Crea sito

SAN GIOVANNI DI DIO – Lettere dal Cielo – ( 9 ) IO SO TUTTO DI VOI – Angelo Nocent

Tiberiade - Vi farò pescatori di uomini

IO SO TUTTO DI VOI 

San Giovanni di Dio 04Fratelli miei molto amati in Gesù Cristo, vi scrivo nella gioiosa certezza che Cristo Risorto è il Vivente, il Maestro, il Pastore, l’Amico, che “sta con voi tutti i giorni”, e vi parla e vi chiama: “Ecco, sto alla porta e busso. Se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, io verrò da lui“. (Ap 3, 20). Come avvenne quel mattino in cui il Signore Risorto si presentò sulla riva del lago di Tiberiade, parlò amichevolmente con i suoi discepoli e chiamò nuovamente Pietro a seguirlo.(Gv 21,4 ss). Così avvenne anche il giorno della mia e vostra chiamata. 

Ogni vocazione nasce dalla fede. Voi ricordate le parole del Santo Concilio: “La fede tutto rischiara di una luce nuova e svela le intenzioni di Dio sulla vocazione integrale dell’uomo” (Gaudium et spes,11). Come la mia, anche la vostra vocazione è nata dalla fede, vive di fede, persevera con la fede; una fede sentita e vissuta quotidianamente, in semplicità e generosità di spirito, in confidenza e amicizia con Cristo Signore. Nessuno potrebbe, infatti, segue un estraneo; nessuno offre la sua vita per uno sconosciuto. La mia esperienza d’infanzia che tutti conoscete a cosa è approdata? Se vi è una crisi di vocazioni, non è forse, prima di tutto, per una crisi di fede? Chiedetevi dunque se traspare da voi che avete una conoscenza profonda di Cristo, una grande fede in Lui, un’autentica amicizia con l’Amico!

Ogni vocazione è un atto di amore. Il Signore richiede a Pietro una ripetuta professione di amore: “Mi ami?“, “Mi ami tu più di costoro?” (Gv 21, 15-17 ). Conoscete la risposta: “Certo Signore, tu lo sai che ti amo“.

  • Ogni vocazione è atto di amore, di duplice amore,
  • del Signore che chiama
  • e di colui che risponde.

Quando si tratta di vocazione consacrata al servizio Suo e della sua Chiesa, il dono di amore da parte di Dio è molto grande. Tanto più grande, quindi, deve essere la capacità di amare da parte di chi lo riceve. Se è chiamata privilegiata, proprio per questo è più esigente. Dunque,

  • coltivate in voi l’amore;
  • imparate ad amare di più il Signore;
  • ad amare di più la sua Chiesa;
  • ad amarla “come Cristo l’ha amata e ha dato se stesso per lei” (Ef 5,25);
  • ad amarla nel suo mistero ineffabile;
  • nella sua struttura visibile;
  • nella sua realtà storica attuale.

 La parola crisi è una delle più usate nel linguaggio del vostro tempo: crisi economica, crisi dei valori, crisi spirituale, crisi di astinenza, crisi di vocazioni…Se fate ben attenzione, forse alla base di ogni crisi, compresa quella delle vocazioni, c’è una grave carenza di amore

 Ogni vocazione è sacrificio.Il Signore Risorto sulle rive del mare di Tiberiade non teme di inquietare l’atmosfera lieta ed amichevole del suo incontro pasquale ed annuncia a Pietro un avvenire di sacrificio e di martirio: “Un altro ti cingerà e ti porterà dove tu non vorresti” (10). Poi, rinnova la sua chiamata a Pietro: “Seguimi” (11). Neppure io esito a dirvi che:

  • la vocazione è anche sacrificio fin dal tempo della prima seria ricerca, che già esige certe rinunce;
  • Sacrificio al momento di una decisione consapevole delle conseguenze che ne derivano;
  • Sacrificio nel lungo cammino della necessaria preparazione;
  • Sacrificio, poi, nel resto della vita, perché la intera esistenza non sarà altro se non l’attuazione coerente di una vocazione donata da Dio, ma liberamente e intimamente accettata e vissuta.

