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TESTAMENTO DI DON PRIMO MAZZOLARI

venerdì, 02 novembre 2007

Don Primo Mazzolari

Vivarelli-FabbrettiIL TESTAMENTO DI DON PRIMO

Oggi, 4 agosto 1954, undicesimo anniversario della morte di mio padre, nel nome del Signore e sotto lo sguardo della Madonna, che non può non aver pietà di questo suo povero sacerdote che si prepara al distacco supremo, faccio testamento. Non possiedo niente. La roba non mi ha fatto gola e tanto meno occupato. Non ho risparmi, se non quel poco che potrà si e no bastare alle spese del funerali che desidero semplicissimi, secondo il mio gusto e l’abitudine della mia casa e della mia Chiesa. Le poche suppellettili, che sono poi quelle dei miei vecchi, appartengono alla mia sorella Giuseppina, che le ha conservate usabili e ospitali con la sua instancabile operosità e intelligente economia.

Alle mie sorelle Colombina e Pierina, che avrebbero fatto altrettanto, se non avessero avuto diversa chiamata; ai miei nipoti Michele, Enrico, Gino, Mariuccia, Giuseppina, Graziella l’impegno di custodire e continuare, più che la memoria del fratello e dello zio sacerdote, la tradizione cristiana delle nostre case, cui mi sono sempre affidato e che nelle molte difficoltà fu per me una grazia naturale.

Non ho niente e sono contento di non aver niente da darvi. Lo scrivo anche per vostra compiacenza per quella certezza che abbiamo in comune, che dove il vincolo dell’affetto è soltanto spirituale, sfida il tempo e si ritrova con diritto di misericordia al cospetto di Dio.

Intorno al mio Altare come intorno alla mia casa e al mio lavoro non ci fu mai “suon di denaro”: il poco che è passato nelle mie mani – avrebbe potuto essere molto se ci avessi fatto caso – è andato dove doveva andare. Se potessi avere un rammarico su questo punto, riguarderebbe i miei poveri e le opere della parrocchia che avrei potuto aiutare largamente: ma siccome ovunque ci sono poveri e tutti i poveri sono del Signore, sono certo che Egli avrà cura anche della mia sorella Giuseppina, che, dopo una vita spesa in un modo mirabile per me e per la Chiesa, è come un uccello su di un ramo.

Se non avessi una fiducia illimitata nella sua bella generosità; se non conoscessi le meravigliose risorse della sua intelligente operosità; se non sapessi l’affetto che le portano le mie sorelle e miei nipoti, non riuscirei a perdonarmi tanta imprevidenza.

Chiudo la mia giornata come credo di averla vissuta in piena comunione di fede e di obbedienza alla chiesa e in sincera e affettuosa devozione verso il Papa e il Vescovo.

So di averla amata e servita con fedeltà e disinteresse completo. Richiamato e ammonito per atteggiamenti o opinioni non concernenti la dottrina, ottemperai con pronto ossequio. Se il mio franco parlare in problemi di libera discussione può aver dato scandalo; se la mia maniera di obbedire non è parsa abbastanza disciplinata, ne chiedo umilmente perdono, come chiedo perdono ai miei superiori di averli involontariamente contristati e li ringrazio d’aver riconosciuto in ogni circostanza la rettitudine delle intenzioni.

Nei tempi difficili in cui ebbi la ventura di vivere, un’appassionata ricerca sui metodi dell’apostolato è sempre una testimonianza d’amore, anche quando le esperienze non entrano nell’ordine prudenziale e pare non convengano agli interessi immediati della Chiesa. Sono malcontento di avere fatto involontariamente soffrire, non lo sono d’aver sofferto.

Sulle prime ne provai una punta d’amarezza: poi, nell’obbedienza trovai la pace, e ora mi pare di potere ancora una volta, prima di morire, baciare le mani che mi hanno duramente e salutarmente colpito. Adesso vedo che ogni vicenda lieta o triste della mia travagliatissima esistenza, sta per trovare nella divina Misericordia la sua giustificazione anche temporale.

Dopo la Messa, il dono più grande: la Parrocchia. Un lavoro forse non congeniale alla mia indole e alle mie naturali attitudini e che divenne invece la vera ragione del mio ministero, la buona agonia e la ricompensa “magna nimis” di esso.

Non finirò mai dl ringraziare il Signore e miei figliuoli di Cicognara e di Bozzolo, i quali certamente non sono tenuti ad avere sentimenti eguali verso il loro vecchio parroco.

Nel rivedere il mio stare con essi, benché mi conforti la certezza di averli sempre e tutti amati come e più della mia famiglia, sul punto di lasciarli mi vengono davanti i miei innumerevoli torti. Benché non abbia mai guardato con desiderio al di là della mia parrocchia, né stimato più onorevole altro ufficio, non tutta e non sempre è stata limpida e completa la mia donazione verso i miei parrocchiani.

Lo stesso amore mi ha reso a volte violento e straripante. Qualcuno può aver pensato che la predilezione dei poveri e dei lontani mi abbia angustiato nei riguardi degli altri: che certe decise prese di posizione in campi non strettamente pastorali mi abbiano chiusa la porta presso coloro che per qualsiasi motivo non sopportano interventi del genere. Nessuno però dei miei figlioli ha chiuso il cuore al suo parroco, che si è visto fatto segno di contraddittorie accuse, sol perché ci teneva a distinguere la salvezza dell’uomo e le sue istanze anche quelle umane, da ideologie che di volta in volta gli vengono imprestate da quei movimenti che spesso lo mobilitano controvoglia.

Ho inteso rimanere in ogni circostanza sacerdote e padre di tutti i miei parrocchiani: se non ci riuscii, non fu per mancanza di cuore, ma per le naturali difficoltà di farlo capire in tempi iracondi e faziosi.

Se non mi sono unicamente dedicato al lavoro parrocchiale, se ho lavorato anche fuori, il Signore sa che non sono uscito per cercare rinomanza, ma per esaurire una vocazione, che, pur trovando nella parrocchia la sua più buona fatica, non avrebbe potuto chiudersi in essa. Del resto, le pene d’ogni genere che mi sono guadagnato scrivendo e parlando, valgano presso i miei figliuoli a farmi perdonare una trascuratezza che mai non esistette nell’intenzione e nell’animo del loro parroco.

Il tornare a Bozzolo fu sempre per me tornare a casa e il rimanervi una gioia così affettuosa e ilare che l’andarmene per sempre l’avverto già come il pedaggio più costoso.

Eppure, viene l’ora e, se non ho la forza di desiderarla, è tanta la stanchezza che il pensiero d’andare a riposare nella misericordia di Dio, mi fa quasi dimentico della sua giustizia, che verrà placata dalla preghiera di coloro che mi vogliono bene.

Di là sono atteso: c’è il Grande Padre Celeste e il mio piccolo padre contadino. La Madonna e la mia mamma. Gesü morto per me sul Calvario e Peppino morto per me sul Sabotino. I santi, i miei parenti, i miei soldati, i miei parrocchiani. I miei amici tanti e carissimi. Verso questa grande Casa dell’Eterno, che non conosce assenti, m’avvio confortato dal perdono di tutti, che torno a invocare ai piedi di quell’Altare che ho salito tante e tante volte con povertà sconfinata, sperando che nell’ultima Messa il Sacerdote Eterno, dopo avermi fatto posto sulla sua Croce, mi serri fra le sue braccia dicendo anche a me: “entra anche tu nella Pace del tuo Signore”.

Don Mazzolari Primo 06-Cappellano_militare

AMARE I POVERI

La nostra grande colpa come cristiani non è che dopo duemila anni ci siano ancora dei poveri, ma che sia umiliante e vergognoso fare il povero in terra cristiana, e che qualche forma della nostra carità ne abbia ribadito la vergogna. Metterli davanti, ai primi posti, una volta tanto: potrebbe anche essere una messa in scena.

