibato e nella vita comune. Avrete una rinnovata vita religiosa solo se vi nutrirete alle sorgenti della tradizione del primo millennio cristiano e sarete abitati da una lettura pregata della Parola di Dio: una vita fraterna chiamata a divenire autentica parabola dell’amore di Dio, uno spazio di libertà e di amore a servizio della chiesa e del mondo.

La crisi religiosa non è data da mancanza di senso religioso. E’ che le istituzioni come si presentano non sono più capite. In Occidente non potete dire di essere vittime della secolarizzazione perché sta aumentando il senso religioso nel mondo. Perciò, non aggrappatevi a degli alibi inconsistenti. Questa è una crisi di crescita che preannuncia tempi nuovi. Osate di più, siate più audaci nelle scelte perché il Signore è con voi e state lavorando per lui. 

Nella vita vi sostengano due testi delle Scritture: 

  • le parole di san Pietro: “Siate sempre pronti a rispondere a chiunque vi domandi ragione della speranza che è in voi” (1Pt 3,15b);
  • le parole di san Paolo: ”Non spegnete lo Spirito, non disprezzate le profezie, esaminate ogni cosa, tenete ciò che è buono”. (1Ts 5,19-21) 

Se state dalla parte del Liberatore, dovete ammettere che, se non c’è il dialogo aperto e sincero delle vostre Fraternità con la comunità ecclesiale che vi sta attorno, per cercare insieme strade nuove e percorribili in uno atteggiamento di vero servizio alla Chiesa e al territorio, più di uno si troverà scoraggiato in partenza e diverrà nostalgico di quando le cose andavano per un altro verso. Venendo meno la gratificazione, ne consegue l’insicurezza e la sfiducia. 

Proprio nel momento in cui vi è stata un’esplosione di santità riconosciuta a livello ecclesiale con l’onore degli altari di Giovanni, Riccardo, Benedetto e dei santi martiri, in alcune regioni è latente la sensazione che il vostro ruolo tradizionale abbia fatto il suo tempo, fino al punto da vivere una rassegnata attesa di scomparire dalla scena perché inghiottiti dalle riforme sociali in atto. 

Qualunque sia la forma concreta che prenderanno le vostre Fraternità, le linee fondamentali del rinnovamento dovranno tenere presenti altri principi basilari che, del resto, già avverto in tutti i tentativi di vero rinnovamento in atto. 

E’ impensabile oggi una forma di vita religiosa in funzione della sola santificazione personale.

  • La vostra vita, per essere evangelica, sarà sempre un mezzo per vivere meglio la pienezza del battesimo, la cui dimensione di dono e di servizio agli altri, soprattutto ai più diseredati, è incontestabile nella più sana teologia.
  • Le vostre Fraternità dovranno essere in qualche modo una contestazione radicale degli elementi anti-mondo e anti-storia. Voi dovrete contrastare con la vita, i falsi valori emergenti su cui si basa il nuovo paganesimo della storia contemporanea, a cominciare dalle implicazioni etiche dei sistemi sanitari, con gravi ripercussioni su chi è nel bisogno e nella sofferenza. 

La Chiesa si è sempre occupata degli infermi e dei sofferenti e non aspettava certamente me, povero mendicante di Granada. Se talvolta è sembrato un atto di supplenza ad uno Stato latitante, situazione che sarebbe oggi in gran parte superata almeno in Occidente, in verità lo ha fatto perché le è proprio, perché fa parte della sua missione di sempre.

La Chiesa nel corso dei secoli ha fortemente avvertito il servizio ai malati e sofferenti come parte integrante della sua missione e non solo ha favorito fra i cristiani il fiorire delle varie opere di misericordia, ma ha pure espresso dal suo seno molte istituzioni religiose con la specifica finalità di promuovere, organizzare, migliorare ed estendere l’assistenza agli infermi. I missionari, per parte loro, nel condurre l’opera dell’evangelizzazione, hanno costantemente associato la predicazione della Buona Notizia del Vangelo con l’assistenza e la cura dei malati.

Se la Chiesa, ieri come oggi, non rincorre anime, bensì si prende cura della persona umana, essa si rivolge a tutte le persone e a tutta la persona, nella sua completezza ed inscindibile unità di corpo e di spirito e si qualifica per il valore fondamentale che riconosce alla vita umana, dono di Dio, è perché l’esempio e il comando le è venuto dal Signore Gesù Cristo, che ha dedicato spazio considerevole agli infermi. 