 Se la crisi di vocazioni nasconde forse la paura di questo sacrificio, sappiate mostrare ai giovani e ad ogni anima generose la vostra libera e lieta accoglienza del sacrificio. Epperò mi viene spontaneo chiedervi: i giovani voi li incontrate? E dove? O aspettate sempre che qualcuno bussi alla Fraternità. Le porte delle vostre Fraternità sono aperte, trasparenti o su ogni ingresso scrivete “clausura”?Accettate la provocazione e riflettete. Per le vie della Palestina era Gesù che girava, incontrava, chiamava. Oggi che è costretto a servirsi di voi, siete validi collaboratori o assonnati pescatori? Pregate, pregate, amici miei, ma non dormite sugli allori: muovetevi, cercate, proponete, affascinate…e il Maestro farà la sua parte. 

Poiché il discorso sulla vocazione, sulle vocazioni, esige un confronto, non vi metterò sul banco degl’imputati ma davanti ad uno che può dirvi: “Io so tutto di voi” (Ap 14,16). Non sto parlando di me. Queste non sono parole mie. E’ invece la scottante rivelazione di un educatore credibile che si cela tra le pagine dell’Apocalisse.

Giovanni, l’autore dell’Apocalisse, si definisce “fratello e compagno nella tribolazione”. Il suo libro va ascoltato mettendosi dalla parte degli oppressi e comunque con una disposizione di riconoscimento ed accettazione della tribolazione. Essa può venire da fatti esterni spesso drammatici, ma anche da seduzioni più sottili. Vi è una mentalità di violenza, di autosufficienza, di presunzione, di auto-affermazione che sono una vera prova per la fede, per un’esistenza cristiana che sia testimonianza. Cercheremo di avvicinarci agli oppressi, dunque, nel nostro cammino di fede, ma anche cercheremo di aprire gli occhi su queste prove o tribolazioni più subdole che ci circondano. Rivelazione, appunto, significa “togliere il velo”.

L’Apocalisse è scritta in un momento in cui la storia è difficile da interpretare come salvifica: vi è oppressione e persecuzione da un lato, vi è la seduzione di un sistema sociale, economico e politico che vuole il controllo totale della persona. Togliere il velo significa recuperare un discernimento sulla storia:

  • dove è Dio?
  • Verso dove vanno gli avvenimenti?
  • Come porsi dinanzi ai fatti, alle scelte da prendere, alle posizioni da assumere?

 Questo discernimento non è una cosa banale. Ognuno ha il dovere di assumersi la fatica per riconoscere il significato più profondo di tali avvenimenti. I simboli e le visioni vi portano oltre il “semplicismo”, la banalità, il facile giornalismo. Invitano a scrutare il mistero. A riconoscere la presenza misteriosa di Dio nei fatti della storia ed anche oltre essi. Non solo. Tale discernimento non è un fatto puramente intellettuale. Esso si realizza solo a partire da una fede vissuta. Togliere il velo, allora, significa

  • riaccendere la fede nel cuore.
  • Lasciare che la Parola dia luce per lo sguardo interiore.
  • Essa chiama a conversione perché possiate cominciare a vivere ciò che credete.
  • Solo allora diventate capace di un discernimento anche sui fatti della storia.

Se vi ho citato l’Apocalisse è perché essa vi aiuta a togliere il velo che ostacola il risuonare limpido del Vangelo nella vostra vita e nella storia. Essa ha pure un altro valore importante. Vuole nutrire la speranza che è la virtù degli audaci. Se la irrobustite, ne ricavate una forza che vi permette di andare oltre il possibile, il facile, lo spontaneo. Se volete riportare la primavera nelle Fraternità, dovete fare un cammino che porti stupore dove passate. Cammini aperti alle possibilità di Dio. Questo come singoli e come comunità.

L’apocalisse comincia con dei messaggi rivolti a delle piccolissime comunità che vivevano in “città”. Si rivolge, cioè, a dei cristiani pienamente coinvolti in quei processi che oggi come allora tendono a globalizzare, a condizionare la persona, a frantumarla. Essa, dunque, fondamentalmente crede che la città possa essere il luogo della testimonianza. A partire da piccole comunità. Il sogno rimane quello della città celeste, la nuova Gerusalemme. Quindi, nessun paradiso in terra.