Mi pare che ci fosse un giorno dell’anno in cui gli stessi schiavi venivano serviti a tavola dai padroni. Ma il giorno appresso si era da capo. Gesù li mette davanti; ma c’è anche lui coi poveri, povero come tutti e dì più. Egli non è uno spettatore: fa il povero, è il Povero. E l’onore e la dignità gliel’ha confermata al povero in questa maniera: non genericamente, alla povertà, ma a ciascuno, poiché egli è in ciascuno che ha fame e sete, che è senza casa e senza vestito, malato e prigioniero… come in un ostensorio.

L’ostensorio viene portato dal sacerdote più in alto in gerarchia. Il povero che porta l’ostensorio di Cristo non è più l’ultimo, ma il primo; e allora lo si mette a tavola e si è felici di servirlo, perché da questo servizio dipende la nostra salvezza.

“Se ci vuol tanto bene, a noi poveri, perché non ci fa tutti ricchi?”.

Ricchi! E diciamo questa magica parola, come se dicessimo: felici! Se la ricchezza fosse sinonimo di felicità, avremmo ragione di dire a Cristo: “Che ne facciamo di un onore e di una dignità che non rendono?”.

Ma non è così. E dell’ illusione che ci manca, ci compensa col metterci al primo posto ovunque, in chiesa e in paradiso. E “perché non veniamo meno lungo la via”, dice agli altri, che si sono fatti padroni dei beni di tutti, che non li possono tenere o che li possono tenere solo al patto che siano di tutti e che li amministrino come fa la mamma, che prima serve i figliuoli e, se n’avanza, quel poco che sopravanza, se lo tiene. Il di più è per i figliuoli, lo dà ai figliuoli.

Non so se questo è il significato comune della parola del Signore: “Il di più datelo ai poveri”. So però che quando nel nostro cuore entra un grande amore, l’ultimo posto è il nostro, e la misura “non misurata, scossa, sovrabbondante” va a finire dove pure il nostro cuore riposa. Gesù, con noi poveri, ha fatto così: i santi hanno fatto così.

Chi ama Cristo nei poveri non conosce certe difficoltà esegetiche, che sono piuttosto del cuore che del linguaggio. Quando il cuore non vuole capire, allora ci si fa precedere dalla ragione, che assai di rado capisce le ragioni che solo il cuore può capire.

Il compagno cristo [1945], Edizioni Dehoniane, Bologna 1977

 

LA PAROLA AI POVERI

Ci sono davvero i poveri? La stessa impressione di quando mi chiedono se Dio c’è. Subito vogliono sapere: chi è? dov’è? cosa fa? I poveri sono “i figli di Dio”. Tra i poveri e Dio c’è una stretta somiglianza e un continuo incontro. Essi vivono così particolarmente legati a lui che nella mente e nel cuore dell’uomo Dio e il povero seguono uguali alternative di luce e di oscurità, di riconoscimento e di negazione, di avversione e d’amore. E per questo che gli atti del povero quasi istintivamente si riferiscono a Dio. Non ha detto Gesù che saremo giudicati secondo che avremo o no sfamato, dissetato, consolato lui stesso sotto le vesti del povero?

Per conoscere i poveri non basta la statistica. Anche la politica, che sembra aver dato coscienza ai poveri della loro forza, dei loro diritti, della possibilità di riacquistare la libertà perduta, il più delle volte, in realtà, li tradisce. I poveri, o sono il “sottoproletariato” di cui la strategia rivoluzionaria si serve come forza d’urto e di rottura, o l'”oggetto” di adescamento dei conservatori per rompere l’unità popolare.

Non basta neppure l’amore per conoscere i poveri: neppure l’amore di chi si mette generosamente e concretamente a loro disposizione, pagando di persona, e non con le parole e con i sacrifici degli altri, come troppo spesso fanno i politici. Io credo che anche questa forma di conoscenza sia incompleta e molte volte illusoria. Perché è impossibile superare un diaframma che realmente esiste, di capire cioè che cosa sia dover essere povero senza possibilità di elezione e di uscita.

I poveri sono scomodi, ingombranti, suscitano ripulsione intimidiscono. È facile dire una parola gentile a un uomo della nostra con dizione. Si sa o si può prevedere fino a che punto essa viene compresa. Ma non si sa mai che cosa il povero capisce e che cosa non capisce. È difficile misurare la profondità del suo dolore e la superficialità del suo piacere. Per conoscere veramente i poveri, per parlarne con competenza, bisognerebbe conoscere il mistero di Dio, che li ha chiamati “beati” riservando loro il suo regno.

Erode ha paura di Gesù che ha per palazzo una stalla e per culla una greppia. Bisogna che il povero non sia! E invece il povero vien fuori dalla nostra stessa miseria: come Gesù. Il povero è Gesù. Se non ci sono più poveri, non c’è neanche Gesù. Se vedo me stesso non posso non vedere il povero: se vedo Gesù non posso non vedere il povero.

Le vertigini del benestare prendono dapprima gli occhi: si ha bisogno di non vedere. Chi ha poca carità vede pochi poveri: chi ha molta carità vede molti poveri. Che strana virtù la carità! Moltiplica i poveri per la gioia di amare i fratelli, per la gioia di perdere la propria vita nei fratelli. E non sbaglia la carità, non fantastica: vede giusto, sempre. L’occhio della carità è l’unico che vede giusto. “Signore, quando mai ti vedemmo affamato, assetato, senza tetto, ignudo o in prigione?” (Matteo, XXV, 44).

Dio, chi è? Prima importa sapere se Dio c’è. I poveri, chi sono? Prima importa sapere se ci sono. Non mette conto ch’io spieghi chi sono i poveri, se non ci siamo ancora accorti che i poveri ci sono, e non lontano da noi. Pare assai comodo non vedere i poveri. Quella dei poveri, come quella di Dio, è una presenza scomoda. Sarebbe meglio che Dio non fosse; sarebbe meglio che i poveri non fossero: poiché se Dio c’è, la mia vita non può essere la vita che conduco; se i poveri ci sono, la mia vita non può essere la vita che conduco.

Sono parecchie le cose che non vorremmo che fossero. Ne nomino alcune, le più scomode, ma le più certe, purtroppo: la morte, il dolore, i poveri, Dio. Non vogliamo vedere Dio: non vogliamo vedere la morte: non vogliamo vedere il dolore: non vogliamo vedere i poveri. E sono invece le realtà più presenti; direi le presenze che non possiamo non vedere e non ricordare. Fino a quando riusciremo a tenere chiusi gli occhi davanti a queste certezze, che l’uomo può anche non voler vedere? Chiudo gli occhi un giorno: chiudo il cuore un giorno: chiudo la ragione un giorno, un anno, molti anni: poi, non ne posso più, e vedo Dio, la morte, il dolore, i poveri: proprio chi non vorrei vedere. Su ogni strada c’è una svolta: all’improvviso, ecco che dal mio intimo stesso risale la certezza che Dio c’è, e il dolore m’attanaglia, e la morte mi viene vicina, e il povero m’appare […].

È incredibile che il più buono degli uomini, il più mansueto, colui che da secoli porta la croce di tutti, faccia paura! Eppure, molti hanno paura del povero, come molti farisei avevano paura di Gesù, e non solo quando predicava, ma anche quando, condannato a morte, saliva il Calvario. Non fa paura il povero, non fa paura la voce di giustizia che Dio fa sua, fa paura il numero dei poveri.