Se togliete i malati dai Vangeli, che cosa rimane? Circa una quinta parte di essi è dedicata all’attività di Gesù in loro favore ed alle discussioni generate dalle guarigioni che Egli opera. Il Cristo si china sui dolori e sulle sofferenze dell’umanità indipendentemente dai meriti morali o sociali degli ammalati che incontra sulla sua strada. Egli ferma il suo cammino per un lebbroso di cui nessuno si preoccupa, davanti a una popolana che da una vita soffre per una i metrorragia che nessuno ha saputo curare, per un paralitico che vive di carità ai margini delle strade.

Le vostre Fraternità sono la Chiesa che continua la Sua opera messianica nella storia, tra le ” pecore perdute della casa di Israele”.

  • Ai suoi discepoli Gesù dà indicazioni precise: “quando entrerete in una città e vi accoglieranno, (… ) curate i malati che vi si trovano, e dite loro: si è avvicinato a voi il regno di Dio ” (Lc 10, 8).
  • Più tardi ai suoi dirà: “ero malato, e mi avete assistito” (Mt 25, 36) affermando che Egli si identifica con il sofferente e conclude la parabola del Buon Samaritano con l’invito: “va e anche tu fa lo stesso” (Lc 10, 37).

Sono consapevole che i paesi ricchi oggi hanno problemi di bilancio che quelli poveri nemmeno si sognano. Ovunque sono in corso forti riforme di gestione della sanità che hanno portato a trasformare i servizi sanitari in aziende e all’applicazione di un tariffario delle prestazioni. Chi può non essere contento di ogni sforzo compiuto per contenere sprechi e spese inutili ed aumentare in efficienza. Altra cosa è fare degli obiettivi di bilancio il primo criterio di buon funzionamento di una struttura sanitaria.


Voi nella Chiesa avete il dovere di mettere in guardia dai pericoli di un sistema sanitario che si costruisca mettendo al centro l’attivo economico, anziché la persona malata. Una tale impostazione è radicalmente fuorviante e disumanizzante. Poiché siete i primi a intravedere gli effetti perversi sulla pelle dei cittadini, dovete essere di monito a tutta la comunità sociale, invitando coloro che hanno ruoli di responsabilità, ad introdurre gli indispensabili e inderogabili correttivi. Ma non limitatevi soltanto alle giuste rivendicazioni.

Se una presenza cristiana significativa nell’ambito della salute sembra divenire più difficile e la diminuzione delle vocazioni rende difficoltoso continuare a gestire le opere consegnatevi dal passato, vuol dire che è necessario ripensare il futuro.
So che rimandate il problema, sperando che qualcuno in futuro lo risolva. Ma chi dovrebbe se non voi? Il quadro emergente è questo:

