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SAN RICCARDO PAMPURI – VITA – MIRACOLI -DEVOZIONI

domenica, 10 dicembre 2006

VITA – MIRACOLI -DEVOZIONI

 

Russotto - San Riccardo Pampuri foto

SAN  RICCARDO PAMPURI

vita – miracoli – devozioni

Immagine:Morimondo torre campanaria.JPG

Abbazia di Morimondo – La torre campanaria

La Cripta con il Corpo di San Riccardo Pampuri

L’urna – clicca per ingrandire

L’infanzia con gli zii

Pampuri medico condotto

San Riccardo Pampuri nasce a Trivolzio, piccolo borgo di agricoltori tra Milano e Pavia, il 2 agosto del 1897, in una tipica giornata estiva in cui la pianura pa­dana è avvolta dalla consueta e soffocante cappa d’afa. La sua è una famiglia numerosa, molto diversa dalle famiglie con un solo figlio in cui crescono la maggior parte dei giovani d’oggi, ma certo non molto diiferente dagli am­pi nuclei familiari italiani di fine Ottocento e inizio No­vecento.

Prima di Erminio, battezzato il giorno succes­sivo nella chiesa parrocchiale di Trivolzio con il nome completo di Ermimo Filippo, il papà Innocente Pam­puri e la madre Angela Campari avevano già avuto nove figli: Giuseppina, Ferdinando, Teresa, Achille, Emilia, Maria (la futura suor Maria Longina, francescana mis­sionaria in Egitto), Agostino, Margherita e Giuseppino. L’anno successivo la signora Angela partorì anche Pie­tro, undicesimo e ultimo figlio dei Pampuri. Il piccolo morì appena un mese dopo la nascita. L’infanzia di Erminio non si presenta facile.

  • I primis­simi anni della sua vita sono contrassegnati dalla perdi­ta della mamma, nel marzo del 1900, malata di tubercolosi e mai più rialzatasi dal letto dopo il parto di Pie­tro. La madre, prima di morire, aveva affidato Erminio alla cugina Teresa di Moncucco e alla sorella Maria Cam­pari di Tòrrino. Inizialmente Teresa lo portò con sé a Moncucco, ma poco dopo il bambino fu accolto a Tor­rino nella casa degli ziì.

    L’altro avvenimento doloroso – la morte del padre – accade in una giornata di fine luglio del 1907, a Milano. Si tratta di uno sfortunato quanto casuale incidente, con il cinquantaduenne Innocenzo Pampuri che rimane schiacciato tra un carro e un tram che percorrevano via Aleardo Aleardi. Riccardo è forse troppo piccolo per restare sconvolto dai due drammatici avvenimenti. Tuttavia, il ricordo della madre, donna sempre fortemente attaccata agli ideali e ai principi cristiani, non si spegne e rimane co­stantemente vivo nel cuore del giovane Pampuri.

    A testi­moniare al fanciullo la fede cristiana della madre scom­parsa sono, da un lato, gli ziì Carlo (medico condotto di Trivolzio) e Maria Campari e, dall’altro lato, i fratelli, tra i quali si conservò negli anni successivi l’educazione reli­giosa cattolica ricevuta. Il secondogenito Ferdinando, unico dei fratelli Pampuri a sposarsi e ad avere figli, ricorda la madre Angela proprio con queste parole: «Fu donna di fede, di sacrificio e di amore alla famiglia».

    La precoce scomparsa dei genitori crea un rapporto molto intenso tra Riccardo e alcuni dei fratelli. Come tutti i bambini della sua età, ma in fondo come tutti i ragazzi giovani e meno giovani di qualsiasi epoca, Ric­cardo ha bisogno di affetto, di volti che mostrino un’at­tenzione speciale alla sua vita. La figura materna è rimpiazzata, oltreché dalla tutrice e zia Campari, dalla sorella maggiore Maria, più vecchia di lui di otto anni. Quando tornava da scuola Erminio non esitava a correre verso Maria, abbracciandola e baciandola con il desi­derio, così caratteristico nei bambini, di raccontare tutto quanto successo tra i banchi.

    Nonostante nel 1912 Ma­ria diventasse suora francescana missionaria ed entrasse nel noviziato del Cairo con il nome di suor Longina, l’affetto di Riccardo per lei non accennò mai a dimi­nuire. Ella fu sempre un costante punto di riferimento per san Riccardo, specialmente negli anni in cui si fece più insistente la vocazione del fratello ad indossare gli abiti religiosi. Riccardo Pampuri è un bambino come tanti altri.

    Non ci sono nei primi anni della sua vita gesti eclatanti, segni premonitori di un miracoloso disegno divino. Specialmente quando sono in tenera età i bambini amano essere al centro dell’attenzione. Sono così soliti mostrare ai propri interlocutori tutto il loro orgoglio e il desiderio di avere sempre ragione, da non accetta­re correzioni, salvo poi accorgersi che le osservazioni fatte sono un segno del bene a loro voluto. Anche il piccolo Erminio assumeva atteggiamenti simili. Il fra­tello maggiore Agostino ricorda con simpatia un di­vertente episodio: «Quando la Carolina domestica gli faceva dire le preghiere, qualche volta lo correggeva: “Bada che hai sbagliato Emilio” (così lo chiamavano in casa). Egli a volte le faceva osservare: “Ma guarda, quando mi fai dire tu le preghiere, mi fai sempre sba­gliare. Quando le dico da solo non sbaglio mai”. E la buona domestica Carolina rispondeva: “Ma sicuro, quando le dici tu da solo non c’è nessuno che ti cor­regge”. Allora il piccolo cominciava da capo le sue pre­ghiere».

    Non molto diversamente dagli altri ragazzini della sua età, Riccardo era goloso. Andava matto per la frut­ta e per i dolci. Era così attratto dalle leccornie che sfor­navano alcuni panettieri che, durante il suo anno gin­nasiale a Milano, doveva chiedere alla sorella di non dargli i soldi del biglietto del tram perché altrimenti li avrebbe usati per soddisfare i desideri del palato.

    Erminio Filippo frequenta le prime tre classi ele­mentari a Trovo, un piccolo centro a un chilometro dalla frazione di Torrino, dove egli viveva con gli zii. Sarebbe rimasto nella casa degli zii fino agli inizi della prima ginnasio e vi sarebbe ritornato in occasione di tutte le vacanze estive ed invernali. Per la quarta e la quinta elementare Erminio è costretto a spostarsi fino al paese di Casorate Primo, distante da Torrino quasi cinque chilometri Luigi Balbi, maestro della scuola elementare di Casorate, non ci descrive un bambino eccezionale o fuori dal comune.

    L’Erminio piccolo scolaro gia incarna la sem­plicità della fede cristiana trasmessagli dagli zii, una semplicità vissuta con bontà verso i compagni di classe, con obbedienza e grande forza di volontà, ma soprat­tutto con quel luminoso sorriso che avrà sul volto per tutta la vita. «Alla scuola fu sempre assiduo: anche col tempo cattivo e le strade quasi impraticabili. Le virtù che meglio rifulsero in Emilio Pampuri furono una bontà che chiamerei congenita, un’obbedienza pronta e ilare, una tenacia volenterosa nello studio, una mitezza di carattere singolare ed una condotta irreprensibile sotto ogni rapporto.

    Era parco nelle parole, ma per tutti aveva un largo e luminoso sorriso, segno di animo tran­quillo e ripieno di Dio». Non dobbiamo tuttavia pensare che Erminio sia sta­to fin dai primi anni della sua vita un bambino diverso dagli altri. Come i ragazzini della sua età Erminio ama­va giocare e correre all’aperto. Luigi Cervi, un suo com­pagno di infanzia a Torrino, lo ricorda giocare volentieri con gli altri fanciulli, in un modo che definisce sempre discreto e dignitoso. Terminate le scuole elementari, Erminio si trasferisce da Torrino a Milano, iscrivendosi al ginnasio «Alessan­dro Manzoni».

    E’ l’autunno del 1908. Il primo anno gin­nasiale si rivela molto problematico. La mancanza di una figura che lo segua con attenzione negli studi e la dispersività di una grande città come Milano creano in lui un forte disagio. Erminio non perde comunque occasione per testi­moniare la sua educazione cristiana. Capita spesso che in classe si rifiuti di leggere brani anti-cattolici, chie­dendo al professore di far proseguire qualcun altro. La sorella Maria ricorda che amava rispondere con sem­plicità alle domande che un insegnante massone – da lui incontrato all’uscita dalla chiesa – gli poneva sulla fede.

    Il rendimento scolastico milanese, tuttavia, non è dei migliori. Fin dal primo trimestre Riccardo accusa diffi­coltà in italiano e soprattutto in matematica, materia che da generazioni rappresenta il tradizionale spaurac­chio di buona parte degli studenti. I successivi due tri­mestri non denotano particolari miglioramenti. Anzi, i voti continuano a peggiorare. Alla fine dell’anno sco­lastico, dopo un terzo trimestre contraddistinto da due inequivocabili 4 in geografia e in matematica, Erminio è rimandato a settembre. Oltre a geografia e matematica si aggiunge anche l’esame di latino. Solo l’iniziale insuffi­cienza in italiano è recuperata prima degli scrutini di giugno, grazie alla spiccata bravura dimostrata da Er­minio nello scrivere i temi.

    A settembre Erminio è pro­mosso e da quel momento diventa un campioncino in matematica e fisica. L’annata ginnasiale milanese dimostra che Erminio Filippo ha bisogno di essere aiutato. Gli servono perso­ne che lo guidino sia in campo scolastico che nell’ambi­to spirituale. A Erminio non mancano certo le qualità e l’intelli­genza. Sembra invece venire meno la certezza di alcuni rapporti, certezza legata all’effettiva presenza fisica ac­canto a lui di volti amici.

    Negli anni seguenti della sua vita si noterà come la fede semplice e incrollabile del giovane Pampuri av­verta pur sempre la necessità di persone con cui condi­viderla e a cui testimoniarla. Sarà così a scuola, all’Uni­versità, sul fronte della Grande Guerra, a Morimondo e nell’Ordine dei Fatebenefratelli.

    Il volto, l’amore del Signore sono esperienza viva quando ci sono due o più persone riunite nel suo nome. «Perché dove sono due o tre riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro» (Matteo 18,20). Senza una compagnia il cristianesimo è puro ed este­riore ascetismo. Pampuri lo intuisce e fa della dimen­sione comunitaria della sua fede un elemento fonda­mentale. Si capisce allora come in questo suo primo anno di ginnasio ci sia tutta la plausibile e umana fragi­lità di un ragazzino orfano di entrambi i genitori, insie­me al travaglio per essersi allontanato da quegli zii di Torrino che lo avevano cresciuto ed educato come e più di un figlio.

    Lo zio Carlo non fatica ad accorgersene e richiama il piccolo a Pavia, città più a dimensione d’uomo e mag­giormente adatta ad uno sviluppo sereno della persona­lità del nipote. Dall’anno scolastico 1909-1910 Erminio prosegue i suoi studi dimorando presso il Collegio sco­lastico Sant’Agostino e seguendo le lezioni al Liceo clas­sico Ugo Foscolo. Il profitto si rivela fin da subito buo­nissimo. Scompaiono le insufficienze e le pagelle di quell’anno – come degli anni successivi di ginnasio e di liceo – si riempiono di sette, otto e nove. Anche in ma­tematica, suo tallone d’Achille nell’annata milanese, i voti sono soddisfacenti.

    Sono anni sereni e gioiosi quelli trascorsi al Sant’Ago­stino. Ama parlare con i compagni di classe, special­mente con quelli di origini più umili e modeste. Sa con­quistarsi la loro stima e la loro amicizia, grazie ad un modo di comportarsi sempre amabile e discreto. Non era certo un secchione arrogante e indisponente, orgo­glioso di tenere tutta per sé la sua intelligenza. Gaspare Mainetti, suo compagno di classe e di collegio, ricorda che Erminio durante le interrogazioni dei compagni di scuola si prodigava nei suggerimenti «in un modo da farsi rimproverare dai professori e perfino di prendersi delle annotazioni sul registro di scuola pur di far fare bella figura al compagno.

    In Collegio egli era sempre premuroso con i compagni e felicissimo quando poteva aiutarli in qualche modo, nei consigli e nel dare perfino i compiti da copiare (ed io ne ho copiati tanti)». Riccardo non si getta a capofitto in uno studio matto e disperato, quasi a volersi estraniare dalla vita reale. Non ci sono tracce di un’esistenza da monaco di clau­sura. Una volta compiuto diligentemente il suo dovere di studente, Erminio ama fare passeggiate e stare all’aria aperta ad ammirare la natura. Quando ne ha l’opportu­nità si spinge anche in montagna. In un biglietto allo zio Carlo descriverà con meravigliato stupore una scalata al Resegone, dove si era inerpicato insieme all’amico Be­nedetto Secondi.

    La bellezza del creato, avvertita come richiamo potente e misterioso ad un Dio fattosi uomo, lo affascina. Le meraviglie del mondo e della natura, come sono in grado di far nascere lodi al Signore, al tempo stesso destano la curiosità dell’uomo e il suo desiderio di viag­giare verso realtà inesplorate. Chi, soprattutto da bam­bino, non ha sognato nel sonno ma anche ad occhi aperti di viaggiare al centro della Terra o di accompa­gnare Phileas Fogg nel suo giro del mondo in ottanta giorni?

    Come tanti ragazzi del suo tempo e delle epo­che successive, Erminio viaggia con la mente verso le isole e i continenti descritti da Salgari e Verne nei loro romanzi d’avventura. Diventa un vero divoratore di questo genere di letteratura, grazie anche alla fornitissi­ma biblioteca del Collegio Sant’Agostino. A Verne, a Salgari e Quattrini preferisce il «Saturino Farandola» del Robida. Chi cerca di contenerlo in questa sua pas­sione, che a volte appare smodata e nociva allo studio delle altre materie, è il compagno di classe – e successi­vamente anche d’Università – Benedetto Secondi.

    Anche Benedetto è un ragazzo di famiglia cattolica, dalla fede altrettanto semplice e concreta come quella di Riccardo. Tra i due si instaura subito qualcosa che va al di là della formale e cameratesca appartenenza alla stes­sa classe. Erminio e Benedetto sono amici stretti, amici per la pelle. Sono amici nell’accezione più ampia e più bella del termine. Erminio e Benedetto restano amici per la vita, per tut­ta la vita, testimoni nella loro esistenza della verità della frase di Gesù: «Nessuno ha un amore più grande di que­sto: dare la vita per i propri amici» (Giovanni 15, 13). Se si è amici si accettano più facilmente i consigli. Ecco al­lora che il giovane Erminio, mangiatore di libri d’avven­tura, corretto da qualcuno che sente realmente amico e non da un estraneo, ringrazia per il suggerimento e tor­na con più attenzione sul suo studio.

    Quando divenne studente universitario e successi­vamente medico, spesso ricordava con gratitudine al Secondi il consiglio datogli: «Sei stato tu che mi hai fatto aprire gli occhi e mi hai fatto tanto bene. Te ne sono tanto grato!». Siccome Erminio gli ripeteva spes­so questa sua espressione di gratitudine, Benedetto gli rispondevà: «Ma sì, lascia stare. Sono cose vecchie or­mai!».

    Oltre alle decisive figure degli zii e di Benedetto Se­condi, Riccardo conserva negli anni di Liceo un bel­lissimo rapporto con la sorella suor Longina. Le per­sone che più lo aiutano ad amare il Signore, nonché a volere bene e prendere sul serio la propria vita (se non si prende sul serio la propria vita non si può certo amare il Signore), sono sempre nitidamente presenti nel suo cuore e nella sua mente.