Io non ho mai contato i poveri, perché i poveri non si possono contare: i poveri si abbracciano, non si contano. Eppure, c’è chi tiene la statistica dei poveri e ne ha paura: paura di una pazienza che si può anche stancare, paura di un silenzio che potrebbe diventare un urlo, paura di un lamento che potrebbe diventare un canto, paura dei loro stracci che potrebbero farsi bandiera, paura dei loro arnesi che potrebbero farsi barricata.

Sarebbe così facile andare incontro al povero! Ci vuoi così poco a dargli speranza e fiducia! Invece, la paura non ha mai suggerito la strada giusta. Ieri la paura pagò i manganellatori: oggi non vorrei che foraggiasse i reazionari, invece d’incominciare finalmente un’opera di giustizia verso coloro che hanno diritto alla giustizia di tutti. Ma, dicono, c’è da perdere, oggi, a far lavorare. E chi vi ha detto che si debba sempre guadagnare quando diamo lavoro? Prima del guadagno, c’è l’uomo: prima del diritto al guadagno, c’è il diritto alla vita. Sta scritto: “Tu non uccidere”. il guadagno può farci omicidi: Giuda ha venduto il “sangue del giusto” per trenta denari.

L’economia ha le sue leggi, ma tutti hanno diritto di mangiare. Tutti siamo chiamati a dar da mangiare agli affamati su quello che abbiamo in tavola. Produrre per l’uomo: non per il guadagno di qualcuno. Abbiamo capovolto il pensiero di Dio e i conti non tornano neanche per chi guadagna, perché deve fare il negriero per guadagnare. Come lo fanno quasi tutti i padroni del mondo. Questa è la crociata da bandirsi, prima ancora di quella anticomunista.

Anche per questi, che non credono in Dio anche se fabbricano chiese, che tolgono a tanti giovani la gioia di avere una famiglia, che mettono sulla strada tante figliole, che rubano la speranza e rendono accettabile l’assurdo comunista, c’è la scomunica.

La paura fa anche dire: – Non sono mai contenti i poveri: diamo cinque, ed è come se non glieli avessimo dati: diamo dieci, e il volto non cambia. La ragione c’è, e non vi fa onore. Date cinque, e con la mano tenete il cuore chiuso: date dieci, e il cuore lo tenete ancora più chiuso. Perché teniamo il cuore chiuso con i poveri? Crediamo, forse, che essi abbiano soltanto bisogno di “aumenti”? La povertà non si paga: la povertà si ama.

Per questo motivo non raggiungeremo mai l’incontro lungo la strada delle concessioni. Fino a quando ci sarà una classe che può concedere, e una classe che può reclamare un diritto, non avremo mai il ponte. Qualcuno trova più comodo e redditizio distrarre e stordire il povero con dei divertimenti, onde fargli dimenticare che ha qualcosa da chiedere, una richiesta di giustizia da presentare. Per togliergli dignità, per togliere al povero la sua “eminente dignità”, lo si stordisce. I patrizi della decadenza avevano creato il “tribunum voluptatum” per sollazzare i poveri. Ho l’impressione che, oggi, molti, borghesi e no, si assumerebbero volentieri, direttamente o indirettamente, il poco nobile ufficio. I poveri che si divertono non fanno le barricate: i popoli che si abbrutiscono si possono comperare […].

Senza una conoscenza umana del povero, non si arriva alla conoscenza fraterna. l’uomo deve vedere l’uomo nel povero. Il “compagno” non basta, il “camerata” non basta, come non basta colui che è della nostra razza, della nostra classe, della nostra nazione.

Non disprezzo nessuna conoscenza e nessun vincolo, ma abbiamo troppo sofferto, e tuttora soffriamo, di questi limiti di umanità: abbiamo troppo sofferto per quello che è legato alle parole razza, nazione, casta, classe, per accoglierle come il momento della nostra conoscenza. Abbiamo bisogno di veder subito l’uomo, per non cadere di nuovo nella tentazione d’ipotecare la giustizia e di restringere il cuore. Vogliamo anzitutto una visione umana del povero, perché il povero non ha nazione, né classe, né razza, né partito: è l’uomo che domanda a tutti pietà e amore.

E quando dico voglio vedere l’uomo, non intendo l’uomo dei filosofi, che non m’interessa, come non m’interessa il dio dei filosofi. Intendo l’uomo reale, l’uomo vero, in carne e ossa: uno cioè che posso toccare. E quest’uomo che posso toccare e che chiede pietà sono io stesso. Povero è l’uomo, ogni uomo. Non per quello che non ha, ma per quello che è, per quello che non gli basta, e che lo fa mendicante ovunque, sia che tenda la mano, sia che la chiuda.

Il povero sono io, chi ha fame sono io, chi è senza scarpe sono io. Questa è la realtà: così è il vedere reale. Io sono il povero; ogni uomo è il povero!

COSA LA CHIESA PUÒ SOPPORTARE E COSA NON PUÒ SOPPORTARE

Chi capisce come dev’essere presente la Chiesa in questa svolta della storia capisce anche ciò che la sua carità può sopportare e ciò che non può sopportare proprio in nome della stessa carità. Ripeto: in nome della carità, poiché la rivoluzione cristiana, l’unica che può essere giustificata anche davanti alla storia, più che da diritti conculcati o offesi nasce da doveri suggeriti e imposti al nostro cuore dalla carità che ci lega al nostro prossimo. Chi più ama è potenzialmente l’unico e vero rivoluzionario.

La Chiesa sopporta:

il male che le fanno i suoi nemici, che, per quanto si allontanino e la rinneghino, portano sempre l’incancellabile volto di figli, e di figli tanto più cari quanto più cresce il loro perdimento;

di essere spogliata di ogni bene materiale e di ogni privilegio concessole più o meno disinteressatamente dagli uomini;

di vedere le sue basiliche e le sue chiese distrutte, chiusi i suoi conventi e le sue scuole, poiché è già “l’ora che né in Gerusalemme né su questo monte i veri ad6ratori adorano il Padre in spirito e in verità”;

le persecuzioni aperte e subdole, le calunnie e le blandizie, i vituperi e i panegirici menzogneri;

gli erranti e in un certo senso perfino l’errore quando esso non può venire colpito senza offesa mortale all’ anima dell’errante;

di essere misconosciuta nella sua carità, colmata di obbrobrio per colpe non sue;

il disonore che le viene dalla vita indegna dei suoi figlioli stessi, i loro rinnegamenti e i loro tradimenti;

d’essere baciata da un Giuda, rinnegata da un Pietro.

La Chiesa non può sopportare:

che vengano negate o diminuite o falsate le verità che essa ha il dovere di custodire e che costituiscono il patrimonio dell’umanità redenta;

che sia cancellato dalla storia e dal cuore il senso della giustizia che è il patrimonio di tutti, ma in modo particolare dei poveri;

la libertà e la dignità della persona e della coscienza, che sono il nostro divino respiro. Mentre sopporta senza aprir bocca di essere spogliata e tiranneggiata in qualsiasi modo, non può sopportare che vengano spogliati, conculcati, manomessi i diritti dei poveri e dei deboli, individui, città, nazioni e popoli, cristiani e non cristiani. E nella sua difesa materna e invitta è tanto più grande quanto più la sua tutela si estende alla plebs infedele, egualmente santa. Alcuni gesti di munifica protezione di Pio XII, in favore di ebrei perseguitati, hanno commosso e sollevato l’ammirazione del mondo;

il potente che abusa della propria forza per opprimere i deboli;

il sapiente che abusa della propria intelligenza per circuire e trarre in inganno l’ignorante;

il ricco che abusa delle proprie ricchezze per angariare e affamare il popolo.