  • Le necessità economiche della moderna sanità, trovano ormai difficoltà ad essere coperte dal contributo pubblico.
  • Molti ospedali religiosi sono costretti a chiudere o si interrogano sulla loro possibilità di continuare in un’opera così meritoria, mentre fanno fatica a trovare oggi la medesima generosità e solidarietà dei credenti che ne permise in passato, con fatica e sacrifici, la creazione e il sostegno, col rischio che tanto patrimonio di fede, di cultura e di opere delle Chiese vada disperso: e questo a danno di tutti, non solo di coloro che si riconoscono nella fede cattolica.
  • La famiglia, rispetto al passato molto ridotta di membri, ed in mutate condizioni di vita, fa più fatica a farsi carico da sola del proprio caro infermo e invoca che le parrocchie, per quanto è loro possibile, divengano ancor più attente e meglio accoglienti dei sofferenti che in esse si trovano.
  • I Vescovi per primi dicono che è necessario recuperare un maggiore coinvolgimento ed un maggior protagonismo di tutta la comunità cristiana e di tutte le comunità cristiane al riguardo;
  • Un ulteriore motivo viene dalla tendenza emergente a spostare sempre più dall’ospedale al territorio la custodia e la cura della salute;
  • La comunità ecclesiale teme di mancare di fedeltà all’obbligante esempio di Cristo di non disgiungere annuncio del Vangelo e cura dei malati, e di perdere il contatto con esperienze umane fondamentali come sono la realtà della malattia e della morte.
  • Il timore è di contribuire al sostegno di una cultura che già oggi tende a rimuovere la sofferenza e la morte con un appiattimento sulla vita presente, che si vorrebbe indefinitamente prolungata, offuscando lo sguardo sulla speranza della vita futura: l’unica dove la salute si può raggiungere la sua pienezza.
  • Il cristiano in presenza di tragiche esperienze umana si sente sempre più scoperto nel testimoniare la consolante verità del Cristo risorto, che assume le piaghe e i mali dell’umanità, compresa la morte, e li converte in occasioni di grazia e di vita.
  • E’ giunto il momento che le comunità cristiane riscoprano che questo sanante compito le riguarda. Che si cessi di delegare la vicinanza ai malati solo al sacerdote, al Cappellano in ospedale, anche questo è un bene insperato. Tornare a sentire le Istituzioni sanitarie cattoliche come di appartenenza anche della Chiesa locale e da non lasciare sole, è un altro bene emergente.
  • A coloro che già sono direttamente impegnati nella pastorale della salute bisognerebbe dire che è necessaria una maggiore coordinazione tra le varie strutture di ispirazione cattolica. Non è più tempo di camminare soli, anche se si ha alle spalle una tradizione lunga e gloriosa. Solo nel camminare insieme, nel coordinamento, si apre oggi la strada per rendere più efficacemente presente la carità di Cristo nel mondo della sanità: diventa sempre di più una necessità.
  • L’invito va rivolto alle Istituzioni sanitarie cattoliche e con altrettanta forza anche ai singoli operatori della salute cristiani: medici, infermieri, tecnici, amministratori, e naturalmente religiosi e sacerdoti.
  • Considerate che come singoli siete destinati a restare vittime senza voce di una cultura che per certi aspetti contraddice lo spirito evangelico e mina il valore intangibile della vita umana. Oggi più che mai, è opportuno trovare forme di unione ed associazione per ridivenire consapevoli del ricco patrimonio di cultura della tradizione cristiana e per recuperare la forza di azioni comuni.

La Chiesa lancia appelli accorati a prendersi a cuore la difesa della vita umana fragile. Non tutti si rendono conto di cosa avviene troppo spesso negli ospedali, in violazione del valore fondamentale della vita. Nel mondo sembra oggi profilarsi un modello di società in cui dominano i potenti, emarginando e persino eliminando i deboli. Il primo pensiero va ai bambini non nati, vittime indifese dell’aborto, ma poi subito agli anziani ed ai malati incurabili, talora oggetto di eutanasia; ed ai tanti altri esseri umani messi ai margini dal consumismo e dal materialismo. Un simile modello di società è improntato alla cultura della morte, chiaramente in contrasto col messaggio evangelico.

Di fronte a tale preoccupante realtà, tra le priorità pastorali è la difesa della cultura della vita. Se è compito urgente dei cattolici che operano nel campo medico-sanitario fare il possibile per difendere la vita quando maggiormente è in pericolo, a voi compete per primi esporvi nei progetti di sensibilizzazione delle coscienze utilizzando tutti i canali che il progresso mette a disposizione.

Non tocca a me esemplificare le soluzioni per affrontare questa situazione che richiede anche sforzi di immaginazione. Siete figli del vostro tempo e avete Dio come Padre-Madre. A me preme una esortazione: fate attenzione a non equivocare il concetto di Fraternità con quello di “convivenza”, di lavoro di équipe. La Fraternità locale non può mai perdere di vista la Fraternità Universale, il cui fine ultimo è l’incontro di tutti gli uomini non più a livello societario ma a livello comunitario, ossia di comunicazione. Le vostre esperienze in atto saranno valide solo nella misura in cui aiutano a realizzare questi fini.

Fatebenefratelli-2

I giovani che bussano alla vostra porta hanno aspettative. Nessuno contrabbandi l’obbedienza per i fini impropri. La vita di Fraternità non può mai voler dire perdita della libertà personale. Al contrario. Stanchezza e monotonia nella convivenza, mancanza d’impegno, autoritarismi più o meno carismatici, manipolazione sottile della propria creatività, sono peccati di famiglia da combattere, tendenze da tenere a bada. La cura di ringiovanimento è sempre l’Evangelo. In esso vi è il segreto che affascina giovani e vecchi di ogni generazione, il sale che dà sapore alla vita, la via della libertà e della comunicabilità.