    La distanza – suor Maria Longina si trova missionaria al Cairo – non sfuma l’affetto per la sorella. Anzi, sembra quasi che il fascino esercitato su Erminio da quei luoghi lontani che sono le piramidi d’Egitto, renda il legame con suor Maria più intenso ed affascinante. La lettera che le scrive nel gennaio del 1914 ne è la cartina al torna­sole. Insieme a qualche legittimo volo di fantasia, Erminio dimostra tutto il desiderio di condividere con lei quanto stava vivendo, chiedendo quella compagnia e quelle preghiere così indispensabili per il suo cam­mino di studente e di cristiano. Ancora una volta Er­minio si accorge che solo dentro una compagnia di affetti la sua giovane fede cristiana – nel 1914 ha solo 17 anni – può crescere.

    «Carissima sorella, Ti chiedo le più vive scuse per la mia eccessiva negligenza che per altro non ti avrà fatto cre­dere che io ti abbia dimenticato, poiché sempre ti ho ricor­dato in modo speciale nelle mie preghiere nelle quali ti ricorderò per sempre e tanto più ora affinché il Signore abbia ad dluminarti in occasione della tua professione. Parimenti mi raccomando alle tue, avendo sempre ogni giorno più bisogno della grazia del Signore per bene adem­piere ai miei doveri: come pure ad essi si raccomandano i tuoi fratelli, la tua sorella Margherita e tutti gli zii. L’anno scorso ho superato felicemente la licenza ginnasiale, ed ora faccio la prima Liceo; in questo primo trimestre i miei studi hanno pure avuto un esito abbastanza soddisfacente e che per altro cercherò di migliorare quanto più mi sara possibile negli altri due. Con grandissimo piacere abbia­mo le tue desideratissime notizie ed il regalo insperato del tuo ritratto. Quanto avrei desiderato di potere teco ammi­rare quelle famose e grandiose piramidi che attraverso i secoli ci fanno conoscere la grandezza e la potenza di quei superbi Faraoni che si facevano chiamare (figli del sole) e che pur dovettero piegare la loro fronte ai voleri del Dio d’Israele quando ad essi comandò per bocca di Mosè la liberazione del popolo ebreo. Mi ero dimenticato di dirti che noi tutti abbiamo salute, quale auguriamo a te per numerosissimi anni. Ti manda a nome di tutti i più affet­tuosi saluti del tuo sempre aff.mo fratello Erminio».

    Gli anni di Università e la Grande Guerra

    Pampuri studente universitario DSCF0085

    Il 26 giugno 1914, con l’assassinio del principe eredi­tario Francesco Ferdinando, scoppia la prima guerra mondiale. L’ltalia, cambiando repentinamente alleanze, entra nel conflitto nel maggio del 1915 insieme alle potenze dell’Intesa. Per decine di migliaia di giovani ita­liani, ragazzi di 18 o 19 anni, si avvicina un destino se­gnato dalla morte e da ferite inguaribili. Erminio non partecipa al dibattito politico tra neutralisti e interventi­sti (questi ultimi erano a loro volta divisi tra sostenitori della Triplice Alleanza e fautori di un accordo con Fran­cia, Inghilterra e Russia).

    Il fatto che Erminio restasse al di fuori dello scontro verbale non significava che fosse indifferente di fronte alla carneficina scatenatasi. Tut­t’altro. Come c’erano giovani spinti a combattere da un’irrefrenabile volontà bellicistica e da un altrettanto grande orgoglio nazionale, molti di più erano i giovani che tentavano ogni strada per evitare una morte cruen­ta, arrivando addirittura a procurarsi delle ferite pur di sfuggire la chiamata alle armi.

    Molti ragazzi di oggi non avrebbero difficoltà a riconoscersi con forza nei primi. Si tratterebbe della maggioranza, dei cosiddetti bulli di periferia o ragazzi del branco. Altri dovrebbero invece ammettere, tra sé e sé, senza farlo troppo notare per non essere derisi e scherniti, che se potessero non esitereb­bero a scappare e nascondersi. Entrambi i tipi di ragaz­zi pensavano allora, e lo penserebbero oggi, che la pro­pria strada, la propria scelta fosse quella giusta. Quella della realizzazione di sé.

    L’abbazia di Morimondo

    E’ i n questo paese che ha svolto la sua professione di Medico Condotto

    Realizzazione di sé come uomi­ni duri e invincibili per i primi, realizzazione di sé in un’ottica utilitaristica e del quieto vivere per i secondi. Nonostante molte volte venga soffocato o spento, il desiderio dei giovani di tutte le generazioni è di essere felici, di realizzarsi. I giovani vogliono un ideale per cui spendere la vita. Nel 1915 molti imberbi soldatini italiani pensavano di aver trovato il «grande ideale» in quella guerra che si stava combattendo per difendere il suolo patrio. Per altri ragazzi ci si accontentava di un ideale, piccolo ma pur sempre ideale, di una comoda e agiata esi­stenza nelle proprie città o nei propri borghi di campa­gna, insieme alle mogli e ai figli.

    I giovani che sono oggi devoti di san Riccardo si accorgono che in entrambe le posizioni c’è qualcosa che manca, che impedisce di acco­starsi all’unico e vero grande ideale. Qualcosa che si frap­pone all’autentico compimento della propria personalità. Anche Erminio voleva essere felice, realizzarsi. Sapeva benissimo che la guerra era «un’inutile strage», come ebbe modo di definirla Benedetto XV. Il suo cuore desi­derava la pace, la vera pace, che è la pace di Dio ma che è anche la pace tra gli uomini. In mezzo al conflitto c’era però bisogno proprio di questi uomini di pace, persone che pur in mezzo a inenarrabili orrori e sofferenze por­tassero il volto buono e misericordioso del Signore. At­traverso la cura dei feriti, facendo compagnia e rincuo­rando i commilitoni.

    Erminio compì tutto ciò, senza timori e senza ostentazioni, con l’eroismo semplice e pieno di fascino di chi è al servizio di Cristo. Lo stesso eroismo lo avrebbe testimoniato in tanti altri fatti, molto meno appariscenti ma non meno degni del­l’aggettivo eroico. E nel riscontrare la semplicità di que­sto eroismo che i giovani si accostano a lui con curiosità e stupore. Anche loro si sentono fatti per un grande idea­le e per un eroismo che non è sinonimo di glorificazione. Un eroismo che, pur non essendo facile, grazie all’ esem­pio di san Riccardo, si presenta alla portata di tutti. Erminio Filippo Pampuri, dichiarato in un primo tempo rivedibile a causa della salute cagionevole, è riconosciuto abile e arruolato nel 1917.

    C’era bisogno di uomini, di carne da macello. L’esercito non andava troppo per il sottile nel giudicare le reclute adatte a par­tire per il fronte. Nell’aprile del 1917 Riccardo è invia­to alla caserma di San Vincenzo in Prato a Milano per tre mesi di addestramento. In quel periodo l’unica mis­sione esterna è condotta a Vittorio Veneto. Questo breve spostamento acuisce il dolore di Erminio per la guerra in atto e ne rafforza le speranze e i desideri di pace.

    Come scrive agli zii il 7 maggio del 1917, è rattri­stato dalla vista di alcune tradotte che ritornavano vuote dopo aver scaricato i soldati al fronte. La soffe­renza maggiore, come spiega sempre nella stessa lette­ra, è data dal pensiero per la morte avvenuta in batta­glia, il 1° luglio 1916, del fratello Achille. L’esperienza di dolore di Erminio è reale e concreta. È l’esperienza di chi ha già perso un fratello e sa che presto la stessa sorte potrebbe toccare a lui o ai suoi amici.

    Il dilagare della guerra non cancella l’umanità com­mossa di Pampuri, non lo fa ragionare con l’ottica del fiero combattente. La vista di tanta morte e distruzione potrebbe indurre facilmente a considerare tutto ciò rou­tine, avvenimenti così uguali da non meritare neanche più una lacrima. Per Erminio non è così. La sofferenza dei suoi commilitoni è icona della sofferenza di Cristo. Ancora nel 1918 il ricordo di Achille è vivo in lui. Lo testimonia la corrispondenza con la sorella Maria Lon­gina nell’agosto del 1918, momento in cui Riccardo è lontano dai luoghi degli scontri:

    «Quante volte in mez­zo a questa tranquillità serena penso al doloroso turbine che ha travolto il nostro caro Achille! La sua immagine buona mi sta dinanzi e d dolce ricordo dei suoi buoni consigli, del suo santo esempio, mi è di grande conforto».

    La partecipazione diretta al conflitto corrobora i sen­timenti di pace del soldatino di Trivolzio. Egli non sma­nia dalla voglia di essere in prima linea. Preferisce resta­re nelle retrovie e mettere a frutto la sua esperienza di studente di medicina curando i malati. il fatto di essere in una posizione relativamente tranquilla lo conforta e rafforza le sue preghiere per una soluzione immediata e pacifica della Grande Guerra. Questo suo stato d’animo è ben descritto dalle parole che usa con la sorella Lon­gina Maria:

    «Dopo essere stato tre mesi a Milano, un po in caserma ed un po’ in un Ospedale Militare di riserva, sono stato assegnato alla 86a Sezione di Sanità e mandato in zona di guerra. Fortunatamente qui mi sono trovato molto meglio di quanto mi ero aspettato; poiché essendo noi stati mandati come truppa suppletiva non siamo stati aggregati a nessun reggimento restando in un paesello tranquillo, molto lontano dalla linea di combattimento, e quindi fuori di ogni pericolo. Ora da due settimane fac­cio servizio in un Ospedaletto da Campo in sala di medi­cazione. Quale scempio della povera carne umana, che ferite, che squarci, quante membra fracassate! Speriamo che per la Divina Misericordia questo flagello abbia a terminare presto, molto presto!».

    Erminio non ha dubbi. La distanza dai luoghi di guerra è quanto di meglio si possa augurare. L’episodio della ritirata di Caporetto (cui accennerò in seguito), del carretto con i medicinali recuperato nonostante il fuoco nemico, non gli infonde istinti da guerriero impa­vido. Il suo eroismo semplice è frutto di un servizio alla causa della pace e di Cristo, autentico signore della Pa­ce. Una lettera alla sorella Longina, oltre a farci ammi­rare lo stupore del giovane Riccardo per lo spettacolo offertogli dalla natura, esprime tutto il desiderio che ogni ragazzo ha di vivere in pace e distante dai conflit­ti. Risale all’agosto del 1918, pochi mesi prima della conclusione definitiva della guerra.

    «Carissima sorella, io godo sempre buona salute, ed ora mi trovo in una posi­zione così comoda e lontana da ogni pericolo che non potrei desiderare di meglio. Un paesetto tranquillo di una graziosissima valle dove tutto è bello e dove ogni cosa, dai verdi e folti castagneti lungo i franchi dei monti, ai paesetti appesi agli erti pendii sotto la dolce protezione di bianche chiesette, alle ardite cime indorate dagli ultimi raggi del sole morente, tutto ci parla della potenza infini­ta del Divin Creatore, della Sua infrnita bonta».

    Leggendo queste brevi considerazioni, qualche gio­vane valoroso potrebbe spingersi ad affermare che Ric­cardo non era poi così coraggioso. I giovani ammirano e hanno sempre ammirato, almeno a parole e nei pro­positi, gli uomini coraggiosi e temerari. Anche nei santi i giovani apprezzano queste caratteristiche. San France­sco che ammansisce il lupo, san Giorgio e il drago, Pie­tro e Paolo che non temono il martirio. Le frasi della lettera di Pampuri sfumano l’immagine di un superuo­mo. Erminio potrebbe allora apparire non più come un santo, o quantomeno non più come un santo da vene­rare con feste e celebrazioni. Eppure il santo non è il superuomo.

    Se qualcuno si può allontanare dalla devo­zione a san Riccardo perché in fondo non era così ecce­zionale, molti giovani potrebbero invece cominciare a riflettere sul fatto che la via alla santità è possibile per tutti. Chi è consapevole che una simile strada è pratica­bile, acquista un coraggio e un ardore insperato e inspiegabile. È il «grande ideale» per cui siamo fatti che ci viene incontro e completa le nostre manchevolezze e le nostre umane paure.

    Il coraggio di Erminio era diverso da quello che noi molto schematicamente riteniamo es­sere tale. il coraggio gli arriva come un dono da Dio e come tutti i doni che si rispettano, colui che lo riceve non vuole certo metterlo nel dimenticatoio, facendo finta che il benefattore non esista. Il suo era il coraggio di chi è al servizio del Signore e non ha paura di donare la propria vita per gli altri, qualora sia questo il disegno di Dio. Di questo coraggio che arriva dall’alto Erminio ne ha. Anzi, ne ha da vendere!

    Il 24 ottobre 1917 sono in corso i combattimenti di Caporetto e l’esercito italiano, guidato dal generale Cadorna, è in procinto di subire una dura sconfitta. In quella giornata il soldato e medi­co Erminio Filippo Pampuri si rende protagonista di un episodio che gli frutterà la medaglia di bronzo al va­lore militare e la promozione al grado di sergente. Per timore di essere accerchiato dalle truppe austria­che, l’esercito italiano riceve l’ordine di ritirarsi.

    Gli ufficiali medici si uniscono alle decine di migliaia di sol­dati che caoticamente indietreggiano e levano il campo, abbandonando tutti i medicinali e l’attrezzatura sanita­ria dell’ospedale da campo. Pampuri, per impedire che del materiale tanto importante andasse perduto, carica tutto su un carretto trainato da una mucca. Per venti­quattr’ore, sotto una pioggia torrenziale e in mezzo a campi impantanati, corre a perdifiato sino a raggiunge­re i compagni a Latisana.

    Per i commilitoni e i superio­ri, che lo davano ormai per disperso, fu un’autentica sorpresa ma anche una nuova occasione per stupirsi del temperamento di Erminio. Chi combatté con lui ne conserva un ricordo che mette in risalto la grande carità cristiana, lo straordinario amore di chi vede nel giovane soldato malato o morente il viso di Cristo: «Ebbe sempre grande carità verso i soldati infermi – racconta un testimone – e particolarmente verso i più gravi. Era pronto a confortarli nei loro mali e specialmente nel far ricevere loro i santi sacramenti quando erano gravi. Si compiaceva di radunare i semplici soldati per far loro un po’ di morale e la sua assennata parola era sempre tenu­ta in grande considerazione».

    In guerra Erminio si accorge più che mai della fecon­dità di un cristianesimo incentrato sulle opere e la cari­tà verso il prossimo. La sua vocazione di medico diven­ta più chiara. Medicina ed esperienza cristiana non sono in contrasto per lui. L’ammalato deve essere cura­to ma questo ammalato è innanzitutto un uomo, con tutto il suo bisogno spirituale e materiale. Pampuri co­mincia a comprendere che il medico non è solo il medi­co del corpo ma anche dell’anima. Donare conforto ai malati, condividere con gesti e parole la vita del fronte insieme. agli altri soldati, sono occasioni per non dimen­ticare le parole di Gesù: «In verità vi dico: ogni volta che l’avete fatto al più piccolo dei miei fratelli l’avete fatto a me» (Matteo 25,40).

    Pampuri soldato DSCF0087

    Stava in mezzo agli altri militari Riccardo per portare loro il volto amico di Cristo. Egli era tra di loro, ma non si adeguava alla loro mentalità e ai loro costumi (possia­mo facilmente immaginare i loro discorsi!). Come ricor­da Don Luigi Pergoni, compagno d’armi di Pampuri a Baggio, il ragazzo di Trivolzio amava molto di più stare accanto agli uomini di Chiesa presenti sulle trincee. La vicinanza di sacerdoti e religiosi aiutava Erminio a capi­re l’importanza di avere in quei momenti così tragici delle guide, persone che gli fossero amiche nell’abbrac­cio di una compagnia cristiana. Noi stessi, nei frangen­ti più delicati e drammatici della vita, cerchiamo questa compagnia ed è proprio in questi frangenti che ne per­cepiamo maggiormente la bellezza e la gratuità.