I messaggi ora sono rivolti anche alle vostre Fraternità, questa realtà costituitasi nel tessuto della città che ha le medesime tendenze di allora. Voi siete chiamati ad un atteggiamento costruttivo ed impegnato in questo mondo concreto, spesso opposto a Dio, in attesa che si realizzi una vittoria sicura e finale dello stesso Signore della storia.

Laodicea - Basilica cristiana

Oggi vorrei che vi lasciaste provocare da una delle sette lettere che aprono il libro dell’Apocalisse. E’ la lettera alla comunità di Laodicea.

  • Una lettera che vorrebbe farvi camminare dall’indifferenza alla comunione.
  • Ogni messaggio di queste lettere va letto come un dono di amore.
  • Colui che vi parla, Colui che comunica è uno che vi ama.
  • Nella lettera alla comunità di Laodicea Egli si presenta come l’Amèn perché in Lui non c’è doppiezza, c’è soltanto il “si”.
  • Il Suo atteggiamento vi provoca ed incoraggia a scelte di chiarezza fiduciose perché basate sulla certezza della fedeltà di Dio. Per creare questa consapevolezza del “si” di Dio, spesso le preghiere dell’Apocalisse cominciamo proprio così: con un Amèn.
  • Sempre all’inizio di questa lettera alla comunità di Laodicea è Gesù stesso che si presenta come il testimone, il fedele ed il verace che sono esplicitazioni del suo amore.


L’amore di Cristo è quello di un martire o testimone, cioè di uno che ama con i fatti, uno che guarda mentre forse siete ancora ribelli e peccatori e nel suo sguardo rivela il suo desiderio e la sua disponibilità a dare la vita per voi
.

Il messaggio che viene dall’Apocalisse è che l’amore di Cristo è fedele. Non potrete mai perderlo. Potete abusarne ma non potete stancarlo. Infine l’amore di Cristo è veritiero. Vi incontra anche in termini di rimprovero. Una delle misure della verità di una relazione è la franchezza: “Io tutti coloro che amo li rimprovero e li castigo.”

In questo cammino, dunque, non sono a proporvi delle semplici idee, ma piuttosto l’incontro con Cristo. Una relazione vera con Lui, nella quale voi possiate imparare a riconoscere la sua consolazione ed il suo rimprovero. Solo nella misura in cui questo incontro con Lui diventa vero, ognuno di voi diventa se stesso, una persona capace di amare, capace di relazione:” Ecco io sto alla porta e busso. Se uno mi apre io cenerò con lui e lui con me”. 

Cercate dunque, nella lettera alla comunità di Laodicea la vostra parte di consolazioni e di rimproveri:

  • 14 Per la chiesa che è nella città di Laodicèa, scrivi questo:Così dice il Signore, l’Amèn, il vero e fedele Testimone, il Capo delle creature di Dio: Io so tutto di voi. So che non siete né freddi né ardenti. Magari foste freddi o ardenti! Invece non siete né freddi né ardenti, e mi disgustate fino alla nausea.
  • 17 Voi dite: siamo ricchi, abbiamo fatto fortuna, non abbiamo bisogno di nulla e non vi accorgete di essere dei falliti, degli infelici, poveri, ciechi e nudi.
  • 18 Io vi do un consiglio: comprate da me oro purificato col fuoco per diventare ricchi davvero: abiti bianchi per vestire e coprire la vostra nudità vergognosa, collirio per curarvi gli occhi e vederci;
  • 19 io tratto severamente quelli che amo; cambiate vita, dunque, e impegnatevi con tutte le forze.
  • 20 Ascoltate, io sto alla porta e busso.
  • Se uno mi sente e mi apre, io entrerò e ceneremo insieme, io con lui e lui con me.
  • 21 I vincitori li farò sedere insieme a me sul mio trono, così come io sono seduto da vincitore insieme al Padre mio, sul suo trono.
  • 22 «Chi è in grado di udire ascolti ciò che lo Spirito dice alle chiese. “ (Ap 3,14-22)

 Il passo solitamente è letto in chiave ascetica. Del brano si tende a sottolineare questo aspetto: “Io sto alla porta e busso. Se uno mi sente e mi apre, io entrerò e ceneremo insieme, io con lui e lui con me” (20).