Per uscire dalla crisi senza troppi pessimismi e senza il gusto amaro della disfatta, i giovani di età e di spirito devono sapere che l’alternativa a una forma di vita che non li soddisfa più, consiste in un atteggiamento diverso nei confronti dell’altro. Se quotidianamente maneggerete le parabole della misericordia, troverete la gioia, il desiderio e la fantasia per mettere efficacemente le vostre schiene a disposizione di Dio. I ripiegamenti su se stessi generano un grave inconveniente: la scoliosi.

Non sono pochi i tentati dal pessimismo che dilaga come un virus in tutti i settori della società civile e religiosa. Molti lo sentono come una tentazione e soffrono. Altri come una virtù e se ne compiacciono. Io lo vedo come una malattia pericolosa e subdola che cela un grande timore:

  • paura di perdere ciò che si possiede e di non ottenere ciò che si desidera;
  • paura dei deboli che temono la violenza dei forti;
  • paura nata dalle delusioni accumulate.

Epperò, se è più facile cadere in preda alla tentazione del pessimismo che a quella dell’ottimismo, dovete convenire che ambedue sono tentazioni. E’ vero che nel Vangelo sono più numerosi i momenti di dolore, di pianto e di rabbia di Cristo che i momenti di esplosione di gioia, ma se la tentazione al pessimismo è la più facile, è anche la più pericolosa. Vi suggerisco di farvi un pro-memoria dei vostri pessimismi per poterli combattere a viso scoperto.

Il pessimismo è tante cose:

  • un freno, un’evasione, un’autogiustificazione delle pigrizie più inconfessate;
  • è la forma più sottile, elegante e più satanica di dare le dimissioni dalla speranza;
  • è la corrosione di ogni sforzo umano, la distruzione di ogni briciola di creatività, lo spegnimento di ogni fuoco di rivoluzione delle situazioni stagnanti.

Fratelli tutti, l’antidoto non è l’ottimismo ma un sano realismo. Il realista è uno che non rinuncia a lottare. Ogni giorno egli cerca di togliere di mezzo la spazzatura che il pessimista e l’ottimista, per motivi opposti, lascerebbero dove si trova, restandone entrambi vittime. Colui “che ha vinto il mondo” dice ai pessimisti delle vostre Fraternità: “uomini di poca fede, perché temete?

E a tutti gli ottimisti: ”Vegliate e lottate perché il male non è morto e siede alla stessa tavola del bene”. Da vecchio volpone, io Giovanni, il peccatore molto amato e perdonato da Dio, ai realisti di ogni Fraternità propongo di conciliare e dosare l’innocenza della colomba con l’astuzia del serpente, perché tale è l’atteggiamento che anche Dio, il vero suggeritore di questa condotta evangelica, usa con voi. Forse adesso capite perché le richieste delle vostre preghiere d’intervento nelle situazioni difficili vengono sempre esaudite dal Signore ma non per questo letteralmente assecondate.

Già che sono in vena di consigli, guardatevi dalla tentazione di incapsulare Gesù nei vostri schemi preconfezionati, mettendo toppe nuove su un vestito vecchio e vino nuovo in botti vecchie. Resistete alla tentazione di fare un compromesso tra le vostre posizioni di comodo, le visuali riduttive del senso della storia e il Vangelo.

Il Vangelo è novità assoluta e dirompente. Non chiudetevi in voi stessi, prigionieri dei vostri schemi mentali ma apriteli alla novità di Dio che è Gesù vivo, in mezzo a voi. Accettate il Vangelo nella sua interezza. L’Eterno si è detto nel tempo rivolgendosi agli uomini in parole umane.

La missione nasce dall’INCONTRO che cambia la vita. Sempre l’iniziativa è del Risorto: è Lui che appare. L’incontro con il Vivente è esperienza trasformante, inizio di vita nuova, piena di coinvolgimento e di passione. Ogni rinnovamento passa attraverso questa esperienza pasquale che fa nuova la vita e infonde il coraggio di una fede e di un cuore liberi e adulti.

Fratelli, nello Spirito, per Cristo, incamminatevi verso i destini promessi. Il Dio vivente vi liberi da ogni paura e dalla terribile tentazione della disperazione di fronte al male che copre la terra. Ripetetevi frequentemente nel cuore questa gioiosa certezza: “ Il Signore è il mio pastore, non manco di nulla…Se dovessi camminare in una valle oscura, non temerei alcun male, perché Tu sei con me” (Sal 23,1-4) Amen. Amen.

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”Siate  meglio  che potete,  fratelli”

“Fate bene quello che sapete fare”

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