    Il 4 novembre 1918 si conclude per l’Italia il conflitto. I giovani morti sui campi di battaglia sono oltre 600.000. Riccardo riesce a sopravvivere e riprende con solerzia i suoi studi di medicina, facoltà a cui si era iscritto fin dal 1915. Alcune licenze concessegli nel corso della guerra gli avevano permesso di restare alla pari con gli esami. La scelta di medicina avviene anche sull’esempio dello zio Carlo. l’impegno profuso al Liceo nello studio, il carat­tere mite del ragazzo, insieme al desiderio sempre più nitido di fare della propria vita un servizio al Signore, convincono Riccardo della bontà della decisione.

    sanriccardopampurimedicocondotto

    Chi fu Erminio Pampuri durante gli anni dell’Univer­sità? Capirne il personaggio nel periodo – pur travaglia­to dalla guerra – dell’Università è di particolare impor­tanza. Nella formazione culturale e umana di un giovane gli anni universitari sono decisivi. È in quegli anni che emergono con più chiarezza le speranze e gli ideali di un giovane. Ci si accorge se la fede cristiana trasmessa dalla famiglia è un paravento o è qualcosa che rende più affa­scinante la vita e gli studi. È negli stessi anni che il carat­tere di un ragazzo che sta ormai diventando uomo assu­me connotati difficilmente modificabili.

    Dalle testimonianze di chi l’ha conosciuto in Univer­sità emerge un giovane che non separa la fede dalla vita, dalle opere e dalle amicizie. Emilio Risso parla di Riccar­do come di un ragazzo «di carattere dolce, ma sempre cordialmente rettilineo, fu severo ma sereno studente tra di noi, che pur non partecipando alle nostre inevitabili gazzarre goliardiche, sapeva stare allo scherzo concesso dai limiti dell’onesto e del gioviale, con spirito e com­prensione, sapeva ritirarsi intelligentemente e con umiltà tranquilla nei momenti cruciali, e sapeva essere fedele anche nei casi contrari e dolorosi. Con grande semplici­tà sapeva anche incutere, specie in ciò che riguardava gli studi, una superiorità mai millantata, mai imposta, ma sempre meritata. Terminati gli studi, sparpagliatosi cia­scuno di noi per la propria via del mondo, il ricordo di Pampuri, anche per la sua fine immatura, non si affievo­li mai, anzi restò circonfuso da una velatissima nube, che non lo nascose, ma lo difese».

    Non è un ragazzo fuori dal mondo, portatore di una fede buia e tenebrosa. Lo conferma il dottor Carlo Ghi­slanzoni, compagno del Pampuri sia negli studi che in guerra, raccontando un episodio divertente che lo vide protagonista nel 1918: «Stando al terzo corso col Batta­glione Studenti Universitari, richiamati dal fronte a Pa­via, un giorno mentre andavamo a lezione sul tram che porta all’Orto Botanico, essendosi allontanato un mo­mento il tranviere, Erminio allegramente si mise al posto del conducente e guidò la vettura per un certo tratto di strada. L’episodio destò una certa ilarità in tutti». Fosse stato un universitario grigio e incolore, solo con il capo chino su polverosi libri di studio o di preghiera, ai giovani di oggi Erminio non interesserebbe.

    Se il cuo­re dei ragazzi e delle ragazze desidera la felicità, come ripiegare e prendere a modello una religione di precet­ti moralistici e di santi dall’aspetto cupo? Pampuri non corrisponde a questo identikit tanto abu­sato da certi pseudo-conoscitori contemporanei della vita dei santi. Per Pampuri il cristianesimo è letizia, è pienezza di vita. Erminio sa stare allo scherzo, ma vede anche che la gioia di uno scherzo è effimera, mentre la gioia della fede in Cristo è l’unica che appaga la sete di felicità del suo cuore.

    Il dottor Remo Porta concorda con le altre testimonianze e si ricorda di Riccardo come di uno studente che «eccelse grandiosamente tra noi suoi amici per bontà, umiltà, rettitudine di vita, mitez­za di carattere, serenità di spirito. Ma fu nel suo modo di sentire e professare le pratiche religiose e nel parte­cipare alla vita cattolica che da lui emanavano senti­menti di soavità e dolcezza, che quanti gli furono amici sentivano trasfondersi nella propria persona quale guida arcana e misteriosa all’elevazione dei propri pen­sieri e delle proprie azioni». Il cristianesimo non è separabile dalla vita. Riccardo lo sa bene. Un grande ideale o è in grado di dare senso e plasmare tutte le facce dell’esistenza, di abbracciare tutto, oppure non è un grande ideale, qualcosa per cui spendere la vita. Erminio colpisce i giovani e i meno gio­vani di oggi perché il suo ideale afferra e abbraccia tutta la vita; la famiglia, lo studio, come in seguito la profes­sione medica e la vita religiosa. I ragazzi di oggi spera­no e desiderano di incontrare qualcosa che renda più bello e affascinate ogni aspetto della vita, dagli esami universitari al rapporto con il fidanzato o la fidanzata. Durante gli anni di Università traspare con evidenza la figura di un Erminio Pampuri che vive la sua fede con gioia in ogni contesto e situazione. Non perde occasio­ne per testimoniarla, senza mai scadere in un bigotti­smo vuoto e formale.

    I fatti che lo documentano sono molteplici. Quando a Pavia, nel corso del 1918, scoppiano dei tumulti e due studenti cadono a terra gravemente feriti, Pampuri non esita ad accostarsi a loro per soccorrerli e dar loro un’ul­tima benedizione. Non voleva farli morire senza che intravedessero la pietà di Cristo, sempre pronto a chi­narsi con amore su ogni creatura sofferente. Nonostante il clima di tensione e l’astio ancora forte nei confronti dei cattolici, lo studente di medicina può portare a termine il suo gesto di misericordia cristiana senza che si odano nel cielo nuovi colpi di fucile.

    Gli altri universitari, pur non professando le idee e la religione di Erminio, lo guardarono sempre con stima e rispetto, stupiti dal modo di comportarsi di quel gracile studentello. Erminio non si limitava a dare esami e a riempire il suo libretto di ottimi voti. Nei sei anni accademici die­de regolarmente gli esami. Anche nel periodo funestato dalla guerra Riccardo riuscì a sfruttare al massimo le licenze ottenute, completando sempre brillantemente e con regolarità gli esami del piano di studi di medicina. Certamente era soddisfatto di conseguire buoni risultati. Non c’è nessuno studente che sia triste dopo un tren­ta e lode e non c’è nessuno studente che non si metta a studiare, almeno qualche volta, con il desiderio di por­tare a casa il punteggio massimo.

    Le belle votazioni pia­cevano a Riccardo, ma non capitò mai che le utilizzasse per celebrare con vanità e orgoglio le proprie qualità. La felicità per un «trenta» o un «trenta e lode» era oc­casione per rendere grazie al Signore della possibilità di studiare concessagli – erano pochissimi coloro che allo­ra si iscrivevano all’Università – e del dono dell’intelli­genza che gli era stato fatto. Un dono, naturalmente, da mettere al servizio di Dio o e degli uomini.

    Nell’andare a lezione o nel riprendere a casa gli ap­punti del professòre, Riccardo non si dimenticava mai della sua fede cristiana. Cosa per nulla facile all’epoca. Infatti, l’Università italiana di inizio Novecento, così come tante altre istitu­zioni dello Stato italiano, era dominata da un’imposta­zione culturale laicista e massonica. La maggior parte dei docenti era supinamente schierata su tali posizioni. Tutto ciò era ancor più vero per le facoltà scientifiche, medicina inclusa, abbondantemente imbevute del cli­ma positivista dell’epoca. Dio non aveva nulla a che ve­dere con la scienza e il malato poteva essere tutt’al più un insieme di organi e di cellule, non certo un uomo da curare con amore e dignità (sull’esempio di quanto fa­ceva Cristo con storpi e lebbrosi).

    Gli studenti cattolici non erano un’esigua minoran­za. La nazione Italia, nonostante l’ambiente politico dell’epoca volesse dimostrare il contrario, era pur sem­pre a maggioranza cattolica. Con la fine del non expe­dit, il Patto Gentiloni e la nascita del Partito Popolare di Sturzo nel 1919, i cattolici riacquistarono visibilità nel paese. Il potere, tuttavia, restava sempre nelle mani di coloro che avversavano il Papa e i suoi fedeli. Non dovette essere facile per Riccardo crescere in un ambiente universitario così uniformato e così profonda­mente ostile all’educazione cristiana che aveva ricevuto dallo zio medico Carlo.

    Se la maggioranza degli univer­sitari cristiani subiva passivamente una simile imposta­zione, Erminio non scese mai a compromessi. La fede ricevuta era così salda, così concreta e legata all’esperien­za, che Erminio non subì mai in modo acritico ciò che gli veniva impartito come dogma della scienza. Quante volte, durante le lezioni a cui assistiamo, ascoltiamo, impassibili, affermazioni che stridono con la nostra esperienza! Spesso non ce ne accorgiamo neppu­re. Spesso capita che non abbiamo il coraggio di inter­venire, nonostante ciò che è appena stato detto si scon­tri con la nostra fede ma soprattutto con la nostra ragio­ne. In molti casi sembra che temiamo il giudizio accu­satorio di un professore e di compagni che ci riterreb­bero antiquati e oscurantisti. Erminio non aveva questi timori. D’altronde non ne aveva mai avuti nemmeno quando era alle scuole supe­riori. Il dottor Giulio Meda, suo compagno di corso a Pavia, dice di non aver trovato in lui alcun complesso e ricorda che «professava le sue idee senza timidezza e senza alcuna ostentazione». Anche noi, in verità, non vorremmo avere paura e vorremmo essere criticamente partecipi alle lezioni e agli esami che sosteniamo. Tutto ciò renderebbe indubbiamente più bello e stimolante il nostro studio e arricchirebbe il rapporto con quei pro­fessori e quei compagni di corso più aperti e disponibi­li al dialogo.

    Quando Ermimo trovava in un manuale qualcosa che non condivideva, lo annotava. Il nipote Alessandro, fi­glio del fratello Ferdinando e anch ‘egli medico, ebbe mo­do di studiare sui libri dello zio. Oltre alle sottolineature delle parti più interessanti, egli rinvenne numerose po­stille e osservazioni morali su quei paragrafi che non erano conformi alla morale insegnata dalla Chiesa catto­lica. Sul trattato di ostetricia da lui studiato, alla pagina 735, egli formulò delle osservazioni su questioni che erano in relazione con la morale.

    A proposito dell’abor­to terapeutico, suggerito dall’autore per le gestanti tubercolotiche, egli postilla: «Meglio attendere sempre il parto spontaneo, poiché non è moralmente lecito sop­primere il nascituro nell’interesse della madre, del resto oramai già tanto compromessa». Nello stesso trattato, qualche pagina più avanti, il curatore scrive: “chi meto­dicamente ricorre alla terapia nelle eclamptiche non può essere pertanto rivolto alcun rimprovero».

    L’eclampsia è una malattia che provoca violente contrazioni muscolari epilettiche, con fortissimi mal di testa e perdita di co­scienza. Lo studente Pampuri, non accettando una simi­le morale, sottolinea l’avverbio «metodicamente» e con­clude la frase con due grandi punti interrogativi. La vita di Erminio Pampuri universitario non si limi­tava alle antiche aule dell’ateneo pavese, né tantomeno alla fredda stanza della signora pavese che lo ospitò du­rante gli anni di medicina. Così fredda che il povero Er­minio doveva studiare indossando i guanti e il mantello.

    Non si possono vivere gli anni di Università come anni di studio forsennato, quasi che la nostra vita si esaurisca nel preparare esami e seguire corsi. Un’esistenza così a Riccardo non interessava. Non credo interessi nemme­no al nostro cuore di giovani. l’Università, proprio per la sua dimensione di universitas, di universalità, do­vrebbe spalancare i nostri orizzonti e farci appassionare ad ogni aspetto della vita. Troppe volte, invece, nel ten­tativo di soddisfare le ambizioni di qualche parente o ritenendo che la clausura sia il viatico ad un’ottima lau­rea, ci rinchiudiamo in noi stessi e nel nostro studio. Si finisce così per stancarsi presto dello studio e della vita, ripiegando su un’esistenza piatta e monotona.

    Come la fede cattolica apriva e affascinava Riccardo allo studio, così lo indirizzava con stupore ad altre attivi­tà. Non si trattava di diversivi, ma del naturale compi­mento del suo desiderio di pienezza di vita. Come aveva testimoniato Cristo in guerra e alle scuole elementari e superiori, così voleva fare opera missionaria tra gli stu­denti anche al di fuori dell’Università di Pavia. Non era attivismo senza senso, soltanto per riempire dei momen­ti di tempo libero. Era la gioia di annunciare con sempli­cità e in ogni luogo, specialmente nel tempo libero (che è il tempo in cui si capisce meglio ciò a cui teniamo), il «grande ideale» che costituisce il nostro cuore.

    Pampuri partecipa assiduamente alle iniziative del cir­colo universitario cattolico «Severino Boezio», fondato a Pavia nel 1898 dal vescovo Riboldi in onore del filosofo e consigliere dell’imperatore Teodorico, sepolto proprio nella chiesa pavese di San Pietro in Ciel d’Oro. L’obiet­tivo del Circolo era quello di formare ad una cultura cri­stiana gli studenti dell’Università di Pavia, altrimenti esposti alla sola propaganda massonica o all’influenza di una goliardia troppo spesso di cattivo gusto.

    Con la sua simpatia e il suo esempio Erminio attirò al circolo molti ragazzi. La stima e l’affetto nei suoi riguar­di crescevano di giorno in giorno, grazie soprattutto al suo modo di porsi semplice e umile. Anche gli studenti non cattolici lo rispettavano e si astenevano dall’irrider­lo per le sue convinzioni. Egli non voleva dimostrarsi superiore a nessuno ma desiderava donarsi al prossimo e arricchirsi di ciò che c’era di bello e di buono in ogni persona che il Signore gli faceva incontrare. Condusse così tanti studenti universitari al «Severino Boezio» che monsignor Ballerini, allora vescovo di Pavia, affermò che «all’Università quel bravo giovane nulla ha rimesso della sua fede e della sua purezza.

    Il circolo uni­versitario “Severino Boezio” va glorioso del carissimo dottor Pampuri, perché vi portò più soci lui con il suo esempio e con l’intemerata sua vita che non tutte le altre conferenze e gli altri mezzi di propaganda, non arrossì­sco al dirlo, compreso il mio interessamento personale». Insieme all’impegno culturale Erminio non trascura le opere di carità. E’ negli anni di Università, con la par­ tecipazione alle attività della conferenza pavese della San Vincenzo de’ Paoli, che si approfondisce in lui quel­la speciale predilezione per i poveri che manterrà poi in tutta la sua vita di medico e di frate. La fede di Erminio non è mai staccata dalla vita.

    Ab­biamo notato il suo modo di studiare critico e intelligen­te, il suo amore cristiano per i compagni di corso, anche per coloro che non conosceva direttamente, come furo­no i due studenti assassinati negli scontri di piazza. Ab­biamo osservato il suo impegno in iniziative culturali e caritative. Sono tutti episodi che ci avvicinano con inte­resse a san Riccardo, che ci testimoniano che una vita così è affascinante e piena. Ne rimaniamo colpiti e vor­remmo imitarlo.