Se si tratta di un rapporto privato tra Dio e l’anima devota, questa dovrebbe essere ben stupida a non aprire all’Amato che vuole cenare intimamente, magri al lume di candela. Questo criterio di lettura può essere fuorviante e denota una mentalità diffusa: ognuno per sé e Dio per tutti. E’ un criterio semplicistico che porta a conclusioni ovvie: se tiepidezza, torpore, indifferenza provocano a Dio – come è scritto – “conati di vomito”, beh! Egli non ha che da prendersela con il disgraziato che glieli provoca, ossia l’anima poco devota.

Se fate attenzione al testo, vi accorgerete che le cose non stanno proprio così, infatti il citato paragrafo 20 è monco: manca il verbo “ascoltate”, che precede il discorso ed è al plurale. Si tratta di un verbo-chiave che ridisegna i contorni di questo rapporto: non tanto o non solo un sussurrare all’orecchio, nell’intimità della cena, nella sfera del privato, ma una dichiarazione pubblica che ha l’effetto del tuono, un lampo che mette allo scoperto e smaschera una situazione, una folgore che colpisce tutti coloro che vi sono implicati: i sedicenti buoni, i devoti. Infatti il messaggio è indirizzato a una delle sette chiese dell’Asia e si conclude con testuali parole: «Chi è in grado di udire ascolti ciò che lo Spirito dice alle chiese”(22). 

Il destinatario, dunque, è una Chiesa. E’ inutile illudersi: le risposte individuali sono da dare in un contesto di Chiesa, di fraternità, di assemblea, di popolo. E’ un passo che dovreste prendere seriamente, senza umani timori. Avete gli schemi precostituiti? Fateli vagliare da Colui che “sa tutto di voi”. Rischiano di volatilizzarsi ? Meglio. Con Lui rifarete il progetto di Fraternità e sarà casa costruita sulla roccia.

Come vedete, destinatarie di questo scritto sono tutte le chiese locali che vivono l’orgoglio spirituale di chi, forte di un passato luminoso, non trova nulla da rimproverarsi, da rimuovere. Insomma, credenti che, pur non dichiarandolo a parole, assumono, tuttavia, lo stesso atteggiamento della chiesa di Laodicea: “ Non abbiamo bisogno di nulla” (17). 

Fratelli miei, non potete vivere di rendita, sbandierando i nomi illustri che hanno popolato in passato le vostre Fraternità. Fin che siete in tempo, mettetevi al riparo dal tagliente giudizio dello Spirito: “non vi accorgete di essere dei falliti, degli infelici, poveri, ciechi e nudi”(17). 

Naturalmente, a colui che è chiamato “angelo della chiesa di Laodicea” (19), ossia al responsabile della comunità, Dio, dopo essersi dimostrato energico, da bravo educatore, spiega le ragioni del suo comportamento perché se ne faccia interprete, a sua volta, verso la comunità nel suo insieme: “io tratto severamente quelli che amo; cambiate vita, dunque, e impegnatevi con tutte le forze”. Allo zelo di Dio, segua il vostro ravvedimento operoso.

Il Suo non è un semplice rinfacciare colpe, errori, omissioni e responsabilità, bensì un forte richiamo, perché vengano rimosse false certezze e ragioni fasulle che stanno dietro ai comportamenti sbagliati. Ed è qui che si innesta il discorso iniziale: l’amore intelligente si inserisce nell’intimità dell’altro e gli fa recepire la passione ardente che sta dietro le parole forti: “Io sto alla porta e busso. Se uno mi sente e mi apre, io entrerò e ceneremo insieme, io con lui e lui con me” (20).

So che ognuno di voi vorrebbe gridare: “Signore, aprila tu questa porta, sfondala, se occorre”. Ma è nella pedagogia di Dio coinvolgere e provocare una revisione di vita. Pertanto è opportuno che venga accantonato sia l’orgoglio individuale che quello comunitario ed accettiate di sottoporvi alla radiografia per mezzo dello Spirito. Naturalmente, è consigliabile una Pneumografia di controllo ad ogni cambio di stagione.  