Vi sono quindi dei limiti nella sopportazione della Chiesa, e questi limiti vengono non dai raffreddamenti ma dai colmi della sua carità. Ciò che è abominevole per il Signore lo è pure per la sua Chiesa; la quale, senza parteggiare, non può trattare alla stessa stregua la vittima e il carnefice, l’oppressore e l’oppresso.

Chi fermerebbe la mano del malvagio, chi solleverebbe il cuore abbandonato dell’oppresso se un’egual voce raccogliesse il grido dell’uno e il gemito dell’altro?

Sarebbe un delitto il pensare, per il fatto che la Chiesa predica la pazienza ed esalta l’infinito valore del dolore, specialmente del dolore innocente, ch’essa accettasse le tristezze dei prepotenti come un mezzo provvidenziale per moltiplicare i meriti sovrannaturali dei buoni. Purtroppo il nostro linguaggio ascetico, sprovveduto di ampiezza e d’audacia mistica, può indurre un profano in apprezzamenti non solo sproporzionati ma contrari al buon senso.

La sofferenza ben sopportata mi redime e redime, ma non fa diventar buona l’ingiustizia di chi ha pesato su di me. E una bontà conseguente, che non ha nulla da spartire con la causa ingiusta che ha generato la mia sofferenza. Soffrendo bene l’ingiustizia, creo una corrente di bontà: ma non per questo gli uomini sono dispensati dal fermare con tutte le forze la sorgente di male che continua a generare l’errore.

Perché c’è uno che espia in modo edificante, io non sono scusato di lasciar fare e di lasciar passare. Il soffrire non è un bene in sé e se il Signore ci aiuta a cavare il bene dal male non vuole che noi chiamiamo bene il male, il quale va tolto di mezzo nei limiti della nostra responsabilità e della nostra carità. Il perdono stesso delle offese va all’uomo, non all’azione di lui, la quale rimane giudicata anche dopo il perdono, anzi giudicata veramente e irrevocabilmente solo dopo il perdono.

Risposta ad un aviatore [1941], ora in La chiesa, il fascismo, la guerra, Vallecchi, Firenze 1966

I COMPITI DEL LAICATO

Occorre salvare la parrocchia dalla cinta che i piccoli fedeli le alzano allegramente intorno e che molti parroci, scambiandola per un argine, accettano riconoscenti. Per uscirne, ci vuole un laicato che veramente collabori e dei sacerdoti pronti ad accoglierne cordialmente l’opera rispettando quella felice, per quanto incompleta struttura spirituale, che fa il laicato capace d’operare religiosamente nell’ambiente in cui vive. Un grave pericolo è la clericalizzazione del laicato cattolico, cioè la sostituzione della mentalità propria del sacerdote a quella del laico, creando un duplicato d’assai scarso rendimento.

Non devesi confondere l’anima col metodo dell’apostolato. Il laico deve agire con la sua testa e con quel metodo che diventa fecondo perché legge e interpreta il bisogno religioso del proprio ambiente. Deformandolo, sia pure con l’intento di perfezionarlo, gli si toglie ogni efficacia là dove la Chiesa gli affida la missione. Il pericolo non è immaginario. In qualche parrocchia sono gli elementi meno vivi, meno intelligenti, meno simpatici che vengono scelti a collaboratori, purché docili e maneggevoli.

“Gli altri non si prestano”. Non è sempre vero oppure l’accusa non è vera nel senso che le si vuol dare. In troppe parrocchie si ha paura dell’intelligenza, la quale vede con occhi propri, pensa con la propria testa e parla un suo linguaggio. I parrocchiani che dicono sempre di sì, che son sempre disposti ad applaudire, festeggiare e… mormorare non sono a lungo andare né simpatici né utili. Il figliuolo che nella parabola dice di no e poi va è molto più apostolo del fratello che accetta e non fa.

Il professionismo, sottospecie di fariseismo, sta in agguato anche nella parrocchia, mentre il laicismo – pensiero e vita staccati da ogni senso religioso – può essere superato soltanto da un audace laicato cattolico, al quale spetta, come compito principale e urgente, di ricreare cristianamente la vita della parrocchia senza portarla fuori dalla realtà e senza imporle delle mutilazioni in ciò ch’essa possiede di buono, di vero, di grande e di bello.

Bisogna ritrovare il coraggio di porsi in concreto i veri problemi dell’apostolato parrocchiale. Molti temono che la discussione prenda la mano all’azione. In certi spiriti superficiali purtroppo è possibile. Ma nei cuori profondi che vivono con pura passione questa grande ora cristiana (cuori che sentono in tal maniera sono legioni dentro e ai margini della Chiesa), la discussione, anche se vivace, è sempre una protesta d’amore e un documento di vita.

Lettera sulla parrocchia [1937], ora in Per una Chiesa in stato di missione, Editrice Esperienze, Fossano 1999

LA PARROCCHIA

La stragrande maggioranza dei preti italiani si trova a disagio nello schema semiborghese della sua giornata e chiede di uscirne per ritrovarsi vicino al popolo di Dio e parlargli a cuore a cuore. L’impresa è così bella che non oso nemmeno fissarla in volto. Sono troppo stanco! Anche il sogno stanca. Ma come spaccare diversamente la durissima crosta delle diffidenze, dei dubbi, dei pregiudizi, delle stanchezze, dei disamoramenti, che circondano e ac-compagnano così spesso il nostro lavoro parrocchiale? Come richiamare i motivi eterni delle beatitudini evangeliche, se non ci buttiamo perdutamente sulla strada di esse?

“Se vuoi essere perfetto, va, vendi ciò che hai e dallo ai poveri”.
“Non prendete né bisaccia, né mantello, né oro, né argento, né bastone, né spada…”.
Questo parlare del Signore, per noi, non è consiglio, ma comando. Quel giorno che non avremo più entrate né bilanci, quando saremo un po’ come gli uccelli dell’aria e i gigli del campo, lo scandalo porterà frutto.

Questo nostro povero mondo materialista e calcolatore non può essere salvato sul pia-no del calcolo e della quantità. Dio ha sempre scelto le cose che non sono per confondere quelle che credono di essere; gli ignoranti per confondere i sapienti; i folli per confondere i prudenti; i poveri per confondere i ricchi. Forse quando ho incominciato a scrivere non volevo arrivare fin qui. Ma col Vangelo in mano si sa dove s’incomincia e non si sa dove si finisce.

Il Vangelo è novità e sorpresa. La strada continua per chi ha osato aprire il libro, e dire: “Ti seguiremo ovunque andrai”. Ma “gli uccelli dell’aria hanno un nido, le volpi una tana: il Figlio dell’uomo non ha ove posare il capo”.

La Provvidenza sta tagliandoci gli ormeggi: direi che c’impedisce di fare l’economo, l’amministratore, mestieri che hanno troppa parentela col mercenario.
Il denaro non risponde più al prete, ci disobbedisce: solo la povertà, ma una povertà accolta con passione, ci è rimasta fedele.
In terra cristiana, il povero è la più onorevole professione; per un sacerdote, è la vocazione.
Chiudo, benché il discorso sia appena avviato. È bene che il dibattito resti sui punti fondamentali. Il mio non è che un invito. Indicare dei rimedi e delle strade è molto e niente, se i rimedi non vengono bene applicati, se le strade non vengono camminate per arrivare, ma solo per dire che ci muoviamo.

Il professionismo, sottospecie di fariseismo, sta in agguato anche nella parrocchia; mentre il laicismo – pensiero e vita staccati da ogni senso religioso – può essere superato sol-tanto da un audace laicato cattolico al quale spetta come compito principale e urgente di ricreare cristianamente la vita della parrocchia senza portarla fuori dalla realtà e senza imporle delle mutilazioni in ciò che essa possiede di buono, di grande e di bello.