    Altre caratteristiche della sua gioventù potrebbero, al contrario, farcelo apparire più lontano. Il Riccardo liceale ed universitario era assiduo nella preghiera e nei sacramenti, specialmente nella confes­sione; non una volta al mese, come probabilmente fan­no i più assidui tra i giovani cattolici contemporanei, ma più di una volta alla settimana. San Riccardo, potrebbe pensare qualcuno, comincia al­lora a non rappresentare più nulla per noi. E la santità tor­na a non interessarci, come se fosse una questione di ore dedicate alla meditazione e alla recita di salmi e litanie. Siamo troppo abituati ad una fede incentrata solo sulle opere e su una lunga serie di iniziative che ritenia­mo cristiane, tanto da ricadere spesso in uno sterile atti­vismo dannoso alla nostra salute. La partecipazione ai sacramenti e la preghiera passano in secondo piano, co­me fosse una desuetudine o qualcosa che poco si adatta alla fede di chi vive in un mondo in continua e freneti­ca evoluzione. Non c’è più tempo per confessarsi, per andare a messa e la preghiera si esaurisce in pochi e concitati istanti. Oppure, anche nelle rare volte in cui si prega per parecchi minuti, predomina l’obbligo mora­le, senza che si avverta una profonda necessità di rivol­gersi a Dio. San Giacomo ripeteva che la fede senza le opere è poca cosa. Allo stesso modo aggiungeva che sono poca cosa anche le opere senza la fede.

    Abbazia di Morimondo

    Abbazia di Morimondo – La bellissima facciata dell’Abbazia di Morimondo con l’ampio portale, il rosone, le bifore e gli archetti.

    Dopo la visita ai pazienti, il Dr. Pampuri in questa chiesa  si fermava a pregare. (Fotografo: Matteo Ferrari )

    Ha testimoniato il Prof. Cecchini, suo compagno universitario: “E’ inutile; non poteva essere un dottore. Fin dall’Università faceva così… ad un certo momento scompariva e lo si ricercava in chiesa. Non poteva fare il dottore


    Le iniziative e le ope­re del giovane Erminio nascevano dalla preghiera e dal­le ore trascorse in ginocchio ai piedi del Crocifisso. La chiesa di Erminio non era una gabbia, una protezione da una realtà esterna in cui non c’era bisogno di Cristo. Erminio pregava perché il Signore gli desse la forza di affrontare la vita. Uscito da una chiesa era pronto ad af­frontare il mondo e lo studio con la contentezza di chi ha incontrato Cristo e sa che un simile avvenimento do­na nuova bellezza ad ogni iniziativa e cambia il cuore di tutti gli uomini. Così lo ricorda monsignor Cerri, che fu padre spiri­tuale del Collegio Sant’Agostino tra il 1909 e il 1914: «Quasi tutte le sere, terminato lo studio, […], prima di recarsi al riposo, lo vedevo comparire nella mia camera per riconciliarsi. Sentivo i suoi passi nel corridoio, che mi annunciavano il suo arrivo e non sembrava mai impor­tuna quella visita a tarda ora». Non si trattava di routine, di un insulso bigottismo tramandatogli dagli zii. La con­sapevolezza di ciò che si accingeva a compiere era sem­pre chiara. Lo stesso prete conferma che «L’abitudine non gli faceva dimenticare che si accostava a un Sa­cramento. E, inginocchiato davanti a me, non mi pareva un penitente, ma un piccolo santo che pregava quando, colle sue mani giunte, guardava con i suoi occhi sereni e belli il Crocifisso che gli stava innanzi». La messa aveva per lui la stessa importanza ed era vissuta con il medesimo trasporto: «Tutte le mattine si accostava alla mensa eucaristica e gli antichi compagni e i superiori possono attestare con quale fervore riceve­va la Santa Comunione. Mai il suo sguardo, neppure per un istante, vagava, ma fisso sempre al Santo Taber­nacolo e, quando Gesù era nel suo petto, tornato dalla balaustra al suo posto nella cappella, piegava il suo vol­to e lo nascondeva fra le mani e diceva ineffabili cose al suo Gesù. Nessuno dei compagni vicini lo disturbava: un senso di rispetto li tratteneva. Nessuno osava distrarlo dal suo profondo raccoglimento: spesso alcuni lo guar­davano stupiti e con ammirazione». L’importanza della partecipazione ai sacramenti crebbe negli anni di Università. Tutte le mattine, dopo le lezioni, era solito accostarsi all’Eucaristia nella chiesa dei frati di Santa Maria di Canepanova. La sorpresa dei compagni d’Università nel vederlo tanto raccolto in preghiera era pari a quella degli amici di liceo che «lo guardavano con stupore e con ammirazione».

    Un ra­gazzo che osserva rigidamente dei precetti non può far nascere stupore e ammirazione. Erminio stupiva gli amici perché la sua fede era viva, perché quelle pre­ghiere e quelle meditazioni gli davano slancio nell’af­frontare il resto della giornata, senza chiudersi in sé, ma aprendosi agli altri con l’abituale lieto sorriso. La fine dell’Università si avvicina. Nel 1920, dopo quasi tre anni di servizio, Erminio riceve il congedo definitivo dall’esercito e può prepararsi agli ultimi esa­mi di medicina. il desiderio di concludere gli studi e po­ter finalmente dedicarsi alla professione medica è forte.

    A Erminio non mancava certo la voglia di studiare e di continuare a leggere manuali e trattati di medicina. Tut­tavia, non si può rimanere studenti a vita e di questo il Pampuri era pienamente consapevole. Anche noi, dopo tanti anni di studio, non vediamo l’ora di trovare un la­voro che ci soddisfi e ci appaghi. Per Erminio Filippo era giunto il momento di mette­re in pratica ciò che aveva appreso dai testi universita­ri. Con il lavoro di medico avrebbe realizzato il compito che il Signore gli aveva affidato. Con la sua professione avrebbe reso più significativamente memoria a Cristo, vero Dio ma anche vero uomo. Vero uomo fino al pun­to da aver vissuto pienamente l’esperienza del lavoro, affiancando fino ai trent’anni il padre Giuseppe nella bottega di falegname di Nazareth.

    Facendo il medico Riccardo poteva rendere finalmente testimonianza an­che alla missione guaritrice di Cristo. Cristo come gua­ritore dei corpi – basta pensare ai ciechi, agli storpi e ai lebbrosi – ma anche delle anime. Nelle lettere sempre intense e toccanti scritte alla so­rella Longina, Riccardo esprime tutta la sua volontà e la sua speranza di iniziare presto a lavorare. Non ambiva a ottenere gloria e lauti guadagni; Riccardo voleva co­minciare la professione medica per servire con più de­dizione Dio. Per questo scopo e per questo delicato pas­saggio chiedeva la protezione e le preghiere della sorella:

    «E tu o carissima sorella, che con tanto affetto mi ricordi; in questo anno che dovrebbe essere l’ultimo dei miei studi ed il primo della mia vita professionale, prega molto, affin­ché io possa attingere tanta forza dalla nostra Fede, così bella e così santa, da poter finalmente uscire da una vita di steriIi desideri e di vane aspirazioni, per cominciarne una nuova veramen te feconda di opere che, rendendo a Dio la dovuta lode e ringraziamento, abbia a farmi più lieto e feli­ce nella pace serena della Sua santa amicizia».

    Lo studente di medicina Erminio Filippo Pampuri si laurea il 6 luglio del 1921, con una tesi sulla «Determi­nazione della pressione arteriosa con un nuovo sfigmo­manometro». La votazione è di 110 su 110.

    Ancorché Riccardo fosse un ragazzo umile, che non amava mette­re in mostra le proprie qualità, accettò di buon grado il consiglio del superiore di Canepanova, il quale gli ave­va suggerito di organizzare una bella festa per la sua laurea. Era l’occasione per ringraziare Dio del traguar­do conseguito e gli zii dei sacrifici sostenuti. La festa diventa il momento per rivolgere i più sentiti complimenti al giovane, così come per indicargli i conte­nuti della missione che lo attende. Paolo Sevesi, superio­re dei francescani di Canepanova, si rivolge a Erminio e agli ospiti con le seguenti parole: «Quale missione segui­rà il novello dottore? Lui deve sentirla già nel suo spiri­to. Lui conosce quale alta missione è riservata al medico cattolico, che pure lui ha una missione sacerdotale da compiere nella visione di Christus medicus. Sarà questa soltanto la missione di Erminio? Io mi auguro l’una e l’altra secondo quella che Iddio vorrà e a lui ispirerà».

    Riccardo avrebbe compiuto entrambe le missioni con entusiasmo e sincero spirito di servizio. Sul fatto che sarebbe diventato un ottimo medico ci giurava anche qualche professore universitario. Nono­stante l’ambiente dell’Ateneo fosse profondamente an­ti-cattolico, alcuni docenti ci forniscono un lusinghiero giudizio del neo laureato. Come accadde ai compagni di corso, allo stesso modo anche i «maestri» rimasero stupiti dalla diligenza e dalla bontà d’animo del giova­ne Pampuri. Assicuravano che ci si sarebbe trovati di fronte ad un ottimo medico, dalla elevata competenza professionale e dotato di grande umanità. Il professore Morelli, suo docente durante l’internato all’Istituto di Patologia medica, lo ricorda così: «Giovane studioso, diligentissimo, appassionato dello studio dell’ammalato ma anche a tutti i mezzi di ricerca di laboratorio che occorrono per un’esatta valutazione dell’ammalato. I pieni voti assoluti riportati all’esame di laurea confer­mano il valore medico del Pampuri. Credo di poter asserire che sarà un ottimo medico».

    Morelli fu lungimirante. Riccardo desiderava essere un ottimo medico, ma più di ogni cosa voleva vivere que­sta nuova fase della sua vita con la felicità di cui aveva parlato a suor Longina. Senza la gioia che Dio infonde, ogni mestiere diventa presto monotono. Si attende solo la fine della giornata e il 27 del mese per versare lo sti­pendio in banca. A Ermimo questo non bastava. Anche il nostro cuore ci suggerisce che un tal genere di vita non è poi così soddisfacente. Accontentarsi dell’utile profes­sione svilisce presto il «grande ideale» per cui siamo fatti.

    La vita da medico

    Conseguita la laurea, per Erminio l’inizio della profes­sione medica è inevitabile. Ciò che il Signore gli chiede è di mettere a frutto gli anni trascorsi studiando. La voca­zione più propriamente religiosa, che era già emersa da piccolo e che si era ripresentata quando aveva 15 anni, è per ora accantonata (anche la sorella Longina lo aveva sconsigliato per la salute).

    La vocazione più generale della vita degli uomini, siano essi laici o religiosi, indossi­no il saio o il camice bianco, è pur sempre quella di fare la volontà di Dio. Su questo Erminio non nutriva dubbi. Era certo che Cristo volesse il suo bene, ancorché in certi momenti continuasse a a sentirsi più adatto alla strada sa­cerdotale che non a quella medica. Gianni Mereghetti, nella sua Lettera a san Riccardo, così ci descrive la completa fiducia di Riccardo nel dise­grio di Dio, specialmente in quei momenti in cui doveva compiere scelte decisive:

    «La tua certezza in Cristo, nel suo amore al prossimo, riposava totalmente in Lui, non in te e questo ti liberava nell’affronto delle circostanze della vita: là dove tu stavi Lui era con te e segnava i tuoi passi… e più lasciavi che li segnasse più eri realmente te stesso, santo. Vivere così era per te la felicità, perché Lui, solo Lui, sa rispondere in modo pieno e soddisfacente al bisogno del cuore umano; ed è perciò gesto umano ah­bandonarsi a Cristo perché in Lui sta la felicità, la realiz­zazione di quanto si possa umanamente desiderare».

    La medicina non era un ripiego: era la strada per il compimento della sua esigenza di felicità. In quel mo­mento la sua felicità consisteva proprio nell’adempiere al disegno di Dio su di lui come medico condotto. Erminio sapeva che attraverso quell’impiego avrebbe potuto rea­lizzarsi, rendere gloria al Signore e avvicinare ancora di più la sua anima e le anime dei suoi ammalati a Dio. Riccardo pensava sempre e solo a Dio, ma ci pensa­va con la testa saldamente attaccata ai compiti che la vi­ta terrena di studente e poi di medico gli chiedeva di svolgere. Ecco come alcuni anni più avanti Riccardo spiega alla sorella che cosa significhi pensare sempre e solo al Signore. Non è delegare la propria vita ad un altro senza assumersi responsabilità. E’, invece, la cer­tezza che affidandosi a Lui, al tralcio, la sua esistenza sarebbe stata più intensa e vitale.

    «Pensare sempre e solo al Signore lasciando che Egli pensi a noi, ecco il grande insegnamento che ci danno i Santi di tutti i secoli… il grande e semplice insegnamento che essi hanno tratto dal Santo Vangelo: che cosa occorre al tralcio per vivere con abbondanza di frutti? Null’altro che rimanere vitalmente unito alla vite, alla sorgente della vita e dei frutti. Ma purtroppo quante volte non ci ricordiamo di questa verità fondamentale preferendo alla vera prudenza dei figli della luce quella falsa dei figli del­le tenebre: vogliamo salvare ad ogni costo la nostra vita è rinnegando per essa il Signore che ne è l’unica fonte, la perdiamo: vogliamo salvare e difendere il nostro onore e lo perdiamo: è la perenne attuazione della promessa di Gesù: «Chi vorrà salvare la propria vita (per sé) la perde­ e chi vorra perderla (per amor di Dio) la salverà». «Chi si innalza sara umiliato, e chi si umilia sarà esaltato».

    Diventare medico non cancella i desideri del cuore di Ermimo. Il fatto di non intraprendere subito la stra­da religiosa non è vissuto come impedimento a una vita bella e feconda di opere per Cristo. Tutt’altro. In un certo senso, tuttavia, Erminio Pampuri stava gia rispondendo alla sua vocazione religiosa. Nel marzo del 1921, pochi mesi prima della sua laurea, Erminio diventa Terziario francescano, con il nome di frate Antonio. Era quella l’unica modalità per partecipare alla vita di un grande ordine religioso mantenendosi nello stato laicale.

    La vita da medico ha inizio con un periodo di tiroci­nio dallo zio Carlo, terminato il quale Erminio riceve una supplenza nella condotta di Vernate, altro borgo di agricoltori della bassa milanese. Il giovane laureato vince anche il successivo concorso per l’affidamento della condotta, ma un altro medico, raccomandato dal Podestà di Veinate, gli soffia il posto. A Erminio è così assegnata la condotta di Morimondo, paese in cui sorge l’antica e famosa abbazia dei monaci cistercensi. Il territorio della condotta era abbastanza vasto, disseminato di cascinali e di case abitate in preva­lenza da contadini poveri. Da una cascina all’altra della sua condotta vi erano anche 10 chilometri, su strade non certo in buono stato e spesso impraticabili per il fango. Non si trattava certo di una condizione favorevole per il dottorino, il cui gracile fisico era sempre minato dai se­gni della pleurite contratta nella Grande Guerra.

    La casa di Morimondo, nella quale va ad abitare con la sorella Rita, era situata proprio in uno dei cortili adia­centi alla grande abbazia. All’epoca, in ogni paese i per­sonaggi più conosciuti e influenti erano il Podestà, il parroco e il medico. Posizione ideale, quella di Erminio, per sfruttare tutto a proprio vantaggio, per acqui­stare una piccola dose di fama e celebrità, come aveva­no spesso fatto i dottori che lo avevano preceduto. La gente intuì sin dall’inizio che Pampuri era diverso dagli altri medici. Innanzitutto andava quotidianamente in chiesa, particolare non trascurabile se si considera che molti dei medici di allora erano atei e anticlericali. In se­condo luogo, si accorsero presto che Pampuri non viveva la sua fede solo all’interno delle navate della grande chie­sa di Morimondo. il suo essere cristiano permeava tutta la sua vita, dalle corse al capezzale dei malati all’atten­zione affettuosa per i giovani dell’Azione Cattolica.