Provate ora a sostituire Laodicea con le Fraternità di Roma, Milano, Granata, kobe, ecc…le chiese locali in cui dimorate e chiedetevi spassionatamente se il “né freddi né ardenti” è un falso, immeritato giudizio. Che, se la constatazione dell’Amèn è che: “non vi accorgete di essere dei falliti, degli infelici, poveri, ciechi e nudi”, è bene che prendiate adeguati e radicali provvedimenti perché la malattia ha intaccato proprio le radici. 

A me pare che l’urgenza di fare della Chiesa locale sempre più un evento, ossia un prodigio, un miracolo, una ri-voluzione, una scoperta , una Buona Notizia, postula che v’interroghiate in piazza, alla luce del sole, nel contesto di tutta la comunità ecclesiale in cui è inserita la vostra Fraternità. 

Percepisco l’ insorgere di qualche preoccupazione: l’idea sarà anche bella ma da che parte s’incomincia perché non siano tutte visioni fantastiche?

 Io la vedo così:

  • se è vero che Dio è l’educatore del suo popolo, è altrettanto vero che non è lunatico ma educa con un progetto.
  • Questo progetto si chiama Parola ed è Rivelazione in atto, nella forza dello Spirito.
  • Non si tratta di un’astrazione ma qualcosa di palpabile. E’ un cibo da masticare, consegnato a mani sicure, al riparo dalle frodi alimentari, quelle dell’Apostolo.
  • E’ affidato alla buona tenuta delle sue gambe che non si stancheranno facilmente di portarlo in giro e distribuirlo.
  • Egli è un uomo, ma di Dio.
  • Per saperne di più sul progetto, bisogna ascoltarlo, interrogarlo, sollecitarlo a parlare di Colui che lo manda. Chi vuol fare da solo, corre il rischio di non nutrirsi adeguatamente, di perdersi, di uscirne confuso, di portare confusione.

 Allora la mia convinzione è che dovete cominciare col domandare allo Spirito d’intelligenza, lumi di discernimento per recepire la funzione che ha l’Apostolo, ossia il Vescovo, nella Chiesa locale.

 La maggior parte delle vostre Fraternità sono una Chiesa già piantata, ma, proprio perché le loro origini sono talvolta piuttosto remote, è tempo di ri-fondazione. Da qui l’esigenza di una fondamentale domanda: se il Vescovo – la cui funzione profetica e magisteriale è sottolineata nelle Scritture e ribadita dal Vaticano II nella Lumen Gentium – se il Vescovo (Pietro e gli Apostoli), reso da Cristo partecipe della sua consacrazione e missione , è il tramite, come si può pensare ad un’autosufficienza che non sia distruttiva?

 Vi invito a riflettere su un aspetto che merita attenzione. Anche nella comunità parrocchiale talvolta si guarda al Vescovo con categorie mentali molto umane, come si trattasse più di un Presidente di una grande società che non di un evangelizzatore. Per cancellare questa opinione, bisogna immetterne in circolazione una più forte e convincente. Trovo che di lui si possa dire: “L’uomo di Dio mandato alla mia Chiesa per interpretare il cammino che lo Spirito fa compiere ai singoli”.

Se poi al Vescovo locale volete sostituire il Vescovo di Roma o il Priore Generale, io che non sono un esperto in Diritto Canonico, non voglio intromettermi e vi affido all’autorità della Chiesa. Dico solo che il Vescovo è chiamato a leggere e capire il dinamismo reale della Chiesa locale con gli occhi della fede e con gli occhi del cuore e deve percepirlo con l’affettività, che è l’affetto stesso di Cristo per l’uomo, l’affetto di Dio per ogni creatura. A me sembra che egli abbia un ruolo insostituibile, un ruolo santo, che ha un peso consistente. Si può farne a meno? Almeno questo lasciatemi chiedere: fatelo vostro commensale non soltanto per la liturgia dell’8 Marzo. Se penso al mio vescovo di Granada che ha reso possibile il disegno di Dio, molto più grande delle mie piccole intuizioni e che ora vi trova coinvolti, come posso ragionare diversamente?

Ricordo come adesso: tormentato dai debiti per i poveri fin sul letto di morte, chi, se non lui che se li è addossati, mi ha permesso di chiudere gl’occhi cantando l’”Ormai , Signore, puoi lasciare che il tuo servo se ne vada in pace: la tua promessa si è compiuta. Con i miei occhi ho visto il Salvatore. Tu l’hai messo davanti a tutti i popoli: luce per illuminare le nazioni e gloria del tuo popolo, Israele”(Lc 2,29-32)? 