“La parrocchia rimane la comunità base della Chiesa, a patto che si faccia più accogliente e più adatta” (card. Suhard).

Bisogna ritrovare il coraggio di porsi in concreto i veri problemi dell’apostolato parrocchiale. Molti temono la discussione. La discussione, nei cuori profondi, anche se vivace e ardita, è sempre una protesta d’amore e un documento di vita. E la Chiesa, oggi, ha bisogno di gente consapevole, penitente e operosa, fatta così.

La parrocchia [1957], ora in Per una Chiesa in stato di missione, Editrice Esperienze, Fossano 1999

IL CORAGGIO DI GUARDARE AVANTI

Come dev’essere il mondo, che il prodigo porta nella casa, perché venga consustan-ziato dalla grazia? Non contano le previsioni, come non conta la paura. La novità non la si deve descrivere né temere. Ciò che di questo mondo deve finire, che urge far finire, finirà, quando e come non importa. Importa non sgomentarci di nessun crollo. Domani c e ancora il sole. I giorni sono giorni, le stagioni stagioni… e si rincorrono quasi a ripetersi. Ma ognuna ha il suo colore e il suo profumo, la sua gioia e la sua pena. Tutto s’assomiglia e tutto è così diverso che la meraviglia ci gonfia ogni giorno il cuore e gli occhi.

Ogni generazione, anche la nostra, ha le sue strade di perdimento e di salvezza, una sua maniera di cercare. La ricerca può anche degenerare e il pericolo è tutt’altro che ipotetico. Sotto i nostri occhi si svolgono avvenimenti così spaventosi che la ragione ne è sconvolta al pari del cuore. Ora, se lungo questa strada non incontreremo nessuno che faccia da testimonio a Cristo, lo smarrimento sarà anche maggiore. Testimoniare non vuol dire predicare il ritorno sulle strade di una volta. La strada della salvezza dev’essere davanti e continuare. Una strada, che ha servito un tempo, è rispettabile: ma se adesso non conduce più, ci dev’essere qualche cosa che non va bene, almeno per noi.

E allora, invece di perdere il tempo in discussioni, proviamo, a fatti, che Cristo è il Si-gnore di tutti i tempi, anche dei nostri, e che egli ci guida e che, ancora una volta, è davanti, perché chi guida non può essere che davanti, oltre ogni nostro sforzo. Finora abbiamo dimo-strato al nostro mondo più sollecitudine che fiducia, più tono di tutela che di salvezza. La tu-tela non è mai amabile e pochi sono disposti a sopportarla. Il nostro mondo sopporta piuttosto la servitù, qualora la giustifichi un sogno di potenza e di grandezza.

La cristianità di ieri ebbe epoche meravigliose, che fermano ancora la nostra ammira-zione: ma se ci adoperassimo a ripristinarle oggi, il pugno di lievito diventerebbe un cippo funerario. Il passato ci apprende come s’incarni nella storia l’ideale cristiano, ma non a rifare la storia sulla stessa trama. Molti sbandamenti odierni non si sarebbero avverati se non aves-simo guardato troppo indietro.

“Io non reputo d’essere arrivato, ma una cosa faccio: dimenticando le cose che stanno dietro e protendendomi verso quelle che mi stanno davanti, proseguo la strada verso la meta”. Nel mezzo della rivoluzione più radicale della storia, non c’è che il metodo e il proposito di san Paolo che possono interpretare il nostro impegno. Mistica del dovere, mistica del supe-ruomo, mistica dell’umanesimo… medievalismo, francescanesimo, il demiurgo… sono dighe di fortuna che non reggono all’urto dei popoli in marcia.

Ci vuole la novità evangelica, servita da una fede che accetti tutti i rischi dell’andare avanti. La redenzione non ha né surrogati né mezze vie. (1943)

Impegno con Cristo [1943], Edizioni Dehoniane, Bologna 1979

RIVOLUZIONE CRISTIANA

Non vogliamo una rivoluzione che invidi, ma una rivoluzione che ami: non vogliamo portar via a nessuno il suo piccolo star bene, vogliamo solo impedirgli che il suo piccolo star bene determini lo star male di molti. Vogliamo una rivoluzione che sia la manifestazione li-beratrice ed educatrice della nostra pietà e della nostra carità.

Il suo punto di partenza non può essere quindi che interiore. Mi dichiaro contro di me: se no, il mio pormi contro gli altri, che fanno l’ingiustizia, avrebbe un significato farisaico e non cambierebbe nulla. Non mi nascondo: mi metto in prima fila, al muro, se occorre: altri-menti sarei un rivoluzionario di mestiere. Una rivoluzione che non mirasse alla piena libertà dell’uomo e alla sua divina dignità sarebbe insopportabile […].

La rivoluzione cristiana, a differenza degli altri movimenti rivoluzionari quasi sempre sporadici e contingenti, ha una tradizione e una continuità, un passato e un domani. Un moti-vo d’insoddisfazione, che costituisce non la colpa ma la beatitudine dell’uomo che ne è travagliato, ispira e guida la rivoluzione cristiana, che ha la sua storia nella storia della cristiani-tà. Ma non tutta la storia della cristianità è una esperienza rivoluzionaria nel senso vero che deve avere per noi questa parola; quindi, la storia della cristianità va intelligentemente ripuli-ta di quelle scorie e di quegli arresti che, ragionevolmente, scandalizzano quanti non riescono a riallacciarsi, attraverso i rivoli incontaminati di ogni tempo, alla purissima e viva sorgente del Vangelo e della storia della Chiesa.

Anche oggi la forza rivoluzionaria cristiana è una divina capacità seminale, più che una serie logica e ben costruita di fatti e di conquiste […]. La conclusione è chiara: abbiamo una tradizione, ma non tutto il passato è il nostro passato; abbiamo una tradizione, ma non tutta la tradizione che passa sotto il nome di cristiana è la nostra tradizione. Siamo la novità, anche se portiamo sulle spalle duemila anni di storia. Il Vangelo è la novità.

CRISTIANESIMO E COMUNISMO

La condanna dottrinale crea l’antitesi fra il Cristianesimo e il comunismo: ma nessun comunista intelligente e retto s’illuse mai che la sua concezione materialista della vita e della storia, sia pure con l’intenzione di far meno infelice l’uomo, potesse essere sopportata dalla Chiesa. Ma la condanna – e lo ricordino i massimalisti e gli zeloti – non va più in là, conglobando, come pare che molti facciano, nello stesso giudizio di riprovazione, la sete di giustizia che muove il comunismo e il suo lodevole sforzo verso un riordinamento sociale.

L’urto si profila quando dei cristiani, invece di leggere la condanna come una regola di orientamento a un’azione sociale veramente cristiana, si riparano dietro le encicliche e i messaggi, per disimpegnarsi e per continuare a sparare contro il “nemico” invece di superarlo, costruendo sulla roccia invece che sulla sabbia. L’edificare sulla sabbia è un infelice mestiere: ma io credo che tra coloro che disponendo della roccia non scavano fondamenta né alzano un muro, paghi di magnificare la saldezza del loro terreno, e coloro che in qualche maniera s’adoperano a costruire sia pure su terreno friabile, siano preferibili questi ultimi. Sono almeno uomini di buona volontà, che non seppelliscono il talento. La verità, che si compiace di contemplarsi, è come la fede senza opere, cosa morta: e anche i poveri finiranno per preferire un errore che si adopera in loro favore a una verità che non s’accorge di essi.