    Erminio Pampuri rimase a Morimondo per sei an­ni, fino alla primavera del 1927. In tutti questi anni gli abitanti del posto, dai ragazzi agli uomini più anziani, ebbero modo di affezionarsi al dottorino. Erminio era una persona semplice, che parlava il dialetto e sapeva farsi capire bene. Finalmente, pensarono i suoi conta­dini, uno di noi, uno che vive nel popolo e sta in mezzo al popolo, che vive la sua professione come missione e non come come occasione per fare solo soldi!

    La giornata lavorativa di Pampuri era scandita da ritmi e abitudini regolari. il nipote Alessandro, figlio di Ferdinando e spesso ospite dello zio durante i mesi esti­vi, la ricorda con precisione. La sveglia avveniva intorno alle sette, alle sei e mezza durante l’estate. Subito dopo Erminio si recava alla Santa Messa e alle 9 cominciava il giro dei malati della condotta (con il calesse d’inverno e con la bicicletta d’estate). Le visite si concludevano alle ore 12 e il pranzo, preparato dalla sorella Margherita, era consumato tra le 12.30 e le 13.

    Prima di un breve riposo pomeridiano leggeva l’«Osservatore Romano». Verso metà pomeriggio riprendeva il giro per i casolari di Mo­rimondo e tornava per la cena alle ore 19. Quando li ospitava durante la stagione estiva, dopo aver mangiato era solito giocare a dama o tiramulino con i nipoti Ales­sandro e Giovanni. Insieme a loro e alla sorella si mette­va subito dopo a recitare il rosano.

    Prima di coricarsi dedicava un’ora all’aggiornamento professionale e allo studio. A volte, quando partecipava alle riunioni del­l’Azione cattolica locale e alle prove della banda musica­le, la sua giornata si concludeva tra le 22 e le 23. Vita noiosa e monotona? A prima vista, soprattutto a noi giovani tanto abituati a voler provare in continua­zione nuove esperienze, potrebbe sembrare così. Inve­ce, la vita del medico di Morimondo era tutt ‘altro che noiosa e monotona. Non c’era la banalità del quotidia­no, perché Riccardo chiedeva sempre al Signore di fare ogni piccola cosa con grande amore.

    Se siamo sinceri con il nostro cuore, le cose fatte con amore sono sempre piene di gusto, di un fascino nuovo e inatteso. In fondo, quando siamo innamorati di una ragazza, ogni piccola azione, per quanto banale o inuti­le, acquista una bellezza sorprendente. Allo stesso modo, quando ci accorgiamo che il nostro studio o il nostro la­voro, così apparentemente meccanici e schematici, han­no un’utilità più grande, ci stupiamo e per un attimo torniamo al nostro impegno con una gioia rinnovata. Come vorremmo anche noi giovani avere lo stupore di alcuni ragazzi portatori di handicap che lavorano in un’impresa del varesotto! Ti lasciano di stucco quando ti dicono che le viti che pedissequamente infilano sono indispensabili al funzionamento di quel frigorifero in cui è tenuta in fresco la Coca Cola che a loro piace tanto! E come vorremmo anche noi giovani essere come il santo di Trivolzio, capaci di amare la ripetitività delle nostre professioni o delle pagine dei nostri intermina­bili manuali universitari.

    Gli abitanti e il parroco di Morimondo si accorsero subito che il giovane dottorino era innamorato della vi­ta, del suo mestiere e soprattutto di Cristo. I malati non erano oggetti, clienti da visitare con assoluta freddezza e distacco. I pazienti di Erminio erano innanzitutto per­sone, con le loro angosce, con le preoccupazioni di chi è povero e a stento riesce a pagare il conto del fornaio. Nel suo lavoro era di una solerzia ammirevole. Non si risparmiava in nessun modo, nonostante i postumi della pleurite accentuassero la sua fragilità. Andava in qualsiasi cascinale, a qualsiasi ora, anche solo per to­gliere un dente. Pensare al Signore e servirlo, significa­va innanzitutto per Erminio cercare il volto di Gesù nei suoi malati.

    «Prega» scriveva nella lettera del 5 settem­bre 1923 a suor Longina «affinché la superbia, l’egoismo o qualsiasi altra mala passione non abbiano a impedirmi di vedere sempre Gesù nei miei ammalati, Lui curare, Lui confortare, Gesù sofferente per l’espiazione delle mie colpe per il suo amore infinito per me».

    Abbazia di Morimondo

    Abbazia di Morimondo. 
    Percorrendo la strada statale tra Vigevano e Milano, con una deviazione di pochi chilometri, arriviamo
    all’Abbazia di Morimondo, edificata dai monaci seguaci di S.Bernardo, appartenenti all’ordine dei cistercensi, nel XII secolo. La sua costruzione attraversò vicissitudini non indifferenti: controversa, sospesa, ed infine saccheggiata, in pratica durò più di cento anni. Il risultato finale nonostante tutto fu comunque ammirevole: lo stile gotico-borgognone dell’Abbazia di Morimondo è uno dei migliori esempi di architettura cistercense.
    Fotografo: Matteo Ferrari

    Ai contadini più indigenti era lui stesso a pagare i me­dicinali. A volte provvedeva egli stesso, direttamente o tramite amici, a saldare a qualcuno il conto dal panet­tiere. La signora Gina di Torrino, 84 anni ben portati e una memoria ancora molto lucida (mentre le parlo mi mostra sul mento le cicatrici dei punti applicatile dal dottorino), ricorda con gioia che quando entrava in casa per curare qualche familiare lasciava spesso i soldi per le medicine sotto il cuscino o sotto un vaso. I suoi malati gli erano riconoscenti per l’attenzione che rivolgeva loro. Una donna di Morimondo così lo descriveva:

    «Come il dottor Pampuri non ce ne sono, non se ne trovano: bravi sì, zelanti, anche sì… Ma lui aveva qualche cosa che non si può dire; e poi avesse visto come accorreva alla nostra chiamata, magari in bicicletta, se appena poteva, ma spesso anche a piedi, e di corsa; e come ci visitava, come ci interrogava, ma poi ecco, nes­suno può dire in che modo ci seguiva, come ci curava, come ci assisteva. Non ci abbandonava mai: vede? Aveva sempre una parola che ci colpiva, vede? Che parola fosse non lo sappiamo più, non la ricordiamo più; ma neppu­re forse si capiva bene quale fosse quella parola, nemme­no allora la si afferrava bene, ma, vede?.. .Non era la parola in se stessa che ci colpiva, era il tono della parola, il calore della parola; vede? Pareva che quando lui parla­va entrasse nel nostro fisico come una punta di qualche cosa che scottava, ma che non ci faceva male, anzi, ci faceva un bene, del tutto particolare…».

    Abbazia di Morimondo

    Abbazia di Morimondo – Fotografo: Matteo Ferrari
    I verdi campi intorno all’abbazia. Dal 1134 a1 1182 il patrimonio terriero della comunità superò i duemila ettari. Le paludi della valle vennero bonificate e i campi coltivati con il metodo delle marcite, che fu inventato proprio dai monaci cistercensi. E’ tra quste campagne che si è diffuso nell’aria il profumo della santità del medico condotto.

    Quest’altro caso è ancor pin significativo dell’affetto che la sua gente provava per lui. Un’anziana signora, a cui il Pampuri aveva prescritto un particolare shampoo per curare un gonfiore comparso sulla testa, volle ricompensarlo con due cavoli. Era il massimo che poteva offrirgli, ma era soprattutto un segno di gratitudine per colui che quotidianamente si era recato alla sua casa per effettuare quei lavaggi che i suoi parenti si astenevano dal praticarle.

    Non spiccava solo per umanità. Pampuri era anche molto competente e non perdeva occasione per studiare i nuovi ritrovati della medicina. Per la sua grande pre­parazione scientifica e per il suo «originale» modo di se­guire i pazienti, capitò spesso che suscitasse le antipatie dei colleghi. Ciò che non gli perdonavano era la sua tota­le dedizione agli ammalati e al Signore. Sembrava loro che volesse quasi sostituirsi al Padreterno.

    Accadde un giorno che il medico condotto di Besate si recò in visita a Morimondo. Chiese dove fosse il dottor Pampuri e si sentì rispondere che era fuori per il giro dei malati. Egli, rivolgendosi alla sorella Margherita, le disse: «Sono venuto per conoscerlo e per dirgli che noi medici non siamo Padri Eterni; chi deve nascere nasce, chi deve morire muore. Non se la stia quindi a prendere tanto nel visitare i malati. Se ascoltiamo tutti i malati, cre­piamo noi». Margherita riferì tutto ciò ad Erminio. Le sue labbra si aprirono in un sorriso bonario ed esclamò: «Quello là è mezzo matto!».

    Nulla distoglieva Erminio dallo svolgere con amore totale il suo mestiere. Non ci riuscì il medico di Besate. Non ebbe miglior sorte nean­che lo zio Carlo. Più volte lo consigliò di far venire in ambulatorio i malati che erano in grado di camminare. Ma egli, non volendo far perdere una preziosa mezza giornata di lavoro ad un povero contadino, preferiva andare di persona nei cascinali dei suoi malati. D’altronde il suo lavoro gli piaceva veramente. Non lo sen­tiva come un peso, né avvertiva la fatica e le condizioni avverse. Così scriveva, con ironia e semplicità, alla so­rella Longina:

    «Se non fosse per la responsabilità profes­sionale, dovrei confessare che il mio lavoro si assomiglia ora assai ad un divertimento. Pensa infatti se tale non si potrebbe, fisicamente, chiamare una tranquilla passeggia­ta giornaliera per belle strade ombreggiate e comodi sen­tieri; in mezzo al verde giocondo degli alberi e dei prati e fra i boschi disseminati dei più graziosi e variopinti fiori! Come tutto questo richiama la illimitata, infinita bontà del Creatore che con tanta generosità e prodigalità dissemina ed alterna tante bellezze a nostro conforto, diletto ed insegnamento».

    Abbazia di MorimondoIl portale principale dell’abbazia di Morimondo.

    Quando un lavoro ci piace e ci entusiasma, è diffici­le – se non impossibile – che qualcosa o qualcuno ci fer­mi. Stanchezza, fatica e malattia passano in secondo piano se c’è la percezione che in ciò che stiamo facen­do c’è di mezzo la nostra felicità, il nostro compimento. Così accadeva per Riccardo. La gioia con cui viveva il lavoro era in grado di vincere gli ostacoli che la natu­ra gli poneva davanti. In primo luogo c’era il Signore da servire attraverso la cura dei suoi malati. Ecco cosa dice, in una lettera datata 24 gennaio 1926, alla predi­letta Longina, preoccupata che l’eccessivo zelo di Ermi­nio nel curare i suoi malati potesse nuocergli alla salu­te:

    «Quanto a me, io non sono stato mai così bene di salute come ora (e solo mi duole che non sia migliorata di pari passo la salute spirituale). Dato l’esiguo numero degli ammalati il mio servizio non è affatto gravoso, né le strade presentano nella mia condotta quei pericoli che il tuo grande affetto ti fa immaginare, ingrandendone qual­che lieve inconveniente: dal ponte che tu dici non passo quasi mai e per lo più a piedi con la bicicletta a mano e così di pericolo non ne rimane più affatto».

    Lo stipendio di Riccardo – circa 7-8 mila lire, cifra molto buona per l’epoca – si esauriva spesso prima del­la fine del mese. Tra l’aiuto economico ai suoi ammalati e i numerosi vaglia e bollettini postali che inviava agli istituti missionari e ad enti cattolici, i soldi di Erminio uscivano dalla sua casa con la stessa rapidità con cui vi erano entrati. Ripeteva spesso, con quella simpatia e quella ilarità che non gli erano mai mancate, che la mi­glior banca, quella con i tassi d’interesse più elevati, era la banca amministrata da Dio.

    Era sobrio nel mangiare e nel vestirsi, ma mai tra­sandato. Solo con il passare del tempo parve ascoltare i suggerimenti dello zio, iniziando a mettere da parte qualcosa del suo stipendio per la sorella Margherita (in realtà i soldi del dottorino continuarono ad andare alle missioni e ai poveri di Morimondo e Fallavecchia). La farina, il riso, la pasta e il vino che lo zio gli regalava quando andava a trovarlo a Torrino, finiva per conse­gnarli ai poveri della sua condotta. Si giustificava con lo zio Carlo dicendo che a lui e Margherita non mancava certo ciò di cui nutrirsi. Non esistevano solo il suo lavo­ro e i suoi pazienti.

    Abbazia di Morimondo

    L’interno dell’Abbazia

    Il servizio al Signore proseguiva in parrocchia, in special modo con i giovani. Per il parro­co, l’impetuoso don Alesina, il medico condotto era un aiuto grandissimo. Con il Pampuri rinacque la Com­missione missionaria parrocchiale. Nel giro di pochi anni, grazie al suo impegno, le donazioni per le missio­ni aumentarono costantemente, passando da 90 lire alla considerevole cifra per l’epoca di 1500 lire. Come donava tutto se stesso da dottore, allo stesso modo Erminio non si risparmiava nella vita parrocchiale. Non c’era separazione per lui tra le due cose. L’esperienza cristiana è integrale, non ammette scissioni Era inimmaginabile per lui essere  freddo e indifferente con i pazienti e, al contrario, pieno di attenzioni e di calore umano con i ragazzi di Morimondo. La gioia cristiana contagia tutta la vitae da questa gioia portata dal dottorino il piccolo borgo della bassa è rapidamente investito.

    Con alcuni giovani di Morimondo Erminio fonda il Circolo di Azione Cattolica (Pio X), di cui diventa pre­sto l’animatòre e la guida carismatica. I fascisti del posto non videro di buon occhio la rinnovata presenza cattolica e cercarono di ostacolarla in tutti i modi. Avrebbero vo­luto essere loro in grado di radunare così tanta gioventù! Pampuri e i suoi giovani, senza sobillare rivolte ma testimoniando cocciutamente la loro fede, non demor­dono e proseguono nella loro opera. L’anima di noi gio­vani è fatta per lottare, per combattere, soprattutto quando c’è da difendere ciò che ci è più caro. L’attività del circolo era caratterizzata da incontri cul­turali e religiosi, ma anche da momenti di giusto e me­ritato svago, come recite e passeggiate all’aria aperta.

    Coro

    Il coro dell’Abbazia

    Anche a Morimondo Pampuri non si presenta con l’eti­chetta del bigotto vecchio stampo. Chi pensa sempre e solo al Signore non è – come molti credono, soprattutto i giovani – un personaggio cupo e noioso. La bellezza della fede emerge sia nei momenti di gioia e spensiera­tezza che nei frangenti più seri e impegnati della vita. Il cristianesimo regalava a Pampuri un gusto tutto partico­lare nel vivere sia il divertimento che la meditazione.

    Coro

    Particolare del coro quattrocentesco dell’abbazia di Morimondo.

    Ausculta, o fili, praecepta magistri et inclina aurem cordis tui.

    Ascolta o figlio gli insegnamenti del maestro e apri l’orecchio del tuo cuore. ( San Benedetto ). fare come laico nei riguardi dei ragazzi: «Egli, giovane medico, era tutto premura per i giovani, i quali ne rimanevano edificati e conquistati». Alla sorella Maria Longina, con la quale conservava un rapporto di straordinaria intensità, domandava sempre una preghiera per i suoi giovani dell’Azione Cattolica.