Scusate se insisto, ma non trovo simpatico scoprire cristiani impegnati nei Movimenti che si dichiarano un tutt’uno con il Papa e che concepiscono il Vescovo come un funzionario-delegato, in trasferta. Costoro sono convinti che il punto di vista del Vescovo sia da reputare e tenere nella Chiesa locale nella considerazione di un semplice punto di vista. Questo modo di ragionare è preoccupante.

Dichiararsi con il Papa, con il Padre carismatico A, il Fondatore B e reputare la presenza del Vescovo come un ostacolo sulla strada, da evitare attentamente, non giova al popolo di Dio.

Sant'Ambrogio vescovoNon voglio generalizzare, ma il Vescovo, considerato come testimone di Cristo per i fratelli, guida, padre ed amico , non sembra molto recepito. Se il Vescovo è colui che è chiamato a ricondurre all’unità e alla genuinità la molteplicità delle situazioni storiche in cui i credenti, i battezzati, vivono il proprio sacerdozio battesimale, domandare allo Spirito di accendere in tutti la consapevolezza della funzione che ha l’Apostolo, ossia il Vescovo nelle vostre Fraternità mi sembra utile e di attualità. Non fosse altro per non sentirsi dire: “non vi accorgete di essere dei falliti” (17).

 Quando il Vescovo invita la comunità ecclesiale a ripartire dagli ultimi, carità vorrebbe che si iniziasse proprio da lui. E’ l’ultimo: semplicemente perché ha accettato di essere tra voi “come colui che serve”.

  • Ha assunto nella Chiesa locale il Volto di Gesù.
  • Per il peso che porta, non sarà mai amato abbastanza.
  • Sotto il vestito di porpora che gli richiama il sangue dei martiri, c’è un uomo. Ma osservate bene: non vi sembra alle volte di scorgere Lui, il Signore Gesù, vestito di rosso, coronato di spine, schernito e deriso?
  • Non un pianto, un lamento.
  • E’ dei Suoi, come Pietro, come il Papa. E’ dei dodici.
  • Non è un re, ma un mandato per il Regno di Dio.
  • Viene in mente quel gioco: “Ti ha percosso qualcuno? Indovina!”
  • Sembra un gioco innocente. Ed è un lento morire. Un andare al Calvario.

Milano - Chiesa di Sant'Ambrogio

Proprio per queste ragioni, riscoprire il Vescovo è rivalutare lo Spirito. Che, se “soffia dove vuole”, nel Vescovo è già profezia vivente E, se Dio è l’educatore del suo popolo, il Vescovo ne esprime il senso. 

Vorrei concludere questa mia con l’attenzione a coloro che sono in uno stato di precarietà. Il Maestro suggerisce efficaci rimedi terapeutici:

  • Io vi do un consiglio: comprate da me oro purificato col fuoco per diventare ricchi davvero”: è nella prova che scoprirete l’amore di Dio e imparerete la generosità;
  • abiti bianchi per vestire e coprire la vostra nudità vergognosa”: vuol dire di non contare su cose che appaiono, che vi fanno sentire sicuri davanti agli altri; è un invito a cercare l’amore di Cristo proprio dove vi sentire più fragili, più incompetenti, più feriti, più vergognosi. Non indossare abiti contaminati equivale a ritrovare l’integrità battesimale, diventare figli della luce;
  • collirio per curarvi gli occhi e vederci”: vuol dire guardate con più attenzione dove non riuscite ad amare; lì vi attende un cammino di conversione che contraddice le vostre vedute, anzi la vostra cecità;
  • “Io tratto severamente quelli che amo; cambiate vita, dunque, e impegnatevi con tutte le forze”: vuol dire che siete chiamati allo scoperto, che dovete venir fuori dall’esistenza condotta fino a questo giorno. E’ come se Gesù vi dicesse che sarete gettati dalla sicurezza relativa della vita, all’assoluta mancanza di sicurezza.

 Fratelli miei, non abbiate paura. Chi vi ha parlato è il Risorto.

 Gesù risorto