Impegni cristiani, istanze comuniste [1945], ora in Il coraggio del confronto e del dialogo, Edizioni Dehoniane, Bologna 1979

 

SIAMO TUTTI PRODIGHI

Ma ditemi un po’ che strade dobbiamo fare, e attraverso quali lezioni od esperienze bisogna passare per arrivare a comprendere che bisogna ritornare a casa nostra? Seguite la storia del “prodigo” come ce la racconta la parabola, e come ho cercato, nelle domeniche precedenti, di presentarla. È venuta la povertà, è venuta la miseria, è venuta l’indigenza, è venuto l’abbandono, è venuta la fame… Son tutte delle disgrazie, siamo completamente d’accordo! Il Signore non ce le ha mandate; siamo noi che ce le siamo procurate. Eppure, vedete, il Signore in questi guai fabbricati da noi ha messo, che cosa? la possibilità del nostro ricupero, del capire qualche cosa.

Se noi dovessimo vedere certe sventure della nostra vita in questa luce di carità del Signore, come le considereremmo con altri occhi, e come saremmo più pronti a riconoscere la mano del Signore che, attraverso strade che non sono molto desiderabili, ci ricompone, ci riconduce sulla strada buona: ci riconduce prima di tutto dentro di noi stessi, e poi ci porta a ritrovare il bisogno di Lui. Del resto, per quanto la nostra esperienza possa essere scarsa in proposito – e mi riferisco soprattutto ai giovani -, ognuno di noi ha avuto occasione di benedire certe disgrazie, certe cose che non sono andate bene, certi disastri anche materiali, che ci sono capitati.

Abbiamo potuto vedere fino in fondo alle nostre illusioni. Ci siamo disincantati. Non ci fu bisogno che qualcheduno ci facesse la predica: ce la facciamo da noi stessi, la predica. E la vita che ci. fa la predica! È l’esperienza che ci fa la predica.

 

 

 

DON PRIMO MAZZOLARIIl coraggio del confronto e del dialogo

– GLI SCRITTI Testo N° 1 “TU NON UCCIDERE” “La nonviolenza non va confusa con la non-resistenza. Nonviolenza è come dire: “no” alla violenza. E’ un rifiuto attivo del male, non un’accettazione passiva. La pigrizia, l’indifferenza, la neutralità non trovano posto nella nonviolenza, dato che alla violenza non dicono né si né no. La nonviolenza si manifesta nell’impegnarsi a fondo.
Ogni violento presume di essere coraggioso, ma la maggior parte dei violenti sono dei vili. Il nonviolento, invece, nel suo rifiuto a difendersi è sempre un coraggioso. Lo scaltro, che adula il tiranno per trarne profitto e protezione, o per tendergli una trappola, non rifiuta la violenza bensì gioca con essa al più furbo. La scaltrezza è violenza, doppiata di vigliaccheria ed imbottita di tradimento. La nonviolenza è al polo opposto della scaltrezza: è un atto di fiducia dell’uomo e di fede in Dio, è una testimonianza resa alla verità fino alla conversione del nemico.
Gesù ha annunciato con insistenza e precisione la regola della nonviolenza: “A chi ti percuote la guancia destra porgi la sinistra; a chi ti muoverà lite per toglierti la tunica lascia anche il mantello; se alcuno ti obbligherà a correre per un miglio seguilo per due” (Mt 5,40-41). (…)
La nonviolenza assume un valore umano inestimabile solo quando diventa resistenza al male sul piano spirituale. Lo Spirito di pace e di giustizia, lo spirito di verità e di giustizia sono un unico e medesimo spirito. (…) E allora la sua resistenza assume immediatamente questi aspetti incomprensibili: – dichiarazione di condanna del male; – opposizione al male, non agli uomini che lo commettono; – disposizione a pagare, e non a far pagare la nostra condanna e la nostra opposizione al male.
Spesso, più che al male, ci si oppone agli uomini che fanno il male, i quali sono degli infelici ancor prima di essere dei colpevoli. Ma chi è puro e veramente caritatevole nelle intenzioni e nei movimenti delle proprie azioni?
Il nonviolento rifiuta di portarsi sul piano del violento, costringendo piuttosto questi a salire sul suo e a combattere con la forza l’idea. La rotta del realismo politico incomincia quando il violento è obbligato a scoprirsi qual è, ed è allora che si butta massicciamente e da persecutore contro lo spirito. Tale comportamento fa cadere la maschera idealistica dell’egoismo, che è il vero movente di ogni violenza. Una volta caduta la maschera, la vittoria dello spirito albeggia, sia pure lontana.
La nonviolenza è la cosa più nuova e la più antica; la più tradizionale e la più sovversiva; la più santa e la più umile; la più sottile e difficile e la più semplice, la più dolce e la più esigente; la più audace e al più savia, la più profonda e la più ingenua. Concilia i contrari nel principio; e perciò riconcilia gli uomini nella pratica”.
“ La pace cristiana non è regolata dal ‘do ut des’: se tu sarai pacifico con me, io lo sarò con te. Il cristiano procede per altra strada e dietro altra logica: “Udiste che fu detto: “Amerai il tuo prossimo e odierai il tuo nemico”. Ma io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per i vostri persecutori, affinché siate figli del Padre vostro che è nei cieli, il quale fa sorgere il sole sui buoni e sui cattivi e manda la pioggia ai giusti e agli iniqui. Perché, se amate quelli che vi amano, qual merito ne avete? Non fanno lo stesso i pubblicani? E se salutate soltanto i vostri fratelli, che cosa fate da più degli altri? Non usano lo stesso i gentili? Siate dunque perfetti com’è perfetto il vostro Padre celeste” (Mt 5,43-48).
Un cristiano deve fare la pace anche quando venissero meno “le ragioni di pace”. Al pari della fede, della speranza e della carità, la pace è vera beatitudine quando non c’è tornaconto né convenienza né interesse di pace, vale a dire quando incomincia a parere una follia davanti al buon senso della gente “ragionevole”.
La contabilità cristiana conosce la sola partita del dare: se vi aggiungiamo l’avere, non ci dobbiamo sorprendere se rivedremo sul tappeto le ragioni del lupo, il quale, essendo a monte del fiume, trovava che l’agnello gli intorbidiva le acque.Se gli altri odiano, non è una ragione perché odiamo anche noi. Si vince il male con il bene; la malattia con la salute; si oppone all’ostilità la carità: questo è il comandamento di Dio. Gli altri sono comandamenti di uomini, e uomini senza Dio, anche se fanno salamelecchi al prete.
Quando ci si giustifica delle ingiurie nostre col fatto delle ingiurie altrui, decadiamo dal cristianesimo: rendiamo nulla l’incarnazione con la passione e la resurrezione di cristo. Ad amare i soli amici erano buoni anche i pagani.
La pace comincia in noi… in me e da me, da te, da ciascuno… come al guerra. Ma come si può arrivare alla pace se si seguita a coltivare, quasi orto per ortaggi, questa aspirazione manichea dell’umanità e della spiritualità; se si seguita ad alimentare una polemica fatta di apriorismi e ingiurie, deformazioni e repulse; se si aumenta ogni giorno più la disparità economica tra chi spedisce lingotti d’oro all’estero e chi vive nelle baracche e intristisce nella disoccupazione; se si insiste a vedere nel fratello insignito di un diverso distintivo politico un cane da abbattere, un rivale da sopprimere, un nemico da odiare?
Quanti cristiani, per assicurarsi un diritto all’odio, si tramutano in farisei che non vedono fratelli, ma pubblicani, ma samaritani, ma pagani. Come se Gesù non fosse mai venuto e non fosse morto e risorto!…
(Tu non uccidere, 1955)