  • E’ il noto “incipit” che incontriamo nel prologo della Regola monastica di San Benedetto. Scritta attorno all’anno 530 è ritenuta la regola per eccellenza, modello e stile di vita anche di altri ordini monastici che si riconosceranno in essa. Vedi anche “ora et labora” motto programmatico erroneamente attribuito a san Benedetto che da sempre ha delineato la figura e l’importanza dell’opera spirituale a pratica del monachesimo in Europa.
  • Su questo particolare nessun biografo si è mai soffermato. In realtà è la chiave di volta per capire le decisioni che il Pampuri va maturando e di cui non fa parola che con il Direttore Spirituale. Amante del latino, chissà quante volte si sarà soffermato su queste parole così imperative e fatte oggetto della sua conversazione con il Sacramentato.  Quando scriveva alla sorella che aveva bisogno di una “regola”, questo scanno monastico ben impresso nella mente,  gli compariva  davanti agl’occhi. E, nella squallida cella del suo convento lo ha virtualmente collocato per non scordarsene mai. Il suo essere un “giovane cuore in ascolto” lo deve anche a San Benedetto. (A.Nocent)
  • Erminio, giovane tra i giovani, non aveva un lessico cattedratico e impersonale. Era chiaro e semplice, aveva la passione e l’entusiasmo tipico di chi parla con il cuore. Luigi Repossi, membro di Azione Cattolica a Mori­mondo, conserva questo ricordo di Pampuri: «Era capa­ce di parlarci di Dio senza farcelo pesare, anzi destando in noi un interesse sconosciuto per queste cose… Dico la verità, certe prediche del parroco mi stancavano, ma il Pampuri sarei rimasto a sentirlo per delle ore; trova­va parole diverse…». In una testimonianza il fratello Ferdinando conferma che quando mancava il parroco, Erminio si sostituiva a lui in ciò che poteva”.

  • L’ingresso nei Fatebenefratelli

    San Riccardo Pampuri Religioso dei Fatebenefratelli

    (1927-1930)PARTE SECONDA

    La vocazione di Pampuri era ogni giorno più chiara. Sentiva di essere chiamato a farsi religioso. Nulla sem­brava distoglierlo da questo proposito, nemmeno il fatto che negli anni precedenti sia i Gesuiti che i Francescani avessero respinto, a causa della sua cagionevole salute, la domanda di ammissione ai rispettivi ordini. Decisivo ai fini del suo ingresso nella vita religiosa fu l’incontro con don Riccardo Beretta, da lui conosciuto nella primavera del 1923. Beretta era il responsabile dio­cesano dell’Ufficio missionario e Pampuri, in qualità di segretario parrocchiale, doveva recarsi spesso a Milano.

    In poco tempo la loro amicizia crebbe e si consolidò. Don Riccardo lo presentò in termini entusiastici a padre Zaccaria Castelletti, superiore della Provincia Lombardo Veneta dei Fatebenefratelli, l’ordine ospe­daliero nato per proseguire l’opera di San Giovanni di Dio. Il superiore dei Fatebenefratelli cercò ulteriori notizie su Erminio. Dovunque si recasse, dal vescovo di Pavia monsignor Ballerini agli abitanti di Torrino e Mo­rimondo, il coro delle voci era unanime nel parlargli di un uomo straordinario nella sua semplicità. Nonostante i problemi di salute del giovane, padre Zaccaria non ebbe un attimo di esitazione e disse a don Beretta: «Dovesse rimanere anche un solo giorno mem­bro effettivo dell’Ordine nostro, sia egli il benvenuto. Egli, dopo di esserci stato in terra di edificazione, ci sa­rà poi in cielo angelo di protezione». Il 6 giugno, Erminio domanda di essere ammesso ai Fatebenefratelli. Dopo un breve periodo di ambien­tamento nella casa «San Carlo» di Solbiate Comasco, il 22 giugno entra nell’Ordine come postulante, il 27 giu­gno veste l’abito religioso ed il 21 ottobre inizia a Brescia l’anno di noviziato. Per ricordare l’affetto e l’amicizia del suo padre spirituale don Riccardo Beretta, Erminio assu­me il nome di fra Riccardo. Come aveva offerto totalmente la sua vita al Signore da studente e da medico, così ora Erminio avvertiva la necessità di consacrarsi a Cristo come religioso.

    San Riccardo Pampuri  1179235202285In lui non c’era un rimpianto per gli anni precedenti, per una scelta che avrebbe potuto essere compiuta prima. Er­minio si rende conto che gli anni di Università e di con­dotta medica avevano fatto maturare la sua vocazione. Ora, però, niente e nessuno potevano allontanarlo da ciò che il Signore gli domandava per essere pienamen­te felice. Dovrebbe essere propria di noi giovani questa volon­tà, questa capacità di affermare gli ideali per cui siamo fatti e di lottare perché si realizzino, anche a costo – a volte – di andare contro i progetti di genitori e parenti. Così fu anche per Riccardo. La sua scelta maturò in silenzio, senza che nulla trapelasse allo zio Carlo e alla zia Maria. Solo la sorella Longina ne fu partecipe, ben­ché ella stessa avesse precedentemente sconsigliato il fratello dal farsi Gesuita e Francescano, sempre a moti­vo della salute.

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    Gli zii non la presero certo bene. Avevano investito tanto perché diventasse un bravo medico ed ora se lo ritrovavano col saio. La più scossa fu zia Maria. La notizia dell’ingresso nella vita religiosa del nipote arrivò inaspettatamente. Il 22 giugno 1927, dopo che il giovane ebbe terminato un periodo di riposo a Solbiate Comasco, padre Norber­to Waverda, Maestro dei postulanti dei Fatebenefratelli, convocò Maria Campari ed il nipote a Milano, con la scusa di far visita ad una loro parente suora, ricoverata presso l’ospedale San Giuseppe.

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    Durante il colloquio Erminio chiese a padre Waverda di comunicare alla zia le sue intenzioni. Maria Campari pianse e supplicò il nipote di cambiare idea. Erminio, tuttavia, fu estremamente deciso nella sua risposta: «De­vo seguire la chiamata di Dio, devo farmi santo». Quando tornò a Torrino per comunicare la notizia allo zio Carlo, questi parve ignorarlo. Si incrociarono sulla strada di campagna che partiva dalla tenuta dei Campari. Il nipote disse allo zio della sua scelta, ma dal­la bocca del Campari non uscì una parola. Anzi, fece finta di ignorarlo e proseguì la sua passeggiata. Non gli andava proprio giù quel nipote religioso. Erminio lo rincorse. Questa volta non fece in tempo a parlare che lo zio Carlo gli si accostò. Scoppiò a pian­gere e lo strinse a sé in un forte abbraccio. Il dottor Cam­pari aveva finalmente capito che quella religiosa era la strada che Dio voleva per suo nipote.

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    Zia Maria non si rassegnò così facilmente. Non c’era egoismo in lei, quanto piuttosto quell’umana convinzione che i progetti che si hanno sulle persone care siano i più giusti, i più adatti a rispondere alla chiamata del Signore. Due settimane dopo si recò infatti al convento e chiese del nipote. Erminio era intento a pulire l’altare. Padre Wawerda lo fece chiamare ma il giovane non si mosse. Mandò a dire di salutarla e di spiegarle che egli doveva seguire la sua vocazione. La zia restò per più di tre ore davanti al convento, in attesa di veder passare il nipote mentre dalla chiesa si spostava alla mensa. Erminio, intuendo le mosse della zia, girò per il retro della chiesa onde evitarla. A questo punto fra Norberto lo costrinse a parlarle.

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    A zia Maria Erminio ribadì ciò che le aveva già detto in precedenza: come prima Dio gli aveva chiesto di servirlo da medico condotto, così ora lo invitava a diventare suo servo da religioso. Maria capì e tornò a casa. In Erminio non ci fu né cattiveria né orgoglio. Non aveva scelto di farsi religioso per contrapporsi alle deci­sioni degli zii. Quante volte noi giovani, specialmente da bambini e da adolescenti, facciamo qualche cosa solo per dispetto ai nostri genitori. Quante volte pren­diamo una determinata strada senza chiederci se è quel­la giusta per la nostra vita, ma solo per dire no ad un suggerimento di mamma e papà. In quei momenti non ci interessa la nostra felicità, il compimento dei nostri ideali. Ci interessa solo dimostrare che siamo grandi, che siamo capaci di opporci e ribellarci. Capita così molto spesso che rifiutiamo quei consigli di amici e parenti che ci renderebbero contenti, mentre al contra­rio accettiamo supinamente ciò che va contro la nostra autentica felicità.

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    Riccardo non voleva scontrarsi con nessuno. Voleva solo rispondere positivamente alla chiamata del Signo­re, l’unica chiamata in grado di rendere più lieto e feli­ce il suo cuore. Con questo esempio Riccardo sembra dire anche a noi, specialmente a noi giovani del nuovo millennio, di seguire ciò per cui il nostro cuore è fatto. Ciò non significa che tutti debbano prendere i voti reli­giosi. La vocazione non è solo quello.

    «Una preghiera poi ti chiedo per i carissimi giovani del circolo giovanile della nostra parrocchia, affinché anche nei loro cuori abbia da porre il suo sta­bile regno il Divino Infante che già con l’esempio della sua nascita ci mostra la sua predilezione per ipoveri, per gli umili, per i diseredati della terra. Egli che è venuto per evangelizzare i poveri ai quali in modo speciale ha promesso il suo regno celeste, non permetta che essi ab­biano a ricadere sotto il pesante giogo del padre della menzogna, ma nelle fulgide verita della fede possano conquistare per sempre la vera liberta («veritas liberavit vos» disse infatti Gesù) e con una piena, incrollabile ft­ducia nella infinita bontà e misericordiosa provvidenza del Padre Celeste, possano sempre godere di quella pace che gli Angeli annunziarono prima di tutto ai buoni, semplici ed umili pastori».

    I giovani e i poveri. Erano loro i preferiti da san Ric­cardo. Per tutti gli uomini, ma specialmente per loro, desiderava la libertà, la vera libertà. La libertà che coin­cide con il riconoscere la verità di Cristo: «La verità vi renderà liberi». A noi giovani interessa la libertà. Interessa eccome Continuano a ripeterci che è il valore più importante, ma finiscono per proporci modelli che la annichiliscono. La libertà diventa allora fare quello che si vuole, senza tener conto degli altri. Soluzione comoda, sbrigativa, apparen­temente moderna e anticonformista. E’ considerato un atto di libertà non portare rispetto alle persone o soppri­mere la vita che si ha in grembo.

    La libertà vera, che è la realizzazione piena dell’ideale per cui siamo fatti, che è il tener conto della nostra natura urnana e della dignità assoluta di cui dobbiamo godere dal concepimento alla morte, non la propone quasi più nessuno. Riccardo aveva il coraggio di proporla. E i giovani lo ascoltavano, come lo ascolteremmo noi adesso se ci accorgessimo che ciò che desideriamo più intensamente è una libertà che valorizzi la nostra umanità e la nostra responsabilità. Erminio amava la libertà e lo dimostrava con i fatti. Non si limitava ai discorsi e alle parole. Non era uno di quei profeti contemporanei che, da un lato esaltano la libertà, mentre dall’altro continuano a sostenere regimi tirannici e negatori dei più elementari diritti dell’uomo. Era un compito arduo quello che doveva affrontare l’Azione Cattolica di Morimondo. C’erano i fascisti, co­sì invidiosi del dottorino e del suo fascino sugli adole­scenti che arrivarono a realizzare una sala da ballo so­pra la sua casa per non farlo dormire. Era un piccolo segnale d’avvertimento, ma il Pampuri non si scorag­giò. Continuava il suo impegno tra i giovani e al tempo stesso tentava di appianare i frequenti litigi che oppo­nevano il rude don Alesina al Podestà locale. Era forse tiepido con il regime mussoliniano? Tutt’al­tro!

    Pampuri, pur non essendo un appassionato di poli­tica, aveva le idee ben chiare in materia. L’«Osservatore Romano» e «Civiltà cattolica», giornali a cui era abbo­nato, lo aiutavano a formarsi un giudizio cristallino. Alla sua libertà non voleva certo rinunciare. Come po­teva parlare di libertà con i giovani e poi non lottare per essa nella concretezza della vita? Ai ragazzi non piac­ciono tanto le formule astratte, le belle parole. Neppure a Pampuri piacevano. E così, con lo stesso coraggio di­mostrato a Caporetto, arrivò a stracciare la tessera del Sindacato nazionale dei medici fascisti. Il testo della lettera ci è pervenuto per intero. Le ar­gomentazioni di Pampuri sono lucidissime e affermano chiaramente il suo desiderio di vivere da uomo libero:

    «Ho dato le mie dimissioni dal Sindacato Nazionale fascista perché non mi sono sentito di accettare l’ultima parte dell’articolo quinto dello statuto, dove esso dice che possono far parte del Sindacato Nazionale Medici Condotti i medici i quali non appartengono a partiti a carattere anti-nazionale (e fin qui benissimo), che siano cioè contrari alle direttive politiche del fascismo. Ora sic­come che gli altri partiti si distinguono dal partito fasci­sta in quanto sono contrari almeno a qualche sua diretti­va politica, altrimenti si confonderebbero con lo stesso partito fascista, ne viene da tale identificazione del patriottismo col fascismo che al Sindacato Nazionale Fa­scista Medici Condotti non possono appartenere che i medici condotti aderenti al partito fascista o almeno indiffe­renti a qualunque altro. Poiché non può il fascismo d’oggi arrogarsi il monopolio del patriottismo, come non lo po­teva il liberalismo dominante ieri, ritenendo io di poter essere patriota anche militando in altro partito più corrispondente ai miei principi morali, politici, né volendo per qualsiasi interesse materiale rinunciare alla mia libertà in riguardo, ho ritenuto doveroso presentare le mie dimis­sioni dal S.N.FM.C., che ora confermo nuovamente».

    Con i ragazzi del circolo San Pio X fonda anche una banda musicale. Grazie ai suoi modi gentili e affabili riesce a convincere i fittavoli di Morimondo a donare un po’ di soldi per acquistare gli strumenti. Nessuno osava dire di no alle richieste del dottorino, tanta era la stima e l’affetto che essi provavano per lui. Natural­mente i soldi non bastavano mai ed era allora lo stesso Pampuri che versava la – consistente – differenza. Le lezioni di solfeggio erano tenute dall’esperto mu­sicista don Alesina. Le prove diedero subito buoni ri­sultati e la banda fu spesso invitata per concerti nelle parrocchie circostanti.

    Con i giovani del circolo e della banda Pampuri trascorreva molto tempo. Le serate passavano lietamente e al dottore piaceva molto conversare con i ragazzi. Le discussioni erano tanto coinvolgenti ed interessanti che, ricordano alcuni del Circolo, a volte proseguivano fin oltre la mezzanotte ed erano gli stessi ragazzi che fa­cevano notare al Pampuri che era già molto tardi. Il giovane dottor Pampuri voleva molto bene ai suoi ragazzi. Aveva a cuore che ricevessero un’educazione cristiana e che amassero ogni aspetto della vita come dono di Dio. Per lui era di fondamentale importanza che fossero educati alla preghiera e alla meditazione. Per questo motivo, ogni anno li portava ad un raduno di esercizi spirituali a Tregasio, in Brianza, nella villa del Sacro Cuore. Era lui stesso a pagare le spese del viaggio e del soggiorno. Ai suoi ragazzi diceva che erano giorni di una bellez­za e di un’importanza eccezionali. Non ore di prigionia, ma l’occasione per capire quanto sia necessario amare e pregare Dio per vivere una vita più bella e felice. All’amico Luigi Tacchini, un po’ titubante davanti alla proposta del raduno spirituale, Pampuri scriveva queste frasi:

    «Carissimo amico, […] non spaventarti del resto credendo che si tratti di tre giorni di ergastolo, tut­t’altro anzi: godrai tre giorni di una vita così nuova e così bella, tanto diversa e tanto migliore della solita vitaccia grigia che conduciamo tutti i giorni, che ti sembrera di vivere in un altro mondo ben più bello; e solo ti rincre­scerà, alla fine di doverla cambiare».

    La fede cristiana del Pampuri voleva giudicare ogni avvenimento dell’epoca. Era suo desiderio entrare nel dibattito sui grandi temi con argomentazioni precise. Ci teneva ad assumere una posizione chiara, che faces­se capire che i cristiani sanno usare bene la ragione e la libertà quando si tratta di discutere. La lettura dell’«Osservatore Romano» e di «Civiltà Cattolica» gli erano indispensabili per la formazione di una coscienza critica. Ai suoi amici raccomandava sem­pre un buon quotidiano, utile per approfondire la fede cristiana ma ancor più per potenziare l’uso della ragione. Quello tra fede e ragione è un dibattito sempre aper­to, dai toni spesso accesi. Lo era ai tempi di Pampuri e lo è adesso. Quante volte, specialmente a noi giovani, inse­gnano che tra fede e ragione non vi può essere nessun legame. Anzi, si ritiene che un uso corretto della ragione porti alla negazione delle verità della fede e si trae la con­clusione che un cristiano non possa mai avere una posi­zione ragionevole riguardo a qualsiasi cosa. il cristiano sarebbe mosso solo dalla difesa ideologica di un dogma.

    Chi, fra noi giovani, è cristiano desidera fortemente che la sua esperienza religiosa valorizzi la ragione. An­cor di più noi giovani abbiamo a cuore che la nostra ra­gione ci permetta di interessarci degli argomenti di attua­lità in modo da ricavarne un giudizio limpido. Non vorremmo avere noi degli amici che ci inducano ad usa­re nel migliore dei modi la nostra ragione? Che ci aiuti­no a giudicare quanto vediamo nei telegiornali o leg­giamo in un articolo di cronaca? Erminio desiderava che i suoi amici avessero sempre l’opportunità di valutare, secondo una ragione stimola­ta dalla fede, ciò che quotidianamente succedeva. Ecco perché, in occasione della conferma a medico condot­to, Erminio regala al carissimo amico Benedetto Secon­di un abbonamento all’«Osservatore Romano»:

    «Mi sono permesso, in questa lieta occasione, di farti il picco­lo dono dell’abbonamento per il corrente anno all’«Os­servatore Romano». Il giornale è diventato quasi mai una necessità per gli uomini d’oggi, e sopra di esso vengono trattati e discussi, troppe volte purtroppo con ignoranza, incompetenza ed anche malafede e settarietà, i più gravi argomenti di vita pubblica e privata, perciò diviene quasi indispensabile per i cattolici l’aiuto di un quotidiano che, rispondendo alla massima garanzia morale, si mantiene al di fuori e al di sopra di quelle incomposte passioni poli­tiche che, talora anche inconsciamente, sono formate di odio e di lotte fraterne, ed il quale, con indiscutibile van­taggio intellettuale e spirituale sa osservare le varie mani­festazioni della vita pubblica con serena oggettività alla luce della ragione e del sano buon senso e meglio ancora a quella fulgidissima della Fede».

    Il Pampuri lo ritiene un regalo di poco valore, fatto però, come conclude nella sua lettera, perché aveva a cuore la felicità del suo amico. Desiderava che, attra­verso la lettura del giornale, arrivasse «alla visione ed al conseguimento (per mezzo della giustizia, e soprattutto della carità) del fine supremo della nostra vita che è la Gloria di Dio e la nostra eterna felicità». Tema di discussione con gli amici era soprattutto il rapporto tra scienza e fede. Per la maggioranza degli scienziati del tempo la fede era oggetto di derisione. Rap­presentava un ostacolo al progresso medico e scientifico. Roba da Medioevo.

    Anche oggi sono tanti gli uornini di scienza che ci propongono – o spesso ci impongono – questa visione. Erminio non poteva condividere un simi­le approccio. Con lo stesso coraggio e lucidità di giudizio con cui a scuola aveva difeso la religione cattolica, allo stesso modo da medico si batteva perché la scienza, gra­zie al contributo della fede, valorizzasse le ricchezze del­l’uomo e della natura. La natura e l’uomo erano frutto della creazione. Una ragione correttamente usata, aperta al Mistero, avrebbe raggiunto una tale conclusione. Come l’avevano raggiunta molti scienziati, da Newton a Pasteur. Erminio espone queste considerazioni ad un amico lacerato dal legame tra scienza e fede, tentato dall’ab­bandonare una religione apparentemente incapace di rispondere agli interrogativi della scienza. Chissà a quan­ti di noi, specialmente se studenti di facoltà scientifiche o ricercatori in erba, queste parole del Pampuri suonano di straordinaria attualità e suscitano grandi interrogativi:

    «Carissimo amico,… possiamo noi dire che Dio non c’è… ma di fatto anche ogni istante della nostra vita è nelle sue mani, quei beni della terra, quelle creature che noi ado­riamo invece di Dio, del Creatore, sono pure nelle sue mani, nelle sue mani quelle intelligenze, quelle doti di cui tanto ci insuperbiamo, e delle quali invece di rendere a Lui grazia e riconoscenza, ce ne serviamo per ribellarci contro di Lui. Possiamo ora illuderci di giustificare una condotta scorretta affermando che la scienza, coi suoi ritrovati, coi suoi progressi, ci conduce lontani da Dio, ce lo rende inu­tile, ce lo dimostra non esistente, ma nel giorno del giudi­zio, quanti veri e grandi scienziati: Newton, Pasteur, Volta, ecc., il cui numero è piccolo solo per la nostra mente che nella sua crassa ignoranza non li conosce (e non pochi fra di essi i grandi anatomici e medici), i quali, avendo il cuore e la mente non guasta dalla vanità e dalla superbia, non hanno trovato alcun contrasto fra la scienza e la fede, ed anzi quanto più si approfondivano nella conoscenza dei misteri reconditi della natura, tanto più ne vedevano uscire fulgida l’apologia della fede e dalle meravigliose armo­nie delle leggi della natura si sentivano portati ad amare e lodare la bontà e la sapienza infinita del Creatore. (Prima della scoperta delle lenti e del cannocchiale si rideva, di alcuni stolti, della S. Scrittura che parlava di miriadi di stel­le, mentre gli astronomi sapevano che non erano più di 1011: quando la scienza astronomica progredì, ecco appa­rire le miriadi di stelle della S. Scrittura). Pasteur infatti per difendere la fede dall’accusa dei materialisti, che non conoscendo l’origine di certi fenomeni vitali, difendevano la generazione spontanea e se ne valevano per negare la necessità della creazione e quindi di Dio, scopri il me­raviglioso mondo dei microrganismi, cominciando dai fer­menti e muffe, mostrando che i contrasti fra la scienza e la fede dipendono solo dalla nostra ignoranza e dalla nostra presunzione o malafede che gabella per fior di scienza sem­plici teorie […]. Vedi teoria dell’evoluzione’ ormai sfonda­ta da ogni parte dagli ultimi studi e che ieri era un dogma di fede nelle nostre buone scuole atee, scuole mantenute con le tasse pagate dalle famiglie in gran parte cattoliche, perché ivi avessero a perdere l’avita fede in cambio di una scienza avariata».

    Come al solito non c’è superbia nelle sue parole. Non c’è una verità da imporre con forza. Anzi, quelle righe so­no occasione per lo stesso Pampuri di rafforzare la sua fe­de: «Ho cercato, scrivendo questo a te, di ravvivare anche la mia debole fede». Questa testimonianza può essere per noi un’opportunità per riflettere sul fatto che il cristiane­simo rende più stimolante la ricerca scientifica e che le verità della fede e della scienza non sono in contrasto. E l’amore? Insomma, la fidanzata, la donna con cui sposarsi. Non pensava a questo Pampuri?

    Per i giovani è un aspetto decisivo della vita, fonte di gioia ma anche di delusioni. Quando pensiamo alla nostra felicità, pensia­mo frequentemente a una ragazza che ci voglia bene, che ci ami per quello che siamo, con la quale magari un gior­no sposarci. Spesso, però, il nostro concetto di amore si limita al puro e semplice innamoramento. L’amore è inte­so solo come amore verso la donna o l’uomo della propria vita. Parlare di amore alla famiglia, agli amici, al lavoro e allo studio o, tanto più, a Cristo, ha un suono strano. Lo stesso amore per una donna è spesso ridotto a mera istin­tività e tornaconto. La donna o l’uomo come oggetti da possedere, non certo come persone da amare nella loro completezza. Non certo da amare come volti che rifletto­no il grande amore del Signore alla nostra vita. Ciò che desideriamo in fondo al nostro cuore, anche se poi ci capita raramente, è un amore per la nostra ra­gazza che sia ad immagine e somiglianza di quello di Dio. Totale, completo, che si dona senza chiedere nulla in cambio. Un amore pronto a dare la vita per colui o colei di cui siamo innamorati. Pampuri non aveva ragazze nei suoi piani.

    Non si sentiva adatto al matrimonio. Non per questo non era innamorato. Era innamorato del Signore e faceva per Lui e per il suo popolo ogni cosa con amore grande. A dire il vero, proprio mentre era medico condotto a Morimondo, Erminio aveva ricevuto una proposta di matrimonio. Gli arrivò indirettamente, attraverso la me­diazione di Luigina Peretti, un’amica che faceva parte dell’Azione Cattolica. La ragazza in questione, secondo le indiscrezioni sfuggite alla stessa Peretti, doveva essere la figlia del direttore generale dell’Ospedale «Cantù» di Abbiategrasso, dove spesso il Pampuri si recava per accompagnarvi i suoi malati. Erminio declinò l’offerta con parole molto garbate e affettuose:

    «Stim.ma Sig.ra Peretti Luigina, La ringrazio di cuore del suo atto di grande bontà (…). Non posso però accogliere la sua tanto onorevo­le e lusinghiera proposta, poiché non sentendomi chiama­to allo stato matrimoniale, vi ho rinunciato definitivamen­te (…). Non deve perciò angustiarsi di questa mia risposta, quella buona giovane da lei accennata, poiché se il Signore che tutto dispone in numero, peso e misura per la maggior gloria sua, ed il nostro massimo bene, se il Signore vorrà proprio chiamarla allo stato matrimoniale, non mancherà di mandarle un più degno e santo sposo, come gia mandò a Sara il figliolo del Santo Tobia […]».

    La vocazione di Pampuri è diversa dal matrimonio e così, con la sua consueta umiltà e bontà d’animo, spie­ga alla Peretti che non può accettare la proposta. Si au­gura però che Dio possa far incontrare a quella ragazza la persona giusta, che la ami e poi la sposi. Concluden­do la lettera, ci tiene a fare una puntualizzazione. Il ma­trimonio non è una via obbligata. Non è l’unica strada per la felicità e il compimento dell’uomo. Qualora la ra­gazza avesse dovuto sentire una vocazione religiosa, non per questo la sua vita sarebbe stata meno bella. Per Erminio ogni vocazione è nobile se risponde alla chiamata di Dio. Erminio sa di non essere chiamato al matrimonio.

    Sa, invece, di essere chiamato ad amare e servire il Signore attraverso un’altra strada. il matrimonio resta in ogni caso per lui un sacramen­to importantissimo, troppo spesso svilito nei suoi conte­nuti e nel suo significato. Di simili preoccupazioni vuole rendere partecipe l’amico Benedetto Secondi, in una let­tera scritta a Torrino il 30 marzo 1924. A lui si rivolge parlando del matrimonio come dell’ «elemento fonda­mentale della società stessa ed ora avvelenato fin dal suo primo costituirsi». I timori e le ansie non si esauriscono in una frase breve e lapidaria. Erminio è sinceramente rat­tristato dal modo in cui la maggioranza degli uomini sce­glie la propria compagna:

    «Si preoccupano gli uomini di cercare nella futura sposa soprattutto quelle doti fisiche ed intellettuali che possono servire a fare una buona compar­sa nella società, a ben ordinare la casa ed a ben dirigere la cucina, e quanto al resto si accontentano di una certa abi­tudine di religiosità esteriore, ben lontana da quella Fede profonda ed incrollabile che è la sorgente di ogni più bella, nobile ed anche eroica virtù e che potra fare della donna il vero angelo consolatore della famiglia, nei momenti della prova, dello sconforto e del dolore».

    A Benedetto si sente di porre delle domande decisive prima di affrontare un passo così delicato come il matri­monio:

    «Ma quanti si accostano al matrimonio con quel religioso rispetto, con quella purezza e santità di affetti e di aspirazioni colle quali si deve ricevere un Sacramento grande, come lo ha definito la Chiesa? Quanti cercano in quella che dovra essere la compagna di tutta la vita, una sposa santa che sappia incoraggiarli, spingerli, trascinarli con l’esempio di mirabdi virtù ad un adempimento sempre più perfetto della missione di bene, sempre grande anche quando può sembrare umilissima, alla quale Iddio ha de­stinato ciascuno di noi in proporz:ione dei talenti e della grazie concessici, ad una sempre maggiore perfezione mo­rale, verso un amore sempre più ardente di Dio e del pros­simo? E chi mai oggi, mettendo al mondo dei figli, ne fa fin dalla nascita un’offerta a Dio (…).

    Non sono frasi che escono dalla penna di un morali­sta. Erminio non vuole condannare nessuno. Non sareb­be nella natura umile e riservata del suo carattere. Er­minio scrive per un’altra ragione. E’ mosso dal desiderio di condividere fino in fondo l’amicizia con Benedetto Secondi. D’altronde, come potremmo parlare di amicizia se con un amico non ci aiutiamo a riflettere su un mo­mento importante come il matrimonio? In realtà troppe volte ci accontentiamo di amicizie a metà, di uno stare insieme limitato al sabato sera e alla ricerca di un diver­timento effimero. Non è però questo ciò che desideria­mo dal rapporto con un amico. Desideriamo molto di più, anche se questa maggiore intensità può portarci a non avere le stesse idee o a litigare.

    Pampuri spiega a Benedetto che la lettera è unica­mente dettata da un vivissimo sentimento di amicizia, il quale gli fa desiderare «la tua felicità quasi come una parte integrante della mia». La gioia di un nostro amico è la nostra gioia, così come il dolore di un nostro amico è anche il nostro dolore. Pampuri ne è consapevole e suggerisce anche a noi di avere una simile certezza. Un’amicizia che diven­ti condivisione dei momenti belli ma anche di quelli spiacevoli è ciò che più desideriamo. Un’amicizia che, come nel caso della lettera a Benedetto, parla di matri­monio e mette in guardia da rischi ed errori. Le parole di Erminio possono risultare a prima vista sgradite. Istintivamente siamo portati a scegliere l’uo­mo e la donna della nostra vita solo in base all’aspetto esteriore. Siamo spinti solo dall’innamoramento folle che fa perdere ogni contatto con la realtà.

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    Pampuri non dice che non sia una bella cosa innamorarsi. Pampuri desidera per il suo amico molto di più di un innamoramento passeggero. Lo desidera anche per noi, perché quelle frasi devono far riflettere anche noi. La donna che amiamo dovrebbe condurci, sottolinea Riccardo, «verso un amore sempre più ardente di Dio e del prossimo». L’amore per la nostra donna deve aiutarci ad amare di più tutta la nostra vita, il nostro studio e il nostro lavoro, il nostro prossimo, la nostra famiglia, i nostri amici. L’amore vero, l’amore per la nostra donna o il nostro uomo che sia riflesso dell’amore di Cristo per la nostra vita, non può che essere un amore che abbraccia tutto. Non una stanza angusta abitata da due romanti­coni incapaci di guardare al di là dei propri occhi, ma una finestra spalancata sull’immensità dell’orizzonte. Pampuri ci propone qualcosa di estremamente gran­de, infinitamente più grande dei nostri schemi ben con­gegnati. Un amore a così ampio raggio, gratuito e non egoi­stico, può farci paura, può scontrarsi con ciò che ci viene quotidianamente additato come modello di vita. Ai consigli di san Riccardo possiamo opporre il nostro rifiuto, ma ciò che il nostro cuore desidera, ciò che ve­ramente desidera, è un amore ad una ragazza o ad un ragazzo che sia capace di farci amare di più tutta la vita e, per chi è cristiano, il Signore.