Testo N° 2 “I LONTANI” Il titolo mi piace. Sa di nostalgia: di ponti, mantenuti almeno da una parte: di desideri taciuti: d’incontri o di ritorni auspicati, cercati, preparati nella preghiera nella carità del cuore e dell’intelligenza. Sa di esilio. E poiché siamo un po’ tutti esuli, poiché ogni giorno ognuno è in tentazione di perdere o di far perdere la Casa del tempo, introduzione a quella dell’eternità: per tale accorato timore, per tale fraterna sollecitudine, siamo vicini ai lontani, così vicini che essi sono un po’ noi, sono noi. Ci si salva salvando: si rimane nella chiesa se si ha il coraggio di uscirne per ricondurvi il prodigo; si è pastori a patto di ascoltare il lamento della pecora perduta e di lasciare le sicure per cercare, ritrovare, riportare, sulle spalle e sul cuore, proprio la perduta.
Il problema dei lontani Noto con piacere che ovunque si risveglia il problema dei lontani: che la sollecitudine di essi cresce dove è già desta, con tentativi di ricerca sulle maniere più convenienti per accostarli, interessarli, intrattenerli, ritrovarli. Non è giusto dire son pochi coloro che guardano oltre la staccionata – se si continua l’immagine evangelica – oltre gli spalti – se si pensa la chiesa come una città munita -. Mi sembra più giusto dire: è un po’ poco il far lamento, un po’ poco il deprecare: un po’ poco perfino la preghiera, se essa non è l’introduzione a quell’attività illuminata, che, aiutata dalla grazia, può colmare le distanze create, a volte, da un reciproco allontanarsi. Accade, purtroppo assai di frequente, che uno vada tanto lontano perché qualcun altro s’è spostato in senso opposto. Allora sembra anche più difficile attraversare questa terra di nessuno, la quale invece, è la terra più nostra, santificata dalle lacrime più ineffabili.
Chi è “lontano” “Lontano” non è soltanto colui che, andandosene, ha sbatacchiato l’uscio di casa, e non s’è neppure voltato indietro, rotto i ponti e negato recisamente, audacemente. Di costoro ce n’erano di più qualche anno fa, anche nei paesi. L’aria favoriva le rotture brusche, drammatiche. Il “transfuga” s’accampava di fronte alla chiesa e le moveva guerra. La “città dell’uomo” contro la “città di Dio”. La “lontananza” a quei tempi una regione ben definita, “un paese”. Adesso quasi non esiste più nello spazio; è l’assenza di Qualcuno, uno stato d’animo. Uno stato d’animo non è definibile né numerabile. Da una varietà senza numero d’impressioni e sentimenti, ne vien fuori, non sempre logicamente avvertita ma spiritualmente sofferta, questa conclusione: non sono più sicuro della mia fede. Oggi, la crisi religiosa ha perduto le sue forme classiche. Una volta, il travaglio interiore, pro o contro, si risolveva in tempo relativamente breve. Di rado si faceva cronico. Adesso è il permanere di uno stato d’incertezza e d’indifferenza, la quale è come un senso di qualche cosa di superato. Vano quindi il crucciarsi, sia per ritrovare come per combattere.
L’irreligiosità contemporanea è di tipo affatto diverso da quella che caratterizza la fine dell’ottocento e il primo decennio del nostro secolo. Quella, era una negazione recisa, ragionata, battagliera. Scegliere era un dovere comandato dall’intelligenza e dalla coscienza. Il dilemma oggi non esiste. C’è invece la scettica inconsistenza di chi sente di non aver più la fede di ieri, che sa di non avere ancora trovato, che dubita di trovare. Donde un certo rispetto per il passato che ha una scia di bontà, d’arte, di poesia. I “senza Dio” sono i continuatori di ieri. Ma quello – a mio avviso – nonostante l’organizzazione e la virulenza dei mezzi, è un movimento senza domani. L’animo dei nostri contemporanei ha una diversa inclinazione. Su di essa conviene porre l’occhio, la mente, il cuore.
Non cataloghiamo i lontani C’è la tendenza di catalogare anche le crisi religiose e di fissarne il tipo, a seconda del prevalere di questo o di quell’elemento. Si hanno così degli allontanamenti, ove l’elemento affettivo o morale sovrabbonda: altri, ove appare dominante il raziocinio: in altri i motivi colturali, scientifici o sociali. Talora è l’esempio di qualche personalità, il clima storico. In qualcuno, l’allontanarsi è un fatto di piena e sofferta consapevolezza: per molti, di passività e di stanchezza. Ogni epoca poi, dà un colore suo proprio alla crisi religiosa, la quale, pur rimanendo individuale, assume delle caratteristiche generali, che incorniciano il singolo dramma e gli danno uno sfondo comune. Molti studiosi si fermano a quest’ultimo, come bersaglio, meno imbarazzante e di più facile rilievo; poiché il generalizzare è un comodo mezzo per scordare la patetica suggestione che dà una sofferenza spirituale se guardata fuori dall’astratto. Le dissertazioni sui mali di un’epoca non fecero progredire la medicina, mentre le esperienze personali, pur impedendo al momento di far scienza, aiutarono assai la cura e la redenzione degli spiriti malati.
Dell’animo di colui che va lontano Un conto son le cause della lontananza, un conto l’animo di colui che va lontano. Le cause vi son legate, ma non fanno l’animo, cioè quella particolare disposizione interiore che è il vero movente. Uno si muove dal di dentro, sia che torni, sia che si allontani. Io credo che ben pochi sanno d’andar lontano. Come c’è un’anima di verità in ogni essere, così c’è un’anima di buona fede in ogni errante. Ci si sbaglia o nei riguardi dell’oggetto o nei modi di raggiungerlo: ma l’intenzione può anche essere retta. Ognuno crede di avere meglio e di più. Nessuno si avvia fuori di casa con la certezza di fare una perdita. “Mercator pessimus” , come Giuda, ma con l’illusione e il desiderio di fare un guadagno. Il peccato originale, come insegna la chiesa, non ci guasta del tutto: c’è un punto immacolato in ognuno, anche se difeso dall’ignoranza. – Padre perdona loro perché non sanno … Se uno fa, sapendo proprio quello che si fa, pecca contro la luce. Ma i più sono degli erranti, cioè gente che va fuori strada credendo di non sbagliare. – Ma l’abbiamo avvertito, fatto ragionare … – Sta bene. Ma proprio quello che per noi è motivo di persuasione, in lui non ha presa. Forse le mie stesse ragioni gli creano maggiori dubbi. Quale mistero!
Duplice lavoro: duplice metodo Come vi sono due compiti distinti nel nostro apostolato moderno, così vi sono due metodi distinti: il metodo di perseveranza e quello di penetrazione o di ricristianizzazione. Il primo si compie nell’ambito della vita parrocchiale e si serve, nella sua molteplice attività, dei sussidi ormai tradizionali: uffici divini, pratica sacramentale, catechismi, ritiri, predicazione, oratori, congregazioni, pie associazioni, collegi, scuole, librerie, stampa cattolica, buon teatro, buon cinema, ecc. E’ un apostolato eminentemente conservatore, non però abbandonato alla routine, poiché anche per conservare bisogna adattarsi di continuo alla vita, che muta vertiginosamente e crea condizioni nuove agli stessi credenti. Il metodo di penetrazione o di riconquista deve avere qualche cosa di diverso: una sua anima, più slanciata, e un’andatura più indipendente , più agile, più audace. Sarebbe un errore il credere che il metodo di conservazione possa, con lievi ritocchi, supplire il metodo di riconquista. La prova è nell’insuccesso continuo dei nostri sforzi. Vi sono anime e ambienti che le nostre tradizionali di attività cattolica non scalfiscono neppure. La maggior parte dei nostri giornali, riviste, libri, predicazioni non arrivano fuori della clientela specificatamente cattolica, né riescono influenzare il movimento generale delle idee, né interessano il pubblico lontano. Il mondo – non importa se cammina male – ha imparato a camminare senza di noi e, quel che è peggio, ci ha tagliato o ci sta tagliando fuori dalla sua orbita e quasi accantonando., secondo l’acerba e veristica frase di Peter Wust, in un “ghetto cattolico”. Quasi nessuno s’accorge di noi come cristiani. Pochi sanno che al mondo c’è una maniera cristiana di guardare la vita, l’uomo, il lavoro, il denaro, le patrie. Parecchi dei nostri, o finiscono per accettare i metodi se non gli schemi ideali degli altri, oppure si esauriscono nel riprovare e condannare. “L’avventura del mondo diventa tragica perché mancano anime cristianamente avventurose. All’avanguardia non ci sono più i segni del Cristo: almeno non si scorgono. Pare che sia stato sciolto il corpo dei pionieri, mentre una santa arditezza, dovrebbe formare lo sfondo dell’apostolato moderno”. C’è una terra di missione, che incomincia appena fuori delle nostre chiese, divenute talvolta brevi isole sperdute nella piena inondante di una civiltà non più segnata in fronte dal nome di Cristo. La nuova cristianità non potrà sorgere senza la perdita di qualche posizione tranquilla o creduta tale. Lo stesso sforzo di difesa è destinato all’insuccesso se non è sorretto dallo sforzo di penetrazione. L’incredulità scavalca ogni riparo e ci porterà via coloro stessi che non avremo lanciato alla conquista del mondo moderno. Ci si difende assalendo. La missione, più che il segno della vita, è la vita stessa della religione: e l’ite della messa fa eco all’”andate e predicate a tutti” del Cristo.
“La victoire n’appartiendra qu’a un commandement avide d’avventures audaces et de responsabilités” (Foch).
Mi permetto di aggiungere che, così intesa, la fedeltà alla verità è già una devozione a qualcuno, dato che il ritorno è sempre un innamoramento. Tanto più che il ritorno non è segnato da un traguardo unico. La parabola dei talenti porta dei guadagni quantitativamente diversi ma egualmente lodevoli e rimunerativi. Non ritorna soltanto colui che entra in casa e vi si asside alla maniera dei figlioli che non ne sono mai usciti. Mi pare si possa credere all’inesauribile maniera di convertirsi. V’è chi entra come s. Paolo e s. Agostino: v’è chi rimane sulla soglia come Péguy e Rivière, gente du parvis …, prospiciens a longe, come dice l’inarrivabile motivo dell’avvento.
Anche il profugo, che non osa o non può varcare la soglia di casa, ma che vi sospira col cuore lungo i sentieri dell’esilio, è uno che torna. Chi, per una sola volta, ha raccolto sul cuore del fratello lontano l’intraducibile pianto dello sforzo che non riesce a sopprimere le distanze, e che cammina senza giungere la dove è, segnato dall’uomo, il punto dell’incontro festoso, quegli sa che Qualcuno ha camminato davanti, consacrando sul cuore crocifisso l’alleluia del Regno dei Cieli.