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    «Abbi sempre grandi desideri, cioè desiderio di grande santità, di fare opere grandi – mira sempre più in alto che puoi – per riuscire a colpire giusto. Come i mer­canti che domandano di più per riuscir a prendere il giu­sto prezzo. A ciò ti aiutera la considerazione della tua grande nobiltà: figlio di Dio – fratello di Gesù, dei Mar­tiri e dei Santi – Erede del Cielo. «Siate santi, come Santo è il padre vostro celeste» . Fate anche le cose piccole, minime con amore grande. Sempre più in alto!».

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    Diventando religioso Erminio sapeva di recare un grande dispiacere a quegli zii che gli avevano sempre voluto un gran bene e lo avevano educato ai principi cristiani. Di tutto questo era loro particolarmente rico­noscente. Ora, però, chiedeva agli zii di comprendere che il disegno di Dio era un altro e che volergli veramen­te bene significava accettare questa sua vocazione. E, piano piano, zia Maria e zio Carlo l’accettarono.
    Da novizio Riccardo mostrò lo stesso carattere che aveva avuto da universitario e da medico condotto a Morimondo. Era gentile e dolce, di animo sempre’ lieto e disponibile, sia con i superiori che nei confronti degli altri giovani novizi. Lo si vedeva spazzare con la ramazza il cortile del convento, magari canticchiando qualche motivetto reli­gioso. Nel fare tutto ciò aveva lo stesso volto felice con cui visitava gli ammalati. Solo Erminio aveva il coraggio di avvicinarsi a quegli ammalati tubercolotici che gli altri novizi cercavano invece di evitare.
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    Non si sottraeva mai a nessun compi­to, per infimo o ripugnante che fosse. I suoi compagni ebhero grande stima di lui e le ragioni furono subito chiare. Erminio non era uno di quelli che creavano confusione o facevano baldoria, ma sapeva sempre stare allo scherzo con sorriso bonario e divertito. Quando qualche compagno eccedeva, glielo faceva notare con molta discrezione. Con la stessa di­screzione suggeriva a qualche padre del suo ordine di accorciare le prediche al fine di non annoiare la gente. Non era una persona che emetteva condanne, ma aveva sempre un cuore aperto nell’abbracciare il fratello che aveva sbagliato.
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    Spesso i suoi superiori ricorrevano al suo consulto medico e, per quanto Pampuri si schermisse, il suo pa­rere era tenuto sempre in grande considerazione. Le sue lezioni di medicina e di tecnica infermieristica affa­scinavano i confratelli. Non erano spiegazioni asettiche. Ogni parola era densa di riferimenti biblici e tutto il suo calore umano era proteso a far capire che il malato non era un semplice paziente, ma una persona umana ed un’icona del Cristo sofferente. Quando sorgeva una lite era il primo ad accorrere perché i litiganti si calmassero e facessero pace. Allor­ché in refettorio si accorgeva che la porzione di cibo di qualche novizio era insufficiente, gli donava la sua.
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    A volte era lo stesso padre superiore ad obbligarlo a man­giare, visto che Erminio si reggeva in piedi a stento e le sue condizioni fisiche erano sempre precarie. Nel 1928 gli fu affidato l’ambulatorio dentistico. Non era però l’unico impegno. A ciò si doveva in ogni caso aggiungere la supplenza diurna e notturna ai me­dici d’ospedale che, finito il loro turno, tornavano a casa. Nonostante i noti problemi di salute e gli impe­gnativi orari di lavoro in ambulatorio e in ospedale, Ric­cardo svolse sempre tutto con incredibile passione.
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    Non faceva alcuna distinzione tra i suoi pazienti. Fra Damaso Roveda, compagno di Erminio nei Fatebene­fratelli, ricorda nella sua deposizione durante il proces­so di canonizzazione che «ricchi o poveri, ebrei o pro­testanti che fossero, usava per tutti la stessa misura. Ai poveri aggiungeva la maggior carità». Con i suoi ammalati si mostrava sempre sensibile, pronto a rincuorarli e a sostenerli. Sapeva anche essere simpatico e scherzoso, specialmente con i più piccoli.
    Come a Morimondo, così nell’ospedale dei Fatebene­fratelli i giovani e i bambini erano i suoi prediletti. Si rendeva conto che essi, più di chiunque altro, avevano bisogno di vedere da vicino l’affetto e la gioia di Cristo. Una volta, ad un bambino cui aveva appena levato un dente cariato, domandò di essere pagato. Il fanciullo gli rispose: «Ma io non ho un soldo!». Ed allora il Pampu­ri, con sguardo divertito, gli porse sulla mano una mo­neta da due lire e gli disse: «Beh, allora pago io!». In convento Erminio non si dimenticò mai dei suoi due nipoti. Pregava sempre per loro e si augurava che conducessero un’esistenza cristiana, circondati da buone amicizie e da bravi compagni di classe. Ecco cosa scriveva, nell’agosto del 1927, ai suoi amati Ales­sandro e Giovanni, allora iscritti – come lo era stato in precedenza lo zio – al Collegio Sant’Agostino di Pavia:
    «In collegio vi troverete probabilmente con numerosi com­pagni: state bene attenti nello stringere amicizie con que­sti, poiché fra i tanti potrebbe esservene qualcuno (sic) non buono, ed un compagno cattivo sarebbe per voi più perico­loso di un demonio… quando è necessario unirsi agli altri per i giochi o per i compiti, state sempre con i più buoni, cioè con i più religiosi, studiosi e obbedienti. Se volete poi essere da tutti rispettati e benvoluti, cercate di non mo­strarvi mai orgogliosi e superbi coi compagni, e di essere sempre rispettosi ed obbedienti coi superiori».
    Fra Riccardo non si dimenticò mai, nemmeno in punto di morte, dei suoi giovani di Azione cattolica di Morimondo. A lui non interessava più di tanto che crescessero di numero. Ciò che aveva a cuore, come testimoniano queste frasi della lettera a Mario Bologna (responsabile del circolo dopo la partenza del Pampuri), era che aumentasse la loro fede: «Non guardate tanto al numero, quanto alla fermezza della fede, all’ardore del­l’apostolato ed all’amore ai Sacramenti».
    La salute di Erminio peggiorava nel frattempo di giorno in giorno, ancorché vi fossero brevi periodi in cui il suo fisico sembrava riprendersi. Nel 1929 trascorse un po’ di mesi di riposo presso la casa dell’ordine di Gorizia. Tornato al suo ambulatorio di Brescia, il novembre successivo fu colpito da un’emot­tisi più forte e costretto a letto. Fu mandato dagli zii, a Torrino ma, passate poche settimane, chiese nuova­mente di essere trasferito a Brescia. Riccardo andò incontro alla morte con grande sere­nità.
    Chi gli fu vicino nell’ultimo periodo lo descrive lieto e senza alcun timore di spirare. Il nipote Alessan­dro, che lo vide per l’ultima volta il giorno prima che morisse, racconta di averlo trovato allegro e completa­mente lucido: «Mi disse della sua soddisfazione di mo­rire. L’idea del paradiso lo affascinava. Sembrava uno che si preparasse alle nozze: mi fece impressione il fatto che in lui l’idea della morte fosse così naturale». Nelle sue ultime lettere allo zio Carlo e alla sorella Longina, Riccardo minimizzava il suo dolore e la sua sof­ferenza. Spesso concludeva dicendo che la sua salute sta­va facendo progressi e che la febbre stava rapidamente scendendo. Le cose andavano ben diversamente e la febbre non accennava a diminuire. Durante tutta la sua malattia non diminuì mai nemmeno la fede in Dio. Anzi, anda­va aumentando la certezza che Cristo gli era a fianco anche in un momento così tanto doloroso. Le parole che in quei giorni scrive alla sorella sono piene di spe­ranza e di amore, della lieta fiducia di chi sa che Gesù ha vinto la morte:
    «ma noi non dobbiamo temere, o carissima sorella, perché quel Gesù che ha già combattu­to e vinto per noi dalla mangiatoia alla croce, è sempre ai nostri fianchi… e noi ci sforzeremo di servirLo sempre non con timore servile dei castighi, ma per amore».
    Una volta rientrato a Brescia, dopo alcune visite me­diche è nuovamente mandato all’ospedale dei Fatebe­nefratelli di Gorizia. Le condizioni di salute si aggrava­no ulteriormente e così, il 18 aprile 1930, fra Riccardo viene ricondotto a Milano, dove gli zii e i parenti pos­sono essergli vicini negli ultimi giorni di vita. Sono gior­nate contraddistinte dalle visite di amici e familiari, tutti stupiti dalla serenità del suo viso. Don Riccardo Beretta gli portò il viatico e sia il Papa che l’arcivescovo di Mila­no gli inviarono la loro benedizione. Accanto al suo let­to sedeva stabilmente zia Maria, che continuava a pre­gare la Madonna per la guarigione del nipote.
    Riccardo capiva che il giorno della morte stava so­praggiungendo, ma capiva al tempo stesso che qualsiasi cosa il Signore gli avesse riservato, lui l’avrebbe accet­tata lietamente. Così diceva alla zia: «Se il Signore vuole chiamarmi, vado volentieri, se mi lascia qui, starò qui co­me vuole lui». Non c’è in Riccardo un desiderio di morire fine a se stesso, tipico di chi vuole abbandonare velocemente que­sta valle di lacrime. Fra Riccardo non smania dalla brama di morire, ma si affida a Cristo, conscio che il disegno di Dio su di lui è in ogni caso buono. Il suo volto è lieto non perché è il volto di un pazzo, ma perché è il volto di una persona che ha speso la sua esistenza nell’amore a Dio e sa che presto sarà accanto a Dio nel paradiso. Tra il 29 e il 30 aprile la situazione di Erminio peg­giora ulteriormente. La mattina del 1° maggio si comu­nica, riceve l’olio santo, la benedizione apostolica e il viatico. La morte doveva coglierlo, come egli aveva più volte ripetuto di desiderare, nel mese della Madonna. Alle ore 22.30 dello stesso primo giorno di maggio, stringendo forte tra le mani un crocifisso, simbolo po­tente della morte e della risurrezione di Cristo, Erminio Filippo Pampuri muore.

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    I MIRACOLI RICONOSCIUTI

    DALLA CONSULTA MEDICA PRESSO LA CONGREGAZIONE PER LE CAUSE DEI SANTI

    30 Marzo 1981

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  • Giovanni Paolo II proclama il Decreto che approva i due miracoli presentati per la beatificazione, i cui Processi furono celebrati rispettivamente a Gorizia nel 1954 e a Milano nel 1962.
    • Il primo miracolo, la guarigione del Signor Adeodato Comand, di cinquantacinque anni, forte mangiatore e smodato bevitore. A metà maggio del 1952  viene portato all’ospedale di Gorizia con una peritonite da perforazione. La diagnosi non lascia speranze. Si tenta l’inverosimile ma l’operazione si rivela del tutto inutile. Amici e parenti, sollecitati dai fatebenefratelli, invocano l’intercessione di Fra Riccardo. Il mattino seguente l’intervento, il Comand è perfettamente guarito. Sulla guarigione la Consulta esprimerà il seguente giudizio: “relativamente instantanea, perfetta duratura, non spiegabile naturalmente quoad modum”, avvenuta il 18 Maggio 1952 da “peritonite acuta generalizzata originata da lesioni di origine sopramesocolica, probabilmente a livello del crocicchio duodeno-bilio-pancreatico” (relazione della Consulta medica 5 Luglio 1979)
    • Il secondo miracolo è la guarigione dell’architetto milanese Ferdinando Michelini, avvenuta il 16 Settembre 1959. Reduce dai “lager” nazisti, egli aveva sofferto le conseguenze delle privazioni e delle violenze subite durante la guerra. Nell’agosto 1959, è colto da dolori tanto violenti da fargli perdere la conoscenza. Riavutosi, si fa ricoverare in ospedale, ma il prospettato intervento viene differito. In settembre un attaco più violento lo costringe a un nuovo ricovero nell’ospedale “San Giuseppe” dei Fatebenefratelli, con la diagnosi di occlusione intestinale. I religiosi gli suggeriscono di rivolgersi a a Fra Riccardo e si uniscono a lui con unanime preghiera. Anche in questo caso, il giorno dopo l’operazione, ritenuta disperata, Michelini è inspiegabilmente guarito.  Anche su tale guarigione  la Consulta si esprimerà così: “Straordinariamente rapida, completa e duratura, non spiegabile quoad modum”, da “peritonite acuta generalizzata in soggetto con manifestazioni perivisceritiche in stato di occlusione intestinale, lacerazione intra-operatoria di ansa intestinale non seguita da corretta sutura” (ivi).

          Così, riconosciuta miracolosa la guarigione avvenuta il 5 gennaio 1982 in Spagna per l’intercessione del Beato Riccardo Pampuri, venne approvato il miracolo. Nella festività di Tutti i Santi, 1° novembre 1989, è solennemente canonizzato.

    4 Ottobre 1981 Giovanni Paolo II proclama Beato il Venerabile RiccardoPampuri.

    1 Novembre 1989 Dallo stesso Sommo Pontefice viene solennemente canonizzato.

    • Il miracolo presentato per la canonizzazione è la guarigione di un ragazzo spagnolo di dieci anni, Manuel Cifuentes Rodenas. Mentre sposta dei rami i mandorlo si ferisce gravemente a un occhio. Viene diagnosticata una grave lesione, per la quale si prospetta addiritura un intervento. In ogni cas la vista sarebbe stata compromessa.

    Il padre di Manuel, insegnante, qualche tempo prima aveva trovato per caso nella sua scuola una plachetta di metallo contenente un’immagine di fra Riccardo.  Ricordatosi improvvisamente di quella strana scoperta, colloca la reliquia sotto la benda, vicino all’ochio ferito. Non avevano mai setito parlare di Fra Riccardo, ma si rivolgono insieme al Signore pregandolo di manifestare la sua potenza risanatrice attraverso lìintercessione del dottor Pampuri Il dolore non cessa, e anzi durante la notte si riacutizza.

     

  • La mattina seguente, il padre di Manuel trova il figlio profondamente addormentato. Lo sveglia, gli toglie la benda e con sorpresa constata che la ferita eè sparita del tutto e che l’occho è completamente limpido. La notizia si sparge nel paese e si parla subito di miracolo. Anche i medici non sanno spiegare l’accaduto. Prudentemente il caso viene sottoposto alla Consulta Medica presso la Congregazione per le Cause dei Santi e tra il febbraio e l’aprile del 1988 si giunge alla conclusione seguente: “ferita lacera interessante almeno un terzo dello spessore corneale dell’occhio sinistro, di notevole estensione”; giudicata dalla Consulta Medica “estremamente rapida, completa e duratura, non spiegabile alle conoscenze mediche” (relazione della Consulta 1988).

  • Febbraio 1995

    • La rivista “Tracce” pubblica la vita di San Riccardo e un miracolo di sua intercessione. Inizia da parte del Movimento di Comunione e Liberazione la diffusione della conoscenza di S. Riccardo in tutta Italia e nel mondo.

    San Riccardo Pampuri - Statua in marmo collocata sul Duomo di Milano

  • Statua posta sul Duomo di Milano

    Classificato con 5,0 su 5,0

    YouTube – foto chiesa Trivolzio

    3 min 25 sec – 12 nov 2007 –

     

    Ma a volte il Signore è così prodigo che dona al suo popolo santi particolarmente visibili e vicini, nel tempo e nello spazio, come san Riccardo Pampuri. www.youtube.com/watch?v=Xsmq8MXdoiA

CORO SAN RICARDO PAMPURI (PARTE 02)Aggiunto a QuickList 6:28

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