Testo N° 3 LE TENTAZIONI DEL CRISTIANO Domenica prima di Quaresima (San Matteo, c. IV, v. 1 –11)
Leggo senza preoccupazioni esegetiche. La realtà misteriosa non la farò diventare parabola, a costo di farmi sanguinare il cuore in una confessione di povertà che mi aiuterà a divenire misericordioso.
… Voluit per omnia fratribus simulari ut misericordos fieret.
Il cristiano è un uomo tentato, il solo uomo ove la tentazione prende aspetti abissali.
Quei di fuori immaginano la nostra vita tranquilla e sicura, come di gente arrivata, che, tuttalpiù, si dà pensiero e prova compassione dei perduti, per i quali prega e tiene pulpito, come un armatore il suo scafo. L’errore purtroppo è frequentissimo ed indispone talmente i lontani che essi si credono superiori nella loro avventura; la considerano più lanciata della nostra, non essendo disposti ad ormeggiarsi nel primo porto per non rinunciare a cercare. Io confesserò umilmente le mie tentazioni perché troppi hanno paura di svalutare la propria fede, confessandosi. La tentazione di un credente è forse meno tragica, ma non meno patetica e lancinante.
Il cristianesimo è l’inquietudine più grande, la più intensa. Esso inquieta l’esistenza comune nel suo fondamento. Dove deve nascere un cristiano, vi deve essere un’inquietudine: ove un cristiano è nato, c’è dell’inquietudine. San Paolo parla del gemito di ogni creatura. Dunque, io sono uno che sta male, non perché credo, ma nella mia stessa qualità di credente, poiché, credendo, non aderisco all’evidenza, ma al mistero. Anche se San Tommaso afferma che l’atto di fede si differenzia da tutti gli altri atti del pensiero per questa specie di “cogitazione”, che fa che lo spirito non sia in riposo nella fede. L’avventura cristiana continua in chi crede. Non c’è bisogno di rinunciare ad entrare in porto perché la ricerca continui. La Fede non è un approdo, ma un sicuro orientamento di Grazia verso l’approdo. La traversata continua e travagliosamente. Chi non ha la grazia di credere è tentato dall’incertezza e dal timore del niente, di nessuno. Chi ha la grazia di credere è travagliato dalla luce stessa che gli fu comunicata. Il mio ideale, che non è fatto su misura, ma che mi supera infinitamente, è il mio tormento. La Parola di Dio l’ho dentro di me, non la posso più rifiutare e adattare ai miei gusti, imborghesirla. Nel lontano la ricerca è un istinto naturale; nel credente è istinto e grazia. C’è poi il confronto continuo fra ciò che mi splende nella visione e nel desiderio e ciò che riesco a fissare. Penso in eternità e avanzo lentamente nel tempo. Ho ricevuto tanto e di tanto devo rispondere: anche davanti agli uomini. Sono creato testimonio davanti agli uomini. Dipende da me se Cristo sarà accolto o giudicato nella mia luce o nella mia tenebra. Sono di fazione fazione per Lui fino all’ultimo respiro. Non sarò smobilitato che morendo. Chi non ha una fede non è impegnato: è sempre più “onesto” di chi ha un ideale evangelico. Io che credo e predico il Vangelo, sono giudicato secondo il Vangelo. Molti uomini non mi condannano neanche: ma io non posso non condannarmi. La mia fede mi crea giudice implacabile di me stesso. Io dico – perché credo -: ciò che abbandono è “cosa fallace, gioia momentanea, bene che passa”. Ma anch’io passo; anch’io sono un’onda. E non voler che neanche un attimo mi attardi ad accarezzare, lungo la sponda, il filo d’erba che si sporge, la fronda del salice che si piega!!…
Qualcuno dice: – Non si può invidiare ciò che non è. Maniere di dire che son vere, ma troppo usate e abusate, troppo concettuali. La scelta tra la realtà che tiene e la realtà che non tiene, ma che è sotto i miei occhi palpitante, appetibile, invitante, non è facile. I confronti si fanno col cuore sanguinante e le labbra arse. Almeno la Presenza fosse continua, sicura, tangibile! Invece, la mia tentazione è accordata su questo motivo tragico: un Dio che resta presente allontanandosi. Solo una memoria: “Ciò che ho visto, sentito, toccato”. Qualche schiarita, un lampo, un mattino di Pentecoste; poi più niente, neanche una voce; silenzio e oscurità. A volte non è più soltanto un allontanarsi ed un rimanere, ma un’assenza, una fede desolata. E si deve vivere lo stesso, parlare lo stesso, testimoniare lo stesso. Qualcuno c’è, ci deve essere nella tua desolazione, ma tu non sai più se ti appartiene, se lavora per te, se…Non sai neanche se alla fine della tentazione manderà i suoi angeli per consolarti.

(fonte: Giovani e Missione)